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Gazzettino – Grandi opere, tangenti: 4 arresti

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

17

mar

2015

Dall’inchiesta sul Mose all’architetto con base a Padova, dall’impresa De Eccher all’alta velocità: ecco tutti i legami con il Nordest.

Il monsignore, l’architetto e il costruttore: i legami a Nordest

MAZZETTE – Tangenti per le grandi opere, quattro arrestati e 51 indagati. Inchiesta su Expo e Tav. Tra gli arrestati, Ercole Incalza, supermanager dei Lavori pubblici. Ci sono legami anche con il Mose.

NEL MIRINO – La bufera si abbatte sul ministro Lupi, ci sarebbero incarichi e un Rolex anche al figlio. La replica: «Non ho mai chiesto nulla».

IL BLITZ Bufera sul ministro Lupi: incarichi e un Rolex al figlio. La difesa: «Non ho mai chiesto nulla»

Grandi opere, tangenti: 4 arresti

Inchiesta su Tav e Expo: in carcere Incalza, supermanager dei Lavori pubblici. I legami con il Mose

SCANDALO appalti

Quattro arresti e 51 indagati, in cella anche il supermanager dei Lavori pubblici Incalza

La difesa: «Non ho mai chiesto nulla per lui»

FIRENZE – Coinvolti parlamentari e anche ex sottosegretari negli incarichi pilotati

LE STIME – Nel mirino infrastrutture per 25 miliardi: corruzione valutata tra l’1 e il 3%

Grandi opere, tangenti e favori

Il «sistema»: così gli investigatori hanno chiamato quell’inesauribile spinta alla corruzione che continua ad avvilire tutte le grandi opere del nostro Paese. Questa volta a finire in manette è Ercole Incalza, direttore della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, uomo sopravvissuto a tutte le stagioni, passato indenne da 14 inchieste. La procura di Firenze, che ha condotto l’indagine insieme al Ros dei Carabinieri, ha ottenuto la misura cautelare, con accuse che vanno dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, anche per altre tre persone: l’imprenditore Stefano Perotti, il presidente di Centostazioni spa (Gruppo Fs) Francesco Cavallo e il collaboratore di Incalza Sandro Pacella, questi ultimi due ai domiciliari. Non mancano tra i 51 indagati ex sottosegretari e parlamentari. Scrive il gip: «La particolare gravità della vicenda si avverte laddove risulta evidente che, di fatto, Stefano Perotti, direttamente o per il tramite delle società a lui riferibili, non svolge neppure gli incarichi che gli sono stati affidati o li esegue con modalità tali da non giustificare gli enormi proventi che percepisce». Ieri gli uomini del colonnello Domenico Strada hanno perquisito gli uffici degli indagati e le imprese coinvolte. «Impossibile quantificare la cifra esatta della corruzione – hanno spiegato gli investigatori – si aggira comunque tra l’1 e il 3% dei 25 miliardi di opere». Dalle principali nuove tratte ferroviarie, in particolare l’Alta velocità, all’autostrada Civitavecchia-Orte, a quella Eas Ejdyer-Emssad in Libia, fino al Palazzo Italia dell’Expo 2015. Perotti veniva sempre imposto come direttore dei lavori, in forza del suo antico rapporto con Incalza. Così, insieme al funzionario, avrebbe intascato più di 70 milioni di euro.

Al centro del sistema, la Green Field di Perotti, dove, ha spiegato il procuratore, Incalza aveva “un coinvolgimento diretto”. Dalle carte emerge che Incalza, tra il ’99 e il 2008 «ha percepito compensi dalla Green Field Systems srl per 697.843,50 euro, costituendo per il manager la principale fonte di reddito negli anni dal 1999 al 2012». È lo stesso gip a sottolineare che Incalza «ha guadagnato più dalla Green Field che dal ministero delle Infrastrutture». Dal 2001 al 2008 il suo collaboratore Pacella ha intascato 450.147 euro.

Nelle carte è citato più volte il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, che avrebbe ricevuto da Cavallo un vestito “sartoriale”, mentre il figlio Luca un Rolex, oltre agli incarichi lavorativi. Tra gli indagati Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe, coinvolto sul fronte dell’appalto per la Orte-Mestre, Rocco Girlanda, ex sottosegretario ai Trasporti, o Antonio Bargone, un altro ex sottosegretario poi presidente della autostrada Sat. Per l’accusa, le società consortili aggiudicatarie degli appalti relativi alle “Grandi opere” erano «indotte da Incalza a conferire a Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e direzione di lavori garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratici». Perotti, «quale contropartita, avrebbe assicurato l’affidamento di incarichi di consulenza e/o tecnici a soggetti indicati da Incalza, destinatario anch’egli di incarichi lautamente retribuiti». La società metro C ha sospeso Perotti da direttore dei lavori di una tratta della linea. Gli incarichi erano conferiti dalla Green Field, società affidataria di direzioni lavori. A Francesco Cavallo «veniva riconosciuto da Perotti una retribuzione mensile di circa 7mila euro per la sua illecita mediazione». Le Grandi opere sarebbero state oggetto «dell’articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti ed imprese esecutrici».

Cristiana Mangani

 

L’INCHIESTA VENEZIANA

Le fatiche di Ercole per il Mose

Così trattava con Mazzacurati

Intercettati colloqui sulla scelta del Magistrato alle acque

Il “preferito” dai due manager poi promosso al ministero

NUOVO FRONTE – Grandi navi, per il tracciato scontro con gli ambientalisti

Le telefonate intercettate con l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, per assicurare alla guida del Magistrato alle acque un funzionario “amico”. E poi il ruolo giocato a favore del canale Contorta, come alternativa per il passaggio delle grandi navi in laguna. Il nome di Ercole Incalza, l’alto funzionario arrestato ieri su ordine della Procura di Firenze, compare anche in storie emblematiche di grandi opere veneziane. E come non potrebbe, visto il ruolo ricoperto da questo ingegnere brindisino, classe 1944, rimasto al vertice del ministero delle Infrastrutture per ben 14 anni, fino al 31 dicembre scorso, con 7 governi e 5 ministri diversi. Approdato, da socialista, al ministero dei Trasporti con Claudio Signorile, coinvolto in varie inchieste, da Tangentopoli in poi, ma sempre uscito indenne. L’ultima proprio questa sull’alta velocità a Firenze.

A Venezia, ovviamente, Incalza si è occupato di Mose. Non è indagato nell’inchiesta che ha scoperchiato il cosiddetto sistema Mose, ma il suo nome compare più volte nelle intercettazioni telefoniche. Pare un referente di Mazzacurati a Roma, anche se non risulta a libro paga. «Alcuni i soldi non li vogliono» dirà poi il presidente del Cvn ai pm. Nel 2013, quando deve cambiare il Magistrato alle acque, Mazzacurati si sente a più riprese con Incalza. «Ti volevo dire che… per quanto riguarda il nuovo magistrato alle acque, verrà Signorini». «Ah bene!» ribatte Mazzacurati. Poi però la nomina non va in porto, per il Cvn c’è il rischio che arrivi Fabio Riva. «Non va bene – si sfoga Mazzacurati con Incalza -… è una persona… un mezzo disastro… è un uomo fatto in un certo modo». Passaggi che non sfuggono al Movimento 5 stelle che, già a luglio, subito dopo gli arresti per il Mose, chiede al ministro Lupi la rimozione di Incalza perché il suo nome «è apparso nelle intercettazioni dell’inchiesta su Mose, Expo, indagato dalla Procura di Firenze per la Tav». Lupi lo difende, sostenendo che «ha vinto ben tre concorsi pubblici per ricoprire quel ruolo». Poi, dopo il pensionamento a fine anno, lo sostituisce proprio con quel Signorini, anche lui non indagato a Venezia, ma che dalle intercettazioni risulta non solo gradito a Mazzacurati, ma anche beneficiario di una vacanza omaggio in Toscana con famiglia, nel 2011, tutto a spese del Cvn.

Altro fronte veneziano, quello del canale Contorta. A ricostruire il ruolo avuto da Incalza nell’iter del progetto è l’ambientalista veneziana Andreina Zitelli, candidata alle prossime regionali con il Pd. «Incalza è stato il deus ex machina del ministero delle Infrastrutture dal primo governo Berlusconi fino all’attuale governo Renzi. Ha fatto il bello e il cattivo tempo deformando a piacimento l’interpretazione delle norme – accusa -. Nel caso Contorta è stato Incalza a sostenere che Costa poteva presentare il progetto in Legge obiettivo». In particolare c’è una lettera che il funzionario scrive al collega dell’ambiente. «È attraverso Incalza che l’allora presidente del consiglio Enrico Letta sosteneva la preminenza del progetto del Contorta e l’urgenza di passare subito alla realizzazione» continua Zitelli che ora chiede a Renzi la sostituzione di Lupi e Galletti, «ministri la cui immagine è compromessa, incapaci di governare le loro materie e le loro strutture».

IL RETROSCENA – Nelle carte spuntano i presunti regali

Il ministro Lupi nella bufera «Rolex e incarichi al figlio»

ROMA – Che la giornata si preannunciasse difficile era chiaro fin dal mattino. Sono le 8.30 quando le agenzie battono la notizia della maxi operazione dei carabinieri del Ros con 4 arresti e oltre 50 indagati nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti nelle grandi opere: tra gli arrestati c’è il super dirigente del Ministero delle infrastrutture, ora consulente esterno, Ercole Incalza; tra gli indagati anche politici, anche se non di «primissimo piano». Il ministro Maurizio Lupi, da quasi due anni alla guida del Dicastero, lo apprende leggendo i siti internet dalla sua abitazione a Milano.

Sulla sua agenda per la giornata ci sono tre appuntamenti, tutti in Veneto, per incontri con gli amministratori locali e il mondo economico, con un inevitabile coté elettorale. Il ministro decide di confermarli. Ma nel corso della giornata dovrà occuparsi anche dello scandalo tangenti e della bufera che si scatena intorno a lui. Lupi assicura «massima collaborazione del governo all’accertamento delle responsabilità» e difende Incalza, «una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro Paese abbia». Ma mentre si sposta in Veneto, a Belluno e poi Treviso, le cose si complicano. Si apprende che, secondo l’ordinanza del giudice di Firenze, uno degli imprenditori arrestati, Stefano Perotti, «ha procurato degli incarichi di lavoro al figlio» del ministro, Luca Lupi; inoltre, gli arrestati avrebbero regalato un vestito sartoriale per il ministro e un Rolex da 10mila euro al figlio in occasione della laurea.

«Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio. Non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato», assicura il ministro, precisando che il suo secondogenito, Luca, (gli altri sono Andrea, il maggiore, e Federica) lavora a New York e, considerato il suo curriculum, non aveva bisogno di favori. Nel frattempo dalla politica arrivano le inevitabili richieste di dimissioni, dagli M5S ai Verdi.

E dall’ordinanza emerge che Lupi partecipò, con due membri della scorta, ad una cena a casa di Perotti. La cena avvenne il 14 settembre del 2013 e due giorni dopo la moglie dell’imprenditore, Christine, indagata anche lei, racconta alla sorella come è andata: «Finalmente sono andati via… anche se è stato bello…però molto impegnativo…perché sai erano in otto…con due guardie del corpo». I rapporti tra il ministro e Perotti, scrive il gip, «sono assidui e frequenti»: il 13 novembre del 2014, ad esempio, Perotti avvisa la moglie di aver ricevuto una chiamata da Lupi che, insieme ad altre persone, sarà loro ospite a Firenze. E il 29 novembre Lupi e il figlio Luca sono invece attesi per partecipare alla maratona in programma il giorno dopo.

 

ALTA VELOCITÀ – Nel mirino i lavori sulla Milano-Verona

Il monsignore al telefono: diamo una mano

L’ex delegato pontificio alla Basilica del Santo intercettato mentre parla di appalti. Ma non è inquisito

Dalla Basilica del Santo alle grandi opere. L’inchiesta della procura di Firenze su Alta velocità ed Expo tocca anche un personaggio piuttosto noto a Padova: monsignor Francesco Gioia l’ex delegato pontificio per la Basilica rimosso dal suo incarico a fine luglio del 2013 da papa Bergoglio. Gioia in questa indagine non risulta indagato, ma non è del tutto nuovo alle disavventure giudiziarie: a settembre del 2014 finì sotto inchiesta per un presunto abuso edilizio in un palazzo di proprietà della Basilica del Santo in via Orto Botanico 1 in cui sono stati realizzati, secondo l’accusa, cinque mini appartamenti da 35 metri quadrati l’uno senza alcuna concessione edilizia da parte del Comune.

Nell’inchiesta che ha portato all’arresto di 4 persone, monsignor Gioia, secondo la procura toscana, si sarebbe attivato come tramite per dare una “mano” all’appalto “Palazzo Italia” dell’Expo. Secondo quanto risulterebbe dalle carte della procura toscana il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di “Palazzo Italia”, monsignor Gioia «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società “Italiana Costruzioni”, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti, arrestato, la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono». Monsignor Gioia dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con uno dei fratelli Navarra dobbiamo dargli una mano per introdurli lì presso il responsabile». Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto». Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Marco Aldighieri

 

L’ARCHITETTO – Nei guai Brouwer, olandese residente nel Padovano per un progetto in Sardegna

L’IMPRENDITORE – De Eccher (non indagato) avrebbe cercato aiuto per l’azienda interdetta. Dai manager ai professionisti i legami col sistema Nordest

INDAGATO – Willem Brouwer, 60 anni.

Un architetto olandese residente a Padova, indagato per un appalto in Sardegna. Una manciata di imprenditori che hanno fatto affari e parlavano allegramente al telefono con gli inquisiti dell’operazione “Sistema” (ma nessuno di loro è coinvolto). E sullo sfondo il Mose, lo scandalo degli scandali, che ha sfiorato il super manager Incalza per i suoi rapporti con Giovanni Mazzacurati. Al punto che il ministro Maurizio Lupi sarebbe intervenuto in Parlamento per spiegare l’estraneità del potente funzionario leggendo una risposta preparata proprio dal difensore di Incalza. L’ordinanza che colpisce il sistema delle Grandi Opere in Italia arriva anche a Nordest dove alcune perquisizioni sono state affettuate ieri a Padova e Udine.

L’ARCHITETTO. Willem Brouwer, 60 anni, residente a Selvazzano Dentro è un olandese che ha fatto fortuna nel Padovano. È finito nei guai per presunti interventi (nel 2014, in concorso con Stefano Perotti e Francesco Cavallo) che avrebbero alterato il procedimento aministrativo avviato presso l’Autorità Portuale del Nord Sardegna, per stabilire il contenuto del bando «per la progettazione definitiva e la direzione dei lavori del nuovo terminal del porto di Olbia». Perotti e Brouwer erano in associazione temporanea d’impresa.

IL MINISTRO E IL MOSE. L’inchiesta sul Mose e il Consorzio Venezia Nuova ha sconvolto tanti equilibri anche a Roma. Al punto da indurre il ministro Lupi a intervenire in difesa di Incalza. Lo scrive il gip. «Il ministro è spesso intervenuto in favore di Incalza, prendendone le difese. Dalla telefonata n. 169 del 2 luglio 2014, tra Antonio Incalza e Sandro Pacella (collaboratore di Ercole Incalza, ndr), emerge che la difesa di Incalza effettuata dal ministro Lupi in sede di interrogazione parlamentare sia stata scritta dal difensore di fiducia di Incalza, avvocato Titta Madia». Il riferimento è a un’interrogazione di Michele Dell’Orco (M5s)) che ricostruiva i rapporti tra Incalza e Mazzacurati (per le nomine al Magistrato alle Acque) e il regalo di una vacanza in Toscana.

LA RISPOSTA DI LUPI. Il ministro difende Incalza, dicendo che non è indagato e che da altre inchieste ne è uscito «sempre prosciolto o archiviato». Il risvolto è velenoso. Lo stesso giorno Pacella parla al telefono della risposta di Lupi: «… ha letto quello che ha scritto Titta… quindi non c’è stato problema… i soliti rompimentio di…».

L’IMPRESA DE ECCHER. C’è un capitolo ricco che riguarda Claudio De Eccher, il costruttore friulano. La società, mentre era impegnata sul cantiere della Scala a Milano, ha assunto il figlio dell’ing. Antonio Acerbo, manager dell’Expo finito in carcere l’anno scorso. De Eccher aveva ottimi rapporti con Franco Cavallo, ieri arrestato. Scrive il gip: «Il 3 marzo 2014 De Eccher, chiama Cavallo, e premettendo di far parte del direttivo dell’Associazione Industriali di Venezia, gli prospetta la necessità di invitare il ministro Lupi a un convegno sul tema dell’ingresso in laguna delle grandi navi. Cavallo assicura il suo interessamento». De Eccher sta costruendo un ospedale in Algeria. Cavalli si complimenta con lui. Il gip accenna poi a un tentativo di De Eccher di arrivare al ministro Angelino Alfano quando fu sottoposto a misura di prevenzione dal Prefetto di Udine. «Il 16 luglio 2014 De Eccher ha informato Cavallo della misura di prevenzione. Rivolge a quest’ultimo una precisa richiesta: “A questo punto te lo chiedo in modo molto…come dire? Deciso… bisogna che tu ne parli e che ne parliate anche con il Ministero degli Interni”». Cavallo gira una mail di De Eccher a Lupi. Poi gli parla e scrive all’imprenditore: «Ho parlato con lui… aveva già parlato sia con l’avvocato sia con Angelino…».

ALTA VELOCITÀ. Gli affari della “cricca” hanno delle propaggini anche in Veneto. Il primo capo d’imputazione (induzione indebita a promettere o dare utilità) riguarda la linea ferroviaria dell’Alta Velocità Milano-Verona, che ha come general contractor il Consorzio Eni per l’Alta Velocità. Gli investigatori spiegano che di esso faceva parte anche la vicentina Impresa Costruzioni Giuseppe Maltauro e che nel consiglio direttivo siedono anche due veneti (nessuno è indagato), il bellunese Giancarlo Pierobon, direttore tecnico della Maltauro e il trevigiano Giampaolo Tita (residente a Tombolo), direttore tecnico di Condotte spa.

IL COVECO. Il secondo capo d’imputazione riguarda il bando di gara per la costruzione di Palazzo Italia per Expo 2015 a Milano. La gara sarebbe stata turbata e se la aggiudicò l’impresa Italiana Costruzioni che era in Ati con il Consorzio Veneto Cooperativo (Coveco), che fu coinvolto nel ciclone Mose. Nessuna ipotesi di reato a carico di uomini del Coveco, che vengono però citati in alcune intercettazioni telefoniche.

 

L’OPINIONE – Il caso Lupi diventa una bella gatta da pelare per tutto il governo

Silenzio. Nessuna parola a difesa. Nessuna solidarietà, come usa in questi casi, quasi il minimo sindacale. Niente. Dal governo, dal premier Matteo Renzi, non è arrivata neanche una parola a difesa di Maurizio Lupi, il ministro finito non sotto inchiesta, ma sotto i riflettori per l’affaire Incalza legato ad appalti sospetti sulle grandi opere. Il barometro segnala gelo da palazzo Chigi nei confronti del ministro delle Infrastrutture. Il governo non si impicca su Lupi. Renzi non ne ha fatto parola neanche alla riunione al Nazareno con i suoi parlamentari: in discussione erano le unioni civili, e il premier segretario solo a quelle si è attenuto.

Ma il tema era troppo caldo e incalzante per non avere risposte. Sicché, informatosi sulle carte fin qui emerse (l’inchiesta parte da Firenze ed è soltanto agli inizi), mettendo insieme quanto già sapeva e aveva riscontrato, Renzi con i suoi è stato alquanto esplicito: «Certo, politicamente Maurizio non è facile da sostenere». E poco dopo, sempre ai suoi: «Nei prossimi giorni ne sapremo di più, ma un problema c’è, rimane». Non è una condanna giudiziaria o morale, più che altro appare come una presa d’atto di insostenibilità politica. «Siamo a inizio inchiesta, prematuro trarre elementi di colpevolezza per il ministro e il governo», la posizione del sottosegretario Graziano Del Rio.

Neanche da Angelino Alfano, che di Lupi è pur sempre il leader politico, è giunta una parola una a difesa del ministro. Dall’Ncd sono arrivate in serata prese di posizione tese a stigmatizzare la cosiddetta «macchina del fango», ma nessuna dichiarazione di quelle che mettono la mano sul fuoco sull’innocenza. Per tutti, Gaetano Quagliariello, che di Ncd è il coordinatore: «Sì alla trasparenza, no al fango nel ventilatore, la lotta agli abusi si conduce anche con la serietà e la civiltà». Dichiarazioni anche da altri centristi come Cicchitto, Di Girolamo, Sammarco, Bianconi. E lui, il ministro sotto scopa? La parola dimissioni Lupi non la vuole neanche sentire nominare, e infatti non la nomina. Il responsabile delle Infrastrutture ha informato di avere espresso «massima disponibilità» verso la magistratura e le inchieste connesse, aggiungendo che «le grandi opere vanno realizzate» e che «ognuno risponderà degli errori fatti, se li ha fatti, ma non possiamo fermare la grandi opere. Siamo al fianco della magistratura».

Una bella gatta da pelare, per Renzi e tutto il governo. Con un ministro in un ruolo chiave come le Infrastrutture, politicamente non del Pd ma del partito momentaneamente alleato in coalizione, l’Ncd, che guarda dall’altra parte, a Forza Italia in particolare, e che è stato più volte sul punto di scendere in campo contro il Pd, come quando si diffuse voce insistita di Lupi che intendeva candidarsi a sindaco di Milano con l’appoggio di Forza Italia. E poi, all’esterno, c’è la campagna di partiti e movimenti che fanno della lotta alla corruzione il loro ubi consistam. Ecco perché, a metà pomeriggio, Renzi continua a non parlare del caso Lupi ma fa parlare il suo tweet per trasmettere due concetti chiari e semplici per tutti: «Contro la corruzione proposte del governo: pene aumentate e prescrizione raddoppiata». Come a dire: il governo non ha nulla da imparare da altri in materia. Al punto che non esclude neanche di recarsi in Parlamento per fornire una informativa su tutta la vicenda grandi opere legata all’inchiesta. Le dimissioni, finora, sono state chieste dal M5S e da Tonino Di Pietro, che per l’occasione è tornato a farsi sentire anche per cognizione di causa, essendo stato ministro nello stesso dicastero di Lupi e potendo vantare di avere fatto allontanare Incalza da quell’ufficio. C’è poi Sel di Vendola che si prepara a chiedere ufficialmente le dimissioni, forse oggi stesso. C’è poi un assessore di Milano del Pd, Pierfrancesco Majorino, che chiede esplicitamente al suo partito di «aprire una riflessione», spiegando che anche se non c’è «nulla al momento di penalmente rilevante, però a livello nazionale e lombardo una riflessione si impone».

 

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