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Nuova Venezia – Treni. Pendolari, la rabbia in Regione

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1

nov

2014

Incontro di comitati, sindaci e tecnici. Ma mancava l’assessore. «Treni, il servizio è peggiorato»

QUARTO D’ALTINO – Sono rimasti con l’amaro in bocca i sindaci della tratta Venezia-Portogruaro che ieri mattina a palazzo Linetti, hanno incontrato i tecnici regionali per l’avvio del tavolo permanente sull’orario cadenzato. C’erano, tra gli altri, i rappresentanti dei comitati pendolari di Quarto d’Altino e del Veneto Orientale, diversi amministratori locali tra cui i sindaci di Marcon, Andrea Follini e di Quarto, Silvia Conte. Una rappresentanza del comune di Venezia, e pure della Provincia. Mancava però la parte politica regionale, fortemente richiesta con una lettera al Governatore Zaia.

«Quello di Palazzo Linetti per noi», spiega il sindaco Conte, «è stato un dialogo un po’ monco, perché per quanto disponibili i tecnici, manca la decisione politica su priorità e risorse: questa Regione è l’unica a non aver stanziato risorse aggiuntive per il trasporto pubblico locale rispetto al fondo nazionale. Il servizio lungo la tratta è peggiorato, noi chiediamo risorse, qualche piccolo passo è stato fatto, ma non basta».

Prosegue: «Una nota positiva in termini di trasparenza, è averci fornito i dati sulle frequentazioni, anche se già emerge che non sono esaustivi. Abbiamo fatto nuovamente presente che non siamo d’accordo con l’interruzione delle corse nei periodi di vacanza scolastica».

«Infine come sindaci», conclude, «abbiamo richiesto lo stanziamento di fondi già in occasione del prossimo assestamento di bilancio. Forse a questa Regione però non interessano i pendolari ma solo le grandi opere».

«Vogliamo sapere quanto la Regione intende investire, già nell’assestamento di novembre, per i pendolari veneti», ha ribadito durante l’incontro l’assessore ai trasporti del Comune di San Donà Francesca Zottis, «staremo sotto all’assessore regionale per fare sì che gli incontri siano seguiti da un impegno fattivo».

«I problemi si concentrano nella fascia notturna e nei festivi», spiega Nicola Nucera del Comitato dei pendolari del Veneto Orientale, «è necessario il ripristino del treno notturno di mezzanotte e venti da Venezia a San Donà, e dei quattro treni tagliati che andavano da San Donà a Venezia delle prime ore del mattino».

Il Comitato rileva come la Regione non abbia fornito alcun dato sulla frequentazione di questi treni, in quanto di competenza statale.

«Il treno di mezzanotte e venti», aggiunge Nicola Nucera, «impiegava 35 minuti ed è stato sostituito da un autobus che fa Venezia – San Donà in un’ora e quaranta, un tempo impossibile. Secondo un nostro monitoraggio erano 60 gli utilizzatori mentre a usare l’autobus sono poco più della metà, segno che molti oggi prendono l’auto».

Nella tratta in partenza da San Donà, invece, il problema è al mattino presto. «I quattro treni della mattina, che partivano dalle 5,30 in poi sono stati sostituiti da un unico treno in partenza alle 6,42», conclude Nucera, «anche in questo caso molte persone hanno rinunciato per l’auto».

«L’assenza dell’assessore competente Elena Donazzan è giustificabile col fatto che ha ottenuto da pochi giorni la delega», ha precisato il consigliere regionale Pd Bruno Pigozzo, «ma d’ora in avanti sarà necessaria una presenza costante della giunta a questi tavoli dai quali sale la richiesta di arrivare rapidamente a decisioni concrete per risolvere i problemi».

Marta Artico

 

“viaggio della legalità” a campolongo

CAMPOLONGO – Tante persone ieri pomeriggio hanno partecipato a Campolongo, nella villa dell’ex boss Felice Maniero, alla tappa rivierasca del “Viaggio della legalità” organizzato dalla Cgil in tutta la penisola. Un viaggio che parte da Milano e arriverà a Palermo, passando per Roma. La Cgil Veneto con Luciano Silvestri della direzione nazionale del sindacato ha spiegato quanto fatto finora nel territorio della nostra regione per contrastare imbrogli e malaffare. All’evento hanno partecipato anche il presidente dell’Acrib Siro Badon e il sindaco di Campolongo Alessandro Campalto.

«Il Veneto», hanno ricordato gli esponenti della Cgil, «in questi ultimi mesi è stato segnato profondamente da episodi di malaffare. Basti pensare al Mose e agli arresti di Galan e Chisso. Per questo nel settore degli appalti delle grandi opere, ma anche in altri settori come l’edilizia o il calzaturiero, servono nuovi strumenti per evitare che questo possa ripetersi».

La Cgil ha così presentato tutti gli strumenti contrattuali e normativi su cui finora ha lavorato con impegno. Fra questi, l’accordo anticontraffazione siglato con gli imprenditori dell’Acrib per dare vita ad un marchio che certifichi le calzature “made in Riviera del Brenta”. Un accordo che necessita di essere reso operativo a breve con l’individuazione di un ente certificatore. Si è parlato anche della necessità di superare le gare al massimo ribasso.

«Siamo orgogliosi», ha detto Campalto, «della decisione della Cgil di fare tappa nell’ex villa Maniero. Un segnale che valorizza anche l’impegno dell’ente locale che, con l’associazione “Affari Puliti”, è stata in prima linea nel rendere questa casa, ex covo di criminali, un laboratorio di sperimentazione sociale e legale, un punto di riferimento per tutta la regione».

(a.ab.)

 

Il retroscena

VENEZIA – Dietro le quinte dello scandalo Mose, ma neanche tanto dietro, si sta combattendo una battaglia di quattrini. Con due pesi e due misure, a quanto pare, a seconda che si tratti di denaro pubblico o denaro privato. La Mantovani Costruzioni chiede 37 milioni di euro per danni d’immagine a Piergiorgio Baita, che l’ha diretta fino al 28 febbraio 2013, giorno in cui è stato arrestato. Eppure ha appena finito di deliberare una maxi-liquidazione di 7 milioni di euro per Giovanni Mazzacurati che quanto a danno d’immagine, per tutte le imprese del Mose e non solo per la Mantovani, non è stato sicuramente da meno. La decisione di pagare la liquidazione-record all’ex «capo supremo» del Consorzio è stata presa lo scorso marzo e difesa con puntiglio dal successore di Mazzacurati, Mauro Fabris che giustificò i 7 milioni come «un atto dovuto», spiegando al nostro giornale che «la cifra di partenza era molto più alta» e che il via libera era stato dato «seguendo le indicazioni di studi legali e consulenti». Rimane il fatto che la decisione è rimbombata in tutta Italia, trattandosi di organismo che gestisce finanziamenti pubblici e di destinatario sotto processo per distrazione di fondi chi gli dava la buonuscita. In ogni caso le quote nel Consorzio Venezia Nuova non sono di Fabris ma delle imprese e il gruppo Mantovani ha circa il 40%. Ne consegue che per il 40% della maxi-liquidazione l’ingegner Mazzacurati deve ringraziare Romeo Chiarotto e il figlio Giampaolo, che siedono nel consiglio direttivo del Consorzio. Piergiorgio Baita invece deve ringraziare al 100% il patriarca della Mantovani per la decisione di imputargli 37 milioni di euro di danni. Qui i quattrini in gioco sono tutti privati e l’azienda non fa sconti. L’esposto porta la firma dell’avvocato Anna Soatto, dello studio Cortellazzo-Soatto di Padova, che un tempo obbediva a Piergiorgio e oggi lo insegue con le citazioni in tribunale. I 37 milioni si ottengono con due tipi di conteggio. Il primo è basato sulla sentenza di patteggiamento, accettato da Baita per le fatture false pagate alla Bmc Broker di San Marino: se le cifre allora liquidate a William Colombelli fossero state utilizzate dall’azienda per altri scopi, avrebbero potuto produrre utili che invece mancano. Si chiama «perdita di chanches monetizzabili» cui va aggiunto l’enorme danno d’immagine provocato dall’inchiesta Mose, per dimostrare il quale l’avvocato della Mantovani non ha purtroppo alcun appiglio concreto. Nel procedimento Mose, Baita è solo un indagato e nessuno ha accesso agli atti. Tant’è che la citazione stima questo danno rapportandosi a resoconti giornalistici. Insomma i 37 milioni ballano sul lasco. Non vorremmo che, più che sul lasco, ballassero sul vuoto perché Baita potrebbe mettere sul tavolo come contropartita gli utili fatti dalla Mantovani durante la sua gestione. Più le chanches lasciate in eredità. Con il valore dei project financing nel portafoglio di Adria Infrastrutture, dalla piattaforma di Fusina al Gra di Padova, dalla Nogara-Mare alla Romea Commerciale e via elencando, si superano i 16 miliardi di euro. È vero che è una cifra sulla carta ma suona bene. E, carta per carta, è più facile che 37 milioni stiano in 16 miliardi che viceversa. Baita non parla. Si può capirlo: lo interpretano lo stesso anche se non apre bocca. L’epicentro dello scandalo era il Consorzio Venezia Nuova, con Mazzacurati in cima, ma il più citato continua ad essere lui. Sempre il sistema Baita, benché il sistema vero fosse il Consorzio, sovrastruttura antagonista – attenzione – delle imprese del Mose. Questo nodo finora non è mai stato esplorato. Magari il commissariamento del Consorzio consentirà di entrare nel bunker. Meglio tardi che mai. «La causa civile risarcitoria avviata dalla Mantovani è normale amministrazione», spiega Alessandro Rampinelli, uno degli avvocati di Baita, esperto in diritto penale delle imprese. «Le aziende, soprattutto quelle grosse, sono obbligate a procedere in questo modo per tutelare i diritti dei molti coinvolti. Dopo di che l’azione seguirà il percorso di tutte le cause civili in Italia: anni e anni per arrivare alla sentenza o tentativi di transazione». Rampinelli precisa che Baita non è più titolare del 5% della Mantovani. «La quota è stata riscattata forzosamente dall’azienda tra il 2013 e il 2014, per ipotesi espressamente prevista dallo statuto nel caso di dimissioni date anzitempo. Baita si era dimesso il 6 marzo 2013. Gli hanno liquidato il mero valore nominale delle azioni, 600.000 euro. Tutto è avvenuto sotto il controllo della procura, perché la quota era sotto sequestro. Di quei 600.000 euro gliene sono stati sequestrati 400.000 che sono andati a pagare quanto addebitato dal giudice. Erano 100.000 euro per ognuno dei quattro imputati: lo stesso Baita, Nicolò Buson, William Colombelli e Claudia Minutillo. Ma Baita era l’unico ad avere il denaro contante, motivo per il quale il giudice ha attinto da lui». Chissà come lo rimborsano gli altri tre.

Renzo Mazzaro

 

Spunta un verbale del 2001. La procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea viene archiviata dalla politica

VENEZIA – Non è un fulmine a ciel sereno il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. I riflettori sulla concessione unica – e la scarsa trasparenza, le spese e la mancanza di gare d’appalto – si erano già accesi nel 1998, molto prima della grande inchiesta sulla corruzione. Ma erano stati spenti su richiesta del governo italiano dai vertici della commissione europea, allora guidata da Romano Prodi, che nel 1998 aveva aperto una procedura di infrazione (numero 2165) sulla violazione della normativa di mercato. Carte secretate che adesso tornano alla luce. Verbali di riunioni “informali e semiufficiali” da dove emerge una strana verità. E una rete di contatti e rapporti che oggi assume una luce diversa. Nel dicembre del 2001 la direzione generale per il Mercato interno della Ue convoca a Bruxelles le autorità italiane. Il funzionario e responsabile del procedimento Alfonso Mattera di Ricigliano vuole approfondire gli aspetti tecnici dell’attività del Consorzio Venezia Nuova e sapere per quale motivo i lavori siano stati affidati in regime di monopolio, in contrasto con la normativa europea sui lavori pubblici. La delegazione italiana è composta dall’ambasciatore Umberto Vattani, dal capo del Dipartimento Affari giuridici della Presidenza del Consiglio Antonio Malinconico (sarà poi sottosegretario con il governo Monti), e, in rappresentanza del Magistrato alle Acque il vicepresidente Giampietro Mayerle e l’ingegnere Alberto Scotti, progettista del Mose. Ci sono anche il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati e gli avvocati Alfredo Biagini, Sciaudone e Ripa di Meana. Un’udienza in piena regola, in cui i funzionari europei chiedono perché i lavori siano stati affidati direttamente quando le norme europee lo vietavano. «La complessità dell’opera l’ha imposto», rispondono gli ingegneri. Per questo non si è fatto nemmeno un progetto esecutivo, ma si procede per stralci. Lavori senza gara anche per la morfologia lagunare (vengono dichiarati due miliardi di euro di spesa), perché si tratta di “interventi strettamente legati alla grande opera” e per il rialzo delle pavimentazioni da 100 a 120 centimetri (2,1 miliardi, in realtà mai visti). Si arriva al dunque. Come evitare una sanzione miliardaria da parte dell’Europa? Lavori per 1,8 miliardi di euro, contesta la commissione, «sono già stati spesi in modo irregolare» sulla base di un’attribuzione negoziale (“de grè a grè”). Ma le “autorità italiane” dichiarano che i lavori non possono essere messi a gara. E che si potranno aprire al mercato soltanto le forniture meccaniche (paratoie) per un valore totale di 600 milioni di euro su oltre sei miliardi. Il resto deve restare affidato al Consorzio. Che oltre a non fare le gare può godere di una percentuale del 12 per cento sul totale dei lavori per “oneri del concessionario”. A un certo punto l’inchiesta si ferma. Interviene il governo italiano. Presidente allora era Silvio Berlusconi, ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, dell’Ambiente Altero Matteoli. E i vertici dell’Ue guidata da Romano Prodi decidono di archiviare, pur con qualche indicazione. Una prova, secondo i comitati che adesso vogliono aprire quegli archivi, di come delle irregolarità – se non del malaffare e delle tangenti – si sapeva da tempo. Ben prima che i lavori del Mose cominciassero. La prima pietra sarà gettata nella primavera 2002 da Berlusconi, a fianco dell’allora sindaco Paolo Costa, del patriarca Angelo Scola e del presidente Galan. Nel 2003 il Comitatone approva il via ai lavori. Quattro anni dopo, sindaco Cacciari, il Comune decide di presentare al governo le critiche tecniche e i progetti alternativi al Mose. Prodi, nel frattempo diventato presidente del Consiglio, decide di andare avanti e mette la fiducia. «Non mi ha nemmeno ricevuto quel giorno», ricorda Cacciari. Due anni dopo la Corte dei Conti apre un fascicolo sulle irregolarità contabili del Consorzio Venezia Nuova. Anche questo rapporto, firmato dal giudice Mezzera, viene tenuto in un cassetto per mesi. Fino alla clamorosa inchiesta, partita da una verifica fiscale, che ha scoperchiato la pentola. Tanti ancora i lati da chiarire.

Alberto Vitucci

 

LE CIFRE – Sei miliardi di euro per le dighe mobili

Quasi sei miliardi di lavori per il Mose. All’appello ne manca ancora uno. E il Cipe ha promesso più volte di sbloccare i 401 milioni di euro stanziati dal governo con la legge di Stabilità 2013. Ma i soldi non arrivano. Un problema che potrebbe ritardare ulteriormente la conclusioni dei lavori delle dighe mobili, già slittati di due anni rispetto al termine previsto del 2014. Anche il prezzo è andato lievitando. Finito più volte nel mirino della Corte dei Conti. Il costo del progetto preliminare nel 1989 era di 3200 miliardi di lire, circa un miliardo e 600 mila euro. Pian piano si è arrivati a quota 4 miliardi di euro «a prezzo chiuso». Fino all’ultimo adeguamento prezzi (materiali e opere di compensazione richieste dai comuni) che ha portato il totale a quota 5 miliardi e 600 milioni. Manutenzione esclusa, naturalmente. La rimozione delle paratoie e la loro verniciatura, dato che il sistema è quasi completamente subacqueo, costerà dai 40 ai 50 milioni di euro l’anno. Un nuovo business per cui si dovranno decidere le regole.

(a.v.)

 

Gazzettino – Mose, lo scandalo investe Chioggia

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31

ott

2014

Il “nuovo” Consorzio si difende: «Abbiamo rispettato le regole»

IL CASO Pressioni sui politici locali da parte di Mazzacurati. «Il loro voto vale come Venezia»

Mose, lo scandalo investe Chioggia

Le rivelazioni di Stefano Tomarelli, responsabile dei lavori di Condotte, aprono un nuovo fronte

PORTOGRUARO – Verbali delle gare d’appalto falsificati Indagato anche il direttore tecnico del Consorzio

ATTENZIONI PARTICOLARI- Potrebbe interessare anche Chioggia – sul fronte politico – uno dei prossimi filoni dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. A raccontare delle particolari attenzioni riservate dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova agli amministratori di Chioggia è stato l’ingegnere Stefano Tomarelli, responsabile dei lavori del Mose per conto di Condotte, una delle principali imprese italiane di costruzioni. Tomarelli ha dichiarato ai pm che fu lo stesso Mazzacurati a riferirgli la circostanza. L’ingegnere romano (che ha già patteggiato la pena) non è stato però in grado di fare alcun nome.

 

L’INCHIESTA – La deposizione del responsabile dei lavori alla bocca di porto

Sistema Mose, trema il palazzo «Pressioni di Mazzacurati sul Comune e sui politici locali»

TOMARELLI «Il voto del sindaco al Comitatone era importante, come quello di Venezia»

SVOLTA – Secondo l’ingegnere di Condotte, i fondi neri utilizzati da Mazzacurati sarebbero andati anche a qualche politico di Chioggia

Potrebbe interessare anche Chioggia – sul fronte politico – uno dei prossimi filoni dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”, che a metà ottobre si è già in parte conclusa con venti patteggiamenti per i reati di corruzione e false fatturazioni.
A raccontare delle particolari attenzioni riservate dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova (nella foto) agli amministratori di Chioggia è stato l’ingegner Stefano Tomarelli, responsabile dei lavori del Mose per conto della ditta romana di costruzioni Condotte, una delle principali imprese nazionali, che si sta occupando proprio delle paratie in via di realizzazione alla bocca di porto di Chioggia.
«Diciamo che su Chioggia l’attenzione di Mazzacurati sul Comune, sul sindaco etc., si accendeva soprattutto quando c’era il Comitatone, perché in fin dei conti… il voto del sindaco di Chioggia, la sua posizione a favore o contraria era sempre importante, valeva come quella di Cacciari o altro sindaco di Venezia. Quindi lui era particolarmente attento…», ha spiegato Tomarelli ai sostituti procuratore Paola Tonini e Stefano Buccini nell’interrogatorio dello scorso 25 giugno.
L’ingegnere di Condotte si riferisce al periodo fino al 2010 e ai pm ha spiegato che parte dei fondi neri utilizzati da Mazzacurati per attirare il consenso generale attorno al Mose sarebbero finiti anche a qualche politico di Chioggia: «Me lo disse», ha precisato Tomarelli, facendo riferimento alle confidenza ricevute dall’ex presidente del Cvn, il quale gli avrebbe più volte ripetuto di dover prestare attenzione a quel fronte. «Diciamo che io lo dedussi, ma poi, insomma, lo diceva che aveva questa necessità che tutto andasse per il suo verso… che la giunta comunale votasse a favore del Mose…».
Tomarelli non è stato però in grado di precisare a quali persone sarebbero finiti i soldi. Ai pm ha raccontato che, quando si discuteva di Mose, gli venivano fatti i nomi di qualche rappresentante politico di peso a Chioggia, ma ha precisato di non sapere se fossero a libro paga di Mazzacurati: «Non mi disse di avergli dato soldi, questo no».
Finora gli unici chioggiotti finiti sotto inchiesta sono stati alcuni imprenditori coinvolti nei lavori del Mose, accusati di corruzione e false fatture: tutti hanno già chiesto e ottenuto il patteggiamento di pene non superiori a due anni di reclusione, con la confisca di somme di denaro consistenti.
Ora la Procura dovrà trovare conferme al racconto di Tomarelli, mettendo assieme le confessioni rese dai vari indagati e acquisendo riscontri anche attraverso la documentazione sequestrata lo scorso giugno nel corso delle perquisizioni, quando saltò fuori un foglietto scritto a mano con nomi e, a fianco, alcune cifre. Sarà però difficile ottenere conferme da Mazzacurati: le condizioni di salute, stando al suo legale, non glielo consentirebbero.

Gianluca Amadori

 

L’INCHIESTA – Indagato l’ingegnere portogruarese Andrea De Gotzen

«Appalti truccati al Consorzio»

Verbali delle gare d’appalto falsificati per favorire alcune ditte vicine al Consorzio di bonifica Cellina Meduna? È il sospetto della Procura di Pordenone. Oltre all’abuso d’ufficio, all’omissione di atti d’ufficio, turbativa d’asta e peculato, nelle dieci informazioni di garanzia notificate l’altro ieri dalla Guardia di finanza, anche all’ingegnere portogruarese Andrea De Götzen, si fa riferimento anche alla falsifità ideologica e al falso materiale. Ci sono però centinaia di documenti da visionare per cercare conferma alle ipotesi di reato al vaglio degli inquirenti, ma si parla di due “tesoretti” di 14 milioni e 7 milioni di euro, una riserva di denaro definita «atipica» dagli inquirenti.
Nel registro degli indagati sono stati iscritti, a vario titolo, il presidente Americo Pippo, il suo staff attuale e alcuni direttori del passato. È stato semplicemente informato di essere sottoposto a indagine l’attuale direttore Marcello Billè, mentre i decreti di perquisizione erano stati emessi, oltre che per Pippo, per il coordinatore dell’Ufficio Ragioneria, Mauro Muzzin; per la segretaria Daniela Falcone, i geometri Paolo Sbrizzi (Ufficio appalti) e Livio Santarossa (Ufficio progetti); per l’ingegnere portogruarese Andrea De Götzen (direttore tecnico); per l’ex direttore generale Renzo Scramoncin e l’ex direttore tecnico Roberto Egidi.
Il Consorzio ha espresso «fiducia nel lavoro dell’autorità giudiziaria» nella convinzione che documenti, progetti e delibere sequestrati potranno «chiarire l’infondatezza delle ipotesi accusatorie adombrate». In una nota stampa è stata però espressa «una certa perplessità» sul fatto che dagli atti notificati emerge che «tra le fonti di prova citate ci sono note e dichiarazioni a firma di dipendenti che da anni hanno contenziosi aperti con il Consorzio». In realtà l’indagine sarebbe partita da segnalazioni di impresari che si lamentavano perchè a vincere le gare del Consorzio Cellina Meduna erano sempre le stesse 5 o 6 ditte. Prima di procedere con gli avvisi di garanzia, i finanzieri hanno cercato riscontri all’interno del Consorzio. A questo punto le indagini potrebbero prendere anche direzioni inaspettate e coinvolgere altri soggetti sia privati che pubblici.

 

L’INCHIESTA Alle spese (un milione e mezzo) contribuisce chi patteggia oltre 2 anni

E i condannati pagano le intercettazioni

Oltre un milione e mezzo di euro. A tanto ammonta la spesa sostenuta dalla Procura di Venezia per le intercettazioni ambientali e telefoniche, durate per molti mesi, che hanno consentito di scoprire e scardinare il cosiddetto “sistema Mose”. Il conto è stato depositato nei giorni scorsi dalla società che ha in appalto il servizio su incarico della Procura lagunare. E, tra breve, sarà presentato ai primi imputati che hanno definito il procedimento con il patteggiamento. Soltanto a quelli con pene superiori ai due anni di reclusione, in quanto il codice di procedura penale esclude gli altri dal pagamento delle spese di giustizia. Dunque, finora, soltanto l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan (tutt’ora presidente della commissione Cultura alla Camera) sarà chiamato a contribuire al pagamento delle intercettazioni, in quanto ha patteggiato due anni e 10 mesi di reclusione. Lo stesso toccherà all’ex assessore Renato Chisso, se definirà la pena al livello concordato con la procura (due anni e 6 mesi), e agli eventuali altri indagati che in futuro dovessero essere condannati a pene superiori ai 24 mesi. Fino al 2013 vigeva il principio della solidarietà: dunque, in caso di più imputati condannati, lo Stato poteva rivolgersi al più ricco e farsi rimborsare le spese di giustizia direttamente da lui anche per tutti gli altri (magari nullatenenti). La norma è stata però cambiata nell’agosto dello scorso anno e, ai sensi del decreto legislativo 111, le spese di giustizia vanno suddivise in parti uguali e ciascun imputato è tenuto a pagare la quota di sua competenza. Ciò significa che lo Stato riuscirà a recuperare soltanto una parte del milione e mezzo di euro anticipati per le intercettazioni ambientali e telefoniche. Tutti i condannati, a prescindere dall’entità della pena, sono invece chiamati a rifondere allo Stato le spese sostenute per il mantenimento durante il periodo di custodia cautelare in carcere.

 

Nuova Venezia – Mose. Il commissario tra una settimana

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31

ott

2014

Il Consorzio decide di non inviare osservazioni, Cantone va avanti

VENEZIA – Nessuna «osservazione» o documentazione integrativa. I vertici del Consorzio Venezia Nuova hanno deciso di non opporsi in alcun modo alla procedura avviata dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone per il commissariamento. Dopo una lunga riunione è stata scartata la via legale. Gli avvocati avevano messo sul tavolo la possibilità di far pesare il fatto che in questo caso non si tratta di un’impresa. Ma di un soggetto del tutto unico, creato dalla Legge Speciale del 1984, che ha firmato con lo Stato convenzioni che hanno valore legale. Ma la valutazione finale del presidente Mauro Fabris è stata quella di lasciar stare. «Faremo quello che ci dicono, come abbiamo sempre fatto», si limita a dire, «siamo un concessionario dello Stato». Difficile sarebbe, del resto, opporsi per via legale a chi in fondo è l’unico finanziatore del Consorzio. Adesso l’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) aspetterà lo scadere del termine dei tre giorni poi, forse già lunedì, invierà al prefetto di Roma competente per territorio – qui sono state firmate le convenzioni tra il Consorzio e lo Stato – la richiesta formale per procedere al commissariamento. Il prefetto potrebbe nel giro di una settimana emanare il decreto. A quel punto si tratterà di scegliere la strada migliore per mettere in atto la procedutra di controllo disposta dall’Autorità. Sarà nominato con ogni probabilità un commissario esterno – forse un dirigente dei Lavori pubblici – che dovrà relazionare periodicamente sullo stato dei lavori. L’altra ipotesi potrebbe essere l’affiancamento di una persona di fiducia di Cantone all’attuale management. Ma pare difficile, dopo l’apertura formale di un procedimento che ha seguito incontri e mesi di istruttoria. L’unica cosa certa è che i lavori del Mose non dovrebbero subire rallentamenti. Anzi. Potrebbero addirittura sbloccarsi i finanziamenti del Cipe promessi in primavera e mai più arrivati. Il primo caso di commissariamento di grandi imprese dopo l’entrata in vigore della legge, nel giugno scorso, fu il ramo di impresa Maltauro, coinvolto nell’inchiesta per le tangenti dell’Expo 2015 a Milano. Allora l’Autorità ha disposto anche l’accantonamento di somme (utili di impresa) per pagare i danni processuali.

(a.v.)

 

Le reazioni dei partiti e la richiesta di Zitelli (Iuav): tutto il progetto va sottoposto a revisione

«Una nuova società per gestire l’opera»

VENEZIA Una nuova società per la gestione del Mose, con management di alto profilo e controllo pubblico che trovi le risorse per la gestione delle opere e la messa in gara». Lo chiede Alessandro Coccolo, responsabile del Pd metropolitano. «Bisogna chiudere da subito una delle pagine più vergognose della storia italiana e costruire un nuovo modello di gestione per le opere di salvaguardia», dice «Abbiamo massima fiducia nei confronti del presidente Cantone», conclude il Pd, «e bisogna ripristinare la legalità e superare la concessione unica». Parole pesanti, che indicano come il clima nei confronti delle grandi opere e della loro gestione fin qui vista stia cambiando. «L’importante», precisa Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale di Rifondazione, «è che non siano i lavoratori a pagare per le malefatte altrui e per la cricca del Mose». Il riferimento è ai lavoratori della Palomar, che vedono a rischio il loro posto di lavoro. «Lavoratori che con competenza e professionalità operano al Petrolchimico e alla costruzione della terza corsia dell’autostrada Venezia-Trieste». Plaude all’iniziativa del commissariamento anche Italia dei Valori con i consiglieri regionali Antonino Pipitone e Gennaro Marotta. «Lo abbiamo invocato più volte, anche con una lettera a Renzi», dicono, «è un gesto importante, nell’interesse dei cittadini e dell’imprenditoria onesta. «Stupisce che il sottosegretario all’Economia Baretta, il presidente del Consorzio e il proprietario della Mantovani Chiarotto non siamo sfiorati da alcun dubbio», dice Andreina Zitelli, docente Iuav e già membro della commissione di Impatto Ambientale che bocciò il progetto Mose nel 1978, «come ho chiesto pubblicamente al dottor Cantone è necessario adesso sottoporre a revisione il progetto del Mose, ricostruire il processo decisionale di approvazione del Mose per capire dove siano le responsabilità. Tecniche ma anche politiche, con i comitatoni del 2003 (Prodi) e 2006 (Berlusconi) che approvarono «un progetto irreversibile, al contrario di quanto stabiliva la legge, dagli altissimi costi di manutenzione». Ben venga il commissario, insistono i comitati Ambiente Venezia e No Mose. «Basta che questo non significhi accelerare la realizzazione dell’opera che va invece passata ai raggi x».

(a.v.)

 

Gazzettino – Un Mose per 3 commissari

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31

ott

2014

La decisione rimessa al prefetto di Roma. Il Consorzio: i cambiamenti ci sono stati

Ora la “palla” passa al prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro. Sarà lui a decidere chi andrà a guidare il Consorzio Venezia Nuova dopo l’avvio della procedura di commissariamento decisa dall’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone. La decisione è attesa nell’arco di una decina di giorni e potrebbe riguardare la nomina da uno a tre commissari (vista la monumentalità dell’opera) così come suggerisce l’articolo 32 del decreto legge 90. Ma prima delle scelte, vi saranno altri passaggi istituzionali come la presentazione della “memoria” dell’attuale dirigenza del Consorzio Venezia Nuova all’Anac che dovrà pervenire entro e non oltre domani, sabato, terzo giorno utile dall’avvio del provvedimento, come prevede la norma.
E proprio a questo documento di “osservazioni” sta lavorando il direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi, che, all’indomani della “notifica” dell’Anac era stato addirittura indicato come un possibile “commissario”. «Smentisco categoricamente questa ipotesi – conferma – Io non ho il ruolo né la capacità e tantomeno l’interesse a svolgere questo compito. È bene che sia una “persona terza”». Ma che la matassa non sia facile da sbrigliare lo dimostra anche l’imbarazzo con il quale il Consorzio Venezia Nuova ha accolto la decisione di Cantone. «È la prima volta che viene messo in atto un provvedimento come questo – rivela Redi – Noi non possiamo che adeguarci alle richieste dell’Anac. Abbiamo incontrato Cantone a Venezia nel luglio scorso. Dopo questo provvedimento stiamo oggettivamente navigando un po’ a vista».
Lo staff del Consorzio tiene a fare un bilancio della situazione sottolineando quanto è stato fatto in quest’anno e mezzo di nuova gestione dell’ente concessionario. «C’era stata chiesta discontinuità e c’è stata – sottolinea Redi – al di là di quanto dice l’Anac che si è ritenuta non soddisfatta dei cambiamenti attuati e che quindi ha scelto il commissariamento. Ma va detto che, al di là del nuovo assetto del Cvn, abbiamo ritirato le deleghe a quei dirigenti compromessi con l’indagine sul “sistema Mose”; abbiamo chiuso tutti i contatti estranei al “core business” del Consorzio; abbiamo assunto un atteggiamento di trasparenza con la città che prima non esisteva e abbiamo dato una sterzata poderosa ai lavori con la posa di tutti i cassoni alle bocche di porto (35 cassoni a Treporti, Lido, Malamocco e Chioggia) e ci stiamo accingendo alla sistemazione delle paratoie (78 nuovi impianti). Il Mose deve essere finito».
E mentre il Consorzio rivendica la propria due diligence, dall’Autorità nazionale anticorruzione giungono ulteriori dettagli sulle procedura. Dopo la ricezione della “memoria” da parte del Consorzio a Cantone, ci vorrà all’incirca una decina di giorni affinché il prefetto di Roma, titolare per competenza territoriale in quanto la concessione dei lavori al Cvn è stata firmata al Ministero dei Trasporti, possa esprimersi e indicare il nome del commissario. Ma non è escluso, come prevede la norma, che si possa arrivare fino al numero di tre commissari, circostanza ritenuta possibile per l’ampiezza e la “monumentalità” di un’opera commissariata come quella del Mose che non subirà alcuno stop continuando a svolgere il completamento delle dighe mobili. Chi saranno i commissari è ancora difficile dirlo, ma l’Anac fa sapere che si tratterà di persone con conoscenze in materia e che quindi sapranno affrontare la questione in stretta relazione con il management del Consorzio Venezia Nuova dando così continuità all’intervento per la salvaguardia di Venezia.

Paolo Navarro Dina

 

A ROMA – Oggi consiglio direttivo per un nuovo assetto

IL DIRETTORE DEL CONSORZIO «Il commissario? Abbiamo una “memoria” sulle attività e sulla nostra trasparenza»

Cvn: «Pronti a collaborare»

LA POLITICA – Il Pd: «Fiducia a Cantone, una pagina vergognosa»

La “memoria” da inviare a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione è praticamente già pronta. E tutto nei tempi. Il decreto 90 parlava della possibilità che gli enti in via di commissariamento possano presentare le “loro” osservazioni nell’arco di tre giorni. E questo è stato fatto. Ora non resterà che aspettare le decisioni del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, che per competenza territoriale, visto che gli atti delle concessioni sono stati stipulati al ministero dei Trasporti, scelga il commissario con un massimo di tre per la “gestione” del Consorzio Venezia Nuova.
«Sarà una memoria ad explicandum e non ad opponendum – spiega in latino il direttore generale del Cvn, Hermes Redi – C’è tutta la volontà di collaborare con l’Autorità nazionale anticorruzione perchè come nuova dirigenza non abbiamo nulla da nascondere». E oggi, a Roma, ci sarà la ratifica ufficiale delle “osservazioni” del Cvn all’Anac durante una seduta del consiglio direttivo dell’ente concessionario che sarà chiamato sostanzialmente a passare il testimone all’Anac e da questo al prefetto di Roma per il commissariamento. «Al di là di tutto – sottolinea il direttore Redi – nel nostro carnet ci mettiamo un anno e mezzo di lavoro e di trasparenza nelle operazioni che abbiamo condotto come ente concessionario. Non sappiamo quello che potrà succedere d’ora in avanti, ma posso senz’altro smentire quelle voci che mi vorrebbero commissario. Non è nelle mie corde e non credo sia una buona idea. Credo vi debba essere una “persona terza” in grado di coordinare il lavoro. Il Mose va finito».
Una situazione senz’altro delicata anche perchè nella sede dell’Arsenale si attendono le mosse dell’Anac prima di capire come verrà superata questa fase della vita del Cvn. «Non c’è dubbio – confessa il direttore – che stiamo navigando a vista. Ci adegueremo alle norme e alle regole che ci verranno dettate dall’Autorità di Cantone». Ma nonostante la burrasca il Consorzio sottolinea quanto è stato fatto finora: «Ci siamo attenuti alle nuove regole, poste con forza dal dopo Mazzacurati – aggiunge Redi – dando veri e propri segnali di discontinuità. É stata modificato lo staff dirigenziale; sono state ritirate quelle deleghe ai dirigenti ritenuti non adeguati; abbiamo provveduto ad eliminare tutti quei contatti estranei al “core business” del Consorzio. Infine, non ultimo, abbiamo esercitato il valore e il senso della trasparenza come mai prima».

Paolo Navarro Dina

 

E ora arrivano anche le preoccupazioni per i lavoratori. Se ne è fatto interprete Pietrangelo Pettenò, consigliere regionale della Federazione della sinistra veneta (Fds). «Non siano i lavoratori a pagare le conseguenze del sistema Mose – sottolinea in un’interrogazione presentata a Palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale del Veneto – in particolare, alla decisione della Mantovani di sdoppiare la Palomar Srl e costituire una nuova società, la Palomar Sistemi, senza fornire garanzia alcuna sulla continuità lavorativa e sul mantenimento dell’occupazione nel sito di Porto Marghera».
Ma al di là dei destini di una delle aziende legate al Mose e al Consorzio Venezia Nuova, Pettenò sottolinea il momento delicato per i lavoratori impiegati nelle opere pubbliche per la salvaguardia di Venezia. E oltre all’esponente Fds, interviene anche Alessandro Coccolo, responsabile Infrastrutture Pd metropolitano.
«Massima fiducia nei confronti del Presidente Cantone – sottolinea – Bisogna chiudere una delle pagine più vergognose della storia italiana e costruire da subito un nuovo modello di gestione per le opere di salvaguardia della Laguna e quindi anche per il Mose. A questo proposito, una volta superato definitivamente il concessionario unico, si può pensare all’istituzione di una nuova Società guidata da un management di alto profilo, che sotto controllo pubblico svolga la funzione di soggetto di riferimento per reperire le risorse per la manutenzione delle opere e gestirne la messa in gara. Inoltre, va istituito quanto prima l’Osservatorio per il Paesaggio lagunare al fine di valorizzare efficacemente le specificità ambientali e socio-economiche della Laguna veneta».
Infine sono intervenuti sulla vicenda anche Antonino Pipitone e Gennaro Marotta, consigliere regionali Idv: ««Esprimiamo la nostra più grande soddisfazione per questo provvedimento. Lo abbiamo invocato più e più volte, fin dai primi giorni dello scandalo Mose, anche con una lettera a Renzi. Siamo stati, se non gli unici, tra i pochissimi a chiederlo con chiarezza. Ed ora lo ribadiamo: è un gesto importante, nell’interesse dei cittadini e dell’imprenditoria onesta. Non si poteva rimanere nell’ambiguità. Il commissariamento del Cvn è la decisione più corretta».

(p.n.d.)

 

IL DIRETTORE – Redi: ritirate le deleghe ai manager compromessi

Oggi il direttivo Cvn prepara la difesa, pronte le carte da inviare a Cantone

Oggi consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova. Il massimo organo dell’ente concessionario dei lavori alle bocche di porto si riunirà attorno a mezzogiorno a Roma. Compito del Consiglio sarà quello di approvare il documento (la “memoria”) da inviare al presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione per sottolineare l’opera di trasparenza e le attività messe in cantiere con il cambio della guarda dalla gestione Mazzacurati travolta dallo scandalo Mose e quella dell’attuale presidente Mauro Fabris. Il consiglio direttivo è composto da undici rappresentanti delle aziende e imprese che compongono il Cvn

 

L’amarezza dell’ex magistrato e il mistero dell’agente segreto che spiava lui e Fasolato ai tempi del processo all’Enel

La parabola dell’ex pretore d’assalto finito nel fango delle bonifiche: «Ho fatto incassare milioni allo Stato da usare per il disinquinamento. Ecco quello che ricevo»

VENEZIA – Il veneziano Giampaolo Schiesaro, una vita al servizio delle istituzioni prima come magistrato, poi come avvocato dello Stato, è da poco in pensione e ora si trova indagato dalla Procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata alla concussione, un’accusa pesantissima che lui non vuole commentare. Ma alcuni amici raccontano che è rimasto allibito e addolorato quando l’ha ricevuto, la prima reazione è stata: «Mi sarei aspettato un medaglia per tutti i milioni che ho fatto incassare allo Stato da utilizzare per il disinquinamento e invece ecco quello che ricevo». Una vita, la sua spesa per salvaguardare l’ambiente: da pretore d’assalto – così li chiamavano allora i giornali i magistrati che combattevano con le indagini l’inquinamento- e poi da avvocato dello Stato in servizio a Venezia, ma attivo in tutta Italia. Decine i processi ai quali ha partecipato come parte civile per il ministero dell’Ambiente a chiedere milioni alle aziende accusate di inquinare, soldi da usare per ripulire i disastri ambientali. Ed ora proprio di questo lo accusano: di aver estorto a Fincantieri, a Montefibre, alla San Marco Petroli, alla Italiana Coke da cinque a sei milioni di euro. Complessivamente lo Stato, per disinquinare Porto Marghera ha portato a casa ben 584 milioni di euro grazie alle così dette «transazioni ambientali». E Schiesaro, stando alle accuse, sarebbe stata la mente giuridica dell’associazione a capo della quale c’era il direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, una banda che «spillava» soldi agli imprenditori per il disinquinamento e gli euro, comunque, non finivano in tasca a Schiesaro, ma al ministero dell’Ambiente. Le accuse sarebbero provate dalle dichiarazioni degli imprenditori costretti a pagare per il disinquinamento: «Ci ha spinto a transare», ad esempio racconta uno di loro, «sotto la minaccia di proseguire nella richiesta di risarcimento danni nell’ambito del processo penale per l’inquinamento da amianto». Una richiesta del tutto lecita, più che una minaccia, e che in ogni processo con la presenza di parti civili i difensori si sentono avanzare dagli avvocati di chi vuole un risarcimento. Schiesaro non vuole rilasciare dichiarazioni, vuole difendersi davanti ai giudici di Roma, ma sempre alcuni amici ricordano che i nemici l’ex pretore d’assalto non li ha soltanto tra gli imprenditori. C’è un processo, ancora da celebrare, in cui Schiesaro e un ex pubblico ministero di Rovigo, Manuela Fasolato, colei che ha indagato e ottenuto le condanne dei vertici dell’Enel per l’inquinamento provocato dalla centrale di Porto Tolle, sono parti offese. Sul banco degli imputati un funzionario dei servizi segreti italiani, accusato di aver spiato i due che per la Procura di Rovigo, una, e per l’avvocatura dello Stato, l’altro, hanno indagato e chiesto il processo per i responsabili dell’inquinamento, la prima, e hanno chiesto un pesante risarcimento per conto dello Stato, l’altro. Per conto di chi i due sono stati spiati? Probabilmente neppure il processo all’agente segreto finito sotto inchiesta riuscirà a chiarire questa circostanza. Intanto, però, entrambi i protagonisti di quel procedimento si sono trovati nei guai e quelli di Schiesaro sono davvero seri. Anche se il pm di Roma che ha firmato le 97 pagine dell’informazione di garanzia tra le altre argomentazioni scrive, ad esempio: «Ciò che riferiva Piergiorgio Baita era dunque che Mascazzini imponeva al Consorzio Venezia Nuova di avvalersi di specifici professionisti, come Thetis e Studio Altieri». Con c’era certo bisogno che il direttore del ministeto imponesse a Giovanni Mazzacurati di utilizzare per gli interventi quelli che erano i suoi più stretti collaboratori.

Giorgio Cecchetti

 

Da Brotto ad Altieri, da Fassina a Scopece

Ecco i ventisei indagati per le bonifiche

Gli indagati sono 26. I loro nomi: Gianfranco Mascazzini, direttore ministero Ambiente, Paolo Ciani, Dario Danese, Gianfranco Moretton, Giorgio Verri e Gianni Menchini, commissari per l’emergenza ambientale Laguna di Grado, Massimo Gabellini, Silvestro Greco, direttori dell’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, Vincenzo Assenza, Fausto Melli, Franco Pasquino e Giorgia Scopece , presidente, direttore, commissario e dipendente Sogesid srl, Giovanni Mazzacurati, presidente Cvn, Giampaolo Schiesaro, avvocato dello Stato, Maria Teresa Brotto e Andrea Barbanti , amministratore delegato e tecnico Thetis, Alberto Altieri, Everardo Altieri e Guido Zanovello, presidente, vicepresidente e direttore dello «Studio Altieri», Simone Fassina, Antonio Ardone, dipendenti Sviluppo Italia, Marta Plazzotta dirigente Arpa Udine, Francesco Sorrentino, capo del Genio civile Gorizia, Antonella Ausili e Elena Romani, ricercatori Ispra.

 

Gazzettino – La cricca delle bonifiche

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31

ott

2014

COMPETITIVITÀ «L’alto tasso di corruzione ci allontana dai concorrenti»

Confindustria attacca duramente sull’inchiesta di Porto Marghera

Zoppas: «Imprese frustrate, tanta rabbia per l’illegalità diffusa»

Lo scandalo delle bonifiche scuote il mondo dell’imprenditoria. L’inchiesta sta facendo luce sulla “cricca delle bonifiche” e sul suo radicato sistema di concussione, arrivato a taglieggiare importanti aziende ed imprese veneziane che operano a Porto Marghera. Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia, parla chiaro: nel mondo imprenditoriale si respira aria di «grande disillusione e rabbia».
Se quanto emerge dall’inchiesta verrà confermato, per Porto Marghera sarà stato alto tradimento. A tirare i fili della “cricca” sarebbero stati, secondo l’accusa, alcuni alti rappresentanti delle istituzioni e del ministero dell’Ambiente. Difficile digerire che a vessare le aziende fosse proprio chi invece doveva occuparsi della riconversione dell’area industriale. Zoppas ricorda che al momento si tratta ancora di ipotesi investigative, ma anche che «Pratiche illegali possano provenire da figure di riferimento, molto conosciute e decisive nei procedimenti in quanto parte delle istituzioni dello Stato è doppiamente sconfortante».
Inoltre, come mette in evidenza il presidente di Confindustria Venezia, il sistema illegale portato avanti dalla “cricca delle bonifiche” ha danneggiato tutti: prima le aziende, ricattate a suon di milioni, poi il territorio, al quale sono stati potenzialmente sotratti investimenti e lavoro.
«Queste richieste esose – ricorda Zoppas – relative ad un supposto danno ambientale, che si aggiungono al costo della bonifica (peraltro allora già molto elevato), hanno enormemente aumentato i costi di gestione dell’area e quindi i prezzi dei terreni, rallentando e complicando l’evoluzione dell’area e la sua possibile riqualificazione attraverso progetti alternativi di investimento».
Il nuovo scandalo veneziano dimostra ancora una volta quanto sia difficile fare impresa in laguna, dove talvolta la burocrazia, e i suoi eccessi, hanno generato corruzione e malaffare. «Il tasso di corruzione diffuso nel nostro Paese – conclude Zoppas – dovuto anche ad una burocrazia ingessata, non fa che aggravare le distanze con i nostri competitor quanto a onere dei fattori produttivi».

 

La Procura: alcuni Siti creati soltanto per fare affari

UDINE – «Il meccanismo, per impulso del ministero dell’Ambiente, veniva replicato su tutto il territorio nazionale. Ovunque i Sin (Siti di interesse nazionale, ndr) venivano perimetrati su base cautelativa, a prescindere da elementi scientifici che giustificassero la cautela, principio strumentalizzato al solo fine di creare il business delle opere di caratterizzazione ed analisi senza alcuna finalità di reale bonifica tant’è che, salvo un piccolo Sin di Fidenza, nessuno degli altri 56 a distanza di oltre 15 anni è stato compiutamente caratterizzato né tantomeno bonificato». Lo sostiene il pm di Roma Alberto Galanti nell’ambito dell’inchiesta costruita intorno a quella avviata nel 2012 dal pm friulano Viviana Del Tedesco, condotta dai Carabinieri di Udine e dalla Guardia di Finanza di Roma. «L’inchiesta è diventata romana». «Ora il nocciolo di responsabilità la magistratura lo individua nella direzione generale dell’Ambiente». Questo sostengono gli avvocati Luca Ponti (difensore del secondo commissario Gianfranco Moretton e dell’attuatore Dario Danese) e Rino Battocletti (legale del terzo commissario Gianni Menchini), convinti che la nuova prospettazione accusatoria «ridimensioni la portata delle accuse a carico degli indagati friulani», aggiunge quest’ultimo. «Sono convinto si possa mettere in discussione l’associazione a delinquere, tra persone che non si conoscono nemmeno, in un periodo in cui si sono succeduti governi politici di opposte colorazioni», precisa l’avvocato Ponti. Un’accusa di associazione a delinquere «del tutto fantasiosa» anche quella contestata al primo commissario Paolo Ciani, difeso dall’avvocato Manlio Contento.

E.V.

 

CHIOGGIA – Il comitato promotore di una legge regionale per un “Intervento decennale speciale a favore di Chioggia” torna a chiedere che sia presentato pubblicamente lo studio di fattibilità sulla nuova ferrovia da Chioggia verso Venezia e Padova, saltato nella scorsa primavera per il veto posto dall’assessore Chisso.

«Ora che Chisso è fuori dalla scena politica», spiega l’avvocato Giuseppe Boscolo, presidente del Comitato, «ci attendiamo che il presidente del Veneto Luca Zaia ci permetta di conoscere questo studio di fattibilità di cui è stata incaricata dalla Regione la società Net Engeneering di Monselice. La città ha il diritto di essere informata per poi assumere valutazioni consapevoli sul tema fondamentale della rottura dell’isolamento, anche con riguardo agli interrogativi posti sui collegamenti con l’autostrada Orte-Mestre e sulla sicurezza della Romea».

Ad aprile il comitato aveva già raccolto 700 firme, superando la soglia minima di 500 prevista dallo Statuto comunale per una delibera di iniziativa popolare. Il comitato si riunirà per decidere le prossime mosse giovedì 6 novembre, alle 18.30 nella sede del consorzio ConChioggiaSì in via Cassiopea.

(e.b.a.)

 

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