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Tribuna di Treviso – Maltempo, gli allagamenti.

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6

feb

2014

«Foraggio da buttare» Allevamenti in crisi

Feltrin, presidente della Coldiretti: «Campi sepolti dalla fanghiglia»

Danni per milioni all’agricoltura: a rischio la produzione di grano e orzo

macchinari allagati. Sono stipati in capannoni allagati

Appello per la manutenzione dei fossati e delle arterie idriche principali

radicchio sott’acqua. Le temperature elevate di questi giorni rischiano di danneggiare la coltivazione

Dita incrociate in attesa di un po’ di freddo

TREVISO – Dopo le eccezionali precipitazioni che si sono abbattute su tutta la provincia di Treviso, a rischio non solo radicchio, vigneti e seminativi, ma anche il settore zootecnia. «Ci sono giunte tantissime segnalazioni di fienili allagati. Quantità enormi di foraggio da buttare, per non parlare dei seminativi», commenta Walter Feltrin, presidente provinciale di Coldiretti, «le precipitazioni rischiano di mettere in ginocchio anche il comparto della zootecnia, gli allevamenti, già provati dalla crisi». «Stato di calamità» Feltrin parla senza incertezza di “calamità”. È ancora presto per una stima dei danni, molto dipenderà dall’andamento del meteo delle prossime settimane. Ma di certo il maltempo di questi giorni, gli allagamenti, le tracimazioni di fiumi e canali, costeranno all’agricoltura nostrana un conto salatissimo, di milioni e milioni di euro. In tutta la Marca, ma soprattutto nella parte centro meridionale della provincia, si segnalano campi e vigneti allagati. Se non tornerà il beltempo nell’arco di pochi giorni, l’acqua non potrà defluire e le colture non potranno resistere, soffocate dalla fanghiglia. Radicchio a rischio «Il radicchio di Treviso è resistente. L’importante è che non sia stato totalmente sommerso o che il fango non rovini le foglie. I problemi per questa coltivazione sono dati dalla piovosità, ma anche dalle alte temperature attuali, di qualche grado sopra la media stagionale. Solo se nei prossimi giorni la temperatura scenderà il nostro fiore sarà salvo». Vigneti allagati C’è poi la questione dei vigneti allagati e sommersi dalle acque: «Le situazioni peggiori le registriamo nei vigneti che hanno sofferto dell’esondazione del Livenza. Lì il terreno è particolarmente argilloso, l’acqua tende a stagnare, il rischio è che le radici vadano in asfissia e che quindi le piante siano danneggiate in modo irreversibile. Le prossime settimane saranno decisive», continua il presidente Feltrin. Sementi e macchine in ammollo Altro problema lo presentano i seminativi:soprattutto nella bassa trevigiana la fanghiglia che si è creata dopo le incessanti piogge rischia di compromettere la produzione di grano e orzo. «Non ultimo tutti i danni alle strutture e macchinari, stipati nei cantieri e capannoni allagati. Anche in quel caso si registreranno perdite preoccupanti». Secondo il leader degli agricoltori oggi oramai ci troviamo di fronte ad un clima drasticamente mutato, quasi tropicale, che impone la necessità di una puntuale attività di “prevenzione” attraverso interventi mirati e frequenti. «Nonostante il patto di stabilità non dimentichiamo che la manutenzione di fossati e arterie idriche principali è oggi di fondamentale importanza per consentire il defluire dell’acqua». «Troppo cemento» Feltrin rilancia poi l’allarme del continuo consumo di terreno agricolo da parte del cemento che si è mangiato solo recentemente almeno 11 mila ettari. Dall’altro lato gli intoppi burocratici. «A Preganziol la situazione si sarebbe potuta risolvere anni fa, con un nuovo bacino di laminazione, progettato dal Consorzio di Bonifica Piave e già finanziato dalla Regione, fermo da 4 anni». Feltrin attacca infine i cosiddetti ambientalisti convinti “Se non vogliono salvare le nutrie le adottino. Perché stanno causando danni irreparabili ai nostri fiumi, per milioni e milioni di euro e non lo pagheranno solo gli imprenditori agricoli ma tutti i cittadini. Stessa considerazione per il Piave: non vogliono vengano tagliati gli alberi sul greto del fiume, senza considerare che bloccano l’acqua e non la fanno defluire».

Serena Gasparoni

 

Si sgretola la collina famiglie in pericolo

Vittorio Veneto: gigantesco smottamento minaccia le case di via Val de Mar

Forse oggi l’evacuazione. Famiglia sfollata a Sarmede, altre auto giù a Osigo

VITTORIO VENETO – Come un terremoto di fango e melma. Un movimento lento, inesorabile. La terra sotto i piedi che vacilla, rumori sinistri che spezzano il silenzio della boscaglia. Le colline di Vittorio Veneto, impregnate d’acqua, hanno iniziato a cedere sotto il peso di una settimana di pioggia incessante. Ieri pomeriggio, poco dopo le 18, una frana si è staccata da una collina di Cozzuolo: ha accerchiato due case. Due famiglie sono rimaste ostaggio della melma in via Val de Mar. Sette persone, tra cui due anziani, sono rimaste completamente isolate. Una coppia di abitazioni lontane dalla strada principale che dal pomeriggio di ieri sono in balìa di frane e smottamenti. Stessa situazione a Sarmede, dove è stata evacuata una famiglia che vive in una casa a ridosso della collina. Ma è emergenza diffusa in tutto il Vittoriese: ieri a Fregona una frana si è portata via un’altra auto. La Protezione civile è al lavoro per far fronte alla furia delle colline che si sgretolano sotto il peso della terra mescolata all’acqua. Famiglie in ostaggio del fango La Protezione civile era già in allerta. Quella collina a Cozzuolo da ore era una sorvegliata speciale. Ma d’un tratto, verso le 18, la furia del fango si è riversata su due abitazioni che si trovano in via Val de Mar. Due famiglie sono rimaste isolate: sul posto è intervenuta la polizia locale, la Protezione civile, i vigili del fuoco. Ieri erano tutti al lavoro per cercare di mettere in salvo quelle sette persone. Preoccupano due anziani, che si trovano nelle condizioni di non potersi muovere. Le operazioni di evacuazione dovrebbero andare in scena questa mattina. Troppo fango sulla strada, mentre le case sembravano riuscire a reggere. In via Val de Mar ieri è accorso anche il sindaco di Vittorio Veneto Gianantonio Da Re, che sta coordinando le operazioni di salvataggio dei suoi concittadini. Non si conosce ancora l’entità della frana che si è staccata dalla collina di Cozzuolo, ma ieri sera si parlava di centomila metri cubi di fango che si muovono lentamente verso valle. Frana a Sarmede Evacuata una famiglia a Sarmede. Lo sgombero ha interessato due pensionati e la figlia  che vivono in un’abitazione a ridosso della collina in via Socosta al civico 4. «Se arrivano altre precipitazioni», spiega il sindaco Eddi Canzian, «la frana investirà la casa». Lo smottamento sta mettendo a rischio anche un’altra abitazione al civico 2, anche se qui la situazione è meno critica. L’allarme è scattato intorno alle 12 di ieri. Sul posto è arrivato lo staff del Comune e i carabinieri. Nel pomeriggio è stato attivato il centro operativo con la Prefettura. Alle 15.30 c’è stato un sopralluogo con un geologo della provincia, sul posto anche il geologo vittoriese Antonio Della Libera. Gli esperti hanno confermato la criticità della situazione. La Protezione civile ha fissato dei picchetti e ogni due ore ci sarà la verifica dei movimenti della collina. «C’è da pregare che non continui a piovere», ha aggiunto il sindaco, «la situazione è in costante pericolo. Servono interventi urgenti di ripristino». Emergenza a Fregona Situazione complessa anche a Fregona. «Abbiamo una ventina di frane in tutto il territorio comunale», afferma il sindaco Giacomo De Luca, «stiamo rincorrendo le emergenze». In via Osigo un altro pezzo di piazzale di un’officina è crollato, trascinando nel ruscello un’altra macchina. Il giorno precedente altri tre mezzi erano finiti allo stesso modo. L’imponente smottamento ha riversato nell’alveo del torrente molti metri cubi di terra, alberi e detriti bloccando il reflusso delle acque. Situazione critica nel Vittoriese Preoccupazione anche a Col di Osigo dove la frana si sta muovendo. Frane e crepe anche a Cappella Maggiore. La più grande si trova in via Anzano 23, lungo il versante collinare prima di Sant’Apollonia. A Vittorio Veneto sono state contate frane in via San Mor, nella  Val dei Fiori, due a Formeniga, nei pressi della chiesa, e poi ancora in via Col di Stella alle Perdonanze e a Maren. A  Corbanese di Tarzo osservata speciale la frana in località Madonna di Loreto. Scivolamenti ci sono stati in località Castagnera. Una frana si è mossa in località Piai, mentre resta alta l’allerta attorno ai laghi. Il sindaco Bof ha fatto richiesta di calamità naturale alla Regione e per questo invita i cittadini a segnalare i danni in Comune.

Francesca Gallo

 

Asolo, cedono 20 metri di strada

Il sindaco Baldisser chiede lo stato di calamità: «Due crolli in soli due giorni»

ASOLO – Crolla un tratto di strada di via Foresto di Pagnano, registrati danni per oltre 400 mila euro. Una nuova frana dopo il cedimento di via Sant’Anna, avvenuto lunedì sera. Due episodi in rapida successione che hanno convinto il sindaco Loredana Baldisser e l’assessore Luca Frezza a scrivere al governatore Zaia: Asolo ha chiesto lo stato di calamità. Paura in via Foresto martedì sera: oltre 20 metri di strada sono franati sotto gli occhi di residenti a automobilisti. Il maltempo si abbatte anche sulla città dei cento orizzonti, prima lunedì sera con una frana in via Sant’Anna, poi martedì con un cedimento sulla provinciale 101 in via Foresto Nuovo. Sul luogo della frana ieri mattina si sono precipitati il sindaco Baldisser, l’assessore Frezza e il responsabile della protezione civile comunale Giuseppe Masaro. «Vista la gravità della situazione è stata già presentata la domanda per il riconoscimento dello stato di calamità», ha affermato Frezza, «martedì sera siamo rimasti tutti con il fiato sospeso. Sotto la strada corrono infatti le tubature del gas, acqua e fognatura bisognava intervenire subito». «Il sindaco, che ha coordinato la protezione civile, ed io», continua l’assessore, «siamo accorsi in via Foresto e siamo rimasti fino alle 2 di notte. Da quel momento in poi la frana è stata presidiata dai tecnici di Aascopiave». Ieri mattina erano già al lavoro le ruspe: la strada rimarrà chiusa fino a fine maggio. Non cala l’allerta invece a Borso: sono stati invasi dall’acqua una casa di via Molinetto e 12 garage di piazza Paradiso a Semonzo. In via Caose nel primo pomeriggio di ieri quasi 3 mila metri cubi di acqua hanno invaso gli scantinati di due abitazioni in costruzione. È stato immediato l’intervento di una squadra della Protezione civile della Pedemontana coordinati dal presidente Fabrizio Xamin . «L’allarme sta rientrando lentamente», spiega il presidente, «Ci sono ancora delle situazioni di criticità che vanno costantemente monitorate per questo siamo pronti per correre immediatamente ai ripari ».

Vera Manolli

 

«Troppi disboscamenti colpa di vigneti e pesticidi»

Nel mirino degli ambientalisti del Wwf gli interventi nelle colline del Prosecco

Il Consorzio si difende: «Anzi, i viticoltori sono garanzia di stabilità del terreno»

FARRA DI SOLIGO «Giù le mani dei boschi»: il Wwf punta il dito contro i nuovi vigneti sulle colline del Prosecco Docg, corresponsabili, secondo gli ambientalisti, dei dissesti idrogeologici che hanno messo in ginocchio il Quartier del Piave. I produttori si difendono, e sposano la tesi del geologo pievigino Gino Lucchetta: «Per la stabilità del terreno meglio un vigneto nuovo, e ben curato, di un bosco vecchio e senza manutenzione». Il Consorzio del Prosecco, inoltre, sottolinea che nessuna delle ultime frane è collegabile a lavori eseguiti impropriamente sui vigneti. I sindaci del Conegliano Valdobbiadene ricordano che mai, come negli ultimi anni, le amministrazioni sono state così severe nell’autorizzare sistemazioni agrarie, disboscamenti e nuove piantumazioni: ogni progetto di nuovo vigneto deve prevedere sistemi di drenaggio e di scolo delle acque. Gli ambientalisti Il vigneto di Luciano Bortolomiol, vice presidente Wwf Altamarca, non ha mai registrato smottamenti o movimenti di terreno: «Questo perché non diserbo. L’erba viene tagliata con la falce, in modo da permettere alle radici di svilupparsi nel sottosuolo, e rinforzare il terreno». Bortolomiol spiega che il vigneto di un familiare, situato accanto al suo e trattato con diserbanti, si sta lentamente muovendo. «Il principio generale è che abbiamo tolto gli alberi e messo viti che non hanno radici profonde» precisa Bortolomiol. «Ormai sono fragili come le piante da serra: entro tre anni devono rendere, e dare un raccolto. Questo tipo di coltura, e il diserbo massiccio, non aiuta di certo a contrastare le frane». Il mondo ambientalista si è compattato in una petizione: “Salviamo i boschi”, capace di raccogliere nei mesi scorsi migliaia di adesioni (soprattutto online). Tra gli interventi più contestati, una risistemazioni agricola a Refrontolo, dove una cantina, nella scorsa primavera, ha disboscato un’area di quattro ettari per piantumare un nuovo vigneto, scatenando la protesta (arrivata fino in consiglio comunale) dei giovani del paese. I produttori Il Consorzio di Tutela Prosecco Docg la vede diversamente. Dà ragione al geologo Lucchetta, quando dice che non necessariamente un bosco raso al suolo, sostituito da un vigneto, è un peggiorativo per la stabilità della collina. Anzi. Se i lavori sono fatti a regola d’arte, la rinforzano. Il presidente del Consorzio, Innocente Nardi, ragiona però sulla cronaca di questi giorni, e fa notare che nessun vigneto è responsabile delle ultime, numerose frane da Refrontolo a Valdobbiadene: «È stato un periodo di eventi atmosferici straordinari, però i nostri vigneti hanno tenuto. Gli oltre 3 mila viticoltori della Docg sono una garanzia per la stabilità del territorio, perché sono sempre operativi e attenti alla manutenzione dei fondi». Le ultime frane, in effetti, hanno riguardato solo i boschi: «Dove non c’è un sistema di regimazione delle acque. Abbiamo notato che i boschi più stabili sono quelli al posterno». I sindaci Sulle pratiche di ogni nuovo vigneto, c’è sempre la firma del sindaco. Che deve approvare, o meno, il progetto. I due “guardiani” del Conegliano Valdobbiadene ripetono all’unisono: «Negli ultimi anni, la severità nel concedere le autorizzazioni è aumentata». Da Conegliano, Floriano Zambon ricorda che l’attenzione al problema è aumentata già dopo l’alluvione del 12 giugno 1998: «Dopo quell’episodio, ci siamo posti il problema e l’abbiamo affrontato nel Piano Regolatore. I danni erano generati dalla veloce discesa a valle dell’acqua, a causa dei filari disposti lungo le linee di pendenza delle colline. Dove possibile, bisogna sempre prevedere un bacino di laminazione. Ora tutti i vigneti sono autorizzati dalla Forestale». Sulla stessa linea Bernardino Zambon, sindaco di Valdobbiadene: «Ogni intervento deve superare rigorosi vincoli paesaggistici e geologici. Nella Docg, non esiste il concetto di abuso. Gli atti confutano chi vede un nesso tra frane e nuovi vigneti: le perizie geologiche mostrarono che anche la frana del 2010, nel cimitero di Santo Stefano, non era collegata ai lavori eseguiti sui filari».

Andrea De Polo

 

STRANO FENOMENO SUL MONTELLO

Tra le prese 1 e 2 si è formato una lago di trecento metri

NERVESA DELLA BATTAGLIA Paolo Gasparetto, presidente del Gruppo Naturalistico Montelliano, ha notato e fotografato spettacolari fenomeni dovuti al maltempo di questi giorni sul Montello. Nella Val Fredda, tra le prese 1 e 2, si è formato un lago provvisorio lungo circa 300 metri e largo 100 che in alcuni punti arriva ad una profondità di 5 metri. Il fenomeno è dovuto alla conformazione carsica del Montello. Il lago dovrebbe prosciugarsi naturalmente in un periodo che va da 10 a 15 giorni. Le piogge di questi giorni hanno portato anche all’inondazione del laboratorio di biospeologia del Gruppo Naturalistico nella grotta del Bus del Tavaran Longo. «Ci sono un metro e trenta centimetri d’acqua e temiamo per l’impianto elettrico», informa Gasparetto. Sempre a Nervesa il maltempo ha causato infiltrazioni d’acqua nella sede dell’associazione “Battaglia del Solstizio” a villa Eros.

Gino Zangrando

 

Chiaviche aperte sul Livenza: Gorgo e Meduna respirano

GORGO AL MONTICANO – A Gorgo e Meduna si fanno ancora i conti con l’acqua. Sono numerose le strade cittadine ancora allagate. Ieri sera verso le 22.30 la riapertura delle chiaviche sul Livenza dovrebbe riportare, oggi, la normalità a Meduna. «Mi hanno comunicato», spiega il sindaco Marica Fantuz, «che apriranno le chiaviche sul Livenza e quindi dovrebbe finalmente defluire tutta l’acqua che ha inondato alcune vie del centro. Le situazioni più critiche restano infatti via Canevon e via Runco, dove diverse decine di scantinati sono stati allagati». Situazione critica anche in via Versi. «Lì l’acqua è arrivata a lambire il supermercato e tutte le attività e le case del centro», continua Fantuz, «Devo ringraziare i volontari che hanno fatto un grandissimo lavoro mettendo in funzione tantissime pompe grazie alle quali sono riusciti a contenere l’allagamento in particolare del supermercato. Mi spiace comunque che alcuni garage siano stati allagati ugualmente». Resta ancora allagata l’area golenale del Saccon, dove risiedono sette famiglie, alcune sfollate mentre altre sono rimaste in casa spostandosi ai piani più alti. A Gorgo al Monticano il sindaco Firmino Vettori ha ordinato la sospensione del trasporto scolastico fino a sabato nelle vie Marigonda (parzialmente percorribile fino alla fine della zona idustriale presso la ditta Ican), Livenza, Marco Torzo, Croce, Manin, Redipuglia, Boschi, Moletto e Sala di Sopra. La frazione di Navolè è la più colpita con numerosi scantinati e le campagne completamente allagate. Con la riapertura delle chiaviche sul Livenza anche l’acqua che ha invaso Navolè dovrebbe defluire. Le scuole del territorio sono tutte regolarmente riaperte.

Claudia Stefani

 

Scoppia il caso falde «Bombe d’acqua uscite dal sottosuolo»

Le precipitazioni hanno riattivato vene ferme da trent’anni

Accusa dell’assessore Lorenzon: «Serve più prevenzione»

TREVISO «Le precipitazioni di questi giorni hanno fatto scoppiare il caso delle falde e la questione Livenza. Per soli 30 centimetri abbiamo scongiurato l’evacuazione dell’ospedale di Motta». È il bilancio tracciato da Mirco Lorenzon, assessore provinciale alla Protezione Civile. Le piogge eccezionali, iniziate lo scorso giovedì e durate per quasi una settimana hanno riportato alla luce vecchie questioni e richiesto un enorme impiego di uomini e mezzi. Come avete monitorato il territorio? «Lo sforzo è stato massiccio con 450 volontari di Protezione Civile della Provincia e un centinaio di militari. I lagunari erano a Preganziol, poi avevamo uomini dislocati a Borso, su tutta la sinistra Piave, a Vazzola e lungo tutti i Comuni con problemi di falda» L’innalzamento delle falde ha causato parecchi danni, cosa è successo? «Direi che questa volta è scoppiato il caso delle falde, abbiamo avuto delle vere e proprie bombe d’acqua dal sottosuolo. Le abbondanti piogge hanno riattivato delle vene “dormienti” da almeno trent’anni. Per la prima volta interi quartieri sono stati colpiti dal fenomeno. A Cimadolmo, Maserada, Villorba, Mareno, l’acqua della freatica esce in quantità notevoli, le pompe stanno andando giorno e notte. Ci troviamo con pavimenti e scantinati invasi, l’acqua zampilla dalle sigillature delle piastrelle». Perché accade e come si risolve? «Il livello della falda si sta alzando a causa del minor sfruttamento del suolo. Fino al 2010 non avevamo questo problema. Ora che si sta verificando, a rimettercene ci sono tutte quelle abitazioni con scantinati costruiti senza un’adeguata impermeabilizzazione. Per gli edifici che verranno realizzati in futuro basterebbe edificare 10 cm sopra alla quota campagna e con un buon isolamento per evitare l’80% dei problemi. Per le abitazioni colpite oggi, non resta che attendere che si abbassi il Piave e quindi pensare a interventi strutturali». Quale invece il bilancio sui corsi d’acqua? «Osservato speciale è stato il Livenza. La situazione era critica, lunedì sera ha raggiunto l’apice con il livello dell’acqua che saliva di 5 cm l’ora, per 30 cm abbiamo scongiurato l’evacuazione dell’ospedale di Motta. Oltre al Livenza, l’altro fiume di maggior portata era il Piave. Entrambi rischiano l’esondazione per le acque che arrivano da Alpi e Dolomiti. Ma per il Piave la situazione è stata meno preoccupante, visto il suo bacino esteso e la sua elevata pendenza, ha smaltito bene». Alla luce di quanto successo in questi giorni, per essere più preparati in futuro, quali sono le soluzioni da attivare per abbassare il rischio idrogeologico nella Marca? «Contro la natura non si va,ma la prevenzione è fondamentale. Lo Stato e le Regioni si devono attivare per le grandi opere sui grandi fiumi, come il bacino di laminazione a Prà dei Gai o la pulizia degli alvei del Piave. Lo Stato pensi a un Commissario per gli interventi sui fiumi principali. Per la rete secondaria di fossi e canali bisogna fare le piccole opere, lo Stato deve svincolare le risorse per il rischio idrogeologico dal patto di stabilità».

Valentina Calzavara

 

«Sile, presenteremo il conto alla Regione»

L’accusa del sindaco di Silea, Piazza. Rientra l’allarme a Preganziol. Comincia la conta dei danni

SILEA – Emergenza Sile, dopo la paura per l’esondazione ora è il tempo della conta dei danni. Ieri, complice anche il meteo che ha concesso una tregua, l’acqua ha cominciato lentamente a defluire, liberando le case e parzialmente anche le strade. Il livello del Sile rimane altissimo e l’allerta non si può ancora dire rientrata. Dalle case rivierasche che sono state invase dall’acqua, in tutto una trentina tra Cendon, Lughignano e Casale, nelle scorse ore sono scattate le pulizie. In molti casi, infatti, sacchi di sabbia e pompe non sono bastati a evitare che l’esondazione arrivasse sino nelle stanze. I danni sono soprattutto all’arredamento e agli elettrodomestici. «Ma», spiega il sindaco di Silea, Silvano Piazza, «in alcuni casi più che l’acqua e la melma, è l’umidità a creare problemi che vengono alla luce anche mesi dopo l’evento». Nelle precedenti esondazioni, Silea aveva presentato la richiesta danni alla Regione: «Ma non è mai arrivato nulla. Presenteremo la richiesta anche stavolta, sempre che ci siano soldi». Ieri è rientrata a casa l’anziana di Cendon che per un giorno e una notte è stata ospitata al centro anziani visto che la sua casa era stata invasa dal Sile. Interventi di prosciugamento in corso anche a Casale e Lughignano: la Protezione civile è andata in aiuto di alcune famiglie, tra cui una novantenne che vive sola, che aveva l’interrato sommerso. Restano ancora chiuse via San Nicolò, via Torre e via Saccon, in attesa che le acque del Sile si ritirino. A Preganziol l’emergenza era rientrata già lunedì notte, questa volta l’intervento tempestivo della Protezione civile con il supporto pure dei Lagunari ha evitato il peggio nella zona di Frescada Ovest. Va verso la normalizzazione anche la situazione a Roncade, dove la maggiore preoccupazione è stata per il fiume Musestre. «Ieri abbiamo aperto la chiavica sul Sile, ci sono ancora delle sacche d’acqua ma stiamo rientrando nella normalità», spiega l’assessore Guido Geromel. Restano allagati i terreni e una manciata di scantinati in via Treponti. «Siamo riusciti con le idrovore a tenere basso il livello dell’acqua, altrimenti sarebbero state ben di più le case allagate», conclude l’assessore, «restano ora i danni che i privati dovranno sobbarcarsi».

Rubina Bon

 

Muraro: «Letta, stop al patto di stabilità»

esercito ancora in campo con 175 uomini e 35 mezzi

Mentre il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, chiede al premier Letta di sbloccare il patto di stabilità per far fronte ai danni del maltempo, nella Marca, come in altre aree del Veneto, continua l’impegno dell’Esercito nelle zone colpite dall’eccezionale ondata di maltempo. Su richiesta delle prefetture, circa 140 militari e 41 mezzi dell’Esercito, tra cui cingolati BV-206 e macchine movimento terra, sono stati impiegati, nel Bellunese, per il ripristino della viabilità e per lo sgombero della neve accumulata; nel Trevigiano 175 uomini, mezzi speciali del genio e idrovore, per un totale di 35 mezzi, sono stati impegnati per il monitoraggio e il rafforzamento degli argini, per il drenaggio delle acque e per la rimozione di detriti nei Comuni di Motta di Livenza, Meduna di Livenza e Preganziol.

 

Gazzettino – Neve e acqua, mezzo miliardo di danni

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6

feb

2014

IL NORDEST in ginocchio

NORDEST Nel Padovano 51 comuni in emergenza allagamenti. Sulle Dolomiti ancora frazioni isolate

Zaia: una tragedia come l’alluvione del 2010. Rimborsi di 185 euro a utenza per il blackout di Natale

ENRICO GHEZZE  «Si deve richiedere lo stato di calamità»

500 MILIONI DI EURO SPESI

925 OPERE REALIZZATE IN VENETO

«A fronte di un milione investito se ne buttano al vento cinque soltanto per pagare i danni delle calamità»

Impianti fermi, a Cortina

Tre milioni di euro di mancati incassi, in poco più di un mese. È la perdita che si stima a Cortina, causata dal maltempo, da Natale a oggi. E non è finita. Così i presidenti delle principali categorie economiche hanno firmato una lettera, inviata all’amministrazione comunale, perché si attivi, per richiedere lo stato di calamità naturale. «C’era stata già una bella botta, dopo Natale, di centinaia di migliaia di euro: oggi stimo che siamo sull’ordine del milione di euro di mancati introiti, per i nostri associati» valuta Enrico Ghezze, presidente del consorzio esercenti impianti a fune di Cortina, Auronzo e San Vito di Cadore. «A Santo Stefano c’era stato il problema grave del blackout elettrico – ricorda – ora la causa sta nelle nevicate».
Gli impianti di risalita stanno ricominciando a girare, uno dopo l’altro, ma restano seri problemi, soprattutto per quelli alle quote più elevate, dove la neve si misura a metri. Fermi gli impianti, sono a casa anche i maestri di sci: la Scuola Cortina, che ha appena festeggiato ottant’anni, è la più antica e la più grande, con i suoi 130 maestri, della mezza dozzina di scuole in valle: «Sino a Natale era andata davvero bene, con una crescita dell’attività, rispetto all’anno scorso, poi la debacle – conferma il direttore Luca Caproni – già al 6 gennaio avevamo fatto 600 ore di lezione in meno, rispetto alla stagione precedente. Oggi siamo a duemila ore perse. Perdiamo soprattutto il cliente italiano perché il turista straniero scia lo stesso, anche con il maltempo».
«Stanno soffrendo tutte le categorie, non soltanto albergatori, impiantisti e maestri di sci – assicura Gabriele Gaspari, presidente della delegazione Ascom – basta pensare ai rifugi: nei giorni di brutto tempo, o con gli impianti chiusi, non lavorano. Per i maestri di sci si possono fare i conti con la penna: quattro ore di lezione al giorno, moltiplicate per sette giorni di brutto tempo, per quattrocento maestri che lavorano a Cortina, per una cinquantina di euro l’ora. Si supera subito il mezzo milione di euro».
Ma è vero che il turista, quando non scia, diventa un buon cliente dei negozi? «No, non è così. Può accadere per un giorno, e d’estate, ma certamente non d’inverno, per una settimana. Anzi, con i passi chiusi, per neve, e con gli impianti fermi, non arrivano a Cortina i turisti che alloggiano in Val Badia, in Pusteria o nelle altre valli delle Dolomiti, che per noi sono buoni clienti. Con i valichi bloccati, da una settimana, per noi è un danno enorme».

Marco Dibona

 

NEL VENEZIANO – Jesolo, sulla spiaggia duemila tonnellate di detriti da smaltire

JESOLO – Serviranno almeno 300 mila euro per ripulire l’arenile di Jesolo, dopo che oltre 2 mila tonnellate di detriti sono spiaggiati nel solo mese di gennaio. Èquesta la stima illustrata ieri mattina dall’amministrazione comunale del centro balneare. Ma il bilancio, se si considerano le piene del Piave e del Sile, pare destinato ad aggravarsi con la possibilità di superare le cifre dello scorso anno. Allora i detriti recuperati erano stati oltre 7 mila tonnellate, con una spesa di un milione e 118 mila euro.
«Quella spesa è stata sostenuta interamente dai cittadini jesolani, nonostante i rifiuti siano stati prodotti altrove – ha accusato il sindaco Valerio Zoggia – è giunto il momento che gli enti sovracomunali si facciano carico di questo problema». Il primo cittadino è intenzionato a invitare in città gli assessori regionali Finozzi e Conte: «In questi giorni hanno fatto riferimento ai problemi della montagna, ma devono rendersi conto dei danni anche sulle spiagge». E l’assessore all’Ambiente Otello Bergamo: «Se non sarà data la dovuta attenzione avvieremo una class action». Intanto la società Alisea sta organizzando il recupero dei materiali già depositati: «Un’attività particolarmente onerosa perché i detriti, nonostante siano semplice legna, – ha spiegato il presidente Dalla Mora – sono classificati come “rifiuti speciali”». Servirebbe un cambio della loro classificazione per consentire una raccolta più semplice e l’invio in impianti di recupero energetico.

Giuseppe Babbo

 

LA DENUNCIA «Il nostro primo nemico non è tanto il maltempo, quanto la burocrazia»

ZAIA FA I CONTI «Questa tragedia ci costerà la stessa somma sborsata per l’alluvione nel 2010»

«Pioggia e neve, in Veneto danni per mezzo miliardo»

«E’ una tragedia. Che ci costerà almeno mezzo miliardo di euro. Quanto abbiamo pagato per i danni dell’alluvione del 2010. E per fortuna che dal 2010 ad oggi abbiamo realizzato 925 opere in tutto il Veneto per una spesa di 107 milioni di euro, altrimenti saremmo ancora di più in ginocchio. I lavori che abbiamo fatto di consolidamento degli argini e di creazione delle vasche di laminazione in parte ci hanno salvato. Ma mi rendo conto che spendere mezzo miliardo di euro per pagare i danni dell’alluvione del 2010 e contare di spenderne altrettanti 3 anni dopo, a fronte di investimenti per soli 100 milioni, è un paradosso, però questo è il made in Italy» – ironizza il presidente del Veneto Luca Zaia. Il rapporto è di 1 a 5. Si investe 1 milione e se ne buttano al vento 5 per pagare i danni. Se si invertisse l’ordine dei fattori, in pochi anni il Veneto sarebbe a posto visto che con un paio di miliardi si riuscirebbe a mettere in sicurezza l’intero territorio. «Ogni anno l’Italia spende mediamente due miliardi di euro per queste emergenze, finché non capiamo che non ha senso spendere per pagare i danni di più di quanto si spende per evitare quei danni, non andremo mai da nessuna parte. Ecco perchè parlo di Piano Marshall per il territorio. E poi, quando ero ministro avevamo lavorato ad una assicurazione contro le calamità maturali sul territorio nazionale, come si fa in tutti i Paesi europei, che fine ha fatto quella proposta? – si chiede il governatore del Veneto che ieri ha scritto una lettera al presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta per dire chiaro e tondo che ci vogliono soldi per pagare i danni, ma soprattutto per gli investimenti. «Perchè, se si ferma la locomotiva d’Europa, cioè il Nordest, non arrivano nemmeno più i soldi delle tasse a Roma, mi spiego? Nel 2010 sono state 10 mila le aziende e le famiglie che hanno subito danni, stavolta spero che siano meno, ma quante sono le imprese che hanno i magazzini allagati?» Zaia ce l’ha con quei 21 miliardi di euro che il Veneto ogni anno versa nelle casse centrali dello Stato e che non rientrano nel Veneto sotto forma di investimenti per la tutela del territorio. «A Roma si devono rendere conto che questa è una tragedia e mi pare che se ne stiano rendendo conto. Ho parlato con il capo della Protezione civile Franco Gabrielli e ho capito che è “sul pezzo” e cioè che tiene sotto controllo la situazione ed ha una idea molto chiara delle nostre esigenze. Occhio però che l’emergenza non è finita. La situazione più preoccupante è quella di cui si è parlato meno in questi giorni perchè c’era l’alluvione a tenere con il fiato sospeso la nostra regione, ma il dramma vero è la montagna, sepolta sotto tre metri di neve. Oltre ai danni che ha fatto in montagna, anche ai nostri operatori turistici, quando quella neve si scioglierà e speriamo che non avvenga in questi giorni, quanta acqua si riverserà in pianura? Di questo ho paura».
Ecco perchè il conteggio dei danni rispetto al 2010 potrebbe superare questa volta la cifra del mezzo miliardo di euro. «Non sappiamo che cosa troveremo sotto la neve, una volta che arriverà il caldo. Che temo quanto la pioggia di questi giorni. Che sono i giorni della merla e quindi i giorni più freddi dell’anno e invece le temperature sono troppo alte. Ecco perchè avverto che l’emergenza non è affatto conclusa, voglio che questo sia chiaro. Quante frane ci saranno ancora, quanti argini dovremo rinforzare di nuovo?» E Luca Zaia dice chiaro e tondo che il primo nemico da battere non è il maltempo, ma la burocrazia. Che blocca tutto, compresi gli interventi di messa insicurezza del territorio. Fa l’esempio di Montebello, il Governatore del Veneto. Lì si sta per realizzare un bacino che copre 153 ettari, ma ogni giorno ne salta fuori una di nuova e i lavori non vanno avanti. Serve dunque un Commissario straordinario, per questa emergenza, ma per l’emergenza vera, che è quella di investire per risolvere una volta per tutte i problemi.

 

100 I MILIONI DI EURO INVESTITI

21 MILIARDI DI TASSE A ROMA

«Non c’è solo l’acqua, perché il vero dramma è in montagna»

persi tre milioni

«E’ una tragedia. Che ci costerà almeno mezzo miliardo di euro. Quanto abbiamo pagato per i danni dell’alluvione del 2010. E per fortuna che dal 2010 ad oggi abbiamo realizzato 925 opere in tutto il Veneto per una spesa di 107 milioni di euro, altrimenti saremmo ancora di più in ginocchio. I lavori che abbiamo fatto di consolidamento degli argini e di creazione delle vasche di laminazione in parte ci hanno salvato. Ma mi rendo conto che spendere mezzo miliardo di euro per pagare i danni dell’alluvione del 2010 e contare di spenderne altrettanti 3 anni dopo, a fronte di investimenti per soli 100 milioni, è un paradosso, però questo è il made in Italy» – ironizza il presidente del Veneto Luca Zaia. Il rapporto è di 1 a 5. Si investe 1 milione e se ne buttano al vento 5 per pagare i danni. Se si invertisse l’ordine dei fattori, in pochi anni il Veneto sarebbe a posto visto che con un paio di miliardi si riuscirebbe a mettere in sicurezza l’intero territorio. «Ogni anno l’Italia spende mediamente due miliardi di euro per queste emergenze, finché non capiamo che non ha senso spendere per pagare i danni di più di quanto si spende per evitare quei danni, non andremo mai da nessuna parte. Ecco perchè parlo di Piano Marshall per il territorio. E poi, quando ero ministro avevamo lavorato ad una assicurazione contro le calamità maturali sul territorio nazionale, come si fa in tutti i Paesi europei, che fine ha fatto quella proposta? – si chiede il governatore del Veneto che ieri ha scritto una lettera al presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta per dire chiaro e tondo che ci vogliono soldi per pagare i danni, ma soprattutto per gli investimenti. «Perchè, se si ferma la locomotiva d’Europa, cioè il Nordest, non arrivano nemmeno più i soldi delle tasse a Roma, mi spiego? Nel 2010 sono state 10 mila le aziende e le famiglie che hanno subito danni, stavolta spero che siano meno, ma quante sono le imprese che hanno i magazzini allagati?» Zaia ce l’ha con quei 21 miliardi di euro che il Veneto ogni anno versa nelle casse centrali dello Stato e che non rientrano nel Veneto sotto forma di investimenti per la tutela del territorio. «A Roma si devono rendere conto che questa è una tragedia e mi pare che se ne stiano rendendo conto. Ho parlato con il capo della Protezione civile Franco Gabrielli e ho capito che è “sul pezzo” e cioè che tiene sotto controllo la situazione ed ha una idea molto chiara delle nostre esigenze. Occhio però che l’emergenza non è finita. La situazione più preoccupante è quella di cui si è parlato meno in questi giorni perchè c’era l’alluvione a tenere con il fiato sospeso la nostra regione, ma il dramma vero è la montagna, sepolta sotto tre metri di neve. Oltre ai danni che ha fatto in montagna, anche ai nostri operatori turistici, quando quella neve si scioglierà e speriamo che non avvenga in questi giorni, quanta acqua si riverserà in pianura? Di questo ho paura».
Ecco perchè il conteggio dei danni rispetto al 2010 potrebbe superare questa volta la cifra del mezzo miliardo di euro. «Non sappiamo che cosa troveremo sotto la neve, una volta che arriverà il caldo. Che temo quanto la pioggia di questi giorni. Che sono i giorni della merla e quindi i giorni più freddi dell’anno e invece le temperature sono troppo alte. Ecco perchè avverto che l’emergenza non è affatto conclusa, voglio che questo sia chiaro. Quante frane ci saranno ancora, quanti argini dovremo rinforzare di nuovo?» E Luca Zaia dice chiaro e tondo che il primo nemico da battere non è il maltempo, ma la burocrazia. Che blocca tutto, compresi gli interventi di messa insicurezza del territorio. Fa l’esempio di Montebello, il Governatore del Veneto. Lì si sta per realizzare un bacino che copre 153 ettari, ma ogni giorno ne salta fuori una di nuova e i lavori non vanno avanti. Serve dunque un Commissario straordinario, per questa emergenza, ma per l’emergenza vera, che è quella di investire per risolvere una volta per tutte i problemi.

 

Il Pd veneto: «Zaia scarica le sue colpe»

«Di fronte a questi disastri, puntualmente il presidente Zaia scarica sugli altri ogni responsabilità e distrae l’attenzione da quello che la sua Giunta non ha fatto in questi anni, a partire dal finanziamento massiccio per realizzare un piano regionale organico di tutela del territorio, con soldi che la Regione poteva mettere benissimo nel proprio bilancio invece di stanziarli col contagocce». L’accusa viene dal vicepresidente del Consiglio regionale, Franco Bonfante, e dal capogruppo del PD, Lucio Tiozzo.

 

BELLUNO – Dolomiti, ancora crolli e slavine. E lunedì nuova perturbazione

Lesionata la palestra del Corpo Forestale ad Auronzo. A Cortina a rischio il Palazzetto del Curling. Arabba “liberata”, ma solo per sette ore al giorno

Crolli e slavine. Ora la “Bomba di neve” presenta il conto. E il prezzo da pagare è sicuramente salato. Dopo i toulà crollati a Cortina d’Ampezzo e il deposito del liceo artistico della Regina delle Dolomiti abbattuto dalla neve, piombata dalla copertura della scuola, ieri a capitolare sotto la coltre bianca anche la palestra del Corpo forestale dello Stato di Palù San Marco in comune di Auronzo.
Il palazzetto è stato lesionato e presenta seri problemi statici. Per cercare di limitare i danni e ripulire il più possibile dalla neve la copertura, quattro squadre dei vigili del fuoco del comando di Belluno hanno operato senza sosta. L’intervento dei pompieri è durato fino a questa mattina.
Sempre ieri a Cortina D’Ampezzo dopo una verifica statica si è deciso di transennare il Palazzetto del Curling in Piazzale della Stazione. Lo storico edificio, che era stato utilizzato anche come struttura logistica per le Olimpiadi del 1956, presenta importanti segni di cedimento.
Le precarie condizioni statiche non permettono neppure l’alleggerimento dalla neve.
La giornata è stata caratterizzata anche dalla caduta di una serie di slavine che hanno interessato in particolar modo l’area dell’Agordino.
La frazione di Somor a Falcade in valle del Biois è rimasta isolata. Una quarantina di persone sono “prigioniere” della neve.
«Ho effettuato un sopralluogo – ha spiegato il sindaco di Falcade, Michele Costa – solo domani (oggi per chi legge, ndr) però sapremo se sarà possibile sbancare la massa di neve e questo in tutta sicurezza».
Sempre a Cortina sono state liberate dalla neve due famiglie che si trovavano nell’ex rifugio Madres nelle vicinanze delle piste del Faloria. I due nuclei familiari erano isolati da ben quattro giorni “prigionieri” di oltre tre metri di neve.
Migliora invece la situazione ad Arabba in comune di Livinallongo del col di Lana. L’isolamento dei giorni scorsi è finito. Anche se per sole sette ore e sotto scorta.
Dalle 9 del mattino alle 16 del pomeriggio, grazie all’apertura della regionale 244 Arabba-Passo Campolongo-Corvara, gli abitanti Arabba hanno potuto lasciare il paese. Una spola a tempo fuori regione sotto il controllo dei carabinieri e dei vigili del fuoco. È sempre chiusa invece la regionale delle Dolomiti che collega Livinallongo del Col di Lana con il resto dell’Agordino. Il forte pericolo di caduta slavine non ha permesso ancora la riapertura dell’importante arteria viaria.
Pessime notizie intanto sul fronte meteo per il Venet: secondo gli esperti del sito 3Bmeteo sulla regione sono in arrivo altre quattro perturbazioni nei prossimi giorni. «Maltempo non stop sul Veneto, con tanta piogge e ulteriori nevicate in montagna, intervallate da brevi pause; rischio frane e allagamenti», commenta il meteorologo Edoardo Ferrara. Lunedì e martedì le giornate peggiori. A gennaio sul Veneto è piovuto fino al 300% in più del normale, mentre nevicate così abbondanti non si registravano sulle Dolomiti dalla fine degli Anni ’70.

 

MONTEGROTTO Vaste zone del Padovano sono allagate dalla pioggia e dalle piene dei fiumi, come testimonia la foto nella pagina precedente

TERNA – La nostra rete di alta tensione è integra e forte. Colpa del meteo e degli alberi

COSTI – Per rispristinare la corrente l’ente elettrico ha speso 2,4 milioni

GARDINI «Dall’Unione Europea fondi per prevenire»

«L’Europa mette a disposizione per il 2014 risorse importanti e più facilmente accessibili rispetto al passato. Sono fondi che imprese e istituzioni possono ottenere presentando progetti legati alla prevenzione» assicura Elisabetta Gardini, eurodeputato di Forza Italia e relatrice per il Meccanismo di protezione civile europea. «Infrastrutture e opere che mettano in sicurezza città e paesi possono anche essere un volano per la nostra economia»

 

Nuovo spazzaneve da omologare? A Bolzano si può, a Belluno no

Il sindaco di Zoldo Alto costretto a rivolgersi alla Motorizzazione altoatesina: «Ci serviva con urgenza, ma qui non c’è stato verso di poterlo regolarizzare»

RESPONSABILITÀ «I disagi provocati per il 75% dalla caduta degli alberi»

Audizione sul Grande . Buio che a Natale oscurò la montagna bellunese

Blackout, 185 euro di risarcimento a testa

Enel: noi i danneggiati

God’s Will, è stata la volontà del Signore. E con questa citazione di Francesco Amadei, uno dei responsabili di Enel convocati ieri in consiglio regionale del Veneto per discutere le cause del blackout di Santo Stefano a Cortina d’Ampezzo e dintorni, si capisce che la partita è chiusa. Perché Enel non solo non si sente responsabile di aver lasciato al buio famiglie, botteghe, ristoranti, bensì ritiene di essere stata lei stessa danneggiata. E Terna, l’altra società presente in gran spolvero all’audizione, non è da meno: la sua rete dell’alta tensione è «integra e forte», «non ci riteniamo responsabili». Quindi, la colpa non può che essere del Padreterno che la notte del 26 dicembre ha coperto le montagne bellunesi con una quantità eccezionale di neve bagnata senza premurarsi di abbassare il termostato. Gli alberi, carichi di neve, con le radici piantate su un terreno bagnato, sono crollati su tralicci, cavi, fili. Risultato: Grande Buio. Scena che in parte si è ripetuta il 31 gennaio. La domanda “non si potevano tagliare gli alberi?” è da quiz milionario: certo che sì, ma non spettava a Terna né ad Enel perché le due società hanno fasce di rispetto entro cui operare. E pensare – parole di Edoardo Gambardella, direttore dell’area territoriale Nordest e di Marco Crociani, responsabile Triveneto – che Terna sarebbe pure disponibile a tagliare a proprie spese gli alberi e a dare i tronchi a pezzi ai legittimi proprietari. Detto ciò, resta comunque una domanda: possibile che nessuno si sia preoccupato di avvertire che poco oltre la fascia di rispetto c’erano larici, abeti, pini del diametro di mezzo metro e alti fino a 30 metri e dunque potenzialmente pericolosi?
Dunque, i responsabili di Terna e Enel – ascoltati ieri per quasi quattro ore in Terza Commissione a Palazzo Ferro Fini, presenti sindaci e presidenti delle Comunità montane – concordano nel sostenere che la causa del blackout è stata per tre quarti «l’ecatombe di alberi» e per un quarto la formazione di manicotti di ghiaccio dovuti alla neve bagnata (gli inglesi la chiamano “sticky snow”, ha ricordato Eugenio Di Marino, responsabile Enel Distribuzione Macro Area Nord Est), il tutto con condizioni climatiche eccezionali, perché se avesse gelato le radici degli alberi si sarebbero ben piantate nel terreno. Per farla breve: su 221 km di linee ad alta tensione, 191 hanno avuto guasti. E il 31 gennaio c’è stato il bis, sempre per condizioni eccezionali.
Fanno riflettere i dati forniti dalle due società: Terna negli ultimi quattro anni ha investito 2 milioni e mezzo di euro per il taglio delle piante; il costo degli interventi sostenuti da Enel (Terna deve ancora fare i conti) per ripristinare la corrente dopo il blackout di Santo Stefano è stato pari a 2,4 milioni di euro. Della serie: forse converrebbe investire nella manutenzione, sempre che si decida a chi spetta.
E a proposito di soldi: chi è rimasto senza luce per più di 12 ore avrà un indennizzo. Lo prevede l’Authority ed è un ristoro – come ha sottolineato Enel – del tutto indipendente «dall’attribuzione di responsabilità del disservizio», tant’è che l’ingegner Amadei ha scandito: «Se qualcuno ci ritiene responsabili lo deve dimostrare in giudizio». I conti degli indennizzi sono già stati fatti: 10 milioni di euro per 54mila clienti. In media 185 euro a utenza che saranno scalati automaticamente in bolletta. Chi aveva i freezer pieni di ogni bendiddio può farsene una ragione.
E ancora: chi invoca l’interramento dei cavi sappia che con le linee sotto terra sarebbe peggio. Gambardella: «Costano 10 volte tanto e i costi finirebbero nelle bollette dei cittadini. E se ci fossero guasti, per intervenire bisognerebbe aspettare il disgelo».
Come si sono lasciati? I sindaci del tutto insoddisfatti, per non dire di Dario Bond (Fi) che ha punzecchiato Terna e Enel su tutto. Matteo Toscani (Lega), il più pacato dei tre consiglieri bellunesi pur essendo stato l’unico a vivere il blackout, ha tirato fuori i verbali di due anni fa, «quando Terna disse che la rete del Veneto era la più critica». Sergio Reolon (Pd) si è impegnato a verificare di chi sia la competenza in merito al taglio delle piante. Ma il problema vero ce l’hanno i Comuni. E qui si è impegnato il presidente della commissione Luca Baggio (Lega): «Dobbiamo capire come aiutare i sindaci. E faremo un coordinamento con tutti gli enti e le Protezioni civili».

Alda Vanzan

 

A LOZZO ATESTINO – Sono annegati trentamila polli

BASTONI FRA LE RUOTE  «Incredibile: evento straordinario ma l’ente pubblico ti ostacola»

VERONA  «La Regione non dà l’ok a scaricare nel Fratta»

VERONA (M. R.) «Se la Regione mi avesse autorizzato a scaricare il Terrazzo nel Fratta tutto questo non sarebbe accaduto. Invece Venezia non ha voluto e adesso abbiamo case allagate, ma se riprende la pioggia va sott’acqua tutta la sinistra Adige». È l’accusa lanciata ieri davanti ai sindaci dei Comuni interessati, nel vertice indetto in piena emergenza a Terrazzo (Verona), dal presidente del Consorzio Alta Pianura, Antonio Nani. «È da martedì mattina – ha detto Nani – che siamo pronti con 5 idrovore per scaricare nel Fratta. Ma l’ok dalla Regione non è arrivato».

 

BASTONI FRA LE RUOTE   «Incredibile: evento straordinario ma l’ente pubblico ti ostacola»

Frana un pezzo di strada centro storico in parte isolato

TREVISO – Un rumore sordo, che ha rotto improvvisamente il ticchettio della pioggia, e un pezzo di strada è franata. Da martedì sera una delle vie di comunicazione che porta al centro storico

BATTAGLIA TERME – Si va in barca per le strade del paese, l’acqua ha allagato numerose case, sono state evacuate molte famiglie

LA SITUAZIONE – Centinaia di persone tenute ancora lontane dalle proprie abitazioni

Padova, mezza provincia sott’acqua

51 Comuni (uno su due) in emergenza. I più colpiti: Bovolenta, Battaglia Terme, Montegrotto e Sarmeola

PADOVA – Il giorno dopo l’alluvione, in provincia di Padova è fatto di rabbia e lacrime, con tantissimi problemi. Sono 51 – secondo la Protezione civile – i comuni coinvolti dall’emergenza-acqua. In pratica, uno su due.
Ieri a Montegrotto, dove sono state evacuate dieci famiglie, rallentamenti del traffico con code di un chilometro sull’Adriatica, all’altezza del ponte di Mezzavia, a causa di allagamenti. Un’ordinanza del sindaco Massimo Bordin ha decretato la chiusura di tutte le scuole fino a lunedì mentre è tornata alla normalità la situazione ad Abano, dopo la chiusura di cinque strade per allagamenti.
Impressionante l’effetto di smottamenti e infiltrazioni a Rovolon, lungo la strada provinciale 77 che si è spaccata e letteralmente sollevata in alcuni tratti.
L’acqua che ha invaso le campagne della Bassa Padovana ha provocato nella notte l’annegamento di trentamila polli in un allevamento di Lozzo Atestino, dove in serata è arrivata anche la presidente della Provincia Barbara Degani, preceduta nel pomeriggio dal presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato. A Este restano chiusi i cinque ponti del centro storico minacciati dal canale Bisatto.
A Sarmeola di Rubano, Caselle e Tencarola a Selvazzano ieri mattina c’erano ancora vie sommerse dall’acqua, in alcuni punti il livello superava i sessanta centimetri, con case con i piani terra allagati. Fra le situazioni più critiche quella di Sarmeola dove l’acqua non ha mai accennato a scendere, così come a Caselle.
Bovolenta, il comune della Bassa con il più alto numero di sfollati (340) ieri sembrava un paese fantasma. In centro storico tutte le attività sono chiuse, evacuate via Italia, via Mazzini, via Dante e piazza Umberto I. Molti sono stati ospitati da amici e parenti altre persone, soprattutto anziane, sono state ospitate dal centro di prima accoglienza allestito nella vicina Polverara. Disagi per i pendolari di Bovolenta che ieri, nonostante la tensione per il livello del fiume Bacchiglione e del vicino Vigenzone, dovevano comunque andare al lavoro: i pullman non sono potuti arrivare e molti dei “passeggeri mancati” si sono rivolti alla polizia locale per chiedere maggiori spiegazioni, non senza polemiche.
Situazione quasi surreale a Battaglia Terme, invasa dall’acqua da due giorni: in paese si circolava solo sulle barche. Ottanta gli sfollati che hanno dovuto loro malgrado abbandonare le loro abitazioni, mentre qualche irriducibile ha deciso di rimanere in casa nonostante la mancanza di elettricità, con scorta di candele e torce elettriche. Incessante il via vai di pompieri, carabinieri e volontari della protezione civile, anch’essi muniti di piccole imbarcazioni, tra le case circondate da un metro e mezzo di acqua.
Nell’Alta padovana tensione per il cedimento di trenta metri di argine lungo il tumultuoso Muson dei Sassi, mentre scoppiano le polemiche di cittadini, associazioni e decine di sindaci per la nuova emergenza alluvione, dopo quelle del 2010 e del 2011.

 

L’EMERGENZA MALTEMPO

Argine di 50 metri crolla a Torre di Mosto

Jesolo, disastro rifiuti

Intervento notturno dei volontari per mettere in sicurezza la zona.

In Veneto orientale nuove polemiche con il Friuli. Le spiagge della località balneare invase da 2mila tonnellate di detriti

LA DIGA – Questo sbarramento ha salvato San Stino, ma i friulani vorrebbero eliminarlo

A Torre di Mosto non c’è stato nemmeno il tempo di tirare il fiato per l’emergenza maltempo appena rientrata. Nella notte i volontari della Protezione civile sono infatti dovuti intervenire per mettere in sicurezza la zona dal crollo di 50 metri metri di argine della Livenza.
Intanto, sul litorale come in tutto il Veneto Orientale, inizia la conta dei danni: solo sulla spiaggia di Jesolo si calcolano almeno duemila tonnellate di rifiuti portati dal mare. Il sindaco Zoggia: «In Regione parlano solo dei problemi della montagna».

 

Artigiani “risparmiati”. Agricoltura in ginocchio

PORTOGRUARO – Il maltempo risparmia le imprese, non le aziende agricole. L’alluvione che ha colpito il Veneto orientale non ha fortunatamente creato danni alle piccole e medie imprese del territorio, già provate dalla crisi economica. Dalle verifiche fatte dalle associazioni di categoria non sono stati segnalati casi di aziende allagate. Solo una ditta di Gruaro, la Zoppelletto srl, con sede in via Cordovado, si è ritrovata con il magazzino allagato. Una situazione per la quale c’è già stato l’interessamento del sindaco, Giacomo Gasparotto. Allagato anche lo storico ristorante del centro storico di Portogruaro “Ai Tre Scalini”, che si trova proprio sul l’argine del fiume Lemene. Le zone artigianali, insomma, sono state risparmiate dall’acqua. Danni consistenti hanno invece riguardato diverse aziende agricole. La fascia che unisce la Provincia di Venezia a quella di Treviso, ricca di vigneti Doc della zona del Piave, è ovunque allagata. Problemi notevoli anche per i campi di frumento.

(t.inf. )

 

CHIOGGIA – Punta Gorzone, rientrato l’allarme

CHIOGGIA – Sta lentamente rientrando l’allarme a punta Gorzone. Il Comune martedì aveva emesso un’ordinanza di sgombero per i tredici nuclei famigliari che vivono in zona, dopo la segnalazione di pericolo da parte del genio civile di Padova, intenzionato ad effettuare anche alcuni lavori sugli argini.
«Al momento è tutto sotto controllo – spiega il sindaco Giuseppe Casson – i 13 nuclei famigliari interessati peraltro hanno voluto rimanere nelle proprie abitazioni. Il livello del Gorzone sta lentamente scendendo e confidiamo nel miglioramento delle condizioni meteo. Rimane il fatto che quella zona non può vivere in continua emergenza. Servono al più presto interventi di tipo strutturale».

(M.Bio.)

 

Jesolo, spiaggia dei rifiuti: 2mila tonnellate di detriti

L’ira del sindaco Zoggia: «Un disastro, e in Regione parlano solo dei problemi della montagna

Finozzi e Conte vengano a rendersi conto di persona». L’assessore: «Pronti a una class action»

«A Ca’ di Valle mareggiata disastrosa, serve un intervento definitivo di difesa della costa»

CAVALLINO – TREPORTI

Oltre 2 mila tonnellate di detriti spiaggiati sull’arenile di Jesolo nel solo mese di gennaio per un costo di recupero e smaltimento di 300 mila euro. Sono le stime presentate ieri mattina dall’Amministrazione comunale assieme ad Alisea. Ma il bilancio, considerate le piene del Piave e del Sile, è destinato ad aggravarsi ancora con la possibilità di superare le cifre dello scorso anno, quando i detriti recuperati sono stati 7.216 tonnellate per una spesa di 1millione e 118mila euro.
«Interamente a carico dei cittadini jesolani nonostante questi siano stati prodotti altrove – ha tuonato il sindaco Valerio Zoggia in una conferenza stampa sul problema – è arrivato il momento che gli enti sovracomunali si facciano carico di questo annoso problema. Inviteremo in città gli assessori regionali Finozzi e Conte, che in questi giorni hanno fatto riferimento ai problemi della montagna, perché si rendano conto dei danni».
«Se a questo problema – ha aggiunto l’assessore all’Ambiente Otello Bergamo – non sarà data la dovuta attenzione avvieremo una class action». Intanto Alisea sta organizzando il recupero dei materiali già depositati: «Un’attività particolarmente onerosa perché questi detriti nonostante siano della semplice legna – ha spiegato il presidente Dalla Mora – sono classificati come “rifiuti speciali”. È indispensabile che cambi la loro classificazione per poterli raccogliere in modo più semplice ed inviarli in impianti di recupero energetico».
Auspica il cambio di classificazione anche Renato Cattai, presidente di Federconsorzi: «Chiediamo agli enti di autorizzare i privati alla raccolta di rami – ha chiosato – accorciando di fatto le tempistiche di smaltimento».Da registrare anche la presa di posizione di Mirco Crosera, vicepresidente del Bim: «Si tratta di dare delle risposte ai problemi dei cittadini: stiamo studiando un progetto denominato “Il Piave che vorrei” per avviare una maggiore sensibilizzazione, inoltre inviteremo il ministro all’Ambiente Andrea Orlando a visitare le nostre realtà».
CAVALLINO – TREPORTI A Cavallino-Treporti nel frattempo si stanno contando i danni per l’erosione provocata dalla mareggiata nella spiaggia di Cà di Valle, dove sono spariti migliaia di metri cubi di sabbia: «Quando il mare si sarà calmato la situazione sarà più chiara – ha detto il sindaco Claudio Orazio – sicuramente chiederemo al Magistrato delle Acque di garantire il rinascimento. Arrivati a questo punto è indispensabile che la Regione avvii un intervento di difesa della costa definitivo: non possiamo permetterci di ritrovarci ogni anno in una stessa situazione che non agevola nessuno».

Giuseppe Babbo

 

I FONTANAZZI – Continuano a essere monitorati ogni giorno

A Torre crollano 50 metri di argine

SAN STINO DI LIVENZA

Cala il livello dei fiumi, 20 famiglie tornano a casa

SAN STINO –  Anche ieri, mercoledì, è continuato il calo consistente dei livelli idrometrici di Loncon, Fosson e Livenza. Dalle 15 il Coc (Centro operativo comunale) ha revocato l’ordinanza di evacuazione emessa sei giorni fa per la ventina di famiglie residenti nelle vie Caorle (dal ponte sul canale Cernetta verso Sud), Sette Sorelle, Bonifica,  Condulmer,  Fossa Fondi e Prese. Già ieri hanno fatto rientro nelle proprie case, tranne una che tornerà oggi. Fino a ieri alle 20, è rimasto attivo il servizio d’informazione al quale i cittadini potevano rivolgersi per ogni necessità sull’emergenza. Alla stessa ora è cessato anche il servizio di monitoraggio dei corsi d’acqua da parte dei volontari della Protezione civile. Segnali entrambi del cessato allarme.

(g.pra.)

 

IL CASO – La diga che ha salvato S. Stino nel mirino dei “cugini” friulani.

Il direttore del consorzio Grego: «Speriamo sia chiaro a tutti che il regolatore idraulico di Corbolone non può essere eliminato»

SEGNALAZIONI – Lezioni pomeridiane a rischio alle primarie

L’emergenza maltempo sembra alle spalle, ma sta per arrivare un nuova perturbazione. Intanto si guarda al Friuli Venezia Giulia e al Pordenonese, nell’obiettivo di una fattiva collaborazione per preservare popolazione e territorio. «È necessario avviare una profonda riflessione sull’intero sistema di gestione delle acque piovane – spiega il direttore del Consorzio, l’ingegner Sergio Grego – che purtroppo a monte del nostro comprensorio non vengono ancora trattenute ma semplicemente scaricate a valle con poco riguardo per la sicurezza idraulica dei territori limitrofi. Non si vuole qui accendere una polemica fra Regioni e Province confinanti, ma quanto accaduto in questi giorni rende lampante come il problema della sicurezza idraulica vada affrontato in un’ottica di sistema, adottando regole comuni e comportamenti responsabili, privilegiando la realizzazione di opere volte al trattenimento delle acque piovane anziché al loro violento scarico a valle. Auspichiamo quindi che quanto accaduto renda una volta per tutte chiaro che un’opera come il regolatore idraulico di Corbolone nel fiume Magher al confine regionale, che qualcuno vorrebbe eliminare, sia invece un perfetto esempio di buona gestione delle acque che dovrebbe ispirare i progettisti di opere idrauliche». Già, perchè la cascata di Corbolone di fatto ha evitato che San Stino finisse sott’acqua. Nel passato un ente di Pordenone aveva tentato di farla levare per favorire il deflusso, tutto fu però bloccato dall’allora sindaco Marcello Basso che avviò pure una causa legale. Ora le indiscrezioni, non tanto velate, fanno supporre che dal pordenonese si tenti nuovamente il “salto” di Corbolone. Nel frattempo le previsioni per il prossimo fine settimana destano ancora qualche apprensione. Il funzionamento degli impianti idrovori del Consorzio si è ulteriormente ridotto a circa il 50% della capacità complessiva grazie al progressivo calo dei livelli idrometrici dei canali. «Purtroppo permangono estesi allagamenti in alcuni bacini – spiegano i tecnici del Consorzio – nei quali le idrovore stanno ancora lavorando a pieno regime per poter riportare la situazione alla normalità, cosa che non potrà avvenire prima di qualche giorno». Intanto la conta dei danni alle opere pubbliche di bonifica è già avviata. Ad un primo esame appaiono comunque consistenti. Enorme anche il costo dell’energia elettrica per i pompaggi e che si stima possa superare i 500 mila Euro.

 

Venti volontari al lavoro tutta la notte sulla Livenza per mettere in sicurezza la zona

Crolla l’argine della Livenza e la Protezione civile lavora tutta al notte per mettere in sicurezza la zona. Una zona denominata «La Rotta», un toponimo che ben ricorda le rotte del passato del fiume. Poco a valle del cimitero il fiume svolta a sinistra sviluppando così grandi pressioni sull’argine della sponda destra.
Ieri, poco prima della mezzanotte, la squadra della Protezione Civile, incaricata a tenere sotto controllo il fiume nella zona del cimitero, ha rilevato un profondo smottamento, sul lato esterno dell’argine per un fronte di una cinquantina di metri.
Lanciato l’allarme tutti i 20 volontari del gruppo si sono messi all’opera, sotto la supervisione del geometra Alessandro Vidal del Genio Civile, con teli e sacchi di terra per mettere in sicurezza la zona. «Bisogna rilevare – dice il geometra Franco Zulian responsabile del gruppo di protezione civile – che dopo aver lavorato durante la notte per mettere in sicurezza gli argini i volontari questa mattina sono tornati a svolgere le loro professioni e così succede da venerdì quando abbiamo istituito le squadre di controllo, di due persone ciascuna, complessivamente 10 persone a turno ogni notte, per monitorare gli 8 chilometri di fiume più a rischio tra Sant’Elena e Ponte Tezze».
Uno degli aspetti da tenere sotto controllo sono i fontanazzi. «Sono diversi i fontanazzi comparsi – spiega Zulian – ma l’acqua è ancora limpida, quindi è sufficiente tenerli monitorati: solo quando l’acqua diventa marrone bisogna preoccuparsi e intervenire con corone di sacchi fino a controbilanciare la pressione dell’acqua».

 

MIRA – Buche pericolose in alcune vie, ma gli argini dei canali hanno tenuto

Conta dei danni, strade rotte

Il sindaco Maniero: «Situazione sempre sotto controllo, ringrazio i volontari»

Nel primo giorno di quiete a Mira si cerca di quantificare i danni provocati dal prolungato maltempo, tra strade con buche pericolose, e argini sotto stress. «A Mira nonostante lo stato di allerta e l’alto livello dei fiumi la situazione è sempre stata sotto controllo – ha dichiarato il sindaco Alvise Maniero – quando in altri Comuni della Riviera, come a Fiesso d’Artico ad esempio, si sono verificati veri e propri cedimenti degli argini. Questo grazie anche all’impegno dei tanti volontari, Protezione Civile e Alta, che incessantemente hanno monitorato il territorio dando prova di efficienza ed efficacia. Ora dovremo quantificare i danni nel dettaglio ma la rete di canali a Mira ha retto bene nonostante l’eccezionale situazione di stress». «Il problema a Mira non è stata la pioggia – ha affermato il responsabile della Protezione Civile di Mira Franco Favero – quanto la quantità d’acqua che si è riversata a valle dai territori a monte, tra neve sciolta, canali tracimati e su un terreno comunque già impregnato. Tra le zone più critiche via Malpaga a ridosso del Passante e sicuramente Oriago Nord, con il canale Lusore che aveva superato i limiti di guardia. Proprio in via Lusore nell’angolo di intersezione con via Ghebba, nella notte di domenica sono stati rubati alcuni metri del tubo collegato all’autopompa. Un danno nell’ordine di 400 euro – spiega Favero – ma che ha reso inservibile tutta l’autopompa, di proprietà del Comune di Mira, e costata circa 16 mila euro. In quel punto alla fine abbiamo dovuto lavorare con quattro pompe a pieno regime, cercando anche di presidiarle, dopo il furto». Tra le zone danneggiate anche via Oberdan in centro a Mira sulla quale l’asfalto era stato ripristinato appena qualche mese fa. «Abbiamo il sospetto che i lavori non siano stati fatti a regola d’arte – afferma il sindaco Maniero – e pertanto convocheremo l’impresa che ha eseguito i lavori per capire cosa è successo».

 

L’allarme arriva da un nuovo studio: l’urbanizzazione nella fascia costiera a ridosso del mare è aumentata del 300% in 50 anni, perfino del 400% in alcuni comuni. La soluzione. “L’insediamento litoraneo, deve essere bloccato, in tutta Italia”. Anche perché non è difficile prevedere che i disastri naturali si intensificheranno

di JACOPO PASOTTI

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Nuova Venezia – Veneto Orientale, stato di calamita’

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5

feb

2014

Un disastro per Portogruaro e San Stino, seicento gli sfollati nel Padovano

«Servono 40 milioni per salvarci dall’acqua»

Il Consorzio di bonifica ripresenta alla Regione il Piano di difesa idraulica

Portogruaro sollecita un tavolo con il Friuli. Fiumi sotto stretta osservazione

PORTOGRUARO – Quaranta milioni di euro: ecco il conto. A tanto ammonta il Piano strategico di difesa idraulica che il Consorzio di bonifica ha individuato per affrontare in modo organico il problema della difesa idraulica del Veneto Orientale, già compilato e sottoposto alla Regione in occasione delle avversità atmosferiche del 2011. Miglioramenti significativi si sono comunque registrati ieri mattina. Con il rientro a casa dei primi sfollati, la riapertura dell’ingresso in A4, delle scuole per la giornata di oggi, San Stino torna finalmente a respirare. Non così si può dire per San Michele al Tagliamento, che deve fare i conti con l’acqua che minaccia le case nella zona di Sant’Anna e Malafesta. La conta dei danni. Si procederà con la massima celerità alla verifica puntuale dei danni subìti dalle opere pubbliche di bonifica. Il Consorzio ha chiesto una riunione urgente della Conferenza dei sindaci del Veneto orientale, nella quale fare il punto della situazione e sollecitare Regione e Ministero dell’Ambiente all’adozione di un piano di interventi strutturali oltre a quelli di ripristino dei danni causati dalla grave ondata di maltempo che sta colpendo il nostro territorio. Antonio Bertoncello, sindaco di Portogruaro, aveva annunciato di voler ricorrere alla richiesta di stato di calamità per i danni provocati dal Lemene ai mulini e dalla roggia Versiola al parco della Pace, in villa Comunale. Ci stava pensando anche il sindaco di San Stino Matteo Cappelletto quando è arrivata la notizia che il presidente regionale Luca Zaia lo concedeva. Un tavolo con il Friuli. «Rispetto agli interventi da eseguire nel portogruarese è necessario un tavolo di coordinamento con il Friuli occidentale – affermano l’assessore Ivo Simonella e il direttore del Consorzio di bonifica Sergio Grego – Territori appartenenti a regioni diverse ma accomunati da caratteristiche geologiche, idriche e naturali simili devono affrontare e gestire questi problemi insieme. Il piano di interventi deve essere concordato». Sette sorelle e le altre. Oltre trenta persone hanno trascorso di nuovo la notte fuori. «È possibile rientreranno già oggi» ha fatto sapere ieri a tarda sera il sindaco Matteo Cappelletto. L’ordinanza, comunque ancora in atto, riguarda i residenti in via Caorle (dal ponte sul canale Cernetta verso sud), via Sette Sorelle, via Bonifica, via Condulmer, via Fossa Fondi e via Prese. A San Michele invece definita preoccupante la situazione a Quarto Bacino, zona Marinella. La gente resta nelle case. Per ora. Fiumi sotto controllo. Livenza e Malgher al momento non fanno paura. Ieri sono caduti altri 30 millimetri di pioggia, cifra in linea con le previsioni. I corsi d’acqua che stanno cingendo d’assedio, da venerdì scorso San Stino presentavano ieri mattina un livello decisamente in ribasso, anche di mezzo metro, così come a monte, nelle località trevigiane, molto vicine, di Meduna e Motta. Anche il Loncon non sembra destare preoccupazione. Restano da monitorare e seguire attentamente gli altri corsi d’acqua consortili che attraversano San Stino. In particolare il canale Fosson Esterno che, con grande sorpresa, ha creato i maggiori problemi, esondando in diversi punti nelle campagne. Lemene e Reghena si sono abbassati notevolmente nella giornata di ieri. Il Reghena soprattutto, cioè il corso d’acqua che ha creato i maggiori problemi coi fontanazzi nelle zone del quartiere Frati, ieri per poco non abbandonava l’area golenale. Questo significa che nel vicino Friuli non è piovuto più di tanto. Anche il Versiola, finalmente, sembra tornato alla normalità, sebbene ieri la pioggia sia stata comunque incessante. Un po’ di numeri. Le 200 pompe installate nei 77 impianti idrovori posti a servizio del comprensorio del Veneto Orientale, che hanno lavorato in questi giorni al massimo regime con una portata complessiva che ha superato i 400.000 litri al secondo, si stanno progressivamente disattivando seguendo la diminuzione dei livelli di piena negli oltre duemila chilometri di canali di scolo consortili e sono al momento al 70% della piena capacità.

Rosario Padovano

 

In 10 giorni rischio nuovo allarme

I meteorologi si attendono un’impennata delle temperature in montagna

MESTRE – Prima le buone notizie: non vedremo più le 48 ore di pioggia filata. Poi le cattive: la pioggia continuerà. Infine le pessime: nella seconda metà del mese avremo una nuova possibilità di esondazioni. La situazione ha visto dei numeri eccezionali: a Mira, tra le 12 di domenica 2 febbraio e le 16 di ieri sono caduti 64,8 millimetri di pioggia, regolarmente registrati dalle rilevazioni idrologiche dell’Arpav. In 10 giorni sono caduti per 266,4 millimetri di pioggia. Se si pensa che la media annuale è di circa 900 millimetri di pioggia si capisce come in un periodo di tempo pari a un trentaseiesimo dell’anno è caduto quasi un terzo delle precipitazioni annuali. E questo in gennaio, cioè un mese tradizionalmente secco. Non basta: «Questo non è un inverno», spiega Antonio Sanò, responsabile del sito ilmeteo.it, il più seguito in Italia, «abbiamo temperature e precipitazioni di carattere autunnale. L’altro anno avevamo una siccità mai vista negli ultimi 86 anni. Siamo di fronte a un’altra anomalia, il che non vuol dire nulla di per sè, ma se una volta le annate anomale arrivavano una ogni 30 anni, ora gli ultimi 10 anni hanno registrato 10 anomalie». Dal punto di vista spiccio, le prossime ore saranno a singhiozzo. «Mercoledì mattina le pioggie cesseranno per riprendere tra mercoledì e giovedì, cessare di nuovo, riprendere venerdì sera, fermarsi e riproporsi domenica notte», dice Raffaele Salerno, del centro Epson Meteo di Milano. Il problema è però cosa succederà da martedì. «Ci attendiamo la possibilità che si verifichi un evento che potrebbe avere conseguenze gravi», spiega ancora Sanò de ilmeteo.it, «cioè un innalzamento delle temperature. Statisticamente la seconda parte di febbraio è sempre stata la più fredda dell’anno per l’irrompere di venti da nordest. Bene: quest’anno ci attendiamo con buon margine aria da ovest e addirittura africana. Questo porterà a un’impennata anomala delle temperature anche in montagna, dove finora le abbondantissime precipitazioni si erano tradotte in eccezionali nevicate. Significa che la neve si scioglierà di colpo, andando a ingrossare una rete idrica che sta già soffrendo». Insomma, il rischio di vedere il ripetersi l’emergenza e le tracimazioni di questi giorni, se non qualcosa di peggio, per i meteorologi è molto alto. Anche perché se è vero che l’ondata di piena di alcuni fiumi è passata (per il Livenza è stata ieri notte alle 2, con 3 metri esatti), per altri corsi, come il Bacchiglione, deve ancora arrivare: ieri alle 18 era in colmazione, ma già 15 centimetri sopra il livello registrato quattro anni fa quando ruppe gli argini. Insomma, se per il momento l’emergenza è ancora in corso (da sei giorni) e solo ora accenna lievemente a scemare, tra dieci giorni il rischio sarà trovarsi con nuove masse d’acqua dalle montagne e la rete idrica già piena.

Ugo Dinello

 

Sconforto a San Stino «Peggio di così soltanto nel 1966»

L’amarezza dei residenti: «Traditi dai corsi d’acqua minori» Ieri pomeriggio Autovie ha riaperto il casello sulla A4

SAN STINO – Riaperto il casello dell’autostrada A4 già nel pomeriggio di ieri. Oggi finalmente, dopo due giorni di vacanze, vengono riaperte le scuole dell’intero comprensorio di San Stino. I residenti, comunque, non si illudono e restano molto provati. L’emergenza di questi giorni viene considerata la peggiore dopo quella del 1966. «Ricordiamo bene quei momenti – hanno riferito alcuni avventori al centralissimo Bar Roma, in piazza Aldo Moro, proprio di fronte al municipio – ebbene nel 1966 l’alluvione fu chiaramente devastante. Ma in questa emergenza ci sentiamo “traditi” dai corsi d’acqua più piccoli, a cominciare dal Malgher e dal Fosson, che quasi mai avevano creato problemi fino ad ora. La Regione? Può fare molto di più e molto meglio, non possiamo ogni volta sentirci da soli». Tra gli avventori di un altro esercizio pubblico c’è anche una signora originaria dell’Andalusia. «Anche dalle parti di Valencia si verificano le alluvioni, tuttavia – ribadisce la donna – una cosa del genere da quando sono a San Stino io non l’ho mai vista. Certo che devono adottare qualche provvedimento, perché non è il caso di farsi travolgere dalla paura ogni volta che piove». L’atteggiamento dei sanstinesi dunque è quello di cauto ottimismo, in vista della fine dell’emergenza. Il peggio sembra essere passato. Ma qui non si fidano. «Diciamo che l’abbiamo scampata bella – ha riferito un anziano – io nel ’66 ero in Piemonte a dare una mano. La casa di mia figlia è quasi sotto acqua e c’è il rischio che salendo il livello si possano subire dei danni». Riaperto il casello di San Stino sulla A4 visto il sensibile calo del livello delle acque del canale Fosson. Per garantire ai veicoli il transito in sicurezza sulle rampe che costeggiano il canale – il cui livello resta comunque alto – sono state posate delle barriere new jersey e sistemati dei coni ad alta visibilità per limitare la velocità dei mezzi.

(r.p.)

 

ALLARME A SAN STINO

Ladri in due abitazioni rafforzata la sorveglianza

SAN STINO – Approfittando del clima di confusione i ladri lunedì sera sono entrati in un paio di abitazioni. L’episodio è stato confermato dal sindaco Matteo Cappelletto. I banditi hanno portato via soldi e collane, forzando gli infissi. Una tipologia di furto classica. Il fatto ha gettato sconforto e soprattutto scandalo nell’intera comunità, che oltre al danno si è ritrovata pure beffata dalla malavita comune. Fortunatamente, ma è una circostanza che consola davvero poco, i furti non sono stati perpetrati ai danni di quelle abitazioni che sono state abbandonate momentaneamente dagli sfollati. Già da domenica, quando sono state decise le prime evacuazioni a seguito dell’esondazione del Fosson esterno, i carabinieri della stazione di San Stino, unitamente alla polizia locale, alla polizia di Stato del commissariato di Portogruaro e alla Guardia di finanza, hanno avviato un efficace servizio di prevenzione anti-sciacalli. Lo stesso servizio è stato organizzato anche nella vicina Loncon, con l’impiego anche dei carabinieri della locale stazione di Annone Veneto.

(r.p.)

 

«Una deroga al Patto di stabilità»

Appello bipartisan per consentire di realizzare le opere di messa in sicurezza

PORTOGRUARO – Mentre nel Veneto Orientale Comuni e semplici cittadini sono costretti a fare i conti con le ferite causate dal maltempo, dal Parlamento ai Consigli comunali si alza un’unica voce bipartisan: «Il governo autorizzi a derogare ai vincoli di bilancio del Patto di stabilità per consentire gli interventi di messa in sicurezza del territorio». In Parlamento è già stata presentata un’interrogazione urgente. A depositarla il portogruarese Andrea Martella, vicecapogruppo del Partito Democratico alla Camera. «La conferenza dei sindaci del Veneto Orientale ha un piano di interventi urgenti per 44 milioni di euro», evidenzia Martella, «negli ultimi anni il Consorzio di bonifica può invece investire sul territorio solo 1,5 milioni di euro l’anno a fronte di un fabbisogno di 5 milioni per la sistemazione dell’area in dieci anni. Per questi interventi è necessario pensare a una deroga temporanea al Patto di stabilità, in modo da consentire alle amministrazioni virtuose di poter intervenire per la messa in sicurezza dei propri territori». Martella giudica positivo che il governo abbia approvato il disegno di legge per la riduzione del consumo del suolo e la sua tutela per la prevenzione del rischio idrogeologico. «Ma queste misure devono essere accompagnate da risorse adeguate e da un riassetto delle competenze», avverte Martella, «consentendo così un’attenta e adeguata programmazione degli interventi e superando la logica dell’emergenza». Da qui la richiesta dell’esponente democratico al governo perché indichi «quali misure intenda adottare per rendere prioritari gli interventi di messa in sicurezza del territorio di Portogruaro e del Veneto Orientale». La richiesta di escludere dal Patto di stabilità le spese sostenute per le calamità naturali è sostenuta anche dalla Lega Nord. A Noventa i consiglieri comunali Giorgia Andreuzza (che è anche assessore provinciale al turismo) e Matia Cester hanno depositato una mozione da discutere nel parlamentino locale. L’obiettivo è spingere i Comuni a premere sul governo perché conceda agli enti locali l’esonero dai vincoli del Patto di stabilità per le spese sostenute per contrastare gli eventi calamitosi e sostenere le opere di prevenzione del dissesto. «In questi giorni il Veneto Orientale si trova investito da eccezionali e avverse condizioni meteorologiche che hanno creato allarme, ma anche reali situazioni di emergenza e disagio dovute a esondazioni e allagamenti», spiegano Andreuzza e Cester, «il Comune di Noventa, bordato a ovest dal fiume Piave e caratterizzato da canali e assi di irrigazione e drenaggio dei campi, stavolta è stato toccato in maniera meno irruenta rispetto ad altri territori limitrofi. In altre occasioni, invece, si è trovato a dover far fronte a situazioni di emergenza e sostenere sforzi economici per la salvaguardia del territorio». Anche a San Donà è già stata presentata un’interrogazione da Roberta Murer (Scegli Civica) sugli interventi da attuare sulla rete dei canali di bonifica. Intanto la situazione del Veneto Orientale tiene banco anche in Regione. Per il consigliere del Pd, Bruno Pigozzo, vice presidente della commissione urbanistica, è «indispensabile coinvolgere attraverso un’audizione anche i sindaci delle aree più colpite, dalle zone del Bacchiglione-Brenta al Veneto Orientale fino al Miranese. Questo per monitorare la situazione dopo l’ennesima ondata di maltempo e lo stato di attuazione delle manutenzioni degli argini e delle opere di sicurezza».

Giovanni Monforte

 

Il Gorzone fa paura famiglie evacuate

Chioggia, tredici abitazioni allagate ma non tutti hanno accettato di uscire

Il sindaco Casson: «È un’emergenza». La piena è passata nella notte

CHIOGGIA – Notte d’angoscia, quella appena passata per le famiglie che abitano sulla lingua di terra chiamata Punta Gorzone, alla confluenza tra il fiume omonimo e il Brenta. L’ondata di piena era attesa per le due della notte appena trascorsa e solo oggi sapremo come è andata a finire. Ieri, per queste tredici famiglie, era arrivata l’ordinanza di evacuazione delle case, ma non tutti hanno accettato di spostarsi. «L’acqua l’abbiamo vista arrivare tante volte. Ma questa è casa nostra e non la abbandoniamo» dicevano alcuni. Tutto era cominciato con una nota del Genio civile all’amministrazione comunale. «Le intense precipitazioni che da giorni interessano il fiume Fratta-Gorzone, stanno sottoponendo a forte stress le opere di difesa idraulica… a causa di un forte imbibimento del rilevato arginale e di una importante filtrazione in sinistra del fiume Gorzone, si procederà ad un intervento di somma urgenza al fine di scongiurare l’ulteriore aggravamento della situazione… per il perdurare degli eventi in corso si chiede di disporre un’ordinanza di sgombero delle abitazioni interessate». Ma, subito dopo, il Genio civile segnalava anche che «l’attuale andamento dei livelli idrometrici (il livello del Gorzone a Stanghella segna 2.26 metri, con incremento di 4 centimetri l’ora) fa registrare l’azzeramento del franco in località Punta Gorzone, col possibile progressivo interessamento delle abitazioni presenti». In parole povere: le case potrebbero finire sott’acqua, fatele sgombrare. La macchina comunale si è messa subito in moto e, ieri mattina, la polizia locale la Protezione civile, ma anche il sindaco in persona e alcuni esponenti della giunta si sono recati nella località per avvertire la popolazione del pericolo. «Le famiglie interessate sono tredici», conferma il sindaco, Giuseppe Casson «dal civico 1 al civico 39, per un tratto di un centinaio di metri di sponda. Sei di queste famiglie hanno la possibilità di essere ospitati da parenti ma le altre sette no. Abbiamo messo a loro disposizione, per il tempo che durerà l’emergenza, delle camere d’albergo, vitto compreso». Ma il clima che si respirava ieri mattina, sul posto, non era quello dello sgombero. «Abbiamo portato le auto e i mezzi agricoli nei posti più alti» raccontava qualche residente «ma l’acqua è un nemico con cui ci siamo abituati a convivere. Abbiamo visto di peggio. Nel 2010 era arrivata fino a qua», aggiungevamo indicando un punto un paio di metri più avanti del limite raggiunto dalle acque del fiume. E poi c’è il timore degli sciacalli che potrebbero tentare di saccheggiare le case abbandonate. «Polizia di Stato e carabinieri sono informati e anche loro controlleranno il territorio», dice il comandante della polizia locale, Michele Tiozzo. Dunque le case non saranno abbandonate a se stesse, se i residenti dovessero decidere, anche a sera inoltrata, di spostarsi altrove. Ma, mentre si attende il superamento dell’emergenza, si guarda anche al futuro. «Ho scoperto, presentando un’interrogazione sulla sicurezza di questa zona» dice il capogruppo Pd Mauro Bisto «che il Comune non ha fondi per intervenire. So che non possiamo farlo da soli, ma solleciterò uno stanziamento che possa contribuire a risolvere definitivamente il problema. Basta con le emergenze». «Avevamo segnalato più volte questa situazione alla Regione, nel 2009, nel 2010, nel 2012 e anche recentemente», dice il sindaco Casson, «c’è un progetto pronto per la messa in sicurezza della zona, che non è competenza del Comune. Tuttavia se la Regione finanzierà il progetto, anche il Comune è pronto a partecipare ad un accordo di Programma, nei limiti delle sue possibilità». Gli fa eco il consigliere regionale Lucio Tiozzo (Pd) che ripercorre la storia degli interventi compiuti dalla protezione civile e delle richieste, inascoltate, alla Regione, per effettuare ricognizioni tecniche sulla zona. E aggiunge: «Serve urgentemente un tavolo tecnico, tra Comune, Regione e Magistrato alle acque per affrontare concretamente il problema della sicurezza idraulica e idrogeologica in questa zona».

Diego Degan

 

CHIOGGIA. Una volta era classificato come «area golenale». Così era definita Punta Gorzone nella cartografia ante Prg. Chi abitava in quella zona, in pratica, lo faceva a suo rischio e pericolo. Ma quando il piano regolatore dopo una lunghissima gestazione, è diventato realtà, la zona di Punta Gorzone è diventata ufficialmente un insediamento abitativo, con il riconoscimento, quindi, di un dato di fatto esistente da anni. E se, prima, l’area golenale, come tale destinata ad accogliere le acque delle piene, poteva essere ignorata dagli interventi di messa in sicurezza, adesso che “le carte cantano” le istituzioni si devono far carico della possibilità, per queste famiglie di avere e conservare una casa anche quando il piccolo Gorzone, uno dei corsi minori di questo territorio, fa le bizze.

 

Allarme a Eraclea, il Brian rompe gli argini

A Jesolo la mareggiata ha eroso almeno 100 mila metri cubi di sabbia. Disagi alla foce di Cortellazzo

JESOLO – La quiete non arriva dopo la tempesta. Litorale e entroterra, da Jesolo a Eraclea, sono alle prese con la conta dei danni e gli ultimi interventi di messa in sicurezza. Le mareggiate hanno eroso non meno di 100 mila metri cubi di sabbia a Jesolo, che deve fare i conti anche con l’immensa pulizia dell’arenile da tonnellate di detriti. Disagi alla foce di Cortellazzo, dove sono in corso i lavori per la litoranea veneta. Verso Eraclea, si teme per il Brian nella zona di via Vittorio Veneto, a Stretti, dove il canale ha rotto gli argini in alcuni punti e la protezione civile con il sindaco Giorgio Talon è intervenuta nella notte con i sacchi. Cortellazzo. Alcuni pescatori hanno dovuto dormire in barca per proteggere gli scafi dai detriti che si stanno ammassando lungo il canale Cavetta. I lavori alla foce per la Litoranea Veneta sono stati oggetto di un esposto di Forza Jesolo. La pioggia incessante di questi giorni ha spinto l’associazione di Nicola Manente a chiedere di verificare le responsabilità di questa chiusura della foce. «In corrispondenza della foce del canale Cavetta», spiega Manente, « che da diversi mesi è interessato da importanti lavori di intervento da parte di “Sistemi Territoriali”, si stanno verificando situazioni di emergenza. Il canale minaccia di superare gli argini invadendo strade, proprietà e abitazioni. Non ci è ancora chiaro come siano stati spesi i circa 25 milioni di euro da parte di Sistemi Territoriali per la realizzazione dell’opera, attendiamo la fine dei lavori che continuano da quasi tre anni». E anche molti campi nella zona di Cortellazzo di sono allagati. Sotto controllo il Sile a Jesolo Paese. Brian. La protezione civile di Eraclea ha lavorato tutta la scorsa notte in via Vittorio Veneto a Stretti, lungo il canale. L’acqua e il fango fuoriusciti da un buco sull’argine hanno richiesto un intervento di emergenza della protezione civile con il sindaco Talon. I volontari si sono trovati nei capannoni di Vittorio e Michele Boem in via Braida per preparare i sacchi di sabbia da portare sul canale e impedire la fuoriuscita d’acqua preoccupante. Il Brian resta osservato speciale, assieme agli altri canali del territorio, tra i quali Piavon, Piveran, Ramo e altri. La spiaggia di Eraclea, rispetto a Jesolo, ha subito molti meno danni.

Giovanni Cagnassi

 

RIAPERTO IL PONTE TRA MEOLO E RONCADE

Nel Sandonatese la situazione sta migliorando

SAN DONÀ – Allarme rientrato a San Donà. La paura è stata soprattutto a Grassaga, poi a Fossà, quindi a San Donà nella zona di via Silos. In città, mattonelle sconnesse lungo i marciapiedi e danni alle strade, in particolare sulla statale 14 verso i centri commerciali, poi nel parcheggio di Bergamin. Dopo quattro giorni, i canali stanno drenando le acque e l’intensità della pioggia, attorno ai 30 mm giorno, non desta più preoccupazione. Delle cinque squadre della Protezione Civile impegnate in questi giorni, due si stanno turnando di supporto alle squadre di San Stino. Il sindaco, Andrea Cereser, ha riferito al Consiglio sull’evolversi della situazione. «Il Piave non ha dato grandi problemi. I problemi maggiori sono stati nel sistema dei canali a fronte di precipitazioni complessive per 200 mm, che sono tantissimi. Il canale che ha dato maggiori difficoltà è stato il Piavòn, che ha causato grossi problemi anche a Ceggia. Sono andate sott’acqua alcune strade, quali via degli Esposti, via dei Mureri, via sant’Osvaldo, oltre a parti della frazione di Fossà. Su tutto il corso del Piavon si è arrivati a livello argine e i sacchi della Protezione Civile hanno tamponato la situazione, evitando danni più gravi. Siamo stati fortunati perché il vento ha girato e non è più scirocco». È stato riaperto al traffico il ponte di via Ca’ Tron, tra Meolo e Roncade. Nella giornata di ieri, infatti, è sceso il livello del fiume Vallio, la cui piena di lunedì aveva costretto il Comune di Meolo a emettere un’ordinanza di chiusura del ponte. Ieri è calato pure il livello degli altri corsi d’acqua e, dunque, anche nella zona di Meolo l’emergenza per il momento si può dire finita. Nella speranza che non riprenda a piovere copiosamente. Passata la fase più critica, adesso bisognerà capire se vi siano degli interventi da poter attuare per evitare il ripetersi delle piene dei fiumi Meolo e Vallio. Per questo il sindaco Michele Basso ha intenzione di incontrare il Consorzio di bonifica. «Voglio ringraziare tutti i volontari della protezione civile di Meolo, coordinati dal presidente Marco Grilletti, e quelli che ci sono venuti in aiuto da San Donà, Marcon e dai paesi limitrofi. Passato l’allarme», ha detto Basso, «ho chiesto un incontro urgente al Consorzio di bonifica».

(g.ca. – g.mon.)

 

Tregua nel Miranese «Il pericolo non è passato»

I livelli di Lusore e Muson ieri sono calati, ma venerdì ritorna la pioggia «Tutto dipenderà dalla velocità con la quale i canali oggi si svuoteranno»

MIRANO – Un sospiro di sollievo, ma non troppo forte. Perché anche se il peggio sembra passato e il maltempo pare dare una tregua, tornerà a piovere. L’inverso infinito non permette di passare già alla conta dei danni: ci sono ancora canali e cantine da svuotare nel Miranese, messo a dura prova da un profilo idraulico che si conferma fragile. Ieri Lusore e Muson, tra S. Maria di Sala e Mirano, sono finalmente calati, sfumando un po’ l’apprensione di sindaci e tecnici del consorzio di bonifica, ma lungo le strade restano transenne e sacchi di sabbia, posizionati per arginare la piena. Il primo cittadino salese Nicola Fragomeni non si fida ancora a dire che il peggio è passato: «È una tregua», afferma, «venerdì danno nuove piogge». In pratica lo scampato pericolo passa dalla velocità con cui, oggi, si svuoteranno i canali. E questo dipende dal mare, non dal cielo. A Mirano il livello delle acque si è abbassato durante la notte. Ieri mattina nel bacino dei Molini, dove lunedì si è sfiorata la tracimazione del Muson, l’acqua è scesa di 30 centimetri sotto il piano della pescheria. Non è ancora il livello sicurezza, per cui l’area è rimasta delimitata anche ieri con sacchi di sabbia. In città il sollievo è determinato da un fatto: soltanto due mesi fa, nel catino delle Barche, c’erano 5 mila metri cubi di terreno di riporto che, se non fossero stati asportati, avrebbero provocato il disastro. E dire che è stato quasi un caso che i lavori, previsti inizialmente per fine 2014, siano stati anticipati di un anno. A Campocroce il Lusore è calato di circa 15 centimetri in mattinata rispetto a lunedì sera, anche se nelle vie Barbato, Braguolo e Chiesa l’acqua è rimasta in strada a causa del mancato assorbimento dei terreni agricoli circostanti. Anche a Caltana la situazione è migliorata di notte: le acque, dal quartiere residenziale di via De Gasperi e Einaudi, si sono ritirate, anche se poi il rio Cavin Caselle è tornato a risalire in mattinata. «Poteva andare peggio», si lascia scappare l’assessore salese all’Unità di crisi Enrico Merlo, che ben ricorda il disastro del maggio 2010, quando a Caltana finirono sotto 500 famiglie. Le stesse vie sono andate allagate anche stavolta, ma solo per pochi centimetri e, soprattutto, per meno tempo. Restano impraticabili, ma solo per alcuni tratti, via Cagnan e via Zinalbo, monitorato il Cavin Caselle che nella zona di Borgo Fiorito ha lambito anche ieri il livello stradale. «Siamo riusciti ad arginare le situazioni più critiche senza grossi disagi», spiega il direttore del consorzio Acque Risorgive, Carlo Bendoricchio, «abbiamo impegnato tutti i mezzi disponibili, i nostri 24 impianti idrovori e anche diverse pompe mobili installate nei punti più critici. E comunque il coordinamento con la Protezione civile si dimostra l’arma vincente per limitare i disagi». Il presidente Ernestino Prevedello aggiunge: «Gli interventi realizzati in questi anni dal consorzio hanno consentito di risolvere alcuni nodi critici che in passato avevano creato disagi. Ma non basta: è urgente realizzare anche le altre opere programmate».

Filippo De Gaspari

 

Sospiro di sollievo in Riviera

Diminuiscono i livelli di canali e fiumi. Cede un tratto d’argine del Serraglio

DOLO – Situazione migliorata in Riviera del Brenta dopo i casi di tracimazione e i livelli alti di acqua segnalati nei giorni scorsi su numerosi canali. Lungo il Naviglio Brenta sono molti i pontili e gli attracchi ancora sommersi dopo la marea dei giorni scorsi. A Stra è calato il livello sul Naviglio Brenta che l’altro giorno era tracimato nella zona di via Dolo. Alcuni campi agricoli sono ancora allagati così come la canaletta che costeggia via Barbariga sulla “bassa” tra Paluello e San Pietro di Stra. A Fiesso, dopo la preoccupazione per il Rio Serraglio e il Rio Castellaro, il livello dei corsi d’acqua è calato di una trentina di centimetri. Sempre sotto controllo sono le zone di via Pampagnina e via Pioghella dove lunedì il Rio Serraglio aveva raggiunto gli argini. A Dolo rimane ancora chiuso il Ponte dei Cavalli dopo che l’altro giorno il livello del Naviglio Brenta era salito superando la paratia presente nella zona. In calo le acque del Rio Serraglio che continuano però ad essere controllate: un tratto di argine ieri sera è crollato, ma i volontari della Protezione civile sono prontamente intervenuti a tamponare la falla. Con il ritirarsi dell’acqua rimangono i segni del passaggio come è avvenuto al Ponte dei Cavalli a Dolo dove si sono incagliati decine di rami di alberi che rendono difficile il deflusso dell’acqua verso la zona dei Molini. Nel frattempo i consiglieri dolesi de “Dolo Cuore della Riviera” hanno presentato un’interrogazione urgente per conoscere come il sindaco vuole agire per garantire la sicurezza idraulica dei cittadini.

Giacomo Piran

 

Rischio idraulico ridotto a Scorzè e Noale ma alcune zone sono finite sott’acqua 

SCORZÈ. Per fortuna che negli anni scorsi si sono fatti quegli interventi necessari per ridurre il rischio idraulico, altrimenti potevano essere guai anche per l’area del Miranese nord. Non che tutto sia rose e fiori, sia chiaro, ma alcuni cantieri tra Noale e Scorzè, fatti con il consorzio di bonifica Acque risorgive, hanno permesso di ridurre i problemi anche se molto resta ancora da fare. In molti si ricordano ancora dell’alluvione del 2006 ma almeno ora si sono ridotte le aree critiche. Eppure anche tra Martellago, Noale, Salzano e Scorzè si è temuto il peggio, perché i fiumi Marzenego e Dese si sono alzati in modo pauroso ma poi hanno iniziato ad abbassarsi, scongiurando pericoli maggiori. Alcune strade sono finite, comunque, sotto, anche se i volontari erano fuori a monitorare la situazione. A Scorzè ci sono state delle difficoltà nella “solita” via Ronchi, che si è dovuta chiudere al traffico, mentre dell’acqua è emersa pure sulla Castellana e all’incrocio con via San Benedetto. A Noale, si sono verificati problemi in via Spagnolo, all’incrocio con via Contea. In questo caso, dal Comune hanno deciso di interdire il traffico ma poi la situazione è migliorata. Anche le altre strade che nelle ore precedenti avevano avuto delle difficoltà, vedi via Bigolo, via Tigli, via Brugnole, via Ongari, via Ronchi, via Cerva, via Bregolini e via Ronco sono tornate a essere percorribili. A Salzano, la situazione è tornata sotto controllo, dopo essersela vista brutta lunedì mattina; il Marzenego aveva iniziato ad alzarsi in modo pericoloso, tanto da temere per i piccoli dell’asilo. La scuola non era stata evacuata ma qualche genitore era passato prima a prendere il figlio. A Martellago, dopo le criticità rilevate sul Dese, tracimato vicino al mulino Vidali, zona via Ca’ Nove, tutto è rientrato, anche se si continua a monitorare il tempo, con le piogge che potrebbero tornare nelle prossime ore. In caso di emergenze, invitano a chiamare il 342-5055389 della protezione civile.

(Alessandro Ragazzo)

 

«Difese idrauliche del secolo scorso»

L’ingegner Rusconi, esperto di fiumi: ultimi interventi durante il fascismo, acque dolci e torbide avvistate in Canal Grande

VENEZIA «La neve che ha lasciato al buio Cortina e la montagna veneta ci ha salvato». L’ingegnere Antonio Rusconi, esperto di fiumi, già presidente dell’Idrografico e dell’Autorità di bacino del Veneto, fa gli scongiuri. «Gli allagamenti di questi giorni», dice, hanno interessato i fiumi pedemontani, come Livenza, Bacchiglione e Lemene, o quelli di risorigiva come Sile, Dese e Zero. I grandi fiumi alpini come Piave, Brenta e Tagliamento non hanno dato problemi. Ma se dovesse arrivare lo scirocco o la pioggia anche ad alte quote la situazione potrebbe diventare drammatica». Allarme meteo e fiumi che esondano, mezzo Nord allagato. E le acque di piena dei fiumi che adesso arrivano copiose in laguna nord, insieme alle acque non proprio cristalline pompate dalle idrovore, cariche di inquinanti. Acque dolci e sedimenti arrivati fino in pieno Canal Grande. Ieri mattina i canali interni della città avevano un particolare colore verde chiaro, con sedimenti copiosi. «Un fenomeno che succede nel caso di piena», spiega Rusconi, «ma che in questi giorni è particolarmente intenso». In laguna nord dunque si rischia l’interrimento, con i sedimenti e l’acqua dolce, mentre in laguna sud la situazione è opposta: per lo scavo dei canali, il moto ondoso e le navi, le barene vanno scomparendo, l’erosione aumenta e la laguna si sta trasformando in un braccio di mare. Ecco perché, dice Rusconi, «sarebbe salutare qui far defluire una parte delle acque di piena di Brenta e Bacchiglione. Darebbe sollievo al territorio e ricostituirebbe in parte la morfologia originaria». Intanto il Veneto Orientale è completamente sott’acqua. Colpa della natura o anche dell’uomo? «I fenomeni atmosferici sono sempre più intensi e violenti per i cambiamenti climatici», spiega l’ingegnere, «ma a questo dobbiamo aggiungere la trasformazione del territorio che trasforma la pioggia in acque superficiali. La cementificazione del territorio produce questo, e a parità di piogge le acque superficiali sono di più. Anche le piogge aumentano. E se questo è colpa del clima, la trasformazione del territorio è opera dell’uomo». Situazione di maltempo eccezionale che ha portato acqua ovunque. Si poteva fare qualcosa? «Difficile dirlo, in queste situazioni estreme probabilmente gli allagamenti ci sarebbero stati lo stesso. Ma la rete di difesa idraulica è quella del secolo scorso. Gli ultimi interventi sono stati fatti durante il fascismo, e comunque prevedevano difese per un territorio agricolo. Nel frattempo i campi sono diventati un’area metropolitana, capannoni, villette e cemento. E il sistema non regge più. Una rete più moderna aiuterebbe almeno a ridurre l’emergenza e a garantire un po’ di sicurezza in più». Ma i grandi interventi di manutenzione non sono popolari, si preferiscono dighe e grandi opere. E molti piani varati dalle Autorità di Bacino restano su carta, la difesa idraulica è ferma ai primi del Novecento. E intanto continua a piovere.

Alberto Vitucci

 

Mareggiate, due milioni di danni a Bibione

Codognotto: «Situazione drammatica». Convocherà l’assemblea dei sindaci della costa veneta  

BIBIONE – Situazione drammatica a Bibione. Lo dice il sindaco dopo aver compiutamente analizzato anche con i suoi tecnici i danni provocati dalle mareggiate degli ultimi giorni. Si parla di almeno due milioni di danni provocati dalle maree anomale di questi giorni. Il quadro è davvero umiliante per la zona est, con il mare che ha raggiunto il muro che divide la spiaggia da piazzale Zenith. Ma i danni riguardano anche gli argini di alcuni canali consortili che, intrisi d’acqua, non hanno più saputo reggere a queste nuove infiltrazioni. Tutti gli argini dei canali consortili presentano fessurazioni oppure piccoli fontanazzi, specialmente quello del Quarto Bacino, in zona Marinella. Pasqualino Codognotto sembra intenzionato a convocare una nuova assemblea dei sindaci della Costa veneta per chiedere alla regione di intervenire per il ripascimento. «Ci siamo ritrovati l’ultima volta venerdì scorso – ha affermato il primo cittadino di San Michele Bibione – con i colleghi della provincia di Rovigo, in particolare, abbiamo convenuto che ci sono dei forti problemi per quanto riguarda il ripascimento degli arenili. Mancano i finanziamenti ed è su questo che punteremo». L’altro giorno l’arenile di piazzale Zenith era completamente invaso dall’acqua. «Un fenomeno drammatico – ha evidenziato Codognotto – poche volte abbiamo subito una cosa del genere. Tutta la zona est è andata sott’acqua. Si verificano poi crolli arginali su tutti i canali consortili. Siamo davvero preoccupati, anche perché i terreni sono intrisi d’acqua. Non riusciamo quasi a venirne fuori».

Rosario Padovano

 

Più piogge del 2010 ma il vero pericolo sono caldo e scirocco

Allerta del Centro meteo: «Se la massa di neve si scioglie ci saranno grandi problemi per il deflusso delle acque»

PADOVA – Piove, governo ladro. Quanto si attaglia il più italiano degli adagio nella situazione del maltempo che il Veneto sta attraversando? Scontato ricordare il residuo fiscale del Veneto: 14 miliardi l’anno, quando ne basterebbero 2,7 per assicurare il Veneto dal dissesto idrogeoligico. Di sicuro, questo gennaio è stato il più piovoso degli ultimi vent’anni. Molto più copioso dei trenta giorni precedenti all’alluvione del 2010 ed anche di quella del novembre 1966. Ma sono fenomeni profondamente diversi per intensità, durata, estensione. Mettiamo un secchio fuori dalla porta. E andiamo a Seren del Grappa, in località Valpore, versante nord orientale del massiccio, provincia di Belluno: negli ultimi cinque giorni sono caduti 518 millimetri di pioggia, che a spanne sono poco più di cinquanta centimetri. Valpore è storicamente il luogo più piovoso del Veneto, così come la piana di Marcésina sull’altopiano di Asiago è la Finlandia d’Italia. Nel novembre 2010 a Valpore precipitarono 586 millimetri di pioggia, non molti di più di questa volta: solo che si concentrarono su tre giorni (31 ottobre-2 novembre), mentre questa volta si sono spalmati quasi nel doppio dei giorni. Lasciamo il secchio e andiamo in Cansiglio, tra le province di Treviso e Belluno, in località Tramedere: qui le piogge cadute in questi giorni hanno raggiunto i 360 millimetri, contro i 517 caduti nel 2010. Spostiamoci appena più a sud: a Valdobbiadene sono caduti 304 millimetri questa volta, 306 l’altra volta. Man mano che scendiamo nella pianura, il rapporto tra l’alluvione del 2010 e questa si inverte e mostra come questo evento stia mettendo a dura prova soprattutto le campagne venete, più che le Prealpi. L’esempio più chiaro è la pioggia di Treviso: 206 millimetri negli ultimi cinque giorni, 96 nei tre giorni di picco del novembre 2010. Nel capoluogo della Marca è caduta il doppio della pioggia di tre anni fa. Banalizzare è sempre sbagliato. Le differenze con gli eventi del 2010 e del 1966 sono profonde e tutte scientifiche. Ci aiuta a comprenderle il direttore del Centro meteo di Teolo dell’Arpa, l’Agenzia regionale protazione dell’ambiente, Marco Monai. «In termini assoluti – spiega Monai – siamo a livelli più bassi del novembre 2010. Quel che colpisce, piuttosto, di quest’evento sono i livelli di precipitazione in pianura: sono clamorosamente più alti in questi giorni» Ma le differenze, naturalmente, non si fermano più. La prima, spiega Monai, riguarda l’arco temporale. Nell’alluvione del 1966 le precipitazioni si concentrarono tra venerdì 4 e sabato 5 novembre e provocarono l’esondazione del Piave. Nell’alluvione di Ognissanti del 2010 le piogge si concentrarono tra il 31 ottobre e il 2 novembre: tre giorni. Il maltempo di questi giorni sta spalmando le precipitazioni in un arco di almeno sei giorni, destinato ad aumentare nelle prossime ore. Una seconda differenza riguarda le massime giornaliere: il 31 gennaio scorso sono caduti dai 100 ai 130 millimetri di pioggia. Nel 2010 le massime giornaliere furono doppie: dai 200 ai 240 millimetri. Una terza differenza riguarda l’estensione del fenomeno. Nel 2010 l’alluvione ebbe un perimetro di picco nella fascia delle Prealpi, il maltempo che stiamo attraversando è molto più esteso: e abbraccia le Dolomiti meridionali, le Prealpi, la Pedemontana e l’Alta pianura veneta. La quarta differenza riguarda il limite della neve: nel 2010 fu molto alto, intorno ai 2200 metri sul livello del mare. Questa volta è molto più basso, circa 1300 metri. «Questo dato non è secondario – spiega il direttore del centro di Teolo –: perché più alto è il limite della neve e meno conseguenze ci possono essere nei giorni successivi». Questa volta, fa capire Monai, con un limite molto più basso, se si alzasse la temperature potrebbero verificarsi grossi problemi a valle nel deflusso delle acque. É il pericolo scirocco, che porta con sè il rischio valanghe, che tutti avvertono, anche se le previsioni meteo sembrerebbero scongiurarlo. Nelle Dolomiti si sono registrati, negli ultimi quattro giorni, una ventina di eventi a valanga: dal Zoldano al Passo San Pellegrino, da forcella Staulanza a Zoppé. Infine, la differenza dei trenta giorni antecedenti: questa volta è piovuto molto di più. Smetterà, ma non molto presto.

Daniele Ferrazza

 

Il centro di Teolo e 200 centraline meteorologiche 

TEOLO. Sono gli angeli del meteo, probabilmente i migliori previsori del Veneto (insieme all’Aeronautica di Istrana): un’eccellenza che molti ci invidiano. Marco Monai, 56 anni, friulano trapiantato a Padova (nella foto), dirige da un paio d’anni il centro sui colli da cui controlla praticamente la meteorologia del Veneto. Duecento centraline sparse in tutta la regione forniscono in tempo reale tutti i dati che vengono elaborati dai previsori che ogni giorno sfornano i bollettini meteorologici disponibili in rete. In questi giorni di maltempo, naturalmente, i tecnici di Teolo sono stati sollecitati più volte dagli esperti a fornire previsioni aggiornate e dati scientifici. Un lavoro paziente che il centro meteo dell’Agenzia regionale dell’ambiente è in grado di soddisfare grazie a una tecnologia e un’esperienza non comuni. Monai, a conferma dell’eccezionalità di questo evento piovoso, porta i dati della centralina del Cansiglio. Nel 2010 caddero 330 millimetri nei trenta giorni antecedenti l’alluvione di Ognissanti. Nel gennaio scorso, i millimetri di pioggia caduti nei trenta giorni antecedenti sono stati, 800: due volte e mezza.

 

Campi allagati, milioni di euro di danni

Radicchio e cereali vernini distrutti, Coldiretti stima una perdita vicina a quella del novembre 2010

VENEZIA «Sotto la neve pane, sotto l’acqua fame». Il dramma di questi giorni non sta tanto negli allagamenti di questi gionri, quanto in quello che affiorerà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Intere distese di terreni inutilizzabile per le semine, devastati dagli allagamenti, impossibili da coltivare. Per non parlare, naturalmente, delle colture invernali in essere che andranno perdute. Le precipitazioni di questi giorni si aggiungono a un autunno non particolarmente generoso con gli agricoltori: l’autunno con temperature decisamente sopra la media ha compromesso molte delle tradizionali orticole legate al freddo, dal radicchio di Treviso al broccolo fiolaro di Creazzo. Ecco perché l’universale detto contadino appare quanto mai azzeccato. Anche se una stima dei danni all’agricoltura è tutta da stabilire. La neve che sta bloccando l’intera provincia di Belluno non è il solo disagio causato dal maltempo. Gli agricoltori hanno prestato i primi soccorsi agli animali e liberato le strade per permettere la circolazione del trasporto latte. Ora si devono liberare annessi rustici, serre ed abitazioni. Nelle prossime settimane potremmo anche scoprire il dramma di molte decine di animali – cervi e caprioli – che a causa della quantità di neve caduta non possono approvigionarsi e rischiare la morte. In alcune zone la Forestale sta provvedendo distribuendo balle di fieno in alcuni punti di strategici. Il carico di acqua di questi giorni, arrivato in pianura , sta aprendo nuove crepe nel già disgraziato territorio del Veneto: nuove frane alle diecimila censite dal registro Iffi, tenuto dall’Ispra, l’istituto nazionale scientifico di protezione e ricerca ambientale. Nel Vicentino sui Colli Berici alcune famiglie e agriturismi sono isolati a causa di voragini che hanno bloccato addirittura la partenza dei turisti ospiti delle strutture. Dal punto di vista agronomico è il Veneto orientale l’area più colpita dalle forti precipitazioni. La fascia ad est della regione che unisce la provincia di Venezia a quella di Treviso ricca di vigneti Doc della zona del Piave è ovunque allagata. Se per le viti blasonate del Lison Pramaggiore nonostante le piante siano sommerse potrebbero non esserci problemi, per le orticole a pieno campo compreso il radicchio il rischio di marciume è alto oltre al fatto che il fango ne impedisce la raccolta. Vale per le terre coltivate ad ortaggi a Scorzè, Zero Branco e Mirano. Il grano sott’acqua muore per asfissia e l’allarme è proprio per i seminativi: il persistere della pioggia mette in crisi le piantine compromettendole. Se persiste la pioggia la perdita di raccolto dei cereali autunno vernini è probabile nel Portogruarese come nel Padovano e nel Basso Polesine. Le temperature sopra la media possono anticipare le fasi vegetative. L’umidità segna le colture sotto serra e preannuncia l’insorgenza di attacchi di malattie e muffe per insalata, rucola, valeriana ma anche per fiori e piante. I 16 milioni di danni registrati dagli agricoltori nel 2010 non sono molto distanti, azzarda Coldiretti regionale. Ma una stima precisa si potrà fare solo nelle prossime settimane.

 

In fuga dalle acque tra rabbia e impotenza

Seicento sfollati nel Padovano. Battaglia paese simbolo del flagello in Veneto

Il livello è salito fino a un metro e 80, invadendo abitazioni, negozi e aziende

BATTAGLIA TERME – Peggio che nel 1966. Se lo ricordano come un incubo a Battaglia il livello raggiunto dalle acque quel drammatico 4 novembre di 48 anni fa, reso famoso dall’esondazione dell’Arno che sconvolse Firenze e commosse il mondo. Ebbene, ieri l’alluvione è stata più disastrosa, sommergendo il vecchio quartiere Ortazzo, un grappolo di case umili e vagamente bohemienne, fino quasi al primo solaio. In alcuni punti il livello era salito a 1,80 da strade e aiuole. Dall’Adriatica gli scorci dell’Ortazzo allagato, un fiume limaccioso incuneato fra le case, mosso dal via vai delle barche della Protezione civile, conferivano un che di veneziano alla contrada. Ma dal tono triste e sommesso. Che sapeva di resa. Battaglia con le sue oltre cento case svuotate dalla piena (almeno duecento gli sfollati), violentata ancora una volta dalle acque (stavolta con maggiore accanimento), è assurta a paese simbolo delle ferite inferte da questa silenziosa ma inesorabile alluvione di febbraio. Più di Bovolenta (il che e tutto dire), più dell’hinterland di Padova o della Bassa, pur abituata a questa angoscia viste le tante volte che ha dovuto subire la violenza di simili fenomeni naturali. L’impotenza di San Giovanni Nepomuceno. Nemmeno il santo boemo protettore dei ponti e delle acque, a cui Battaglia s’è votata per esorcizzare le sue paure e al quale ha dedicato una bella statua posta sul monumentale manufatto che unisce le due parti della città, stavolta ha saputo fare nulla per impedire lo scempio. In poche ore il quartiere più popolare, guarda caso proprio quello in cui sorge il Museo della Navigazione fluviale (uno dei più importanti d’Europa, dato che Battaglia è stata per secoli il maggior porto per il trasporto fluviale nel Veneto), è finito sommerso. E non tutti i residenti se ne erano accorti in tempo. O erano stati informati della minaccia in arrivo. Bimbo tratto in salvo dalla finestra. Come una famiglia di giovani immigrati magrebini che vive con il proprio bambino (ammalato da lunedì) al primo piano di una vecchia abitazione. Sono stati prelevati da una barca con l’aiuto dei sommozzatori, uscendo da una finestra vista l’impossibilità di scendere al piano terra, inghiottito dalle acque. Il bimbo è stato portato all’ospedale per accertamenti. Dai Bovo l’acqua ha toccato il soffitto . Paura per la centrale elettrica. In via Chiodare i generatori che alimentano le pompe hanno scoppiettato incessantemente anche durante la notte per impedire l’allagamento della vicina centrale elettrica ed evitare un disastro ancora più grave. Anche a Battaglia, come a Rubano, come a Bovolenta o come a Este c’è chi grida con rabbia che la campagna è stata sacrificata per salvaguardare la città, per evitare che i padovani finissero in ammollo. Il sindaco Daniele Donà: «Ho invocato che il carico d’acqua dell’Arco di Mezzo fosse alleggerito, ma non sono stato ascoltato… Abbiamo pagato noi il tributo imposto per il mantenimento dell’equilibrio idraulico della provincia. Ancora noi, visto che qui le alluvioni sono periodiche, seppur meno devastanti di questa». Gli sfollati. Il Comune ha allestito uno spazio di accoglienza per gli sfollati nel Centro per il gemellaggio, allestendo anche una cucina da campo. Ma la stragrande maggioranza degli sfollati ha preferito rifugiarsi in casa di parenti o amici. «Qualche famiglia» rivela Sandro Zuppa, responsabile del Nucleo di Protezione civile locale «ha preferito rimanere al primo piano delle proprie abitazioni, sebbene prive di luce e riscaldamento e della possibilità di caricare i cellulari. Il sindaco sta invano tentando di convincerle ad abbandonare le case, ma loro hanno paura degli sciacalli». Gente strana se ne vede in giro, ma i carabinieri vigileranno con rigore. Momenti che uccidono dentro. «Io e mia moglie stavamo dormeno» dice Marco Barbieri «Siamo stati svegliati dall’acqua che aveva già inzuppato il piumino. Siamo fuggiti in pigiama. L’acqua in breve ha raggiunto il metro. Sono sensazioni che ti uccidono dentro». Settimia Bellotto, pure di Battaglia, racconta la disavventura occorsa al figlio, che lavora in una ditta di Caselle di Selvazzano con sede in una delle vie allagate: «Ha dovuto assistere impotente alla scena della sua auto nuova che veniva inghiottita dalle acque». Museo salvato con ansia. Riccardo Cappellozza, fondatore e cuore pulsante del Museo della Navigazione fluviale, racconta i febbrili momenti del salvataggio di parte del patrimonio del museo: «Nonostante i miei 83 anni ho dovuto spostare ben sei armadi pieni di documenti preziosi. Una gara contro il tempo, poichè l’acqua avanzava. Alla fine sono andato dal medico e mi ha somministrato un calmante. La verità è che questi disastri non succedono solo perchè piove troppo, ma per i tanti interventi non fatti nel corso degli anni. Delle colpe ci sono». I circa 600 sfollati complessivi, tra Battaglia, Bovolenta e Montegrotto, la dicono lunga sul tributo pagato da Padova anche a questa alluvione.

Renato Malaman

 

«L’ambiente non si salva con 30 milioni»

Ermete Realacci: più risorse alla difesa del territorio e il piano casa del Veneto è un errore

ROMA «Non bastano i 30 milioni di euro stanziati dalla Legge di Stabilità per la difesa del suolo. Noi ne avevamo chiesti 500. E il Veneto oltre che essere in grave ritardo con i bacini di laminazione, con il Piano casa 3 va nella direzione sbagliata: ancora cemento. Eppure Zaia aveva garantito il consumo zero del territorio». Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente e Lavori pubblici della Camera e presidente onorario di Legambiente, conosce bene le emergenze venete: qualche mese fa era a Vicenza con il sindaco Variati a monitorare il Bacchiglione, che ad ogni pioggia minaccia la pianura con il dramma alluvioni. E nell’ottobre scorso ha fatto approvare una risoluzione per i 50 anni della strage del Vajont. Onorevole Realacci, il governo ha assegnato poche risorse alla difesa del territorio martoriato da frane e alluvioni. Lei che ne pensa del ministro Orlando? «Mi ha deluso perché aveva preso degli impegni in Commissione che poi non ha rispettato. I 30 milioni assegnati sono una cifra ridicola. Questo Governo ha fatto bene perché ha ridato credibilità e prestigio internazionale all’Italia, ma ha un limite strutturale: non riesce a dare un’idea di futuro. Eppure siamo il Paese con la seconda industria manifatturiera dell’Ue che si salva grazie all’export: siamo fortissimi nella competizione internazionale mentre i consumi interni sono crollati. Ci vogliono idee nuove per ripartire e la difesa idrogeologica del territorio dev’essere una priorità». Si parla tanto di «Jobs Act», ma per l’ambiente come può essere coniugato? «Dal 1945 ad oggi i danni causati dalle calamità naturali ammontano a 240 miliardi di euro. E proprio per mettere in sicurezza il territorio la commissione Ambiente della Camera ha chiesto di stanziare 500 milioni l’anno. E poi abbiamo proposto di allentare il Patto di Stabilità interno per consentire agli enti locali di investire nella prevenzione e manutenzione del territorio e nel contrasto al dissesto idrogeologico. Il lavoro si crea con il coraggio di investire nella difesa dell’ambiente, con un piano antisismico, con un’enorme spinta per l’edilizia di qualità. L’anno scorso il credito d’imposta e l’ecobonus hanno prodotto 19 miliardi di euro di investimenti e secondo il Cresme e il Servizio Studi della Camera qualcosa come 280mila posti di lavoro. Questo deve essere uno dei centri del Jobs Act e del nuovo patto di governo». E del Piano casa del Veneto lei che ne pensa? «Mi ha stupito questa nuova legge approvata dalla Regione, che contraddice gli impegni che il presidente Luca Zaia aveva assunto con noi: stop al consumo del territorio. Il Bellunese è sommerso dalla neve e al buio, mezzo Veneto alluvionato: ci vogliono interventi rapidi e di grande efficacia».

Albino Salmaso

 

Zaia decreta lo stato di calamità in tutto il Veneto

«Il Governo agisca immediatamente, servono due miliardi Necessario un piano Marshall per il riassetto del territorio»

VENEZIA «Ho firmato il decreto che dichiara lo stato di calamità per maltempo in tutto il Veneto, abbiamo stanziato un milione per gli interventi più urgenti della Protezione civile». Teso in volto, Luca Zaia riemerge dalla seduta di giunta e accompagna il provvedimento con parole allarmanti: «Il quadro idrogeologico è peggiore di quello del 2010, l’anno dell’alluvione, e le previsioni non sono benevole. La grande incognita è la temperatura, questi dovrebbero essere i giorni della merla, i più freddi dell’anno e invece lo scirocco sta sciogliendo le nevi. Se il termometro non scenderà, i metri di neve che sono caduti in montagna si riverseranno nei fiumi già ingrossati, con conseguenze devastanti». Ora l’iter dello stato di calamità prevede che i sindaci censiscano i danni e che la Regione raccolga l’intero dossier veneto e lo trasmetta al Governo, sollecitato a stanziare le risorse finanziarie e a nominare un commissario all’emergenza dotato di poteri speciali: «Chiediamo al Consiglio dei ministri di agire immediatamente, non transigeremo su questo. I danni? Incalcolabili: basti pensare alla slavina che ha letteralmente distrutto impianti di risalita come quello sulla Marmolada, o al fatto che la stagione turistica della nostra montagna è stata cancellata dai black out e dalle nevicate, con un -97% già a Natale, mentre incombe il pericolo valanghe. È uno scenario allucinante. L’unico punto positivo è che le 925 opere realizzate dal 2010 a oggi ci hanno permesso di respirare: senza questi interventi, Soave sarebbe stata sommersa e così Meduna di Livenza. Il vero problema riguarda la tenuta e la consistenza di chilometri e chilometri di argini, alcuni dei quali risalgono ai tempi della Repubblica Veneta. Ma le criticità sono analizzate, il piano delle opere è pronto: per completarlo occorrono 2 miliardi, finora abbiamo speso 400 milioni, ora siamo in ginocchio e ci servono i fondi promessi da Roma. Ci vuole un piano Marshall per la sicurezza del territorio, non esiste solo Fiumicino, lo dico anche ai direttori delle testate nazionali». In queste ore, un aiuto prezioso arriva da Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia che hanno inviato uomini e mezzi, soccorsi anche da Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna: «I volontari al lavoro sono 2.670, più altrettanti tra dipendenti pubblici, vigili del fuoco e forze dell’ordine», fa sapere l’assessore alla Protezione civile Daniele Stival «in montagna stiamo ripulendo i tetti delle abitazioni e l’Enel ha restituito la corrente alle utenze. Quanto all’aspetto idrogeologico, il problema più acuto è sul versante del Fratta-Gorzone a Bovolenta, dove sono in corso le evacuazioni, e stiamo monitorando minuto per minuto anche il bacino del Livenza. I problemi non finiscono qui, le precipitazioni scaricheranno una valanga di detriti sulle spiagge: a quattro mesi dalla stagione estiva, si imporrà una bonifica radicale». Anche Maurizio Conte rivendica l’efficacia dei lavori di prevenzione: «Dove abbiamo potuto intervenire senza ostacoli o ricorsi amministrativi, il sistema di salvaguardia ha retto», sostiene l’assessore all’Ambiente «purtroppo il sistema fluviale secondario non regge più, troppi corsi d’acqua sono al limite, Genio e Consorzi stanno centellinando gli sversamenti. Abbiamo chiesto che gli investimenti per fronteggiare il rischio idraulico siano scorporati dal Patto di stabilità, aspettiamo una risposta dal Governo». Nel frattempo, puntualizza Roberto Ciambetti (Bilancio), il milioncino stanziato è stato attinto dal fondo di riserva della Regione. Poi, si vedrà.

Filippo Tosatto

 

A Vicenza la piena non fa più paura

Una giornata di passione a Oderzo e Motta, migliora la situazione anche nel Veneto Orientale

VENEZIA – Resta allarmante la situazione nelle province del Veneto. Allagamenti e sfollati nella Bassa Padovana, rischio di valanghe nella montagna bellunese reduce dal black out che ha lasciato al buio migliaia di famiglie; ora sono intere frazioni dolomitiche che rischiano di rimanere isolate a causa delle slavine che insidiano le strade di collegamento. Esemplare il caso di Arabba, a lungo isolata, ma il timore è che la stessa sorte tocchi ad altre zone della provincia. Altri punti delicati sono quelli della Val di Gares e della Valle di San Lucano. Ma anche il Fedaia e in generale i passi montani che sono chiusi in via precauzionale; sconsigliati i fuori pista. Grave il quadro del Veneto Orientale: Portogruaro lamenta danni per una quarantina di milioni; San Stino di Livenza, duramente colpita, respira con il rientro a casa delle prime famiglie evacuate, la riapertura dell’ingresso in A4, il ritorno dei ragazzi a scuola nella giornata di oggi. Non così si può dire per San Michele al Tagliamento, che deve fare i conti con l’acqua che ancora minaccia le abitazioni nella zona di Sant’Anna e Malafesta. Anche nella Marca trevigiana quella di ieri è stata una giornata di passione. L’Opitergino-Mottense, la zona più colpita dal maltempo, ha dovuto affrontare l’emergenza allagamenti. Migliora la situazione delle campagne di Lorenzaga, ridotte ad un acquitrino nella giornata di lunedì. In compenso le scuole di Motta, Meduna e Gorgo oggi riapriranno. Nel Vittoriese il piazzale di un’autofficina di Fregona è crollato danneggiando due auto e un trattorino. La Pedemontana ed il quartiere del Piave sono stati costellati da continuismottamenti di terreno. A Castelfranco, in via Nogarola, è franato l’argine del Muson: la strada rimarrà chiusa fino a fine mese. Nel Coneglianese si allarga il numero delle case allagate a causa dell’improvvisa crescita delle falde acquifere. In mattinata, a Prà de Gai (Portobuffolè) i vigili del fuoco hanno recuperato le carcasse di circa 600 pecore affogate giorni fa quando la piena di Livenza ha investito il loro gregge. E Vicenza? Letteralmente sommersa dall’alluvione delo 2010 e minacciata nuovamente dal Bacchiglione? «L’emergenza è passata senza causare particolari danni in città», fa sapere il sindaco Achille Variati «nonostante si siano verificati alcuni allagamenti, vaste zone che in passato hanno subito danni sono rimate asciutte grazie ai lavori realizzati per la salvaguardia del territorio negli ultimi anni. Rimane alta l’attenzione per il Retrone». Le precipitazioni in attenuazione fanno prevedere un costante abbassamento del livello del Bacchiglione, sceso sotto il livello di guardia e attualmente sotto quota 4 metri. Rimane monitorata la situazione del Retrone, il cui livello continua a scendere ma molto lentamente e per questo motivo rimane lo stato di allarme.

 

Mattino di Padova – E’ alluvione, seicento gli sfollati.

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feb

2014

ALLUVIONE»BATTAGLIA TERME E LA BASSA

Stato di calamità. Bovolenta paese fantasma, via da casa anche a Battaglia

Piani terra allagati arrivano le barche

All’Ortazzo e a Chiodare acqua alta un metro e ottanta Cinquanta persone evacuate. Dure accuse dal sindaco

BATTAGLIA TERME – Una cinquantina di persone evacuate, decine di abitazioni invase dall’acqua, strade con un metro e ottanta d’acqua. È il disastroso bilancio dell’esondazione che a Battaglia ha travolto la zona dell’Ortazzo e di Chiodare, non risparmiando nemmeno le vie limitrofe. La paura. Che la situazione sia drammatica comincia a essere chiaro dalla nottata tra lunedì e martedì. Al mattino, l’acqua continua a salire senza sosta. Le più colpite sono le vie Chiodare e Ortazzo: l’acqua raggiunge un livello medio di un metro e 20 centimetri, con punte di un metro e ottanta. Impossibile spostarsi se non a bordo delle barche. Allagate anche via Pescheria, via Chiesa e via Officine, pure nelle case affacciate sulla statale 16 comincia a filtrare l’acqua, invadendo gli scantinati. La disperazione. Protezione civile e vigili del fuoco fanno la spola su e giù per via Ortazzo e Chiodare con le imbarcazioni, invitando la gente a prendere gli effetti personali più importanti e lasciare le case, e traghettando i residenti fino all’inizio di via Chiodare. Vengono tratti in salvo anche due novantenni, Ennio e Lina Sultato, che abitano da soli: la loro casa è completamente allagata. I residenti scendono con gli stivaloni o sacchi della spazzatura avvolti intorno alle gambe, si fanno strada nell’acqua portando bacinelle e sporte di nylon con dentro i pochi vestiti e oggetti che sono riusciti a salvare. Alcuni, tuttavia, si rifiutano di lasciare le case. Preferendo rifugiarsi ai piani superiori: una decina le persone che sono rimaste in casa anche per la nottata. Mentre altri sono tornati nel pomeriggio, in barca, a recuperare vestiti e preziosi. Isolato dall’alluvione anche il vicino bed&breakfast, con due ospiti alloggiati. I soccorsi. Oltre a protezione civile e vigili del fuoco, sul posto ci sono la polizia locale, i carabinieri e le autorità municipali, con il sindaco Daniele Donà a coordinare l’emergenza. Preparato anche un centro di accoglienza per far fronte alle esigenze degli sfollati: si trova alla Casa del Gemellaggio per i pasti e nella sala del Riccio con le brande della protezione civile. Ma per ora gli sfollati si sono rifugiati da parenti e amici. La rabbia. «Sono due giorni che lottiamo con il prefetto e il genio civile chiedendo che chiudano l’Arco di Mezzo», sbotta il sindaco Daniele Donà. «Con un metro e mezzo di apertura costante, e il mare che non riceveva le acque e non permetteva il deflusso, il Vigenzone ha retto finché ha retto. Il prefetto mi ha risposto che i tecnici del Genio civile hanno detto che l’equilibrio delle acque si tiene così, altrimenti va tutto sotto acqua. Io vedo che ci sono altri canali e scoli quasi vuoti, mi dicano allora perché e per salvare chi Battaglia Terme deve andare sotto acqua, la situazione è da denuncia alla Procura della Repubblica». Le testimonianza. «Abbiamo un metro e 20 centimetri di acqua in casa», raccontano Michele Sorti e Alessia Menegolli, che abitano al civico 57 di via Ortazzo. «L’allerta l’abbiamo avuta, già alle 9 la protezione civile aveva messo in moto i volontari, sabbia ce n’era ma non è certo bastata quella. Fino alle 5 di ieri pomeriggio con le motopompe si era riusciti a mantenere sotto controllo il livello dell’acqua, poi dalle 6 non c’è stato più niente da fare, il livello del canale ha cominciato a crescere in modo così esagerato da non poter fare altro. Noi abbiamo la casa invasa dall’acqua, il pianterreno completamente allagato con più di un metro d’acqua, il soggiorno, la cucina, il frigo, la lavatrice, è tutto da buttare». Abita invece nel primo condominio, al civico 1, di via Chiodare Marco Raffagnato: ieri per uscire da casa sua, al primo piano, ha dovuto usare la scala poggiata al muro dai vigili del fuoco. Il pianterreno è tutto allagato. «Stamattina l’acqua ha cominciato a salire sempre più rapidamente», racconta. «Gli appartamenti e un magazzino che si trovano al piano terra sono completamente invasi dall’acqua. A me che abito al primo piano è toccato uscire con la scala, al pianterreno siamo a un metro e mezzo di acqua in casa». Arrivano conferme: «I miei genitori hanno tutto il pianterreno allagato, 70-80 centimetri di acqua, tutto che galleggia», dice Laura Mandricardo. «Si sono organizzati per restare lì, vogliono rimanere almeno finché ci sono acqua e gas». «Anche a casa mia in via Maggiore ho l’acqua in casa, mezzo metro in garage e in cantina», aggiunge Italo Pitteo. Allagato il museo. Non si è salvato nemmeno pianterreno del Museo della navigazione fluviale: danneggiate soprattutto tantissime fotografie storiche. «Siamo andati a salvare la biblioteca del museo, portandola al primo piano», racconta il fondatore Riccardo Cappellozza «Dentro c’è mezzo metro d’acqua, un disastro, e il livello cresce ancora. Da sessant’anni nel nostro territorio manca la manutenzione, e intanto qui continuiamo ad andare sotto. Nel canale di Battaglia c’è un metro e mezzo di sedimenti, ci vuole pulizia». Strade sommerse. Completamente allagato e chiuso anche il tratto della strada provinciale 63 di fronte al castello del Catajo, dove ha esondato lo scolo parallelo. L’acqua ha invaso la strada e i campi, rendendo impossibile la circolazione. Posizionati sacchi di sabbia anche in via Corso a Due Carrare.

Francesca Segato

 

In caso di emergenza i leoni non si salvano

Il Parco faunistico Valcorba di Pozzonovo per ora non è in pericolo, ma si pensa al piano di soccorso

POZZONOVO – In caso di allagamenti, come salvare tutti gli animali del Parco faunistico Valcorba? Per rispondere a questa domanda c’è stato un vertice ieri in municipio tra l’amministrazione, la polizia provinciale, la protezione civile e la proprietà. «Per il momento non ci sono pericoli», premette l’assessore Domenico Riolfatto. «Abbiamo valutato un eventuale piano di evacuazione del parco, che comprende 280 animali tra cui una ventina di grandi felini, tigri e leoni. Abbiamo fatto il punto per vedere se nel caso malaugurato di un aggravamento della situazione con possibilità di rottura degli argini si può approntare un piano. È emerso però che lo spostamento degli animali è impossibile in fase di emergenza, richiede una preparazione giorni prima, si deve fare in situazioni di calma». Nel caso di emergenze, si potrebbero salvare gli animali più docili ma difficilmente i grandi felini. Intanto ieri sera l’amministrazione ha incontrato i cittadini in chiesa a Stroppare per fare il punto delle misure prese: resta lo stato di preallarme per la tenuta del Gorzone, arrivato venti centimetri oltre il livello del 2010. Predisposto un pronto intervento per evacuare anziani e persone inferme. Anche a Stanghella situazione sotto stretta osservazione: qui a far paura sono gli argini del Gorzone, dove ieri pomeriggio si è aperto un fontanazzo sulla riva sinistra, poco dopo il ponte. Le infiltrazioni ormai sono presenti su tutto l’argine, soggetto a continue sollecitazioni, e la paura di rotture è alta. Istituito un punto di raccolta al centro anziani per anziani o persone sole.

(f.se.)

 

LA SITUAZIONE A MONSELICE

Scoli intasati, tante strade inagibili

Chiuso il ponte della Cementeria. Sulla Rocca nuovi smottamenti 

MONSELICE Allerta e strade sotto acqua ieri anche a Monselice. Strade allagate e chiuse in via Arzerdimezzo, via Cavallino e buona parte della frazione di San Cosma, dove in via Cuora un furgone è uscito di strada. Gli scoli consortili non scaricano più, e quindi l’acqua ristagna. Qualche allagamento di scantinati si è avuto anche in via Valli. Anche ieri è rimasto sempre alzato il ponte della cementeria, chiuso per l’alto livello del Bisatto. Paura anche per i residenti della zona di Savellon Molini, impauriti dall’alto livello raggiunto dal canale Bagnarolo. «Il Bisatto resta sorvegliato speciale», dice il delegato alla Protezione civile Giuseppe Rangon, che sta coordinando l’emergenza insieme all’ingegner Mario Raniolo. «La piena è alta, il nodo idraulico di Battaglia è intasato, il Vigenzone è al limite». Sul fronte delle frane, ancora martoriata la Rocca: anche ieri smottamenti su via Galilei e in cava. Fermi invece i cedimenti sul Montericco. In municipio resta allestita la sala operativa mentre le squadre della protezione civile pattugliano gli argini.

(f.se.)

 

Allarme per le case ma ora è l’agricoltura a contare i danni

Nella Bassa preoccupano il Fratta-Gorzone e il Terrazzo Canile allagato a Merlara, animali trasferiti in un ricovero

Bisatto e Brancaglia fanno tremare Este per tutta la giornata

Due famiglie soccorse dalle forze dell’ordine

Preavviso di sgombero per i residenti delle zone più a rischio

ESTE – Tre anni fa era il Frassine, oggi sono il Fratta-Gorzone e il Bisatto a tenere in scacco la Bassa Padovana. La tenuta di questi corsi d’acqua e dei canali ad essi collegati ha costretto numerosi Comuni ad attivare centri di raccolta sfollati e a mettere in pre-allerta i rispettivi cittadini. I danni alle abitazioni, fortunatamente, sono stati minimi. Più pesante, invece, è stato il bilancio dei terreni agricoli e vallivi finiti sott’acqua. Fratta e Terrazzo. Il canale è veronese ma i danni sono anche padovani. Non c’è geografia che tenga quando si tratta di emergenza idrica e così ieri i cittadini di Merlara hanno dovuto scontare l’esondazione del canale Terrazzo, corso d’acqua che segna i confini con il territorio veronese. L’acqua di questo canale non poteva essere pompata nel Fratta, per evitare il collasso ben più dannoso di questo fiume: la tracimazione del canale, avvenuta nella mattinata di ieri, ha lasciato in ammollo la frazione Minotte e quella veronese di Begosso. L’esondazione del Terrazzo e le acque sempre più alte del Fratta hanno fatto sì che Comune e volontari di Merlara bussassero casa per casa invitando i residenti a mettere in sicurezza i primi piani, costringendo all’evacuazione due famiglie e chiudendo poi al transito le vie Marabia, Cavallona, Zurlara, Graizzara, Aguzzan, Argine e Dolza. Il problema principale è stato probabilmente quello del canile Leudica, letteralmente sommerso dalle acque del Terrazzo: per tutta la notte una decina di volontari hanno trasferito 120 cani nel ricovero d’emergenza del magazzino comunale. Alcuni di questi animali sono stati ospitati da famiglie. Ora l’associazione Leudica chiede aiuto: chiunque volesse contribuire può contattare il 338-7053738. Gorzone e rotture. Vescovana, Granze, Stanghella: sono solo alcuni dei Comuni che gravitano attorno al Fratta-Gorzone e che dal primo pomeriggio hanno diffuso ai propri cittadini il messaggio di preallerta vista la delicata situazione del fiume. L’invito era quello di liberare piani terra e primi piani e di rivolgersi per emergenze agli uffici comunali, dirottando eventuali anziani o sfollati verso i rispettivi centri di raccolta. A Vighizzolo d’Este il sindaco Michele Barbetta ha invece ordinato l’evacuazione immediata dei residenti dell’intero bacino tra via Botte e Tre Canne, a seguito del sifonamento dell’Argine Consorziale a valle dell’Idrovora Anconetta. L’assessore regionale alla protezione civile, Daniele Stival, aveva annunciato anche una possibile rottura programmata dell’argine in questa zona – ipotesi coccolata anche da alcuni sindaci e dall’ente consortile – per alleggerire il carico del Fratta-Gorzone ed evitare tracimazioni nei centri abitati, ma l’operazione è stata bocciata dalle autorità competenti. Este, Bisatto e Brancaglia. Il Bisatto dei record – mai così alto nelle rilevazioni degli ultimi anni – e le acque del Brancaglia hanno fatto tremare la cittadina sin da ieri notte, quando volontari e forze dell’ordine sono dovuti intervenire con sacchi di sabbia per soccorrere due famiglie e un allevamento in via Sostegno, dove l’argine del Brancaglia è molto basso e le acque sono tracimate invadendo i campi circostanti e lambendo le abitazioni e l’allevamento. Nel pomeriggio di ieri, oltre ad alcuni blackout in zona duomo (dall’istituto Atestino alle vie Garibaldi, Zanchi e Tiepolo), la protezione civile è dovuta inoltre intervenire su cinque fontanazzi e infiltrazioni che si sono creati lungo l’argine del Bisatto. Quando i livelli idrometrici hanno ripreso ad aumentare progressivamente, il Comune ha quindi emanato un preavviso di sgombero per gli abitanti nelle zone più basse di via Sostegno, via Argine Sinistro Brancaglia, via Argine Destro Bisatto, a rischio esondazione. È stato allestito un centro di accoglienza per ospitare gli eventuali sfollati, presso l’ostello “Colli Euganei” di Valle San Giorgio, che assicura 52 posti letto. Le famiglie interessate sono state direttamente informate dalla polizia locale. Oggi le scuole sono assicurate, un po’ meno invece la tranquilla circolazione visti i ponti ancora chiusi e la difficoltà ad accedere al centro storico. Resta attivo anche il centralino telefonico per segnalare eventuali problemi: il numero è lo 0429-2688.

Nicola Cesaro

 

ALLUVIONE»BOVOLENTA E IL PIOVESE

Un incubo che si ripete in 340 lasciano la casa

Dopo due notti di allarme il centro del paese si svuota, come nel 2010

Ma c’è anche chi resiste con rassegnazione: «Passerà anche questa»

BOVOLENTA – L’incubo si ripete: per la terza volta in tre anni i 340 residenti nel centro del paese sono costretti a fare i bagagli e ad andarsene in fretta. Tutti gli altri invece restano a guardare dove arriverà l’acqua stavolta e come andrà a finire. Una giornata di passione per Bovolenta, racchiusa fra due notti insonni, con gli occhi rossi e i nervi a fior di pelle. Ancora una volta, la quinta in poco più di 36 mesi, l’acqua fa paura. Come a Cagnola di Cartura, dove il Vigenzone, il fiume che a Bovolenta si unisce al Bacchiglione, ieri pomeriggio è arrivato al livello del ponte della provinciale Conselvana, generando apprensione. L’allarme. Lo sgombero del centro storico, il “catino” chiuso fra l’argine del Bacchiglione – Roncajette e il vecchio ramo del fiume, scatta alle 8 del mattino, al termine di una notte in cui pochi sono riusciti a chiudere occhio. Viale Italia, via Dante, via Mazzini, piazza Umberto: chi abita qui sa benissimo che non ci sono scelte quando l’acqua supera il livello di guardia. L’argine a nord del paese è debole, tutti lo sanno e da prima dell’alluvione del 2010 c’è un progetto pronto per costruire un diaframma di rinforzo. Ci sono anche un po’ di soldi, due milioni per iniziare i lavori, ma le ruspe non si sono ancora viste. L’evacuazione. La maggior parte dei 340 residenti ha fatto da sé, mettendo in moto la rete di parentele, chiedendo ospitalità in attesa che l’emergenza passi. I volontari della protezione civile e i carabinieri sono passati casa per casa, chiedendo se c’era bisogno di aiuto. Già prima delle 9 l’intera area era semideserta: chiuse le scuole, la chiesa e la canonica, gli impianti sportivi. Aperti solamente il Comune e la caserma dei carabinieri. Lo scuolabus giallo ha raccolto le persone sole e anziane e le ha portate al centro di accoglienza di Polverara, mentre un paio di ambulanze e un mezzo della protezione civile hanno trasportato gli ammalati e le persone con difficoltà nel muoversi. Come Antonio Alverdi, residente con la moglie in viale Italia. «Dobbiamo andarcene, non abbiamo altra scelta, speriamo solamente di tornare presto». Una famiglia di immigrati africani, genitori con quattro figli, si allontana da casa a piedi con qualche borsa. Sono diretti dall’altra parte del paese, saranno ospitati da amici. Ma c’è anche chi cerca di resistere. È il caso della giovane Anna Zatti, che con la sua famiglia resterà in casa. «Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine» spiega «ce la caveremo anche stavolta». Come loro qualche altra decina di persone ha preferito rimandare la partenza. L’attesa. Al di là del Ponte Azzurro, l’altra porzione del paese ha continuato a vivere, almeno fino a mezzogiorno. Poi tutta l’area è dichiarata “off limits” per i non residenti, per motivi di sicurezza. Come ogni mattina Zeno Longo, il fornaio, esce con le ceste di pane per la consegna a domicilio. «Oggi il giro sarà più corto ma ho buona parte del paese da raggiungere. Lo scandalo è che in 55 anni che sono qui non ho mai visto una volta dragare il fiume. Sono stato anche minacciato per queste affermazioni». Anche il macellaio Giovanni Dall’Orco ha tenuto aperto il negozio: «Sono passati i carabinieri a dirmi di mettere in sicurezza l’attrezzatura in caso di allagamenti ma come faccio? Intanto resto qua». Roberto Negrisolo attraversa la piazza e guarda con preoccupazione al fiume, mentre Doimica Olaru, moldava da sette anni a Bovolenta, ricorda le altre emergenze e dice di aver paura. Anche Antonio Luisetto non nasconde i propri timori e indica gli zampilli dei murazzi, ogni volta sempre più numerosi e preoccupanti. La tensione. Impossibile non notare i volti stanchi e tirati fra le tute gialle della protezione civile e gli uomini impegnati nell’emergenza giunta al culmine dopo quattro giorni e quattro notti. «Siamo sempre gli stessi in prima linea», commenta amaro il sindaco Vittorio Meneghello. «Oggi ho ricevuto le telefonate di Zaia e di molte altre autorità. A tutti ho ricordato che siamo in questa situazione perché non è ancora stato messo in sicurezza l’argine a nord del paese. Cominciamo ad essere stanchi di ripetere le stesse cose». Anche oggi le scuole resteranno chiuse, così come i ponti del centro e il primo tratto di via Garibaldi, allagata dagli zampilli del murazzo, nel pomeriggio rafforzato con una palizzata. «Le infiltrazioni sono decine» spiega il coordinatore della protezione civile Josè Oletto «e sono un campanello d’allarme da non sottovalutare».

Nicola cesaro

 

A Polverara, tra i veterani delle evacuazioni

Il centro di accoglienza ospita gli sfollati. Come Giovanni Burattin: «Per me è la ventunesima volta»

POLVERARA – Giovanni Burattin, 66 anni, è un “veterano” delle evacuazioni. Fino all’alluvione del 2010 abitava alla “Ponta” di Bovolenta, nella prima casa al di là del murazzo. «Sono stato sfollato per venti volte», racconta, «poi mi sono stancato e mi sono trasferito in viale Italia. Anche da lì stamattina sono stato costretto a scappare, per la ventunesima volta». Quando ancora abitava nella casa alla “Ponta”, durante una delle tante piene, entrò e uscì dalla sua abitazione circondata da un metro e mezzo d’acqua camminando su una passerella sospesa tra il murazzo e la finestra al primo piano. «Ho visto tante alluvioni, troppe», aggiunge, seduto nel centro di accoglienza di Polverara. Qui ieri mattina ha trovato ospitalità qualche decina degli oltre 300 sfollati dal centro di Bovolenta. Per lo più si tratta di anziani o di persone sole e ammalate. Ci sono famiglie di extracomunitari e qualcuno viene accompagnato in ambulanza dalla Croce Rossa e dalla Croce Blu, che ha sede proprio a Bovolenta. È il caso dell’anziana madre di Massimiliano Tosello: «Abito in via Dante con i miei genitori e non ho un posto dove andare. Ci hanno detto che c’era la possibilità di trascorrere la giornata e anche la notte qui a Polverara e abbiamo accettato. Speriamo di tornare a casa presto». Elsa Baldin e Agnese Baraldo sono state fatte accomodare sulle sedie della sala al primo piano, davanti a loro ci sono due bambini moldavi che giocano. «Siamo anziane e qui siamo state accolte bene. Non ci resta che aspettare e sperare che tutto si risolva. Non è la prima volta che ci tocca lasciare la nostra casa ma anche in questa occasione siamo fiduciose. Abbiamo trovato tante persone gentili». Il centro, gestito dai comuni di Polverara e Bovolenta con i gruppi della protezione civile del Piovese, dovrebbe accogliere fino ad un centinaio di persone, molte delle quali di passaggio. Dovrebbero essere circa una trentina quelle che si fermeranno per la notte. «Stiamo attrezzando le brande» spiega Sabrina Rampin, sindaco di Polverara. «Per i pasti dovremo ce la caveremo con la nostra mensa e con i volontari. Se ci sarà bisogno abbiamo la disponibilità della parrocchia».

(n.s.)

 

I Comuni della Saccisica tengono chiuse le scuole

Preoccupa il livello del Bacchiglione, sei sindaci scelgono la linea della prudenza

A Codevigo si prepara l’evacuazione delle famiglie che abitano vicino agli argini

PIOVE DI SACCO Lo spettro dell’esondazione del Bacchiglione ha raggiunto anche Polverara, Pontelongo, Correzzola e Codevigo: il livello impressionante del fiume tiene migliaia di persone con il fiato sospeso, aggrappate alla speranza che la piena passi senza danni e soffocati dal terrore dell’alluvione. Tutti i Comuni della Saccisica hanno ordinato la chiusura delle scuole per oggi: Piove di Sacco, Arzergrande, Brugine, Pontelongo, Correzzola e Codevigo hanno condiviso la medesima ordinanza e oggi verrà deciso se confermarla anche per altri giorni. Scuole aperte regolarmente a Sant’Angelo, invece, dove non si registrano allagamenti anche se la situazione di fossi e canali è al limite. A Polverara il sindaco Sabrina Rampin ha disposto la chiusura al traffico di via Argine sinistro nella frazione di isola dell’Abbà. Il Bacchiglione è sorvegliato speciale anche a Pontelongo, in particolare nel tratto che attraversa il centro: il livello dell’acqua è a un metro dal ponte principale che unisce le due parti del paese. La protezione civile sta monitorando costantemente la tenuta delle mura di contenimento lungo via Roma, dalla parte del municipio, dove è stato istituito un senso unico alternato per il traffico veicolare. A Codevigo l’amministrazione comunale ha distribuito ai residenti di Castelcaro, località a ridosso del Bacchiglione, un volantino con le istruzioni da seguire in caso di esondazione: i punti di raccolta sono fissati nelle scuole di Conche e Rosara, zone che sono al sicuro. A tutti è stato raccomandato di tenersi pronti per un’eventuale evacuazione, con automezzo, generi di prima necessità e quanto serve per ripararsi dal freddo. E di prendere contatti con familiari o amici disposti a ospitare chi lascia la casa. A Piove di Sacco c’è allerta per il livello del Fiumicello che ha raggiunto in via Barchette il ponte della ferrovia. L’idrometro sulla chiusa è sommerso. Qualche allagamento si registra in via Porto ad Arzerello e in via San Rocco, tra Piove e Brugine, dove sono tracimati i fossi che non riescono a scaricare sugli scoli principali. Resta monitorato anche il Brenta che tuttavia non sta destando particolare preoccupazione.

Elena Livieri

 

Campagne allagate, danni all’agricoltura Ma il Camposampierese regge all’urto

CAMPODARSEGO – È tornata alla normalità la situazione nel Camposampierese. Il livello dei corsi d’acqua maggiori – Muson dei Sassi, Tergola, Vandura e Muson Vecchio – è cominciato a scendere già lunedì sera, le strade si sono via via liberate, i fossati si sono svuotati. In alcuni punti del territorio, come a Santa Giustina in Colle e a San Giorgio delle Pertiche, larghi tratti di campagna ieri sera si presentavano ancora allagati a causa della grande quantità d’acqua che vi ristagnava. A Campodarsego tornano oggi nelle classi i bambini della primaria e dell’asilo parrocchiale, scuole rimaste chiuse perché il Tergola aveva superato il limite di sicurezza. Resta invece alloggiata ancora per oggi in albergo a Zeminiana la famiglia nordafricana evacuata dalla propria abitazione di via Pelosa a Borgoricco. Normalizzata anche la situazione di Villanova di Camposampiero, particolarmente colpita con l’allagamento di alcune strade e della parte nuova della zona artigianale. Tutto sommato il Camposampierese non ha registrato grossi danni e questo grazie non solo alla fortuna ma anche alle importanti opere di consolidamento eseguite sul Vandura e sul Muson dei Sassi. Quest’ultimo registra comunque un punto di criticità a Camposampiero, che va risolto. Si attende pure la realizzazione delle vasche di laminazione tra Santa Giustina e Camposampiero che avranno un volume di invaso di 72 mila metri cubi, un intervento che metterà al sicuro i due Comuni. Va detto però che l’allagamento delle campagne ha provocato danni alle aziende agricole che hanno colture in pieno campo, impossibile la raccolta dei prodotti invernali in parte destinati a marcire.

Giusy Andreoli

 

Muson, è allerta argini

Camposampiero: bloccato il transito su un tratto

CAMPOSAMPIERO – Continuano a soffrire e a sgretolarsi gli argini del Muson dei Sassi. La piena di questi giorni ha causato una nuova erosione sull’argine sinistro del torrente per cui i tecnici comunali hanno provveduto a chiudere la strada che collega la zona artigianale a via Colombaretta. «Per precauzione e per non mettere a rischio la tenuta del tratto di argine, abbiamo bloccato il transito in un breve tratto della strada. Non appena il livello delle acque sarà tornato nella normalità, potremo valutare effettivamente l’entità del danno e il Genio Civile, che abbiamo subito informato, potrà organizzare i lavori di ripristino» spiega l’assessore Salvatore Scirè. E non sarà la prima volta, visto che il Genio è già intervenuto in più occasioni, in entrambi gli argini, per ricostruirne tratti danneggiati con massicciate, iniezioni di cemento, palificate e riporto di terreno. Per tutta la giornata di ieri, la Protezione civile ha monitorato il livello dei corsi d’acqua giunti al limite nella notte di lunedì. Vandura, Muson vecchio, Muson dei Sassi, Tergolino, Rio Barbacane, Rio Storto, Orcone, e Marzeneghetto si reggono in equilibrio per questione di centimetri. «Siamo in allerta continua» conferma il sindaco Domenico Zanon che, stivali indosso, ha girato il centro e la periferia per verificare i punti critici. «Questa volta, nonostante la grande quantità d’acqua caduta, il deflusso ha funzionato e gli argini hanno retto, almeno fino ad ora» aggiunge il sindaco, non senza scongiuri e guardando il cielo. Il livello del Muson, intanto, scende.

Francesco Zuanon

 

Una Madonnina a Ponte San Nicolò

PONTE SAN NICOLÒ – Per tutta la notte l’onda di piena ha continuato a interessare Ponte San Nicolò, Comune già colpito nel 2010. Un’emergenza affrontata con maggiore serenità rispetto al passato. La piena, infatti, non ha raggiunto i record registrati gli anni scorsi. Al di là di qualche piccola trasudazione dovuta alla pressione lungo gli argini, nessuna criticità è emersa, a parte la piccola infiltrazione d’acque bianche all’altezza dei lavori sulla rotta di Roncajette, già verificatasi in primavera: «Abbiamo segnalato il problema al Genio Civile», racconta il sindaco Enrico Rinuncini, «non c’è al momento nulla di cui preoccuparsi». Le scuole sono rimaste aperte. Solo le attività sportive sono state sospese. Tanta gente, ieri, si è radunata sugli argini per assistere al lento passaggio della piena. Ed in via Giotto, la prima che finì sott’acqua in quella terribile notte del 2 novembre, sul guard rail a ridosso del fiume qualcuno ha posizionato una statuetta della Madonna per chiedere la protezione del cielo.

Andrea Canton

 

ALLUVIONE»MONTEGROTTO E I COLLI

«Salvano Padova a nostre spese»

I sindaci Bordin e Claudio se la prendono con il Genio Civile Intanto l’acqua sale, la Protezione civile arriva in canotto

MONTEGROTTO TERME – L’acqua è ancora lì, ma a Montegrotto è già tempo di polemiche. Con il paese allagato, a sbottare è il primo cittadino Massimo Bordin che se la prende con il Genio Civile e lancia un sospetto destinato a galleggiare a lungo in mezzo a questa vicenda: «Il canale Battaglia è libero e non vorrei che qualcuno avesse studiato la strategia per salvare Padova e mandare sotto acqua comuni come Montegrotto», accusa. «Mi viene il sospetto che sia stato tutto fatto a posta. Spero che non sia una manovra mirata, visto che all’orizzonte ci sono a Padova le elezioni comunali». Inascoltato. Massimo Bordin accusa il Genio Civile di immobilismo: «Sta andando sotto tutta Montegrotto», aggiunge. «Ci sono case isolate e senza riscaldamento. Sono due giorni che chiedo di chiudere l’arco di mezzo per far scaricare anche noi sotto al canale Battaglia, ma non ho avuto nessuna risposta. È una vergogna che un sindaco non riesca a parlare con il Genio Civile e che la Prefettura non riesca a darci una mano. Il canale Battaglia fino a lunedì era mezzo vuoto ma per salvare Padova si è deciso di lasciare andare sotto altri comuni». Anche il sindaco di Abano Luca Claudio la pensa allo stesso modo. E anche lui ha firmato la diffida inviata da Bordin al Genio Civile. «È capitata la stessa cosa anche ad Abano», accusa Claudio. «Non è possibile che i sindaci siano così abbandonati. Questa è una mancanza di rispetto nei nostri confronti. Ci hanno lasciati soli. Almeno ci dessero pieni poteri per arrangiarci. Invece dipendiamo da Provincia, Regione e altri, e così perdiamo tempo e non riusciamo a mettere in sicurezza come vorremmo il nostro comune». Emergenza. A Montegrotto intanto è piena emergenza, soprattutto nella zona vicino alla stazione e a Mezzavia. L’acqua è arrivata in alcune zone a toccare gli 80 centimetri d’altezza, mettendo in crisi gli abitanti. Le condizioni più critiche si registrano in via Mezzavia, via Segni, via Einaudi, via Mantegna, via Sabotino, via Tiepolo e via Vallona. In tutte queste strade sono entrati in azione gli uomini della Protezione civile che hanno aiutato i cittadini a liberare con le idrovore gli scantinati allagati fino a un metro e mezzo e a mettere in sicurezza gli oggetti. Sfollati. In via Tiepolo, via Segni e via Einaudi sono intervenuti anche gli uomini della Saf della protezione civile di Padova, che hanno aiutato ad uscire di casa i residenti con un canotto. Con lo stesso canotto sono stati fatti rientrare nelle loro abitazioni i bambini appena usciti da scuola. L’emergenza ha costretto quattro disabili ad abbandonare la loro abitazione e la stessa cosa hanno fatto altrettanti anziani in difficoltà nel quartiere Luna. Si è registrato anche un ricovero di un uomo che era rimasto in casa con l’apparecchiatura per l’ossigeno e per precauzione è stato ricoverato al Policlinico di Abano, affinchè non restasse senza corrente elettrica in caso di emergenza. Scuole. Ieri il sindaco ha ordinato l’evacuazione della scuola di Mezzavia, con i bimbi trasportati con un pullmino fino alla vicina Vivaldi e la scuola Nievo. Oggi le scuole di Montegrotto rimarranno chiuse, tranne la Vivaldi e la scuola di Turri. «Non vogliamo rischiare disagi», spiega Bordin. «Ho ordinato la chiusura anche di tutte le palestre e in generale di tutte le strutture sportive inserite all’interno del nostro comune». Cavalli. Singolare anche la situazione che si è creata al Catajo, dove sono stati evacuati durante la giornata 50 cavalli che rimanendo all’interno del maneggio sarebbero stati in pericolo. A complicare la situazione a Montegrotto ci ha pensato anche un camioncino che è rimasto bloccato nel sottopasso della stazione, intralciando il traffico. Azione. Al Centro comunale di Montegrotto è stato allestito un punto ristoro per ricevere le persone che non riescono a farsi da mangiare in casa. La protezione civile ha iniziato comunque nel pomeriggio a girare per le abitazioni fornendo tè e viveri di prima necessità. Da Abano sono arrivati aiuti per i sampietrini, nella fattispecie 1500 sacchi di sabbia. L’Aliper ha donato generi alimentari per la protezione civile. Per far fronte all’emergenza si stanno mobilitando anche gli alberghi. L’Hotel Luna si è detto disponibile ad ospitare i cittadini, così come è pronto a fare il vicino bed&breakfast. «Stiamo lavorando in squadra», chiude Bordin. «Siamo impegnati noi del Comune, la Protezione civile, la polizia locale e tanti volontari. Stiamo ricevendo aiuti anche da Abano e dalla Protezione civile di Padova».

Federico Franchin

 

Scivola sui gradini di casa, muore a 87 anni

Elena Morocutti di Montegrotto è caduta ieri dalle scale bagnate per la rottura di un elettrodomestico

MONTEGROTTO TERME – Si chiamava Elena Morocutti e viveva in via Vallona 5 la donna che è deceduta ieri attorno alle 15.30 proprio in una delle case interessate dagli allagamenti. La morte della donna dell’età di 87 anni non è però riconducibile all’alluvione. Elena Morocutti stava infatti scendendo le scale, quando è scivolata sull’ultimo gradino, bagnato dalla perdita di acqua fuoriuscita da un elettrodomestico. L’anziana è stata ritrovata morta dal marito, Critophe Munda, che rientrato in casa ha visto la moglie atterra riversa in una pozza di sangue. A nulla sono serviti gli interventi dei medici del 118, che non hanno potuto fare altro che constatare il decesso della donna. Elena Morocutti era una donna molto riservata, che risiedeva a Montegrotto da una trentina di anni. Era solita restare nella sua villetta con i suoi cagnolini, che le tenevano compagnia durante la giornata. La morte lascia nello sconforto il marito Cristophe che, visibilmente scosso, non ha voluto commentare la vicenda, chiudendosi nel silenzio. Cristophe è ora solo, dato che la coppia non aveva figli. L’uomo era un personaggio noto in paese, come racconta l’ex primo cittadino Luca Claudio. «Conoscevo bene la coppia», dice l’attuale sindaco di Abano. «Cristophe veniva spesso alle riunioni che facevamo con Alleanza Nazionale. È una persona distinta, così come lo era la moglie, una donna sempre gentile e disponibile. Cristophe è stato impegnato per anni all’interno della Gestione Unica. Mi dispiace tanto, anche perché ha perso una donna per bene».

(f.fr.)

 

TRANSENNATA VIA BELVEDERE A ROVOLON

Crepe in strada, provinciale chiusa

Traffico interrotto anche tra Valbona e Lanzetta per un intervento

ROVOLON – Altra giornata di pioggia copiosa e di grande apprensione per la zona nord dei Colli. Amministratori comunali e volontari della protezione civile sono stati impegnati a controllare il territorio intervenendo laddove c’era un’impellente necessità. È successo nella strada che da Valbona porta a Lanzetta di Lozzo. Via Ponte dell’Asse di Lozzo Atestino è rimasta chiusa al traffico per consentire a una macchina escavatrice di chiudere con i sassi un’apertura di collegamento tra lo scolo Fracanzan e il canale Vecchio. Un intervento tempestivo questo, perché stavano per andare sott’acqua alcune abitazioni affacciate sul canale più basso. Ieri sera invece, gli addetti del consorzio di bonifica hanno lavorato dietro la zona artigianale lozzese, per potenziare con dei massi un argine lesionato dalle nutrie. Collasso della parte di terrapieno evitato e centro del paese messo al sicuro. La vicina Vo’ Vecchio è rimasta giorno e sera con il fiato sospeso. Lo scolo Nina non aveva tracimato lunedì, ma il famigerato canale Bisatto non ne ha voluto sapere di calare, preoccupando amministratori comunali e residenti. Agli abitanti sono stati distribuiti i sacchi di sabbia. L’idrovora in dotazione ai volontari della protezione civile vadense è stata messa con successo in funzione nella vicina via Vo’ di Sotto, perché si stava allagando un piccolo quartiere. Sul fronte delle frane, due forti smottamenti si sono registrati in via Rovarolla e in via Molini (non lontano da due abitazioni). Alcuni smottamenti di vecchie frane si sono verificati anche nel territorio di Cinto, ma la situazione è completamente sotto controllo. A via Rialto di Rovolon, chiusa al traffico perché aveva ceduto due giorni fa un tratto lungo una cinquantina di metri, si è aggiunta via Belvedere, l’arteria provinciale che mette in comunicazione Rovolon Alto con Teolo. Ieri sera sono arrivati sul posto gli amministratori del paese e i tecnici della Provincia per verificare le condizioni dell’importante e trafficata strada e si sono trovati davanti un tratto lungo circa duecento metri caratterizzato da crepe e avvallamenti. Il Comune ha deciso di chiuderla al traffico dal centro del paese collinare fino al Bucaneve. Oggi, il Comune e la Provincia cominceranno a studiare le soluzioni per riaprirla in tempi brevi. Nella zona sud dei Colli invece, il bacino galzignanese di viale delle Terme pieno fino all’orlo, ieri alle 20 era sotto controllo e il monitoraggio sulla situazione dell’ampio specchio d’acqua è continuato per tutta la notte e di ciò sono stati avvisati i residenti nei paraggi.

Piergiorgio Di Giovanni

 

Una frana minaccia di staccarsi dal monte Boscalbò

Un fronte di 150 metri incombe sull’omonimo agriturismo

Strade come torrenti: polemica a Teolo sulla manutenzione

TEOLO – Una frana di grosse proporzioni minaccia da ieri notte il versante ovest del monte Boscalbò, in via Chiesa Tramonte. Il movimento franoso, che si estende su un fronte di circa 150 metri nella parte alta della vallata che guarda l’abbazia di Praglia, lambisce in maniera preoccupante i locali dell’agriturismo Boscalbò. Ieri pomeriggio per timore che la situazione precipitasse, l’agricoltore con l’aiuto di alcuni volontari ha provveduto a portare in salvo alcuni maiali. La stalla che ospita gli animali si trova, infatti, proprio nel cuore della frana. I segni dello scivolamento del terreno verso valle sono evidenti sul cortile e sul parcheggio dell’agriturismo e, in maniera molto più marcata, nel vigneto sottostante. Ieri mattina sul posto, con il sindaco di Teolo, Moreno Valdisolo, sono intervenuti i funzionari dell’Ufficio tecnico comunale e i volontari della Protezione civile che si sono resi conto della gravità del problema. «Temo per la mia abitazione, per quella dei miei genitori e per l’agriturismo, la frana si sta muovendo in maniera preoccupante», afferma Nicola Sgarabottolo. «Anche il vigneto che abbiamo realizzato di recente è a rischio. Come pure una parte del locale adibito ad agriturismo che in un angolo presenta delle crepe che si allargano a vista d’occhio. L’unica speranza è che smetta di piovere, altrimenti non so cosa succederà». La Protezione civile di Teolo ieri mattina ha rimesso in moto le idrovore in via Euganea, per evitare che finissero sott’acqua le abitazioni di via Primo Maggio, a causa del livello molto alto dello scolo Rialto. Intanto infuria la polemica sulla mancata manutenzione delle caditoie sulle strade. Diego Padovan, un residente di via Gazzo, a Villa di Teolo segnala che la provinciale 77 ieri era diventata un torrente che scaricava sul pendio perché l’acqua non riusciva a entrare nella rete di scolo a causa delle griglie chiuse da terra e pietrisco. Continua anche la protesta di alcuni cittadini di Castelnuovo per la situazione in cui versa la provinciale Speronella, dove nel tratto Castelnuovo-Torreglia si transita a senso unico alternato da alcuni mesi a causa di una frana.

Gianni Biasetto

 

Sarmeola tagliata fuori chiuse strade e scuole

Quartieri invasi dalla fanghiglia. Il sindaco: «Le idrovore non funzionavano

Potevano salvarci, ma non si voleva che scaricassimo nel Bacchiglione»

RUBANO – Sarmeola in ginocchio, evacuate le scuole elementari e medie di viale Po, che resteranno chiuse anche stamattina. Nel Comune di Rubano non si era mai vista tanta acqua per le strade, specialmente nel quartiere della Sarmeola storica, a ridosso dello scolo Mestrina. Forse le idrovore non hanno funzionato a pieno regime, allagando interi quartieri. La zona tra via Mazzini e viale Po ieri era un unico lago melmoso dal colore nocciola. «È un disastro» commenta il sindaco Ottorino Gottardo, mentre con i dipendenti della biblioteca sposta negli scaffali più in alto i libri, per salvarli dall’acqua. Sono le 11 del mattino e cinquecento alunni, nel frattempo, stanno uscendo dalle scuole adiacenti alla biblioteca. Il canale che passa davanti rischia la tracimazione: troppo pericoloso lasciarli in classe. Strade chiuse. Le prime a essere state sbarrate perché completamente allagate sono state via Pellico e via Boscato, cui nel corso della giornata si sono aggiunte via Moiacche, via Piovego, via Orsato, via Galilei, via Rolandino e via Gloria, e nel quartiere “Fatima” le vie Manzoni, Verdi, Giotto, Sant’Antonio e via Fatima appunto. Nel quartiere, dagli anni Sessanta, quando furono costruite le case, è la prima volta che si finisce sott’acqua. La parte finale, verso il confine con Caselle, ieri mattina era invasa da mezzo metro d’acqua, che aveva allagato gli scantinati e i garage, lambendo le porte al piano terra. «Il cancello elettrico non si apriva, non sono riuscito a portare fuori l’auto», racconta Silvano Canella, che con la moglie Maria vive in via Manzoni, «ho il garage allagato». La macchina è lambita dall’acqua: chissà se ripartirà. Intanto aspettano: hanno scorte di cibo per qualche giorno. All’uscio di casa mezzo metro d’acqua: si può attraversare solo con stivali di gomma alti. I sacchi di sabbia davanti al cancello non sono serviti a nulla. Aziende isolate. Via Sant’Antonio è messa peggio: la ditta In.co e il supermercato Dico, che si trovano all’ingresso, avevano i piazzali invasi dall’acqua, ma per lo meno non era entrata dentro. La ditta Alleanza Traslochi lunedì sera ha spostato i camion dall’altro lato della regionale, in un luogo più alto. Ci sono poi un’officina, un restauratore, altre quattro cinque ditte che è impossibile raggiungere. Un camion che ci ha provato, si è trovato l’acqua fino alla marmitta. Il materiale galleggiava dentro i capannoni. Marisa lavora alla In.co. e abita in via Ronaldino. «Ieri sera abbiamo spostato i capi confezionati più in alto possibile», racconta, «e oggi non lavoriamo. A casa mia è anche peggio: i garage sono allagati e le caldaie non funzionano, siamo in ammollo e al freddo. Sono uscita per non piangere». Ha dovuto spostare i suoi vitelli in una stalla più lontana Andrea Barbiero, che vive in viale Po, all’incrocio con via Moiacche e via Pellico, chiuso perché sommerso d’acqua. «Il giardino è allagato e sono in apprensione per le balle di fieno con cui sfamo gli animali, che ho riposto sul retro di casa. I vitelli, almeno, li ho messi in salvo». Scuole evacuate. “Lectio brevis” ieri nelle scuole elementari Da Vinci e alla media Borromeo: sono nello stesso stabile in viale Po, accanto la biblioteca. Lo scolo di fronte aumentava il suo livello di minuto in minuto, a tal punto che il sindaco ha firmato un’ordinanza di evacuazione. Sono stati richiamati tutti i genitori e i 500 ragazzi sono tornati a casa verso le 11 del mattino. Non saranno a scuola neanche oggi. Sempre intorno alle 11 e mezzo, quando la situazione era davvero pesante, in tutta Sarmeola la corrente elettrica ha iniziato a funzionare a singhiozzo, spegnendo attività commerciali e semafori lungo regionale e facendo partire gli allarmi nelle aziende. Le responsabilità. Quello di ieri non è stato un allagamento normale e il sindaco Ottorino Gottardo vuole vederci chiaro. «Se le idrovore avessero funzionato a pieno regime, noi non saremmo andati sott’acqua», è convinto, «per cui non credo abbaio funzionato al massimo della potenza, vista l’acqua che si è riversata nel nostro territorio. Lo stesso Prefetto ha detto che durante il vertice si è deciso di mantenere il Bacchiglione in equilibrio per garantire un risultato. Forse le idrovore hanno funzionato a basso regime, portando via meno acqua da nostro territorio, per non gonfiare ulteriormente il Bacchiglione? Se è così, è evidente che qualcuno ne ha beneficato e altri, come noi, sono stati sacrificati». Visto che è stato dichiarato lo stato di calamità in tutta la Regione, il sindaco invita chi è stato coinvolto dall’invasione dell’acqua a fotografare la propria situazione, il garage, gli scantinati, le attività commerciali, i capannoni e le fabbriche. Le fotografie devono poi essere conservate, perché serviranno per documentare i danni subiti dall’acqua e dal fango ed eventualmente e a chiederne il risarcimento.

Cristina Salvato

 

Il rombo cupo del Bacchiglione si attenua

Dopo la piena di S.Biagio, minaccia il castello di S.Martino. Verso sera perde forza: riaperte vie e ponti

CERVARESE SANTA CROCE – Dopo la piena di San Biagio, la seconda in tre giorni, che ieri notte ha sommerso la stradina d’accesso alle abitazioni sulla golena a ridosso del castello di San Martino della Vaneza, il Bacchiglione, con il passare delle ore, ha perso forza. I sotterranei del castello, che nell’alluvione del 2010 erano stati sommersi dall’acqua, ieri notte sono stati salvati dalla barriera di sacchetti si sabbia che è stata posizionata sul portone dell’ingresso principale della fortezza di proprietà della Provincia, che al suo interno conserva il museo del fiume Bacchiglione. Il livello del fiume, per tutta la giornata di ieri, è rimasto alto, ma in serata faceva decisamente meno paura. Solo allerta, ma nessun particolare problema, per la famiglia che abita nell’edificio dell’ex mulino, dietro la chiesa di Cervarese. Rimangono chiusi al traffico i ponti di Trambacche e Creola, le cui strade d’accesso sul lato destro del canale transitano in piena golena; questo aumenta inevitabilmente la mole di traffico, e, con essa, i disagi per gli automobilisti. Sopratutto nell’attraversamento dei centri di Saccolongo e Selvazzano, dove arriva anche il traffico dall’altra sponda del canale. A Cerverese l’acqua della “valona” è entrata al piano terra della storica villa Trento della famiglia Trentin. Sommerse anche le stalle e l’ex maneggio. «Non ho mai visto una situazione del genere», racconta la signora Jostamm Petra, titolare del centro ippico “Reisthaal” ai confini con il territorio di Montegaldella. «Ho chiamato i soccorsi ancora lunedì sera avvertendo che avevo l’acqua alle porte», aggiunge la donna, che abita in una casa mobile adiacente alla villa. «Solo ieri pomeriggio sono arrivati i volontari della Protezione civile con le pompe». A Montemerlo è finita sott’acqua via Colombara, la strada che sbocca vicino alle scuole medie. Problemi anche per i residenti delle vie Boschi, Sacchette e, limitatamente ad alcune ore di ieri notte, di via Serravalle. Si tratta delle aree più basse del territorio comunale dove il problema, secondo gli abitanti delle zona alluvionate, è da imputare alla cattiva manutenzione dei fossati che non vengono più scavati, come facevano gli agricoltori una volta. Nel tardo pomeriggio, le strade sono state riaperte al traffico.

Gianni Biasetto

 

Mezza Caselle finisce sotto Selvazzano, niente lezioni

Tracimano gli scoli Mestrina e Storta: primi piani e garage invasi dall’acqua

Disagi anche a Tencarola. Due autobotti in supporto. Code e traffico in tilt

SELVAZZANO – Mezza frazione di Caselle (tutto il quartiere cosiddetto “Delle Sante”) alluvionata a causa della tracimazione degli scoli Mestrina e Storta. Sommerse anche alcune strade della parte nord di Tencarola. In modo davvero serio è andata sotto via Carnaro, una strada senza sbocco dove per raggiungere le abitazioni ieri servivano gli stivaloni da pescatore o un mezzo anfibio. Il calvario per i cittadini di queste vie è durato per tutta la notte e la giornata di ieri. Il centralini del municipio, del comando di polizia locale e della Protezione civile sono stati tempestati di chiamate di cittadini che avevano bisogno di aiuto. I danni. L’acqua a Caselle è entrata nei piani bassi di parecchie abitazioni, soprattutto in via Dante, Boccaccio, Ceresina, S. Anna, S. Agnese, S. Maria Ausiliatrice. Allagati scantinati e taverne anche vicino al centro commerciale Le Brentelle, nelle vie Lamarmora, Menotti e Pellico. La conta dei danni sarà possibile solo tra qualche giorno quando l’acqua si sarà del tutto ritirata, ma dalle prime stime e in base a quanto i cittadini hanno evidenziato su Facebook con delle foto abbastanza eloquenti, si tratta di un problema non da poco conto. Causato non dal Bacchiglione ma dal livello alto dell’acqua in tutta la rete idrica minore della zona. Il consiglio ai cittadini che hanno subito danni è quello di documentare l’accaduto con delle foto che possono tornare utili in previsione di possibili rimborsi. I soccorsi. 26 gli uomini della Protezione civile di Selvazzano impegnati senza sosta da lunedì sera, quando il problema è comparso in via Dante con la tracimazione dello scolo Mestrina e l’acqua è entrata in otto abitazioni. «Ieri sono stati riempiti e distribuiti ai cittadini circa 4 mila sacchetti», fa sapere il sindaco. «Ci sono voluti qualcosa come 200 quintali di sabbia. Tantissimi i cittadini che sono venuti in sede a ritirarli. Purtroppo l’acqua per tutta la giornata anziché calare aumentava e questo ci ha messo in grossa difficoltà. Ad un certo punto ho anche dubitato che le idrovore che scaricano l’acqua della zona sul Brentella non funzionassero. Mi sono recato di persona all’impianto e ho constatato che le pompe giravano a pieno regime». Gli aiuti. Quando al Coc (Comitato operativo comunale), che l’amministrazione di Selvazzano ha attivato lunedì pomeriggio, si sono accorti che con i mezzi normalmente a disposizione non si riusciva a gestire l’emergenza, è partita una richiesta di auto alla Protezione civile provinciale e alla Prefettura. Nel pomeriggio sono arrivate a Selvazzano due autobotti per supportare le idrovore dell’impianto fisso a far defluire l’acqua nel canale Brentella. Dal comando dei Vigili del fuoco sono arrivati due mezzi anfibi per poter raggiungere le abitazioni delle zone sommerse. Altri due mezzi di soccorso sono arrivati dalla Forestale. Una task force che non è bastata a evitare le polemiche di chi, come un residente di via Lamarmora, afferma di aver atteso ore e ore i soccorsi mentre i mobili della sua taverna andavano sott’acqua. I disagi. Sulle strade più trafficate del comune, non solo quelle alluvionate, quella di ieri è stata una giornata d’inferno. La chiusura dei ponti di Trambacche e Creola, nei comuni di Veggiano e Saccolongo, ha riversato per forza di cose tutto il traffico sul ponte di Selvazzano. Nelle ore di punta (ieri mattina dalle 8 alle 10 e ieri pomeriggio dalle 17 alle 20) al semaforo di via Scapacchiò si sono formate lunghe code di auto. File anche in via Pelosa, all’intersezione per Selvazzano. Il Bacchiglione. Il grande fiume ieri è stato il problema minore. Il livello dell’acqua dopo la piena di ieri notte si è mantenuto alto, tanto che ha allagato alcune abitazioni che si trovano a ridosso della sponda sinistra, subito dopo il ponte della Libertà uscendo da Selvazzano. Centinaia di ettari di campagna sono finiti sott’acqua in via Vegri, in via Canton e su ambo i lati di via Pelosa. I sacchi di sabbia, in qualche caso, hanno evitato che l’acqua entrasse negli appartamenti. Scuola chiuse. Tutte le scuole di Selvazzano oggi rimarranno chiuse. A comunicare la sospensione delle lezioni ieri a tarda sera è stato il sindaco Enoch Soranzo. «Dopo aver constato che i dati sui livelli anche per domani (oggi, ndr) non promettono nulla di buono, a titolo cautelativo abbiamo deciso che le scuole ed il liceo resteranno chiuse», ha fatto sapere il primo cittadino.

Gianni Biasetto

 

veggiano

Infiltrazioni sull’argine del Tesina, teloni per impermeabilizzarlo

A Veggiano l’unico momento di reale preoccupazione si è avuto intorno alle 14, quando lungo la sponda sinistra dell’argine del fiume Tesina verso via Reolda, che guarda il lato di Mestrino, si è formata un’infiltrazione d’acqua. Protezione e Genio Civile si sono allora recati sul posto per eseguire i lavori di telonatura e saccatura per tappare la falla, che è stata messa in sicurezza intorno alle 17. Al mattino a Veggiano la situazione stava lentamente ritornando alla normalità e i fiumi Tesina e Bacchiglione erano in lento, ma costante calo. Rimanevano vasti tratti di campagna allagata, dovuti all’incapacità di assorbimento da parte dei terreni ormai saturi d’acqua. Poi alle 14 i controlli dei fiumi da parte della Protezione civile hanno fatto emergere un’infiltrazione arginale del fiume Tesina tra via Reolda e il ponte Pedagni. Mentre i volontari impermeabilizzavano l’argine, operando un telonatura, e rinforzavano la sponda con sacchi di sabbia, erano state avvertite le famiglie delle vie Pedagni, Reolda, Gazzo, Mestrina, Lissaro, Volta, Galilei e Fermi, di tenersi pronte all’evacuazione in caso la sponda rompesse. Non ce n’è stato bisogno, perché verso le 17 le operazioni sono terminate e il luogo è stato quindi considerato in sicurezza, anche se dovrà rimanere costantemente monitorato. Restano ancora in vigore, fino alla fine dell’emergenza, le ordinanze di chiusura del ponte e di via Traghetto. Vietata pertanto la circolazione stradale sul ponte sopra il Bacchigione in via Molini, ovvero la Strada provinciale 72, in località Trambacche: la strada resta infatti parzialmente allagata per alcuni metri, per cui il ponte resterà chiuso. Interdetta la circolazione anche in via Traghetto, in località Santa Maria, per i fenomeni di allagamento che pregiudicano la sicurezza di chi transita.

(cri.s.)

 

vigodarzere

Distribuzione sacchi non-stop, anche dopo l’emergenza

Rientrata l’emergenza dovuta agli allagamenti a Vigodarzere, eccezion fatta per un velo d’acqua che ieri sera rimaneva in via Tito Livio. Via Manzoni, dove lunedì la situazione era particolarmente critica, si è lentamente liberata dell’acqua e verso le 17 si è svuotato anche il sottopasso, dal giorno prima completamente invaso dall’acqua. «Al mattino in via Manzoni continuavano a persistere alcuni centimetri d’acqua» racconta il vicesindaco Moreno Boschello, «per cui alle 7 i volontari di Protezione civile hanno accompagnato alcune persone fino alla strada asciutta a riprendere le auto, che erano state costrette a lasciare prima dell’inizio dell’allagamento la sera precedente, quando dovemmo accompagnarle a casa coi fuoristrada». Per il resto il livello dell’acqua che ha invaso la parte di territorio tra via Manzoni e il Muson dei Sassi, durante la giornata, ha lentamente ripreso a scendere. Ieri sera comunque volontari di Protezione civile, amministratori e cittadini si sono ritrovati all’interno dell’ex deposito dell’Aeronautica a riempire sacchi di sabbia. «Durante il giorno ne abbiamo distribuiti un migliaio nel territorio», spiega Boschello, «ma il deposito è stato anche un punto di riferimento per le operazioni provinciali, in quanto il Genio Civile vi ha stoccato il suo materiale e i nostri sacchi di sabbia sono stati consegnati anche alla Provincia, a Bovolenta e a Selvazzano». A Cadoneghe la notizia è che con un maltempo simile le strade sono state sgombere e nemmeno i punti critici soliti hanno avuto particolari situazioni di sofferenza, tranne parti delle vie Frattina, Silvestri e Matteotti. I lavori idraulici degli ultimi anni, le vasche di laminazione nel parco della Repubblica e sotto la regionale 308, le idrovore a Castagnara devono essere state decisive per tenere all’asciutto il territorio comunale.

(cri.s.)

 

Tracimato il Brentelle Paltana resta a rischio

Dal 27 gennaio a ieri sono caduti sulla città 147,31 millimetri di pioggia

L’assessore Micalizzi: «Qui abbiamo retto a differenza della provincia»

PADOVA «La situazione in città è stabile, sia per quanto riguarda il Bacchiglione che le vie idriche. Tuttavia l’emergenza non è passata». L’assessore alle acque, Andrea Micalizzi, conta le ore di sonno sulle dita di una mano, ma comincia a distendere i muscoli perché la città ha retto. Ieri sera ha tracimato un tratto del canale Brentelle, all’altezza di via Montecera. Immediato l’intervento dei mezzi del Comune: «Il canale accoglie il rigoli dei fiumi più piccoli», spiega Micalizzi, «quindi si riversa nel Bacchiglione. Proprio per non caricare quest’ultimo abbiamo dovuto chiuderlo e l’acqua ha finito per fuoriuscire». Ma in confronto alla provincia la città ha retto. La prima emergenza da fronteggiare, fin dalle prime luci di ieri, è stata la Paltana: «Intorno alle 5-6 l’acqua si è alzata», riferisce l’amministratore, «abbiamo registrato il picco alle 10. Poi l’acqua ha cominciato a defluire veloce e la situazione è andata migliorando». Delle 50 case sulla golena nessuna si è allagata. L’acqua si è fermata nei cortili. Qualche infiltrazione ha interessato i locali tecnici della piscina Padova Nuoto e, alla Canottieri, il Comune ha fornito le pompe per asciugare l’acqua entrata nel parcheggio. Dal 27 gennaio scorso ad ieri sono caduti sulla città 147,31 millimetri di acqua; due i picchi, il 31 gennaio con 31,44 millimetri e lunedì con 31,31 millimetri. Proprio l’insistenza e i quantitativi di pioggia hanno generato altre due criticità cittadine che hanno interessato il sistema idrico e delle fognature. In via Cà Rinaldini sono stati chiusi 50 metri di strada per allagamenti, idem in via della Biscia, civici 155-160: «Con il sindaco Ivo Rossi abbiamo fatto un sopralluogo», racconta Micalizzi, «in via Cà Rinaldini ci troviamo di fronte ad una zona fragile che, come già preventivato, ha bisogno d’infrastrutture». Ovvero le fognature. Il progetto è diviso per stralci, alcuni già esecutivi, altri solo previsti: da via Stefanini-Musatti (273 mila euro) al bacino Montà 2 (1 milione 540 mila euro), al bacino Montà 3 (primo stralcio 760 mila euro, secondo 1 milione 40 mila euro) fino alla ristrutturazione del tratto finale del collettore a Porta Trento (990 mila euro). «Via della Biscia si è trasformata in un giallo idrico», scandisce il giovane democratico. «Qui la competenza è del Consorzio delle acque, ma siamo intervenuti per non lasciare da soli i cittadini. Dai lavori di Aps è emerso che a provocare l’ostruzione sono stati dei lavori privati, una recinzione». Qui l’acqua è entrata in casa fino a 15 centimetri e nelle ore serali veniva riassorbita. Ultimo capitolo dell’emergenza è stato scritto dal traffico. Ieri mattina gli spostamenti da Camin, Montà e Arcella verso la città si sono rivelati molto più ardui del previsto: «abbiamo messo delle pattuglie dei vigili a controllo», ricorda Micalizzi, «tuttavia la città ha retto bene, tanto che ieri ho dato la disponibilità a dare una mano in provincia usando le nostre squadre e i nostri mezzi». Primo aiuto a Montegrotto dove è stata inviata una squadra della Protezione civile.

Elvira Scigliano

 

Arcella, sott’acqua la zona nord

Diverse strade del quartiere sono impraticabili. Inagibile il parco Morandi

PADOVA – Allagamenti anche in quasi tutti i rioni dell’Arcella. Ancora una volta l’area geografica che è andata di più sott’acqua è la zona nord del quartiere più popoloso della città(41.000 abitanti). Allagata in più punti via del Giglio, la strada che collega San Bellino con l’area sud di San Carlo e di Pontevigodarzere. Praticamente inagibile il parco Morandi ed allagati tutti i campi che si trovano nei pressi delle vie Guardi, Strazzabosco, Giglio e Fornace Morandi. Gonfiati sino all’inverosimile i fossi, che ci sono tra le fermate del tram Saimp e Fornace. A Pontevigodarzere allagate anche le aree nei pressi della chiesa di San Giovanni Battista e quelle intorno al giardino pubblico Matteo Vanzan e al campo sportivo, dove giocano, alla domenica, due squadre dei campionati dilettanti. Ancora una volta scendono sul piede di guerra i coordinatori dei comitati locali. «Il rischio idraulico si combatte con la prevenzione idrogeologica e con la pulizia sistematica dei canali e dei fossi», sottolinea Antonio Huaroto, leader del comitato Vivere Bene a San Bellino, «stop, poi, al cemento e a tutti i nuovi piani di lottizzazione in programma nei vari rioni dell’Arcella. Se si costruiscono ancora altri palazzoni, il pericolo di finire sott’acqua diventerà sempre maggiore. Quelli che hanno più anni non hanno mai dimenticato i giorni del 1966, quando anche il Brenta tracimò tra Limena e Pontevigodarzere. Ma se continuerà a piovere potrebbe creare problemi come il Bacchiglione». Orazio Marcon, invece, ricorda il vecchio problema del canale Limenella-Fossetta, i cui lavori, seppure finanziati non sono ancora partiti. «Il progetto risale a vent’anni fa», spiega il presidente del comitato Arcella, un quartiere, una città, «nessuno qui in zona ha dimenticato le battaglie dell’ambientalista Mario Levante, che più volte ha portato nella sala del CdQ 2 il professore universitario Luigi D’Alpaos, da sempre sostenitore della necessità di realizzare sia il canale Limenella e sia il completamento dell’idrovia Padova-Venezia. Gli allagamenti e le eventuali alluvioni capitano sempre a causa dell’incuria dell’uomo».

Felice Paduano

 

Allarme nelle scuole telefonate di genitori per uscite anticipate

Preoccupazione per chi doveva tornare nei paesi alluvionati

Dopo il crollo del soffito al Marchesi, verifiche negli istituti

PADOVA – Genitori in fibrillazione ad ogni allarme diramato e telefoni delle scuole presi d’assalto. La mattina di ieri per la maggior parte delle scuole superiori cittadine è stata in parte dettata dalle notizie che provenivano dalla provincia: numerose famiglie (da Bovolenta, Este, Sarmeola, Tencarola e, in generale, la zona di via dei Colli) hanno chiesto permessi anticipati per assicurarsi i figli a casa. Già dalla prima ora la situazione si è presentata anomala: grandi ritardi, da 10 a 30 minuti, e qualche assenza di troppo. Alcuni istituti sono stati maggiormente interessati dal fenomeno: al Calvi intorno alle 12 il telefono è diventato rosso, una ventina di ragazzi sono usciti prima per esplicita richiesta dei genitori, tutti provenienti da Bovolenta, Sarmeola ed Este. Allo Scalcerle sono stati una trentina ad abbandonare prima la scuola, soprattutto studenti di Bovolenta e Tencarola. Al Gramsci i ragazzi di Bovolenta sono usciti prima in massa; idem al liceo Nievo. Al Duca d’Aosta sono tornati a casa prima gli allievi di Sarmeola, soprattutto quelli più piccoli delle prime e seconde classi. Al Duca degli Abbruzzi una ventina di studenti dalla zona dei Colli. Altri istituti hanno appena percepito il disagio: all’Einaudi solo una studentessa di Este è uscita in anticipo; al Tito Livio «appena qualche ritardo a causa dei mezzi»; al liceo Curiel «ritardi e assenze nella norma»; al Selvatico 1-2 permessi per uscita anticipata, così al Modilgiani e al Severi 2 permessi su 1100 iscritti. Al liceo Cornaro non si sono nemmeno accorti del disagio: «non un’uscita anticipata ha interessato il liceo», riferisce il dirigente, Massimo Vezzaro, «solo un po’ di ritardo in più rispetto al solito, anche 15-20 minuti addebitabili alla pioggia e, in questi casi, al ponte di Voltabarozzo che si trasforma in un tappo». Caso a sé il Marconi, dove la preside Maddalena Carraro ha preso l’iniziativa, informandosi personalmente della situazione di ogni provincia e dando disponibilità di ospitare i ragazzi fino alla chiusura dell’istituto a mezzanotte: «per fortuna non ce n’è stato bisogno», riferisce, «ma ritenevo, in caso di emergenza, che i miei studenti fossero più sicuri a scuola». Dopo il crollo di parte del controsoffitto del Marchesi, in via Bronzetti, dove due classi (80 studenti) sono stati trasferiti, tutte le scuole si sono affannate a fare una verifica generale degli ambienti. Trovando qualche magagna: al Calvi la Provincia è intervenuta ieri mattina per infiltrazioni al tetto; al Curiel il soffitto è macchiato da infiltrazioni lungo il corridoio ed è stata immediatamente avvisata la provincia; al Modiglioni alcune infiltrazioni sono già state segnalate e si attende il sopralluogo dei tecnici provinciali; mentre al Belzoni hanno le bacinelle d’acqua negli uffici. Tuttavia dovrà smettere di piovere prima che possa partire qualsiasi lavoro. Compresi quelli al Marchesi dove, intanto, la situazione è sotto controllo.

Elvira Scigliano

 

Protezione civile: «La nostra notte in piedi»

Un presidio costante sul Bassanello. Sacchi di sabbia e paratie di metallo davanti alle porte di casa

PADOVA La Paltana ha dormito un’altra notte nell’ansia di finire sott’acqua. La piena del Bacchiglione, prevista per le 22 di lunedì, ha invece ritardato fino alle 9 di ieri, allagando il giardino, i porticati e i vialetti d’ingresso di una ventina di case vicine alla riva, nell’area golenale di via Vittorio Veneto. Salve invece le abitazioni, grazie ai sacchi sabbia forniti per tempo dalla protezione civile e ai rimedi escogitati dai residenti per limitare i danni in casa. La pioggia caduta per tutta la notte, a tratti con violenza, ha tenuto in allerta le famiglie che abitano nell’area golenale di via Vittorio Veneto, tra gli impianti sportivi della Padova Nuoto e il ponte Isonzo. Oltre ai residenti, tanti cittadini si sono fermati a controllare la situazione sul ponte pedonale Benito Daga, che collega via Isonzo con via Vittorio Veneto all’altezza della cavana della Rari Nantes Patavium 1905. La graziosa struttura a righe bianche e azzurre, con la scritta rossa della storica società remiera, è un punto di riferimento per seguire l’evoluzione del livello fluviale. Alle 23 di lunedì sera l’acqua del fiume lambiva la parte alta della cavana, lasciando completamente visibile l’insegna societaria. «La situazione è sotto controllo, l’acqua sembra defluire bene anche se continua a piovere», hanno spiegano due uomini della Protezione Civile in presidio lunedì notte, che si sono avvicendati con altri volontari fino alle 19 di ieri sera. Insieme a loro, a presidiare la zona a rischio, c’era anche l’assessore alle Acque fluviali, Andrea Micalizzi, rimasto sul posto fino alle 23.30, quando è rientrato l’allarme piena. Memori delle ultime inondazioni, molti abitanti di via Vittorio Veneto hanno protetto gli usci di casa con sacchi di sabbia, drenando a secchiate l’acqua penetrata nel giardino. Qualcuno, più determinato, ha installato sulla porta una paratia d’acciaio di un metro. E’ il caso di Giovanni Cernic, sposato e padre di due bambini, che abita al civico 58 di via Vittorio Veneto. «Ho dovuto buttare via i mobili due volte negli ultimi anni, per cui questa volta li ho portati tutti di sopra», spiega, «I miei bambini però mi chiedevano se l’acqua ci avrebbe distrutto la casa di nuovo, così ho deciso di proteggere la porta costruendo questa paratia metallica».

Simone Varroto

 

Tribuna di Treviso – Passa la paura, affiora il disastro

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5

feb

2014

maltempo »i fiumi

Si attenua l’emergenza maltempo. La Regione: è stato di calamità

Livenza, paura passata ma si contano i danni

Il livello scende di 4-7 centimetri all’ora e il meteo non preoccupa più

La Protezione: «Da 50 anni non si aveva una carica d’acqua come questa»

TREVISO – La grande paura è passata, ora si contano i danni. Il livello del Livenza in una sola notte è sceso di quasi mezzo metro. Alle 22 di lunedì il fiume a Motta aveva toccato quota 6,83 metri e a Meduna 7,53. Alle 10 di ieri il livello a Motta era sceso a 6,40 e a Meduna a 7,10. Durante il giorno il Livenza ha continuato a scendere tra i 4 e i 7 centimetri all’ora. A sera il livello del fiume a Motta s’era assestato a 6,15 metri mentre a Meduna è andato sotto i sette metri: 6,85. Bassa marea, nevicate a quote più basse, minor quantità di acqua svasata dalle dighe friulane e meno pioggia. Sono i quattro fattori che hanno influito sull’abbassamento del livello del fiume. Nessun problema per il Piave, il Monticano e il Sile, tutti con il livello in arretramento. Ed ora, se le previsioni saranno rispettate, una mano arriverà anche dal meteo. Per la giornata di oggi è previsto tempo incerto. Pioverà ancora ma con meno intensità e a macchia di leopardo rispetto ai giorni scorsi. La protezione civile, però, non allenta l’attenzione. Bisogna, infatti, capire se la morsa del maltempo ha definitivamente mollato la sua presa oppure se ha solo concesso una tregua. Anche quella di ieri è stata comunque una giornata di passione. L’opitergino-mottense, la zona più colpita dal maltempo, ha dovuto affrontare l’emergenza allagamenti. Migliora la situazione delle campagne di Lorenzaga, ridotte ad un acquitrino nella giornata di lunedì. In compenso le scuole di Motta, Meduna e Gorgo oggi riapriranno. Nel Vittoriese il piazzale di un’autofficina di Fregona è crollato danneggiando due auto e un trattorino. La Pedemontana ed il quartiere del Piave sono stati costellati da continui, seppur piccoli, smottamenti di terreno. A Castelfranco, in via Nogarola, è franato l’argine del Muson: la strada rimarrà chiusa fino a fine mese. Nel Coneglianese si allarga il numero delle case allagate a causa dell’improvvisa crescita delle falde acquifere. «Da cinquant’anni – spiega Mirco Lorenzon, l’assessore provinciale alla protezione civile – non si aveva una carica di acqua in falda come quella di questi giorni». Opitergino e Mottense. Il Livenza, per il momento, non fa più paura e le scuole a Motta, Meduna e Gorgo, chiuse da lunedì, riaprono oggi. L’acqua inizia a defluire lentamente e anche nelle campagne, soprattutto a Lorenzaga, la situazione sta ormai tornando alla normalità, dove le difficoltà maggiori sono state causate dal canale Malgher. Ancora completamente allagate le aree golenali, come via Saccon a Meduna di Livenza dove rimangono sfollate le sette famiglie residenti. Problemi anche nella frazione di Basalghelle a Mansuè, dove il servizio di trasporto scolastico è sospeso da ieri e per tutta la giornata di oggi nelle vie Rigole, San Giorgio, Cornarè e Rosa. Castelfranco. In via Nogarola è crollato un argine del torrente Muson dei Sassi. Il cedimento è attribuibile alle abbondanti piogge di questi giorni. Il tratto di strada che da Castelfranco Veneto porta verso Resana resterà chiusa fino al 25 febbraio. Subito a lavoro ieri mattina i volontari della protezione civile e il genio civile di Padova. A preoccupare è stata soprattutto una condotta del gas minacciato dallo smottamento. Quartiere del Piave. Le frane sono un a vera e propria piaga. Mini-smottamenti di terreno sono stati segnalati un po’ ovunque, in particolare a Farra di Soligo e Refrontolo. A Moriago, invece, l’innalzamento della falda sotterranea ha mandato sott’acqua diverse abitazioni. Vittoriese. Una frana in via Osigo a Fregona si è portata via parte del piazzale di un’officina. Finite nella voragine due macchine e un trattore che erano parcheggiati sullo spiazzo. L’ennesimo guasto al territorio a causa delle piogge incessanti. Inghiottiti anche cinque grossi alberi che sono rovinati nel ruscello. Intanto a Vittorio Veneto il terreno ha ceduto sotto la chiesa di Formeniga mettendo in difficoltà una serie di famiglie. A Vittorio Veneto si contano altre quattro frane a Maren, a Col di Stella, in via Mor e sulla strada per la Madonna della Salute. Coneglianese. A Mareno e Vazzola si allarga il numero delle abitazioni allagate a causa dell’innalzamento del livello delle falde acquifere. Paura in via Guizza a Conegliano, dove la frana si sta muovendo e preoccupa gli abitanti della zona. Treviso e dintorni. S’è abbassato il livello del Sile a Treviso mentre nell’hinterland la situazione è migliorata. A Frescada l’allagamento è stato prosciugato grazie all’intervento dei Lagunari. A Casale invece in via Torcella la strada è stata prosciugata. Resta esondato il Sile nella zona del porticciolo di Casale e a Cendon.

Marco Filippi

 

Golena allagata, famiglie sfollate a Saccon

Scuole riaperte a Motta, Meduna e Gorgo. Si raccolgono firme per revocare le concessioni dei bacini

MOTTA DI LIVENZA – Oggi riaprono le scuole a Motta, Meduna e Gorgo: erano chiuse da lunedì. La situazione sta lentamente migliorando e tornando alla normalità grazie al livello del fiume Livenza ormai in netta decrescita. Lentamente l’acqua defluisce e anche nelle campagne, soprattutto a Lorenzaga, la situazione sta tornando alla normalità, dove le difficoltà maggiori sono state causate dal canale Malgher. Ancora completamente allagate le aree golenali, come via Saccon a Meduna di Livenza dove rimangono sfollate le sette famiglie residenti. Tutte le scuole di ogni ordine e grado da questa mattina riaprono regolarmente non sussistendo più criticità né sulla viabilità comunale né per la piena del Livenza. Qualche problema permane ancora nella frazione di Basalghelle a Mansuè, dove il servizio di trasporto scolastico è sospeso da ieri e per tutta la giornata di oggi nelle vie Rigole, San Giorgio, Cornarè e Rosa. E già si comincia a parlare dell’ennesimo rischio idrogeologico scampato. I “Mottensi Sdegnati” hanno avviato una petizione on line per la revoca delle concessioni per l’uso idroelettrico dei bacini di montagna. «Vogliamo che i bacini montani siano utilizzati solo per uso irriguo e per il contenimento delle piene dei fiumi» spiegano, «La petizione è una provocazione ma l’abbiamo proposta affinchè, scampata la paura, il problema non cada nel dimenticatoio fino alle prossime piogge. Vogliamo che i bacini montani mantengano un livello basso durante tutto il periodo invernale per non creare pericolo con i necessari svuotamenti quando piove anche a valle». L’obiettivo è la raccolta di diecimila firme che da presentare al presidente del Consiglio Enrico Letta e ai due presidenti di regione Veneto e Friuli, Luca Zaia e Debora Serracchiani. «L’acqua che ci arriva addosso» continuano i “Mottensi Sdegnati”, «è per la maggior parte la pioggia che cade sul vicino Friuli. Non si può operare a monte senza tener conto di quello che succede a valle. Abbiamo chiesto più volte di mantenere al minimo i bacini nel periodo che va da ottobre a marzo, ma ancora non si è fatto niente perché ci sono forti interessi locali, economici e politici».

Claudia Stefani

 

Crolla l’argine del Muson. Strada chiusa per un mese.

Paura ieri mattina lungo via Nogarola che da Castelfranco conduce a Resana

Pericolo scampato per una condotta del gas minacciata dallo smottamento

CASTELFRANCO – Crolla un argine del torrente Muson dei Sassi. Paura ieri mattina in via Nogarola per un tratto d’argine del Muson che ha ceduto a causa di uno smottamento provocato dalle abbondanti piogge di questi giorni. Il tratto di strada che da Castelfranco porta verso Resana resterà chiusa fino a martedì 25 febbraio. Subito al lavoro ieri mattina i volontari della Protezione civile e il Genio civile di Padova. A preoccupare è stata soprattutto una condotta del gas minacciato dallo smottamento. Ma per l’assessore Romeo Rosin, «la situazione resta comunque sotto controllo: per il momento il Muson è dentro i limiti». Anche se rimane momentaneamente sotto i livelli di guardia gli occhi delle telecamere sono costantemente puntati sul torrente e se dovesse scattare l’allarme allora entreranno immediatamente in azione i volontari della Protezione civile e il Genio civile di Padova e Treviso. In pratica non dovrebbe superare i 2 metri e 20 centimetri, in caso contrario la mobilitazione per correre subito ai ripari sarà immediata. Però la paura cresce lungo via Nogarola soprattutto ieri mattina quando un pezzo di argine non ha più retto sotto al peso delle piogge insistenti di questi giorni. Il tratto di argine si è staccato in una manciata di secondi fino a pochi centimetri dal margine della strada rischiando di inghiottire parte di carreggiata “risucchiando” qualche mezzo. Sono stati attimi di paura per gli automobilisti che hanno assistito alla scena e che hanno subito fatto scattare l’allarme. Erano appena passate le 9 di ieri e oltre 20 metri di parete arginale che costeggia il torrente si è staccata travolgendo tutto quello che ha incontrato lungo il suo passaggio. Ha inghiottito e divorato rami, sassi e impetuoso è arrivato a pochissimi passi dal margine della strada dove poi si è fermato. Le piogge di questi giorni non hanno dato un attimo di tregua distruggendo del tutto quel pezzo di argine che è crollato all’improvviso sotto gli occhi dei passanti. È stata invece una lotta contro il tempo per i volontari della Protezione civile di Castelfranco capitanati da Carlo Dorella che sono intervenuti in pochi minuti sul posto. « Si tratta di uno smottamento che fortunatamente non ha provocato dei seri danni alla strada» spiega Dorella, «la situazione nel pomeriggio si è già stabilizzata adesso continueremo a monitorare la zona». Ieri i volontari sono stati impegnati in vari interventi in tutta la zona. Al lavoro per tutta la giornata di ieri anche il Genio civile di Padova che ha seguito da vicino i lavori lungo il tratto di strada invasa per oltre 20 metri da fango, detriti e sassi. Così per la chiusura della strada è scatta un ordinanza straordinaria pubblicata anche sul sito del comune. «Oggi sono stati effettuati i lavori di ripristino dell’argine e della messa in sicurezza della Nogarola» spiega l’assessore Rosin, «l’ordinanza è stata una misura straordinaria per permettere i lavori e per questo resterà chiusa fino al 25 febbraio ed è vietato il transito ai mezzi tranne ai residenti e ovviamente ai mezzi di soccorso». Un episodio analogo era successo qualche anno fa. Quella volta a cedere era stato sempre un argine del Muson in via Muson dei Sassi a Treville. Per permettere i lavori di messa in sicurezza era scattata l’ordinanza per chiudere completamente al traffico la strada. A franare era stato un fronte di 20 metri sulla sponda ovest del fiume.

Vera Manolli

 

Il fiume Sile cala, Cendon resta sott’acqua

A Casale si rientra a casa in barca. I Lagunari salvano numerosi scantinati e garage di Frescada Ovest

CASALE – Cala il livello del Sile, ma l’allerta resta massima per le prossime ore. La giornata di ieri, tra Cendon, Casale e Lughignano, è stata ancora segnata dagli allagamenti. Resta critica la situazione nella zona dell’imbarcadero di Cendon, con una decina di case invase dall’acqua e i cittadini alle prese con i sacchi di sabbia e le pompe per svuotare le stanze. Un lavoro che continuerà anche oggi, con un occhio al cielo e l’altro al meteo. Allagato pure il giardino della canonica, l’edificio è rimasto all’asciutto. Sulla sponda opposta, a Lughignano, tra via Torre e via Saccon, la situazione forse più critica. La parte finale della zona industriale di Lughignano ha almeno dieci centimetri di acqua, ma le aziende sono salve perché più alte della strada. Lunedì pomeriggio una donna in preda al panico ha chiesto aiuto ai vigili del fuoco che l’hanno recuperata a casa e portata all’asciutto. Il lavoro della protezione civile prosegue senza sosta. Ma c’è anche chi denuncia di essersi sentito solo nell’emergenza: «In famiglia siamo riusciti a fare forza su noi stessi cercando di limitare i danni, resta il rammarico per la sensazione di abbandono», ha scritto Federico Bonan su Facebook. Non va dimenticato che a maggio 2013 le stesse famiglie avevano dovuto fare i conti con un’altra esondazione del Sile e con i relativi disagi e danni. Pochi chilometri più a sud, a Casale, via San Nicolò è ancora un tutt’uno con il fiume. Per rientrare a casa, i residenti devono utilizzare gli stivali alti fino alla coscia oppure la barchetta della protezione civile, trascinata dai volontari. Sospiro di sollievo invece per la zona di via Torcelle: le idrovore nella notte hanno liberato la strada. Il livello di Bigonzo e Rio Serva è in lieve abbassamento. A Frescada Ovest, l’intervento nella serata di lunedì dei Lagunari e del Genio ha scongiurato il peggio: fino alle 2.30 della notte è stata tolta acqua da via Bassa, liberandola. Il monitoraggio del livello del Dosson è proseguito, oggi la elementare Comisso sarà regolarmente aperta dopo due giorni di stop. A Roncade è rientrata l’emergenza per il Vallio e il Meolo, tutte le attenzioni si concentrano su via Treponti a Musestre. Le pompe hanno funzionato tutta la notte. E per portare gasolio al generatore di una di queste, è stato chiesto aiuto ai canoisti del gruppo “Opencanoe Openmind”.

Rubina Bon

 

Voragine a Fregona inghiotte 3 automezzi

Uno smottamento in via Osigo si è portato via il piazzale di un’azienda

Il terreno si sfalda sotto la chiesetta di Formeniga, famiglie in pericolo

FREGONA – Un boato e una frana si porta via parte del piazzale di un’officina. Finite nella voragine due macchine e un trattore che erano parcheggiati sullo spiazzo. L’ennesimo guasto al territorio a causa delle piogge incessanti è avvenuto ieri mattina in via Osigo a Fregona. Inghiottiti anche cinque grossi alberi che sono rovinati nel ruscello. Intanto a Vittorio Veneto il terreno ha ceduto sotto la chiesa di Formeniga mettendo in difficoltà una serie di famiglie.   «Quella di Osigo è una grande frana, che fa paura», ha commentato ieri il sindaco di Fregona, Giacomo De Luca. «Tutto il materiale è finito nel ruscello e ha formato una diga improvvisata. C’è una montagna di detriti, parecchi metri cubi di terra, pietra e alberi. È un episodio davvero preoccupante. Se le piogge continueranno la situazione potrebbe farsi davvero problematica». Maurizio Breda abita cento metri oltre l’officina. Dalla sua casa già lunedì sera aveva sentito distintamente strani rumori arrivare dal piazzale. «Ho udito sassi che rotolavano giù», racconta, «tanto che sono andato a controllare. C’era buio e avevo solo la pila, non sono riuscito a vedere». Ieri mattina la sorpresa è arrivata annunciata da un sordo rumore che saliva dal cuore della collina.   Tre anni fa c’era stata un’altra frana non lontano dallo smottamento di ieri. In via precauzionale era stato eretto un muro di sicurezza proprio vicino all’abitazione di Breda. Ieri da Osigo sono partiti i sopralluoghi che hanno impegnato, oltre al sindaco, i tecnici di Provincia e Servizi forestali e alcuni geologi che hanno controllato eventuali problemi alle abitazioni vicine. Preoccupazione anche a Col di Osigo dove la frana di questi giorni si sta muovendo. Lo smottamento si è verificato all’altezza della piazzetta vicino al borgo. Il rischio è che il terreno frani sull’unica strada di accesso al piccolo borgo. «La strada è comunale», ragiona il sindaco, «oltre ai disagi per la gente, preoccupano i costi». La strada al momento è a senso unico alternato come anche a Borgo Luca. Intanto anche nella vicina Sarmede ci sono stati piccoli cedimenti e avvallamenti sulla provinciale 151 tanto che sono stati chiamati i tecnici della Provincia per verificare la stabilità del muro di contenimento. Situazione difficile anche a Vittorio Veneto. Una frana di cento metri di fronte e profonda duecento si sta muovendo dalla collina proprio sotto il campanile della chiesa di Formeniga. Nel movimento lo smottamento ha investito anche l’acquedotto, tanto che è stato posizionato un tubo provvisorio per portare l’acqua a un gruppo di famiglie. Per precauzione sono stati staccati dai pali anche i fili della linea elettrica. A Vittorio Veneto si contano altre quattro frane a Maren, a Col di Stella, in via Mor e sulla strada per la Madonna della Salute.

Francesca Gallo

 

Due strade cedono a Farra e Refrontolo, chiusa la sp 152 

PIEVE DI SOLIGO – Notte di passione, quella tra lunedì e martedì, per il Quartier del Piave. Non bastassero le frane, che anche ieri hanno tormentato quasi tutti i Comuni tra Refrontolo e Valdobbiadene, ci si sono messi pure gli allagamenti. Scantinati e sotterranei finiti sott’acqua, interventi di vigili del fuoco e protezione civile, fiumi e torrenti costantemente monitorati. Mentre due strade, a Farra e a Refrontolo, sono state interrotte per altrettanti smottamenti. Il maltempo non ha dato tregua, e Moriago ha pagato il prezzo più alto lunedì sera. Diverse abitazioni sono finite sott’acqua sia nel centro del paese, che nella frazione di Mosnigo. Nessuna esondazione, ma si è alzato troppo il livello della falda sotterranea, costringendo gli abitanti per l’intera nottata a lavorare per pompare l’acqua fuori dalle loro case, aiutati dai vigili del fuoco. Una sola abitazione privata è finita sott’acqua in Borgo Stolfi, a Pieve di Soligo, sempre per l’innalzamento della falda che scorre sotto lo scantinato. Tempestivo l’intervento dei volontari della protezione civile. Da ieri mattina, l’emergenza ha riguardato le frane. A Farra è chiusa via Cardani, sul San Gallo, mentre non si contano i mini-smottamenti sui fondi privati, e due fronti franosi in movimento minacciano di interrompere le vie di comunicazione a Collagù, lasciando isolate alcune abitazioni. Forti disagi anche a Refrontolo, in via Patrioti, dove ieri mattina l’asfalto ha ceduto per almeno ottanta centimetri a causa di una frana che, oltre alla strada, ha interessato un vigneto privato. I tecnici del Comune hanno trovato un percorso alternativo per raggiungere le tre case e l’azienda della via, che altrimenti sarebbero rimaste isolate. A Cison la situazione è drammatica. La Provinciale 152 è chiusa da sabato, ma da ieri si allontana la possibilità di riaprire in tempi brevi la strada del Caldarment, chiusa dal 2011. Proprio quando il Comune aveva completato i lavori di sistemazione, e la riapertura sembrava imminente, una nuova frana è precipitata sulla strada: «Una storia senza fine, dovremmo mettere soldi che non abbiamo, ormai si va in primavera per il completamento dei lavori» ha commentato affranta il sindaco, Cristina Pin. Che ieri, vista la piena del Soligo, ha disposto anche la chiusura della pista ciclabile lungo l’argine. Ovunque campi allagati, fossati al limite e vigneti trasformati in acquitrini, con il concreto rischio di dover già fare i conti con malattie e parassiti all’arrivo della bella stagione. Il Comune di Pieve ha deciso di informare in tempo reale i cittadini sui social network, per prevenire spostamenti o trasferte nelle zone più a rischio.

Andrea De Polo

 

Le falde acquifere riaffiorano a Villorba In pericolo il grande magazzino di Zago Il torrente Giavera esonda in via Stradone 

VILLORBA. I fiumi sono rimasti all’interno degli argini, ma a preoccupare a Villorba è la falda che affiora. Nell’area tra la zona industriale e Fontane Chiesa Nuova molti gli scantinati invasi dall’acqua. Il caso più grave nel grande magazzino di Zago, in via Torricelli (in foto). Fin dalla notte ha cominciato ad affiorare l’acqua, e a nulla sono servite le idrovore in azione. Il livello ha continuato a salire, come se vi fossero delle vere e proprie risorgive appena sotto il magazzino. Ingenti i danni, il pavimento si è crepato e in alcuni tratti si è addirittura staccato dal suolo. Ieri mattina è stata portata un’idrovora in grado di pompare 1.400 litri di acqua al minuto, ma la situazione non è migliorata. La conta dei danni si potrà fare solo ad emergenza passata, perché non si esclude che tutta la struttura possa avere ora problemi di staticità. Molte le abitazioni che hanno condiviso, seppur in misura minore, lo stesso problema. Il fenomeno è andato via vai peggiorando, e la fascia coinvolta, verso sera, si è allargata a est e a ovest di Fontane Chiesa Vecchia. Anche a Carità in piazza Aldo Moro qualche problema nei garage. Il torrente Giavera invece ha tenuto ovunque, a parte che in via dello Stradone dove è esondato allagando due abitazioni. Il Comune sta seguendo l’evoluzione dia fatti ed ha istituto un centro di coordinamento in municipio con vigili del fuoco e volontari della Protezione civile.

(f.c.)

 

Asfalto squarciato da un cratere Paura a San Zenone

Crollati i tratti delle vie Valli e Fratta, isolata S. Anna di Asolo Sale ancora il livello delle acque, emergenza a Semonzo

SAN ZENONE Allagamenti, frane e smottamenti: la Pedemontana in ginocchio. Da Maser a San Zenone giornata piena di interventi per i vigili del fuoco, volontari della Protezione civile e dei tecnici della Provincia. A Semonzo sono stati impiegati oltre 20 uomini della Protezione civile della Pedemontana del Grappa. Due smottamenti nel primo pomeriggio di ieri hanno interessato via Valli e via Fratta a San Zenone. Si è aperta una voragine di qualche metro mentre oltre 10 e 30 metri di strada hanno ceduto a causa della pioggia battente. È stata una fortuna che in quel momento per strada non passasse nessun automobilista. A causare il cedimento sono state le piogge che hanno creato delle infiltrazioni di acqua sotto il manto stradale provocando così gli smottamenti. Sul posto tempestivo l’intervento della Protezione civile comunale e grazie all’ordinanza del tecnico del comune le strade sono state momentaneamente chiuse al traffico. Chiuse per allagamento anche via Cime e via Jacopo Da Ponte. Non migliora purtroppo la situazione a Semonzo dove sale il livello di acqua che ha invaso lunedì mattina dodici garage di piazza Paradiso. Allagato anche il bagno di una casa dove solo nella mattina di ieri il livello dell’acqua è salito intorno ai 30 centimetri. Lavoro senza sosta per i volontari della Protezione civile della Pedemontana del Grappa. Per tutta la giornata di ieri, capitanati dal presidente Fabrizio Xamin, sono intervenuti sulle situazioni di emergenza. Allagamenti anche in molte abitazioni di via Molinetto in modo particolare nello scantinato di una casa dove dalle 8 di ieri mattina e fino a tarda serata con un idrovora i volontari hanno cercato di tirare fuori l’acqua. Anche qui il livello dell’acqua è salito fino a 50 centimetri mettendo a rischio un intera famiglia. Una frana invece ha interessato via Sant’Anna ad Asolo. A cedere è stata una pianta che cadendo ha trascinato con se un pezzo di collina invadendo così la carreggiata stradale. Subito è scattato l’allarme grazie ad un automobilista di passaggio che ha allertato i soccorsi. Sul posto immediato l’intervento dei vigili del fuoco volontari di Asolo e degli operai del comune che hanno messo in sicurezza la strada liberandola da fango e detriti. Chiusa la provinciale 101 in via Foresto Vecchio dove un tratto di strada è stata transennata per pericolo crollo del manto stradale. Sul posto immediato l’intervento dei tecnici della Provincia che hanno lavorato tutto il pomeriggio di ieri per ripristinare la circolazione solo su una corsia. Frana ancora il Mostaccin a Maser. Da sabato fino a ieri blocchi di massi non hanno dato tregua e si sono staccati dalla montagna bloccando in alcuni tratti la strada. Anche qui lavoro senza sosta per i tecnici della Provincia per mettere in sicurezza la strada provinciale 1.

Vera Manolli

 

Stato di allarme idrogeologico a Susegana

Preoccupa la collina di Collalbrigo, a Mareno idrovore all’Oasi Campagnola, a Vazzola sos scantinati

CONEGLIANO Aumentano ora dopo ora, nel Coneglianese, le case invase dall’acqua a causa dell’innalzamento della falda. E mentre a Susegana la protezione civile ha dichiarato lo stato di allarme idrogeologico, cresce a Conegliano il livello di guardia per la frana che lunedì ha costretto a chiudere via Guizza, nel tratto tra il cimitero e la scuola elementare di Collalbrigo. Il fronte sembra ampliarsi sempre più. Conegliano. A chiedere un monitoraggio continuo della situazione di via Guizza è il sindaco Floriano Zambon. «La frana riguarda tutto il campo che sta a valle della strada, è un movimento che è in corso da anni, servirà uno studio accurato», spiega il primo cittadino. Sempre a Collalbrigo ieri si è registrata una caduta di sassi da un terreno posto in via Dei Biadene. Sotto controllo anche uno smottamento per il cedimento di un cantiere lungo la strada vicinale Calderara, verso Ogliano. Mareno. A Mareno ieri è cresciuto ancora anche il livello dei laghetti dell’Oasi Campagnola, tanto che in certe ore i due bacini e il parcheggio formavano un unico specchio d’acqua che ha invaso anche la struttura comunale. Per permettere l’installazione di alcune idrovore è stata chiusa parte della strada soprastante. Vietata al traffico anche la vicina via Serravalle. Intanto aumenta il numero delle famiglie con scantinati e garage allagati. Vazzola. Un problema che a Vazzola si sta facendo sentire sempre più, con un numero crescente di garage, taverne e seminterrati allagati. Alcune famiglie si sono trovate temporaneamente senza corrente per il surriscaldamento dei fili elettrici causato dal troppo lavoro delle pompe. San Vendemiano. Situazione critica anche in altre parti del Coneglianese, come a San Vendemiano: in via Carducci i garage somigliano a piscine. Allerta anche a San Pietro, San Fior, Codognè e Godega. La preoccupazione è tanta, la conta dei danni non è ancora cominciata. Intanto si guarda al livello dei corsi d’acqua e della falda e ci si augura che il maltempo conceda una tregua.

Renza Zanin

 

MALTEMPO »L’ANALISI E LA PREVENZIONE

Bacino di laminazione per evitare ogni rischio

L’assessore regionale Conte: Prà dei Gai dovrebbe risolvere i problemi Romano (Consorzio Piave): tutti i Comuni facciano un piano delle acque

MOTTA DI LIVENZA – Fiumi che esondano, falde che si alzano, colline che franano, le precipitazioni eccezionali di questi giorni hanno portato la Marca al collasso, sbriciolato argini, eroso rive e allagato scantinati. Mentre si attende che cessi di piovere, gli esperti si interrogano sulle cause che hanno portato all’allarme idrogeologico. Livenza. Ancora una volta è il Livenza a fare paura, un corso d’acqua che da tempo attende interventi di manutenzione straordinaria e che lunedì sera ha raggiunto l’altezza record di 7.50 metri. «Una piena che ha come causa le piogge eccezionali e il conseguente carico d’acqua» spiega Alvise Lucchetta, ex genio civile del capoluogo, oggi Sezione idrogeologica e forestale Treviso-Venezia «le arginature hanno retto bene, diciamo che fuori dall’alveo ci sono state le problematiche più evidenti con la chiusura delle paratoie che collegano i canali al fiume principale». Sulle soluzioni percorribili per la sicurezza idraulica di quel territorio, risponde l’assessore regionale all’Ambiente, Maurizio Conte, ricordando il progetto della vasca di laminazione sul fiume Livenza-Meduna in località Prà dei Gai e la pulizia degli alvei dove il materiale inerte si deposita creando strozzature al deflusso dell’acqua. «Uno storico punto critico in caso di fortissime precipitazioni si trova a Prà dei Gai nella zona golenale dove il fiume confluisce nel Meduna. La Regione Veneto ha avviato la fase di valutazione di un progetto che prevede la realizzazione di un bacino di laminazione. Un’opera posta a confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia che darà una risposta, in particolare ai comuni di Portobuffolè e Motta» spiega Conte. Lavori che sarebbero in fase di avvio, rassicura il vertice di palazzo Balbi: «Il progetto è in valutazione e sarà presto approvato dalla Commissione via. C’è una copertura parziale del costo dei lavori che è di 22 milioni di euro. L’intervento si inserisce nell’ambito di un project financing più ampio che prevede anche la pulizia dell’alveo. Questo permetterà di creare una maggiore capacità d’invaso. Aumentando la portata del fiume e rallentando la sua velocità verso il mare si diminuiranno anche i fenomeni di erosione». Allo stesso tempo, per il Livenza, è stato anche previsto un ripristino delle arginature, continua l’assessore: «Nel project è inserito un rifacimento degli argini e la ricostituzione della cosiddetta zona umida. Per questo impiegheremo novecento metri cubi di terreno». Un intervento di questo genere ha già dato i suoi buoni frutti a Castelfranco, dove i lavori sugli affluenti di sinistra del Muson consentono la laminazione di un milione di metri cubi d’acqua. Sile. Ad alzarsi pericolosamente è stato anche il livello del fiume Sile che è esondato a Casier e Casale. «Le cause di questo fenomeno sono in gran parte dovute a una situazione già compromessa per via delle piogge che non hanno mai abbandonato il Trevigiano nei passati tre mesi. Questi nuovi giorni di maltempo hanno mandato ancora più in sofferenza il sistema idrografico minore di pianura e collina. Anche il Sile ha quindi avuto difficoltà a riceve il carico d’acqua proveniente dai suoi affluenti» spiega Giuseppe Romano, presidente dell’Unione Veneta Consorzi e del Consorzio Piave. Il corso d’acqua più tranquillo della Marca ha quindi dovuto reggere il massiccio flusso di detriti provenienti dagli immissari. E proprio a loro saranno rivolti i futuri lavori di manutenzione, spiega Romano: «Essendo il Sile un fiume di risorgiva, bisogna lavorare sui suoi affluenti, in particolare su Dosson e Melma». Il Dosson infatti, nei giorni scorsi non è più riuscito a ricevere le acque di canali e fossati e ha invaso via Bassa a Frescada. «Per risolvere questo nodo» continua Romano «stiamo appaltando i lavori per la creazione di un bacino di laminazione. A fine mese avremo la consegna dei lavori. Ma sarebbe da potenziare anche il Melma, costruendo un altro bacino di laminazione, prima che entri nel Sile. Per quest’ultimo intervento abbiamo individuato un’area ma siamo ancora in fase progettuale». Piano delle acque. Da non sottovalutare infine degli interventi secondari validi per tutta la Marca, propone il presidente di Consorzio Piave: «E’ necessario che tutti i comuni facciano il proprio “Piano delle acque” ovvero uno studio idraulico che consenta ai sindaci di mappare canali, reti di scolo e fossi privati. Se i fossati non sono puliti, l’acqua tracima impattando sui canali, che a loro volta si riversano nei fiumi». Ed è questo un punto sul quale insiste anche “il buon senso” popolare: la scarsa manutenzione di fossi e tombini ha creato in passato allagamenti anche nei centri urbani.

Valentina Calzavara

 

Cassa d’espansione per contenere la piena degli affluenti

TREVISO – I sei giorni di pioggia ingrossano il Sile, che fa paura nel cuore di Treviso ma anche nell’hinterland sud. Mentre Ca’ Sugana ha attivato il Coc (Centro operativo comunale) per monitorare il corso d’acqua, sono state diverse le esondazioni, specie nella prima periferia. Tra le zone più colpite: Cendon di Silea dove il centro è stato invaso dall’acqua ma anche Casale dove il traffico è stato chiuso in nelle vie Torcelle, Burano e San Nicolò, nonché nella zona del porticciolo, completamente sommersa con annesse case rivierasche. Non va meglio e Casier dove l’acqua ha raggiunto piazza Pio X e ha reso inaccessibile la Restera . Ma preoccupano anche il Cagnan e il Pegorile e osservati speciali restano pure il Dosson a Frescada di Preganziol, il Musestre e il Vallio a Roncade. A spiegare quanto sta accadendo al fiume che attraversa il capoluogo, è Giuseppe Romano, presidente dell’Unione Veneta Consorzi e del Consorzio Piave: « Sono andati in sofferenza i corsi d’acqua più piccoli che rappresentano l’85% dell’idrografia di pianura e collina. Un fenomeno che non ha risparmiato nemmeno questo fiume di risorgiva che ha avuto qualche difficoltà a ricevere il carico d’acqua proveniente dai suoi affluenti, tra cui il Dosson e il Melma, per i quali stiamo pensando a dei bacini di laminazione».

(v.c.)

 

Frane a ogni pioggia boschi poco curati vigneti non a norma

I geologi puntano il dito sulla mano dell’uomo: «Gli alberi vecchi creano fessurazioni, i filari prevedano drenaggi»

IL GEOLOGO LUCCHETTA – Un bosco vecchio ha bisogno di continua manutenzione, meglio un vigneto giovane piantumato nel rispetto delle regole

PIEVE DI SOLIGO – Boschi e vigneti del Quartier del Piave sono seduti su colline dai piedi d’argilla. Stavolta, sono franati i boschi. Sempre più vecchi, sempre più trascurati e, quindi, pericolosi. Tra venerdì e ieri pomeriggio, frane “boschive” si sono registrate a Refrontolo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Farra. I vigneti hanno sopportato meglio la pioggia, ma il pericolo non cessa: anche nel loro caso, una cattiva manutenzione può generare frane e smottamenti. Gli esperti avvisano: per prevenire il rischio, i boschi vanno tagliati regolarmente, e i vigneti (rigorosamente da disporre a terrazzamento, e mai lungo le linee di pendenza della collina) devono rispettare rigorosi vincoli in quanto a drenaggi e governo delle acque. Stanca di dover fare il conto delle frane a ogni ondata di maltempo, il sindaco di Cison, Cristina Pin, ha emesso un’ordinanza che obbliga i proprietari dei boschi a tagliare tutti fusti di diametro superiore ai 30 centimetri. Il geologo pievigino Gino Lucchetta spiega quali rischi si corrono: «Gli alberi vecchi sono più grandi, e pesano di più. Con il vento si piegano e generano “l’effetto leva”. Si creano fessurazioni e l’acqua entra nel terreno. I boschi hanno bisogno di manutenzione continua. Il bosco vecchio è un peggiorativo per la stabilità del terreno». Meglio, secondo Lucchetta, un vigneto giovane, di un bosco vecchio: «Se l’intervento è fatto bene, non dà problemi. Il principio è il governo delle acque». Segreti per installare un vigneto senza correre rischi? «Mai disporre i filari lungo le linee di pendenza, ma secondo le curve di livello. Così si creano una sorta di terrazzamenti che rallentano e sopportano meglio il flusso dell’acqua». Per i viticoltori che non vogliono restare col fiato sospeso a ogni pioggia, sarà importante anche non esagerare con il diserbo. Lo spiega Filippo Taglietti, tecnico del Consorzio di Tutela Prosecco Docg: «Il diserbo non consente all’erba e alle piante di radicarsi, ed entrare in profondità nel terreno. Così viene meno la loro funzione di “tampone” a eventuali movimenti del suolo». Il destino di un vigneto, però, si decide già al momento del progetto: «Servono perizie, e impianti di drenaggio e scolo. Ci si deve rivolgere a tecnici specializzati, ai Beni Ambientali e alla Forestale. E di solito si chiede anche una perizia geologica. I vigneti più giovani sono quelli più a rischio». Come per i boschi, un ruolo decisivo lo gioca la manutenzione: «La sentieristica e la rete di passaggi create dai viticoltori alleggeriscono il carico d’acqua».

Andrea De Polo

 

IL CONEGLIANESE E LA BASSA

Le falde crescono: «Più precauzioni nel costruire in zona di risorgive»

CONEGLIANO Le falde acquifere sotto la Marca continuano a salire, in dieci anni il livello di profondità è aumentato di parecchi metri. Negli ultimi giorni nel basso Coneglianese, a Mareno, Vazzola, San Fior e Codognè, sono andate sott’acqua centinaia di famiglie. «Quello dell’innalzamento della falda freatica è un fenomeno naturale che viene alimentato in modo importante dalle precipitazioni eccezionali in corso e dalla piena dei fiumi» spiega Eros Tomio, geologo di Villorba. Una situazione che si sta via via accentuando, continua l’esperto: «Mentre dagli anni Settanta e fino al 2005, per circa trentacinque anni, la falda si è abbassata per motivi legati all’eccessivo sfruttamento del suolo. Nell’ultimo decennio stiamo assistendo a un’inversione di tendenza, la falda sta salendo perché l’urbanizzazione è diminuita. Ecco che le piene nel sottosuolo sono maggiori». Un trend confermato anche da Gino Lucchetta, geologo di Pieve di Soligo: «E’ difficile dare una misura degli innalzamenti della falda. Ad esempio a Nervesa la falda oscilla nel corso dell’anno anche di 12 metri, ma essendo a 25 metri di profondità, nessuno se ne accorge e lì siamo a ridosso del fiume. Man mano che ci spostiamo verso la linea delle risorgive, si arriva al mezzo metro di profondità in zona Fontane, Villorba, Paese e Piombino Dese. Anche nel Coneglianese diciamo che l’apporto delle precipitazioni straordinarie di questi giorni ha inciso sulla falda, che è tornata ai livelli degli anni Settanta». Cosa fare allora se si vive in una zona a “rischio”? «Visto che l’innalzamento della falda è un fenomeno naturale che risente delle piogge, dell’irrigazione e delle piene dei fiumi. Bisognerebbe agire a monte, quando la falda è vicina al piano campagna occorre adottare degli accorgimenti nella fase di costruzione della propria casa. Le stanze interrate dovrebbero essere impermeabilizzate subito. Farlo in un secondo momento è più difficile, più costoso e porta a risultati meno brillanti». Una soluzione condivisa anche da Lucchetta: «Dopo un periodo di calo, la falda è risalita e adesso ne paghiamo le conseguenze, soprattutto dove sono state realizzate opere di sotterraneo. La natura sta facendo il suo corso, forse qualcuno è stato poco previdente e non ha guardato la storia del territorio in cui ha edificato».

(v.c.)

 

NORDEST – Zaia: è peggio del 2010. Chiesto lo stato di calamità. Ancora neve in montagna, slavina su Livinallongo

ALLARME ALLUVIONE – Emergenza a Padova: straripano i fiumi, campi e centri abitati allagati, centinaia di sfollati, soprattutto a Bovolenta, e una donna muore a Montegrotto per una caduta. La Regione Veneto chiede lo stato di calamità.

MONTAGNA ALLO STREMO – Ancora paesi isolati tra le Dolomiti. Una slavina è arrivata fino in centro a Livinallongo. In crisi il turismo: negli hotel fioccano le disdette.

Zona Termale, gli alberghi sono circondati da un vasto lago

L’EMERGENZA – Straripano i fiumi, campagne e centri abitati finiscono sott’acqua

Centinaia di sfollati, particolarmente colpita Bovolenta. L’ira dei sindaci: «Promesse non mantenute»

A MONTEGROTTO – Una anziana scivola in casa forse per il panico batte la testa e muore

LA STORIA – Patrizio Tasca non ha lasciato la casa, con il fratello Diego e un cane vigilerà sulle cose di tutti

«Resto, contro gli sciacalli, nel paese fantasma»

VENETO ORIENTALE – Riaperto il casello di San Stino. Allagati 10 mila ettari di campi

La grande paura, nel Veneto orientale, è passata. Ma l’entità dei danni dopo una settimana di pioggia incessante è ancora da quantificare. Secondo Coldiretti sono stati allagati diecimila ettari di terreni coltivati, che hanno compromesso le semine di frumento, orzo, colza ed erbe medicali. Sono già da mettere in conto 500mila euro per il funzionamento degli impianti di bonifica. La situazione dei fiumi, però, non desta più allarme: nel primo pomeriggio di ieri è stato riaperto il casello di San Stino di Livenza sulla A4, chiuso lunedì per la piena del fiume e dei suoi affluenti. A Chioggia 13 famiglie di Punta Gorzone sono state fatte evacuare per rischio esondazione. L’arenile di Jesolo è invaso da tonnellate di detriti scaricati in mare dai fiumi.

 

Alluvione, a Padova torna la paura

BOVOLENTA – «Se si rompe l’argine, nel giro di un minuto e mezzo Bovolenta è sott’acqua». Novanta secondi contava ieri il sindaco Vittorio Meneghello, già alla sua quinta alluvione in tre anni di mandato, ma solo stavolta con le palpitazioni per i «murazzi in sofferenza» e quell’interminabile attesa di nuove piogge e un’incontenibile piena. «Dura da giorni – ripeteva – ed è questo ciò che più mi preoccupa». Già ieri mattina evacuata parte del centro, sessanta famiglie, almeno trecento persone, da viale Italia, via Dante, via Quattro novembre, via Mazzini e piazza Umberto I. Zona rossa, dove si trovano la caserma dei carabinieri (messi in salvo dai militari computer e verbali), la parrocchia, le scuole e il municipio. Ieri in tarda serata il Bacchiglione aveva toccato il livello massimo mai registrato dal 1966, quota 7,94 metri. Alla “Punta”, là dove il fiume confluisce con il Vigenzone, l’acqua sfiorava i davanzali del primo piano di una antica palazzina già abbandonata da un paio di giorni.
Nel Padovano sono esondati i canali vicino al castello del Catajo, tra Battaglia e Montegrotto. A Montegrotto è morta una donna di 87 anni, E. M., trovata senza vita dal marito nel tardo pomeriggio nella sua casa di via Vallona, in una delle zone più flagellate. «Non escludo – ha detto il sindaco Massimo Bordin – che possa essere caduta dopo essersi fatta prendere dal panico». A Battaglia, in via Ortazzo, l’acqua ha raggiunto il metro e mezzo. Evacuate cinquanta persone, tutte ospitate da amici parenti, sebbene la protezione civile abbia aperto il centro di prima accoglienza nella casa del gemellaggio. Ma c’era chi non si scoraggiava. Come Alessandro Battisti, 27 anni, con appartamento allagato. Insieme a un suo amico ieri recuperava gli oggetti spostandosi in barca con remi di fortuna. «Lì dentro c’è tutta la mia vita – diceva – e voglio prendere quante più cose possibile».
Interi quartieri allagati anche a Sarmeola di Rubano, Caselle di Selvazzano e Tencarola. Ma pure l’area artigianale, come quella in via Sant’Antonio e in via Dante a Caselle, dove a finire sott’acqua sono stati i capannoni. Situazione difficile a Pernumia. Nella zona della golena cinque le abitazioni allagate.
Ma l’area più critica resta quella di Bovolenta. Argini monitorati per tutta la notte, a presidiare il sindaco Vittorio Meneghello. «Ogni anno la stessa storia. Ho ricevuto la telefonata di Luca Zaia. L’ho ringraziato, ma gli ho spiegato che mi ritrovo sempre in difficoltà. Già prima del 2010 dovevamo intervenire sull’argine più a rischio, quello di destra della deviazione del Bacchiglione. I soldi c’erano, tre milioni e mezzo. Ma poi non è stato fatto nulla. Così la cifra è aumentata sino ad arrivare ad oltre 4 milioni. Però dei lavori neppure l’ombra. Tanti progetti, cantieri mai aperti. Ero qui anche la notte di Natale per l’ennesima alluvione. Le ultime opere nel Basso Veneto risalgono al periodo fascista. Noi sindaci possiamo fare poco. È come mettere un cerotto a un malato terminale. La parola d’ordine è quella di sempre: arrangiarsi. Il centro storico resterà ancora chiuso, come le scuole e il ponte azzurro». Di notte, a vigilare sugli argini, la protezione civile, i carabinieri, i vigili urbani.
Difficoltà anche a Vicenza. Il sindaco Achille Variati ha però tranquillizzato in serata i cittadini: «L’emergenza è passata senza gravi problemi per la città dove, nonostante si siano verificati alcuni allagamenti, vaste zone che in passato hanno subito danni sono rimaste asciutte grazie ai lavori realizzati per la salvaguardia del territorio negli ultimi anni. Rimane alta l’attenzione per il Retrone». Qualche smottamento è stato segnalato a Lusiana, sull’Altipiano di Asiago.

 

I CARABINIERI – Anche la caserma è nella zona rossa

NEL VICENTINO – Bacchiglione, la piena passa senza gravi danni. Smottamenti a Lusiana

«Ancora piogge ma alla fine tutto arriverà sulle spiagge»

LE STATISTICHE – Soltanto nell’Ottocento un mese di gennaio così caldo e piovoso

ROMA – Il mese di gennaio 2014 ha fatto registrare temperature di oltre due gradi (+ 2.1) superiori alla media del periodo di riferimento 1971-2000, collocandosi al terzo posto tra i mesi di gennaio più caldi dal 1800 ad oggi (dopo il 1804 e il 2007, con anomalie, rispettivamente, di +2.4 e +2.3). Le precipitazioni, inoltre, sono state piuttosto abbondanti su gran parte del territorio italiano, facendo registrare una anomalia di +86% (rispetto alla media del periodo 1971-2000) a livello nazionale (il diciannovesimo gennaio più piovoso dal 1800 ad oggi). Lo rileva uno studio dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Cnr. A Nordest la pioggia caduta è di quattro volte superiore alla media. È il terzo gennaio più piovoso di sempre, non accadeva dal 1845.

 

REGIONE La giunta ha stanziato un milione di euro. «Il Governo si muova»

Zaia: «E’ peggio del 2010»

Dichiarato lo stato di calamità

Non è come nel 2010. È peggio. E non siamo neanche alla fine. Perché prima c’è stata la Grande Neve con il blackout (il secondo, peraltro, dopo quello di Santo Stefano) che ha lasciato 35mila utenze al buio. Poi si è messo a diluviare e non accenna a smettere. I fiumi si sono ingrossati più del 2010 e se all’epoca si ruppero gli argini, adesso, con gli interventi di rafforzamento, gli argini tengono, solo che l’acqua è tanta. Troppa. Nella Bassa padovana, il Fratta Gorzone ieri mattina era già a 7 metri e 80 contro i 7,79 del 2010. E poi c’è il problema delle temperature: se non farà freddo (e i meteorologi dicono di no), non solo resterà l’allarme valanghe (siamo sempre a livello 5, di più non ce n’è), ma tutta la neve si scioglierà e ingrosserà ulteriormente fossi, canali, fiumi. Certo, scirocco permettendo, prima o poi tutto finirà in mare. E qui avremo l’ultimo – si spera – capitolo di questa lunga, angosciante, inesauribile ondata del maltempo: finirà tutto sulle spiagge. Per dire: a Portobuffolè, causa esondazione del Livenza, sono morte affogate 600 pecore. Si stanno recuperando le carcasse, ma non è detto. Il colmo è che tutto è iniziato il 29 gennaio, il primo dei tre Giorni della Merla, per il popolo i più freddi dell’anno. Già, magari gelasse.
Con un affresco del genere lo stato di calamità era il minimo che la giunta regionale del Veneto potesse chiedere. «E il Consiglio dei ministri deve accettarlo. Subito», ha scandito il governatore Luca Zaia. Perché solo se il Governo dice sì, i Comuni possono raccogliere l’elenco dei danni e presentare il conto. Con il presidente della Regione, schierati ieri mattina nel salone di Palazzo Balbi per spiegare cosa si è fatto e cosa si sta facendo per questa nuova emergenza maltempo, c’erano i tre assessori più strettamente coinvolti: Daniele Stival in tenuta da Protezione civile, il delegato all’Ambiente Maurizio Conte (che è tornato a chiedere al Governo di liberare dal Patto di stabilità le risorse per far fronte al dissesto idrogeologico, ma anche di valutare la nomina di un commissario), il delegato al Bilancio Roberto Ciambetti (che dal fondo di riserva ha trovato un milione di euro per i primi interventi di Protezione civile). Zaia e i suoi hanno descritto uno scenario da «tempesta perfetta». Ed è stato Conte ad anticipare la più facile delle contestazioni, quella secondo cui dal 2010 ad oggi non si sarebbe fatto niente, visto che siamo ancora sott’acqua: «Non è così. A Caldogno e Trissino, nonostante le lungaggini, siamo partiti con i bacini di laminazione. E i lavori che abbiamo fatto sono serviti, eccome: nel 2010 abbiamo avuto 36 rotture di argini, stavolta si sta allagando il sistema secondario dei corpi idrici». Zaia ha ricordato: dopo la Grande Acqua del 2010 sono state realizzate 925 opere, ci sono state 10.040 pratiche di famiglie e imprese per uno stanziamento di 107 milioni. «E se qualcuno sostiene di avanzare soldi è perché non ha presentato le ricevute in Comune».
Tre anni e tre mesi dopo siamo di nuovo in stato di emergenza. Prima la neve, adesso l’acqua, domani le spiagge. Risponderà il Governo? A proposito di capitale, Zaia ha rivolto un appello ai media nazionali: «Si rendano conto che l’acqua non c’è solo a Fiumicino».

Alda Vanzan

 

BELLUNO – Continua l’emergenza. Turismo in ginocchio. Livinallongo allo stremo

GLI AMMINISTRATORI «La situazione è grave, non possiamo muoverci e ripristinare le attività»

Ora le slavine arrivano in paese. E negli hotel fioccano le disdette

A Cortina riaprono le scuole, ad Arabba e nell’Alto Cordevole ancora non se ne parla, amministratori locali, volontari e l’Esercito tengono a bada le valanghe e spalano oltre due metri di neve dai tetti. La popolazione è allo stremo e spaventata, soprattutto dopo quanto accaduto nelle ultime ore: la valanga che ha travolto seggiovia e rifugio in Marmolada e le continue slavine lungo la regionale 48 delle Dolomiti, l’ultima in pieno centro al paese fino alla porta dell’ambulatorio medico. Comincia a profilarsi un costo pesante anche per il turismo. Negli hotel fioccano le disdette. I pochi arrivati, visto il maltempo hanno preferito fare le valige e tornarsene a casa. Mentre per le settimane bianche di febbraio abbondano le richieste di posticipo. Il maltempo tiene in apprensione. Una massa di neve ha attraversato il centro abitato di Pieve di Livinallongo del Col di Lana, si è fermata in strada davanti alla farmacia e all’albergo Dolomiti. Fortunatamente non ha travolto nessuno. Nella sua discesa ha spostato un mezzo nel parcheggio di proprietà di una ditta impegnata nello sgombero neve. Una seconda valanga ha distrutto gran parte delle protezioni da poco realizzate sui pendii che scendono dalla regionale 244 di Passo Campolongo. Una terza ha interessato la zona delle scuole, senza causare danni. «Sono solo tre episodi – dice il sindaco Ugo Ruaz – altre valanghe sono cadute verso Andraz, a Boscoverde e in molti altri siti».
Arabba rimane isolata, impensabile il transito sotto alle valanghe che minacciano la principale via di comunicazione. Ieri pomeriggio in paese sono arrivati i soccorritori, proprio mentre cominciavano a scarseggiare viveri. Ma gli abitanti non possono ancora lasciare il paese. Impossibile anche il valico di Passo Campolongo. «Insistiamo per tenere aperta quella strada – dice il sindaco Fodom – perché di là c’è meno neve». Anche le frazioni in quota sono state raggiunte dai soccorritori che hanno portato viveri e medicine. «La situazione è grave. – dice il vicesindaco, Claudio Sorarui – Lungo la regionale 48 siamo riusciti a far passare i mezzi di soccorso, ora però la gente ha bisogno di muoversi, andare al lavoro, ripristinare le attività, compresa quella degli allevatori che da giorni gettano 28 quintali di latte al giorno perchè la latteria è irraggiungibile». Anche ieri una vera e propria task force del Soccorso Alpino, 144 persone, si sono messi a disposizione dei sindaci nella parte alta della provincia colpita dall’emergenza maltempo, per proseguire nel lavoro di sgombero dalla neve dei tetti degli edifici pubblici, per liberarli dal peso incombente. La nevicata non ha dato tregua e nuovo spessore si è aggiunto ai quasi 2 metri già presenti. In supporto alle squadre del territorio bellunese, oltre a quelle del resto del Veneto e dei servizi regionali di Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, ormai al secondo giorno di presenza, si sono aggiunte anche quelle del Trentino Alto Adige. Nella frazione Sottinghiazza l’unica abitante, Nina 77 anni, è rimasta isolata e senza corrente. I soccorritori avrebbero voluto portarla a valle con la barella, ma lei ha voluto indossare le ciaspe e scendere per oltre un chilometro con la squadra di uomini per poi essere accompagnata a Pieve.

Mirko Mezzacasa

 

LA POLEMICA – Duro attacco del delegato del Soccorso Alpino per l’indifferenza dei media nazionali: «La montagna non fa audience»

«Rai e Mediaset ignorano il nostro dramma»

Meglio non misurare l’emergenza neve dell’Alto Bellunese sullo spazio datole nei telegiornali nazionali: il risultato sarebbe a dir poco discutibile. Se i bellunesi sommersi dalla neve non si lamentano, ci pensa il vulcanico Fabio Bristot, delegato bellunese del Soccorso Alpino, a lanciare strali contro l’informazione pubblica, che relega Belluno al ruolo di fantasma. Negli ultimi giorni uomini e volontari del Cnsas stanno lavorando a ritmi serrati per lenire i disagi della grande bufera, per liberare i tetti delle case dagli accumuli di neve fradicia e pesante. I rinforzi sono arrivati un po’ da tutto il Veneto e anche da fuori regione. A dimostrazione che l’emergenza è vera e reale. «Il biasimo va a quella parte dei media nazionali, Rai e Mediaset in testa, più concentrati alle buche sull’asfalto di Roma e sul l’affaire Boldini-Grillo che su persone anziane ancora bloccate in quota e prive persino della dignità di essere ricordate pur nella triste novella, di persone che difendono con i denti il loro stesso diritto (alle volte un dovere) di vivere in montagna e per la montagna, di persone che in ogni caso, nel silenzio di sempre, vivono e sopravvivono con la solita tenacia e determinazione che serve per non rotolare a valle con quanto realizzato in una vita di sacrifici» attacca Bristot. E rincara: «L’audience governa le priorità. Noi, al contrario, come Soccorso Alpino crediamo che le priorità siano queste persone immerse nella neve da giorni. Stiamo producendo il massimo sforzo (anche ieri 144 uomini, ndr) per dare un doveroso contributo alla nostra terra».

 

IL CONSORZIO CHIEDE UN VERTICE TRA SINDACI

Allagati 10mila ettari di campi coltivati

CAMPI ALLAGATI – L’emergenza è cessata, ma i danni del maltempo saranno salati. Per il Consorzio di bonifica, che ha speso mezzo milione di euro solo per far funzionare le idrovore, rimane critica la situazione nel bacino delle Sette Sorelle, mentre a San Stino hanno riaperto le scuole e il casello della A4.

CASE EVACUATE – A Punta Gorzone, nei pressi di Chioggia, sono state fatte evacuare 13 famiglie per il rischio di esondazione del fiume. Problematica la circolazione nelle strade danneggiate dalla pioggia nel Miranese e in Riviera del Brenta.

MALTEMPO – Strade devastate nel Miranese. Speso mezzo milione di euro solo per far funzionare le idrovore

Passata la piena, restano i danni

Nel Veneto orientale riaprono le scuole e il casello in A4 a San Stino. Chioggia, evacuate 13 famiglie a Punta Gorzone.

ORIAGO – Nuovi disagi per le piogge. Protestano i residenti.

EMERGENZA MALTEMPO

NEL VENETO ORIENTALE – Mezzo milione per la gestone degli impianti di bonifica

A San Stino riaprono le scuole e il casello A4

IL GIORNO DOPO – Nel Veneto orientale sono stati allagati diecimila ettari di campi coltivati

SAN STINO – Calo dei livelli dell’acqua di Livenza e dei canali, principalmente Fosson meno 25 centimetri, Malgher meno 40 centimetri, Loncon e Cernetta. Alle 13.40 di ieri riaperto al traffico il casello autostradale. Oggi, mercoledì, riaprono tutte le scuole. La situazione del maltempo è migliorata rispetto all’altro ieri, nonostante la pioggia persistente non aiuti a scongiurare lo stato di emergenza. «Questa situazione – rassicura Mauro Marchiori, assessore comunale alla Protezione civile – non dovrebbe metterci ulteriormente in crisi». Alle 14 di ieri l’ondata di marea era finita. Più squadre di Protezione civile continuano a monitorare ininterrottamente i livelli idrometrici dei corsi d’acqua del territorio, le situazioni d’infiltrazione lungo il Loncon ed il Livenza ed il rischio di allagamento nelle abitazioni. Restano evacuate una ventina di famiglie. In località Sette Sorelle sono stati messi in sicurezza quattro fontanazzi. Ieri erano ancora chiuse al traffico le vie Fosson e Leopardi. Dopo 24 ore di chiusura, ieri pomeriggio, i tecnici di Autovie Venete, per il sensibile calo delle acqua del Fosson, hanno deciso di riaprire le entrate del casello autostradale, in entrambe le direzioni, e lo svincolo in uscita, provenienza Trieste.

Gianni Prataviera

 

Paura passata, restano i danni

Passata la paura, restano i danni. Che sono ingenti come la quantità d’acqua che nel giro di una settimana si è scaricata su tutta la provincia, gonfiando i fiumi e trasformando le campagne in immense risaie. A farne le spese sarà soprattutto il comparto agricolo, già in allarme nonostante sia ancora impossibile quantificare l’entità dei danni. «È presto per una stima – spiegano alla sede di Coldiretti Venezia – i campi sono ancora allagati e finché l’acqua non si ritira non è possibile valutare l’entità del problema», soprattutto nell’area del Veneto orientale, la più colpita dal maltempo. Di sicuro i soli costi di bonifica, relativi ai costi di manutenzione degli impianti e al gasolio per il funzionamento delle pompe, ammontano ad almeno 500mila euro.
Sicuramente più ingenti i costi dei raccolti compromessi dalla pioggia. L’acqua ha allagato circa diecimila ettari di campi coltivati, soprattutto nelle aree di San Stino di Livenza, Annone Veneto e Concordia Sagittaria, rovinando le semine di frumento, orzo, colza ed erbe medicali. Dopo quattro giorni di allagamenti le colture sono di fatte perse, e quando l’acqua si ritirerà sarà necessario procedere a una nuova preparazione dei terreni e ad altre semine. Meno pesanti le conseguenze per le colture che si sviluppano in altre stagioni, come quella delle viti, una delle produzioni più importanti per il Veneto orientale.
Anche in casa Cia i danni non sono ancora stati quantificati: «È troppo presto per una stima dei danni – spiega il presidente di Cia Venezia Paolo Quaggio – ma è ormai palese che siano urgenti opere di manutenzione e ripristino del territorio, sia per la rete idrografica minore (scoli privati e consortili) che per il sistema Brenta-Bacchiglione, quello attualmente a maggior rischio».
Ora che l’emergenza sembra passata, l’attenzione si sposta sugli interventi strutturali necessari per evitare il peggio. Per Quaggio «è indifferibile l’avvio dell’escavazione dell’idrovia Padova-Venezia, in modo da poter scolmare, in caso di necessità, fino a 4-500 metri cubi di acqua al secondo: una quantità che, se dovesse riversarsi al di fuori degli alvei fluviali, avrebbe effetti distruttivi simili a quelli dell’alluvione del 1966».
«L’ambiente e il clima – gli fa eco il presidente del Consorzio di bonifica Acque Risorgive, Ernestino Prevedello – ci ricordano quanto importante sia continuare ad investire per interventi di salvaguardia del territorio. Investimenti di cui il Consorzio non può farsi carico, e per i quali auspico un forte interessamento delle amministrazioni superiori». Ma il conto sarà salato: solo nel Veneto orientale il locale Consorzio di bonifica ha stimato una spesa di 20 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio, che per gran parte si trova ancora sotto il livello del mare.

 

PORTOGRUARESE – Sindaci del Veneto orientale chiamati a un vertice urgente

Permane una situazione critica solo nel bacino Sette Sorelle. Monitoraggio continuo sugli argini sottoposti a pesante stress

PORTOGRUARO – Pompati quattrocento mila litri al secondo. È il dato impressionante del Consorzio di Bonifica del Veneto orientale sul regime raggiunto in questi giorni per salvare il territorio dall’alluvione. «Le oltre 200 pompe installate nei 77 impianti idrovori, posti a servizio del comprensorio, hanno lavorato al massimo regime con una portata complessiva che ha superato i 400 mila litri al secondo – spiega il direttore del Consorzio, l’ingegnere Sergio Grego – con il passare delle ore si stanno progressivamente disattivando seguendo la diminuzione dei livelli di piena negli oltre duemila chilometri di canali di scolo consortili». Insomma l’emergenza pare si stia attenuando. I livelli idrometrici dei corsi d’acqua esterni e della rete di bonifica stanno rientrando verso i valori normali, nonostante gli ulteriori 30 mm di pioggia caduti ieri. «Permangono situazioni critiche nel bacino Sette Sorelle, in comune di San Stino di Livenza, dove è entrata in funzione una pompa di emergenza da 1200 litri al secondo a supporto degli impianti idrovori e al IV Bacino-Bevazzana in comune di San Michele al Tagliamento – ribadisce Grego – Ora procediamo con la massima celerità alla verifica puntuale dei danni subiti dalle opere pubbliche di bonifica in modo da avviare nel più breve tempo possibile gli interventi di ripristino della loro piena funzionalità». Per questo il Consorzio ha chiesto una riunione urgente della Conferenza dei Sindaci del Veneto Orientale, nella quale fare il punto della situazione e sollecitare presso gli Enti superiori, in primis la Regione Veneto e il Ministero dell’Ambiente, l’adozione di un piano di interventi strutturali oltre a quelli di ripristino dei danni causati dalla grave ondata di maltempo che sta colpendo il territorio.Verrà infatti riproposto il Piano Strategico di Difesa Idraulica, un insieme di interventi dell’importo complessivo di oltre 40 milioni di euro, che il Consorzio di bonifica ha individuato per affrontare in modo organico il problema della difesa idraulica del Veneto Orientale, già compilato e sottoposto alla Regione in occasione delle avversità atmosferiche del 2011. Continuano ad essere sorvegliati gli argini, che hanno subito un grave stress.

Marco Corazza

 

JESOLO – Spiaggia piena di rifiuti   «Situazione drammatica»

JESOLO – «Drammatica». Così il sindaco Valerio Zoggia descrive lo stato della spiaggia di Jesolo, in gran parte ricoperta da tonnellate di detriti trascinati a riva dal mare. Tra Cortellazzo e piazza Torino la situazione più critica ma rami, tronchi ed erba sono presenti ovunque. Per questo il sindaco ha subito attivato gli uffici comunali per iniziare la conta dei costi di rimozione che saranno illustrati questa mattina in municipio assieme a Gianni Dalla Mora, presidente di Aliesa.
«La situazione è drammatica – commenta Zoggia – è difficile trovare altre parole. La mareggiata ha trascinato migliaia di tonnellate di tronchi e rami, purtroppo questo processo continuerà ancora nei prossimi giorni aggravando la situazione. Ci siamo subito attivati per fare la stima dei danni e dei costi di smaltimento di questi detriti che la legge definisce «rifiuti speciali» solo perché depositati nell’arenile anche se in realtà si tratta al 99% si tratta di legname». Una classificazione che rende più oneroso lo smaltimento. «Che non può continuare ad essere a carico della nostra città – aggiunge Zoggia – questi detriti arrivano dal Piave e dal Sile, sono prodotti in altri Comuni ma vengono pagati solo dai cittadini jesolani: non siamo più disposti ad accettare questa situazione».
Per questo il Comune chiederà un intervento della Regione, invitando gli assessori competenti in spiaggia per compiere un sopralluogo. «Si renderanno conto della gravità della situazione – conclude il sindaco – alla Regione non chiederemo solo un aiuto per sostenere i costi, che ripeto sono enormi, ma anche di modificare la classificazione di questi detriti, evitando di chiamarli «speciali» e di definirli per quello che sono, ovvero solo legna che non può nemmeno essere raccolta dai cittadini».

Giuseppe Babbo

 

A Spinea in centro compaiono i cartelli “buche pericolose”, asfalto rovinato in molti comuni di Riviera e Miranese

IL PROBLEMA – Cinque giorni di acqua, strade a pezzi

S.MARIA DI SALA – Voragine davanti alla sede della Safilo

SPINEA – Una settimana di piogge e maltempo, cede l’asfalto in via Roma di fronte al Municipio. Vita difficile per automobilisti e ciclisti spinetensi, alle prese con buche e avvallamenti lungo via Roma, nel pieno centro di Spinea. Situazione che, ieri, ha costretto il Comune a piazzare dei cartelli con l’avviso “buche pericolose”, vista l’impossibilità ad intervenire immediatamente. D’altronde i bilanci degli enti, ridotti sempre più all’osso, non permettono grossi investimenti e, dunque, s’interviene come si può, talvolta rattoppando. Problema che in questi giorni sta riguardando un po’ tutti i Comuni del comprensorio. «Il maltempo ci sta creando grossi disagi – spiega il sindaco di Spinea Silvano Checchin – questi cinque giorni di acqua continua hanno provocato un cedimento in alcuni punti dell’asfalto, anche se i punti più critici sono i fossati di campagna, dove al momento, fortunatamente, non si sono verificate tracimazioni. Stiamo monitorando costantemente la situazione e, non appena le condizioni atmosferiche lo consentiranno, interverremo per sistemare il manto stradale. Gli operatori comunali stanno facendo un lavoro straordinario».
S. MARIA DI SALA – Sarà la pioggia che batte imperterrita in questi giorni, sarà il peso dell’acqua sull’asfalto, sarà il continuo andirivieni di auto e mezzi pesanti, fatto sta che continuano le precipitazioni e precipita anche la strada. Non c’è una frazione del Comune di Santa Maria di Sala che non sia interessata dalle enormi buche che stanno comparendo sulle strade. Per non parlare di quelle che già c’erano e che ora, piene e colme d’acqua, stanno collassando sempre più. L’ultima, lunedì, davanti alla Safilo, che ha visto anche una sfuriata al comando dei Vigili di Santa Maria di Sala da parte di un cittadino indignato. Sembra che di voragini, però, ce ne siano altre, una sorta di campo minato, che rende pericolosa la circolazione.

(Hanno collaborato Damiano Corò, Andrea Penso e Serenella Bettin)

LUNGO LA FOCE – Da mesi il Comune aveva segnalato il potenziale pericolo

Punta Gorzone, via 13 famiglie

Fiume oltre i limiti di sicurezza, il sindaco ordina lo sgombero. Era già successo nel 2010

CHIOGGIA – Il maltempo fa danni anche a Chioggia. Il livello del fiume Fratta Gorzone ha infatti superato i limiti di sicurezza tanto che ieri mattina, il sindaco Giuseppe Casson, ha dovuto fare d’urgenza un’ordinanza di evacuazione. Nella zona, una striscia di terra nella campagna tra Dolfina e Brondolo, risiedono 13 famiglie che hanno dovuto lasciare la propria abitazione. Sei hanno trovato ospitalità da alcuni parenti, alle altre 7 ha provveduto il Comune sistemandole in un ostello in centro storico. Una evacuazione annunciata, come l’ha chiamata il sindaco Giuseppe Casson, che ormai da diversi mesi aveva allertato tutti gli enti interessati sulla pericolosità della zona in caso di forti piogge. «Abbiamo avuto – ricorda il sindaco Giuseppe Casson – anche un incontro a gennaio con la Regione, i Consorzi di Bonifica e il Genio Civile di Venezia (mancava quello di Padova) e anche in quella occasione abbiamo fatto presente la grossa pericolosità in cui versa Punta Gorzone che ha assoluto bisogno di interventi strutturali. Se però prima non si crea l’emergenza nessuno si muove».
E a dare l’allarme, ieri mattina, è stato il Genio Civile di Padova che ha comunicato a Regione e Comune la necessità di evacuare l’area per effettuare un intervento urgente sugli argini del Gorzone. Fortunatamente le case non risultano allagate. Il fiume si sta ingrossando, ma non è esondato. Alle famiglie evacuate sta provvedendo, al momento, il personale della Protezione Civile locale. Il sindaco Giuseppe Casson lancia di nuovo un appello agli enti competenti: «Servono interventi urgenti di messa in sicurezza della zona. Ci auguriamo che l’intervento che si andrà ora a fare non abbia carattere di provvisorietà e precarietà, ma porti a una soluzione definitiva del problema. Soluzione troppe volte invocata e mai, come in questo momento, assolutamente indifferibile». Le abitazioni di Punta Gorzone erano finite sott’acqua anche nel novembre del 2010.

Marco Biolcati

 

«Coi bacini di laminazione evitati i disastri ma bisogna potenziare il sistema dei canali»

TREVISO – (mzan) «A fronte di 5 euro di danni, basterebbe un euro investito in interventi strutturali per dare risposte al problema. Per giunta, creando opportunità di lavoro». Giuseppe Romano, presidente del Consorzio di bonifica Piave, ribadisce il ruolo della prevenzione idrogeologica contro le intemperie. Da ormai una settimana, tecnici e operai del consorzio sono impegnati, giorno e notte, a governare gli effetti dell’ondata di maltempo soprattutto sulla rete idrica minore. «Devo davvero ringraziali -sottolinea- Se abbiamo avuto danni tutto sommato contenuti, lo dobbiamo al loro grandissimo lavoro». Nelle ultime ore, il calo del livello dei corsi d’acqua sta dando un po’ di respiro: «Anche se ora sta manifestandosi un altro problema: la risalita della falda, ad esempio nella zona di Maserada». Romano cita due dati per evidenziare l’eccezionalità dei fenomeni fronteggiati: «In questi giorni siamo arrivati a punte di cento metri cubi al secondo d’acqua prelevata dalle nostre idrovore dai corsi d’acqua minori. Fortunatamente la portata di Livenza, Monticano e Piave, a differenza di altri fiumi veneti, ci ha consentito di continuare a scaricare. Secondo: nel bacino di laminazione che gestiamo a monte di Castelfranco, abbiamo invasato oltre un milione di metri cubi di acqua». Proprio le grandi vasche sono uno degli investimenti su cui, secondo Romano, si deve proseguire. «Poi occorre anche adeguare e potenziare la rete delle idrovore e il sistema dei canali. Ma sa qual è la vera priorità? Sbloccare il patto di stabilità: non è tollerabile avere le risorse e non poterle utilizzare».

 

STRA – Anima critica: «Intervenire su Brenta e Naviglio»

STRA – Le abbondanti piogge di questi giorni hanno certamente delle colpe ma le responsabilità maggiori sono da addebitare agli organi preposti che per la scarsa manutenzione cui sono sottoposti il Brenta ed il Naviglio. È ciò che sostiene l’associazione padovana Anima Critica che, per voce del suo presidente Massimo Camporese ancora una volta evidenzia la situazione precaria in cui si trovano le acque rivierasche: «I detriti, tronchi e ramaglie alla deriva sul fiume Brenta navigano abbastanza veloci trasportati dalla corrente, alimentata vorticosamente dalle forti piogge e, quindi, vanno poi inevitabilmente ad infrangersi ed impattarsi contro le chiuse di Stra e del Naviglio Brenta in generale». Osserva amaramente Camporese, che poi aggiunge: «La mancata manutenzione e dragaggio delle rive e del fiume in generale creano problemi di carattere generale e quindi a tutto il corso del fiume ed anche alla Riviera del Brenta perché il pattume che non si deposita nelle chiuse passa poi, quando di volta in volta si aprono le paratie, lungo il Naviglio. Il Brenta dev’essere visto come un lungo, unico e vivo organismo fluviale; i problemi sono dunque correlati e vanno affrontati assieme in un intervento generale di ripristino ambientale ed idrogeologico».

Lino Perini

 

Prefetto e questore: vertice con i sindaci. Fiumi ancora sorvegliati speciali e mareggiata a Bibione. Autovie chiude l’uscita di San Stino verso Venezia 

PORTOGRUARO – L’emergenza maltempo continua e si fa sempre più allarmante nel Portogruarese: ieri sono arrivati anche il prefetto e il questore di Venezia. San Stino resta il comune più colpito. Corbolone, Sette Sorelle, Bivio Triestina, Biverone, il centro stanno patendo le peggiori conseguenze. Preoccupano moltissimo il Malgher e il Fosson, ormai da giorni. Il Livenza minaccia la località: è gonfio di fango; non migliora la situazione ad Annone, dove preoccupa il Malgher. Tensione nella vicina Pramaggiore. Portogruaro e Concordia, che sembravano salve domenica sera, tornano a tremare per l’innalzamento repentino, ieri, di Lemene e Reghena. Bibione. Ieri una rovinosa mareggiata si è abbattuta su Bibione, allagando tutto l’arenile di piazzale Zenith. La notte appena trascorsa è stata sicuramente insonne per migliaia di famiglie. Almeno 50mila persone, la metà del mandamento portogruarese, rischia pesanti, pesantissime ripercussioni. Autovie. A San Stino Autovie Venete dopo le 17 ha decretato la chiusura degli svincoli di San Stino, perché il Fosson era a rischio tracimazione e i volontari della Protezione civile e gli operai del Consorzio erano chiamati a intervenire per predisporre i soliti sacchi. Consorzio. Il consorzio di bonifica Veneto orientale ha fatto il punto della situazione, aggiornando quasi di ora in ora l’evolversi della situazione. Le quote idrometriche alle 18 di ieri si mantenevano su livelli molto elevati. Tra gli osservati speciali, dunque, ci sono in ordine di pericolosità, Malgher, Fosson, Livenza, Loncon, Reghena, Lemene, Lugugnana, Taglio, Vidimana e roggia del Mulino. Gli ultimi tre corsi d’acqua si trovano a San Michele al Tagliamento, che a pieno titolo fa parte della galleria dei comuni più colpiti dall’alluvione, perché di questo si tratta oramai. Anche a Sant’Anna di San Michele, oltrechè a Sette Sorelle si San Stino, sono giunte da Taglio di Po due pompe di emergenza in grado di “sparare” 1200 litri d’acqua al secondo. Per salvare le case. Nel sanmichelino sotto pressione ci sono anche Bibione (per il mare), Malafesta e Villanova della Cartera, al confine con il Friuli. Le previsioni di pioggia per oggi sono state riviste al ribasso, di 20-30 millimetri. Non basta. Il mare continua a ricevere, ma la laguna di Caorle assolutamente no. Loncon e Malgher formano una conca e si buttano nel Nicesolo, un fiume che non scarica in mare, non è il Livenza. Protezione civile. Attivi, grazie alla provincia di Venezia, ci sono 200 volontari di Protezione civile. Sono attivi anche gli agenti della Polizia provinciale con quattro pattuglie. Gli agenti hanno eseguito servizi sulle strade provinciali. Straordinari anche per il Genio civile, ieri c’era a San Stino (si è incontrato con il sindaco Cappelletto) il coordinatore regionale del Veneto. Interrogazioni. Il deputato del Pd Andrea Martella ha inoltrato un’interrogazione in commissione al ministro dell’Ambiente. Analoga iniziativa è stata annunciata dal deputato della Lega Nord, Emanuele Prataviera. Bruno Pigozzo, consigliere regionale del Pd, ha depositato in commissione Ambiente la richiesta di convocare un’audizione urgente della Conferenza dei sindaci del Veneto orientale sul tema della sicurezza idraulica dell’area compresa tra Piave, Livenza, e Lemene. Il sindaco di Portogruaro Antonio Bertoncello ha scritto alla Regione per sollecitare interventi, e soprattutto investimenti per il territorio. Per l’assessore alla protezione civile portogruarese, Ivo Simonella, «mai il centro storico di Portogruaro era stato colpito così duramente dalle esondazioni». Gravemente danneggiati i mulini. Distrutta la pavimentazione. A Caorle si è riunito il Coc, ma non sono stati riscontrati, finora, danni significativi. E’ qui che si concentra però l’attenzione di tutti. Se mare e laguna non ricevono il disastro sarà inevitabile.

Rosario Padovano

 

Il prefetto promuove i volontari

Sopralluogo di Cuttaia con il questore: «Tutti stanno facendo la loro parte»

ANNONE Il prefetto Domenico Cuttaia e il questore Vincenzo Roca ieri mattina hanno incontrato il sindaco di San Stino Matteo Cappelletto, quello di Portogruaro Antonio Bertoncello, e la collega di Annone Claudia Savian. «Abbiamo voluto incontrare la Protezione civile e i primi cittadini per avere un quadro esaustivo della situazione e per vedere come si sta adoperando il territorio per fronteggiare questa emergenza – ha sottolineato il prefetto Domenico Cuttaia, al termine di un breve briefing con la Protezione civile annonese – i volontari della Protezione civile si stanno dando molto da fare». Si pensa già al dopo emergenza, a quello che si potrebbe fare e che finora, per una serie di circostanze, non è stato ancora fatto. «Ovviamente non si può trascurare la prevenzione – conclude Cuttaia – la visita è stata organizzata per capire come il territorio sta rispondendo. Tutti stanno facendo la loro parte, nel modo giusto». «Noi ci stiamo impegnando come forze dell’ordine nel compito di vigilare sulla popolazione che sta affrontando un’emergenza impegnativa» commenta il questore « Sono convinto che ha tutte le risorse per farcela. Ci mettiamo l’impegno di sempre. Presidiamo il territorio anche dall’alto. Ci stiamo impegnando molto, anche nella vigilanza alle case momentaneamente lasciate incustodite dagli sfollati». Nel giro di accompagnamento Cuttaia e Roca sono stati scortati dal comandante della guardia di finanza Izzo, della compagnia dei carabinieri De Paoli, dal vicequestore del commissariato Fabro. (r.p.)

Scuole chiuse a San Stino allerta per il Livenza

Restano sotto stretto controllo le zone vicine ai canali Fosson, Loncon e Cernetta

Nuove pompe in supporto all’idrovora sul Loncon, distribuiti sacchetti di sabbia

SAN STINO DI LIVENZA – Scuole chiuse anche oggi a San Stino di Livenza: occhi puntati in queste ore principalmente su fiume Livenza e canale Fosson. Ancora sfollate le venti famiglie delle zone Sette Sorelle e Biverone e le cinque famiglie di Annone Veneto, evacuate sabato a causa della piena del canale Loncon. Nella tarda mattinata di ieri il prefetto e il questore si sono recati al Centro operativo Misto della Protezione civile sanstinese dove hanno incontrato il sindaco Cappelletto, l’assessore provinciale alla protezione civile Giuseppe Canali, l’assessore alla protezione civile del Comune di Portogruaro, i rappresentanti del Genio civile e del Consorzio di Bonifica, il comandante provinciale dei vigili del fuoco e i rappresentanti dei locali presidi di sicurezza. A San Stino la situazione resterà critica almeno ancora per le prossime 24 ore. Massima allerta sulla crescita del fiume Livenza che, per il momento, resta sotto controllo, grazie al fatto che ieri pomeriggio la piena era in fase di stanca. Grossi problemi stanno invece creando le piogge abbondanti e incessanti che hanno provocato una situazione di rischio idraulico e idrogeologico nelle aree a nord del territorio comunale, in particolare negli ambiti di interesse dei canali Fosson, Loncon, Cernetta. Per questo da sabato scorso sono stati evacuati i residenti di via Caorle (dal ponte sul canale Cernetta verso Sud), via Sette Sorelle, via Bonifica, via Condulmer, via Fossa Fondi e via Prese. Le forze dell’ordine hanno la lista dei disabili e anziani che abitano nelle aree a rischio: dopo una coppia di anziani eveacuata ieri sera, altri potrebbero esserlo oggi. «Il problema principale ora» spiega il sindaco Matteo Cappelletto «è rappresentato dal canale Fosson, sul quale stanno lavorando i vigili del fuoco e i volontari della protezione civile con delle pompe per svasare il Fosson sul Malgher». I residenti di via Fosson, la strada dietro il casello autostradale, non sono stati sfollati ma restano in funzione le pompe impegnate a svuotare la strada che a orari alterni si riempie d’acqua. Il sindaco invita inoltre i cittadini residenti nelle aree interessate, in prossimità dei canali Fosson, Loncon, Cernetta, soggette ad allagamenti, a monitorare la situazione presso le proprie abitazioni. Tutti gli istituti scolastici di San Stino sono chiusi da ieri mattina e resteranno chiusi anche per la giornata di oggi in via precauzionale. Stabile la situazione anche ad Annone, dove le cinque famiglie sfollate di via Idrovora (la strada a sud della Triestina) non possono ancora fare rientro nelle proprie abitazioni. «I vigili del fuoco con la collaborazione di Acque del Basso Livenza» spiega l’assessore alla protezione civile Alessandro Scorzon, «hanno aggiunto delle pompe in affiancamento all’idrovora sul Loncon per aumentarne la portata. A Giai la protezione civile ha distribuito numerosi sacchetti di sabbia nel tentativo di proteggere le abitazioni dalle acque che dai canali esondati hanno invaso i campi e lambiscono le case». In particolare si tratta di alcune abitazioni in via Vecchia Giai, via Ugo La Malfa e in fondo a via Fosson, al confine con Corbolone.

Claudia Stefani

 

«Pronti ad accogliere gli anziani»

La casa di riposo di Meolo potrebbe ospitare i pazienti di Motta di Livenza 

MEOLO – Emergenza maltempo, chiuso per il pericolo di inondazioni il ponte di via Ca’ Tron sul fiume Vallio. Anche Meolo, ieri, ha vissuto una giornata di apprensione per il livello molto elevato dei corsi d’acqua. Ma la mobilitazione non ha impedito di pensare anche alla solidarietà per chi stava peggio. Nella nuova casa di riposo «I Tigli» è stato predisposto tutto per poter accogliere gli ospiti della residenza sanitaria assistita di Motta, a rischio evacuazione a causa della piena del Livenza. A metà giornata l’arrivo dei pazienti trevigiani era dato per certo, tanto che Comune e Asl 10 avevano approntato la macchina organizzativa. Il personale della casa di riposo ha provveduto ad allestire le camere libere, mentre dall’Asl sono arrivate delle coperte. Poi, di fronte allo stabilizzarsi della situazione del Livenza, le autorità trevigiane hanno deciso di attendere e a sera il trasferimento non era ancora avvenuto. «Se ce ne sarà bisogno, siamo pronti ad accogliere gli anziani dei Comuni vicini. Ringrazio la casa di riposo e i suoi dipendenti per essere riusciti in una giornata a predisporre tutto», commenta il sindaco Michele Basso. Ieri il primo cittadino e l’assessore Simone Benedetti hanno dovuto seguire anche l’evolversi della situazione idrogeologica. Ormai da venerdì, la protezione civile è mobilitata in modo permanente per presidiare il territorio. Così è avvenuto anche nella notte appena trascorsa, a causa della piena dei fiumi attesa intorno alle 2. Sacchi di sabbia sono stati posizionati alla congiunzione dei fiumi Meolo e Vallio, entrambi in piena. Ma si è intervenuti anche nell’area del capitello Madonna delle Prese, in zona industriale, e a Losson. Situazione sotto stretta osservazione, ma ancora non di emergenza, nel resto del Sandonatese, dove però il timore è per stamattina, quando dovrebbe passare un’ondata di piena. Ieri sono cresciuti di molto i canali Brian e Piavon, pur rimanendo di almeno 20 centimetri più bassi rispetto a sabato. A Ceggia annullato il mercato settimanale previsto per oggi.

Giovanni Monforte

 

Cereser: «Allarme rientrato a San Donà» Ma la Protezione civile resta vigile

SAN DONÀ. Allarme rientrato nel Sandonatese, almeno per ora. Due giorni di apprensione costante per il meteo, con vigili del fuoco, protezione civile, polizia locale e tecnici del Comune sempre in servizio per ogni emergenza. L’attenuarsi del vento di scirocco e l’assenza di piogge nella notte di domenica ha fatto scendere il livello dei canali tra i 55 cm e il metro. Soprattutto nelle frazioni sono stati sistemati i sacchi di sicurezza. La ripresa della pioggia, nel pomeriggio di domenica, non ha invertito la tendenza. Lo stato di osservazione proseguirà però almeno per altri due giorni. Il sindaco Andrea Cereser, dopo l’ ispezione mattutina nei luoghi più a rischio, ha partecipato al pranzo della comunità di Fossà, la frazione dove la situazione è stata più complessa. Ha rassicurato circa l’emergenza esondazione, soffermandosi su alcuni interventi da adottare qualora si ripresentassero delle emergenze, come dotare le frazioni di sacchi di sabbia da utilizzare subito senza attendere. Una parte delle squadre della protezione civile sono rientrate per riposare dopo le svariate ore di intervento alle quali ha partecipato anche l’assessore all’ambiente, Luigi Trevisiol. Saranno chiamate nuovamente oggi perché lo stato di osservazione, a causa delle piogge persistenti, durerà almeno fino a questa sera.

(g.ca.)

 

MALTEMPO»i danni

Orti e colture vanno in ginocchio allagati anche i vigneti Doc

Gravi danni nel Portogruarese, ma tutte le campagne del Veneto Orientale sono finite sott’acqua

La Coldiretti: «La nostra zona è la più colpita dalle piogge, le coltivazioni rischiano di marcire»

PORTOGRUARO – Stavolta sott’acqua sono finiti pure i filari dei vigneti Doc del Lison Pramaggiore. Ma a preoccupare i produttori agricoli del Veneto Orientale è soprattutto il rischio che possano marcire le colture orticole a pieno campo, tra cui anche il radicchio, oltre che il grano. Un timore concreto, se l’acqua esondata dai canali non si ritirerà al più presto dai terreni e non cesseranno le precipitazioni. L’eccezionale ondata di maltempo che ha colpito il Veneto Orientale, e in particolare il Portogruarese, sta mettendo, dunque, a dura prova il mondo agricolo. Le nuove piogge cadute tra domenica e ieri non hanno fatto altro che aggravare una situazione già diventata difficile nei giorni scorsi, con i campi che sono ormai saturi di acqua. Per avere una stima esatta dell’entità dei danni, tuttavia, bisognerà attendere che finalmente smetta di piovere e, soprattutto, che l’acqua dei canali esondati si ritiri dai campi. «Il carico d’acqua non scende solo dal cielo, ma arriva in pianura dalla montagna, creando frane e dilavamenti. È il Veneto Orientale l’area più colpita dalle forti precipitazioni», avvertono dalla Coldiretti, «la fascia ad est della regione, che unisce la provincia di Venezia a quella di Treviso, ricca di vigneti Doc della zona del Piave, è ovunque allagata. I terreni non drenano più». A preoccupare gli agricoltori non c’è solo la situazione del Livenza, ma anche dei vari canali che costituiscono l’ossatura della rete di bonifica del territorio, dal Brian al Bidoggia e al Grassaga, nel Sandonatese. Anche se Coldiretti ricorda anche la situazione degli agricoltori del Miranese. Nel Portogruarese, invece, destano grande impressione le immagini dei celebri vitigni della Doc Lison-Pramaggiore sommersi dall’acqua per più di metà della loro altezza in molte aziende agricole. La Coldiretti ha tracciato una prima panoramica dei danni. «Se per le viti blasonate del Lison Pramaggiore, nonostante le piante siano sommerse, potrebbero non esserci problemi», analizza la Coldiretti, «per le orticole a pieno campo, compreso il radicchio, il rischio di marciume è alto. Oltre al fatto che il fango ne impedisce la raccolta. Il grano sott’acqua muore per asfissia e le temperature sopra la media possono anticipare le fasi vegetative delle colture. L’umidità segna le colture sotto serra e preannuncia l’insorgenza di attacchi di malattie e muffe». Preoccupa molto la sorte delle coltivazioni dedicate ai cosiddetti cereali «autunno-vernini», quali frumento e colza, la cui semina è avvenuta nei mesi scorsi. Insomma, un quadro non certo rassicurante, che riporta alla luce le mai sopite polemiche sulla gestione del territorio. Il problema maggiore è rappresentato dagli allagamenti, ma è tutto il clima particolare di questo inverno (piovoso quanto mite) che rischia di arrecare seri problemi al mondo agricolo. Anche se, ci tengono a ricordare dalla Coldiretti, dietro al problema degli allagamenti rimane aperta la delicatissima questione della gestione idrogeologica del territorio. «Il territorio fa i conti con le avversità», conclude Coldiretti, «ma pure con una urbanizzazione selvaggia, dove anche le buone prassi agricole e lo spirito di cura del paesaggio da parte degli agricoltori nulla possono a ridare equilibrio al sistema». Va sottolineato lo sforzo profuso in questi giorni di emergenza dagli agricoltori, subito intervenuti in pianura come in montagna con trattori e mezzi per sgomberare strade, liberare accessi a stalle e annessi rustici e provvedere così ai primi soccorsi e a mettere in salvo gli animali.

Giovanni Monforte

 

Elevato rischio idraulico fino alle 16 Redi (Consorzio) promuove il Centro maree 

L’emergenza non è finita: previste ancora piogge, che potrebbero creare nuove criticità, tanto che la Protezione civile regionale ha prorogato ancora, almeno fino alle 16 di oggi, lo stato di elevato rischio idraulico per gran parte della Regione. Provincia di Venezia inclusa: massima allerta in particolare nella parte centrale, per il bacino Basso Brenta e Bacchiglione e di nuovo nel Veneto Orientale, dove continuano a preoccupare i corsi d’acqua collegati al Livenza, Lemene e Tagliamento. Criticità moderata anche per il Basso Piave. Intanto Hermes Redi, direttore del Consorzio Venezia Nuova, spezza una lancia a favore del lavoro svolto dal Centro previsioni maree del Comune di Venezia. «La sua funzione oggi – ricorda – è fondamentale, è più difficile del lavoro previsionale di quando ci saranno le barriere mobili in azione. È chiamato con ore di anticipo ad avvertire la popolazione se ci sarà o meno l’acqua alta e quale livello potrebbe raggiungere. Sta operando al meglio usando le migliori pratiche».

 

Un’altra notte in allarme l’emergenza continua

Bendoricchio (Acque Risorgive) analizza la situazione dei fiumi tra Miranese e Riviera Lusore sotto osservazione, tracima il Marzenego. Preoccupazione anche a Mestre 

MESTRE – Una nuova notte di allerta dopo un lunedì difficile nel Veneziano, per tenere sotto controlli fiumi e corsi d’acqua, gonfiati dopo tre giorni di intense pioggie. Sacchi di sabbia e pompe mobili, pronti per essere utilizzati in caso d’emergenza, che continua come la pioggia. È oramai un monitoraggio in continuo quello messo in atto dal consorzio Acque Risorgive, che ha messo in campo oltre 70 uomini che collaborano con la Protezione civile regionale e i volontari dei diversi Comuni allertati per questa ennesima emergenza maltempo. Le criticità nel bacino est. Da giovedì scorso è il bacino Est la zona più critica dell’emergenza, tra Casale sul Sile, Mogliano, Martellago e Scorzé. Ieri mattina si è dovuto intervenire per varie tracimazioni, prima in via Torcelle a Casale, poi sul Dese tra il Molino Turbine e il Molino dell’Orsa. Il Marzenego è tracimato a Noale sulla regionale 515, a Scorzé sul rio Sant’Ambrogio e alla Gazzera, a Mestre in prossimità del cantiere Sfmr. Qui l’idrovora sul rio Cimetto, in difficoltà a smaltire l’acqua a sei metri cubi al secondo, è stata affiancata da due pompe mobili. Carichi d’acqua sono il Marzenego, lo Zero e il Dese, che ha continuato a salire anche se lentamente nel pomeriggio, conferma il direttore del consorzio Carlo Bendoricchio, che ha coordinato i lavori a Mestre e girato tra Miranese e Riviera del Brenta. Nel pomeriggio, problemi a Catlana per il collettore tracimato in strada di venti centimetri e sacchetti di sabbia sul Lusore. L’emergenza nel bacino ovest. Sorvegliato speciale il Lusore tra Santa Maria di Sala e Mirano, con criticità per il Tergola, al limite. Nessun disagio per abitazioni e centri urbani ma tracimazioni in strada e nelle campagne hanno interessato il graticolato tra Camposampiero e Santa Maria di Sala, via Botti a Villanova e Campocroce di Mirano. Impianti idrovori a pieno regime lungo il bacino del Muson dei Sassi e Tergola sotto controllo, «grazie al fatto che il Brenta continua a ricevere», dice il consorzio. Un’altra notte di paura. «Abbiamo organizzato con i Comuni un monitoraggio continuo anche nella notte nel timore di un peggioramento ulteriore del meteo, con nuove pioggie dopo la tregua del pomeriggio», spiega Bendoricchio. «Per fortuna i lavori eseguiti in questi ultimi anni dal consorzio hanno salvato zone come Robegano e Scorzè dagli allagamenti. I risultati si vedono: ogni volta che si presenta un problema, interveniamo con i deviatori e poi i problemi, poi, non si ripropongono. Per affrontare seriamente queste emergenze occorre la certezza dei finanziamenti per opere di prevenzione come i bacini di laminazione che sono indispensabili», segnala il responsabile del Consorzio. Pompe mobili sono state messe in azione, ieri, a Vigodarzere, Camposampiero, Noale, Casale sul Sile. Quelle della Protezione civile sono state posizionate altrove. Il Genio civile è intervenuto sul Serraglio, prolungamento del Tergola. «Non c’è una piena uguale all’altra, la variabilità delle precipitazione e la saturazione dei terreni dovuti alla pioggia ogni volta propongono emergenze diverse», dice il tecnico. Preoccupazione a Mestre. Ha tenuto il Marzenego anche a Mestre, tornato ad alti livelli ieri ma sceso dal pomeriggio. Tanta preoccupazione per i cittadini ma pochissimi disagi. La Protezione civile comunale ha tenuto sotto sorveglianza anche alcuni argini dell’Osellino, a rischio tracimazione. «Tante criticità nonostante non ci sia stata nessuna allerta. A mio avviso siamo e restiamo in equilibrio precario», denuncia Fabrizio Zabeo del Comitato Allagati di Favaro.

Mitia Chiarin

 

Via Vallon chiusa per una voragine. Allagamenti a Favaro

MESTRE. In via Ca’ Colombara da sabato la protezione civile sta monitorando la situazione in via Ca’ Colombara tra il civico 27 e 29, dove il fossato che serve per l’irrigazione e lo smistamento delle acque piovane è tracimato mandando sott’acqua scantinati e garage. «La preoccupazione dei cittadini è alta», dice Angelo Lerede, delegato ai lavori pubblici di Favaro, « e ieri ho dovuto allertare nuovamente la protezione civile per un ulteriore controllo dopo che nella notte di domenica la situazione sembrava essere tornata alla normalità». Garage, scantinati e taverne si sono ritrovati sotto 30 cm di acqua fangosa costringendo gli abitanti a intervenire per salvare auto, mobili e oggetti. Disagi , ieri mattina, e strada chiusa per ore in via Vallon, a Carpenedo, dove un tratto di asfalto è franato aprendo una piccola voragine, poi messa in sicurezza dai tecnici del Comune.

MALTEMPO»RIVIERA E MIRANESE

Con il fiato sospeso e le cantine allagate

A Caltana, Mirano, Ballò, Campocroce, Santa Maria di Sala, Stigliano e Veternigo si teme per i livelli di Muson e Lusore

MIRANO – Anche il Miranese, stavolta, è in affanno: i canali ingrossati dalle piogge dei giorni scorsi ora fanno davvero paura e in vari punti del territorio già ieri si sono verificate tracimazioni, che hanno provocato allagamenti, mandando sott’acqua terreni e abitazioni e costringendo i Comuni a chiudere diverse strade. E non è finita. Dopo una pausa nel pomeriggio, notte di lavoro per i volontari della protezione civile e tecnici del consorzio. Anche perché oggi sono previste nuove piogge. Problematica la situazione soprattutto a Caltana, tornata allagata dopo il disastro del maggio 2010 che mandò sott’acqua circa 500 famiglie, ma ieri è stato un lunedì difficile anche per Mirano: situazione critica soprattutto a Campocroce, dove il canale Lusore è uscito dagli argini in alcuni punti, allagando via Braguolo, via Barbato, via Chiesa, l’area davanti alle scuole e quella del cimitero. Anche a Ballò la situazione è arrivata al limite, con fossi tracimati e diverse aree della frazione allagate. Nel capoluogo invece è rimasto sorvegliato speciale per tutto il giorno, e anche la notte, il bacino dei Molini. Il Genio civile ha delimitato la zona con sacchi di sabbia ma a mezzogiorno l’acqua era già a pochi centimetri dal piano dove si svolge il mercato del pesce. In centro storico sono stati chiusi per precauzione i percorsi pedonali che collegano il bacino dei Molini al Teatro e via Bastia Fuori a piazzale Colombo: troppo forte il rischio di scivolare in acqua e venire trascinati via dalla corrente. Il mercato settimanale del lunedì è praticamente saltato. Preoccupati i cittadini per i livelli raggiunti in poche ore dal Muson in pieno centro. Il sindaco Maria Rosa Pavanello, in previsione di nuove piogge, ha invitato i cittadini a limitare gli spostamenti nelle zone più critiche e resta in contatto con i tecnici del consorzio e del Genio civile. Il Comune ha messo a disposizione sacchi di sabbia anche per i privati, che hanno potuto ritirarli alla sede del consorzio Acque Risorgive in via Marconi. Al lavoro per tutto il giorno operai e volontari, con l’obiettivo di preparare almeno 500 sacchi entro sera. Situazione critica anche in comune di Santa Maria di Sala: è tornata a essere allagata la parte di Caltana a sud del Lusore, dove sono tracimati i canali Volpin, Cognaro, Caltana e Cavin Caselle. Allagata parte delle strade del Graticolato e in centro: in via De Gasperi, via Einaudi e le sue laterali, via Manin, via Pellico, via Cavin Caselle, parte di via Pianiga, via Braguolo, via Zinalbo, via Cagnan e via Pioga l’acqua ha allagato scantinati e garage. Protezione civile al lavoro e monitoraggio fino a notte. Problemi anche in via Gorgo-Marconi, poi in alcuni punti della zona industriale e a Sant’Angelo, dove è stata a lungo impraticabile via dei Masi. Tiene invece per ora il Muson tra Stigliano e Veternigo, dove però il fiume scorre a livelli molto alti.

Filippo De Gaspari

 

Primi cedimenti degli argini lungo il Dese

A Peseggia escavatori e volontari in azione per tappare le falle. Anche il Marzenego a livello di guardia

MARTELLAGO – È stata una giornata difficile anche nell’area nord del Miranese. Guardati a vista il Marzenego e il Dese, con il primo salito di quota in modo preoccupante, tanto da far temere ripercussioni per i paesi attraversati, soprattutto a Robegano. Poi nel pomeriggio è sceso e si è iniziato a tirare un sospiro di sollievo. Decine di uomini al lavoro tra tecnici del consorzio Acque risorgive, comunali, protezione civile e molti hanno lavorato anche di notte per evitare o risolvere le emergenze che si andavano a formare. A Peseggia, si è dovuta chiudere una falla sul Dese (zona via Astori) e in questo caso il Comune ha dovuto mettere a disposizione un escavatore. In mattinata aveva iniziato ad alzarsi l’acqua in via San Benedetto e via Fermi, mentre un anziano ha chiesto aiuto in via Contea. Via Ronchi è stata chiusa al traffico e lo stesso è stato fatto per la strada Molino Todori. Non diversa la situazione a Martellago, dove massima allerta c’è stata in via Ponte Nuovo, al confine con Peseggia. Al Molino Vidali sono state erette delle paratie lungo l’argine del corso d’acqua. Anche a Robegano si è temuto il peggio, anche se nelle ore successive i problemi sono calati. Il Marzenego, infatti, scorre vicino alle scuole e c’era il timore per i piccoli; alla fine nessuno è stato evacuato, le ore di lezione sono andate avanti senza interruzioni ma il Comune era già pronto a intervenire in caso di disagi. Nel pomeriggio le acque del fiume hanno iniziato ad abbassarsi, grazie anche a due interventi fatti per il deflusso all’oasi di Noale. In generale in questo comune, non si sono segnalati allarmi per i singoli cittadini, mentre al mattino si sono dovuti mettere dei cartelli di chiusura su via ronchi e via Brugnole.

Alessandro Ragazzo

 

I ladri si portano via i tubi delle idrovore

Sconcerto a Oriago: l’impianto è inutilizzabile. Preoccupa tutta l’asta del Brenta e Novissimo

MIRA – Non bastasse il maltempo a Oriago ci si mettono anche i ladri. Ad avere una brutta sorpresa sono stati infatti i volontari della Protezione civile che in via Ghebba hanno subito nella sera fra sabato e domenica il furto dei tubi di una idrovora che serve in caso di allagamenti. «È davvero sconcertante», spiega l’ex assessore Michele Gatti, membro della Protezione civile, «Questi ladri senza scrupoli hanno provocato un danno alla comunità e anche messo in difficoltà l’azione della Protezione Civile in questo momento critico». Intanto per tutta la giornata in Riviera il livello dei fiumi è stato preoccupante. La situazione più brutta sul Naviglio del Brenta a Mira e in tutta l’asta (Dolo, Fiesso e Stra) e sul Novissimo che stanno ricevendo le acque dall’entroterra. A Camponogara e a Lughetto sono tracimate diverse canalette. Preoccupa a Pianiga la situazione del Pionca che già ieri mattina era a livello di guardia e che si scarica sul Taglio e poi sul Novissimo . A Malcontenta il livello dello Scolmatore è allarmante. Nell’area sud della Riviera è il fiume Brenta il sorvegliato speciale che già nei giorni scorsi aveva dato origine a vistosi fenomeni di fontanazzi. A Stra il Naviglio Brenta è tracimato nella zona di via Dolo allagando fortunatamente solo alcuni campi agricoli. Livelli d’acqua quasi al limite sono stati rilevati anche nei pressi del centro della frazione di Paluello. A Fiesso sia il Rio Serraglio che il Rio Castellaro presentavano livelli elevati d’acqua in particolare in via Pampagnina nella zona dello stadio comunale e sotto il ponte di via Pioghella dove avevano raggiunto gli argini. Per questo i volontari della protezione civile hanno preparato numerosi sacchi di sabbia in caso la situazione peggiorasse. A Dolo per ragioni di sicurezza è stato chiuso il Ponte dei Cavalli nella zona del Foro Boario. Il ponte pedonale è stato infatti sommerso dall’acqua e nella paratia si sono incagliati numerosi rami di alberi. Livello d’acqua molto alto anche nella zona dei Molini dove sono stati allagati i pontili davanti allo Squero.

Alessandro Abbadir – Giacomo Piran

 

A Chioggia preoccupazione per il Gorzone 

CHIOGGIA. Anche nel Clodiense si guarda con apprensione al livello dei fiumi. I volontari della Protezione civile sono al lavoro in maniera continuativa, ormai dalla fine della scorsa settimana, quando hanno iniziato un vero e proprio tour de force per fronteggiare, in primis, l’emergenza acqua alta (poi rientrata) e l’emergenza fiumi, che ha raggiunto il suo apice nelle ultime ore. Nel Clodiense sfociano il Bacchiglione, il Brenta e l’Adige. L’unica criticità si è registra sugli abitati che sorgono nei pressi del canale Gorzone. Domenica notte il reperibile di turno della Protezione civile è stato allertato da una famiglia di punta Gorzone, che ha riferito di trovarsi di fronte a un principio di esondazione. I volontari della protezione civile coordinati da Leo Marchesan hanno provveduto a posizionare dei sacchi, limitando così l’afflusso dell’acqua. Anche ieri i volontari sono stati all’erta: per fortuna non si è superato il livello di guardia. Ma la vigilanza resta elevata dato che, almeno a breve, non sono previsti miglioramenti delle condizioni meteo. (a.var.)

MALTEMPO»NEL VENETO

Vicenza, questa volta fa paura il Retrone

VICENZA Tutti a guardare il Bacchiglione, a Vicenza. Ma questa volta a portare paura, allagamenti e danni è il Retrone. A sorpresa, bisognerebbe aggiungere. Quasi inaspettatamente Vicenza ripiomba nell’incubo alluvione. Altro che sospiro di sollievo. La città si trova nuovamente assediata dall’acqua. I timori iniziati all’alba, quando i fiumi hanno cominciato ad ingrossarsi, sono continuati per tutto il giorno, e hanno tenuto in scacco residenti e aziende durante la notte. Le preoccupazioni cominciano durante la notte tra domenica e lunedì. Alle 3 il Bacchiglione ha già raggiunto il livello di guardia (4.59). Alle 6.30 il Comune invia un sms ai cittadini: è preallarme. Il livello a ponte degli Angeli è a 4 metri e 80 centimentri, ma è il Retrone a fare paura e a provocare danni. Poco dopo le 8 la situazione è già critica. A Sant’Agostino si verificano i primi allagamenti e la strada, tra via della Tecnica e ponte del Quarelo, viene chiusa. Stessa decisione anche per la tangenziale: non si può circolare in entrambi i sensi di marcia fino a Campedello. Chiuse anche le scuole Arnaldi e Molino. E vengono interdette al traffico altre vie della zona industriale e di Saviabona. Il Bacchiglione non preoccupa. Durante la giornata, in città, i disagi sono limitati. Regna il caos in viale Trissino, mentre finisce come sempre sott’acqua Ca’ Tosate. Le attenzioni del Comune, che dalle 6.30 ha attivato il Centro operativo nella sede di Aim, sono concentrate lungo l’asta del Retrone. «È stretto in una morsa – fa sapere Achille Variati – da una parte non riesce a scaricare nel Bacchiglione, che è molto alto, e dall’altra si trova il suo bacino colpito dalla pioggia insistente». Il livello del fiume continua a salire fino a toccare i 3,66 metri: è allarme. «Siamo preoccupati – afferma il sindaco – soprattutto per l’argine destro del Retrone». I timori del primo cittadino sono fondati. Non tanto perché c’è il rischio che il fiume superi il muro di terra che lo contiene «ma – spiega con preoccupazione il sindaco – abbiamo notato che lungo l’argine in prossimità del ponte Maganza, ci sono molti fori provocati da grandi roditori. Quelle tane, che protezione civile, Genio e consorzio di bonifica hanno chiuso con sacchi di sabbia, si sono allargate a causa della pressione dell’acqua e hanno reso la barriera molto fragile. Per questo dobbiamo restare molto attenti e abbiamo avvisato i residenti di strada di Gogna, perché potrebbero essere interessati da un’eventuale tracimazione». Anche a sinistra del fiume la situazione è delicata. L’argine è solido, fanno sapere, ma vengono avviate le operazioni di innalzamento con i sacchi di sabbia per preservare Sant’Agostino e la zona industriale. I lavori continuano anche in serata, quando il livello del Retrone per la prima volta inizia a scendere. Ma per i residenti saranno comunque ore di ansia e paura.

 

Tutti a guardare il Bacchiglione, ma a impensierire è l’altro fiume cittadino. Minacciati Sant’Agostino e zona industriale

Il sindaco Variati: «Lungo l’argine molti fori provocati da grandi roditori» Le tane si sono allargate a causa della pressione dell’acqua e hanno reso la barriera molto fragile
Strade chiuse al traffico per allagamento: stessa decisione anche per la tangenziale, dove non si può circolare in entrambi i sensi di marcia fino a Campedello

 

Burocrazia e ricorsi rallentano le opere del post alluvione

Per mettere in sicurezza il Veneto servono 2,7 miliardi Novecento gli interventi finora realizzati, ma non bastano

VENEZIA «Chi siamo? I veneti!!! E cosa vogliamo? Fare quello che ci pare!!! E di chi è la colpa? Di tutti gli altri!!!» Gli omini stilizzati della vignetta che circola in rete sembrano rappresentare alla perfezione la situazione di una regione dove bastano cinque giorni di pioggia – e una nevicata eccezionale – per far saltare gli argini di decine di fiumi e allagare le campagne di mezzo Veneto. Del resto, questa è una regione dove il 40 per cento dei comuni è a rischio alluvionale e il 25 per cento a rischio frana. Che durante l’alluvione del 2010 ha registrato trenta sfondamenti arginali. E che ha censito diecimila movimenti franosi, di cui seimila nella sola provincia di Belluno. Le ragioni sono sempre le stesse e mica stanno sulla luna. Idrografiche: un territorio in larga parte montano dal quale scendono decine di torrenti e fiumi; antropiche: quasi cinque milioni di abitanti stipati nella metà del territorio; politiche: negli ultimi quarant’anni si è costruito ovunque senza pensare alla manutenzione del territorio. Perché se ogni anno siamo nella stessa situazione, mica possiamo dare sempre la colpa a Madre Natura: qualche briciolo di responsabilità si trova facilmente nella furbizia edilizia di molti veneti che hanno fatto carte false per ampliare casa e capannone e che hanno chiesto di tombinare i fossi davanti al cancello; nella scaltrezza a gettone di geometri, architetti e ingegneri; nella compiacenza elettorale di tanti amministratori e tecnici comunali; e nel complessivo fallimento della pianificazione del territorio. Tutte responsabilità che stanno vicinissime a noi: non a Roma, non in Europa. Calcola l’assessore regionale alla protezione civile Daniele Stival che, per mettere in sicurezza il Veneto, servirebbero 2,7 miliardi di euro. La Regione ne stanzia 50 l’anno e il calcolo si presta a molta ironia: serviranno 54 anni per mettere assicurare il Veneto. Arrivederci al 2068, dunque. Nel frattempo, la Regione ha colto la piena del novembre 2010 per strappare un pacchetto di fondi straordinari: 300 milioni promessi da Berlusconi a Vicenza (il giorno che Cota teneva il posacenere a Bossi), 71 milioni di fondi regionali, venti milioni piovuti dall’Europa grazie ai buoni uffici dell’ex consigliere diplomatico Stefano Beltrame. Complessivamente, 392 milioni di euro usati per far partire 925 interventi (grandi e piccoli) di messa in sicurezza del territorio. Ma mica possiamo sperare in un’alluvione l’anno. Sono comunque poche gocce nel mare degli interventi che servirebbero per mettere in sicurezza gli argini del Livenza, del Bacchiglione, del Brenta e del Piave. E un project financing per gli interventi di difesa idraulica non l’hanno ancora inventato. I bacini di laminazione sono la toppa tardiva a un territorio devastato dalla cementificazione. Grandi vasche dove far defluire l’acqua dei piccoli fiumi a monte delle città. Uno dei più estesi è quello di Caldogno, nel Vicentino, destinato a trattenere le piene del Timonchio a nord della città berica e, in definitiva, ad alleggerire il Bacchiglione che mette a rischio la città di Padova. I lavori sono partiti lo scorso novembre, dopo tre anni di procedure accelerate dal dirigente regionale Tiziano Pinato su sollecitazione del governatore Luca Zaia. Tutte le altre opere sono in corso di procedura: chi ferma al progetto preliminare, chi allo studio di impatto ambientale, chi alla mancanza di fondi. Il prossimo bacino pronto a partire è quello di Arzignano, da 2,7 milioni di metri cubi sul fiume Agno-Guà. Fine lavori: 2015. Ma il pacchetto di opere anti-alluvione è un libro di sogni: prevede investimenti per un miliardo solo per il Bacchiglione, 449 milioni per il Brenta, 453 milioni per l’Agno, 327 milioni per il Piave, 197 milioni per l’Adige, 145 milioni per il Livenza, 72 milioni per il bacino lagunare, 24 milioni per il Fissero Tartaro Canal Bianco, 41 milioni per il Lemene, 40 milioni per il Tagliamento. Degli undici bacini di laminazione di cui è in corso la procedura, solo cinque sono interamente finanziati: gli altri sono destinati a perdersi nei lunghi tunnel della burocrazia e della determinazione a stagione alterne. Anche perché, osservano in Regione, la procedura autorizzativa è biblica: cinque anni di carte e conferenze di servizio, al netto della magistratura amministrativa. Eppure, la salvaguardia di Venezia ha assorbito finora 12 miliardi di euro, cinque solo per il sistema a dighe mobili del Mose. Se il Veneto fa acqua, insomma, potrebbe essere tutta colpa dei veneziani.

Daniele Ferraza

 

Munerato (Lega) «Stop alle tasse per gli alluvionati»

VENEZIA. «Mettiamo alla prova la tanto sbandierata solidarietà nazionale. Quando è ora di pagare, noi ci siamo, ci siamo sempre stati e, purtroppo, ci saremo finchè questo Paese non verrà riformato o diviso. Oggi però chiediamo uno stop». Emanuela Munerato, senatrice rodigina della Lega Nord, ha presentato un’interrogazione al presidente del Consiglio Letta e ai ministri dell’Interno e dell’Ambiente. «I cittadini dei comuni veneti e del modenese, vittime delle alluvioni, degli allagamenti e dei vari disagi che il maltempo ha causato meritano un segnale inequivocabile da Roma: che siano sospesi immediatamente, anche in raccordo con Regione, Provincia e Comuni, ogni adempimento fiscale, contributivo e assicurativo relativo a persone fisiche e giuridiche – chiede – nonchè i mutui, per i contribuenti e le imprese. Non si tratta di voler battere cassa. Se i fiumi tracimano, se le linee elettriche saltano, se le fognature sono antiquate la colpa è dello Stato che non ha provveduto a finanziare lavori di bonifica, di scavo, di adeguamento, togliendo sempre di più risorse agli enti locali, ma tartassando gli abitanti del Nord. Ecco perchè quello che chiediamo non è un favore. Letta dia un segnale: Invece di tappare i buchi di bilancio di Roma Capitale e della Regione Sicilia – sollecita l’esponente leghista – il Governo stanzi, all’interno dei prossimi provvedimenti legislativi, risorse da destinare agli interventi di emergenza per i Comuni interessati al maltempo di questi giorni».

 

In Italia per fare un lavoro occorrono 5 anni

Il governatore Luca Zaia: «Dal 2010 sforzi eccezionali, prima nessuno aveva investito nel suolo»

VENEZIA «Fino a pochi anni c’era la percezione che la calamità italiana fosse il terremoto. Adesso abbiamo capito che è invece il dissesto idrogeologico. Ma c’è ancora moltissimo da fare» Il governatore Luca Zaia si tiene in contatto con la protezione civile, conosce lo stato delle emergenze. Ringrazia le centinaia di persone: dai sindaci al personale della protezione civile ai cittadini che si stanno prodigando per arginare i danni del maltempo. Presidente, dov’è il rischio maggiore, in questo momento? «La situazione più critica mi sembra nel nel Veneto orientale, Motta di Livenza in particolare. Attendiamo una nuova bomba d’acqua nel pomeriggio di martedì, oggi». Perché bastano cinque giorni di pioggia per mandare in tilt il Veneto? «Questa è una doppia calamità: le precipitazioni oltre la media e una nevicata molto al di sopra del normale. Se viene lo scirocco lo scioglimento della neve provocherà davvero molti problemi». Perché continua a succedere? «Questi sono i giorni della merla: dovrebbero essere i più freddi dell’anno. E invece le temperature sono molto al di sopra. Ieri un contadino delle mie parti mi ha detto: mio padre, quando pioveva così tanto, si metteva il pastran, prendeva la vanga e stava via tutto il giorno. Ci siamo cullati nell’idea di fermare la natura: non è così». Molte delle opere di prevenzione sono ferme al palo: perché? «Vorrei che fossero chiare alcune cose. La prima: quando sono arrivato alla presidenza della Regione, nel 2010, non ho trovato niente in fatto di opere di difesa del suolo. Zero. L’alluvione del novembre 2010 ci ha dato un grosso stimolo ad investire». E che cosa avete fatto? «Dico anche la seconda: qui nessuno dorme sulle carte. In tre anni abbiamo messo in piedi 925 interventi, 392 milioni di investimento, 365 imprese al lavoro. É ancora poco? Certo, non basta, ma non si dica che non abbiamo lavorato» I risultati non si vedono e parte del Veneto torna a sprofondare. «La verità è semplicemente una: che per fare un’opera pubblica ci vogliono cinque anni. Se poi ci si mettono in mezzo comitati e magistrati amministrativi, addio. A Montebello, ad esempio, i sindaci hanno chiesto l’analisi dei terreni dove è previsto il bacino di laminazione: significa sei mesi in più di carte». Di chi la colpa, dunque? «Sfido chiunque a mettere in piedi tanti e tali opere in pochi anni: trovatemelo. Perché a sparare sulla Regione si fa presto, poi però bisogna andare a vedere le responsabilità di tutti». Quanto serve per ripristinare il Veneto dal rischio? «Ci vogliono più di due miliardi di euro per mettere in sicurezza il territorio veneto. E noi con i soldi dell’alluvione abbiamo messo in piedi quasi mille interventi ed ogni anno riserviamo 50 milioni di euro. Ma non bastano». Qual è la sua preoccupazione maggiore? «Il Piave è una minaccia idraulica, è molto pericoloso. Bisogna ripulirlo dei detriti e degli alberi, rendere più sicuro il deflusso dell’acqua»

(d.f.)

 

Gazzettino – Emergenza maltempo

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4

feb

2014

EMERGENZA MALTEMPO

DISAGI – Chiuso per allagamenti il casello dell’A4 sanstinese. Oggi altro giorno di passione

VENETO ORIENTALE Situazioni di tensione in più punti dell’area Arriva anche il prefetto

Una notte di paura per la piena

Con il fiato sospeso nel Portogruarese per l’allerta maltempo che perdura da giorni. Nella notte il picco della alta marea, che ha provocato nuovi danni e tracimazioni, mentre almeno 20 famiglie sono state evacuate a San Stino di Livenza. Dopo la tregua di domenica, che ha fatto registrare le quote dei fiumi in sensibile diminuzione, purtroppo il perdurare delle condizioni meteorologiche avverse ieri ha indotto ad un nuovo elevato stato di attenzione. Infatti dopo i 60-70 mm di pioggia caduti fino a ieri, i livelli dei corsi d’acqua Brian, Piavon, Grassaga, Malgher, Fosson, Loncon, Reghena, Lemene, Lugugnana, Taglio, le rogge della zona di San Michele al Tagliamento nonché i relativi collettori sono tornati nuovamente in risalita, raggiungendo il limite di sicurezza di 50 cm dalla sommità degli argini. E per oggi l’allerta rimane con la previsione di un’ulteriore precipitazione stimata fra i 70 e i 90 mm, che finirà per gravare sul sistema già messo a durissima prova. Ieri è tracimato il canale Fosson a San Stino, di fatto isolando le aree attigue e la stessa fondazione Zulianello che ospita gli anziani. Evacuate anche 60 persone tra la zona di strada Fosson, ma soprattutto della bonifica delle «Sette Sorelle».
Le acque del canale Fosson ieri pomeriggio hanno invaso lo svincolo autostradale di San Stino di Livenza. I vigili del fuoco, impegnati a fronteggiare l’emergenza acqua in Veneto Orientale, in un primo momento avevano chiesto ad Autovie la chiusura del casello per poter mettere sacchi di sabbia a rinforzare gli argini che stavano cedendo. Avevano bisogno di poter lavorare in sicurezza senza il passaggio di veicoli. L’allarme è scattato attorno alle 16 e l’intervento doveva durare un paio di ore. Inizialmente era stata chiusa solo l’uscita a San Stino della A4 per coloro che giungevano da Trieste che, avvisati dalla cartellonistica luminosa, potevano optare per l’uscita di Cessalto o di Portogruaro. Poi però, proprio verso le 18, l’acqua del canale è straripata e quindi ad Autovie è stato chiesto di chiudere lo svincolo sia in entrata che in uscita.
Nella sede della Protezione civile di San Stino si è riunito il Centro operativo misto con la Prefettura, Vigili del fuoco, Protezione civile, la Provincia, i Comuni ed il Consorzio di Bonifica. A preoccupare il picco della marea atteso per le 23 e 55 delle notte con un metro sul medio mare. «Dopo di che si esaurirà la fase di maree molto sostenute degli ultimi giorni, favorendo così il deflusso a mare – spiegano dal Consorzio – Per quanto riguarda il sistema di bonifica, l’incessante funzionamento degli impianti idrovori è riuscito a mantenere le quote interne su livelli accettabili, sebbene abbiamo registrato l’allagamento di vaste aree agricole». Per sopperire alle criticità il Consorzio ha chiesto aiuto anche ai colleghi di Taglio di Po, che hanno fatto arrivare due ulteriori pompe da 1200 litri al secondo, finite a sostegno degli impianti idrovori Sette Sorelle e I Bacino-Eridania di San Michele. Gravi problemi sono stati registrati nelle zona a scolo naturale, al confine fra sandonatese e opitergino, e nella zona del 1° Bacino consorziale nella zona a nord di San Michele, dove si sono rese necessarie numerose motopompe. Ieri mattina è arrivato anche il Prefetto Domenico Cuttaia, per visitare le zone di San Stino, Portogruaro ed Annone, ringraziando i centinaia di volontari della Protezione civile che si stanno adoperando per l’emergenza.

 

Alle 23.55 di ieri il picco. Evacuate 60 persone a San Stino per la tracimazione del Fosson

A SAN STINO SITUAZIONE IN EVOLUZIONE

Contrordine, le scuole restano chuse

SAN STINO – Nel comunicato delle 19.30 di domenica il Comune avvisava che «Il COC (Centro Operativo Comunale) ha ritenuto di mantenere la funzionalità di tutti i servizi compresi quelli scolastici». Il contro ordine è arrivato ieri mattina, alle 7.30, a seguito delle mutate condizioni meteo della notte e per il nuovo incremento dei livelli idrometrici. A distanza di poche ore si è entrati nell’allarme di rischio idraulico ed idrogeologico nei canali Fosson, Loncon, Cernetta. Il sindaco Matteo Cappelletto ha emesso un’ordinanza di evacuazione di parte della popolazione residente nelle vie Caorle (dal ponte sul canale Cernetta verso sud), Sette Sorelle, Bonifica, Condulmer, Fossa Fondi e Prese. Una ventina le famiglie interessate al rischio esondazione. Nella riunione del SOD (Sistema Operativo Distrettuale) della Protezione civile Mandamentale si è ritenuto opportuno emettere l’ordinanza di chiusura di tutte le scuole del territorio a garanzia della sicurezza. Perciò, da ieri, lunedì, le scuole sono chiuse e lo resteranno fino a nuovo ordine. La situazione è complessa con decisioni difficili da prendere in poco tempo. Ieri mattina, la decisione di chiusura delle scuole è arrivata proprio nei minuti in cui stavano per iniziare le lezioni. Raggiunti da una telefonata, i genitori sono stati chiamati a riprendersi i figli. Qualcuno di loro aveva già raggiunto il posto di lavoro. Per i genitori un disagio ma giustificato dalla continua mutazione degli eventi.

Gianni Prataviera

 

ALLE PORTE DI MESTRE – Due idrovore supplementari per il Marzenego

MESTRE – Per consentire al nuovo impianto idrovoro di Rio Cimetto di smaltire la piena del Marzenego è stato necessario attivare altre due pompe mobili. La grande massa d’acqua che ha ingrossato il fiume e che lo ha fatto tracimare in più punti ha messo, dunque, in difficoltà anche il nuovo impianto di sollevamento, costato 850mila euro e inaugurato a settembre, che pure ha una portata di tremila litri al secondo.
Gli uomini del Consorzio di bonifica Acque Risorgive sono dovuti intervenire con il direttore Carlo Bendoricchio e grazie all’ausilio di due pompe mobili sono riusciti a smaltire l’acqua in eccesso e a far rientrare l’emergenza. «Da giovedì siamo in allerta continua – ha sottolineato Bendoricchio – per monitorare le rete idrografica di nostra competenza e intervenire con le necessarie manovre idrauliche per evitare il peggio. Al momento posso dire che, al di là di qualche tracimazione di tratti di strada e di campagna, siamo riusciti a reggere, anche se argini e impianti idrovori sono sotto stress come non accadeva da tempo».

(mau.d.l.)

 

SANDONATESE – Scuole chiuse a Torre. Fiato sospeso a Ceggia

A Torre di Mosto scuole chiuse, Ceggia in ansia per il picco di piena del Piavon, atteso in nottata, e a Stretti di Eraclea, dopo il cedimento arginale del Brian di sabato, le idrovore pompano acqua a pieno regime. L’emergenza idraulica nella parte orientale del Sandonatese è preoccupante anche se non ancora drammatica. Tranne gli allagamenti di Eraclea in via Toscanini, dietro via Paludelli l’acqua dei fiumi del sistema PIavon-Brian-Grassaga-Bidoggia sembra tenere, anche se siamo proprio al limite. La situazione più critica sembra essere a Ceggia, la zona più bassa del territorio («l’acqua dl Piavon in centro – dice il vicesindaco Graziano Vidali – è arrivata a 15 centimetri dalla sommità della muretta: temiamo per il picco di piena, atteso per questa notte»). Anche a Stretti il Brian fa paura: dopo che sabato l’argine ha ceduto ora si temono altri cedimenti. «Fortunatamente – spiega Il sindaco Giorgio Talon- ha ceduto solo la sommità dell’argine per circa un metro e non c’è stata alcun fuoriuscita d’acqua. L’argine è stato già ripristinato con sacchi di terra ad opera del nostro gruppo di protezione civile e da alcuni giovani volontari di Stretti». A Torre di Mosto, invece, ha emanato un’ordinanza di chiusura delle suole per oggi.

Maurizio Marcon

 

IL SINDACO SCRIVE A PARLAMENTARI E REGIONE

Portogruaro: stato di calamità. I Mulini emblema del disastro

A metà febbraio era prevista l’inaugurazione dopo il restauro, ma sono stati devastati

PORTOGRUARO – Restauro da rifare per i Mulini sul Lemene. Il Comune di Portogruaro chiederà la dichiarazione dello stato di calamità naturale per i danni, non ancora quantificati, provocati dall’alluvione di questi giorni. Per ora, una delle situazioni più preoccupanti è quella dei Mulini sul Lemene, appena restaurati con un investimento di 140mila euro. «Le strutture, sede della Galleria d’arte contemporanea, – spiega l’assessore ai Lavori pubblici, Ivo Simonella – sono state investite dalle acque, che hanno lasciato sedimenti e fanghiglia. Il livello del fiume era straordinariamente molto alto, quindi i sistemi già esistenti da tempo delle paratie, poste ad ingresso e a lato, e dell’impermeabilizzazione della pavimentazione, non sono bastati. Al momento sembra che i lavori riguarderanno, oltre che la pulizia, il rifacimento del pavimento e la sistemazione dell’intonaco di base delle murature». Rammaricata per questa situazione si è detta l’assessore alla Cultura, Maria Teresa Ret, che stava organizzando un evento inaugurale per la riapertura della Galleria. «La piena di questi giorni – afferma – è stata un evento straordinario. Già venerdì mattina, appena l’acqua stava entrando nei Mulini, gli operai del Comune hanno prontamente messo in salvo tutti gli arredi e tutto ciò che poteva essere preservato. Certo, per la pavimentazione non è stato possibile fare niente. È purtroppo evidente – conclude – che la data per l’inaugurazione, prevista per metà febbraio, dovrà essere spostata, tenendo in considerazione anche i tempi di realizzazione dei lavori». La situazione dei fiumi Lemene e Reghena è rimasta anche ieri sotto osservazione. Tutti i sacchi di sabbia riempiti nei giorni scorsi dai volontari sono stati tuttavia trasferiti a San Stino di Livenza, dove l’emergenza è ancora forte. Intanto, il sindaco Bertoncello ha scritto alla Regione ed ai parlamentari locali per richiedere e sollecitare opere e investimenti per la salvaguardia del territorio. «I fenomeni di allagamento dei giorni scorsi – scrive – sono stati particolarmente gravi. Sono stati danneggiati monumenti, abitazioni civili, attività produttive e l’agricoltura. C’è bisogno – aggiunge – di un’ordinaria, seria e pianificata programmazione di opere di investimento finalizzate alla difesa del suolo, di lavori urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico. C’è bisogno di interventi immediati per la pulizia delle vie d’acqua, da tutti quei materiali che costituiscono ostacolo o restringimenti al deflusso».

Teresa Infanti

 

QUARTO D’ALTINO – Il Sile continua a ingrossarsi

Alto il rischio che invada le strade, pieni anche i canali

QUARTO – Il livello del Sile continua a salire e a Quarto d’Altino c’è il rischio che l’acqua invada campi e strade. Da ieri notte è allagato il sottopasso pedonale che collega via Kennedy a via Stazione e la protezione civile è di nuovo al lavoro con le pompe per evitare che l’acqua del canale Fossetta invada la carreggiata della provinciale a Portegrandi.
«I canali di scolo Vela e Vallio sono pieni e non riescono a trasportare l’acqua. Dobbiamo monitorare costantemente la situazione perché ormai il Sile è colmo – spiega l’assessore Radames Favaro – Ieri abbiamo fatto due riunioni con tutti i responsabili della protezione civile e i vigili per capire le operazioni da intraprendere. L’allerta meteo della protezione civile continua anche per domani e poi speriamo che la situazione migliori. Per il momento però i fossi e le linee secondarie, come il Carmason, sono estremamente pieni e dobbiamo essere pronti a gestire le emergenze». Dalla sua pagina Facebook la sindaca di Quarto d’Altino Silvia Conte è invece critica nei confronti di altri enti che avrebbero dovuto intervenire prima di un nuovo rischio allagamenti: «Siamo in stato di allarme. Con le nostre forze, protezione civile, servizio tecnico, operai, volontari, stiamo gestendo un evento eccezionale. Per il momento stiamo riuscendo a contenere l’acqua a differenza di altri comuni dove l’acqua ha invaso campi e strade. Ma perché tocca sempre al Comune tamponare dove chi di competenza non interviene?» E poi conclude: «Ora pensiamo a risolvere i problemi, passata l’emergenza però chiederò un incontro decisorio al Prefetto anche insieme agli altri sindaci».

Melody Fusaro

 

Mira. Tubi rubati di notte inservibile l’idrovora

SALZANO – Dopo ore d’angoscia i genitori riportano i bambini a casa

S.MARIA DI SALA  Tracimano il Lusore e molti canali d’irrigazione

MIRA – A Mira oltre al maltempo arrivano anche i ladri di idrovore. Nella notte di ieri alcune tubazioni di una delle due autopompe posizionate in Via Lusore angolo via Ghebba a Oriago sono state rubate. «Sono esterrefatto – ha commentato il sindaco Alvise Maneiro – ora saremo costretti ad impegnare gli uomini della Protezione Civile anche a presidio della autopompe, privando il territorio di parte del servizio di monitoraggio». Ieri mattina i residenti si sono accorti preoccupati che una delle due idrovore installate in modo permanente su via Ghebba non funzionava e la motivazione è arrivata di lì a poco, quando gli uomini della Protezione Civile hanno accertato che una parte delle tubature erano state trafugate rendendola così inutilizzabile. «Mi domando come una persona sensata in piena emergenza idrica possa aver compiuto un gesto così folle» ha commentato il sindaco. Considerato che quello su via Ghebba è uno dei punti critici la Protezione Civile ha immediatamente installato una pompa idrovora mobile mentre altre due sono state installate in via Malpaga. Preoccupazione per tutta la giornata anche a Mira Porte per il livello molto alto del naviglio.

(l.gian.)

 

L’acqua sale, asilo sotto assedio

Paura a Robegano, allarme a Mirano, Scorzè e Martellago per il livello di Muson e Dese

FUGGI FUGGI – La scuola d’infanzia “Beata vergine delle Grazie” di Robegano minacciata dal Marzenego

Raffica di telefonate al centralino fin dal primo mattino, dopo poche ore l’asilo integrato “Beata Vergine delle Grazie” in centro a Robegano (nido e scuola materna) è stato svuotato da tante mamme, allarmate per il pericolo di un allagamento pomeridiano. Dopo i frenetici contatti con bidelle, maestre e altre famiglie, molti genitori hanno scelto di andare a riprendersi i bambini a metà mattinata e all’ora di pranzo, temendo il peggio. Costante contatto tra la direttrice dell’asilo e il Comune, nell’area attorno alla scuola ci sono stati vari sopralluoghi dei tecnici comunali e degli uomini della Protezione civile: alla fine gli argini del Marzenego hanno tenuto, ma la preoccupazione è per la giornata di oggi.
Molti genitori già ieri ventilavano l’ipotesi di tenere i bambini a casa. Mobilitazione pure a Mirano, dove si sono rimboccati le maniche i volontari di Cai e Auser: al bacino dei Molini di sotto in via Barche, l’acqua del Muson è arrivata al livello del piano dove si svolge il mercato del pesce, in serata mancavano 30 centimetri per raggiungere quello della strada. Ma la situazione più difficile si è registrata nella frazione di Campocroce, dove il Lusore è uscito dagli argini in alcuni punti. Un tratto di via Braguolo è stato chiuso al traffico, si sono allagate anche via Barbato, via Chiesa, l’area davanti alle scuole e l’area del cimitero. Situazione al limite pure nei canali della frazione di Ballò. «Il territorio di Mirano è sotto pressione, invito tutti a non muoversi a meno che non sia indispensabile» l’appello del sindaco Maria Rosa Pavanelloo. A Spinea apprensione in via Frassinelli.
SCORZÈ – Per tutta la giornata Protezione civile in allarme a Scorzè. Si è temuta la piena delle ore 22 che avrebbe potuto far tracimare il fiume Dese a Scorzè, Cappella e Peseggia. Alle 19 le squadre operative stavano monitorando il fiume in prossimità del mulino Pavanetto ora Cosma di Cappella e quello di Peseggia in prossimità del Vicolo San Paolo. Pompe idrauliche pronte a essere messe in azione nella zona di via Fermi, via Gramsci e Matteotti nel capoluogo. Monitorati continuamente gli affluenti del Dese , il Desolino, il Rio Storto e il Rio San Martino.
MARTELLAGO – Giornata da lupi anche a Martellago dove, con le incessanti piogge, è tornato l’allarme esondazioni e c’è estrema preoccupazione per le prossime ore. La situazione più critica sul Dese, tracimato fin dal mattino a monte del mulino Vidali, in via Ca’ Nove, da ambo le sponde, con l’acqua che ha allagato i terreni e il campo da golf di Ca’ della Nave, filtrando anche nel mulino. Sul posto fin dalle 8.30 volontari della Protezione civile e operai comunali, guidati dal consigliere Giovanni Brunello, che, con l’ausilio dei tecnici del Consorzio Acque Risorgive, hanno lavorato fino a sera per alzare gli argini con sacchi di sabbia e tavole di legno. Allerta massima anche per il livello di Marzenego e Rio Storto a Maerne.
S.MARIA DI SALA – È tracimato infatti il Lusore nella zona del ponte di legno di via Santa Lucia allagando una notevole quantità di terreni, e i canali Caltana, Cavin Caselle e Cognaro. Nel bacino del Lusore l’acqua è arrivata fino a via Gorgo- via Marconi, proprio al confine con il comune di Mirano. A Caltana il pericolo è sempre stato quello dell’allagamento del centro urbano, quindi di case e negozi, ma fino ad ora si è fermata alla periferia.
IN RIVIERA – Riviera del Brenta risparmiata per il momento da grossi problemi idraulici. Il livello del Naviglio Brenta è in crescita per l’immissione dell’acqua immessa a Stra dal corso del fiume Tergola, che raccoglie acqua piovana proveniente dal territorio a nord ovest della provincia di Padova. I maggiori problemi si riscontrano a Mira, dove da Mirano arriva l’acqua del canale Taglio che ha notevolmente alzato il livello del Novissimo. Allagamenti provocati dalla pioggia si riscontrano a macchia di leopardo nelle solite zone con problemi altimetrici. Tutti gli impianti idrovori della rete idraulica minore stanno lavorando al massimo. Brenta-Cunetta in moderata e continua crescita, ma per ora nessun allarme.

(Hanno collaborato Serenella Bettin, Vittorino Compagno, Nicola De Rossi, Renzo Favaretto, Carlo Petrin)

 

MOBILITAZIONE – Sul territorio sono 200 i volontari della Protezione civile in azione

L’assessore Canali: «Noi da anni lavoriamo per convogliare le acque, i friulani continuano a non darsi regole adeguate»

La Provincia attacca i “vicini” del Friuli. «E’ anche colpa loro»

MUNICIPIO A RISCHIO Sacchi di sabbia a Concordia. Sotto il vertice di ieri

La Protezione civile coordinata dalla Provincia di Venezia sta lavorando a ritmi pazzeschi sul territorio per monitorare le criticità e intervenire preventivamente dove i fiumi e i canali sono maggiormente a rischio di tracimazione e straripamento. Ieri mattina la presidente della Provincia Francesca Zaccariotto e l’assessore provinciale alla protezione civile Giuseppe Canali hanno monitorato direttamente sui luoghi le zone maggiormente a rischio del territorio veneziano, in particolare le aree percorse dai fiumi Fosson, Malgher e Loncon a Meolo e Fossalta, la Livenza a San Stino, il Piveran a San Donà di Piave, il Lemene a Portogruaro e il Piavon a Ceggia, che sono ai limiti. Sono attivi sul territorio 200 volontari della protezione civile che hanno già distribuito 8 mila sacchi di sabbia. Da venerdì scorso sono attivi anche gli agenti della polizia provinciale con 4 pattuglie costantemente in servizio. Gli agenti coordinati dal comando hanno effettuato servizi sulle strade provinciali, soprattutto dove è maggiore il rischio straripamento, e hanno effettuato monitoraggi del territorio anche nelle ore notturne, dalle 24 alle 6 del mattino.
Dura la presidente Zaccariotto: «Ogni anno ci ritroviamo a registrare una situazione sempre più critica, a misurare i centimetri e a intervenire sull’emergenza anche grazie ai nostri volontari di protezione civile. Ma non è così che si risolve un problema che è ormai cronico. Mi chiedo cosa è stato fatto dallo scorso anno, quale piano e quali opere sono state avviate. Non è cercando le responsabilità o guardando solo ai costi che si rimette in sicurezza il territorio».
L’assessore Canali da parte sua attacca i “vicini di casa” del Friuli: «I corsi d’acqua che attraversano il Veneto orientale arrivano in gran parte dal Friuli Venezia Giulia e nello specifico dal Pordenonese – spiega Canali – un’area quella che è stata progettata senza alcun bacino in cui far convogliare le acque piovane. In Veneto da sempre invece lavoriamo con tanto di prescrizioni che impongono ai costruttori di realizzare bacini che raccolgano le acque in base all’area che è stata impermeabilizzata. In questo senso serve attivare un tavolo di confronto con il Friuli e cercare di risolvere il grave problema, che al momento stiamo pagando a caro prezzo».

Marco Corazza

 

Il direttore del Consorzio Acque Risorgive Carlo Bendoricchio: Marzenego, Dese, Zero, Lusore preoccupano e impegnano da ore i tecnici

VENEZIA. Il maltempo e le piogge continue di questi ultimi giorni stanno mettendo a dura prova la tenuta dei fiumi tra Mestre. Miranese e Riviera del Brenta. «Da giovedì siamo in allerta continua – spiega il direttore del consorzio Acque Risorgive Carlo Bendoricchio – per monitorare le rete idrografica di nostra competenza e intervenire con le necessarie manovre idrauliche per evitare il peggio. Al momento posso dire che, al di là di qualche tracimazione di tratti di strada e di campagna, siamo riusciti a reggere, anche se argini e impianti idrovori sono sotto stress come non accadeva da tempo e guardiamo sempre con apprensione ai prossimi giorni, visto che le previsioni meteo non fanno ancora ben sperare».

Bendoricchio stamani era con i tecnici ed operai del consorzio, impegnato nel posizionamento di due idrovore mobili alla Cipressina, per tenere sotto controllo uno degli affluenti del Marzenego, deviato dagli anni Sessanta sul canale Scolmatore. Marzenego, ma anche i fiumi Dese e Zero, il Lusore preoccupano e impegnano da ore i tecnici. Nel Bacino Est, le maggiori emergenze che impegnano i Comuni (Casale sul Sile, a Mogliano, a Martellago e Scorzè).

Stamane si è intervenuti in comune di Casale sul Sile per una tracimazione che ha interessato via Torcelle, poi sul Dese in prossimità del molino Turbine e del mulino dell’Orsa, a Noale per una tracimazione del Marzenego sulla strada regionale 515, a Scorzè sul Rio Sant’Ambrogio, alla Gazzera in prossimità del cantiere Sfmr dove l’idrovora sul RioCimetto in difficoltà a smaltire la piena è stata coadiuvata da due pompe mobili. Marzenego, Dese, Zero, Draganziolo sono cariche come pure la rete minore. In mattinata è stata invasata anche l’oasi di Noale per abbassare i livelli del Draganziolo e quindi del Marzenego che destava preoccupazione a Robegano. Sempre a Noale si è messa in funzione una pompa in via dei Tigli, in passato soggetta ad allagamenti. Nel bacino Ovest, osservati speciali Lusore e Tergola, al limite.

Niente disagi per abitazioni e centri abitati, le tracimazioni hanno interessato zone di campagna tra Camposampiero e Santa Maria di Sala. A Cadoneghe è tracimato Rio dell’Arzere. Disagi anche in via Botti a Villanova. Monitorato pure il Caltana a Santa Maria di Sala. Problemi con il Lusore a Campocroce di Mirano. Per il momento il Tergola è sotto controllo, visto che il Brenta continua a ricevere. Impianti idrovori a pieno regime anche lungo il bacino del Muson dei Sassi. In centro a Mestre preoccupazione per i livelli del Marzenego, che oggi è visibile anche in via Poerio ma secondo il direttore Bendoricchio non ci sono problemi.

Mitia Chiarin

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