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Ieri mattina il corteo degli studenti e universitari ha visto la partecipazione di tanti lavoratori

Nel pomeriggio la “critical mass” tra luoghi del degrado, case sfitte e società collegate al Mose
«Riappropriamoci della città»

MESTRE – Mestre è stata il centro della protesta dello sciopero generale e sociale che ha unito lavoratori, studenti, centri sociali e sindacati di base per una giornata di mobilitazione che nella nostra città ha coagulato la protesta contro il governo Renzi a quella contro i tagli del comissario Zappalorto ai servizi del Comune. Il corteo della mattina. In 400 ieri mattina hanno sfilato per le vie di Mestre, al grido “riprendiamoci la città, riappropriamoci degli spazi che ci stanno togliendo”, ma anche per protestare contro il Jobs Act del governo Renzi e contro l’abolizione dell’articolo 18. A marciare per la città, scortati da polizia e forze dell’ordine, molti aderenti al coordinamento studenti medi di Venezia e Mestre, studenti di scuole superiori, universitari, centri sociali. Con loro una rappresentanza dei comunali autorganizzati che protestano contro i tagli agli stipendi decisi dal commissario Zappalorto, ma anche l’associazione “Opzione Zero” di Mira che si batte contro il grande progetto della autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi di euro di investimento che ha ottenuto il lasciapassare del Cipe e che torna a far paura. Fumogeni. Musica a tutto spiano, megafono e fumogeni, il corteo è partito dal municipio di Mestre, per poi spostarsi verso via Einaudi, rotonda Quattro Cantoni, via Piave e ancora la stazione. Lì avrebbe dovuto terminare, ma i ragazzi hanno voluto continuare e attraversare via Cappuccina, scendere lungo via Sernaglia e sciogliere le fila davanti all’ex spazio Contemporaneo occupato il giorno prima. E ribattezzato “Loco”. «Zappalorto non si fa alcuno scrupolo», urlano dal megafono, «di tagliare i servizi ai giovani, gli spazi di aggregazione, chiudere biblioteche, ridurre gli orari di apertura». Molte le voci critiche nel corteo. «Gli insegnanti sono oramai demoralizzati», spiega Stefano Micheletti del Coobas scuola, «c’è molta rassegnazione nella categoria, così come in tutto il mondo del lavoro. I contratti sono bloccati da 9 anni, anche fare sciopero è diventato un lusso». Renzi nel mirino. «Siamo venuti qui», aggiunge Eliana Caramelli (autorganizzati del Comune), «per manifestare contro i tagli ai servizi decisi dal commissario, ma siamo anche consapevoli che lui non è sbarcato dal nulla, ma l’ha mandato Renzi. Ci domandiamo dove vanno a finire i soldi delle grandi opere quando poi mancano i finanziamenti per biblioteche e sociale. Ma vogliamo anche essere solidali con le giovani generazioni, così come i nostri genitori hanno combattuto per noi, se non difendiamo i contratti, che tutele avranno questi ragazzi?». «La lotta al degrado», dicono dall’altoparlante i portavoce degli studenti medi, «non la si fa con il razzismo, ma rinnovando Mestre, ridando spazi di aggregazione. Italiani, migranti studenti, riprendiamoci la città». Al corteo erano presenti anche rappresentanti di Rifondazione e di Sel. «Esprimiamo la nostra netta contrarietà al Jobs Act», spiega Federico Camporese (Sel), «perché introduce precarietà travestita da flessibilità, di cui siamo già sommersi». Biciclettata nel traffico. Dopo il corteo del mattino, una cinquantina di persone ha inscenato nel pomeriggio davanti al Municipio di Mestre la “critical mass” dello sciopero sociale: una biciclettata di centri sociali, associazioni ambientaliste e lavoratori autorganizzati del Comune di Venezia che ha sfidato il traffico per toccare i luoghi del degrado e dei tagli decisi dalla gestione del commissario Zappalorto. Ma la prima tappa del corteo di bici, allegro, aperto da una barca-triciclo con generi di conforto per i manifestanti, è stata viale Ancona e la sede di Adria Infrastrutture, società del gruppo Mantovani. Qui i manifestanti hanno ribadito il loro no al sistema Mose e ai finanziamenti pubblici all’opera investita dallo scandalo tangenti, a scapito della città e delle sue necessità impellenti. Il corteo di bici ha bloccato per una decina di minuti il traffico nell’arteria di collegamento tra via Torino e via Sansovino e velocemente si è formata una coda di auto. Alcuni mezzi hanno fatto dietrofront portandosi su via Torino, altri automobilisti hanno atteso che il corteo riprendesse la sua strada. Qualcuno ha voluto testimoniare il proprio fastidio, a colpi di clacson. Contro le case sfitte. Poi il corteo di bici si è spostato ad Altobello, davanti alle case di Campo dei sassi sistemate da Ater e ancora chiuse. «Degrado è tenere le case sfitte», hanno ribadito i manifestanti. Altri luoghi del percorso, la biblioteca in villa Erizzo che ha già chiuso servizi a causa dei tagli del commissario; villa Querini, sede delle Politiche sociali del Comune, settore particolarmente penalizzato negli ultimi mesi; l’ex Umberto I, grande spazio che la città vive come “un buco nero” e lo spazio occupato dell’ex biblioteca di via Piave dove lunedì, dopo l’occupazione di giovedì, i ragazzi si presenteranno alla cittadinanza con un aperitivo di benvenuto. Occupazione. Spazio occupato perché messo in vendita da anni dal Comune di Venezia e mai ceduto, testimonianza delle difficoltà del piano di alienazione di spazi pubblici che secondo i manifestanti dovrebbero invece tornare in uso alla comunità in questo difficile momento di crisi. Al corteo hanno partecipato anche genitori assieme ai figli piccoli. La protesta in bicicletta si è conclusa nel tardo pomeriggio in piazza Ferretto con un piccolo rinfresco offerto a tutti i partecipanti.

Mitia Chiarin e Marta Artico

 

Bettin ricorda che il Comune di Venezia ha saputo tagliare, ma non come il commissario

«Zappalorto sta distruggendo il welfare»

MESTRE Da responsabile di Ambiente e Politiche giovanili per il Comune di Venezia a fervente contestatore della gestione commissariale e della politica dei tagli. Gianfranco Bettin, ex assessore della Giunta Orsoni e leader di “In Comune” , con una lettera di fuoco, ha voluto smentire una volta di più le voci che vogliono il capoluogo veneto “privilegiato, assistito o spendaccione”. Ha portato a sostegno delle sue tesi i recenti dati del “Rapporto sulla finanza locale” della Cassa Depositi e Prestiti, secondo il quale tra il 2010 e il 2012 Venezia è stata la seconda in Italia per capacità di risparmio, riducendo la spesa pubblica del 215%, un risultato superato solo da Siena. Eppure, tuona l’ex assessore, tra il 2010 e il 2014 Venezia ha subito un taglio dei trasferimenti statali pari al 66%, contro una media nazionale del 40%. «Questo», scrive Bettin, «fa giustizia delle calunnie riversate sulla città da politicanti ed esponenti di poteri che vorrebbero allungare le mani su di essa. Ai tagli feroci oggi si aggiunge il devastante e perverso meccanismo del patto di stabilità, più pesante per Venezia», complice anche il commissario Vittorio Zappalorto, colpevole secondo l’ex membro della Giunta di «proseguire sulla linea di riduzione delle garanzie salariali e normative dei dipendenti e nella riduzione dei servizi fondamentali». Bettin non ha risparmiato le bordate contro l’attuale amministrazione neppure giovedì sera quando, assieme a Felice Casson (senatore del Pd) e Giulio Marcon (deputato di Sel), ha partecipato ad un convegno su lavoro precario e Jobs Act tra i tavolini del Palco, bar e ristorante alle porte del teatro Toniolo che negli ultimi mesi si è trasformato in una piccola fucina di proposte civiche e politiche alternative. Bettin ha criticato aspramente la decisione di non anticipare le elezioni comunali, dicendosi contrario a «lasciare nelle mani di un burocrate decisioni vitali per Venezia, come il Vallone Moranzani». «Zappalorto», ha chiosato l’ex assessore, «è stato messo qui per tagliare, per distruggere il welfare, eppure abbiamo dimostrato che proprio con le politiche sociali si possono creare posti di lavoro. In questo noi siamo stati un’eccellenza, anche se adesso è stato tutto appiattito per la sfortuna di aver avuto in coalizione chi ha preso soldi sporchi in campagna elettorale».

Giacomo Costa

 

Burattino di legno installato a Punta della Dogana. Nel mirino le istituzioni culturali accusate di sfruttare gli stagisti

Il precario ora ha il suo monumento

VENEZIA – È di legno come un burattino, seduto su un trono come il Re Nudo e ha un braccio teso con uno scacciapensieri da cui pendono diverse rane, esattamente come il «Bambino con la Rana» di Charles Ray. Si tratta del «Monumento al precario», portato in parata per mezza Venezia ieri pomeriggio in occasione dello «Sciopero Sociale», organizzato dal Collettivo Sale Docks e dal Gruppo Lisc dell’Università Ca’ Foscari contro lo sfruttamento dei lavoratori nel settore culturale. La marionetta di legno è ispirata proprio alla celebre opera che un anno fa scatenò un’accesa polemica tra chi voleva la statua e chi invece il tradizionale lampione. «Il dibattito culturale in città – ha detto Marco Baravalle, uno dei portavoce della manifestazione – deve partire da chi lavora per la cultura ed è invece sottopagato. Per mesi si è parlato se tenere o no l’opera di Ray, ma nessuno ha mai affrontato il problema dei precari della cultura che, come i mediatori culturali, ricevono 2 euro all’ora lordi». A fine corteo, con ironica provocazione, il «monumento» viene posizionato sulla Punta della Dogana, circondato da cartelloni con scritto «Lavorare gratis non fa curriculum» o «Ma chi credete di essere voi che prendete 500 volte più di noi?». La cinquantina di attivisti passa per tutte le istituzioni culturali della città per lasciare la «Carta dei Diritti del Mediatore Culturale» dove, oltre a elencare le spese basi di uno studente, chiede che il salario venga aumentato da 2 euro all’ora a 6 o 8 euro lorde (4,5 euro netti all’ora), almeno per coprire parte di affitto, trasporto e pasto. Ieri sulle 14.30 i manifestanti si trovano in Campo Santa Maria Formosa. Partono dalla Fondazione Querini Stampalia, per proseguire poi verso il Fontego dei Tedeschi di Benetton e la Fondazione Ca’ Foscari, dove vengono chiuse le porte con nastri adesivi. L’università è considerata infatti uno dei motori dello sfruttamento per aver avviato i progetti di credito formativo gratuiti. «Con la riforma di Renzi (la Buona Scuola, ndr) – ha detto Marta Canino di Lisc, ricordando anche i mediatori culturali sfruttati da Louis Vuitton a San Marco – sarà obbligatorio fare il percorso formativo, partendo dalla quarta superiore. Questo significa che ci saranno tantissime persone che lavoreranno gratis per circa 300 ore». Presi di mira percorsi formativi, tirocini, stage e tutto quello che implica dare proprie competenze senza venire retribuiti. Il percorso prosegue tra musica a palla, adesivi e qualche scritta sui muri contro lo sfruttamento alla Fondazione Bevilacqua La Masa, fino alla Peggy Guggenheim Collection, accusata di pagare solo gli stagisti americani e di sfruttare i lavoratori per la nuova sede ad Abu Dhabi: «Quella sede la segue la Guggenheim centrale a New York – risponde la Guggenheim in serata – che paga anche i tirocinanti americani. Per gli italiani noi seguiamo la convenzione con Ca’ Foscari: prendiamo fino quattro studenti per 256 ore ciascuno (due mesi, ndr) ai quali prepariamo un progetto su misura. Loro vengono per scelta, li formiamo e spesso li richiamiamo dopo l’università». L’ultima è la Fondazione Pinault, dove il gruppo si ferma per attaccare qualche adesivo sui totem segnaletici e scriverci con uno spray «strike». Poi, l’arrivo in Punta della Dogana e la foto di rito vicino al «Monumento al precario», molti con la speranza di trovare un lavoro retribuito come si deve.

Vera Mantengoli

 

I manifestanti: «Loro si arricchiscono e cercano 15 mila che lavorino gratis»

Blitz anti Expo al Padiglione Italia

VENEZIA La manifestazione è stata pacifica, tanto che non c’erano forze dell’ordine in divisa, ma di sicuro qualcuno in borghese. Lo sciopero è iniziato in mattinata con un blitz a sorpresa al Padiglione Italia della Biennale. Gli attivisti sono arrivati all’Arsenale con due barche e hanno chiuso l’ingresso del portone con alcuni striscioni: “Essere giovani non è una colpa”, e poi “Closed for unpaid labour”. «Abbiamo scelto questa meta», ha detto il portavoce Marco Baravalle, «perché il Padiglione Italia è tenuto aperto da 15 volontari dell’Auser e ha una parte sull’Expo che viene presentata come un’iniziativa che riqualifica il territorio. Intanto a Milano per l’Expo vogliono costruire una darsena e distruggere il parco Trenna, qui a Venezia invece stanno costruendo 50 mila metri quadri al Vega 2 per il Venice Expo. Lo sta realizzando l’impresa Condotte d’Acqua del Consorzio Venezia Nuova». Per i manifestanti, l’Expo è il tipico caso in cui si arricchiscono solo gli imprenditori usando soldi dei cittadini perché le imprese vincono gli appalti, vengono quotate in borse e poi si scopre che sono corrotte. «Non c’è la capacità in questa città di fare un ragionamento più ampio su cosa significhi fare cultura», spiegano, «Pinault fa incontri con i suoi artisti, ma ha mai proposto un dialogo con chi fa cultura a Venezia?». Poi ci sono i 15 mila volontari. «Sul sito dell’Expo», continua Baravalle, «si cercano 15 mila volontari dicendo loro che in cambio riceveranno un sacco di “mi piace”». «Non so come sarà il mio futuro», ha detto Fabiola Fiocco, studentessa romana di 20 anni, «è tutto precario. Sono qui perché se uno lavora gratuitamente, nessuno ci guadagna. Solo i ricchi possono lavorare gratis».

(v.m)

 

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