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MARTELLAGO – Bisognerà attendere fino a fine mese per vedere aperti il casello di Martellago-Scorzè e la viabilità di adduzione. Dalla Cav fanno sapere che è tutto pronto e sono stati ultimati anche i collaudi, ma si è ancora in attesa della autorizzazione all’apertura da parte del Ministero alle Infrastrutture: autorizzazione che porta con sè anche uno degli aspetti che più stanno a cuore agli utenti, la definizione del pedaggio. La data, dunque, non è stata ancora stabilita ma la Cav la prevede per la fine di marzo e comunque, appena fissata, la pubblicizzerà subito, in primis nel proprio sito.

Con l’entrata in funzione della nuova barriera, che completa le opere del Passante a 7 anni dalla sua apertura (è l’ultimo casello che mancava), sarà attiva anche la nuova viabilità di collegamento compresa nel pacchetto: la tangenziale nord, che dal casello si allaccia alla Castellana presso la Kelemata, attraversando via Ca’ Nove, Ponte Nuovo e Morosini e tagliando il centro di Martellago, e la bretella ovest, che dal casello si collega in via Boschi.

Per chiudere il quadro manca solo la “complanarina”. Il passaggio che collegherà casello e Moglianese, correndo parallela al Passante, e il cui iter è rimasto indietro, sarà realizzato da Veneto Strade con fondi Cav (6 milioni) e pronto presumibilmente tra un anno e mezzo-due.

N.Der

 

TREVISO – Per Italia Nostra il quarto lotto della tangenziale è, sostanzialmente, inutile. E lo ribadisce il presidente Romeo Scarpa che, invece, invita a utilizzare maggiormente le strade esistenti prima di pensare a realizzarne altre. Un concetto sostenuto anche dai dati raccolti nella prima giornata di monitoraggio del traffico. I volontari di Italia Nostra hanno fatto un’operazione molto semplice: per dodici ore hanno contato auto e camion di passaggio davanti al distributore posto ai piedi del cavalcavia di San Giuseppe, quartiere che vede nel quarto lotto della tangenziale una soluzione a parte dei suoi problemi si traffico. Fatti due conti, è risultato che mediamente ogni ora sul cavalcavia passano 912,2 auto e 82 camion in direzione San Giuseppe e 930,3 auto e 81 camion in direzione opposta. Una media bassa.

Scarpa, calcolando limite di velocità e la distanza di sicurezza tra i vari veicoli, ipotizza che una strada di quel tipo possa arrivare a sostenere un traffico di 2000 veicoli l’ora.

E quindi fa alcune osservazioni: «La prima considerazione che possiamo fare è che è necessario fare altri campionamenti mirati – precisa –

La seconda è che, nelle due sezioni il traffico è all’incirca al 50% delle potenzialità massime teoriche medie della strada, cioè stiamo “sottoutilizzando” questa sezione stradale, che è pur sempre un’arteria principale di accesso/uscita di Treviso.

La terza è che la crisi economica si vede dal fatto che i mezzi pesanti sono al di sotto del 10% del totale.

La quarta considerazione è che questo primo monitoraggio dà numeri medi ben lontani dai 1300 mezzi all’ora, che ogni tanto qualcuno dichiara come dati medi».

(pcal)

 

Nuova Venezia – Pedemontana, Perotti dirigeva i lavori

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18

mar

2015

Lavori a rischio blocco, il commissario Vernizzi ha già sostituito l’ingegnere arrestato su ordine della Procura di Firenze

VENEZIA – Sfiorato dai guai giudiziari dell’inchiesta Mose, il commissario alle emergenze viarie Silvano Vernizzi ha pensato bene di prendere il largo immediato dai contraccolpi veneti dello scandalo grandi opere. Scandalo che lunedì ha portato in carcere il supermanager del ministero alle Infrastrutture Ettore Incalza e l’ingegner Stefano Perotti, re delle direzioni lavori. Gliene hanno contate 17 per un totale di 25 miliardi di euro. Due miliardi e passa sono nella Pedemontana Veneta.

Stranamente la direzione lavori esige la presenza fisica nei cantieri: Perotti non può esercitare la funzione dal carcere, come invece riesce a fare Giancarlo Galan con la commissione Cultura della Camera, di cui è ancora presidente. Questo almeno pensa Silvano Vernizzi, che lunedì ha intimato al geometra Matterino Dogliani, presidente dell’Ati concessionaria della Pedemontana, di provvedere alla sostituzione. Dogliani ha tamponato la falla indicando ieri come sostituto l’ingegner Adriano Turso, uno dei progettisti della Pedemontana.

Soluzione interna. Incidente chiuso in ventiquattr’ore. Se era così semplice, perché andare in cerca di un direttore dei lavori nella capitale? Perotti è romano, come minimo chiedeva un surplus di costi per le trasferte. Oltre alla parcella contenuta dall’1% al 3% del costo dell’opera. I pm di Firenze che hanno scoperchiato lo scandalo hanno una risposta. «C’era uno scambio di favori tra Incalza e Perotti», dice il procuratore capo Giuseppe Creazzo. «La direzione lavori delle grandi opere veniva quasi sempre affidata all’ingegner Perotti in virtù di un accordo, di natura illecita, grazie al quale Incalza usufruiva poi di consulenze retribuite, accordategli da una società controllata da Perotti».

Il gatto e la volpe. Con la Pedemontana presa in mezzo. La direzione di Perotti era la condizione per far arrivare a Dogliani i quattrini del ministero, di cui ha bisogno come l’aria, non essendo ancora riuscito a trovare i finanziamenti bancari che doveva avere già nel 2010. Come riesca a tenere in piedi la baracca lo sa l’ingegner Vernizzi, che finora ha sganciato 180 milioni di euro pubblici contro i 100 messi dai privati, mentre la proporzione dovrebbe essere come minimo il contrario. La concessione firmata nel 2009 sul progetto preliminare con il raggruppamento Sis prevedeva 1 miliardo 828 milioni di costo, di cui 173 milioni di contributo pubblico a fondo perduto.

Nel 2010 viene approvato il progetto definitivo, con integrazioni e adeguamenti per ulteriori 300 milioni. In compenso Sis deve produrre il cosiddetto «closing finanziario», cioè la garanzia di una copertura bancaria della propria quota. Ma non lo fa. Nel 2012 il governo Letta, con lo «Sblocca Italia», stanzia altri 370 milioni a fondo perduto esentasse, a condizione che entro il 31 dicembre 2013 Sis ottenga l’approvazione del progetto esecutivo. Ci pensa Ercole Incalza, che senza battere ciglio dichiara completato l’iter.

Il progetto esecutivo viene approvato assieme ad un «atto aggiuntivo» che mette in pagamento i 370 milioni di euro, a tranche annuali fino al 2017. Tutto a posto? Magari. Siamo fuori sia con i soldi che con il progetto.

Ricapitoliamo: il pubblico stanzia 173 milioni nel 1998, che rivalutati sono diventati 244; più i 370 sganciati dal governo Letta: totale 614. Nel frattempo il costo finale della Pedemontana è salito a 2 miliardi 258 milioni: meno 614 del pubblico, restano 1 miliardo 644 milioni, quota che Sis non sa ancora come coprire.

Il progetto esecutivo visionato e garantito da Incalza è talmente esecutivo che ha bisogno almeno di una decina di varianti. Se ne sta facendo carico Vernizzi, che ha scritto ai Comuni di Montebelluna, Povegliano, Volpago, annunciando «sviluppi di progettazione», oppure «modifiche», perché se le chiama varianti sarebbe costretto a rivedere il contratto di concessione. Facendo saltare la pignatta. La ricostruzione è del Covepa, il comitato per la Pedemontana alternativa, che chiede «un’inchiesta giudiziaria sugli atti che hanno portato all’avvio dei lavori in situazione di illegittimità». E magari anche «chi abbia spinto Sis ad accettare la consulenza di Perotti».

Renzo Mazzaro

 

Incalza e i cantieri.  La parola d’ordine era fare presto

 

CGIA di mestre

Corruzione, l’Italia scivola al 69. posto

La percezione del fenomeno della corruzione in Italia ha raggiunto nel 2014 un livello pari a Paesi come il Senegal e lo Swaziland. Nell’area dell’euro, invece, il Belpaese non ha rivali. Lo afferma un’elaborazione della Cgia di Mestre su dati “Transparency International”, istituto che elabora un indice sulla corruzione in più di 170 paesi del mondo. L’Italia occupa la posizione numero 69 sugli oltre 170 Paesi monitorati nel 2014. Ma il dato più preoccupante riguarda la percezione del fenomeno dal 2009 al 201:4 il Paese ha peggiorato di sei posti a livello europeo: solo l’Austria e la Slovenia hanno fatto peggio.

 

Renzi tace. Delrio: «Il ministro sta valutando». Mozione di sfiducia da parte di Sel e M5S. E spunta il nome di Alfano

Lupi sotto pressione: «Non mi dimetto»

ROMA – Maurizio Lupi non pensa a dimissioni e resta al suo posto, una resistenza accompagnata dal silenzio assordante del premier. Lupi pensa al figlio Luca, tirato in ballo nell’inchiesta “Sistema” per un incarico, un presunto favore della “cricca”, e un Rolex da 10mila euro in regalo: «Provo soprattutto l’amarezza di un padre nel vedere sbattuto il proprio figlio senza colpa in prima pagina come un mostro». Ma il ministro, investito dal ciclone sul meccanismo corruttivo che secondo la procura di Firenze era di stanza nel dicastero delle Infrastrutture, non intende fare passi indietro, benché Matteo Renzi, raccontano fonti parlamentari, aspetti la sua decisione di rimettere il mandato. Nonostante il ministro non sia indagato, la questione è di opportunità politica.

Il presidente del Pd Matteo Orfini esprime preoccupazione: «Ci sono cose che destano inquietudine. C’è assoluta necessità che si chiariscano alcuni aspetti, poi si faranno le valutazioni» dice, mentre il sottosegretario Graziano Delrio sottolinea: «Ci sono valutazioni politiche che si faranno. Poi c’è una decisione che spetta al singolo e credo che sia in corso una valutazione da parte del ministro». Ricorda Pippo Civati: «La vicenda mi pare più grave di quella del ministro Cancellieri, per la quale Renzi chiese le dimissioni».

Il partito insomma chiede chiarezza. E l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani a proposito dell’inchiesta commenta: «A Cantone voglio bene, ma non si può far passare qualunque opera in emergenza perché tanto poi c’è lo sceriffo…». Da ieri su Lupi pesa poi la mozione di sfiducia presentata alla Camera dal Movimento 5 Stelle e da Sel, a cui si aggiunge la richiesta della Lega che, con le dimissioni di Lupi, chiede anche la rimozione di Angelino Alfano. Il nome del ministro dell’Interno spunta in un passaggio dell’ordinanza che ricostruisce il presunto strapotere sulle grandi opere di Ercole Incalza, ex capo della Struttura tecnica di missione del ministero. A colloquio sono Franco Cavallo (oggi presidente di Centostazioni, all’epoca per l’accusa ufficiale di collegamento tra il ministero e l’imprenditore Stefano Perotti) e l’imprenditore Claudio De Eccher, che al momento della conversazione è sottoposto a misura di prevenzione del prefetto di Udine. La circostanza «agita» Perotti. La sua società, la Rizzani De Eccher, nel 2013, ha ottenuto l’appalto per la prosecuzione dei lavori di adeguamento idraulico del torrente Mugnone a Firenze. Il 16 luglio 2014 De Eccher chiede a Cavallo un intervento sul ministero degli Interni, richiesta ribadita in una e-mail: «Ti chiedo il grande favore di informare il nostro comune amico con preghiera di urgente intervento sul ministro degli Interni». Il 18 luglio, dopo aver visto Lupi, Cavallo informa De Eccher: «Ho parlato con lui, aveva già parlato sia con l’avvocato sia con Angelino» gli dice. Per Matteo Salvini è abbastanza: «Mi aspetto che il ministro dell’Interno o il presidente del Consiglio vengano in Parlamento a spiegare agli italiani se è tutto falso o se c’è qualcosa di vero – dice – Non possiamo avere ministri con ombre del genere».

A rendere ancora più pesante la giornata per Lupi e Alfano è una frase di Incalza, riportata dal gip, che racconta a una donna «di avere trascorso la notte a redigere il programma di governo che l’Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Alfano e di Lupi». Per Lupi, che durante la giornata sente più volte al telefono Renzi, si profila intanto la prova dell’Aula. Su richiesta della Lega, la conferenza dei capigruppo del Senato ha chiesto all’unanimità al ministro di riferire sulle vicende che hanno portato lunedì all’arresto di Incalza, Perotti, Cavallo e di Sandro Pacella, strettissimo collaboratore del primo.

Per il leader di Sel Nichi Vendola le dimissioni di Lupi «sono dovute», assieme alla «bonifica radicale» del ministero. La credibilità dello Stato, afferma, «è ampiamente compromessa» e Renzi «non può cavarsela con un tweet». Sul blog di Beppe Grillo i parlamentari Cinque Stelle citano un passaggio dell’ordinanza del gip, da cui emergerebbe che a scrivere a Lupi la risposta a una interrogazione su Incalza sarebbe stata l’avvocato di questi, Titti Madia: «Il cognome non vi suona nuovo? Certo, è la zia del ministro Marianna Madia (lo dice lei stessa)». Incalza, proseguono, «era già stato sgamato dai portavoce 5 Stelle», che in un dialogo tra la figlia di Incalza, Antonia, e Pacella, affermano, vengono definiti «i soliti rompimenti di coglioni». Grillo attacca «Alfano l’analfabeta»: «Si è fatto scrivere il programma del partito da un faccendiere». Replica Gaetano Quagliariello: «Millanteria telefonica» a cui abboccano «accolite di saltimbanchi quali il blog di Grillo», dice: «Il programma è stato pensato e redatto dalle donne e dagli uomini dell’Ncd».

Maria Rosa Tomasello

 

Incalza parla con la figlia che collega la “visita” a lettere anonime

Quel furto in casa mai denunciato

FIRENZE – Perché Ercole Incalza ha denunciato solo un mese e mezzo dopo un furto avvenuto a casa sua? E perché lui e la figlia, parlando al telefono, sembrano avere ben chiaro chi siano gli autori o, quantomeno, i mandanti? Le domande non trovano risposta nell’ordinanza con cui il gip di Firenze ha disposto l’arresto del superburocrate del ministero delle Infrastrutture, ma lasciano spazio a molti dubbi tanto che il giudice stesso annota che «anche da tale episodio si trae un quadro di grande ambiguità sulla figura dell’indagato e sui suoi rapporti».

Il giallo inizia il 3 febbraio del 2014, quando Incalza scopre di aver subito un furto. Ma chi è entrato, forzando la porta blindata, ha messo a soqquadro una sola stanza, senza minimamente curarsi delle altre. Sul perché di un tale atteggiamento, sia Incalza sia la figlia sembrano avere qualche idea. Il Ros, infatti, li sente parlare al telefono lo stesso giorno: «Cercavano qualcosa – dice la donna – perché sono stati solo in camera di mamma e solo lì… io non vorrei che fosse… mah?… mi sembra strano… mi sembra molto strano… però questi sono stati mandati eh!».

E Incalza, «addirittura ridendo» scrive il Gip, risponde così: «… quindi abbiamo capito chi erano… chissà che cosa volevano cercare». In un successivo messaggio al padre, la donna torna sulla vicenda in maniera più esplicita mettendo in relazione, scrive il gip nell’ordinanza, il furto subito con una serie di lettere anonime che sarebbero arrivate ad Incalza. «O questi ladri li hanno mandati e ti hanno studiato – afferma – … prima lettere anonime, poi furto… io sospetto di gente… poi ti dico». «Va segnalato – annota ancora il Gip – che il furto è stato denunciato» dalla figlia di Incalza «solo il 21 marzo 2014». Dunque oltre un mese e mezzo dopo. E nella denuncia «il fatto è dichiarato come avvenuto il 4 febbraio 2014» e non il 3. Secondo gli inquirenti fiorentini «qualche spiegazione» su quel che è accaduto la fornisce una telefonata tra Giulio Burchi, uno degli indagati nell’inchiesta, già presidente di Italferr Spa e personaggio che da anni si muove nelle grandi opere, e un tale Sauro Serini. La telefonata ascoltata dagli investigatori è del 31 marzo 2014, quasi un mese dopo il furto. «Una vocina mi ha detto che sono entrati i ladri a casa di Incalza ed hanno portato via solo dei gran documenti… ti risulta?». Burchi, annota il Gip, «non nasconde la sua soddisfazione dicendo “che non sia la Guardia di finanza”.». Ma Serini prosegue affermando: «Ci sono molte altre persone a cui Incalza non è simpatico» e auspicando una sua «rapida uscita di scena».

 

Dagli atti dell’inchiesta emerge il legame tra i due capi del “Sistema” di tangenti

L’assunzione del nipote del monsignore, l’insofferenza degli altri imprenditori

«Finchè Incalza rimane lì. Perotti si prende tutto»

ROMA – Troppe ombre, il pressing per le dimissioni è fortissimo. Matteo Renzi fino a tarda sera al telefono con il ministro Lupi, ha cercato in tutti i modi di convincerlo al passo indietro. Da Palazzo Chigi è partito il segnale che «pur non essendoci indagini a suo carico, ragioni di opportunità politica» portano a una scelta dolorosa ma necessaria.

«Valutazioni in corso» conferma anche il sottosegretario Delrio che suggerisce le dimissioni spontanee per evitare un braccio di ferro dannoso per tutto il governo. I rapporti troppo stretti con il superdirigente Incalza e l’imprenditore Perotti hanno messo Lupi in una posizione scomodissima e Renzi non vuole restare a lungo nell’occhio del ciclone a causa sua. Ieri il premier ha replicato a muso duro ai magistrati e alle loro critiche ma l’anticorruzione è tema che scotta per l’immagine del governo e perciò anche il Pd per tutta la giornata ha fatto il vuoto intorno a Lupi. Questa è una storia in contrasto con la politica di rinnovamento dell’era renziana.

Perciò lo stesso premier aveva reagito con durezza al segretario dell’Anm Rodolfo Sabelli che aveva criticato il governo in modo pesante: «Schiaffi ai magistrati e carezze ai corrotti» la descrizione delle toghe sull’anticorruzione poco efficace. «Frase triste e falsa, ancor più scorretta perché arriva da apparati dello Stato» ha replicato Renzi che invece ricorda le proposte del governo nell’azione incisiva contro il fenomeno, a iniziare dalla nomina di Cantone all’Autorità anticorruzione. In campo «senza tentennamenti» con le norme all’esame del Parlamento per un aumento delle pene e della prescrizione perché «non è ammissibile che non si venga processati per tangenti perché il reato è prescritto».

Dalla richiesta di chiarimenti e di riferire al Parlamento sull’intera vicenda, si è capito subito che né da Palazzo Chigi né dagli alleati della maggioranza sarebbero arrivate ciambelle di salvataggio. Il ministro però resiste, barricato nel sui dicastero da dove fa smentire ogni ipotesi di abbandono, almeno fino a momento del chiarimento alle Camere. «Non mi dimetto, contro di me non c’è niente: è tutta una manovra in chiave elettorale in Lombardia», dice Lupi ai suoi e allo stesso leader Angelino Alfano che fanno quadrato definendo pretestuose le dimissioni.

Le opposizioni, con l’eccezione di Forza Italia, sparano ad alzo zero, ricordando a Renzi che da segretario chiese le dimissioni del ministro Cancellieri per una vicenda analoga, con il figlio assunto dai Ligresti sotto inchiesta. Ma il premier vuole evitare che si arrivi a un voto della mozione di sfiducia, già depositata da Sinistra Ecologia e Libertà su cui raddoppia il Movimento 5 Stelle e la Lega che ci mette sopra anche le dimissioni di Angelino Alfano. «È evidente che Lupi deve chiarire alcuni aspetti», afferma il presidente del Pd Matteo Orfini, aggiungendo che «quando qualcuno resta per troppo tempo con lo stesso incarico non va bene». Il riferimento è al superdirigente Incalza, dominus del ministero. Sul caso interviene intanto anche il presidente della Cei, Angelo Bagnasco. «Il popolo degli onesti deve assolutamente reagire senza deprimersi, anche protestando contro questo “malesempio” che sembra essere un regime».

Nicola Corda

 

L’Associazione magistrati contro il premier. Che replica: «Frase triste e falsa, scorretti»

L’Anm: «Schiaffi a noi e carezze ai corrotti»

ROMA – Un legame strettissimo univa Ercole Incalza, 70 anni, da più di trenta dominus del ministero dei Lavori Pubblici e l’imprenditore Stefano Perotti, 57 anni, l’uomo da cui sono passati tutti gli appalti delle grandi opere in Italia e che da solo valeva un giro d’affari da 25 miliardi di euro. I due ora sono in carcere e questa mattina saranno sentiti per gli interrogatori di garanzia. Erano loro, secondo i magistrati della procura di Firenze, ai vertici del sistema di tangenti portato alla luce anche grazie ad una valanga di intercettazioni. Con loro, in quello che i pm hanno definito “Sistema” c’era uno stretto collaboratore di Incalza al ministero, Sandro Pacella, 55 anni, che riceveva favori dall’uno e dall’altro ricambiandoli e Francesco Cavallo, 55 anni, capo del cda di Centostazioni, che arrontondava lo stipendio da manager ricevendo ogni mese un assegno di 7mila euro da Perotti per i suoi “favori”.

Dall’ordinanza che ha portato alle quattro custodie cautelari firmata dal gip Angelo Pezzuti emerge uno scenario inquietante di come la “cricca” si divideva gli appalti e soldi pubblici. Le tangenti erano «i saluti finali». Turbativa d’asta alla rovescia.Il 21 maggio viene pubblicato il bando di gara per l’esecuzione di lavori di molatura delle rotaie sulla linea R.F.I.: 21 milioni di euro. La “cricca” si mette all’opera. Il 6 giugno Giampaolo Pelucchi (indagato) collaboratore di Perotti spiega che la commessa potrebbe assicurare alla società Speno lavoro per 10 anni, grazie alla lievitazione dei costi arriverà a 35 milioni di euro. «…è una gara che vale dieci anni non tre, perché hanno aggiunto la possibilità del 30% in più…arriviamo a 27 /28 milioni poi c’è il sesto quinto che è il 20% …ci andiamo in pensione con questa!». Il 17 giugno Daniel Mor, cognato di Perotti gli spiegargli che dopo pressioni esercitate da altre imprese, R.F.I. intende annullare il bando e parla di una turbativa d’asta alla rovescia. «Non mi sembra possibile che per favorire un altro concorrente rimettano quello che loro hanno espresso… cioè la turbativa d’asta la fanno alla rovescia… sono loro che stanno facendo la turbativa…non siamo noi… incredibile!». Perotti? “Finchè c’è Ercole lì…”. Giulio Burchi (indagato) è stato il presidente del cda della Italfer spa. È nel cda di Autostrade Lombarde e di Progetto Autostrada Brescia-Milano oltre ad essere ad della A4 Holding spa.

Intercettato, Burchi attribuisce il successo di Perotti nell’ottenere le numerose direzioni dei lavori grazie all’intervento di Incalza. Il 18 novembre 2013 è al telefono con Fabrizio Averardi direttore dell’Anas International Inteprise. A lui Burchi confida che in Italferr sono stati indotti più volte da Incalza ad affidare a Perotti l’incarico di direzione dei lavori quando non c’era alcuna necessità. Burchi: «Te lo dico rimanga tra noi…vedono un po’ come una spina nell’occhio Perotti perché Incalza gliel’ha fatto digerire in molte situazioni…sul Brennero ne avrebbero fatto volentieri a meno».

Il 10 febbraio 2014 Bucchi è al telefono con Enrico Boselli. «Sono 30 anni che racconta che la luna è di formaggio…Incalza è un incantatore di serpenti… è scandaloso che lo lascino ancora». E quando il manager viene riconfermato al ministero si lascia andare «è veramente una schifezza… si sono scatenati tutti nella difesa di Incalza… da Alfano a Schifani…». “Quello che Lupi & c. fanno…”. Il 5 aprile 2014 Giovanni Paolo Gaspari, dirigente RFI nipote dell’ex ministro è al telefono con Burchi. Parlano della “pulizia” avviata da Renzi. «Speriamo vada avanti così perché qualche pulizia la dovrebbe fare, però non sta pulendo alle Infrastrutture… quello che Lupi & c. stanno facendo…» Il nipote del monsignore. «Le relazioni ambigue di Perotti non sono limitate al mondo politico». Monsignor Gioia il 25 novembre 2013 si lamenta perché Incalza al quale ha raccomandato l’assunzione del nipote lo tratta con freddezza.

Da una telefonata successiva si ricava che l’assunzione è poi avvenuta grazie all’interessamento del ministro Lupi. Perotti al monsignore: «Ti volevo dire che ieri ho visto Maurizio… gli ho detto che lo ringrazi moltissimo». “Dobbiamo sistemare i ragazzi”Sandro Pacella è legatissimo ad Incalza. Conversando con la moglie emerge il loro rapporto. È’ l’8 agosto 2014 e la moglie lo invita a non rammaricarsi di non poter partire per le ferie, Riferendosi ad Incalza gli dice: «Rircordati sempre una cosa… tu te lo devi tenere caro che dobbiamo sistemare i ragazzi…».

 

Gazzettino – Appalti e tangenti, Lupi in bilico

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18

mar

2015

IL CASO – Bufera per i favori al figlio. Il sottosegretario Delrio: sta valutando dimissioni. Poi arriva la smentita

Appalti e tangenti, Lupi in bilico

Inchiesta grandi opere, Sel e 5Stelle: mozione di sfiducia. Ma il ministro resiste: contro di me non c’è niente

LA POLEMICA – Arriva la mozione di sfiducia per il ministro Maurizio Lupi. E non importa che non sia indagato nell’inchiesta fiorentina sulle tangenti. Ma lui sostiene che «non c’è nulla».

IL GOVERNO – Giornata di tensione anche a palazzo Chigi per il coinvolgimento di Lupi (e del figlio) nello scandalo grandi opere. «Sta valutando», si lascia scappare il sottosegretario Delrio, ma poi arriva la smentita.

IL PARTITO «Siamo tutti con Maurizio»

Il Pd: vicenda con aspetti inquietanti, deve chiarire

L’OPPOSIZIONE  Sfiducia da Sel e M5S

La Lega: ascoltiamo ma deve lasciare

CONFUSIONE – A Delrio “scappa” una frase, ma poi arriva la smentita

LA CHIESA – Bagnasco: un malesempio che sta diventando regime

GENOVA – «Il popolo degli onesti deve reagire senza deprimersi, continuando a fare con onestà e competenza il proprio lavoro ma anche protestando nei modi corretti contro questo ‘malesempio’ che sembra essere un regime». Anche la Cei, con il presidente cardinale Angelo Bagnasco, prende posizione sul nuovo filone tangenti.

 

ROMA – Bufera sul governo «Dimissioni? Lupi ci pensa»

Giornata di tensione e imbarazzo a palazzo Chigi, luogo deputato a risolvere il caso Lupi dopo l’inchiesta sulle grandi opere. In assenza di pronunciamenti di Matteo Renzi, propenso ad avere davanti un quadro più chiaro della situazione, è stata una frase del sottosegretario Graziano Delrio a dare la misura delle probabili pressioni da parte del governo che vedrebbe in un passo indietro del ministro delle Infrastrutture la meno dolorosa tra le possibili soluzioni della vicenda. Premesso che Lupi «non è indagato» e che «i fatti non sono tutti a nostra conoscenza», Delrio ammette che «ci sono valutazioni politiche da fare» e che, soprattutto, «c’è una decisione che spetta al singolo e credo che sia in corso una valutazione da parte del ministro».

Le dichiarazioni del sottosegretario erano state appena battute dalle agenzie, quando un’indiscrezione pilotata dal ministero di Porta Pia rendeva noto che Lupi, «per ora, non sta pensando alle dimissioni». Ma contro la linea di resistenza del ministro, Sel e M5S mettevano in campo una formale mozione di sfiducia individuale, concepita prima dai vendoliani che – in mancanza dei numeri sufficienti a presentarla – l’avevano proposta a tutte le opposizioni e anche alla sinistra dem. Ad aderirvi subito i più numerosi deputati a 5 Stelle, a cui Beppe Grillo aveva dato il la attribuendo a Lupi la responsabilità della scelta dei collaboratori al vertice del ministero e chiedendone «le dimissioni e la restituzione fino all’ultimo centesimo di tutti i quattrini che si è beccato come titolare delle Infrastrutture».

Più tiepida la Lega, frenata dal peso degli uomini di Lupi in Regione Lombardia, che condizionava la propria adesione alla sfiducia a quanto avrebbe detto oggi lo stesso Lupi parlando al Senato. In serata, però, Matteo Salvini sembrava tagliar corto affermando che la Lega «vuole sì ascoltare quello che dirà Lupi», il quale tuttavia «non potrà andare avanti a fare il ministro».

Il leader del Carroccio dava voce invece a quella che sembrava essere l’opzione numero uno dei lumbàrd: sfiduciare Angelino Alfano, portatore non solo di «chiare responsabilità nel caso Lupi» ma, soprattutto, «ministro dell’invasione» dell’Italia da parte dei migranti.

La sinistra del Pd si sottraeva senza esitazioni all’adesione ad una mozione presentata da altri gruppi, mentre la maggioranza del partito, ammetteva «l’esistenza del problema» della presenza di Lupi nel governo. Attorno al ministro contestato restava a fare quadrato l’intero suo partito e con toni piuttosto accesi: «Sciacallaggio», «ripugnante e indecente tritacarne di maldicenze su una persona dalla nota sobrietà istituzionale», alcune delle accuse mosse dai parlamentari ncd ai contestatori di Lupi, mentre Carlo Giovanardi auspicava che «le colpe dei figli non ricadano sui padri». FI, da parte sua, affidava la difesa dell’«amico avversario» Maurizio Lupi alla penna garantista di Renato Brunetta che, sul Mattinale, concludeva che «non si può far dettare dai magistrati l’agenda politica e l’organigramma del governo».

Mario Stanganelli

 

«Ma io non ho fatto niente contro di me non c’è nulla»

Il ministro resiste: se dovessi lasciare per qualche intercettazione, sarebbe un precedente pericoloso

Se non fosse stato per una piccola diserzione (un convegno a Montecitorio sulla sicurezza ferroviaria), quella di Maurizio Lupi sarebbe sembrata una giornata come le altre. E in fondo è questo il messaggio che ha voluto mandare il ministro delle Infrastrutture, finito nello scandalo degli appalti truccati di Expo e Tav, per alcune intercettazioni e, soprattutto, per i favori di qualche arrestato al figlio Luca. Rolex compreso. «A cominciare dalle 8.15 ha trascorso l’intera giornata a lavorare, a firmare carte e decreti. Il ministro è sereno e tranquillo. Il lavoro va avanti, come sempre», raccontano i suoi più stretti collaboratori, pronti a diffondere la notizia della firma apposta da Lupi al decreto da 50 milioni per il dissesto idrogeologico.

E siccome le cose «vanno avanti come sempre», oggi il ministro andrà a Rho per inaugurare la fiera sul Made Expo e, forse, parteciperà al question time fissato alla Camera. «Ma è più probabile che ci vada un sottosegretario…», fanno sapere dal Ncd, dove è stato alzato un cordone di protezione intorno all’amico di partito: «Siamo tutti con Maurizio, facciamo quadrato in sua difesa», è la parola d’ordine di Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo e Renato Schifani.

Invece basta sentire le parole del ministro delle Infrastrutture, rinchiuso nel suo studio che si affaccia su Porta Pia, per capire quanto sia stata difficile la sua giornata: «Non ho fatto nulla e contro di me non c’è nulla. Dunque vado avanti, altro che dimissioni! Non sono indagato e posso chiarire in qualsiasi momento ogni cosa. Se dovessi lasciare per qualche intercettazione sarebbe un precedente pericoloso per tutti: basterebbe un nulla per far fuori un rivale politico…», si è sfogato Lupi con più di un esponente del Ncd. E ancora: «Ho una vita trasparente che può essere scandagliata al dettaglio. Non ho niente da nascondere, tanto più che non è vero che ho dato consulenze a Incalza. E non accetto di finire nel tritacarne, di essere messo alla gogna mediatica insieme alla mia famiglia. A mio figlio, sbattuto in prima pagina come un mostro. Ingiustamente. Questo è inammissibile».

Ecco, la famiglia. «Se la tempesta giudiziaria dovesse diventare ancora più violenta, colpendo i familiari», dice un deputato del Ncd, «solo allora Maurizio potrebbe gettare la spugna». Anche di questo si è parlato all’ora di pranzo, durante un vertice con Alfano, Schifani e Quagliariello. Ma la linea è quella di resistere, resistere, resistere. Di aspettare qualche giorno per capire come evolve la vicenda giudiziaria. «Perché attualmente Maurizio non è indagato e se non lo è stato finora, dopo che sono finite sotto inchiesta ben 51 persone, non dovrebbe essere indagato neppure dopo. E comunque è pronto a chiarire tutto in Parlamento».

Nel breve pranzo è stata analizzata la posizione di Matteo Renzi. Lupi ha riferito di averlo sentito più volte al telefono. E tutti hanno convenuto che dal premier «non è arrivata alcuna richiesta di dimissioni»: «Matteo fa pressioni, ma nulla di trascendentale. Di fatto lascia la scelta a Maurizio. E il Pd tiene, perfino al sinistra interna non va all’assalto come ha fatto altre volte…».

 

Il sindaco di Bari Michele Emiliano possibile successore

Il pressing di Renzi «per fare pulizia»

«Vedi tu, ma prima lasci e meglio è. Anche per te». Ripetute telefonate con l’interessato, pressing sui ministri Ncd, ma Matteo Renzi non cambia la sua idea: Lupi dovrebbe dimettersi. L’umore del presidente del Consiglio è pessimo. L’inchiesta di Firenze complica la già difficile partita in corso con la magistratura che ancora una volta prova a dettare tempi e contenuti al legislatore.

Renzi non intende lasciare spazi a nessuno ed è pronto a rivendicare alla politica la capacità di correggere i propri errori. Anche quando riguardano un ministro importante del suo governo e – spiega – «soprattutto ora che il Paese rialza la testa grazie alle riforme che abbiamo voluto e a ciò che a Francoforte si fa anche a seguito della nostra battaglia». A poco più di un mese e mezzo dall’Expo, ad otto mesi dal Giubileo che accenderà ancor di più i riflettori di tutto il mondo sul nostro Paese, Renzi non vuole macchie sul suo governo. È per questo che vorrebbe le dimissioni di Lupi dal ministero delle Infrastrutture senza doverle chiedere. È per questo che ieri ha disertato all’ultimo momento la presentazione del libro di Graziano Delrio il quale sostiene che Lupi «ci sta pensando». A giudicare dall’immediata reazione («non penso a dimissioni») per il ministro del Ncd Delrio si sarebbe spinto oltre, ma per palazzo Chigi è questione di ore o di giorni. Al punto che il previsto incontro serale con Renzi salta mentre Alfano riunisce il partito. «Anche se non è indagato, ci sono ragioni di opportunità politica che non possono essere sottovalutate», sostengono i più stretti collaboratori del premier. A Renzi non serviva Civati per ricordargli che chiese le dimissioni del ministro Cancellieri e che Josefa Idem dovette lasciare il ministero per una questione di Ici. L’inchiesta di Firenze, al di là delle valutazioni giuridiche, evidenziano per Renzi proprio le modalità «opache e clientelari» che intende combattere e con le quali ha dovuto fare i conti sin dai primi giorni del suo mandato con l’inchiesta sull’Expo. Salvato l’appuntamento, Renzi è furioso e ricorda in queste ore di aver chiesto più volte a Lupi di smantellare immediatamente la struttura tecnica di missione guidata da Ercole Incalza.

Ad Alfano, ieri incontrato più volte, il presidente del Consiglio ha detto di non volere uno scontro con il partito alleato e che le dimissioni ”spontanee” sarebbero la soluzione migliore anche per non compromettere il lavoro del governo sul fronte della lotta alla corruzione. Il repulisti nel ministero di Porta Pia, Renzi lo pretende e starebbe già lavorando sul nome del successore al punto da aver già contattato il sindaco di Bari Michele Emiliano in modo da procedere in tempi rapidi alla successione e altrettanto rapidamente procedere con lo «smantellamento delle centrali di potere». La moral suasion nei confronti del ministro, che intende difendersi in Parlamento, è destinata a tramutarsi presto in pressing e poi in ultimatum. Ieri pomeriggio è toccato a Matteo Orfini, presidente del Pd, definire «inquietanti» alcune cose emerse dalle intercettazioni. Messaggio chiaro in vista della mozione di sfiducia presentata da M5S e Sel.

Marco Conti

 

POLEMICA – Botta e risposta dopo l’avvio dell’inchiesta di Firenze sulle tangenti

SCANDALO appalti

Sabelli, presidente dell’associazione magistrati: «I corrotti vengono accarezzati»

Il premier: abbiamo messo in campo l’anticorruzione proprio per fare pulizia

SCONTRO Rodolfo Sabelli (a destra) presidente dell’Anm accusa il governo di non garantire i magistrati. Matteo Renzi non ci sta: «Frasi false e tristi»

È scontro aperto tra Matteo Renzi e l’Associazione nazionale magistrati. Uno scontro che preoccupa anche il Quirinale il quale vigila e verosimilmente auspica che, nell’interesse generale, i toni vengano moderati. All’indomani della nuova inchiesta della Procura di Firenze sulle tangenti per le grandi opere, a dar fuoco alle polveri è il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli. Interviene alla trasmissione televisiva «Unomattina» e parla di «un Paese in cui i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati» mentre dovrebbe accadere il contrario: «Uno Stato che funzioni dovrebbe prendere a schiaffi i corrotti e accarezzare chi esercita il controllo di legalità». Immediata e molto dura la replica di Renzi: «Quelle di Sabelli sono parole false. E’ una frase ingiusta. Si può contestare un singolo fatto ma dire quelle cose lì, avendo una responsabilità, è triste e fa molto male».

Parlando durante l’inaugurazione dell’anno accademico della scuola superiore di polizia il premier garantisce piuttosto che «questo governo intende combattere perché non si formi uno stato di polizia, ma di pulizia». E spiega: «L’autorità anticorruzione l’abbiamo messa in campo perché casa per casa, appalto per appalto, si possa far pulito. Le pene sulla corruzione devono essere aumentate. Pensare che si possa prescrivere la corruzione è inaccettabile. Per questo stiamo intervenendo». Successivamente lo stesso presidente dell’Anm chiarisce che egli si riferiva solo indirettamente all’inchiesta di Firenze e che gli interventi legislativi che avrebbero favorito i corrotti sono cominciati nel 1994 in piena Tangentopoli, proseguiti nel 2002 e ancora nel 2005 «con la riduzione della prescrizione». «E’ necessario al contrario – soggiunge Sabelli – che le istituzioni lavorino insieme alla magistratura per raggiungere lo stesso obiettivo».

Ma il duro botta e risposta con Renzi ha lasciato il segno. E lo scontro tra governo e toghe, non certo circoscritto a quest’ultimo episodio, non poteva lasciare indifferente Sergio Mattarella. Domani mattina il capo dello Stato riceverà in udienza una delegazione dell’Anm guidata da Sabelli. Sul Colle si sottolinea che l’incontro era stato organizzato da tempo ben prima delle ultime polemiche. Ma è presumbile che Mattarella (che ieri pomeriggio si è consultato telefonicamente con il vicepresidente del Csm, Legnini) chiederà informazioni e si adopererà perché i toni siano smorzati al fine evitare uno scontro tra poteri dello Stato. Sarà un’occasione per fare il punto su molti temi.

Va ricordato che nel recente incontro con i neo-magistrati lo stesso Mattarella lo aveva esortati a non temere le conseguenze di eventuali azioni di responsabilità civile e aveva assicurato che ci sarebbe stata una «attenta valutazione» degli effetti concreti dell’applicazione della nuova legge.

Quanto alla bufera politico-giudiziaria della nuova inchiesta fiorentina sulle tangenti nessun commento filtra per ora dal Colle. È possibile che l’argomento venga affrontato – anche se marginalmente – nel corso della colazione che stamane avrà luogo al Quirinale tra il capo dello Stato, Renzi e alcuni esponenti del governo alla vigilia dell’importante Consiglio europeo.

Paolo Cacace

 

Gazzettino – Pedemontana, sospeso Perotti uno dei 4 arrestati

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18

mar

2015

Lo scandalo delle grandi opere arriva nel cuore di una delle infrastrutture più attese del Nordest, la Pedemontana Veneta. Il cui direttore dei lavori era l’ingegnere Stefano Perotti, al centro dell’inchiesta per tangenti avviata dalla Procura di Firenze. Il commissario per la Pedemontana, Silvano Vernizzi, ha disposto la sospensione dall’incarico.

 

Vernizzi rimuove il direttore dei lavori al centro dell’inchiesta con la Spm Ingegneria

L’obolo di 2mila euro a monsignore

Matterino Dogliani, amministratore delegato della concessionaria della Pedemontana Veneta, ha fatto una donazione di 2mila euro a monsignor Francesco Gioia, ex delegato pontificio della Basilica del Santo a Padova, già intercettato per aver raccomandato un amico imprenditore a Stefano Perotti e per aver fatto assumere un nipote. Il 19 ottobre 2013 Gioia dice di Dogliani: «…poi mi aveva dato, quando fece le monete qui in Vaticano… mi aveva dato 2.000 euro… sì, non per me! Insomma, lui voleva anche per me… ma non l’avrei accettata… insomma no?».

 

I RETROSCENA . L’ex ragioniere dello Stato citato nelle intercettazioni come persona molto vicina a Incalza

Amici e consulenze, spunta il nome di Monorchio

Terremoto Pedemontana. Sospeso l’arrestato Perotti

Lo scandalo delle grandi opere arriva nel cuore di una delle infrastrutture più attese del Nordest, la Pedemontana Veneta. Nessuna contestazione diretta per quanto riguarda l’esecuzione dei lavori della superstrada che transiterà per le province di Vicenza e Treviso e che è stata aggiudicata (valore 2 miliardi 251 milioni di euro) all’associazione temporanea di imprese del Consorzio Stabile Sis e della spagnola Itinere Infraestructuras. Nel mirino è la direzione dei lavori, perchè si scopre che fino a lunedì, giorno dell’arresto, il titolare era l’ingegnere Stefano Perotti, ora accusato di una lunga sfilza di reati, supposti condizionamenti di appalti e gare pubbliche, sotto il cappello di quella che i Pm di Firenze definiscono una vera associazione per delinquere.

L’altro giorno il commissario per la Pedemontana, l’ingegnere Silvano Vernizzi, ha scritto alla società concessionaria dell’opera che aveva nominato Perotti direttore dei lavori. «Noi non avevamo poteri di veto sulla nomina del direttore dei lavori, possiamo solo esprimere il non gradimento quando non vi siano più le condizioni per il proseguimento dell’incarico» ha spiegato ieri Vernizzi. La censura è stata formulata dopo l’arresto di Perotti. La Sis ha provveduto a sostituire immediatamente il direttore dei lavori, nominando l’ingegnere Adriano Turso.

Tutto finisce qui? Non proprio. Per due ragioni. La prima. Perotti è diventato direttore dei lavori con la società Spm ingegneria srl, con sede a Milano in viale Stelvio 66 a Milano. Proprio lì il commissario ha inviato ieri la lettera di revoca di Perotti. La Spm è la società che ritroviamo in buona parte dei capi d’imputazione dell’inchiesta fiorentina e che viene indicata come lo strumento operativo di Perotti per entrare nelle direzioni dei lavori delle grandi opere, assicurando le coperture nel ministero delle Infrastrutture dove l’arrestato Ercole Incalza era l’eminenza grigia, il grande controllore di soldi e appalti, con rapporti strettissimi con il ministro Maurizio Lupi.

La Pedemontana Veneta non è citata nei capi d’accusa, ma in essi la Spm ha un ruolo di rilievo. Anzi, nell’ipotesi di associazione per delinquere (di cui Perotti sarebbe l’organizzatore) è scritto che Incalza ha operato «in modo da indurre le imprese aggiudicatarie ad affidare a Perotti gli incarichi di progettazione e/o direzione lavori in relazione alle suddette opere, come condizione per ottenere l’intervento dell’Incalza medesimo diretto a rimuovere gli ostacoli procedimentali e a garantire i necessari finanziamenti». Un meccanismo oliato che riguarda, tra le altre, la Tav Milano-Verona e Firenze-Bologna, Palazzo Italia dell’Expo, la Civitavecchia-Orte-Mestre, il nodo Tav di Firenze, l’Hub portuale di Trieste.

Nulla di specifico sulla Pedemontana. Eppure le intercettazioni telefoniche sono eloquenti sul sodalizio esistente tra Perotti e Incalza. Nell’ottobre scorso Giulio Burchi, ex presidente di Italferr, scrive il gip di Firenze, «rappresenta che Perotti, grazie all’intervento in suo favore operato dall’ing. Incalza, sta conducendo ben sedici attività di direzione lavori. “…tanto le direzioni le prende tutte Perotti…”». E il 10 febbraio scorso, parlando con il fratello, Borchi dice: «Lo sai che quella m… di Perotti ha preso anche la Pedemontana Veneta… eh ragazzi!… ma Incalza è una roba fantastica! C’ha la Pedemontana Veneta… la Pedemontana Lombarda, quattro lotti della Salerno-Reggio Calabria… la metro 5, la metro 4…».

Il meccanismo è perverso. Burchi parla di una «spartizione fantastica» delle direzioni lavori, con lo schermo del “general contractor”. «Sono una delle vergogne grandi di questo Paese perché hai depotenziato la funzione di controllo dello Stato affidando alle stesse imprese la propria direzione dei lavori». È Spm a fornire un pacchetto completo di servizi, grazie alle ottime entrature nel Ministero, la cosiddetta “piattaforma projectmate”. Scrive il gip: «Perotti è il professionista che, grazie principalmente a Incalza, ha gestito appalti, attraverso gli incarichi di direzione dei lavori (personalmente o tramite società riconducibili al “gruppo Spm”) per almeno 25 miliardi di euro (come riferisce Massimo Fiorini, collaboratore del Perotti)».

La notizia che Perotti era direttore dei lavori in Pedemontana Veneta ha provocato reazioni. L’ex eurodeputato Andrea Zanoni si augura che «Raffaele Cantone, alla guida dell’autorità per l’anticorruzione, acceleri le indagini annunciate lo scorso gennaio facendo luce sui troppi lati oscuri di questa grande opera. Adesso indaga anche la Corte dei conti perché la Pedemontana sta costando un occhio della testa ai contribuenti». E Il consigliere regionale Stefano Fracasso (Pd): «Il presidente Zaia faccia immediatamente chiarezza sulla Pedemontana visto che la delibera che ha rivisto il progetto e il piano finanziario del 2013 porta le firme di Zaia e Chisso». Ques’ultimo è l’assessore arrestato per l’inchiesta Mose.

 

IL CONTABILE «70 milioni per non fare nulla»

Infrastrutture e Interni citati nelle telefonate di imprenditori e funzionari dello Stato

FURTO MISTERIOSO – Nella casa dell’ingegnere non rubarono nulla, forse cercavano dei documenti

I VERBALI – Ben sedici incarichi allo stesso professionista “Spartizione fantastica”

POLITICI La coppia formata da Incalza e Perotti temeva le dimissioni di Lupi «Arriva Zanonato? Un macello»

IL GIP «Erano preoccupati, volevano chiudere in fretta le ultime pratiche»

FIRENZE – È lungo l’elenco dei politici che si incontrano nelle carte dell’inchiesta fiorentina sui grandi appalti. Ci sono gli indagati, che mettono lo zampino nell’aggiudicazione delle opere, ci sono quelli che ricevono favori, e ci sono i ministri. Maurizio Lupi viene tirato in ballo per i suoi «strettissimi rapporti» con il principale accusato, l’ex capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, ora in carcere. Angelino Alfano è citato nelle vicende dell’impresa De Eccher di Udine che cercava aiuti per sbloccare uno stop imposto dal prefetto.

I due esponenti dell’Ncd non fanno però parte dei 51 indagati. Gli arrestati sono Incalza, il suo collaboratore Sandro Pacella e due imprenditori Franco Cavallo e Stefano Perotti, coinvolti, secondo l’accusa, nel “Sistema” che pilotava le opere pubbliche. Dalla ricostruzione del Ros e dei pm fiorentini, la qualità dei rapporti fra Incalza, Perotti e Lupi, oltre che sui regali e sul lavoro trovato al figlio del ministro, sarebbe emersa anche in occasione di alcuni passaggi politici. Nel 2013, ricorda il gip, «dopo le annunciate dimissioni dei ministri Pdl/Fi (fra i quali Lupi) Incalza anticipa» a Perotti «che l’incarico di ministro ad interim verrà ricoperto dal ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato». Perotti commenta: «Un macello». E Incalza di risposta: «Un macello sì, va buò».

Nel febbraio 2014 Perotti «mostra alla moglie tutta la sua preoccupazione per la possibilità che Lupi non sia confermato come ministro» e, riferendosi alla possibilità che arrivi Michele Emiliano, commenta: «No, il rischio è questo Emiliano, che sarebbe un magistrato, che è terribile». Sono tutti preoccupati di «chiudere le ultime pratiche». Il gip: «Non è chiaro a quali “ultime cose” alluda Perotti, è certo che esse debbano essere “chiuse” prima che sia nominato un diverso ministro». Il gip parla anche di interventi del ministro. L’ex direttore generale della metropolitana di Milano, Giuseppe Cozza, «ricorda di aver subito le pressioni di Lupi in favore di Franco Cavallo». Mentre nel commentare l’arresto di Antonio Rognoni, «quello dell’Expo», Burchi spiega: «Freddo ai piedi l’avrà il ministro perché era un uomo di stretta osservanza di Lupi questo, eh ma è Comunione e Liberazione».

Oltre al caso De Eccher, il nome di Alfano viene fatto da Giovanni Gaspari, consigliere del ministero, che nel 2014, quando Incalza è rinominato alla struttura di missione, sbotta: «È una schifezza tale che non ne posso più, mi viene da vomitare, si sono scatenati tutti alla difesa di Incalza oggi, sono passati da Alfano a Schifani ai general contractor». Inoltre, il gip scrive che Incalza utilizza la sua influenza per favorire l’assunzione del figlio di un «più volte deputato» e annota come mediti di avvisare Massimo D’Alema quando non gradisce un’intervista in cui Francesco Boccia critica una «certa alta burocrazia ministeriale».

Ma spunta un furto misterioso in casa di Incalza, che lo denunciò solo un mese e mezzo dopo. Ma lui e la figlia, al telefono, sembrano avere chiaro chi siano gli autori o i mandanti? I ladri sono entrati solo in una stanza. «Cercavano qualcosa – dice la donna – perché sono stati solo in camera di mamma e solo lì, io non vorrei che fosse…».

 

FIRENZE – Regali, favori, assunzioni, consulenze. È davvero ricco il campionario dei vantaggi di cui godevano amici degli amici e figli di persone potenti entrati nel giro di Stefano Perotti ed Ercole Incalza.

Ad esempio, Giulio Burchi, ex presidente Italferr, il 24 gennaio 2014 parla con Enrico Boselli di Incalza: «Sono 30 anni che racconta che la luna è di formaggio, sai Ercole Incalza è un incantatore di serpenti, fra l’altro se vanno a vedere i suoi trascorsi con Anemone… è scandaloso che lo lascino ancora… se tu vai a parlare con lui ti dice “ho parlato con Andrea” che si intende Monorchio». Proprio l’ex ragioniere dello Stato che ora è vicepresidente della Banca Popolare di Vicenza. Scrive il gip: «Il 20 ottobre 2014 parlando al telefono Burchi aggiunge che Incalza sta cercando di far avere a Perotti altre direzioni lavori, citando in particolare quella per i lavori Cociv nell’ambito di una “spartizione fantastica” delle direzioni lavori che vede interessato anche “il figlio di…” facendo riferimento al figlio di Monorchio». Cociv è il consorzio con Impregilo e Civ del gruppo Gavio che si occupa dell’alta velocità Genova-Milano. Nessuno di questi è indagato.

Dall’inchiesta emergono invece tracce di milioni pagati dallo Stato «per nulla», «marchette» da 3.300 euro al mese alle società degli indagati amici dei politici, l’acquisto di una casa a Milano per 2,7 milioni segnalato da Bankitalia come operazione sospetta per «alto» rischio riciclaggio. C’è un enorme buco nero che ha risucchiato i soldi che sarebbero serviti per migliorare le infrastrutture italiane.

L’imprenditore Perotti ospita a casa sua il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. È lui, con 25 miliardi di appalti gestiti in tutta Italia attraverso una decina di società, l’uomo chiave dell’inchiesta. Come sia arrivato fin lassù, lo dice la moglie Christine in una intercettazione con il figlio: «…papà se guadagna bene e tanto è anche perché ci sono state delle coincidenze. Papà è bravo… ma ha avuto delle coincidenze fortunate di entrare nel mondo della politica grazie ad un certo giro di politica… lavori pubblici… e non è detto che in futuro sarà sempre uguale».

Il gip scrive: «Perotti non svolge neppure gli incarichi che gli sono stati affidati o li esegue con modalità tali da non da non giustificare gli enormi proventi che percepisce». Il contabile di Perotti, Massimo Fiorini, intercettato, «afferma con chiarezza che la “Ingegneria Spm”, in relazione alla direzione dei lavori per la Tav Firenze-Bologna, ha ricevuto 70 milioni senza aver svolto alcuna prestazione». «Siamo arrivati al massimo a 70, pensa, prendevi il 4% di… patronage si chiama… per non fare un cazzo…». Più chiaro con le varianti in corso d’opera: «Hanno aumentato il 40% del valore dell’opera… sono tutte opere accessorie… impressionante». Il capo del Ros, Mario Parente, ha spiegato: «Questo tipo di direzione dei lavori consentiva modifiche, con opere che lievitavano anche del 40%».

 

Altreconomia – Dentro il Sistema c’e’ la Orte-Mestre

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18

mar

2015

Il ministero delle Infrastrutture pare aver fatto di tutto per l’iter autorizzativo dell’autostrada tra Veneto e Lazio, un investimento di oltre 10 miliardi di euro, promosso da una società che fa capo a Vito Bonsignore, indagato dalla Procura di Firenze e compagno di partito di Maurizio Lupi. Perché lo ha fatto, se l’opera non è considerata strategica dall’Europa? Perché nello Sblocca-Italia c’è un comma ad hoc per quest’opera?

 

È indagato a Firenze, nell’ambito dell’inchiesta “Sistema”, anche Vito Bonsignore, già europarlamentare PDL, poi passato nel Nuovo Centrodestra del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Bonsignore è il promotore del progetto di una nuova autostrada tra Orte e Mestre, un’infrastruttura di quasi 400 chilometri, la più grande Grande Opera italiana, visto che dovrebbe costare oltre 10 miliardi di euro.

Dalle carte (che non abbiamo letto), secondo le ricostruzioni delle agenzie spunta il nome di Maurizio Lupi, che ha assunto l’incarico di ministro nel 28 aprile 2013, con il governo guidato da Enrico Letta, e lo ha mantenuto anche nell’esecutivo guidato da Matteo Renzi.

Stando ai dati forniti dei magistrati inquirenti, la Orte-Mestre vale -da sola- circa il 40 per cento del “budget” complessivo di interventi su cui avrebbero agito i soggetti arrestati (4) e indagati (47) dalla Procura di Firenze, tra cui Ercole Incalza, importante manager al ministero delle Infrastrutture.

Resta compito della magistratura quello di provare le accuse, ed analizzare in modo ancor più profondo il legame tra i soggetti coinvolti e il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi (che non è indagato).

Parlando di Orte-Mestre, vale però a nostro avviso la pena sottolineare un paio d’aspetti.

La prima: quando (era il novembre del 2013) il CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) aveva approvato il progetto dell’opera, il ministero guidato da Lupi aveva diffuso un comunicato in cui sottolineava l’importanza della realizzazione di “un asse viario fondamentale per l’Italia (attualmente noto come E45), che rientra nei corridoi europei dei progetti  TEN-T”. Chiedemmo conferma alla Commissione europea, che si spiegò -però- che non era così, che “the more direct itinerary between Orte and Mestre does not belong to any Corridor” (“Il collegamento diretto tra Orte e Mestre non fa parte di alcun Corridoio ma alla rete di interventi complementari alla rete TEN-T”).

Oggi, alla luce dell’inchiesta, rinnoviamo la nostra domanda a Lupi e al ministero delle Infrastrutture: perché affermare che la Orte-Mestre sarebbe strategica per l’Europa se non fa parte delle Reti TEN-T?

La seconda: ogni progetto approvato dal CIPE ha bisogno di un “visto buono” della Corte dei Conti. Nel caso della Orte-Mestre, questo non era arrivato. Anzi, nell’estate del 2014 il progetto del novembre 2013 era stato bocciato, perché il Piano economico e finanziario allegato “fondava” la propria sostenibilità sull’accesso a un finanziamento pubblico indiretto di quasi 2 miliardi di euro sotto forma di una defiscalizzazione.

La risposta del governo Renzi, con Lupi saldamente ministro delle Infrastrutture, fu un comma ad hoc, inserito all’interno del decreto Sblocca-Italia di fine agosto, convertito in legge a novembre. Si è intervenuti a modificare una legge precedente, per consentire alla Orte-Mestre di poter accedere alle misure di defiscalizzazione, per garantire (quindi) un finanziamento pubblico all’opera promossa dal privato Vito Bonsignore.

La seconda domanda che ponemmo al governo, e che ribadiamo all’interno del libro “Rottama Italia”, è perché ri-abilitare la Orte-Mestre dopo la bocciatura della Corte dei Conti, inserendo un comma ad hoc nello Sblocca-Italia? Non era meglio lasciar perdere? Specie se l’opera è -come ebbe a dire il presidente della Commissione ambiente della Camera, Ermete Realacci- una boutade.

Dopo la conversione in legge dello Sblocca-Italia, a inizio novembre, sono stati sufficienti tre giorni lavorativi perché la Corte dei Conti rivedesse la propria delibera, dando il la al progetto. Di chi è la responsabilità? Chi avrebbe dovuto vigilare? Chi pagherà queste scelte? Domande che avremmo voluto non dover porre mai.

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Comunicato stampa congiunto Opzione Zero e Re:Common

Opzione Zero e Re:Common chiedono con forza alla Banca europea per gli investimenti (BEI) e a cinque istituti di credito privati di non procedere con l’emissione dei cosiddetti project bond europei per rifinanziare il debito contratto dalla società CAV, co-partecipata dall’Anas e dalla regione Veneto, per la realizzazione del Passante di Mestre.

Le due associazioni temono che la concessione di questi nuovi strumenti finanziari ideati in ambito europeo possa gravare sulle spalle dei contribuenti italiani, dal momento che permane l’incertezza legata alle indagini ancora in corso sul caso di corruzione e sulla reale sostenibilità economica del progetto.

Opzione Zero e Re:Common hanno espresso tutte le loro preoccupazioni anche al presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone, a cui oggi hanno inviato una lettera. Nella missiva si ribadisce come non tutte le opere ancillari del Passante di Mestre siano state completate e soprattutto che sono ancora in vigore contratti tra la CAV e le società sotto indagine da parte della Procura di Venezia per la loro realizzazione.

Inoltre non è chiaro se tutte le fatture per le opere del Passante già realizzate siano state saldate da CAV. Ciò significa che il trasferimento del debito esistente contratto da CAV con Cassa Depositi e Prestiti e Anas ai sottoscrittori dei bond (obiettivo dell’operazione di emissione del project bond europeo) implicherebbe il rischio che le nuove risorse finanziarie disponibili alla società possano essere utilizzate per favorire la monetizzazione di proventi della corruzione su cui sta indagando la Procura di Venezia.

Cantone viene anche messo in guardia su come non sia pubblico il prospetto in cui la CAV comunica in dettaglio ai futuri sottoscrittori dei bond, i grandi investitori istituzionali internazionali, tutti i rischi collegati all’operazione. In tale prospetto informativo per investitori privilegiati, le cinque banche emittenti (tra cui le nostrane Unicredit e IMI-Intesa) sono tenute a evidenziare anche eventuali carichi giudiziari pendenti o potenziali obblighi e responsabilità finanziarie collegate a fenomeni corruttivi ed eventuali condanne o sanzioni.

Va sottolineato come la settimana scorsa la Commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo, abbia approvato una risoluzione sul rapporto annuale della Banca europea per gli investimenti in cui si chiede all’istituzione di non finanziare il Passante di Mestre tramite il meccanismo dei project bond o qualsiasi altro strumenti finanziario, esprimendo inoltre il rammarico che una tale opera sulla quale pesano come macigni le ombre della  corruzione abbia già goduto del sostegno della Banca. Nel frattempo la BEI continua a negare che gli atti illeciti relativi alle ditte che hanno costruito il Passante abbiano alcun collegamento diretto con il suo finanziamento al progetto.   

“Ci sembra incredibile che i cittadini rischino seriamente di pagare il passante per la terza volta” ha dichiarato Antonio Tricarico di Re:Common. “Prima sono arrivati i finanziamenti pubblici nel 2013 (350 milioni di euro concessi dalla BEI tramite Cassa depositi e prestiti, ndr), poi il considerevole aumento dei pedaggi, ora si ipotizza l’ennesimo sostegno da parte della BEI con i controversi project bond, che potrebbero ricadere sul groppone della Regione Veneto se le cose non dovessero andare bene. Visto quanto accaduto in questi anni, tra corruzione e previsioni di incassi errate, non c’è di che essere ottimisti” ha concluso Tricarico.

“Tutta questa storia del debito del Passante è un’assurdità” ha dichiarato Mattia Donadel di Opzione Zero. “Il Passante è stato finanziato in parte dal Ministero delle Infrastrutture e in parte da ANAS, SpA totalmente pubblica, vale a dire che il Passante è stato costruito solo ed esclusivamente con i soldi dei contribuenti. Una spirale del debito così perversa ha lo scopo di favorire gli speculatori finanziari a scapito dei cittadini” ha concluso Donadel.

 

Non si può affrontare solo con gli strumenti dell’anticorruzione il problema delle Grandi Opere, l’illegalità è ben più estesa di quanto appaia perché sono le stesse norme derivanti dalla legge Obiettivo (approvata il 21 dicembre 2001) che l’hanno favorita in questi 14 anni. Il toro va preso per le corna e la Presidenza del Consiglio dei Ministri deve mettere subito sotto tutela il Ministero delle infrastrutture e trasporti, congelare il Primo Programma delle infrastrutture strategiche (i cui costi sono esplosi in 14 anni dai 125,8 miliardi del 2001 per 115 opere, ai 383,9 miliardi di euro per 419 opere attuali) e ascoltare i suoi consulenti economici come Yoram Gutgeld (ora deputato Pd) e il docente dell’Università Bocconi, Roberto Perotti, che hanno da tempo sollevato dubbi sul sistema delle grandi opere, chiedendo ad esempio che finalmente si introduca in Italia una seria analisi costi-benefici dal punto di vista economico-finanziario, sociale e ambientale.

Un progetto come il ponte sullo Stretto di Messina (8,5 mld di costo presunto), ricorda il Wwf, se sottoposto ad una seria analisi, ad esempio, non sarebbe mai dovuto entrare in nessuno elenco ed è scandaloso che il viceministro Riccardo Nencini, dopo che il Governo Monti ha deciso di liquidare la Stretto di Messina SpA, ancora nell’ottobre scorso accreditava l’idea che il progetto avrebbe potuto essere rilanciato.

Le norme del Codice Appalti (che ha assorbito le norme derivanti dalla legge Obiettivo), secondo il Wwf, vanno depurate e corrette: eliminando il criterio di selezione dell’offerta al massimo ribasso; non procedendo a Valutazione di Impatto ambientale senza studi economico-finanziari e analisi costi-benefici che dimostrino l’utilità e la redditività delle opere;  riportando in capo ai Ministero dell’Ambiente e al Ministero dei Beni culturali il giudizio di compatibilità ambientale sul progetto definitivo, mentre oggi la decisione viene assunta un voto del Cipe a maggioranza sul progetto preliminare; riformando profondamente il sistema del project financing, senza alcun rischio per i privati “assistito dallo stato”; rivedendo la figura del General Contractor, che dà vita ad una serie di sub-appalti mascherati incontrollabili.

Il Primo Programma delle infrastrutture strategiche, che costituisce una pesante ipoteca per lo sviluppo del Paese, va sostituito da un nuovo Piano Generale della Mobilità e della Logistica che stabilisca le vere priorità necessarie per rispondere alla reale domanda di mobilità del Paese. Oggi serve solo a dissipare risorse economico-finanziarie e ambientali, ad aumentare il debito pubblico dell’Italia, soddisfacendo gli appetiti dei grandi studi di progettazione, delle grandi aziende di costruzione e delle clientele politiche locali.

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Corruzione negli appalti Tav ed Expo. Nel mirino anche la Orte-Mestre

Arrestato il manager Incalza

Appalti Tav ed Expo, arrestato per corruzione Ercole Incalza, manager statale, capo della Struttura grandi opere. Uomo già intercettato per il Mose. Nel mirino della procura di Firenze

 

LA CRICCA DELLE TANGENTI

Pedemontana e Orte-Mestre

Appalti Tav ed Expo

Manette al “Sistema”

ROMA Lo chiamavano semplicemente il «Sistema». Non c’erano tanti giri di parole per aggiudicarsi, a suon di tangenti, appalti statali milionari. Così, nel “Sistema” sono rientrati la linea ferroviaria alta velocità Milano-Verona; il nodo Tav di Firenze con l’attraversamento della città con un tunnel di sei chilometri; l’autostrada Orte-Mestre; il Palazzo Italia all’Expo. Cantieri che venivano affidati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti agli “amici”.

Il dominus del sistema di corruzione era il potentissimo manager statale, Ercole Incalza, capo della Struttura tecnica di Missione per le Grandi opere, arrestato ieri all’alba dai Ros su ordine della procura di Firenze. Ai domiciliari è finito il suo collaboratore Sandro Pacella, mentre è in carcere l’imprenditore Stefano Perotti, considerato fedelissimo di Incalza senza il quale nessun impresario riusciva ad aprire mezzo cantiere in Italia. Arrestato anche Francesco Cavallo, presidente del Consiglio di amministrazione di “Centostazioni” che, secondo i magistrati, riceveva proprio da Perotti ogni mese un assegno di 7 mila euro «come compenso per la sua mediazione».

Cinquantuno gli indagati, tra cui diversi politici. L’europarlamentare Udc, Vito Bonsignore già condannato per tentata corruzione. Due sottosegretari: Rocco Girlanda (Pdl), alle Infrastrutture con il governo Letta nel 2013 e Stefano Saglia (Pdl) nel 2009 allo Sviluppo Economico con Scajola. Indagati anche Fedele Sanciu senatore Pdl nel 2006 e Alfredo Peri, assessore Pd alla Mobilità alla Regione Emilia Romagna nella giunta Errani fino al 2014.

Ma l’inchiesta fiorentina tocca direttamente un ministro del governo Renzi, il responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, di Ncd, che non è indagato. Nelle intercettazioni il ministro è citato diverse volte sia per aver ricevuto dalla “cricca” regali tipo un Rolex da diecimila euro per la laurea del figlio, sia per aver ottenuto da Stefano Perotti, l’imprenditore arrestato, incarichi di lavoro sempre per il suo secondogenito, Luca.

Il ministro reputa la struttura su cui ha messo a capo Incalza e che gestisce con pieni poteri le opere pubbliche di rilievo, talmente inattaccabile che all’ipotesi di uno smantellamento minaccia di far cadere il governo. È il 16 dicembre 2014 quando viene intercetto al telefono con Incalza: «…ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di Missione non c’è più il governo!».

È dunque Incalza a reggere i fili del “Sistema”. E con lui Stefano Perotti cui veniva affidata, attraverso la sua società Green Field srl, la direzione dei lavori degli appalti incriminati. Un giro di affari di 25 miliardi di euro. Al vertice del sistema di corruzione, per la procura di Firenze, ci sono loro due.

«Nel periodo 1999-2008 – scrivono i pm – Incalza ha percepito dalla Green Field 697 mila euro costituendo per il manager “la principale fonte di reddito».

Ingegnere, 71 anni, Incalza dal 2001 ha “servito” tutti i governi tranne quello di Romano Prodi nel 1996, quando il ministro di Pietro lo allontanò, da gennaio è in pensione. È stato indagato 14 volte, uscendo però sempre indenne, Il suo nome si legge nei fascicoli delle principali inchieste sulla corruzione: dall’Expo al Mose passando per la “cricca” di Anemone e Balducci, altro manager statale finito in carcere.

«Incalza – si legge nell’ordinanza – è colui che suggerisce al general contractor o all’appaltatore il nome del direttore dei lavori, cioè a soggetti sempre riferibili a Perotti e che si mette a disposizione dell’impresa assicurando in violazione dei doveri di trasparenza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione un trattamento di favore».

«Da lui, gli appaltatori non possono prescindere e, accompagnati da Perotti o da Cavallo, si presentano negli uffici di Incalza per assicurarsi il finanziamento».

«A Perotti naturalmente andava la direzione dei lavori garantendosi un guadagno dall’1 al 3 per cento degli importi» scrive il gip che sottolinea il trucco delle “modifiche” in corso d’opera per far lievitare i costi. Di quanto? «Anche del 40 per cento».

Fiammetta Cupellaro

 

Quando Chisso diceva “C’è un problema? Parliamone a Ercole”

VENEZIA – Quando qualcosa s’incagliava a Venezia, c’era sempre un santo a Roma al quale rivolgersi: «Andiamo a parlarne a Ercole». Lo diceva l’assessore Renato Chisso, che con Ercole Incalza aveva in comune l’antica militanza nel Psi. Tra “compagni” è più facile intendersi.

Lo sapeva Piergiorgio Baita, anche se nella famosa intervista all’Espresso del 19 giugno 2014 evita accuratamente di nominare Ercole Incalza assieme ai burosauri di Stato abituati a spadroneggiare sulle grandi opere: Pietro Ciucci, Vincenzo Pozzi, Pietro Buoncristiano, Vincenzo Fortunato.

Si può pensare perché Incalza determinava le sorti della Romea commerciale Mestre-Orte, uno dei project nel portafoglio di Adria Infrastrutture, la società creata da Baita per incassare i profitti degli investimenti. Lo sapeva soprattutto Giovanni Mazzacurati, che come Consorzio Venezia Nuova aveva il problema di rapportarsi direttamente alle strutture romane. Nel senso di «fluidificare», come amava dire.

Incalza era lo snodo di tutte le relazioni. Tutto passava dal suo tavolo. Nessuna meraviglia che il suo nome compaia nelle intercettazioni dell’inchiesta Mose, nei verbali degli interrogatori e perfino nell’ordinanza di custodia cautelare per gli arresti del 4 giugno 2014, firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Anche se nessuna contestazione gli è stata mossa un anno fa.

Mazzacurati lo nomina già nel primo incontro con il pm Paola Tonini, il 25 luglio 2013, pochi giorni dopo l’arresto. E’ un interrogatorio drammatico. Il grande capo del Mose pensa ancora di poter svicolare ma la Tonini gli dice chiaro e tondo che lo stanno ascoltando da anni, non da mesi: «Quando le facciamo una domanda questa nasce dal fatto che abbiamo una mole di elementi tale che potremmo fare a meno della sua deposizione. Quindi se lei vuole collaborare con l’autorità giudiziaria lo deve fare fino in fondo, senza amici o contro-amici, questi li dimentico e questi li ricordo».

La Tonini vuol sapere a chi sono andati i soldi. Mazzacurati si preoccupa subito di escludere Ercole Incalza: «Il nostro riferimento al ministero delle Infrastrutture era l’ingegner Incalza ma con lui non abbiamo avuto nessun rapporto del tipo cui accenna lei. Non abbiamo corrisposto nulla, nessuna dazione da parte nostra all’ingegner Incalza».

Se non era denaro, di che si trattava? Di qualcosa di più importante ancora: il controllo sul denaro speso, in capo al Magistrato alle Acque. Ercole Incalza, responsabile della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, era la persona che preparava le istruttorie in base alle quali il ministro firmava le nomine.

Nel settembre 2011 al Magistrato alle Acque di Venezia, in sostituzione di Patrizio Cuccioletta, arriva Ciriaco D’Alessio. Nessuno dei due è uno stinco di santo: Cuccioletta era stato sollevato dall’incarico nel 2001 per indegnità, D’Alessio arrestato per concussione nel 1993 e salvato dalla prescrizione. Ma il primo era gradito a Mazzacurati, il secondo no.

Le intercettazioni riportare nell’ordinanza ricostruiscono i passaggi: D’Alessio è supportato da Erasmo Cinque, imprenditore di riferimento del ministro Matteoli. Incalza lo riceve il 15 settembre e Matteoli firma la nomina il 21. Il 23 le intercettazioni a Venezia mostrano un Mazzacurati bypassato che si dispera e medita di andare a parlarne a Gianni Letta. Cosa che fa veramente, pur non riuscendo a revocare la nomina.

«Dal che si trae la conferma», scrive il gip, «che per le precedenti nomine di Cuccioletta e della Piva invece era stato consultato».

La lettura dei passi citati nell’ordinanza del gip Scaramuzza documenta una manipolazione costante, tra richieste di privilegiare il Consorzio a spese di altre opere pubbliche che vengono decurtate di finanziamenti previsti ed escamotage burocratici inventati per consentirlo. Una «turbativa» continua. È da chiedersi per quale motivo l’ingegner Incalza non sia finito prima nel mirino dei magistrati. Probabilmente perché aprire su quel fronte significava per la procura di Venezia farsi sfilare il fascicolo da quella romana.

Renzo Mazzaro

 

E per l’appalto all’Expo di Milano spunta anche la telefonata di monsignor Francesco Gioia, ex delegato pontificio del Santo

Pedemontana e Orte-Mestre, superaffari

VENEZIA – Il sistema Incalza era destinato a sbarcare anche in Veneto perché le grandi opere destinate alla mobilità, Mose a parte, sono nell’agenda del governo e della regione. Tra queste dall’inchiesta di Firenze emergono la «Orte-Mestre» e la « Pedemontana Veneta», senza dimenticare l’Alta Velocità nel tratto Brescia-Verona. Gli indagati, e non solo loro, ne parlano al telefono senza sapere che la Procura di Firenze e i Ros dei carabinieri li stanno ascoltando.

L’indagine, poi, riporta alla ribalta una figura religiosa che a Padova ricordano in molti: Francesco Gioia, delegato pontificio alla Basilica del Santo. Una «mano ecclesiastica» Anche un monsignore, l’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, Francesco Gioia, si sarebbe attivato come tramite per dare «una mano» in relazione all’appalto «Palazzo Italia» dell’Expo. È quanto risulta dalle carte dell’inchiesta della Procura di Firenze sulle grandi opere.

Il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di Palazzo Italia, monsignor Gioia (non è indagato) «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società Italiana Costruzioni, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti», professionista arrestato ieri, «la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono».

Monsignor Gioia, tra l’altro indagato per un presunto abuso edilizio effettuato su un palazzo dei frati del Santo a Padova, dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con un … uno dei fratelli Navarra (…) dobbiamo dargli una mano … per introdurli lì presso il responsabile».

Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto».

Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Al centro dell’indagine la gestione illecita degli appalti delle grandi opere. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti. L’architetto olandese e Olbia. L’unico indagato “veneto” dell’inchiesta, è un architetto olandese con studio in via Montecchia 15, a Selvazzano Dentro. Si tratta di Willem Brower, 61 anni. Secondo l’accusa il professionista, perquisito ieri mattina e accusato di «turbata libertà degli incanti», si sarebbe adoperato per fare in modo che la gara per l’assegnazione dell’appalto del progetto del nuovo terminal del porto di Olbia, fosse vinta da Stefano Perrotti, uno degli arrestati e a Giorgio Mor, altro indagato. Lui si difende dicendo che in realtà per quel progetto aveva inviato solo un suo curriculum all’«Autorità portuale del Nord Sardegna», committente del lavoro.

Lupi e l’amico Incalza. I rapporto tra l’attuale ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il principale attore nell’inchiesta, Ercole Incalza, sono molto stretti. In una telefonata intercettata il 28 dicembre del 2013, Incalza spiega tutte le opere iniziate o che stanno per iniziare al ministro che deve essere intervistato dal Corriere della Sera.

In questa intercettazione parlano anche della «Orte-Mestre» e della Pedemontana Veneta. Incalza ricorda a Lupi «…mi raccomando digli che la Pedemontana è ripartita grazie a noi…sarebbe stata ferma…io lo direi. I progetti, approvati dalla Regione, sono arrivati il 23 dicembre e nel 2014 appaltiamo».

Discorso diverso per la «Orte Mestre», nel tratto tra Ravenna e Mestre. «…No non è pronto, qui appaltiamo nel 2015…non prima…», dice sempre Incalza. I due poi parlano dei miliardi investiti e della necessità di aprire tanti piccoli «interventi per creare posti di lavoro… non importa se temporanei…», spiega il ministro Maurizio Lupi. E Incalza risponde «…sì ma poi se dopo due anni finiscono, sai che casino nasce…».

Carlo Mion

 

Superdirigente delle Infrastrutture in 7 governi è stato toccato da 14 inchieste

Il sacerdote dei Lavori pubblici

FIRENZE Il sacerdote delle “Grandi opere”, Ercole Incalza, superdirigente di sette governi diversi, burocrate sopravvissuto a cinque ministri e a 14 inchieste giudiziarie concluse a intermittenza con assoluzioni e prescrizioni, non è più intoccabile. Il dinosauro della Pubblica amministrazione capace di rimanere sempre al timone nonostante il vento, gli scandali, le vicissitudini di governo e i magistrati che negli ultimi decenni hanno provato a rincorrerlo, è in cella per corruzione.

Settant’anni compiuti il giorno di Ferragosto, due lauree – ingegneria e architettura – rappresenta la resistente longevità alle intemperie. Inossidabile. Porta Pia è stata casa sua per 14 anni. Nel 2005 il ministro Lupi lo definì addirittura «un patrimonio per il nostro Paese». Nel giorno più nero, invece, il governo si affretta a prendere le distanze dall’«ex» capo della struttura di missione delle Infrastrutture, il ricco ministero che ingloba trasporti e lavori pubblici: «È in pensione dal 31 dicembre 2014 e attualmente non riveste nessun ruolo o funzione, neanche a titolo gratuito».

Eppure sono passati appena 75 giorni da quando ha svuotato i cassetti e ha riconsegnato le chiavi dell’Alta sorveglianza delle Grandi opere. Il nome del supertecnico brindisino ricorre nei lavori più importanti su cui si è speculato negli ultimi 30 anni. Si affaccia nel mondo dorato degli incarichi pubblici verso la fine degli anni Settanta, grazie alle indiscutibili capacità ma anche alle entrature nella «sinistra ferroviaria» del socialista Claudio Signorile. Incarna il potere e l’incompiutezza della Tav in Italia. Dopo Tangentopoli torna alla ribalta con Pietro Lunardi per poi sedersi alla destra di Altero Matteoli.

Va forte Incalza, anzi fortissimo. Più veloce della Giustizia che vorrebbe processarlo per presunte irregolarità sul sottopasso fiorentino. Non è indagato ma il suo nome compare nell’ordinanza cautelare del Mose di Venezia. Sfiorato dalle indagini su Expo la sua carriera prosegue in un gioco ambiguo di chiaroscuri. La procura di Firenze acquisisce una copia del contratto di compravendita della casa in via Gianturco, di proprietà del genero Alberto Donati, che risulterebbe pagata per 520mila euro dal tuttofare dell’ambizioso costruttore Diego Anemone, quello del G8. Sembra una fotocopia del caso Scajola, ma Incalza non viene neppure interrogato dai pm. Donati tenta di spiegare: «Su suggerimento di Angelo Balducci tramite mio suocero contattai Zampolini». Il rogito venne stipulato dal notaio Gianluca Napoleone che alla Gdf ha detto di «non ricordare nulla». Di Balducci, l’ex Gentiluomo del Papa ed eminenza grigia dei grandi appalti di Stato, il notaio aveva però buona memoria: «È socio del mio stesso circolo di golf». Lo è stato. Prima di essere arrestato nel 2010. Un altro ex intoccabile bipartisan tirato giù dalla torre d’avorio.

Rocco Ferrante

 

No Tav: «Nessuna mela marcia, ma un vero sistema»

«Cittadine e cittadini non possono che ringraziare la magistratura per aver sollevato il velo che copre il corpo in decomposizione del mondo delle infrastrutture. Le inchieste non fanno altro che confermare più di un decennio di denunce». Così, in una nota, il comitato No Tav fiorentino commenta l’inchiesta sulle grandi opere. «Il quadro che ormai abbiamo sotto gli occhi è abbastanza chiaro: qui non si tratta di qualche mela marcia, come si affanneranno presto a dire molti esponenti politici, ma di una finestra spalancata su un sistema di malaffare», aggiunge la nota.

 

Il commento

RAPINA DA 60 MILIARDI OGNI ANNO

GIAN CARLO CASELLI

La corruzione costa al nostro Paese 60 miliardi di euro l’anno, cifra ufficiale calcolata dalla Corte dei Conti. Significa che per ogni cittadino italiano (neonati compresi) è prevista annualmente una vergognosa tassa occulta di mille euro.

Poi ci sono i costi non monetizzabili, quelli che riguardano la devastazione dell’immagine e della credibilità della nostra economia, con conseguente inesorabile allontanamento degli investitori stranieri.

E ancora, le rovinose ricadute sul nostro futuro, su quello dei giovani, con crescente sfiducia nella capacità delle istituzioni di operare per il bene comune.

La corruzione è una pratica purtroppo abituale, non riconducibile a un circuito delimitato per quanto esteso. Si tratta sempre più di un vero e proprio sistema. Per contrastarlo occorrono regole rigorose, non confuse e annacquate (come quelle attualmente in vigore), che riescano a rendere la corruzione non conveniente. Sia attraverso la definizione delle fattispecie penali, sia attraverso adeguate sanzioni (le interdittive sono le più deterrenti) e la certezza della pena.

Inoltre, poiché la corruzione è un fatto “interno” che si tende a tenere nascosto, è di decisiva importanza rompere questo sistema incentivando forme di “pentimento”, di collaborazione con la giustizia, che incidano sullo scellerato patto di solidarietà tra corruttore e corrotto.

Utilissimo può essere l’impiego di agenti provocatori, come si fa ad esempio per il traffico di droga, reato di gravità almeno pari alla corruzione. Servirebbe introdurre anche nel nostro ordinamento, con idonee gratificazioni, figure come i “whistleblower”, cioè suonatori di fischietto o vedette civiche capaci di segnalare e denunziare ciò che conoscono. Invece niente di tutto questo: la nostra politica continua a baloccarsi, a colpi di sofismi e veti incrociati, in buona sostanza ritardando – almeno fino a oggi – ogni tentativo (anche i meno audaci) di dettare norme più rigorose contro la corruzione.

L’obiettivo deve essere quello di combattere la corruzione disciplinando l’attività pubblica sul versante economico come una casa di vetro protetta da porte blindate. Prevedendo anche test di integrità per politici e amministratori, e non esitando a mettere fuori gioco chi abbia gravemente o reiteratamente sbagliato. Senza mai dimenticare che la corruzione non è soltanto questione di guardie e ladri, di delinquenti ed organi istituzionalmente chiamati a reprimere i reati. La corruzione è anche, se non soprattutto, impoverimento della comunità di cui ciascuno di noi è parte. Perché ci rapina risorse, che se invece le avessimo sicuramente vivremmo molto meglio.

Papa Francesco ha interpretato mirabilmente questi sentimenti con parole forti. I corrotti sono «putredine verniciata, devoti della dea tangente». La corruzione è «non guadagnare il pane con dignità», per cui ai figli dei corrotti tocca «ricevere come pasto dal loro padre sporcizia».

Sprezzanti la parole del Papa sulle nefaste conseguenze delle «cricche della corruzione, che con la politica quotidiana del “do ut des”, dove tutto è affari, producono ingiustizie che causano sofferenza». Chi paga per questo? Sostiene il Papa che «pagano gli ospedali senza medicine, i malati che non hanno cura, i bambini senza educazione».

Questi alcuni esempi di impoverimento causato dalla corruzione, una delle declinazioni della illegalità economica (altre sono l’evasione fiscale, che ci costa 120 miliardi di euro l’anno; e l’economia mafiosa, un business da 150 miliardi annui). È quindi evidente che ogni recupero di legalità, a partire dalla corruzione, è un recupero di reddito che ci conviene. La legalità è la strada giusta per affrontare i problemi economico/sociali che ancora ci affliggono. È la chiave per avviare percorsi di sviluppo economico ordinato, senza più costanti penalizzazioni per chi ha maggiore bisogno.

 

BEPPE Grillo «Ne vedremo delle belle, tutti in galera»

«L’hanno appena arrestato. Ora ne vedremo delle belle. Tutti in galera». Così Beppe Grillo su Facebook dopo il blitz dei Ros che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Ettore Incalza. Il leader di M5S ha poi twittato: «Subito legge anticorruzione». In rete anche un post del capogruppo Cioffi: «Le grandi opere in Italia hanno solo portato corruzione, infiltrazioni mafiose, sprechi e distruzione».

 

Belluno, il ministro Lupi difende l’alto burocrate di fronte ai sindaci

«Incalza tecnico autorevole»

BELLUNO  La domanda arriva, a bruciapelo, al termine di un incontro con i sindaci del Bellunese per parlare di grandi opere. Ad attendere un commento sull’indagine di Firenze, a quel punto, non sono solo i giornalisti. Di fronte agli amministratori il ministro Maurizio Lupi ribadisce che «l’ingegnere Ercole Incalza è una delle figure tecniche più autorevoli del nostro Paese». Un’esperienza tecnica ed una competenza internazionale che «gli sono riconosciute a tutti i livelli. Da parte del ministero, e del Governo intero, c’è la massima disponibilità per accertamenti e verifiche, auspichiamo non ci sia nessuna ombra».

Al momento dell’incontro, poco prima delle 13, non erano ancora emersi i dettagli dell’indagine in cui compare anche il nome di Luca Lupi. Poche ore dopo il ministro riferisce alle agenzie di stampa: «Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio» spiega all’Ansa, «non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato».

Certo è che la notizia dell’inchiesta «ci ha colpito tutti», ha spiegato Lupi, «siamo convinti che in questo Paese si debbano realizzare le grandi opere, devono essere realizzate in tempi certi e nella maniera più trasparente». Tanto che il ministro sta lavorando alla modifica del codice degli appalti.

Che il rapporto tra Lupi e Incalza fosse molto stretto lo testimonia anche una telefonata del settembre 2013 in cui l’ingegnere manifestava i suoi timori all’idea delle dimissioni del ministro, che avrebbe dovuto essere sostituito da Flavio Zanonato. Dimissioni poi respinte dall’allora premier Enrico Letta.

 

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