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Gazzettino – Mose, commissario in arrivo

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

30

ott

2014

L’ anticorruzione ha ritenuto insufficienti le modifiche ai vertici del Consorzio

CACCIARI «Non vedremo mai l’opera finita»

Lo “sberlone” del Governo all’ora di pranzo. E di sicuro il cibo è andato di traverso a qualcuno. A distanza di quattro mesi dal blitz sul sistema Mose, un’altra pesante tegola si abbatte sul Consorzio Venezia Nuova. L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha annunciato ieri, al termine di un’istruttoria durata circa due mesi, di aver avviato l’iter per il commissariamento dell’ente concessionario per i lavori del Mose con una procedura ad hoc richiesta al prefetto di Roma, titolare per competenza territoriale in quanto la concessione dei lavori al Cvn è stata firmata al ministero dei Trasporti. Insomma, un altro colpo durissimo alla “madre di tutte le battaglie” con l’Anac che ha ritenuto insufficienti le moficihe alla governance del Consorzio. Un fulmine a ciel sereno almeno nelle stanze del Cvn nella sede dell’Arsenale di Venezia, anche di fronte a quella tenue assicurazione che il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone aveva fatto balenare nella sua visita al Consorzio Venezia Nuova un mese dopo la “grande retata”. E sia pure usando parole pesantissime (“Venezia è peggio di Milano. Qui la corruzione è a 360 gradi”), Cantone aveva mantenuto il “basso profilo” ipotizzando il commissariamento dell’ente concessionario, ma facendo intendere anche che il Cvn era sì sotto osservazione, ma che le azioni messe in cantiere dal nuovo staff guidato dal nuovo presidente Mauro Fabris stavano facendo fare passi avanti nella trasparenza degli atti. L’Anac avrebbe adottato il provvedimento di commissariamento ai sensi dell’articolo 32 del decreto legge 90 dello scorso giugno sui nuovi poteri dell’Autorità anticorruzione.
«A poco a poco l’ipotesi commissariamento l’avevamo messa in conto – sottolinea Fabris – Possiamo anche non essere stupiti più di tanto. Ne prendiamo atto. L’iter di avvio della procedura prevede che come Consorzio si possa avere non solo l’accesso agli atti, ma anche elaborare una risposta all’Anac. É una questione che i nostri avvocati stanno valutando. Di certo, come abbiamo sempre detto, faremo quello che ci chiede il Governo». Insomma, al di là di tutto l’imbarazzo non manca, anche perchè in questi mesi il Consorzio Venezia Nuova non solo ha cambiato la propria dirigenza, ma ha proseguito con rapidità nel progetto Mose con la posa dei cassoni e delle prime paratie mobili alle bocche di porto.
Ed è proprio sul piano programma che Fabris esprime le proprie preoccupazioni, anche in presenza di un “taglio” fatto da Palazzo Chigi nella Legge di stabilità 2014 per 137 milioni, parte di quei 401 annunciati proprio dal Governo, messi in agenda dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), ma ancora non concessi. «Di certo – taglia corto Fabris – tutto ciò non potrà che comportare un ritardo nei lavori e nella conclusione dell’opera». Un timore smentito in serata dalla stessa Anac: «Se dovesse arrivare un commissario – ha avvertito l’Autorità – non vi sarà alcuno stop ai lavori. Il commissario sarà tenuto ad assicurarne il completamento». Immediate le reazioni del mondo politico. La più dura è quella dell’ex sindaco Massimo Cacciari: «Ok al commissariamento – ha detto – perchè ci sta tutto. Resta il rammarico perchè senza vertici e con i soldi che vengono via via meno non vedremo mai l’opera finita. Saranno soddisfatti tutti coloro che ci hanno lucrato perchè così non si vedranno le loro colpe visto che con il commissariamento il Mose resterà incompiuto». Dal canto suo, il sottosegretario PierPaolo Baretta (Pd) aggiunge: «É la comprensibile conclusione di un’incredibile quanto dolorosa vicenda. L’importante è che si concluda l’opera». L’altro sottosegretario veneziano, Enrico Zanetti (Sc) è duro: «Se l’Anac ha agito così – dice – vuol dire che ce n’erano i presupposti. E dirò di più non mi sembra strano, con tutto il rispetto per la “governance” attuale, ma nel complesso vi è un ambiente che va bonificato. Il cambiamento è stato nelle apicalità, ma la trasparenza deve essere a tutti i livelli».

 

MOSE – L’Anticorruzione avvia il commissariamento del Consorzio. Fabris: «Il cantiere vada avanti»

Venezia Nuova, si cambia

COMMISSARIAMENTO – Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha avviato l’iter per il commissariamento del Consorzio

Venezia Nuova. Un fulmine a ciel sereno per il Consorzio che, dopo la bufera che dura da più di un anno, aveva ritrovato una certa serenità.

FINIRE IL MOSE – Il presidente del Consorzio, Mauro Fabris non si scompone più di tanto, dicendo che farà quel che il Governo gli chiederà di fare. «Una cosa va detta – dice il presidente – è indispensabile finire il Mose. Il Governo ci ha tolto 137 milioni già stanziati dal Cipe e questo potrebbe far slittare il termine dei lavori oltre i tempi previsti».

LE MOTIVAZIONI – L’Autorità nazionale non è soddisfatta del nuovo assetto di governo della società

NUOVA BUFERA – L’Anticorruzione avvia il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova

Il presidente: «Rispetteremo le indicazioni che arrivano da Roma, era un’ipotesi che avevamo immaginato»

TEMPI E SOLDI «Palazzo Chigi ci ha tolto 137 milioni: questo potrebbe portare a ritardi, ma non si fermi il cantiere»

Fabris: «Il Mose va finito»

La “scoppola” è arrivata a metà giornata. Uno “schiaffone” doloroso e una parola sola: commissariamento. Dopo lo “bufera” della grande retata del 4 giugno scorso, un’altra tegola si è abbattuta ieri sul Consorzio Venezia Nuova. L’Autorità nazionale anticorruzione ha deciso di avviare l’iter in materia notificando un provvedimento ad hoc al prefetto di Roma perchè la concessione dei lavori del Mose è stata siglata nella Capitale, al ministero dei Trasporti. In questo modo, il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone ha deciso di entrare a gamba tesa nella vicenda, a distanza di un paio di mesi dalla sua visita al Consorzio Venezia Nuova e al Mose giudicando insufficienti le modifiche apportate all’assetto dell’ente. Già in quell’occasione, al di là delle rassicurazioni, era balenata l’idea del commissariamento. Ora il presidente del Cvn, Mauro Fabris avrà tre giorni di tempo per rispondere all’Anac presentando memorie e osservazioni.
Presidente Fabris, altro brutto colpo.
«Questa ipotesi l’avevamo messa nel novero delle cose possibili. Insomma, possiamo anche essere stupiti, ma neanche più di tanto».
E ora che succederà?
«Lo ammetto. Non lo so. Ci troviamo davanti ad una procedura nuova, perchè nuovo è il provvedimento di legge in questione (articolo 32 del decreto legge 90 del 2014 ndr). Abbiamo tre giorni di tempo per rispondere all’Autorità nazionale anticorruzione».
Avete già messo in cantiere una sorta di “difesa”?
«Se ne stanno già occupando i nostri avvocati. In ogni modo non ci sono molte risposte da dare. Non possiamo che prender atto di quanto è avvenuto».
E quindi?
«Faremo quello che ci dirà di fare il Governo. Ma una cosa va detta su tutte»
Ovvero?
«Che è indispensabile finire l’opera. In questi mesi Palazzo Chigi ci ha “tolto” 137 milioni di euro dei 401 che erano stati annunciati negli scorsi mesi per il completamento del sistema Mose. Il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, li aveva già messi all’ordine del giorno di una sua prossima riunione…».
Ma…
«C’è una meccanismo amministrativo e finanziario legato alla Legge di stabilità del 2014 e quella del 2015, che potrebbe rischiare di mettere a repentaglio la conclusione del Mose nei tempi previsti».
Pare ormai certo che si rischi di slittare al 2017…
«I punti fermi rimangono. Di certo non sono momenti in cui è facile programmare. Ma un ulteriore slittamento potrebbe portare ad una dilazione dei tempi, anche perchè in alcuni il rischio potrebbe essere quello di dover metter mano alle concessioni e quindi agire non solo sul piano finanziario e/o amministrativo. Questo allungherebbe ancor più i tempi».
L’ex sindaco Massimo Cacciari dice che ormai il Mose non si completerà più. L’ex assessore Gianfranco Bettin dice che “bisogna tagliare la testa del drago per cambiare davvero”.
«Non spetta a me commentare nè quello che dice Cacciari nè quello che afferma Bettin. Noi, a questo punto non possiamo che aspettare quello che ci verrà chiesto dall’Anac e per suo tramite da Palazzo Chigi».

 

Un’insolita alleanza nella grande industria

La costituzione risale al 25 maggio 1982: un ventennio di lotte per ottenere il via libera alle dighe mobili

Parlare di Consorzio Venezia Nuova significa innanzitutto parlare di Mose. Chi non ricorda quella sorta di ponteggio che girava per la laguna negli anni Ottanta? Allora si chiamava “modulo sperimentale elettromeccanico” e la gente si chiedeva come quell’aggeggio avrebbe potuto salvare la città dalle acque alte. Alla perplessità della gente comune si aggiungeva lo scetticismo degli ambientalisti, che fin dall’inizio coniarono lo slogan “Il Mose serve solo a chi lo fa” riferendosi proprio al Consorzio, che rappresentava un’alleanza tra le grandi industrie italiane.
La data di nascita del Consorzio è il 25 maggio 1982 e da quel giorno il suo ruolo in città non ha fatto che crescere, con imponenti (alcuni dei quali discussi) lavori in tutta la laguna. Era stata l’acqua alta del 23 dicembre 1979 (1 metro e 66 centimetri) a riportare in auge un tema, quello della salvaguardia di Venezia, rimasto sopito per sei anni dopo l’approvazione della Legge speciale. Con la nuova Legge speciale, quella del 1984, il Consorzio ha assunto quel ruolo di concessionario unico che tuttora detiene. In 34 anni di storia e attività, il Consorzio ha avuto sei presidenti: Matteo Costantino, Luigi Zanda, Franco Carraro, Paolo Savona, Giovanni Mazzacurati e Mauro Fabris. Mazzacurati, in particolare, ha gestito come direttore il Consorzio praticamente dalle sue origini, essendo stato designato nel 1983.
Il progetto del Mose ha avuto una gestazione lunghissima. Dopo la sperimentazione in laguna, il progetto di massima arriva all’approvazione in Comitato tecnico di Magistratura nel 1992. Due anni dopo è stata la volta del via libera da parte del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Poi tutto resta fermo soprattutto per la valutazione d’impatto ambientale, che nel 1998 si pronuncia così: pericolo di danni rilevanti e irreversibili. L’anno successivo il Consiglio superiore dei Lavori pubblici però lo promuove e il Comitatone dà il via libera condizionato all’esecuzione di altre opere. A fine 2001 il Comitatone approva la progettazione esecutiva. Nel 2003, il 3 aprile, il Comitatone delibera l’avvio della costruzione.
Oggi è facile e automatico associare il nome del Consorzio all’impresa Mantovani, ma non è sempre stato così. Anzi, la Mantovani è stata in un certo senso, l’ultimo entrato, ma molto di peso. All’inizio la compagine era composta da Iri, Italstat, Condotte, Italstrade, Mantelli, Impregilo, Fiat, Girola, Lodigiani, il consorzio Cogefar Recchi, la Grandi Lavori Fincosit, la Mazzi, la Coveco, la Covela, la Saipem, il Consorzio San Marco. Proprio il gruppo Fiat, attraverso Impregilo, è stato per anni il “socio” di maggioranza nel Consorzio, tanto che diversi presidenti consortili ricoprivano la stessa carica all’interno della società. Lo stesso Cesare Romiti, storico amministratore delegato della Fiat, è stato per anni nel direttivo. Poi, all’inizio del secolo nuovo, Impregilo ha ridotto le sue quote dal 38 per cento all’uno per cento e Mantovani è diventata la nuova capocordata.

 

Vicentino ed ex senatore è stato più volte nel Governo

Vicentino di 58 anni, Mauro Fabris ha alle spalle una lunga militanza politica nel mondo d’ispirazione cattolica. Inizia nel 1990 come segretario provinciale della Dc a Vicenza. Nel 1996 è eletto alla Camera con il Ccd-Cdu nel ticket con Forza Italia per poi confluire nel 1999 nell’Udeur. Tra il 1998 e il 2001 è sottosegretario ai lavori pubblici, alle finanze, all’industria, con delega al commercio estero e turismo. Nel 2009 è nominato da palazzo Chigi commissario straordinario per le Opere di accesso Tunnel del Brennero.

 

ZANETTI «Se è stato deciso questo atto ce n’erano i presupposti»

LE REAZIONI – Cacciari: «Una beffa se l’opera non si completa»

L’ex sindaco giudica positivamente la decisione dell’Anac

Baretta: «Comprensibile conclusione di una vicenda dolorosa»

Il più duro è stato l’ex sindaco Massimo Cacciari: «Il commissariamento mi sta bene perché ci sta tutto, resta il rammarico perché senza vertici e con i soldi che vengono meno non vedremo mai quell’opera, che tanto ho avversato, per vedere se effettivamente sta in piedi. E a questo proposito, Cacciari ricorda come il suo «sì» al Mose venne dato solo per sfida «a quella che in tempi non sospetti definivo una cricca che si avvaleva di consulenze, pareri e indagini di esperti del tutto incapaci ma comprati per avere pareri compiacenti. Credo che saranno soddisfatti anche i tanti che lo hanno voluto per lucrarci, perché così non si vedranno le loro colpe visto che con il commissariamento il Mose resterà incompiuto. Come dire, oltre il danno, ora ci ritroviamo anche la beffa». Dal punto di vista pratico, Cacciari dice di credere, dopo quanto accaduto in sede giudiziaria, che «il commissariamento se lo aspettassero e lo desiderassero tutti».
Sulla vicenda interviene anche il sottosegretario all’Economia, PierPaolo Baretta (Pd): «La richiesta di commissariamento del Consorzio Venezia Nuova – sottolinea – è la comprensibile conclusione di un’incredibile quanto dolorosa vicenda. L’importante, però, è che l’opera ora venga portata a conclusione». Dall’altro lato, anche il “collega” Enrico Zanetti (Sc) sottolinea: «Se l’Anac ha deciso in proposito – sottolinea – vuol dire che ce n’erano tutti i presupposti. E dico di più: non mi sembra strano. Quello che è sostanzialmente sotto osservazione non è la nuova governance attuale, sulla quale non ho nulla da dire, ma sull’ambiente che circonda il Consorzio nel suo insieme. La mia è una valutazione di istinto».
Felice Casson, senatore Pd, non nasconde la “novità” della decisione presa dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone che come si ricorderà nel luglio scorso “dialogò” in un incontro pubblico a Marghera proprio sulle trame del sistema Mose a Venezia. «Mi sembra un ottimo intervento dell’Anac, e una novità assoluta. Bisognerà leggere attentamente il provvedimento. Cantone ha avuto modo di conoscere molto bene la situazione dopo il suo sopralluogo all’Arsenale, ma anche nei mesi successivi. Ora è possibile cambiare passo. É la prima volta che accade una cosa di questo genere per un ente concessionario dello Stato. E quindi bisognerà capire l’evolversi della situazione. In questo modo, ancor di più, lo Stato si assume l’onere e l’onore della ricerca della trasparenza».
Punta tutto su quanto accadrà in futuro il parlamentare del Movimento Cinque Stelle, Marco Da Villa: «Ora la parte più importante – dice – sarà capire chi sarà e cosa farà il futuro commissario. E non solo questo. Molte volte, in questi anni, per quanto riguarda le scelte dei “commissari”, siamo passati dalla padella alla brace. Ma tutto non si risolve se non si mette mano alla Legge speciale e alle sue incongruenze». É intervenuta anche Simonetta Rubinato, parlamentare Pd: «Ogni provvedimento necessario a debellare il sistema di corruttela venuto a galla in Veneto grazie alle indagini sul Mose della magistratura non può che essere accolto con favore dai tanti veneti onesti che chiedono il ripristino della legalità e dagli imprenditori che vogliono una sana concorrenza».
E sulla vicenda è intervenuto anche l’ex assessore all’Ambiente e leader ambientalista, Gianfranco Bettin: «É sacrosanta, inderogabile la richiesta dell’Anac – sottolinea – di commissariare il Cvn. Lo chiedevamo da tempo, da ancora prima che scoppiasse lo scandalo. Il Consorzio Venezia Nuova, il suo sistema di potere è esso stesso lo “scandalo” che non nasce da qualche “mela marcia”, ma da procedure particolari, da posizioni di privilegio e di esclusiva. Tagliare la testa del drago è un passo importante per cominciare a far pulizia e a cambiare dsvvero».

P.N.D.

 

QUARTO D’ALTINO – È stato fissato domani alle 9.30 in Regione (palazzo Linetti), l’incontro dei sindaci della linea Mestre-Portogruaro, per discutere dei problemi legati all’orario cadenzato. La convocazione è stata spedita a tutti i primi cittadini, tra cui il sindaco di Quarto, Silvia Conte, che in queste settimane e mesi ha pressato il presidente regionale Luca Zaia, per poter discutere i problemi sollevati dai pendolari. All’incontro infatti saranno presenti i sindaci, che hanno esteso l’invito anche ad una rappresentanza dei pendolari. La speranza è che non sia solo un incontro tecnico, ma sia presente anche un interlocutore politico, data l’importanza della materia. «Abbiamo scritto alla Regione», dice il sindaco Conte, «proprio in questo senso e contiamo che partecipi l’assessore regionale Donazzan, visto che ha ricevuto da Zaia la delega ai Trasporti. Le osservazioni da noi avanzate finora sono fattibili, quello che è mancato è stata la volontà politica di metterle in atto, politica che deve farsi carico di priorità e scelte. Spero ci sia una forte discontinuità rispetto a quanto fatto finora dalla giunta Zaia con l’assessore Chisso, ma temo che il cambiamento sia rinviato a dopo le elezioni».

(m.a.)

 

Grandi opere

JESOLO – Stop all’Autostrada del Mare. Un appello al governatore Zaia perchè sia bloccata la gara per l’aggiudicazione della superstrada a pagamento “Via del Mare”. La deputata del Movimento 5 Stelle Arianna Spessotto si è mossa prima dell’imminente nomina dei componenti della commissione di gara che valuterà l’offerta in project financing di Adria Infrastrutture. Spessotto spiega che «Tutti i Comuni direttamente attraversati dalla nuova superstrada, eccetto Jesolo, hanno espresso la loro contrarietà alla realizzazione della nuova arteria a pagamento e hanno chiesto espressamente a Zaia di rivedere il progetto. Quanto emerso dalle indagini sul Mose a proposito della società Adria Infrastrutture, citata dal gip di Venezia come esempio di “sistema corruttivo diffuso e ramificato”, indagini che hanno portato all’arresto, tra gli altri, dell’amministratore della società Claudia Minutillo, dovrebbero farci riflettere sull’esigenza di procedere con una verifica immediata di legalità delle condizioni di aggiudicazione della gara. Il Ministero dell’Economia non ha ancora rilasciato il nulla osta per la verifica sugli effetti di finanza pubblica della delibera, necessaria per il controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti».

(g.ca.)

 

Gazzettino – “Stop alla gara per la Via del mare”

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30

ott

2014

GRANDI OPERE – Il Movimento 5 Stelle lancia un appello a Luca Zaia

ARIANNA SPESSOTTO «Inaccettabile l’offerta di Adria Infrastrutture»

CONTRARI «Tutti i Comuni sono contrari a quest’ opera» ricorda Arianna Spessotto

MEOLO – «Fermare l’iter del bando di gara della “Via del mare”».
Arianna Spessotto, parlamentare e portavoce veneta del Movimento 5 Stelle, torna a lanciare un appello al governatore della Regione Veneto Luca Zaia per fermare la gara per l’aggiudicazione della superstrada a pagamento “Via del mare”, dopo la notizia dell’imminente nomina dei componenti della commissione di gara che valuterà l’offerta in project financing di Adria Infrastrutture.

«Ricordo al Governatore Zaia che tutti i Comuni veneti direttamente attraversati dalla nuova superstrada, ad eccezione di Jesolo, hanno espresso la loro contrarietà alla realizzazione di una nuova arteria a pagamento e hanno chiesto espressamente di rivedere il progetto – afferma Arianna Spessotto -. Quanto emerso dalle indagini sul Mose a proposito della società Adria Infrastrutture, citata dal Gip di Venezia come esempio di “sistema corruttivo diffuso e ramificato” con l’arresto, tra gli altri, dell’amministratore della società Claudia Minutillo, dovrebbero farci riflettere sull’esigenza di procedere con una verifica immediata di legalità delle condizioni di aggiudicazione della gara».

La portavoce dei 5 Stelle sottolinea poi come, “ad oltre sei mesi dall’espressione del parere da parte del Cipe sullo schema di delibera relativa alla “Via del mare”, il Ministero dell’Economia e delle Finanze non abbia ancora rilasciato il proprio nulla osta per la verifica sugli effetti di finanza pubblica della medesima delibera, necessaria per il controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti”. «Questa situazione di stallo – conclude Spessotto – giustifica ancor di più la richiesta di sospendere la procedura di gara avviata dalla Regione: non possiamo continuare a far finta di niente, ignorando deliberatamente il sistema corruttivo alla base dell’aggiudicazione degli appalti in Veneto, di cui era parte integrante Adria infrastrutture».

 

Gazzettino – Marghera, il grande affare delle bonifiche

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29

ott

2014

QUELLE SOSPETTE “TRANSAZIONI AMBIENTALI”

Anche Orsoni sentito dai magistrati: così ho respinto minacce e pressioni

OLTRE IL MOSE – A giugno interrogatorio segreto a Roma di Baita. Un business da 500 milioni

Marghera, il grande affare delle bonifiche

Nuovo filone d’indagine. Nel mirino il ruolo del ministero dell’Ambiente e quello del Cvn

PORTO MAGHERA – Bonifiche nell’area industriale e l’ingegner Piergiorgio Baita

«Contatti con il mondo politico imprenditoriale e bancario»

MILANO Azienda controllata dal clan Galati aveva ottenuto due subappalti. «Controlli insufficienti»

Si è aperto un nuovo filone nelle inchieste riguardanti il Consorzio Venezia Nuova, la costruzione del Mose e, soprattutto, le bonifiche a Porto Marghera. Non si tratta degli interventi di risanamento ambientale che hanno fatto finire nei guai l’ex ministro Altiero Matteoli, indagato per corruzione e nei cui confronti il Tribunale dei ministri ha inviato richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera dei Deputati. È un capitolo del tutto inedito, che punta al cuore del Ministero. Se ne sta interessando l’autorità giudiziaria della capitale che mesi fa ha interrogato Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani Costruzioni, grande accusatore dei politici per i soldi pagati dal Consorzio. Le sue dichiarazioni hanno già contribuito a far finire in carcere l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan e l’ex assessore Renato Chisso. Ora aprono uno squarcio sul ruolo che il consorzio Venezia Nuova, con il presidente Giovanni Mazzacurati, ha avuto nella gestione dell’immenso capitolo delle bonifiche nella Laguna di Venezia.
Dal 2006 in poi, il Ministero dell’Ambiente ha incassato quasi una cinquantina di “transazioni ambientali” con i proprietari (in particolare aziende) di terreni di Porto Marghera. Complessivamente sono state raggiunte cifre imponenti, che superano i 500 milioni di euro. Ma proprio di quelle operazioni, in apparenza virtuose, avrebbero parlato due personaggi entrambi coinvolti nell’inchiesta Mose. Uno è Baita, l’altro l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni.
In gran segreto Baita è stato convocato a Palazzo Clodio a giugno, dopo che era scattato il blitz in Veneto con una trentina di arresti. A marzo il procuratore di Roma Pignatone aveva richiesto al pm di Udine, Viviana Del Tedesco, gli atti riguardanti la bonifica della Laguna di Grado e Marano, nell’ipotesi che si trattasse di un grande bluff per portare in Friuli decine di milioni di euro. Ma c’è di più. Roma ha acceso un faro sulla gestione del Ministero dell’Ambiente all’epoca in cui uno dei direttore generali era Gianfranco Mascazzini, indagato proprio a Roma assieme all’ex commissario straordinario della bonifica di Marano, Gianni Menchini e ad almeno un’altra quindicina di persone.
Perché il pm Alberto Galanti ha interrogato Baita? Per saperne di più sulla gestione delle bonifiche a Porto Marghera da parte del CVN. Il nome di Mazzacurati, padre-padrone del Mose, era infatti comparso anche nell’inchiesta friulana, ma la sua posizione è stata archiviata qualche mese fa. L’interesse di Mazzacurati alla bonifica friulana sembrava in qualche modo richiamare il ruolo che il Consorzio ha avuto nelle bonifiche a Marghera, uno dei 57 Siti di Interesse Nazionale (Sin) analogo a quello di Grado-Marano.
Per le bonifiche a Venezia sono arrivati molti soldi, provenienti dalle transazioni ambientali e finiti al Ministero dell’Ambiente. A gestirne una buona parte è stato il Consorzio in quanto soggetto attuatore. Baita avrebbe spiegato che per le bonifiche il ruolo del CVN è identico a quello rivestito per il Mose. Un potere assoluto nella gestione degli appalti. Baita avrebbe spiegato come funzionava – concretamente – il meccanismo delle “compensazioni ambientali” che sarebbe all’origine della disponibilità finanziaria per il Consorzio e per il sistema delle imprese che vi fanno parte.
Baita avrebbe anche aggiunto che qualche azienda non avrebbe voluto perseguire la via della compensazione con il Ministero, perché significava sborsare milioni di euro, in cambio del libero utilizzo delle aree, anche a fini di compravendita. Alle conferenze di servizi, deputate a esaminare i piani di risanamento, si trovava puntualmente proprio Mascazzini. I verbali di Baita racconterebbero, quindi, del ruolo dominante del potente direttore generale del Ministero a Marghera, ma anche dell’interessamento del Consorzio alla bonifica della Laguna di Grado e Marano.
Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia, invece era stato interrogato prima di finire in carcere per i finanziamenti ricevuti da Mazzacurati. E avrebbe delineato un quadro a tinte fosche del ruolo che il Ministero avrebbe avuto nel perseguire le “transazioni ambientali”, ricorrendo a forme più o meno velate di pressione. Il Comune di Venezia si sarebbe rifiutato di accondiscendere ai diktat di Mascazzini. Anche perché non sempre era provata l’esistenza di un inquinamento tale da indurre enti pubblici o imprese private a pagare milioni di euro per ottenere il via libera del Ministero.

Giuseppe Pietrobelli

 

GIUSTIZIA E SOCIETA’

di Ennio Fortuna

Condanna senza colpa? Lo scandalo Mose e i patteggiamenti

Molti lettori mi invitano a spiegare nel modo più semplice possibile le caratteristiche del patteggiamento. Secondo alcuni di essi in questi ultimi giorni gli interventi e le interviste di illustri magistrati, di autorevoli docenti e di famosi avvocati, spesso in contrasto l’una con l’altra, avrebbero reso ancora più oscuro il senso di quest’istituto nato con il nuovo codice con lo scopo di accelerare il corso della giustizia. Alcuni lettori ironizzano sul fatto che i difensori degli imputati (quasi tutti) avrebbero sostenuto addirittura che il patteggiamento richiesto dai clienti miri a favorire la giustizia, quasi che il conto sia per loro esclusivamente in perdita. I clienti sarebbero innocenti e comunque mancherebbe la prova del reato, e il patteggiamento, a questo punto, sarebbe un atto di pura generosità. Naturalmente gli avvocati fanno il loro mestiere e di norma lo fanno assai bene, e ovviamente anche nell’occasione in discorso mettono in luce gli aspetti di maggiore convenienza per i loro difesi. Ma questo non deve precludere la possibilità di capire il più e il meglio possibile il senso del ricorso al patteggiamento.
Certo, l’istituto è per sua natura ambiguo, al confine tra la condanna e l’oblazione volontaria, e già questo spiega le difficoltà.Ma quale è la differenza più importante tra la pena concordata con il Pm e la condanna vera e propria? A prima vista deve dirsi che la condanna presuppone l’accertamento della colpevolezza mentre il patteggiamento ne prescinde. Il codice sul punto è inequivocabile. Nel giudizio il giudice pronuncia la condanna per il reato contestato se l’imputato risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio, nel patteggiamento invece la pena è applicata esclusivamente sulla base dell’accordo con l’accusa, sempre però che il giudice lo ritenga corretto e adeguato, altrimenti l’operazione è bocciata. Nel primo caso c’è l’accertamento della colpevolezza, nell’altro non si accerta nulla perché di norma non c’è il giudizio. E’ ovvio però che l’accusato, in generale, patteggia solo o soprattutto se sa che nell’eventuale giudizio sarebbe condannato o rischierebbe la condanna. Non a caso anche qui il codice è lapidario. Salva diversa disposizione, la sentenza di patteggiamento è equiparata alla condanna, così si esprime l’art.445 del codice di rito. In altri termini chi patteggia è condannato. Il codice però non dice che il patteggiante è colpevole, e non può dirlo proprio perché il patteggiamento prescinde dal giudizio e quindi dall’accertamento della colpa. In pratica l’istituto realizza una finalità importante, tenacemente perseguita dal codice: esclude il giudizio, almeno di norma, prescinde dalla colpa e dal suo accertamento, ma garantisce una condanna attenuata e sollecita. I vantaggi, inequivocabili, sono del patteggiante (che esce dal processo con una condanna mitigata dall’attenuante speciale) ma anche dell’accusa che realizza il suo scopo di ottenere subito la condanna dell’accusato senza passare per un dibattimento faticoso, con il rischio della prescrizione.
Ci sono ancora due riflessioni: il patteggiamento è precluso se l’imputato è manifestamente innocente. In tal caso il giudice deve assolvere nel merito, ancorché vi sia richiesta concordata di applicazione della pena. Infine, e il rilievo si riferisce soprattutto al caso di Venezia, la condanna patteggiata può escludere l’applicazione delle pene accessorie e delle misure di sicurezza, ma non la confisca. Il delitto di corruzione non prevede pene pecuniarie, l’unica sanzione irrogabile è la reclusione, anche se concordata. L’accordo tra accusa e difesa per il pagamento e la confisca di rilevanti somme di denaro presuppone perciò logicamente che un reato sia stato commesso perché la confisca è possibile o obbligata solo per le cose che ne sono il mezzo, il prodotto, il profitto o il prezzo. In definitiva chi patteggia la condanna non può essere palesemente innocente, ha interesse diretto all’accordo con l’accusa, e se concorda anche la confisca, tanto più se è contestato un illecito che prevede solo sanzioni detentive, finisce con il riconoscere o quanto meno non nega la sussistenza del reato che ne ammette o impone l’applicazione.

 

L’ex assessore Renato Chisso tornato a casa dall’ospedale

VENEZIA – Renato Chisso è tornato a casa dall’ospedale dove era stato ricoverato il 17 ottobre. Lo rende noto il suo legale di fiducia Antonio Forza che sottolinea come Chisso sia ancora notevolmente provato per la vicenda, per la sua cardiopatia e per il periodo di detenzione a Pisa iniziato il 4 giugno scorso quando è scattata l’operazione della Guardia di Finanza coordinata dalla Procura di Venezia che ha portato all’arresto di 34 persone.
L’ex assessore regionale alle Infrastrutture era tornato a casa, a Favaro, il 13 ottobre, in seguito all’accordo per il patteggiamento a 2 anni e 6 mesi tra Procura e Difesa. Quello stesso giorno il Gip Roberta Marchiori avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di scarcerazione per motivi di salute, decisione che è stata anticipata dal patteggiamento e che comunque sarebbe stata negativa. I periti del Gip infatti avevano scritto nella loro relazione che il carcere di Pisa era perfettamente attrezzato per curare Renato Chisso, il quale, dunque, poteva restare in carcere. Dopo 4 giorni passati a casa, ecco il ricovero all’Angelo e ora il ritorno nella sua abitazione di Favaro dove continuerà la terapia farmacologica. Intanto Chisso attende che si fissi la data dell’udienza per il patteggiamento. Il Gip Massimo Vicinanza, non ha ancora fissato l’udienza dove accetterà o meno il patteggiamento tra Chisso e la Procura e quello del segretario di Chisso, Enzo Casarin.

 

Il patron: «Tutti ci guardano con sospetto, costretti a cercare lavori all’estero»

Carmine Damiano: il danno all’ immagine dell’azienda è stato molto rilevante

PADOVA – La Mantovani, dopo aver girato pagina, presenta i conti a Piergiorgio Baita, l’ex ad che con le sue confessioni sui fondi neri creati a San Marino ha fatto scattare l’inchiesta Mose. Gli avvocati dell’azienda della famiglia Chiarotto hanno depositato nella sezione civile del tribunale di Venezia una richiesta di risarcimento esorbitante: 37 milioni di euro.

«Non so se Baita abbia tutti questi soldi, non mi pare così ricco e mi sono sorpreso quando ho visto la citazione, i conti li fanno gli avvocati e le sentenze le scrivono i giudici. E’ un atto dovuto» spiega Romeo Chiarotto «nei confronti di un manager infedele, che ha gravemente danneggiato l’immagine della Mantovani. A me interessa salvare i 1300 posti di lavoro, purtroppo quando partecipiamo ad una gara non ci vedono bene. Il settore delle grandi opere è in crisi, all’Expo di Milano stiamo costruendo la piastra che sarà la base su cui sorgeranno i 90 padiglioni: il cantiere ci è stato consegnato con un anno di ritardo e per rispettare la tabella di marcia si lavora giorno e notte, sabato e domenica. Ce la faremo».

Ma quei 37 milioni di risarcimento per i danni d’immagine e la «perdita di chance» come sono stati calcolati? Carmine Damiano, chairman della Mantovani, ripercorre tutte le tappe del nuovo corso: l’azione di responsabilità civile nei confronti di Baita è stata approvata dal Cda e dall’assemblea dei soci nel 2013 e conclude un percorso all’insegna della trasparenza. Prima tappa: l’acquisizione del 5% delle quote detenute dall’ex ad Baita, poi il nuovo Cda con il cambio della guardia e l’ingresso di Carmine Damiano, infine l’avvio dell’azione di responsabilità civile per ottenere il risarcimento per la pubblicità negativa e per gli appalti persi dalla Mantovani. Su quei 36,9 milioni di euro chiesti a Baita ci sono anche i 6 milioni di euro che l’azienda ha dovuto versare all’Agenzia delle entrate, dopo l’accertamento di evasione fiscale scoperto dalla Gdf. «Questa vicenda dei fondi neri creati da Baita a San Marino non mi va giù, gli azionisti non ne sapevano nulla, io firmavo i bilanci e basta. Cosa ne penso dello scandalo del Mose? Hanno infangato l’opera di ingegneria idraulica più importante del mondo. Noi non abbiamo corrotto nessuno né pagato tangenti, siamo vittime della spregiudicatezza di Baita, un eccellente manager, che ha fatto diventare grande la nostra azienda: lui ha fatto tutto di testa sua e sapeva che la Gdf ogni 3-4 anni controllava i nostri bilanci con un lavoro certosino perché restavano in azienda 2-3 mesi», spiega Romeo Chiarotto. E lo scandalo Mose? «Rispetto le sentenze, noi siamo entrati nel Consorzio Venezia Nuova nel 2003 con una piccola quota rilevata da Impregilo: noi e la Mazzi. Insomma, vent’anni dopo l’avvio della grande opera uscita dalla mente geniale di Giovanni Mazzacurati. Lo dico con orgoglio: i cassoni della bocca di porto di Treporti sono stati posati sul fondale alla perfezione, con una tolleranza di 3 mm. Tutti restano a bocca aperta, ci sono missioni ed esperti che arrivano da Cina, Indonesia, Kuwait in visita e non tollero che si «sputtani» un capolavoro di altissima tecnologia idraulica», dice Chiarotto. Il Mose tra un paio d’anni finirà, l’Expo di Milano pure: quali sono le prospettive della Mantovani? «Stiamo lavorando molto con l’estero, negli Emirati Arabi e nei paesi ad alto rischio sismico: le nostre tecnologie sono tra le migliori al mondo. E in Turchia, Cina, Corea, Venezuela, Portogallo e Grecia abbiamo ottime chance. A me preme una cosa sola: salvare i 1300 posti di lavoro e le loro famiglie e chiudere con l’incubo Baita».

Albino Salmaso

 

L’ATTACCO DI PIGOZZO (PD)

MEOLO «Perché Zaia non ha bloccato la gara? Cosa c’è sotto?». Il consigliere regionale del Pd, Bruno Pigozzo, torna a sollevare la questione della Via del Mare Meolo-Jesolo, per la cui realizzazione è tuttora in corso l’iter burocratico. «Gli scandali, l’arresto del suo assessore alle infrastrutture, i sindaci che invocano uno stop, le inchieste come quella di Report che rendono visibile a tutta l’Italia la necessità che sugli appalti in Veneto ci sia un rigoroso giro di vite: non so cosa debba accadere ancora per convincere Zaia e la giunta a sospendere la gara per la costruzione e la gestione della Via del Mare», attacca Pigozzo, «è dall’agosto scorso che rimane senza risposta una mia interrogazione rivolta al presidente Zaia nella quale chiedo di bloccare le procedure di assegnazione dell’opera. Anche nel giugno scorso ho fatto un secondo richiamo. Ma, analogamente alla lettera inviata dai sindaci del territorio interessato, da parte della Regione è chiaro che si va avanti per forza di inerzia». «Zaia non fa nulla per rendere trasparenti le cose», conclude il consigliere regionale Pd, «il presidente continua a fare finta di nulla».

(g.mon.)

 

MEOLO – Via del Mare: «Perché il Governatore Zaia non ha bloccato la gara? Cosa c’è sotto?» A chiederlo è il consigliere regionale del Pd Bruno Pigozzo all’indomani della Conferenza dei servizi per le opere complementari al casello autostradale, in cui i referenti della Regione hanno informato che la commissione incaricata sta valutando i project financing presentati, per decidere sul progetto di superstrada a pedaggio Meolo-Jesolo.

Gli scandali, le inchieste, l’arresto dell’assessore alle infrastrutture Chisso, i sindaci che chiedono di non realizzare la superstrada: «Non so cosa debba ancora accadere per convincere Zaia e la Giunta regionale a sospendere la gara per la costruzione e la gestione della Via del mare» esclama Pigozzo.

Già nell’agosto 2013, in un’interrogazione, il consigliere regionale del Pd aveva chiesto a Zaia di bloccare le procedure di assegnazione dell’opera, e l’aveva ribadito anche nel giugno scorso, senza ottenere alcuna risposta. «Zaia non fa nulla per rendere trasparenti le cose, visto che attorno a questa superstrada continuano ad essere presenti quelle ditte sulle quali continuano a gravare pesanti sospetti di corruzione. Eppure – conclude Pigozzo – il presidente, che ha in mano le deleghe su questa materia, continua a fare finta di nulla».

(E. Fur.)

 

Gazzettino – Mantovani presenta il conto a Baita

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27

ott

2014

SCANDALO MOSE, AZIONE DI RESPONSABILITÀ

La Mantovani presenta il conto a Piergiorgio Baita per lo scandalo Mose. Il gruppo inizia un’azione di responsabilità e chiede all’ingegnere un risarcimento di 37 milioni di euro per sanzioni fiscali, danno d’immagine e perdita di opportunità economiche. La replica: «Mai sottratto nulla, i fatturati sono cresciuti».

Danni d’immagine Mantovani chiede 37 milioni a Baita

MOSE – Azione di responsabilità dell’azienda contro l’ex presidente finito nel ciclone di false fatturazioni e tangenti

«Risarcisca 37 milioni di euro per sanzioni fiscali, danno d’immagine e perdita di opportunità economiche»

PADOVA – Passi per i 6 milioni di euro che la Mantovani dovette sborsare, circa un anno fa, per le imposte evase, le sanzioni fiscali e gli interessi maturati, a seguito dello scandalo delle false fatturazioni orchestrate dall’ingegnere Piergiorgio Baita. Ma gli altri 31 milioni di euro, tra danni d’immagine e appalti mancati, sono davvero una cifra imponente. Eppure che Romeo Chiarotto e i suoi figli prima o poi avrebbero presentato il conto al presidente della società, lo si sapeva da un pezzo. Si attendeva soltanto di conoscere il quantum. Adesso la cifra di 37 milioni è diventata di pubblico dominio, visto che una ventina di giorni fa Baita si è visto recapitare un atto di citazione da parte della Mantovani.

Da una parte il patriarca del gruppo padovano, dall’altra l’ingegnere brillante e capace – come un prestigiatore – di moltiplicare gli appalti, e quindi fatturati e guadagni della società. «Ma noi siamo parte lesa» ha sempre dichiarato Romeo Chiarotto da quando, nel marzo 2013, si spalancarono le porte del carcere per Baita. Lo aveva ripetuto anche a luglio dello stesso anno, quando le confessioni di Baita avevano fatto finire in carcere Giovanni Mazzacurati, il padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova. Lo ha ribadito lo scorso giugno, quando la retata della Finanza ha portato in galera una trentina di persone, per lo scandalo politico-giudiziario più grande che abbia colpito il Nordest.

Il 4 giugno gli investigatori della Finanza erano andati a perquisire anche le abitazioni del patron della Chiarotto e del figlio Giampaolo (entrambi nel cda del Consorzio Venezia Nuova), che però non sono mai stati indagati. Il 5 giugno l’ultraottantenne Romeo Chiarotto aveva dichiarato con una determinazione che già faceva presagire l’iniziativa giudiziaria di questi giorni. «Noi, come Mantovani e come famiglia, siamo completamente fuori dalle indagini. Lo dico perché nonostante tutto quello che abbiamo chiarito e anche pagato sulla nostra pelle, la Mantovani continua ad essere associata a dei corruttori. Ricordo che abbiamo reciso i contatti con l’ingegner Baita da un anno e mezzo. Del resto non sapevamo niente. Se avessi capito che si emettavano fatture da San Marino, l’avrei impedito. Era logico che prima o poi sarebbe emerso».

E riferendosi alle inchieste milanesi sull’Expo, dove la Mantovani ha acquisito un appalto di grande rilevanza, aveva aggiunto: «Il Gip di Milano ha parlato di un gruppo criminale ma non si riferiva a noi, ma ai filibustieri di cui si fidava Baita». Guerra aperta, anche perchè Mantovani aveva pagato 6 milioni di euro nel 2013 ed è impegnata a far lavorare 1500 persone, 400 nella Fip di Selvazzano (che realizza le cerniere del Mose), 400 nella Mantovani e 700 nei cantieri dell’Expo, dove si lavora in due turni di dieci ore al giorno, anche il sabato e la domenica.

Nella maxi-richiesta di risarcimento confluiscono tutti i tre filoni delle inchieste che ruotano attorno a Baita. Il primo è quello delle false fatturazioni (marzo 2013), il secondo quello dell attività del Consorzio Venezia Nuova e di Mazzacurati (luglio 2013), il terzo quello del Mose. Una parte dell’atto che introduce l’azione di responsabilità nei confronti di Baita, in quanto amministratore considerato infedele, si riferisce però a notizie giornalistiche. Lo sostiene Alessandro Rampinelli, il penalista che assiste Baita assieme al civilista Ruggero Sonino. «L’ingegner Baita esclude in modo categorico di aver mai creato o voluto creare danni alla Mantovani. Non ha mai sottratto nulla alla società. E ora, da dichiarazioni di Romeo Chiarotto, abbiamo anche la conferma che sotto la sua amministrazione i fatturati siano enormemente cresciuti».

La citazione calcola non solo i soldi sborsati con il Fisco, ma anche la perdita di opportunità imprenditoriali a causa delle inchieste riguardanti la gestione da parte di Baita. Ma soprattutto insiste sul danno di immagine per un gruppo di primo piano in Italia.

G. P.

 

Gazzettino – Vitalizio a Galan? No, anzi si’.

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25

ott

2014

Il presidente del Consiglio veneto cerca di spegnere il caso, ma la sua nota si rivela una conferma: per la legge l’ex governatore, una volta decaduto da deputato, potrà incassare l’assegno regionale

Giancarlo Galan, quando non sarà più parlamentare, percepirà il vitalizio della Regione per i suoi quindici anni di consigliere e governatore del Veneto, come peraltro ha fatto nei primi due mesi del 2013, prima di entrare a Montecitorio. Galan prenderà il vitalizio anche se ha patteggiato – anzi, proprio perché ha patteggiato – una pena di 2 anni e 10 mesi e una multa di 2,6 milioni di euro per lo scandalo del Mose. Lo dice – anche se forse l’intendimento era un altro – il presidente del consiglio regionale del Veneto, Clodovaldo Ruffato, che ieri, appresa della volontà del gruppo dell’Idv di sollevare un caso politico sulla vicenda, ha diffuso una nota “rasserenante”. Peccato che la stessa nota, pur densa di riferimenti di normativi, confermi la prossima futura erogazione del vitalizio. A meno che – mai dire mai – Ruffato, magari in applicazione dell’agognata autonomia del Veneto, non riesca a modificare la legge statale e il Codice penale e a stabilire che il patteggiamento equivale a una condanna. Perché la legge citata da Ruffato dice proprio questo: chi è «condannato in via definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione» non prende il vitalizio. Ma chi ha patteggiato? Era, del resto, il tema che intendeva sollevare l’Italia dei valori e che ieri ha effettivamente formalizzato con la presentazione di una interrogazione, ricordando di essere stato il primo gruppo in Veneto ad affrontare la questione dei vitalizi (ma sulla trasparenza anche Ruffato rivendica il primato: «È un cavallo di battaglia della mia presidenza in Consiglio»).

Comunque, ieri il capigruppo dell’Idv, Antonino Pipitone, ha chiesto di fare chiarezza: «La politica deve affrontare una seria riflessione sul fronte vitalizi-patteggiamento, magari modificando la legge attuale. E’ eticamente corretto che un politico, eletto per amministrare la cosa pubblica e che poi ha patteggiato una pena per accuse legate al proprio ruolo, possa godere del vitalizio, ottenuto proprio per il suo mandato elettivo? Magari inserendola nel dibattito sulla natura giuridica dell’istituto del patteggiamento – ha insistito Pipitone – ma la questione va affrontata. Secondo noi, il patteggiamento dovrebbe prevedere la perdita dei privilegi che spettano ai politici e dei ruoli istituzionali, a cominciare proprio dal vitalizio».

A stretto giro è arrivata la risposta di Ruffato. «Allo stato attuale nessun politico o consigliere coinvolto in pesanti vicende giudiziarie sta percependo un vitalizio regionale». Oggi. Ma domani? Ad esempio, se Giampietro Marchese, che per la vicenda del Mose ha patteggiato 11 mesi e 20mila euro e si è dimesso da consigliere regionale del Pd, chiedesse di riavere il vitalizio per i precedenti mandati – vitalizio che ha percepito anche nel 2013 prima di tornare a Palazzo Ferro Fini al posto di Andrea Causin – cosa gli si dirà? Ruffato cita la legge regionale 47/2012 e la legge statale 231/2012 che rimanda agli articoli 28 e 29 del Codice penale che escludono l’erogazione dell’assegno vitalizio a chi sia condannato in via definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione. Il punto è che su condanna e patteggiamento il giudizio etico non ha una equivalenza giuridica. Tant’è che i giuristi sulla questione danno interpretazioni opposte. È per questo che la “tranquillizzante” nota di Ruffato si rivela nei fatti una conferma.

Da registrare, infine, il battibecco a distanza tra il presidente del Ferro Fini e il capigruppo dell’Idv. Recita la nota di Ruffato: “Lavoriamo sulle leggi, sui fatti e sulle cose concrete che i cittadini veneti si attendono e non perdiamo tempo dietro ad argomenti che probabilmente servono per ottenere visibilità sui giornali, ma che non hanno alcun motivo politico di esistere. Soprattutto quando sono superati dai fatti e dalle leggi esistenti”.

Replica di Pipitone: “In quanto a ricerca di visibilità abbiamo solo da imparare. Per il resto, dal presidente del consiglio regionale, che di certo tutela tutti i gruppi (anche quelli piccoli e di opposizione), su patteggiamento e vitalizi attendiamo una risposta ufficiale alla nostra interrogazione che è stata depositata solo in tarda mattinata. Non che utilizzi le anticipazioni dei giornali per delle esternazioni”. Ma sul punto, Pipitone insiste: «Le questioni che abbiamo aperto non sono “perdite di tempo”. Sono argomenti molto seri. E gradiremmo una risposta ufficiale. Nello specifico, se Ruffato tira in ballo la legge regionale 47/2012, nessuno meglio di lui potrà spiegare che è il recepimento copia-incolla del decreto Monti, attuato al volo altrimenti Roma chiudeva alcuni rubinetti di stanziamento. Proprio questo è uno dei nostri quesiti. La legge Monti (e quindi la lr 47/2012 del Veneto) parlano di “condannato in via definitiva”. Ma chi ha patteggiato rientra in questo novero o no? Non abbiamo inoltre visto, all’indomani del 16 ottobre (udienze di accoglimento dei patteggiamenti), nessuna spiegazione ufficiale sul tema, mentre l’opinione pubblica continua a basarsi, per il vitalizio, sull’elenco apparso sul sito del Consiglio regionale il giorno dopo la nostra richiesta di trasparenza del 6 agosto. Secondo noi i veneti meritano chiarezza e trasparenza. E risposte ufficiali».

lda Vanzan

 

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