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Gazzettino – Mira. Duecento chili di vongole vietate

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12

apr

2015

MIRA – Due pescatori abusivi finiscono nella rete del nucleo Natanti dei carabinieri

Sono stati bloccati lungo il canale Cunetta: avevano già dei precedenti

Il profitto innanzitutto, alla faccia dei colleghi pescatori che si comportano regolarmente e sui quali ricadono comunque conseguenze negative.

Eppoi nessuna remora di esporre i consumatori a possibili rischi per la salute a causa del potenziale contenuto di metalli pesanti, diossine o altre sostanze pericolose contenute nei molluschi.

I militari del Nucleo Natanti Carabinieri di Venezia hanno sorpreso nella giornata di venerdì scorso due pescatori abusivi con quasi 200 chilogrammi di vongole raccolte in zona vietata, precisamente lungo il canale Cunetta – Verto nord, in comune di Mira, adiacente al Canale dei Petroli di Marghera e molto vicino alla centrale idroelettrica di Fusina.

Nel corso dell’operazione predisposta con una motovedetta civetta e in abiti civili, i militari hanno sorpreso due persone di Chioggia già note per tale tipo di pesca abusiva, che con un barchino stavano raccogliendo molluschi in zona vietata per motivi igienico sanitari.

Con la classica attrezzatura chiamata «giostra» avevano già riempito diverse ceste con oltre 180 chilogrammi di vongole. I militari hanno identificato i due pescatori abusivi e li hanno successivamente accompagnati nella caserma di San Zaccaria, dove è stato loro notificato l’atto del sequestro dell’imbarcazione, dell’attrezzatura da pesca e del prodotto pescato abusivamente. I due chioggiotti sono stati deferiti all’Autorità giudiziaria per danneggiamento aggravato dei fondali lagunari. I pescatori sono due habitué. Ad ottobre del 2014 erano già stati «pescati» per l’identico motivo e sullo stesso posto. A febbraio e marzo di quest’anno erano nuovamente stati sorpresi sempre in zona, anche se non erano stati trovati in possesso di vongole pescate abusivamente. Le vongole sono state rigettate in acqua ancora vive.

Vittorino Compagno

 

Nuova Venezia – Fontego al Consiglio di Stato

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12

apr

2015

Terrazza nel mirino, Italia Nostra ricorre al Consiglio di Stato

Torna la guerra del Fontego

GUERRA PER IL RESTAURO

VENEZIA – Mentre fremono quotidianamente trapani e martelli pneumatici all’interno del Fontego dei Tedeschi per la ristrutturazione in corso operata dal gruppo Benetton con la sua società Edizione per trasformarlo in un grande magazzino poi gestito dal marchio francese Dfs, si riapre, ancora una volta, la battaglia legale sulla legittimità dei lavori autorizzati dal Comune e dalla Soprintendenza dopo un iter tormentato.

Italia Nostra – dopo la “sconfitta” al Tar per il ricorso presentato che dichiarava, a suo giudizio, l’illegittimità – ha infatti presentato ricorso al Consiglio di Stato, che sarà discusso tra pochi giorni, ponendo, in un senso o nell’altro, la parola fine alla lunga battaglia sull’intervento di trasformazione del cinquecentesco edificio.

Sotto accusa in particolare, nel ricorso riproposto da Italia Nostra, tre punti contestati. La terrazza-altana panoramica in corso di realizzazione sul tetto dell’edificio. Il nuovo piano di circa 400 metri quadrati che sarà ricavato sotto il lucernario attuale, per farne una sala congressi e manifestazione. E il grande foro circolare previsto dal progetto di Rem Koolhaas e dello Studio Oma tra il primo e il secondo piano, ricavato all’interno delle murature attuali del porticato, come un “segno” architettonico che indichi ai frequentatori del grande magazzino la presenza delle scale mobili.

Nel merito, il Tar aveva respinto il fatto che la nuova attività commerciale del Fontego fosse in contrasto con l’interesse pubblico dell’edificio. Per il Tar anche gli ampliamenti dell’edificio realizzati da Edizione con i lavori non sarebbero significativi e non sarebbe valutabile come un elemento a sé stante la trasformazione del tetto per realizzare uno spazio panoramico. In generale sulle varie trasformazioni previste – compreso il foro – il Tar le aveva giudicate di importanza secondaria rispetto a quelle più radicali all’edificio già eseguite dalle Poste negli anni Trenta.

Di qui il no al ricorso di Italia Nostra che ora si è appellata appunto al Consiglio di Stato contestando la sentenza dei giudici amministrativi. Per l’associazione ambientalista non sarebbe né certo né stabilito l’interesse pubblico che giustificherebbe il cambio di destinazione d’uso concesso dal Comune al gruppo Benetton per l’edificio.

Inoltre per il Tar la realizzazione del nuovo piano sotto il lucernario avrebbe comportato addirittura una diminuzione della volumetria complessiva del Fontego, che Italia Nostra, dati alla mano, contesta fermamente, invocando l’alterazione paesaggistica.

Per quanto riguarda la terrazza-altana e il foro voluto da Koolhaas, per Italia nostra non sarebbero ammissibili con il fatto che – dopo gli interventi di ristrutturazione compiute dalle Poste negli anni Trenta – l’aspetto dell’edificio era già di fatto alterato, come ha sostenuto il Tar, perché il tetto e il lucernario erano rimasti intatti, mentre ora verrebbero profondamente modificati – con l’inserimento di travi di acciaio per realizzare la soletta di sostegno del nuovo piano che Edizione ha già iniziato a collocare sul tetto – e il foro andrebbe comunque ad alterare le murature originali dell’edificio.

Italia Nostra non contesta la destinazione commerciale stabilita per il Fontego dei Tedeschi – visto che simile era il suo uso anche all’origine – la le manomissione a cui il palazzo verrebbe sottoposto per consentirla e chiede pertanto con il suo ricorso al Consiglio di Stato l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica della Soprintendenza e del Comune e del permesso di costruire in deroga rilasciato a Edizione. I lavori sono in corso, ma non sono escluse altre sorprese.

Enrico Tantucci

 

L’edificio del ’500 passerà poi dal gruppo Benetton alla società francese Dfs che lo trasformerà nel giro di un anno in un grande magazzino extra lusso

L’archistar ha sempre difeso la sua idea di trasformazione: «L’altana ricavata sul tetto offrirà una visione nuova e spettacolare di tutta la zona»

VENEZIA Incuranti dei ricorsi passati e pendenti, procedono alacremente e si concluderanno solo a fine anno i lavori di trasformazione in centro commerciale del Fontego dei Tedeschi da parte di Edizione – la società del gruppo Benetton proprietaria dell’immobile – che all’inizio del 2016 passerà il testimone al nuovo gestore Dfs che allestirà gli spazi cinquecenteschi in base alle proprie esigenze.

Lavori “blindati”, quelli condotti dall’impresa Sacaim per conto di Edizione, con i ponteggi che riproducono l’immagine delle facciate che ricoprono interamente l’edificio, ma assidua la presenza delle Soprintendenza in cantiere per seguire da vicino le trasformazioni interne, anche dopo tutte le polemiche che hanno seguito l’iter del progetto, predisposto dall’archistar olandese Rem Koolhaas – attuale direttore anche della Biennale Architettura, con il suo Studio Oma.

La prima fase ha riguardato in particolare la demolizione delle superfetazioni apportate negli anni Trenta dalle Poste per la trasformazione in sede centrale di Venezia. Già rimosso anche il lucernario che da circa un secolo ricopre la corte interna del Fontego. Erano invece state momentaneamente accantonate, in attesa della sentenza del Tar sul ricorso presentato da Italia Nostra le lavorazioni più “discusse”, come il grande foro al piano terra a fianco della scala mobile che verrà installata e il piano che verrà ricavato appunto con la rimozione del lucernario e la terrazza-altana sul tetto, con vista privilegiata sul Canal Grande e sul ponte di Rialto. Ma dopo il via libera del Tar, qualche mese fa, anche sul tetto del Fontego si lavora a pieno ritmo.

All’interno dell’edificio, concluso anche il rinforzo strutturale delle solette di cemento armato per ogni piano, ora il lavoro si è spostato appunto sul tetto, dove verrà realizzato il nuovo piano destinato a sala convegni e la terrazza-altana. E in questo cantiere ormai lanciato a pieno ritmo si inserisce ora il ricorso al Consiglio di Stato di Italia Nostra per bloccare i lavori, in parte anticipato dal presidente della sezione veneziana di Italia Nostra Lidia Fersuoch, dopo la bocciatura del Tar.

«Non possiamo accettare che un edificio di questa importanza storica venga sfregiato senza far nulla – aveva dichiarato in quell’occasione – per questo ci rivolgeremo al Consiglio di Stato». Così è avvenuto. Da parte sua, Rem Koolhaas ha sempre difeso il suo progetto di trasformazione del Fontego, compresa la discussa terrazza-altana ricavata sul tetto.

«Offrirà una visione nuova e spettacolare del Canal Grande», ha dichiarato, «a disposizione di tutti. Non rappresenta un precedente perché ciò avvenga su tutti i tetti dei palazzi di Venezia, come mostra di temere qualcuno. I progetti vanno visti caso per caso. In questo caso credo che ne valga la pena. È una nuova forma di ipocrisia: accettare la “pelle” degli edifici, ma poi cambiare tutto all’interno, come avviene anche a Venezia. Il paradosso è che ci impegniamo sempre per la conservazione degli edifici, ma ricordiamo sempre meno di essi. Proprio il Fontego dei Tedeschi ne è un esempio calzante, perché ciò che conserva dell’originale cinquecentesco è solo una minima parte di esso».

Italia Nostra, evidentemente, non è d’accordo, e ora starà al Consiglio di Stato stabilire definitivamente chi ha ragione, mentre i futuri gestori francesi del Fontego stanno a guardare.

(e.t.)

 

Gazzettino – Una petizione contro il super aeroporto

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12

apr

2015

PROTESTA – L’iniziativa lanciata dalla civica “Venezia cambia 2015″, in lizza per le amministrative

Una petizione per bloccare lo sviluppo dell’aeroporto. L’iniziativa è stata lanciata dalla lista civica «Venezia cambia 2015», il movimento cittadino che il 31 maggio sarà in lizza per le elezioni amministrative. L’iniziativa è stata presa nel corso dell’incontro organizzato presso l’istituto comprensivo Gramsci di Campalto per affrontare il tema del potenziamento del Marco Polo, da qui al 2030 e delle ricadute sulla popolazione residente a ridosso dell’area aeroportuale.

La petizione, in calce alla quale già molti partecipanti all’assemblea hanno posto la firma, verrà inviata, ai presidenti delle commissioni Trasporti di Camera e Senato per mettere a conoscenza i membri del Parlamento che una buona parte della cittadinanza veneziana non è affatto d’accordo con il disegno di Enac e Save.

In sostanza, viene chiesto di fermare il progetto di ampliamento, poiché un ulteriore incremento dello scalo veneziano causerebbe altri danni ambientali e sanitari, nonché notevoli disagi agli abitanti della zona. All’incontro, a cui ha partecipato tantissima gente (c’erano anche la sindaca di Quarto D’Altino Silvia Conte, l’assessore di Marcon Mauro Scroccaro, rappresentanti del Comune di Roncade e della Municipalità di Favaro), è stato ricordato che il Piano di sviluppo prevede entro il 2030 il raddoppio dell’aeroporto con l’obiettivo di raggiungere 41 milioni di passeggeri, la costruzione di due nuove piste, oltre a numerose edificazioni per una cementificazione complessiva di 30 ettari di terreno ad alto rischio idrogeologico a un chilometro dal parco della Laguna veneta e a ridosso di quartieri densamente abitati. Tutti, da Mario Torcinovich che ha fatto un excursus sull’iter amministrativo che ha portato alla scelta delle aree destinate allo sviluppo dell’aeroporto, a Cesare Rossi che ha parlato di inquinamento acustico e atmosferico, per passare a Pino Sartori (il pericolo per l’habitat lagunare) e Mara Franco (nuova viabilità e frammentazione del territorio), per finire a Fabrizio Zabeo (rischio idrogeologico), hanno posto l’accento sulle inevitabili ripercussioni sui residenti.

A deputati e senatori viene, dunque, chiesto di non esprimere parere favorevole agli interventi di ampliamento dell’aeroporto di Venezia o, quantomeno, di inserirli nel Piano solo quando queste opere avranno ottenuto il decreto di compatibilità ambientale, che ancora non c’è, ricordando, pure, che la Costituzione italiana afferma che la tutela della salute dei cittadini e, quindi, dell’ambiente in cui le persone vivono, deve essere anteposta a mere strategie di sviluppo.

 

Pamio, responsabile della Lipu, lancia un appello

«Necessario riorganizzare la raccolta delle immondizie»

VENEZIA – Troppi rifiuti a portata di becco, e il numero di gabbiani reali in centro storico cresce in continuazione. Un dato di fatto, che segnala la Lipu veneziana e che riguarda il re degli uccelli lagunari, quel gabbiano che arriva fino a 140 centimetri di apertura alare e che dal 2000 si è avvicinato sempre più ai tetti delle case di Venezia e delle isole più vicine.

«Il problema è presto detto, spiega Giampaolo Pamio, responsabile della Lipu veneziana, «l’abbondanza di cibo a disposizione ha attirato questa specie in maniera anomala. La presenza delle chiatte che raccolgono i rifiuti dietro la Giudecca è un problema enorme così come il cibo che trovano alla chiusura del mercato del pesce a Rialto o il sistema di raccolta dell’umido nelle calli e nei campi. Addirittura è stato notato che questo tipo di gabbiano si è adattato alla perfezione alla situazione, imparando ad aprire i sacchetti dell’umido per estrarne il cibo. Alla fine il gabbiano reale è una sorta di spazzino della nostra laguna e del mare, abituato a nutrirsi anche di animali morti che galleggiano. Ma ultimamente le segnalazioni che abbiamo ricevuto parlano anche di un gabbiano che ha iniziato ad attaccare piccioni e topi».

Negli ultimi tempi il problema è stato segnalato anche in alcune zone del centro storico, con persone che hanno avuto qualche brutta esperienza con questo uccello.

«Finché ci saranno turisti che gli daranno cibo in Piazza San marco, sarà normale che questi gabbiani vadano a cercarlo, perché si abituano in maniera sbagliata», prosegue Pamio.

«Sulla loro aggressività, poi, bisogna fare alcune precisazioni. Il gabbiano reale lo può diventare solo quando si sente in pericolo nel periodo della nidificazione. Ragion per cui, se ci sono persone che lavorano sui tetti delle case vicino a un suo nido, può essere che abbia degli atteggiamenti aggressivi. Altrimenti il gabbiano scappa e diffida dell’uomo. Negli ultimi anni, per la situazione che si è creata a Venezia con i rifiuti, sono sempre di più le coppie di questi gabbiani che nidificano su altane e terrazze».

In laguna non c’è solo il gabbiano reale, ma anche quello comune e il corallino. Sono più piccoli. Per allontanare i gabbiani reali, però, la Lipu ha la sua ricetta. «Siamo contrari alla falconeria, perché sposta solamente il problema», conclude il responsabile veneziano dell’associazione.

«L’80 per cento del lavoro si farebbe organizzando in modo diverso la raccolta dell’organico in centro storico, e trovando alternative alle chiatte dietro la Giudecca. Poi, assicurandosi che in Piazza San Marco non venga somministrato loro del cibo. In quel modo il gabbiano reale andrebbe da solo altrove, perché ha già dei nemici nei corvi, nelle taccole e nelle gazze che gli predano le uova nei nidi».

Simone Bianchi

 

FOSSÒ – «Serve una maggiore portata d’acqua». Il Comune di Fossò invia una memoria scritta alla Regione Veneto sul completamento dell’idrovia Padova-Venezia. La memoria è una risposta alla missiva ricevuta lo scorso mese di febbraio dalla Regione, sulla “progettazione preliminare per il completamento dell’Idrovia Padova-Venezia” come canale navigabile e con funzione di scolmatore del fiume Brenta.

«Viene apprezzata l’indicazione data dalla Regione nel bando di gara per l’affidamento del servizio di progettazione preliminare del completamento dell’idrovia Padova-Venezia – recita la delibera della Giunta comunale di Fossò adottata il 19 marzo scorso. – Circa la funzione di navigabilità dell’idrovia è indispensabile progettare una tipologia di battelli idonea alla navigazione fluvio marittima. Per quanto riguarda la funzione di canale scolmatore si ritiene insufficiente l’ipotesi di una portata di 350 metri cubi d’acqua al secondo. Siamo infatti in presenza di un elevato rischio idraulico connesso al sistema rappresentato dai fiumi Brenta e Bacchiglione, rischio aggravato dai cambiamenti climatici in atto».

L’amministrazione comunale ritiene che «per migliorare la sicurezza idraulica dei territori compresi fra Padova e il mare e quindi proteggere le persone, i beni e le attività presenti, si richiede che la portata dell’idrovia sia progettata per scolmare almeno 400/450 metri cubi di acqua al secondo. Si chiede inoltre che la progettazione sia realizzata prevedendo che l’idrovia possa essere utilizzata, con idonei impianti di sollevamento, nei casi di emergenza allagamenti indotti da intense piogge locali».

 

L’AFFONDO DI TESO «Chisso mise Gumirato alla guida dell’Ulss 13 e poco dopo arrivò l’assegnazione»

Divampa la polemica sui 40 posti “tolti” alla casa di riposo e dati all’ospedale di Noale

LA RICOSTRUZIONE «Destinatario è sempre stato l’ospedale»

«Nel 2013 – spiega Pigozzo (Pd) – le nuove schede sanitarie assegnarono i 40 posti: si intendeva all’ospedale, così come si era espresso il consiglio di Noale. Poi qualcuno ha equivocato».

Altro che polemica, sui 40 posti letto “scippati” alla casa di riposo privata di Noale lo scontro politico è feroce. Con gli “scippatori” che rifiutano questa definizione e spiegano che se hanno privilegiato l’ospedale pubblico è perché così aveva deciso sin dall’inizio il consiglio regionale del Veneto, mentre a cambiare le carte in corso d’opera sono stati altri. Ecco cosa dice Bruno Pigozzo, consigliere regionale del Pd, tra i proponenti dell’emendamento alla Finanziaria che ha “restituito” i posti letto all’ospedale: «Se proprio vuole fare causa – dice Pigozzo – l’Rsa Santa Maria dei Battuti se la prenda con l’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto, ma soprattutto con il direttore generale dell’Ulss 13, Gino Gumirato, visto che è stato lui a dare – e poi la giunta regionale ha avallato – una errata interpretazione della volontà espressa dal consiglio regionale del Veneto».

Pigozzo ricostruisce la vicenda: 2002, le vecchie schede ospedaliere della Regione attribuiscono all’ospedale di Noale la funzione di “polo riabilitativo”; 2013 le nuove schede definiscono l’ospedale di Noale “struttura a vocazione territoriale con possibile utilizzo a indirizzo riabilitativo” e proprio alla “struttura” vengono assegnati i 40 posti letto. «E’ chiaro – dice Pigozzo – che l’assemblea legislativa intendeva l’ospedale, così come nel 2012 si era del resto espresso il consiglio comunale di Noale».

Ma chi applica le schede ospedaliere? L’Ulss. E l’Ulss 13 di Mirano – dice Pigozzo – assegna i posti letto alla casa di riposo privata. Va detto che la Conferenza dei sindaci non obietta. Anzi. E la delibera di Gumirato passa il vaglio di Palazzo Balbi e viene pubblicata sul Bur. Solo che nel frattempo l’amministrazione comunale di Noale è cambiata e ci ripensa. E a Palazzo Ferro Fini si accorgono che la delibera dell’Ulss 13 non rispecchia la volontà dell’assemblea. Pigozzo: «Altro che scippo, abbiamo ristabilito il percorso iniziale». Non è da meno Moreno Teso, consigliere di Forza Italia che ha votato a favore dell’emendamento presentato dal Pd: «Per capire cos’è successo bisogna partire dall’inizio e cioè da intercettazioni telefoniche dalle quali risulta che Gumirato è stato imposto al vertice dell’Ulss 13 da Renato Chisso. Guarda caso, a inaugurare l’Rsa privata di Noale non è stato l’assessore alla Sanità, ma Chisso, che si occupava di trasporti con il governatore Luca Zaia presente al taglio del nastro. E dopo quella inaugurazione – rincara Teso – arriva la delibera che assegna i 40 letti ai privati. Sia pure la Procura della Repubblica a fare chiarezza, visto che c’è già un esposto degli ex amministratori di Noale. Qualcuno se l’è dimenticato? Paolo Dalla Vecchia si dimise da assessore per questa vicenda».

Alda Vanzan

 

NOALE – Il direttore dell’Ulss replica al consigliere regionale: «Ricostruzione falsa»

«Posti letto, accuse volgari»

Gumirato risponde a Teso: «Maleodorante speculazione a fini elettorali»

Una ricostruzione «faziosa e diffamatoria». Peggio: «una volgare, spietata, maleodorante speculazione personale a fini elettorali». Di più: «Nessuno mi intimidirà». Per un po’ Gino Gumirato, direttore generale dell’Ulss 13, è rimasto zitto, assistendo al balletto di accuse tra politici sullo “scippo” o, a seconda delle parti, “restituzione” dei 40 posti letto contesi a Noale. Ma quando è stato tirato in ballo con accostamenti a indagini giudiziarie, Gumirato ha vergato una durissima presa di posizione.

Un passo indietro: ieri, sul Gazzettino, Moreno Teso, consigliere regionale di Forza Italia, ha tirato in ballo le intercettazioni telefoniche da cui risultava che «Gumirato è stato imposto all’Ulss 13 da Renato Chisso» e poco dopo i posti letto sono stati dati alla casa di riposo privata.

«Ciò che è sconcertante ed inaccettabile – dice il dg dell’Ulss 13 – è la ricostruzione faziosa e diffamatoria di un consigliere regionale, secondo il quale avrei ricevuto ordini da una persona oggi sottoposta a restrizioni della libertà personale, che mi avrebbe ordinato di dare i posti letto al privato di Noale e sui quali si farebbe bene ad indagare. La ricostruzione non è solo falsa. È una volgare, spietata, maleodorante speculazione personale a fini elettorali».

E ancora: «Queste persone si sono abituate a pensare, da quello che ritengono essere il loro “potere di critica politica” che possono infangare la reputazione altrui come vogliono per il loro esclusivo tornaconto contingente; ma si sbagliano. Mi chiedo perché, se mai la ricostruzione effettuata dal nostro consigliere regionale avesse qualche barlume di consistenza, non si fosse all’epoca dei fatti presentato con una denuncia nei miei confronti in Procura della Repubblica. Mi chiedo anche se intende effettuare oggi una denuncia alla Procura. In questo caso dovrebbe citare anche tutti i sindaci per aver votato favorevolmente all’unanimità: forse ipotizza una associazione a delinquere».

Gumirato ripercorre le tappe dei 40 posti letto, sottolineando che «ogni decisione di cambiamento è decisa a livello regionale in una logica di sistema, non certo dal singolo direttore gen-*erale». E, al di là della decisione ora assunta dal consiglio regionale, rassicura i cittadini e i dipendenti «della totale ed assoluta liceità di tutti gli atti della nostra amministrazione». «Posso anche rassicurare – aggiunge – sul fatto che non mi farò intimidire oggi, come non mi sono mai fatto intimorire da consiglieri regionali di Lazio, Sardegna, Lombardia, Emilia Romagna nei due decenni precedenti».

Alda Vanzan

 

Manifestazioni contro le grandi navi e il Contorta, ieri la presentazione dell’ultimo dossier

Manifestazione contro le grandi navi e lo scavo del Contorta il 9 maggio. E mobilitazione dei comitati «per una soluzione alternativa meno impattante».

Posti esauriti ieri pomeriggio in sala San Leonardo per la presentazione dell’ultimo dossier dei comitati «No Grandi Navi-Laguna bene comune» e Ambiente Venezia sui danni prodotti dalle navi da crociera all’interno della laguna. Saggi e studi di due docenti universitari, Giuseppe Tattara (Ca’ Foscari) e Giovan Battista Fabbri (Iuav).

Interventi in sala dell’economista Jan Van der Borg, autore all’inizio degli anni Novanta di studi sull’impatto del turismo insieme all’attuale presidente del Porto, Paolo Costa.

«Bisogna creare un nuovo modello di turismo», ha detto, «compatibile con la città».

Domenico Luciani, ex direttore della Fondazione Benetton-Studi e Ricerche ha messo in guardia dalla tendenza sempre più visibile che il flusso di turisti trasformi Venezia in una «non città».

«Occorre che la nuova amministrazione ricominci da qui», dice, «soprattutto dalla questione della residenza: esistono in città ottomila appartamenti sfitti o non utilizzati».

Francesco Vallerani, docente di Geografia a Ca’ Foscari, ha ricordato la storia e la conformazione dell’ambiente lagunare, di particolare complessità e delicatezza. Infine Armando Danella, già dirigente dell’Ufficio Legge Speciale del Comune, che ha ricordato la validità dell’alternativa proposta da Duferco e De Piccoli per il nuovo terminal passeggeri alla bocca di Lido.

«Bisogna decidere», dice, «tenendo presente la necessità di salvaguardare il lavoro».

Marta Canino, del comitato “No Grandi Navi” ha poi illustrato le modalità della manifestazione convocata per il 9 maggio.

Comitati e cittadini sono chiamati a esprimersi per fermare l’invasione delle grandi navi, tre anni dopo il disastro e il naufragio della Costa Concordia al Giglio.

E i comitati rilanciano. «Anche noi abbiamo riacceso i motori», dice soddisfatto il portavoce Luciano Mazzolin, «adesso bisogna riprendere la mobilitazione. Siamo contro lo scavo di un canale profondo in laguna: sarebbe un rimedio peggiore del male».

(a.v.)

 

Lunga riunione a roma

Lido, avamporto galleggiante all’esame della commissione

Un via libera di massima. E adesso il progetto deve andare all’esame degli enti e delle autorità. Ma dal punto di vista tecnico, «ha i requisiti per essere esaminato».

Un’altra ipotesi alternativa per il terminal delle crociere ha cominciato il suo iter. È il nuovo “avamporto galleggiante” del Lido, presentato dagli architetti Stefano Boato, Carlo Giacomini e Maria Rosa Vittadini, con la consulenza degli ingegneri Vincenzo Di Tella e Paolo Vielmo e dell’economista Giuseppe Tattara.

L’audizione alla commissione Via (Valutazione di Impatto ambientale) del ministero per l’Ambiente è durata quasi tre ore.

Al termine i presentatori sono usciti molto soddisfatti. «Sono stati chiariti alcuni dubbi preliminari», dice Boato, «e dimostrato che la nostra soluzione non è molto impattante e dal punto di vista della protezione dalle onde e dalle correnti è assolutamente efficace».

Cinque pontoni galleggianti e rimovibili (a differenza di quelli in calcestruzzo progettati dalla società genovese Duferco) più o meno nella stessa area. E una nuova stazione Marittima, inserita nel paesaggio, proprio davanti all’isola artificiale del Mose.

Spostando le navi troppo grandi al Lido, con una Marittima dedicata, spiegano i progettisti, si potrebbe salvare l’attività per le navi medio piccole nell’attuale Marittima. E in ogni caso aumentare il lavoro senza perdere la ricchezza delle crociere.

Progetto del tutto reversibile, hanno spiegato, dal costo finale di 140 milioni di euro, meno di tutti gli altri.

L’avamporto galleggiante va ad aggiungersi ai progetti per il terminal passeggeri a Marghera (studio D’Agostino) e a quello del Lido di De Piccoli-Duferco, anch’esso presentato alla commissione Via e in attesa di parere. Tutti sono stati già scartati dall’Autorità portuale.

(a.v.)

 

Casson: «Niente forzature, i progetti vanno valutati sullo stesso piano».

Brugnaro rilancia le Tresse e il canale Vittorio Emanuele, Davide Scano il Lido.

Zaccariotto: «Ci pensi la nuova amministrazione»

Sullo scavo del canale in laguna i candidati sindaco frenano

Contorta avanti tutta. Paolo Costa rilancia, i candidati sindaci frenano. L’idea di spendere 140 milioni di euro per scavare un nuovo canale in laguna non piace quasi a nessuno.

«Non si devono fare forzature», scandisce Felice Casson, che già da senatore si era espresso chiaramente per un confronto aperto fra tutte le alternative.

«Bisogna valutare sullo stesso piano», ripete, «costi e benefici di tutte le soluzioni presentate: il Contorta ma anche Marghera e il Lido. Poi il piano economico, gli impatti sull’ambiente e la tutela del lavoro, che deve essere la nostra prima proccupazione».

Via allo scavo già la settimana prossima? «Non credo che il governo voglia fare questa forzatura in assenza di un’amministrazione democraticamente eletta».

Più prudente, ma sulla stessa linea riguardo alla decisione da rinviare al dopo voto è Francesca Zaccariotto, candidata per il centrodestra con la sua civica «Veneziadomani», Fratelli d’Italia, Scelta civica.

«Sono questioni strategiche che forse sarebbe meglio lasciare alla prossima amministrazione eletta», dice. Sul fatto che le grandi navi se ne debbano andare da San Marco sono tutti d’accordo. Compresi gli operatori e i difensori a spada tratta dela croceristica. Troppo forte la pressione internazionale sui “giganti del mare” a due passi da palazzo Ducale. Anche se come ricorda il comandante Lucio Sambo «le navi più piccole non sono certo più sicure delle grandi, sono vecchie e non hanno le eliche a prua».

Ma il trasferimento delle grandi navi è all’ordine del giorno. Luigi Brugnaro, candidato civico sostenuto da Forza Italia, rilancia la sua vecchia proposta, messa sul tavolo quando era ancora presidente degli industriali veneziani. «Occorre mantenere la Stazione Marittima», dice, «terminal di eccellenza frutto di tanti investimenti». Dunque, le grandi navi dovranno arrivare in Marittima non più da San Marco ma per un percorso alternativo. Cioè il canale delle Tresse e poi il canale Vittorio Emanuele. Il vecchio tragitto che facevano le petroliere e le navi da trasporto prima dello scavo del canale dei Petroli, nel 1969. Soluzione secondo Brugnaro meno impattante e meno costosa del Contorta. Il Vittorio Emanuele ha già una discreta profondità: dovrebbe essere scavato ma non come il Contorta. Le obiezioni del Porto riguardano la pericolosità dell’incrocio fra navi passeggeri e mercantili. E poi i tralicci dell’alta tensione che dovrebbero essere rimossi.

Critico senza mezzi termini contro le grandi navi anche il candidato del Movimento Cinquestelle Davide Scano. «Noi abbiamo presentato un progetto alternativo per spostare le navi troppoo grandi alla bocca di porto del Lido», dice Scano, «su questo siamo tutti d’accordo, a tutti i livelli, a differenza del Pd che mi pare abbia ricette molto diverse al suo interno».

Di grandi navi si occupa anche la Lega e il movimento delle autonomie, che hanno indicato come loro candidato sindaco Gian Angelo Bellati. Anche qui prudenza da parte del candidato. E linea chiara: «Le navi incompatibili non devono passare da San Marco. La ricchezza che portano deve restare in città, dove il governo deve istituire il Porto franco».

Alberto Vitucci

 

NO NAVI – Presentato il libro di Fabbri e Tattara

Secondo Jan van der Borg dell’Università Cà Foscari, «il crocierismo determina una forma di turismo incompatibile con Venezia, e da esso la città non guadagna più di tanto. Inoltre, per elaborare una valida strategia in materia di flussi, dobbiamo liberarci di una decina di milioni di visitatori all’anno».

Per Francesco Vallerani, sempre dell’Ateneo veneziano, «il dibattito sulle grandi navi è caratterizzato dall’indifferenza della maggioranza, dall’egoismo arraffatore di pochi e dalla malinconia di molti», in un Paese «privo di valori etici».

Mentre per Domenico Luciani, già direttore della Fondazione Benetton, «su questo tema è impressionante la quantità di sapere accumulato e testardamente non recepito dai decisori».

Dichiarazioni forti, rilasciate ieri a San Leonardo durante la presentazione del libro bianco «Venezia, la laguna, il porto e il gigantismo navale», curato da Gianni Fabbri e Giuseppe Tattara e pubblicato da Moretti & Vitali.

L’incontro è stato promosso dal Comitato No grandi navi, «perché – ha spiegato Luciano Mazzolin di Ambiente Venezia – con l’apertura della stagione crocieristica riprendono i dibattiti e la lotta di chi si oppone alla devastazione della città e della sua laguna e al progetto di scavo del canale Contorta Sant’Angelo».

Mazzolin ha spiegato che «nel frattempo i No navi non sono rimasti con le mani in mano, producendo 300 osservazioni anti-Contorta e una denuncia in Procura della Repubblica per inquinamento atmosferico».

Ironizzando «sulle esternazioni sempre più fantasiose del presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, secondo cui il canale potrebbe essere una soluzione provvisoria, in vista di un porto all’altezza della bocca di Lido e della realizzazione della sublagunare».

E annunciando per sabato 9 maggio, con partenza alle 15.30 da campo Santa Margherita, l’organizzazione di un corteo «contro le grandi navi e le grandi opere», che si concluderà in campo Sant’Angelo con un dibattito pubblico, spettacoli e un concerto.

 

MIRANO – A Ca’ Perale sta prendendo forma l’area verde, sopra 400mila tonnellate di rifiuti

I rifiuti sono già stati coperti e sigillati, alcune migliaia di alberi saranno piantumate nelle prossime settimane. Prende forma la nuova, grande area naturale di Mirano: in via Taglio, dove c’era la discarica di Ca’ Perale, sta sorgendo un grande prato, circondato da una folta area boscata. L’intervento, realizzato da Veritas con un finanziamento regionale di 4,9 milioni di euro, sarà completato a giugno, il Comune di Mirano intende inaugurare il nuovo polmone verde per quest’estate. L’ex discarica confina con il Passante autostradale; tra il 1988 e il 1996 è stata attiva per tutto il Miranese ricevendo oltre 400mila tonnellate di rifiuti solidi urbani.

Dopo aver scartato le ipotesi di realizzare un parco urbano e un impianto fotovoltaico, l’amministrazione ha deciso di far nascere un’area che sia soprattutto di rifugio per la fauna.

«Avrà una valenza naturalistica – spiega l’assessore all’Ambiente, Federico Vianello – a compensazione dell’impatto ambientale che questa zona ha subìto per molti anni. L’area boscata e il prato interno favoriranno la presenza di insetti e uccelli, che hanno bisogno di questo tipo di ambiente ormai completamente scomparso dal nostro territorio. Lo scorso autunno i tecnici hanno chiuso la discarica con una copertura sigillata e impermeabile come richiesto dalle norme, intanto si intravedono già i primi frutti della semina e ora mancano solamente due step: nelle prossime settimane si lavorerà alle siepi perimetrali (saranno piantate prevalentemente latifoglie), a giugno saranno realizzati dei percorsi interni di servizio. Secondo il piano originario i lavori si sarebbero dovuti completare già nel maggio del 2013, ma i tempi si sono allungati prima perché Veritas ha dovuto attendere l’autorizzazione dall’Autorità militare per la bonifica bellica, e poi per le frequenti piogge della scorsa estate. Se non ci saranno ulteriori intoppi, a luglio in quest’area vasta circa 6 ettari sarà inaugurato ufficialmente il nuovo polmone verde di Mirano. Poi basterà attendere che la natura faccia il proprio corso».

 

Nuova Venezia – Mira. Nove discariche, mai analisi mediche.

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11

apr

2015

La situazione della popolazione a Mira risulta ad alto rischio. Eppure Regione, Arpav e Asl non hanno pubblicato analisi

MIRA – A decenni di distanza e nonostante fossero concentrati veleni di ogni tipo in un’area di pochi chilometri, non è mai stata fatta un’indagine epidemiologica sullo stato di salute degli abitanti di Dogaletto, Giare, Malcontenta e Gambarare di Mira. Si pensi che fra Dogaletto e Malcontenta ad una distanza di appena 2 chilometri si trovano le discariche di ceneri di pirite (700mila metri cubi) della zona ora chiamata Terre rosse e la C&C, posta sotto sequestro da oltre 10 anni, con materiali pericolosissimi con enorme percentuale di diossine.

La situazione è denunciata con forza sia dai residenti che dai consiglieri di opposizione Francesco Sacco (medico) del Pd, Mattia Donadel del gruppo Mira Fuori del Comune e dall’esponente dell’associazione ambientalista Vas, Francesco Vendramin «Mira», dice Vendramin, «è stata massacrata dalla presenza di discariche dagli anni Sessanta in poi.

Ce ne sono ben nove con milioni di metri cubi di fanghi sepolti o a cielo aperto. Quasi tutti i materiali sono tossico- nocivi, scarti di Porto Marghera. In centro a Mira anni fa c’è stata addirittura una nevicata chimica. Non si è mai saputo nulla di cosa sia successo. Le analisi dell’Arpav dissero, come sempre, che era tutto sotto controllo».

Il dottor Francesco Sacco chiede: «Come mai non si sono mai chiesti screening sulla popolazione che vive a ridosso di questi siti pericolosi? Quali erano le malattie di cui era afflitta la popolazione 10 anni fa? Quali sono quelle attuali? Sono semplici domande che la gente che abita questi territori da tempo si pone».

Va giù duro anche Mattia Donadel. «È urgente mettere in sicurezza queste discariche dice. Se ne parla da troppo tempo e non succede nulla».

La mappa dei siti inquinati è stata censita a metà degli anni Novanta. Il dettaglio è impressionante. In via Teramo a Borbiago oltre 7 mila fusti tossico nocivi delle lavorazioni di Porto Marghera sono stati sepolti negli anni Settanta e sono finiti nelle falde acquifere.

Il Comune di Mira ha trovato i fondi attraverso la legge per il disinquinamento della Laguna. Si è partiti da poco con un intervento di messa in sicurezza iniettando del cemento per isolare la discarica, ma i lavori vanno a rilento. Resta l’assoluto mistero su come si interverrà in via Sant’Antonio dietro gli stabilimenti Reckitt Benckiser dove è stata scoperta con foto aeree, una discarica con veleni e metalli pesanti finiti in falda.

Sotto controllo ma sempre preoccupanti le discariche in via Prati e lungo l’idrovia. Ci sono poi discariche minori sepolte nel terreno e mai controllate, di cui non si conosce il contenuto. Con la discarica delle Terre rosse i metalli pesanti, che sono veleni per l’uomo e l’ambiente, finirono direttamente nel canale lagunare Finarda inquinando terreni e acque . Si segnalarono morie di animali e piante.

Alessandro Abbadir

 

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