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GIUSTIZIA – Sempre meno cancellieri per svolgere il lavoro che riguarda anche Mestre e Dolo

L’ufficio del giudice di pace è al collasso. Da circa un anno, dopo l’abolizione della sede staccata di Mestre e di quella di Dolo, accentrate nel nuovo palazzo di Riva di Biasio, a Venezia, i tempi deposito dei provvedimenti sono aumentati a dismisura in quanto non c’è sufficiente personale di cancelleria. I dipendenti a disposizione sono soltanto quelli che, prima dell’unificazione, operavano a Venezia e si occupavano di procedimenti civili e penali del centro storico.

Il personale un tempo in servizio a Mestre e Dolo ha chiesto il trasferimento in altre sedi e così, i cancellieri veneziani devono farsi carico, a parità di organico, almeno del triplo del lavoro.

La conseguenza è disastrosa: avvocati in coda per ore, ogni giorno, per effettuare un deposito atti, una richiesta di copie o un semplice ritiro, anche perché vi sono soltanto due funzionari autorizzati a ricevere gli atti, uno dei quali sta per andare in pensione; l’altro avrebbe già chiesto il trasferimento.

Ma non basta: un ricorso per decreto ingiuntivo mediamente viene emanato dopo oltre 120 giorni dal deposito (in Tribunale basta una settimana circa); per ottenerne le copie autentiche per la notifica è necessario attendere anche oltre un mese, con il rischio di non riuscire a notificarle entro i termini di legge; i fascicoli già in decisione sono moltissimi, anche da oltre un anno; le sentenze, una volta depositate in cancelleria dal giudice, restano in attesa di essere pubblicate per moltissimi mesi, anche un anno.

Una situazione simile si è verificata lo scorso anno a Roma, dove l’Ordine degli avvocati ha stipulato una convenzione con l’Ufficio giudiziario assumendo del personale a tempo determinato per procedere all’immediata pubblicazione delle sentenze in arretrato e, in pochi mesi, l’emergenza è stata risolta. Il nuovo presidente della Camera civile, l’avvocato Giorgio Battaglini, ha già preso contatti con il presidente del Tribunale, Arturo Toppan, per cercare una soluzione, mentre l’Aiga, l’associazione che riunisce i giovani avvocati, ha delegato la collega Carlotta Canal, la quale ha proposto ai colleghi di sottoscrivere un protocollo con cui impegnarsi a mettere in atto una serie di comportamenti per agevolare il lavoro delle cancellerie.

«È necessario studiare quanto prima un progetto di riorganizzazione delle risorse umane e materiali dell’Ufficio, in stretta collaborazione tra gli Uffici Giudiziari, gli Enti locali e le varie componenti rappresentanti dell’Avvocatura», dichiara l’avvocato Battaglini. Ma se il ministero non metterà a disposizione il nuovo personale richiesto dal presidente Toppan, molti servizi sono a rischio.

 

Gazzettino – Venezia. “Non bastano 3 bici sul tram”

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12

mar

2015

Le associazioni dei ciclisti bocciano l’idea di Pmv di poter caricare le bici sul tram per raggiungere Venezia

LA PROTESTA – Le associazioni vogliono ottenere almeno l’uso del cavalcavia di San Giuliano

I ciclisti: il 21 marzo blocchiamo il ponte

Cosa se ne fanno i ciclisti di due o tre posti bici per ogni tram che, se va bene, arriveranno tra sei mesi? Le Associazioni dei ciclisti non hanno alcuna intenzione di obbedire al divieto di transito che sarà istituito sul cavalcavia di San Giuliano quando entrerà in funzione il tram.

«Attualmente e anche in futuro è l’unica via per collegare Mestre con Venezia» spiega Giampietro Francescon che, assieme a tutti gli altri, sta organizzando la protesta pacifica di questa sera in occasione della prima prova elettrificata del tram fino a piazzale Roma, oltre a tutta una serie di altre iniziative.

La più clamorosa sarà quella del 21 marzo. Il primo giorno di primavera per i ciclisti sarà, infatti, una doppia festa perché occuperanno il ponte della Libertà: i veneziani andranno verso Mestre e i mestrini verso la città storica per una grande “critical mass”, un raduno di biciclette che, sfruttando la forza del numero (massa appunto), invadono le strade normalmente usate dal traffico automobilistico.

Altra iniziativa sarà verso l’Europa: «Spiegheremo a tecnici e politici che è inutile continuare a premiare Venezia come una delle città migliori in Italia per le due ruote, quando non ha un collegamento tra terraferma e città d’acqua» continua Francescon: «È una cosa inaudita non solo per un paese ecologico ma anche solo per un paese civile».

Le Associazioni dei ciclisti ribadiscono le loro proposte che sono sostanzialmente quelle di mantenere aperto il cavalcavia di San Giuliano, con alcuni accorgimenti: «Non possono permettersi di chiudere una strada così su due piedi, e oltretutto senza garantire alternative».

L’unica via che rimarrebbe sarebbe quella che passa per via Torino, il sottopasso della stazione di Marghera, il Vega e poi un percorso a ostacoli, tra buche, auto e camion che sfrecciano, in via della Libertà fino ai Pili e alla nuova pista che, da lì, porterà a Venezia. Non ci sono soldi per prolungare la ciclabile del Ponte, che dovrebbe essere pronta per maggio, fino a via Torino.

«Le bici devono poter utilizzare il cavalcavia di San Giuliano – sostengono le Associazioni -. Basta mettere un semaforo ai piedi della rampa verso Venezia e far passare le bici nei dieci minuti liberi tra un tram e l’altro. E lo stesso devono fare al ritorno, salvo poi eliminarlo quando un domani sarà realizzata la seconda parte della pista ciclabile. E noi chiediamo che la pista abbia una deviazione anche verso San Giuliano perché, comunque, la direttrice principale va mantenuta. La strada per via Torino è troppo lunga».

 

SCANDALO MOSE – La replica nella causa civile alla richiesta di 37 milioni di euro per danni

La Mantovani spa pretende da lui un risarcimento record di 37 milioni di euro, ma Piergiorgio Baita ribatte dichiarando di non aver provocato alcun danno alla società padovana che ha amministrato per oltre un decennio. Anzi, il manager residente a Mogliano Veneto sostiene di aver fatto soltanto il bene dell’azienda, moltiplicando il giro d’affari e riuscendo ad accumulare dal 1988 al 2011 un margine positivo, ante imposte, di ben 188 milioni di euro.

Si sta combattendo a suon di cifre a sei zeri la battaglia giudiziaria avviata lo scorso anno dalla Mantovani, la quale ha citato Baita davanti al Tribunale civile di Venezia chiedendogli di restituire di tasca propria un danno di circa 21 milioni per esborsi finanziari e tributari e di altri 16 per il danno all’immagine provocato alla società a seguito del coinvolgimento nell’inchiesta penale sul “sistema Mose”.

Il difensore del manager ha replicato alle richieste della società (che fa riferimento alla famiglia padovana Chiarotto) spiegando che l’ingegner Baita ha sempre agito nell’interesse della Mantovani, senza mettersi in tasca mai un soldo, e di essere rimasto stritolato, suo malgrado, nel “sistema Mose”: la società si era fortemente indebitata nel 2003 per entrare nel Consorzio Venezia Nuova, acquistando le quote di Impregilo, e non poteva fare altrimenti. Al suo ingresso al vertice, la Mantovani aveva un patrimonio netto di 6 miliardi di vecchie lire, lievitato a 107 milioni di euro nel 2011 – evidenzia l’avvocato Sonino – Il fatturato 1998 ammontava a 108 miliardi di lire, moltiplicatosi in 404 milioni di euro 13 anni più tardi. E, al momento dell’uscita, Baita lasciò in eredità un portafoglio ordini di 3 miliardi di euro. Di fronte a numeri come questi, dove starebbe il danno, si chiede l’ingegner Baita?

La “battaglia” davanti al Tribunale proseguirà il 17 giugno: l’avvocato Sonino ha citato a giudizio la compagnia con la quale tutti i manager della società erano assicurati per gli eventuali danni commessi nello svolgimento dell’attività.

Nel frattempo sta per iniziare la causa civile che Baita ha promosso nei confronti di Claudia Minutillo (ex segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, ed ex amminsitratrice di Adria Infrastrutture), del direttore finanziario di Mantovani, Nicolò Buson e del broker di San Marino, William Colombelli: il manager chiede che il giudice li condanni a versargli le quote di competenza dei 400mila euro che l’ingegnere ha già versato nel dicembre del 2013, quando patteggò, assieme a loro, in relazione alle false fatturazioni emessa dalla Mantovani. Quella somma deve essere divisa per quattro e ora Baita vuole che gli altri tre tirino fuori la loro parte. L’udienza è fissata per l’8 maggio.

 

Il filosofo polemizza nuovamente sul via libera «contro la volontà del Comune»

Ma l’ex premier replica seccamente: «Mai arrivati progetti alternativi»

VENEZIA «Prodi, Berlusconi: sul Mose tutti hanno avuto le mie carte, i documenti, i progetti alternativi, i dubbi. Niente. I burocrati dello Stato, la Corte dei Conti: io denunciavo e loro mi ascoltavano appena. Preferivano guardarsi i filmini promozionali di Mazzacurati».

Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, attacca gli ex presidenti del Consiglio e il Magistrato ale Acque.

«Le decisioni sul Mose», dice, «sono state prese ai livelli più alti dello Stato».

Polemica che non è nuova. L’ex sindaco ha sempre denunciato la contrarietà della città alla grande opera.

«Il Comune di Venezia aveva presentato a Roma», ricorda, «molti progetti alternativi, meno impattanti e meno costosi del Mose. Non sono mai stati presi in considerazione».

Prodi ha risposto ieri con una nota.

«Singolare», scrive, «che invece di prendersela con chi si è lasciato corrompere e ha speculato sui lavori del Mose ci si ostini a prendersela con chi ha consentito che un’opera fondamentale per la salvezza di Venezia andasse avanti».

L’ex premier ricorda che il progetto del Consorzio Venezia Nuova «fu esaminato in numerosissime riunioni del Comitatone e infine approvato da una larghissima maggioranza. Non pervennero mai progetti alternativi a questo».

Proprio quest’ultima affermazione viene definita come «non veritiera» da Cacciari e dai suoi collaboratori dell’epoca.

«Ricordo benissimo», dice Armando Danella, allora dirigente dell’Ufficio Legge Speciale del Comune, «che andammo a Roma con il sindaco a presentare i progetti alternativi al Mose. Nel novembre del 2006, quando si doveva decidere in via definitiva, fummo ricevuti dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta, poi dal ministro dei Lavori pubblici Di Pietro e anche dallo stesso Prodi. Il 22 novembre il Comitato presieduto da Prodi approvò i lavori del Mose con il parere contrario del Comune di Venezia. Allora il sindaco Cacciari pronunciò un discorso in cui chiedeva ai posteri l’ardua sentenza».

Insomma Venezia il Mose non lo voleva, ma il governo tirò dritto. Una denuncia alla Procura e alla Corte dei Conti su queste vicende è stata presentata qualche anno fa dai comitati «No Mose».

Alberto Vitucci

 

Nel vertice di ieri tra Comune e Pmv è stato deciso di ricavare in ogni vagone un posto per le due ruote

Il Comune ha pronta la soluzione per risolvere il problema del collegamento ciclabile con Venezia. Come anticipato da Il Gazzettino nei giorni scorsi, l’idea su cui si sta lavorando è di arrivare a caricare le biciclette direttamente a bordo del tram. Se n’è parlato ieri nel corso dell’annunciato vertice che ha radunato attorno a un tavolo tutti i soggetti interessati al tema: i dirigenti della Mobilità, quelli di Avm, Actv e Pmv.

A spiegare cosa ne è scaturito è l’amministratore unico di quest’ultima, Antonio Stifanelli, che dice: «Si è deciso di procedere all’ordinazione di un nuovo tram, il ventunesimo della flotta, che già in sede di costruzione sarà dotato di uno spazio apposito dove mettere le due ruote. Invece, per quelli già in nostra dotazione, chiederemo alla ditta fornitrice, la Lohr, di predisporre un progetto di parziale riconversione di ciascun vagone per ogni mezzo, allo stesso scopo. Il progetto dovrà poi essere vagliato e approvato dalla Commissione di sicurezza del ministero, che è l’unica competente ad esprimersi sulla fattibilità».

Significa che l’amministrazione punta a risolvere a monte la mancanza della pista ciclabile facendo leva sull’attivazione del nuovo sistema di trasporto che, ancora non si sa bene quando, collegherà viale San Marco con San Giuliano, i Pili e il ponte della Libertà fino al capolinea di piazzale Roma.

«C’è da specificare subito che per ogni tram non saranno più di 3 le biciclette che potranno essere trasportate – sottolinea Stifanelli – È anche vero, però, che ci si può servire della ferrovia, del battello da San Giuliano alle Fondamenta Nuove e a breve entrerà in funzione anche quello da e verso il padiglione Aquae dell’Expo. Valuteremo bene la parte tecnica, ma considerando che il nostro tram non è come quello di Firenze che è più largo e capiente e può ospitare le due ruote subito dietro la cabina del conducente, credo che l’unica opzione sia riorganizzare i posti a disposizione dei disabili».

In qualsiasi caso, la soluzione sarà tale solo tra qualche tempo visto che bisognerà aspettare un pò per l’approvazione del progetto e la riconversione dei vagoni, sicuramente almeno 6 mesi, se non di più, per l’arrivo in città del nuovo tram già pronto ad accogliere le bici. Le spese, che al momento non sono ancora quantificabili, saranno tutte a carico di Pmv la quale, nel frattempo, annuncia che l’attesa prima prova elettrificata fino a Venezia, rinviata all’ultimo momento la scorsa settimana, dovrebbe tenersi domani notte. Nell’occasione dovrebbe tenersi la manifestazione delle Associazioni dei ciclisti che già l’altra sera erano pronte a scendere in strada proprio per riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica il problema del collegamento ciclopedonale in sicurezza con il centro storico.

 

Nuova Venezia – Mose, e’ guerra su Mazzacurati

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10

mar

2015

VENEZIA – L’ex presidente del Consorzio non si presenta all’incidente probatorio chiesto dall’ex eurodeputata

I difensori di Lia Sartori insistono: «Vogliamo interrogare negli Stati Uniti l’ingegnere smemorato»

La difesa di Lia Sartori insiste: vuole sentire Giovanni Mazzacurati; vuole poter interrogare l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova in relazione alle accuse che ha rivolto all’ex presidente del Consiglio regionale e poi eurodeputata di Forza Italia, raccontando ai pm di Venezia, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, di averle versato contributi illeciti in relazione a più di una campagna elettorale, dal 2006 al 2012. Accuse formulate nel luglio del 2013, dopo essere stato arrestato con l’accusa di turbativa d’asta in relazione ad un appalto per lavori di scavo di un canale portuale.

Ieri mattina, nell’aula bunker di Mestre, Mazzacurati non si è presentato all’incidente probatorio fissato dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza. Il suo legale, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, come anticipato nei giorni scorsi, ha depositato una consulenza medico-legale dalla quale risulta che l’ex presidente del Cvn non si può muovere dalla California (dove risiede dallo scorso anno, nella villa della moglie) a causa delle condizioni di salute, peggiorate dopo la morte del figlio, il regista Carlo, scomparso nel gennaio del 2014, dopo una lunga malattia. Mazzacurati soffre, a detta dei medici che l’hanno visitato, di un grave deficit mnemonico che renderebbe in ogni caso inutile la sua audizione.

Lia Sartori ha sempre respinto ogni accusa e, ieri mattina, gli avvocati Franco Coppi e Pierantonio Zanettin, hanno ribadito la richiesta di audizione dell’ex presidente del Cvn. L’udienza è durata meno di mezz’ora: il gip Scaramuzza ha aggiornato l’incidente probatorio al prossimo 25 marzo, data in cui deciderà se disporre una perizia medica per verificare le effettive condizioni di salute di Mazzacurati. Nell’impossibilità di far arrivare l’ex presidente del Cvn a Venezia, il giudice potrebbe anche optare per una rogatoria internazionale, ovvero chiedere all’autorità giudiziaria statunitense di interrogarlo per suo conto. Ma, se la sua incapacità a deporre fosse confermata, l’audizione non risulterebbe di alcuna utilità.

Attorno ai verbali d’interrogatorio con cui Mazzacurati ha accusato Lia Sartori, ma anche numerose altre persone, tutte poi finite nel mirino dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”, ruoterà una parte consistente del processo che si dovrebbe aprire tra qualche mese e che riguarda tutti gli indagati che, finora, non hanno chiesto il patteggiamento. Dieci in tutto. La difesa, infatti, contesterà l’utilizzabilità di quelle dichiarazioni accusatorie: innanzitutto sotto il profilo della loro attendibilità e precisione. Quasi certamente i legali cercheranno di dimostrare che Mazzacurati era già malato e che la sua memoria non funzionava bene fin da quando ha riempito i verbali davanti agli inquirenti. Inoltre, in mancanza di un contraddittorio, quelle accuse non hanno valore. Contestazioni di fronte alle quali la Procura si prepara a ribattere sostenendo che i verbali di Mazzacurati sono pienamente utilizzabili, oltre che attendibili e riscontrati da altre deposizioni e prove raccolte nel corso delle indagini.

 

Non hanno patteggiato, sono pronti al processo

LA PROCURA – L’inchiesta è chiusa, ecco tutte le accuse per gli ultimi nove

VENEZIA – La notifica dell’avviso di conclusione indagini è iniziata ieri per i dieci indagati che, finora, non hanno chiesto di patteggiare. Gli avvisi, in realtà, sono due: la posizione dell’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, sotto accusa per un presunto finanziamento illecito ricevuto da Mazzacurati nella campagna elettorale del 2010, figura infatti in un fascicolo a parte rispetto agli altri. Le imputazioni contestate ai dieci sono le stesse che comparivano nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita nel giugno del 2014. Oltre a Lia Sartori, di cui scriviamo a fianco, questi sono i nomi e le accuse.

Maria Giovanna Piva, ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia: corruzione per un presunto stipendio annuale di circa 400mila euro da Mazzacurati e Baita e un incarico di collaudo di opere dell’ospedale di Mestre per 327mila euro.

Vittorio Giuseppone, ex magistrato della Corte dei Conti: corruzione per un presunto stipendio annuale di 300-400mila euro dal 2000 al 2008, oltre a 600mila euro tra 2005 e 2006.

Nicola Falconi, direttore generale Stimar sub e Bos.Ca srl: corruzione in relazione alle somme illecite elargite all’ex presidente del Magistrato alle acque, Fabrizio Cuccioletta; finanziamento illecito in relazione ad uno dei presunti contributi elettorali ad Orsoni.

Lino Brentan, ex amministratore delegato della Austrade Padova- Venezia: induzione indebita a dare o promettere utilità in relazione a 65mila euro che avrebbe chiesto ad un imprenditore per partecipare ad alcuni lavori.

Danilo Turato, architetto: corruzione in relazione ai lavori di restauro della villa dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan.

Giovanni Artico, funzionario della Regione Veneto: corruzione in relazione al presunto aiuto a Piergiorgio Baita in cambio di alcuni favori.

Giancarlo Ruscitti, ex dirigente regionale: gli viene contestato un presunto contratto di collaborazione er operazioni inesistenti.

Corrado Crialese: millantato credito per essersi fatto consegnare soldi da Baita sostenendo di poter influire sulle decisioni presso magistrati amministrativi.

Dal momento della notifica, gli indagati avranno tempo 20 giorni per presentare memorie difensive o per chiedere di essere interrogati. Poi spetterà alla Procura il compito di decidere se vi siano elementi per chiedere il processo nei confronti di tutti.

 

IL COMMISSARIO VERNIZZI, REGIONE E SIS: IL TERMINE PER LE RISPOSTE SCADEVA IERI

VENEZIA – Silvano Vernizzi dice di aver risposto senza imbarazzi alle questioni poste dalla Corte dei Conti sulla Pedemontana Veneta. Nemmeno una delle 70 domande l’ha trovato impreparato. Al massimo in totale disaccordo, ma con fior di motivazioni, come ha spiegato in anticipo la settimana scorsa, con l’avvocato Paola Noemi Furlanis al fianco, in una conferenza stampa. Bisognerà vedere se saranno condivise dalla magistratura contabile, che ha messo sotto indagine l’opera. Il termine per le risposte scadeva ieri.

Il commissario all’emergenza non era l’unico chiamato a dare spiegazioni. Nell’elenco dei destinatari di chiarimenti ci sono i 36 Comuni interessati all’attraversamento dell’arteria, lunga oltre 90 chilometri; la Regione Veneto; la società concessionaria Sis che si è aggiudicata il project; i ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente; il dipartimento della Protezione Civile; le associazioni ambientaliste Wwf, Legambiente e Italia Nostra.

Nelle risposte di queste ultime confluiscono le osservazioni del Covepa, il comitato veneto per la Pedemontana alternativa, nel quale rientrano gruppi di oppositori più o meno coordinati del Vicentino e del Trevigiano. Alla Corte dei Conti il Covepa chiede di fare luce almeno su tre punti: 1) per quale motivo nell’aumento dei costi della Pedemontana il commissario Vernizzi abbia inserito 195 milioni costituiti almeno per metà da opere già previste dal Cipe nel 2006, che dovevano far parte del costo iniziale del project e rientrare nel contratto firmato nel 2010, non essere aggiunte successivamente; 2) a che titolo la Regione sborsi di tasca propria altri 110 milioni di euro per opere complementari di raccordo; 3) perché il costo degli espropri sia stato fatto lievitare in modo abnorme, creando una sperequazione evidente tra agricoltori e non agricoltori ma soprattutto danneggiando l’erario.

Va detto che la Corte dei Conti è l’unico controllore di cui il commissario straordinario si debba preoccupare. Sopra di lui c’è solo il consiglio dei ministri che l’ha nominato e il ministero che ne rappresenta il braccio operativo. Entrambi sono lontani dal teatro delle operazioni. Sul posto Vernizzi ha potere assoluto.

A cascata, l’unico controllo sui cantieri di cui si deve preoccupare il concessionario Sis, è quello fatto dall’Arpav, che si è impegnata a monitorare lavori e cantieri per 8 anni al modico prezzo di 4,6 milioni di euro, 600.000 euro all’anno. Sapete chi paga questo controllore? Sis, cioè il controllato.

Renzo Mazzaro

 

Gazzettino – Venezia, Tribunale senza carta

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10

mar

2015

Giudici invitati a risparmiare sulle fotocopie perché la dotazione dei fogli è calata del 25 per cento

Il governo vorrebbe, e come dargli torto, una giustizia più rapida ed efficiente. Ma non mette a disposizione degli uffici giudiziari neppure la carta necessaria per stampare sentenze ed ordinanze di custodia cautelare. Ha dell’incredibile la situazione in cui si trova ad operare il Tribunale di Venezia. Il problema della carta non è nuovo, ma negli anni passati si poneva negli ultimi mesi dell’anno, quando le risme cominciavano a scarseggiare. Ora la questione è già all’ordine del giorno, a soli tre mesi dall’inizio del 2015: con una lettera inviata a tutti gli uffici, il dirigente amministrativo, Giampaolo Berto, comunica che la carta disponibile è inferiore del 25 per cento rispetto al 2014. La quota spettante al Tribunale ammonta a meno di 9mila euro per dodici mesi. E, mentre lo scorso anno, le esigenze di servizio furono risolte grazie alla gentile donazione di un bancale di carta da parte di una ditta privata, oggi non è previsto più alcun regalo. La raccomandazione è perentoria: poche fotocopie. Tutte fronte-retro.

«La situazione è in costante peggioramento – spiega il presidente del Tribunale, Arturo Toppan – Il problema più grave riguarda il personale di cancelleria: le carenze sono gravissime e nel corso del 2015 andranno in pensione numerosi altri dipendenti. Se non arriverà nuovo personale, sono a rischio parecchi servizi».

Il presidente del Tribunale confida nel bando di mobilità tra pubbliche amministrazioni, che potrebbe garantire l’arrivo di qualche nuovo impiegato, magari dagli uffici delle Province che sono state eliminate. Ma Venezia è una sede ritenuta tradizionalmente scomoda, e in passato non sono mai stati molti a scegliere come sede di lavoro gli uffici giudiziari in laguna. Dunque nessuno si fa troppe illusioni.

Un ulteriore problema per la gestione degli uffici riguarda gli automezzi di servizio. Una delle poche autovetture è stata assegnata alla Corte d’Appello e così il Tribunale si ritroverà in difficoltà. le auto servono per trasportare i fascicoli, ma anche i giudici e il personale amministrativo che si devono recare in aula bunker a Mestre, oppure a svolgere attività di amministratore di sostegno. Ora sarà necessario “prenotarla” con 15 giorni di anticipo, salvo le urgenze relative a convalide di arresto o altri provvedimenti inerenti la libertà personale.

Altri problemi, infine, arriveranno tra breve sul fronte della manutenzione e sorveglianza degli uffici giudiziari. Fino al 31 agosto la competenza sarà ancora il Comune; poi passerà direttamente al ministero. Una novità che rischia di creare nuove difficoltà operative: a Roma non esiste ancora la struttura che dovrà gestire gli immobili giudiziari di tutta Italia. Il caos è garantito. Alla faccia dell’efficienza della giustizia.

Gianluca Amadori

 

Scandalo Mose: l’ingegnere convocato oggi in Tribunale ma non ci sarà, condizioni di salute precarie

Avrebbe dovuto tornare oggi dalla California, dove si è rifugiato poco dopo essere stato scarcerato, ma Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e grande corruttore, non ci sarà. Davanti al giudice veneziano Alberto Scaramuzza ci sarà il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, con una consulenza medico legale, la quale sostiene che l’ingegnere non ricorda più nulla. Inoltre, non può affrontare il viaggio aereo dagli Usa in Italia. Non dovrà, dunque, subire alcun terzo grado, al quale indubbiamente lo avrebbero sottoposto, come è loro diritto, gli avvocati difensori in particolare dell’ex sindaco Giorgio Orsoni e dell’ex europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori.

Mazzacurati ha raccontato di aver consegnato 400-450 mila euro per la campagna elettorale del primo e 250 mila alla seconda. Diritto degli indagati interrogare il loro accusatore, ma in questo caso non si farà e probabilmente nel fascicolo finiranno i verbali d’interrogatorio resi dall’ex presidente durante le indagini preliminari.

Per ora, almeno per coloro che hanno presentato ricorso in Cassazione, non è scattata la confisca dei beni disposti dal giudice.

Sono ben nove tra coloro che hanno patteggiato la pena nell’ambito dell’indagine sulla corruzione per il Mose coloro che hanno compiuto questa scelta. I difensori non l’avrebbero fatto perché contestano la pena, che del resto hanno sottoscritto con un accordo con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, ma per allontanare nel tempo il più possibile il momento in cui scatterà la confisca di ville, conti bancari e altri beni.

Solo quando la pena sarà definitiva, infatti, lo Stato potrà appropriarsi definitivamente dei loro beni e, nel frattempo, potrebbero riuscire a vendere e magari a tenersi qualcosa.

(g.c.)

 

Gazzettino – Venezia. Le bici sul tram? Domani un vertice

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9

mar

2015

LA PISTA MESTRE-VENEZIA

Unica possibilità per superare il problema della ciclabile “spezzata”

In bici sul tram? Se ne discute martedì in un vertice tra Mobilità, Pmv e Actv. Gli uffici dell’assessorato alla Mobilità hanno chiesto un preventivo all’Actv. Vogliono capire quanto può costare togliere alcuni sedili dalle carrozze del tram. L’idea sarebbe di sostituirli con sedute a scomparsa o con sgabellini. In più si pensa di mettere delle cinghie per fissare le bici. In realtà in tutta Europa i ciclisti viaggiano in metropolitana, in treno e in tram con le loro bici senza bisogno di fissarle, ma si sa che in Italia tutto ciò che è semplice diventa impossibile.

Fatto sta che questa delle bici in tram sembra in questo momento la soluzione più gettonata per risolvere il pasticcio che l’Ufficio mobilità del Comune ha creato con la pista ciclabile sul ponte della Libertà.

Lo stesso Ufficio mobilità che all’inizio del mandato di Ugo Bergamo aveva dichiarato ufficialmente che non si sarebbero più realizzati spezzoni di piste ciclabili, si è imbarcato nella costruzione di uno spezzone – quello sul ponte della Libertà – che rischia di restare così almeno per i prossimi due anni, se non per sempre.

Per fare il collegamento con via Torino, del resto, il Comune deve chiedere il permesso a Luigi Brugnaro. Il patron della Reyer, infatti, è proprietario delle aree dei Pili e il Comune deve per forza occupare un pezzetto di quelle aree per farci passare la pista ciclabile.

Brugnaro chiede, in cambio, la possibilità di realizzare un mega parcheggio ai Pili, possibilità che non a caso gli era stata negata dall’allora assessore alla Mobilità Enrico Mingardi secondo il quale doveva essere il Comune e non il privato a realizzare un parcheggio ai piedi del Ponte di San Giuliano. Si tratta infatti di un’area strategica, destinata a diventare una miniera d’oro dal momento che prima o poi il Comune si deciderà a bloccare buona parte del traffico turistico ai Pili.

Ebbene, adesso il Comune è nella triste condizione di dover decidere se chiedere a Brugnaro il permesso di passare con la pista ciclabile – dandogli in cambio l’autorizzazione a realizzare il parcheggio – oppure far andare per sempre i ciclisti in tram.

Tra l’altro il Comune ha perso la possibilità di espropriare l’area di Brugnaro e ora si trova con la grana dei ciclisti che vogliono bloccare il tram finchè non si risolve il problema dell’arrivo ai Pili delle biciclette. I blocchi del tram minacciati dalle associazioni dei ciclisti stanno dunque ottenendo il risultato di far correre ai ripari e martedì ci sarà per l’appunto la prima riunione.

Ma è già chiaro che modificare gli interni delle carrozze del tram costerà moltissimo, mentre non si prende in considerazione l’altra ipotesi, che non costa nulla, e cioè di mettere un semaforo ai piedi del cavalcavia di San Giuliano. Il tram passa infatti ogni 10 minuti e un ciclista in 10 minuti fa in tempo a passare sul cavalcavia di San Giuliano e pure ad arrivare a Venezia.

(m.d.)

 

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