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Per i giudici di Firenze «Incalza è il regista anche del comma che ha sbloccato i fondi per la Verona-Brescia: 720 milioni»

PADOVA – La Tav Brescia-Verona-Padova? Dopo il blitz della Procura di Firenze resta chiusa nel cassetto, perché la poltrona di Maurizio Lupi è sempre più traballante, in attesa delle annunciate dimissioni del ministro. A sbloccare la Grande Incompiuta dei treni ad alta velocità, che costerà 10 miliardi, c’erano riusciti Ercole Incalza e Stefano Perotti che il 16 ottobre 2013 aveva cenato con Franco Cavallo ed Emanuele Forlani, della segreteria del ministro: «Il problema è risolto…» avevano brindato allegri.

Dal carcere dov’è rinchiuso, Incalza giura che Lupi non ha alcuna responsabilità, ma la polemica infuria. E la fretta con cui il comune di Vicenza a Natale ha approvato la variante al Prg rischia di alimentare le polemiche, perché il senatore M5S Stefano Cappelletti ha già pronte le interrogazioni per capire quali sono gli intrecci che legano Incalza con Italferr, Cepav 1 e 2, la Tav e poi con Eni-Saipem, Iri-Condotte, Astaldi, Pizzarotti, la Maltauro e la Rizzani De Eccher, i big che si aggiudicano gli appalti del General Contractor. Un passo indietro.

Di alta velocità si parla dal 1991, quando regnava la Dc di Andreotti e Forlani con il Psi di Craxi e al ministero dei Trasporti Ercole Incalza eseguiva le direttive di Claudio Signorile, compagno di partito di quel Riccardo Nencini, oggi viceministro delle Infrastrutture nel governo Renzi accolto a braccia aperte dal deus ex machina delle Grandi Opere finito dietro le sbarre.

Venticinque anni dopo, la Tav lombardo-veneta è ancora sulla carta, realizzata nei tratti Milano-Brescia e Padova-Venezia. Certo, con le «Frecce» e «Italo» bastano 4 ore da Venezia a Roma ma per Milano la barriera delle 2 ore e mezza è ancora da abbattere. Che la sfida fosse difficile, lo sapevano bene negli uffici di via XX Settembre nella capitale. Basta scorrere l’ordinanza del gip Angelo Antonio Peruzzi per capire quanto alta fosse la tensione al ministero, perché il governo era a corto di fondi e non li stanziava, mentre l’ex manager delle Fs, Mauro Moretti, veniva accusato di privilegiare la manutenzione della vecchia rete rispetto all’alta velocità.

La Tav, nata da una costola Fs, è controllata dal 40% dallo Stato e dal 60 dai privati, ma i soldi li mette il governo e con lo «Slocca Italia» prima Letta e poi Renzi hanno fatto ripartire i cantieri. Ecco quanto emerge dall’inchiesta del procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo.

A Roma temono le inchieste di Report e i comitati No Tav «fatti di gente per bene», aristocratici che vogliono salvare le loro ville e imprenditori con i vigneti di Bardolino, Soave e Recioto nel Veronese. Il giorno clou è il 16 ottobre 2013.Stefano Perotti, il supermanager dagli incarichi d’oro per le direzioni lavori, informa Franco Cavallo, Michele Pizzarotti e Corrado Bianchi del «buon esito della questione finanziamento.

Nel disegno di legge di Stabilità 2014 c’è scritto: le tratte Brescia Verona Padova della linea ferroviaria Av/Ac Milano Venezia, la tratta Apice Orsara …. sono realizzate con le modalità previste dalle lettere a,b,c del comma 232 della legge 23 dicembre 2009. Il Cipe può approvare i progetti preliminari a condizione che sussistano disponibilità finanziarie sufficienti per un primo lotto non inferiore al 10% del costo complessivo delle opere. A tal fine è autorizzata la spesa di 120 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2015 al 2020».

Tradotto dal burocratese: sono in arrivo 720 milioni, che si sommano ad altri 600 milioni. Si parte da 1,137 miliardi e a completare la Tav ci penserà la Bei con un piano così suddiviso: Brescia-Verona 3.954 milioni di costo, di cui 768 già disponibili; Verona-Vicenza 3.658 milioni, di cui 369 in cassa; Vicenza Padova 2.393 milioni da reperire ex novo.

C’è una domanda cui nessuno sa dare una risposta: che fine farà l’alta velocità senza Ercolino Incalza? Il grand commis «dirige con attenzione ogni grande opera controllandone l’evoluzione», scrivono i pm di Firenze. «È lui che predispone le bozze della legge obiettivo, è lui che di anno in anno individua le grandi opere da finanziare e sceglie quali bloccare e quali mandare avanti. Da lui gli appaltatori non possono prescindere e, come in una sorta di processione che evoca antichi rituali di sottomissione accompagnati da Stefano Perotti, si presentano alla sua corte per ingraziarsi la sua benevolenza».

Ora si gira pagina. Ma la Tav non deve finire nel cassetto per altri vent’anni.

Albino Salmaso

 

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