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Intervista al commissario del Mose nominato da Cantone. «Finanziamenti fermi perché ci sono maggiori controlli»

«La legalità costa. E qualche volta rallenta i tempi di decisione. Ma dopo quello che è successo non c’erano altre strade». Luigi Magistro, commissario del Mose nominato dall’Autorità nazionale Anticorruzione, si sfoga. È in laguna dall’estate scorsa, e dopo lo tsunami che ha portato a 34 arresti nell’ambito di tangenti e finanziamenti illeciti prodotti dal sistema Mose, ha dovuto in pratica ricominciare daccapo. Con il collega Francesco Ossola, ingegnere torinese anch’egli nominato dal prefetto di Roma su richiesta del presidente dell’Anac Raffaele Cantone ai vertici del Consorzio, ha passato in questi mesi al setaccio conti, fatture e consulenze del Consorzio Venezia Nuova. Verificato lavori e direzioni tecniche, spese e preventivi. Forte della sua esperienza e dei risultati ottenuti quando era ufficiale della Guardia di Finanza ai tempi di Mani Pulite, poi dirigente del ministero dell’Economia e delle Dogane.

Una struttura rivoluzionata, quella del Consorzio. E le spese ridotte al minimo. Ma le imprese sono rimaste al loro posto. E hanno anzi ottenuto dall’Autorità una «comitato consultivo» di cui fanno parte Romeo Chiarotto per la Mantovani, primo azionista del Consorzio, Americo Giovarrusico (ItalVenezia-Condotte), Luigi Chiappini (Consorzio San Marco), Laura Lippi per le imprese minori. Comitato che dovrà fare presenti le istanze delle imprese. Abituate a un flusso cospicuo di denaro negli ultimi dieci anni, oggi a ritmo ridotto.

Magistro adesso vuole girare pagina. Il Mose non è in discussione, dice, «ma i controlli si sono fatti serrati».

Dottor Magistro, i lavori del Mose hanno subito ritardi? «Dopo gli arresti del 4 giugno 2014 evidentemente ci sono stati dei contraccolpi. I controlli sono aumentati, le verifiche anche. C’è stato un rallentamento, perché hanno rallentato i flussi finanziari, sono aumentate le richieste di chiarimento della Corte dei Conti e dei ministeri».

Prima si faceva tutto più in fretta. Si è anche visto per quale motivo. «Su questo non voglio fare commenti. Diciamo che l’esigenza di ripristinare la legalità dopo la grande inchiesta sul Mose e la scoperta di episodi di corruzione, ha dei costi. Ma del resto il ripristino di una situazione di legalità è il motivo per cui siamo stati nominati. E le verifiche vanno fatte bene».

Sono stati sospesi i finanziamenti alla grande opera che venivano dallo Stato? «Non proprio. Ma ci sono stati dei ritardi, certamente. Pensate che la delibera di finanziamento del Cipe di 400 milioni di euro, annunciata il 30 giugno dello scorso anno, è stata approvata solo il 10 novembre, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 17 aprile, solo pochi giorni fa. Quasi un anno per avere disponibili soldi già stanziati».

Nel frattempo cosa è successo? «C’è stato qualche rallentamento, e adesso il cronoprogramma potrà slittare avanti di qualche mese. Ma, ripeto, è il prezzo da pagare per la legalità. Capisco i funzionari dei ministeri che prima di firmare un atto adesso si leggono tutto per bene e ci pensano due volte prima di dare il via libera».

Il Mose ha avuto finanziamenti tagliati? «No, lo Stato garantirà i fondi per il suo completamento. Ma arrivano con grande lentezza per i motivi che abbiamo detto. Oltre ai 400 milioni sbloccati da tre giorni abbiamo in viaggio altri 230 milioni di euro.

Che fine hanno fatto? «Il ministero dell’Economia non li ha più sbloccati. Sono stati stanziati nel 2012.

Più visti. Le imprese sono state danneggiate? «I cantieri non sono stati chiusi, in qualche caso ci siamo fermati. La situazione è questa».

Il Mose sarà concluso nel 2017? «Ci potrà essere qualche ritardo. E ripeto, il cronoprogramma potrebbe slittare. Noi comunque andiamo avanti».

Alberto Vitucci

 

i costi

Cinque miliardi e 600 milioni il quadruplo del previsto

Tempi e costi aumentano con gli anni. Storia che si ripete, quella del Mose, come per buona parte delle grandi opere in Italia. Adesso i soldi per finire le dighe mobili ci sono quasi tutti. Mancano quelli per le opere di compensazione ambientale, ma il grosso è disponibile. 5 miliardi e 600 milioni di euro, senza gestione e manutenzione.

Quando il Mose è stato progettato, negli anni Ottanta, il costo stimato era di circa un miliardo e mezzo di euro. Tre miliardi e 200 milioni (di lire) che poi negli anni si sono quadruplicati. Non era bastato nemeno il «prezzo chiuso», annunciato dal governo Berlusconi e dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta a fermare l’inflazione dei costi. «Aggiornamenti dei materiali» e opere aggiuntive – imposte dall’Europa ma messe in carico allo Stato – avevano fatto lievitare il Mose alla cifra record di 5 miliardi e 600 milioni di euro.

Si lavora alle tre bocche di porto. E l’80 per cento delle opere di base è già costruito. Come i fondali e i cassoni in calcestruzzo, l’isola artificiale a Sant’Erasmo che ospiterà la centrale operativa di controllo, le dighe foranee, le grandi spalle in cemento, i porti rifugio. E la conca di navigazione, «aggiunta» al Mose dalla giunta Costa nei primi anni Duemila, oggi ormai inadeguata a ricevere le navi di nuova generazione. Per questo adesso si è progettato uno scalo off shore, al largo dell’Adriatico.

(a.v.)

 

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