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Nuova Venezia – Brentan condannato a quattro anni

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26

lug

2012

 

Corruzione: per il giudice l’ex Ad di Venezia-Padova ha incassato 260 mila euro in mazzette. Il manager resta ai domiciliari

VENEZIA – Per il giudice veneziano Roberta Marchiori le dichiarazioni dei cinque imprenditori che hanno raccontato al pubblico ministero Stefano Ancillotto di aver consegnato le mazzette all’ex amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova sono credibili e riscontrate e ieri ha condannato il 64enne Lino Brentan a quattro anni di reclusione per corruzione. Il manager, un tempo esponente del centrosinistra, era agli arresti domiciliari dal 31 gennaio scorso nella sua villetta di Campolongo Maggiore, e per ora ci resta, ma i suoi difensori, gli avvocati veneziani Giovanni Molin e Stefano Mirate, hanno chiesto la scarcerazione e il magistrato si è riservato di decidere nei prossimi giorni.

Il giudice dell’udienza preliminare ha accolto le tesi del rappresentante dell’accusa, che durante la scorsa udienza aveva chiesto una condanna a quattro anni e due mesi, non ha concesso le attenuanti generiche nonostante l’imputato fosse incensurato e ha accordato soltanto lo sconto di un terzo sulla pena previsto dal codice per chi si fa processare con il rito abbreviato.

La sentenza prevede anche la confisca dei beni sequestrati, 250 mila euro di liquidi e titoli che la Guardia di finanza aveva scovato nei conti bancari. Brentan è uscito ieri piuttosto scosso dagli uffici del Tribunale di piazzale Roma e non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, mentre il suo legale, l’avvocato Molin, ha affermato: «Non sono scontento: viste le richieste dell’accusa poteva andare peggio». Una condanna pesante, ma le accuse nei suoi confronti non solo erano gravi, sono state considerate anche circostanziate e soprattutto provate. Il pm Ancillotto aveva raccolto le confessioni di quattro imprenditori e di un professionista che hanno dichiarato di aver consegnato, tra il 2004 e il 2010, complessivamente 260 mila euro di tangenti per ottenere appalti della società autostradale di cui Brentan è stato per anni al vertice. L’ingegner Luigi Rizzo, consulente in materia di analisi e contrasto dell’inquinamento acustico, ha riferito di aver consegnato circa 110 mila euro, il 10 per cento del valore degli incarichi a lui affidati dall’imputato. Le buste, con 10 mila euro per volta l’ingegnere li dava durante i pranzi nei ristoranti di Marghera dove di incontrava spesso con Brentan. Rino Spolador, amministratore della «Rg Impianti» ha raccontato di aver consegnato 60 mila euro, circa il 7-8 per cento del valore dei lavori a lui affidati, il primo era stato quello dell’impianto di illuminazione della tangenziale Ovest di Mestre. Pagava quattro-cinquemila euro due o tre volte l’anno, a Natale, Pasqua e Ferragosto, anche lui nei locali attorno agli uffici della società autostradale dove incontrava l’amministratore delegato di allora. Remo Pavan della «Tecnoconsult Service» avrebbe versato 15 mila euro, circa cinquemila ogni anni (il 5 per cento del valore) per lavori nel settore della manutenzione termoidraulica. Dario Guerrieri ha raccontato di aver consegnato 15 mila euro per l’appalto di forniture per la ristrutturazione del casello autostradale di Villabona. Infine, Silvano Benetazzo, morto nel frattempo, ha riferito al pubblico ministero di aver pagato 60 mila euro, in rate da 10 o 20 mila euro, che l’imprenditore, originario di Campolongo come Brentan, ha spiegato di aver attinto da un fondo «nero» che appositamente aveva costituito. Brentan ha sempre negato di aver incassato tangenti, senza però riuscire a spiegare perché ben cinque imprenditori, almeno con due dei quali intratteneva rapporti di amicizia, lo avevano accusato.   Giorgio Cecchetti

 

Appalti frazionati per evitare gare

VENEZIA – A parlare per primo di Brentan come collettore di tangenti è stato l’ingenere capo dell’Edilizia della Provincia di Venezia Claudio Carlon, arrestato lo scorso anno per corruzione, peculato e falso (ha poi chiuso con una pena di tre anni e mezzo grazie alla sua collaborazione), ma sono state le dichiarazioni dei cinque imprenditori, anche loro arrestati inizialmente per le bustarelle in Provincia, a «incastrarlo» definitivamente. Negli uffici sul Canal Grande conoscevano bene l’ex amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova perché per una decina d’anni era stato assessore e proprio ai Lavori pubblici delle giunte di sinistra. Dopo essere passato negli uffici di Marghera, a sovrintendere agli appalti stradali, però, continuava a frequentare tecnici e funzionari della Provincia e gli imprenditori che monopolizzavano i lavori edili dell’ente lagunare. Incontri e cene, anche negli alberghi-casinò sull’altra sponda dell’Adriatico, durante i quali Brentan continuava ad essere indicato da tutti come «il nostro presidente». Non contento delle prove raccolte grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite dalla Guardia di finanza di Venezia e alle dichiarazioni degli imprenditori, che alla fine hanno patteggiato le pene per corruzione, il pubblico ministero Stefano Ancillotto ha chiesto all’avvocato e professoressa di diritto amministrativo Chiara Cacciavillani di esaminare tutta la documentazione sugli appalti sequestrata dai finanzieri negli uffici della società autostradale. La consulenza sostiene che l’ex amministratore delegato avrebbe frazionato ad arte le opere d’appaltare, in modo da non superare il limite consentito in modo da procedere senza la pubblicazione del bando di gara e in forma di assegnazione diretta. Inoltre, non avrebbe interpellato altre imprese, chiamando di volta in volta gli imprenditori con cui aveva un rapporto corruttivo. In questo modo avrebbe anche violato dal punto di vista amministrativo il corretto sistema di indire gli appalti. (g.c.)

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Gazzettino – Mazzata su Lino Brentan: 4 anni

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26

lug

2012

TANGENTI E AUTOSTRADE

IL PERSONAGGIO

Lino Brentan, ex politico ed ex amministratore della società autostrade Venezia-Padova

Il Pm Ancilotto aveva chiesto 4 anni e 2 mesi di reclusione

LA DIFESA   «Andava assolto. Dubbi sulla sua qualifica di pubblico ufficiale»

LA SENTENZA  – Il politico-manager condannato per corruzione

LA SENTENZA – Il politico-manager condannato per corruzione

Non riconosciute le attenuanti. Imposta la confisca dei beni posti sotto sequestro: 170mila euro

LA CONDANNA – Una condanna a quattro anni. Quando il giudice ha letto la sentenza nell’aula è calato il gelo. Non se l’aspettava l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan. L’accusa per Brentan, già esponente di spicco del Pd, era di corruzione in relazione a presunte mazzette che avrebbe ricevuto da alcuni imprenditori in cambio dell’assegnazione di appalti e consulenze.

LE PROVE – Il giudice Roberta Marchiori ha accolto le richieste formulate dal Pm Stefano Ancilotto (4 anni e due mesi). Le prove portate al processo sono state con tutta probabilità ritenute più che sufficienti per una condanna. Il magistrato ha negato all’imputato anche le attenuanti generiche. Inoltre è stata disposta la confisca dei beni sequestrati, per un valore di 170mila euro.

Quattro anni tondi. Quando il giudice è uscito a leggere la sentenza nell’aula è calato il gelo. Se l’aspettavano forse i difensori, non se l’aspettava l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan. L’accusa per lui era di corruzione in relazione a presunte mazzette che egli avrebbe ricevuto da alcuni imprenditori in cambio dell’assegnazione di appalti e consulenze. Arrivato come sempre impeccabile, completo gessato blu e cartella in pelle, se n’è andato mogio per la lunga gradinata della nuova sede della sezione Gip a piazzale Roma. Si è sempre dichiarato innocente.            Il giudice Roberta Marchiori ha praticamente accolto le richieste formulate dal Pm Stefano Ancilotto (4 anni e due mesi). Le prove portate al processo sono state con tutta probabilità ritenute più che sufficienti a una condanna, se si pensa che il magistrato ha negato all’imputato anche le attenuanti generiche. Inoltre è stata disposta la confisca dei beni oggetto di sequestro, per un totale di circa 170mila euro.                 L’udienza è cominciata di buon mattino, alle 9.30, con l’intenzione di chiudere abbastanza presto poiché la discussione con la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe degli avvocati si era tenuta la scorsa settimana. Le conclusioni, come già detto, sono state la condanna a 4 anni e 2 mesi di reclusione per la pubblica accusa mentre la difesa, sostenuta dagli avvocati Stefano Mirate e Giovanni Molin, aveva concluso per l’assoluzione. Il giudice aveva rinviato di una settimana per chiarire i dubbi sollevati dalla difesa in merito all’applicabilità della disciplina degli appalti per i fatti anteriori al 2006. Per i difensori, infatti, era necessario sentire nuovamente gli esperti per capire a quali appalti era applicabile la normativa prevista dal Testo unico sui contratti e a quali, invece, la Legge Merloni.                Il consulente del pubblico ministero, la professoressa Chiara Cacciavillani, ha ribadito che il Testo unico andava applicato per le società autostradali a partire dal 2000, ben prima quindi dei fatti contestati. E, a conforto di quanto ha affermato, ha prodotto una serie di sentenze del Consiglio di Stato in materia di appalti.                 La difesa ha sollevato ancora una volta dubbi sulla natura stesa del reato contestato. La corruzione, infatti, presuppone un atto illecito commesso da un pubblico ufficiale (un politico, un amministratore, un dirigente) in cambio di denaro o altre utilità. L’avvocato Molin ha puntato molto sulla qualità di Brentan come incaricato di pubblico servizio, più che come pubblico ufficiale. E l’amministratore delegato di una società per azioni, quand’anche ad azionariato in maggioranza pubblico e gestore di un servizio in concessione come quello autostradale, per il legale non riveste la qualifica di pubblico ufficiale.              Ormai, però, questo potrà essere uno dei motivi da opporre in sede d’appello, che i legali di Brentan hanno già annunciato di presentare una volta lette le motivazioni della sentenza.    Michele Fullin

 

LA VICENDA

Appalti e consulenze in cambio di una percentuale

L’inchiesta era partita nel 2011 dopo lo scandalo delle tangenti all’Edilizia privata in Provincia. Funzionari e imprenditori avevano fatto alcuni nomi, tra cui quello di Lino Brentan, 64 anni, allora amministratore della società Autostrada Venezia-Padova. Nel giro di pochi giorni, nel febbraio di quest’anno, Brentan è stato raggiunto da due differenti ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Per il Pm Stefano Ancilotto, il sistema delle mazzette in cambio di appalti funzionava da molto tempo e i versamenti avvenivano per contanti e in corrispondenza delle feste comandate: Natale, Pasqua, e pure Ferragosto. Mazzette da 4-5mila euro a botta. L’ipotesi su cui ha lavorato la Procura è stata quella di bustarelle in cambio di consulenze e lavori affidati ricorrendo al cottimo fiduciario (già trattativa privata) in assenza dei presupposti e frazionando gli appalti per poterli assegnare in maniera diretta e del tutto discrezionale agli “amici” in cambio di una percentuale oscillante fra il 5 e il 10% sulle somme liquidate.

 

GLI ALTRI PROCESSI

Provincia e Comune, mano più leggera

«Non sono scontento – ha commentato l’avvocato Molin dopo la lettura della sentenza – perché poteva andare anche peggio rispetto all’impianto originario. A questi quattro anni vanno infatti tolti un anno e 6 mesi di pene coperte dal condono che riguarda tutti i reati compiuti tra il 2004 e il 2006 e altri 6 mesi già scontati. Pertanto restano solo due anni e ce la vedremo in Appello». Al temine del processo è stata chiesta anche la revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari, ma su questo il giudice si è riservato la decisione. Che potrebbe essere presa nei prossimi due o tre giorni. Tutto sommato, è andata meglio agli imputati di casi analoghi che hanno fatto discutere in città. Ad Antonio Bertoncello, ritenuto l’imputato principale nell’inchiesta delle mazzette all’Edilizia privata in Comune, il Gip ha comminato 4 anni e 4 mesi con in più l’accusa di concussione. Tre anni e 6 mesi hanno patteggiato l’ex dirigente dell’edilizia privata della Provincia, Claudio Carlon e il suo braccio destro, Domenico Ragno.

 

Gazzettino – Lino Brentan rimane agli arresti domiciliari

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25

lug

2012

VENEZIA – Il Tribunale ha rigettato il ricorso che chiedeva l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare

L’ACCUSA – Consulenze e appalti in cambio di mazzette

IL PROCESSO – Sentenza attesa per oggi pomeriggio

CORRUZIONE – Confessata da cinque imprenditori

Confermati gli arresti domiciliari per Lino Brentan, l’ex amministratore delegato della società Autostrade Venezia-Padova, accusato di corruzione in relazione a presunte mazzette che avrebbe ricevuto da alcuni imprenditori in cambio dell’assegnazione di appalti e consulenze. Il Tribunale del riesame di Venezia ha rigettato ieri mattina il ricorso presentato dai suoi difensori, gli avvocati Stefano Mirate e Giovanni Molin, i quali avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Antonio Liguore sulla base di un’asserita nullità dovuta ad una mancata notifica. Il collegio presieduto da Stefano Manduzio ha però ritenuto non fondate le tesi della difesa: le motivazioni della decisione saranno depositate nei prossimi giorni. Si tratta del terzo diverso collegio di giudici che si pronuncia confermando la misura cautelare a carico di Brentan, il cui processo dovrebbe giungere a sentenza oggi pomeriggio.        La scorsa settimana il sostituto procuratore Stefano Ancilotto ha concluso la sua requisitoria sollecitando la condanna dell’ex amministratore della Venezia-Padova a 4 anni e 2 mesi di reclusione. La difesa ha replicato chiedendo l’assoluzione di Brentan e sollevando una serie di questioni sull’applicabilità della disciplina degli appalti per i fatti anteriori al 2006. Al fine di chiarire alcuni aspetti connessi alle procedure seguite dalla Società Autostrade per l’affidamento dei lavori, il gup Marchiori ha convocato per questa mattina l’avvocato Ivone Cacciavillani, autore della consulenza tecnica sulla quale la procura ha basato parte delle accuse formulate nei confronti di Brentan. Dopo l’audizione, la parola passerà nuovamente a pubblica accusa e difesa per le eventuali repliche. Poi il giudice si ritirerà in camera di consiglio per la decisione.        A confessare di aver pagato mazzette sono stati cinque imprenditori: un episodio è datato e probabilmente già prescritto, ma altri sono piuttosto recenti, con pagamenti che sarebbero proseguiti fino al 2011. In caso di condanna, Brentan potrà usufruire dello sconto di un terzo della pena in quanto il processo si celebra con rito abbreviato.

Gianluca Amadori

 

Il pm Stefano Ancilotto ha chiesto ieri la condanna a 4 anni e 2 mesi di reclusione per l’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova Lino Brentan ritenendolo responsabile di alcuni episodi di corruzione nell’ambito dell’assegnazione di lavori e consulenze.

LA REQUISITORIA

Il Pm chiede 4 anni e 2 mesi per il manager dell’autostrada

Il clamoroso arresto a fine gennaio

Risale al primo gennaio il clamoroso arresto di Lino Brentan da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria. L’inchiesta, però, aveva preso il via lo scorso anno, con l’arresto di due funzionari della Provincia, Claudio Carlon e Domenico Ragno, accusati di gestire a suon di “mazzette” gli appalti per i lavori di ristrutturazione di vari immobili di proprietà dell’amministrazione. Gli appalti venivano ripartiti, a trattativa privata, sempre tra gli stessi imprenditori. Dopo gli arresti, erano arrivate le confessioni, sia da parte di molti imprenditori, sia da parte dei due funzionari, i quali avevano indicato in Lino Brentan il loro principale referente. Carlon e Ragno hanno già patteggiato 3 anni e 6 mesi ciascuno; gli imprenditori pene che vanno da 7 mesi a 3 anni e 2 mesi di reclusione.

 

«Prese soldi per gli appalti. Brentan va condannato»

Inchiesta coordinata dai procuratori Delpino e Mastelloni

LA TECNICA – Lavori frazionati per evitare di affidarli con un bando

Non c’è stato neppure il tempo per mangiare un panino, ma solo una piccola pausa concessa di volta in volta alle parti per andare al bagno. L’udienza-fiume dal giudice Roberta Marchiori sulla discussione del processo contro l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia – Padova Lino Brentan è durata dalla mattina al tardo pomeriggio di ieri.

Il pubblico ministero Stefano Ancilotto ha impiegato ben tre ore per esporre la sua requisitoria, al termine della quale ha chiesto la condanna a quattro anni e due mesi di reclusione ritenendo l’ex manager responsabile di alcuni episodi di corruzione nell’ambito dell’assegnazione di lavori e consulenze.

Nessuna richiesta di risarcimento danni dalla società concessionaria che, come è noto, ha ritenuto di non doversi costituire parte civile nel processo.        In particolare, il magistrato ha ricordato come, in differenti fasi processuali ci siano state almeno sette od otto persone (tra imprenditori del Veneziano e di altre province nonché funzionari e dipendenti pubblici) che hanno ribadito come l’imputato abbia preso del denaro.

Tutti gli episodi sono stati circostanziati per fornire un quadro il più possibile preciso.Per il Pm che ha condotto l’indagine, i lavori della Venezia-Padova venivano assegnati “in chiave clientelare” ad una serie di imprenditori indicati direttamente da Lino Brentan il quale sarebbe intervenuto “perentoriamente”, nonostante la competenza spettasse ad altri. Citando un dirigente della società, il Pm ha poi ricordato come la tecnica utilizzata fosse quella dell’illecito “frazionamento” dei lavori da appaltare, praticato al fine di evitare di dover bandire regolari gare per l’affidamento dei lavori.

I nomi delle ditte da invitare alle procedure di “cottimo fiduciario” sarebbero sempre stati indicati da Brentan.        Il processo, che il Pm aveva chiesto si svolgesse con rito immediato (scelta contestata dalla difesa), si è svolto con la formula del rito abbreviato, che prevede l’utilizzo delle sole prove raccolte durante le indagini preliminari e lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna.        La difesa, rappresentata dagli avvocati Stefano Mirate e Giovanni Molin, ha chiesto l’assoluzione, sollevando una serie di questioni sull’applicabilità della disciplina degli appalti per i fatti anteriori al 2006. Per i difensori, infatti, è necessario sentire nuovamente i periti per capire a quali appalti era applicabile la normativa prevista dal Testo unico sui contratti e a quali la Legge Merloni. Il giudice ha fissato per mercoledì 25 l’audizione e poi si ritirerà per la sentenza.    Michele Fullin

 

Nuova Venezia – Brentan, il pm chiede 4 anni e 2 mesi

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20

lug

2012

La difesa vuole l’assoluzione , il gip rinvia il processo al 25 luglio per sentire il consulente della pubblica accusa

Quattro e due mesi di reclusione. Questa la richiesta formulata dal pm Stefano Ancillotto nei confronti di Lino Brentan, l’ex amministratore delegato della società Autostrada Venezia Padova accusato di corruzione e tuttora agli arresti domiciliari. I suoi difensori, gli avvocati Giovanni Molin e Stefano Mirate, hanno invece chiesto l’assoluzione con formula piena del loro assistito.   Un’udienza, quella di ieri davanti al giudice per le indagini preliminari Roberta Marchiori, durata oltre nove ore e conclusasi con un rinvio al prossimo 25 luglio quando in aula sarà ascoltata Chiara Cacciavillani – consulente del pubblico ministero – alla quale il gip ha chiesto alcuni chiarimenti sulla normativa dei contratti pubblici in vigore tra il 2004 e il 2006, periodo nel quale sono contestati alcuni episodi a Brentan. Subito dopo è prevista la sentenza. In caso di condanna Brentan usufruirà di uno sconto sulla pena di un terzo in quanto ha scelto il rito abbreviato evitando il dibattimento in aula.  Secondo l’accusa Lino Brentan obbligava i suoi dirigenti a firmare atti anche se loro erano contrari, come emerge dagli interrogatori di alcuni di loro e in particolare da quello di Giorgio Mattiello, il responsabile del personale della società di cui “Lino” era amministratore delegato. All’interno della società Padova-Venezia, Brentan aveva aveva insomma un vero e proprio potere assoluto che, stando alle accuse, avrebbe usato a piene mani per intascare mazzette. «Il cambio di imprese e professionisti operato da Brentan si è notato, ma poi ci si è adeguati – aveva spiegato Mattiello agli inquirenti – continuava però a stupire il fatto che le scelte non fossero fatte su criteri meritocratici, ma basate su conoscenze personali dell’amministratore delegato», ha raccontato Mattiello.  Nel giro di sei anni, stando alle accuse, l’ex amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova avrebbe incassato 280 mila euro in mazzette e il suo arresto, il 31 gennaio scorso, aveva scosso il mondo della politica e dell’imprenditoria. I primi a raccontare al rappresentante dell’accusa dei pagamenti a Brentan erano stati il mestrino Dario Guerrieri e il compaesano dell’amministratore delegato di Autostrade Silvano Benetazzo. Il primo aveva riferito di aver consegnato 15 mila euro per la ristrutturazione del casello autostradale di Villabona e altri 20 mila per il Centro servizi 1 della Provincia a Mestre (episodio che però era stato stralciato); il secondo, che tra le sue confessioni e l’arresto di Brentan è morto, ha spiegato di avergli consegnato 60 mila euro in rate da diecimila euro. Ed era appena l’inizio.

Manuela Pivato

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Nuova Venezia – Mantovani. Palomar, otto fatture nel mirino

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19

lug

2012

Baita: «Sono tranquillo, le verifiche fiscali sono normali». I rapporti con la società di San Marino.

VENEZIA «Sono tranquillo. Le verifiche fiscali fanno parte della vita di una società. Può anche darsi che abbiamo sbagliato, ma stiamo parlando di otto operazioni su milioni di scritture contabili. Hanno il diritto di verificare, noi aspettiamo fiduciosi». Non perde il tradizionale buon umore Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, tra i più importanti imprenditori del Nord Est. Ieri il giudice del Riesame Lucia Bartolini ha deciso di respingere il suo ricorso presentato per riavere la documentazione sequestrata dalla Finanza, nell’ambito di verifiche fiscali nel periodo che va dal 2005 al 2010. La società Palomar del gruppo Mantovani, con sede in viale Ancona a Mestre, è quella che ha ottenuto in affidamento l’Arsenale dallo Stato.

La Finanza sta passando al setaccio alcune fatture sospettando l’evasione fiscale. Alcune di queste riguardano la società Bmc Broker (Business Merchant consulting) con sede a San Marino. Società presieduta da William Colombelli, dove lavorano l’ex segretaria personale di Giancarlo Galan Claudia Minutillo e il suo ex addetto stampa Gianluca La Torre.

Balzata agli onori della cronaca per aver organizzato manifestazioni della Regione di Galan e del Porto, come l’inaugurazione dello scavo dei canali e i lavori a Fusina. Lavori effettuati da Mantovani, come del resto la gran parte dei lavori su strade, bonifiche e infrastrutture del Veneto. «Siamo una grande impresa, e dunque lavoriamo», dice Baita, «non vedo cosa ci sia di male. Le verifiche sono un atto dovuto. Il giudice entra in campo perché stiamo parlando di cifre elevate. Nei cinque anni in questione, dal 2005 al 2010, abbiamo avuto tre miliardi di euro di fatturato, versato allo Stato centinaia di milioni di imposte dirette». La Finanza è al lavoro adesso per verificare la corrispondenza di quelle fatture con le prestazioni eseguite.

Il pm Stefano Ancilotto potrà trattenere la documentazione sequestrata, visto che il giudice ha rigettato il ricorso presentato da Baita attraverso l’avvocato di Pietro Longo, uno dei più importanti penalisti italiani difensore anche di Berlusconi.

Intanto l’attività della Mantovani, impresa del Mose ma anche del tram, delle bonifiche, del Passante e dell’operazione Lido va avanti. L’altro giorno l’azienda si è aggiudicata anche la gara per l’Expo di Milano. Ancora ossigeno alla macchina esigente di un’impresa che per ora non conosce la crisi. E il rinvio a metà settembre della decisione sulla cauzione per l’ex Ospedale al Mare ha riaperto anche la trattativa su quel fronte. Mantovani, insieme a Condotte ed Est Capital, minacciava di ritirarsi dall’operazione Lido. Il giudice però ha bloccato in banca la cauzione di 31 milioni su richiesta del Comune. «Noi vogliamo restare, il mercato oggi va male, ma il mattone tornerà bene sicuro in tempi di recessione», dice Baita, «ma ognuno deve fare la sua parte. Siamo fiduciosi che il Comune mantenga i suoi impegni. Adesso il tempo per trovare un accordo c’è. Il Comune ha il vincolo del Patto si stabilità, noi non possiamo perdere i soldi delle banche. Vediamo».    Alberto Vitucci

 

L’impresa: Mose, tram, ospedali e strade

Indagine fiscale sulle fatture emesse da Palomar e Mantovani nei cinque anni che vanno dal 2005 al 2010. Una rete di attività con migliaia di dipendenti e miliardi di fatturato, quella delle società del gruppo Mantovani. Società padovana della famiglia Chiarotto presieduta da Piergiorgio Baita, manager della prima Republica diventato oggi uno dei più importanti imprenditori del settore edilizia. Mantovani è la prima azionista del Consorzio Venezia Nuova che sta costruendo il Mose. Ma anche l’impresa che ha realizzato il Passante di Mestre, il tram, le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali, l’Ospedale all’Angelo con la società Veneta Sanitaria, lavori al Porto, strade e autostrade. E la proposta di realizzare la sublagunare, il progetto della trasformazione dell’ex Ospedale al Mare in centro turistico privato. E infine ha vinto la gara per l’Expo di Milano del 2015, piazzandosi davanti a imprese del calibro di Astaldi e Impregilo. (a.v.)

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Il Manifesto – Cemento, asfalto e sporchi schei

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17

lug

2012

La manifattura non «tira» più: oggi i miracoli a Nord-est si fanno con la rendita e le grandi opere. Tra speculazioni, distruzione del territorio, corruzione politica e la Camorra che si fa impresa.

Nemmeno sant’Antonio fa più miracoli e non salva dalla crisi la sua «industria», una delle principali di Padova: pellegrini in calo e turismo religioso in difficoltà, con un meno 3% tra 2010 e 2011. I frati osservano preoccupati una curva negativa e indifferente persino all’ultima ostensione del santo corpo. Le autorità locali sono corse ai ripari affidandosi a un mago delle promozioni, Josep Ejarque, che intende «rompere la dipendenza da pellegrinaggi, ostensioni e riti di passaggio», per «rigenerare i prodotti turistici padovani, puntando sui flussi europei e usando molto internet». Ejarque ha alle spalle i successi dei giochi olimpici di Barcellona ’92, ma quelli erano anni di vacche grasse. Poi con le olimpiadi invernali di Torino 2006 le cose sono andate diversamente, considerato il poco che è rimasto alla città – debiti a parte – una volta spenti i costosi «botti» a cinque cerchi.
Di fronte a una crisi che come una pestilenza colpisce un po’ tutti, è difficile dire se l’ispirazione salvifica possa essere la mistica antoniana o la managerialità virtuale. Di certo è che, nel cuore del Nord-est – tra Padova, Mestre e Treviso – la «strada degli schei» da tempo ha cambiato punti di riferimento e consistenza. Nell’ultimo decennio s’è fatta sempre più astratta, meno visibile quanto reale. Spostandosi dal manifatturiero ai servizi, alle concessioni, alla rendita. Un caso evidente è il gruppo Benetton, che continua a produrre e vendere maglioncini e magliette, ma i soldi li fa con autostrade e aeroporti. Basta leggere l’ultimo bilancio di «Edizione srl», lo scrigno di famiglia. Fatturato 12.253 milioni di euro, utile netto 300 milioni – per metà da attività svolte all’estero -, così ripartiti: 52,4% da Autogrill, autostrade e aeroporti, 30,7% da infrastrutture e servizi per la mobilità, 16,6% da tessile e abbigliamento (con quest’ultimo a segnare un -2% sull’anno precedente). Benetton vent’anni fa marchiava di sé il trevigiano (squadre di basket e volley esibite come gioielli di famiglia), oggi pensa globale e sposta i suoi investimenti dal tessile alle concessioni che assicurano rendita: prossimo investimento, 12 miliardi per gli aeroporti, con relativa guerra delle tariffe. Una precisa concezione dello «sviluppo».
Di Benetton, naturalmente ce ne è uno, ma il caso è sintomatico e l’illustre esempio fa scuola. Grandi e piccoli ne traggono ispirazione, aggiornando le vecchie abitudini di chi ha i piedi ben piantati sulla terra e la considera un suo bene. Da sfruttare il più possibile e «in proprio». Così si è passati dal dilagare di capannoni industriali a quello delle speculazioni più fantasiose, protagonisti gli stessi che trent’anni fa hanno cementificato mezzo Veneto e oggi continuano a farlo, dirottando sulla rendita tutto ciò che hanno ricavato dal manifatturiero. Perché se c’è un’ispirazione che è stata abbandonata è quella industriale – per molti ormai troppo faticosa e poco remunerativa. Perché gli «schei» (veri o virtuali) si possono fare più comodamente da novelli rentiers e senza il rischio d’impresa. Costruendo una nuova rete: non più un distretto industriale ma un intreccio di relazioni – palesi e occulte – tra economia, politica e malaffare.

Tra Veneto City e Nuova Romea

La furia costruttrice, che da queste parti non tramonta mai, ruota sull’asse Padova-Mestre. Veneto City e Nuova Romea sono le due mega-opere attorno cui e da cui partono una serie di altri progetti, per un giro d’affari superiore ai 20 miliardi di euro. Veneto City è un faraonico progetto da due milioni di metri cubi su un’area di 750.000 metri quadri, divisi tra i comuni di Dolo e Pianiga, a ridosso di quello di Mira: la logica è quella delle newtown che hanno fatto la fortuna di Berlusconi (e costruito, mattone su mattone, il berlusconismo) declinata tutta in chiave commerciale. Cosa ci sarà dentro, di preciso, ancora non si sa (il progetto ha maglie molto larghe: outlet e botteghe, spazi fieristici e aree museali, alberghi e università, persino ospedali) e nemmeno importa molto. Quel che conta è l’occupazione di una rilevante porzione di campagna con l’equivalente di un capannone largo 12 metri, alto 7 e lungo quanto il tratto dell’autostrada A4 che separa Padova Est da Villanova: 23 chilometri.

E’ un progetto che vale 2 miliardi di euro, sponsorizzato prima dal centrosinistra e poi dal centrodestra, nato nel 1998 da una società promossa da un selezionato gruppo di imprenditori padovani e trevigiani: Luigi Endrizzi (costruttore), Giuseppe Stefanel (industriale tessile), Fabio Biasuzzi (calcestruzzi e presidente di Nordest Ippodromi), Olindo Andrighetti (import di legname) e l’unico non veneto del gruppo, Giancarlo Selci (pesarese, industriale meccanico e cavaliere del lavoro).

Nel corso degli anni la società Veneto City ha acquistato terreni ed è diventata oggetto d’investimenti, aumentando progressivamente il proprio capitale oltre i 9 milioni di euro. Ma è rimasta una società in mano al costruttore Endrizzi, che grazie a due piccole srl di 10.000 euro ciascuna, detiene il 26% del totale azionario (un valore di quasi 2 milioni e mezzo). Chiavi di volta della valorizzazione di questo progetto – che porta con sé strade, svincoli, caselli autostradali, aree verdi, allargando a oltre un milione di metri quadri l’area interessata – sono il passaggio dei terreni da uso agricolo a commerciale-industriale, una serie di varianti approvate dai comuni interessati (affascinati dai «contributi di costruzione» e dalle previsioni sulla futura Ici-Imu)

e soprattutto il via libera al progetto da parte della giunta regionale guidata dal leghista Zaia, che dichiarandone la «pubblica utilità» ha cancellato tutti i pareri contrari e tutte le obiezioni istituzionali. Un’approvazione arrivata di gran corsa il 31 dicembre del 2011, facendo lievitare il valore dei terreni, giusto in tempo per porre a bilancio cifre consistenti, far crescere patrimoni, per la salvezza delle società di alcuni proprietari dei lotti e la tranquillità delle banche finanziatrici: sul modello dei derivati si creano soldi finti.

Pazienza se poi, in questo modo, si gonfiano bolle immobiliari e finanziarie. Del resto quella dei terreni comprati per poi cambiarne la destinazione d’uso, facendo del valore maggiorato una garanzia bancaria, è una pratica ricorrente (c’è persino chi costruisce ancora capannoni per lasciarli vuoti e farne solo una voce patrimoniale). I lavori di Veneto City dovrebbero iniziare entro la fine del 2012, anche se i Comitati, che fin dall’inizio denunciano questa follia, sperano ancora di bloccarli. Se pure inizieranno, non è detto che la crisi economica ne permetta il completamento e non riduca Veneto City a un’enorme speculazione finanziaria, lasciando sul terreno solo qualche edificio e un scheletrico reticolo di strade.
E proprio una strada (anzi, un’autostrada) è l’altra grande opera. Viene da sud, è la «Nuova Romea», sarebbe l’ultima propaggine di un delirio chiamato Civitavecchia-Marghera, dal Tirreno all’Adriatico, tagliando gli Appennini. Detta così sembra un doppione dell’Autostrada del sole. E, infatti, lo è. Nel concreto sarebbe la trasformazione in autostrada dell’attuale Orte-Cesena, che proseguendo a nord attraverso Ravenna (tratto già esistente) confluisce nella «vecchia» Romea. Statale pericolosissima (ad alta frequenza d’incidenti) che arriva fino a Marghera (per unirsi al passante di Mestre): da anni si parla di un suo raddoppio, uno schieramento trasversale – che unisce i ravennati delle cooperative vicine al Pd (segretario nazionale in testa) ai berlusconiani di Vito Bonsignore – ha pensato di proporne la trasformazione in autostrada (a pagamento). L’ipotesi è al vaglio del Cipe che se riconoscerà la legittimità delle varianti di programma, decretandone la «priorità», farà partire i lavori per una spesa inizialmente prevista di quasi 10 miliardi. Non proprio bruscolini, in epoca di crisi. Agli oppositori – che pure hanno pesato sulle ultime elezioni amministrative, con l’elezione del grillino Maniero a Mira e gli oltre mille voti di una lista appoggiata dai Comitati ambiente e territorio – non resterà che l’ultima carta del ricorso al Tar. «Perché l’ideologia dello spreco che ha sorretto il berlusconismo – sintetizza Antonio Draghi, architetto, uno dei promotori dei Cat e candidato sindaco del centro sinistra a Vigonovo, sconfitto dalla Lega per un pugno di voti –

si sfalderà quando dimostreremo che si può creare lavoro e benessere curando l’esistente e il territorio. Quando passeremo dal consumo alla manutenzione». Un modello di sviluppo che ricorda un po’ la «Fabbrica di san Pietro», un cantiere sempre aperto, che dà lavoro per valorizzare l’esistente, piuttosto che per sostituirlo o aggiungere. Che punta sul riuso e sul riadattamento alle nuove esigenze di ciò che è stato abbandonato, come potrebbe accadere per tante aree ex-industriali del Nord-est.

Idea affascinante, ma che si scontra con interessi forti e – anche – con una cultura popolare ben radicata da queste parti. A partire dalla tradizione contadina che fa coincidere l’uscita dalla famiglia originaria del primogenito maschio con la costruzione (in dote) di una nuova casa; comunque, a prescindere dagli edifici vuoti che possono esserci attorno. Aspettando che i poteri (e i costumi) cambino e compatibilmente con i tagli alla spesa, si comincerà a scavare, spianare, costruire. Non solo per Veneto City e Nuova Romea, ma per la Pedemontana (da Vicenza a Treviso a nord della A4), l’ipotizzata camionabile Marghera-Padova, la città della moda di Fiesso d’Artico (200.000 metri cubi), Motor City (il «parco dei motori» vicino a Verona) e una serie quasi infinita di strade, raccordi, bretelle, caselli. Senza dimenticare il polo logistico di Dogaletto, che si affaccia sulla laguna veneziana e dovrebbe essere collegato alla zona industriale di Padova da una nuova camionabile a pedaggio: i terreni dell’area per lo stoccaggio dei containers sono già stati acquistati da Alba srl e con il solo cambio di destinazione d’uso – da agricolo a industriale – la società dell’imprenditore romagnolo Franco Gandolfi guadagnerebbe circa 165 milioni di euro senza muovere un dito.

Chisso, l’assessore d’asfalto

Spending review permettendo, un po’ qua e un po’ là, qualcosa resterà, perché il Veneto «che conta» si farà sentire anche a Roma, pensando di andare avanti così, nonostante tutto, fingendo di essere sani: dall’azienda a rete sul territorio alla rete della rendita del territorio. Sotto il controllo e le spinte del deus ex machina che trasforma la terra in soldi (veri o virtuali, poco importa), il santo del cemento e dell’asfalto, Renato Chisso, già socialista, dal 1995 consigliere regionale del centrodestra (prima Forza Italia, poi Pdl), attuale assessore alla mobilità della giunta Zaia. Chisso rappresenta, insieme a Silvano Vernizzi (amministratore delegato di Veneto strade), la vera continuità del potere che dalla giunta Galan è transitata a quella Zaia, basata sulla gestione di opere pubbliche e appalti. Dirige il traffico della vera fabbrica di soldi del Nord-est odierno, il delicato intreccio tra economia e politica che frutta ricchezze, potere e un certo brivido del proibito che anche da queste parti conosce le sue «vittime». Come Lino Brentan, amministratore delegato dell’autostrada (a partecipazione pubblica) Venezia-Padova. Brentan, area Pd, lunga militanza nel Pci e nella Cgil, da febbraio è agli arresti domiciliari, accusato di corruzione e «atti contro i doveri d’ufficio». Avrebbe distribuito appalti – frazionandoli in tanti lotti per evitare di metterli a gara – in cambio di mazzette; secondo Brentan servivano a «finanziare il partito». Un Lusi in formato minore (le tangenti sarebbero attorno ai 100.000 euro), che negli interrogatori si sarebbe difeso parlando di «feste e iniziative elettorali». Molto amico dell’assessore Chisso – nonostante le diverse provenienze politiche – Brentan potrebbe essere solo la punta di un iceberg: secondo il pm veneziano Carlo Mastelloni «siamo arrivati di fronte al potere, a una cassaforte che ora si spera di aprire». Dentro ci potrebbero trovare di tutto. Come è accaduto, in un’altra inchiesta, alla Guardia di finanza che indagando su alcuni fallimenti sospetti di aziende in crisi è arrivata alla criminalità organizzata, quella più «pesante»: bancarotta, evasione fiscale, truffa, sono le accuse che hanno portato in carcere Giuseppe Capatano, titolare dell’omonima holding e presidente dell’Associazione «Osservatorio parlamentare europeo» (politicamente inesistente, eppur indiziato di un breve amoreggiamento con Scilipoti). Gli inquirenti sono convinti che Capatano e il suo gruppo siano legati al clan camorristico della famiglia Gionta di Torre Annunziata, che – anzi – ne siano la longa manus per controllare aziende venete in crisi, in particolare del settore costruzioni. Promettendo di sanare i passivi attraverso la costituzione di società all’estero (domiciliate presso un box office in Gran Bretagna) cui intestare i beni delle imprese in difficoltà prima di farle «sparire». In cambio chiedeva e otteneva un pagamento in contanti pari al 15% del totale dei debiti. Un giro d’affari stimato attorno ai 50 milioni di euro e un’evasione fiscale di 5,5 milioni nel solo padovano.
Quella sul gruppo Catapano è una delle tante inchieste in corso nel Veneto (Alessandro Naccarato, deputato del Pd, ne ha censito una quarantina in tre anni) che indicano come stia crescendo il ruolo delle mafie nell’economia del Nord-est, anche attraverso lo strozzinaggio nei confronti di centinaia di imprese che, messe alle strette dalla crisi economica, trovano chiusi gli sportelli delle banche e aperti quelli della malavita che «investe» e mette le mani sulle aziende, acquisendole direttamente o indirizzandone l’attività. Come sempre molto avviene nei servizi e nelle opere pubbliche. Dallo smaltimento dei rifiuti – in particolare quelli tossici che per anni il Nord-est ha «affidato» alla malavita campana e scaricato nel Mezzogiorno – all’edilizia e al movimento terra, settore in cui si sono specializzati i Casalesi. I clan sono molto interessati alle grandi opere, le sole (a parte le nicchie dell’alta qualità manifatturiera, più difficili da infiltrare) che fanno ancora girare gli schei del Nord-est. Insieme al traffico illegale vero e proprio di merci (armi, droga) e persone (immigrazione e prostituzione) che dalla Trieste-Padova riforniscono tutta la penisola.
«La corsa della locomotiva veneta – dice Massimo Carlotto, scrittore che per storia e mestiere conosce bene il ventre della «bassa» padovana – si è alimentata per anni anche di evasione fiscale e lavoro nero, creando così un habitat perfetto per la criminalità e il riciclaggio dei soldi sporchi. Qui c’è gente che gira con le valigette piene di contante che presta a strozzo o investe negli appalti, prendendosi le aziende e taglieggiandole». Ecco come e dove girano i soldi «veri» nel Nordest di oggi. Un nuovo «miracolo» che sant’Antonio non avrebbe proprio saputo fare.  

Inchiesta di Gabriele Polo. Con la collaborazione di Sebastiano Canetta ed Ernesto Milane

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Documento degli ex An, tanti dubbi nel Pdl e nell’opposizione

La Provincia si divide su Lino Brentan, l’ex amministratore delegato della società autostradale Padova Venezia che giovedì andrà a processo. Brentan deve rispondere di quattro episodi di corruzione, in tutto avrebbe intascato bustarelle per 245 mila euro in cambio di lavori affidati a tre imprenditori e di consulenze ad un ingegnere. Ieri in commissione Affari istituzionali i consiglieri Pdl (fronte ex An), primo firmatario Pietro Bortoluzzi, hanno presentato un documento in cui chiedono alla Provincia «qualora il processo si risolvesse con una condanna», di «intervenire in sede civile contro lo stesso per chiedere i danni d’immagine per la sua quota parte percentuale di partecipazione azionaria», all’epoca dei fatti pari al 7,61%. Un documento che ha acceso il dibattito, con molti se e altrettanti ma, sia tra i consiglieri di maggioranza sia tra quelli dell’opposizione e del Pd, partito del quale Brentan faceva parte. «È stato deciso», spiega Beniamino Boscolo Capon, presidente della Commissione, «di approfondire la questione, sia da un punto di vista tecnico che politico, e di cercare di portare in consiglio provinciale un documento che sia il più possibile condiviso, entro la data del 7 agosto, ultima seduta prevista prima della pausa estiva». «Il nostro è un documento su tre livelli: tecnico, amministrativo e politico, ed è su quello politico che siamo intransigenti. Questo documento è l’opportunità per lanciare un messaggio politico di discontinuità, non capiamo che problemi ci siano a votarlo». «Abbiamo notato un certo timore nei confronti di questo fatto», rincara la dose Gianmarco Corlianò. La replica del Pd, con Elisabetta Populin: «È una fuga in avanti e una strumentalizzazione politica. La giustizia faccia il suo corso, e poi la Provincia potrà decidere come muoversi».
Francesco Furlan

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