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L’INCHIESTA – Nel mirino le imprese “coinvolte”

I pm pronti a presentare il conto della corruzione: stimato in 80 milioni il giro delle mazzette

VENEZIA – Nel mirino l’illecito arricchimento favorito dalle tangenti dei manager

Mose, ora rischiano di pagare anche le aziende della “cricca”

MOSE – I cantieri delle dighe mobili alla bocca di porto di Malamocco all’estremo sud del Lido di Venezia

Inchiesta Mose: dalla retata alla stangata storica. Ora che alcuni degli indagati arrestati poco più di tre mesi fa si apprestano a patteggiare, magistrati e finanzieri si preparano ad aggredire un altro fronte. Quello non meno importante del ristoro delle tasche dei cittadini per anni saccheggiate dal sistema tangenti costruito dentro e fuori il Consorzio Venezia Nuova. È la fase due: il recupero dei soldi pubblici utilizzati o elargiti illecitamente. E per attuarla servono i conti. Milionari visto che la stima per difetto del totale del giro di denaro sporco, tra fondi neri e mazzette distribuite da Mazzacurati e compagni, sfiorerebbe la cifra stratosferica di 80 milioni di euro. È questo l’importo indicato nell’allegato alla richiesta di sequestro preventivo presentata dai pm titolari dei fascicoli sul Mose. Importo che non contrasta con i “soli” 9 milioni scritti nell’ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip Alberto Scaramuzza, lo scorso 31 maggio ed eseguita il 4 giugno, e proposti per il sequestro nei confronti dei presunti colpevoli in base alle rispettive disponibilità accertate scandagliando i conti e i patrimoni ufficialmente dichiarati.
Adesso quindi a tremare non sono più i singoli bensì le società coinvolte. L’orientamento della Procura veneziana è di procedere ai sensi del Decreto legislativo 231 del 2001. Esso sancisce il principio che in aggiunta alla responsabilità della persona fisica che realizza l’eventuale fatto illecito è prevista la responsabilità in sede penale dell’impresa per alcuni reati commessi nell’interesse o a vantaggio della stessa, da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione. Quindi, una volta definite le responsabilità in sede giudiziaria, a pagare e versare quanto dovuto all’Erario non saranno solo i vari Tomarelli, Morbiolo, Falconi, Boscolo Bacheto, Baita, Minutillo ma, se passerà la linea dei magistrati, a dover aprire il portafoglio saranno anche, e in misura assai più consistente, le società che quei manager rappresentavano: da Condotte a Coveco, da Sitmar Sub a Cooperativa San Martino e Coedmar, da Mantovani ad Adria Infrastrutture. Solo per fare alcuni nomi.
Il ragionamento del legislatore è semplice: hai alle dipendenze delle figure apicali che hanno compiuto reati per il tuo tornaconto? Se sì, tu società devi tirare fuori i soldi e risarcire. E serve a poco dichiarare che si è stati costretti a pagare obtorto collo dal “grande burattinaio” – così lo ha definito Paola Tonini, il Pm che lo ha incastrato – al secolo Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, che ha ideato e imposto ai soci il meccanismo della sovrafatturazione-retrocessione allo scopo di creare, dirottando parte dei finanziamenti statali, i fondi neri per le mazzette. Altrimenti non si poteva lavorare… si poteva però denunciare. Così come l’eventuale strategia di prendere le distanze dal dirigente additato quale “infedele”, in tale contesto apparirebbe poco credibile.
Le sanzioni pecuniarie previste sono alquanto pesanti e si calcolano sulla base degli importi che hanno generato l’illecito arricchimento e, si badi bene, non sulle somme evase. Infine, va sottolineato che tutte queste procedure non si sommano, ma procedono una dopo l’altra e si salderanno con quella di competenza della magistratura contabile, la Corte dei Conti, che dovrà contestare a tutti gli interessati – sulla base delle risultanze dell’indagine – il danno erariale. Danno che non dovrebbe essere solo quello patrimoniale causato dallo sperpero di denaro pubblico per mazzette, corruzione, consulenze inutili e spese folli e ingiustificate compiute dalla cosiddetta “cricca” del Mose. In ballo ci potrebbe essere pure il “danno all’immagine” causato dal discredito gettato sulla Pubblica amministrazione.

 

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

I “trucchi” dei pm per mantenere il segreto sui numeri intercettati

I vertici della Finanza volevano sapere, ma non tutto fu rivelato

L’ombra dei servizi e i telefoni “avvelenati” Il gioco dei magistrati

Alle 4 del mattino del 4 giugno 2014 la luce è già accesa in casa di Stefano Ancilotto. Il p.m. dell’inchiesta sul Mose è sveglio, ma non perché soffra di insonnia. Ed è presto anche per andare a correre. È stata una telefonata ad interrompergli il riposo. Sapeva che sarebbe stata una giornata campale quella di mercoledì 4 giugno, ma sperava che non cominciasse così presto. «Tengo il telefono acceso, comunque», aveva detto, ma era più scaramanzia che un eccesso di precauzione. Del resto era tutto pronto e sapeva che poteva fidarsi degli uomini con i quali aveva lavorato a stretto contatto di gomito per 4 anni. Dunque, perché preoccuparsi? Non c’è motivo – diceva a se stesso – ma anche senza motivo era meglio tenere il cellulare a portata di mano. Aveva imparato che nelle inchieste è meglio non abbassare mai la guardia. Mentre spegneva la luce, la sera prima, gli era venuto in mente di quante volte avevano dovuto giocare d’astuzia in questa inchiesta sul Mose. Come quando avevano fornito ai vertici della Finanza i numeri dei telefoni sotto intercettazione. Cos’era? Giugno 2010, quando era iniziata la verifica fiscale al Consorzio Venezia Nuova. Le Fiamme gialle avevano iniziato i controlli e il giorno dopo, guarda un po’, il generale Spaziante, il numero due della Guardia di finanza, aveva chiamato il generale Walter Manzon, il comandante di Venezia.
Il colonnello Nisi, che stava conducendo le indagini sul Mose, imbarazzato, aveva spiegato ai p.m. dell’indagine – Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini – che non sapeva come far fronte alle richieste dei superiori. Come faceva a dire di no a Manzon, da cui dipendeva gerarchicamente in linea diretta? E come faceva Manzon a dire di no a Spaziante?
I NUMERI “AVVELENATI” – «Bene, colonnello, perché non glieli diamo questi numeri di telefono? Se li vogliono, glieli diamo, siamo persone gentili, noi».
Nisi era rimasto interdetto. Aveva guardato Stefano Ancilotto con aria interrogativa.
«Solo che non forniamo tutti i numeri, ma solo alcuni, diciamo quelli più ovvi e non certo i telefoni intestati a Pinco Palla che però vengono utilizzati dagli indagati. Loro pensano di metterci nel sacco e invece vediamo se siamo più bravi noi. Stenda un elenco dettagliato di tutti i telefoni che abbiamo sotto controllo e poi vediamo».
Il foglio a quadretti era stato diviso in due, di qua i cellulari e i numeri di telefono fisso che potevano essere dati in pasto alle “spie” della Mantovani e del Consorzio Venezia Nuova, dall’altra i numeri che dovevano restare “coperti”. Ancilotto ne aveva aggiunto qualcuno nella colonna dei numeri “visibili”, che gli sembravano troppo pochi.
«Perché non dobbiamo sottovalutarli».
Il trucco aveva funzionato. Ancilotto lo aveva capito ascoltandoli al telefono mentre si prendevano gioco di lui, della sua inchiesta, dei suoi colleghi, della Procura di Venezia. «Una bella idea, quell’elenco di numeri avvelenati. Alla resa dei conti stanno lavorando per noi» – si era detto Ancilotto. Era abituato a queste partite a scacchi. Quando iniziava una inchiesta lui sapeva che doveva mettersi dalla parte dell’indagato per cercare di anticipare le mosse. Lo aveva imparato nel periodo in cui aveva fatto il praticantato come avvocato. E se non aveva mai perso un processo da p.m. era proprio perché giocava d’anticipo.
Del resto due dei tre pubblici ministeri di questa inchiesta sul Mose vengono dalle inchieste sulla criminalità organizzata e quindi se ne intendono di depistaggi e “spie”. Stefano Ancilotto fa parte della schiera dei “giudici ragazzini”, come li chiamò Cossiga, assunti dopo le stragi di Falcone e Borsellino e mandati in Sicilia a fare i conti con la mafia. Da quell’esperienza arriva Ancilotto. A Venezia aveva istruito il maxi processo contro intromettitori e motoscafisti del Tronchetto. Da sempre l’isola artificiale, che è la porta principale di ingresso del turismo organizzato a Venezia, è saldamente nelle mani della criminalità organizzata veneziana. Che ai vecchi tempi rispondeva a Felice Maniero, il genio del crimine del Nordest.
Il processo in cui Ancilotto era pubblico ministero si era chiuso nel 2009 con 17 condanne e 3 assoluzioni per un totale di 67 anni e 10 mesi di galera. Per alcuni imputati era scattata anche l’aggravante del metodo mafioso e quella era stata una grande vittoria proprio del p.m. Per la prima volta infatti a Venezia venivano applicate le aggravanti dell’utilizzo di metodi mafiosi. Poi arriverà un altro Tribunale, in Appello, a rimangiarsi la decisione del Tribunale di primo grado, ma per allora Ancilotto sarà già passato al settore della Procura che si occupa di pubblica amministrazione.
Anche Paola Tonini è un p.m. che ha avuto a che fare con la criminalità organizzata. E proprio con la banda del Brenta di Felice Maniero. Centinaia di malavitosi erano finiti in galera nel 1995 dopo le confessioni di Faccia d’angelo, ma i processi sarebbero durati altri 10 anni e poi, anche processati e condannati, molti malavitosi erano tornati al lavoro di sempre, l’unico che sapevano fare. Molti erano finiti sotto la scure di Paola Tonini.
E sia Ancilotto che Paola Tonini nei giorni immediatamente precedenti al 4 giugno 2014 quante volte avranno pensato che era stata fino alla fine una indagine lunga e difficile, questa sul Mose. Una indagine con troppi personaggi eccellenti e con troppi funzionari dello Stato corrotti. E, dunque, nemmeno gli arresti potevano filare via lisci. Ecco perché la mattinata di lavoro del p.m, Stefano Ancilotto comincia nel cuore della notte. Poco dopo le 3, quando i 200 uomini messi in campo per il blitz che avrebbe portato in galera 34 persone, inizia a prendere la sua fisionomia, ecco a Padova il primo intoppo.
I SERVIZI SEGRETI – I finanzieri che erano andati a perquisire la sede dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna, cioè i servizi segreti, si erano trovati di fronte a qualche problema. «Non potete entrare. Non potete fare alcuna perquisizione. Questi sono uffici dei Servizi di sicurezza italiani». I finanzieri non si erano lasciato intimidire. Avevano chiamato Stefano Ancilotto. «Non vi muovete. Vi richiamo».
«Guardi che questo sta invocando il segreto di Stato».
Ancilotto si era consultato con Carlo Nordio, il procuratore aggiunto di Venezia. Nordio è un veterano delle inchieste sulle mazzette, visto che faceva parte del pool di magistrati che nel 1992 aveva condotto le indagini sulla tangentopoli veneta. Alto, flemmatico, un magistrato che sembra preso di sana pianta dalle aule del Regno Unito di Sua Maestà, Nordio aveva preso il telefono. A Roma erano rimasti di sasso e il funzionario del Servizi segreti che era stato buttato giù dal letto aveva chiesto tempo. «D’accordo, però noi la perquisizione la dobbiamo fare» – gli aveva detto Nordio. Nordio era stato diplomatico, ma fermissimo ed aveva fatto capire chiaramente che la Procura di Venezia non si sarebbe fermata. E se a qualcuno fosse saltato in mente sul serio di utilizzare il segreto di Stato, forse era meglio che fosse cosciente che si esponeva al ridicolo. Il giorno dopo i quotidiani e le televisioni di tutto il mondo si sarebbero riempiti di articoli sulla corruzione, ma anche sulle connivenze dello Stato. Che copre i ladri. Come si fa ad invocare il segreto di Stato in un caso evidente di tangenti e di corruzione? L’abilità diplomatica e la fermezza di Carlo Nordio avevano risolto il problema. Ma perché i Servizi?

LA PAURA DI ESSERE SPIATI – Nemmeno un fascicolo lasciato in ufficio e niente mail

È stata una inchiesta “monitorata”, cioè “spiata” fin dall’inizio questa sul Mose. Ecco perchè ad un certo punto i tre p.m. decidono tutti insieme di non lasciare i fascicoli in ufficio. Se li erano divisi e ogni sera se li portavano a casa. Perchè sapevano di essere spiati. E allora, meglio evitare guai, no? – si erano detti i tre p.m. dell’inchiesta Mose.
Negli uffici della Procura del resto c’è un via vai continuo e comunque i Servizi certo non hanno problemi ad entrare e a fare razzia. E magari a rimettere tutto a posto, senza lasciare traccia. C’è un veneziano che lavora per loro. È in grado di aprire qualsiasi porta e di rinchiuderla senza lasciare tracce. Fa Giorgio di nome ed è un genio delle casseforti. Gira il mondo a studiare tutte le chiusure possibili ed immaginabili e nessuna porta gli ha mai resistito.
«È solo una questione di tempo – dice – una serratura mi può resistere per un minuto o per un’ora, ma prima o poi… Era stato contattato sia dalla banda di Felice Maniero sia da quella dei grandi ladri veneziani capeggiati da Vincenzo Pipino, ma aveva detto di no. Solo che ai Servizi segreti non poteva rifiutare un favore. E chissà se qualcuno dei Servizi segreti lo ha contattato anche stavolta, per il caso Mose. Comunque, meglio non rischiare. Comunque, meglio esagerare in precauzioni. Non si sa mai.
E così gli incontri tra i magistrati del pool Mose avvengono in corridoio o in giardino. Fanno quattro passi insieme, sotto la Procura, e parlano fitto. Si scambiano opinioni, prendono accordi, si dividono il lavoro da fare. Lontani da orecchie indiscrete.
«E per mesi e mesi abbiamo smesso di utilizzare l’e-mail e anche di parlare al telefono».

 

LE TRE TOGHE – L’estroverso, la Lady di ferro e il “ragazzino”

Uno è estroverso e pronto alla battuta – Stefano Ancilotto – l’altra è introversa, con un carattere di ferro – Paola Tonini; il terzo – Stefano Buccini – affiancato ad inchiesta già iniziata, è il più giovane. Sono i magistrati della procura di Venezia protagonisti di questa inchiesta giudiziaria (coordinata dal procuratore Luigi Delpino e dal procuratore aggiunto Carlo Nordio). Hanno lavorato con il colonnello della Guardia di finanza Renzo Nisi, un uomo rimasto sempre in ombra, ma senza di lui l’inchiesta non sarebbe mai arrivata da nessuna parte. I quattro “eroi” di questa storia hanno caratteri e profili professionali diversi, ma hanno lavorato come una squadra, riuscendo a portare alla luce uno scandalo di tangenti senza precedenti.

 

9 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24, 30, 31 agosto e il 6 settembre)

 

In campo anche un pool di principi del foro

PERQUISIZIONE – A caccia di informazioni nella sede degli 007. Interviene Carlo Nordio

In campo non ci sono solo i migliori p.m., ma anche i migliori avvocati. L’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, si è affidato agli avvocati Franchini e Ghedini. Nicolò Ghedini è famoso per aver difeso, peraltro con alterne sfortune, Berlusconi. Antonio Franchini invece è semplicemente riconosciuto come il più bravo di tutti. Dal suo studio esce anche Alessandro Rampinelli, giovane e bravissimo, che difende Piergiorgio Baita. Poi c’è Giovanni Battista Muscari Tomaioli, un mago del codice penale, che è il legale di Giovanni Mazzacurati assieme all’avv. Biagini. L’ex assessore regionale, Renato Chisso, si è affidato ad Antonio Forza, un vecchio lupo delle aule giudiziarie, abilissimo anche nel costruire indagini difensive per smontare le tesi dell’accusa. L’ex segretaria ed attuale grande accusatrice di Galan, Claudia Minutillo, si è affidata all’avvocato Carlo Augenti di Padova, un professionista che ha mostrato grandi doti anche nei processi contro la Mala del Brenta. Da non dimenticare, anche se difende un imputato minore, Emanuele Fragasso Junior, il legale dell’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, che è anche il professore universitario che ha formato buona parte degli avvocati e dei giudici che si occupano di Mose. Fra i grandi avvocati del caso Mose infine c’è il romano Franco Coppi, legale dell’ex europarlamentare Lia Sartori.

 

Per l’ex ministro. Entro ottobre l’archiviazione o la richiesta al Senato

VENEZIA – Su una “corsia riservata” dell’inchiesta Mose sta viaggiando l’ex ministro Altero Matteoli. Le imputazioni a suo carico sono al vaglio del Tribunale dei ministri, che accomuna le funzioni della Procura e del Gip. Questo Tribunale si prepara ad ascoltare (forse per rogatoria) Giovanni Mazzacurati, che è negli Usa, in quanto i legali di Matteoli hanno già chiesto l’incidente probatorio. L’iter dovrebbe chiudersi entro ottobre, con l’archiviazione o la richiesta di autorizzazione a procedere al Senato, dove Matteoli presiede la commissione Lavori pubblici. L’ex ministro del governo Berlusconi è accusato di aver partecipato alla «grande spartizione» attraverso un’impresa romana di suo riferimento, infilata di forza nei lavori del Mose. Anzi due imprese, perché la prima non è stata ai patti e l’ha sostituita. Salvo litigare anche con la seconda e imporre di nuovo la prima. È toccato alla Mantovani tenersi questi scomodi compagni di banco. Ecco come ha ricostruito la vicenda l’ingegner Piergiorgio Baita nell’interrogatorio del 17 giugno 2013 davanti ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. D. Sappiamo che la Mantovani aveva rapporti poco chiari con l’imprenditore romano Erasmo Cinque e la sua società So.Co.Stra.Mo. R. La costante è il legame tra Erasmo Cinque e il ministro Altero Matteoli. D. All’epoca ministro delle Infrastrutture? R. No, dell’Ambiente. Stiamo parlando del 2003-04. È lui che dà il via al cosiddetto “protocollo Marghera” che prevedeva un patteggiamento ambientale con i proprietari delle aree contaminate. Pagando una quota proporzionale all’estensione dell’area, il proprietario veniva sollevato dai danni ambientali e il Ministero avrebbe proceduto alla messa in sicurezza delle aree. I proprietari erano un’ottantina ma le maggiori transazioni hanno riguardato Edison, Eni ed Enel. Parliamo di oltre 600 milioni pagati per la bonifica. Dovendo spendere questi soldi, il Ministero ha prospettato all’ingegner Mazzacurati, che poi ce ne ha riferito, la possibilità di affidarli al Consorzio Venezia Nuova. D. Scusi, in che modo? R. I proprietari delle aree pagano, i soldi confluiscono sul conto del Ministero che li può spendere in due modi: mettendo in gara i lavori oppure, come ha fatto, inserendo questi fondi come lavori aggiuntivi del Cvn. Quindi senza bisogno di fare gare. A condizione però che i lavori venissero affidati alla So.Co.Stra.Mo di Erasmo Cinque. Ma c’era un problema. D. Quale? R. L’impresa di Cinque non era socia del Consorzio e non poteva essere direttamente assegnataria. Pertanto i lavori sono stati assegnati a Frisia Impregilo, cui noi siamo subentrati, con il vincolo di subappaltarli a Erasmo Cinque. Noi abbiamo preso Cinque in Ati, perché Mantovani ha i requisiti per fare la bonifica, Erasmo Cinque non ha niente. Poi Cinque ci ha risubappaltato la sua parte dei lavori, in cambio di una percentuale tra 6,5-7%. D. Cioè, la ditta di Cinque prende i lavori e poi ve li ridà perché non è in grado di farli? R. Proprio così. Poi Matteoli diventa ministro delle Infrastrutture e deve aver litigato con Cinque perché ci presenta Gualtiero Masini della Teseco, che si propone di liberare il Consorzio da Cinque. D. O meglio di eliminare la tangente del 6% perché voi non lo vedevate mai. R. No no, di eliminare Cinque, non la tangente. Quella rimane. Arriva Masini e si propone di fare un progetto – che a proposito di cartiere è veramente un capolavoro – di lavaggio terra a Marghera. Il progetto è un fascicolo colorato, del valore di circa 8 milioni di euro. Naturalmente, in cambio di questo non c’è più bisogno di dare lavoro a Erasmo Cinque. Così il Consorzio, invece di dare i lavori a Cinque, dà l’incarico a Teseco di fare questo progetto per 7 milioni e mezzo. L’incarico lo dà Thetis. Solo che Masini probabilmente… non gira tutto quello che deve girare, perché dopo un po’ Matteoli si fa di nuovo vivo. D. Si fa vivo con chi? R. Con Mazzacurati, è l’unico che ha rapporti diretti con Matteoli. E dice che bisogna riprendere Erasmo Cinque. Così avviene e ripartiamo con il meccanismo fino al 2010-2011. D. La cosa inizia nel 2003? R. Sì, con Erasmo Cinque, in una prima fase attraverso Fisia Impregilo, fino al 2005-2006. Dopo c’è un periodo in cui c’è Masini e non c’è Erasmo Cinque, non si fanno lavori ma tanti bei progetti. D. Tipo quelli della Bmc di San Marino, chiaramente… R. Sì, un po’ più colorati. D. A fronte di queste prestazioni voi pagate? R. Il Consorzio paga 7 milioni e mezzo. D. Consorzio o Mantovani? R. Thetis, su incarico del Consorzio, paga questi 7 milioni e mezzo, pensando che i lavori sarebbero scaturiti. Invece il progetto, essendo solo carta colorata, non si è mai tradotto in lavori. Poi Mazzacurati mi richiama, mi fa rincontrare Erasmo Cinque e riprendiamo il discorso senza più Fisia. D. Ma sempre con il 6%? R. Era diventato 7,5%. C’è stato un aggravio perché il Consorzio doveva recuperare i 7 milioni e mezzo nel frattempo pagati per niente a Masini.

Renzo Mazzaro

 

SPECIALE MOSE

Un fiume di denaro per “comprare” i vertici del Magistrato alle acque

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

L’EURODEPUTATA – Lia Sartori, finanziamenti illeciti per 225mila euro

LE CONTESTAZIONI – Alla donna di ferro uno “stipendio” annuale di circa 400mila euro

Secondo l’accusa centinaia di migliaia di euro a Maria Giovanna Piva, Patrizio Cuccioletta e all’ex giudice Vittorio Giuseppone per mettersi a disposizione del Consorzio Venezia Nuova

È agli arresti domiciliari dal 2 luglio, dopo la decadenza da europarlamentare. Lia Sartori, 67 anni, vicentina, esponente di spicco di Forza Italia, già presidente del Consiglio regionale del Veneto, è accusata di finanziamento illecito per aver ricevuto nel 2009 un contributo elettorale di 25mila euro da parte del Consorzio Venezia Nuova, soldi provenienti da false fatturazioni, e formalmente corrisposta dal Co.Ve.Co; nonché di altri contributi pari a 200mila euro, di cui 50mila a lei consegnati personalmente da Mazzacurati il 6 maggio 2010.
La Sartori respinge ogni addebito e annuncia di volersi difendere con ogni mezzo, «affinché la propria immagine pubblica e privata rimanga specchiata».

 

Quel fiume di denaro per “comprare” i vertici del Magistrato acque

I FAVORI – Al manager romano un aereo privato dal Cvn per andare al convegno

Il loro compito era quello di controllare i lavori per la realizzazione del Mose: invece, secondo la Procura, avrebbero svenduto la propria carica, mettendosi a disposizione del Consorzio Venezia Nuova in cambio di denaro. Sotto accusa sono finiti due presidenti succedutisi al vertice del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, nonché un giudice all’epoca in servizio alla sezione controllo della Corte dei conti del Veneto, Vittorio Giuseppone.
Maria Giovanna Piva aveva fama di essere una donna di ferro, tutta d’un pezzo; dura e inflessibile. Ora è accusata di corruzione in relazione all’attività svolta dal 26 luglio del 2001 al 30 settembre del 2008. La procura le contesta di aver ricevuto uno “stipendio” annuale di circa 400mila euro (di cui 200 versati da Baita), nonché di aver avuto l’incarico di collaudaure alcune opere dell’ospedale di Mestre, ricevendo compensi per complessivi 327mila euro. Le somme illecite sarebbero state percepite dal 2006 al 2012 in cambio di atti contrari a doveri d’ufficio. In particolare alla dottoressa Piva viene contestato di aver delegato Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose per conto del Consorzio Venezia Nuova, e altri dipendenti del Cvn, alla predisposizione formale e sostanziale di atti del Magistrato alle acque, omettendo la dovuta vigilanza, e operandosi per accelerare l’iter di approvazione dei vari interventi. Come dire che il controllato predisponeva i documenti che il controllore doveva poi firmare.
L’ex presidente del Magistrato alle acque respinge con decisione ogni addebito e, nel corso dell’interrogatorio successivo all’arresto, dichiara che nel corso della sua attività si era messa in posizione di forte contrasto con il Consorzio Venezia Nuova, in particolare per quanto riguarda la scelta relativa alle “cerniere” delle paratie mobili: potrebbe essere questo il motivo del suo coinvolgimento nell’inchiesta. Una sorta di ritorsione, insomma. A puntare il dito contro di lei vi è, però, anche la confessione resa dal successore, Patrizio Cuccioletta, il quale ha raccontato ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini che Giovanni Mazzacurati gli disse di aver pagato anche la Piva. Dopo 20 giorni di carcere, dal 23 giugno, la lady di ferro è agli arresti domiciliari E il 3 settembre è tornata in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva.
Romano, in pensione da tre anni, Patrizio Cuccioletta, è accusato di corruzione in relazione all’attività svolta dal 1 ottobre del 2008 al 31 ottobre del 2011 al Magistrato alle acque. La Procura lo accusa di aver percepito uno “stipendio annuale” di circa 400mila euro (di cui 200mila versato pro quota da Baita); di aver incassato una ulteriore somma di 500mila euro, versata tra il 10 dicembre 2012 e il 15 gennaio 2013 su un conto estero intestato alla moglie; di aver procurato un contratto di collaborazione a progetto con il Cvn per la figlia Flavia, dal 12 settembre 2007 all’11 settembre 2008 per un importo di 27.600 euro. Successivamente la figlia fu assunta da Thetis spa, società vicina al Consorzio. Inoltre gli viene contestato di aver procurato nel 2012, al fratello Paolo Cuccioletta, un contratto di 38mila euro tramite Co.Ve.Co, pagato con fondi del Cvn, nonché di aver beneficiato personalmente, o attraverso i familiari di pranzi e alloggi in ristoranti e alberghi di lusso, oltre a voli con aerei privati. I presunti pagamenti illeciti sarebbero proseguiti dal 2007 al 2013.
I legami tra Cvn e Cuccioletta erano così stretti che, pur di consentire al presidente del Magistrato alle acque di partecipare ad un convegno, Mazzacurati gli mise a disposizione un aereo privato per andare a Venezia e tornare la sera stessa a Malaga (dove si trovava in vacanza) al modico costo di oltre 20 mila euro.
Arrestato nel blitz del 4 giugno, Cuccioletta resiste poco: dopo 12 giorni ammette tutto davanti agli inquirenti: «Quando tornai a Venezia nel 2008 a ricoprire il ruolo di Presidente del Magistrato alle acque di Venezia, l’ing. Mazzacurati mi disse che mi avrebbe corrisposto una somma di circa 200 mila euro all’anno e che alla fine del mio mandato mi avrebbe consegnato un riconoscimento finale ammontante ad alcuni milioni di euro».
Nel verbale del 16 giugno incastra Luigi Neri e Federico Sutto, i due “postini” di Mazzacurati, gli uomini che il presidente del Cvn utilizzava spesso per la consegna delle mazzette e che finora si sono trincerati dietro il più assoluto silenzio. «Io imbarazzato accettai quanto promessomi e fin da subito iniziai a ricevere un paio di consegne di denaro all’anno effettuate dai più stretti collaboratori di Mazzacurati. Ricordo in particolare che presso la mia abitazione si recarono tre volte il signor Neri tra il 2008 e il 2009 e successivamente il dottor Sutto tra il 2010 e il 2011, portandomi in contanti le somme promesse».
Il racconto di Cuccioletta non è finito: «Dopo il mio pensionamento ricevetti su un conto estero l’accreditamento di somme per quasi 500 mila euro… Tale somma rappresenta il riconoscimento finale promessomi dal Mazzacurati… ammetto di aver ricevuto dal Mazzacurati altri favori quali il pagamento di cene, vacanze e di aver sollecitato a quest’ultimo incarichi a mio fratello Paolo e l’assunzione di mia figlia».
In cambio il Magistrato alle acque non creava mai problemi al Cvn: «non ricordo del respingimento di riserve presentate dal Consorzio», ha precisato Cuccioletta.
Del suo predecessore, la dottoressa Piva, aggiunge che Mazzacurati si adoperò per farle avere «importanti collaudi di opere pubbliche». Ma aggiunge che tra i due ci fu un violento scontro in relazione alla questione tecnica delle “cerniere” del Mose a seguito del quale Mazzacurati chiese «la sostituzione della Piva e la mia nomina». Versione che coincide con quella fornita ai magistrati dalla stessa Piva.
In questo filone, assieme ai due ex presidenti del Magistrato alle acque, risultano indagati anche Mazzacurati e i suoi più stretti collaboratori, Luciano Neri e Federico Sutto; l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, consigliere di Cvn, Piergiorgio Baita (Mantovani) e il responsabile amministrativo della sua società, Nicolò Buson; Stefano Tomarelli (Condotte), Pio Savioli (direttivo del Cvn), Gianfranco Boscolo Contadin, Mario e Stefano Boscolo Bacheto (Coop San Martino), Nicola Falconi (Bo.Sca), Andrea Rismondo (Selc Sc), Maria Teresa Brotto (responsabile progettazione Mose)
Il terzo pubblico ufficiale accusato di corruzione è il romano Vittorio Giuseppone, un magistrato in servizio fino al 2013, prima alla Corte dei conti di Venezia, sezione controllo, e poi passato alla sezione centrale di Roma. La Procura gli contesta di aver percepito, tra il 2000 e il 2008, uno “stipendio” annuale oscillante tra 300mila e 400mila euro consegnati con cadenza semestrale, nonché di aver ricevuto non meno di 600mila euro tra 2005 e 2006: il tutto per accelerare le registrazioni delle convenzioni da cui dipendeva l’erogazione dei finanziamenti concessi al Mose e ammorbidire i controlli di competenza della Corte sui bilanci e gli impieghi delle somme erogate al Cvn. Giuseppone, in pensione da più di un anno, è tornato in libertà a metà agosto. In questo filone risultano indagati anche Mazzacurati e il suo collaboratore Luciano Neri; l’imprenditore Alessandro Mazzi, Piergiorgio Baita (Mantovani) e il responsabile amministrativo della sua società, Nicolò Buson, Stefano Tomarelli (Condotte), Pio Savioli (direttivo del Cvn), Gianfranco Boscolo Contadin, Mario e Stefano Boscolo Bacheto (Coop San Martino).

8 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24, 30, 31 agosto)

 

MOSE – I PROBLEMI DEL SISTEMA

Mi riferisco all’intervento di Antonio Gesualdi, il 30 agosto scorso, relativo al Mose. Sono un ingegnere in pensione della Snamprogetti-Saipem, società ben note anche nel mondo offshore, che per una decina di anni si è occupato delle problematiche offshore e quindi con qualche competenza in materia. Sarebbe utile che questo signore andasse a leggersi la relazione che una società di modellistica francese ha stilato anni fa su invito – se non ricordo male – dell’allora sindaco Cacciari, nella quale vengono rilevate alcune criticità del sistema, quali ad esempio il fatto che le paratoie si sollevino contro il verso della marea, la possibilità che in alcune condizioni di frequenza dell’onda possano entrare in risonanza con problemi sul dimensionamento delle cerniere, e così via. Questo giusto per dire che non è tutto così scontato come sembra di capire dal citato intervento.

Giovanni Zanon

 

GIAMPIETRO MARCHESE – Soldi anche al Pd, tramite il consorzio Coveco

Il 4 giugno finisce in carcere, poco meno di due mesi più tardi, pur continuando a respingere ogni accusa, concorda con la procura il patteggiamento di 11 mesi di reclusione. Giampietro Marchese, 56 anni, già consigliere regionale, a lungo segretario organizzativo del Pd e ancora nel consiglio di amministrazione della Fondazione Rinascita 2007 che amministra e possiede una settantina di immobili del vecchio Pci per un valore vicino ai 3 milioni di euro, è accusato di finanziamento illecito per un contributo di 58mila euro ricevuto nella campagna elettorale del 2010, formalmente versato da Co.Ve.Co (33mila) e da società Selc Sc (25mila); in realtà messi a disposizione da Cvn attraverso false fatturazioni. La Procura gli contesta poi altri finanziamenti di 4-500mila euro, nonché un’assunzione fittizia alla società Eit, per un ammontare di 35mila euro.
L’interrogatorio a seguito del quale gli vengono revocati gli arresti domiciliari, a fine luglio, viene considerato dalla Procura un tassello importante per l’inchiesta: la prova che i contributi agli esponenti politici sono finiti per anni non soltanto a chi stava al governo della Regione, ma anche all’opposizione. E, dunque, un importante riscontro a quanto raccontato finora dai principali accusatori. Ciò anche se le ammissioni di Marchese sono soltanto parziali: da un lato sostiene che i 58mila euro ricevuti “in bianco” dal Coveco sono regolari. Dall’altro, per quanto riguarda i finanziamenti “in nero”, precisa di aver ricevuto solo 150mila euro da Pio Savioli (ovvero dal Coveco, la componente “rossa” del Consorzio Venezia Nuova) a fine campagna elettorale 2010 per coprire le spese effettuate in eccesso, negando di aver mai ricevuto soldi da Mazzacurati.

 

 

Cestrone attacca la regione

Una macchina del fango attivata da qualcuno in Regione per screditarlo e per punirlo della sua presa di posizione contro il nuovo ospedale a Padova Ovest a cui un tempo era favorevole. Questo, per lui, è la divulgazione «da parte di un organo regionale» del documento della Corte dei Conti relativo all’inchiesta sull’appalto ristorazione alla Serenissima; inchiesta che lo vede coinvolto insieme ad altri 40 tra manager e dirigenti della sanità veneta. Il trevigiano Adriano Cestrone, ex potentissimo direttore generale dell’azienda ospedaliera di Padova (dal 2003 al 2012), conosciuto anche nel Veneziano in quanto responsabile delle attività della clinica privata Torre Eva, sul Terraglio, e direttore sanitario della casa di cura Rizzola di San Donà, ieri mattina ha sparato ad alzo zero. Lo ha fatto nella sala Rossini del Pedrocchi, a Padova, in occasione di una conferenza stampa convocata per spiegare «perché oggi sono contrario al nuovo ospedale di Padova a Padova Ovest». Ed eccola la spiegazione: contrario a Padova Ovest perché a rischio tangenti essendo le società coinvolte nel finanziamento e nella progettazione del nuovo ospedale le stesse del Mose. «Parlare di un project predisposto da alcune persone, coinvolte nello scandalo Mose, è moralmente e politicamente improponibile e per me inaccettabile», ha detto. Prima di arrivare al Mose, Cestrone ha voluto soffermarsi sull’altra inchiesta, quella della Corte dei Conti che contesta a 40 persone un presunto danno erariale da 12 milioni, la cifra spesa da Usl 16, Azienda ospedaliera e Iov per affidare l’appalto ristorazione alla Serenissima, colosso vicentino di Mario Putin, vicino a Giancarlo Galan. Cestrone l’ha scoperto dai giornali mentre era in vacanza. Una tegola che gli è arrivata a distanza di appena un mese da un’altra notizia: quella secondo cui il governatore Luca Zaia sta valutando contro di lui una causa per i possibili danni provocati dall’interruzione del progetto per il nuovo ospedale a Padova Ovest. Per l’ex dg le due cose sono collegate: «Sono profondamente disgustato e amareggiato».

(s.t.)

 

Oltre all’ex presidente del Magistrato alle Acque, scarcerati anche Manganaro, Dal Borgo e Cicero

Marchese del Pd figura tra la decina di indagati che patteggeranno la pena nell’udienza del 16 ottobre.

VENEZIA È tornata ieri in libertà per scadenza dei termini cautelari Maria Giovanna Piva, ex presidente del Magistrato alle Acque di Venezia, accusata di corruzione e agli arresti domiciliari dopo essere finita in carcere il 4 giugno scorso nel corso della maxi inchiesta della Guardia di finanza sulla Tangentopoli legata al Mose. La Piva è accusata di aver ricevuto pagamenti illeciti per centinaia di migliaia di euro: l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova parlò ai pm di un vero e proprio “stipendio” di 400 mila euro. E sempre ieri è finita la custodia preventiva anche per altri tre indagati che si trovavano da tempo ai domiciliari. Si tratta di Vincenzo Manganaro, Luigi Dal Borgo, e Alessandro Cicero, accusati di millantato credito, tornati a loro volta in libertà. Restano invece ancora in carcere sia l’ex governatore Giancarlo Galan, recluso ad Opera e per il quale i termini di custodia scadono a fine ottobre, sia il suo ex assessore Renato Chisso, per il quale la Cassazione ha fissato al 25 settembre la trattazione del ricorso per la remissione in libertà. Infine il capitolo dei patteggiamenti, già accordati per una decina di indagati – tra questi l’ex consigliere regionale Pd Giampietro Marchese – e per i quali l’udienza è stata fissata al 16 ottobre prossimo. Con la fissazione del processo con rito immediato, che si aprirà il prossimo 4 novembre davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano, sono stati invece automaticamente prorogati i termini di custodia cautelare, che altrimenti sarebbero scaduti ieri, per l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante e per l’ex Ad di Palladio Finanziaria Marco Meneguzzo, che è ai domicilari). Nei loro confronti e anche nei confronti di Marco Milanese, ex parlamentare del Pdl ed ex braccio destro di Giulio Tremonti in carcere dal 4 luglio (è stato arrestato un mese dopo gli altri), i pm milanesi Luigi Orsi e Roberto Pellicano, titolari del filone di inchiesta trasmesso lo scorso giugno per competenza nel capoluogo lombardo dai magistrati veneti, pochi giorni fa hanno chiesto il giudizio immeditato. Richiesta che è stata accolta dal gip Natalia Imarisio. Al centro di questa tranche di indagine ci sono due episodi di corruzione. In uno, secondo l’accusa, Milanese, sarebbe stato il destinatario di una mazzetta da 500 mila euro che il Consorzio Venezia Nuova gli avrebbe fatto avere tramite Meneguzzo. Il secondo episodio contestato ha al centro un’altra presunta mazzetta da 500 mila euro che sarebbe stata versata sempre da Mazzacurati e sempre tramite Meneguzzo, per corrompere Spaziante in merito a verifiche fiscali.

 

Gazzettino – Mose, processi entro 50 giorni

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3

set

2014

L’INCHIESTA – Mose, il 16 ottobre prima udienza. In aula 10 indagati

L’INCHIESTA – Udienza preliminare fissata il 16 ottobre, dieci imputati intenzionati a patteggiare

Oggi scadono i termini di custodia: libera l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva

C’è chi sarà giudicato col rito immediato, e sarà questione di settimane; chi è pronto a patteggiare, e la prima udienza, per questo, è già stata fissata per il 16 ottobre; e chi affronterà il processo normale, ma anche in questo caso sarà questione di qualche mese, non di più. Si tirano le fila, in questa ripresa dell’attiva giudiziaria dopo la pausa estiva, nell’inchiesta sul Mose – Consorzio Venezia Nuova. La Procura, con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, punta a stringere i tempi. E la prima novità è l’udienza preliminare che il presidente Giuliana Galasso ha fissato in questi giorni per chi ha chiesto di patteggiare la pena.
Il 16 ottobre davanti al giudice dell’indagine preliminare compariranno ben dieci indagati, tutti con un accordo già trovato con la Procura. Pene attorno a uno, due anni, in molti casi con sostanziose somme di denaro da versare. Nella lista si sono la coordinatrice del Mose, Maria Teresa Brotto, il presidente del Coveco, Franco Morbiolo, l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani, Cristiano Cortella, nonché quello del fondo “Neri”, Luciano Neri. E ancora l’ex consigliere regionale Pd, Giampietro Marchese, quel Gino Chiarini che finse di essere un procuratore, Manuele Marazzi, referente di Baita, gli imprenditori Mario Boscolo Bacheto, Dante e Gianfranco Boscolo Contadin. Fin qui i convocati del 16 ottobre. Ma altri potrebbero seguire la stessa strada, a cominciare dall’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, che aveva chiesto di patteggiare subito dopo l’interrogatorio-confessione.
Oggi intanto scadono i primi termini di custodia per una serie di imputati, essendo passati tre mesi dal blitz del 4 giugno scorso. É il caso dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, accusata di corruzione, a cui saranno revocati gli arresti domiciliari, così come dei tre romani accusati di millantato credito, Vincenzo Manganaro, Alessandro Cicero e Luigi Dal Borgo. Per la corruzione, la norma in materia di carcerazione preventiva è stata modificata nell’ottobre del 2012, quando la soglia è stata alzata da 3 a 6 mesi. Quindi se è pacifico che la Piva, a cui vengono contestati fatti antecedenti al 2012, torni libera, più dubbio è il caso di altri imputati. Ad esempio, la difesa di Enzo Casarin, l’ex segretario di Renato Chisso, sostiene che le accuse si fermano a prima dell’entrata in vigore della nuova legge. E per questo ha presentato richiesta di scarcerazione. Per Chisso, che invece ha contestazioni anche recenti, i difensori attendono gli esiti di alcuni esami medici con l’obiettivo di chiedere una scarcerazione per motivi di salute.
Tra chi resta in carcere, perché ci è entrato più tardi, c’è Giancarlo Galan, che conteggiando i tre mesi dovrebbe uscire il 21 ottobre. A questo punto la Procura resta intenzionata a percorrere la strada del rito abbreviato per i detenuti, da fissare prima del 21 ottobre, cioè fra 50 giorni. Un primo processo senza il filtro dell’udienza preliminare, con nomi come Galan e Chisso. Contemporaneamente i pubblici ministeri si preparano a chiudere le indagini anche per gli altri che confluiranno in un secondo processo, dopo il filtro dell’udienza preliminare. Tra questi, dopo il patteggiamento rifiutato dal gip, anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni.

Roberta Brunetti

 

PIVA, GIà a CAPO DEL MAGISTRATO alle acque

VENEZIA – L’inchiesta Mose viaggia sotto quota periscopica. Accusa e difesa sono alle prese con la montagna di carte che documentano la grande abbuffata: i pm per aumentare i riscontri, gli avvocati per cercarne i punti deboli e demolirli. Domani scadono i termini della carcerazione preventiva (tre mesi dal 4 giugno) per il «gruppo degli spioni», i romani del settimanale «Il Punto» Alessandro Cicero e Vincenzo Manganaro e l’ingegner bellunese Luigi Dal Borgo, collegato a loro per una parte delle imputazioni. E per l’ingegnere Maria Giovanna Piva, che fu a capo del Magistrato alle Acque dal 26 luglio 2001 al 30 settembre 2008. Erano gli anni di fuoco del Consorzio Venezia Nuova, quando il sistema delle retrocessioni ideato dal “grande burattinaio” Giovanni Mazzacurati marciava a pieno regime. Con le fatture gonfiate dalle ditte il Consorzio pagava mezzo mondo, a cominciare dai controllori. In testa il Magistrato alle Acque, cui spettava il controllo diretto sul Mose. «Alla Piva avrò fatto una dazione dell’ordine di 200 mila euro ogni sei mesi, questa era più o meno la cifra», ha riferito Mazzacurati negli interrogatori dell’estate 2013, dopo l’arresto. A queste «dazioni» partecipavano le imprese, solo la Mantovani contribuiva con altri 200 mila euro l’anno. Per la Piva, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Alberto Scaramuzza, saltava fuori un secondo stipendio di 400 mila euro l’anno. Una cifra analoga andava a Patrizio Cuccioletta, subentrato alla Piva, che ha ammesso, chiedendo il patteggiamento. La Piva invece ha negato tutto il 2 luglio scorso, davanti al Tribunale del Riesame. Il quale non le ha creduto. In ogni caso il secondo stipendio non bastava. Al Magistrato alle Acque, ciliegina sulla torta, era usuale attribuire incarichi di collaudo di opere pubbliche. Extra stipendio primo ed extra secondo, come gratifica. «Non li abbiamo mai conteggiati come forma di remunerazione, era un modo per fargli un favore», spiega Mazzacurati nell’interrogatorio del 9 ottobre 2013, facendo i nomi dei beneficiari: la Piva, Cuccioletta e Ciriaco D’Alessio, arrivato a Venezia nel novembre 2011. Noterella biografica: D’Alessio era già stato arrestato per concussione nella Tangentopoli del 1993. Incassava bustarelle per sé e le smistava all’allora ministro Gianni Prandini. Lui si salvò con la prescrizione, non altrettanto Prandini. «Quando facevate avere questi collaudi, a chi chiedevate il favore?», domandano i pm veneziani a Mazzacurati. «Se erano di competenza regionale si faceva con Galan», risponde Mazzacurati «altrimenti bisognava risalire al ministero». «Lo chiedevate direttamente a Galan?». «Eh sì». Si arriva così al collaudo del nuovo ospedale di Mestre, che è di competenza regionale. La gratifica “tocca” a Maria Giovanna Piva. La cifra in ballo è dell’ordine di 350 mila euro. E cosa fa la Piva? Tira per le lunghe così da andare in pensione prima della conclusione del collaudo, evitando una norma che l’avrebbe costretta a lasciare all’amministrazione metà dell’onorario. Lo rivela Piergiorgio Baita nell’interrogatorio del 30 ottobre 2013 al tenente colonnello Roberto Ribaudo e al maresciallo Andrea Paternoster della GdF di Mestre, delegati dal pm Stefano Ancilotto. «Sono a diretta conoscenza dei fatti», dice Baita «perché all’epoca ero vicepresidente della società concessionaria, la Veneta Sanitaria Finanza Progetto spa». In questa società la Mantovani continua ad avere il 20 per cento, gli altri soci sono Astaldi, Aerimpianti, Gemmo, Cofathec, Aps, Mattioli e Studio Altieri. Continua Baita: «L’individuazione dei membri della commissione di collaudo spettava al direttore dell’Usl 12 Veneziana, dottor Antonio Padoan. Ricordo che il collaudo venne ritardato in quanto l’ingegner Piva non intendeva chiudere le procedure sino al momento del suo pensionamento, per evitare di dover retrocedere la metà del compenso. Ciò in quanto all’epoca era entrata in vigore una norma in base alla quale i dipendenti pubblici che avessero ricevuto l’incarico di effettuare collaudi avrebbero dovuto retrocedere il 50% del compenso all’amministrazione di appartenenza. L’ingegnere Piva chiese di posticipare la liquidazione del compenso sino al suo pensionamento, per non dover retrocedere nulla».

Renzo Mazzaro

 

Le nuove norme sulla giustizia attenuano i rischi di prescrizione

Scadenza dei termini. Escono di cella Piva e il “gruppo romano”

VENEZIA – Prime ed inevitabili scadenze per l’inchiesta per corruzione sul Consorzio Venezia Nuova e il Mose: domani saranno scarcerati definitivamente quattro degli indagati perché il 3 settembre scade per loro il termine della custodia cautelare che poteva superare i tre mesi per i reati a loro contestati (sono stati arrestati il 4 giugno assieme a tutti gli altri). Tra questi c’è l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia Maria Giovanna Piva, che deve rispondere di corruzione, oltre ai romani Alessandro Cicero, Luigi Dal Borgo e Vincenzo Manganaro, accusati di millantato credito. Restano in carcere il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan, l’ex assessore regionale, Renato Chisso, il suo segretario ed ex sindaco di Martellago Enzo Casarin, il commercialista padovano del primo Paolo Venuti, l’imprenditore romano Alessandro Mazzi, e rimangono agli arresti domiciliari molti altri. Tutti sono accusati di corruzione come la Piva, ma l’ex dirigente dello Stato è accusata di fatti (aver incassato un vero e proprio stipendio dal Consorzio di Giovanni Mazzacurati per chiudere entrambi gli occhi su irregolarità e ritardi nella costruzione del Mose) avvenuti prima dell’ottobre 2012, quando la norma puniva la corruzione con una pena inferiore a quella prevista dalla nuova legge che l’ha aumentata. Di conseguenza la custodia cautelare è salita da tre a sei mesi e a Chisso, ad esempio, sono contestati fatti accaduti sia prima sia dopo l’ottobre 2012. Per Galan, invece, il termine non scade visto che nel carcere-ospedale di Opera è rinchiuso dal 22 luglio scorso e, dunque, per lui la carcerazione preventiva scadrà il 21 ottobre, quando presumibilmente i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini avranno firmato la richiesta di rito immediato a giudizio per coloro che sono ancora agli arresti e non hanno puntato ai riti alternativi, come patteggiamento e abbreviato. Con quella richiesta si rinnovano i mesi della carcerazione preventiva. Per i tre romani, invece, è proprio il reato di millantato credito che prevede una custodia cautelare massima d i tre mesi. In questi giorni argomento di dibattito sono sicuramente le linee guida del governo per la giustizia rese note venerdì. Per quanto riguarda il processo Mose, le nuove norme comportano un allungamento dei tempi di due anni dopo la sentenza di primo grado e prima della processo d’Appello, dove la maggior parte delle volte i processi vengono prescritti a causa del carico di fascicoli dei giudici della Corte. Con i due anni in più, quindi, non è scontato che le possibili condanne per gli attuale indagati finiscano in prescrizione e, pur condividendo le critiche dell’Anm («Si rinvia la prescrizione piuttosto anziché evitarla») i pm veneziani non negano di aver apprezzato la proposta.

Giorgio Cecchetti

 

Le nuove norme del governo si applicano anche al processo per il Mose. Procura veneziana ottimista

VENEZIA. Niente interviste, i pubblici ministeri che coordinano le indagini sul Mose, Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, non rilasciano dichiarazione neppure sulle linee guida rese note dal governo sulla riforma della Giustizia, in particolare sulla prescrizione, che sono le norme che di più a questo punto interessano il loro procedimento. Ma lasciano trasparire un certo ottimismo, per il procedimento a Giancarlo Galan, Renato Chisso e agli altri che sceglieranno di farsi processare in aula senza utilizzare patteggiamento o abbreviato, significa conquistare due anni in più, nel caso di condanna, per il processo d’appello. È proprio in Corte d’appello, non solo nel Veneto, che i processi finiscono infatti in prescrizione e le linee guida governative prendono dentro anche il procedimento per il Mose, visto che le nuove norme scatteranno per i processi per i quali non è stata emessa ancora la sentenza di primo grado.

«Certo», spiega Lorenzo Miazzi, giudice in Corte d’appello e componente dell’Associazione nazionale magistrati del Veneto, «se parliamo di un singolo processo, magari importante, si guadagnano due anni in appello, però è una norma che rinvia la prescrizione non che la evita». Miazzi è molto critico, sostiene che per cambiare davvero le cose sarebbe necessario intervenire sull regole d’accesso all’appello, quello di secondo grado e in Corte di Cassazione, per limitare i ricorsi che ora sono una vera e propria valanga rispetto al numero dei magistrati. E per spiegare come funziona fa un esempio: per versare acqua in una bottiglia si usa un imbuto: l’acqua sono i processi che arrivano e l’imbuto la Corte d’appello: se si versa più acqua di quello che può contenere l’imbuo e lasciar passare il suo beccuccio, l’acqua esce (i processi prescritti). Se si alzano le pareti dell’imputo non cambia granchè perché il beccuccio fa passare la stessa quantità d’acqua. Per evitare la prescrizione sarebbe necessario limitare l’arrivo di migliaia di fascicoli in Corte d’appello, insomma fermare l’acqua che si versa. «Ma il governo su questo non ha detto una parola» conclude Miazzi, «e così per alcuni processi, quelli importanti, la prescrizione scatterà due anni dopo, ma in generale non si tratta di una norma che porterà dei vantaggi».

Giorgio Cecchetti

 

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