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Nuova Venezia – Pedemontana, Perotti dirigeva i lavori

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

18

mar

2015

Lavori a rischio blocco, il commissario Vernizzi ha già sostituito l’ingegnere arrestato su ordine della Procura di Firenze

VENEZIA – Sfiorato dai guai giudiziari dell’inchiesta Mose, il commissario alle emergenze viarie Silvano Vernizzi ha pensato bene di prendere il largo immediato dai contraccolpi veneti dello scandalo grandi opere. Scandalo che lunedì ha portato in carcere il supermanager del ministero alle Infrastrutture Ettore Incalza e l’ingegner Stefano Perotti, re delle direzioni lavori. Gliene hanno contate 17 per un totale di 25 miliardi di euro. Due miliardi e passa sono nella Pedemontana Veneta.

Stranamente la direzione lavori esige la presenza fisica nei cantieri: Perotti non può esercitare la funzione dal carcere, come invece riesce a fare Giancarlo Galan con la commissione Cultura della Camera, di cui è ancora presidente. Questo almeno pensa Silvano Vernizzi, che lunedì ha intimato al geometra Matterino Dogliani, presidente dell’Ati concessionaria della Pedemontana, di provvedere alla sostituzione. Dogliani ha tamponato la falla indicando ieri come sostituto l’ingegner Adriano Turso, uno dei progettisti della Pedemontana.

Soluzione interna. Incidente chiuso in ventiquattr’ore. Se era così semplice, perché andare in cerca di un direttore dei lavori nella capitale? Perotti è romano, come minimo chiedeva un surplus di costi per le trasferte. Oltre alla parcella contenuta dall’1% al 3% del costo dell’opera. I pm di Firenze che hanno scoperchiato lo scandalo hanno una risposta. «C’era uno scambio di favori tra Incalza e Perotti», dice il procuratore capo Giuseppe Creazzo. «La direzione lavori delle grandi opere veniva quasi sempre affidata all’ingegner Perotti in virtù di un accordo, di natura illecita, grazie al quale Incalza usufruiva poi di consulenze retribuite, accordategli da una società controllata da Perotti».

Il gatto e la volpe. Con la Pedemontana presa in mezzo. La direzione di Perotti era la condizione per far arrivare a Dogliani i quattrini del ministero, di cui ha bisogno come l’aria, non essendo ancora riuscito a trovare i finanziamenti bancari che doveva avere già nel 2010. Come riesca a tenere in piedi la baracca lo sa l’ingegner Vernizzi, che finora ha sganciato 180 milioni di euro pubblici contro i 100 messi dai privati, mentre la proporzione dovrebbe essere come minimo il contrario. La concessione firmata nel 2009 sul progetto preliminare con il raggruppamento Sis prevedeva 1 miliardo 828 milioni di costo, di cui 173 milioni di contributo pubblico a fondo perduto.

Nel 2010 viene approvato il progetto definitivo, con integrazioni e adeguamenti per ulteriori 300 milioni. In compenso Sis deve produrre il cosiddetto «closing finanziario», cioè la garanzia di una copertura bancaria della propria quota. Ma non lo fa. Nel 2012 il governo Letta, con lo «Sblocca Italia», stanzia altri 370 milioni a fondo perduto esentasse, a condizione che entro il 31 dicembre 2013 Sis ottenga l’approvazione del progetto esecutivo. Ci pensa Ercole Incalza, che senza battere ciglio dichiara completato l’iter.

Il progetto esecutivo viene approvato assieme ad un «atto aggiuntivo» che mette in pagamento i 370 milioni di euro, a tranche annuali fino al 2017. Tutto a posto? Magari. Siamo fuori sia con i soldi che con il progetto.

Ricapitoliamo: il pubblico stanzia 173 milioni nel 1998, che rivalutati sono diventati 244; più i 370 sganciati dal governo Letta: totale 614. Nel frattempo il costo finale della Pedemontana è salito a 2 miliardi 258 milioni: meno 614 del pubblico, restano 1 miliardo 644 milioni, quota che Sis non sa ancora come coprire.

Il progetto esecutivo visionato e garantito da Incalza è talmente esecutivo che ha bisogno almeno di una decina di varianti. Se ne sta facendo carico Vernizzi, che ha scritto ai Comuni di Montebelluna, Povegliano, Volpago, annunciando «sviluppi di progettazione», oppure «modifiche», perché se le chiama varianti sarebbe costretto a rivedere il contratto di concessione. Facendo saltare la pignatta. La ricostruzione è del Covepa, il comitato per la Pedemontana alternativa, che chiede «un’inchiesta giudiziaria sugli atti che hanno portato all’avvio dei lavori in situazione di illegittimità». E magari anche «chi abbia spinto Sis ad accettare la consulenza di Perotti».

Renzo Mazzaro

 

Incalza e i cantieri.  La parola d’ordine era fare presto

 

CGIA di mestre

Corruzione, l’Italia scivola al 69. posto

La percezione del fenomeno della corruzione in Italia ha raggiunto nel 2014 un livello pari a Paesi come il Senegal e lo Swaziland. Nell’area dell’euro, invece, il Belpaese non ha rivali. Lo afferma un’elaborazione della Cgia di Mestre su dati “Transparency International”, istituto che elabora un indice sulla corruzione in più di 170 paesi del mondo. L’Italia occupa la posizione numero 69 sugli oltre 170 Paesi monitorati nel 2014. Ma il dato più preoccupante riguarda la percezione del fenomeno dal 2009 al 201:4 il Paese ha peggiorato di sei posti a livello europeo: solo l’Austria e la Slovenia hanno fatto peggio.

 

Renzi tace. Delrio: «Il ministro sta valutando». Mozione di sfiducia da parte di Sel e M5S. E spunta il nome di Alfano

Lupi sotto pressione: «Non mi dimetto»

ROMA – Maurizio Lupi non pensa a dimissioni e resta al suo posto, una resistenza accompagnata dal silenzio assordante del premier. Lupi pensa al figlio Luca, tirato in ballo nell’inchiesta “Sistema” per un incarico, un presunto favore della “cricca”, e un Rolex da 10mila euro in regalo: «Provo soprattutto l’amarezza di un padre nel vedere sbattuto il proprio figlio senza colpa in prima pagina come un mostro». Ma il ministro, investito dal ciclone sul meccanismo corruttivo che secondo la procura di Firenze era di stanza nel dicastero delle Infrastrutture, non intende fare passi indietro, benché Matteo Renzi, raccontano fonti parlamentari, aspetti la sua decisione di rimettere il mandato. Nonostante il ministro non sia indagato, la questione è di opportunità politica.

Il presidente del Pd Matteo Orfini esprime preoccupazione: «Ci sono cose che destano inquietudine. C’è assoluta necessità che si chiariscano alcuni aspetti, poi si faranno le valutazioni» dice, mentre il sottosegretario Graziano Delrio sottolinea: «Ci sono valutazioni politiche che si faranno. Poi c’è una decisione che spetta al singolo e credo che sia in corso una valutazione da parte del ministro». Ricorda Pippo Civati: «La vicenda mi pare più grave di quella del ministro Cancellieri, per la quale Renzi chiese le dimissioni».

Il partito insomma chiede chiarezza. E l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani a proposito dell’inchiesta commenta: «A Cantone voglio bene, ma non si può far passare qualunque opera in emergenza perché tanto poi c’è lo sceriffo…». Da ieri su Lupi pesa poi la mozione di sfiducia presentata alla Camera dal Movimento 5 Stelle e da Sel, a cui si aggiunge la richiesta della Lega che, con le dimissioni di Lupi, chiede anche la rimozione di Angelino Alfano. Il nome del ministro dell’Interno spunta in un passaggio dell’ordinanza che ricostruisce il presunto strapotere sulle grandi opere di Ercole Incalza, ex capo della Struttura tecnica di missione del ministero. A colloquio sono Franco Cavallo (oggi presidente di Centostazioni, all’epoca per l’accusa ufficiale di collegamento tra il ministero e l’imprenditore Stefano Perotti) e l’imprenditore Claudio De Eccher, che al momento della conversazione è sottoposto a misura di prevenzione del prefetto di Udine. La circostanza «agita» Perotti. La sua società, la Rizzani De Eccher, nel 2013, ha ottenuto l’appalto per la prosecuzione dei lavori di adeguamento idraulico del torrente Mugnone a Firenze. Il 16 luglio 2014 De Eccher chiede a Cavallo un intervento sul ministero degli Interni, richiesta ribadita in una e-mail: «Ti chiedo il grande favore di informare il nostro comune amico con preghiera di urgente intervento sul ministro degli Interni». Il 18 luglio, dopo aver visto Lupi, Cavallo informa De Eccher: «Ho parlato con lui, aveva già parlato sia con l’avvocato sia con Angelino» gli dice. Per Matteo Salvini è abbastanza: «Mi aspetto che il ministro dell’Interno o il presidente del Consiglio vengano in Parlamento a spiegare agli italiani se è tutto falso o se c’è qualcosa di vero – dice – Non possiamo avere ministri con ombre del genere».

A rendere ancora più pesante la giornata per Lupi e Alfano è una frase di Incalza, riportata dal gip, che racconta a una donna «di avere trascorso la notte a redigere il programma di governo che l’Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Alfano e di Lupi». Per Lupi, che durante la giornata sente più volte al telefono Renzi, si profila intanto la prova dell’Aula. Su richiesta della Lega, la conferenza dei capigruppo del Senato ha chiesto all’unanimità al ministro di riferire sulle vicende che hanno portato lunedì all’arresto di Incalza, Perotti, Cavallo e di Sandro Pacella, strettissimo collaboratore del primo.

Per il leader di Sel Nichi Vendola le dimissioni di Lupi «sono dovute», assieme alla «bonifica radicale» del ministero. La credibilità dello Stato, afferma, «è ampiamente compromessa» e Renzi «non può cavarsela con un tweet». Sul blog di Beppe Grillo i parlamentari Cinque Stelle citano un passaggio dell’ordinanza del gip, da cui emergerebbe che a scrivere a Lupi la risposta a una interrogazione su Incalza sarebbe stata l’avvocato di questi, Titti Madia: «Il cognome non vi suona nuovo? Certo, è la zia del ministro Marianna Madia (lo dice lei stessa)». Incalza, proseguono, «era già stato sgamato dai portavoce 5 Stelle», che in un dialogo tra la figlia di Incalza, Antonia, e Pacella, affermano, vengono definiti «i soliti rompimenti di coglioni». Grillo attacca «Alfano l’analfabeta»: «Si è fatto scrivere il programma del partito da un faccendiere». Replica Gaetano Quagliariello: «Millanteria telefonica» a cui abboccano «accolite di saltimbanchi quali il blog di Grillo», dice: «Il programma è stato pensato e redatto dalle donne e dagli uomini dell’Ncd».

Maria Rosa Tomasello

 

Incalza parla con la figlia che collega la “visita” a lettere anonime

Quel furto in casa mai denunciato

FIRENZE – Perché Ercole Incalza ha denunciato solo un mese e mezzo dopo un furto avvenuto a casa sua? E perché lui e la figlia, parlando al telefono, sembrano avere ben chiaro chi siano gli autori o, quantomeno, i mandanti? Le domande non trovano risposta nell’ordinanza con cui il gip di Firenze ha disposto l’arresto del superburocrate del ministero delle Infrastrutture, ma lasciano spazio a molti dubbi tanto che il giudice stesso annota che «anche da tale episodio si trae un quadro di grande ambiguità sulla figura dell’indagato e sui suoi rapporti».

Il giallo inizia il 3 febbraio del 2014, quando Incalza scopre di aver subito un furto. Ma chi è entrato, forzando la porta blindata, ha messo a soqquadro una sola stanza, senza minimamente curarsi delle altre. Sul perché di un tale atteggiamento, sia Incalza sia la figlia sembrano avere qualche idea. Il Ros, infatti, li sente parlare al telefono lo stesso giorno: «Cercavano qualcosa – dice la donna – perché sono stati solo in camera di mamma e solo lì… io non vorrei che fosse… mah?… mi sembra strano… mi sembra molto strano… però questi sono stati mandati eh!».

E Incalza, «addirittura ridendo» scrive il Gip, risponde così: «… quindi abbiamo capito chi erano… chissà che cosa volevano cercare». In un successivo messaggio al padre, la donna torna sulla vicenda in maniera più esplicita mettendo in relazione, scrive il gip nell’ordinanza, il furto subito con una serie di lettere anonime che sarebbero arrivate ad Incalza. «O questi ladri li hanno mandati e ti hanno studiato – afferma – … prima lettere anonime, poi furto… io sospetto di gente… poi ti dico». «Va segnalato – annota ancora il Gip – che il furto è stato denunciato» dalla figlia di Incalza «solo il 21 marzo 2014». Dunque oltre un mese e mezzo dopo. E nella denuncia «il fatto è dichiarato come avvenuto il 4 febbraio 2014» e non il 3. Secondo gli inquirenti fiorentini «qualche spiegazione» su quel che è accaduto la fornisce una telefonata tra Giulio Burchi, uno degli indagati nell’inchiesta, già presidente di Italferr Spa e personaggio che da anni si muove nelle grandi opere, e un tale Sauro Serini. La telefonata ascoltata dagli investigatori è del 31 marzo 2014, quasi un mese dopo il furto. «Una vocina mi ha detto che sono entrati i ladri a casa di Incalza ed hanno portato via solo dei gran documenti… ti risulta?». Burchi, annota il Gip, «non nasconde la sua soddisfazione dicendo “che non sia la Guardia di finanza”.». Ma Serini prosegue affermando: «Ci sono molte altre persone a cui Incalza non è simpatico» e auspicando una sua «rapida uscita di scena».

 

Dagli atti dell’inchiesta emerge il legame tra i due capi del “Sistema” di tangenti

L’assunzione del nipote del monsignore, l’insofferenza degli altri imprenditori

«Finchè Incalza rimane lì. Perotti si prende tutto»

ROMA – Troppe ombre, il pressing per le dimissioni è fortissimo. Matteo Renzi fino a tarda sera al telefono con il ministro Lupi, ha cercato in tutti i modi di convincerlo al passo indietro. Da Palazzo Chigi è partito il segnale che «pur non essendoci indagini a suo carico, ragioni di opportunità politica» portano a una scelta dolorosa ma necessaria.

«Valutazioni in corso» conferma anche il sottosegretario Delrio che suggerisce le dimissioni spontanee per evitare un braccio di ferro dannoso per tutto il governo. I rapporti troppo stretti con il superdirigente Incalza e l’imprenditore Perotti hanno messo Lupi in una posizione scomodissima e Renzi non vuole restare a lungo nell’occhio del ciclone a causa sua. Ieri il premier ha replicato a muso duro ai magistrati e alle loro critiche ma l’anticorruzione è tema che scotta per l’immagine del governo e perciò anche il Pd per tutta la giornata ha fatto il vuoto intorno a Lupi. Questa è una storia in contrasto con la politica di rinnovamento dell’era renziana.

Perciò lo stesso premier aveva reagito con durezza al segretario dell’Anm Rodolfo Sabelli che aveva criticato il governo in modo pesante: «Schiaffi ai magistrati e carezze ai corrotti» la descrizione delle toghe sull’anticorruzione poco efficace. «Frase triste e falsa, ancor più scorretta perché arriva da apparati dello Stato» ha replicato Renzi che invece ricorda le proposte del governo nell’azione incisiva contro il fenomeno, a iniziare dalla nomina di Cantone all’Autorità anticorruzione. In campo «senza tentennamenti» con le norme all’esame del Parlamento per un aumento delle pene e della prescrizione perché «non è ammissibile che non si venga processati per tangenti perché il reato è prescritto».

Dalla richiesta di chiarimenti e di riferire al Parlamento sull’intera vicenda, si è capito subito che né da Palazzo Chigi né dagli alleati della maggioranza sarebbero arrivate ciambelle di salvataggio. Il ministro però resiste, barricato nel sui dicastero da dove fa smentire ogni ipotesi di abbandono, almeno fino a momento del chiarimento alle Camere. «Non mi dimetto, contro di me non c’è niente: è tutta una manovra in chiave elettorale in Lombardia», dice Lupi ai suoi e allo stesso leader Angelino Alfano che fanno quadrato definendo pretestuose le dimissioni.

Le opposizioni, con l’eccezione di Forza Italia, sparano ad alzo zero, ricordando a Renzi che da segretario chiese le dimissioni del ministro Cancellieri per una vicenda analoga, con il figlio assunto dai Ligresti sotto inchiesta. Ma il premier vuole evitare che si arrivi a un voto della mozione di sfiducia, già depositata da Sinistra Ecologia e Libertà su cui raddoppia il Movimento 5 Stelle e la Lega che ci mette sopra anche le dimissioni di Angelino Alfano. «È evidente che Lupi deve chiarire alcuni aspetti», afferma il presidente del Pd Matteo Orfini, aggiungendo che «quando qualcuno resta per troppo tempo con lo stesso incarico non va bene». Il riferimento è al superdirigente Incalza, dominus del ministero. Sul caso interviene intanto anche il presidente della Cei, Angelo Bagnasco. «Il popolo degli onesti deve assolutamente reagire senza deprimersi, anche protestando contro questo “malesempio” che sembra essere un regime».

Nicola Corda

 

L’Associazione magistrati contro il premier. Che replica: «Frase triste e falsa, scorretti»

L’Anm: «Schiaffi a noi e carezze ai corrotti»

ROMA – Un legame strettissimo univa Ercole Incalza, 70 anni, da più di trenta dominus del ministero dei Lavori Pubblici e l’imprenditore Stefano Perotti, 57 anni, l’uomo da cui sono passati tutti gli appalti delle grandi opere in Italia e che da solo valeva un giro d’affari da 25 miliardi di euro. I due ora sono in carcere e questa mattina saranno sentiti per gli interrogatori di garanzia. Erano loro, secondo i magistrati della procura di Firenze, ai vertici del sistema di tangenti portato alla luce anche grazie ad una valanga di intercettazioni. Con loro, in quello che i pm hanno definito “Sistema” c’era uno stretto collaboratore di Incalza al ministero, Sandro Pacella, 55 anni, che riceveva favori dall’uno e dall’altro ricambiandoli e Francesco Cavallo, 55 anni, capo del cda di Centostazioni, che arrontondava lo stipendio da manager ricevendo ogni mese un assegno di 7mila euro da Perotti per i suoi “favori”.

Dall’ordinanza che ha portato alle quattro custodie cautelari firmata dal gip Angelo Pezzuti emerge uno scenario inquietante di come la “cricca” si divideva gli appalti e soldi pubblici. Le tangenti erano «i saluti finali». Turbativa d’asta alla rovescia.Il 21 maggio viene pubblicato il bando di gara per l’esecuzione di lavori di molatura delle rotaie sulla linea R.F.I.: 21 milioni di euro. La “cricca” si mette all’opera. Il 6 giugno Giampaolo Pelucchi (indagato) collaboratore di Perotti spiega che la commessa potrebbe assicurare alla società Speno lavoro per 10 anni, grazie alla lievitazione dei costi arriverà a 35 milioni di euro. «…è una gara che vale dieci anni non tre, perché hanno aggiunto la possibilità del 30% in più…arriviamo a 27 /28 milioni poi c’è il sesto quinto che è il 20% …ci andiamo in pensione con questa!». Il 17 giugno Daniel Mor, cognato di Perotti gli spiegargli che dopo pressioni esercitate da altre imprese, R.F.I. intende annullare il bando e parla di una turbativa d’asta alla rovescia. «Non mi sembra possibile che per favorire un altro concorrente rimettano quello che loro hanno espresso… cioè la turbativa d’asta la fanno alla rovescia… sono loro che stanno facendo la turbativa…non siamo noi… incredibile!». Perotti? “Finchè c’è Ercole lì…”. Giulio Burchi (indagato) è stato il presidente del cda della Italfer spa. È nel cda di Autostrade Lombarde e di Progetto Autostrada Brescia-Milano oltre ad essere ad della A4 Holding spa.

Intercettato, Burchi attribuisce il successo di Perotti nell’ottenere le numerose direzioni dei lavori grazie all’intervento di Incalza. Il 18 novembre 2013 è al telefono con Fabrizio Averardi direttore dell’Anas International Inteprise. A lui Burchi confida che in Italferr sono stati indotti più volte da Incalza ad affidare a Perotti l’incarico di direzione dei lavori quando non c’era alcuna necessità. Burchi: «Te lo dico rimanga tra noi…vedono un po’ come una spina nell’occhio Perotti perché Incalza gliel’ha fatto digerire in molte situazioni…sul Brennero ne avrebbero fatto volentieri a meno».

Il 10 febbraio 2014 Bucchi è al telefono con Enrico Boselli. «Sono 30 anni che racconta che la luna è di formaggio…Incalza è un incantatore di serpenti… è scandaloso che lo lascino ancora». E quando il manager viene riconfermato al ministero si lascia andare «è veramente una schifezza… si sono scatenati tutti nella difesa di Incalza… da Alfano a Schifani…». “Quello che Lupi & c. fanno…”. Il 5 aprile 2014 Giovanni Paolo Gaspari, dirigente RFI nipote dell’ex ministro è al telefono con Burchi. Parlano della “pulizia” avviata da Renzi. «Speriamo vada avanti così perché qualche pulizia la dovrebbe fare, però non sta pulendo alle Infrastrutture… quello che Lupi & c. stanno facendo…» Il nipote del monsignore. «Le relazioni ambigue di Perotti non sono limitate al mondo politico». Monsignor Gioia il 25 novembre 2013 si lamenta perché Incalza al quale ha raccomandato l’assunzione del nipote lo tratta con freddezza.

Da una telefonata successiva si ricava che l’assunzione è poi avvenuta grazie all’interessamento del ministro Lupi. Perotti al monsignore: «Ti volevo dire che ieri ho visto Maurizio… gli ho detto che lo ringrazi moltissimo». “Dobbiamo sistemare i ragazzi”Sandro Pacella è legatissimo ad Incalza. Conversando con la moglie emerge il loro rapporto. È’ l’8 agosto 2014 e la moglie lo invita a non rammaricarsi di non poter partire per le ferie, Riferendosi ad Incalza gli dice: «Rircordati sempre una cosa… tu te lo devi tenere caro che dobbiamo sistemare i ragazzi…».

 

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