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Gazzettino – Riviera “Vogliono farci finire sott’acqua”

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23

ott

2014

I sindaci di Campagna Lupia, Campolongo e Camponogara scrivono a Zaia

Il potenziamento dell’idrovora di Lova potrebbe subire un ulteriore stop

«La Commissione di Salvaguardia Regionale di Venezia, invece di tutelare il nostro territorio dai rischi idraulici, ci rema contro». È una accusa pesante quella che i sindaci di Campagna Lupia, Campolongo Maggiore e Camponogara hanno indirizzato in una lettera congiunta al Presidente della Regione Luca Zaia e alla stessa Commissione di Salvaguardia di Venezia in merito all’intervento di potenziamento dell’idrovora di Lova. Da 12 metri cubi d’acqua al secondo, l’idrovora dovrebbe essere incrementata per riuscire ad espellerne 14,5 tramite la realizzazione di una nuova botte a sifone che passerebbe sotto la Romea e il Taglio Novissimo, per scaricare poi l’acqua in un canale lagunare. Il progetto di 3,5 milioni di euro risulta già finanziato dalla Regione e approvato dal Commissario agli eventi alluvionali, Mariano Carraro.
Oggi, giovedì, si riunisce la Commissione di Salvaguardia. Da fonti certe in mano ai tre sindaci pare che il progetto subisca un ulteriore stop, se non addirittura una respinta.
«Se fosse vero ciò che ci è stato riferito – scrivono i tre sindaci – tutto il territorio da Dolo a Campolongo Maggiore posto a est della strada provinciale 13 sarebbe in balia in balia di rischio idraulico. Noi decliniamo ogni responsabilità in caso di eventi perché non è ammesso che si trovino cavilli assurdi prevalenti sulla salvaguardia del territorio e soprattutto sulla sicurezza e l’incolumità dei cittadini. Altri però dovranno assumersene le proprie di responsabilità. Alla luce di quanto accaduto a Genova per i mancati interventi idraulici di messa in sicurezza del territorio, dovuti proprio a negligenze burocratiche, i sottoscritti Amministratori vogliono evidenziare al Presidente della Regione e alla Commissione stessa di come un fatto simile possa verificarsi anche nel nostro territorio. Già nel 2007, 2008 e 2009 il nostro suolo è stato duramente colpito da eventi alluvionali che hanno messo in ginocchio famiglie e attività produttive, lasciando sott’acqua per ben quattro giorni diverse abitazioni». Il progetto fa parte di un intervento di ricalibratura della rete scolante di bonifica a servizio di un territorio di 1750 ettari posto nei comuni di Campagna Lupia, Camponogara e Campolongo Maggiore, ma interessa anche ampie zone di Dolo e Mira.

IL CONSORZIO «Il progetto è pronto da tempo. Nessuno ha mai avuto da ridire»

La realizzazione del progetto dell’idrovora di Lova spetta al Consorzio di Bonifica «Acque Risorgive» guidata dal presidente Ernestino Prevedello.
«Il progetto – dice Prevedello – è pronto da tempo, l’iter per gli espropri concluso e il relativo appalto di 3,5 milioni di euro già affidato ad una ditta competente.
Il piano di lavoro è stato discusso in commissione regionale e in assemblea con i sindaci interessati di Fiesso d’Artico, Dolo, Mira, Campagna Lupia, Camponogara e Campolongo Maggiore. Nessuno ha mai avuto qualcosa da ridire e il progetto è in regola sotto ogni suo aspetto, chiaro e trasparente. Proprio come ci ha suggerito la Regione, abbiamo anche realizzato a monte validi sistemi di laminazione e drenaggio dell’acqua prima del suo scarico in laguna in maniera tale da favorire la fitodepurazione».
Non la penserebbe così la Commissione di Salvaguardia, secondo la quale al progetto mancherebbe una piccola parte della documentazione, quella che riguarda proprio lo scarico in laguna.
Il problema è tutto qui. Uno scarico di acque dolci in laguna, in quantità tale da mettere a repentaglio il sistema ambientale lagunare della zona, dove sussistono attività di pesca e di drenaggio barche in mano a privati.

 

CAMPAGNA LUPIA – La Commissione Salvaguardia ha bocciato con un primo parere l’intervento di potenziamento dell’idrovora di Lova e i sindaci di Campagna Lupia, Campolongo e Camponogara scrivono una lettera al presidente della Regione Luca Zaia. Si tratta di un intervento di ricalibratura della rete scolante di bonifica a servizio di 1750 ettari nei tre comuni. «Il progetto del potenziamento dell’idrovora di Lova», scrivono i sindaci dei tre paesi, «ricadendo tra gli interventi prioritari decisi dall’ex Commissario agli allagamenti Mariano Carraro è finanziato dalla Regione con 3,5 milioni di euro e si collega ad altri interventi idraulici in fase di esecuzione, cofinanziati dalle nostre amministrazioni. Il progetto sta avendo un iter burocratico travagliato con ricorsi e pareri che discordano da quasi 5 anni. Ma se accadessero fatti simili a quelli del 2007, 2008 e 2009, cioè alluvioni disastrose con milioni di euro di danni, i nostri Comuni declineranno ogni responsabilità, ed ognuno se ne dovrà assumere le proprie, visto che i giorni passano e si continua a tergiversare. Stavolta se accadranno o fatti gravi e pericolosi per l’incolumità dei cittadini i nomi e cognomi di chi blocca tutto saranno evidenti».

(a.ab.)

 

L’assessore Conte: progetti da finanziare con i 2 miliardi stanziati contro l’emergenza idrogeologica

VENEZIA – Fondi del «Salvaitalia» per l’emergenza idrogeologica, il Veneto batte cassa a Roma e presenta due richieste a Matteo Renzi che ha garantito 2 miliardi di euro contro le alluvioni: si tratta della nuova vasca di espansione a Montebello Vicentino, un progetto da 50-60 milioni, e del completamento dell’idrovia Padova-Venezia, ferma a Vigonovo. Per sbucare in laguna mancano 15 km, ma tutti i ponti sul tragitto del canale navigabile sono già stati costruiti. Paradosso del Veneto dc, che sapeva guardare lontano anche con le tasche vuote. La pratica idrovia è sul tavolo dell’assessore all’Ambiente Maurizio Conte, messo in croce dalla sua maggioranza per la legge sulle cave che slitterà alla prossima legislatura, ma più che mai determinato a concludere la legislatura con due nuovi traguardi raggiunti. Assessore, che succede se riprende a piovere dopo questa splendida estate d’ottobre: non è che si rompe l’argine del Roncajette com’è avvenuto per lo Scrivia in Toscana? «No, siamo tranquilli. I lavori sugli argini distrutti dall’alluvione 2011 sono stati eseguiti a regola d’arte. È l’evento imprevedibile che produce disastri immensi: si pensi alla bomba d’acqua caduta su Refrontolo. Certo, l’occupazione del territorio crea problemi di sicurezza idraulica ma noi abbiamo fatto la lista delle priorità. In testa ci sono le casse di espansione. Quella di Caldogno verrà conclusa tra due anni e stiamo quindi guardando a due nuove opere fondamentali: a Montebello e all’idrovia Padova-Venezia. Qui si tratta di un intervento fondamentale per la messa in sicurezza del nodo idraulico di Padova e del Piovese: la progettazione sarà affidata a breve e così avremo le basi per capire come intervenire, la dimensione dello scavo va concordata con gli enti locali. Certo, la Regione non può mettere da sola tutte le risorse: appena avremo il quadro esatto dei costi con il relativo piano di navigabilità dell’idrovia, faremo i nostri passi sia in Europa che a Roma per raccogliere i fondi», dice Conte. E su Montebello? «Siamo più avanti, il comitato Via ha già approvato il progetto preliminare e siamo pronti ad un’eventuale gara, ma si tratta di trovare almeno 55-60 milioni. I soldi li abbiamo chiesti al premier Renzi e il dottor D’Angelis, dirigente della presidenza del consiglio dei ministri, ha da tempo la nostra pratica sul suo tavolo. Attendiamo solo la risposta e siamo convinti che Renzi dovrà inserire il Veneto nella lista delle priorità del Salvaitalia: in ballo ci sono 2 miliardi per il rischio idraulico, spero che parte di quelle risorse arrivino in Veneto. Noi siamo pronti». Ultime due questioni: il piano rifiuti speciali e la modifica delle commissioni Via. In commissione Ambiente approderanno entrambi i provvedimenti: per i rifiuti speciali si tratta di evitare il proliferare selvaggio di impianti per lo smaltimento di sostanze pericolose. L’altra legge riguarda la modifica della Via, la valutazione di impatto ambientale fonte di tanti guai giudiziari come dimostra l’ultima inchiesta su Fior. Cosa cambia? «I commissari saranno in supporto alle istruttorie fatte dagli uffici regionali, per evitare il rapporto diretto tra commissari e soggetti proponenti. La nuova legge vuole rendere più trasparente la procedura. Il caso Fior? Quando sono arrivato io ho applicato la regola del turn over e Fior è stato sostituito dal dottor Benassi, che arrivava dall’Arpav», conclude Maurizio Conte.

(al.sal.)

 

Nuova Venezia – Stop ai lavori del bacino di Caldogno

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16

ott

2014

Trovati reperti archeologici, la Soprintendenza ferma il cantiere anti alluvioni. Domani visita di Zaia

VICENZA – La Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto ha sospeso i lavori di realizzazione del bacino di laminazione di Caldogno, nel Vicentino. Nei giorni scorsi, infatti, sono stati rinvenuti dei resti romani proprio all’interno del cantiere: in un’ampia zona del perimetro del bacino sono affiorati vasti strati di terriccio di colore carbone, laterizi e alcune pietre che sembrano risalire all’età romana. Un cittadino, passeggiando all’interno del cantiere di scavo, si è immediatamente reso conto dei ritrovamenti e ha avvisato la Soprintendenza. Sul posto si è recato nei giorni scorsi anche in funzionario di zona della Soprintendenza archeologica, che ha confermato i ritrovamenti dando precise disposizione per la protezione dei luoghi. Nei prossimi giorni si terrà un vertice, in municipio a Caldogno, con i rappresentanti della Regione, del Comune e dell’impresa che sta realizzando i lavori. Probabilmente si consentirà la prosecuzione degli scavi in area diversa dal luogo dei ritrovamenti archeologici, che abbisognano di un periodo di rilievo sul posto. Il piano ipotizzato d’intesa con la Soprintendenza prevede la perimetrazione dell’area archeologica, la generale pulizia del sito, la mappatura dei reperti e la loro protezione con sistemi in geotessuto, sabbia e barriere di terra. In una seconda fase si procederà allo studio dei reperti. Solo al termine di questa seconda, ipotizzata per il mese di dicembre, si potranno riprendere i lavori a condizione che i rinvenimenti archeologici non siano di straordinario rilievo. Il bacino di Caldogno è la principale tra le opere post alluvione 2010 decise dalla giunta regionale guidata da Luca Zaia. Costa 40 milioni di euro ed ha una capacità di invaso pari a 3.8 milioni di metri cubi. I lavori per la sua realizzazione sono iniziati nell’ottobre 2013 ma sono al 20 per cento della loro realizzazione. Nei mesi scorsi, infatti, si è reso necessario modificare il cronoprogramma a causa del rinvenimenti di discarica di inerti, livelli di arsenico al di sopra del consentito ed altri veleni (tra cui piombo, cadmio e zinco). Una bonifica da 600 mila euro si è resa necessaria in un’altra zona del cantiere, ritardando così di altri tre mesi i lavori. Il governatore del Veneto sarà in sopralluogo domani mattina a Caldogno.

(d.f.)

 

Gazzettino – Alluvioni. Gare d’appalto complicate.

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16

ott

2014

Il maltempo ha provocato enormi danni e una vittima a Genova. E si discute del perché tali cose possano succedere e si viene a sapere che ci sono 30/40 milioni di euro in cassa pronti da spendere, con lavori sembra già appaltati e non aggiudicati ai vincitori a seguito di ricorsi al Tar. Intanto la gente muore e il territorio subisce danni irreparabili. Mi chiedo se qualche politico abbia mai seguito la pubblicazione di un bando di gara pubblica: è impossibile concorrere e partecipare in quanto sono richieste migliaia di informazioni che ci fanno pensare che questi bandi siano fatti ad arte perché vengano aggiudicati sempre alle solite imprese. Sovente una delle richieste, pena l’esclusione dalla gara, è la dimostrazione di avere eseguito un lavoro simile negli ultimi tre anni, ma di importo doppio o triplo di quello posto a gara. Quindi è impossibile partecipare. Infatti una piccola azienda, pur avendo i requisiti per partecipare alla gara, di fronte a questa richiesta deve desistere. Bisogna modificare i regolamenti, oggi troppo complicati. Queste sono le nostre leggi, elaborate da legislatori incompetenti e ratificate da politici ancora più incompetenti.

G.T.

 

BOMBE D’ACQUA. UN TERMINE SBAGLIATO

Dire “bombe d’acqua” è affermare un nuovo neologismo per sostenere impropriamente un determinato fenomeno climatico che individuerei come un violento acquazzone, una tempesta, un nubifragio. Ripetere, in continuazione, “bomba d’acqua” è eludere la vera entità di questo fenomeno. Anzichè affermarlo con la parola giusta, non si fa altro che continuare con un gioco di parole, per allontanare le responsabilità, spostare il problema. Per cui con il richiamo a questo termine improprio, divenuto un luogo comune, evoco guerra, deflagrazione, esplosione, condizioni terribili, apocalittiche. Attribuisco colpe all’eccezionalità di una situazione. Il dissesto idrogeologico è una calamità naturale i cui effetti sono senz’altro riconducibili a precise responsabilità che vanno inquadrate nel non voler prevenire con interventi di manutenzione ordinaria. Si ravvisa, poi, una distribuzione di responsabilità figlia della nostra superficialità, di una politica del territorio inadeguata. Se solo si osservasse con che cura la tecnologia fa vivere meglio popolazioni in Danimarca o in Olanda, si svilupperebbe un piano analogo, azzerando prima reticenze e immobilismi, ripartendo con giuste competenze per riassettare l’intero territorio nazionale e creando nuovi posti di lavoro.

Adalberto de’ Bartolomeis – Monselice (Pd)

 

CAMPAGNA LUPIA – Solo esecrabile burocrazia o forse è già campagna elettorale, visto che entro l’anno ci saranno le elezioni dei nuovi direttivi dei Consorzi di Bonifica? Sono passati più di 20 anni dall’entrata in vigore della legge che chiedeva alle Regioni di definire un piano di assetto idrogeologico e una maggiore sensibilità ambientale, ma sembra esserci sempre qualcosa in grado di bloccare le iniziative. La questione riguarda i lavori per il potenziamento dell’impianto idrovoro di Lova. Da 12 metri cubi d’acqua al secondo, l’idrovora dovrebbe essere incrementata per arrivare a 14,5. «Ci lavoriamo dal 2007. Il progetto è pronto da tempo, l’iter per gli espropri concluso e l’appalto appalto già affidato ad una ditta competente. Il piano di lavoro è stato discusso in commissione regionale e in assemblea con i sindaci interessati di Fiesso d’Artico, Dolo, Mira, Campagna Lupia, Camponogara e Campolongo Maggiore – dice il presidente del Consorzio di Bonifica “Acque Risorgive”, Ernestino Prevedello. Mai nessuno ha avuto qualcosa da ridire e il progetto è in regola sotto ogni suo aspetto, chiaro e trasparente». Non la penserebbe così la Commissione di Salvaguardia, secondo la quale al progetto mancherebbe una parte della documentazione sullo scarico in laguna. «Il progetto fa parte di un più ampio disegno sui piani dei vari bacini scolanti in laguna – aggiunge Prevedello – A tutela del territorio, abbiamo realizzato a monte validi sistemi di laminazione e drenaggio dell’acqua prima del suo scarico in laguna».

(v.com)

 

A Caldogno i lavori del bacino di laminazione sono al 20% di realizzazione

Gli altri quattro vasconi antialluvione saranno pronti forse solo nel 2018

VENEZIA – Il bacino di laminazione di Caldogno, opera prima tra quelle del post alluvione 2010, è al 20 per cento della sua realizzazione. Per questo il governatore Luca Zaia andrà personalmente a vedere lo stato di avanzamento, venerdì prossimo, dell’invaso per contenere le acque del Timonchio, affluente di quel Bacchiglione che costantemente minaccia Vicenza e, quando salta gli argini, allaga anche Padova. A quasi quattro anni dall’alluvione del novembre 2010 a che punto sono le opere di difesa del suolo? Gli interventi sono quasi trecento, piccoli e grandi, per un investimento complessivo di 105 milioni di euro. La Regione del Veneto ne fornisce l’elenco puntuale: ma – ammettono a palazzo Balbi – per usufruire degli effetti delle infrastrutture di sicurezza idraulica bisognerà aspettare almeno l’inizio del 2018. Questi sono i tempi: dalla ricerca dei finanziamenti alla progettazione di massima, preliminare, esecutiva; dalle procedure di gara all’assegnazione; dalla consegna del cantiere all’impresa al completamento e collaudo dei lavori. Una corsa a ostacoli che prevede che almeno dieci diversi enti formulino i loro pareri sulle procedure: salvo ricorsi amministrativi, per aprire un cantiere servono almeno tre anni di procedure burocratiche. Un ginepraio più volte denunciato da tutti. I lavori del più importante dei bacini, quello del Timonchio a Caldogno, è stato assegnato «in via d’urgenza» all’associazione temporanea di imprese che ha vinto l’appalto, saltando gli ultimi passaggi dopo il pressing esercitato dai vertici della Regione. Ma l’avanzamento fisico delle opere è attualmente pari al 20 per cento dei lavori di progetto: un quinto. Per vederlo ultimato bisognerà attendere il febbraio 2016: poi il collaudo e finalmente la sua entrata in funzione, con la speranza che non debba servire mai. A Zaia va riconosciuto l’avvio di un piano strategico di difesa del suolo («Quando sono arrivato, nel 2010, di tutte queste opere non c’era nemmeno uno schizzo» ha dichiarato più volte) ma l’avanzamento appare a passo di lumaca. Del resto, la messa in sicurezza del Veneto appare un’impresa ciclopica: due miliardi i danni provocati dall’alluvione del 2010, 120 milioni nel 2012, 54 milioni nel 2013 e ben 301 quest’anno.

Il Veneto è una regione fragilissima, dove un terzo dei comuni è considerato «a elevato rischio idrogeologico», un’intera provincia (quella di Belluno) a rischio frana, larga parte della pianura esposta a esondazione, quasi novanta comuni classificati a medio rischio sismico.

Se poi ci mettiamo del nostro, come la cementificazione e l’impermeabilizzazione del suolo (con le sempre più frequenti tombinature dei fossi, naturali scoli delle acque meteoriche) il primato del Veneto è nazionale. Secondo un recente studio dell’Ispra, la nostra regione è dopo la Lombardia la regione dove maggiore è il consumo del suolo, con una percentuale superiore al dieci per cento. Con una crescita esponenziale subita negli ultimi quindici anni, anche dopo gli exploit delle leggi Tremonti.

La Regione, da par suo, fa l’elenco delle opere finanziate dopo l’alluvione 2010. I trecento interventi (277) finanziati, per un importo complessivo di 105 milioni di euro, non bastano: si va da opere di regimazione dei fiumi a messa in sicurezza di alcuni punti critici. Quanto ai bacini di laminazione, i principali sono quelli del Timonchio a Caldogno (40 milioni di euro, invaso di 3,8 milioni di metri cubi), del bacino Trissino (22,7 milioni di euro, 2,5 milioni di metri cubi), dell’invaso San Lorenzo (cinque milioni di euro, 860 mila metri cubi), l’invaso Colombaretta (12,7 milioni e 935 mila metri cubi) e il bacino Muson (16,8 milioni di euro per un milione di metri cubi). Dei cinque «vasconi» destinati ad ospitare le piene di fiumi e torrenti solo quello di Caldogno è partito e la conclusione dei lavori attesa per il febbraio 2016. Per il Trissino la consegna dei lavori è attesa a giorni e la conclusione del cantiere per il dicembre 2016. I lavori del bacino San Lorenzo inizieranno nel settembre 2015 per concludersi un anno dopo. L’appalto dell’invaso della Colombaretta, invece, è previsto per dicembre e la conclusione lavori per il settembre 2016. Il bacino del Muson, infine, strategico per salvare Castelfranco e l’Alta Padovana, dovrebbe andare in appalto a dicembre e concludere i suoi lavori entro il dicembre 2016. A cinquantun anni dalla tragedia del Vajont, il Veneto riparte insomma quasi da zero. Ma continua lo stesso, tragico errore: quello di dimenticare troppo in fretta.

Vera Mantengoli

 

«Non sono bombe d’acqua ma tragedie annunciate»

TREVISO – Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton, lavora da trent’anni nel campo della difesa del suolo. La sensibilità è cresciuta o diminuita negli ultimi anni? «É certamente cresciuta, soprattutto a causa delle tragedie che puntualmente si abbattono sull’Italia e sul Veneto». Cosa fare per scongiurare nuovi disastri? «L’ennesima tragedia di Genova è figlia dell’insipienza. Certo, ci sono stati ritardi, ma si assiste a uno scaricabarile improduttivo: chi dà la colpa alle imprese, chi alla magistratura amministrativa, chi alla politica. Ma la verità è che siamo rimasti indietro». Gli enti che coordinano alla difesa del suolo sono stati spogliati, non è così? «Un tempo dentro a questi organi c’erano fior di professionalità: rispettate, temute, insindacabili. Oggi mancano i numeri e talvolta le competenze, si è deciso di non investire più in questo campo». Salvo poi ricorrere agli interventi di emergenza. «Ma siamo ancora fermi agli interventi post alluvione del 1966. Peccato che in 40 anni sia radicalmente cambiato l’assetto del territorio, l’urbanizzazione, il consumo del suolo. Certo, anche il clima» Come si può prevedere l’arrivo di una bomba d’acqua? «Ecco, mi sembra ipocrita usare questo neologismo. è come dare la colpa all’Altissimo. Sposta il problema lontano, è un inutile e dannoso gioco di parole per schivare responsabilità. Se dico bomba d’acqua evoco la guerra, condizioni straordinarie, terribili. Così cerco di attribuire colpe all’eccezionalità della situazione. E invece no. Il dissesto è figlio delle nostre decisioni, della nostra superficialità, di una politica del territorio inadeguata. Certo, anche dei cambiamenti climatici, ma insieme a una serie di cause che hanno negli uomini e nelle loro decisioni la responsabilità» Quali gli esempi da seguire? «A Copenagen c’è un ufficio per la gestione del suolo alla luce dei cambiamenti climatici, il suo dirigente gira l’Europa per spiegare cosa stanno facendo. A Venezia c’è un eccellente Centro di ricerca sui cambiamenti climatici, guidato da Carlo Giupponi, non ascoltato abbastanza». Da dove ripartire? «Su una cosa Renzi ha ragione: che bisogna rifare il paese, azzerare le procedure, ripartire da zero. Se toccasse a me chiamerei le migliori competenze a lavorare su questi temi: con procedure chiare e tempi snelli». Cosa pensa del Piano casa della Regione? «É assolutamente contrario a una politica di corretto uso del territorio: al Veneto serve piuttosto un grande piano di demolizione del patrimonio esistente non più funzionale». Ma rappresenta un ottimo volano economico. «Un’altra pietosa ipocrisia. Se c’è qualcosa, oggi, che può muovere interessi economici è proprio la rottamazione dei volumi e il riassetto del territorio: c’è molto lavoro da fare e molti posti da lavoro da occupare. Ma bisogna crederci».

Daniele Ferrazza

 

Gazzettino – Tempesta d’acqua, citta’ in tilt

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14

ott

2014

MIRANESE – Cantine allagate a Mirano e Spinea

RIVIERA – A Oriago e Mira strade sott’acqua

AUTOSTRADA – A Villabona bloccati tutti i caselli di uscita

DISAGI – Stop di 45’ per il tram, auto in coda sulla Romea

Violento nubifragio nel pomeriggio: black out in molte zone, decine di alberi abbattuti, traffico paralizzato sul Terraglio

Una nube scura, raffiche di vento e tantissima acqua. Un temporale talmente violento da sradicare alberi, spezzare rami e allagare gli scantinati. Numerosi anche i black out che hanno “bloccato” le corse del tram e hanno creato disagi all’uscita dell’autostrada di Villabona dove le sbarre sono rimaste chiuse per tutta la durata del maltempo. La situazione si è resa ancora più critica in serata con il perdurare della pioggia e l’allagamento di numerose strade.

MESTRE – Il buio ieri pomeriggio è arrivato alle cinque mezza. Prima il cielo nero, poi fortissime raffiche di vento ed infine una bomba d’acqua durata poco più di dieci minuti. Subito sono iniziate le richieste di aiuto, telefonate ai vigili del fuoco e alla polizia locale per problemi alla viabilità a causa della caduta di rami, in alcuni casi anche di alberi e per cavi staccati dal vento. Decine di chiamate e altrettanti interventi che hanno impegnato i vigili del fuoco a Mestre e in provincia. Il primo albero “abbattuto” dal vento si è avuto nella bretella che collega la tangenziale alla Romea proprio in corrispondenza alla “Nave de vero”. Sul posto sono intervenuti i pompieri per rimuovere il tronco e i vigili per gestire la viabilità. Dall’altra parte della città un grosso pioppo è caduto anche in via Scaramuzza, davanti alla pizzeria “Alla Grotta”, interrompendo la viabilità e costringendo gli automobilisti a cambiare direzione. Ancora alberi in mezzo alla strada e viabilità bloccata sul Terraglio, all’altezza della Favorita, e in Piazzale Rossariol a Marghera. Il nubifragio ha causato anche una serie di black out che hanno “spento” numerosi semafori a Mestre creando ulteriori difficoltà alla viabilità. Allagate alcune strade, in particole via della Libertà, dove alcune auto sono state costrette a fermasi a causa dei danni provocati dall’acqua. La mancanza di elettricità ha mandato in tilt pure l’uscita di Villabona dell’autostrada. Attorno alle cinque mezza tutte le uscite, per chi giungeva da Padova in direzione Mestre, erano “rosse” e le sbarre chiuse. Subito si sono formati incolonnamenti e solo poco prima delle 18 sono state aperte solo alcune corsie quelle regolate da telepass. Sempre il black out ha tenuto fermo anche il tram dalle 17.40 alle 18.30 e subito sono stati attivati i bus sostitutivi. Black out si sono inoltre registrati a Mestre, nella zona di via Torino e Corso del Popolo. Strade allagate anche a Marcon.

MIRANESE – Alberi caduti a Mirano e Spinea, black-out a macchia di leopardo soprattutto a Scorzé, allagamenti un po’ in tutto il Miranese. Il doppio acquazzone di ieri si è fatto sentire eccome, prima alle 18 e poi ripetendosi ancor più forte alle 19.30. La rete elettrica è saltata soprattutto nel Miranese nord, ma i principali problemi sono stati gli allagamenti di Mirano. Acqua a livelli piuttosto alti in via Matteotti, via Gramsci, via Porara, via Saragat, via Giudecca e nel quartiere Aldo Moro. I disagi maggiori si sono verificati in via Matteotti e in via Gramsci, con diversi residenti che si sono trovati i garage e le taverne allagate. Problemi anche a Spinea, dove ad allagarsi è stata soprattutto la zona di via Luneo. Numerosi interventi dei vigili del fuoco, in allerta Polizia Locale e Protezione Civile. In via Bellini vicino alla scuola Goldoni il vento ha anche fatto cadere un albero. Il nubifragio ha colpito duro anche a Martellago. Complice l’eccezionale quantità di pioggia e le foglie che hanno ostruito i tombini, diverse strade sono andate a mollo, con problemi alla circolazione, e si è dovuto chiudere al traffico via Zigaraga. L’acqua è fluita anche all’interno di qualche attività e di alcune case di via Udine per il blocco delle pompe. A causare disagi anche il blackout che ha riguardato ampi quartieri del comune.

MIRA – Bomba d’acqua anche a Mira, con allagamenti soprattutto a Oriago, vicino al Parco del Donatore e al parco Gazzetta dove ci sono stati alberi spezzati, mentre a Dolo ci sono stati dei blackout a causa della pioggia. Sott’acqua anche alcune strade di Borbiago e Marano oltre che nella zona di via Toti a Mira Taglio. In molte di queste aree è mancata la corrente ma la situazione, anche se a singhiozzo, è tornata alla normalità. Fino a ieri sera alle 19.30 i volontari della Protezione civile nonostante fossero allertati non erano ancora usciti per nessuna emergenza. «Teniamo le dita incrociate – ha commentato in serata il sindaco Alvise Maniero – a parte alcune zone critiche e già note la situazione sembra sotto controllo». «Purtroppo in questo periodo può capitare che le foglie ostruiscano le griglie dei tombini lungo le strade – spiega Franco Favaro, responsabile della Protezione civile – e che di conseguenza strade e magari garage interrati vengano temporaneamente allagati». Nella zona di via Caleselle di Oriago e di San Pietro si sono verificati dei black out e molte delle abitazioni sono rimaste senza corrente per qualche ora. In prossimità di Piazza Mercato, un fulmine ha colpito una scatola di allacciamento esterna di un’abitazione e ha richiesto l’intervento dei pompieri per controllare eventuali principi di incendio.

VENETO ORIENTALE – A San Michele Tagliamento un forte temporale si è abbattuto poco dopo le 20. Ha provocato danni alla linea elettrica con un black out diffuso a buona parte del paese che è durato per alcune ore.

(Hanno collaborato Marco Corazza, Gabriele Pipia, Luisa Giantin, Andrea Penso e Nicola De Rossi)

 

La commissione di Salvaguardia interviene sul progetto che prevede il potenziamento dell’opera

Sono cinque i comuni “coinvolti” nel progetto

La commissione di Salvaguardia per il momento chiede dei documenti di approfondimento al progetto del Consorzio Acque Risorgive di potenziamento dell’impianto idrovoro di Lova, che già pompa 12 metri cubi al secondo e che potrebbe essere incrementato di altri 2,5 metri cubi al secondo attraverso la realizzazione di una nuova botte a sifone che passerebbe sotto la Romea e il Taglio Novissimo, con scarico nel canale lagunare.
Sono passati oltre vent’anni dall’entrata in vigore della legge regionale che chiedeva alle Regioni di definire un piano di assetto idrogeologico, ma solo dopo i recenti episodi alluvionali che hanno interessato aree finora mai toccate da questi eventi catastrofici, come nel settembre 2006 e nel 2007, il tema è tornato d’attualità. Ma nel frattempo è cambiata anche la sensibilità ambientale, tanto che solo ora sono arrivati alla fase conclusiva i piani dei vari bacini scolanti.
E la Commissione di Salvaguardia ha fatto delle osservazioni per l’unico “pezzettino” di piano di bacino che scarica in laguna, quello della Settima Presa Superiore che interessa i comuni di Dolo, Mira, Campagna Lupia, Camponogara, Campolongo Maggiore. Ferma restando la mancanza di alcuni documenti, l’organo regionale chiede che anzichè continuare a scaricare a valle tutte le acque, queste vengano intercettate in parte a monte, con un progetto alternativo lungo i corsi d’acqua principali che favorisca un sistema di laminazione e drenaggio. Un modo per favorire l’auto e la fitodepurazione dell’acqua, che solo successivamente potrà essere scaricata in laguna in base a una certificazione della quantità di inquinanti contenuti, che devono essere compatibili con i limiti previsti per lo scarico in laguna. E un altro suggerimento, oltre a quello di coinvolgere la Regione e i Consorzi, è di utilizzare le aree golenali e le anse per la depurazione, in modo da contenere i costi per gli espropri.

Raffaella Vittadello

 

S. M. DI SALA – Le opposizioni chiedono interventi prima di nuovi allagamenti

Dopo l’abbondante acquazzone di ieri torna la polemica su strade e centri allagati. «L’emergenza allagamenti – spiega Giuseppe Rodighiero, capogruppo Civica Insieme – è decennale. Occorre intervenire su alcuni punti nevralgici, come Caltana, via Cavin Caselle e ora anche Tre Ponti. Vero che questi lavori dovrebbe farli il Consorzio ma se il Consorzio non provvede, è doveroso provveda l’amministrazione comunale. Come emerge dalla verifica degli equilibri di bilancio discussa in Consiglio comunale, ci sono soldi in più che il Comune ha incassato, oltre 200.000 euro, tra Tasi, Imu e recupero evasione Imu degli anni precedenti. Esigiamo che questi soldi siano impiegati per la pulizia e lo scavo dei fossati e visto l’avvicinarsi dell’inverno per la manutenzione della strade comunali e per gli interventi da realizzarsi a Caltana che puntualmente finisce sott’acqua». Questioni discusse anche nell’ultima seduta consiliare del 29 settembre. «Di sicuro – dice il vicesindaco Alessandro Arpi – agire sulla frazione di Caltana è una delle nostre priorità, ma se il trend delle entrate è in continuo calo, questo non ci aiuta».
Problema quello delle entrate in calo e dei tagli da parte del Governo sempre lamentato infatti dall’amministrazione comunale. Ma il capogruppo Rodighiero replica: «Basta nascondersi dietro ai tagli provenienti da Roma, non si può continuare a giustificare ogni mancanza o ritardo dell’azione amministrativa con i tagli dei trasferimenti. È opportuno intervenire subito e visti gli introiti di quest’anno pretendiamo che l’anno prossimo l’aliquota della Tasi si abbassi, così come quella dell’Imu e pretendiamo che ci siano delle detrazioni per le famiglie con figli o disabili a carico». Infatti dichiara l’ex sindaco Paolo Bertoldo, consigliere Lista Salese: «La tassazione comunale nelle misure imposte è eccessiva».

 

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