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Comunicato stampa Opzione Zero 2 ottobre 2019

Basta inceneritori, i rifiuti si devono ridurre e riciclare

 

Polo di Fusina: il vero obiettivo di Ecoprogetto, Veritas e Bioman è riaprire l’inceneritore chiuso nel 2014.

Un impianto sovradimensionato, più grande di quello di Padova; brucerà rifiuti anche di altre regioni.

Gravi i rischi per la salute e per l’ambiente soprattutto a causa dei fumi.

Lacunosa, superficiale e inadeguata la documentazione presentata ai fini della valutazione ambientale.

Opzione Zero pronto a dare battaglia insieme a comitati, associazioni e cittadini della Riviera e del Veneziano.

Dietro al fumoso progetto di ‘’aggiornamento tecnologico del Polo impiantistico di Fusina’’ proposto da Ecoprogetto srl si nasconde un vero e proprio mostro, un inceneritore di enormi proporzioni, addirittura più grande di quello di Padova, che potrà bruciare oltre 360.000 tonnellate all’anno di CSS ottenuto dal secco residuo, rifiuti urbani e speciali di origine organica, fanghi di depurazione civile e percolati essiccati da discarica. Questa la netta conclusione del meticoloso lavoro svolto da Opzione Zero che ha consegnato il 30 settembre alla Commissione Regionale per la Valutazione di Impatto Ambientale ben 56 pagine di osservazioni puntuali e approfondite.

Da mesi il comitato rivierasco segue la vicenda dell’inceneritore di Fusina, chiuso nel 2014 e tornato in auge a giugno di quest’anno con la proposta mal celata di riapertura presentato dal Direttore generale di Veritas Andrea Razzini. Già nel 2016 Opzione Zero e il Comitato Lasciateci Respirare di Marghera avevano protestato contro l’operazione di vendita a Bioman – implicata nell’inchiesta di Fanpage – del 40% delle quote di Ecoprogetto, la società del gruppo Veritas che tratta il rifiuto secco. Infatti già allora era chiaro che l’ingresso del gruppo FINAM della famiglia Mandato avrebbe portato a questa scelta. Una scelta sbagliata perché invece di puntare al recupero di materiali si preferisce incenerirli; e soprattutto una scelta pericolosa perché in particolare le emissioni gassose, soprattutto le polveri sottili e ultrasottili contenenti sostanza cancerogene, andranno a contaminare un’ampia porzione di territorio e a colpire centinaia di migliaia di persone che vi abitano.

Le osservazioni elaborate da Opzione Zero mettono in luce irregolarità, omissioni e incoerenze che riguardano ogni aspetto: dal non rispetto delle procedure per l’informazione e la partecipazione del pubblico, a carenze e ritardi nella presentazione delle integrazioni necessarie, a lacune e inadeguatezze rispetto ai contenuti ai fini dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, alla mancata valutazione degli impatti ambientali, all’incoerenza rispetto a quanto previsto dalla normativa nazionale ed europea. Ad esempio nello Studio di Impatto Ambientale non viene per niente approfondito il tema della dispersione dei fumi, né gli impatti di questi sulla salute e sull’ambiente. Un ‘’dettaglio’’ non proprio irrilevante se si considera che da tutti i camini dell’impianto potranno uscire in un anno fino a 22,5t di Pm10, 426 ton di NOx, 106,4 ton di CO e di SO2, ben 190mg di diossine e furani, oltre a molte altre sostanze nocive. Manca poi la Valutazione di Incidenza Ambientale nonostante l’estrema vicinanza della Laguna di Venezia, un sito SIC-ZPS molto importante; nemmeno un cenno sulla vulnerabilità dell’impianto a rischi di incidente rilevante e ai cambiamenti climatici; niente nemmeno sulla composizione e la destinazione delle scorie tossiche prodotte dall’incenerimento dei rifiuti.

Ma a preoccupare Opzione Zero è anche il sovradimensionamento dell’intero impianto che lascia intendere come l’obiettivo non dichiarato di questa operazione sia quello di fare un vero e proprio business sulla pelle dei cittadini importando grandi quantità di rifiuti addirittura da tutta la Regione e anche da fuori. Basti pensare che nel progetto si richiede l’autorizzazione a lavorare ben 450.000 ton all’anno di rifiuto urbano residuo, quando secondo ARPAV nel 2017 l’intera quantità di RUR avviato a trattamento in Veneto ammonta a 378.423 ton. Mentre per il CSS la richiesta è di poterne bruciare fino a 150.000 all’anno a fronte di una produzione complessiva regionale che sempre nel 2017 si è attestata su un livello di ca. 94.000 ton.

‘’In tanti anni di esperienza abbiamo imparato a conoscere e a smascherare i giochetti per aggirare o piegare le norme su progetti opachi e speculativi servono a perpetuare logiche affaristiche quando non smaccatamente illecite – dicono dal comitato – a scapito della popolazione e degli ecosistemi. Siamo solo all’inizio ma siamo molto determinati a portare avanti una battaglia serrata e ostinata per impedire l’ennesimo attacco al nostro territorio. Esortiamo associazioni, comitati e cittadini della Riviera del Brenta e del veneziano ad unirsi a noi. Allo stesso tempo esortiamo le amministrazioni comunali del comprensorio a chiedere la sospensione dell’iter progettuale e ad aprire con coraggio un confronto vero e partecipato con le comunità’’.

 

CLICCARE QUI PER LEGGERE LE OSSERVAZIONI IN FORMATO PDF

 

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