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Stefano Perotti,direttore dei lavori dell’autostrada arrestato con Incalza a Firenze, chiese aiuto al vescovo Gioia

Non sono mai stato contattato dal delegato pontificio del Santo. Apprendo che temevano la messa del 4 gennaio 2014 a Bassano: l’autostrada rovina le risorgive

PADOVA – La «cupola delle Grandi Opere» che ha procura di Firenze ha smantellato, più che i comitati No Tav e i No Global, in Veneto temeva don Albino Bizzotto, leader storico pacifista, protagonista di marce e digiuni della fame ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia e oggi impegnato nella difesa degli immigrati che Salvini vorrebbe cacciare.

A temere don Bizzotto è Stefano Perotti, l’imprenditore di Firenze che aveva ottenuto da Ercole Incalza la direzione dei lavori di una decina di grandi appalti, dalla Tav Brescia-Padova alla Pedemontana veneta, l’autostrada di 94 km che collegherà Montebello con Spresiano.

Il motivo? Il sacerdote, fondatore dei «Beati i costruttori di pace», il 4 gennaio 2014 celebrò l’«Epifania della terra» con una messa a Bassano del Grappa, nel piazzale di un distributore Agip. Una messa con l’eucarestia non è un atto di guerra, ma Stefano Perotti che con Incalza ricevette la benedizione di Papa Francesco con tanto di omelia contro la corruzione, non era affatto tranquillo e decise di telefonare all’arcivescovo Francesco Gioia, allora delegato pontificio della Basilica del Santo di Padova.

È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze: occorre precisare che monsignor Gioia non tentò nemmeno di contattare don Bizzotto, ma il vescovo ora forse rischia di dover dare spiegazioni anche sui movimenti del suo deposito acceso allo Ior. Capitolo tutto da scrivere.

La Pedemontana invece è decollata. Le ruspe lavorano giorno e notte da quando il governo Letta ha sbloccato 330 milioni e don Bizzotto anche nel 2015 ha celebrato l’«Epifania della terra» a Breganze con una messa che segna la Natività in uno scenario fantastico: tra le colline di Torcolato, le ciligie di Marostica, gli asparagi di Bassano e l’acqua cristallina delle risorgive che alimenta gli acquedotti di mezzo Veneto.

Di quest’autostrada se ne parla dal 1988 per liberare Montecchio, Schio, Thiene, Bassano, Asolo, Montebelluna e Castelfranco dall’ingorgo dei camion che non riescono a mettere le ruote fuori dai cancelli delle fabbriche, ma in molti temono che quando sarà completata faccia la fine della Brebemi: l’arteria che doveva sgravare la A4 Serenissima è spesso semideserta perché applica pedaggi molto cari, legati alle quote di ammortamento del project financing. Sarà così anche per la Pedemontana?

Don Albino Bizzotto sia nelle omelie che nelle interviste non usa metafore: «Quell’opera è nata con la copertura di Chisso, mentre Vernizzi si rifiuta di dare la documentazione ai parlamentari che vogliono capire se il piano finanziario è credibile. Dopo il ricorso al Tar i comitati non hanno le risorse per resistere nei successivi gradi di giudizio, ma trovo assurdo il comportamento di Zaia che a parole difende la terra e ogni due giorni inaugura un pezzo di Pedemontana. Lo sfregio più grave è alle risorgive, tagliate dall’asfalto in maniera irreversibile. Un colpo fatale alla terra e all’ecosistema».

Albino Salmaso

 

Silvano Vernizzi: i cantieri procedono a tutta velocità

A fine anno può aprire al traffico il tratto Valdastico-Breganze

«Risponderò ai rilievi della Corte dei conti non c’è incompatibilità»

VENEZIA – Il dossier della Corte dei Conti sulla Pedemontana, con i rilievi mossi da Antonio Mezzera, il magistrato che già nel 2008 aveva lanciato l’allarme sui lavori del Mose, apre una nuova ferita sull’autostrada di 94 km che collegherà Montebello vicentino con Spresiano.

Ingegner Silvano Vernizzi, lei è commissario della Pedemontana e amministratore delegato di Veneto Strade: che ne pensa della nuova bufera? «Ma quale bufera. Il dossier della Corte dei conti non ci spaventa. Risponderemo punto su punto carte alla mano per dimostrare l’assoluta regolarità delle procedure fin qui avviate. Siamo assolutamente tranquilli. Tutto regolare. Non esiste una presunta incompatibilità, perché la procedura d’infrazione europea si è conclusa con la mia assoluzione completa. E per quanto riguarda i rilievi mossi all’ingegner Fasiol le contestazioni sono infondate perché la Pedemontana è un’opera concepita dalla Regione e anche in questo caso non esiste incompatibilità per la sua doppia veste di responsabile del settore trasporti e responsabile unico del procedimento. Fasiol ha fatto bene il suo dovere».

Non c’è solo la Corte dei conti, al consorzio Sis manca il closing bancario e nel piano finanziario pesa il vuoto di 1,5 miliardi: non teme che i cantieri si possano bloccare? «Il cronopogramma dei lavori è rispettato alla lettera, fino ad oggi sono stati investiti 280 milioni di euro, 100 dei quali a carico dei privati. E credo che nessun consorzio d’imprese affidatorio di un project getti al vento cento milioni: gli impegni verranno rispettati».

I cantieri sono iniziati grazie ai 330 milioni di euro messi a disposizione dal governo Letta nel 2013: è così? «Certo. In cassa abbiano 614 milioni di euro che ci consentono di rispettare la tabella di marcia: sono già iniziati gli scavi nella galleria di sant’Urbano lunga 1582 metri a Montecchio ed è iniziato anche lo scavo per l’altra galleria di Malo, la più importante della Pedemontana. Siamo nelle condizioni di aprire al traffico entro il 2015 il tratto che collega la Valdastico con Breganze, ma le resistenze delle comunità locali sono fortissime».

Quali sono i timori? «Se la Pedemontana aprisse al traffico senza le opere complementari e i raccordi con la viabilità ordinaria, non vorrei essere il sindaco di Rosà o di Breganze: i due paesi hanno lanciato dei segnali di allarme da non sottovalutare». Che novità ci sono per la Nogara-Mare? «Dovrebbe essere firmata la convenzione con il concessionario entro maggio, atto che spalanca le porte alla progettazione».

Albino Salmaso

 

INDAGATO A ROVIGO – Galan, nuove accuse evasione fiscale sulle tangenti Mose

PADOVA – Infedele dichiarazione dei redditi: è l’ipotesi d’accusa che ha portato la Procura di Rovigo a iscrivere nel registro degli indagati l’ex ministro e governatore Giancarlo Galan. Il deputato azzurro è ai domiciliari nella sua villa di Cinto Euganeo, dove sta scontando la pena di due anni e dieci mesi patteggiata per le mazzette legate al Mose. Nel corso di due accertamenti fiscali alla fine dello scorso anno gli sono stati contestati redditi non dichiarati per oltre dieci milioni, le supposte tangenti, su cui non sarebbero state versate le imposte.

 

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