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Nelle intercettazioni dei Ros, l’ex manager del ministero sollecitava l’attenzione di Bonsignore per poi intervenire su alcuni deputati del Ncd

FIRENZE – Un emendamento sulla grande opera Civitavecchia-Orte-Mestre nel gennaio 2014 non passa alla Camera e l’ingegner Ercole Incalza chiama il parlamentare europeo Vito Bonsignore perché interceda sui deputati dell’Ncd per sbloccare l’iter con un ricorso. Emerge dall’inchiesta sulle tangenti sulle grandi opere di procura e Ros di Firenze.

Il 28 gennaio 2014 vengono rilevate alcune conversazioni fra Incalza e Bonsignore in merito all’esistenza di problemi dovuti alla non ammissibilità dell’emendamento, vitale per lo sviluppo dell’appalto per i lavori della Orte-Mestre.

Incalza informa Bonsignore che ha provveduto a presentare un immediato ricorso tramite i parlamentari Pagano, Minardo e Bernardo di Ncd. «Nel pomeriggio non hanno reso ammissibile l’emendamento che abbiamo fatto per la Orte-Mestre… e abbiamo fatto ricorso.. l’hanno fatto tre onorevoli.. Pagano, Minardo e Bernardo mi segui?», dice al telefono Incalza a Bonsignore in una conversazione intercettata dal Ros. «Adesso più tardi c’è la votazione per il ricorso fatto..non hai modo..? noi abbiamo fatto un emendamento, ti ricordi? .. nel Cipe E abbiamo richiesto di fare una norma (…) ? e l’emendamento… è l’emendamento 1382 all’Atto Camera 1820… è stato reso inammissibile… e abbiamo fatto fare ricorso all’inammissibilità da, come tu sai, tre parlamentari che sono Pagano, Minardo e Bernardo… ne conosci qualcuno di questi tre?».

Bonsignore risponde che «conosce sia Pagano che Bernardo… e come no?! … Pagano è uno dei nostri.. anche Bernardo …(..) ? ma Pagano è un senatore…».

Incalza insiste e chiede a Bonsignore di «intervenire»: «eh … Bernardo e Minardo è pure alla Camera penso no? ….glielo puoi dire?… sono tutti e tre di Ndc (Ncd, ndr). Puoi intervenire?.. no? … no però.. si vota tra un’ora.. un’ora e mezza.. sto chiamando Lupi.. tutti sto chiamando…».

Vito Bonsignore, secondo il Ros, assicura il suo interessamento dicendo come Vignali, relatore, sia «un altro dei nostri» su cui poter contare: «Sì lo seguo… ma è la presidenza della Camera che lo…? chi è il relatore? ah Vignali e come no?! È un altro dei nostri ma dov’è in aula già? … vado io alla Camera adesso».

Poi Bonsignore aggiorna Incalza sul fatto che si è già sentito con Vignali: «1920, ma ho già parlato con… e con Vignali… adesso ho capito che cos’è… adesso vedo di parlarne con Capezzone ed Epifani».

Il giorno dopo, 29 gennaio 2014, Incalza riferisce ad Antonio Bargone, presidente del cda della società Ilia Or-Me, che il ricorso contro la non ammissione dell’emendamento è stato «bocciato». «Hai saputo niente? L’hanno bocciato pure dopo. Adesso stiamo provando con Vignali non si è mosso nessuno per ora, solo noi… può riproporlo in aula… non so che cazzo può fare».

Incalza si lamenta con Bargone di Bonsignore, che – osservano gli inquirenti fiorentini – non ha evidentemente provveduto a sostenere il ricorso.

In un’altra telefonata Incalza dice a Bonsignore che il ricorso è stato bocciato: «Ti cercavo… l’hanno ribocciata eh… Noi ci siamo mossi. Vignali… tu non ci hai parlato con… né con Pagani!». Bonsignore lo assicura di aver «parlato» con Vignali «… sono stato ieri sera – dice a Incalza – Mi ha detto guarda: ‘Gli uffici sono irremovibili sono spaventati dalla Presidenza della Repubblica per queste cose qui… hanno un orientamento molto rigido’». Bonsignore ritiene di dover cercare un altro «veicolo» normativo ma racconta anche che i parlamentari direttamente interessati per seguire la questione sono stati rimproverati per non aver sostenuto Vignali.

 

I DEMOCRATICI – Il presidente Pd Orfini: lo ascolteremo e faremo le nostre valutazioni

PRECISAZIONE DI DE ECCHER «Chiesi soltanto un contatto diretto con Alfano»

UDINE – In relazione all’intercettazione dei colloqui tra gli imprenditori Claudio de Eccher e Franco Cavallo, l’impresa Rizzani de Eccher ha precisato che «le telefonate nelle quali de Eccher chiede a Cavallo di attivarsi presso il Ministero degli Interni per la vicenda del provvedimento interdittivo emanato dal Prefetto di Udine, sono finalizzate a sollecitare un contatto diretto con il Ministro in parola (Alfano, ndr) con l’unico scopo di arginare i gravissimi danni derivanti dall’adozione del provvedimento prefettizio, attivando un procedimento tipico di autotutela».

 

Lupi non si dimette: sono tranquillo il governo mi appoggia

PREOCCUPAZIONE «Uffici spaventati dalla rigidità del Quirinale»

Anticorruzione, ancora un rinvio

L’ACCUSA DEI PM FIORENTINI «Costi delle opere gonfiati: debito pubblico cresciuto»

ROMA – Ritiene di poter spiegare, Maurizio Lupi. E convincere il Parlamento di aver sempre agito, da ministro, «con la massima trasparenza e correttezza». Perciò per ora non fa nessun passo indietro. Anzi, spiega Angelino Alfano, «non ci ha mai pensato». Non si dimette. Nonostante la contestazione in aula dei 5Stelle e quella di alcuni espositori che lo hanno accolto con l’urlo «vergogna» all’inangurazione della rassegna “Made Expo” in Fiera.

Nonostante dalle carte dell’inchiesta sui grandi appalti emergano nuove connessioni sue e dei suoi familiari con alcuni degli arrestati. Nonostante il Pd prenda le distanze, dichiarando che «valuterà» se sfiduciarlo. «Il governo mi appoggia. Renzi non mi ha chiesto» di lasciare il ministero, assicura Lupi. Già domani, probabilmente, riferirà alla Camera.

Matteo Renzi per ora in pubblico continua a tacere sulla vicenda giudiziaria che lambisce il suo governo. Potrebbe parlare in occasione dell’informativa alla Camera sul Consiglio europeo che oggi e domani lo porterà a Bruxelles. Ma il premier, dopo un faccia a faccia martedì notte, lascia che a fare le sue valutazioni sia il ministro. Lupi non è indagato e, nell’interrogatorio di garanzia in carcere, l’ex superdirigente del ministero Ercole Incalza afferma di aver avuto con lui «solo rapporti istituzionali». Ma da Firenze i faldoni dell’inchiesta restituiscono nuovi dettagli sui rapporti dell’esponente di Ncd con alcune delle persone arrestate per quella che i magistrati definiscono come una «devastante corruzione sistemica nella gestione dei grandi appalti pubblici». E in questi casi il silenzio di un premier può pesare più di tante parole.

Lupi, comunque, assicura di poter spiegare ogni circostanza. E ieri mattinata, a margine di un evento dell’Expo, dopo aver incassato la contestazione, dichiara: «Non ho mai fatto pressioni per chiedere l’assunzione di mio figlio, anche perché non ne aveva bisogno». E in relazione a un Rolex ricevuto in dono dal figlio, ribadisce: «Non avrei mai accettato un orologio». «Ritengo di non aver fatto nessun gesto sbagliato e irresponsabile – afferma – Se si dimostrerà esattamente l’opposto ne prenderò atto e chiederò scusa a tutti».

Ma il M5S definisce «indecorosa» la sua scelta di non lasciare. E quando il ministro nel pomeriggio risponde alla Camera al “question time”, il grillino Carlo Sibilia, poi espulso, protesta agitando un orologio. Lupi, che ostenta tranquillità, replica: «Ritengo doveroso e indispensabile quanto prima fare chiarezza. Ma confermo di aver agito con correttezza con l’obiettivo di garantire un’efficiente realizzazione delle opere».

La mozione di sfiducia di Sel, M5s e Lega contro il ministro non può essere calendarizzata prima della prossima settimana, ma una riunione dei capigruppo convocata per oggi dovrebbe fissare per domani una sua audizione alla Camera. «Noi lo sosteniamo, abbiamo piena fiducia in lui», dichiara Angelino Alfano, che con tutta Ncd difende a spada tratta Lupi. Anche Forza Italia mantiene una posizione garantista. Ma il Pd di Renzi mostra più di una perplessità. «Ascolteremo il chiarimento del ministro – dichiara il presidente Matteo Orfini – poi faremo le nostre valutazioni». Ma la minoranza dem continua a invocare un passo indietro del ministro, evitando di sottoporre la maggioranza alla prova del voto di una mozione di sfiducia. «La vicenda del Rolex non va bene, sono perplesso e preoccupato. Renzi traccheggia ma il problema va affrontato», dice Cesare Damiano. Mentre Beppe Grillo ci va giù duro: «Altro che scatola di tonno…il Parlamento è una tonnara». E il clima resta teso, anche se dopo lo scontro con Renzi di ieri, l’Anm butta acqua sul fuoco: «Bisogna andare oltre le polemiche».

 

Monsignor Gioia: «Mi muovo per cercargli voti»

L’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova si sarebbe speso per il ministro in cambio dell’assunzione del nipote

FIRENZE – L’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, monsignor Francesco Gioia, si attivò al fine di reperire «voti» per le «europee», in favore di Maurizio Lupi. È quanto scritto nelle richieste di misure cautelare dei pm di Firenze, dove viene riportata una serie di conversazioni tra il prelato e due degli arrestati, Francesco Cavallo e Stefano Perotti.

Il 2 maggio 2014 Gioia, parlando con Cavallo, «si esprime nel seguente modo: «Mi dovete far sapere chi porta il capo per le europee, perchè io non so nulla ancora. No ma è urgente che ce lo diciate perché, se devo poi avviarmi per alcuni istituti religiosi del mio entourage, no?, per segnalare». Cavallo, aggiungono i pm, «si riserva di far giungere al suo interlocutore le indicazioni richieste». Monsignor Gioia è citato nelle carte anche per una «richiesta insistentemente avanzata a Perotti Stefano, Cavallo Francesco e Incalza Ercole, tesa ad ottenere un intervento degli stessi per reperire, in favore del proprio nipote, un incarico lavorativo “a tempo indeterminato” ed in un preciso ambito territoriale» e per aver sponsorizzato un imprenditore, Luca Navarra, della Italiana Costruzioni, che ottiene un appalto per la costruzione del Palazzo Italia a Expo. «Non sono stati acquisiti elementi univoci – annotano comunque i pm – che indichino che il peculiare rapporto in atto tra i referenti della suddetta impresa (i fratelli Navarra) e Gioia Francesco abbia avuto una specifica attinenza con la presente vicenda».

 

ALL’EXPO – Nella “sua” Milano contestato da espositori «Vergogna, vergogna»

ROMA – Interrogatorio di garanzia in carcere per l’ex manager che nega la corruzione «Con lui solo rapporti istituzionali. Tutte le prestazioni sono fatturate»

L’ELENCO – Oltre all’assunzione del figlio, un biglietto aereo alla moglie e regali allo staff di Infrastrutture

Incalza difende il ministro

ROMA – Per oltre due ore ha risposto alle domande del gip respingendo le accuse e difendendo l’operato del ministro Maurizio Lupi. Il primo atto istruttorio della maxinchiesta della Procura di Firenze sulla corruzione nell’affidamento di appalti per le grandi opere ha visto protagonista Ercole Incalza, ex superdirigente di lungo corso del ministero delle Infrastrutture, figura chiave dell’indagine che vede iscritte nell’albo degli indagati 51 persone. Interrogatorio in una saletta del carcere di Regina Coeli, a Roma. Un «clima sereno e collaborativo», così l’avvocato Titta Madia, difensore di Incalzi. «Il mio assistito ha risposto non solo su ogni singolo caso – ha spiegato – ma ha fornito elementi utili anche su ogni singola telefonata che gli viene contestata». Incalza avrebbe anche difeso l’operato del ministro Lupi, spiegando che con lui c’è stato sempre un rapporto esclusivamente istituzionale. Per la difesa di Incalza in questa vicenda «non c’è un euro che viene contestato al di fuori delle sue prestazioni professionali: è tutto registrato da fatture e dichiarazioni dei redditi, non si è mai visto – ha proseguito Madia – un caso di corruzione nel quale il corrotto percepisce somme emettendo fatture e pagando Irpef».

Il manager è apparso al difensore in buone condizione di salute. «Ha fornito risposte logiche e attendibili: sono certo che dopo essere stato assolto in altre 14 procedimenti penali, arriverà anche la quindicesima».

Non c’è solo il lavoro trovato a suo figlio. C’è anche un viaggio aereo pagato a sua moglie per raggiungere Bari, in occasione di una convention dell’Ncd, ci sono i regali di Natale a lui e al suo staff. E c’è una cena per reperire fondi «nell’interesse del ministro». Dalle carte emergono relazioni e scambi fra il “mondo di Maurizio Lupi” e il ‘Sistema’ guidato dai quattro arrestati con l’accusa di aver pilotato appalti pubblici. Secondo i carabinieri del Ros, Incalza faceva in modo di affidare la direzione dei lavori all’ingegnere Stefano Perotti, entrato in contatto con il dicastero grazie a un ‘faccendiere’, Francesco Cavallo, definito nelle carte «l’uomo di Lupi». I pm annotano: «Lupi e la moglie sono stati ospiti dei coniugi Perotti per il fine settimana, nel settembre 2013 e nel dicembre 2013. Al secondo incontro in Firenze ha preso parte anche Cavallo». La moglie del ministro, Emanuela Dalmiglio in occasione di una convention di Ncd a Bari organizzata da Lupi ebbe da Cavallo il biglietto aereo Milano-Bari. Prezzo: 447 euro. I pm: «Non è dato sapere se tale spesa sia stata rimborsata».

Poi c’è l’elenco dei doni ‘gestiti’ da Cavallo: «Contatti ed incontri, anche conviviali, nonché l’organizzazione di una cena volta a reperire fondi nell’interesse del ministro» e poi 900 euro in dolci, 1600 in borse, «la fornitura di abiti sartoriali» da 700 euro l’uno «in favore del Ministro Lupi, di suo figlio Luca e dei suoi segretari», l’acquisto di regali natalizi in favore dello stesso ministro e del suo entourage”. Gli inquirenti ritengono che uno di questi fosse destinato alla segreteria di Lupi e costasse 7/8 mila euro.

Oltre ai coniugi Lupi, a cena con Cavallo ci va anche loro figlio, Luca. L’8 gennaio 2014, Cavallo lo contatta per «organizzare un po’ di cose». Secondo i pm, il riferimento è al lavoro da trovare a Luca. In altre conversazioni intercettate «emerge che l’interessamento del Perotti veniva attivato da Incalza, il quale, a sua volta, aveva incontrato Lupi Luca su richiesta del ministro Lupi».

Secondo i pm i costi delle opere pubbliche venivano gonfiati. Il sistema funzionava da vent’anni. Il gruppo «può essere considerata una delle cause, se non la principale, della lievitazione abnorme dei costi, della devastante distorsione delle regole della sana concorrenza, di efficienza e trasparenza e non da ultimo dell’aumento esponenziale del debito pubblico nazionale».

 

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