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La Corte dei conti continua i suoi accertamenti senza conoscere il documento chiave cioè l’Atto aggiuntivo alla convenzione che è la fonte del rincaro da 1,8 a 2,25 miliardi

Il nuovo accordo fra commissario e concessionario a lungo top secret: “svelato” dal notaio che l’ha registrato

VENEZIA – Sulla Pedemontana veneta, superstrada a pagamento di cui si parla da anni ma che esiste solo sulla carta, è entrato il primo utente ufficiale. Potrebbe sembrare un turista che si è perso, visto che viene da Roma, invece ci è arrivato apposta. È niente di meno che la Corte dei Conti, sezione centrale di controllo, che ha aperto un’indagine sullo stato di avanzamento dei lavori.

Il magistrato incaricato è Antonio Mezzera, funzionario rigoroso, già autore di accertamenti sulla vicenda Mose che avrebbero potuto bloccare lo scandalo nel 2007, se il suo rapporto non fosse stato insabbiato. Purtroppo Mezzera sta viaggiando su un’utilitaria: lo dice anzi lo scrive lui stesso in una lettera in cui chiede collaborazione ai Comuni, spiegando di essersi documentato finora su wikipedia (!) e averne ricavato solo «una scarna cronologia».

E te credo, visto che il documento chiave che ha fatto lievitare i costi portandoli da un miliardo e ottocento milioni a 2 miliardi 258 milioni – aumento a carico dei contribuenti, è ovvio – è l’«Atto aggiuntivo alla convenzione» firmato il 18 dicembre 2013 tra il commissario per l’emergenza Silvano Vernizzi e l’amministratore delegato della società concessionaria Matterino Dogliani.

Documento difeso con i denti da Vernizzi in nome della privacy e/o della riservatezza commerciale. Solo una disattenzione della giunta regionale, che in una delibera s’è lasciata scappare il nome del notaio Alberto Gasparotti di Mestre, presso il quale era stato registrato l’atto, ha consentito ai comitati veneti per la Pedemontana alternativa (Covepa) di entrarne in possesso. Se n’è occupato Andrea Zanoni, all’epoca parlamentare europeo del Pd, che dopo due mesi di insistenze è riuscito ad avere l’accesso al documento, pagando 700 euro di diritti al notaio. Da notare che quest’ultimo è tenuto dalla legge che disciplina la sua professione ad assicurare la pubblicità degli atti registrati. Morale: la trasparenza negata dall’ente pubblico è stata garantita da uno studio professionale.

«La cosa non ha impedito a Vernizzi di andare su tutte le furie addirittura minacciando di denunciare il notaio», racconta Zanoni, che ad ogni buon conto ha messo le carte a disposizione di chiunque. Chi non le ha ancora lette, a quanto pare, è la Corte dei Conti, a giudicare almeno dalla delibera che avvia l’indagine affidata a Mezzera.

La magistratura contabile dimostra di essere ferma all’impostazione iniziale della convenzione per la Pedemontana: nel 2010 la Regione Veneto si impegnava a integrare i guadagni della società concessionaria con un contributo di 436 milioni di euro in 30 anni, se il traffico sulla Pedemontana fosse stato inferiore ai 25.000 veicoli l’anno; sopra i 35.000 veicoli, Regione Veneto e società concessionaria si sarebbero invece divisi gli utili.

L’atto aggiuntivo ha cambiato le cose: sotto 25.000 veicoli Vernizzi impegna la Regione Veneto a pagare a Dogliani 436 milioni di euro in 15 anni e non più in 30. Non solo: il pagamento dei 436 milioni non viene spalmato sui 90 chilometri da realizzare, ma scatta tutto intero al completamento del primo tratto, peraltro collocato dove meno serve. Quanto a dividere gli utili, non basta più raggiungere i 35.000 veicoli l’anno: questa soglia adesso va superata del 15%.

«L’atto aggiuntivo è a tutti gli effetti una revisione del contratto di project», dice Massimo Follesa, architetto, portavoce del Covepa per l’area vicentina, «operazione indispensabile per consentire alla società concessionaria di proseguire i lavori. Finora sono andati avanti solo con il contributo pubblico. L’ha ammesso lo stesso Dogliani: non hanno ancora il closing delle banche che dovrebbero finanziare l’operazione per un miliardo e mezzo. Questa condizione doveva essere accertata fin dall’inizio. Evidentemente neanche le banche ritengono che l’infrastruttura si paghi con i pedaggi».

Renzo Mazzaro

 

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