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Gazzettino – Valsugana, si torni al progetto ’90

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23

giu

2014

ROMANO D’EZZELINO – Ieri ai Carlessi manifestazione dei comitati che si oppongono al tunnel

Valsugana, si torni al progetto ’90

Riqualificare il vecchio tracciato: Pd e M5S d’accordo sull’onda degli scandali dei project financing

NO TRAFORO – I comittai ieri ai carlesi per il secondo anno per dire “no” alla nuova Valsugana e “no” al traforo del Grappa

TORNARE ALL’ANTICO – In Vallata sembrano tutti d’accordo: meglio tornare al vecchio progetto degli anno Novanta, sul quale non c’erano opposizioni, che prevedeva la messa in sicurezza dell’attuale tracciato

NUOVO CLIMA – Di certo, rispetto al passato, ilclima politico ècambiato. Gli scandali scoppiati intorno a grandi opere basate sul project financing favoriscono ripensamenti. Al momento ilpd sembra essere compatto e d’accordo, ma anche il M5S sostiene le battaglie dei comitati

Gli scandali sui project financing hanno cambiato il clima politico

ROMANO Ieri ai Carlessi manifestazione dei comitati che si oppongono al progetto del tunnel

Valsugana, no a variante e traforo

«Torniamo al piano anni ’90 con la messa in sicurezza del vecchio tracciato», Pd e M5S d’accordo

Tira aria di ottimismo nella seconda edizione della manifestazione “No alla Nuova Valsugana e No al traforo del Grappa”, ospitata nei campi di via Carlessi a Romano d’Ezzelino, dove l’attuale progetto vorrebbe far transitare la grande arteria, prima del suo innesto in galleria, sotto al massiccio del monte sacro alla patria. Tra bancarelle, giochi per bambini, musica e punti promozionali che hanno come filo conduttore la promozione turistica del territorio, i manifestanti mantengono sempre alta l’allerta per i rischi ambientali, idrogeologici e finanziari della grande opera. Ma non si può negare che il clima politico sia più favorevole di un anno fa, e che sul fronte giudiziario lo scandalo Mose abbia riservato novità di rilievo. «È stata aperta un’inchiesta che ha messo in discussione l’intero sistema dei project financing veneti», spiega Maria Pia Farronato, portavoce dell’associazione Labc, «e anche la politica locale, specie tra i comuni della Vallata, si è trovata compatta nello scrivere a Renzi per chiedere di interrompere l’attuale progetto, attualmente al vaglio del Cipe, e rilanciare il vecchio disegno di fine anni Novanta condiviso da tutti, che si trova all’interno del decreto sblocca-Italia».
Si tratterebbe quindi di fare un passo indietro con la progettualità, per farne molti in avanti nel rispetto dell’ambiente e nella sostenibilità economica: il progetto viabilistico alternativo prevede infatti la sola messa in sicurezza dei punti critici della Valsugana come il noto incrocio di Carpanè, e sarebbe realizzato tramite appalto pubblico, prevedendo anche la rivalorizzazione della ferrovia e il completamento della ciclopista del Brenta. Se le voci parlano di un Partito Democratico compatto intorno a questa soluzione, e di un governo pronto a darne il via libera, a manifestare senza indugi la loro vicinanza alla battaglia dei comitati è il Movimento 5 Stelle, arrivato a Romano con una delegazione di parlamentari, per l’occasione senza stemmi, composta da Enrico Cappelletti, Giovanni Endrizzi, Gianni Girotto, Emanuele Cozzolino e Federico D’Incà: «Sosteniamo questa battaglia sin dall’inizio – racconta quest’ultimo – e cerchiamo di mettere in rilievo tutti gli aspetti negativi di questi progetti senza futuro. Noi non siamo contro le opere, ma vogliamo che abbiano un impatto finanziario e ambientale sostenibile. E alle prossime Regionali ci proponiamo per cambiare le sorti decadenti di questo Veneto insieme con i cittadini e gli imprenditori».
La manifestazione di ieri, oltre a protestare per quanto si vuole fare, ha posto l’accento su quello che non viene realizzato, come le opere strategiche per dare slancio alle attrattività del territorio. Una di queste è la ciclabile storica che collega il Piave al Brenta, il cui progetto è depositato, ma ancora fermo, nei cassetti della Regione. Su questo si pensa di mettere insieme le unioni dei comuni e i consorzi per un’azione comune che porti alla valle e alla pedemontana opere considerate davvero utili e per nulla dannose.

 

Ritorneranno in via Carlessi, a Romano, per dire “No al tunnel” e “No Nuova Valsugana” da un po’ tutta la Regione per formare un fronte unico contro la galleria prevista dalla superstrada nella pancia del Massiccio

ROMANO – Ci saranno anche i Gruppi Valbrenta, Informazione San Nazario, Spontaneo Solagna, Valstagna: Autostrada No Grazie e Rappresentanza Cittadini Cismon, alla manifestazione in programma domani, in via Carlessi, a Romano d’Ezzelino, per dire «No Traforo Grappa» e «No Nuova Valsugana». I gruppi saranno presenti con un gazebo informativo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla possibile devastazione del territorio conseguente alla realizzazione di un’opera ritenuta spropositata rispetto alle reali esigenze e altamente impattante. «L’obiettivo è quello di formare un fronte unico e condiviso per risolvere in maniera diversa da quella presentata i reali problemi della Valsugana, specialmente dopo quanto sta emergendo in questi giorni – ribadiscono i comitati. – Crediamo che questa sia la via più giusta da percorrere, tenendo presente le aspettative del territorio in fatto di viabilità e di vivibilità che tutti hanno diritto di avere e non vada a gravare in termini economici con il project financing sulle generazioni future». È stata vista molto positivamente dai comitati l’iniziativa dei sindaci di appellarsi al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per fare chiarezza ed invocare una soluzione per la viabilità del nostro territorio.

Roberto Lazzarato

 

Gazzettino – Project bond per il Passante di Mestre.

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20

giu

2014

INFRASTRUTTURE – La Cav, che gestisce l’opera, prima in Italia lancia l’operazione per raccogliere 700-900 milioni entro settembre

Il Passante a caccia di quasi un miliardo per ripagare i debiti e allungare la sua concessione. La società che gestisce i 32 chilometri da Dolo a Quarto d’Altino fortemente voluti da Giancarlo Galan per superare il “muro” della Tangenziale di Mestre godono di buona redditività e altrettanta solvibilità, tanto che sta studiando – prima in Italia – il lancio di un project bond della durata di 15 anni. «Contiamo di raccogliere sul mercato finanziario tra i 700 milioni e i 900 milioni – spiega Tiziano Bembo, presidente di Cav, la società al 50% Anas e al 50% Regione Veneto che gestisce il Passante di Mestre, 132,4 milioni di valore della produzione nel 2013 (114 milioni gli incassi dai pedaggi), 9,8 milioni di utile – cinque banche (Imi, Unicrdit, Rbs, Bnp Paribas, Societe Generale) cureranno l’operazione a un costo molto vantaggioso (0,25%). Per fine agosto Moody’s e Fitch dovrebbero aver fissato il nostro rating e poi il bond potrebbe essere piazzato sul mercato per settembre». Gli uomini di Cav confidano sull’investimento sicuro e pensano di strappare un 4% o anche meno: «Il Passante è già stato realizzato, questi fondi ci serviranno a ripagare l’Anas che ha anticipato a suo tempo i 1,216 miliardi per finanziare l’opera e il finanziamento di 423 milioni erogato nel 2013 dalla Cassa Depositi e Prestiti». Bei dovrebbe garantire il 20% del bond.
L’altra grande partita è l’allungamento della concessione la cui scadenza era prevista per il 2032: «Vogliamo arrivare al 2050 e questo per poter finanziare altre opere nel Veneto», dice Bembo.

(m.cr.)

 

Corte dei Conti

Lo stesso sistema per il Passante. Schema Mose anche per le autostrade

Stessa “cricca” per il Passante. Dossier della corte dei conti.

Un errore il ricorso alla procedura di emergenza

PADOVA – Il «dream team» dei grandi appalti in Veneto ha replicato lo schema Mose anche al Passante A4, che ha salvato Mestre dal caos e dall’ingorgo eterno lungo le tangenziali. Realizzato in due anni, per l’ex governatore Galan è il vero modello di efficienza della sua gestione tanto che il 20 settembre 2008 arrivò l’allora premier Silvio Berlusconi a tagliare il nastro. Per la Corte dei Conti, invece, l’opera è costata troppo: 1,4 miliardi di euro, 600 milioni in più del previsto. E soprattutto ha inaugurato la stagione delle opere con procedura d’emergenza, fonte di tanti guai: dalla ricostruzione de l’Aquila all’Expo di Milano. A raccontare come funziona il sistema è Claudia Minutillo, ex ad di Adria Infrastruttre: «So che per il Passante di Mestre è stata agevolata la cordata Impregilo- Mantovani» ha spiegato ai pm di Venezia mentre Piergiorgio Baita, ex ad della Mantovani, ha detto di aver acquistato una società in perdita dell’architetto Bortolo Mainardi, ex commissario delle Grandi opere e poi commissario della Tav in Veneto e Friuli. Baita sostiene di essersi mosso su richiesta dell’assessore Chisso: alla società Territorio di Mainardi fu assegnato un incarico professionale per la preparazione di un project per il prolungamento della A27, poi la società fu rilevata, racconta Baita. E fin qui nulla di penalmente rilevante, tant’è che nonc’è nessuna indagine. Il «dream team» del Passante, figlio delle larghe intese Pdl- Pd veneziano, colossi privati- cooperative, è invece nell’occhio del ciclone per i dossier dei comitati «Re.Common » e «Opzione Zero» che hanno presentato un esposto agli organismi di controllo Ue sui costi dei realizzazione delle opere finanziate dalla Cav, nata nel 2008 per gestire il Passante. La convenzione prevede che la Cav, controllata dalla Regione Veneto e dall’Anas, restituisca all’Anas un miliardo di euro: insomma, quanto anticipato torna a Roma, mentre la Cav aumenta i pedaggi per ripianare il buco, come si è visto a gennaio 2014. La Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti sull’aumento dei costi, passati da 864 milioni a 1,388 miliardi di euro, e le risposte non potranno che arrivare dal Contraente generale, cioè il Consorzio Passante di Mestre. Ne fanno parte Impregilo, Grandi Lavori Fincosit (per i lavori del Mose è stato arrestato il presidente Alessandro Mazzi), Fip industriale(diMauro Scaramuzza), Coveco (con gli arrestati Pio Savioli e Franco Morbiolo), la Ccc e la Cmc due colossi emiliani. La Mantovani di Baita ha ottenuto subappalti. Un sistema collaudato, che ha visto trionfare le «larghe intese» sperimentate con le quote del Consorzio Venezia Nuova che ha la concessione unica per il Mose e le opere di salvaguardia della laguna. Sull’onda della protesta, ora i comitati No Grandi Opere chiedono lo stop sia della Pedemontana che della nuova Valsugana. E annunciano battaglia sul prolungamento della A31 Valdastico. (al.sal.)

 

Mose, via il finanziere onesto

Claudia Minutillo: «Lui fu trasferito. Baita evitò l’arresto»

RETROSCENA – Galan pontificava «Trasparenza totale»

Minutillo: «Trasferito finanziere che non si faceva corrompere»

In un interrogatorio della testimone chiave il riferimento a un militare che rifiutò mazzette e favori

«Già una volta Baita evitò l’arresto». «Mi disse di una provvista per Tremonti attraverso Milanese»

A una cena Ghedini chiese a Galan di usare la sovrafatturazione per le campagne elettorali

Ero ai domiciliari, arrivò la Polizia: “Non ha paura visto che vive sola?

VENEZIA Quel giorno Berlusconi cercava affannosamente Galan senza trovarlo. Il presidente del Veneto era a pesca, almeno a venti miglia dalla costa, impossibile raggiungerlo. A tenere a bada Berlusconi al telefono c’era Claudia Minutillo, che s’inventava le scuse più verosimili: «Galan è dal dentista», «è sotto anestesia, l’intervento è lungo e difficile». Ma bisognava pure uscire dal dentista, così le viene in soccorso Vittorio Altieri buonanima, titolare all’epoca dell’omonimo studio di progettazione, presente in tutti i grandi lavori del Veneto: «Ci penso io, Claudia». E spedisce unmotoscafo a tutta manetta in alto mare, a raggiungere la barca di Galan per farlo rientrare sottocosta, a portata di telefonino. Quante ne ha viste la Claudia Minutillo, prima come segretaria- ombra di Galan per cinque anni e poi dentro ad Adria Infrastrutture, braccio armato della Mantovani di Piergiorgio Baita, che stava dentro anche al Consorzio Venezia Nuova. Le due polarità, quella politica e quella tecnica, dello scandalo del Mose. Ha passato gli ultimi due anni con l’angoscia che prima o poi doveva capitare. Ma anche con il retropensiero che poteva non capitare niente, perché tutti erano pagati. Tutti incassavano soldi: magistrati, finanzieri, politici, tecnici. Era il sistema e lei stava dentro alle due onnipotenze che lo gestivano. Così funzionava da anni: perché il meccanismo avrebbe dovuto fermarsi? Finché la mattina dell’arresto il mondo le è caduto addosso: non poteva credere che fosse successo e insieme è stata una liberazione. «Finalmente era finita», dice oggi, che non è ancora uscita dalle indagini. Ha riempito quattro verbali di cose che sono state raccontate. Altre sono ancora secretate, perché restano obiettivo dell’inchiesta. Ha patteggiato un anno e quattro mesi per fatture false ma è ancora indagata per concorso in corruzione. Claudia Minutillo ha paura. Siamo nello studio del suo avvocato, si consulta per valutare cosa dire e cosa non dire. Ha paura di sembrare quella che si vendica. Ma ha anche ha paura fisica. L’hanno minacciata. «Una mattina ero agli arresti domiciliari ed è arrivata una pattuglia della polizia. Mi hanno chiesto i documenti, poi altre cose con un tono allusivo: i vetri delle finestre non sono blindati? Non ha paura visto che vive sola? Mi parlavano controllando le telecamere, l’ho detto subito alla procura». I due agenti non erano titolati al controllo, sono stati trasferiti. «Per anni mi sono sentita dentro un film», racconta. «Baita era sicuro di farla franca. Contava sulla rete di controspionaggio che aveva messo in piedi, che gli è costata qualche milione di euro. Non per niente gli hanno trovato la copia dell’ordinanza di arresto nella borsa». Non solo. Piergiorgio Baita aveva un precedente di lusso a suo favore: un anno prima il Gip (non l’attuale Gip Alberto Scaramuzza) aveva respinto la richiesta di custodia cautelare avanzata daipm. Notizia mai uscita. Come altre del racconto della Minutillo: «Ero a cena a casa di Ghedini con Colombelli e Galan quando Ghedini disse a Galan che avrebbe potuto sfruttare la ditta di Colombelli anche per finanziare le campagne elettorali in Veneto, con il sistema della sovrafatturazione. Dicevano che fanno tutti così». Con i particolari di contorno: «Galan prendeva soldi, certo, me lo confidava lui e me lo diceva chi glieli dava. Imprenditori amici, ho fatto i nomi ai magistrati. Durante una campagna elettorale, quando ancora lavoravo con lui, gli portai una busta consegnatami da Baita. Era il 2004 mi pare. Baita in alcune occasioni diceva che bisognava preparare la provvista per Mazzacurati. Era prassi abituale quando Mazzacurati andava a Roma, dove dicono che incontrava Gianni Letta. Una volta mi disse che la provvista era per il ministro Tremonti, attraverso Marco Milanese ». Almeno uno non si faceva pagare. Val la pena sapere chi è. Questa storia salta fuori durante un interrogatorio della Minutillo, quando il pm legge i nomi dei presenti. C’è anche quello di un finanziere, il maggiore Amos Bolis. Lei ha un sobbalzo, parla all’orecchio del suo avvocato Carlo Augenti, il quale chiama fuori il pm Stefano Ancilotto: «La mia cliente non intende parlare perché ha sentito questo nome riferito da Baita». Ancilotto rientra e davanti a tutti spiega: «Il finanziere di cui parlate era il fratello del maggiore Bolis ma è stato trasferito perché nonsi è fatto corrompere». Chi l’ha fatto trasferire? Un riferimento forse si può trovare nell’interrogatorio di Piergiorgio Baita il 28 maggio2013. Baita parla di Roberto Meneguzzo, ad di Palladio Finanziaria, che aveva consegnato a Mazzacurati un telefono con una tecnologia non intercettabile. «Meneguzzo dice a Mazzacurati: ho fatto spostare questo della Finanza», dice Baita. «Adesso ti arriverà la notifica, ti interrogherà qualcuno, devi dire ecc». I pm riusciranno a scoprire il nome interrogando Mirco Voltazza.

Renzo Mazzaro

 

Cuccioletta chiede di patteggiare

L’ex presidente del Magistrato alle acque vuole uscire dal processo: Procura cauta

VENEZIA – Tra gli indagati, in particolare quelli in carcere e agli arresti domiciliari, più di qualcuno vuole seguire le orme del sindaco di Venezia e dell’ex presidente del Magistrato alle acque: ammettere quello che non si può negare perché gli inquirenti hanno prove schiaccianti e uscire non solo dalla custodia cautelare ma anche dal processo con un patteggiamento. Dopo Giorgio Orsoni anche Patrizio Cuccioletta ha avanzato la richiesta alla Procura in seguito all’interrogatorio di lunedì davanti ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. I pubblici ministeri, pur essendosi battuti affinché prima il consigliere regionale Pd Giampietro Marchese poi i collaboratori di Giovanni Mazzacurati Luciano Neri e Federico Sutto restassero in carcere, è particolarmente soddisfatta di come si sono concluse le prime due udienze davanti al Tribunale del riesame (la prossime saranno lunedì 23 e venerdì 27 giugno). Nessuno degli avvocati che hanno presentato ricorso, almeno fino ad ora, ha messo in discussione l’esistenza dei gravi indizi nei confronti degli indagati, condizione necessaria perché sia emessa un’ordinanza di custodia cautelare. Tutti hanno puntato a mettere in discussione l’esistenza delle esigenze cautelari, cioè il pericolo di inquinamento delle prove e il rischio di reiterazione del reato. E i giudici del Tribunale presieduti dal giudice Angelo Risi, con le loro decisioni di mettere agli arresti domiciliari alcuni degli indagati che erano in carcere, non hanno messo in discussione le fondamenta dell’inchiesta, le indagini della Guardia di finanza, confermandone la bontà. Ha semplicemente ritoccato alcune misure cautelari. Intanto l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia ha chiesto di patteggiare la pena, ma la Procura si è riservata ogni decisione per calcolarne l’entità. Nel corso dell’interrogatorio reso ai pm, Cuccioletta avrebbe ha ammesso gran parte della proprie responsabilità ma– secondo fonti della Procura – non sarebbe stato preciso nell’indicare le somme che gli sarebbero state recapitate. Il patteggiamento che la Procura potrebbe accettare è legato alla quantificazione non tanto degli aspetti economici (da discutere eventualmente in sede erariale) ma soprattutto del danno legato alla realizzazione delle opere, con carte firmate in bianco, di fatto ponendo il controllore dello Stato (il Mav è ufficio del ministero delle Infrastrutture) al servizio del controllato, ovvero il Cvn di Mazzacurati. Dalla Procura si apprende che la situazione dell’inchiesta è «in una fase di stabilizzazione». Si attende cioè l’esito dei vari ricorsi al Riesame – anche Cuccioletta ha presentato istanza l’attenuazione del provvedimento restrittivo – per poi proseguire lungo gli altri filoni che l’inchiesta ha già fatto fa intravvedere.

Giorgio Cecchetti

 

Quando Galan pontificava «Massima trasparenza»

Nell’aprile 2003 l’allora governatore parlò alla Commissione nazionale antimafia

«Investimenti il cui importo fa rabbrividire per la responsabilità che comporta»

PADOVA Non un gran che, almeno come custode delle opere pubbliche. In attesa di sapere dalla magistratura se anche lui sia o no coinvolto nei fatti denunciati, c’è già un formale impegno che Giancarlo Galan non ha saputo mantenere: quello di vigilare sulle grandi opere pubbliche, per tenerle al riparo dal virus della corruzione. Che invece, a quanto pare, le ha contagiate alla grande. Una garanzia che il presidente della Regione, all’epoca già da otto anni governatore del Veneto, aveva dato con tutti i crismi a un autorevolissimo interlocutore: la commissione parlamentare antimafia. È il pomeriggio di lunedì 7 aprile 2003, giornata segnata da un singolare maltempo: in mattinata addirittura ha nevicato perfino in laguna. La bicamerale è arrivata a Venezia espressamente per un’audizione con il presidente della Regione sui temi connessi alle possibili infiltrazioni della criminalità; la presiede Roberto Centaro, magistrato di Cassazione, dello stesso partito di Galan (all’epoca Forza Italia). Quest’ultimo affronta di petto il nodo, riferendosi espressamente alle grandi opere pubbliche: spiega che sono stati impostati cantieri destinati a far arrivare in Veneto cifre ingenti, a fronte delle quali manifesta la propria preoccupazione non disgiunta dalla consapevolezza dell’impegno da assumere: «Sono investimenti il cui ammontare mi fa rabbrividire, per la responsabilità che ci assegna nello svolgimento di tutte le operazioni collegate con la massima efficienza e trasparenza». Due termini, questi ultimi, che il presidente ribadisce poco dopo, aggiungendone un terzo: «Ci vorrà il massimo della trasparenza, dell’efficienza e della sorveglianza», perché le somme in gioco sono tali da muovere pericolosi appetiti. Le cita in vecchie lire, Galan, quasi per rinforzare il concetto: 12mila miliardi per il Mose, 2.500 per la Pedemontana, 2.000 per il Passante di Mestre; e poi ancora la futura Romea commerciale e le opere ferroviarie a partire dall’alta velocità. Il governatore si affretta comunque a tranquillizzare i suoi interlocutori: «Il Veneto è un’isola felice», assicura (e in effetti, a quanto pare, quegli investimenti hanno poi fatto la felicità di molti). È quindi la volta delle domande di alcuni commissari; rispondendo, Galan torna tra l’altro sulla questione specifica, spiegando che in vista della realizzazione delle grandi opere la Regione ha già messo in atto alcuni strumenti, tra cui un’intesa con l’Anci (l’associazione dei Comuni) per definire un prezzario relativo proprio agli appalti; e questo nell’esplicito intento di «non trovarci di fronte ad offerte anomale o ad altri accordi che fanno sì che un appalto non sia libero». Anche su questo passaggio molte imprese avrebbero magari oggi qualcosa da dire, alla luce di quanto sta emergendo dalle inchieste. A seguito di un’esplicita domanda su questo, il presidente spiega che peraltro il fenomeno delle offerte anomale non è di casa in Veneto, e assicura che oltre l’80 per cento degli appalti fino a quel momento assegnati è stato vinto da imprese locali, quindi soggetti a ferrei controlli. C’è di più: proprio riferendosi al Mose, fa presente la scelta di affidare il 60 per cento degli appalti in amministrazione diretta dello Stato tramite il concessionario (quindi il Consorzio Venezia Nuova), e di assegnare il rimanente 40 tramite gare europee. Aggiunge peraltro che «si tratta di interventi così rilevanti, sotto l’attenzione di tutto il mondo, che il nome stesso delle aziende concorrenti dovrebbe offrire una garanzia». E qui almeno in parte ci prende: che sul Mose e connessi in queste settimane si sia concentrata l’attenzione planetaria, è cosa assolutamente indiscutibile. Galan assicura alla commissione che così si farà anche per i cantieri futuri, a partire da quelli del Passante di Mestre, che sarebbe poi entrato in funzione nel 2009: i bandi di gara per gli appalti, sottolinea, «saranno eseguiti da un soggetto terzo, per garanzia di competenza e imparzialità, appartenente alla pubblica amministrazione». E da ultimo, fornisce una precisa garanzia ribadendo ancora una volta i concetti iniziali: «È assoluto interesse della nostra Regione dare una dimostrazione non solo di efficienza ma anche di trasparenza ». Trasparenza, efficienza, sorveglianza: quanto siano state assicurate, lo dice con grande chiarezza l’inchiesta della magistratura. Dalle cui pagine ci si può anche fare un’idea di quanto siano state tradotte in pratica le parole conclusive del governatore, in quell’ormai lontano aprile 2003: «Facciamo tutto quanto è nelle nostre possibilità per gestire in modo migliore ciò che comunque ci è stato elargito». Figuriamoci se fosse stato il modo peggiore…

Francesco Jori

 

IL PROCURATORE NORDIO «Il giudice non ha missioni»

MILANO «Guai a noi se volessimo, come qualcuno, far coincidere la verità processuale con la verità storica, con la verità politica».E«guai al magistrato che si sente investito di una missione etica, palingenetica ». Lo ha detto Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, concludendo il suo intervento a Milano per i 90 anni dall’ omicidio, per mano fascista, del parlamentare socialista Giacomo Matteotti. Nordio ironizzando sul fatto che l’appuntamento milanese sia caduto subito dopo lo scandalo Mose su cui sta indagando, ha presentato il volume “I processi Matteotti”, pubblicato dalla Fondazione Kuliscioff, di cui ha curato l’introduzione.

 

L’Espresso: «Socostramo, impresa virtual specializzata nel trading di partecipazioni»

La Socostramo di Erasmo Cinque,costruttore romano «che è stato consigliere del ministro Altero Matteoli», indagato nell’inchiesta sul presunto scandalo del Mose, sarebbe stata una sorta di «impresa virtuale» che avrebbe operato «attraverso un fitto trading di partecipazioni in importanti consorzi per realizzare opere pubbliche in Veneto, Lazio e Lombardia». Lo scrive “l’Espresso” nel numero in edicola oggi. Nell’area di Venezia l’imprenditore Cinque «ha ceduto alla Mantovani di Romeo Chiarotto e Piergiorgio Baita la sua quota nei consorzi La Quado, Fagos e Talea ricavando oltre 15 milioni da attività che risultavano bloccate per il blocco dei finanziamenti statali».Mala partita finanziaria più rilevante, si legge ancora nell’anticipazione, «riguarda l’Arcea Lazio, società mista fra la Regione e un gruppo di privati fra i quali Cinque. Arcea doveva realizzare l’autostrada Roma-Latinama- scrive “l’Espresso” – si è limitata a sperperare decine di milioni di euro in consulenze e progetti». Dopo la liquidazione della società e la perdita della concessione, «Cinque ha fatto causa e ha vinto un lodo arbitrale da 43 milioni di euro contro il quale l’amministrazione pubblica ha proposto appello».

 

Controlli antimafia nei cantieri lungo l’A4

Terza corsia, acquisiti documenti a Roncade. Castagna (Autovie): «Verifiche di routine per le maxi opere»

UDINE – Fiamme gialle negli uffici del cantiere della terza corsia dell’A4 a Roncade. I finanzieri del comando di Venezia hanno acquisito documenti relativi agli interventi del primo lotto (quello che da Mestre arriva a San Donà, per una lunghezza di circa 24 chilometri) della terza corsia, e segue il sopralluogo compiuto lo scorso 10 giugno. Il primo lotto dell’opera è stato aggiudicato all’associazione temporanea di impresa tra Impregilo, Mantovani, Consorzio veneto cooperativo, So.Co.Stra.Mo e Carron. Ha un valore di circa 420 milioni ed è stato completato al 75%, tanto che si ipotizza la sua inaugurazione entro la fine dell’anno, in anticipo sui tempi di consegna. Getta acqua sul fuoco l’ad di Autovie Venete, Maurizio Castagna. «I controlli che la Guardia di Finanza ha effettuato – spiega in una nota – negli uffici di cantiere di Roncade fanno parte delle verifiche di routine previste per le grandi opere, soprattutto se si tratta di opere commissariate come, appunto la terza corsia ». Castagna precisa anche come la verifica di martedì rappresenti un prosieguo di quella attuata il 10 giugno dal Gruppo Interforze. «La Guardia di Finanza – spiega ancora l’amministratore delegato – che fa parte del Gruppo Interforze costituito per contrastare l’illegalità ha acquisito documenti riguardanti esclusivamente il primo lotto». La documentazione fornita è relativa a contratti e autorizzazioni per i subappalti. «Ricordo – conclude Castagna – che a suo tempo, per la terza corsia, è stato sottoscritto un protocollo di legalità fra il Commissario e i prefetti competenti per territorio, proprio per consentire una sinergia quanto più stretta e collaborativa. L’accordo che ha l’obiettivo di prevenire i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nel settore dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, prevede, per quanto di competenza del Commissario, l’inserimento negli atti di gara e nei contratti con le imprese, clausole e condizioni specifiche per rafforzare la sicurezza degli appalti e la trasparenza delle procedure. Si tratta di normative che riguardano le posizioni Inps e Inail, l’obbligo per l’impresa aggiudicataria di trasmettere l’elenco nominativo di tutto il personale operante nel cantiere; di denunciare alla magistratura ogni illecita richiesta di denaro formulata prima della gara o durante l’esecuzione dei lavori nonché i tentativi di estorsione, intimidazione o condizionamento di natura criminale».

 

Il Consorzio si pente «Tagli per gli oneri e riduzione dei costi»

Il presidente Fabris: «Oneri di concessione dal 12 al10%»

Ma anche lui finisce nel mirino. «Lavorava per Mazzacurati»

Lunedì l’ente che riunisce le imprese del Mose volterà pagina per non essere spazzato via «Collaborazione per le verifiche tecniche sul progetto»

VENEZIA Percentuale del Consorzio ridotta di almeno due punti, dal 12 al 10 per cento. Taglio di dirigenti e di personale. Riduzione dei costi e restituzione dell’Arsenale alla città. E la disponibilità a «collaborare per le verifiche tecniche sul progetto ». È il nuovo corso del Consorzio Venezia Nuova, travolto dall’indagine sulle tangenti e la corruzione. Un sistema che durava da molti anni e che ha consentito all’opera di andare avanti anche in presenza di pareri tecnici contrari. Adesso il nuovo presidente Mauro Fabris prova a girare pagina. E annuncia un «colpo di spugna » per lunedì, quando è stato convocato d’urgenza il Consiglio direttivo del Consorzio di cui fanno parte la Mantovani, Condotte, Fincosit e le cooperative. «Il commissariamento non è possibile, siamo un Consorzio privato», dice Fabris, «ho scritto a Renzi che mi ha rassicurato. Obiettivo comune è quello di portare a termine l’opera. Ma sul resto abbiamo dato la nostra disponibilità. Certo non vogliamo far finta che non sia successo nulla ». Una linea «riformatrice» che però non convince tutti. Il consigliere comunale di Venezia Beppe Caccia (ex Verdi, oggi lista «In Comune») annuncia esposti e interrogazioni. E definisce «indecente» la lettera di Fabris a Matteo Renzi. «Meglio farebbe a spiegare i suoi rapporti intercorsi negli ultimi vent’anni con la cricca che guidava il Consorzio», scrive Caccia, «renda pubblico il suo contratto di consulenza strategica di cui ha parlato l’ingegner Baita nei suoi interrogatori ». «Ho avuto una consulenza con la mia società Collina srl», spiega Fabris, «ma non la definirei strategica. Ho lavorato in Consorzio fino al 1990, poi ho fatto politica fino al 2008». Consulenza affidata mentre era sottosegretario? «No, me ne sono andato dal Parlamento nel 2008 e Mazzacurati mi aveva chiesto di dargli una mano nella politica». Un aspetto che adesso Caccia chiede di chiarire. Anche perché il nome di Fabris compare nell’ordinanza del gip Scaramuzza con cui sono state arrestate 35 persone, tra cui Galan e i presidenti del Magistrato alle Acque Piva e Cuccioletta. In una telefonata del 17 giugno 2013 Fabris parla con Mazzacurati su quale sarà il futuro presidente del Magistrato alle Acque. La fonte delle loro informazioni è Ercole Incalza, il potente dirigente del ministero dei Lavori pubblici. Mazzacurati preferiva l’ingegner Signorini – dirigente del Cipe, che eroga i fondi per il Mose – alla fine arriverà Ciriaco D’Alessio. Ma adesso, chiede il consigliere con la sua lettera inviata anche al governo, «bisogna sottoporre i cantieri del Mose a una verifica rigorosa e indipendente sulla sicurezza dell’opera. L’ex presidente Cuccioletta ha ammesso che grazie alla capillare corruzione da parte del Consorzio non c’è mai stato alcun serio controllo ». Si parla delle cerniere, ma anche dell’effetto risonanza, sollevato dalla società Principia, chiamata dall’ex sindaco Cacciari, firmataria di un rapporto durissimo sul Mose. «I miei tecnici mi dicono che tutto è a posto, ma noi siamo disposti a ogni verifica», dice Fabris, «anche per rispetto di chi ha lavorato». Intanto i lavori del Mose non si fermano: da stasera alle 22 la bocca di porto di Chioggia sarà chiusa per 37 ore per consentire la posa del grande cassone di soglia in calcestruzzo.

Alberto Vitucci

 

Pipitone (Idv): «Vicenda disgustosa, Renzi sciolga Venezia Nuova»

«Sulla gestione del Mose e dei lavori ad esso correlati le cronache quotidiane ci consegnano, se tutto fosse confermato da indagini e gradi di giudizio, immagini sconcertanti, brandelli di fango criminogeno a intrecciare politica, affari ed Enti pubblici. La prima risposta, superato il disgusto che ci coglie, di chi ha sempre interpretato la politica al servizio della collettività, con correttezza ed onestà come baluardi, è inevitabilmente una. Sciogliere il Consorzio Venezia Nuova». Così il capogruppo regionale di Italia dei Valori Antonino Pipitone, in una nota sulle vicende legate all’inchiesta della Procura di Venezia. «Lo chiediamo – prosegue il politico IdV, responsabile nazionale Enti Locali del partito – direttamente al presidente del Consiglio Renzi. Dia un segnale di discontinuità, senza temere contraccolpi. Anche se ci sono di mezzo commesse faraoniche, ministeri e boiardi di Stato, aziende ricche e potenti. Anzi, lo faccia proprio per questo. Apra le finestre, sgombri ombre e dubbi, restituisca fiducia in un meccanismo che, a leggere ogni riga del materiale probatorio, sembra architettato per aggirare le norme e usare illecitamente i soldi delle nostre tasse». «La Regione – conclude – anche se non ha competenze dirette, intervenga per quanto può, sollecitando il Governo ad agire».

 

Mose, via alla posa dei cassoni di soglia in bocca di Chioggia

VENEZIA. Inchieste e polemiche non fermano i lavori del Mose. Che proseguono secondo programma. Da stasera alle 22 la bocca di porto di Chioggia sarà chiusa al traffico navale (fino a domenica alle 23) per consentire la posa del primo grande cassone di soglia in calcestruzzo. Una struttura imponente, del peso di migliaia di tonnellate, che sarà posizionata sul fondo della bocca di porto, dove poi saranno agganciate le paratoie in metallo, il «Mose» vero e proprio. Per consentire i lavori, che impegneranno anche subacquei, la Capitaneria ha deciso la chiusura totale del traffico da stasera fino alle 11 di domenica. Da quel momento potranno transitare soltanto le imbarcazioni da diporto e da pesca di lunghezza massima fino a 19 metri. Si tratta della fase di posa dei grandi cassoni, già affondati in bocca di Lido, Dovranno essere perfettamente allineati tra loro (la tolleranza è di qualche millimetro) per far passare cavi e comandi elettrici, ossigeno e meccanismi di controllo. E per impedire movimenti non controllati del sistema. Nei prossimi mesi toccherà anche a Malamocco. Secondo il Consorzio il Mose dovrebbe essere ultimato nel 2017. (a.v.)

 

Valsugana & mazzette, per i sindaci i primi riscontri ai loro dubbi

Le rivelazioni dell’ex manager Buson sui soldi per “oliare” il project financing: Ferazzoli chiede alla Regione di fare chiarezza sugli iter delle approvazioni

SINDACI IN ALLARME – Le notizie danno corpo ai timori degli enti locali

GOLA PROFONDA – Inchiesta Mose, spunta la pista degli “altri” project

VALBRENTA Le rivelazioni sulle inchieste veneziane aprono scenari che riguardano anche la statale 47

FERAZZOLI «Occorre capire se gli iter sono stati viziati da “spinte” poco nobili»

Come riportato ieri dal Gazzettino, le rivelazioni di Nicolò Buson, ex manager di Mantovani, aprono scenari preoccupanti sulle grandi opere. Nove progetti di finanza, tra cui la Nuova Valsugana, sarebbero stati “incoraggiati” da una provvista di 800 mila euro di mazzette predisposta da Piergiorgio Baita. Racconta Buson, braccio destro di Baita per quanto riguarda i «finanziamenti», che quei soldi erano ritenuti necessari per la “sistemazione” di alcuni project financing in corso di approvazione, o di esame, da parte delle competenti autorità regionali. Dichiarazioni e fatti che, ovviamente, dovranno essere verificati e comprovati dalle indagini in corso, ma che, altrettanto ovviamente, richiedono un’attenta valutazione di come si è svolto l’iter per arrivare all’approvazione dei progetti sotto la lente degli inquirenti.
Notizie e anticipazioni che avvalorano però il campanello d’allarme che ha indotto il presidente dell’Unione Montana Valbrenta, Luca Ferazzoli, anche a nome anche dei sindaci di San Nazario, Valstagna, Campolongo, Solagna, Pove e Cismon, a scrivere proprio in questi giorni al presidente del Consiglio Matteo Renzo e al Governatore Veneto Luca Zaia per chiedere che sia fatta chiarezza in merito anche al proiect financing della Nuova Valsugana.
«Non è certo compito di noi amministratori locali giudicare, né prendere posizione in merito alle azioni della magistratura – ribadisce Luca Ferazzoli – ma pare evidente, a questo punto, che anche il project financing della Nuova Valsugana debba essere oggetto di attenta valutazione in relazione al fatto che alcune strutture amministrative e alcuni soggetti risultano a vario titolo indagati a Venezia. Se dovesse emergere che qualcuno è stato pagato per “spingere” qualche progetto, dovrebbero essere riconsiderati tutti i pareri e le valutazioni che hanno portato all’approvazione del progetto e alla sua dichiarazione di pubblico interesse. A prescindere dall’indagine in corso è auspicabile una commissione d’inchiesta regionale che verifichi e avvalli la regolarità dell’iter, perché è impensabile realizzare un’opera che nessuno vuole e spropositata rispetto alle esigenze del territorio».

Roberto Lazzarato

Gazzettino – Santa alleanza contro la “Nuova Valsugana”

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18

giu

2014

GRANDE VIABILITÀ – Luca Ferazzoli ha incontrato il presidente della Comunità del Tesino: «Salvaguardiamo assieme il territorio»

Dandrea: «La Ss. 47 sia completata dallo Stato, senza pedaggi». Imminente una presa di posizione della Provincia di Trento

“PROGETTO ABNORME” – Secondo Italia Nostra per giustificare la Nuova Valsugana nel Project é stato ipotizzato un passaggio di 39/40.000 veicoli giornalieri.

In attesa di sviluppi delle indagini sul Mose di Venezia, i comuni della Valsugana, in territorio sia veneto che trentino, sono allineati contro il Project financing della “Nuova Valsugana”. Dall’incontro dei presidenti dell’Unione montana Valbrenta, Luca Ferazzoli, e della Comunità Valsugana Tesino, Sandro Dandrea, è emersa la volontà “di chiedere l’intervento dello Stato per il completamento della Ss. 47 della Valsugana, da realizzarsi senza imposizione di pedaggio a carico degli utenti, sulla scorta del progetto preliminare redatto dalla Provincia di Vicenza e condiviso dall’Anas e da tutti gli enti locali interessati”. Quanto richiesto e motivato da Ferazzoli al presidente del Consiglio Matteo Renzi è pienamente condiviso da Dandrea, «perché va nella direzione di tutelare e salvaguardare tutto il territorio della Valsugana, sia quello veneto, che quella trentino». Sulla questione sarà chiesto anche alla Provincia di Trento di assumere una posizione netta.
Posizione condivisa da sempre dalla sezione bassanese di Italia Nostra e dal Coordinamento comitati “Per vivere in Valbrenta”. «Già in un incontro pubblico del 2010, il presidente di Italia Nostra, ing. Rinaldi, si era pronunciato a favore del progetto della Variante Ss. 47 già esistente e contro il Project financing, paventandone i possibili, non chiari, retroscena». Un progetto ritenuto «abnorme e insensato». «Per giustificare la realizzazione della Valsugana – informa il comunicato di Italia Nostra – nel Project é stato ipotizzato un passaggio di 39/40.000 autoveicoli giornalieri, quando i dati relativi all’anno 2010 di Imonitraf.org, per il Brennero, davano un passaggio giornaliero di meno di 4.000 autoveicoli pesanti e inferiore a 18.000 veicoli leggeri e quando il bilancio, relativo al 2013, della A4 Holding è diminuito di un ulteriore 6,5%, rispetto al 2012».
Ora, però, qualcosa dovrebbe cambiare in seguito alle indagini dello scandalo del Mose di Venezia e l’arrivo nella sala dei bottoni di Matteo Renzi. «Con il sostegno dei 45 comuni veneti che invitano Renzi, con il decreto ’Sblocca Italia’, a completare la Valdastico Nord – prosegue il comunicato – con le complicazioni scandalistiche dei Project e con la determinata presa di posizione dell’Unione montana Valbrenta e dei sindaci della Valle contro il Project financing, speriamo e riteniamo che la Regione debba fare un passo indietro”. Italia Nostra e il Coordinamento concludono con un appello ai sindaci della Valbrenta e del Trentino: «Nell’eventualità che il progetto della Ss.47 della Valsugana non possa essere finanziato, raccomandiamo di trovare una soluzione al problema di Carpané, pretendendo dallo Stato la realizzazione di una breve galleria che da località Merlo arrivi oltre la cava di Carpané».

 

Gazzettino – Cosi’ Baita “oliava” i grandi progetti

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18

giu

2014

INCHIESTA MOSE – Le rivelazioni di Buson, ex manager Mantovani. Intanto quattro arrestati sono pronti a parlare

Così Baita “oliava” i grandi progetti

Dalla Nogara Mare all’A27: 800mila euro da distribuire ai politici per i project financing a Nordest

IL PIANO – Dal Grap alla Nogara mare, dalle tangenziali alla Sr 10, dalla Valsugana al prolungamento dell’A27 fino a Cortina: 9 project financing che Piergiorgio Baita nel 2012 decide di “incoraggiare” con 800mila euro di mazzette.

LA RIVELAZIONE – A raccontare la formazione della “provvista” è Nicolò Buson, braccio destro di Baita: i soldi sarebbero serviti per “convincere” i politici. E altri quattro indagati sono pronti a parlare.

IL SISTEMA – Evitare le corse al ribasso, meglio proporre progetti con le cordate

LA RIVELAZIONE «Protestai per le continue richieste dei politici: mi disse che non c’era alternativa»

UN LUNGO ELENCO – Gra e Nogara Mare, Via del mare, Valsugana e Tangenziali Venete

Un fondo da 800mila euro per “oliare” le grandi opere

Le rivelazioni di Buson, ex direttore amministrativo di Mantovani: Baita nel 2012 avrebbe creato finanziamento illecito e false fatturazioni per 4 milioni di euro, una provvista per pagare «chi occupava ruoli di rilievo in regione». Nel mirino 9 projet financing per l’ospedale di Padova

Si va dal Grap alla Nogara mare, dalle tangenziali alla Sr 10, dalla Valsugana al prolungamento dell’A27 fino a Cortina. In tutto sono nove progetti di finanza che Piergiorgio Baita a maggio 2012 decide di “incoraggiare” con 800 mila euro di mazzette. Racconta Nicolò Buson, il braccio destro e sinistro di Baita per quanto riguarda i “finanziamenti”: «A maggio del 2012 ricordo di avere effettuato una serie di incontri prima con Baita, poi con Baita e la Minutillo e infine con Mirco Voltazza relativamente a una provvista di 800 mila euro che il Baita aveva detto che era necessario procurare per la “sistemazione” di alcuni project financing in corso di approvazione o comunque di esame da parte delle competenti autorità regionali. Ricordo che alla fine, oltre a me, anche la Minutillo aveva iniziato a lamentarsi di queste continue somme che venivano chieste dai politici locali per poter favorire l’approvazione dei project financing. Ricordo che in un’occasione io e la Minutillo protestammo espressamente con il Baita, il quale però ribadì la sua decisione di fondo, che non vi erano cioè alternative al pagamento di somme illecite a coloro che occupavano posti di rilievo negli enti pubblici preposti alla approvazione dei progetti.» E’ il 10 aprile 2013 quando i p.m. Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, interrogano Buson, allora detenuto nel carcere di Treviso. E Buson racconta che Baita è l’inventore del sistema del project. Il geniale amministratore delegato della Mantovani infatti ha capito per tempo che è inutile dissanguarsi con una corsa al ribasso concorrendo all’aggiudicazione degli appalti. E’ meglio farseli da soli, gli appalti, essendo certi di vincere. E così inventa i projetc ovvero proposte di interventi che hanno interesse pubblico. Il meccanismo del project è complesso perchè chi lo propone non può candidarsi a realizzarlo. O, meglio, può realizzarlo solo subentrando a chi ha vinto la gara e al prezzo fissato da chi ha vinto. E’ un diritto di prelazione che viene riconosciuto al proponente. Baita concorre in numerosi project, ma è lui stesso a dire che perde sempre quando non si allea con la Gemmo. Ma vediamoli questi project. Alcuni sono andati avanti, altri come il prolungamento dell’A27 fino a Cortina sono in alto mare.
Partiamo dal Grande Raccordo Anulare di Padova. L’importo del progetto è di 520 milioni di euro. Si aggiudica la gara la Società Italiana per Condotte d’Acqua S.p.A. – Società Astaldi S.p.A. Attualmente la proposta è sospesa.
Poi c’è la Nogara mare, un intervento che vale 2 miliardi. Vince una associazione temporanea d’imprese che comprende la Mantovani.
Poi ancora la superstrada a pedaggio Via del Mare A4-Jesolo e litorali: tratti da A27 – Silea ad A4 – Meolo e da Jesolo a Ca’ di Valle. Importo del progetto: 281 milioni. Il proponente è la Sitre di Baita, ma il project è sospeso. Si riparte con il progetto Via del Mare: collegamento A4 – Jesolo e litorali. Importo 187 milioni. Vince Adria Infrastrutture cioè una società di Piergiorgio Baita; Nuova strada regionale S.R.10 “Padana Inferiore”. L’importo è di 35 milioni e il 1. classificato è l’Ati guidata dall’impresa Giuseppe Maltauro S.p.A., la società finita nei guai per l’Expo di Milano;
Nuovo sistema delle tangenziali venete: Verona-Vicenza-Padova. Importo del progetto: 2 miliardi 270 milioni di euro. Primo classificato impresa Pizzarotti, ma nell’Ati c’è anche l’impresa Mantovani di Baita; Itinerario della Valsugana Valbrenta – Bassano – Superstrada a pedaggio. Importo del progetto: 787 milioni di euro. Vince Pizzarotti con Mantovani.
Collegamento tra autostrada A4 VE-TS, tra i caselli di Portogruaro e Latisana, e Bibione e litorale. L’intero iter è sospeso.
Infine c’è il project sul prolungamento dell’A27 fino a Cortina, tuttora in alto mare.

Maurizio Dianese

 

PIANO OPERATIVO – Una strategia pianificata in diversi incontri, presenti anche Minutillo e Voltazza

CHI PARLA I chioggiotti Mario e Stefano Boscolo, ma anche Morbiolo e Cuccioletta

Quattro arrestati hanno chiesto l’interrogatorio ai Pm, per vuotare il sacco e uscire di galera

CHI NEGA – Tacciono Marchese, Sutto, Brentan e Piva, l’ex magistrato alle acque

Iniziata la corsa per patteggiare

E’ iniziata la corsa al patteggiamento. E sul pallottoliere la Procura di Venezia comincia ad avere più palline bianche che nere e cioè più gente che vuol collaborare rispetto a quanti continuano a giurare la propria innocenza. Oggi va in scena un’altra tranche di Tribunale del riesame e in parecchi chiederanno di essere scarcerati o di andare ai domiciliari. Ma c’è più di qualcuno che ha chiesto di parlare. Per ora si tratta di richieste di interrogatorio, ma quattro avvocati si sono già presentati in Procura a sondare il terreno. I loro clienti vogliono vuotare il sacco. Del resto il primo è stato il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ed è proprio sulla base della sua vicenda processuale – che potrebbe chiudersi sabato con un patteggiamento di 4 mesi – che altri quattro arrestati hanno chiesto di essere sentiti al più presto in Procura. Sembra che vogliano presentarsi, come Orsoni, con il cappello in mano “ammettendo i contatti con Sutto” e la “consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova, ai cui finanziamenti illeciti ha dichiarato di non essersi sottoposto” – come si legge nell’ordinanza che ha liberato Orsoni in cambio dell’ammissione di colpevolezza. Adesso altri lo faranno. Il carcere comincia a dare i suoi frutti. Del resto in 24 sono in galera da mercoledì 4 giugno. E due settimane possono essere un tempo infinito. E dunque si può iniziare a fare i conti di chi parla e di chi – per ora – non parla.
Non parla – nel senso che nega tutti gli addebiti e contesta le accuse – Giampietro Marchese, indicato da molti, a cominciare dai suoi compagni di partito come Pio Savioli, come il referente del Pd per quanto riguarda le collette, chiamiamole così, elettorali. Anche Federico Sutto, il postino di Giovanni Mazzacurati per conto del quale consegnava le bustarelle, ha deciso per adesso di non aprire bocca. L’obiettivo del suo avvocato, Gianni Morrone, è quello di farlo uscire dalla galera il più rapidamente possibile, poi si vedrà. Collaborano invece i Boscolo Bacheto, Mario e Stefano, padre e figlio, i chioggiotti che sono al centro dell’inchiesta per quanto riguarda la parte delle mazzette targate Partito democratico. Anche Franco Morbiolo, pure lui della banda delle coop rosse – così la chiama Pio Savioli – ha parlato e il suo verbale è stato secretato, segno evidente che ha aperto il sacco. Non parla invece Lino Brentan, l’ex amministratore delegato della Padova-Venezia, già arrestato un anno fa e sempre per una storia di tangenti. Lino Brentan, ironia della sorte, condivide con uno dei grandi accusatori del sistema Mose – Piergiorgio Baita – la passione per l’orto. Entrambi dicono di essersi ritirati a coltivare pomodori-ciliegino.
Non parla per ora nemmeno Maria Giovanna Piva, ex magistrato alle acque, mentre ha vuotato il sacco ammettendo tutto Patrizio Cuccioletta, che aveva assunto la carica subito prima della Piva. Anche Enzo Casarin, il segretario di Renato Chisso non parla o, meglio, si difende dicendo che esiste un altro Casarin, Gianni, e potrebbe essere lui quello che cercano i pm.
Mancano all’appello – nel senso che ancora non si sa quando verranno interrogati – un paio di funzionari regionali come Giuseppe Fasiol e Giovanni Artico. Almeno per Fasiol la posizione sembra alleggerita dal fatto che è accusato di aver preso un incarico di collaudo del Mose, ma pare che abbia in mano la prova provata che quell’incarico lo ha rifiutato. Artico invece è accusato di aver bloccato tutto finché non gli hanno assunto la figlia. Posizioni minori, ma importanti, secondo l’accusa, per dare il quadro della pervasività della corruzione.

Roberta Brunetti – Maurizio Dianese

 

IL RIESAME – I giudici concedono gli arresti domiciliari all’ex presidente del Coveco, accusato di

Lo zampino di Morbiolo nella consulenza

Il Tribunale del riesame ha concesso gli arresti domiciliari a Franco Morbiolo intervenendo «solo sulla proporzionalità e adeguatezza della misura cautelare», ma «confermando l’ordinanza impugnata nella parte restante». Lo scrive il presidente Angelo Risi per spiegare la decisione di revocare il carcere all’ex presidente del Coveco arrestato il 4 giugno scorso. Così le prime motivazioni dei giudici del riesame, depositate ieri in cancelleria, sono una sostanziale conferma del quadro accusatorio ricostruito dall’ordinanza dal giudice Alberto Scaramuzza, su richiesta dei pm Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.
Morbiolo è accusato di finanziamento illecito avendo partecipato, con le imprese del Coveco, al giro di false fatturazioni messo in piedi dal Consorzio Venezia Nuova. In particolare gli vengono contestati i contributi “in bianco” all’ex consigliere Giampietro Marchese e al sindaco Giorgio Orsoni: soldi formalmente arrivati da consorziate, in realtà del CVN, quindi illeciti. «La regia della vicenda è riferibile a Mazzacurati» scrive Risi. Ma Morbiolo sapeva, così come sapeva del sistema di sovrafatturazioni. Lo dicono sia Pio Savioli, il rappresentante delle coop nel CVN, che il responsabile amministrativo del Coveco, Enrico Provenzano. «É Morbiolo che suggerisce al responsabile amministrativo Provenzano di trascrivere su carta “mangiabile” e di nascondere in un luogo sicuro i documenti compromettenti relativi proprio ai rapporti tra Coveco e CVN» scrive ancora Risi.
I giudici del riesame approfondiscono anche un’altra vicenda che coinvolge pure Morbiolo, quella della consulenza da 200mila euro pagata proprio dal Coveco all’ex segretario regionale alle sanità, Giancarlo Ruscitti. Così Mazzacurati cerca di entrare nell’operazione nuovo ospedale di Padova. E ancora una volta, per non far apparire il CVN, interpone il Coveco. «Vi sono una pluralità di intercettazioni telefoniche tra Savioli e Morbiolo nonchè tra Savioli e Mazzacurati dalle quali risulta che l’ordine partito da Mazzacurati è quello di “far fare” il contratto con la Coveco». Contratto sottoscritto da Morbiolo. «Che il contratto sia, evidentemente, simulato è ben chiaro anche a Ruscitti che infatti telefona all’ingegner Mazzacurati per ringraziarlo». E una conferma ulteriore arriva da una conversazione intercettata tra Morbiolo, Ruscitti e Savioli.
Il Tribunale, infine, respinge le argomentazioni della difesa, secondo cui Morbiolo era un mero esecutore, senza contatti diretti con i protagonisti della vicenda, che in un caso si era pure opposto a Mazzacurati, mentre il Coveco non ne aveva tratto benefici. «Lungi dall’essere un semplice uomo di paglia – ribattono i giudici – ha esercitato un potere decisionale ampio e assolutamente incontrollato sia sulle cooperative consorziate che sui dipendenti manifestando una fortissima influenza sull’intera gestione dell’intera cooperativa che, tutt’ora, egli è in grado di esercitare. Diversamente non si comprenderebbe come sia riuscito a far emettere alla Covevo fatture per operazioni inesistenti per oltre 4 milioni di euro». Insomma, anche se non apparteneva al «gruppo decisionale», aveva un «ruolo esecutivo cosciente». Quanto al profitto per il Coveco, stava nel «partecipare alla spartizione delle opere che il CVN appaltava alle sue consorziate».

Roberta Brunetti

 

PIGOZZO (PD) «Sospendere le procedure della gara per la Via del Mare che porta a Jesolo»

VENEZIA – Sospendere le procedure di gara per la costruzione e la gestione della superstrada a pedaggio denominata «Via del Mare» A4 – «Jesolo e litorali» in attesa degli esiti della verifica svolta dalla Commissione d’inchiesta sui lavori pubblici e degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria in corso. Lo chiede con interrogazione alla Giunta il consigliere regionale del Pd, Bruno Pigozzo, vicepresidente della commissione Trasporti. Ricorda come il presidente Luca Zaia, riferendo in Consiglio, abbia «preso le distanze» dalle scelte fatte prima del suo mandato. «Nell’elenco delle opere che ha citato nel suo intervento – precisa Pigozzo – ha richiamato anche la Via del Mare Meolo-Jesolo: opera nata progettualmente nel 2007 e messa a gara nel 2013».

 

L’ex Doge al giudizio dei colleghi deputati. E Zoggia si dimette.

E’ arrivato il gran giorno per l’ex Doge di Venezia alias Giancarlo Galan, l’uomo che ha governato il Veneto per tre lustri. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati deve decidere se farlo arrestare. Lo farà senza Davide Zoggia, che si è dimesso dalla Giunta. Il deputato veneziano rischiava infatti di dover decidere su un collega che è finito al centro di uno scandalo mondiale che, però, tocca in profondità il Pd veneziano di cui Zoggia fa parte da una vita. Non solo. Secondo l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, Zoggia avrebbe partecipato ad una riunione, con i compagni di partito Giampiero Marchese e Michele Mognato per convincere Orsoni a chiedere soldi a Mazzacurati, il patron del Consorzio Venezia Nuova. Mognato e Zoggia hanno già smentito l’incontro e Giampiero Marchese è addirittura in grado di indicare la data esatta in cui ha conosciuto di persona Orsoni. Si tratta del luglio 2010, quando il sindaco era già sindaco da 5 mesi. Marchese si ricorda l’episodio perchè in luglio è stato nominato presidente di Ames, una controllata del Comune. Prima di allora non aveva mai incontrato Orsoni. Ma, tra una smentita e l’altra, Zoggia non ha potuto restare in sella e dunque si è dimesso. Al suo posto dovrebbe presentarsi oggi Laura Garavini e sarà lei dunque a votare pro o contro l’arresto.
Giancarlo Galan (sarà sentito in Giunta il 25 giugno) è la star politica dell’inchiesta sul più grande scandalo che sia mai avvenuto in Italia. Contro di lui ci sono una quantità enorme di dichiarazioni di Piergiorgio Baita il quale racconta ai giudici di aver finanziato tutte le campagne elettorali di Galan, a colpi di centinaia di migliaia di euro. Talmente tanti soldi che ad un certo punto il segretario regionale di Forza Italia, l’avv. Nicolò Ghedini, si lamenta perchè al partito non arriva niente. “Galan l’idrovora” è accusato di tenere tutto per sè. E c’è un incontro all’hotel Santa Chiara a Venezia durante il quale Claudia Minutillo, segretaria di Galan, spiega a Baita «che la segreteria di Forza Italia era piuttosto risentita verso il Consorzio Venezia Nuova perché, con tutto quello che facevano loro per il Consorzio, la segreteria non aveva visto nessun tipo di contributo e questo aveva creato anche una certa difficoltà di rapporti tra il Presidente Galan e la struttura del partito, ritenendo che il Presidente Galan intercettasse tutti i contributi».
Claudia Minutillo racconta a sua volta le mille “dazioni” di denaro che Galan avrebbe incassato. Al punto che Minutillo parla di un vero e proprio stipendio da un milione di euro incassato ogni anno dall’ex Governatore. E quando il p.m. Stefano Ancilotto chiede se lei abbia mai visto consegne di denaro con i suoi occhi, Claudia Minutillo risponde: «Sì». Lei ha visto Galan che incassava da Baita, ma anche «dalla Gemmo, da Marchi, da Stefanel…”. E Baita spiega poi ai magistrati di come ha pagato la ristrutturazione della villa di Galan per un totale di 1 milione e 100 mila euro. Infine ci sono i conti in tasca che ha fatto la Finanza, secondo la quale Galan avrebbe avuto in dieci anni entrate per un milione e rotti di euro e ne avrebbe speso più di due. Insomma nei 18 faldoni consegnati dalla Procura alla Giunta della Camera ci sono centinaia di pagine che riguardano direttamente Galan.

Maurizio Dianese

 

IL VESCOVO – Bagnasco: «I cattivi esempi non scoraggino»

GENOVA – «Speriamo che la gente non perda la fiducia, anche alla luce dei cattivi esempi che sembra continuamente ci siano. Questi cattivi esempi non devono assolutamente scoraggiare, perché non sono la maggior parte della gente. Mi riferisco a tutto quello che le cronache quasi quotidiane ci rappresentano». Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, riferendosi ai recenti scandali legati alla Banca Carige e al Mose di Venezia. «Molti parlano di segnali positivi, di ripresa ad alti livelli, dell’economia e della produzione e questo lo speriamo ma temo che ci voglia ancora tempo».

 

Gazzettino – Effetto Mose su Valsugana e Spv

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17

giu

2014

BASSANESE – Sulle due opere in project financing si appuntano i sospetti degli amministratori locali

Effetto Mose su Valsugana e Spv

Ferazzoli (Unione Montana) scrive al premier sulla statale 47: «Accantonare il progetto, ci pensi lo Stato»

I SOSPETTI – Sulle opere regionali in project financing cala una cappa di dubbi e sospetti. Dopo lo scandalo del Mose, i sindaci temono di sentire puzzo di bruciato su altre grandi opere previste nel territorio. Prima tra tutte, la Nuova Valsugana. Luca Ferazzoli, dell’Unione Montana, a nome dei sindaci valligiani ha scritto a Renzi.

CHIAREZZA – Serve fare luce, scrive Ferazzoli, perchè le opere in project sono ormai nel mirino. E ricorda un fattore poco chiaro: ci fu un progetto condiviso da Anas e enti locali, che venne cestinato dalla Regione per imporre il project financing. E gli enti locali, che dovevano venire consultati sul nuovo progetto, non vennero mai sentiti.

BASSANO – (Cs) Con tutto quello che è uscito dal vaso di pandora del Mose, la presa di posizione di Luca Ferazzoli e dei sindaci valligiani è più che comprensibile. E si appaia alle richieste di verifiche e chiarezza sulla Pedemontana.
Le indagini hanno detto (il che dovrà venire ratificato dalle sentenze) che c’era un “sistema”. Sacrosanto verificare che quei meccanismi venuti alla luce non fossero estesi a grandi opere in costruzione o programmate.
I sospetti, peraltro, sono giustificati perchè per anni i sindaci del territorio hanno rivendicato il loro ruolo: dovevano essere sentiti dalla Regione, sulla Valsugana, ma sono stati bellamente snobbati. Per la nuova statale 47 (per la Spv è più difficile, visto che è in costsruzione) ora parte la richiesta a Matteo Renzi di metterci una pezza. Non potrà fare i miracoli, il premier, ma un po’ di chiarezza sì.

APPELLO AL PREMIER – Ferazzoli scrive a Palazzo Chigi: «Non giudichiamo, ma ora tutti i project financing regionali vanno controllati»

CI PENSI LO STATO – Va bene il progetto condiviso a suo tempo. Va realizzato con i fondi pubblici, senza pedaggi

PROGETTO DA 1,7 MILIONI – Finì nella legge obiettivo ma fu poi vanificato dal project. Dubbi
molto legittimi

DA MATTEOLI A CHISSO – Il ministro: «Non ci sono soldi». L’assessore: «Enti locali bypassati»

«Caro Renzi, Valsugana senza sospetti»

La bufera scatenata dall’inchiesta sul Mose potrebbe avere ripercussioni anche sulla Nuova Valsugana. I nuovi sindaci dei comuni della Valbrenta, riuniti a Palazzo Guarnieri, hanno trovato un’intesa sul problema della viabilità e chiedono l’intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, confidando che lo Sblocca Italia possa portare allo Sblocca Valsugana, non con il contestato progetto del project financing, promosso dalla Regione Veneto, bensì con il progetto a suo tempo condiviso da tutti gli enti interessati e senza pedaggio.
«Non è mio compito giudicare, né prendere posizione in merito alle azioni della magistratura – scrive a Renzi e al Governatore Veneto Luca Zaia il presidente dell’Unione Montana Valbrenta, Luca Ferazzoli, a nome anche dei sindaci di San Nazario, Valstagna, Campolongo, Solagna, Pove e Cismon – ma pare evidente che tutti i project financing promossi dalla Regione Veneto debbano essere oggetto di attenta valutazione in relazione al fatto che alcune strutture amministrative e alcuni soggetti risultano a vario titolo indagati nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, a Venezia, e che proprio a causa di tali indagini il Presidente della Regione Veneto ha revocato all’assessore Renato Chisso il proprio referato».
«L’ammodernamento della statale 47 della Valsugana è opera assolutamente indispensabile per lo sviluppo dell’economia locale e per la vivibilità della Valle del Brenta – ricorda a Matteo Renzi il presidente Ferazzoli – e quindi a nome dell’Unione Montana Valbrenta e dei sindaci chiedo che lo Stato, come da accordi pregressi con gli enti interessati, si faccia carico del completamento e ammodernamento della statale Valsugana, da realizzarsi senza l’imposizione di alcun pedaggio a carico degli utenti; che tale opera debba essere eseguita sulla scorta del progetto preliminare redatto dalla Provincia di Vicenza e condiviso dall’Anas e da tutti gli enti locali interessati, costato oltre 1.700.000 euro; che tale progetto debba essere migliorato in fase di progettazione definitiva ed esecutiva con la risoluzione delle gravi problematiche presenti in località San Marino, in comune di San Nazario e valutando, rispetto al preliminare, una nuova uscita a sud in conformità delle nuove esigenze sorte con la realizzanda superstrada Pedemontana Veneta».

UNA STORIA DI QUINDICI ANNI «La Regione impose un tracciato diverso e non sentì mai i sindaci»

VALBRENTA – Ferazzoli, nella sua lettera, riassume al presidente Matteo Renzi tutta la vicenda sulla statale Valsugana, partendo dal 1999, quando «Regione, Provincia di Vicenza, Anas, Comunità Montana e comuni di Bassano e della Valbrenta avevano sottoscritto un protocollo d’intesa per l’individuazione del tracciato definitivo della variante della ss 47 «prioritariamente con l’ipotesi di costruzione di due o più gallerie in sinistra brenta tra Rivalta e Pian dei Zocchi, Pove del Grappa e raccordo con la Tangenziale est di Bassano del Grappa. Sulla scorta di tale protocollo è stato redatto un progetto preliminare condiviso da tutti, costato circa 1,7 milioni di euro e finanziato dalla Regione, Provincia e Anas». L’intervento venne inserito nella Legge Obiettivo. La Regione, però, nel 2009 approvò una «Proposta di finanza per la progettazione, costruzione e gestione dell’itinerario della Valsugana Valbrenta – Bassano Ovest – Superstrada a pedaggio, presentato dalle società Impresa Pizzarotti & C. spa, Ing. E. Mantovani spa, Cis Compagnia investimenti sviluppo spa. Cordioli spa», con un’ipotesi di percorso interamente in destra Brenta e pertanto difforme dal Protocollo d’intesa già sottoscritto, che provocò una dura reazione da parte di tutti gli enti interessati: I quali ottennero l’approvazione di una risoluzione del Consiglio Regionale Veneto che imponeva l’ubicazione del tracciato in sinistra Brenta, conformemente a quanto concordato con il protocollo d’Intesa. I comuni, per evitare la realizzazione di una strada a pagamento, si attivarono anche con l’allora Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, per ottenere la realizzazione dell’opera da parte dell’Anas, ma il ministro informò che non c’erano disponibilità finanziarie e pertanto il Progetto di Finanza regionale proseguì il suo iter. La Giunta Regionale, nel gennaio 2010, nominava la Commissione per l’esame delle proposte presentate e nelle premesse di tale deliberazione si leggeva che in «ogni caso, prima dell’esame da parte del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti (Nuuv) della Regione Veneto della proposta prescelta per l’eventuale dichiarazione del pubblico interesse – ricorda Ferazzoli, – l’assessore alle politiche delle Mobilità ed infrastrutture sottoporrà l’analisi del tracciato agli enti locali interessati dallo stesso. Ma l’assessore preposto, Renato Chisso, non ottemperava alle indicazioni della Giunta e nonostante varie sollecitazioni, anche mediante la Presidenza della Regione, non ha mai sottoposto il tracciato individuato dalla Commissione esaminatrice prima dell’inoltro dello stesso al Nuuv».
La Giunta regionale nel dicembre 2011, nonostante la richiesta di un confronto da parte delle amministrazioni locali, ha approvato, a maggioranza, la dichiarazione di interesse pubblico dell’opera e il progetto ha ottenuto l’approvazione della Commissione tecnica di Verifica dell’impatto ambientale (Via regionale) e recentemente ha ottenuto il parere favorevole della corrispondente Commissione statale.R.L.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA – Il Covepa: «Chiarezza sulla Spv. Uno spreco di risorse sottratte a strade utili e a basso costo»

BASSANO – Dopo il Mose, occhi puntati sulla Superstrada Pedemontana. Diversi detrattori del progetto Spv chiedono infatti che sia fatta chiarezza anche sulle presunte irregolarità della grande infrastruttura che attraversa il Bassanese, e sono pronti a scommettere che proprio questa sarà al centro di un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla tangentopoli veneta aperta dai magistrati di Venezia.
E mentre in diversi cantieri compresi tra Marostica e Mussolente, in questi giorni, si continua a lavorare a pieno regime, dal Covepa arriva un nuovo pesante attacco col portavoce Elvio Gatto: «Le supposte necessarie opere realizzate con soldi esclusivamente pubblici e incontrollabili – attacca – possono essere messe sotto inchiesta, verifica e se necessario fermate. Pedemontana Veneta è una di queste, pilotata dall’inizio da Adria Infrastrutture. Con quello spreco di denaro di opere sempre in lievitazione di costi si sarebbero fatte strade utili e a basso costo. E alcune di queste, come la Gasparona, sono esistenti e gratuite, ma vengono abbandonate e doppiate da superautostrade nuove e a pedaggio».
Ai vertici regionali vengono attribuite le responsabilità di aver dato numerosi e immotivati vantaggi ai proponenti dei progetti di finanza, che sarebbero salvi da ogni rischio di impresa, spostato nelle spalle della collettività: «Zaia, che per anni ha avuto l’assessore Chisso come uomo di fiducia, deve dare le dimissioni per palese incapacità amministrativa e di controllo, nella migliore delle ipotesi – aggiunge il portavoce Gatto – anche se l’inchiesta della magistratura non è finita. Lui conosceva bene il sistema Baita sui project financing, a cui spesso si aggiungeva la richiesta di un commissario straordinario governativo come quello di Spv, che adempiva a multipli scopi: segretezza documentale, progettuale e finanziaria, arbitrarietà di motivazione della «Grande opera», informazioni ai media, ricatti politici e amministrativi alle comunità locali, espropri immotivati e forzati, copertura dei buchi economici, fantasiose dichiarazioni ai ministeri, scellerati patti con sindacati, associazioni politicizzate come la Coldiretti o i cavatori, distruzione e impoverimento di aziende agricole fertili, creazione di «aree strategiche» volute dalla Giunta regionale».
Al governatore del Veneto viene chiesto infine di bloccare gli espropri per la Pedemontana che sono in corso in questi giorni, in attesa che venga fatta maggiore chiarezza.

Giovanni Guarise

 

L’interrogazione di pigozzo (Pd)

MEOLO «A oggi l’iter della Via del Mare non è stato fermato. Perché?». L’interrogativo, rivolto al governatore Zaia, arriva dal consigliere regionale del Pd, Bruno Pigozzo, dopo che il discusso progetto della superstrada Meolo- Jesolo è finito anch’esso nei verbali dell’inchiesta legata allo scandalo delle tangenti sul Mose. Pigozzo prende spunto dall’intervento che Zaia ha fatto l’altro ieri in Consiglio regionale. «Passando in rassegna gli interventi prioritari delle opere interessate dalle ditte indagate, Zaia ha preso le distanze dalle scelte fatte prima del suo mandato. Tralasciando il fatto che la Lega è presente nel governo regionale dal 2000 e che Zaia è stato vicepresidente dal 2005 al 2010, voglio richiamare la sua attenzione su questioni recenti », spiega Pigozzo, «nell’elenco delle opere che ha citato, ha richiamato anche la via del Mare. Il 9 agosto 2013 avevo presentato un’interrogazione a Zaia per chiedere che la gara fosse sospesa, dal momento che i responsabili di Adria Infrastrutture e del consorzio Via del Mare erano stati coinvolti nell’inchiesta riguardante il Gruppo Mantovani. Quella mia interrogazione è senza risposta e l’iter non è stato fermato. Perché?».

(g.mon.)

 

Gazzettino – “Troppi indagati, fermare la Via del Mare”

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12

giu

2014

MEOLO – Interrogazione di Pigozzo in Regione

MEOLO – Nonostante la bufera giudiziaria, la “Via del mare” Meolo-Jesolo continua il suo iter. «Fermatela» era la richiesta fatta alla Regione un anno fa, e che oggi ripete Bruno Pigozzo, consigliere regionale e vicepresidente della commissione Trasporti. «In Consiglio regionale – spiega Pigozzo – il governatore Zaia, passando in rassegna gli interventi prioritari delle opere interessate dalle ditte indagate, ha richiamato anche la “Via del mare” Meolo-Jesolo: un progetto del 2007, riconosciuto nel 2012 di pubblica utilità dalla Regione e con diritto di prelazione del soggetto proponente (le società “Adria Infrastrutture Spa”, “Strade del Mare Spa” e il consorzio “Via del Mare”), messo a gara nel 2013. Il 9 agosto 2013 avevo presentato un’interrogazione a Zaia per chiedere che quella gara fosse sospesa, dal momento che i responsabili di “Adria Infrastrutture” e Consorzio “Via del Mare” erano stati coinvolti nella inchiesta della Procura riguardante il Gruppo Mantovani. Ma ad oggi – conclude Pigozzo -, quella mia interrogazione è senza risposta e l’iter non è stato fermato. Zaia non può far finta di nulla, oggi che su quelle ditte continuano a gravare pesanti sospetti di corruzione”.

(e.fur.)

 

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