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Scandalo Mose, il Gico di Venezia: per l’ex vicecomandante delle Fiamme gialle quattro milioni di origine non giustificata

VENEZIA «Dissi che non volevo assolutamente che risultasse che io avevo prestato quei soldi perché non era vero in quanto le somme me le dava il generale Emilio Spaziante» ha raccontato il tenente della Guardia di finanza Daniele Cassoni a proposito dell’acquisto di un appartamento a Roma.

«Utilizzai per trasformare il contante in assegni circolari ed evitare di far emergere l’interezza della somma», riferisce un ex appartenente alla Finanza e poi consulente fiscale del generale a proposito dell’acquisto di una seconda casa nella capitale, «i nominativi di mio fratello, mio cugino, mia madre, la mia ex moglie, l’ex suocera, l’ex suocero, mia zia, nonchè due collaboratori del mio studio… Io stesso accompagnai Spaziante dal notaio per il rogito, dove gli assegni gli vennero consegnati».

L’ex comandante in seconda della Guardia di finanza, accusato di corruzione per aver intascato 500 mila euro da Giovanni Mazzacurati per ammorbidire la verifica fiscale che era in corso al Consorzio Venezia Nuova e per conoscere se e quali telefoni fossero intercettati dalla Procura veneziana, ha già patteggiato quattro anni di reclusione ed è nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. E nei giorni scorsi il giudice di Milano, sulla base degli accertamenti compiuti dagli investigatori del Gico della Guardia di finanza lagunare, ha posto sotto sequestro tre lussuosi appartamenti a Roma, una villa in provincia di Macerata e i 201 mila euro in contanti trovati nella sua abitazione al momento del suo arresto.

Un «sequestro per sproporzione», lo stesso che solitamente scatta per i boss mafiosi o i grandi criminali perché non possono giustificare le loro proprietà. In questo caso, poi, il generale aveva intestato i beni a convivente e figli, avrebbe addirittura utilizzato ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza per evitare di comparire. Adesso tutti rischiano di finire sotto inchiesta per riciclaggio.

Le «fiamme gialle» hanno accertato che nel periodo compreso fra il gennaio 2005 e il 30 giugno 2013 Spaziante ha incassato 617 mila 780 euro come emolumenti dalla Guardia di finanza, altri 483 mila 164 nel breve periodo in cui è stato al Dipartimento dell’informazione per la sicurezza presso la Presidenza del consiglio dei ministri, altri 19 mila 108 euro per una consulenza fornita all’Agenzia delle Entrate. Complessivamente una cifra considerevole, che però non basta a giustificare le spese sostenute dalla famiglia del generale.

«L’ammontare complessivo delle entrate del nucleo familiare del generale», scrive la Guardia di finanza veneziana, «nel periodo di riferimento è stato di due milioni e 152 mila euro. Nello stesso arco temporale, invece le uscite sono state calcolate in 5 milioni 47 mila euro, ovvero in misura più che doppia rispetto alle entrate».

«Sussiste dunque una sproporzione evidentissima», si legge ancora, «tra entrate e uscite riconducibili a Spaziante, il quale per altro dispone di ingentissime somme in denaro contante, pari ad almeno in milione e mezzo di euro».

Per quanto riguarda poi gli immobili di sua proprietà, i finanzieri hanno accertato che familiari, ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza si sarebbero prestati, su richiesta di Spaziante, a disporre i pagamenti dei beni acquistati utilizzando a tal fine denaro contante che lo stesso generale forniva loro in modo da schermare la provenienza dei soldi.

«I beni immobili acquistati dalla famiglia Spaziante», conclude il giudice milanese Chiara Valori che ha firmato il provvedimento di sequestro preventivo, «possono dunque essere considerati tutti riferibili al generale e solo fittiziamente intestati ai familiari ed è evidente che si tratta di beni di valore del tutto sproporzionato rispetto ai redditi leciti dichiarati da Spaziante, le cui entrate non sarebbero mai state sufficienti a coprire i relativi costi, anche tenendo conto dell’elevato tenore di vita che tutta la famiglia teneva (risulta la disponibilità di imbarcazioni, cavalli, auto e moto di lusso)».

E ancora: «Emerge un differenziale tra entrate e uscite ammontante a circa 4 milioni di euro, dovendosi ritenere che il denaro servito per gli acquisti sia di provenienza del tutto ingiustificata».

Giorgio Cecchetti

 

Revocata l’ultima misura, Brentan libero

Terza corsia in A4: pressioni per pilotare la gara, il Riesame cancella anche l’obbligo di dimora

L’ex manager intervenne su Mantovani e Fip perché non ricorressero al Tar contro Sacaim

VENEZIA – I giudici del Tribunale del riesame di Venezia, accogliendo l’invito della Corte di Cassazione, hanno revocato venerdì pomeriggio anche l’ultima misura nei confronti di Lino Brentan, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova, quella che lo costringeva all’obbligo di dimora nel suo comune di residenza, Campolongo Maggiore. A chiederlo erano stati i suoi difensori, gli avvocati Giovanni Molin e Stefano Mirate. Dopo essere stato condannato a quattro anni di reclusione per con concussione a causa di alcuni appalti per l’autostrada, Brentan era stato nuovamente arrestato (come la precedente era finito agli arresti domiciliari) per corruzione. Stando ai pubblici ministeri veneziani che hanno coordinato le indagini della Guardia di finanza, avrebbe pilotato l’appalto per le opere di mitigazione della Terza corsia (base d’asta, 18 milioni) escludendo le offerte più vantaggiose e facendosi pagare una tangente per riammettere gli esclusi come sub appaltatori.

I suoi difensori, avevano subito presentato ricorso al Tribunale del riesame, che aveva confermato gravità degli indizi, ma che aveva ritenuto di alleggerire la misura cautelare, così era passato all’obbligo di dimora. Non contenti, i due avvocati hanno presentato ricorso a Roma e i giudici della Cassazione lo hanno accolto e così i giudici veneziani hanno cancellato anche l’obbligo di dimora. Per il Riesame veneziano, è provato che l’ex amministratore di Autostrade Venezia-Padova abbia fatto pressioni su Piergiorgio Baita (presidente di Mantovani) e Mauro Scaramuzza (Fip Industriale) perché non impugnassero al Tar l’assegnazione dei lavori alla Sacaim, ricambiandoli con l’ottenimento delle opere in subappalto. Non c’è invece prova che abbia incassato la tangente da 65 mila euro che secondo la Procura avrebbe preteso dallo stesso Scaramuzza.

Così il Tribunale del Riesame aveva motivato la sua decisione di liberare Brentan. Per i giudici, le offerte di Mantovani e Fip (meno 41,17%) erano assolutamente al di sotto della soglia di anomalia: del tutto «legittima e regolare», dunque, la decisione di escluderle. Come pure l’offerta della Ati Consorzio Stabile Consta (-35,83%), anch’essa incongrua, assegnando i lavori a Sacaim (-31%). Per il Riesame è invece certo che Brentan sia intervenuto per evitare ricorsi al Tar. Racconta l’ingegner Angelo Matassi, della commissione tecnica: «Chiesi (a Brentan) se i lavori fatti in subappalto dalle imprese escluse nella medesima gara potevano essere un problema; lui mi ammonì seccamente dicendomi di stare tranquillo e che la cosa andava bene così».

(g.c.)

 

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