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Nuova Venezia – Mose, il Consorzio chiede i danni

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nov

2014

Pronte le cause di risarcimento dopo lo scandalo e gli arresti

Uno degli atti del presidente Fabris prima del via all’iter del commissariamento è stato l’ordine di promuovere le cause contro gli indagati che hanno patteggiato

Venezia Nuova chiederà i danni per il malaffare

LA STRATEGIA – Gli avvocati stanno esaminando le sentenze per poi ricorrere in sede civile contro i vari Mazzi, Tomarelli, Galan e Cuccioletta

VENEZIA Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scordammoce o passato: Venezia non è Napoli ma rischia di finire così anche con lo scandalo Mose, relativamente ai danni inflitti alle casse pubbliche. Una delle ultime decisioni di Mauro Fabris da presidente del Consorzio Venezia Nuova, in attesa di passare la mano al commissario, è stata conferire agli avvocati l’incarico di acquisire le sentenze dei patteggiamenti, confermati il 16 ottobre dal Gup Giuliana Galasso. Obiettivo: decidere le azioni di rivalsa. Sono 19 gli imputati usciti dal processo concordando pene e confische varie. In testa l’ex presidente e ministro Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi e 2,6 milioni di euro) e l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi (2 anni e 4 milioni) ma non sono da meno Stefano Tomarelli della Condotte (2 anni e 700.000 euro), l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta e il commercialista Paolo Venuti (anch’essi 2 anni e 700.000 euro), gli ex dirigenti del Consorzio Luciano Neri (2 anni e 1 milione) e Maria Teresa Brotto (2 anni e 600.000 euro). L’accordo tra accusa e difesa esclude i terzi danneggiati. L’unica strada che rimane per rifarsi è la causa civile, con i tempi della giustizia italiana. «Noi ci eravamo costituiti già a dicembre 2013 nei confronti degli imputati delle inchieste in quel momento aperte: fondi neri, sovrafatturazioni sul pietrame e irregolarità negli accertamenti fiscali», spiegava Fabris qualche giorno fa, ancora all’oscuro della lettera con cui l’Autorità Anticorruzione lo sollevava dall’incarico dandogli tre giorni di tempo per replicare (termine irrisorio, che parla da solo). «La costituzione ci garantiva di entrare nel processo, quando si fosse tenuto. Invece sono arrivati i patteggiamenti e l’unico danno su cui possiamo rivalerci sono le spese legali. Non si può chiedere altro». La gestione commissariale non potrà cambiare la situazione, dando ormai per scontato che non siano le imprese a impugnare il commissariamento al posto del Consorzio, come qualcuno voleva. Dalle ammissioni fatte nei patteggiamenti gli avvocati individueranno le responsabilità dei singoli, per avviare un’azione risarcitoria. Come ha fatto la Mantovani nei confronti dell’ex presidente e amministratore delegato Piergiorgio Baita. Stesso andamento si annuncia per il troncone veneto dell’inchiesta Mose finito a Milano. Il Consorzio Venezia Nuova aveva deciso di costituirsi anche nei confronti di Roberto Meneguzzo, Mario Milanese ed Emilio Spaziante. Aspettava solo il decreto di giudizio immediato. Invece Meneguzzo ha raggiunto un accordo con la procura per patteggiare 2 anni e 6 mesi. Stessa cosa ha fatto Spaziante proponendo 4 anni. A giudizio immediato andrà solo Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti, il 4 novembre, davanti alla quarta sezione penale del tribunale di Milano. Il processo per gli imputati che non hanno patteggiato a Venezia, incluso l’ingegner Mazzacurati di cui sarà bello aspettare il ritorno dalla California, è previsto per l’inizio del 2015. Qui deciderà il commissario. Tutt’altro paio di maniche la verifica fiscale sull’attività del Consorzio. Qui la stangata è sicura, si tratta solo di stabilire l’entità. La Guardia di Finanza aveva iniziato nel 2010 gli accertamenti, poi sospesi per l’apertura dell’inchiesta penale, quindi ripresi e oggi quasi ultimati. La contestazione al Consorzio dovrà limitarsi alle fatture false e alla sovrafatturazione dei lavori eseguiti. Mauro Fabris l’aveva messo in preventivo: «Abbiamo già dovuto stanziare in bilancio una quota in previsione della multa». È escluso che si possa inseguire il denaro buttato al vento per «fluidificare», come diceva Mazzacurati. E anche quello utilizzato dal «capo supremo» del Mose per favorire la numerosa schiera di parenti, più o meno stretti. Tra i gratificati «con benefici economici ottenuti direttamente o indirettamente dal Consorzio», come ha accertato la Guardia di Finanza, c’è anche la figlia dell’ingegnere, Giovannella Mazzacurati, titolare di Assia srl, la società che sta avviando un ambizioso progetto edilizio sui terreni di famiglia in Toscana. Si tratta di un maxi-albergo a 5 stelle, Wine & Oil Resort, con 200 posti letto, per decine di milioni di investimento, con tutti i permessi in tasca dallo scorso giugno. Il complesso sorgerà tra Bibbona e Bolgheri: quella dei cipressi alti e schietti che van da San Guido in duplice filar, come ci facevano imparare a scuola.

Renzo Mazzaro

 

Mal di pancia fra le imprese, poi passa la linea della collaborazione

E a Cantone risposta morbida

VENEZIA – Niente osservazioni. E nemmeno resistenze di tipo legale. Solo una memoria che riassume le ultime tappe decise dalla nuova governance del Consorzio Venezia Nuova. E ricorda la «particolare complessità» della vicenda Mose. Qualche mugugno e tanti mal di pancia. Ma alla fine il Consiglio di amministrazione del Consorzio, convocato a Roma per prendere una posizione sul commissariamento, si conclude con un voto unanime. Si dà mandato al presidente Mauro Fabris di inviare la memoria all’ufficio di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione che solo due giorni fa ha inviato all’«ingegner» Mauro Fabris presidente del Consorzio l’annuncio di avvio della procedura di commissariamento. Molti mal di pancia. Perché i legali delle imprese che formano il Consorzio – Mantovani, Condotte, Fincosit, San Marco, Coveco – hanno detto chiaro e tondo che qualche appiglio per resistere c’era. I tre giorni di tempo dati per le osservazioni, termine assai ristretto. E poi il fatto che in questo caso non si va a commissariare un ramo di impresa – come già successo a Milano con la Maltauro per i lavori dell’Expo 2015 – ma un consorzio concessionario del governo. Alla fine è passata la linea morbida. Difficile del resto far causa a chi ti finanzia, visto che lo Stato è l’unico finanziatore del Consorzio e del Mose. E proprio le imprese aspettano che il Cipe sblocchi i famosi 401 milioni, promessi e poi arenati sulla spiaggia della grande inchiesta. Un commissariamento potrebbe a questo punto anche accelerare l’arrivo dei soldi. Dunque le imprese potrebbero anche non avere interesse a resistere. Ma cosa ha scritto Fabris nella «memoria» inviata già ieri sera a Roma? «Abbiamo ricordato le azioni messe in atto dalla nuova gestione per realizzare una vera discontinuità con il passato», dice Fabris, «prima di tutto la due diligence e il rinnovo del direttivo, il risparmio di 10 milioni, la disponibilità a collaborare con un anno di anticipo per rendere possibile l’avvio della gara per la gestione del Mose. Ma anche una nota che sottolinea la complessità del progetto che ci è stato affidato». Traduzione: se volete che il Mose sia completato nei tempi stabiliti non potete azzerare la struttura del concessionario». Della «complessità» fanno parte anche le vicende collaterali al Mose. Cioè il destino della Tethis, azienda di proprietà in parte del Consorzio e in parte delle imprese che lo compongono. Ma anche decisioni che dovranno essere prese presto sui risarcimenti e il pagamento delle sanzioni tributarie. La Guardia di Finanza si è nuovamente presentata nei giorni scorsi nella sede del Consorzio in Arsenale e ha comunicato la conclusione della verifica fiscale iniziata nel 2010, poi interrotta con l’avvio dell’inchiesta penale. La sanzione calcolata dall’Agenzia delle Entrate per l’evasione è di 20 milioni di euro. A cui vanno aggiunte le sanzioni a carico delle imprese. Un giro di milioni per cui il Consorzio si potrebbe anche rivalere sui singoli. ma comunque decisioni a tutela della ragione sociale che non potranno essere prese dal commissario. Questo sostengono nella sede del pool di imprese. Sottigliezze che non sembrano interessare molto all’Autorità anticorruzione. Che invierà entro una settimana – a partire da lunedì – la richiesta formale al prefetto di Roma. Quest’ultimo ha 30 giorni per emanare il decreto di commissariamento. Atto delicato, perché si tratta del primo caso in Italia di commissariamento di un intero Consorzio di imprese. Intanto l’attività sul fronte Mose procede. Ieri a Treporti sono state sollevate insieme otto paratoie. Un test in vista del primo esperimento per il sollevamento dell’intera schiera di Lido Nord, programmata per fine novembre.

Alberto Vitucci

 

Il commissario riveda il progetto del Mose

Sorprende che l’onorevole Baretta sottosegretario all’Economia, il presidente del Consorzio Venezia ex senatore Mauro Fabris, il proprietario della Mantovani Chiarotto, siano all’unisono concordi nell’invocare la conclusione dei lavori del Mose senza essere sfiorati da almeno qualche dubbio sulla qualità e bontà tecnica del progetto. Dopo il commissariamento da parte dell’Anac, come ho anche pubblicamente detto al dottor Cantone, la prima cosa da fare è sottoporre a revisione il progetto complessivo del Mose sul piano prima funzionale e poi tecnico. Questa analisi critica serve per capire dove la corruzione é intervenuta per far avanzare le decisioni e i finanziamenti di un ‘opera che non ha mai avuto un progetto esecutivo unitario. Bisogna anatomizzare il processo decisionale di approvazione del Mose : capire la responsabilità scientifica di coloro che si sono prestati ad affossare la valutazione di impatto ambientale negativa del 1998. Quella procedura era da considerarsi il primo segnale di attenzione verso un progetto poco efficace e di grande impatto ambientale. Serve l’anatomia del progetto per capire le implicazioni future della intrusione irreversibile rappresentata dall’ affondamento degli enormi cassoni di cemento a traverso i canali di porto e a profondità definite per sempre. È decisivo sapere chi ha validato la funzionalità del sistema di previsione, stabilito la quota di chiusura, fissato la batimetria delle bocche, fatto gli studi del monitoraggio ambientale, ignorato i segnali dell’innalzamento del livello marino in rapporto alla vita stimata dell’opera in 50-100 anni. Il Mose già di efficacia limitata risulterá inutile a breve contro le acque alte, anzi, a paratoie chiuse, sono dimostrabili effetti di esaltazione dei livelli di marea in parti della Laguna o verso Chioggia o verso le isole di Burano e S.Erasmo. Infine va fatta luce definitiva sui collaudi dei lavori male eseguiti e sulle responsabilità delle più recenti approvazioni, presso il Magistrato alle Acque di Venezia, del sistema delle cerniere e del sistema delle paratoie a rischio di risonanza e collasso. Sul piano politico va ricostruito l’iter decisionale del Comitatone dell’ aprile 2003 con l’alleanza dell’ allora sindaco ulivista PaoloCosta con Galan Lunardi Matteoli del governo Berlusconi e del Comitatone del novembre 2006 quando il presidente del consiglio dei ministri Romani Prodi, da solo, votò per tutti i suoi ministri contro il sindaco Massimo Cacciari.

Prof. Andreina Zitelli Gruppo Istruttore VIA sul Mose 1998

 

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