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Nuova Venezia – Pedemontana, quel filo Incalza-Perotti

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

19

mar

2015

Come l’imprenditore è diventato direttore dei lavori. L’opera non ha il closing bancario e i subappaltatori aspettano 8 milioni

VENEZIA – Con il caschetto giallo da cantiere Luca Zaia manovrava disinvolto il bulldozer la mattina del 10 novembre 2011, dando il via ai lavori della Pedemontana a Romano D’Ezzelino. Anche se si trattava di un project financing dell’era Galan, dal quale ha preso pubblicamente le distanze.

Alle inaugurazioni il presidente si muove sempre con disinvoltura. Meno quando c’è da occuparsi delle grane successive. Il raggruppamento Sis, concessionario dei lavori, non ha effettuato il closing bancario a garanzia del piano finanziario della Pedemontana, la quale costa 2 miliardi 258 milioni di euro, di cui un miliardo e seicento milioni circa a carico dei privati. E’ qui manca la copertura.

Inconveniente non da poco, perché pone l’opera in situazione di illegittimità ma soprattutto perché sembra essere la causa del ritardo nei pagamenti alle imprese. Sis lavora con ditte subappaltatrici di escavazione, movimentazione terra e fornitura di calcestruzzo.

«Risulta che tali aziende vanterebbero crediti per 8 milioni di euro», scrive il consigliere regionale Pd Stefano Fracasso in una interrogazione a risposta immediata presentata il 2 febbraio scorso. «Questi crediti mettono in seria difficoltà le aziende venete, che non riescono a riscuotere quanto spetta loro nei tempi previsti dalla legge. Che strumenti ha attivato la giunta regionale a garanzia dei pagamenti dei sub-appaltatori?».

Le difficoltà sono talmente serie che diverse aziende avrebbero i libri in tribunale o addirittura sarebbero sull’orlo del fallimento. Da Palazzo Balbi nessuna risposta.

Dal commissario alla Pedemontana Silvano Vernizzi ancora meno: «Mai ricevuta nessuna segnalazione di questo genere da aziende subappaltatrici», ha detto in una conferenza stampa giorni fa. «Nessuno si è mai rivolto a me».

Silenzio totale dalle associazioni degli imprenditori, in particolare dall’Ance. Forse perché il presidente regionale fino a pochi giorni fa era Luigi Schiavo, imprenditore che lavora nei cantieri della Pedemontana. O magari perché il nuovo presidente Luigi Salmistrari si occupa di restauri e con i grandi lavori non ha dimestichezza. Ma appare difficile che non abbia mai sentito parlare di Pedemontana.

Oppure perché Stefano Fracasso ha sognato, anche se sembra ancora giovane per un attacco di teresina: qui bisogna pensarle tutte. Di certo i soldi c’erano per pagare il direttore dei lavori della Pedemontana Stefano Perotti, l’ingegnere finito in carcere con il supermanager del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza. Quest’ultimo indicava Perotti per la direzione lavori di tutte le grandi opere pubbliche e Perotti ricambiava affidandogli consulenze in aziende da lui controllate.

Dall’inchiesta di Firenze che ha scoperchiato lo scandalo, arriva qualche risposta che aiuta a rompere il silenzio del Veneto. Perotti era legato a corda doppia con Incalza ma conosceva bene Dogliani, il capo del consorzio Sis. I due hanno lavorato assieme nel macrolotto 2 della Salerno-Reggio Calabria, in fase di ultimazione: Sis ha vinto l’appalto e Perotti si è assicurato la direzione lavori. E’ stato facile per Dogliani accettarne la consulenza anche per la Pedemontana, vista la difficoltà finanziaria in cui annaspa. Per superare la quale Incalza ha presentato a fine 2014 una richiesta all’Unione Europea: puntava a rientrare nei finanziamenti del Piano Junker, che stanzia 60 miliardi di euro all’anno per i prossimi 5 anni, destinandoli a grandi opere pubbliche.

Raccontata così, la vicenda della Pedemontana come delle altre opere pubbliche sembra tutta in mano a boiardi di Stato, grandi burocrati, maxi imprese nazionali, addirittura professionisti senza scrupoli. La politica c’entra niente? Per rispondere si può ricordare che nel 2003-2004, al momento della dichiarazione di pubblica utilità fatta dalla Regione Veneto, la Pedemontana costava nello studio di fattibilità un miliardo 360 milioni di euro. In dieci anni è cresciuta di un miliardo di euro, tutto giustificato ovviamente, è stata messa in gara con il massimo ribasso, affidata senza un piano finanziario, con necessità oggi di iniezioni supplementari di denaro pubblico per stare in piedi. Chi doveva controllare, solo Ettore Incalza?

Renzo Mazzaro

 

L’ex dirigente interrogato difende Lupi «Tutte consulenze registrate con le fatture»

ROMA. Per oltre due ore Ercole Incalza ha risposto alle domande del gip di Firenze Angelo Pezzuti respingendo le accuse e difendendo l’operato del ministro Maurizio Lupi. Il primo atto istruttorio della maxinchiesta della Procura di Firenze sulla corruzione nell’affidamento di appalti per le grandi opere ha visto protagonista Ercole Incalza.

«Il mio assistito ha risposto non solo su ogni singolo caso – ha raccontato l’avvocato Madia – ma ha fornito elementi utili anche su ogni singola telefonata che gli viene contestata».

Incalza avrebbe difeso l’operato del ministro Lupi, spiegando che con lui, in questi mesi, c’è stato sempre un rapporto esclusivamente istituzionale. Per la difesa di Incalza in questa vicenda «non c’è un euro che viene contestato al di fuori delle sue prestazioni professionali: è tutto registrato da fatture e dichiarazioni dei redditi, non si è mai visto un caso di corruzione nel quale il corrotto percepisce somme emettendo fatture e pagando Irpef».

 

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