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Comunicato stampa congiunto Opzione Zero e Re:Common

Opzione Zero e Re:Common chiedono con forza alla Banca europea per gli investimenti (BEI) e a cinque istituti di credito privati di non procedere con l’emissione dei cosiddetti project bond europei per rifinanziare il debito contratto dalla società CAV, co-partecipata dall’Anas e dalla regione Veneto, per la realizzazione del Passante di Mestre.

Le due associazioni temono che la concessione di questi nuovi strumenti finanziari ideati in ambito europeo possa gravare sulle spalle dei contribuenti italiani, dal momento che permane l’incertezza legata alle indagini ancora in corso sul caso di corruzione e sulla reale sostenibilità economica del progetto.

Opzione Zero e Re:Common hanno espresso tutte le loro preoccupazioni anche al presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone, a cui oggi hanno inviato una lettera. Nella missiva si ribadisce come non tutte le opere ancillari del Passante di Mestre siano state completate e soprattutto che sono ancora in vigore contratti tra la CAV e le società sotto indagine da parte della Procura di Venezia per la loro realizzazione.

Inoltre non è chiaro se tutte le fatture per le opere del Passante già realizzate siano state saldate da CAV. Ciò significa che il trasferimento del debito esistente contratto da CAV con Cassa Depositi e Prestiti e Anas ai sottoscrittori dei bond (obiettivo dell’operazione di emissione del project bond europeo) implicherebbe il rischio che le nuove risorse finanziarie disponibili alla società possano essere utilizzate per favorire la monetizzazione di proventi della corruzione su cui sta indagando la Procura di Venezia.

Cantone viene anche messo in guardia su come non sia pubblico il prospetto in cui la CAV comunica in dettaglio ai futuri sottoscrittori dei bond, i grandi investitori istituzionali internazionali, tutti i rischi collegati all’operazione. In tale prospetto informativo per investitori privilegiati, le cinque banche emittenti (tra cui le nostrane Unicredit e IMI-Intesa) sono tenute a evidenziare anche eventuali carichi giudiziari pendenti o potenziali obblighi e responsabilità finanziarie collegate a fenomeni corruttivi ed eventuali condanne o sanzioni.

Va sottolineato come la settimana scorsa la Commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo, abbia approvato una risoluzione sul rapporto annuale della Banca europea per gli investimenti in cui si chiede all’istituzione di non finanziare il Passante di Mestre tramite il meccanismo dei project bond o qualsiasi altro strumenti finanziario, esprimendo inoltre il rammarico che una tale opera sulla quale pesano come macigni le ombre della  corruzione abbia già goduto del sostegno della Banca. Nel frattempo la BEI continua a negare che gli atti illeciti relativi alle ditte che hanno costruito il Passante abbiano alcun collegamento diretto con il suo finanziamento al progetto.   

“Ci sembra incredibile che i cittadini rischino seriamente di pagare il passante per la terza volta” ha dichiarato Antonio Tricarico di Re:Common. “Prima sono arrivati i finanziamenti pubblici nel 2013 (350 milioni di euro concessi dalla BEI tramite Cassa depositi e prestiti, ndr), poi il considerevole aumento dei pedaggi, ora si ipotizza l’ennesimo sostegno da parte della BEI con i controversi project bond, che potrebbero ricadere sul groppone della Regione Veneto se le cose non dovessero andare bene. Visto quanto accaduto in questi anni, tra corruzione e previsioni di incassi errate, non c’è di che essere ottimisti” ha concluso Tricarico.

“Tutta questa storia del debito del Passante è un’assurdità” ha dichiarato Mattia Donadel di Opzione Zero. “Il Passante è stato finanziato in parte dal Ministero delle Infrastrutture e in parte da ANAS, SpA totalmente pubblica, vale a dire che il Passante è stato costruito solo ed esclusivamente con i soldi dei contribuenti. Una spirale del debito così perversa ha lo scopo di favorire gli speculatori finanziari a scapito dei cittadini” ha concluso Donadel.

 

Non si può affrontare solo con gli strumenti dell’anticorruzione il problema delle Grandi Opere, l’illegalità è ben più estesa di quanto appaia perché sono le stesse norme derivanti dalla legge Obiettivo (approvata il 21 dicembre 2001) che l’hanno favorita in questi 14 anni. Il toro va preso per le corna e la Presidenza del Consiglio dei Ministri deve mettere subito sotto tutela il Ministero delle infrastrutture e trasporti, congelare il Primo Programma delle infrastrutture strategiche (i cui costi sono esplosi in 14 anni dai 125,8 miliardi del 2001 per 115 opere, ai 383,9 miliardi di euro per 419 opere attuali) e ascoltare i suoi consulenti economici come Yoram Gutgeld (ora deputato Pd) e il docente dell’Università Bocconi, Roberto Perotti, che hanno da tempo sollevato dubbi sul sistema delle grandi opere, chiedendo ad esempio che finalmente si introduca in Italia una seria analisi costi-benefici dal punto di vista economico-finanziario, sociale e ambientale.

Un progetto come il ponte sullo Stretto di Messina (8,5 mld di costo presunto), ricorda il Wwf, se sottoposto ad una seria analisi, ad esempio, non sarebbe mai dovuto entrare in nessuno elenco ed è scandaloso che il viceministro Riccardo Nencini, dopo che il Governo Monti ha deciso di liquidare la Stretto di Messina SpA, ancora nell’ottobre scorso accreditava l’idea che il progetto avrebbe potuto essere rilanciato.

Le norme del Codice Appalti (che ha assorbito le norme derivanti dalla legge Obiettivo), secondo il Wwf, vanno depurate e corrette: eliminando il criterio di selezione dell’offerta al massimo ribasso; non procedendo a Valutazione di Impatto ambientale senza studi economico-finanziari e analisi costi-benefici che dimostrino l’utilità e la redditività delle opere;  riportando in capo ai Ministero dell’Ambiente e al Ministero dei Beni culturali il giudizio di compatibilità ambientale sul progetto definitivo, mentre oggi la decisione viene assunta un voto del Cipe a maggioranza sul progetto preliminare; riformando profondamente il sistema del project financing, senza alcun rischio per i privati “assistito dallo stato”; rivedendo la figura del General Contractor, che dà vita ad una serie di sub-appalti mascherati incontrollabili.

Il Primo Programma delle infrastrutture strategiche, che costituisce una pesante ipoteca per lo sviluppo del Paese, va sostituito da un nuovo Piano Generale della Mobilità e della Logistica che stabilisca le vere priorità necessarie per rispondere alla reale domanda di mobilità del Paese. Oggi serve solo a dissipare risorse economico-finanziarie e ambientali, ad aumentare il debito pubblico dell’Italia, soddisfacendo gli appetiti dei grandi studi di progettazione, delle grandi aziende di costruzione e delle clientele politiche locali.

link articolo

 

Corruzione negli appalti Tav ed Expo. Nel mirino anche la Orte-Mestre

Arrestato il manager Incalza

Appalti Tav ed Expo, arrestato per corruzione Ercole Incalza, manager statale, capo della Struttura grandi opere. Uomo già intercettato per il Mose. Nel mirino della procura di Firenze

 

LA CRICCA DELLE TANGENTI

Pedemontana e Orte-Mestre

Appalti Tav ed Expo

Manette al “Sistema”

ROMA Lo chiamavano semplicemente il «Sistema». Non c’erano tanti giri di parole per aggiudicarsi, a suon di tangenti, appalti statali milionari. Così, nel “Sistema” sono rientrati la linea ferroviaria alta velocità Milano-Verona; il nodo Tav di Firenze con l’attraversamento della città con un tunnel di sei chilometri; l’autostrada Orte-Mestre; il Palazzo Italia all’Expo. Cantieri che venivano affidati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti agli “amici”.

Il dominus del sistema di corruzione era il potentissimo manager statale, Ercole Incalza, capo della Struttura tecnica di Missione per le Grandi opere, arrestato ieri all’alba dai Ros su ordine della procura di Firenze. Ai domiciliari è finito il suo collaboratore Sandro Pacella, mentre è in carcere l’imprenditore Stefano Perotti, considerato fedelissimo di Incalza senza il quale nessun impresario riusciva ad aprire mezzo cantiere in Italia. Arrestato anche Francesco Cavallo, presidente del Consiglio di amministrazione di “Centostazioni” che, secondo i magistrati, riceveva proprio da Perotti ogni mese un assegno di 7 mila euro «come compenso per la sua mediazione».

Cinquantuno gli indagati, tra cui diversi politici. L’europarlamentare Udc, Vito Bonsignore già condannato per tentata corruzione. Due sottosegretari: Rocco Girlanda (Pdl), alle Infrastrutture con il governo Letta nel 2013 e Stefano Saglia (Pdl) nel 2009 allo Sviluppo Economico con Scajola. Indagati anche Fedele Sanciu senatore Pdl nel 2006 e Alfredo Peri, assessore Pd alla Mobilità alla Regione Emilia Romagna nella giunta Errani fino al 2014.

Ma l’inchiesta fiorentina tocca direttamente un ministro del governo Renzi, il responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, di Ncd, che non è indagato. Nelle intercettazioni il ministro è citato diverse volte sia per aver ricevuto dalla “cricca” regali tipo un Rolex da diecimila euro per la laurea del figlio, sia per aver ottenuto da Stefano Perotti, l’imprenditore arrestato, incarichi di lavoro sempre per il suo secondogenito, Luca.

Il ministro reputa la struttura su cui ha messo a capo Incalza e che gestisce con pieni poteri le opere pubbliche di rilievo, talmente inattaccabile che all’ipotesi di uno smantellamento minaccia di far cadere il governo. È il 16 dicembre 2014 quando viene intercetto al telefono con Incalza: «…ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di Missione non c’è più il governo!».

È dunque Incalza a reggere i fili del “Sistema”. E con lui Stefano Perotti cui veniva affidata, attraverso la sua società Green Field srl, la direzione dei lavori degli appalti incriminati. Un giro di affari di 25 miliardi di euro. Al vertice del sistema di corruzione, per la procura di Firenze, ci sono loro due.

«Nel periodo 1999-2008 – scrivono i pm – Incalza ha percepito dalla Green Field 697 mila euro costituendo per il manager “la principale fonte di reddito».

Ingegnere, 71 anni, Incalza dal 2001 ha “servito” tutti i governi tranne quello di Romano Prodi nel 1996, quando il ministro di Pietro lo allontanò, da gennaio è in pensione. È stato indagato 14 volte, uscendo però sempre indenne, Il suo nome si legge nei fascicoli delle principali inchieste sulla corruzione: dall’Expo al Mose passando per la “cricca” di Anemone e Balducci, altro manager statale finito in carcere.

«Incalza – si legge nell’ordinanza – è colui che suggerisce al general contractor o all’appaltatore il nome del direttore dei lavori, cioè a soggetti sempre riferibili a Perotti e che si mette a disposizione dell’impresa assicurando in violazione dei doveri di trasparenza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione un trattamento di favore».

«Da lui, gli appaltatori non possono prescindere e, accompagnati da Perotti o da Cavallo, si presentano negli uffici di Incalza per assicurarsi il finanziamento».

«A Perotti naturalmente andava la direzione dei lavori garantendosi un guadagno dall’1 al 3 per cento degli importi» scrive il gip che sottolinea il trucco delle “modifiche” in corso d’opera per far lievitare i costi. Di quanto? «Anche del 40 per cento».

Fiammetta Cupellaro

 

Quando Chisso diceva “C’è un problema? Parliamone a Ercole”

VENEZIA – Quando qualcosa s’incagliava a Venezia, c’era sempre un santo a Roma al quale rivolgersi: «Andiamo a parlarne a Ercole». Lo diceva l’assessore Renato Chisso, che con Ercole Incalza aveva in comune l’antica militanza nel Psi. Tra “compagni” è più facile intendersi.

Lo sapeva Piergiorgio Baita, anche se nella famosa intervista all’Espresso del 19 giugno 2014 evita accuratamente di nominare Ercole Incalza assieme ai burosauri di Stato abituati a spadroneggiare sulle grandi opere: Pietro Ciucci, Vincenzo Pozzi, Pietro Buoncristiano, Vincenzo Fortunato.

Si può pensare perché Incalza determinava le sorti della Romea commerciale Mestre-Orte, uno dei project nel portafoglio di Adria Infrastrutture, la società creata da Baita per incassare i profitti degli investimenti. Lo sapeva soprattutto Giovanni Mazzacurati, che come Consorzio Venezia Nuova aveva il problema di rapportarsi direttamente alle strutture romane. Nel senso di «fluidificare», come amava dire.

Incalza era lo snodo di tutte le relazioni. Tutto passava dal suo tavolo. Nessuna meraviglia che il suo nome compaia nelle intercettazioni dell’inchiesta Mose, nei verbali degli interrogatori e perfino nell’ordinanza di custodia cautelare per gli arresti del 4 giugno 2014, firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Anche se nessuna contestazione gli è stata mossa un anno fa.

Mazzacurati lo nomina già nel primo incontro con il pm Paola Tonini, il 25 luglio 2013, pochi giorni dopo l’arresto. E’ un interrogatorio drammatico. Il grande capo del Mose pensa ancora di poter svicolare ma la Tonini gli dice chiaro e tondo che lo stanno ascoltando da anni, non da mesi: «Quando le facciamo una domanda questa nasce dal fatto che abbiamo una mole di elementi tale che potremmo fare a meno della sua deposizione. Quindi se lei vuole collaborare con l’autorità giudiziaria lo deve fare fino in fondo, senza amici o contro-amici, questi li dimentico e questi li ricordo».

La Tonini vuol sapere a chi sono andati i soldi. Mazzacurati si preoccupa subito di escludere Ercole Incalza: «Il nostro riferimento al ministero delle Infrastrutture era l’ingegner Incalza ma con lui non abbiamo avuto nessun rapporto del tipo cui accenna lei. Non abbiamo corrisposto nulla, nessuna dazione da parte nostra all’ingegner Incalza».

Se non era denaro, di che si trattava? Di qualcosa di più importante ancora: il controllo sul denaro speso, in capo al Magistrato alle Acque. Ercole Incalza, responsabile della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, era la persona che preparava le istruttorie in base alle quali il ministro firmava le nomine.

Nel settembre 2011 al Magistrato alle Acque di Venezia, in sostituzione di Patrizio Cuccioletta, arriva Ciriaco D’Alessio. Nessuno dei due è uno stinco di santo: Cuccioletta era stato sollevato dall’incarico nel 2001 per indegnità, D’Alessio arrestato per concussione nel 1993 e salvato dalla prescrizione. Ma il primo era gradito a Mazzacurati, il secondo no.

Le intercettazioni riportare nell’ordinanza ricostruiscono i passaggi: D’Alessio è supportato da Erasmo Cinque, imprenditore di riferimento del ministro Matteoli. Incalza lo riceve il 15 settembre e Matteoli firma la nomina il 21. Il 23 le intercettazioni a Venezia mostrano un Mazzacurati bypassato che si dispera e medita di andare a parlarne a Gianni Letta. Cosa che fa veramente, pur non riuscendo a revocare la nomina.

«Dal che si trae la conferma», scrive il gip, «che per le precedenti nomine di Cuccioletta e della Piva invece era stato consultato».

La lettura dei passi citati nell’ordinanza del gip Scaramuzza documenta una manipolazione costante, tra richieste di privilegiare il Consorzio a spese di altre opere pubbliche che vengono decurtate di finanziamenti previsti ed escamotage burocratici inventati per consentirlo. Una «turbativa» continua. È da chiedersi per quale motivo l’ingegner Incalza non sia finito prima nel mirino dei magistrati. Probabilmente perché aprire su quel fronte significava per la procura di Venezia farsi sfilare il fascicolo da quella romana.

Renzo Mazzaro

 

E per l’appalto all’Expo di Milano spunta anche la telefonata di monsignor Francesco Gioia, ex delegato pontificio del Santo

Pedemontana e Orte-Mestre, superaffari

VENEZIA – Il sistema Incalza era destinato a sbarcare anche in Veneto perché le grandi opere destinate alla mobilità, Mose a parte, sono nell’agenda del governo e della regione. Tra queste dall’inchiesta di Firenze emergono la «Orte-Mestre» e la « Pedemontana Veneta», senza dimenticare l’Alta Velocità nel tratto Brescia-Verona. Gli indagati, e non solo loro, ne parlano al telefono senza sapere che la Procura di Firenze e i Ros dei carabinieri li stanno ascoltando.

L’indagine, poi, riporta alla ribalta una figura religiosa che a Padova ricordano in molti: Francesco Gioia, delegato pontificio alla Basilica del Santo. Una «mano ecclesiastica» Anche un monsignore, l’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, Francesco Gioia, si sarebbe attivato come tramite per dare «una mano» in relazione all’appalto «Palazzo Italia» dell’Expo. È quanto risulta dalle carte dell’inchiesta della Procura di Firenze sulle grandi opere.

Il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di Palazzo Italia, monsignor Gioia (non è indagato) «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società Italiana Costruzioni, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti», professionista arrestato ieri, «la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono».

Monsignor Gioia, tra l’altro indagato per un presunto abuso edilizio effettuato su un palazzo dei frati del Santo a Padova, dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con un … uno dei fratelli Navarra (…) dobbiamo dargli una mano … per introdurli lì presso il responsabile».

Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto».

Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Al centro dell’indagine la gestione illecita degli appalti delle grandi opere. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti. L’architetto olandese e Olbia. L’unico indagato “veneto” dell’inchiesta, è un architetto olandese con studio in via Montecchia 15, a Selvazzano Dentro. Si tratta di Willem Brower, 61 anni. Secondo l’accusa il professionista, perquisito ieri mattina e accusato di «turbata libertà degli incanti», si sarebbe adoperato per fare in modo che la gara per l’assegnazione dell’appalto del progetto del nuovo terminal del porto di Olbia, fosse vinta da Stefano Perrotti, uno degli arrestati e a Giorgio Mor, altro indagato. Lui si difende dicendo che in realtà per quel progetto aveva inviato solo un suo curriculum all’«Autorità portuale del Nord Sardegna», committente del lavoro.

Lupi e l’amico Incalza. I rapporto tra l’attuale ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il principale attore nell’inchiesta, Ercole Incalza, sono molto stretti. In una telefonata intercettata il 28 dicembre del 2013, Incalza spiega tutte le opere iniziate o che stanno per iniziare al ministro che deve essere intervistato dal Corriere della Sera.

In questa intercettazione parlano anche della «Orte-Mestre» e della Pedemontana Veneta. Incalza ricorda a Lupi «…mi raccomando digli che la Pedemontana è ripartita grazie a noi…sarebbe stata ferma…io lo direi. I progetti, approvati dalla Regione, sono arrivati il 23 dicembre e nel 2014 appaltiamo».

Discorso diverso per la «Orte Mestre», nel tratto tra Ravenna e Mestre. «…No non è pronto, qui appaltiamo nel 2015…non prima…», dice sempre Incalza. I due poi parlano dei miliardi investiti e della necessità di aprire tanti piccoli «interventi per creare posti di lavoro… non importa se temporanei…», spiega il ministro Maurizio Lupi. E Incalza risponde «…sì ma poi se dopo due anni finiscono, sai che casino nasce…».

Carlo Mion

 

Superdirigente delle Infrastrutture in 7 governi è stato toccato da 14 inchieste

Il sacerdote dei Lavori pubblici

FIRENZE Il sacerdote delle “Grandi opere”, Ercole Incalza, superdirigente di sette governi diversi, burocrate sopravvissuto a cinque ministri e a 14 inchieste giudiziarie concluse a intermittenza con assoluzioni e prescrizioni, non è più intoccabile. Il dinosauro della Pubblica amministrazione capace di rimanere sempre al timone nonostante il vento, gli scandali, le vicissitudini di governo e i magistrati che negli ultimi decenni hanno provato a rincorrerlo, è in cella per corruzione.

Settant’anni compiuti il giorno di Ferragosto, due lauree – ingegneria e architettura – rappresenta la resistente longevità alle intemperie. Inossidabile. Porta Pia è stata casa sua per 14 anni. Nel 2005 il ministro Lupi lo definì addirittura «un patrimonio per il nostro Paese». Nel giorno più nero, invece, il governo si affretta a prendere le distanze dall’«ex» capo della struttura di missione delle Infrastrutture, il ricco ministero che ingloba trasporti e lavori pubblici: «È in pensione dal 31 dicembre 2014 e attualmente non riveste nessun ruolo o funzione, neanche a titolo gratuito».

Eppure sono passati appena 75 giorni da quando ha svuotato i cassetti e ha riconsegnato le chiavi dell’Alta sorveglianza delle Grandi opere. Il nome del supertecnico brindisino ricorre nei lavori più importanti su cui si è speculato negli ultimi 30 anni. Si affaccia nel mondo dorato degli incarichi pubblici verso la fine degli anni Settanta, grazie alle indiscutibili capacità ma anche alle entrature nella «sinistra ferroviaria» del socialista Claudio Signorile. Incarna il potere e l’incompiutezza della Tav in Italia. Dopo Tangentopoli torna alla ribalta con Pietro Lunardi per poi sedersi alla destra di Altero Matteoli.

Va forte Incalza, anzi fortissimo. Più veloce della Giustizia che vorrebbe processarlo per presunte irregolarità sul sottopasso fiorentino. Non è indagato ma il suo nome compare nell’ordinanza cautelare del Mose di Venezia. Sfiorato dalle indagini su Expo la sua carriera prosegue in un gioco ambiguo di chiaroscuri. La procura di Firenze acquisisce una copia del contratto di compravendita della casa in via Gianturco, di proprietà del genero Alberto Donati, che risulterebbe pagata per 520mila euro dal tuttofare dell’ambizioso costruttore Diego Anemone, quello del G8. Sembra una fotocopia del caso Scajola, ma Incalza non viene neppure interrogato dai pm. Donati tenta di spiegare: «Su suggerimento di Angelo Balducci tramite mio suocero contattai Zampolini». Il rogito venne stipulato dal notaio Gianluca Napoleone che alla Gdf ha detto di «non ricordare nulla». Di Balducci, l’ex Gentiluomo del Papa ed eminenza grigia dei grandi appalti di Stato, il notaio aveva però buona memoria: «È socio del mio stesso circolo di golf». Lo è stato. Prima di essere arrestato nel 2010. Un altro ex intoccabile bipartisan tirato giù dalla torre d’avorio.

Rocco Ferrante

 

No Tav: «Nessuna mela marcia, ma un vero sistema»

«Cittadine e cittadini non possono che ringraziare la magistratura per aver sollevato il velo che copre il corpo in decomposizione del mondo delle infrastrutture. Le inchieste non fanno altro che confermare più di un decennio di denunce». Così, in una nota, il comitato No Tav fiorentino commenta l’inchiesta sulle grandi opere. «Il quadro che ormai abbiamo sotto gli occhi è abbastanza chiaro: qui non si tratta di qualche mela marcia, come si affanneranno presto a dire molti esponenti politici, ma di una finestra spalancata su un sistema di malaffare», aggiunge la nota.

 

Il commento

RAPINA DA 60 MILIARDI OGNI ANNO

GIAN CARLO CASELLI

La corruzione costa al nostro Paese 60 miliardi di euro l’anno, cifra ufficiale calcolata dalla Corte dei Conti. Significa che per ogni cittadino italiano (neonati compresi) è prevista annualmente una vergognosa tassa occulta di mille euro.

Poi ci sono i costi non monetizzabili, quelli che riguardano la devastazione dell’immagine e della credibilità della nostra economia, con conseguente inesorabile allontanamento degli investitori stranieri.

E ancora, le rovinose ricadute sul nostro futuro, su quello dei giovani, con crescente sfiducia nella capacità delle istituzioni di operare per il bene comune.

La corruzione è una pratica purtroppo abituale, non riconducibile a un circuito delimitato per quanto esteso. Si tratta sempre più di un vero e proprio sistema. Per contrastarlo occorrono regole rigorose, non confuse e annacquate (come quelle attualmente in vigore), che riescano a rendere la corruzione non conveniente. Sia attraverso la definizione delle fattispecie penali, sia attraverso adeguate sanzioni (le interdittive sono le più deterrenti) e la certezza della pena.

Inoltre, poiché la corruzione è un fatto “interno” che si tende a tenere nascosto, è di decisiva importanza rompere questo sistema incentivando forme di “pentimento”, di collaborazione con la giustizia, che incidano sullo scellerato patto di solidarietà tra corruttore e corrotto.

Utilissimo può essere l’impiego di agenti provocatori, come si fa ad esempio per il traffico di droga, reato di gravità almeno pari alla corruzione. Servirebbe introdurre anche nel nostro ordinamento, con idonee gratificazioni, figure come i “whistleblower”, cioè suonatori di fischietto o vedette civiche capaci di segnalare e denunziare ciò che conoscono. Invece niente di tutto questo: la nostra politica continua a baloccarsi, a colpi di sofismi e veti incrociati, in buona sostanza ritardando – almeno fino a oggi – ogni tentativo (anche i meno audaci) di dettare norme più rigorose contro la corruzione.

L’obiettivo deve essere quello di combattere la corruzione disciplinando l’attività pubblica sul versante economico come una casa di vetro protetta da porte blindate. Prevedendo anche test di integrità per politici e amministratori, e non esitando a mettere fuori gioco chi abbia gravemente o reiteratamente sbagliato. Senza mai dimenticare che la corruzione non è soltanto questione di guardie e ladri, di delinquenti ed organi istituzionalmente chiamati a reprimere i reati. La corruzione è anche, se non soprattutto, impoverimento della comunità di cui ciascuno di noi è parte. Perché ci rapina risorse, che se invece le avessimo sicuramente vivremmo molto meglio.

Papa Francesco ha interpretato mirabilmente questi sentimenti con parole forti. I corrotti sono «putredine verniciata, devoti della dea tangente». La corruzione è «non guadagnare il pane con dignità», per cui ai figli dei corrotti tocca «ricevere come pasto dal loro padre sporcizia».

Sprezzanti la parole del Papa sulle nefaste conseguenze delle «cricche della corruzione, che con la politica quotidiana del “do ut des”, dove tutto è affari, producono ingiustizie che causano sofferenza». Chi paga per questo? Sostiene il Papa che «pagano gli ospedali senza medicine, i malati che non hanno cura, i bambini senza educazione».

Questi alcuni esempi di impoverimento causato dalla corruzione, una delle declinazioni della illegalità economica (altre sono l’evasione fiscale, che ci costa 120 miliardi di euro l’anno; e l’economia mafiosa, un business da 150 miliardi annui). È quindi evidente che ogni recupero di legalità, a partire dalla corruzione, è un recupero di reddito che ci conviene. La legalità è la strada giusta per affrontare i problemi economico/sociali che ancora ci affliggono. È la chiave per avviare percorsi di sviluppo economico ordinato, senza più costanti penalizzazioni per chi ha maggiore bisogno.

 

BEPPE Grillo «Ne vedremo delle belle, tutti in galera»

«L’hanno appena arrestato. Ora ne vedremo delle belle. Tutti in galera». Così Beppe Grillo su Facebook dopo il blitz dei Ros che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Ettore Incalza. Il leader di M5S ha poi twittato: «Subito legge anticorruzione». In rete anche un post del capogruppo Cioffi: «Le grandi opere in Italia hanno solo portato corruzione, infiltrazioni mafiose, sprechi e distruzione».

 

Belluno, il ministro Lupi difende l’alto burocrate di fronte ai sindaci

«Incalza tecnico autorevole»

BELLUNO  La domanda arriva, a bruciapelo, al termine di un incontro con i sindaci del Bellunese per parlare di grandi opere. Ad attendere un commento sull’indagine di Firenze, a quel punto, non sono solo i giornalisti. Di fronte agli amministratori il ministro Maurizio Lupi ribadisce che «l’ingegnere Ercole Incalza è una delle figure tecniche più autorevoli del nostro Paese». Un’esperienza tecnica ed una competenza internazionale che «gli sono riconosciute a tutti i livelli. Da parte del ministero, e del Governo intero, c’è la massima disponibilità per accertamenti e verifiche, auspichiamo non ci sia nessuna ombra».

Al momento dell’incontro, poco prima delle 13, non erano ancora emersi i dettagli dell’indagine in cui compare anche il nome di Luca Lupi. Poche ore dopo il ministro riferisce alle agenzie di stampa: «Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio» spiega all’Ansa, «non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato».

Certo è che la notizia dell’inchiesta «ci ha colpito tutti», ha spiegato Lupi, «siamo convinti che in questo Paese si debbano realizzare le grandi opere, devono essere realizzate in tempi certi e nella maniera più trasparente». Tanto che il ministro sta lavorando alla modifica del codice degli appalti.

Che il rapporto tra Lupi e Incalza fosse molto stretto lo testimonia anche una telefonata del settembre 2013 in cui l’ingegnere manifestava i suoi timori all’idea delle dimissioni del ministro, che avrebbe dovuto essere sostituito da Flavio Zanonato. Dimissioni poi respinte dall’allora premier Enrico Letta.

 

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Comunicato stampa Opzione Zero

Grandi Opere” uguale malaffare”: l’ennesima riprova arriva con l’arresto per corruzione, induzione indebita, turbativa d’asta ed altri delitti contro la Pubblica amministrazione dell’ex super-dirigente del ministero dei Lavori pubblici Ercole Incalza.

Incalza, già coinvolto nello scandalo MOSE, è stato negli ultimi quindici anni uno dei funzionari chiave per l’approvazione di tutte le grandi opere inserite nella Legge Obiettivo, tra queste non fa eccezione la nuova autostrada Orte-Mestre un’opera totalmente inutile e distruttiva, ma che potrebbe garantire una “torta” molto ghiotta per le cricche del cemento, almeno 10 miliardi di euro già in fase preliminare.

Del resto non è un caso che insieme all’ex super-dirigente del ministero dei Lavori pubblici, tra le altre 50 persone indagate figura anche il pregiudicato Vito Bonsignore; ex europarlamentare collega di partito dei ministri Lupi e Alfano, Bonsignore è a capo del gruppo privato GEFIP Holding, il proponente dell’autostrada Orte-Mestre.

Va ricordato poi che nonostante parere negativo dello scorso agosto da parte della Corte dei Conti, e i gravi sospetti di malaffare che emergono dalle intercettazioni dell’inchiesta MOSE, la Orte-Mestre è stata rimessa letteralmente in pista dal Governo Renzi con apposito “codicillo” (comma 2 dell’Art. 4) introdotto nello “Sblocca Italia”.

E’ in questo quadro sconfortante che tra pochi mesi ANAS potrebbe indire il bando per la progettazione definitiva e la concessione della nuova autostrada, un’opera che il Presidente della Regione Veneto, così come il Partito Democratico, continuano a considerare strategica ed indifferibile, mentre la messa in sicurezza della statale Romea e della E-45 rimangono un miraggio.

Se si tratti di miopia o di opportunismo lo si saprà presto, ma quello che oggi deve essere chiaro è che chi oggi ha ancora il coraggio di sostenere il sistema delle “grandi opere”, con tutto il corollario di norme straordinarie pensate ad arte per promuoverle e gestirle senza trasparenza e fuori dal controllo democratico delle comunità locali, ha una responsabilità politica enorme.

La Orte-Mestre è un mostro pronto a divorarsi i territori, la salute dei cittadini e miliardi di euro dei contribuenti. Bisogna fermarla subito prima che diventi un altro gigantesco caso di malaffare, della portata almeno doppia di quello del MOSE. Non ci sono più alibi per nessuno.

 

«Fanno melina… sono preoccupato, sono preoccupato» . A sentire l’architetto Giovanni Li Calzi, tirava una brutta aria intorno alla tratta Brescia-Verona dell’alta velocità. Il motivo? I manager della Cepav Due, il consorzio incaricato della progettazione e della costruzione del tratto della linea ferroviaria che da Milano porterà in Veneto, non sembravano volersi prestare al «solito» scambio di favori: un aiutino a sbloccare le pratiche al ministero in cambio dell’assegnazione dell’incarico di direttore dei lavori all’ingegnere fiorentino Stefano Perotti, uno che negli ultimi anni, grazie soprattutto ai suoi amici a Roma, «ha gestito appalti, attraverso incarichi di direzione dei lavori, per 25 miliardi di euro».

Ieri, su richiesta della procura di Firenze, i carabinieri del Ros hanno eseguito quattro arresti e oltre cento perquisizioni, due delle quali a Selvazzano Dentro, nello studio e nell’abitazione di un famoso architetto di origini olandesi, Willem Brouwer, che è anche una delle 51 persone finite nel registro degli indagati. Nel mirino degli inquirenti, c’è il sistema corruttivo che ruotava intorno a diverse grandi opere.

Tra queste, oltre al lotto Brescia-Verona dell’alta velocità, anche il progetto dell’autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre. Quest’ultima opera, conosciuta come la «Romea commerciale», è prevista dalla Legge Obiettivo. Una lingua di cemento larga quattro corsie e lunga 400 chilometri, che promette di collegare il Sud Italia al Veneto attraverso un project financing da 8,7 miliardi.

Per questo appalto sono indagati, oltre allo stesso Perotti, anche Ercole Incalza, potentissimo dirigente del ministero dei Lavori pubblici (finito agli arresti), il faccendiere Francesco Cavallo, l’ex eurodeputato Vito Bonsignore e l’ex sottosegretario Antonio Bargone. Sono accusati di indebita induzione a dare o promettere utilità, il reato che punisce l’incaricato di pubblico servizio che «abusando dei suoi poteri induce a dare o promettere indebitamente denaro o altri beni…».

Stando all’ordinanza firmata dal gip, non solo Incalza avrebbe «garantito un favorevole iter delle procedure amministrative relative al finanziamento dell’opera e all’avvio e allo svolgimento dei lavori» ma avrebbe anche«assicurato un trattamento di favore» al consorzio Ilia Or-Me, che propone il project financing della Romea commerciale. Il tutto, in cambio della promessa, da parte della società consortile, di affidare l’incarico di direzione dei lavori a Stefano Perotti, col quale Incalza «aveva instaurato un rapporto corruttivo».

Buona parte dell’ordinanza firmata dal gip di Firenze si concentra però sull’alta velocità Brescia-Verona e sulle trame intessute da Perotti e compari per convincere i referenti del consorzio Cepav Due ad assegnare loro l’incarico di progettazione e direzione dei lavori. Anche in questo caso, il funzionario del ministero avrebbe «garantito il favorevole evolversi del procedimento per la realizzazione dell’opera, anche riguardo al suo finanziamento», arrivando a minacciare «l’insorgenza di ostacoli burocratico-amministrativi» se il consorzio non avesse accettato le richieste di Perotti. In realtà, complice il complicato iter di approvazione dell’alta velocità, il contratto di collaborazione tra il Cevap e l’ingegnere fiorentino pare non sia mai stato siglato.

Dalle intercettazioni emerge che erano disposti a dare a Perotti qualche incarico marginale, ma non certo la direzione dei lavori: «Il progetto lo vogliamo fare noi… lo facciamo noi… abbiamo le risorse per farlo, i nostri soci le hanno… siamo tutti senza lavoro e quindi abbiamo esuberi da impiegare e quindi non ci aspettiamo di affidare l’attività di ingegneria fuori… vo gliamo tenerla noi».

Per il gip, il gruppo metteva in atto sugli imprenditori «una pressione psichica» che li portava a cedere alle richieste per evitare «conseguenze gravemente negative».

Nell’ordinanza si fa riferimento anche all’architetto Willem Brouwer, che abita e lavora nel Padovano. «L’olandese volante» – come lo chiamano gli indagati – doveva collaborare con Perotti alla progettazione del nuovo terminal del porto di Olbia, in Sardegna. Un bando di gara che avrebbero tentato (inutilmente) di pilotare.

Andrea Priante

 

Gazzettino – Grandi opere, tangenti: 4 arresti

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17

mar

2015

Dall’inchiesta sul Mose all’architetto con base a Padova, dall’impresa De Eccher all’alta velocità: ecco tutti i legami con il Nordest.

Il monsignore, l’architetto e il costruttore: i legami a Nordest

MAZZETTE – Tangenti per le grandi opere, quattro arrestati e 51 indagati. Inchiesta su Expo e Tav. Tra gli arrestati, Ercole Incalza, supermanager dei Lavori pubblici. Ci sono legami anche con il Mose.

NEL MIRINO – La bufera si abbatte sul ministro Lupi, ci sarebbero incarichi e un Rolex anche al figlio. La replica: «Non ho mai chiesto nulla».

IL BLITZ Bufera sul ministro Lupi: incarichi e un Rolex al figlio. La difesa: «Non ho mai chiesto nulla»

Grandi opere, tangenti: 4 arresti

Inchiesta su Tav e Expo: in carcere Incalza, supermanager dei Lavori pubblici. I legami con il Mose

SCANDALO appalti

Quattro arresti e 51 indagati, in cella anche il supermanager dei Lavori pubblici Incalza

La difesa: «Non ho mai chiesto nulla per lui»

FIRENZE – Coinvolti parlamentari e anche ex sottosegretari negli incarichi pilotati

LE STIME – Nel mirino infrastrutture per 25 miliardi: corruzione valutata tra l’1 e il 3%

Grandi opere, tangenti e favori

Il «sistema»: così gli investigatori hanno chiamato quell’inesauribile spinta alla corruzione che continua ad avvilire tutte le grandi opere del nostro Paese. Questa volta a finire in manette è Ercole Incalza, direttore della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, uomo sopravvissuto a tutte le stagioni, passato indenne da 14 inchieste. La procura di Firenze, che ha condotto l’indagine insieme al Ros dei Carabinieri, ha ottenuto la misura cautelare, con accuse che vanno dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, anche per altre tre persone: l’imprenditore Stefano Perotti, il presidente di Centostazioni spa (Gruppo Fs) Francesco Cavallo e il collaboratore di Incalza Sandro Pacella, questi ultimi due ai domiciliari. Non mancano tra i 51 indagati ex sottosegretari e parlamentari. Scrive il gip: «La particolare gravità della vicenda si avverte laddove risulta evidente che, di fatto, Stefano Perotti, direttamente o per il tramite delle società a lui riferibili, non svolge neppure gli incarichi che gli sono stati affidati o li esegue con modalità tali da non giustificare gli enormi proventi che percepisce». Ieri gli uomini del colonnello Domenico Strada hanno perquisito gli uffici degli indagati e le imprese coinvolte. «Impossibile quantificare la cifra esatta della corruzione – hanno spiegato gli investigatori – si aggira comunque tra l’1 e il 3% dei 25 miliardi di opere». Dalle principali nuove tratte ferroviarie, in particolare l’Alta velocità, all’autostrada Civitavecchia-Orte, a quella Eas Ejdyer-Emssad in Libia, fino al Palazzo Italia dell’Expo 2015. Perotti veniva sempre imposto come direttore dei lavori, in forza del suo antico rapporto con Incalza. Così, insieme al funzionario, avrebbe intascato più di 70 milioni di euro.

Al centro del sistema, la Green Field di Perotti, dove, ha spiegato il procuratore, Incalza aveva “un coinvolgimento diretto”. Dalle carte emerge che Incalza, tra il ’99 e il 2008 «ha percepito compensi dalla Green Field Systems srl per 697.843,50 euro, costituendo per il manager la principale fonte di reddito negli anni dal 1999 al 2012». È lo stesso gip a sottolineare che Incalza «ha guadagnato più dalla Green Field che dal ministero delle Infrastrutture». Dal 2001 al 2008 il suo collaboratore Pacella ha intascato 450.147 euro.

Nelle carte è citato più volte il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, che avrebbe ricevuto da Cavallo un vestito “sartoriale”, mentre il figlio Luca un Rolex, oltre agli incarichi lavorativi. Tra gli indagati Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe, coinvolto sul fronte dell’appalto per la Orte-Mestre, Rocco Girlanda, ex sottosegretario ai Trasporti, o Antonio Bargone, un altro ex sottosegretario poi presidente della autostrada Sat. Per l’accusa, le società consortili aggiudicatarie degli appalti relativi alle “Grandi opere” erano «indotte da Incalza a conferire a Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e direzione di lavori garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratici». Perotti, «quale contropartita, avrebbe assicurato l’affidamento di incarichi di consulenza e/o tecnici a soggetti indicati da Incalza, destinatario anch’egli di incarichi lautamente retribuiti». La società metro C ha sospeso Perotti da direttore dei lavori di una tratta della linea. Gli incarichi erano conferiti dalla Green Field, società affidataria di direzioni lavori. A Francesco Cavallo «veniva riconosciuto da Perotti una retribuzione mensile di circa 7mila euro per la sua illecita mediazione». Le Grandi opere sarebbero state oggetto «dell’articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti ed imprese esecutrici».

Cristiana Mangani

 

L’INCHIESTA VENEZIANA

Le fatiche di Ercole per il Mose

Così trattava con Mazzacurati

Intercettati colloqui sulla scelta del Magistrato alle acque

Il “preferito” dai due manager poi promosso al ministero

NUOVO FRONTE – Grandi navi, per il tracciato scontro con gli ambientalisti

Le telefonate intercettate con l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, per assicurare alla guida del Magistrato alle acque un funzionario “amico”. E poi il ruolo giocato a favore del canale Contorta, come alternativa per il passaggio delle grandi navi in laguna. Il nome di Ercole Incalza, l’alto funzionario arrestato ieri su ordine della Procura di Firenze, compare anche in storie emblematiche di grandi opere veneziane. E come non potrebbe, visto il ruolo ricoperto da questo ingegnere brindisino, classe 1944, rimasto al vertice del ministero delle Infrastrutture per ben 14 anni, fino al 31 dicembre scorso, con 7 governi e 5 ministri diversi. Approdato, da socialista, al ministero dei Trasporti con Claudio Signorile, coinvolto in varie inchieste, da Tangentopoli in poi, ma sempre uscito indenne. L’ultima proprio questa sull’alta velocità a Firenze.

A Venezia, ovviamente, Incalza si è occupato di Mose. Non è indagato nell’inchiesta che ha scoperchiato il cosiddetto sistema Mose, ma il suo nome compare più volte nelle intercettazioni telefoniche. Pare un referente di Mazzacurati a Roma, anche se non risulta a libro paga. «Alcuni i soldi non li vogliono» dirà poi il presidente del Cvn ai pm. Nel 2013, quando deve cambiare il Magistrato alle acque, Mazzacurati si sente a più riprese con Incalza. «Ti volevo dire che… per quanto riguarda il nuovo magistrato alle acque, verrà Signorini». «Ah bene!» ribatte Mazzacurati. Poi però la nomina non va in porto, per il Cvn c’è il rischio che arrivi Fabio Riva. «Non va bene – si sfoga Mazzacurati con Incalza -… è una persona… un mezzo disastro… è un uomo fatto in un certo modo». Passaggi che non sfuggono al Movimento 5 stelle che, già a luglio, subito dopo gli arresti per il Mose, chiede al ministro Lupi la rimozione di Incalza perché il suo nome «è apparso nelle intercettazioni dell’inchiesta su Mose, Expo, indagato dalla Procura di Firenze per la Tav». Lupi lo difende, sostenendo che «ha vinto ben tre concorsi pubblici per ricoprire quel ruolo». Poi, dopo il pensionamento a fine anno, lo sostituisce proprio con quel Signorini, anche lui non indagato a Venezia, ma che dalle intercettazioni risulta non solo gradito a Mazzacurati, ma anche beneficiario di una vacanza omaggio in Toscana con famiglia, nel 2011, tutto a spese del Cvn.

Altro fronte veneziano, quello del canale Contorta. A ricostruire il ruolo avuto da Incalza nell’iter del progetto è l’ambientalista veneziana Andreina Zitelli, candidata alle prossime regionali con il Pd. «Incalza è stato il deus ex machina del ministero delle Infrastrutture dal primo governo Berlusconi fino all’attuale governo Renzi. Ha fatto il bello e il cattivo tempo deformando a piacimento l’interpretazione delle norme – accusa -. Nel caso Contorta è stato Incalza a sostenere che Costa poteva presentare il progetto in Legge obiettivo». In particolare c’è una lettera che il funzionario scrive al collega dell’ambiente. «È attraverso Incalza che l’allora presidente del consiglio Enrico Letta sosteneva la preminenza del progetto del Contorta e l’urgenza di passare subito alla realizzazione» continua Zitelli che ora chiede a Renzi la sostituzione di Lupi e Galletti, «ministri la cui immagine è compromessa, incapaci di governare le loro materie e le loro strutture».

IL RETROSCENA – Nelle carte spuntano i presunti regali

Il ministro Lupi nella bufera «Rolex e incarichi al figlio»

ROMA – Che la giornata si preannunciasse difficile era chiaro fin dal mattino. Sono le 8.30 quando le agenzie battono la notizia della maxi operazione dei carabinieri del Ros con 4 arresti e oltre 50 indagati nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti nelle grandi opere: tra gli arrestati c’è il super dirigente del Ministero delle infrastrutture, ora consulente esterno, Ercole Incalza; tra gli indagati anche politici, anche se non di «primissimo piano». Il ministro Maurizio Lupi, da quasi due anni alla guida del Dicastero, lo apprende leggendo i siti internet dalla sua abitazione a Milano.

Sulla sua agenda per la giornata ci sono tre appuntamenti, tutti in Veneto, per incontri con gli amministratori locali e il mondo economico, con un inevitabile coté elettorale. Il ministro decide di confermarli. Ma nel corso della giornata dovrà occuparsi anche dello scandalo tangenti e della bufera che si scatena intorno a lui. Lupi assicura «massima collaborazione del governo all’accertamento delle responsabilità» e difende Incalza, «una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro Paese abbia». Ma mentre si sposta in Veneto, a Belluno e poi Treviso, le cose si complicano. Si apprende che, secondo l’ordinanza del giudice di Firenze, uno degli imprenditori arrestati, Stefano Perotti, «ha procurato degli incarichi di lavoro al figlio» del ministro, Luca Lupi; inoltre, gli arrestati avrebbero regalato un vestito sartoriale per il ministro e un Rolex da 10mila euro al figlio in occasione della laurea.

«Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio. Non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato», assicura il ministro, precisando che il suo secondogenito, Luca, (gli altri sono Andrea, il maggiore, e Federica) lavora a New York e, considerato il suo curriculum, non aveva bisogno di favori. Nel frattempo dalla politica arrivano le inevitabili richieste di dimissioni, dagli M5S ai Verdi.

E dall’ordinanza emerge che Lupi partecipò, con due membri della scorta, ad una cena a casa di Perotti. La cena avvenne il 14 settembre del 2013 e due giorni dopo la moglie dell’imprenditore, Christine, indagata anche lei, racconta alla sorella come è andata: «Finalmente sono andati via… anche se è stato bello…però molto impegnativo…perché sai erano in otto…con due guardie del corpo». I rapporti tra il ministro e Perotti, scrive il gip, «sono assidui e frequenti»: il 13 novembre del 2014, ad esempio, Perotti avvisa la moglie di aver ricevuto una chiamata da Lupi che, insieme ad altre persone, sarà loro ospite a Firenze. E il 29 novembre Lupi e il figlio Luca sono invece attesi per partecipare alla maratona in programma il giorno dopo.

 

ALTA VELOCITÀ – Nel mirino i lavori sulla Milano-Verona

Il monsignore al telefono: diamo una mano

L’ex delegato pontificio alla Basilica del Santo intercettato mentre parla di appalti. Ma non è inquisito

Dalla Basilica del Santo alle grandi opere. L’inchiesta della procura di Firenze su Alta velocità ed Expo tocca anche un personaggio piuttosto noto a Padova: monsignor Francesco Gioia l’ex delegato pontificio per la Basilica rimosso dal suo incarico a fine luglio del 2013 da papa Bergoglio. Gioia in questa indagine non risulta indagato, ma non è del tutto nuovo alle disavventure giudiziarie: a settembre del 2014 finì sotto inchiesta per un presunto abuso edilizio in un palazzo di proprietà della Basilica del Santo in via Orto Botanico 1 in cui sono stati realizzati, secondo l’accusa, cinque mini appartamenti da 35 metri quadrati l’uno senza alcuna concessione edilizia da parte del Comune.

Nell’inchiesta che ha portato all’arresto di 4 persone, monsignor Gioia, secondo la procura toscana, si sarebbe attivato come tramite per dare una “mano” all’appalto “Palazzo Italia” dell’Expo. Secondo quanto risulterebbe dalle carte della procura toscana il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di “Palazzo Italia”, monsignor Gioia «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società “Italiana Costruzioni”, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti, arrestato, la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono». Monsignor Gioia dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con uno dei fratelli Navarra dobbiamo dargli una mano per introdurli lì presso il responsabile». Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto». Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Marco Aldighieri

 

L’ARCHITETTO – Nei guai Brouwer, olandese residente nel Padovano per un progetto in Sardegna

L’IMPRENDITORE – De Eccher (non indagato) avrebbe cercato aiuto per l’azienda interdetta. Dai manager ai professionisti i legami col sistema Nordest

INDAGATO – Willem Brouwer, 60 anni.

Un architetto olandese residente a Padova, indagato per un appalto in Sardegna. Una manciata di imprenditori che hanno fatto affari e parlavano allegramente al telefono con gli inquisiti dell’operazione “Sistema” (ma nessuno di loro è coinvolto). E sullo sfondo il Mose, lo scandalo degli scandali, che ha sfiorato il super manager Incalza per i suoi rapporti con Giovanni Mazzacurati. Al punto che il ministro Maurizio Lupi sarebbe intervenuto in Parlamento per spiegare l’estraneità del potente funzionario leggendo una risposta preparata proprio dal difensore di Incalza. L’ordinanza che colpisce il sistema delle Grandi Opere in Italia arriva anche a Nordest dove alcune perquisizioni sono state affettuate ieri a Padova e Udine.

L’ARCHITETTO. Willem Brouwer, 60 anni, residente a Selvazzano Dentro è un olandese che ha fatto fortuna nel Padovano. È finito nei guai per presunti interventi (nel 2014, in concorso con Stefano Perotti e Francesco Cavallo) che avrebbero alterato il procedimento aministrativo avviato presso l’Autorità Portuale del Nord Sardegna, per stabilire il contenuto del bando «per la progettazione definitiva e la direzione dei lavori del nuovo terminal del porto di Olbia». Perotti e Brouwer erano in associazione temporanea d’impresa.

IL MINISTRO E IL MOSE. L’inchiesta sul Mose e il Consorzio Venezia Nuova ha sconvolto tanti equilibri anche a Roma. Al punto da indurre il ministro Lupi a intervenire in difesa di Incalza. Lo scrive il gip. «Il ministro è spesso intervenuto in favore di Incalza, prendendone le difese. Dalla telefonata n. 169 del 2 luglio 2014, tra Antonio Incalza e Sandro Pacella (collaboratore di Ercole Incalza, ndr), emerge che la difesa di Incalza effettuata dal ministro Lupi in sede di interrogazione parlamentare sia stata scritta dal difensore di fiducia di Incalza, avvocato Titta Madia». Il riferimento è a un’interrogazione di Michele Dell’Orco (M5s)) che ricostruiva i rapporti tra Incalza e Mazzacurati (per le nomine al Magistrato alle Acque) e il regalo di una vacanza in Toscana.

LA RISPOSTA DI LUPI. Il ministro difende Incalza, dicendo che non è indagato e che da altre inchieste ne è uscito «sempre prosciolto o archiviato». Il risvolto è velenoso. Lo stesso giorno Pacella parla al telefono della risposta di Lupi: «… ha letto quello che ha scritto Titta… quindi non c’è stato problema… i soliti rompimentio di…».

L’IMPRESA DE ECCHER. C’è un capitolo ricco che riguarda Claudio De Eccher, il costruttore friulano. La società, mentre era impegnata sul cantiere della Scala a Milano, ha assunto il figlio dell’ing. Antonio Acerbo, manager dell’Expo finito in carcere l’anno scorso. De Eccher aveva ottimi rapporti con Franco Cavallo, ieri arrestato. Scrive il gip: «Il 3 marzo 2014 De Eccher, chiama Cavallo, e premettendo di far parte del direttivo dell’Associazione Industriali di Venezia, gli prospetta la necessità di invitare il ministro Lupi a un convegno sul tema dell’ingresso in laguna delle grandi navi. Cavallo assicura il suo interessamento». De Eccher sta costruendo un ospedale in Algeria. Cavalli si complimenta con lui. Il gip accenna poi a un tentativo di De Eccher di arrivare al ministro Angelino Alfano quando fu sottoposto a misura di prevenzione dal Prefetto di Udine. «Il 16 luglio 2014 De Eccher ha informato Cavallo della misura di prevenzione. Rivolge a quest’ultimo una precisa richiesta: “A questo punto te lo chiedo in modo molto…come dire? Deciso… bisogna che tu ne parli e che ne parliate anche con il Ministero degli Interni”». Cavallo gira una mail di De Eccher a Lupi. Poi gli parla e scrive all’imprenditore: «Ho parlato con lui… aveva già parlato sia con l’avvocato sia con Angelino…».

ALTA VELOCITÀ. Gli affari della “cricca” hanno delle propaggini anche in Veneto. Il primo capo d’imputazione (induzione indebita a promettere o dare utilità) riguarda la linea ferroviaria dell’Alta Velocità Milano-Verona, che ha come general contractor il Consorzio Eni per l’Alta Velocità. Gli investigatori spiegano che di esso faceva parte anche la vicentina Impresa Costruzioni Giuseppe Maltauro e che nel consiglio direttivo siedono anche due veneti (nessuno è indagato), il bellunese Giancarlo Pierobon, direttore tecnico della Maltauro e il trevigiano Giampaolo Tita (residente a Tombolo), direttore tecnico di Condotte spa.

IL COVECO. Il secondo capo d’imputazione riguarda il bando di gara per la costruzione di Palazzo Italia per Expo 2015 a Milano. La gara sarebbe stata turbata e se la aggiudicò l’impresa Italiana Costruzioni che era in Ati con il Consorzio Veneto Cooperativo (Coveco), che fu coinvolto nel ciclone Mose. Nessuna ipotesi di reato a carico di uomini del Coveco, che vengono però citati in alcune intercettazioni telefoniche.

 

L’OPINIONE – Il caso Lupi diventa una bella gatta da pelare per tutto il governo

Silenzio. Nessuna parola a difesa. Nessuna solidarietà, come usa in questi casi, quasi il minimo sindacale. Niente. Dal governo, dal premier Matteo Renzi, non è arrivata neanche una parola a difesa di Maurizio Lupi, il ministro finito non sotto inchiesta, ma sotto i riflettori per l’affaire Incalza legato ad appalti sospetti sulle grandi opere. Il barometro segnala gelo da palazzo Chigi nei confronti del ministro delle Infrastrutture. Il governo non si impicca su Lupi. Renzi non ne ha fatto parola neanche alla riunione al Nazareno con i suoi parlamentari: in discussione erano le unioni civili, e il premier segretario solo a quelle si è attenuto.

Ma il tema era troppo caldo e incalzante per non avere risposte. Sicché, informatosi sulle carte fin qui emerse (l’inchiesta parte da Firenze ed è soltanto agli inizi), mettendo insieme quanto già sapeva e aveva riscontrato, Renzi con i suoi è stato alquanto esplicito: «Certo, politicamente Maurizio non è facile da sostenere». E poco dopo, sempre ai suoi: «Nei prossimi giorni ne sapremo di più, ma un problema c’è, rimane». Non è una condanna giudiziaria o morale, più che altro appare come una presa d’atto di insostenibilità politica. «Siamo a inizio inchiesta, prematuro trarre elementi di colpevolezza per il ministro e il governo», la posizione del sottosegretario Graziano Del Rio.

Neanche da Angelino Alfano, che di Lupi è pur sempre il leader politico, è giunta una parola una a difesa del ministro. Dall’Ncd sono arrivate in serata prese di posizione tese a stigmatizzare la cosiddetta «macchina del fango», ma nessuna dichiarazione di quelle che mettono la mano sul fuoco sull’innocenza. Per tutti, Gaetano Quagliariello, che di Ncd è il coordinatore: «Sì alla trasparenza, no al fango nel ventilatore, la lotta agli abusi si conduce anche con la serietà e la civiltà». Dichiarazioni anche da altri centristi come Cicchitto, Di Girolamo, Sammarco, Bianconi. E lui, il ministro sotto scopa? La parola dimissioni Lupi non la vuole neanche sentire nominare, e infatti non la nomina. Il responsabile delle Infrastrutture ha informato di avere espresso «massima disponibilità» verso la magistratura e le inchieste connesse, aggiungendo che «le grandi opere vanno realizzate» e che «ognuno risponderà degli errori fatti, se li ha fatti, ma non possiamo fermare la grandi opere. Siamo al fianco della magistratura».

Una bella gatta da pelare, per Renzi e tutto il governo. Con un ministro in un ruolo chiave come le Infrastrutture, politicamente non del Pd ma del partito momentaneamente alleato in coalizione, l’Ncd, che guarda dall’altra parte, a Forza Italia in particolare, e che è stato più volte sul punto di scendere in campo contro il Pd, come quando si diffuse voce insistita di Lupi che intendeva candidarsi a sindaco di Milano con l’appoggio di Forza Italia. E poi, all’esterno, c’è la campagna di partiti e movimenti che fanno della lotta alla corruzione il loro ubi consistam. Ecco perché, a metà pomeriggio, Renzi continua a non parlare del caso Lupi ma fa parlare il suo tweet per trasmettere due concetti chiari e semplici per tutti: «Contro la corruzione proposte del governo: pene aumentate e prescrizione raddoppiata». Come a dire: il governo non ha nulla da imparare da altri in materia. Al punto che non esclude neanche di recarsi in Parlamento per fornire una informativa su tutta la vicenda grandi opere legata all’inchiesta. Le dimissioni, finora, sono state chieste dal M5S e da Tonino Di Pietro, che per l’occasione è tornato a farsi sentire anche per cognizione di causa, essendo stato ministro nello stesso dicastero di Lupi e potendo vantare di avere fatto allontanare Incalza da quell’ufficio. C’è poi Sel di Vendola che si prepara a chiedere ufficialmente le dimissioni, forse oggi stesso. C’è poi un assessore di Milano del Pd, Pierfrancesco Majorino, che chiede esplicitamente al suo partito di «aprire una riflessione», spiegando che anche se non c’è «nulla al momento di penalmente rilevante, però a livello nazionale e lombardo una riflessione si impone».

 

FOSSÒ – Cinquantottomila litri d’acqua erogati in poco più di sei mesi. Questo è il primato ottenuto dal distributore d’acqua potabile comunale di Fossò. La “Casetta dell’acqua”, attiva da agosto, offre ai cittadini la possibilità di acquistate acqua microfiltrata naturale e frizzante ad un prezzo calmierato: 4 centesimi al litro per la naturale e 7 centesimi per la gassata. Il distributore è diventato un punto di approvvigionamento per circa 450 famiglie che hanno acquistato le tessere prepagate nel negozio convenzionato. Il distributore è dotato anche di gettoniera per chi è senza la tessera prepagata.

Dai dati diffusi dal Comune i 58 mila litri erogati hanno fatto risparmiare oltre una tonnellata di bottiglie di plastica, corrispondenti a circa 1300 kg di mancate emissioni di anidride carbonica.

«Un buon risultato», spiegano dal Comune, «in quanto è stato messo a disposizione un servizio a costi contenuti e si è realizzata una buona pratica a favore di un ambiente più vivibile. Si è infatti contribuito a ridurre i rifiuti costituiti dalle bottiglie vuote, oltre che ridurre i consumi necessari a produrre e movimentare acque imbottigliate». Analogo progetto è stato attivato a Vigonovo.

Giacomo Piran

 

Chioggia. Aprirà a maggio la prima galleria con punti vendita, l’attesa è alle stelle

Gli esercenti temono il contraccolpo sulle loro attività. «Ma bene i posti di lavoro»

CHIOGGIA – Si approssima l’apertura del primo centro commerciale a Chioggia e puntuale si apre il dibattito sulle conseguenze che porterà questa rivoluzione per la città. Sono tante e contrastanti, specie tra gli esercenti, le opinioni in vista del taglio del nastro fissato per maggio.

«Con il centro ci saranno indubbiamente ulteriori posti di lavoro», sostiene Mauro Voltolina che gestisce una tabaccheria a Borgo San Giovanni, «ma in compenso quante saranno le chiusure?».

Gli fa eco Nadir Boscolo, titolare di un negozio di alimentari: «Ottengono permessi promettendo occupazione, che poi eliminano strada facendo. La cittadina commerciale di un tempo si sta spegnendo».

Ma non manca un po’ di ottimismo. «Oltre alle chiusure, vediamo anche nuove aperture», commenta Daniele Venturini che gestisce un negozio di souvenir, «Alcune attività si stanno ammodernando. È indubbio che senza l’intelligenza imprenditoriale e la voglia di fare non si va da nessuna parte».

Per Raffaele Ruzzon, che opera nel campo del commercio on line, invece, bisogna innovarsi. «Ormai», sostiene, «si passa più tempo con il cellulare in mano che a fare una passeggiata. Le classiche vetrine hanno stufato: bisogna creare delle esposizioni virtuali».

Giuseppe Esposito, che gestisce il “New Dandy Bar”, fa alcune proposte. «Dovremmo essere in grado di portare in città le tante persone che si recheranno al centro commerciale», sostiene, «Poi sarà necessario puntare molto sulla qualità dei nostri servizi e prodotti».

Per Roberto Gallimberti del Wine Bellini, «la situazione in centro non va bene: bisognerebbe unirsi per pensare a qualcosa di concreto per rilanciare il commercio».

Secondo Raffaella Ghirardon, del Bar Bac, le attività dovrebbero osservarr l’orario continuato: «Sarebbe un ottimo servizio sia per i cittadini che per chi visita il centro».

Per Andrea del bar Centrale, «il turismo è diminuito per le troppe regole e restrizioni e per orari e divieti obsoleti che stanno rendendo Chioggia una città fantasma».

 

Nuova Venezia – “Un parco translagunare lungo il Ponte”

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16

mar

2015

È il progetto elaborato da uno studio di architetti di Spinea. «Si innesterebbe al Tronchetto»

Un parco lineare translagunare con un percorso paesaggistico ciclopedonale per rendere più bello e fruibile il ponte della Libertà. Il progetto, elaborato dallo studio associato di architettura Costantini-Paitowschi di Spinea, è stato presentato alla Soprintendenza ai beni architettonici e all’Avm.

Il costo è stato quantificato in 12 milioni e mezzo di euro: «La spesa è giustificata dal fatto», osserva l’architetto Roberto Costantini, «che lo sviluppo del parco sarebbe di quattro chilometri. Il parco translagunare artificiale sarebbe legato, da un lato, al porto turistico commerciale e, dall’altro, all’area industriale di Porto Marghera riconvertita a “prodotto culturale”. Il parco, secondo il nostro studio, ha un andamento sinuoso intercalato da aree tematiche dedicate ad attività naturali complementari e ispirate alla morfologia del luogo, alla fauna ittica e aviaria lagunare. Ha un richiamo alle origini fondatative quale elemento simbolico, visibile a lato del ponte translagunare sul basso fondale dal paludo, sospeso tra l’acqua e il cielo».

Gli elementi architettonici sono caratterizzati e legati all’ambiente naturale: la struttura portante è realizzata da pali lignei infissi a rifiuto nel caranto e da un impalcato orizzontale di collegamento in legno massiccio stratificato, completo di pavimentazione “gres” tipo pietra d’Istria. I parapetti sono costituiti da una struttura “leggera” di rete metallica in filo d’acciaio, oltre a un sistema d’illuminazione nascosta a led autoalimentati e da ampie aree verdi con essenze arboree (pitosforo, tamericci, eccetera) siepi, orti botanici, tipici della vegetazione lagunare lungo tutto il tratto del parco. I materiali, che verranno impiegati, sono eco-compatibili a zero impatto ambientale, riciclabili e reversibili, ispirati alla tradizione costruttiva veneziana, con ampio utilizzo di essenze lignee e reti leggere di acciaio che rimandino alla tradizione dei pescatori e alla biodiversità della fauna aviaria e ittica della laguna di Venezia.

«Il parco lineare», continua l’architetto Costantini, «andrebbe, verso Venezia, a innestarsi all’altezza del grande parcheggio del Tronchetto e il people mover: in quest’ottica si potrebbe realizzare un allargamento con un bicipark. Dalla parte dei Pili, invece, si potrebbe realizzare una passarella in quota che supererebbe il ponte ferroviario e il canale di San Giuliano e arriverebbe all’ex colonia elioterapica di San Giuliano. In questa maniera si completerebbe il collegamento ciclopedonale da Venezia a Mestre che ora effettivamente non esiste. Dal parco lineare», conclude l’architetto di Spinea», un ciclista potrebbe finalmente giungere al grande polmone verde di San Giuliano».

Davide Vatrella

 

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