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Tiziano e Nicola Lando patteggiano: dovranno installare le telecamere per controllare lo smaltimento rifiuti

FOSSÒ – Prima condanna per il 65enne Tiziano Lando e per il figlio Nicola (40 anni), nonostante le numerose indagini in cui sono finiti per traffico illecito di rifiuti pericolosi. Ieri, il loro difensore, l’avvocato Stefano Marrone, ha patteggiato la pena con il pubblico ministero di Venezia Giovanni Zorzi: nove mesi di reclusione ciascuno, sospensione grazie alla condizionale.

Inoltre, la “Ecolando srl”, con sedi operative sia a Sant’Angelo (via Padana 19) sia a Fossò (IX Strada 109), dovrà pagare una multa di ventimila euro e non potrà pubblicizzare per tre mesi la sua attività.

L’azienda, che a settembre era stata posta sotto sequestro (negli stessi giorni in cui erano scattate le manette ai polsi dei due), poco più di due mesi fa è stata restituita ai titolari e i sessanta dipendenti hanno potuto rientrare al lavoro. Ma dissequestro e soprattutto patteggiamento della pena sono stati subordinati a numerose prescrizioni che i Lando hanno accettato.

Quella principale e mai applicata in precedenza riguarda la presenza di ben sedici telecamere nella sede di Fossò, che funzioneranno 24 ore su 24 per registrare momento per momento le varie fasi del lavoro, dall’arrivo dei rifiuti al loro recupero e allo smaltimento di ciò che resta.

Inoltre, anche la pesatura dei carichi in arrivo verrà eseguita con apposite bilance che non possono essere in alcun modo truccate.

Le indagini sono state svolte dagli uomini del Corpo Forestale dello Stato di Mestre. Padre e figlio da almeno una decina di anni sono in affari con Loris Candian, già condannato per gli stessi reati, tanto da aver acquisito proprio da lui l’impianto di Fossò, che quando faceva capo a Candian si chiamava “Cal srl”. Stando alle accuse, i due avrebbero aumentato in modo fittizio il peso dei rifiuti provenienti da chi li produceva; avrebbero in particolare simulato l’attività di recupero al fine di modificarne il codice (il certificato europeo Cer) e in modo da poterli avviare in impianti di smaltimento o di recupero che altrimenti non avrebbero potuto accettarli; avrebbero accolto una quantità di rifiuti ingente senza rispettare le prescrizioni della Regione. Tutto questo per incassare molto di più, da un lato risparmiando sulla manodopera da utilizzare per il trattamento dei rifiuti, che appunto non avveniva, dall’altro evitando di spendere in tecnologia e macchinari, infine accogliendo una quantità maggiore di rifiuti che naturalmente i produttori pagavano come se poi fossero stati trattati. Invece, ingenti quantità di rifiuti sarebbero state destinate a smaltimento senza aver subìto alcun trattamento.

Inoltre, per coprire il traffico illecito, Lando padre e figlio avrebbero falsificato tutta la documentazione di accompagnamento dei carichi di rifiuti che uscivano dai loro centro di Sant’Angelo e Fossò. Anche durante questa indagine, gli investigatori della Forestale hanno utilizzato intercettazioni telefoniche, telecamere e pedinamenti, come era accaduto per quella in cui i Lando erano coinvolti assieme ai titolari della “Cal srl” e della “Rossato srl” di Pianiga.

Giorgio Cecchetti

 

la protesta

Prescrizioni nei casi più gravi  «Chi inquina non paga mai»

FOSSÒ «È vergognoso». Non usa mezzi termini l’avvocato Elio Zaffalon, che spesso nei processi per traffico di rifiuti pericolosi sta con le parti offese, con gli enti costretti a pagare i danni ambientali o con i cittadini che li subiscono. La sua affermazione riguarda il processo che venerdì scorso si è concluso con la prescrizione per i sette imputati, tra i quali c’erano i Lando padre e figlio, ma anche Sandro Rossato di Pianiga, accusato di aver messo in piedi un’associazione per gestire i rifiuti con gli esponenti di una famiglia della ’ndrangheta calabrese.

Il pubblico ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio dei sette nel 2009 e nel 2014 il processo di primo grado non era ancora finito. «Un processo così», ribadisce l’avvocato Zaffalon, «avrebbe preteso una precedenza che purtroppo non è stata concessa». «Ho varie volte in udienza e per iscritto», racconta il legale veneziano, «sollecitato la precedenza al processo, vedendo ben chiaro fin dall’udienza preliminare dove si sarebbe potuto andare a finire. Ma la risposta è stata sempre la stessa: sovraccarico di processi e di lavoro. A questo punto mi sento di prendere una posizione diversa dagli avvocati penalisti per quanto riguarda la prescrizione». «I processi di una certa consistenza e di allarme sociale, come quelli per i reati colposi, reati ambientali o contro i colletti bianchi, non hanno quasi mai la possibilità di raggiungere il terzo grado di giudizio senza incappare nella prescrizione», ricorda Zaffalon, «e a Venezia abbiamo appreso dal presidente della Corte in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario si prescrivono in appello più del 40 per cento dei processi, un vero sproposito. Ritengo che siano dunque corrette le richieste della magistratura di intervenire sull’istituto della prescrizione. Mi permetto di suggerire alle Associazioni degli avvocati penalisti di prendere sul punto una posizione ragionevole».

 

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