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FIRENZE – Erano il trait d’union fra i corruttori e i corrotti, e per svolgere come si deve il loro compito avevano preparato «una provvista di denaro contante, ovvero non tracciabile». L’inchiesta fiorentina sui grandi appalti ha compiuto un altro passo. Sono finiti ai domiciliari Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, dirigenti della Green Field. Secondo gli inquirenti, la società affidava consulenze all’ex capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, in cambio delle direzioni dei lavori negli appalti assegnate a Stefano Perotti.

Questa seconda ondata di arresti è scattata dopo il ritrovamento della «provvista di denaro», durante le perquisizioni fatte il 16 marzo, quando sono finiti in carcere Incalza e Perotti. Quel giorno, nella sede della Green Field, nascoste dietro alcuni libri, i carabinieri del ros hanno trovato due buste con circa 20 mila euro. Secondo i pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini, quei soldi servivano per «versamenti illeciti» e facevano parte di una somma più alta, circa 50 mila euro, finita nelle tasche di Incalza e del suo collaboratore, Sandro Pacella, ai domiciliari dal 16 marzo. Gli arresti di ieri sottolineano l’importanza della Green Field, ritenuta dagli inquirenti lo «snodo fondamentale della vicenda».

 

Mose, Matteoli chiede il processo

L’ex ministro: «Mi difenderò, voglio uscirne a testa alta». Il Senato dà l’autorizzazione a procedere

VENEZIA – Il Parlamento non salva gli ex ministri finiti nelle sabbie del Mose. Dopo la decisione del luglio scorso, quando la Camera concesse l’autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, ieri il Senato ha dato il via libera ai magistrati di Venezia per procedere contro il senatore di Forza Italia Altero Matteoli, indagato per corruzione in atti d’ufficio. È stato lo stesso parlamentare, intervenendo in aula, a chiedere che i colleghi di Palazzo Madama concedessero l’autorizzazione.

«Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta» ha detto l’ex ministro, che ha aggiunto: «Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere, ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

L’aula gli ha tributato un applauso e ha ricevuto i complimenti di diversi colleghi, che si sono avvicinati al suo banco. Mentre lui sottolineava di aver subito «in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche», la senatrice del Pd Rosanna Filippin ha definito la scelta di Matteoli di affrontare serenamente il giudizio «un atto esemplare».

L’esito del resto era scontato. Il Senato ha accolto senza ordini del giorno contrari, e quindi senza necessità del voto, la proposta della Giunta per le immunità parlamentari, che il 7 gennaio scorso – contrari Psi, Forza Italia e Nuovo Centro Destra – aveva dato l’assenso affinché i pubblici ministeri procedessero contro l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture.

Accuse gravi quelle che lo coinvolgono: negli atti trasmessi a Roma dalla Procura veneziana, ha riepilogato ieri il relatore Dario Stefàno, si legge che «Matteoli Altero riceveva denaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita per l’importo di euro 400.000 e di euro 150.000 consegnati per il tramite di Colombelli William Ambrogio e di Buson Nicolò».

Da parte sua, l’ex ministro ha ammesso solo «un unico finanziamento elettorale ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova, pari a 20mila euro, immediatamente restituito al mittente dal mio committente elettorale».

Poi ha insistito sui metodi di indagine: «Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali. Non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Dopo i patteggiamenti dei “big” finiti nella rete dell’inchiesta, come l’ex governatore del Veneto, Galan, l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, e l’ex generale della Gdf, Emilio Spaziante, l’inchiesta Mose è giunta ormai alle battute finali.

I pm si apprestano a domandare il rinvio a giudizio per una decina di indagati che non hanno chiesto, o si sono visti rifiutare il patteggiamento. Tra questi c’è anche l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare di Fi Amalia Sartori. Con loro potrebbe esserci anche Altero Matteoli, che si è detto contrario a ipotesi di patteggiamento o alla prescrizione.

 

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