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Presentato ieri a San Leonardo da professionisti “volontari” tra cui l’ex assessore Stefano Boato e Mariarosa Vittadini

VENEZIA – Graduale, sperimentale e reversibile. Zitti zitti, seguendo i tre criteri che dovrebbero regolare qualsiasi intervento in laguna, un gruppo di architetti e ingegneri con a capo Stefano Boato ha escogitato in un anno e mezzo un quarto progetto per limitare l’impatto delle grandi navi.

Ieri pomeriggio sala piena a San Leonardo per la presentazione al pubblico dell’ “Avanporto galleggiante” firmato Boato, Carlo Giacomini, Vincenzo Di Tella, Mariarosa Vittadini, Paolo Vielmo e Marco Zordan, un gruppo che ha lavorato gratuitamente «in nome di un idealismo che ormai ci accompagna da oltre venti anni».

A parole il progetto sembra semplice, facile, veloce e poco costoso, ma per calcolare ogni minimo dettaglio, si è dovuti andare all’estero in Francia e studiare a fondo i pontoni che sono la base del progetto. «Abbiamo cercato in tutti i modi di unire il nostro progetto a quello di Mira», ha spiegato Boato, «ma poi, dopo l’ultima volta, Claut ha detto no, ma nessuno di noi ha mai capito perché».

Allora, intanto l’avamporto è realizzabile e smontabile in dieci giorni. Dovrebbe sorgere a San Nicolò, nella parte dove ora c’è l’impianto per il Mose, e non sarebbe un problema per il Consorzio Venezia Nuova con cui sono già avvenuti tre incontri. Qui, verrebbero posizionati 4 pontoni che formerebbero un pontile lungo 600 metri. Ogni pontone o modulo galleggiante sarebbe agganciato ai fondali da otto ancore. Grazie a un simulatore estremo, prestato dall’ex Magistrato alle Acque, si è potuto verificare che anche nel caso in cui ci fossero onde alte quattro metri e mezzo, evento che secondo il Consorzio Venezia Nuova potrebbe verificarsi ogni 1000 anni, i pontoni non si sposterebbero. I pontoni sono già utilizzati nel mercato e quindi, oltre a essere rimovibili, potrebbero essere eventualmente spostati o rivenduti. Grazie a un modulo della dimensione di un container in struttura metallica che può essere replicato e riutilizzato, pensato dallo “Studio Verlato + Zordan Associati” di Vicenza, si possono costruire sui pontoni le strutture necessarie ai passeggeri (zona lavoro, traffico passeggeri e una terrazza). Ogni modulo galleggiante (pontone) può accogliere due navi e, volendo, i moduli si possono aggiungere, ma l’idea è di dare un limite alle grandi navi e ospitarne un massimo di quattro. Per quattro navi servono 60 megawatt, mentre l’impianto del Mose ne potrebbe dare 24, ma basterebbe sfruttare il corridoio dei cassoni già esistente per aggiungere un cavo e avere l’energia giusta.

«I turisti vogliono vedere Venezia», ha osservato Boato, «ma più lentamente la vedono è meglio è per tutti. Io propongo che venga dimezzata la velocità e che nel Bacino si navighi a 5 chilometri all’ora per evitare moto ondoso».

«Sono grata a queste persone che hanno dato gambe a un progetto credibile che rispetta i tre principi della laguna», ha detto Vittadini, «da sottolineare che questo che stiamo facendo è una supplenza a una funzione pubblica che non c’è e in un paese civile non ci sarebbe stato bisogno di un gruppo di volontari, ma di un’amministrazione lungimirante».

A fine incontro Cristiano Gasparetto di Italia Nostra ha ricordato che tutte le associazioni ambientaliste hanno inviato al commissario Vittorio Zappalorto una richiesta pubblica che dovrebbe obbligare l’amministrazione a un confronto pubblico di tutti e quattro i progetti in corso. Il costo è di 100 milioni per 4 pontoni e 20 per le cerniere.

Vera Mantengoli

 

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