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L’allarme di prefetti e procuratori: «Abbiamo trovato molti nomi ricorrenti»

La Forestale: «Indagini di notte per scoprire i traffici». Il trucco del giro-bolla

PADOVA – Un fiume carsico di imprese e personaggi di corposa bibliografia giudiziaria che riemergono nel Veneto; società legate in qualche modo al ciclo di rifiuti in Campania, Calabria e Sicilia che hanno basi e sedi legali nel Veneto; un diffuso sistema di collusione tra soggetti privati e pubbliche istituzioni deputate ai controlli; una produzione vastissima di rifiuti industriali (il Veneto, con 14 milioni di tonnellate, è seconda in Italia solo alla Lombardia) la cui tracciabilità non sempre appare chiarissima; uno sterminato sistema di interramento rifiuti che fa pensare che siamo seduti su un’autentica «pattumiera» di rifiuti speciali, consolidata nel tempo; e investigatori costretti ad arrampicarsi di notte oltre le recinzioni dei cantieri per trovare riscontri a una situazione.

Chi dovrebbe controllare è finito in carcere, leggi l’inchiesta che ha portato all’arresto di Fabio Fior, dirigente regionale al settore rifiuti, che negli ultimi sette anni avrebbe collezionato 40 consulenze private (indovinate da chi?) guadagnando 1,6 milioni di euro.

La commissione bicamerale d’inchiesta sulle Eco mafie, definita «sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti» ha dedicato finora due missioni al Veneto: la prima alla fine di ottobre dedicata alle province di Verona, Vicenza e Belluno; la seconda pochi giorni fa con particolare focus su Padova, Treviso e Rovigo; tra pochi giorni – giovedì e venerdì – tornerà in Veneto per approfondire la situazione della provincia di Venezia. Dove il Ministero dell’Ambiente comprende Porto Marghera – in un’area di tremila ettari in terraferma e 2500 ettari in laguna – nell’elenco dei 54 siti siti di interesse nazionale da bonificare.

La commissione d’inchiesta ha ascoltato prefetti, questori, procuratori capo, investigatori della Polizia di Stato, dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico, della Guardia Forestale, gli assessori regionali Maurizio Conte e Luca Coletto, dirigenti di Arpa e le principali associazioni ambientaliste. Ne esce un quadro allarmante, molto di più di quanto raccontino le cronache: «É un panorama che desta preoccupazione quello del Veneto, con indagini di un certo rilievo in corso e alcune criticità che ora inizieremo ad approfondire – spiega Alessandro Bratti, presidente della commissione d’inchiesta –. Non v’è dubbio che in Veneto ci troviamo di fronte ad una patologia organizzata, con alcuni aspetti da approfondire che toccano anche una parte dell’amministrazione pubblica».

«Le Grandi Opere – gli fa eco Laura Puppato, senatore membro della commissione e da sempre sensibile ai temi ambientali – rappresentano un fattore di rischio notevole: abbiamo riscontrato dalle audizioni numerosi casi di interramento di rifiuti speciali nei sottofondi stradali. La stessa preoccupazione dobbiamo nutrire per la Superstrada Pedemontana Veneta: è dunque necessaria una vigilanza stringente e la possibilità di controlli più immediati».

Il comandante del Corpo Forestale dello Stato ha rappresentato la difficoltà ad ottenere decreti di perquisizione in assenza di precisi indizi: «Siamo un piccolo corpo di polizia, gli stabilimenti sono recintati, dobbiamo arrampicarci, entrare in domenica, inserire videocamere sui piloni della luce, ottenere intercettazioni».

Destano preoccupazioni alcuni episodi di carattere intimidatorio, come l’incendio di 23 cassonetti e del magazzino comunale di Feltre, dove il Comune gestisce in proprio la raccolta e lo smaltimento rifiuti: «Abbiamo registrato ripetuti incendi a cassonetti della carta: sono atti seriali o intimidatori?» si è chiesto il prefetto di Belluno, propendendo per la seconda ipotesi. Appare curioso che una piccola azienda con sede a Quero Vas, la Buttol srl, abbia vinto un appalto da 21 milioni di euro per la raccolta dei rifiuti nel Napoletano.

Non sfugge inoltre come nel sistema di trasporto rifiuti molte imprese siano coinvolte in delicate indagini giudiziarie: la Ramm di Pianiga (Venezia), che fa riferimento all’imprenditore padovano Sandro Rossato, accusato di associazione di stampo mafioso; la Mestrinaro di Zero Branco sotto inchiesta per traffico illegale di rifiuti speciali; e poi la Daneco che gestisce la discarica di Pescantina e di Villadose (due amministratori delegati arrestati l’anno scorso); il Gruppo Stabila di Ronco all’Adige, indagato per un prolungato interramento di rifiuti industriali in una ex fornace.

Proprio l’interramento di rifiuti speciali sembra essere stata una delle pratiche più usate dalle imprese che si occupano di questo business. Così, sono finiti sotto la Valdastico gli scarti ferrosi delle acciaierie di Vicenza, fanghi industriali sotto il parcheggio dell’aeroporto Marco Polo, rifiuti sotto la Transpolesana a Cerea. Ma nel favoloso mondo del trasporto rifiuti un’altra pratica consente di fare soldi rapidamente e a rischio quasi zero: è il cosiddetto «giro bolla». I camion carichi di scarti industriali entrano negli impianti di inertizzazione con un documento che ne indica il codice preciso e se ne tornano fuori, senza aver svuotato il carico, con un codice diverso, magari di materia prima inerte. Un «girobolla» che può valere, a conti fatti, migliaia di euro per ogni camion.

Daniele Ferrazza

 

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