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Il prelato “arruolato” dai figli per accaparrarsi i beni del padre, sfilandoli alla seconda moglie

ROMA – Monsignor Francesco Gioia, il prelato già delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, che si attivò per trovare voti a Maurizio Lupi e chiese l’assunzione del nipote agli uomini del “Sistema” scoperto dalla procura di Firenze, fu coinvolto nell’operazione messa in piedi per evitare che sul patrimonio accumulato dai Perotti potesse mettere le mani anche la seconda moglie del capostipite, quel Massimo Perotti già presidente della cassa del mezzogiorno e direttore generale dell’Anas rimasto coinvolto in Tangentopoli.

Nelle pagine allegate all’inchiesta fiorentina la vicenda si fa risalire al febbraio scorso, quando Stefano Perotti apprende che il padre Massimo Perotti intende ripartire i suoi ingenti beni (contante e proprietà in Brasile, Paraguay e Svizzera) fra i suoi tre figli di primo letto ed un quarto figlio avuto in seconde nozze, in un contesto familiare caratterizzato da forti contrasti con la seconda moglie».

Per «mediare lo sviluppo dell’operazione – dicono gli investigatori – Stefano Perotti pensa di coinvolgere mons. Gioia, in stretti rapporti d’amicizia con il padre».

Lo spiega lo stesso Stefano Perotti al fratello. Il padre, sostiene, sta per trovare un accordo che consentirebbe alla seconda moglie di «sfilargli il 40% delle proprietà»: lui, prosegue il figlio, «si tiene il 60 e lo distribuisce tra noi tre ed una quota se la tiene per lui per campare… quindi dai conti verrebbero 2 milioni a testa…».

Per Stefano Perotti, invece, per «fregare» la donna c’è una soluzione diversa: «far sparire tutto: cioè un’alternativa potrebbe essere quella di dire “intesti la società” ai figli e l’hai fregata perché non entra nell’asse ereditario».

Ed è qui che entra in gioco monsignor Gioia. «Se glielo diciamo noi – dice infatti Stefano Perotti al fratello – è un problema… sto pensando di fare due chiacchiere con Francesco se eventualmente glielo può suggerire lui».

E così avviene: la sera del 9 febbraio, di ritorno da Lugano dove vive il padre, Perotti va a casa di Gioia e il giorno dopo dà indicazioni alla sua collaboratrice di organizzare il viaggio del monsignore a Lugano.

Il 12 febbraio è il giorno dell’appuntamento: alle 9 del mattino il monsignore chiama Perotti e gli chiede di «rinfrescargli il discorso della società».

«Ma guarda – risponde lui – se intestasse… probabilmente ai futuri eredi la società… forse risolverebbe il problema di dover passare attraverso un accordo con lei… mettigliela come un ragionamento tuo perché non vorrei che pensasse».

Gioia capisce al volo: «voglio capire… come fare… il mio obiettivo è buttar fuori lei».

La telefonata delle 16 a Perotti sembrerebbe confermare che la missione a Lugano ha dato i suoi frutti. «C’è della gente e non posso parlare – racconta Gioia – è andato tutto bene però eh… poi ti do’ i particolari». Dettagli che il monsignore riferirà la sera stessa in un incontro a quattr’occhi.

 

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