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Gazzettino – Agricoltura con l’acqua alla gola

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

9

feb

2014

Il bilancio preciso dell’impatto del maltempo sull’agricoltura veneta potrà essere stilato solo tra una decina di giorni, quando le singole aziende avranno rispedito alla Regione il computo dei danni subiti. Sperando che nel frattempo acqua e fango possano defluire dai campi. Per l’assessore regionale alle Politiche agricole, comunque, ci sono pochi dubbi: la stima si aggira sull’ordine di qualche decina di milioni di euro, tra produzioni perse, animali annegati nelle stalle sommerse, strutture e macchinari danneggiati.
L’esponente della giunta ieri ha fatto il quadro della situazione, incontrando alla Cantina di Villorba, poco distante da Treviso, i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali, di Veneto Agricoltura, dell’Avepa, dei Consorzi di difesa e degli altri enti di settore.
«Abbiamo concordato su una linea comune – spiega Manzato – Ripristinato il potenziale produttivo, il primo punto consiste in un piano assicurativo da estendere in tutta la regione».
Già oggi il Veneto conta una quota di agricoltori assicurati contro le calamità tra le più elevate su scala nazionale (il valore cautelato supera il miliardo e mezzo, un quarto dell’importo totale in tutta Italia).
Ma occorre fare di più, magari collegandosi a piani nazionali o addirittura europei, per poter avere una copertura maggiore. «Bisognerà anche ristorare per quanto possibile i beni danneggiati, ma non assicurabili – sottolinea l’assessore – Per legge, infatti, si possono stipulare polizze solo per la produzione, non per le strutture: in altri termini, si assicurano le mele, non l’albero».
Tra le colture più colpite, ci sono soprattutto i cereali: «I vigneti in questo periodo sono a riposo, se non arrivano gelate nei prossimi giorni, non dovrebbero aver subito grossi danni – spiega Giorgio Piazza presidente regionale di Coldiretti – mentre i maggiori problemi li abbiamo per orzo, frumento, colza, soprattutto nella Bassa Padovana e nelle parte orientale della provincia di Venezia».
Dove recuperare i soldi per i rimborsi? «Non escludo misure specifiche, intervenendo anche sulla legge finanziaria regionale», rimarca Manzato. Oltre ad attingere al piano irriguo e al fondo di solidarietà in agricoltura: «Che però è senza risorse – nota l’assessore – nonostante avessimo chiesto lo scorso anno di rimpinguarlo con un miliardo».

Mattia Zanardo

 

LA POLITICA – Il governatore: a casa i nostri soldi. Rubinato (Pd): sospendere il pagamento delle tasse

Zaia: Roma risponda o sarà sciopero fiscale

VENEZIA – Il Veneto sott’acqua che ogni anno paga di tasse 21 miliardi di euro si aspetta che Roma risponda all’emergenza maltempo. E tra le ipotesi che emergono in maniera bipartisan c’è quantomeno il rinvio del pagamento delle tasse. Lo fa intuire il governatore Luca Zaia che teme uno «sciopero fiscale». Ma anche dal Partito democraticom con la deputata Simonetta Rubinato e con il senatore Giorgio Santini, si chiede il rinvio delle scadenze fiscali per imprese e cittadini delle zone più colpite dal maltempo.
«Notificheremo al governo una prima stima e dopodiché il governo deve rispondere – ha detto Zaia – Al presidente del Consiglio Letta ho presentato la situazione anche perché non passasse l’idea che qui ci siamo inventati l’alluvione. Una regione che paga 21 miliardi di euro l’anno a Roma ha il diritto di chiedere le risorse. La gente l’ha capito e non vorrei che poi si passasse a uno sciopero fiscale. Noi siamo veneti e dobbiamo far sentire la nostra forza a Roma. Qui non c’entra nulla la politica – ha concluso Zaia – dobbiamo riportare a casa i soldi, che sono nostri. Qualora i soldi versati al fisco non tornassero sul territorio sotto forma di aiuto sarebbe legittimo a quel punto chiedere alle imprese come si comporterebbero».
Una richiesta di sospendere il pagamento delle tasse arriva dalla deputata trevigiana del Pd, Simonetta Rubinato: «La politica veneta dimostri di saper mettere da parte le polemiche e si impegni, con un lavoro di squadra, a dare risposte concrete». E ha annunciato la presentazione con gli altri deputati veneti Dem alla Camera di un emendamento al decreto milleproroghe per chiedere la sospensione del versamento di ritenute fiscali e contributi in scadenza per le aziende il prossimo 16 febbraio come auspicato da Confindustria Padova. E per realizzare le opere di messa in sicurezza del territorio, c’è l’ipotesi – ha spiegato Rubinato – che le risorse liberate con la spending review in Veneto siano lasciate alla Regione, vincolandole per questo obiettivo.
Anche Giorgio Santini, senatore, capogruppo Pd nella Commissione Bilancio, ha annunciato un’iniziativa immediata sulla quale cercherà il consenso delle forze politiche: «Il Governo decreti lo stato di calamità ed assicuri il rinvio delle scadenze fiscali per imprese e cittadini delle zone più colpite». Non solo: «La richiesta dei sindaci del territorio, degli amministratori locali e delle associazioni di categoria di scorporare dal patto di stabilità, le spese per la gestione dell’emergenza e gli investimenti per prevenire il dissesto idrogeologico in Veneto, deve essere accolta il prima possibile».

(al.va.)

 

FAVARO – Dopo le ultime piogge torna l’allarme: «Siamo in equilibrio molto precario»

«Rischio idraulico ancora alto»

Il comitato allagati chiede maggiore attenzione alle problematiche del territorio

«Quando poi succedono i disastri siamo tutti lì a recriminare su quello che non è stato fatto, ma perché, allora, non pensarci prima?».
Fabrizio Zabeo, presidente del comitato degli allagati di Favaro, prendendo spunto dalla grave situazione creatasi a seguito delle precipitazioni di questi giorni, rilancia ancora una volta l’appello affinché uomini e istituzioni preposti al governo delle acque, rivolgano maggiore attenzione alle problematiche legate al rischio idraulico e alla tutela del territorio.
«Siamo in un equilibrio molto precario – ha scritto in una lettera inviata per posta elettronica ad enti, consorzi ed allagati vari – e i sopralluoghi che ho effettuato e le foto che ho scattato in questi giorni nelle aree di maggiore criticità, testimoniano quanto sia elevato il rischio che si corre ogni qualvolta dal cielo scende un pò più di acqua. Mi sembra – ha proseguito – che anche l’ultimo seminario organizzato da StoriAmestre presso il centro Candiani e che poneva la questione: “Quale futuro per il fiume Marzenego?”, sia molto pertinente e di attualità insieme alla proposta del Contratto di fiume attraverso la quale si vuole attivare la partecipazione di tutti i possibili portatori di interesse del Marzenego – Osellino».
Per il presidente degli allagati di Favaro è, dunque, estremamente importante tenere alta l’attenzione a garanzia della sicurezza del territorio ed utilizzare lo strumento di partecipazione del «Contratto di fiume» come un impegno per innalzare la soglia dell’interesse verso il problema.
«Gli allagati vogliono essere di aiuto, e non di intralcio – ha aggiunto – a chi gestisce l’aspetto e la sicurezza idraulica, anzi vorremo dire ai vari gestori o se vogliamo ai vari consorzi, di utilizzare le nostre “domande” o “attese” come strumento di richiesta alla Regione in modo che i politici possano aprire gli occhi sulla realtà. Noi allagati – ha concluso Zabeo – già dall’infausto giorno di quel 26 settembre 2007, abbandonata la protesta abbiamo intrapreso la via del dialogo e anche per questo, prendendo in prestito il titolo del seminario citato, chiediamo a chi di dovere: «Quale futuro per il fiume Marzenego?» e ci permettiamo di aggiungere: “Quale futuro per i fossati della nostra zona?”»

 

Nuova Venezia – Maltempo, ancora alto l’allarme fiumi

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8

feb

2014

San Stino. Fino alle 14 l’allerta per Livenza, Lemene e Tagliamento.

La Provincia fa il conto dei danni e lo invia alla Regione

SAN STINO. Fino alle 14 di oggi resta lo stato di preallarme per rischio idrogeologico per i fiumi Livenza Lemene e Tagliamento. Lo comunica la Protezione civile mentre la Provincia ha ieri inviato allo stesso ufficio della Regione la relazione con una prima stima dei danni causati dal maltempo e dalle alluviano dei giorni scorsi.

Non c’era bisogno di questa relazione per capire che il comune maggiormente interessato dai danni è stato quello di San Stino di Livenza. E la nuova perturbazione sembra nascondere delle insidie per il territorio.

«Al momento attuale ciò che ci fa più paura è il vento di scirocco». ha spiegato ieri il sindaco di San Stino, Matteo Cappelletto, «i nostri corsi d’acqua stanno rientrando nei parametri pre-emergenza. C’è però il fondato timore che lo scirocco possa innalzarne i livelli. Per questo temiamo molto il nuovo fronte del maltempo. Non vorrei dover adottare le misure dei giorni scorsi».

Intanto nella relazione della Provincia si legge che sono stati ben 10 mila i sacchi di sabbia forniti per far fronte alle diverse emergenze del territorio. Le operazioni sono state eseguite congiuntamente dal Servizio provinciale di protezione civile, dalla polizia provinciale e dal servizio viabilità della Provincia, oltre che nei giorni 3 e 4 febbraio dalla sala operativa attivata nella sede del Centro operativo del comune di San Stino, dove si presentavano i maggiori problemi, fulcro anche delle attività di soccorso. Le piene dei corsi d’acqua hanno sfiorato in alcuni punti la tracimazione (canali Malgher, Loncon nel Veneto orientale) e altri sono tracimati (canali Rio Fosson, Melonetto, Veneto orientale, scoli Cavin, Caselle e Caltana a Santa Maria di Sala). Numerose sono state le manifestazioni di sofferenza delle arginature con presenza di fontanazzi ed infiltrazioni. A seguito di questa situazione e della preoccupante instabilità degli argini, i sindaci dei comuni di Annone Veneto, di Santo Stino e di Chioggia (Punta Gorzone) hanno emanato ordinanze di evacuazione che hanno interessato 15 cittadini ad Annone Veneto, 100 (da ordinanza) a Santo Stino, e 31 in Chioggia.

In tutti i casi sono state poste a disposizione strutture comunali o private per la ricettività ma la maggioranza degli evacuati si è sistemata presso abitazioni di parenti o amici. Vista la situazione di criticità nei comuni di San Stino di Livenza e Torre di Mosto sono state emanate altresì ordinanze di chiusura delle scuole. Sono state allagate alcune aree urbane, dove le arginature non erano sufficienti, interessando anche alcune abitazioni ed estese aree agricole del territorio di Annone Veneto, San Stino di Livenza, Portogruaro, Gruaro, Concordia Sagittaria, Fossalta di Piave, San Donà di Piave, Ceggia, Meolo. Vanno segnalati i danni subiti dal territorio agricolo a seguito della permanenza delle acque uscite dai canali, che incideranno sulle coltivazioni di cereali autunno soprattutto nelle zone di Mirano, Scorze’ e Cavallino-Treporti.

Altri danni subiti anche dai vigneti, particolarmente pregiati nella zona di Annone e Lison, nel territorio di Portogruaro. Qui è stato il fiume Loncon ad aver creato i danni peggiori. Ulteriori problemi sono stati causati dalle mareggiate, soprattutto a Bibione.

Ora c’è questo nuovo fronte perturbato. Sulla costa veneziana è l’erosione a far davvero paura.

 

Zaia, pressing su Letta «Restituisca al Veneto parte dei soldi versati»

E’ iniziato il censimento dei danni

Bozza: agli alluvionati i 10 milioni destinati alle celebrazioni della Grande Guerra

VENEZIA – Si profila un nuovo braccio di ferro tra il governo veneto e quello nazionale. Dall’incontro di Palazzo Chigi, Luca Zaia è tornato a mani vuote, o quasi: Enrico Letta non ha lesinato parole di comprensione e solidarietà al Veneto devastato da frane e alluvioni ma, allorché il governatore ha ipotizzato danni per mezzo miliardo e conseguenti richieste di aiuto, la replica del premier si è tradotta in un accenno imbarazzato alle «serie difficoltà di cassa» che affliggono l’esecutivo, tali da rendere improbabile uno stanziamento ingente a sostegno dello stato di calamità dichiarato dalla Regione. Ma il governatore leghista è deciso a non mollare l’osso: «Abbiamo cinque giorni ai sindaci per un primo bilancio generale dei danni, poi presenteremo il conto dei risarcimenti a Roma», fa sapere a margine di un sopralluogo al bacino di laminazione di Montebello, colosso vicentino capace di sei milioni di metri cubi d’acqua, che diventeranno dieci quando saranno racimolati i 51 milioni necessari all’ampliamento. E incalza: «Al presidente del Consiglio ho ricordato le dimensioni della nostra emergenza: nei giorni scorsi ha piovuto di più del 2010 e agli allagamenti si somma la tragedia della montagna spesso dimenticata ma che vive i disagi alla pari degli alluvionati in pianura. La risposta di Letta è stata quella del cerimoniale di corte: “Non ci sono soldi, i bilanci dello Stato li conoscete”, certo che ne siamo a conoscenza ma sappiamo anche che in quei bilanci ci sono i 21 miliardi di euro che ogni anno i veneti versano. La partita con il Governo non è chiusa: la ricostruzione avrà costi inimmaginabili, mi aspetto di ricevere i fondi statali necessari e di stanziarli alle amministrazioni entro un mese a partire da oggi». La polemica è nell’aria. A rilanciarla provvede in un battibaleno il presidente leghista della Provincia di Venezia, chiamato a fronteggiare i disastri causati dalle inondazioni nel Veneto Orientale: «Non possiamo andare con il cappello in mano a elemosinare risorse da uno Stato che non ne ha più, da un’Italia sull’orlo della bancarotta e della crisi di governo, sempre più fragile e in balìa degli eventi», afferma Francesca Zaccariotto «siamo il Veneto, siamo una regione di 5 milioni di abitanti che versa nelle casse centrali oltre 20 miliardi di tasse in più di quelle che riceve indietro e allora la proposta è di trattenere un miliardo subito per dare una risposta immediata e concreta a quanti sono stati messi in ginocchio: ai comuni che spendono milioni per rimuovere tonnellate di rifiuti spiaggiati e ricostruire lidi sempre più erosi, alle imprese agricole che hanno stalle sommerse e raccolti distrutti; agli albergatori e alle famiglie che in un attimo hanno perso casa e lavoro, alle nostre montagne ferite». Più contenuto e realistico il suggerimento di Santino Bozza: «Quest’anno la Regione prevede di stanziare 10 milioni per le celebrazioni del centenario della Grande guerra», osserva il consigliere di Prima il Veneto «io invito il governatore Zaia a destinare questi soldi a chi è stato colpito dalle alluvioni, la Grande Guerra è quella che si stiamo combattendo ora e che ha portato alla perdita di migliaia di posti di lavoro con le conseguenze tragiche di cui leggiamo quotidianamente. Caro Zaia, invia segnali forti e lascia perdere i proclami».

Filippo Tosatto

 

Da Confindustria 40 mila euro per rafforzare la Protezione civile

Quarantamila euro: questo il contributo che Confindustria ha deciso di devolvere alla Provincia di Padova per fronteggiare l’alluvione. «Si tratta di un gesto concreto di vicinanza», commenta il presidente di Confindustria Padova, Massimo Pavin (nella foto), «alle imprese colpite dalle allluvioni e di legame con il territorio». Il contributo verrà impiegato, in primis, per potenziare la rete radio provinciale, attraverso l’acquisto di quindici apparati mobili. Dopo l’alluvione del 2010, Confindustria Padova raccolse 86 mila euro. Intanto Banca Popolare FriulAria ha deciso di stanziare 30 milioni di euro per prestiti a privati e imprese che hanno subito danni a causa del maltempo. Anche la Banca Popolare di Vicenza ha istituito un plafond di 50 milioni di euro a sostegno dei clienti colpiti dall’alluvione.

 

documento dei PARLAMENTARI VENETI

Pd: dare priorità ai nuovi bacini 

VENEZIA Emergenza maltempo: i parlamentari veneti del Pd hanno diffuso questo documento. Con le precipitazioni di questi giorni tutto il Veneto ha subìto danni ancora incalcolabili: le provincie di Venezia, Vicenza, Padova, Treviso e Belluno risultano maggiormente colpite e la situazione rischia di peggiorare, come ammette lo stesso Governo della Regione, se le nevi scese in montagna dovessero sciogliersi troppo in fretta. Le opere di manutenzione e consolidamento degli argini e dei corsi d’acqua hanno retto ma non sono state sufficienti a contenere l’enorme quantità d’acqua e interi comuni sono stati sommersi ed evacuati, campagne distrutte con danni pesantissimi per l’agricoltura, numerose attività economiche interrotte e pesantemente danneggiate, a centinaia le abitazioni invase dall’acqua e dal fango. Nel Bellunese e in Pedemontana le nevicate record hanno prodotto smottamenti valanghe e frane, danni alle comunità e, ciò che è più grave, alle infrastrutture: interrotte le linee elettriche, isolati per giorni interi paesi e strade bloccate. Nel Veneziano oltre alla forte esondazione nella zona di Portogruaro sono state registrati gravi danni anche alla costa e alle spiagge per le forti mareggiate. E la situazione rimane molto grave nel Trevigiano e nelle zone comprese tra Padova e Vicenza colpite dalle esondazioni e ora a rischio frane anche nelle zone collinari. I livelli dei corsi d’acqua stanno lentamente scendendo ma rimane alta l’allerta per la previsione di nuove imminenti perturbazioni e per ciò che potrebbe accadere in seguito ad un disgelo troppo veloce. Questo quadro genera fortissima preoccupazione nelle popolazioni locali che hanno già subito nel 2010 danni ingenti a seguito dell’alluvione e che oggi assistono al ripetersi di un evento così devastante in grado di spazzare via tutti i tentativi di risollevarsi da quella tragica esperienza. La priorità più importante rimane la costruzione dei bacini di laminazione che sono stati giudicati indispensabili per evitare nuove alluvioni a partire dai primi tre: il bacino sul torrente Timonchio, nel comune di Caldogno in provincia di Vicenza (costo stimato e finanziato paria 41.500.000 euro); il bacino sul fiume Agno-Guà nei comuni di Trissino e Arzignano in provincia di Vicenza (26.151.000 euro);  il bacino sul torrente Lastego-Muson, nei comuni di Riese Pio X e Fonte in provincia di Treviso (13.800.000 euro).  Sul fronte orientale è opportuno che il Veneto concordi gli interventi sui bacini idrografici interregionali insieme alla Regione Friuli Venezia Giulia. Rimangono inoltre i bacini necessari per salvaguardare il territorio veronese e in particolare il bacino di San Lorenzo (5 milioni di euro) per il torrente Tramigna nel comuni di Soave e di San Bonifacio e il bacino di località Colombaretta a Montecchia di Crosara (finanziato con 12,7 milioni). Infine è necessario finanziare gli interventi straordinari per rimuovere le nevi dai tetti delle abitazioni e degli edifici pubblici della provincia di Belluno. Si tratta di opere individuate come urgenti già nel 2011 e non ancora realizzate. Oggi è più che mai urgente dare esecuzione a questi interventi accelerando i tempi di lavoro per evitare che nuove precipitazioni eccezionali provochino i danni che hanno flagellato le nostre province in questi anni. I veneti non possono attendere oltre: la sicurezza idraulica del nostro territorio merita risposte immediate. Alessandro Naccarato, Davide Zoggia, Alessandra Moretti,Federico Ginato, Diego Zardini, Giulia Narduolo, Gian Pietro Dal Moro, Diego Crivellari, Daniela Sbrollini, Margherita Miotto, Vincenzo D’Arienzo, Filippo Crimi ,Alessia Rotta, Michele Mognato, Simonetta Rubinato, Delia Murer, Andrea Martella, Floriana Casellato, Roger Der Menech, Sara Moretto, Laura Puppato, Felice Casson, Giorgio Santini, Rosanna Filippin

 

Martellato sugli allagamenti «Fiesso ha salvato Mira»

FIESSO. «Con le nostre azioni abbiamo dato una mano ai territori a valle che non avrebbero potuto sopportare ulteriori metri cubi di acqua». Lo sostiene Andrea Martellato, sindaco di Fiesso, che interviene dopo le abbondanti piogge che hanno colpito il territorio e che hanno visto il comune di Fiesso reggere bene nonostante tre lievi cedimenti sugli argini del Rio Serraglio. «Situazione difficile per Fiesso», spiega, «ma è stata un banco di prova nel quale si sono riscontrati gli ottimi risultati dei lavori e delle manutenzioni fatte negli anni scorsi». Martellato guarda anche i comuni “a valle”. «Vista la criticità che si aveva a valle, e soprattutto nel territorio di Mira che ha reso il Rio Serraglio senza capacità di riversamento, siamo riusciti a trattenere la nostra acqua e riversarla nel corso d’acqua solo in un secondo tempo. Non è stato facile perché si è lavorato sempre sul filo di lana. Voglio ringraziare tutti i volontari e i cittadini che puliscono i fossati. A chi invece non l’ha fatto, chiediamo di attivarsi quanto prima considerando che gli eventi dell’altro giorno saranno sempre più frequenti».

Giacomo Piran

 

Mattino di Padova – Alluvione in provincia

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8

feb

2014

Sciacalli a Battaglia inseguiti e multati

Due stranieri hanno preso del materiale lasciato per strada

Intanto una multinazionale regala 200 elettrodomestici

BATTAGLIA TERME – Tentano di portar via gli elettrodomestici esposti dagli alluvionati, ma la Protezione civile e la Polizia locale li bloccano. È stato percepito come un atto di sciacallaggio, quello avvenuto ieri verso le 11 tra via Chiodare e via Maggiore. Protagonisti un paio di stranieri dell’Est, che si sono presentati all’imbocco di via Chiodare su un vecchio furgoncino Fiat bianco senza insegne. «Siamo quelli della ditta incaricata di portar via i vecchi elettrodomestici», hanno azzardato. I volontari non si sono fidati. Hanno chiesto di esibire i documenti, che i due non sono stati in grado di fornire. «Allora non vi facciamo passare», è stata la risposta. I due sono quindi ripartiti, ma solo per fermarsi un centinaio di metri più avanti, imboccando una corte tra il civico 50 e il 53 di via Maggiore. Qui sono riusciti a caricare sul furgone alcuni degli oggetti in strada, tra cui un frigorifero e una tivù. Per poi imboccare la statale a ritroso, verso Monselice. Ma gli uomini della Protezione civile e gli agenti della Polizia locale li hanno visti e sono riusciti a prender nota della targa. I vigili li hanno seguiti in auto, riuscendo a fermarli. I due sono stati costretti a tornare sul posto e rimettere giù la merce prelevata. Gli agenti li hanno poi identificati, comminando solo una contravvenzione. Come precisano anche i carabinieri, non si è trattato di vero sciacallaggio (e non c’erano gli estremi per denunce) perché gli oggetti esposti erano comunque rifiuti destinati a esser buttati. L’attenzione comunque resta massima, sia da parte dei carabinieri che della Protezione civile, continuamente presenti per controlli anche notturni. In tanti si avvicinano ai cumuli di spazzatura esposta per prendersi qualcosa: anche ieri sera due giovani stranieri, dalla stessa corte di via Maggiore, hanno arraffato in fretta un giubbotto. Persone chiaramente in stato di bisogno. Ma ai volontari non è andata giù la finta di presentarsi come addetti di una ditta incaricata della raccolta. In senso diametralmente opposto, si è fatto avanti a Battaglia un benefattore per sostenere le tante famiglie che hanno perso tutto. Una multinazionale tedesca produttrice di elettrodomestici si è impegnata a donarne uno nuovo per ogni apparecchio danneggiato dall’acqua. È la Clatronic Italia, con una sede a Padova, di cui è amministratore delegato Luca Mattarello, originario di Battaglia. «Voglio aiutare i miei amici, i vecchi compagni e il sindaco», racconta. «Anche i miei genitori, che abitano in via Maggiore, hanno avuto l’acqua in casa e abbiamo ben presente lo shock. Insieme ad Andrea Boccadifuoco dell’azienda Emilione.it stiamo ritirando gli elettrodomestici danneggiati e da lunedì consegneremo altrettanti apparecchi nuovi dei nostri marchi a tutte le 200 famiglie». Ieri primi sopralluoghi dei tecnici comunali per consegnare i moduli del rimborso e verificare i danni, anche con volontari dell’Ordine degli Architetti.

Francesca Segato

 

Frana precipita su un laboratorio

Duemila metri cubi di roccia si sono staccati nell’ex cava Maso a Luvigliano

TORREGLIA – Circa duemila metri cubi di roccia si sono staccati, a causa delle abbondanti piogge dei giorni scorsi, dalla parete sud alta una quarantina di metri della ex cava di trachite Maso di via Vallarega, a Luvigliano. L’enorme ammasso di pietre e terriccio ha danneggiato il laboratorio per la lavorazione della trachite di Gianni e Renzo Maso, figli dell’ultimo scalpellino di pietra dei Colli Euganei, Giovanni Maso, deceduto appena una decina di giorni fa all’età di 84 anni. «È successo in pieno giorno, eravamo nel cortile della cava e abbiamo avvertito un forte boato e uno spostamento d’aria, sembrava il terremoto» raccontano i fratelli Maso «I danni purtroppo sono rilevanti, ma poteva andare anche peggio. La frana ha messo fuori uso la sega a filo che in quel momento stava tagliando un masso di oltre 200 quintali, che è uscito dai binari. Per rimetterlo in sede servirà l’intervento di una grossa gru». La frana nella ex cava sul colle Solone, inoltre, ha sfondato i portoni e una parete del capannone, sfiorando appena due costose macchine per la lavorazione della trachite: i banco aspirante e la lucidatrice. Oltre a rimettere in funzione il laboratorio, i fratelli Maso dovranno sobbarcarsi la non indifferente spesa di spostare il materiale arrivato giù dalla parete. «È una danno che proprio non ci voleva» aggiungono i due artigiani «in un momento in cui il lavoro scarseggia. Speriamo di ripartire presto, anche se non sarà un’impresa da poco». Poco lontano dalla ex cava di via Vallarega, in via Malterreno è in atto uno smottamento che interessa una porzione di vigneto dell’azienda agricola Sengiari. Sul pendio il terreno si è abbassato di un paio di metri, portandosi dietro le viti e i pali di sostegno.

Gianni Biasetto

 

RUBANO

Via Pellico riaperta per ultima Ora restano angoscia e fango

RUBANO – Tutte riaperte le strade di Rubano, dove l’acqua si è ritirata già da giovedì mattina da tutti i quartieri. Aperta anche via Pellico, svuotata nella notte con i vigili del fuoco, e anche la biblioteca comunale, dove per fortuna l’acqua non è riuscita a entrare. Resta ora la conta dei tanti danni subiti e la ricerca di risposte. L’amministrazione comunale organizzerà un incontro pubblico appunto per discuterne: luogo e data non sono ancora stati definiti. Spiegazioni che si aspetta anche il Movimento 5 stelle di Rubano, che pone una serie di quesiti all’amministrazione e agli enti superiori, ma che intanto lancia un’accusa: «Riteniamo ci siano serie inadeguatezze se non addirittura negligenze da parte dell’amministrazione comunale di Rubano» scrivono, «in quanto sembra non esserci un efficace meccanismo di allerta per i cittadini. La salute in questa zona sembra non sia stata compromessa, ma certo non é stata una passeggiata svegliarsi di notte e trovarsi la casa allagata. Chi devono ringraziare questi cittadini?». E chiedono al Magistrato alle Acque, al Prefetto, al Consorzio di Bonifica Bacchiglione-Brenta e al sindaco Ottorino Gottardo di fare trasparenza riguardo alla gestione delle idrovore e alla mancanza di un allarme alla popolazione e sull’ipotesi che Rubano sia stata “sacrificata” per salvare Padova.

Cristina Salvato

 

SELVAZZANO

Caselle e Tencarola temono i furti

Intensificata la sorveglianza dei materiali messi ad asciugare

SELVAZZANO – In municipio a Selvazzano da oggi è attivo uno sportello che fornisce informazioni ai cittadini sulle modalità di richiesta di risarcimento dei danni provocati dagli allagamenti del 4 e 5 febbraio. Per informazioni i cittadini possono telefonare al numero 049 8733873 (e chiede di Marzia Alban). Etra in un comunicato fa sapere che i residenti che hanno necessità di conferire rifiuti ingombranti possono prenotare l’asporto a domicilio gratuito al numero verde 800247842. Oggi gli utenti colpiti dall’acqua potranno conferire i rifiuti dalle ore 8 alle 16 al punto di raccolta comunale di via Galvani. Il sindaco Enoch Soranzo informa inoltre che nessuna persona è stata incaricata dal Comune di eseguire perizie nelle abitazioni finite sott’acqua. Il primo cittadino mette dunque in guardia i cittadini da eventuali truffe. Nelle ultime ore nelle zone alluvionate di Caselle e Tencarola sono stati intensificati i controlli da parte delle forze dell’ordine. «Ci sono arrivate segnalazioni di tentativi di sciacallaggio riguardanti il materiale che le famiglie hanno messo ad asciugare fuori dell’abitazione. È un lavoro aggiuntivo per chi controlla il territorio», afferma Soranzo. Passata l’acqua, ora è partita la conta dei danni. Gli abitanti di Caselle e Tencarola che hanno avuto danni e disagi dalla tracimazione degli scoli Mestrina, Storta e Brentella sarebbero più di 5 mila. L’acqua è entrata in oltre 250 abitazioni. I danni ai privati sono ingenti. C’è gente che afferma che per riparare quanto provocato dall’acqua nella propria abitazione ci vorranno centomila euro. Non da meno sono i guasti alle strutture pubbliche. Le strade del territorio sembrano bombardate: l’acqua ha fatto scoppiare il manto d’asfalto in molti punti creando pericolose buche. È una situazione che richiederà in tempi brevi un impegno economico non indifferente a carico del bilancio comunale, perché serviranno manutenzioni straordinarie.

(g.b.)

 

l’invenzione

La piena in diretta con l’app per iPhone

La piena in un’app. Si chiama “Bacchiglione” e l’ha inventata un ingegnere trevigiano che, sensibile al fascino del fiume, ha preso la residenza in golena Paltana ma che ha capito molto in fretta quanto la sua casa possa essere esposta ai rischi di allagamento. «Non potendo essere sempre presente, ho inventato un’applicazione che controlli la situazione del fiume per me». L’app (che funziona su iPhone, iPad e iTouch) permette di monitorare il livello del fiume nelle ultime 48 ore, con aggiornamenti in tempo reale da cinque luoghi diversi (Padova, Vicenza, Longare, Montegalda e Bovolenta) e con notifiche push segnala il raggiungimento del livello di attenzione e di allarme. Gli aggiornamenti si possono poi condividere sui social network.

 

SELVAZZANO

Caselle e Tencarola temono i furti

Intensificata la sorveglianza dei materiali messi ad asciugare

SELVAZZANO – In municipio a Selvazzano da oggi è attivo uno sportello che fornisce informazioni ai cittadini sulle modalità di richiesta di risarcimento dei danni provocati dagli allagamenti del 4 e 5 febbraio. Per informazioni i cittadini possono telefonare al numero 049 8733873 (e chiede di Marzia Alban). Etra in un comunicato fa sapere che i residenti che hanno necessità di conferire rifiuti ingombranti possono prenotare l’asporto a domicilio gratuito al numero verde 800247842. Oggi gli utenti colpiti dall’acqua potranno conferire i rifiuti dalle ore 8 alle 16 al punto di raccolta comunale di via Galvani. Il sindaco Enoch Soranzo informa inoltre che nessuna persona è stata incaricata dal Comune di eseguire perizie nelle abitazioni finite sott’acqua. Il primo cittadino mette dunque in guardia i cittadini da eventuali truffe. Nelle ultime ore nelle zone alluvionate di Caselle e Tencarola sono stati intensificati i controlli da parte delle forze dell’ordine. «Ci sono arrivate segnalazioni di tentativi di sciacallaggio riguardanti il materiale che le famiglie hanno messo ad asciugare fuori dell’abitazione. È un lavoro aggiuntivo per chi controlla il territorio», afferma Soranzo. Passata l’acqua, ora è partita la conta dei danni. Gli abitanti di Caselle e Tencarola che hanno avuto danni e disagi dalla tracimazione degli scoli Mestrina, Storta e Brentella sarebbero più di 5 mila. L’acqua è entrata in oltre 250 abitazioni. I danni ai privati sono ingenti. C’è gente che afferma che per riparare quanto provocato dall’acqua nella propria abitazione ci vorranno centomila euro. Non da meno sono i guasti alle strutture pubbliche. Le strade del territorio sembrano bombardate: l’acqua ha fatto scoppiare il manto d’asfalto in molti punti creando pericolose buche. È una situazione che richiederà in tempi brevi un impegno economico non indifferente a carico del bilancio comunale, perché serviranno manutenzioni straordinarie.

(g.b.)

 

Danni a Montegrotto per decine di milioni campi ancora allagati

Tutti gli sfollati ritornano a casa, riapre via Circonvallazione

In municipio uno sportello per accelerare l’iter dei rimborsi

MONTEGROTTO TERME – Con la riapertura del sottopasso di via Circonvallazione Ovest prevista per oggi, Montegrotto tornerà finalmente alla normalità. L’allarme è cessato e ora può iniziare in modo concreto la conta dei danni. «Sono state interessate dall’alluvione 34 strade», spiega il sindaco Massimo Bordin «È ancora difficile fare una stima attendibile, ma di certo si tratta di decine di milioni di euro di danni. Montegrotto è stato indubbiamente uno dei comuni più colpiti dagli allagamenti. Abbiamo subito danni materiali, ma anche di immagine per le nostre strutture alberghiere. In questi giorni stanno arrivando tante disdette e questo penalizza in modo pesante la nostra economia». Sportello degli alluvionati. Il Comune ieri ha aperto l’ufficio tecnico, trasformandolo in “Sportello degli alluvionati”. «Da oggi gireremo casa per casa per verificare i danni avuti dalle abitazioni colpite dagli allagamenti», annuncia Bordin. «Stileremo attraverso il nostro sportello una relazione tecnica, che servirà sia in campo assicurativo, che per anticipare i tempi. Se la Regione, come spero, stanzierà un contributo, dovremmo riuscire ad accorciare l’iter burocratico, senza quindi aspettare i due anni come è accaduto nel 2010 a Casalserugo». Da ieri non si registrano più sfollati. Il numero delle persone che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni non supera la ventina. Singolari però le richieste che arrivano in Comune nelle ultime ore. «Si è presentato un falso alluvionato che era andato a dormire all’Hotel Marconi e che è venuto a presentarmi il conto come fosse stato una delle vittime della calamità», racconta sorridendo il sindaco. Da lunedì sarà attivato dal Comune il conto corrente a cui devolvere gli aiuti alle famiglie alluvionate. I danni all’agricoltura. Si stanno ancora vivendo momenti di apprensione nella zona del Catajo, dove l’acqua fatica a scendere e dove si registrano i primi crateri nelle strade. In emergenza sono le aziende agricole, in particolare la “Mazzucato”, che ha registrato i guasti maggiori. «Abbiamo all’incirca 200 mila euro di danni», sostengono Romeo, Elvia e la figlia Marica. «Tra i macchinari e la casa siamo stati colpiti in modo pesante da questa alluvione che ha portato in cantina fino ad un metro e mezzo di acqua. Dovremo buttare via una pigiatrice, una pompa mono, una pressa, un frigo, tre filtri, cinque pompe di varie misure e un muletto. Senza contare i danni avuti in casa, dove abbiamo la caldaia inutilizzabile. Siamo rimasti al buio per due giorni e siamo dovuti fuggire da parenti con un trattore». Danni anche alle colture: «Abbiamo quattro ettari di vigneto, che sono ancora sommersi da un metro e mezzo di acqua: temiamo per quelle piante». Danni di minor entità hanno interessato le vicine aziende agricole “Salmaso” e “Fattoria del Graspo Ragno”. Prosegue intanto nelle abitazioni e negli alberghi l’opera di pulizia dei locali.

Federico Franchin

 

LOZZO ATESTINO

Un quinto del paese è finito sott’acqua Tre famiglie isolate

LOZZO ATESTINO – Nella zona che comprende la località Bellone, via Vela e Lanzetta sono stati allagati cinquecentoventicinque ettari di terreno, pari al 22 per cento dell’intera superficie del paese. La buona notizia è arrivata dallo scolo Roneghetto, che ieri mattina ha ricominciato a ricevere l’acqua, permettendo un lento deflusso. Fino alle 13 di ieri in via Bellone il livello dell’acqua è calato di circa cinque centimetri, ma la situazione delle tre famiglie che abitano in fondo alla via non è cambiata di molto rispetto ai giorni scorsi. Si può imboccare la strada a piedi calzando gli stivali di gomma e arrivare fino a circa duecento metri dall’inizio, ma poi per andare avanti bisogna salire su un trattore oppure un fuoristrada, che poi devono avanzare sempre con molta cautela perché basta un niente per uscire dalla carreggiata e finire, è proprio il caso di dirlo, in un mare di guai. I residenti bloccati hanno luce, gas e acqua e i volontari della protezione civile hanno continuato a rifornirli di viveri e bevande. Lo stesso è avvenuto per le tre famiglie di via Vela. A Lanzetta, un’abitazione ha ancora un metro e trenta di acqua dentro al garage. Nella confinante Vo’, la frana nei pressi della cava Giora e lo smottamento verificatosi in via Rovarolla sono stabili. Sempre in via Rovarolla, la famiglia Fenzi che abita nel civico 1107 ha rischiato di perdere il garage e il pollaio a causa di un pesante smottamento. I proprietari hanno chiamato una ruspa per aprire una via al deflusso delle acque. Il versante nord del monte Rovarolla è un’altra zona franosa ad alto rischio. I dissesti in via Belvedere e in via Rialto a Rovolon si sono ancora mossi ma di poco. Il responsabile dell’Ufficio tecnico comunale e i colleghi della Provincia si sono incontrati per decidere come rendere percorribile anche se in maniera provvisoria i trecento metri devastati dall’acqua in via Belvedere. Appena possibile sarà fatto un fondo stabilizzato, così come il Comune farà per i cinquanta metri di strada sprofondati in via Rialto. Intanto è stato completato il posizionamento anche nei comuni limitrofi della segnaletica stradale che indica ai veicoli come raggiungere senza problemi il centro abitato di Rovolon Alto e le varie attività economiche che operano nei suoi paraggi. Il sindaco rovolonese Maria Elena Sinigaglia ha annunciato sul suo profilo Facebook che sono cominciati i lavori in via San Pietro a Carbonara, dove ha ceduto una ventina di metri di carreggiata e che poi verranno eliminati il piccolo smottamento sopra la strada di via San Giovanni Battista e quello di via Spinazzola.

Piergiorgio Di Giovanni

 

ANGUILLARA

A Valmarana ora c’è un lago ma le idrovore funzionano

ANGUILLARA – Un ampio lago è spuntato nella campagna in località Valmarana. Al centro c’è un’abitazione. È la conseguenza del fermo imposto agli impianti idrovori della zona nei giorni di massima piena dei canali principali. Uno di questi, il Gorzone, non poteva ricevere l’acqua che si stava accumulando nei corsi d’acqua minori, così i terreni più bassi si sono allagati per alcune decine di ettari. Fra le zone più colpite c’è Valmarana, a nord-ovest di Anguillara, dove l’acqua ha raggiunto anche l’abitazione della famiglia Trovò. Per salvarla, la protezione civile ha creato barriere con sacchi di sabbia agli ingressi e messo in funzione una pompa che per 48 ore ha scaricato all’esterno l’acqua che entrava. I residenti sono stati accompagnati dentro e fuori casa su un trattore, l’unico mezzo che riusciva a superare la barriera d’acqua. La situazione ha iniziato a migliorare lentamente da ieri pomeriggio e nelle prossime ore l’emergenza dovrebbe rientrare. La vicina idrovora Giovannelli che scarica nel Gorzone infatti da ieri, dopo il fermo imposto dal Genio Civile, ha ripreso a funzionare insieme agli altri impianti del Consorzio di Bonifica, i cui tecnici si occupano anche di regolare il flusso dell’acqua per evitare che finiscano allegate le aree più densamente abitate. «La situazione è sotto controllo» conferma il sindaco Luigi Polo «e a parte questi allagamenti non abbiamo altre criticità. Speriamo che nelle prossime ore il maltempo non crei altri problemi». Intanto a Bovolenta ha riaperto anche il tratto di via Garibaldi che era ancora chiuso e la palizzata di sostegno al murazzo è stata rimossa. Riaperta anche la “Ponta”, ma la Protezione civile continuerà a presidiare gli argini nei prossimi giorni.

Nicola Stievano

 

VESCOVANA

Pesantissimi guasti per l’agricoltura In ansia per gli argini

VESCOVANA – Tra i Comuni ancora in piena allerta c’è sicuramente Vescovana, dove da giorni il sindaco Elena Muraro chiede un intervento di Genio e Consorzio per scongiurare il rischio di esondazione e di cedimenti arginali per il Santa Caterina e per il Gorzone. «Viene pompata acqua a monte e a valle e dunque qui al centro i livelli non calano mai», denuncia la Muraro. «C’è poi un continuo scaricabarile tra le autorità e non so più a chi rivolgermi». I timori si sono concretizzati in alcuni cedimenti del Santa Caterina in pieno centro: a pochi metri da Villa Pisani Scalabrin un muro arginale presenta preoccupanti infiltrazioni. Si sta pensando, in questo punto, di rinforzare la parte con dei pali di legno. Restano inoltre pesantemente allagate vaste aree agricole in tutto il bacino. Lo stop degli impianti idrovori ha causato pesanti esondazioni dei canali minori, come a Boara Pisani: «Il fermo degli impianti che pompavano l’acqua dal Sabbadina al Gorzone ha mandato sott’acqua migliaia di ettari» conferma Luca Pescarin, sindaco di Boara «Gli agricoltori avevano appena seminato: non oso immaginare quanti danni hanno subito con questi allagamenti, il cui prosciugamento richiederà un bel po’ di tempo». In zona Sabbadina e Ca’ Bianca il bilancio è pesante: tra i vari casi c’è quello della famiglia Pasqualin in via Gallo, dove sette cavalli sono costretti a rimanere in un fazzoletto di terra perché l’acqua ha invaso prepotentemente il loro “maneggio”. La preoccupazione e la rabbia degli agricoltori è raccolta in particolare da Confagricoltura, allarmata dagli 8 mila ettrari sommersi dall’acqua nella Bassa Padovana, in particolare nel bacino del Fratta-Gorzone e a Lozzo Atestino dove ha esondato il Roneghetto. Qui il Consorzio di Bonifica Adige Euganeo stima che serviranno almeno 6-8 giorni per prosciugare completamente l’acqua presente nei campi, sempre che la pioggia prevista nelle prossime ore non aggravi ulteriormente la situazione. «Non è ora il momento per entrare nel merito delle cose che dopo l’alluvione del 2010 dovevano essere fatte per prevenire questi eventi», è il commento di Giordano Emo Capodilista, presidente di Confagricoltura Padova. «Lo faremo quanto prima con iniziative concrete che cercheremo di condividere con le altre associazioni agricole e anche con tutte le associazioni imprenditoriali. Non ci possono più essere giustificazioni all’immobilismo, come la burocrazia, l’opposizione di qualche sindaco o di qualche comitato o le scarse risorse: sono pretesti che nascondono irresponsabilità e incapacità di agire».

Nicola Cesaro

 

Gazzettino – Il Nordest in ginocchio

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8

feb

2014

Martella: «Non basta dire di fare squadra. Va presentata una proposta unitaria»

Il governatore ha elogiato chi si è prodigato nell’emergenza: «Abbiamo limitato i danni»

PARTITA APERTA – Confronto insoddisfacente col premier Letta: «Ma noi diamo 21 miliardi di tasse»

RILANCIO . Il vicepresidente Pd alla Camera incalza il governatore

«Subito un vertice tra tutti i parlamentari»

IL MINISTRO ZANONATO «Stato di calamità? Per ora nessuna richiesta»

Dal Veneto non è ancora arrivata al governo l’istanza finalizzata a proclamare lo “stato di calamita’”, per il maltempo, propedeutica a ottenere i finanziamenti per fronteggiare l’emergenza. A sostenerlo è Flavio Zanonato, ministro per lo Sviluppo economico, che si è attivato per accelerare l’iter. «In primis – sottolinea il ministro – ho contattato Patroni Griffi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il quale mi ha confermato che dal Veneto non era ancora stato spedito niente. Ho poi telefonato a Gabrielli, capo della Protezione Civile, e mi ha dato la medesima versione. Certo – riconosce Zanonato – la procedura non è semplicissima perchè vanno raccolte tutte le richieste dei cittadini con l’elenco dei danni causati dagli allagamenti. Per quanto mi riguarda, confermo la disponibilita’ totale a sollecitare l’istruttoria, ma da Venezia deve partiere la richiesta»

(n.co)

 

Zaia: il sistema Veneto ha evitato una strage

«È fondamentale che la squadra veneta si faccia sentire», ha detto il governatore Luca Zaia dopo l’incontro, peraltro non proprio entusiasmante, con il premier Enrico Letta. Perché a Roma hanno capito benissimo qual è la situazione dei fiumi, dei campi allagati, dei metri di neve in montagna e degli arenili devastati, ma hanno anche messo le mani avanti: soldi non ce ne sono. E allora? «Allora non basta lanciare un appello per fare squadra, bisogna muoversi», rilancia Andrea Martella, veneziano, vicepresidente del Partito democratico alla Camera dei deputati. Sarebbe a dire? «Il governatore Zaia – dice Martella – dia seguito agli annunci e convochi urgentemente un vertice con i parlamentari veneti per individuare una proposta unitaria da sottoporre al Governo per garantire i finanziamenti statali e quindi un piano di interventi di tutela del territorio».
Il parlamentare democratico non condivide tutte le dichiarazioni del governatore, ma è pronto a fare la sua parte perché si individuino le risorse per far fronte all’emergenza. Precedenti, del resto, ce ne sono, come è stato per una mozione bipartisan sulla manutenzione del territorio e la difesa idrogeologica presentata la scorsa primavera dal capogruppo del Pd Roberto Speranza e secondo firmatario l’allora capogruppo del Pdl Renato Brunetta, un provvedimento che poi venne approvato dall’aula.
«Malgrado Zaia abbia detto che il Veneto è trattato da periferia dell’impero – punzecchia il vicepresidente del Pd a Montecitorio – il Governo ha dimostrato attenzione ed è stato disponibile al confronto per affrontare questa emergenza». E dunque, è il ragionamento, bisogna mettere da parte le bandiere e darsi da fare. «Evitiamo le prove muscolari e gli attacchi politici – dice Martella – Il modo migliore per far fronte a questa emergenza che tanti danni ha provocato in Veneto, è di coordinare il lavoro tra Regione e Governo».
Il vicepresidente del Pd non si sbilancia sulla modalità di reperimento dei fondi, anche se in queste ore sono rimbalzate varie ipotesi, come ad esempio la possibilità di individuare alcuni interventi per rimpinguare il Fondo per la coesione sociale. E poi c’è la questione dei vincoli del patto di stabilità. E qui si inserisce la proposta di Martella: «Credo sia opportuno concedere una deroga al patto di stabilità per quegli investimenti in opere di messa in sicurezza che diventano indispensabili per difendere il territorio». In pratica, i Comuni virtuosi dovrebbero essere autorizzati a usare le risorse.
Ma per parlare di questa e altre proposte serve che la “squadra” della politica veneta venga chiamata al tavolo. Zaia ha detto che il pressing dei partiti è fondamentale? «E allora dia seguito a quelle parole, non si limiti agli annunci – dice Martella – Il presidente della Regione convochi i parlamentari veneti e insieme si cerchi una proposta unitaria».

Alda Vanzan

 

MONTEBELLO – Il presidente del Veneto in visita al bacino rilancia il programma di interventi

MONTEBELLO VICENTINO – È stato costruito nel 1926. Hanno impiegato meno di un anno per realizzarlo. È capace di contenere fino a 6 milioni di metri cubi d’acqua, una quantità che in questi giorni ha evitato che si riversasse soprattutto nel Veronese. Ora sarà ampliato in maniera da poter trattenere 10 milioni di metri cubi d’acqua su una superficie di 153 ettari con un investimento di 53 milioni di euro. È il bacino di laminazione di Montebello Vicentino, l’ultima grande opera di difesa idraulica costruita in Veneto. Ieri è stato visitato da Luca Zaia che ha rilanciato la sua campagna di prevenzione per mettere in sicurezza il territorio della regione.
«Dagli anni Trenta non si sono mai più realizzate in Veneto casse di espansione simili – ha spiegato Zaia – questo di Montebello è stato costruito in otto mesi e ciò significa che si possono fare ancora opere in breve tempo, ma non ci vogliono comitati, burocrazia malata come quella che c’è in Italia dove chiunque ha un diritto di veto. Basti pensare che nel nostro Paese se ti bocciano un figlio a scuola ricorri al Tar. Non mi sembra una cosa normale». Zaia ha ricordato che il Veneto ha già programmato circa una decina di “serbatoi” simili. «Alcuni sono finanziati – ha spiegato – e la prossima stagione sarà quella dei cantieri, alcuni già avviati come quello di Caldogno a difesa di Vicenza».
Due miliardi di euro. Sono quelli che servono per mettere in sicurezza il Veneto. Per non dover vivere una perenne emergenza. Le piogge di queste settimane hanno comportato danni, questa una prima stima, per 500 milioni di euro. «Ho portato al premier Letta i dati sulla nostra tragedia: ricordo che ha piovuto di più del 2010 e che alle alluvioni si somma la tragedia della montagna spesso dimenticata, ma che vive i disagi alla pari degli alluvionati in pianura. La risposta di Letta è stata quella del cerimoniale di corte: “Non ci sono soldi, i bilanci dello Stato li conoscete”. Ma sappiamo anche – ha sottolineato Zaia – che in quei bilanci ci sono 21 miliardi di euro che ogni anno i veneti versano. Per noi la partita del «non ci sono soldi» non esiste, ed è tutt’altro che chiusa».
La Regione ha dato cinque giorni ai sindaci per un primo bilancio generale dei danni. Molti sono relativi alla viabilità bloccata da smottamenti, frane, crolli che per Zaia «avranno costi inimmaginabili che solo dopo una prima contabilità potranno avere contorni certi».
Il governatore del Veneto ha anche elogiato quanti in questi giorni hanno affrontato l’emergenza. «Se avesse colpito altre zone d’Italia l’alluvione che ha toccato il Veneto avrebbe provocato una strage. I veneti sono un popolo eccezionale individualmente, istituzionalmente e nelle associazioni. Qui ha funzionato il sistema Veneto che ha limitato i danni: abbiamo saputo coordinarci facendo tesoro – ha aggiunto il presidente – degli errori del passato. E se non ci fossero stati i nostri angeli che sono i 2500 volontari questi risultati non si sarebbero avuti».
Montebello e Caldogno, ma non solo. Pochi chilometri più a nord, tra Trissino ed Arzignano, ormai è pronto a partire anche il cantiere per realizzare il bacino di laminazione sulle Rotte del Guà che potrà trattenere 3,8 milioni di metri cubi d’acqua del torrente Agno, il più impetuoso della regione, a difesa del basso vicentino e del padovano.

Giorgio Zordan

 

FIESSO D’ARTICO

«La Riviera si è salvata grazie ai nostri interventi»

FIESSO D’ARTICO – «Il maltempo è stato un duro banco di prova per Fiesso e non solo. Ma i buoni interventi pubblico-privati fatti hanno dato i loro frutti». A sostenerlo è il sindaco Andrea Martellato. «Si è avuto modo di riscontrare ottimi risultati dai lavori fatti gli scorsi anni e delle manutenzioni che il comune e i privati hanno fatto in questo periodo- afferma Martellato – Molti fossati che lo scorso anno sono stati puliti dai privati o dal comune, hanno permesso di non avere “l’acqua sopra la gola”. E nonostante nel territorio di Mira, che ha reso il rio Serraglio senza capacità di riversamento, siamo riusciti a trattenere la nostra acqua e riversarla nel rio solo in un secondo tempo. Così facendo, abbiamo dato una mano ai territori a valle che non avrebbero potuto sopportare ulteriori metri cubi di acqua».
Il risultato raggiunto, pe il sindaco, è stato assicurato «grazie ad un continuo monitoraggio del territorio da parte dei volontari della protezione civile che sempre ringrazio per la disponibilità; ma anche degli uomini del Genio civile e del consorzio Acque Risorgive che giorno e notte, con la loro presenza, hanno garantito l’attività di monitoraggio e di intervento degli impianti sul nostro territorio. Un grazie va a tutti i cittadini che quotidianamente puliscono e mantengono efficienti i fossati, le caditoie e le aree utili allo scolo delle acque».

Gianluigi Dal Corso

 

IL PRESIDENTE DEL CONSORZIO

«Ecco le opere da fare subito per prevenire gli allagamenti»

PORTOGRUARO – «Spingere per far finanziare il Piano strategico degli interventi “urgentissimi” per la messa in sicurezza idraulica, già approvato dalla Regione; riprendere il Piano delle opere “di somma urgenza” per far fronte agli eventi meteo come quelli verificatesi nei giorni scorsi; garantire 5 milioni di euro ogni anno al Consorzio di bonifica e al Genio Civile regionale per i corsi d’acqua di competenza». Sono questi, in sintesi, gli obiettivi posti dall’ingegner Sergio Grego, direttore del Consorzio di bonifica, ieri pomeriggio in Conferenza dei sindaci del Veneto Orientale. Nella sua relazione l’ingegner Grego ha ripreso il Piano strategico dei lavori “urgentissimi e indifferibili” che si compone di sei interventi, per un costo di 6 milioni di euro di competenza del Consorzio, senza contare quindi le arginature dei corsi d’acqua di competenza del Genio Civile. Il piano di lavori “urgentissimi” prevede: «L’estensione del sistema di monitoraggio meteorologico e idraulico per le Protezioni civili dei Comuni, per 220mila euro; il collegamento nel Sandonatese del bacino Bella Madonna al Bacino Ongaro Inferiore, mediante sottopassante il canale Brian a Staffolo di Torre di Mosto per 1,8 milioni di euro; la sistemazione nel Portogruarese dello scolo Codis, di Fossa Cortina, Fossalone e roggia Versiola; il potenziamento dell’impianto idrovoro Valle Tagli per aumentare la capacità di sollevamento idrovoro al di fuori del sistema Brian; l’adeguamento del bacino Bandoquerelle e Palù Grande a Concordie Sagittaria, oltre alla realizzazione del nuovo impianto idrovoro della stazione Lemene. Infine – conclude Grego – un intervento diffuso di ripresa frane per 600mila euro».

(m.mar.)

 

EMERGENZA IDRAULICA – La proposta di Francesca Zaccariotto a Zaia e ai parlamentari

«Teniamoci un miliardo di euro»

VENEZIA – «I parlamentari veneti si impegnino per ottenere subito un miliardo di euro per la nostra gente». Dopo l’incontro del Governatore Zaia con il governo per ottenere i giusti rimborsi per i danni straordinari del maltempo, la presidente della Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto lancia una proposta provocatoria: «Non possiamo andare con il cappello in mano ad elemosinare risorse dallo Stato – afferma Zaccariotto -. Propongo di trattenere un miliardo di euro subito per dare una risposta immediata e concreta a quanti sono stati messi in ginocchio. È importante che Zaia faccia sottoscrivere questa proposta da tutti i parlamentari veneti, di tutte le appartenenze politiche. Da me vengono cittadini, agricoltori e famiglie che sono state colpite due volte: non solo dalla crisi economica, ma anche dalle continue catastrofi climatiche. E poi lavoriamo per riaggiustare il territorio, rafforzare gli argini, pulire i fiumi, rimboscare, rilanciare e potenziare un sistema consortile di bonifica che possa lavorare a pieno ritmo». Dalla Regione, intanto, il capogruppo del Pd Lucio Tiozzo chiede l’istituzione di un fondo straordinario da 100 milioni di euro per il ripristino e ripascimento degli arenili erosi e per lo smaltimento dei materiali spiaggiati. «Contemporaneamente – prosegue Tiozzo – il Veneto deve seguire l’esempio della Regione Liguria sul fronte dello smaltimento del legname portato sulle spiagge dalle piene dei fiumi, non obbligando più le amministrazioni comunali a conferire questo materiale in discarica, visto che non si tratta di rifiuto speciale bensì naturale».

 

MALTEMPO »IL RAPPORTO DI LEGAMBIENTE

Mezzo milione di veneti vive sfidando la natura

Scuole, fabbriche e ospedali in zone che potrebbero finire sott’acqua o franare

Il rapporto «Dissesto Italia» dalla collaborazione tra costruttori e ambientalisti

VENEZIA – La fotografia del dissesto porta la firma di costruttori, pianificatori, geologi e Legambiente. E da oggi ha un nome: dissestoitalia (www.dissestoitalia.it). Difficile attribuire alla raccolta dei dati, presentata ieri mattina a Roma del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, maldestri tentativi di allarme sociale. Ci sono tutti: colpevoli e allarmisti, uniti dalla consapevolezza che abbiamo tutti esagerato e il pianeta non ci sarà una seconda possibilità. In un paese dove l’82 per cento del territorio italiano è ad elevato rischio idrogeologico, il Veneto fa la sua brutta figura: più di mezzo milione di persone (522.657) risiede in condizioni di rischio dissesto, 221 mila famiglie. Millecinquecento chilometri quadrati (1549 per la precisione) sono soggetti a esondazioni o frane. Come un corridoio largo dieci chilometri che, lungo l’autostrada Serenissima, parte da Verona e arriva a Venezia. I comuni a rischio sono 327, il 56% della regione. Non solo: il rapporto «dissesto Italia» elenca puntualmente anche 5.439 imprese, 580 scuole e 41 tra ospedali, case di cura ed enti di assistenza sociale che insistono sul territorio a maggior rischio. Per un totale complessivo di 176 mila addetti che rischiano ogni giorno di finire sott’acqua durante l’orario di lavoro. Quel che è peggio è che la situazione, negli ultimi dieci anni (2003-2013) è peggiorata: più che altrove. La popolazione del Veneto soggetta ad alto rischio è aumentata nel decennio dell’8,8 per cento, il più alto d’Italia. Insomma, abbiamo fatto peggio di altri. Colpa della corsa alla cementificazione, dell’incuria manutentiva, di una cultura del saccheggio che non ha eguali in Europa. «Il Veneto ha una propensione naturale al rischio idrogeologico – spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, che ha curato il rapporto –, ma c’è stata anche una gestione del territorio evidentemente non adeguata. Si è costruito molto e in zone sbagliate, contribuendo a una impermeabilizzazione del territorio notevole. L’acqua finisce nella rete idrica, che non ce la fa più». Bocciati, dunque. E il web documentario, che fa parte del rapporto Ance Cresme ed è disponibile in rete lo dimostra, dati alla mano. C’è uno speciale sul disastro del Vajont, probabilmente la più grande tragedia del dissesto idrogeologico d’Europa, e uno speciale sull’alluvione di Ognissanti del novembre 2010. «Questo lavoro è stato condiviso dall’associazione dei costruttori, dall’ordine degli architetti e pianificatori, dal consiglio nazionale dei geologi e da Legambiente – aggiunge Zampetti – e vuole fornire strumenti di lettura alla politica per una corretta gestione del territorio. In Italia oltre 5,7 milioni di abitanti è esposto al rischio idrogeologico, negli ultimi dieci anni sono stati registrati duemila episodi di dissesto. Nel 2013 gli eventi sono stati 351, ma nel gennaio di quest’anno già 110. Il bilancio delle vittime drammatico: in cento anni 12.600 vittime tra morti, dispersi o feriti e più di 700mila sfollati per colpa di un’urbanizzazione selvaggia, di case e capannoni costruiti troppo vicino a fiumi o in aree ad alto rischio di dissesto idrogeologico». Il conto è salatissimo: i danni provocati da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 a oggi è stato pari a 242,5 miliardi di euro, circa 3,5 miliardi all’anno mentre ne sarebbe servita solo la metà per la prevenzione. Secondo i promotori del rapporto il dissesto nazionale deve «deve disporre di una regia nazionale, avere risorse certe e immediatamente utilizzabili anche sforando il Patto di stabilità e utilizzando la nuova programmazione dei fondi europei».

Daniele Ferrazza

 

«Prevenire il dissesto idrogeologico»

Legambiente attacca Comuni e Regione: poche manutenzioni, troppo cemento

JESOLO «Certo, ha piovuto tanto. Ma non nascondiamoci dietro un dito. Abbiamo cementificato città, arginato fiumi in modo sbagliato, costruito sulle sponde di corsi fluviali. L’impegno che devono assumere secondo noi le istituzioni, a cominciare dalla Regione, è di prevenire il dissesto idrogeologico». A parlare è il presidente di Legambiente Veneto, Luigi Lazzaro. Per gli ambientalisti l’alluvione che ha colpito anche il Veneziano ripropone il problema della manutenzione del territorio, ma anche di come dovrebbe essere attuata una prevenzione sistemica per evitare il ripetersi di queste situazioni. «Chiediamo che siano messe molte più risorse nella prevenzione», spiega Lazzaro, «abbiamo fatto un dossier in cui si parla della necessità di investire circa 500 milioni in tutta Italia. Zaia parla di 500 milioni solo per riparare i danni in Veneto. C’è un paradosso tra quanti soldi ci servono per riparare i danni e quanti il governo nazionale e di conseguenza la Regione non ne mettono mai a tutela e prevenzione dei dissesti idrogeologici». Per Legambiente vanno promossi ulteriormente i percorsi di partecipazione, come i contratti di fiume che, nel Veneziano, si stanno avviando per il Marzenego-Osellino e per il Meolo-Vallio. «Il contratto di fiume lo rilanciamo come strumento in mano alle comunità, ai cittadini e alle associazioni insieme alle istituzioni, e non alla gestione politica, perché i fiumi devono essere tutti», aggiunge Lazzaro. Infine, le spiagge martoriate dai detriti. Per Legambiente un motivo in più per rilanciare la battaglia contro la cementificazione delle coste. «Per noi quelle su Valle Vecchia e la Laguna del Mort sono battaglie fondamentali», conclude Lazzaro, «è evidente come le coste stiano subendo il riversarsi di quanto succede a monte e questo pone un ulteriore, grande punto di domanda su nuove costruzioni che vadano a insediarsi in aree che sono soggette a rischio. Abbiamo una cementificazione che non si ferma, fino ad arrivare quasi a inghiottire il mare: è il segnale che non c’è volontà politica di preservare le poche aree naturali».

(g.mon.)

 

Tiziano Tempesta e la legge del cemento

PADOVA. Il professor Tiziano Tempesta, del Dipartimento territorio e sistemi agroforestali dell’università di Padova, è la coscienza critica dei costruttori. Probabilmente il più lucido analista della contraddizione-Veneto: terra dai paesaggi straordinari ma devastata da mezzo secolo di cementificazione selvaggia. A mettere in fila i suoi dati c’è da riflettere. «In Italia dal 2009 al 2011 gli interventi di ampliamento, rispetto al triennio precedente, si sono ridotti del 35%, mentre nel Veneto solo del 22%» Insomma, si è continuato a costruire. In un territorio dove, spiega la Regione nel rapporto statitisco annuale, il 65% della popolazione vive in abitazioni sottoutilizzate, contro una media nazionale del 54%. Cioè viviamo in case più grandi del necessario in due casi su tre. Inoltre, nel Veneto il 62 per cento della popolazione vive in ville e villini, rispetto al 43 per cento del dato nazionale. Attualmente il numero delle abitazioni non occupate nel Veneto dal 2001 al 2011 è aumentato di 88 mila unità, «tanto che – spieg aTempesta – esse costituiscono ormai più del 16 per cento del totale del patrimonio residenziale». E dunque per chi costruire, se poi ad ogni brentana finiamo sott’acqua?

(d.f.)

 

MALTEMPO»DOPO GLI ALLAGAMENTI

Agricoltura al tappeto sette milioni di danni

È la stima della Coldiretti per raccolti da buttare e interventi di ripristino

I sindaci indicano ai Consorzi di bonifica le infrastrutture più urgenti

SAN DONÀ – Tra i sei e i sette milioni di euro. Ecco a quanto ammonterebbero i danni patiti dall’agricoltura del Veneziano a causa dell’alluvione che ha colpito il territorio nei giorni scorsi. È questa prima parziale stima, destinata ancora a crescere. Ieri la Coldiretti del Veneto, in occasione della visita ad alcune aree alluvionate da parte del presidente nazionale Roberto Moncalvo, ha comunicato che, da un primo bilancio, i danni accertati all’agricoltura superano a livello regionale già i 10 milioni di euro. Ma anche questo dato sembra destinato a dover essere rivisto al rialzo. La zona più colpita, insieme alla provincia di Padova, risulta essere proprio il Veneziano. In queste aree si concentra oltre la metà dei danni. Alle colture andate distrutte o seriamente compromesse, vanno poi sommati i costi aggiuntivi che le imprese agricole dovranno sostenere per coprire eventuali danni alle strutture oppure per le lavorazioni che si renderanno necessarie per ripristinare i campi allagati. Ecco che il conto di 6 o 7 milioni di euro di danni è, purtroppo, presto fatto. «Le coltivazioni a seminativo di cereali», sottolinea Coldiretti, «soffrono di asfissia e il raccolto è compromesso. Non va meglio per gli ortaggi in pieno campo allagati, che stanno marcendo. I pregiati vigneti Doc del Piave sono stati sommersi dall’acqua, mentre nelle serre a causa dell’umidità le muffe stanno distruggendo le coltivazioni». La zona più colpita è quella del Veneto Orientale, dove anche i Comuni sono alle prese con la stesura dei bilanci di quanto accaduto. Ieri il sindaco di Meolo, Michele Basso, ha scritto al Consorzio di Bonifica Piave per evidenziare le criticità dei giorni scorsi (innalzamento dei fiumi Meolo e Vallio, ma anche dei canali Palumbo e Correggio) e chiedere la realizzazione di una serie di opere di manutenzione. «Si tratta di interventi concreti e urgenti al fine di evitare che le prossime esondazioni provochino notevoli danni alle infrastrutture e alle proprietà private, oltre che alle persone», scrive il sindaco Basso, «si chiede pertanto e senza indugio il rialzo delle arginature per i tratti che già nel passato hanno evidenziato le maggiori criticità, in particolare lungo il fiume Meolo in località Madonna delle Prese e Ca’ Corner, presso il fiume Vallio a monte del ponte di via Ca’ Tron e sul fiume Palumbo. La sistemazione degli argini da sola probabilmente non basta a scongiurare nuove alluvioni, ma è necessario anche lo scavo dell’alveo dei fiumi citati che non avviene da decine di anni». Se ne parlerà probabilmente a breve in un incontro tra Comune e Consorzio. «Ma questa volta devono essere obbligatoriamente coinvolti anche i Comuni che si trovano a monte del nostro, nel bacino di Meolo, Vallio e Musestre», sollecita Giampiero Piovesan (Pd), «insieme a loro vanno trovate le soluzioni utili a regolare le piene». Sempre nel Basso Piave, i residenti nelle località a cavallo tra San Donà e Noventa, in primis Tessere, chiedono l’esecuzione di interventi per prevenire il ripetersi delle esondazioni del Circogno. Il canale è tracimato in alcuni punti sabato scorso, richiedendo l’intervento della protezione civile. Tra le richieste dei residenti, c’è quella di intervenire sulla chiusa in località Brian che, essendo uno dei punti principali del sistema dei canali della zona, dovrebbe garantire benefici anche sul Circogno in caso di piena.

Giovanni Monforte

 

Meteo Veneto: dopo la breve tregua oggi torna la pioggia

Riecco la pioggia. È durata un giorno la tregua del maltempo in Veneto. Nuove precipitazioni, anche a carattere di rovescio, sono previste tra il pomeriggio di oggi e le prime ore di domani, più consistenti sulle zone centro-settentrionali. Pioverà sulla nostra provincia anche domani e naturalmente l’attenzione torna rivolta ai fiumi, con l’allerta diffuso dalla protezione civile la scorsa settimana, ancora in vigore, anche se “alleggerito” rispetto ai giorni scorsi. Elevata la criticità idraulica per il Padovano, lungo il sistema Fratta-Gorzone e Bisatto, resta l’attenzione anche per tutto il Veneziano, dalla parte centrale al Veneto orientale. Anche sul fronte del dissesto idrogeologico la criticità rimane moderata su tutta la provincia, ordinaria sul resto della regione. Consorzi di bonifica e protezione civile sono di nuovo pronti ad attivarsi in caso di necessità.

(f.d.g.)

 

NEL PORTOGRUARESE

Ora la falda si sta alzando preoccupano le infiltrazioni

SAN STINO – Due nuovi problemi potrebbero riguardare, a breve, il territorio del Veneto orientale duramente colpito dall’alluvione dei giorni scorsi. Gli argini dei fiumi del territorio sono ancora pregni d’acqua: sono come colossi dai piedi d’argilla. Il pericolo resta quello delle infiltrazioni più che delle tracimazioni. Dipende da quanto pioverà. Gli argini più appesantiti sono certamente quelli a ridosso del Reghena; ma anche quelli che proteggono dal fiume Livenza sono stati messi a dura prova. L’altro problema, che si è già manifestato nel vicino Friuli riguarda gli allagamenti provocati dall’acqua di falda. Anche nell’alto Veneto orientale cominciano a presentarsi questi inconvenienti. «Per noi è certamente una situazione nuova, anche se per il momento si tratta di una situazione abbastanza circoscritta – ha spiegato il direttore del Consorzio di bonifica Veneto orientale, Sergio Grego – la falda si sta inevitabilmente alzando. È piovuto così tanto nei giorni scorsi che questo fenomeno non si può fermare».

(r.p.)

 

«Interventi risolutivi per la nostra spiaggia»

Polemica su Jesoloforum: «In dieci anni stanziati 10 milioni contro l’erosione ma non è servito a nulla». Martedì incontro tra Zoggia e Magistrato alle acque

JESOLO – Mareggiata a Jesolo, il sindaco pronto nuovamente a un incontro con il Magistrato alle Acque. Un secondo incontro urgente, fissato per martedì, dopo l’amara constatazione, in questi giorni, che l’esito dell’ultima mareggiata potrebbe essere peggiore di quella dello scorso anno. Intanto, tutto il litorale della costa veneziana è alle prese con la conta dei danni. A Bibione si parla di due milioni di euro di danni dovuti all’erosione. Eraclea è in difficoltà perchè la spiaggia è quasi sparita, con danni notevoli anche ai pennelli in roccia che in alcuni punti sono stati devastati dal mare arrivato fino alla passeggiata. I danni non saranno meno di un milione di euro. Il sindaco Giorgio Talon ha già contattato il Genio Civile per cercare di approntare una strategia di intervento che possa garantire la stagione estiva 2014 senza problemi. Cavallino Treporti e Caorle sono ancora in fase di quantificazione dei danni, anche se queste spiagge sembrerebbero meno esposte di altre alle correnti. Jesolo è la località che se la passa peggio, con non meno di tre milioni di euro di danni, forse anche di più. Rifiuti di ogni genere che stanno arrivando dalle due foci di Piave e Sile a coprire la spiaggia. Si cerca di far considerare il rifiuto normale e non speciale, per diminuire i costi di conferimento. La pulizia dei rifiuti spiaggiati impegnerà tutte le spiagge da qui alle prossime settimane e il coordinatore dei sindaci della costa, sindaco di Bibione Pasqualino Codognotto, ha chiesto un incontro con Zaia. Oltre un milione e 100 mila euro di spese per la pulizia della spiaggia di Jesolo, più i danni per l’erosione. E al lido si scatenano le polemiche sui soldi sprecati in questi lustri. Dal blog Jesoloforum un duro attacco di Rodolfo Muradon. «In dieci anni abbiamo stanziato oltre dieci milioni di euro contro l’erosione senza che vi fossero interventi risolutivi a protezione della costa. La spiaggia degli albergatori, che sono i soggetti principali del turismo e hanno espresso due sindaci, è quella più esposta alle mareggiate e alle loro conseguenze senza che sia stato fatto nulla per il suo bene più prezioso». Il sindaco di Jesolo, Valerio Zoggia, in attesa dell’incontro al Magistrato alle Acque, ha ricordato che gli studi e simulazioni al centro del Magistrato alle Acque di Voltabarozzo prevedono un’analisi di modelli matematici per studiare le correnti e il modo di fermarle. La soluzione parrebbe quella di realizzare delle soffolte, in buona sostanza della barriere sott’acqua, anche se non è ancora stata prospettata. Ma il presidente della Confcommercio mandamentale Angelo Faloppa pare assai perplesso in merito. «Da anni sento parlare di interventi di protezione della costa, ma mi pare che i risultati concreti siano deludenti e anche quest’anno ci troviamo a stilare i danni della mareggiata con tante incognite sulla prossima stagione estiva».

Giovanni Cagnassi

 

«Garantire la tenuta degli argini»

Il direttore del Consorzio Acque Risorgive: servono opere per 11,5 milioni

MIRANO – Passata l’onda di piena, non ancora la paura. Mentre torna a piovere, già si tracciano i primi bilanci al consorzio di bonifica Acque Risorgive. Ieri il direttore Carlo Bendoricchio ha fatto il punto della situazione sugli oltre 2 mila chilometri di rete idrografica in gestione, messa a dura prova dall’ultimo evento alluvionale. «Le eccezionali piogge dei giorni scorsi», spiega, «hanno sottoposto gli argini a uno stress notevole. Ma il monitoraggio continuo messo in campo dai nostri uomini ha permesso di intervenire garantendo la loro tenuta, come ad esempio è avvenuto lungo il Dese tra Scorzè e Martellago». Situazioni a rischio ce ne sono state, tutte scongiurate, a sentire Bendoricchio, grazie alle manovre idrauliche decise in base all’andamento dei livelli. Quello che ora ci si chiede, tra Miranese e Riviera, è se sia davvero finita. Il meteo per oggi e domani non promette nulla di buono: tornerà a piovere, anche se meno intensamente dei giorni scorsi, ma per ora Bendoricchio esclude rischi di cedimento degli argini, a meno di eventi al momento imprevedibili. «Certo per poter escludere in futuro eventi alluvionali», aggiunge il direttore, «oltre al monitoraggio, servono finanziamenti per realizzare interventi strutturali di adeguamento della rete idrografica». E qui sono note dolenti. Bravi i tecnici, riuscite tutte le manovre idrauliche. Ma le opere antiallagamento? Tante, forse ancora troppe quelle già finanziate ma ancora in corso o in fase di progettazione. La Riviera attende ancora il ripristino dello scolo Brentelle a Mira per un importo di 900 mila euro, il collegamento Soresina-Bastie con nuova botte a sifone sotto l’idrovia a Mira, per 4 milioni 250 mila euro. Il Miranese non se la pass
a meglio: non è finita la sistemazione del Lusore a monte del taglio di Mirano, tra Mirano e Santa Maria di Sala, per oltre 2 milioni di euro. E ancora la ristrutturazione della rete dei collettori Marignana, il deviatore Piovega di Peseggia, il bacino Pisani, Marocchesa e Tarù che interessa vari comuni, tra cui Scorzè, per oltre 6 milioni di euro, il potenziamento dell’impianto idrovoro di Lova e della botte a sifone sotto il canale Taglio Novissimo a Campagna Lupia per 3 milioni di euro e altri interventi di importo minore, ma non per questo meno importanti. Poi tutta la rete idraulica minore, fondamentale: a realizzare solo le opere previste dai singoli piani comunali delle acque servono circa 11 milioni e mezzo di euro, ed è solo un prima stima. Bendoricchio è chiaro: c’è una parte che afferisce al consorzio e riguarda la gestione delle acque, un’altra che invece concerne l’adeguamento strutturale delle opere di bonifica. E per quelle servono i soldi e una certa fretta di procedere. «Abbiamo chiare le problematiche e come intervenire», precisa meglio, «servono i finanziamenti, consapevoli che le opere rappresentano un investimento di prevenzione, molto minore rispetto a quello necessario per ripristinare i danni».

Filippo De Gaspari

 

Cane abbandonato legato a una catena salvato dalla Protezione civile

SAN MICHELE. Un cagnolino tenuto prigioniero a una catena nei giorni dell’alluvione è stato salvato dai volontari della Protezione civile. Abbandonato dai padroni, denutrito, è stato affidato alle cure del Canile di Villotta di Chions, in provincia di Pordenone. «Da mesi ricevevamo segnalazioni per questo cane abbandonato, ma nessuno si era preso la briga di affidarcelo, forse perchè i comuni non vogliono spendere i soldi della custodia nel nostro canile» ha affermato Aurora Bozzer, presidente del canile di Villotta. Il cane è stato preso in consegna dai volontari di Protezione civile e poi affidato all’Asl 10 Veneto orientale. Che quindi ha promosso il trasferimento al canile di Villotta, dove sicuramente si prenderanno cura di questo cane.

(r.p.)

 

Letta a Zaia: abbiamo problemi di cassa

Incontro a Palazzo Chigi sui risarcimenti, il premier ascolta e si riserva una decisione. Il governatore: presenteremo il conto

VENEZIA «Prendiamo atto delle vostre richieste, il Governo è vicino alle popolazioni del Veneto e cercheremo in ogni modo di aiutarvi. Al momento però abbiamo seri problemi di cassa». Parole non troppo rassicuranti, quelle pronunciate dal presidente del Consiglio Enrico Letta a conclusione del colloquio «franco e cordiale» con Luca Zaia svoltosi in mattinata a Palazzo Chigi. Un incontro di mezz’ora (sollecitato da una lettera del governatore e convocato senza esitazioni dal premier) cui hanno preso parte anche il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi e il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio. Zaia ha tracciato un quadro allarmato delle devastazioni provocati dall’ondata di maltempo: «La situazione veneta è disastrosa», ha esordito «a partire dalla grande tragedia della neve in montagna, delle lesioni ai tetti delle abitazioni e agli impianti di risalita, al centinaio di comuni alluvionati». Ancora: «Danni ingenti alle spiagge, alle campagne e all’agricoltura, alle imprese, alle famiglie, alle opere pubbliche colpite da frane e smottamenti. In questo contesto il Veneto non può tornare alla normalità a fronte di una massa di precipitazioni che ha superato quella del 2010, anno alluvionale». Letta ha ascoltato con attenzione («Mi è parso colpito dalla gravità dei fatti, spesso minimizzati dai media nazionali») e Zaia ha concluso il report con un invito pressante: «Ci attendiamo un sostegno adeguato e urgente del Governo, sia in termini di risorse finanziarie per risarcire i danni subìti che sul piano degli strumenti normativi indispensabili per affrontare l’emergenza». Nel concreto: uno stanziamento di fondi proporzionali alla calamità naturale dichiarata dalla Regione e la nomina di un commissario dotato di poteri speciali, così da eludere lungaggini e trappole burocratiche. La replica dell’esecutivo? «Non ci aspettavamo avere una risposta in cifre, il presidente del Consiglio ha preso atto della richiesta segnalando però l’esistenza di grossi problemi di cassa. Ne prendiamo atto a nostra volta ma nelle prossime ore contiamo di disporre di una prima contabilità sommaria dei danni per presentare la formale richiesta di risarcimento. Il Veneto ne ha il pieno diritto, non fosse altro per i 21 miliardi di gettito fiscale che ogni anno le nostre aziende sborsano allo Stato». Ce l’ha ancora con Roma ladrona?, punzecchiano i cronisti capitolini… «Non so cosa faccia Roma», ribatte il leghista «io sono qui per difendere gli interessi dei veneti, da sempre alla periferia dell’impero». Uno spiraglio dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini, in visita a Vicenza: «Stiamo valutando la dichiarazione di stato di calamità», dichiara «è chiaro che gli eventi meteorologici hanno messo in ginocchio varie città e territori del Veneto. Il Governo ha già mostrato, anche con gli interventi recenti, di essere molto attento a questi aspetti e non sarà insensibile a questa situazione». Sul fronte politico, l’Udc riserva un colpo al cerchio e uno alla botte: «I danni sono pesantissimi, intere comunità sono in ginocchio. Il Governo non può non prenderne atto, dichiari lo stato di emergenza», afferma il senatore «ma Zaia non tenti di sfuggire alle sue responsabilità. Il Veneto paga anni di assoluta disattenzione alla salvaguardia del suolo». Anche il Pd sprona Zaia: «È giusto chiedere finanziamenti statali ma anche la giunta regionale deve fare la sua parte, a partire dal bilancio, che chiediamo venga riscritto, inserendo massicci investimenti per la tutela del territorio e l’aiuto alle famiglie e alle imprese colpite», commenta il capogruppo Lucio Tiozzo «per la tutela del territorio la giunta ha previsto 166,8 milioni. Praticamente gli stessi soldi del 2013 (165,9 milioni) e addirittura meno di quelli stanziati nel 2012 (175,6 milioni). Così non va, bisogna compiere uno sforzo straordinario per aumentare queste risorse».

Filippo Tosatto

 

Montegrotto, alberghi termali in ginocchio

Danni ingenti per gli allagamenti. «Riapertura fra quindici giorni, non sappiamo se faremo in tempo»

MONTEGROTTO TERME – Ieri nel Padovano splendeva il sole, ma dopo le grandi piogge dei giorni scorsi è stato il momento dei bilanci: situazione difficile, a Montegrotto, per gli hotel termali Neroniane, Des Bains, Continental, Luna, Commodore, mentre danni di minore entità, in parte risolti con l’utilizzo di pompe, si sono rilevati in alcune parti per lo più sotterranee degli hotel Imperial, Antoniano, Apollo, Marconi e Bellavista. La situazione più difficile si registra al Commodore. «Stimiamo fra i 100 e i 150 mila euro di danni», spiega il responsabile Pierlivio Mattiazzo. «Abbiamo avuto allagamenti nella hall, al ristorante, al piano interrato con i quadri elettrici. Siamo riusciti a salvare del mobilio, i computer e dei televisori. Abbiamo avuto quasi 40 centimetri di acqua. Dovremmo riaprire il 14 febbraio e speriamo di farcela». «Abbiamo avuto due metri di acqua negli otto scantinati», segnala Marilena Lovo, titolare dell’hotel Continental, «che hanno sommerso e rovinato irrimediabilmente pompe delle piscine, quadri elettrici, macchinari, merce, bloccato il riscaldamento e l’utilizzo delle vasche del fango. Le idrovore hanno sempre lavorato, ma l’acqua buttata fuori è rientrata inesorabilmente. Avremmo 30-40 mila euro di danni. La riapertura della struttura è prevista tra quindici giorni: dovremo lavorare a ritmo serrato e molto dipenderà dai tempi di fuoriuscita dell’acqua». Ugualmente preoccupato il tono di Emiliano Baretella, titolare dell’hotel Des Bains: «Mezzo metro d’acqua ricopre una superficie di oltre 1500 metri quadri dello stabile, relativa ad ambienti importanti dell’albergo quali il reparto cure termali, il guardaroba, i magazzini e la dispensa, locali della centrale tecnologica a servizio dell’intero hotel, centrale del gruppo di spinta antincendio, quadri elettrici principali. Le piscine interna ed esterna sono completamente sommerse, così come la loro centrale interrata». Claudio Guariento, titolare dell’hotel Luna: «Le pompe della piscina, il riscaldamento, l’impianto elettrico: tutto distrutto». Intanto sono una ventina gli sfollati che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Sono stati ospitati da amici e in alcuni appartamenti vuoti messi a disposizione da qualche sampietrino. Anche gli hotel termali Abano Ritz, Bristol Buja, Millepini, Olympia, Preistoriche, Roma, Sollievo, Aqua, Formentin, Lo Zodiaco, Petrarca, Salus, hanno espresso la loro solidarietà mettendo a disposizione alcuni posti letto.

 

Mattino di Padova – I Colli devastati dalle piogge

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7

feb

2014

ALLUVIONE»MONTEGROTTO TERME

Frane e strade deformate. Gravi danni negli alberghi termali

Hotel in ginocchio a inizio stagione

Decine di alberghi disastrati proprio alla vigilia dall’apertura

Danni ingenti, irrecuperabili molte delle strutture esterne

MONTEGROTTO TERME – Splendeva il sole ieri su Montegrotto e finalmente, per i sampietrini, è stata una giornata di respiro. Solamente la zona del Catajo è rimasta allagata, mentre tutte le altre vie interessate si sono asciugate già nella notte. Una boccata d’ossigeno per la città, in attesa della nuova perturbazione attesa per oggi. Il traffico torna normale. Nella mattina di ieri è stata riaperta la statale 16. Sono stati rimossi tutti i divieti di accesso e solo il sottopasso di via Circonvallazione Ovest è rimasto chiuso al traffico, dato che sono ancora in funzione le idrovore per espellere l’acqua. Si calcola che nel tunnel se ne sia riversati due milioni di litri. L’abbassamento dei livelli si è reso possibile grazie anche alle pressioni del sindaco Massimo Bordin. «Siamo riusciti a richiamare il Genio civile. Operando sul Canele Rialto, l’acqua ha potuto svuotarsi». Al Catajo si è invece proceduto a creare una via di scolo per l’acqua che si era accumulata sui campi fino a raggiungere il metro e mezzo d’altezza. Da ieri è esploso però per le vie di Montegrotto il pericolo buche. Molte le strade su cui si sono formati crateri. Ieri mattina sono entrati in funzione i mezzi del Comune per rattoppare le prime buche. Al momento pare lontano il pericolo di voragini. Alberghi allagati. È terribile la situazione per gli hotel termali Neroniane, Des Bains, Continental, Luna, Commodore, mentre danni di minore entità, in parte risolti con l’utilizzo di pompe, si sono rilevati in alcune parti per lo più sotterranee di Imperial, Antoniano, Apollo, Marconi e Bellavista. La situazione più difficile si registra al Commodore. «Stimiamo fra i 100 e i 150 mila euro di danni», spiega il responsabile Pierlivio Mattiazzo. «Abbiamo avuto allagamenti nella hall, al ristorante, al piano interrato con i quadri elettrici. Siamo riusciti a salvare mobilio, computer e televisori. Abbiamo avuto quasi 40 centimetri di acqua. Dovremmo riaprire il 14 febbraio, speriamo di farcela». «Abbiamo avuto 2 metri di acqua negli 8 scantinati», segnala Marilena Lovo, titolare del Continental, «hanno sommerso e rovinato irrimediabilmente pompe delle piscine, quadri elettrici, macchinari, merce, bloccato il riscaldamento e l’utilizzo delle vasche del fango. Le idrovore hanno sempre lavorato, ma l’acqua buttata fuori è rientrata inesorabilmente. Avremo 30-40 mila euro di danni. La riapertura è prevista tra 15 giorni: dovremo lavorare a ritmo serrato e molto dipenderà dai tempi di fuoriuscita dell’acqua». Ugualmente preoccupato Emiliano Baretella, titolare dell’hotel Des Bains: «Mezzo metro d’acqua ricopre una superficie di oltre 1.500 metri quadri dello stabile, relativa ad ambienti importanti dell’albergo quali il reparto cure termali, il guardaroba, i magazzini e la dispensa, locali della centrale tecnologica a servizio dell’intero hotel, centrale del gruppo di spinta antincendio, quadri elettrici principali. Le piscine interna ed esterna sono completamente sommerse, così come la loro centrale interrata». Claudio Guariento, titolare dell’hotel Luna: «Le pompe della piscina, il riscaldamento, l’impianto elettrico: tutto distrutto». Gli sfollati. Una ventina le persone che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni. Sono stati ospitati da amici e in alcuni appartamenti vuoti messi a disposizione da qualche sampietrino. Anche gli hotel termali Abano Ritz, Bristol Buja, Millepini, Olympia, Preistoriche, Roma, Sollievo, Aqua, Formentin, Lo Zodiaco, Petrarca, Salus, hanno espresso la loro solidarietà mettendo a disposizione alcuni posti letto. È intanto partita, soprattutto nella zona di Mezzavia, la conta dei danni. «Ho il garage e la cantina allagati e per soli 4 cm non mi è entrata l’acqua anche in casa: si è fermata al limite dell’ultimo gradino», racconta Claudio Lazzaro, uno dei residenti. Da ieri, con lo spuntare del sole, sono iniziate le pulizie dei locali. «Nessuno si è mai interessato di noi», va giù duro Giuseppe Nicolli, residente in via De Nicola, a Mezzavia. «Abbiamo avuto 10 cm di acqua in casa. Avremo 30-40 mila euro di danni». «Siamo riusciti a salvare la casa grazie a una paratia», racconta la famiglia Tasinato, sempre di via De Nicola. «Si è comunque allagato tutto il garage». Drammatico il momento di Lorenza Legnaro: «Avevo 45 cm di acqua in casa. Ho salvato il salvabile alzando i mobili. Mi sono rimaste solo la stufa a pellet e la lavatrice». Pericolosa la situazione in cui si è ritrovata la famiglia Garbellini in via Einaudi: «Ho dovuto portare via le mie due sorelle disabili. I danni sono ingenti e la casa pare diventata un accampamento». Resta aperta al Centro comunale la cucina per i cittadini in emergenza. Scuole riaperte. Unica eccezione, oggi, resta la Nievo.

Federico Franchin

 

NELLA BASSA PADOVANA

Sotto controllo la tenuta di argini e ponti

Con i livelli dei corsi d’acqua in piena decrescita non è calata invece l’attenzione e la preoccupazione delle amministrazioni comunali della Bassa Padovana: c’è infatti timore per la tenuta degli argini e dei ponti, rimasti inzuppati troppo a lungo. Sul tema si sono riuniti ieri pomeriggio a Stanghella i sindaci del bacino del Fratta-Gorzone (Stanghella, Sant’Elena, Granze, Boara, Vescovana, Solesino, Pozzonovo, Vighizzolo d’Este). All’incontro era presente anche il presidente del consiglio veneto Clodovaldo Ruffato. Nell’area Megliadina hanno invece fatto tappa il consigliere regionale Piero Ruzzante e l’onorevole Giulia Narduolo, che hanno toccato con mano in particolare gli allagamenti di Merlara: qui l’esondazione del canale Terrazzo ha riversato sulla frazione Minotte una quantità d’acqua incredibile: ci si chiede come e quando verrà smaltita tutta questa massa idrica. Ad Este, infine, l’evoluzione positiva del Bisatto ha portato l’amministrazione comuale a riaprire i ponti del centro storico: in mattinata quello di San Pietro e alle 17 anche quello di Porta Vecchia. Restano per il momento chiusi il ponte della Girometta e quello di San Francesco per evitare sollecitazioni che potrebbero danneggiare le strutture. Resta inoltre il divieto di parcheggio in viale Fiume: autorità e volontari stanno monitorando alcuni fontanazzi dell’argine, che tuttavia non destano particolari preoccupazioni. L’area è stata transennata e i punti critici delimitati da sacchi di sabbia usati (nella foto) anche per proteggere abitazioni.

Nicola Cesaro

 

Terme e Futuro «Follie urbanistiche negli ultimi 13 anni»

La lista civica accusa le amministrazioni Claudio-Bordin «Hanno pensato solo a far costruire, ecco il risultato»

MONTEGROTTO TERME – Terme e Futuro accusa l’amministrazione Claudio-Bordin: «Gli allagamenti verificatisi a Montegrotto, pur rientrando in un evento che ha coinvolto gran parte del Veneto, sono in buona parte la conseguenza delle sbagliate politiche e urbanistiche adottate negli ultimi 13 anni dai due sindaci e dalle loro maggioranze», sostiene Sabrina Talarico. «Scelte dissennate che hanno privilegiato l’interesse di pochi e penalizzato quello della collettività, promuovendo una cementificazione che ha gravemente e forse irrimediabilmente compromesso il già fragile assetto idrogeologico di Montegrotto. Sono stati concessi metri cubi edificabili in aree soggette ad allagamento». «Nelle numerose aree di Montegrotto considerate a forte rischio idraulico, è assolutamente sconsigliato costruire, ma questa prescrizione è stata completamente ignorata da Claudio-Bordin, che anzi hanno previsto nel Pat nuovi 300.000 metri cubi edificabili, molti dei quali situati in zona blu vietata», aggiunge. «Le oltre 50 varianti al prg approvate in 13 anni di governo hanno concesso 500.000 metri cubi di edilizia diffusa, spesso in aree ad alta fragilità e rischio allagamento. Persino la nuova circonvallazione è stata deliberatamente costruita in una zona già a forte rischio idraulico. Sono state gettate colate di asfalto su un’ampia area che costituiva un bacino naturale di laminazione. L’incomprensibile e illogica realizzazione di un sottopasso, anziché di un cavalcavia, ha ulteriormente aggravato la situazione di Mezzavia e di tutta la città». Terme e Futuro accusa a tutto campo. «Sottolineiamo anche la totale assenza di informazioni fornite dal sindaco alla popolazione. Non abbiamo visto nessuna lettera o volantino, nessun altoparlante, nessun avviso sulla stampa o sul sito internet, nessun piano di sicurezza. Il sindaco di Cartura ha diramato una circolare, distribuita casa per casa già dal primo giorno di allerta, in cui c’erano tutte le disposizioni per mettere al riparo persone e beni. Da noi nulla, i cittadini si sono trovati totalmente impreparati e disinformati su quanto stava accadendo».

(f.fr.)

 

Cani portati al sicuro, ma privi di tutto

appello per i 120 animali del canile di MERLARA

Stanno tutti bene ma hanno bisogno del sostegno della popolazione. Sono i 120 cagnolini salvati dal rifugio Leudica di Merlara, sommerso dalle acque del canale Terrazzo. Ora sono ospiti del magazzino comunale (nella foto), trasformato in un improvvisato ma efficiente canile. Purtroppo non si è salvato niente della struttura e ora questi animali hanno bisogno di tutto il necessario. Servono coperte, asciugamani, collari, guinzagli, ciotole, brandine, cuccette, ma anche materiale per la pulizia, scope, spazzettoni, stracci, sacchi per l’immondizia, palette, lettiere per gatti e sabbietta, forbici, guanti, prodotti per la pulizia. Anche l’infermeria è andata perduta: occorrono disinfettanti, garze, termometri per animali e siringhe. Per qualsiasi disponibilità è possibile chiamare Laura al 338.4585057.

(n.c.)

 

ALLUVIONE»BATTAGLIA TERME E LOZZO

Le case piene di fango «Buttiamo via tutto»

Nelle vie Ortazzo, Chiodare e Pescheria cento famiglie contano i danni

Mobili ed elettrodomestici accatastati in strada. Le auto ancora sott’acqua

BATTAGLIA TERME – Uno strato di melma sui pavimenti di casa, i mobili inzuppati d’acqua buttati fuori, televisioni, frigoriferi, pezzi di cucina sui marciapiedi. Ci si rimbocca le maniche e si comincia a pulire dopo la grande alluvione che ha messo in ginocchio le vie Ortazzo, Chiodare e Pescheria. Nella notte tra mercoledì e giovedì l’acqua ha iniziato finalmente a defluire e già ieri mattina ne restavano in strada solo pochi centimetri. «Ora lavoriamo con le pompe per liberare le cantine che sono ancora piene d’acqua», spiega il sindaco Daniele Donà, «ma ormai sono iniziate le operazioni di pulizia». È ancora presto per la stima dei danni, che comunque saranno ingenti. In totale sono circa cento le famiglie che hanno avuto abitazioni allagate. La gran parte degli 82 sfollati ieri ha dormito ancora da parenti e amici: le abitazioni ora sono accessibili ma decisamente insalubri, e in molti casi gli impianti elettrici sono saltati. «Aspettiamo i moduli dalla Regione per capire come muoverci per i rimborsi, la macchina dei soccorsi comunque è attiva», assicura il vicesindaco Alessandro Baldin. La gente intanto ha potuto rimettere piede nelle case e cominciare la triste opera di pulizia. Molti hanno perso tutto. A casa di Moreno Vegro, al civico 4 di via Ortazzo, l’acqua è entrata dalla finestra del soggiorno, affacciato sul canale, ed è uscita dalla porta d’ingresso. Ma filtrava persino dalle piastrelle del pavimento. Sladjana, la moglie, mostra sconsolata quel che resta di casa loro. «Abbiamo buttato via tutto. Due divani ad angolo, il mobile tv, la credenza che si è gonfiata, la cucina che è crollata, gli elettrodomestici». L’acqua ha raggiunto il metro e mezzo in casa. Ha inzuppato i vestiti, le scarpe, lasciando ora uno spesso strato di fanghiglia sul pavimento. La corrente elettrica è ripartita, ma i fili sono “volanti” e bagnati, perché l’impianto sia sicuro occorrerà l’intervento di un tecnico. Così come saranno pesanti i lavori per sanificare nuovamente la casa, che è stata letteralmente inzuppata dall’acqua sporca del canale. Già la coppia aveva subito l’alluvione del marzo 2011, con 60 centimetri d’acqua. Ora i danni sono anche peggiori, saranno da rifare anche gli impianti. Analoga beffa è toccata a Michele Sorti, che abita con due bimbi piccoli di fianco al museo della Navigazione. Aveva rimesso a nuovo la casa meno di tre anni fa, 17 mila euro la stima dei danni dell’ultima alluvione. Questa è stata peggiore e gli ha distrutto anche la cucina nuova. Michele mostra i suoi mobili accatastati in strada: «Lì ci sono i miei divani, il televisore, la lavastoviglie non parte, il frigo è da buttare. Dovrò comprarmi anche due deumidificatori per asciugare le pareti, non posso certo ridipingere la casa così, e i miei due bambini non possono stare in un ambiente malsano. La rabbia è tanta, perché era già successo il 17 marzo del 2011». Ha perso tutto anche Elena Pegoraro, residente in via Ortazzo 3. Casa sua si sviluppa tutta al pianterreno e il tentativo di mettere in salvo i mobili è stato inutile. L’acqua ha raggiunto quasi il metro d’altezza. «Ha distrutto tutto: il bagno, la cucina, gli elettrodomestici», racconta Elena.«Abbiamo provato ad alzare il divano, ma l’acqua ha superato il livello». In via Chiodare, stessa storia: Fabio Badon (civico 12) butta in strada quel che resta dei suoi mobili. «Da noi tutta la parte bassa della casa ha subito danni», racconta. C’è chi ieri pomeriggio ha ancora l’auto a bagno, perché i piani interrati sono ancora sommersi dall’acqua e quindi anche molti garage. Come Rosa Duman, che abita in via Maggiore 64: «La nostra macchina è rimasta di sotto», racconta arrabbiata. «È mancato l’allarme, nessuno ci ha avvisati che l’acqua stava salendo, avremmo potuto metterla in salvo, così invece è finita completamente sott’acqua. Chi ci risarcisce adesso?». Intanto l’acqua scorre via, ma il dramma vero è appena iniziato.

Francesca Segato

 

«C’erano i soldi per costruire l’idrovia»

Ruzzante (Pd) accusa la Regione. A Merlara chiedono il bacino di laminazione. Polemiche sull’allarme

BATTAGLIA TERME – Mancanza di coordinamento, fondi stanziati dopo l’alluvione del 2010 ma mai utilizzati, interventi messa in sicurezza fermi al palo. È la denuncia degli esponenti del Pd, che ieri hanno visitato i luoghi dell’alluvione. «In questi giorni è emerso con forza il problema del coordinamento di fronte alle emergenze», sottolinea il consigliere regionale Piero Ruzzante. «Lo stesso che avevamo denunciato nel 2010. C’è una grossa responsabilità della Regione, le risorse stanziate dopo il 2010 sono rimaste inutilizzate per un anno, c’erano circa 100 milioni non spesi per i risarcimenti che si sarebbero potuti utilizzare per fare più opere. Fondamentale è l’idrovia, per portare verso la laguna le acque del Brenta e del Bacchiglione. Stavolta si è verificato che il Bacchiglione non poteva essere sversato sul Brenta e le acque sono finite a valle, cioè a Bovolenta, dove il livello ha superato la piena del 1966. Le acque in arrivo da Battaglia hanno trovato un muro e sono tornate indietro». Sulla stessa linea l’onorevole Giulia Narduolo, che l’altra sera è intervenuta alla Camera sull’alluvione. «A Merlara e nella zona di Megliadino San Vitale la situazione è drammatica, i livelli non stanno scendendo». E aggiunge: «Le aziende agricole hanno immensi problemi. Oggi ho incontrato un allevatore che ha una stalla allagata con duemila bovini e non sa dove portarli».«Realizzare il bacino di laminazione permetterebbe di far defluire le acque del Fratta», sostiene l’assessore di Merlara Nicola Ferro, «e risolverebbe il problema della bassa padovana». Critici gli esponenti Pd di Battaglia sulla mancanza di preallerta ai cittadini.: «Non è possibile svegliarsi alle 5 di mattina e trovarsi un metro d’acqua in casa», dice la coordinatrice Angela Temporin. «La messa in sicurezza dell’Ortazzo è attesa dagli anni 80», le fa eco il capogruppo Massimo Momolo. Mentre Luca Fanton, coordinatore di Montegrotto, ricorda: «Il sindaco Bordin conosce bene i rischi del nostro territorio, avevamo una relazione di D’Alpaos che nel 2004 elencava interventi che avrebbe potuto fare anche il Comune, alzare alcuni argini, migliorare il sistema fognario».

(f.se.)

 

IL SINDACO DI LOZZO ANNUNCIA CHE FARÁ INSTALLARE UNA PARATIA SULLO SCOLO MOLINA

Sei famiglie isolate da giorni I pasti arrivano col gommone

LOZZO ATESTINO – A bordo di un gommone o di un grosso trattore, e in tutti i due casi bisogna avanzare con molta prudenza, è possibile raggiungere tre abitazioni in località Bellone e altrettante in via Vela. Sei famiglie sono da due giorni completamente isolate, perché le loro case sono circondate da tanta acqua. Ieri mattina in questa zona situata a sud-sud ovest di Lozzo, si sono presentati amministratori comunali e provinciali e tecnici, accompagnati dai volontari della Protezione civile per controllare la situazione. Una situazione che ha presentato un lento miglioramento, tanto che sono stati fatti arrivare un paio di gommoni su cui sono saliti il sindaco del paese, Fabio Ruffin, i volontari della Protezione civile e le troupe televisive impegnate nelle riprese dentro al capannone di Fortunato Contadin. L’allevatore avicolo, arrivato all’imbocco di via Bellone nel primo pomeriggio di ieri a bordo di un trattore per farsi consegnare dai volontari alcune confezioni di acqua, tra martedì e mercoledì aveva visto morire annegati trentaduemila pulcini di quattro-cinque giorni di vita. «Aspettiamo che scenda il livello dell’acqua, poi chiederemo i permessi all’Usl per raccogliere i pulcini morti. Dentro al capannone ci sono ancora quaranta centimetri di acqua», ha detto lo sfortunato allevatore che con la sua famiglia, i vicini, la Protezione civile e i vigili del fuoco aveva tentato di tutto per salvare le inermi bestiole. I volontari della Protezione civile si sono poi trasferiti armi e bagagli in via Vela, dove hanno utilizzato il gommone a remi necessario per raggiungere tre famiglie e portare loro il cibo e i medicinali a due anziani coniugi. Alla missione ha partecipato anche Ruffin, che poi ha raggiunto la prefettura di Padova per partecipare a una riunione. «A spese del Comune, faremo installare una paratia sullo scolo Molina», ha annunciato il primo cittadino, «perché non voglio che accada più un simile disastro». Il canale è esondato perché invaso a sua volta dal Roneghetto riempito dal Ronego che raccoglie le acque del confinante territorio vicentino. Il Ronego non riusciva a travasare le acque sul Frassine e perciò il Consorzio ha deciso di farlo sfogare sul Roneghetto facendo leva su una specie di convenzione datata 1556, quando Lozzo era ben diverso da adesso. «In quei tempi la Serenissima decise di bonificare il territorio da Sossano fino a Este. A Lozzo non c’era niente e così venne considerato una specie di bacino di laminazione da utilizzare in caso di piogge eccezionali», ha spiegato il professor Renato Ponzin.

Piergiorgio di Giovanni

 

IL SINDACO DI BOVOLENTA SCRIVE AL GOVERNO: «LAVORI URGENTI E INDIFFERIBILI»

Riaprono le scuole ma la “Ponta” resta proibita

BOVOLENTA – Un intero paese cerca di tornare alla normalità dopo giorni con il cuore in gola. Ieri mattina mentre splendeva il sole e il Bacchiglione aveva smesso di far paura il centro storico, evacuato in fretta e furia martedì scorso, è stato riaperto, insieme ai ponti e alle strade. Alle 10 il traffico è tornato alla normalità e gli sfollati hanno potuto tornare a casa. Tutti, a eccezione delle 5 persone che vivono alla “Ponta”, la piccola striscia di terra che da piazza Matteotti si affaccia sulla congiunzione fra il canale Roncajette e il Vigenzone (ancora allagata nella foto a sinistra scattata dall’elicottero dei vigili del fuoco). La pioggia prevista per oggi e l’instabilità dei prossimi giorni ha suggerito alle autorità di usare prudenza e di non togliere le paratie che proteggono la piazza, quindi la “Ponta” resta off limits ancora per qualche giorno. Nel resto del paese si torna a vivere anche se già mercoledì pomeriggio molti degli sfollati avevano fatto ritorno nelle loro case. Oggi riaprono anche le scuole, dopo tre giorni di stop forzato. Tirano un sospiro di sollievo gli alluvionati del 2010, imprenditori e residenti in via Padova, per lo scampato pericolo. «Ogni volta è un incubo», afferma un artigiano «ce la siamo vista brutta, ma quanto riusciremo a sopportare tutto ciò? Ho sentito i vicini dire che se l’acqua entra un’altra volta se ne andranno». Ora gli esperti dovranno verificare quali conseguenze ha avuto questa piena, qualche centimetro più alta di quelle del 1966 e del 2010, sugli argini e sui murazzi veneziani. Intanto il sindaco Vittorio Meneghello, dopo aver firmato le ordinanze di riapertura del paese, ha scritto una lettera di poche righe indirizzata a tutte le autorità, dal governo in giù. «Mi sono permesso di sottolineare, ancora una volta», spiega, «che Bovolenta ha bisogno di due lavori urgenti e indifferibili: la diaframmatura dell’argine destro del Bacchiglione, già progettata e finanziata, e il consolidamento dei murazzi. Tutto qua, però bisogna muoversi, perché non sappiamo se la prossima volta ce la caveremo».

(n.s.)

 

E i bambini della materna “Santa Maria” disegnano il dramma

L’esperienza angosciante dell’alluvione la raccontano anche i disegni dei bambini di 4 e 5 anni della scuola dell’Infanzia Santa Maria Ausiliatrice. «Abbiamo proposto ai bambini di disegnare l’alluvione, per dare sfogo alle loro emozioni» raccontano la direttrice, suor Gina Busolin, e la maestra Michela Israeli «Hanno dimostrato grande sensibilità e capacità di lettura. Avevano urgenza di parlare, raccontare, chi non ha subito direttamente l’alluvione l’ha vissuta nei racconti dei vicini». Tutti i disegni mostrano un cielo nero, pauroso, e l’acqua al posto della terra sotto le case. C’è chi ha fatto vedere il camion dei pompieri, chi racconta come l’acqua ha invaso casa del vicino ma risparmiato la sua. Chi si raffigura mentre si mette in salvo salendo le scale, chi mostra come il papà abbia sollevato i mobili, mentre i lettini sono al sicuro al piano superiore.

(f.se.)

 

Risarcimenti? Intanto documentate tutto

Vademecum ad uso degli alluvionati: fotografare ogni dettaglio e conservare con cura le ricevute

PADOVA – E adesso? Gli alluvionati si chiedono se potranno contare su qualche aiuto per cercare di tornare alla normalità. Una cosa è certa, intanto dovranno mettere mano al portafogli, con la speranza che almeno una parte delle spese sostenute possa tornare sotto forma di indennizzo. Per le zone finite sott’acqua la Regione ha annunciato la richiesta dello stato di calamità quindi tutti coloro che hanno riportato dei danni potranno fare un tentativo. In che misura questo andrà a buon fine dipende poi dalla somma che verrà stanziata dal governo e dall’ammontare complessivo dei danni. Però per molti vale comunque la pena provare. Che fare allora? Anzitutto bisogna organizzarsi per presentare la domanda al proprio Comune entro 30 giorni dalla pubblicazione sul Bollettino della Regione Veneto del decreto dello stato di crisi. Non è il caso, però, di farsi prendere dalla fretta e di correre subito in municipio, perché conviene concentrarsi su quanto c’è da fare a casa non appena l’acqua se n’è andata. Primo passo, fotografare tutto ciò che ha avuto a che fare con gli allagamenti, a partire da quanto va buttato, come elettrodomestici, mobili, attrezzi e tutti gli altri oggetti di valore. Se sono state conservate e si sono salvate dall’acqua le ricevute di acquisto meglio recuperarle. Conviene avere immagini anche di stanze, garage, esterno delle case, dalle quali si possa capire fino a dove è arrivata l’acqua e quali danni ha provocato. Chi ritiene di aver riportato danni davvero ingenti può anche incaricare (a proprie spese, ovviamente) un tecnico di fiducia di eseguire una perizia. La scheda di censimento dei danni che sarà messa a disposizione dai Comuni permette di scendere abbastanza nel dettaglio, con la possibilità di presentare successive integrazioni, però è fondamentale avere il maggior numero di “prove” possibili. Quindi per tutto ciò che vorremmo ci fosse risarcito, almeno in parte, è bene ricordarsi che nei mesi successivi dovremo presentare fatture e ricevute. Pertanto tutto ciò che viene eseguito “in economia” e tutti gli acquisti che non siamo in grado di giustificare non potranno essere rimborsati. E qui ciascuno dovrà fare con calma le proprie valutazioni e scegliere come procedere, individuando la soluzione più vantaggiosa per la propria situazione. Le esperienze passate hanno insegnato che nella migliore delle ipotesi il risarcimento dei danni documentati arriva a coprire dal 40 al 70% delle spese sostenute. Sono in gioco numerose varianti, soprattutto per i beni mobili, e non è escluso che vengano stabiliti dei prezziari o degli importi standard anche per gli interventi di ristrutturazione.

Nicola Stievano

 

SI ESTENDE IL FRONTE DEGLI SMOTTAMENTI A TORREGLIA E A TEOLO

Strade provinciali “terremotate”

Ci sono quattro frane soltanto nel territorio di Rovolon

Chiuse a tempo indeterminato via Belvedere e via Rialto

ROVOLON – Uno smottamento in via Belvedere a Rovolon Alto, un cedimento in via Rialto sempre a Rovolon, una frana all’inizio di via San Pietro a Carbonara, un’altra che interessa il calto Carbonara. Il bilancio parla di due tratti di strade chiusi al traffico e uno percorribile a senso unico alternato. E tutte le frane stanno vistosamente peggiorando. Il cedimento più grosso e più recente, causato dalle ultime piogge torrenziali, è quello che si è manifestato martedì sera sul versante settentrionale del Monte Grande a un’altitudine di circa 150 metri. Trecento metri di arteria provinciale “di Costigliola” Rovolon-Treponti presentano profonde crepe, grandi dislivelli e macroscopiche gibbosità. Il tratto interessato è stato ermeticamente chiuso al passaggio dei veicoli dal Comune, ed è diventato subito meta di curiosi impressionati dallo spettacolo che sembra esser stato provocato da un violento terremoto. Il grazioso borgo di Rovolon Alto e i suoi locali restano raggiungibili, solo che non ci si arriva da Treponti di Teolo. Per mettere in atto un minimo di ripristino che porti a un’apertura temporanea del tratto ceduto a causa delle forti piogge dei giorni scorsi, bisognerà aspettare che cessi il maltempo e si stabilizzi la situazione. Poi si potrà intervenire provvisoriamente facendo un fondo stabilizzato, cioè con ghiaino schiacciato dal rullo, e far transitare i veicoli. Tempi sicuramente lunghi, invece, sono richiesti per mettere definitivamente a posto il tratto di strada, perché sono necessarie indagini geologiche molto accurate e approfondite su tutto il versante del monte, per studiare le cause del problema, e si tratta di verifiche che possono interessare più stagioni per vedere se si presentino movimenti anche lievi. Condizioni pietose. Definire pietose le condizioni di una cinquantina di metri della comunale via Rialto, la strada che collega Rovolon con Montemerlo, è un eufemismo. Anch’essa si estende lungo il versante nord del Monte Grande, ma è situata più in basso di via Belvedere. L’amministrazione rovolonese ha le idee chiare su come intervenire sull’arteria di proprietà comunale. Non appena cesseranno le piogge, verrà fatto un fondo stabilizzato. Per riottenere un manto stradale asfaltato bisognerà attendere un po’ di tempo. Le due strade Belvedere e Rialto si snodano nella stessa parte del Monte Grande, che è interessata da un importante movimento franoso. Segnali di avvertimento. La frana all’inizio di via San Pietro a Carbonara: il cedimento della strada si è verificato sul versante occidentale del Monte della Madonna, a un’altezza di circa 80 metri. I venti metri ceduti si trovano in prossimità di un calto, comunque sono stati posizionati tutti i segnali di avvertimento e la strada è percorribile. Il calto Carbonara corre dietro la chiesa della frazione e convoglia le acque che scendono dai monti. Un pezzo di mura sta cedendo. La competenza per i calti collinari è del Genio Civile. Sopralluogo della Provincia. Ieri in tarda mattinata, la prima cittadina Maria Elena Sinigaglia, l’assessore ai Lavori pubblici Dario Facchini, la presidente della Provincia Barbara Degani e l’assessore all’Ambiente Mauro Fecchio si sono recati in via Belvedere. La presidente è rimasta impressionata dalle condizioni in cui versa il tratto di strada e ha promesso il suo interessamento perché venga riaperto nel minor tempo possibile. Ha fatto un sopralluogo anche il vicepresidente Roberto Marcato.

Piergiorgio Di Giovanni

 

ALLUVIONE»I COLLI E SELVAZZANO

Nella ex cava Maso si stacca una parete di trachite

TORREGLIA – TEOLO Si fa sempre più critica la situazione delle frane e degli smottamenti nei Comuni di Torreglia e Teolo. Ieri pomeriggio nella ex cava di Giovanni Maso, di via Vallarega a Luvigliano, si sono staccati dalla parete 3/4mila metri cubi di trachite. Il materiale roccioso è andato a invadere parte del piazzale della ex cava, dove l’azienda Maso ha il laboratorio di lavorazione della pietra. Sempre a Luvigliano, preoccupa lo smottamento che da un paio di giorni interessa un vigneto di recente realizzazione in via Malterreno. La strada che porta a Quota 101. I danni al patrimonio agricolo provocati sui Colli dalle frane di queste ultime ore sono ingenti. A Tramonte, in territorio di Teolo, un intero versante della collina coltivato a vigneto e ciliegieto dell’azienda agricola Boscalbò di via Busa sta scivolando a valle. Stessa situazione sul monte Lonzina, ai confini tra Teolo e Torreglia. Sempre in comune di Teolo non sono ancora ben definite le dimensioni della frana che da lunedì interessa via Farnea, nella frazione di Villa. Ieri pomeriggio in municipio si stava valutando la possibilità di far intervenire i vigili del fuoco per verificare la stabilità del versante dove insistono alcune casette prefabbricate degli anni Settanta. A preoccupare amministratori e tecnici sarebbero alcune crepe comparse tra i vialetti di accesso alle abitazioni. Molte delle quali non sono stabilmente abitate. A Teolo Alto, inoltre, mercoledì sera è stata chiusa a causa di una frana via Fontana Maggiore. Si tratta di una strada comunale che si stacca dal centro del paese e va a morire alcune centinaia di metri più su, sul versante sud del monte Madonna.

(g.b.)

 

Magazzini sommersi, perso tutto

Ci sono anche alcuni commercianti di Rubano fra le vittime degli allagamenti

RUBANO – Mentre il quartiere Rolandino ieri mattina era finalmente libero dall’acqua, alcuni negozi di viale della Provvidenza, accanto alla chiesa, avevano ancora i magazzini semi-allagati: i garage sotterranei e i loro depositi sono rimasti invasi da 50 centimetri d’acqua sin da lunedì sera. Alla cartoleria Cartidea vedranno nei prossimi giorni quanto materiale di cancelleria si è rovinato: quello che erano riusciti a salvare, riponendolo negli scaffali più alti, sta iniziando a rovinarsi a causa dell’eccesiva umidità che ristagna adesso dentro il magazzino. «L’acqua è arrivata lunedì sera» raccontano la titolare Nicoletta Scanferla e il marito Galdino, «abbiamo salvato il più possibile. Sul pavimento abbiamo avuto mezzo metro di acqua. Già nel 1992 subimmo un allagamento, ma l’acqua si fermò a una trentina di centimetri. È scesa ieri mattina, dopo quasi tre giorni ininterrotti». Tutto il fronte di negozi al pianterreno dell’edificio ha subito danni. «L’acqua è filtrata dai muri», spiega Alessandra Galiazzo, una delle due titolari, «e ancora ne abbiamo alcuni centimetri sul pavimento: arriverà un amico con l’aspiraliquidi. Dobbiamo ringraziare tutti gli amici che si sono prodigati per aiutarci, specialmente a sollevare i frigoriferi. Siamo state costrette a dormire nel bar, per controllare che non si spegnessero le due pompe. È stato un disastro e ora conteremo i danni: sfortunatamente ci è capitato nel giorno in cui la mia socia, Maria Luisa Lanaro, aveva il funerale del fratello». Mezzo metro d’acqua ha invaso anche l’interrato della gioielleria Rensi e i garage condominiali. Antonio vi aveva riposto tutti i suoi ricordi, in attesa che la sua casa nuova fosse pronta. Avrebbe dovuto esserlo già a ottobre: fosse stato così, avrebbe salvato le sue cose. «Fortunatamente sono riuscito a spostare la moto, il Maggiolone d’epoca e le mie chitarre. Ma sono finiti sott’acqua i filmini di mia madre, che non c’è più». L’opinione generale è che questo allagamento sia stato deciso per salvare altre zone: ma come tutti ribadiscono, potevano avvertire la popolazione, in modo che mettesse in salvo il più possibile i propri beni e sigillasse le case. Contano i danni ora i residenti del quartiere Rolandino: ieri mattina almeno c’era il sole e hanno potuto mettere mobili e oggetti fuori ad asciugare. La famiglia Dosselli Milesi in via Mussato aveva tutti i mobili della taverna, insieme a libri e vestiti davanti alla porta: andrà buttata la maggior parte delle cose, probabilmente, dopo che per tre giorni sono rimaste a inzupparsi d’acqua. Gli armadi nuovi della famiglia Rata, che aveva appena ristrutturato casa in via Gloria, si stanno aprendo: l’acqua è arrivata attraverso le porte, ma è anche filtrata da sotto il pavimento. Tutti quelli che hanno un appartamento al pianterreno con il pavimento in legno si sono ritrovati il parquet ondulato. A casa di Obiburie Jbeaduchi i listelli si sono persino scollati. Fortunatamente l’auto funziona, a casa di Mirella Agostini Novello, ma dovrà forse buttare elettrodomestici e mobili che arredavano il piccolo appartamento che aveva allestito nell’interrato della villetta. Venti centimetri d’acqua buoni anche dentro casa della signora Deganello: i muri hanno cominciato a scrostarsi. Il livello dell’acqua ha iniziato a scendere verso mezzanotte, quando la pompa che il sindaco ha chiesto di installare, alla confluenza dei corsi d’acqua Giarina e Mestrina, ha cominciato ad avere effetto. «Stiamo organizzando un incontro per ricostruire gli eventi di questi giorni», annuncia il sindaco Ottorino Gottardo, «e coordinare le richieste di cittadini per lo stato dì calamità. A breve saremo più precisi con luogo e data». Intanto è stata organizzata con Etra una raccolta speciale dei rifiuti ingombranti che i cittadini sono costretti a gettare perché inservibili: si può prenotare l’asporto gratuito a domicilio al numero verde 800247842 da lunedì a venerdì dalle 8 alle 20 oppure si possono portare all’ecocentro di Mestrino oggi, domani e lunedì, dalle 9 alle 17, senza alcun costo aggiuntivo.

Cristina Salvato

 

Via Annibale da Bassano, dopo gli aiuti si cerca una soluzione

limena propone a vigodarzere di dividere le spese

Via Annibale da Bassano nel Tavello ieri era ancora isolata, con la strada allagata dall’acqua che emerge dal terreno, formando una specie di laghetto e isolando una decina di famiglie. Il luogo, immerso nell’area golenale del Brenta, si trova geograficamente a Limena, ma amministrativamente a Vigodarzere: i due Comuni si troveranno a breve per concordare una soluzione. «Ho chiesto al gruppo di Protezione civile e ai tecnici comunali di valutare la soluzione più efficace», dichiara il sindaco limenese Giuseppe Costa, «e sembrerebbe quella di scavare un canale che faccia drenare l’acqua. Mi hanno detto che è poco percorribile l’idea di rialzare la strada, in quanto con l’acqua rischierebbe di sgretolarsi di continuo. Sono d’accordo di ritrovarmi con gli amministratori di Vigodarzere tra pochi giorni e chiederemo loro di dividere a metà le spese. La soluzione deve essere efficace e anche definitiva, perché ci sono bambini piccoli, anziani e disabili tra le persone isolate. Abbiamo dotato due famiglie di stivali di gomma per tornare a casa attraverso la strada allagata e i volontari hanno consegnato con la barca viveri per una settimana a queste famiglie».

(cri.s.)

 

Soccorsa un’anziana barricata in casa Una decina gli sfollati

Sale la conta dei danni nelle abitazioni a Selvazzano

Il Movimento 5 Stelle vuole chiarezza sull’uso delle idrovore

SELVAZZANO – Le poche ore di tepore di ieri pomeriggio hanno dato morale alle molte famiglie di Selvazzano duramente colpite dalla tracimazione degli scoli Mestrina, Storta e Brentelle. Ora che l’acqua è stata tolta dalle strade e da quasi tutti gli alloggi, si nota in tutta la sua drammaticità quella che è stata l’emergenza. In via Carnaro e via Forno a Tencarola l’acqua ha distrutto tutto quanto contenuto non solo nei piani interrati ma anche nei piani terra. Un disastro. «Nella taverna il livello dell’acqua ha raggiunto il soffitto, ma anche al piano terra, dove viviamo stabilmente, i danni sono ingenti», evidenzia Livio Giacon. «Ci scaldiamo con una stufa a legna perché la caldaia non funziona. La Protezione civile ci ha aiutati nelle prime ore dell’emergenza, ora stiamo facendo la cernita di tutto quello che è da buttare». Luigi Portalone, altro abitante di via Carnaro, stima i danni alla sua abitazione intorno ai centomila euro. «Sono andate sott’acqua due auto oltre a tutta la mobilia del piano terra», racconta. «Siamo riusciti a salvare per miracolo il fuoristrada solo perché alle 3 di lunedì notte siamo stati chiamati da un vicino. Abbiamo danni ingenti anche ai pavimenti e all’impianto elettrico. Se qualcuno ci avesse avvisato in tempo non sarebbe successo questo disastro». Ieri il Comune di Selvazzano ha informato che il materiale da buttare va messo sul marciapiede fuori dal cancello. Etra passerà per le vie a raccoglierlo. Può anche essere portato direttamente dal cittadino al centro raccolta di via Galvani, dalle 8 alle 16 di domani. Info: 800247842. Gli sfollati. Sarebbero una decina le persone che sono state costrette a lasciare le case nelle vie di Sarmeola e Tencarola. Alcune sono ospiti di parenti, quattro persone disabili sono state accolte in centri attrezzati come l’Oic e Nais. Di questi cittadini, come pure della fornitura dei pasti caldi a coloro che non riuscivano a uscire di casa, si è occupato l’ufficio Servizi sociali del Comune che ha lavorato in sinergia con la Croce rossa e l’Usl. «Adesso ci stiamo organizzando con le ragazze della Protezione civile e con altri volontari per le pulizie degli appartamenti», fa sapere l’assessore ai Servizi sociali, Giovanna Rossi. Anziana al freddo. In via Carnaro un’ottantaquattrenne sola in casa, al freddo e al buio, è stata raggiunta mercoledì sera dal sindaco Enoch Soranzo e dal coordinatore della Protezione civile, Gianni Peruffo. La finestre della casa dell’anziana erano completamente chiuse e tutti pensavano fosse ospite di parenti. Tranne un vicino di casa che l’aveva vista aggirarsi verso sera al primo piano dell’appartamento. Soranzo e Peruffo, visto che il citofono non funzionava a causa del black out elettrico, si sono sgolati a chiamarla senza ottenere risposta. A quel punto sono entrati da una finestra e hanno trovato l’anziana impaurita. L’hanno rifocillata e messa a letto e hanno riallacciato la corrente. Sportello in Comune. Ieri mattina Soranzo ha inviato al governatore del Veneto, Luca Zaia, la richiesta di riconoscimento dello stato di calamità per il Comune di Selvazzano. La modulistica per le domande di risarcimento e le istruzioni per come compilarle si potranno scaricare dal sito internet del Comune nei prossimi giorni. È possibile anche rivolgersi in municipio dove verrà allestito un apposito sportello. Il consigliere provinciale del Pd Boris Sartori invita i cittadini a fotografare per bene i danni subiti poiché la pratica di risarcimento richiederà la documentazione fotografica. Sartori raccomanda, inoltre, di chiedere regolare fattura per tutti i lavori di riparazione che vengono effettuati. Il consigliere provinciale invita i cittadini a diffidare di professionisti che propongono di pagare perizie o interventi tecnici che in questa fase non sono richiesti. Cinque Stelle. Il M5S consegnerà una lettera aperta al sindaco per avere spiegazioni sugli allagamenti che hanno interessato il territorio. Nello specifico gli attivisti di M5S in una nota scrivono di volere chiarezza sulle contrastanti dichiarazioni avute in merito alla gestione dell’emergenza. «Dal Consorzio di bonifica Pedemontano Brenta ci veniva confermato che da giorni le idrovore della Brentella lavoravano a pieno regime, mentre mercoledì il Prefetto ha evidenziato come il Genio civile abbia dato comunicazione di aver diramato già lunedì l’ordine di spegnimento degli impianti idrovori, al fine di evitare il sovraccarico del sistema idraulico. A cos’è dovuta questa contraddizione?», si legge nel comunicato. M5S chiede, inoltre, «perché non sono state avvisate in tempo le famiglie e se si sono verificate cause accidentali che hanno limitato lo scarico dell’acqua dello scolo Storta in Brentella».

Gianni Biasetto

 

«Ora pericolo frane» Via alle verifiche anti-smottamenti

Micalizzi: «Monitoriamo gli argini che sono a rischio»

La Paltana torna sotto controllo, rientrate le criticità

PADOVA – La giornata di sole di ieri ha firmato la tregua dell’emergenza, ma non dei lavori febbrili sul campo da parte dell’unità anti-crisi organizzata dal Comune. Obiettivo principale asciugare il più possibile la rete di canali e fossati che, tra martedì notte e mercoledì mattina, hanno tracimato allagando via Monte Rua, via Monte Santo e alcune delle case di Brusegana. Perché la situazione torni alla normalità servirebbero quattro-cinque giorni senza pioggia. Nel frattempo gli uomini di Comune, Aps, Protezione civile e Genio hanno lavorato ininterrottamente, anche durante la notte, per ripristinare al meglio la situazione. Complice l’abbassamento del Bacchiglione, che ieri mattina era sceso a livello di 10,13 metri, 1 metro più basso della piena del 4 febbraio. Il risultato è che la Paltana è tornata sotto controllo e le cinquanta case della golena respirano dopo giorni di ansie e inquietudini. Chiusi inoltre i capitoli critici della città: rientrato l’allarme in via Cà Rinaldini, a Montà, dove l’acqua, che aveva allagato alcuni cortili privati e cinquanta metri di strada, è stata completamente riassorbita. Come noto, qui il problema è la mancanza di sottoservizi fognari: i lavori sono partiti da alcuni mesi, ma bisognerà aspettare il 2015 per avere le fogne funzionanti com’è già accaduto per Forcellini e Terranegra. In via della Biscia, dopo una notte e due giorni di lavoro da parte di Aps, la case sono tornate all’asciutto. A fine emergenza però l’assessore alle acque e alle manutenzioni, Andrea Micalizzi, approfondirà le responsabilità perché, da un primo sopralluogo, sembra il danno sia stato provocato dai lavori privati di una recinzione. Infine a Brusegana, in via Monte Rua e via Monte Cero, tecnici comunali e Protezione civile hanno lavorato fino a ieri mattina: prima per mettere in sicurezza le strade e le case, poi per scaricare il più possibile il canale, lo stesso che è destinato a svuotarsi nel Brentella che a sua volta è accolto dal Bacchiglione. Nei giorni di piena la strategia è stata bruscamente interrotta: il Bacchiglione non ha più potuto ricevere una goccia d’acqua, il Brentella si è gonfiato fino all’estremo e con esso i canali che continuavano a ricevere inesorabilmente l’acqua da Sarmeola, Rubano, Caselle e Tencarola. «Adesso dobbiamo augurarci piova poco, con bassa intensità», spiega Micalizzi, «altrimenti rischiamo si ripresentino gli stessi rischi dei giorni scorsi per quanto riguarda la rete minore dei canali. In queste ore stiamo monitorando gli argini, soprattutto quello di San Gregorio, perché un altro pericolo sono smottamenti e frane: i terreni sono inzuppati e possono venir giù pezzi di argine. Una squadra della protezione civile sta percorrendo tutti gli argini cittadini».

Elvira Scigliano

 

PERSONALE DEL COMUNE, DI APS E DELLA PROTEZIONE CIVILE

Gli “angeli” del maltempo orgoglio dei padovani

PADOVA – Hanno guadagnato sul campo l’onorificenza di “angeli dell’alluvione” per aver aiutato ben oltre i loro doveri. Sono i dipendenti comunali dei settori Manutenzione e Patrimonio, gli uomini di Aps e, naturalmente, i volontari della Protezione civile. Si sono impegnati per rispondere colpo su colpo all’emergenza acqua, senza sosta e senza chiedersi se quello che stavano facendo fosse una loro competenza. Muniti di straordinario altruismo e dedizione professionale, hanno finito per lavorare ben oltre l’orario di ufficio, ben oltre lo straordinario e tornando, l’indomani, a firmare il cartellino e sedersi ala scrivania dell’ufficio con appena qualche ora di sonno racimolata. Si sono prestati, giorno, dopo giorno, notte dopo notte, consapevoli che la loro città era in pericolo, che la collaborazione di tutti era indispensabile. Sono i dipendenti di palazzo Moroni, guai ad additarli con i cliché spesso abbinati ai dipendenti pubblici. Il settore Manutenzioni ha impiegato 15 persone garantendo una reperibilità H24, utilizzando anche l’assetto e il personale del piano neve. A gestire ed organizzare il lavoro Claudio Zanon e Roberto Piccolo (che ha coordinato le operazioni) per il settore Manutenzioni; Giorgio Zanaga per il supporto logistico del settore Patrimonio; Lorenzo Panizzolo per la polizia municipale; Enrico Bolzon e Gaetano Natarella per la Protezione civile e l’ingegnere Tiziano Pinato per il Genio civile. «Siamo diventati una sorta di squadra speciale per le emergenze climatiche», commenta l’assessore Andrea Micalizzi. «Molti, nei giorni delle piene e nei momenti successivi di allerta per i canali, hanno lavorato ben oltre l’orario di servizio. Quando le famiglie hanno bisogno di aiuto, i nostri valorosi uomini non guardano l’orologio e lavorano con il cuore. Abbiamo tenuto in piedi anche il servizio di reperibilità e pronto intervento per le buche: in questi giorni, a causa delle piogge, l’asfalto delle strade si è sgretolato in diversi punti e i nostri uomini hanno svolto numerosi interventi dietro puntuali segnalazioni».

(e.sci.)

 

LA PROPOSTA DELLA COLDIRETTI

«Sbloccare il patto di stabilità»

Il presidente Miotto: «Servono investimenti per la difesa idraulica»

PADOVA «Mettere al di fuori del patto di stabilità tutti gli investimenti per la difesa del territorio sostenuti dalle amministrazioni locali, dai Comuni alla Regione» è l’idea su cui Coldiretti intende coinvolgere le istituzioni. «In caso di violente ondate di maltempo l’agricoltura paga il prezzo più alto» sostiene Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova che enumera vigneti, allevamenti e aziende in ginocchio. «Proponiamo un tavolo istituzionale affinché la difesa dell’ambiente diventi davvero una priorità – sostiene Miotto – il mondo agricolo attraverso il governo dei consorzi di bonifica sta svolgendo una funzione indispensabile sul territorio, attraverso la gestione e la manutenzione di centinaia di chilometri di canali, di decine di impianti di sollevamento e altre strutture per evitare che l’acqua diventi un problema per le nostre città, i nostri quartieri, le zone artigianali. Non basta: servono opere importanti per gli argini e gli alvei dei canali, gli impianti di sollevamento, la gestione delle piene e dei periodi di prolungata siccità. Questo si può fare solo indirizzando con tempestività ed efficacia adeguate risorse economiche – aggiunge il presidente di Coldiretti Padova – ricordiamoci che gli investimenti di oggi sulle opere per la difesa idraulica si trasformeranno in un risparmio sui gravi danni che potranno essere evitati. Va ripensata anche la politica urbanistica ed edilizia a livello locale, mettendo un freno alla cementificazione soprattutto nelle aree a maggior rischio e fissando delle regole ben precise per le nuove urbanizzazioni, sia civili che industriali, in modo da non pentirsi in futuro delle scelte sbagliate di oggi».

 

LE TESTIMONIANZE DEI RESIDENTI

«Abbiamo raccolto acqua per ore»

A Brusegana l’incubo è tornato a quattro anni di distanza

PADOVA – Stivali a mezza coscia ma bagnati fin nelle ossa, giacche impermeabili organizzate o arrangiate e tanta fatica. Per chi in questi giorni ha dovuto affrontare l’emergenza acqua le ore sono trascorse frenetiche, senza dormire e con il terrore dipinto negli occhi perché il gioco c’era la propria casa, i “tesori” di una vita che ognuno di noi conserva tra le proprie mura domestiche. A Brusegana, tra via Monte Rua e via Monte Cero, l’acqua ha raggiunto cantine e taverne per 15 centimetri: «Purtroppo non è stata la prima volta», hanno raccontato Roberto e Stefano, vittime dei danni del maltempo. «Nessuno di noi aveva ancora dimenticato il 2010, allora abbiamo dovuto letteralmente gettare nella spazzatura tutto il mobilio e ogni oggetto invaso e divorato dall’acqua. Questa volta invece ringraziamo la solerte presenza del Comune, ma soprattutto vicini e amici. Ci siamo aiutati l’un l’altro, non abbiamo chiuso occhio, ma la fatica è stata ripagata perché abbiamo messo in salvo ogni cosa. Abbiamo accatastato mobili, portato in salvo divani e tappeti, a nulla servivano i cavalletti per alzare di qualche centimetro gli oggetti perché l’acqua continuava a precipitare, a cascata, dalle finestre chiuse». In via della Biscia invece è stata la prima volta che hanno vissuto il trauma dell’allagamento: «Abbiamo raccolto acqua per ore», riferisce Marina, «ma sembrava non servisse a nulla. Né servivano i sacchi di sabbia perché la forza e la potenza dell’acqua è molto più forte. Non so cosa potremo salvare delle nostre cose».

(e.sci.)

 

Tribuna di Treviso – Frane, l’emergenza infinita

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7

feb

2014

maltempo»le frane

I geologi: non si fermano. Ma anche l’acqua fa ancora paura

Sulle colline d’argilla cedono boschi e vigneti

Viaggio tra i rilievi con i geologi Antonio Della Libera e Gino Lucchetta «Fondamentale chiudere le fessure sui terreni. Dobbiamo prevenire»

di ANTONIO DELLA LIBERA e GINO LUCCHETTA – geologi (testo raccolto da Andrea De Polo)

Rocce frammentate, sedute su un letto di argilla: è la combinazione peggiore, per la stabilità di ogni terreno. È, purtroppo, la combinazione più frequente sulle colline di Vittoriese e Quartier del Piave, che mai come in questi giorni stanno mostrando tutta la loro fragilità. Sono decine di smottamenti più o meno gravi riscontrati nelle ultime ore. A Cozzuolo sono scesi 100 mila metri cubi di montagna. Per ora. Rocce, alberi e terra sono ancora in movimento, e i rischi non vanno sottovalutati: i monitoraggi continuano. Ma la Val de Mar è una zona critica da molto tempo, è zona da monitorare sempre. Si vede a occhio nudo: le colline che le fanno da cornice portano tutte i segni di frane più o meno antiche. Un asse critico, che con le piogge ha aumentato la sua instabilità. Le frane non ci devono sorprendere: come le malattie, nascono prima che si manifestino. Due le ragioni principali: le perturbazioni si sono intensificate negli ultimi anni. Ma c’è anche l’abbandono del territorio da parte dell’uomo, che una volta interveniva ai primi segni di movimento del terreno. Dopo Cozzuolo, preoccupa il fronte di Formeniga: quello è un fenomeno vasto e profondo, che coinvolge il versante sotto la chiesa e il campanile. È una predisposizione geologica: in alto si trova il conglomerato, cioè le rocce fratturate, che lascia filtrare l’acqua. Questa raggiunge una base di argilla, che con le forti piogge si fluidifica, generando instabilità. A Fregona, invece, è crollato un vecchio terrapieno, così come a Sarmede: famiglie evacuate, auto distrutte, la minaccia di nuove piogge, da oggi. Ma non è solo colpa del maltempo degli ultimi giorni. Dobbiamo prevenire. Ognuno deve fare la sua parte, pubblico e privato. Servono piani di intervento, con la collaborazione dei geologi. Alla base, però, dev’esserci una grande cultura del territorio, verso la quale il pubblico dovrebbe indirizzare maggiori risorse. Da venerdì non c’è un attimo di pace. Non è sufficiente andare su tutte le frane del Quartier del Piave, ogni giorno se ne aggiungono di nuove. Ieri è toccato alla strada del Madean, a Valdobbiadene: un fronte importante, largo 150 metri e profondo almeno dieci, che ha coinvolto un bosco di castagni. Lì il terreno è di argilla rossa, si imbeve di acqua e diventa una spugna fluida, che scivola a valle trascinando con sé anche i castagni centenari. Gli alberi sono rimasti dritti perché la superficie di movimento è più profonda rispetto alle loro radici ancorate nel terreno. Vanno subito chiuse le fessure, perché non entri altra acqua. L’argilla “imbevuta” è la responsabile anche della frana di Refrontolo, in via Patrioti: la particolarità, in questo caso, è che la frana si è mossa su una pendenza abbastanza dolce, di 8-9 gradi. Inusuale, ma c’era già qualche infiltrazione, e l’argilla è diventata come sapone. Diverse le frane vicine al Molinetto della Croda, sempre a Refrontolo: lì il torrente Lierza ha scavato il versante della collina. Era successa la stessa cosa nel 1996 e nel 1997. Il fiume erode il piede della collina, e le rocce scivolano. In questo caso è “normale”, e non ci sono molte cure a disposizione. Preoccupa, per le prossime ore, un fronte franoso a Colfosco: in via San Daniele, ci sono blocchi di roccia di diversi metri cubi, che possono fare parecchia strada. I pericoli non sono affatto scongiurati. Sulle base delle previsioni del fine settimana, ci aspettiamo 80 millimetri di pioggia, ma diluiti nel tempo. In ogni caso, sarà fondamentale chiudere le fessure sui terreni. E compiere monitoraggi continui per controllare ogni smottamento.

 

Si stacca una selva di castagni centenari

Fronte franoso di 150 metri sulla via che porta al Posa Puner: se si muove trascina a valle la strada

VALDOBBIADENE – Frane, emergenza senza fine. L’ultima in ordine del tempo è stata segnalata a Valdobbiadene. Per ora sono solo alcuni segni sull’asfalto, con le nuove piogge rischia di diventare uno smottamento importante. Siamo sulla strada del Madean, che porta al Posa Puner: si è “staccato” da terra un bosco di castagni centenari, un fronte franoso di 150 metri con una profondità di dieci. Così profondo che gli alberi sono rimasti dritti: la frana è sotto le radici. Se si stacca, trascina a valle l’intera strada; alcune abitazioni rischiano di restare isolate. Si muove ancora anche via Patrioti, a Refrontolo: le case non sono a rischio, ma un bombolone del gas è collocato al limite della frana. Per sicurezza, ieri è stato consigliato ai proprietari di disattivare l’utenza. Al confine tra Refrontolo e San Pietro di Feletto, operai intervenuti in via Mire, dove ieri l’asfalto si è “seduto” in corrispondenza di un tornante. A San Pietro, per lunedì pomeriggio il sindaco Loris Dalto ha organizzato un sopralluogo su tutte le frane del Comune, per tranquillizzare la popolazione: le case non sarebbero a rischio. A Colfosco, monitorata via San Daniele (la strada che porta al colle della Tombola): fessurazioni nel terreno non lasciano ben sperare, diversi metri cubi di roccia sono pronti a muoversi, per fortuna le case non sarebbero interessate dal cedimento del terreno. Nel Vittoriese, decine di smottamenti: 12 solo in Comune di Vittorio Veneto. A Cozzuolo, dove una famiglia è stata evacuata e un’altra rimane isolata, il problema riguarda anche via San Mor, da dove la frana è partita: la strada ora siede sul ciglio del precipizio. La situazione più grave (dopo Cozzuolo) è a Formeniga, dove la chiesa è isolata: bloccate entrambe le vie di accesso. In via Somera, a rischio la tubatura del gas collocata sotto la carreggiata. Impraticabile anche via Formeniga, dove l’asfalto della strada si è aperto in più punti: le voragini sembrano quelle di un violento sisma. Attenzione particolare in queste ore per le frane di Sarmede (evacuata un’abitazione) e Fregona (automobili sepolte dal fango a Osigo).

(a.d.p.)

 

Valanga sulla casa Salvata una famiglia con marito disabile

I vigili del fuoco scavano un varco nella terra per liberarli

Pietro Mattiuz trasportato in barella: «È un vero incubo»

VITTORIO VENETO – Una montagna scivolata a valle, e appoggiata sulla casa. In via Val de Mar, a Cozzuolo, sono venuti giù 100 mila metri cubi di fango, terra, roccia. La casa della famiglia Mattiuz è rimasta in piedi, ma è troppo pericoloso restare all’interno: il fronte franoso è in continuo movimento. Ieri i vigili del fuoco hanno provveduto a evacuare l’intera famiglia: mamma Danila, papà Pietro e la figlia Monia. Se le due donne saranno ospitate nell’abitazione dei cugini, poco distante, il papà, con problemi di deambulazione, per i prossimi giorni dormirà a casa dell’altra figlia, che abita a valle. Ieri, durante tutta la giornata, i vigili del fuoco hanno lavorato per oltre due ore per ricavare un varco nella frana, e permettere agli abitanti di uscire dal cortile di casa, “tappato” da quintali di terra, fango, rocce e alberi. Armati di motoseghe e accette, sono riusciti a mettere in salvo i residenti, prima di trasportare su una lettiga il padre verso l’auto della figlia, parcheggiata dove la strada si interrompe per la frana. «Ha sempre vissuto qui, ora non se ne vorrebbe andare», ha spiegato la figlia Monia. «Noi andremo a vivere dai nostri cugini», e chissà quando potranno rientrare nella loro abitazione. Sul posto anche il sindaco di Vittorio, Toni Da Re, la Forestale e diverse squadre dei vigili del fuoco: in molti, sostengono di non aver mai visto una cosa del genere. La montagna sta ancora “camminando”: togliere i quintali di materiale scivolati fino alla casa significherebbe peggiorare la situazione, togliendo un sostegno al fronte franoso. I residenti di via Val de Mar non si erano accorti di nulla: «Solo qualche crepa nel terreno, lunedì» racconta la signora Danila, ancora provata dagli eventi. Poi, una mattina, la strada d’accesso non c’è più, crollata sotto il peso degli alberi scivolati a valle. E la terra è arrivata a coprire le finestre al piano terra. Danila guarda alla montagna, lassù in cima, che l’ha costretta ad abbandonare la casa in cui ha sempre vissuto, e ricorda: «Da quasi un mese a questa parte, il nostro cane veniva a chiamarci di notte. Si lamentava, pensavamo avesse fame. Uscivamo, e lui correva verso la montagna. Voleva che andassimo con lui: aveva sentito qualcosa». Sono circa le 15.30 quando il suo compagno di una vita lascia la loro casa. Spaventato, dopo qualche resistenza iniziale viene convinto a salire sulla barella, dove viene imbragato dai vigili del fuoco che, non senza qualche difficoltà, lo portano via. Per chissà quanto. Se ne vanno anche i forestali, i vigili del fuoco, i volontari intervenuti sul luogo, molti provati dalla dura giornata a tu per tu con lo smottamento. Monia guarda la collina di rocce e terra che si è formata vicino a casa, e che sembra lì da sempre: «In realtà, fino a ieri, questo era un prato».

Andrea De Polo

 

MALTEMPO»le responsabilità

Pra’ dei Gai, il bacino “urgente” da 40 anni

Burocrazia, dossier, annunci. Così l’opera sul Livenza aspetta da decenni

Le guerre con il Friuli, il balletto delle cifre, i fondi parziali: una storia italiana

MOTTA DI LIVENZA «Dopo quasi quarant’anni è stata decisa la strada da percorrere, le proposte ci sono e i progetti sono concreti. Ora dobbiamo affrontare i grandi problemi idrogeologici, perché non ha più senso lavorare per l’ordinaria amministrazione». Così parlò, non Zarathustra, ma Antoni Rusconi, segretario generale dell’autorità di bacino Alto Adriatico. Anno del Signore 2004, a Motta di Livenza. In un convegno che annunciava per il 2005 il cantiere del bacino di laminazione di Pra’ dei Gai. Undici anni dopo. Undici anni dopo, siamo ancora lì. O quasi. L’assessore regionale all’ambiente Maurizio Conte annuncia in questi giorni – dopo la nuova alluvione, ma ora si susseguono ogni 2-3 anni, non più ogni decennio – che il project financing del progetto è approdato in commissione Via, a Venezia, che c’è una buona copertura finanziaria (22 milioni su 30). E che dunque siamo, o saremmo, in dirittura d’arrivo per vedere il grande bacino di laminazione. Passa il tempo, e quella splendida area naturalistica ai confini tra Veneto e Friuli è ancora lì. Miracolosamente intatta, in un Veneto divorato dalla febbre dei capannoni. E’ diventata un’oasi di paesaggio veneto incontaminato, al punto che l’Unione Europea ha voluto proteggerla con l’etichetta Sic, il livello di massima protezione ambientale. La sola certezza, adesso, è che il progetto del bacino al Pra’ avanza. A a fatica, ma avanza. Piano piano, lemme lemme. Un dossier di 43 anni fa. Niente, però, in confronto agli anni. Sono diventati oltre 50 dall’alluvione più tristemente nota; e ne sono trascorsi 43 dal fatidico dossier De Marchi, che nei primi anni ’70 fece luce sulle cause della disastrosa alluvione del 1966. Mezzo secolo. Era un mondo in bianco e nero, nel frattempo si è colorato e globalizzato. Già allora la relazione De Marchi individuava nei Pra’ dei Gai l’area cruciale per risolvere i probelmi idrogeologici del Livenza. Lo sfogo naturale in caso di piene. Mezzo secolo. Chi era ragazzo allora è diventato nonno, gran parte degli alluvionati non ci sono più. Una storia italiana. Mezzo secolo. Una storia italiana, che attraversa anche il secondo millennio, l’hi tech, il mondo 2.0. La battuta, se si vuole ridere, è facile: ne è passata di acqua…. al Pra’, invaso sistematicamente ogni volta che dal cielo cadeva acqua a catinelle per giorni e giorni. Ben più dei 26 milioni di metri cubi d’acqua che il bacino garantisce come cisterna naturale, e che adesso si vuole trasformare in bacino artificiale. Se non si vuole piangere, si dovrà ammettere che questa è una storia italiana. Più precisamente, tutta veneta e nordestina, visto che c’è di mezzo anche il Friuli. E dove Roma, la capitale, il palazzo, c’entrano per una volta ben poco. Ordinaria burocrazia. Un’ordinaria vicenda di burocrazia. Di Regione e Comuni, di Province e comunità. Se non ci fossero di mezzo l’assetto corretto di un bacino come quello del Livenza e la sicurezza di centinaia di migliaia di abitanti, in un territorio nel frattempo diventato anche grande distretto industriale del mobile. Storia di uno stillicidio: di comuni l’un contro l’altro armati, di timori di chi sta a valle contro chi sta a monte. Di ambientalisti e comitati, preoccupati di tutelare un’area con pochi eguali in tutto il Nordest. E di esperti, ingeneri e tecnici che paventano danni a flora e fauna, e allo stesso terreno, per il deposito di limi. Spulciare gli archivi è avvilente. Governatori e assessori, Galan e Zaia, Stival e Conte solo per fare qualche nome hanno annunciato puntualmente l’opera «a breve», hanno «reperito i fondi». Ma siamo ancora qui, alla commissione Via. Il balletto delle cifre. È imbarazzante. Nel 2003 si parlava di 35 milioni: poi diventati in poco tempo 42; adesso siami scesi a 30. Ma ancora a ottobre 2013, solo mesi fa, il governatore Zaia parlava di «25 milioni disponibili su 39 di costo». Attenzione: il piano delle opere pubbliche (luglio 2012), ne stanziava 55. E pochi mesi prima, l’allora assessore Daniele Stival diceva che ne sarebbero serviti solo 27, di cui 20 da fondi nazionali e altri 7 recuperati (con gran vanto) dalla giunta. Adesso siamo a 22 su 30, parola dell’assessore Conte, che in questi giorni ha dovuto fare il punto sugli 11 bacini di laminazione attesi dal Veneto sin dall’alluvione del 2010 e ancora praticamente incompiuti, eccezion fatta per quello di Caldogno. Il governatore si arrabbia: «Sono l’unico ad aver messo in moto i progetti, dopo decenni di stallo». Ma dopo 4 anni deve rifare i conti con l’alluvione, più o meno nelle stesse zone del 2010. E può essere l’attentuante questo clima impazzito che trasforma il Nordest in un’altra regione indiana? La fase chiave. Sullo stallo dei Gai, però, una fase chiave c’è. Fra 2006 e 2007 la Provincia di Pordenone e 5 comuni (Brugnera, Pasiano e Prata, poi Sacile e Pordenone) si oppongono fermamente al progetto. Braccio di ferro interminabile: vertici e veti incrociati, mediazioni, contesa portata sul tavolo dei governatori Galan e Tondo, Zaia e ancora Tondo. Invano: il campanile è più forte delle stesse affinità politiche. I fiumi sono qualcosa di pre-politico, memoria e cromosomi, materiale immateriale, questione ancestrale, identità che mettono in crisi persino la territoriale Lega. Il Veneto tira dritto. Alla fine il Veneto deciderà di tirare dritto. Ma solo nel 2012, dopo che un lustro è passato praticamente invano, a dispetto di chi si è speso per uno straccio di intesa. L’ex direttore del Genio Civile di Treviso, Adriano Camuffo, parlava da profeta nel 2008, andando in pensione: «Sono coinvolte due Regioni, con proprie leggi e regolamenti, si sovrappongono competenze a complicare le cose. Nonostante i protocolli d’intesa ad hoc, i tempi si allungano, sono imbarazzanti, non rispondono all’esigenza di rapidità». Doveva semplificare tutto il passaggio delle competenze dal Magistrato alle Acque alla Regione, ma non sono stati snelliti gli iter per l’approvazione delle opere. Sarà la volta buona? Attenzione alle elezioni: prima delle urne le promesse corrono, salvo poi rallentare dopo gli scrutini e rianimarsi ad ogni appuntamento alle urne. Il timore è che alla fine, comunque vada, anche il grande bacino potrebbe non essere il Totem che protegge da tutti i mali, ma solo un palliativo. Bello, ma non risolutivo. Ne è certo Luigi D’Alpaos, uno dei massimi esperti di idraulica d’Italia, che collaborò con De Marchi per il fatidico dossier post-alluvione. «Pra’ dei Gai è un progetto che assomiglia a una storiella», dice lapidario, «è come se un uomo che non ha da vestire si comprasse una farfallina per lo smoking. E’ un’opera complementare, se a monte non si fa nulla non servirà». E allora torniamo su in Friuli, nel comune di Raba, alla traversa di Colle e alla diga di Ravedis, agli argini friulani, a un accordo interregionale… Buon che nel frattemnpo, specie dopo l’alluvione del 2010, a valle del Pra’, Regione e comuni e Genio Civile, hanno rafforzato gli argini, potenziato le difese, migliorato i regimi della Livenzetta. Il clima si sarà anche tropicalizzato, ma stavolta Motta si è salvata, come parte di Meduna. Lungo il fiume e sull’acqua, intanto, ennesima conta dei danni. Perché tutto scorre, diceva il filosofo. L’acqua, che ha il difetto di allargare quando è troppa, ma anche le carte.

Andrea Passerini

 

I prigionieri delle falde «Troppe licenze edilizie»

Le duecento famiglie marenesi che sono ancora sott’acqua accusano il Comune

Per ogni casa l’emergenza costa mille euro a settimana e giorni di lavoro perso

MARENO – Perizie superficiali dei tecnici, difetti di costruzione e scarsa impermeabilizzazione degli edifici, facilità nel concedere i permessi e scarsa manutenzione dei fossati da parte del Comune: per le famiglie che da giovedì fanno i conti con l’acqua all’interno delle abitazioni, il problema dell’innalzamento delle falde sta tutto qui, tra incuria e lavori fatti senza le dovute precauzioni dove si sapeva cosa c’era poco sotto le fondamenta. E a far crescere la rabbia è il conto che i cittadini dovranno pagare solo per togliere l’acqua che ha invaso muri e pavimenti, senza parlare dei restauri. C’è chi in meno di una settimana ha già speso più di mille euro per liberare scantinati e garage allagati. C’è chi per farlo ha dovuto rimane a casa dal lavoro e chi spende circa 13 euro l’ora di gasolio per far funzionare il trattore. Qualche condominio è arrivato addirittura a pagare 2 mila euro al giorno i camion cisterna per portare via l’acqua che usciva persino dalle pareti. E così le vittime del maltempo puntano il dito contro i costruttori ma anche contro il Comune. «Abbiamo le risorgive in casa», racconta Silvia mentre guarda l’acqua della sua casa invadere entrambe le careggiate di via padre D’Aviano, «Sicuramente ci sono state delle superficialità da parte degli ingegneri che hanno fatto le perizie e del Comune che doveva verificare. Ora ci ritroviamo a pagare un mutuo per una casa in cui dovremmo spendere tra i 20 e i 30 mila euro per sistemarla». Solo per far andare la pompa e il gruppo elettrogeno la donna ha già speso 800 euro in meno di una settimana. «Sono dovuto rimanere a casa dal lavoro e ho dormito 8 ore in 4 giorni», racconta Roberto che ha già messo mano al portafogli per un totale di 900 euro. Per lui quello che è successo non è solo imputabile al maltempo: «Se l’ingegnere dice che l’acqua non c’è e poi ci esce anche dai muri, qualcosa di sbagliato c’è e qualcuno ne ha la responsabilità». In via Papa Luciani il conto per qualcuno è stato molto più che salato: «L’autobotte ci è costata circa 90 euro l’ora», racconta uno dei residenti. Qualcuno qui ha speso 2 mila euro in un giorno. La vicina via Calmessa è parzialmente chiusa al traffico per lasciar sfogare i tubi che giungono dai sotterranei: «Per me l’acqua arriva dall’Oasi Campagnola e finchè non si abbassa il livello lì noi continueremo ad avere l’acqua in casa». Sul piede di guerra anche l’ex assessore comunale di Mareno Antonio Tovenati: «Il sindaco deve chiedere lo stato di calamità naturale, a casa mia la pompa a gasolio che estrae l’acqua costa 10 euro l’ora ed è in funzione di giorno e di notte, 24 ore su 24», protesta Tovenati, «Stiamo organizzando un’unità di crisi tra i residenti». La zona del centro di Mareno in cui vive, nei dintorni di via Canova, via Sile, via Biffis, è una delle più colpite. Dal suo garage si estraggono 2 mila litri d’acqua l’ora. Il conto fatto da Tovenati fa impressione: 10 euro l’ora sono 240 euro al giorno e non si sa per quanto le pompe dovranno ancora dovranno rimanere in funzione. Per qualcuno il Comune non avrebbe solo la responsabilità di non aver verificato i permessi con un po’ più di scrupolosità ma anche quella di non aver pulito adeguatamente i fossati che ora a stento ricevono l’acqua versata dentro dalle pompe. «Sono 8 anni che vado in municipio a chiedere che puliscano il fossato ma non è stato fatto e ora si è creato un tappo», spiega Piergiovanni Biffis, residente in via Canova. Lui il problema dell’acqua in casa non ce l’ha ma teme che si presenti: «Ci scaricano l’acqua delle altre lottizzazioni», dice. «Ha sbagliato tutto il Comune a lasciar costruire qui», protesta Carlo Cattelan dall’altro lato della strada, «Sapevano quale era la situazione e invece hanno permesso di fare gli scantinati senza poi controllare bene». Qualunque sia la causa, alcune strade del paese si sono trasformate in rigagnoli d’acqua che raccontano l’odissea di 200 famiglie.

Renza Zanin

 

«Un’ondata che sale da sotto come l’ansia»

Pompe in funzione da una settimana, 24 ore su 24, condomini organizzati in turni di assistenza

MARENO DI PIAVE «Non ne possiamo più», è una mamma che tiene per mano il figlioletto a esprimere un sentimento comune a decine di famiglie. Quindici le vie solo a Mareno, almeno una trentina le abitazioni e palazzine, dove continuano gli allagamenti, per l’acqua di falda che non accenna a scendere. Da giorni, da quasi una settimana – sabato sono entrate in funzione le prime pompe – da garage, taverne, piani interrati vengono estratti milioni di litri d’acqua. Ininterrottamente, 24 ore su 24, sono in funzione circa 120 pompe, secondo una stima del nucleo locale di Protezione civile. Un mare sotterraneo, quando scenderà è impossibile prevederlo. «Almeno un mese» dice qualche esperto, ma una situazione simile così estesa non aveva precedenti ed è impossibile prevedere la durata. «L’ondata» da sottoterra era arrivata nella notte tra domenica e lunedì. C’è chi è stato svegliato nel cuore dal campanello di casa. «Deve essere successo qualcosa», è stato il pensiero che si è concretizzato in un’ansia quotidiana. I garage sono diventati un lago, fino a mezzo metro d’altezza. Gli allagamenti hanno preso di sprovvista decine di residenti, che non avevano mai visto un goccia in casa. «Una situazione mai vista» sostiene un anziano. Le pompe alimentate da generatori e trattori fanno solo scendere il livello, ma se spente tutto si riallaga in pochi minuti. Ogni gruppo di condomini ha cercato di organizzarsi e in paese si è creata una catena di solidarietà, con l’aiuto di amici, parenti e volontari. C’è chi ha fornito le pompe per poter sputare fuori l’acqua, i tubi per farla salire sui tombini in strada, gli agricoltori hanno messo a disposizione i loro trattori. Tra gli abitanti ci si organizza in turni, giorno e notte, per caricare di carburante pompe e gruppi elettrogeni, per osservare che l’acqua non fuoriesca dai pozzetti e vada nuovamente ad allagare locali e scantinati, per andare a rifornirsi di gasolio. Tutto a proprie spese. «Dove sono le istituzioni» si chiede un pensionato, che è andato ad aiutare i familiari sott’acqua da giorni. Ieri si è rivisto qualche raggio di sole, ma l’incubo è rappresentato dalle prossime precipitazioni. «Vogliamo solo tornare alla normalità» dice una giovane. Lei si è trasferita nel Trevigiano da pochi mesi, è originaria di Venezia. Lì sono abituati all’acqua alta. Ma la falda che si alza è peggio. Rischia di durare per settimane, in alcuni casi forse per mesi, come era accaduto in vicolo Sile a Mareno nel 2010. Mentre, sempre a Mareno, l’oasi di Campagnola è diventata meta di curiosi. «Dipende tutto da lì» è la voce che circola in paese. E si pensa alle soluzioni per evitare rischi in futuro. Ma per adesso si pensa all’emergenza, perchè dove la falda rimane alta, l’emergenza continua.

Diego Bortolotto

 

la denuncia

«Sciacalli tra le case, dopo i danni temiamo anche i furti»

Non bastano decine e decine di migliaia di danni alle abitazioni allagate dall’innalzamento delle falde a Mareno di Piave. Ora tra le famiglie colpite dal maltempo c’è l’incubo delle incursioni degli sciacalli all’interno dei garage, magari per rubare il gasolio che serve ad alimentare le pompe per estrare l’acqua. «Abbiamo visto stranieri aggirarsi tra le case questa mattina e temiamo di subire furti», hanno riferito ieri alcuni residenti del centro, «Qui ci sono continuamente curiosi che vengono a guardare come siamo presi. E’ vero che ci diamo il turno per sorvegliare le pompe ma temiamo che qualcuno possa approfittare della situazione». In un paese piccolo individuare volti mai visti prima o auto nuove non è certo difficile e la presenza degli stranieri ieri mattina non è passata inosservata. La paura è che alla solidarietà nell’emergenza, da parte di chi si è speso gratuitamente per aiutare gli altri, si accompagni il rovescio della medaglia da parte di malintenzionati senza scrupoli, pronti ad approfittare del disagio che le famiglie vivono ormai da una settimana. Potrebbe essere un pregiudizio, ma questo sentimento va anche capito: il paese vive un’emergenza mai provata prima che dura da più di una settimana, e il timore di perdere tutto in una sola volta è troppo grande.

(r.z.)

 

Gazzettino – Il maltempo a Nordest

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7

feb

2014

A Bovolenta si torna a casa, a Lozzo Atestino compare un lago

Il governatore a Palazzo Chigi: «È una catastrofe, ci aspettiamo un rimborso»

LA RICHIESTA  «Peggio del 2010. Pronti a presentare il dossier e il conto»

Zaia batte cassa a Roma. Letta: non ci sono soldi

PADOVA – Paura per gli argini puntellati mentre Montegrotto conta i danni. La Prefettura: pronto anche l’Esercito. Alberghi termali allagati

PADOVA – Alluvione, l’acqua si ritira dalle strade di Montegrotto ma non da ciò che di più prezioso c’è qui: gli alberghi termali. L’onda lunga della piena del Bacchiglione di due giorni fa è arrivata negli scantinati, ma anche in molte palestre e cucine degli hotel a tre e quattro stelle della cittadina termale. Risultato: ieri e in queste ore pompe idrovore in piena azione e maniche rimboccate dei gestori tra le mura degli alberghi Neroniane, Des Bains, Continental, Luna, Commodore, e (con conseguenze meno gravi) negli hotel Imperial, Antoniano, Apollo, Marconi e Bellavista.
L’Associazione albergatori termali Abano-Montegrotto e il Consorzio Terme Euganee hanno giudicato molto preoccupante la situazione, in considerazione del fatto che la stagione turistica si avvicina: una lotta contro il tempo in questi alberghi per ripristinare hall e giardini con relative piscine prima dell’arrivo dei turisti, mentre incombono minacciose le prime disdette di chi, impressionato da quanto accaduto, ha deciso di rinunciare alla vacanza termale.
Intanto Bovolenta, il comune con più sfollati (340) torna a respirare: ieri le persone che avevano dovuto abbandonare (in via precauzionale, perché gli edifici non sono andati sott’acqua) le proprie case, vi hanno fatto ritorno, anche se fanno paura le gigantesche travi di sostegno puntellate contro i “murazzi” che dovrebbero contenere le piene del fiume ma che invece mostrano preoccupanti crepe. Anche a Battaglia, con il quartiere Ortazzo sommerso fino all’altro ieri da un metro e mezzo d’acqua, gli abitanti hanno potuto riaprire le porte di casa, anche se solo per cercare di ripulire le stanze dal fango.
Resta preoccupante invece la situazione nell’area di Lozzo Atestino: dal nulla è comparso un enorme lago, a causa degli allagamenti diffusi delle campagne. Qui è il canale Bisatto a fare paura. Per questo corso d’acqua gonfiatosi a dismisura l’altro ieri erano stati chiusi tutti i ponti di Este. Intanto ieri sera i sindaci dei comuni coinvolti in questa ultima alluvione sono stati ricevuti dal prefetto Patrizia Impresa. La prefettura ha assicurato il proprio impegno in Regione e attraverso il Genio civile affinché le zone critiche possano sempre contare su mezzi idonei e funzionanti per rispondere alle emergenze, a partire dalle pompe idrovore, arrivando anche a promettere l’uso dell’Esercito nelle aree colpite dalle calamità naturali.

 

L’INCONTRO – Un’ora e un quarto di colloquio. Presenti Delrio e Patroni Griffi

«Presidente, in Veneto è una autentica tragedia. Sto per presentare al Governo una richiesta di rimborso». Sono le 13.30 quando Luca Zaia varca la porta dell’ufficio del premier a Palazzo Chigi. Enrico Letta lo ascolta. Capisce. Ma mette le mani avanti: mezza Italia è piena di catastrofi. E le casse piangono. Soldi non ce ne sono. Zaia non si scompone: «Il Veneto è sempre stato trattato da periferia dell’impero. Ma noi ci facciamo sentire».
La sera prima il governatore del Veneto aveva mandato a Letta una lettera chiedendogli di poterlo incontrare personalmente. Per spiegargli la «tragedia». I tre metri di neve caduta in montagna con i conseguenti crolli dei tetti, com’è avvenuto per lo stadio del curling a Cortina. La pioggia, più di quella del 2010. Le campagne trasformate in laghi. Case e aziende sott’acqua. Un centinaio di Comuni coinvoli, Famiglie evacuate. Strade franate. Valanghe di rifiuti venuti giù dai fiumi fino alle spiagge, solo a Jesolo 2mila tonnellate di detriti. Per non dire degli animali, i 12mila pulcini annegati, i 30mila polli a rischio e i mille tori boccheggianti nelle stalle allagate del Padovano.
Sono in quattro nella stanza del premier a Palazzo Chigi. Il presidente Enrico Letta. Il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Filippo Patroni Griffi. E Zaia. Che ringrazia della celerità con cui la sua richiesta è stata accolta. Certo, dopo l’invio della lettera si era messa in moto la “diplomazia”, ma sul vertice continuava a restare un punto interrogativo: troppi gli impegni del premier, dal consiglio dei ministri alla direzione del Pd per il faccia a faccia con Matteo Renzi. Ma i “diplomatici” ce l’hanno fatta e in mattinata a Venezia è arrivata la telefonata: il governatore sarà ricevuto alle 13.30.
L’incontro dura un’ora e un quarto. «In Veneto è una autentica tragedia», scandisce il governatore. Che elenca: la neve, il blackout, la pioggia, i fiumi, l’alluvione, gli arenili. Come al solito sa tutti i numeri a memoria. «Presidente – riassume Zaia guardando Letta – quella che abbiamo avuto è la combinazione di una tempesta perfetta. Abbiamo bisogno di aiuto».
Non dice quanto. Prima di quantificare l’entità dei danni, il governatore del Veneto vuole un censimento certo. Ha dato cinque giorni di tempo ai sindaci per fare i primi conti: non si aspetta immediatamente l’ammontare esatto al centesimo, un censimento dei danni più dettagliato sarà fatto più avanti, quando si avrà l’esatta dimensione di quello che la neve e l’acqua hanno provocato. «Faremo come nel 2010, presenteremo un dossier con tutti i dati, il numero dei Comuni coinvolti, le famiglie, le aziende, le strade interrotte, gli arenili danneggiati».
«Abbiamo già dichiarato lo stato di calamità», ricorda il governatore al premier. E un effetto, quel decreto, l’ha sortito: ieri la Protezione civile di Franco Gabrielli ha mandato in Veneto quattro ispettori nazionali per compiere una serie di sopralluoghi. Zaia aveva già parlato con Gabrielli e aveva capito che il capo dipartimento della Protezione civile «ha una idea molto chiara della nostra situazione». Solo che bisogna far capire anche al Governo che «non è una catastrofe inventata».
L’attenzione del premier c’è. Ascoltano con attenzione il ministro e il sottosegretario. Anche perché Zaia non apre nuovi fronti, non chiede ad esempio poteri commissariali. Parla solo degli ingenti danni provocati dal maltempo. E quindi della necessità di aiutare una regione di 5 milioni di abitanti che nelle casse dello Stato lascia 21 miliardi di tasse all’anno.
Letta ascolta e annuisce. E quando parla non dice cose entusiasmanti per il Veneto. Come presidente del Consiglio dei ministri sta assistendo a una catastrofe dietro l’altra. Capisce, certo. Ma c’è una ristrettezza di risorse economiche. Non lo dice in maniera così brutale, ma la sintesi è che non ci sono soldi. Zaia non batte ciglio: «Presidente, sto per presentarle una richiesta di rimborso». Il premier lo sa.
Tre ore dopo, Fiumicino. Il governatore del Veneto sta per imbarcarsi sull’aereo che lo riporterà a Venezia. Risponde al telefono, racconta com’è andato l’incontro. Obiezione: se Letta ha detto che ci sono problemi di cassa, vuol dire che non scucirà un centesimo? «Posso capire le difficoltà – dice Zaia – ma, come per Berlusconi nel 2010, adesso aspettiamo i fatti. Non possono dire di no». Potrebbe servire un pressing bipartisan, trasversale, da parte della politica e dei partiti? «È fondamentale che la squadra veneta si faccia sentire. Ho apprezzato che la quasi totalità della politica del Veneto abbia dimostrato una grande senso di responsabilità, come avvenne nel 2010».
Allora arrivarono da Roma 300 milioni. Stavolta?

Alda Vanzan

 

Jesolo, drammatico day-after

Le spiagge sommerse dai detriti

Per il sindaco Valerio Zoggia la mareggiata prolungata avrebbe fatto sparire oltre 200 mila metri cubi di sabbia»

Danni per milioni. I sindaci: «La Regione ci aiuti, non ci sono solo i problemi della montagna»

«Rischiamo di dover raccogliere oltre 7mila tonnellate di rifiuti: un disastro»

COLDIRETTI – Annegati 12mila pulcini. A rischio 30mila polli e un migliaio di tori

Detriti spiaggiati e arenile eroso: i danni rischiano di superare i 5 milioni di euro. Diventa sempre più pesante la situazione per la spiaggia di Jesolo. E anche Bibione e Caorle devono fare i conti con gravi danni provocati dal maltempo. Ieri mattina il sindaco di Jesolo Valerio Zoggia ha compiuto l’ennesimo sopralluogo con un esito definito sconfortante. Già, perché solo a gennaio i rifiuti depositati sono stati oltre 2mila tonnellate per un costo di recupero stimato in 300mila euro. Ma con il Piave e il Sile in piena, i detriti continuano a depositarsi sulla spiaggia aggravando il bilancio. «È molto peggio di quanto si possa pensare – ha commentato il sindaco – i rifiuti sono presenti ovunque ma soprattutto nella spiaggia di Cortellazzo. Purtroppo i detriti continuano a depositarsi e avanti di questo passo rischiamo di superare le cifre dello scorso anno, quando abbiamo raccolto oltre 7mila tonnellate di rifiuti spendendo 1 milione 118 mila euro. La Regione non può lasciarci soli: non ci sono unicamente i problemi della montagna e la nostra città non è più i grado di sostenere i costi della rimozione dei rifiuti».
Una questione che martedì il sindaco Zoggia affronterà con gli assessori regionali presentando i dati dei danni. E se non ci saranno risposte, dal Comune potrebbe addirittura partire una class action contro gli enti sovracomunali. Tanto più che a preoccupare c’è anche l’erosione della spiaggia, peggiore rispetto allo scorso anno. «Perché la mareggiata è durata più a lungo – aggiunge Zoggia – per quantificare i danni con esattezza dobbiamo aspettare che il mare si calmi: con molta probabilità a sparire sono stati oltre 200mila metri cubi di sabbia». In questo senso dal Comune si attendono con fiducia gli esiti della sperimentazione avviata dall’Università di Padova per studiare, attraverso dei modelli matematici, le maree in modo da elaborare dei progetti di difesa della costa. Preoccupante anche l’erosione nella spiaggia di Cavallino Treporti dove ieri il sindaco Claudio Orazio e l’assessore al Demanio Claudio Castelli, hanno effettuato una serie di verifiche: «Occorrerà avviare il ripascimento a Ca’ Savio e Ca’ di Valle – ha detto il sindaco -. In questa spiaggia poi c’è un chiosco che in ogni mareggiata rischia di crollare, verrà spostato di 250 metri».
Nel Veneto Orientale il mare ha divorato almeno 50mila metri cubi di sabbia a Bibione, mentre a Porto Santa Margherita la spiaggia è stata cancellata. E come a Jesolo, il problema serio è dato dai rifiuti, migliaia di tonnellate di ogni tipo: plastica, carcasse di animali e tanta legna, ma che nessuno può raccogliere. Per questo l’assessore provinciale alla Protezione civile, Giuseppe Canali, chiede al governatore Zaia che decreti quei rifiuti legnosi “non speciali”: in questo modo possono essere raccolti dalla popolazione risparmiando milioni di euro.

Giuseppe Babbo (Ha collaborato Marco Corazza)

 

VENEZIA – Previsti lavori in tempi brevi. Costa: «Sono stati indicati tutti gli obiettivi»

Grandi navi, arriva il sì dal Senato

ROMA – Grandi navi, tre mesi per decidere. L’Aula del Senato ha approvato ieri un Ordine del giorno “unitario” sul transito delle grandi navi nella Laguna di Venezia, nell’ambito dell’esame delle mozioni presentate dai gruppi M5s, Pd, Ncd, Fi, Sc. I punti principali dell’Odg riguardano la comparazione delle soluzioni, la valutazione dei progetti, la conclusione dell’esame entro tre mesi, e arrivare dopo avere scelto ad effettuare i lavori nel più breve tempo possibile. Il governo aveva chiesto modifiche al testo non accettate dai senatori; sull’Odg originale il governo si è poi rimesso all’Aula, che l’ha approvato con 229 voti favorevoli, nessun voto contrario, e 2 astenuti. Il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa ha chiesto “tempi certi per allentare la pressione su San Marco evitando così la crisi del settore”. Soddisfatti i senatori veneti di FI Casellati, Piccoli, Marin, Bonfrisco e Zanettin che hanno sottolineato che è stata di fatto raccolta la loro mozione.
La questione dei tempi è fondamentale, due dei quattro punti trattati prevedono infatti che le valutazioni comparative delle soluzioni vadano presentate entro 30 giorni e concluse entro 3 mesi, mentre i lavori dovranno essere terminati nel minor tempo possibile.   

 

AUTOSTRADE – Vertice all’Aiscat non decisivo ma i tecnici del ministero e delle concessionarie cercano l’accordo

Sconti sui pedaggi, gli sherpa al lavoro

Cav, solo 200 abbonati. Il taglio tariffe esclude il grosso dei pendolari Ve-Pd e non compensa il maxi-aumento

Allora, ci fanno questi benedetti sconti? L’incontro che era stato annunciato come “decisivo”, ieri all’Aiscat, a Roma, di tutte le concessionarie autostradali, è stato – sembra – interlocutorio. L’unico passo avanti, forse, potrebbe essere compiuto dall’incontro “tecnico”, che è proseguito a tarda sera, e che dovrebbe chiarire le compatibilità economiche degli sconti per i pendolari.
Sul tavolo la proposta del ministro Lupi, frettolosamente annunciata in vigore per febbraio: sconti ai pendolari fino al 20 per cento del pedaggio, per chi fa almeno 20 entrate e 20 uscite nel mese, tra caselli fissi e distanti non più di 50 Km. Le concessionarie autostradali hanno però ribadito al ministro un concetto semplice semplice: e cioè che gli sconti sono denari veri che escono subito dal bilancio, mentre le promesse di allungamento delle concessioni, sulle quali è tutta da vedere la posizione dell’Unione Europea, sono parole. Il tavolo tecnico in corso nella notte dovrebbe servire a mettere nero su bianco il possibile compromesso: tot sconti, tot allungamento delle concessioni o altri interventi normativi che consentano alle concessionarie di tutelarsi.
La questione è stringente soprattutto per Cav e per Autovie Venete: perché le concessionarie del Nordest, con i pedaggi, non devono solo pagarci la manutenzione, ma anche le opere stesse, perché lo Stato per il Nordest non ha mai i denari, nonostante i 26 miliardi l’anno che succhia dalle tasse. La Cav deve “rimborsare” all’Anas il costo miliardario del Passante, Autovie deve finanziare la terza corsia.
Se un accordo fosse trovato, potrebbe pure darsi che gli sconti fossero “retroattivi”, a decorrere dal 1. febbraio, perché il Telepass ha comunque già registrato i passaggi e la bolletta è trimestrale. Per ora, però, l’unica cosa certa sono gli sconti del 20% ai pendolari sull’Autobrennero, del 10% sulla Brescia-Padova e gli sconti del 40% tra Mirano-Dolo e Padova Est che la Cav concede però ai soli residenti a Dolo, Mira, Mirano, Pianiga e Spinea, e che hanno avuto zero successo: solo 200 abbonati. Ma è naturale che sia così: gli sconti riservati ai residenti nei cinque comuni escludono la gran parte dei pendolari tra Venezia e Padova, che risiedono invece nei due capoluoghi o in altri Comuni dell’area metropolitana. E poi, nelle altre autostrade, gli aumenti sono stati dell’uno-tre per cento. Ma il pedaggio Mestre-Padova Est, che di fatto era 0,80 facendo – del tutto legittimamente – il tornello a Vetrego, è passato a 2,80. Un aumento del 350 per cento, che non c’è sconto del 40% che possa compensare. Chi pagava andata e ritorno 1,60 euro, e gli pareva già abbastanza, non ci pensa proprio a pagare i 5,60 del pedaggio attuale “normale”, e neppure i 3,40 del pedaggio scontato. Per cui, i vecchi tornellisti semplicemente scelgono altre strade, come ognuno può vedere, perché una tredicesima all’anno da regalare alla Cav, non ce l’hanno proprio. Ed è questo il problema di cui la politica dovrebbe farsi carico.

 

ALTIVOLE – Italia Nostra denuncia l’abuso dello Sportello Unico, strumento previsto dalla legge

Azienda si amplia

«È un simbolo del dissesto»

IL RISCHIO – Il cemento in campagna causa disastri naturali

L’ACCUSA – Procedure semplificate a danno dell’ambiente

Un dossier contro la cementificazione del territorio. È quello che Italia Nostra ha messo nero su bianco e inviato ai parlamentari trevigiani e veneziani. Nel mirino dell’associazione è finito in particolare l’ampliamento dell’Artuso Legnami di via Edificio a Caselle. «Un caso che riteniamo simbolico -scrive il presidente, Romeo Scarpa- dei danni prodotti sul territorio dall’uso disinvolto dello strumento dello Sportello unico per le attività produttive». «Tale vicenda -aggiunge- è tanto più significativa proprio nel momento attuale, in cui tre giorni di pioggia in pianura vengono definiti evento eccezionale e comportano esondazioni di fiumi e torrenti». La storia dell’ampliamento preso in esame è lunga e tortuosa: nasce con un accordo tra l’impresa e il Comune ed è finita più volte sui banchi del Tar in seguito ai ricorsi di un residente nelle vicinanze del nuovo insediamento. Fino a un ultimo ricorso al presidente della Repubblica. Ma ad oggi, va detto, la giustizia amministrativa non ha avuto nulla da ridire sulle procedure seguite. «Utilizzando i margini concessi da una legislazione regionale derogatoria, il Comune di Altivole ha consentito il progressivo ampliarsi di un’azienda produttiva in piena zona agricola -denuncia Italia Nostra- Tutto legale e legittimo, per carità. Lo dicono le sentenze amministrative. Ma nella sostanza vi è la conferma che il famoso dissesto urbanistico del territorio non è altro che la somma di centinaia di comportamenti simili a questo». Perché, si chiede l’associazione, lo stabilimento non è stato spostato in una zona industriale? Magari in una di quelle lasciate ormai tristemente vuote dalla crisi? «In una foto del 2004 è evidente che attorno a una casa rurale originaria ci sono campi e due annessi rustici destinati a piccola fabbrica: sembrerebbe semplice incentivare il privato a trasferirsi in un’area industriale ad hoc -prova a darsi una risposta il gruppo- perché non si fa? Per i soliti problemi di “schei”: l’area agricola attorno costa tra i 6 e i 10 euro al metro quadrato, mentre un’area industriale lottizzata costa 100 euro al metro quadrato». Tutto in regola, meglio ripeterlo. Ma per Italia Nostra non ci sono dubbi: sa da una parte le carte sono a posto, dall’altra c’è un problema morale grande come una casa. Anzi, come un capannone. «Il danno fatto è ormai irreparabile -conclude Scarpa- ma ci auguriamo che i cittadini di Altivole alle prossime elezioni sappiano scegliere chi non fa di simili interventi un vanto e mandi a casa amministratori che magari vincono al Tar e al Consiglio di Stato ma che sono destinati a essere ricordati come novelli Attila».

Mauro Favaro

 

Naviglio salvo grazie alle chiuse

L’ITER «Le modalità ora sono più semplici»

IL CONSORZIO «Evitato il peggio grazie ai lavori fatti»

«Abbiamo evitato il peggio, ma bisogna continuare a investire nella salvaguardia del territorio». Dopo lo scampato pericolo dei giorni scorsi, e in attesa di una nuova perturbazione nel pomeriggio di oggi (meno intensa della precedente), il Consorzio di bonifica spiena come il lavoro svolto in questi anni ha consentito di limitare i danni. «Non c’è dubbio – osserva il presidente del Consorzio di bonifica Acque risorgive Ernestino Prevedello – che anche gli interventi realizzati in questi ultimi anni hanno consentito di risolvere alcuni nodi critici della rete idrografica che in passato avevano creato forti disagi. Ma ancora una volta abbiamo verificato come sia urgente realizzare anche le altre opere programmate».
«Bisogna finanziare di più i Consorzi di bonifica – gli fa eco l’assessore provinciale alla Protezione civile Giuseppe Canali – per ricalibrare argini, potenziare le idrovore e garantire la pulizia dei corsi d’acque: tutte operazioni necessarie alla tutela del territorio».
Anche gli agricoltori possono tirare un sospiro di sollievo: «In questo periodo gran parte dei terreni agricoli è in fermo coltura – dice Jacopo Giraldo, presidente della Coldiretti provinciale – Pur lamentando allagamenti in tutta la provincia, i danni provocati all’agricoltura possono definirsi di moderata entità. Altre piogge potrebbero arrecare danno alla coltivazione del frumento, le cui piantine potrebbero marcire per la mancanza di ossigeno. Qualche problema potrebbero averlo anche le piante da frutto. In Riviera del Brenta il problema degli allagamenti provocati dalle acque meteoriche è stato piuttosto contenuto. Gran parte del merito va alla presenza dei Consorzi di bonifica».
Sulla questione emergenza maltempo, anche l’assessore alla Difesa del suolo, Maurizio Conte, commenta lo scampato pericolo. «Il maltempo e le piogge continue di questi ultimi giorni hanno messo a dura prova la tenuta dei fiumi tra Mestre, Miranese e Riviera del Brenta. Rispetto a quanto avvenuto nel 2010, il maltempo nel Veneto ha messo in luce una criticità diversa: si sta allagando il sistema secondario dei corpi idrici e non è possibile smaltire l’acqua in eccesso verso i grandi fiumi perché sono già pieni». Ma per il futuro non basta: «L’azione forte da fare nei confronti del Governo – ha evidenziato ancora l’assessore, è di tornare a chiedere di liberare dal Patto di stabilità le risorse destinate a far fronte al dissesto idrogeologico. Attualmente, infatti, anche in presenza di un piano di interventi, le risorse non potrebbero essere spese a causa di questi vincoli. Inoltre, per accelerare la tempistica rispetto all’emergenza ci vorrebbe un commissario con poteri speciali. Con le procedure ordinarie servono anni per realizzare un semplice bacino di laminazione».

Vittorino Compagno

 

MIRA – La rete di canali della Riviera del Brenta ha retto all’ondata di maltempo dei giorni scorsi. «Grazie alla collaborazione di tutti i Comuni dell’area – ha spiegato il sindaco di Mira Alvise Maniero – e dei corpi di Protezione civile abbiamo regolato il flusso delle chiuse così da salvare il Naviglio da possibili inondazione, e di questo ringrazio tutti». Il sindaco non dimentica l’apporto che a Mira hanno dato i 50 volontari della Protezione civile e dell’Alta (l’Associazione lagunari truppe anfibie) che ieri hanno avuto finalmente un po’ di tregua, grazie al miglioramento del tempo, anche se purtroppo sembra di breve durata.
Ieri è stato anche il momento della conta dei danni. I 20 metri di tubi rubati da una delle due idrovore sul canale Lusore in via Ghebba a Oriago di Mira costeranno all’amministrazione comunale di Mira circa duemila euro rendendo inutilizzabile, in piena emergenza allagamenti, un investimento di 16 mila euro. «L’azione dei volontari – ricorda Maniero – è stata fondamentale per consentire all’Ufficio tecnico di rispondere alle tante situazioni di criticità che si sono determinate contemporaneamente in un’area vasta come è quella del Comune di Mira». Il sindaco ha inviato anche una lettera di ringraziamento al coordinatore della Protezione civile comunale Franco Favaro e al presidente dell’Alta di Mira Claudio Stramazzo, ringraziandoli «per il generoso e professionale intervento».

Luisa Giantin

 

L’EUROPARLAMENTARE GARDINI «Sì all’idrovia con i fondi europei»

DOLO – «Quell’idrovia s’ha da fare». Dopo la presentazione di una istanza parlamentare presentata da tre senatrici ex M5S e ora del Gap, il progetto per la realizzazione dell’idrovia Padova-Venezia quale canale scolmatore in grado di versare in laguna 400 metri cubi d’acqua al secondo ha trovato anche nell’eurodeputata di Forza Italia Elisabetta Gardini una convinta sostenitrice. «Ho sentito parlare dell’idrovia sin da bambina e ora che mi ritrovo in età matura siamo ancora qui a parlarne. Sono una fautrice dell’opera e di tutte le strutture che possono dare risposte importanti al problema idraulico del territorio, come gli invasi fatti nelle sedi e modalità giuste. Non abbiamo più tempo ed è ora di passare all’azione. L’iter del meccanismo europeo di Protezione civile consente di erogare fino al 2020 importanti contributi in proposito. Le modalità sono state semplificate e io seguirò in prima persona il percorso per accedere ai mutui. Abbiamo trascurato per troppo tempo il nostro territorio e molti di questi eventi naturali diventano veri disastri ambientali». Per l’ingegnere padovano Luigi D’Alpaos, uno dei massimi esperti idraulici in Italia, l’idrovia Padova-Venezia rappresenta l’unica vera «via di fuga delle acque in eccesso che non trovano, in caso di piena, lo sfogo tramite i fiumi Bacchiglione e Brenta».

(v.com.)

 

Passata l’emergenza, la Regione chiede al Governo meno vincoli finanziari

«Bonifica fuori dal Patto»

DOLO – Danneggiata una delle barchesse dell’edificio che ospita la biblioteca comunale

È crollato il tetto a villa Concina

Casse vuote. A rischio l’intervento di restauro

Le recenti abbondanti piogge hanno causato il crollo di parte del tetto di una delle due barchesse di villa Concina, sede della Biblioteca comunale e degli uffici degli assessorati allo sport, cultura ed istruzione del Comune di Dolo. L’altra barchessa è stata di recente restaurata e i lavori sono in fase di ultimazione, l’edificio dovrebbe diventare operativo nelle prossime settimane ed ospitare anche alcuni uffici comunali.
La barchessa danneggiata dal maltempo degli ultimi giorni, invece, è utilizzata come deposito comunale per attrezzi e materiali ed è da tempo in condizioni precarie, lungo via Comunetto i muri del complesso sono puntellati per evitarecrolli. L’assessore ai Lavori pubblici Alessandro Ovizach non è sembrato sorpreso del crollo. «Sapevo che la situazione era grave e le piogge continue hanno accelerato la caduta di parte del tetto».
Meno certo il futuro dell’edificio danneggiato dal maltempo. Sarà restaurata anche questa barchessa? «Abbiamo quasi ultimato i lavori dell’altra barchessa e serve un investimento importante per sistemare anche questa». Un impegno evidentemente cospicuo che non è certo il Comune abbia intenzione di sostenere, in questa fase critica per le finanze locali. Ma almeno la messa in sicurezza del tetto che rischia di crollare diventa a questo punto indifferibile.

Lino Perini

 

Nuova Venezia – Maltempo, l’ora dei bilanci.

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6

feb

2014

In campagna danni ingenti

Primo bilancio dell’alluvione, polemica a Jesolo sui detriti

Coltivazioni distrutte danni per milioni di euro

Coldiretti: raccolti compromessi per cereali, ortaggi, coltivazioni in serra

Quaggio (Cia): escavazioni e manutenzioni non possono più attendere

PORTOGRUARO – Dai cereali (frumento, colza, orzo) del Portogruarese agli ortaggi a pieno campo del Miranese fino alle coltivazioni in serra del litorale di Cavallino-Treporti. Nel mondo dell’agricoltura è iniziata la conta dei danni causati dall’alluvione che ha colpito il territorio. «Per la sola provincia di Venezia si parla già di vari milioni di euro», è il grido d’allarme degli agricoltori, che chiedono alle istituzioni di realizzare, con urgenza, le opere ormai non più rinviabili di messa in sicurezza idraulica del territorio. «L’agricoltura del Veneziano ha subìto ingenti danni», commenta Giorgio Piazza, presidente regionale di Coldiretti e imprenditore vitivinicolo di Annone, «nell’area del Portogruarese si concentrano le coltivazioni a seminativo di cereali autunno vernini. Il persistere delle precipitazioni ha provocato il ristagno dell’acqua: accusando principi di asfissia nelle piante, il raccolto potrebbe essere compromesso. Per gli ortaggi a pieno campo, nelle zone di Mirano e Scorzè allagate per giorni, incombe il marciume. Non va meglio per le serre di Cavallino-Treporti, dove l’umidità ha segnato le verdure con attacchi fungini». Per Coldiretti è ancora presto per poter quantificare l’esatto ammontare dei danni, ma ci sono tutti i presupposti perché la cifra possa toccare i valori raggiunti dopo la terribile alluvione del 2010. «Quattro anni fa le perdite in Veneto sommavano a 16 milioni di euro. Anche in questo caso non ci allontaniamo da quelle stime regionali. Per la sola provincia di Venezia si parla già di vari milioni», conclude Piazza. Gli agricoltori si sono già rimboccati le maniche. Ma chiedono che anche la politica si metta al lavoro, per realizzare quegli interventi di messa in sicurezza idraulica del territorio che non possono più attendere oltre. «La politica e le istituzioni, numeri alla mano, devono dare risposte efficaci in tempi brevi, o si renderanno responsabili di un disastro annunciato più volte. A meno che non si voglia alzare il livello delle acque con lacrime di coccodrillo», attacca Paolo Quaggio, presidente provinciale della Confederazione Italiana degli Agricoltori. Cia Venezia ha realizzato anche un documento per evidenziare gli interventi idraulici prioritari. «Le precipitazioni di questi giorni hanno ancora una volta messo in crisi la sicurezza idraulica del territorio. Finora i danni maggiori sono avvenuti nel Veneto Orientale, ma anche il resto della pianura è in sofferenza. È troppo presto per una stima dei danni», analizza Quaggio, «ma è ormai palese che siano urgenti opere di manutenzione e ripristino del territorio, sia per la rete idrografica minore (scoli privati e consortili) che soprattutto per il sistema Brenta-Bacchiglione, quello attualmente a maggior rischio». Quest’ultimo sistema, di cui fa parte anche il Fratta Gorzone, ha volumi d’acqua in gioco assai rilevanti, anche di cento volte superiori agli altri. «È indifferibile l’avvio dell’escavazione dell’idrovia Padova-mare, in modo da poter scolmare, in caso di necessità, fino a 400 o 500 metri cubi di acqua al secondo. Una quantità», conclude Quaggio, «che, se dovesse riversarsi al di fuori degli alvei fluviali, avrebbe effetti distruttivi simili a quelli dell’alluvione del 1966». Ma Cia Venezia indica come priorità altrettanto urgenti anche il ripristino delle arginature («In più punti indebolite e parzialmente crollate», rilevano gli agricoltori) e il risezionamento degli alvei, alcuni dei quali da troppo tempo non sono oggetto di interventi idraulici.

Giovanni Monforte

 

Denuncia di Alisea spa: costi quadruplicati in quattro anni

JESOLO. Dal 2009 al 2013 il costo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti è passato da 305mila euro, nel 2009, a un milione 118mila euro nel 2013, per un totale di 7.216 tonnellate di rifiuti. I numeri dello scorso anno potrebbero addirittura essere superati, o nella migliore delle ipotesi confermati, anche per quanto riguarda i costi da sostenere a fronte di contributi minimi. Una brutta grana per Alisea Spa, la società che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, e il presidente Gianni Dalla Mora che sta cercando di elaborare una strategia e un piano di interventi adeguato per il risparmio dei costi. «Alla fine di gennaio 2014», dice il presidente di Alisea, «la quantità da noi gestita tocca già le duemila tonnellate per un costo di 300mila euro. Se solo potessimo evitare di portare tutto il legno in discarica i costi pari a 155 euro a tonnellata potrebbero essere dimezzati». Le soluzioni nel breve periodo ci sono, adesso è solo una questione di autorizzazioni». Intanto da Torre di Mosto, il sindaco Camillo Paludetto, ex presidente della Conferenza dei sindaci del Veneto Orientale, ha chiesto al nuovo presidente Andrea Cereser, che fine abbia fatto il piano per la sicurezza e difesa idrogeologica da lui predisposto prima del passaggio di consegne.

(g.ca.)

 

«Class action per tutelare i cittadini di Jesolo»

Avvertimento del sindaco Zoggia alla Regione: «Non possiamo accollarci noi il costo dello smaltimento di tutti i detriti che arrivano sulle nostre spiagge»

JESOLO – Una class action per tutelare i cittadini di Jesolo davanti ai costi enormi per la pulizia della spiaggia. Dopo la mareggiata sono in arrivo tonnellate di rifiuti. Duemila solo a gennaio costeranno circa 300 mila euro per lo smaltimento. L’anno scorso furono settemila in tutto per un milione e 118 mila euro di costi. Lo ha annunciato ieri l’assessore all’Ambiente di Jesolo, Otello Bergamo, durante il tavolo riunito in municipio. I sindaci della costa veneziana, con il coordinatore, sindaco di Bibione, Pasqualino Codognotto, hanno già chiesto un incontro in Regione con Zaia. L’erosione ha provocato danni attorno ai 10 milioni di euro. Tre milioni circa a Jesolo, due a Bibione. Danni ingenti anche a Eraclea e Cavallino Treporti, in fase di elaborazione, poi a Caorle. E le spiagge sono coperte di rifiuti. Si cerca di declassare almeno i rifiuti da speciali a normali rifiuti per poterli conferire a costi più bassi. «In questi giorni abbiamo fatto numerosi sopralluoghi», spiega il sindaco di Jesolo Valerio Zoggia, «questa situazione non è più sostenibile in quanto lo spiaggiato di queste mareggiate arriva dai comuni che si affacciano sull’asta del Piave e del Sile. È giunto il momento che gli enti sovracomunali si facciano carico di questo annoso problema che non può più essere sostenuto solamente dalla comunità jesolana». Non è solo la montagna a dover preoccupare la Regione e Zoggia invita a Jesolo gli assessori regionali Finozzi e Conte perché si rendano conto dei danni. «Negli ultimi cinque anni questo problema si è più volte riproposto: da straordinario è diventano ordinario per Jesolo e per la nostra società», ha aggiunto il presidente di Alisea Gianni Dalla Mora. «Il problema va affrontato con urgenza affinché le autorità competenti in materia adottino delle soluzioni contingenti». Bisognerebbe intanto modificare la normativa per poter considerare la sabbia un bene da poter accatastare e rimuovere solamente una volta che il legno si sarà del tutto asciugato, variare il codice assunto dallo “spiaggiato”, per poter avviare la raccolta a un impianto per recupero energetico. Infine chiedere lo stato di calamità anche per le nostre spiagge». La FederConsorzi di Jesolo ha espresso la posizione degli operatori dell’arenile. «Chiediamo e auspichiamo che si trovino delle soluzioni affinché questo declassamento dello spiaggiato arrivi velocemente così come chiediamo agli enti sovracomunali di autorizzare i privati alla raccolta di rami accorciando di fatto le tempistiche di smaltimento dei detriti di queste settimane», ha detto il presidente, Renato Cattai, «inoltre mettiamo a disposizione di Alisea anche i nostri mezzi perché possano essere di supporto per superare questa emergenza». E ha proposto di consentire ai cittadini la raccolta del legname sulla spiaggia, idea lanciata su Facebook dal consigliere Daniele Bison che ha subito raccolto moltissime adesioni. Coinvolto anche il Bim del Basso Piave, il cui vice presidente Mirco Corsera è di Jesolo, che ha allertato i senatori Piccolo e Dalla Tor e il ministro all’Ambiente Orlando, per ottenere il cambio codice dei detriti spiaggiati.

Giovanni Cagnassi

 

«Lido e Pellestrina dimenticati»

Spazzati due metri di sabbia. L’appello degli operatori: «Uniamoci o moriremo»

LIDO – Due metri di sabbia spazzati via dal mare. Tanto sono riuscite a fare le onde nel corso della mareggiata che ha colpito anche il Lido di Venezia, facendo riemergere il basamento della vecchia diga del Consorzio Alberghi. Una struttura che era sepolta sotto un metro e mezzo di sabbia, e che ora ne emerge per almeno 50 centimetri. «E questo è il risultato di quanto non viene fatto a sufficienza per il Lido», tuona Francesco Volo, responsabile dello stabilimento lidense. «Da mesi continuiamo a ripetere che al Lido serve un intervento cospicuo di ripascimento, che vanno costruite le dighe soffolte che spezzano le onde al largo dell’isola, e che vanno potenziati i pennelli attualmente non sufficienti a difendere le nostre spiagge. Però nessuno ci ascolta. Vorrà dire che proverò a scrivere anche al Presidente della Repubblica, vediamo se in questo modo otterremo qualcosa». Il sollecito è naturalmente indirizzato a Regione e Magistrato alle Acque. Ma Volo rincara poi la dose: «Sul litorale a nord del Lido tutti si organizzano per trovare fondi e soluzioni, qui al Lido e a Pellestrina veniamo invece dimenticati. Un altro esempio? La grande duna di sabbia che innalziamo al Consorzio Alberghi ogni autunno per difendere le capanne e le strutture, ci costa 6 mila euro. Ora dovremo rifarla perché le onde del mare ce l’hanno ridotta di molto. In questo modo dovremo spendere altro denaro, e così si annulla tutto il guadagno che ci può essere in una stagione balneare. Siamo esasperati dalla situazione che affrontiamo ormai, più volte, ogni inverno. Qualcuno deve ascoltarci e risolvere questo problema che non è solo del Consorzio Alberghi, ma anche di altri stabilimenti balneari che hanno un arenile ancor più ridotto davanti alle capanne o ai ristoranti». E negli ultimi giorni sia la Municipalità che il Consorzio balneari dell’isola si erano già mossi con il Comune per cercare di ottenere un incontro con la Regione e il Magistrato alle Acque. Senza contare che nei prossimi giorni è atteso l’arrivo di legno e rifiuti sulle spiagge lidensi, effetto delle piene dei fiumi che si scaricano in mare nell’area del nordest della regione.

Simone Bianchi

 

Erosione a Cavallino: oggi un sopralluogo per definire gli interventi 

CAVALLINO. Sopralluogo per valutare i danni della mareggiata previsto per stamattina sulla spiaggia di Cavallino-Treporti da parte del sindaco Claudio Orazio e dell’assessore al demanio Claudio Castelli assieme ai tecnici comunali. Il monitoraggio servirà a stimare con più precisione il fronte dell’erosione marina delineando gli interventi da programmare per la pulizia della grande quantità di detriti trasportati dalla mareggiata di questi ultimi giorni. Intanto il comandante della protezione civile comunale, Vincenzo Martin, offre già un quadro dell’erosione di porzioni di spiaggia più colpite come Ca’ di Valle e Ca’ Savio. «Sul fronte marino» spiega «il punto più a rischio e quello del chiosco di Ca’ di Valle, puntualmente minacciato dalle onde ad ogni mareggiata. È evidente che quel manufatto dovrà essere spostato per trovargli una sistemazione più idonea. Io posso solo auspicare che si trovi al più presto una soluzione definitiva perché l’attuale posizione del chiosco è onerosa per tutti. Erosi anche altri punti come la spiaggia di Ca’ Savio». «La Protezione civile» continua «è intervenuta per allagamenti contenuti causati dal malfunzionamento delle chiaviche che hanno provocato il mancato deflusso dell’acqua dai terreni ai canali quando si è alzato il livello. In particolare lungo via Ca’ Tiepolo, a Treporti, è stata installata un’idrovora mobile che rimarrà anche nei prossimi giorni nel tentativo di prosciugare le zone più basse invase dall’acqua piovana».

(f.ma.)

 

Cedimenti sul Rio Serraglio a Fiesso Il sindaco: «Situazione sotto controllo»

FIESSO. Situazione sotto controllo lungo il Rio Serraglio dopo i lievi cedimenti che hanno coinvolto in due punti gli argini del corso d’acqua. A confermarlo è il sindaco Andrea Martellato. «Ci è stato segnalato un cedimento lunedì sera», precisa il sindaco, «e due di minore entità sono stati trovati nella mattinata di ieri. In nessuno dei casi c’è stata comunque fuoriuscita d’acqua». Le aree interessate sono la zona industriale di via Barbariga, alla fine di via Prima Strada, e l’area delle idrovore in via Pioghella. «Ho fatto intervenire già lunedì sera una ditta specializzata», prosegue Martellato, «ieri i tecnici hanno monitorato tutte le rive e stanno valutando come operare». Notizie rassicuranti arrivano anche da Stra e Dolo dove nei giorni scorsi c’era stata la tracimazione di un tratto del Naviglio Brenta e l’innalzamento del livello dell’acqua nel Ponte dei Cavalli, allo Squero e sul Rio Serraglio. I livelli dei corsi d’acqua sono in diminuzione e vengono continuamente monitorati dal personale comunale, dai volontari della protezione civile e dai tecnici del Genio Civile.

Giacomo Piran

 

MALTEMPO»RESTA L’ALLARME

Il Gorzone scende, il mare riceve Sollievo a Chioggia e Cavarzere

Terminata l’emergenza, resta l’allerta per il livello del fiume dopo le previste nuove precipitazioni

Sul campo decine di uomini della Protezione civile. A Sottomarina le spiagge invase dai detriti

CHIOGGIA «Un metro e 19 e continua a scendere, cinque centimetri l’ora». C’è del sollievo negli occhi dei volontari della Protezione civile che, da due giorni, presidiano Punta Gorzone. Le acque del fiume che martedì erano arrivate a pochi centimetri dalle porte delle case, tanto da indurre l’amministrazione comunale, su richiesta del Genio Civile, a predisporre un’ordinanza di sgombero delle abitazioni, ieri avevano lasciato qualche metro di terreno asciutto. L’assenza di vento aveva favorito il deflusso delle acque e i volontari in tuta gialla stimano a occhio la velocità del fiume, «almeno 20 nodi» dicevano «buon segno se il mare riceve». La soddisfazione maggiore, ovviamente, era però quella dei residenti che vedevano allontanarsi il pericolo di dover abbandonare le case. Del resto nessuna delle tredici famiglie destinatarie dell’ordinanza di sgombero aveva fatto i bagagli. «Da qui ce ne siamo andati solo con l’alluvione del 1951» racconta un residente «nel 1966, invece, c’erano le tende dei militari. Per il resto ci siamo sempre arrangiati da soli. Anche in questi giorni teniamo d’occhio chi arriva. Non si sa mai…». E, infatti, i “foresti” vengono fotografati dall’occhio vigile dei residenti che annotano anche le targhe delle macchine mai viste prima. Le ondate di furti degli ultimi mesi e il sospetto che qualcuno tenti di approfittare della situazione spingono le persone ad auto-organizzarsi, anche se «qui non è mai successo nulla» dicono. Il clima che si respira è di grande collaborazione e di mutuo aiuto: dalle case escono i caffè per i volontari della Protezione civile e le forze dell’ordine che periodicamente passano a controllare, vengono accolte con simpatia e fiducia. A rovinare tutto potrebbero essere le piogge previste nella notte appena trascorsa: un nuovo innalzamento del livello del fiume metterebbe a rischio ancor di più gli argini già stressati dalla piena. Ma questo si vedrà oggi. Cavarzere. Nessuna ordinanza di evacuazione ma il Gorzone fa paura anche a Cavarzere. L’acqua filtra dagli argini tra Boscochiaro e Dolfina e invade le strade sottoarginali, come sulla rampa che porta al cimitero della frazione e in località Viola dove è stata messa in opera una tamponatura con un telo impermeabile che fermi l’infiltrazione dell’acqua e l’erosione sotterranea. Da venerdì i 25 volontari della Protezione civile, i vigili del fuoco e altre forze dell’ordine, monitorano i livelli dei fiumi, con uscite ogni due o tre ore, e i fontanazzi sono stati arginati con sacchi di sabbia. La polizia locale ha girato casa per casa nella zona di Dolfina, la più bassa del territorio comunale, per controllare la situazione. I residenti hanno portato ai piani più alti i beni più attaccabili dall’acqua. Il sindaco rassicura: «La situazione è sotto controllo e siamo pronti a lanciare l’allarme in caso di pericolo imminente». Per il momento, quindi, non si registrano danni alle case e alle persone ma, anche qui, le opere di difesa idraulica sono lontane dall’essere sufficienti con questi livelli delle precipitazioni. Sottomarina. Anche il litorale sud di Sottomarina è stato colpito dal maltempo e le spiagge sono state invase da tonnellate di rifiuti portati in mare proprio dalle piene dei fiumi e riportati a terra dalle onde del mare: tutto materiale che dovrà essere raccolto e smaltito, prima della stagione estiva.

Diego Degan

 

San Stino, gli sfollati tornano a casa.  Riaperte le scuole.

Accuse tra Consorzio di bonifica Veneto orientale e friulano

Sos da Lignano ai proprietari di case: svuotate gli scantinati

SAN STINO – Gli sfollati di San Stino sono rientrati nelle loro case martedì sera. Respirano i residenti di via Fosson, nella zona di Corbolone, che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni per la tracimazione dell’omonimo canale impazzito. Non era la prima volta che il Fosson faceva paura. Accuse tra Consorzi. Secondo il Consorzio di bonifica Veneto orientale la fase acuta dell’emergenza può considerarsi superata, anche se le previsioni per il fine settimana non promettono nulla di buono. Il funzionamento degli impianti idrovori si è ridotto del 50%. Ieri rientro a scuola per i numerosi studenti delle scuole primarie e secondarie. I costi dell’energia elettrica, intanto, in tutto il Veneto orientale sono schizzati a quota 500mila euro. Quanto accaduto in questi giorni pone seri interrogativi sul futuro, e soprattutto sulla politica di Veneto e Friuli in materia di prevenzione dal rischio idrogeologico. Nei giorni scorsi è stato criticato il Consorzio di bonifica Cellina Meduna, che gestisce la diga di Ravedis, nel territorio di Montereale Valcellina. Si tratta di una diga che trattiene le correnti del torrente Cellina, fiume di montagna che si tuffa nel Meduna, fiume che poi si tuffa nel Livenza. Aumentando il livello del Livenza tutti i collettori esondano. Come accaduto l’altro giorno per il Fosson esterno che però assieme al Malgher è alimentato da Sile e Fiume. Per i tecnici veneti in Friuli mancano arginature e sistemi comunque in grado di far defluire le acque più velocemente e si creano situazioni come quelle del Fosson esterno, che si è riempito d’acqua senza poter scaricare. Cane messo in salvo. Si contano a decine gli animali morti in questi giorni, travolti dalle acque. In questo scenario desolante c’è una storia lieto fine. Un cane abbandonato da mesi dai proprietari che sono andati via lasciandolo legato a una catena piccola in via Villanova tra Malafesta e Villanova della Cartera di San Michele, è stato messo in salvo dai volontari della Protezione civile e affidato ai veterinari dell’Asl 10. Sos da Lignano. Da Lignano, intanto, un avvertimento ai veneti che possiedono una casa al mare. Sono molte le case a rischio infiltrazioni. La Protezione civile ha scoperto che l’acqua di falda sta occupando gli scantinati di alcuni condomini e presto potrebbe raggiungere quelli delle seconde case, in particolare nella zona di Riviera. Nel giro di due, massimo tre giorni, i proprietari sono stati invitati a mettere al riparo, in un posto sicuro, gli oggetti stivati negli scantinati.

Rosario Padovano

 

Ance Venezia «Bisogna derogare al Patto stabilità»

«Gli investimenti destinati alla salvaguardia del territorio devono rimanere fuori dai vincoli del Patto di stabilità, anche solo per il periodo necessario al completamento degli interventi. Questo diventa una priorità anche tenendo conto che il 40-50% degli investimenti in infrastrutture e salvaguardia del territorio derivano ormai da fondi europei». È la posizione assunta da Ugo Cavallin, presidente dell’Ance di Venezia, l’associazione dei costruttori edili. «La mancata prevenzione dal rischio idrogeologico costa ai cittadini 3,5 miliardi di euro all’anno, secondo una stima dell’Ance e del Cresme» ribadisce l’Ance «Se si considerasse la quota di spesa relativa al Veneto, in poco più di un lustro daremmo attuazione al piano di salvaguardia elaborato dal professor Luigi D’Alpaos risparmiando negli anni a venire i costi di intervento post disastro».

 

«Fermiamo la cementificazione»

L’assessore Bettin attacca il Piano Casa regionale: «Uno scasso del territorio»

VENEZIA «Questa emergenza è anche figlia di scelte sbagliate. Della cementificazione del territorio e insieme della sottovalutazione fatta in questi anni dell’allarme sui mutamenti climatici. Se non si capisce questo ci troveremo sempre il giorno dopo a contare i danni senza aver fatto nulla per prevenirli». Gianfranco Bettin, assessore all’Ambiente del Comune di Venezia, punta il dito contro la Regione. «In queste ore il lavoro è quello di soccorrere con rapidità le popolazioni colpite e di far funzionare la Protezione civile», dice, «ma da domani abbiamo il dovere di alzare lo sguardo». «Il presidente Zaia faccia autocritica», continua l’assessore, «non basta piangere il giorno dopo. Bisogna cambiare politica: basta asfalto e cemento dappertutto». Nel mirino il Piano Casa, dove è tuttora in corso un braccio di ferro tra Comune, associazioni ambientaliste e Regione. «Il Piano Casa è in realtà un Piano di cementificazione a scasso ulteriore del territorio. Significa andare in direzione opposta a quello che si dovrebbe fare». Allarme lanciato anche dall’ngegnere idraulico Luigi D’Alpaos, che ricorda come le colpe della cementificazioni siano spesso anche dei comuni. «Una politica demenziale di cementificazione del territorio che nella nostra Regione da sempre governata dal centrodestra è in corso da decenni», dice ancora Bettin, «e che adesso paghiamo tutti». Per questo, conclude l’assessore, il sindaco Orsoni è a Johannesburg, per illustrare il nuovo Piano di Azione per l’Energia sostenibile (Paes) appena approvato dal Comune e chiedere al summit delle 40 città impegni concreti per l’ambiente. Solo una visione miope e incosciente può considerare quella missione alla stregua di una gita». Primo problema, conclude Bettin, «è quello di riaccendere i riflettori sull’emergenza ambientale e sulla distruzione sistematica del territorio oltre che sui cambiamenti climatici. Questioni che la politica e l’opinione pubblica guardano distrattamente, se non quando si strappano le vesti dopo le sempre più frequenti catastrofi».

(a.v.)

 

IL BILANCIO DIVENTA SEMPRE PIU’ PESANTE IN TUTTA LA REGIONE

Frane a Rovolon e a Fregona

Tremila polli annegano a Lozzo per colpa delle idrovore

PADOVA – Il Veneto in ginocchio con l’emergenza maltempo lancia appelli al governo, una richiesta disperata che fotografa l’incubo di questo febbraio 2014 in tutto simile al novembre 2010. Alluvione è la parola esatta. Con danni incalcolabili alle abitazioni e all’agricoltura. La situazione più grave resta nella Bassa padovana, con le 600 famiglie sfollate a Bovolenta e a Battaglia terme, invaso dall’acqua tracimata dal canale. Sulla fascia collinare e pedemontana si contano le frane, con le strade che si sbriciolano: paura in via Rialto a Rovolon sui Colli euganei, dove l’asfalto ha ceduto per una decina di metri. Assai più grave la situazione a Fregona, nel Trevigiano: e una frana si è portata via parte del piazzale di un’officina. Finite nella voragine due macchine e un trattore che erano parcheggiati sullo spiazzo. L’ennesimo guasto al territorio a causa delle piogge incessanti è avvenuto ieri mattina in via Osigo a Fregona. Inghiottiti anche cinque grossi alberi che sono rovinati nel ruscello. Nel Veneziano, tutto il Veneto orientale è in preda all’incubo dell’alluvione: per Portogruaro e San Stino si tratta di un autentico disastro con la richiesta dello stato di calamità naturale. Ieri sfollate anche 15 famiglie a Chioggia. Dalla pioggia alla neve, che non dà tregua al Bellunese. L’Agordino è in ginocchio per la paralisi causata dai tre metri di neve che ha bloccato tutta la valle, mentre a Cortina alcuni tetti delle case crollano per il peso della neve accumulata: gli alpini e le squadre della Protezione civile continuano a lavorare giorno e notte, ma anche la linea ferroviaria tra Calalzo e Ponte nelle Alpi è bloccata e i treni non viaggiano. Inoltre c’è da registrare che circa 3mila polli sono morti nell’allagamento di un allevamento avicolo a Lozzo Atestino (Padova), causato dalle forti piogge di questi giorni. «Sta andando malissimo per colpa della disorganizzazione degli enti di bacino», ha detto il sindaco di Lozzo, Fabio Ruffin – «Quellì mi stanno inondando il paese. Non ho avuto nessun problema fino alle 7 di ieri, mi sono svegliato e ho trovato il paese allagato senza che me lo dicessero». Sul posto per un sopralluogo il presidente del Consiglio regionale Ruffato. Infine, la Cassa di risparmio di Venezia ah messo a disposizione 5 milioni di euro per i prestiti alle popolazioni e aziende compite dal maltempo.

 

L’INTERVENTO DELL’ESERCITO

Oltre 300 militari impegnati contro neve e allagamenti

Tiozzo, Bonfante e Naccarato: Zaia non ha realizzato i tre bacini di laminazione

VENEZIA – Sotto metri di acqua e di neve. Per il Veneto non c’è tregua ogni qual volta piove per più di due giorni. E se il governatore Luca Zaia decreta lo stato di calamità nella regione a causa del maltempo, ben prima l’Esercito, su richiesta delle Prefetture, ha messo a disposizione uomini e mezzi nelle zone critiche. Per la precisione 140 militari e 41 mezzi, tra cui dei cingolati e macchine movimento terra, sono stati inviati a Belluno per sgomberare la neve accumulata e rimettere in sesto la viabilità nei comuni di Cencenighe Agordino, Santo Stefano di Cadore, Pieve di Cadore, Falcade, Valle di Cadore, Arabba, Borca di Cadore, Rocca Pietore, Forno di Zoldo, San Pietro di Cadore, San Vito, Sappada e Cortina. Proprio a Cortina, dove sopra i tetti sono caduti due metri di neve, sono in azione i rocciatori dell’Esercito. Nel trevigiano ci sono invece 175 Lagunari con 35 mezzi, quelli speciali del genio e idrovore, impegnati nel monitoraggio e il rafforzamento degli argini, per il drenaggio delle acque e per la rimozione di detriti nei comuni di Motta di Livenza, Meduna e Preganziol. Accanto ai militari, un altro esercito, silenzioso e permanente, si attiva da sempre in Veneto ogni qual volta ci sia stato o meno di calamità. Sono tutte quelle numerosissime associazioni di volontariato, dalla protezione Civile, alla Caritas, all’Associazione Nazionale Alpini, solo per citarne alcune, che operano alacremente per il bene di tutti. «Anche nelle prossime ore i mezzi speciali dell’Esercito continueranno ad operare, sulla base delle richieste avanzate dalla Prefetture, lungo tutta la penisola in supporto alla popolazione» fanno sapere dallo Stato Maggiore dell’Esercito, mentre Zaia ringrazia «tutti quelli che si stanno prodigando» per mettere fine all’emergenza, in particolare quell’esercito di volontari, fatto di tanto cuore, di cui non si parla abbastanza.

(l.z.)

 

L’Ance del veneto

«Il dissesto idrogeologico costa 3,5 miliardi l’anno»

Marcolin e Poli: le risorse per la difesa del suolo non rientrino nel Patto di Stabilità

PADOVA – Alluvione: Zaia invoca l’aiuto del Governo sostenuto dal deputato trevigiano della Lega Marco Marcolin che ha chiesto a Letta di garantire le risorse necessarie per mettere in sicurezza la rete idrogeologica del Veneto. La priorità resta «la deroga al patto di stabilità per consentire ai Comuni di investire le risorse nel territorio», perché il calcolo dei danni fa davvero riflettere. La conferma arriva da Luigi Schiavo, presidente di Ance Veneto: «La salvaguardia dal rischio idrogeologico resti fuori dai vincoli del Patto di stabilità. Citando un dato Ance-Cresme, la mancata prevenzione costa in Italia 3,5 miliardi di euro all’anno. Non investire oggi significa spendere 4 o 5 volte di più domani e questo è incoerente con gli obiettivi e la ratio del Patto stesso», afferma Luigi Schiavo. E proprio oggi a Roma ci sarà il lancio ufficiale di #dissestoitalia, la più grande inchiesta multimediale sul dissesto idrogeologico realizzata da Next New Media: se ne parlerà in un convegno promosso da Ance, Ordine degli Architetti, Geologi e Legambiente. «Nell’arco di pochi anni, se venisse lasciata libertà di spesa agli enti locali solo in questo specifico ambito, riusciremmo a completare gli interventi previsti dal piano di salvaguardia elaborato dal professor Luigi D’Alpaos», dice Schiavo. E su questa linea di attesta anche il senatore Antonio De Poli (Udc): «Lancio un appello al Governo, in vista del semestre italiano alla presidenza di Bruxelles: lasciamo fuori dal Patto di stabilità le risorse per la difesa del suolo contro il rischio idrogeologico». Assai più critiche le analisi del Pd: i consiglieri regionali Lucio Tiozzo e Franco Bonfante, consiglieri regionali, invitano Luca Zaia a «non scaricare le colpe sugli altri . Chiediamo alla Giunta di assumere nel bilancio 2014 decisioni concrete e di mettere a disposizione soldi veri». E sui ritardi di Zaia insiste il deputato Pd Alessandro Naccarato: «Il Veneto non merita questa offesa e i cittadini non vanno ingannati. Nel 2011 sono arrivati in Veneto 320 milioni di euro per coprire gli indennizzi dei danni e a finanziare le opere di messa in sicurezza del sistema delle acque. In più proprio Zaia ha potuto esercitare i poteri di commissario straordinario per far fronte all’emergenza dell’alluvione. In particolare, come segnalato nell’interrogazione al Presidente del Consiglio del 21 novembre 2012, oltre alle opere di manutenzione delle sponde dei fiumi, sono stati giudicati indispensabili tre bacini di laminazione: «un’opera di invaso sul torrente Timonchio», nel comune di Caldogno (Vicenza), al «costo stimato e finanziato» pari a euro 41.500.000; «un’opera di invaso sul fiume Agno-Guà» nei comuni di Trissino e Arzignano (Vicenza), al «costo stimato e finanziato» pari a euro 44.650.000; «un’opera d’invaso sul torrente Lastego-Muson», nei comuni di Riese Pio X e Fonte (Treviso), al «costo stimato e finanziato» pari a 13.800.000. Ebbene, perché queste opere che lo stesso commissario straordinario ha indicato come urgenti non sono state realizzate?

 

Zaia scrive a Letta: «Avremo danni per altri 500 milioni»

Il governatore: «Come nel 2010, quando furono colpite diecimila aziende e famiglie

Incontriamoci per progettare la sicurezza del suolo veneto. Ci servono 2,7 miliardi»

MESTRE «Il nostro territorio continua ad essere in pericolo perché se oggi non piove, le previsioni non migliorano per i prossimi giorni e la montagna preoccupa moltissimo». Una situazione «disastrosa», tra fiumi dagli argini fragilissimi, centri alluvionati, frane e valanghe, quella dipinta ieri mattina nella sede della Protezione civile regionale dal presidente della Regione Luca Zaia, che accompagnato dall’assessore Stival, ha annunciato di aver inviato ieri mattina al presidente del consiglio Enrico Letta una lettera per «denunciare la drammaticità di una emergenza che rischia di colpire più del 2010», quando si contarono danni per mezzo miliardo di euro e oltre 10 mila furono le aziende e le famiglie bisognose di aiuti economici. «Le chiedo a nome di tutti i veneti che in queste ore stanno affrontando con la consueta dignità e con forte spirito di solidarietà questa ennesima calamità, il massimo sostegno del Governo affinché con rapidità vengano posti a disposizione della Regione tutti gli strumenti normativi e economici che consentano di gestire al meglio l’emergenza», è un passo della lettera con cui il governatore chiede anche un incontro con il primo ministro Letta per illustrare la situazione. Un milione di euro stanziato subito non basta, avverte Zaia. Il conto dei danni non è certo ma l’impressione è che soprattutto i danni provocati dai tre metri di neve caduti in montagna nei giorni della “Merla”, quelli tradizionalmente più freddi, e che invece «sono i più caldi di questo inverno», con lo scioglimento, faranno salire il conto delle richieste di risarcimento al mezzo miliardo di euro. Come nel 2010 e nonostante le 925 opere realizzate finora «che comunque sono servite». «Serve un piano Marshall contro il dissesto idrogeologico», spiega il presidente della Regione, che invita il governo Letta a garantire i 2 miliardi e 700 milioni di euro necessari a mettere in sicurezza il Veneto. «Il governo finanzi sul serio i bacini idrografici e quelli di laminazione» dice Zaia. «Con 21 miliardi di tasse pagati ogni anno dai veneti, Roma risponda all’appello e investa negli interventi contro il dissesto». Confermata quindi la richiesta di stato di calamità ed emergenza per la nostra Regione. Duemila e 500 i volontari impegnati nelle zone più colpite, il Padovano, i colli Euganei, la montagna, i Comuni alle presi con zone alluvionate del Veneto orientale. Il presidente della Regione difende dalle critiche anche il nuovo piano casa e a D’Alpaos assicura che delle 12 casse di espansione previste per decreto, 5 sono già progettate. Ma il problema, dice, in Italia è sempre lo stesso: «La burocrazia che ammazza il settore dei Lavori pubblici e pure anche i cittadini». Un contributo al dibattito lo porta anche Ance (associazione costruttori ) di Venezia: «La mancata prevenzione dal rischio idrogeologico costa ai cittadini 3,5 miliardi di euro all’anno. Se si considerasse la quota di spesa relativa al Veneto, in poco più di un lustro daremmo attuazione al piano di salvaguardia elaborato dal professor Luigi D’Alpaos risparmiando negli anni a venire i costi di intervento post disastro». Insomma, il messaggio al governo è chiaro: agire sarebbe un vantaggio per tutti.

Mitia Chiarin

 

Mattino di Padova – Si lotta con l’acqua

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6

feb

2014

ALLUVIONE»BATTAGLIA TERME E LOZZO

Ottanta gli sfollati.

Nonostante pompe e sacchi di sabbia il livello scende troppo lentamente

Rifornite con la barca le famiglie asserragliate ai primi piani delle case

BATTAGLIA TERME – Scende, ma troppo lentamente. Ieri in serata era calato di 50 centimetri il livello dell’acqua nei quartieri Ortazzo e Chiodare a Battaglia Terme, dove gli allagamenti hanno toccato quota un metro e mezzo. La situazione. Ottanta gli sfollati, in totale circa 200 i residenti che hanno subito allagamenti. Oltre a via Ortazzo e via Chiodare, colpite via Pescheria, via Maggiore e vicolo Chiesa. Ieri i residenti hanno continuato a fare la spola tra le case allagate e l’imbocco di via Chiodare, sul barcone dei vigili del fuoco di Padova, ma anche sulla barca della Protezione civile e sulle tante messe a disposizione da privati. Che servono anche a portare rifornimenti a chi è rimasto asserragliato ai primi piani delle case allagate. Sul posto anche carabinieri e polizia locale. Per ora solo una famiglia, due persone con due cagnolini, ha chiesto alloggio al Comune nel centro allestito alla casa del Gemellaggio. Gli altri sono da parenti e amici. È attivo un servizio anti sciacallaggio, insieme all’assistenza notturna con le barche su chiamata. Intanto si lavora con le pompe e i sacchi di sabbia, ma è una lotta impari. Raccolta fondi. L’amministrazione comunale ha attivato una raccolta fondi per aiutare i tanti residenti che hanno subito danni. Si può donare con un versamento a Banca Popolare Friuladria, causale: Alluvione Battaglia Terme 2014, Iban IT20R0533662380000040296931. I racconti. «Ieri sera l’acqua al piano basso di casa nostra è salita ancora», racconta Marco Tarassi, che abita al civico 65 di via Maggiore, di fronte a dove si ruppe il murazzo del Bisatto. «L’acqua è salita a 90 centimetri in casa». Di acqua pare ne abbia addirittura un metro e mezzo, ma resiste in casa Samuele Bovo, che vive in via Ortazzo, al numero 53. «Garage e piano terra allagati», spiega. «Per fortuna abbiamo l’appartamento al primo piano. La lotta con l’acqua è cominciata già lunedì mattina alle 10, mancavano 10 centimetri perché entrasse. Da lì ha continuato a crescere, abbiamo resistito con i sacchi di sabbia, poi alle 7 di ieri mattina ha vinto l’acqua, ha buttato giù i sacchi e ha sommerso tutto. Da noi ha danneggiato la struttura della casa, i frigoriferi, vestiti ed elettrodomestici che tenevamo in ripostiglio». Com’è stato passare la notte con un metro e mezzo d’acqua sotto? «È chiaro che non dormi tanto bene… pensando che la casa è sotto acqua. Per fortuna riscaldamento e corrente elettrica ancora tengono. I miei fratelli sono andati via, io e i miei genitori resistiamo». Con una gabbietta per animali arrivano all’“imbarco” di via Chiodare Luca e Valeria Lideo. Stanno andando a recuperare la loro gatta, Milly: è rimasta al piano superiore della loro casa, in via Ortazzo 20, invasa dall’acqua. «Casa nostra è composta da due camere al primo piano e per il resto tutto al pianterreno», raccontano sconsolati i due residenti. «La cucina, la sala, il bagno, il garage, la lavanderia. Si è allagato tutto, un metro d’acqua, ha superato le prese elettriche della cucina. Non siamo riusciti a salvare molto, abbiamo alzato quel che si poteva. Pensavamo che ci entrassero 5-10 centimetri di acqua, abbiamo alzato lo zoccolo della cucina… non ci era mai successa una cosa del genere, casa nostra è nella parte più alta e l’acqua non era mai entrata». I lavori mai ultimati. Oltre che sulla manutenzione mai effettuata, il dito ora è puntato anche su un progetto di messa in sicurezza mai ultimato, per l’opposizione di un privato. Si tratta dei murazzi che dovevano chiudere il quartiere dell’Ortazzo da tutti i lati, per proteggerlo dalle acque. L’opera è ferma al museo della navigazione. «Il progetto, che risale a oltre 20 anni fa» spiega il vicesindaco Alessandro Baldin, «era di creare un anello attorno all’Ortazzo, continuando con le mura e chiudendo il quartiere. Ma l’ha bloccato il ricorso di un privato, che ha un cantiere navale. Anche in occasione dei lavori sul Bisatto abbiamo cercato di concludere questo intervento, ma non c’è stato verso. Speriamo che ora con quel che è successo si possano finalmente fare questi lavori, considerando che siamo di fronte a un danno di milioni di euro».

Francesca Segato

 

Snodo idraulico cruciale, non ha più retto

Donà: «Ho chiesto a Prefetto e Genio civile di chiudere l’Arco di Mezzo, ma non mi danno ascolto»

BATTAGLIA TERME «Battaglia l’hanno chiamata così perché qui c’è la battaglia delle acque». La battuta del vicesindaco Alessandro Baldin riassume bene la situazione dello snodo del Comune termale. A Battaglia, infatti, dal canale Bisatto arrivano tutte le acque provenienti dal Vicentino e dalla zona dei Colli. Acque che transitano per Este, proseguono per Monselice, e solo a Monselice trovano una parziale valvola di sfogo. Si tratta del canale Bagnarolo, che transita per Pernumia e si immette poi nel Vigenzone. In questi giorni, il Bagnarolo è stato utilizzato per quanto possibile per scaricare l’acqua verso il Vigenzone, alleggerendo il Bisatto. Il Genio civile in casi come questi chiede al consorzio di aprire la paratoia nel Bagnarolo per convogliare più acqua possibile, con lo scopo di caricare meno possibile il nodo idraulico di Battaglia. La portata per Bagnarolo però è ridotta e non certo in grado di convogliare tutte le acque del Bisatto. Bisatto che dunque procede verso Battaglia e scarica le acque sul Vigenzone, all’altezza del cosiddetto Arco di Mezzo. Nel contempo, Battaglia, attraverso il suo canale, riceve anche le acque da Padova. E convoglia pure quelle della zona delle Terme, attraverso il Rio Alto, che si immette nel Vigenzone passando sotto il canale Battaglia. Proveniente dai Colli Euganei, il Rio Alto passa per Torreglia e Montegrotto. Questo attraverso la cosiddetta Botte Pigozzo, che si trova sempre nel territorio comunale di Battaglia Terme. «La botte ha due canne dove non c’è una paratia», spiega Baldin, «per cui quando il livello è alto e il Vigenzone non riesce a ricevere, l’acqua torna indietro». Allagando dal Catajo l’area verso Montegrotto, come è successo in questi giorni. Lo snodo di Battaglia, quindi, in questi giorni ha ricevuto molta più acqua di quanta potesse sostenerne. E proprio per questo il sindaco Daniele Donà ha più volte fatto appello alla Prefettura. «Avevo chiesto al Prefetto e al Genio civile di chiudere l’Arco di Mezzo, che è diventato lo sfogo sia da nord che da sud per il canale Battaglia. Ma non è stato fatto e il Vigenzone non ha più retto», si sfoga il primo cittadino. «Anche oggi abbiamo insistito nella richiesta di chiusura dell’Arco di Mezzo, fosse anche solo per un’ora», conferma Baldin. «Ma non ci ascoltano. La gente è esasperata, ho dei cittadini che minacciano proteste e occupazioni della statale».

(f.se.)

 

Il Roneghetto allaga tutto muoiono 32 mila pulcini

L’esondazione dello scolo travolge l’allevamento avicolo della famiglia Contadin

Il sindaco di Lozzo accusa: «Dal Vicentino hanno spinto l’acqua verso di noi»

LOZZO ATESTINO – Una parte del paese, quella prospicente lo scolo Roneghetto, è stata allagata. L’acqua ha inondato vaste campagne, ha ricoperto strade e poi ha seriamente minacciato anche le abitazioni, isolandone alcune. Ma i danni non finiscono qui. La piena ha provocato la morte per annegamento o per il freddo di 32 mila pulcini che avevano 4-5 giorni di vita. Una vera ecatombe quella consumatasi tra la notte e il mattino di ieri in via Bellone 24, sede dell’allevamento avicolo a conduzione familiare di Fortunato Contadin. Il figlio Leonardo racconta al telefono: «Avevamo messo barriere di contenimento e durante il giorno l’acqua aveva sì cominciato a circondare il capannone, ma non era pericolosa. La situazione è degenerata intorno alle 10 di sera e la piena ha continuato a crescere fino alla mattina». Nonostante le protezioni, l’acqua ha cominciato a filtrare impaurendo i pulcini: «Abbiamo iniziato a spostare davanti le povere bestioline in tutti i modi, con le mani e con le cassette», continua Leonardo, «perché l’acqua stava entrando da dietro e poi anche lateralmente». A dare una mano ai quattro congiunti sono arrivati anche i vicini, ma nonostante il loro impegno gli animaletti sono andati incontro a una tragica sorte. Così il capannone esteso su circa mille metri quadrati di superficie e per la prima volta invaso da oltre trenta centimetri di acqua è stato la loro tomba. Un’altra azienda avicola in via Vela ha rischiato seriamente di veder morire pulcini di trenta-quaranta giorni di vita. La ditta Nizzetto, legata all’Agricola Berica, li ha salvati caricandoli sui camion. Sempre nella medesima via, un’altra azienda avicola è minacciata dall’acqua. Infatti ci sono tre famiglie isolate, e Fausto Lunardi nel primo pomeriggio di ieri ha tentato di uscire di casa a bordo di un grosso trattore: «La strada si è spostata. Non si riesce più a passare. Chiamerò i vigili del fuoco, perché anche con il trattore cominciamo ad avere delle difficoltà», ha raccontato con apprensione. Preoccupati per la situazione sono anche alcuni residenti nella nuova lottizzazione di via San Giovanni Battista a Lanzetta. Da lunedì sono impegnati a liberare i garage dall’acqua che continua ad entrare. I proprietari delle case sono infatti costretti ad azionare le pompe elettriche per scaricare l’acqua in strada. In via Ca’ Basadonna a Lozzo, al civico 1 hanno visto entrare circa un metro di acqua nel loro scantinato, per non parlare del vigneto davanti, quasi completamente sommerso. La pesantissima situazione in cui si è venuto a trovare il comune, ha mandato su tutte le furie il primo cittadino Fabio Ruffin. «I nostri volontari della Protezione civile sono impegnati senza sosta per riempire e distribuire i sacchi di sabbia per fronteggiare l’emergenza, ma tutto è inutile se poi i paesi confinanti del Vicentino travasano l’acqua nello scolo Roneghetto, condannandoci a morte», accusa il sindaco. «L’acqua ha invaso tutti i campi e poi ha iniziato a minacciare le abitazioni. Quando si decidono queste operazioni, un Comune deve essere avvertito in modo da predisporre tutte le misure necessarie per non recare danno alla popolazione. Ho telefonato al consigliere regionale Valdo Ruffato, perché venga a vedere di persona la situazione».

Piergiorgio di Giovanni

 

Seconda notte fuori casa a Bovolenta

Ronde anti-sciacalli delle forze dell’ordine. Previsto per oggi il rientro nelle abitazioni

BOVOLENTA – La piena fa meno paura e stamattina il centro del paese verrà riaperto. L’emergenza però non è ancora passata e ci vorrà qualche giorno perché la situazione torni alla normalità, piogge permettendo. Per la Protezione civile, la polizia locale dell’Unione del Conselvano, le forze dell’ordine, i volontari e gli amministratori il lavoro non è ancora finito. Nel corso della giornata, mentre il livello della piena scendeva di 5-8 centimetri ogni ora, l’attenzione si è concentrata sui murazzi. In particolare quello in via Garibaldi, sul quale durante la piena si erano aperti dei preoccupanti zampilli che potevano portare a dei cedimenti. Il grosso muro settecentesco è stato puntellato con sostegni in legno fissati all’asfalto. Un intervento tampone, in attesa che l’acqua torni dentro l’argine. «Ma non possiamo certo continuare in queste condizioni», spiega il sindaco Vittorio Meneghello. «A ogni piena le difese sono sempre più fragili. In questo caso, poi, il livello sta scendendo lentamente e non è escluso che possa rialzarsi ancora nelle prossime ore, quando il Genio civile farà confluire sul Vigenzone l’acqua che sta allagando Montegrotto e Battaglia. Per questo abbiamo deciso di tenere in vigore l’ordinanza sulla chiusura delle scuole anche per oggi e lasciare per la seconda notte gli sfollati fuori casa». Ieri però diversi residenti in viale Italia, via Dante, via Mazzini e piazza Umberto hanno fatto ritorno nelle abitazioni, chi per un rapido controllo e chi con l’intenzione di restarci. I controlli non sono più così serrati e già stamattina tutti dovrebbero tornare a casa. «Sono venuto a fare un giro», racconta un residente in viale Italia, «perché non mi fido a lasciare la casa vuota per tanto tempo. La settimana scorsa ci sono stati alcuni furti e non vorrei che si ripetesse proprio in queste ore». Contro gli sciacalli le forze dell’ordine, a partire dai carabinieri, e la Protezione civile hanno organizzato delle “ronde” proprio per scoraggiare i malintenzionati. Finora tutto è filato liscio. A Polverara, nel centro di accoglienza allestito nella Casa delle Associazioni, sono 11 le persone che hanno trascorso due notti fuori casa. Anziani, per lo più, una famiglia straniera con bambini, e chi non è riuscito a trovare una sistemazione da parenti o amici. Hanno trascorso le giornate al caldo, parlando e giocando a carte: «Ci siamo trovati bene», racconta Agnese Baraldo, «però non vediamo l’ora di tornare a casa nostra, sperando di non dover scappare un’altra volta». Intanto si allenta la tensione anche a Cagnola di Cartura dove si era temuto per il livello del Vigenzone. Continuerà ancora per alcuni giorni il super lavoro delle idrovore in tutto il Conselvano.

Nicola Stievano

 

Case e alberghi a mollo. Mezzavia isolata.

Traffico impazzito per la chiusura del collegamento con la statale 16

Lezioni sospese fino a sabato, dieci sfollati. In salvo i cavalli del maneggio

MONTEGROTTO TERME – È stata una giornata campale, segnata dagli allagamenti, quella di ieri per Montegrotto e la sua gente. La situazione è ancora di piena emergenza nella zona di Mezzavia e al Catajo. Ieri è stato chiuso anche l’accesso alla strada statale 16, con inevitabili e pesanti disagi al traffico. Sono un centinaio le famiglie in difficoltà. Il traffico. La chiusura dell’accesso alla strada statale 16, attraverso la nuova bretella di collegamento alla circonvallazione, ha mandato in tilt il traffico. I 40 centimetri di acqua che avevano ricoperto l’asfalto hanno convinto il sindaco Massimo Bordin e l’ingegner Maniero a chiudere l’accesso, provvedimento che è stato preso alle 4.30 di ieri mattina. Si può arrivare a Montegrotto solamente dalla Mandria e dal Ponte della Fabbrica. Code chilometriche si sono formate da Battaglia Terme verso Padova, soprattutto negli orari di punta. Rimane chiuso anche il sottopasso della circonvallazione, riempito da due milioni di litri d’acqua. Sono ancora sott’acqua, anche se la situazione tende a migliorare, via Dei Colli, via Neroniane, via Manzoni, via Vollona, via Montello, via Petrarca, via Carducci, via De Amicis e via Cavour. La frana. Oltre alla paura per gli allagamenti, da ieri c’è a Montegrotto anche il pericolo frane. A Turri è infatti avvenuto uno smottamento in via Regazzoni Alta 1, di fronte all’abitazione di Imerio Masin. «Si tratta di una frana di 70 metri per 20», dice. «La terra ha cominciato a cedere un paio di giorni fa e ora sto cercando di mettere in sicurezza la dependance. Ho posto dei tubi per cercare di far defluire l’acqua verso il basso». Sempre a Turri è caduto martedì un albero addosso a una ragazza che passava con il suo scooter per via Catajo. Fortunatamente la motociclista se l’è cavata senza grossi danni. Mezzavia a mollo. La situazione più critica riguarda la frazione di Mezzavia. Sono andate sott’acqua di almeno 70 centimetri via Einaudi e via Segni. Complicata anche la situazione in via Benedetto Croce, via Fratelli Bandiera e via Brenta. Proprio in via Brenta ci sono alcune famiglie in grossa difficoltà. Bice Masiero racconta: «Ho 40 centimetri di acqua in garage. Sono andate sott’acqua le macchine e il pellet per la stufa». «Ho un metro di acqua in casa», aggiunge Roberta Libero. «Sono preoccupata, perché ho anche il cane che non si muove da casa». Claudio Lazzaro: «Ho tutto il giardino pieno». Michela Panozzo è disperata: «È la prima volta che accade in 13 anni che abito qui. Ho la cagnolina Carlotta che vuole uscire, ma non può». Sul posto anche un turista bolzanino, Giorgio Gioppi: «Ero a Montegrotto nel 2010 e allora mi ero beccato l’alluvione. Stavolta è successa la stessa cosa. È proprio un fatto curioso». Il maneggio allagato. È critica anche la situazione al maneggio del Catajo, dove sono stati messi in salvo 55 cavalli. «Nessuno ci ha avvertito di cosa stesse succedendo», sbotta il gestore Daniele Favaretto «Ci siamo ritrovati a trasportare dalle 9.30 di martedì con quattro camion tutti i cavalli in fretta e furia. Abbiamo buttato via fieno, paglia, i pc dell’ufficio e abbiamo i trattori da revisionare. Avremo almeno 500 mila euro di danni. Siamo riusciti a salvare le selle di valore e poco altro». Si accoda la proprietaria Valentina Carraro: «Sono qui dal 1998 e mai avevo visto una cosa simile», racconta «È un disastro e siamo stati lasciati soli. Oltre al maneggio, c’è anche la mia casa che ha più di un metro d’acqua. Ho dovuto portare via cavalli e cani. Mi sono trasferita da mia zia a Campodarsego. Ci vorranno almeno tre mesi per rimettere tutto a posto». Alberghi in difficoltà. È emergenza anche in alcuni alberghi sampietrini, colpiti in modo pesante dall’alluvione. Si tratta del Luna (che avrebbe dovuto ospitare alcuni sfollati), del Nazioni, del Des Bains, del Commodore, dell’Apollo e dell’Imperial. Davvero complicata anche la situazione al Neroniane. «Abbiamo tutti gli scavi archeologici sommersi», spiega il proprietario Francesco Tognin. «Attendiamo la Sovrintendenza per un sopralluogo. Siamo senza elettricità e gas. Abbiamo dovuto rimuovere tutto dagli scantinati». Scuole chiuse. Il sindaco Bordin ha ordinato la chiusura fino a sabato di tutte le scuole, comprese la Vivaldi e quella di Turri, aperte ieri. Rimarranno chiusi fino a domenica anche tutti gli impianti sportivi. Allagato pure il Palaturismo. Gli sfollati. Sono una decina gli sfollati, ospitati da parenti o in alcune strutture alberghiere. Al Centro Comunale è intanto attiva la cucina per le famiglie in difficoltà con cinque volontari impegnati. Sono già 9 mila i sacchi di sabbia distribuiti, mentre altri 12 mila sono arrivati dalla Regione. Si ritirano nella sede della protezione civile di via Circonvallazione Ovest. Il Comune sta usando sei motopompe, mentre sono due i gommoni a disposizione per raggiungere le abitazioni isolate.

Federico Franchin

 

L’ACQUA SCENDE MA NON ABBASTANZA

Pernumia ancora in allarme, il Vigenzone preoccupa

PERNUMIA – Allarme ancora elevato a Pernumia, dove i livelli del Vigenzone in giornata sono scesi, ma ancora non abbastanza. Resta chiusa al traffico via Beverara, monitorata via Palù Superiore per il rischio allagamenti, chiusi il ponte e la passerella in centro. Sul Vigenzone e sul Bagnarolo ci sono infiltrazioni, con allagamenti dentro alcune case. Massima allerta per rischio elevato sul Gorzone, che ieri in serata era calato solo di pochi centimetri e presenta infiltrazioni un po’ dappertutto, con due fontanazzi preoccupanti a Stanghella. A Boara Pisani allagamenti nella campagna al confine con Stroppare. Circa dieci ettari di terreno sono sotto acqua. Allagate anche due abitazioni e le stalle annesse. Protezione civile e residenti per tutto il giorno sono stati impegnati a svuotare dall’acqua le loro abitazioni, difendendosi alla meglio con sacchi di sabbia. A causare i problemi in questo caso è uno scolo consorziale. «Ci sono problemi in zona Pasqualin per le infiltrazioni d’acqua nell’abitazione», scrive Luca Borella su Facebook. «I nostri volontari sono intervenuti con le pompe, ma l’acqua continua a crescere, causa blocco delle idrovore a Ca’ Giovanelli e conseguente innalzamento dello scolo Sabbadina e dei canali minori di scolo». Allagamenti anche a Due Carrare, in via Corso, dove la protezione civile è intervenuta con sacchi di sabbia, mentre a Cartura è stata chiusa via Argine Destro in località Cagnola, invasa dall’acqua. Anche in questo caso sul posto c’è la protezione civile. Stabile per fortuna la situazione a Stroppare di Pozzonovo, in preallarme per il rischio Gorzone. Stazionaria la situazione anche a Monselice, dove il livello del Bisatto è sceso mentre resta alto quello del Bagnarolo.

Francesca Segato

 

Strade provinciali a pezzi stop al traffico e disagi

A Rovolon via Rialto e via Belvedere sono chiuse perché l’asfalto ha ceduto

Preoccupa la frana dietro la chiesa di Carbonara. Smottamenti anche a Vo’

ROVOLON – A causa della pioggia di martedì, i cinquanta metri dissestati in via Rialto sono peggiorati tantissimo rispetto ad alcuni giorni prima, e la stessa sorte è toccata ai circa trecento metri di via Belvedere, la strada estesa sul versante settentrionale del Monte Grande, che aveva iniziato a cedere l’altro ieri sera e le cui condizioni di notte si sono aggravate. Così il comune di Rovolon deve fare i conti con due tratti di arterie provinciali chiuse completamente al traffico, con gli intuibili disagi che la situazione si porta appresso. Ai tanti curiosi e ai residenti nei dintorni che ieri si sono recati a Rovolon Alto, dal chilometro otto all’azienda vitivinicola di Simone Fasolo, via Belvedere che fa parte della provinciale ‘di Costigliola’- Rovolon-Treponti di Teolo, si presentava piena di gibbosità, avvallamenti e martoriata da profonde crepe. Soprattutto i cento di metri di strada che si aprono davanti al country house Bucaneve sono stati devastati e sono sempre a rischio di peggioramento. «Sembra che ci sia stato un terremoto. Sono passata di qui martedì mattina ed era tutto a posto Ci vorranno mesi per rimetterla in sesto», dice una signora residente a Rovolon. Per tutto il giorno si è registrato un viavai di tecnici e operai che hanno posizionato la barriere per la chiusura e la segnaletica di avvertimento fin da Bastia. Il cedimento dell’altra sera ha colpito anche un vigneto di Silvano Fasolo. A scattare delle foto in via Belvedere si è presentato anche l’avvocato Carlo Bonino, che assieme ad altri due proprietari di terreni situati più in basso e colpiti nel 2011 da pesanti smottamenti, si è rivolto al Tar perché la Regione, la Provincia e il Parco non si decidevano ad intervenire sulla strada per risolvere il problema a monte e a valle. Il tribunale ha dato ragione ai tre proprietari condannando il Parco a intervenire e Regione e Provincia a sborsare i soldi necessari. «Ci sono due vene d’acqua sotto la strada», spiega l’avvocato, «e bisogna portarle fuori altrimenti verranno giù l’arteria, i poderi e le abitazioni sottostanti». Altra frana che preoccupa il municipio rovolonese è quella localizzata dietro la chiesa di Carbonara. Là passa l’omonimo profondo calto, ma un tratto di muro sta cedendo e andrebbe ad ostruire il passaggio dell’acqua che viene giù dai colli. Anche la confinante Vo’, ha registrato due smottamenti. Quello più grosso in via Molini, proprio nei pressi della cava Giora. Ha ceduto una parte di bosco che scivolando ha travolto un palo della luce e ha sommerso la stradina che conduce alla cava di trachite. La frana continua a muoversi e nei paraggi ci sono due abitazioni. Ieri mattina, hanno eseguito un sopralluogo il sindaco, il geometra dell’ufficio tecnico e i volontari della protezione civile. In via Rovarolla a Zovon un tratto di strada ha ceduto davanti alla cava e i cartelli segnalano il pericolo.

Piergiorgio di Giovanni

 

NEL PIOVESE

Le scuole sono state riaperte canali sempre sotto controllo

PIOVE DI SACCO – La Saccisica tira un sospiro di sollievo: la tregua della pioggia di ieri ha fatto registrare un sensibile calo dei livelli di alcuni canali, come il Fiumicello a Piove di Sacco e anche nello stesso Bacchiglione che è poi quello che preoccupa maggiormente. I sindaci alla luce della situazione parzialmente rientrata dall’emergenza dei giorni scorsi, hanno deciso di riaprire le scuole: lezioni regolari oggi, dunque, a Piove di Sacco, Arzergrande, Brugine, Codevigo, Correzzola, Polverara e Pontelongo. «La decisione di chiudere le scuole mercoledì», fa notare il sindaco di Piove Davide Gianella, «è stata dettata anche dal fatto che sono migliaia gli studenti, dai bambini ai ragazzi più grandi, che frequentano le scuole della città e molti vengono da fuori. Ora che la situazione, almeno per noi, si è un po’ normalizzata, la scuola riapre. Resta costante il monitoraggio di argini e fiumi». Polverara mantiene in vigore l’ordinanza emessa martedì per la chiusura delle vie Fiumicello ovest, Argine sinistro e Isola dell’Abbà, trattandosi di strade che corrono sulla sommità arginale del Bacchiglione. Quest’ultimo, nonostante il suo livello sia calato di quasi un metro, rimane sorvegliato speciale soprattutto a Pontelongo, dove taglia letteralmente a metà il paese, e a Codevigo, in particolare per l’abitato di Castelcaro, proprio a ridosso del fiume. Il sindaco Belan conferma lo stato di pre allerta per i residenti.

Elena Livieri

 

Sui Colli le frane ora fanno paura

A Teolo e a Rovolon versanti interi scivolano verso valle. Danni ai terreni agricoli

TEOLO – Passato il momento critico delle piogge intense, a preoccupare gli abitanti dei Colli Euganei sono ora le frane. Col passare delle ore la situazione si è fatta molto preoccupante sopratutto nei comuni di Teolo e Rovolon, dove interi versanti scivolano a valle come se fossero saponette bagnate. Se a Rovolon l’emergenza riguarda soprattutto la viabilità, a Teolo le frane stanno distruggendo interi terreni agricoli nella zona di Tramonte. La vasta frana che da lunedì notte interessa il versante ovest del colle Moscalbò, sopra l’abbazia di Praglia, sta distruggendo un nuovo vigneto ed un ciliegeto dell’azienda agrituristica Boscalbò della famiglia Sgarabottolo. La larghezza delle crepe sul terreno in meno di 24 ore è raddoppiata, segno che la zona sta ancora franando. Si teme per l’abitazione e per le strutture dell’agriturismo. Il pericolo maggiore lo sta correndo la stalla dei maiali che è stata sgomberata. A 500 metri di distanza frana il costone sud del colle Lonzina. Sotto la strada che porta all’ex zoo, sul terreno sono comparse delle grosse fessurazioni. Se il maltempo dovesse continuare c’è il rischio che il pendio finisca per invadere la strada che collega Tramonte a Luvigliano, passando per il valico di Quota 101. Il personale dell’ufficio tecnico del comune di Teolo ieri mattina è intervenuto in via Farnea, nella frazione di Villa, dove un movimento franoso sta danneggiando la strada comunale. Sul posto sono intervenuti anche i tecnici di Etra per riparare la condotta dell’acquedotto che si era spezzata a causa dello smottamento del terreno. Il punto dove è un atto la frana si trova a valle di un piccolo nucleo residenziale, il cosiddetto Relax Motel, composto da alcune decine di abitazioni prefabbricate che vengono usate soprattutto d’estate. Sembra che anche sui vialetti che portano alle abitazioni ieri mattina siano comparse crepe. Chiusa ieri pomeriggio per frana via Fontana Maggiore a Teolo Capoluogo. In comune di Torreglia l’unica frana di una certa importanza per ora è lungo via Malterreno. La strada che collega Luvigliano con Quota 101. Anche in questo caso i danni sono su un vigneto gestito dalla famiglia Dainese, titolare dell’agriturismo Sengiari. Per quanto riguarda la situazione degli allagamenti creati dallo scolo Rialto, ieri si è risolto il problema in via Primo Maggio a Treponti. Si stanno lentamente prosciugando anche i terreni finiti sott’acqua lunedì nella zona di San Daniele, in comune di Torreglia.

Gianni Biasetto

 

ALLUVIONE»RUBANO e selvazzano

Aziende in ginocchio danni per milioni

Macchinari irrecuperabili, i più fortunati sono riusciti a salvare le merci

Nel quartiere Fatima sott’acqua tutti i piani terra e i seminterrati

RUBANO – Ieri è stata la giornata delle pulizie e della verifica dei danni nelle aziende di via Sant’Antonio e nelle abitazioni del quartiere “Fatima”. Tutti si sono rimboccati le maniche e hanno preso stracci e ramazza, cercando di svuotare le case e le fabbriche dall’acqua. Sul volto la rassegnazione e sulle bocche la parola “disastro”. C’è anche chi piange guardandosi attorno: l’azienda che ha avviato nel 1972 ha subito danni pesantissimi. «Dovremo buttare via tantissimo legname», dice Giovanni Vidale, che ha fondato l’omonima falegnameria, passata ora nelle mani del figlio Lorenzo, «ma soprattutto le macchine non funzionano più e forse nemmeno il muletto. Molto del materiale lo abbiamo recuperato in mezzo al campo allagato. Non era mai successo in tanti anni». La sua è l’attività alla fine della via, nel punto più basso, quella in cui è entrata la maggior quantità d’acqua. In via Sant’Antonio ci sono solo aziende: oltre alla falegnameria Vidale, hanno sede la tappezzeria Nalesso, l’autofficina Marcato Alvise e le ditte Comit, Polacco bilance, Alleanza traslochi, Tk verniciatura e restauro. Tutte finite sott’acqua. Si sono salvate solo le due attività all’inizio della strada: la In.co, e il discount Dico, i cui piazzali martedì erano però allagati. Alla Polacco bilance i titolari hanno dormito in azienda per paura che saltasse la corrente e si fermassero le pompe. Il pavimento in cemento dentro il capannone si è persino rialzato. Le bilance dei clienti le hanno messe in salvo, ma la loro attrezzatura si è tutta rovinata. Come all’autofficina Marcato: auto dei clienti salve, attrezzatura danneggiata. Hanno salvato i camion da Alleanza traslochi, ma non il materiale in magazzino. Stesso dicasi per la tappezzeria Nalesso, con migliaia di euro di danni, nonostante un muro formato da 600 sacchi di sabbia e due giorni insonni a cercare di mettere al riparo la ditta. Devono verificare se ripartono i macchinari anche alla Tk: nel capannone è entrato mezzo metro d’acqua con conseguenze devastanti. Migliaia di euro di materiale elettrico rovinato anche alla Comit: i dipendenti e le titolari hanno improvvisato un traghetto aziendale, salendo tutti su un autocarro per attraversare via Sant’Antonio, ieri mattina ancora mezza allagata. Conta dei danni e scope in mano anche nel quartiere “Fatima”, dove hanno riscoperto la solidarietà tra vicini, pure tra quelli che di solito litigano tra loro. In via Manzoni Silvano Canella si è trovato la macchina bloccata dentro al garage perché il cancello non si apriva e l’ha dovuta far portare via dal carro attrezzi. Ieri mattina stava ripulendo il box sommerso. Nella stessa strada i Menin dovranno buttare alcuni mobili, due lavatrici e un frigorifero, mentre Saoudi Abdelkader ha preso i suoi due bambini piccoli ed è andato dormire dal fratello, perché aveva venti centimetri d’acqua in tutta la casa. In via Verdi anche Anton Pal si è trovato l’intera piano terra della casa invaso dall’acqua, come pure la famiglia Mampreso, nonostante avessero sigillato le porte e azionato le pompe che avevano. Ma il retro dell’abitazione, che dà sul canale Mestrina, è stato invaso da 60 centimetri d’acqua, tanto quanto dalla vicina, Brunetta Galante. Ad Andrea Callegari non funzionano frigo e caldaia: si stanno aiutando tra vicini, perché, finché l’acqua invadeva la strada, non hanno visto nessuno. «Anche i media nazionali ci hanno snobbati, relegandoci all’ultima notizia», dice, «ma dovrebbero venire a vedere come siamo ridotti». Non c’è casa che non abbia un piano interrato o una cantina che siano stati risparmiati dall’acqua. Chi non ha scantinati e taverne, ha l’abitazione al pianterreno e l’acqua se l’è ritrovata direttamente in cucina e camera da letto. Hanno scattato tutti le foto, da allegare all’eventuale domanda di risarcimento, che sono poco speranzosi, però, di veder arrivare.

Cristina Salvato

 

Al Rolandino case ancora allagate

Emergenza senza fine, il livello dell’acqua sale. «Servivano più idrovore»

RUBANO – Nel quartiere Rolandino sono letteralmente alluvionati, con almeno venti centimetri d’acqua in casa e oltre trenta per le strade. Chi ha un piano interrato, di acqua ne ha quasi due metri. Ieri mattina il livello, invece di abbassarsi, si alzava di diversi centimetri. Le pompe scaricavano l’acqua in strada, questa rientrava nelle case. Dai tombini l’acqua invece di scendere, zampillava fuori, verso la superficie. Non sono servite nemmeno le paratie. Invase dall’acqua le vie Rolandino, Gloria, Mussato e Sartori. Rovinati mobili, muri, suppellettili, porte. Tutto. Saltata anche la luce, così sono rimasti al buio e al freddo. La famiglia Gastaldon in via Gloria l’acqua non è riuscita a fermarla nemmeno con quattro pompe. Poco più in là, a casa Rata, l’acqua entra da dietro, davanti e sotto: sono giovani e avevano appena ristrutturato. Dovranno buttare via tutto. «Non si trovavano sacchi», dicono, «e abbiamo impiegato quattro ore, girando tre Comuni per trovarli, quando ormai era tardi». Chi è rimasto in municipio a Rubano ci ha impiegato un’ora e mezza per avere sacchi di sabbia. «Sono dieci giorni che piove e pertanto l’evento si può dire eccezionale», commenta Giovanni Perin. È stato vicesindaco a Rubano e vicepresidente del Consorzio di bonifica: lui le idrovore Brentelle ha contribuito a farle installare. «Se avessero funzionato, però, non saremmo arrivati a questo punto», commenta. Il pensiero generale è che Rubano sia stata sacrificata per salvare Padova o altre zone, tenendo l’acqua nel territorio per non gravare sul Bacchiglione: li avessero almeno avvertiti, avrebbero provveduto a rifornirsi di sacchi e paratie e a sigillare le porte, dicono tutti. «Abbiamo chiesto al Consorzio di installare un’idrovora aggiuntiva», dice il sindaco Ottorino Gottardo, in giro di ispezione con la protezione civile, «per cercare di svuotare lo scolo Giarina, su cui scarica il quartiere Rolandino, ma che ormai è talmente pieno da non ricevere più. Speriamo così che la situazione migliori rapidamente». Intanto oggi la scuola elementare Da Vinci, evacuata martedì, sarà riaperta. Così anche la materna. La scuola media no.

(cri.s.)

 

Persone isolate residenti tra due Comuni: «Nessuno fa nulla»

in via annibale da bassano nel tavello

Via Annibale da Bassano nel Tavello continua a rimanere allagata, isolando da lunedì sera dieci famiglie. Se non fosse stato per la Protezione civile, ieri gli abitanti della strada non sarebbero tornati a casa. Sono ormai esasperati, anche perché ricadono nel territorio limenese, però sono residenti a Vigodarzere. E le istituzioni si rimpallano le responsabilità, per cui loro non sanno più nemmeno a che santo votarsi. «Sono giorni che siamo isolati», racconta Ervè Cappellaro, «e nessuno ha fatto nulla, in passato come adesso. Ci hanno messo, in verità, una pompa, ma non fa nulla. Purtroppo la colpa deve essere la falda, a quanto ci dicono, molto vicina alla superficie, per cui quando il fiume Brenta si alza di livello, lo stesso fa lei, creando una sorta di lago all’inizio della strada, che allaga la via e provoca l’isolamento di dieci famiglie. Da lunedì non possiamo uscire di qui con l’automobile : ieri mattina ci sono riuscito, ma quando la sera sono rincasato, ho trovato la strada sbarrata dalla Protezione civile. Ho dovuto pertanto lasciare l’auto e chiedere un paio di stivali di gomma ai volontari per tornare a casa. L’alternativa sarebbe stata quella di percorrere l’argine al buio». Cappellaro ha una bambina di soli sette mesi ed è preoccupato per lei, come è preoccupato per le persone anziane che risiedono in via Annibale da Bassano: se dovessero avere bisogno di provviste o medicine, non potrebbero arrivare in paese. «Le mie nipoti sono andate a scuola», continua, «ma sono state riaccompagnate dalla Protezione civile, che le ha caricate sul fuoristrada. Chiamare le istituzioni serve a poco: il Comune di Limena dice di chiamare quello di Vigodarzere, perché noi siano residenti lì. Vigodarzere ci rimanda a Limena, perché l’inizio della strada ricade sotto questo Comune. Non sappiamo che Protezione civile chiamare. Ma a noi resta il disagio di ogni anno, che però questa volta è davvero peggiorato».

(cri.s.)

 

Più di duecento famiglie hanno chiesto soccorso

A Caselle e a Tencarola i cittadini protestano: «Nessuno è venuto ad aiutarci»

La Protezione civile porta viveri e legna. Oggi a Selvazzano riaprono le scuole

SELVAZZANO – Dopo una notte insonne trascorsa a mettere in salvo quanto più possibile in attesa dei soccorsi (che in alcuni casi non sono arrivati), quella di ieri per gli alluvionati della frazione di Caselle e di alcune vie di Tencarola è stata la giornata della conta dei danni, delle domande e delle polemiche. Inevitabili per chi ancora ieri sera aveva la taverna o il garage con un metro d’acqua e l’abitazione al freddo perché senza energia elettrica o con la caldaia fuori uso. Il numero esatto delle famiglie che hanno avuto danni e disagi nelle vie allagate del quartiere Delle Sante di Caselle e nelle strade di Tencarola, non è noto. Dalle richieste di soccorso fatte alla protezione civile sarebbero oltre duecento. Ad andare stranamente in tilt ad iniziare dal pomeriggio di lunedì, è stato il sistema idraulico cosiddetto minore. Quello che confluisce le acque non solo del territorio del comune di Selvazzano, verso l’idrovora che scarica sulla Brentella. Il primo scolo ad avere problemi è stato il Mestrina all’altezza del ponte di via Dante. Le polemiche. Alle 19 di ieri Lucio Mion, un abitante di via Lamarmora, a Caselle, denunciava che nessuno si era fatto vivo: «Abito al piano terra, ho avuto la camera da letto, il salotto, la cucina e il bagno sommersi. L’acqua l’abbiamo pompata fuori con fatica. Non si è vista anima viva, eppure le segnalazioni le abbiamo fatte». «Ci siamo dovuti arrangiare», gli fa eco Arianna Mietto, che abita in via Giovanni XXIII. A togliere l’acqua dalla taverna ci hanno aiutato alcuni amici di mio figlio. Abito qui da 45 anni, una cosa del genere non era mai successa». Lorenzo Rampazzo, residente in via Sant’Elena, ringrazia la protezione civile che l’ha aiutato nella notte a svuotare lo scantinato. «Ma hanno fatto il lavoro a metà: a un certo punto sono andati via per ordini superiori», commenta l’uomo. «Evidentemente qualcuno aveva più urgenza, forse una banca». Una delle situazioni più difficili nella frazione di Caselle la sta vivendo la famiglia di Luciano Munaretto al civico 7 di via Santa Lucia: «Abbiamo due metri e mezzo d’acqua nello scantinato, temo che il muro divisorio con il mio vicino sotto la spinta dell’acqua crolli», racconta l’uomo. «Abbiamo chiamato l’autobotte, mi è costata 200 euro e non abbiamo risolto nulla perché l’acqua è troppa. Alla protezione civile ci hanno detto che siamo in lista». Nella zona di Tencarola i disagi maggiori li hanno patiti i residenti di via Forno e via Carnaro: «Ho passato la notte a litigare con le istituzioni», dice Filippo Pilotto che abita al civico 16 di via Carnaro. «Avevo chiesto che mi aiutassero a far uscire mia moglie con il figlio piccolo, ma non c’è stato verso. Ho dovuto arrangiarmi. Nei garage abbiamo 180 centimetri d’acqua, un’auto è da buttare. I danni saranno intorno ai 40 mila euro». Un altro residente di via Carnaro, Nicola Carpenè, si lamenta del mancato preavviso e annuncia un esposto alla Procura. Gli aiuti. In via Carnaro il mezzo anfibio dei vigili del fuoco ieri mattina è intervenuto più volte per portare provviste alle persone bloccate in casa. Claudio Grigoletto, un anziano che abita in fondo alla via, con l’aiuto della sorella è riuscito a farsi portare della legna per la stufa. In via Carnaro e in vicolo Forno, dove ieri mattina sono intervenute un paio di autobotti di una ditta incaricata dal Comune per “succhiare” l’acqua dalla strada, i pompieri hanno fatto la spola per garantire viveri. A Caselle Giuliano Gialain, titolare di una ditta di trivellazione idraulica ha messo a disposizione gratuitamente la sua attrezzatura. Scuole aperte. Oggi tutte le scuole di Selvazzano, liceo compreso, funzioneranno regolarmente. A metà pomeriggio era circolata la voce che gli impianti di riscaldamento non funzionavano. Notizia smentita dal sindaco: le lezioni riprenderanno regolarmente.

Gianni Biasetto

 

Soranzo: «Presto l’impianto di pompaggio»

Il sindaco annuncia la costruzione di due sollevamenti all’altezza della chiusa dello Storta

SELVAZZANO – Per quanto è successo nella frazione di Caselle e in parte di quella di Tencarola, è sotto accusa il Consorzio di Bonifica Brenta che gestisce le quattro idrovore del Brentella. La maggior parte dei cittadini di Selvazzano è convinta che si sia voluta salvare dall’acqua Padova, facendo funzionare l’impianto di pompaggio a basso regime. Ad avvalorare la convinzione della gente del posto è che un problema idraulico del genere in quell’area non si era mai verificato. «Quando siamo andati in emergenza ho verificato di persona che le quattro pompe giravano al massimo», puntualizza il sindaco di Selvazzano, Enoch Soranzo. «Ieri ho avuto conferma dal presidente del Consorzio, Danilo Cuman, che è stato fatto il massimo per scaricare l’acqua che arrivava sul Brentella dal nostro territorio e non solo. Il problema che si è presentato stavolta è dato dalla gran quantità d’acqua che è giunta anche dai territori dei Comuni vicini. Le idrovore, pur funzionando al massimo, non sono state in grado di gestire l’enorme massa d’acqua. C’è anche da dire che il livello del Brentella era alto e non appena si è potuta aprire la paratia dello scolo Storta (alle 4,30 di ieri mattina) l’acqua ha iniziato a defluire». Un problema che potrebbe ripresentarsi in futuro e per questo i cittadini che hanno avuto l’acqua in casa sono molto preoccupati. «Per evitare che questo succeda destineremo immediatamente una cifra del bilancio comunale per la costruzione di un impianto di pompaggio con due idrovore all’altezza della chiusa dello Storta», aggiunge il primo cittadino. «Va anche detto che nessuno poteva immaginare una cosa del genere. Sulla rete idraulica di Selvazzano si è riversata una grande quantità d’acqua anche dei Comuni vicini. Bisogna provvedere in fretta. Sarà mia cura, non appena questa emergenza si sarà conclusa, attivare gli enti competenti affinché si possa realizzare questo impianto aggiuntivo che dalle prime valutazioni fatte dai tecnici risolverebbe il problema». Visto lo stato di emergenza, Soranzo ha deciso di spostare la presentazione del progetto dell’impianto natatorio di Selvazzano, prevista per domani sera al centro civico Presca di San Domenico.

(g.b.)

 

Emergenza canali Brusegana va sotto

Il livello del Bacchiglione scende ma sale quello degli scoli

La rete minore non scarica: fino a 15 centimetri nelle case

PADOVA – Il Bacchiglione si abbassa ma si alzano i canali, il risultato finale non cambia: martedì notte e mercoledì mattina alcune zone di Padova sono finite sott’acqua. L’emergenza maggiore, che ha attivato Comune e Protezione civile in 45 minuti, si è registrata in via Monte Rua e Monte Cero, a Brusegana. Tre case in via Monte Rua e quattro in via Monte Cero non hanno chiuso occhio per tenere testa all’acqua del fossato che, tracimando, si è riversata prima in strada, allagandola come un fiume, e poi in casa. Cantine, taverne e piani terra, inondati fino a 15 centimetri di acqua. Immediata la reazione dell’unità di crisi allestita dal Comune: in 45 minuti si sono recati sul posto l’assessore alle Acque Andrea Micalizzi, tre squadre della Protezione civile con una decina di uomini e tre pompe per aiutare i cittadini. Inoltre si è attivata una rete di solidarietà tra vicini di casa ed amici che hanno consentito, a differenza del tragico 2010, di salvare mobilio e oggetti. Ieri mattina il panorama era quello di una zona “sfollata”, con mobili accatastati (ma salvi), stivali infangati e tanta stanchezza. Già dalla notte sono state chiuse le due vie, Monte Rua e Monte Cero, che sono rimaste impercorribili fino a ieri pomeriggio. La Protezione civile ha lavorato tutta la notte turnandosi ogni due ore. A mettere in pericolo la zona, il reticolo di piccoli canali che scaricano nel fiume Brentella che, a sua volta, riversa l’acqua nel Bacchiglione. Nei giorni scorsi però il Bacchiglione, alle prese con la piena proveniente direttamente dalle montagne, non è stato in grado di accogliere acqua dai canali minori che, invece, continuavano a ricevere cascate dalle zone gravemente colpite dagli allagamenti, come Sarmeola, Tencarola, Selvazzano e Caselle, appunto il confine con Brusegana. E l’acqua al limite della strada ha finito per tracimare. «L’innalzamento dei canali minori è ora la nostra maggiore preoccupazione», scandisce Micalizzi, «non riescono a scaricare e questo ha generato delle criticità nella zona di via dei Colli, inzuppando i terreni agricoli e finendo per portare l’acqua nelle case. In queste ore di calma, in cui non piove, stiamo cercando di liberare il più possibile i canali. Ma le previsioni dicono che pioverà anche domani e dopodomani, dunque gli equilibri in questa zona restano precari e non possiamo abbassare la guardia». A chi dice che l’idrovora del Consorzio del Brenta, proprio in via Monte Cero, non abbia funzionato, il giovane assessore risponde con una verifica “a sorpresa”. «Ieri mattina mi sono presentato senza preavviso al Consorzio», riferisce, «ed ho controllato personalmente che le quattro pompe (che tirano 2 mila litri di acqua al secondo) funzionavano tutte». Non c’è più pericolo, invece, alla Paltana. «I livelli del Bacchiglione si stanno abbassando notevolmente, di 6 centimetri all’ora», rassicura Micalizzi. Sono stati risolti anche i disagi in via Cà Rinaldini, dove «l’allarme è rientrato e rientrerà definitivamente anche il pericolo nell’intero rione di Montà una volta ultimati i lavori delle fognature» e in via della Biscia, dove «l’importante è aver risolto l’emergenza, ma bisognerà chiarire le responsabilità perché da un primo sopralluogo dei tecnici l’ostruzione è stata causata da un intervento di recinzione di privati».

Elvira Scigliano

 

Prevista pioggia ancora fino a domenica

Arpav: precipitazioni meno intense rispetto ai giorni scorsi. Rischio frane e smottamenti in collina

TEOLO – Niente sole almeno fino ai primi giorni della prossima settimana. Per le famiglie che in queste ultime ore hanno avuto l’acqua in casa e per gli agricoltori che hanno i terreni agricoli ancora inzuppati dalle abbondanti piogge, dal Centro Meteo di Teolo dell’Arpav arrivano notizie tutt’altro che confortanti. Una situazione meteo, quella prevista, che mantiene alto il rischio frane e smottamenti sulle zone di collina. Impulsi perturbati ed umidi di origine atlantica continuano, infatti, ad interessare la nostra regione interrotti solo da qualche modesto intervallo anticiclonico che regalerà qualche raggio di sole soprattutto nelle zone montane e pedemontane. Quelle previste fino al tardo pomeriggio di oggi saranno precipitazioni decisamente meno intense rispetto a quelle dei giorni scorsi. In pianura i millimetri d’acqua indicati dai meteorologi vanno dai cinque ai 15, nelle zone prealpine dai 15 ai 25. Nulla a che vedere, quindi, con i quantitativi ben più importanti che hanno gonfiato i fiumi più importanti e creato problemi al sistema idraulico di parecchie zone della provincia. Dopo quasi una settimana di cattivo tempo, la prima giornata senza piogge sarà quella di domani. In quota comparirà anche il sole. Ma sarà una parentesi di tempo accettabile breve visto che già verso sera è previsto un aumento della nuvolosità con probabili rovesci. Domani le temperature minime scenderanno di qualche grado. Cielo coperto anche sabato, specie in pianura, dove le nubi saranno basse e la visibilità sarà ridotta. Qualche sprazzo di sole interesserà nelle ore centrali della giornata le zone montane e pedemontane. Domenica il tempo continuerà a mantenersi variabile con annuvolamenti alternati a sporadiche schiarite che potranno interessare anche alcune aree della pianura. Durante le ore fredde compariranno delle foschie nelle zone di pianura e nelle valli. Ieri nella nostra provincia le temperature minime si sono attestate intorno ai 6-7 gradi, le massime 8-9 gradi. Valori decisamente superiori a quelle che in media vengono registrate in questo periodo.

Gianni Biasetto

 

Mobilitati i cantonieri per ripristinare la viabilità

In mezza provincia strade franate o interrotte con molti ponti impraticabili

Nella sala operativa di via dei Colli 2.100 volontari al lavoro nei tre giorni

PADOVA – La sala operativa della Provincia, allestita nella sede della Protezione civile provinciale di via dei Colli 178, funziona 24 su 24. In primo piano l’incessante lavoro del personale provinciale, dell’amministrazione comunale padovana e i volontari del corpo. Molti dipendenti non hanno dormito superando di gran lunga lo straordinario e tornando a timbrare il cartellino il giorno dopo, come il Settore manutenzioni di palazzo Moroni. Mentre i volontari della Protezione civile hanno dato lustro alla vocazione all’altruismo che li contraddistingue. La Provincia ha attivato tutte le procedure di emergenza per dare supporto ai Comuni: quelli maggiormente interessati sono lungo le aste fluviali del Bacchiglione e Fratta Gorzone, oltre al Roncajette e Bisatto. Le situazioni più critiche restano Battaglia, Montegrotto, Selvazzano e Bovolenta. Nel dettaglio, dal magazzino di via dei Colli sono stati distribuiti 42 mila sacchi vuoti e 6.000 riempiti dal personale volontario. La distribuzione è stata fatta ai Comuni colpiti e direttamente ai cittadini di Selvazzano, Rubano e Montegrotto. Solo martedì i volontari erano oltre 1.100, molti dei quali a monitorare gli argini. A questi si aggiungono 300 volontari impiegati il 2 febbraio e altri 700 il 3 febbraio, dunque in tre giorni hanno operato 2.100 persone. È stato impiegato anche tutto il gruppo provinciale di volontariato con circa 96 volontari che si sono turnati in tre giorni nella sala operativa, 50 solo martedì. Altre 26 squadre sono state movimentate per interventi fuori distretto, in tutto 130 volontari tra sala operativa e supporto esterno. Dal 2 al 4 febbraio le chiamate sono state duemila. Sul fronte della viabilità, sono mobilitati tutti i cantonieri della Provincia. Le situazioni più difficili lungo la Sp 77 “di Costigliola” a Rovolon: c’è una strada franata lunga circa 300 metri. In zona Colli i cantonieri stanno operando lungo la Sp 47 “Docima” dov’è stato chiuso al transito il ponte sul canale Bisatto di Vo’ in località Vo’ Vecchio. Lungo la Sp 72 “Sementina” è stato chiuso il ponte di Trambacche per l’allagamento della strada. Infine, un altro reparto di cantonieri è operativo sulla Sp 14 (di Pontecasale) in direzione Rivella dove è stato chiuso il ponte sul Canale Bagnarolo a Pernumia. Chiusi inoltre il Ponte Azzurro a Bovolenta lungo la Sp 35 “Volparo”; la Sp 9 “del Canale di Cagnola” e 3 “Pratiarcati” in corrispondenza dei muri di contenimento del Bacchiglione, sempre a Bovolenta. È chiusa per esondazione del canale Rialto a Battaglia Terme anche la Sp 63 “del Catajo”. Attualmente l’emergenza coinvolge 51 Comuni. I Centri operativi comunali aperti sono a Pernumia, Cervarese Santa Croce, Vescovana, Galzignano, Selvazzano, Abano, Veggiano, Megliadino San Fidenzio, Cartura, Padova, Casalserugo, Pozzonovo. «La situazione in questo momento è stabilizzata», rassicura l’assessore alla Protezione civile Mauro Fecchio, «se nel 2010 hanno ceduto gli argini, questa volta abbiamo avuto una pioggia davvero eccezionale che ha interessato quasi tutti i fiumi provocando gli allagamenti».

(e.sci.)

 

Forcellini e Terranegra fuori dall’incubo grazie ai lavori eseguiti dopo il 2010

«Dalla città, in confronto alle zone della provincia e al 2010, abbiamo avuto una buona risposta». L’assessore alle acque, Andrea Micalizzi, pur se moderatamente, riscontra la soddisfazione di una città che ha tenuto. In particolare, malgrado più di 150 millimetri d’acqua in pochi giorni, non si sono registrati disagi nei quartieri fino ad oggi a rischio, come Forcellini e Terranegra. «Ecco il risultato dei lavori eseguiti in questi anni», scandisce il giovane democratico, «ricordo il raddoppio dell’idrovora di Voltabarozzo e della sistemazione della botte sifone (sotto l’idrovora), nonché il potenziamento della rete fognaria di via Crescini. Inoltre, in programma, ci sono ancora l’idrovora di San Gregorio e la vasca di laminazione». Facciamo un po’ di conti. L’idrovora di Voltabarozzo, inaugurata nel 2012, è costata 1 milione e 700 mila euro, ai quali bisogna aggiungere 500 mila euro per la sistemazione della botte sifone, che serve sempre Forcellini. Poi ci sono le nuove fognature, quelle di via Crescini, che si sono affiancate a quelle esistenti (80 per 80 centimetri) e un condotto che misura 1,5 metri per 2,5 metri. Il potenziamento è costato 2 milioni e 300 mila euro.

(e.sci.)

 

Scolmatore Padova-Venezia dimenticato

Dalla Zuanna (Scelta Civica) e il Pd attaccano: né in Regione né a Roma stanno sostenendo l’opera

PADOVA – Il Bacchilgione non arresta la sua corsa e, con il fiume, l’onda delle polemiche. Il governatore Luca Zaia, che ha decretato lo stato di calamità, ricorda che «non c’è solo Fiumicino» per riportare l’attenzione sul Veneto. Il Pd lo accusa di far propaganda invece di rispondere delle opere non ancora completate ma promesse (e finanziate dal governo Berlusconi) nel 2010. A suonare “la carica” i consiglieri regionali del Pd e l’assessore alle acque di Padova, Andrea Micalizzi. «Aspettiamo parta l’opera del canale scolmatore (idrovora) Padova-Venezia», tuonano, «e i bacini di laminazione di Trissino e Caldogno». A sorpresa interviene anche la presidente della Provincia, Barbara Degani che ridimensiona l’allarme del governatore: «Nel 2010 lo Stato ha risposto in modo puntuale, mi aspetto uguale risposta, ma adesso non abbiamo avuto un’alluvione, solo allagamenti e disagi patrimoniali, nessun effettivo pericolo». Rocco Bordin, Forza Italia, insiste sulla mancanza di un progetto unitario: «Dobbiamo pensare a piani di azione di 50 anni», scandisce, «invece gli amministratori di Governo e Regione danno poca attenzione al percorso continuato nel tempo pensando solo al piccolo consenso momentaneo. Serve un accordo di progetto Stato-Regione sul canale scolmatore». Che l’idrovora sia una soluzione utile lo pensa anche Gianpiero Dalla Zuanna, senatore di Scelta Civica: «l’incubo dell’alluvione per i paesi del basso corso del Bacchilgione non è una fatalità», ribadisce, «bensì la conseguenza di una protezione idraulica che non è stata adeguata all’incremento di popolazione e alle nuove attività agricole, industriali, artigianali e commerciali. Il governatore Zaia dice che a Roma non gli danno i soldi, e che bisogna sforare il patto di stabilità. Tutto vero. Ma per il Bacchiglione la vera soluzione è il canale scolmatore delle acque del Brenta e del Bacchiglione da Vigonovo alla laguna. Eppure nessuno, né a Roma né a Venezia, in questi anni ha spinto per quest’opera che proteggerebbe i territori del Padovano e potrebbe essere un passo importante verso la realizzazione dell’idrovia Padova-Venezia. Tant’è, lo scolmatore non è mai stato inserito nei principali documenti di programmazione approvati a palazzo Balbi. Non possiamo continuare a lamentarci, se poi si sceglie di fare altro».

(e.sci.)

 

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