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Nuova Venezia – Una letteratura sul Mose ma nulla cambia

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15

apr

2015

L’INTERVENTO

Stefano Micheletti – Associazione Ambiente Venezia

A soli dieci mesi da quel 4 giugno 2014, sulla corruzione legata al Mose esiste già una vera e propria letteratura. Pubblicato da nuovadimensione nel dicembre 2014 “La grande Retata”, il libro dei giornalisti del Gazzettino Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese, che ha fatto seguito a “Corruzione a norma di legge” di Giorgio Barbieri, giornalista dei quotidiani veneti del gruppo l’Espresso, e di Francesco Giavazzi, economista della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera, pubblicato da Rizzoli.

Ora sempre Rizzoli pubblica “Il male italiano. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il Paese”, libro intervista di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, con Gianluca Di Feo, giornalista dell’Espresso, recensito da Giorgio Barbieri sulla “Nuova Venezia” di mercoledì 8 aprile.

A parte la considerazione che i libri bisognerebbe scriverli prima, non quando “i buoi sono già scappati dalla stalla” e i libri potevano essere intere enciclopedia se solo qualche case editrice “mainstream” avesse tenuto da conto i materiali autoprodotti dalle associazioni ambientaliste, dai tecnici indipendenti e dal movimento No Mose, che da trent’anni denunciavano lo scandalo della grande opera inutile, dannosa e foriera di corruzione, mi sembra che non stia cambiando niente, all’insegna dell’italico gattopardesco motto: che tutto cambi perché nulla cambi.

Nel libro di Cantone è posto l’esempio di Venezia nella lotta al malaffare dei colletti bianchi: L’Anticorruzione ha infatti chiesto e ottenuto dalla Prefettura di Roma, nell’ottobre scorso, il Commissariamento del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dei lavori per la salvaguardia della Laguna.

Ma quali sono i risultati di questo commissariamento? Il provvedimento è stato preso per finire l’opera, ma dalle risultanze dell’inchiesta emerge con chiarezza che il CVN, la cupola del Mose, non aveva alcun bisogno di pagare tangenti per vincere gli appalti dei lavori, avendone – per legge – la concessione unica, cioè il monopolio degli studi, delle sperimentazioni, delle opere e persino dei controlli sulle opere.

I fondi neri, le mazzette, le retrocessioni di fatture false, le sponsorizzazioni e regalie, servivano in realtà per pagare i preposti al rilascio di pareri ed autorizzazioni (i vari via libera delle Commissioni regionali VIA e di Salvaguardia, i silenzi del Magistrato alle Acque, i vari passaggi tecnici ai ministeri e i via libera ai pagamenti del Cipe), nonché comprarsi il consenso in città. Lo scandalo del Mose non è, o almeno non è solo, una storia di ordinaria corruzione.

Il progetto Mose è stato scelto dal monopolista non perché il migliore, a confronto con altri, ma perché è il più costoso, nonché il più impattante sull’ambiente, e perché richiede una manutenzione la più costosa.

Numerose sono le criticità sul suo funzionamento che non sono state accertate: dalle cerniere al fenomeno della risonanza delle paratie, alla manutenzione stessa, segnalate da studi indipendenti e prestigiosi (la società francese Principia ad esempio).

Cosa stanno facendo i due commissari del Mose?

Stanno accertando queste criticità? Hanno letto le migliaia di pagine dell’inchiesta della Magistratura (o solo le pagine della “Grande Retata”, con gli interrogatori dei costruttori che, per pagare la cupola del CVN, “giocavano” sul ferro e sul cemento dei cassoni e sui sassi dall’Istria per le scogliere e le lunate, travolte dalla prima mareggiata?

Stanno accertando che i lavori siano stati realizzati a regola d’arte? Faranno un resoconto trasparente di quanto hanno trovato al CVN?

Vige tuttora il 12% di oneri del concessionario riservati al CVN sul prezzo di ogni lavoro, una vera e propria tangente legalizzata per la cupola del Mose?

Oppure i commissari chiederanno al Governo che almeno sia ridotto al 6%? Nomineranno un’Authority indipendente costituita da tecnici e scienziati super partes per un ispezione su quanto hanno fatto e sulla possibilità di eventuali varianti in corso d’opera che evitino le criticità sul funzionamento delle paratie?

Oppure dobbiamo solo incrociare le dita e sperare che funzioni, dimostrando che sono stati sostituiti i vertici del malaffare, ma nulla ancora una volta cambia?

O quando scopriremo che il Mose era un bidone ed avevano ragione gli ambientalisti dovremmo consolarci con un altro libro?

 

pista

COMUNICATO STAMPA OPZIONE ZERO 15 APRILE

Il Governo toglie dal DEF la Orte-Mestre, ma i partiti di maggioranza mantengono in pista la nuova autostrada. Ieri alla Camera erano infatti in votazione le mozioni parlamentari del Movimento 5 Stelle e di SEL che chiedevano il ritiro definitivo del progetto, e che se fossero state approvate avrebbero scritto la parola “fine” sulla Orte-Mestre.

Peccato che PD, NCD e FI, sempre uniti quando si tratta di grandi opere”, abbiano votato contro respingendo i due documenti; a dar loro manforte anche la Lega Nord che infatti in Veneto, con in testa il presidente Zaia, continua a sponsorizzare la Romea Commerciale e tutte le altre nefandezze partorite nell’epoca di Galan e Chisso.

Ma non è tutto, perché sia il gruppo parlamentare della Lega che quello del PD hanno presentato sullo stesso tema delle mozioni alternative molto ambigue; e se la proposta della Lega è stata respinta per ragioni di schieramento, quella del PD è invece passata a larga maggioranza con voto by-partisan. Nel testo approvato, oltre a difendere lo strumento truffaldino del “project financing”, si chiede al Governo di trasformare la Romea  in una non meglio precisata “arteria veloce a basso impatto ambientale” che con ogni probabilità sarà a pagamento.

A sostegno di questa iniziativa numerosi onorevoli del PD eletti in Veneto come, il segretario del PD regionale Roger De Menech, Andrea Martella, Michele Mognato e l’ex presidente della Provincia di Venezia Davide Zoggia. Incredibile poi che tra i firmatari della mozione figuri anche Ermete Realacci, il presidente onorario di Legambiente, già protagonista del voto favorevole sullo Sblocca Italia, nonostante l’associazione si sia schierata contro l’opera.

Il segnale politico che esprime questo voto è fin troppo chiaro: mettiamo in congelatore la Orte-Mestre fino a quando si saranno calmate le acque agitate delle varie inchieste in corso, poi al momento opportuno la scongeliamo con il microonde.

“Li aspettavamo al varco – commentano Rebecca Rovoletto e Lisa Causin di Opzione Zero –  perché sapevamo che del Governo Renzi e della  sua maggioranza non ci si può mai fidare: il fatto che l’opera non sia inserita nel DEF rallenta per ora l’iter di approvazione del progetto, ma fino a quando la Orte-Mestre rimarrà nel PIS (Piano delle Infrastrutture Strategiche) non potremmo mai abbassare la guardia, e il voto di ieri lo dimostra”.

Va giù duro anche Mattia Donadel, presidente del comitato: “Non se ne può più di questa politica viscida e putrefatta. Le forze politiche che ieri alla Camera hanno votato contro il ritiro definitivo della Orte-Mestre bocciando le mozioni presentate da SEL e Movimento 5 Stelle ora devono assumersi tutta la loro responsabilità di fronte ai cittadini. Non daremo loro tregua, smaschereremo in ogni occasione la loro ipocrisia. Invitiamo fin da ora i nostri sostenitori e in cittadini a non votare per questi partiti, per chi continua con la logica delle grandi opere e della devastazione del territorio, a cominciare dal PD , dalla Lega Nord e dai loro candidati alla presidenza Moretti e Zaia”.

 

VENEZIA – Mose, si chiude con un patteggiamento anche la vicenda giudiziaria di Andrea Rismondo. Il biologo veneziano, residente a Preganziol (Treviso), era finito nel ciclone dell’inchiesta per due distinte accuse di corruzione e finanziamento illecito dei partiti.

Ieri mattina, davanti al gip lagunare Vicinanza, ha patteggiato un anno, nove mesi e 20 giorni con confisca di 82mila euro.

Rismondo si era accordato con i magistrati della Procura di Venezia già nel gennaio scorso. Il suo nome era spuntato fuori dalle indagini della Guardia di finanza sul sistema Mose in seguito ad accertamenti sui soldi arrivati illecitamente al Magistrato alle acque.

Secondo l’accusa il professionista, quale legale rappresentante della “Selc sc” di Marghera, avrebbe versato direttamente al Magistrato alle acque fondi per evitare i controlli.

La seconda accusa era quella di aver illecitamente finanziato l’esponente del Partito democratico Giampietro Marchese nel 2010.

«Ci teniamo a ribadire – spiega l’avvocato Andrea Franco che ha seguito la vicenda in collaborazione con la collega Alessandra Stèfano – che il sistema era tale per cui più che di corruzione il mio assistito era un concusso».

L’avvocato Franco precisa inoltre che la somma confiscata, pari a 82 mila euro tecnicamente considerata come il prezzo del reato, è stata versata al fondo unico della giustizia.

G.P.B.

 

La Donazzan ai pendolari: «Fatemi da consulenti »

ODERZO – Sono stati ricevuti da Elena Donazzan, assessore regionale ai Trasporti. Loro sono i pendolari del gruppo spontaneo “Oderzo si muove”, nato un paio d’anni fa per mantener alta l’attenzione sulla tratta ferroviaria Treviso-Portogruaro. Questo Comitato di pendolari ha sempre evidenziato i problemi nati con l’introduzione dell’orario cadenzato, ma non solo. Si è preoccupato anche di far presente a Trenitalia la mancanza di una biglietteria automatica (poi installata alla stazione opitergina), gli atti vandalici alle obliteratrici (poi sistemate). Tanto che la Donazzan è rimasta sorpresa ed ha chiesto loro di diventare consulenti. Mandando una nota entusiasta sull’attività che svolgono.

«All’inizio pensavo che la delega ai trasporti fosse un guaio infinito e indistricabile, soprattutto con i comitati dei pendolari, giustamente arrabbiati quando le cose non funzionano. Sulla mia strada ho trovato invece un gruppo strepitoso. Oderzo si muove è l’evocativo nome scelto dal gruppo di pendolari più dinamici che si ingegnano per risolvere i problemi della loro tratta. All’incontro nel mio ufficio si sono presentati con una tabella orario perfetta al minuto secondo, insomma ingegneria ferroviaria pura. Tra di loro un “genietto” da me così soprannominato per avere elaborato grafici, tabelle, tratte. A lui ho chiesto la disponibilità di diventare consulente gratis, per la Regione».

Naturalmente i pendolari di “Oderzo si muove” sono soddisfatti del nuovo clima instaurato in Regione e stanno prestando la più amplia collaborazione.

(an.fr.)

 

Commissariare il Consorzio è stato un passo importante ma prevenire a 360 gradi è impossibile «Il killer è dentro abiti perfetti»

«A volte ho più rispetto per i casalesi che per i colletti bianchi». Una provocazione che fa ancora più effetto se a pronunciarla è un magistrato che ha dedicato gran parte della sua vita professionale a combattere la Camorra e che ora si trova a dover fare i conti, con cadenza quasi quotidiana, con la rete di malaffare che sconvolge la vita economica dell’Italia.

Sono le parole con cui si apre “Il male italiano. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il Paese” (Rizzoli, pp 198), libro-intervista di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, con Gianluca Di Feo, giornalista dell’Espresso.

È un viaggio nel cuore della corruzione («il peccato capitale della democrazia») che parte dall’Expo di Milano, attraversa la Venezia del Mose e arriva a Roma, dove «l’odore del potere» si sente ovunque.

Ma chi sono i colletti bianchi cui si riferisce Cantone? Politici, burocrati, imprenditori, faccendieri che mostrano una maschera, «dietro la quale si nasconde una persona pronta a fregarsene della legge e della collettività per il proprio tornaconto, che si tratti di accumulare soldi o potere».

Vent’anni dopo Tangentopoli nulla sembra infatti essere cambiato. Da quando è stato nominato presidente dell’Anac, nel marzo dell’anno scorso, Cantone si è infatti spesso imbattuto negli stessi protagonisti di allora: i Greganti, i Maltauro e i Frigerio a Milano, Piergiorgio Baita a Venezia.

Solo il meccanismo della corruzione si è evoluto: se vent’anni fa erano le mazzette, magari nascoste dentro scatole di cioccolatini, ora il sistema è più sofisticato e pervasivo, capace di entrare nel cuore di quelle istituzioni che, al contrario, dovrebbero fare da argine al malaffare.

L’esempio certamente più emblematico è il Mose di Venezia, la grande diga che una volta in funzione dovrebbe difendere la laguna dalle acque alte, ma che nel corso degli anni si è trasformata in una grande mangiatoia, capace di inghiottire miliardi di euro di soldi pubblici. Uno scandalo che Cantone si è trovato a dover affrontare in prima persona, arrivando a commissariare il Consorzio Venezia Nuova grazie ai poteri che il governo Renzi gli ha affidato dopo gli arresti per l’Expo. Una vera rivoluzione in laguna, se si considera che per trent’anni nessuno era mai riuscito a mettere in discussione l’immenso potere del concessionario unico.

«È una vicenda molto più inquietante, più grave di quello che si è scoperto su Expo», scrivono Cantone e Di Feo, «grazie a questi denari da Venezia la corruzione si è insinuata ovunque, non c’è istituzione locale o nazionale che non sia stata coinvolta nelle indagini, con accuse a esponenti di tutti gli schieramenti politici».

Ed è proprio prendendo spunto da quanto accaduto in laguna che Cantone indica una possibile via d’uscita da questo labirinto di corruzione in cui l’Italia sembra essersi persa.

«Ma è solo un problema di norme?», si chiede il magistrato, «faccio fatica a crederlo. Anche cambiando, come auspico, le regole sugli appalti, mi pare difficile si riesca a impedire il ripetersi di situazioni così incancrenite, in cui sono invischiati controllati, controllori, ceto politico: un’intera classe dirigente, compresi appartenenti alle forze dell’ordine e a organismi di controllo, è stata coinvolta negli intrallazzi o ha chiuso gli occhi. È evidente quindi che per uscirne bisogna fare scelte chiare sul piano della discontinuità, politica e culturale».

E il primo seme è stato gettato proprio nella laguna di Venezia con il commissariamento del Consorzio, sei mesi dopo la grande retata del 4 giugno 2014. Grazie alle indagini della magistratura si è messo mano a un sistema che, grazie al fiume di denaro che gli era garantito dalla Legge Speciale, era diventato politicamente incontrollabile, un “mostro giuridico” come l’aveva efficacemente definito Massimo Cacciari.

Qualcosa dunque si è finalmente iniziato a fare, ma la battaglia è ancora lunga e Cantone non lo nasconde: «Nella corruzione non è possibile la prevenzione a trecentossessanta gradi, perché se le pratiche vengono preparate bene, è difficilissimo accorgersi che c’è qualcosa sotto: insomma puoi sempre cucire un abito perfetto, dentro il quale però è nascosto il killer».

La differenza con i casalesi è che ora i killer indossano il colletto bianco.

Giorgio Barbieri

 

l’autore

Dal processo ai Casalesi agli scandali delle Grandi Opere

Raffaele Cantone, napoletano classe 1963, è dal marzo dell’anno scorso presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione. In precedenza, dal 1999 al 2007, è stato alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, dove si è occupato anche delle indagini sul clan camorristico dei Casalesi, riuscendo a ottenere la condanna all’ergastolo dei più importanti capi: su tutti Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, Francesco Bidognetti e Walter Schiavone.

Ha poi raccontato la sua esperienza di magistrato nel libro autobiografico “Solo per giustizia”, pubblicato nel 2008 da Mondadori.

Nel marzo dell’anno scorso Matteo Renzi l’ha nominato presidente dell’Anac e in questa veste si è dovuto occupare dei principali scandali legati alla realizzazione delle Grandi Opere: Expo e Mose su tutti. Nel nuovo ruolo aveva infatti esordito con la richiesta al prefetto di Milano (che l’ha accolta) di commissariare l’impresa vicentina Maltauro, finita nelle indagini per corruzione in relazione alla realizzazione dell’Expo a Milano. Non era mai accaduto. Successivamente la sua attenzione si è spostata sulle aziende venete indagate per i lavori del Mose di Venezia. A fine ottobre 2014 ha chiesto e ottenuto dalla Prefettura di Roma il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per i lavori della Salvaguardia di Venezia.

(g.b.)

 

MESTRE – La coop che non può “accogliere” Chisso

EX ASSESSORE – Sta scontando ai domiciliari la pena legata al caso Mose

LA POSSIBILITA’- La coop si era resa disponibile a inserirlo nella segreteria

IL CASO – E’ una delle strutture operative della Caritas. Secondo il gip non ci sono i presupposti

È la cooperativa “Il Lievito” di Mestre la società che aveva offerto un lavoro all’ex assessore regionale alle Infrastrutture del Veneto, Renato Chisso. La cooperativa, che opera della galassia della Caritas veneziana, si era resa disponibile ad inserire l’esponente politico di Forza Italia nella propria struttura di segreteria, avvalendosi della sua attività per organizzare e gestire alcuni progetti con finalità sociale.

Chisso, attualmente in custodia cautelare agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” (ha patteggiato due anni e 6 mesi ed è in attesa della parola finale della Cassazione) si sarebbe dovuto occupare, tra l’altro, di tenere i rapporti con le pubbliche amministrazioni per la gestione dei progetti, nonché di trovare i finanziamenti, anche europei, per la realizzazione degli stessi.

Per poter uscire di casa e recarsi al lavoro, Chisso ha necessità di un permesso speciale, in quanto la misura cautelare dei domiciliari non gli consente alcun movimento e gli vieta di avere contatti con persone diverse dai suoi familiari.

Il sostituto procuratore Stefano aveva dato parere favorevole all’istanza presentata dal difensore dell’ex assessore, l’avvocato Antonio Forza, ma il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza l’ha respinta, ritenendo che in questo momento non vi siano i presupposti per consentire a Chisso di uscire per lavorare. Seppure si tratti di un’attività per fini sociali. Le motivazioni del gip saranno disponibili soltanto nei prossimi giorni.

La copperativa “Il Lievito” si occupa, tra le altre cose, dell’accoglienza dei profughi che, dallo scorso 17 febbraio, sono ospitati al Centro di soggiorno “Morosini” degli Alberoni, al Lido di Venezia. Ma questo è soltanto l’ultimo dei molti progetti in cui è impegnata. Gestisce da alcuni anni la comunità educativa Mamma Bambino Casa Santa Chiara, che ospita donne con figli dai 0 ai sei anni; si occupa di attività per bambini e di progetti europei rivolti ai giovani. É impegnata, infine, nel promuovere iniziative, con l’ausilio di volontari, per il recupero sociale nelle aree di marginalità.

Gran parte delle attività sono inserite nei programmi della Caritas veneziana, diretta da don Dino Pistolato. Sul progetto di inserimento dell’ex assessore Chisso all’interno della cooperativa “Il Lievito” non è stato possibile raccogliere alcuna dichiarazione, in quanto don Pistolato si trova in questi giorni in Israele.

 

Gazzettino – Mose, negati a Chisso i lavori sociali

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5

apr

2015

IL CASO – L’ex assessore aveva chiesto di poter svolgere attività in una cooperativa legata alla Caritas

Il giudice ha respinto l’istanza: «Visti gli ingenti guadagni illeciti, manca la necessità»

Niente lavoro per l’ex assessore regionale alle infrastrutture del Veneto, Renato Chisso. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza ha rigettato l’istanza presentata dal difensore dell’ex amministratore pubblico, l’avvocato Antonio Forza, che aveva chiesto per lui il permesso di lasciare gli arresti domiciliari durante il giorno per prestare attività per una cooperativa che opera nell’orbita della Caritas di Venezia.

Chisso avrebbe dovuto assumere un ruolo amministrativo, gestendo per conto della coop i rapporti con le istituzioni al fine di promuovere una serie di progetti a fini sociali. La difesa aveva ottenuto il parere favorevole della Procura, ma il gip ha ritenuto che non vi siano i presupposti per concedere all’ex assessore, in questo momento, il permesso per svolgere un’attività lavorativa.

Il provvedimento non è stato ancora reso noto: la difesa ha spiegato che, secondo il giudice, Chisso non ha necessità di lavorare, alla luce delle ingenti somme di denaro che avrebbe incassato illecitamente nel corso degli ultimi anni (accusa che l’ex assessore nega con decisione).

Probabilmente ha influito anche la tipologia di incarico previsto, a contatto con rappresentanti della pubblica amministrazione (anche a livello europeo) per gestire vari progetti e reperire i necessari finanziamenti per attuarli.

In sede di patteggiamento per il reato di corruzione, nel novembre dello scorso anno, lo stesso gip Vicinanza ha applicato a Chisso la pena di due anni sei mesi e 20 giorni di reclusione, confiscandogli la somma di due milioni di euro, pari ad una parte delle mazzette che avrebbe percepito.

Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza non è riuscita a sequestrare nulla all’ex assessore, a parte poche migliaia di euro su un conto corrente. La confisca potrà essere eseguita in futuro sui beni eventualmente rinvenuti, o di cui l’ex assessore entrerà nella disponibilità.

La difesa di Chisso ha presentato ricorso contro la sentenza di patteggiamento (come previsto dalla legge) e il caso è in attesa di trattazione in Cassazione. Nel frattempo l’ex amministratore è in custodia cautelare agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Favaro Veneto: in questo modo, quando la sentenza diventerà definitiva, gli resteranno pochi mesi di pena da scontare e non rischierà di finire nuovamente in carcere. Il Tribunale di sorveglianza potrebbe infatti concedergli di trascorrere il rimanente in affidamento ai servizi sociali.

La stessa sorte aspetta l’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, il quale al momento è più fortunato dell’ex compagno di partito: rispetto a lui sta scontando i domiciliari in una sontuosa villa sui Colli Euganei, con libertà di movimento anche all’esterno, nel bel parco che circonda l’immobile, e la possibilità di avere ospiti. Quasi sempre ai detenuti ai domiciliari è vietato perfino uscire nel terrazzino di casa.

Lo stesso Chisso non può intrattenere rapporti con altre persone, eccezion fatta per i familiari.

Gianluca Amadori

 

FIRENZE – Erano il trait d’union fra i corruttori e i corrotti, e per svolgere come si deve il loro compito avevano preparato «una provvista di denaro contante, ovvero non tracciabile». L’inchiesta fiorentina sui grandi appalti ha compiuto un altro passo. Sono finiti ai domiciliari Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, dirigenti della Green Field. Secondo gli inquirenti, la società affidava consulenze all’ex capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, in cambio delle direzioni dei lavori negli appalti assegnate a Stefano Perotti.

Questa seconda ondata di arresti è scattata dopo il ritrovamento della «provvista di denaro», durante le perquisizioni fatte il 16 marzo, quando sono finiti in carcere Incalza e Perotti. Quel giorno, nella sede della Green Field, nascoste dietro alcuni libri, i carabinieri del ros hanno trovato due buste con circa 20 mila euro. Secondo i pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini, quei soldi servivano per «versamenti illeciti» e facevano parte di una somma più alta, circa 50 mila euro, finita nelle tasche di Incalza e del suo collaboratore, Sandro Pacella, ai domiciliari dal 16 marzo. Gli arresti di ieri sottolineano l’importanza della Green Field, ritenuta dagli inquirenti lo «snodo fondamentale della vicenda».

 

Mose, Matteoli chiede il processo

L’ex ministro: «Mi difenderò, voglio uscirne a testa alta». Il Senato dà l’autorizzazione a procedere

VENEZIA – Il Parlamento non salva gli ex ministri finiti nelle sabbie del Mose. Dopo la decisione del luglio scorso, quando la Camera concesse l’autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, ieri il Senato ha dato il via libera ai magistrati di Venezia per procedere contro il senatore di Forza Italia Altero Matteoli, indagato per corruzione in atti d’ufficio. È stato lo stesso parlamentare, intervenendo in aula, a chiedere che i colleghi di Palazzo Madama concedessero l’autorizzazione.

«Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta» ha detto l’ex ministro, che ha aggiunto: «Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere, ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

L’aula gli ha tributato un applauso e ha ricevuto i complimenti di diversi colleghi, che si sono avvicinati al suo banco. Mentre lui sottolineava di aver subito «in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche», la senatrice del Pd Rosanna Filippin ha definito la scelta di Matteoli di affrontare serenamente il giudizio «un atto esemplare».

L’esito del resto era scontato. Il Senato ha accolto senza ordini del giorno contrari, e quindi senza necessità del voto, la proposta della Giunta per le immunità parlamentari, che il 7 gennaio scorso – contrari Psi, Forza Italia e Nuovo Centro Destra – aveva dato l’assenso affinché i pubblici ministeri procedessero contro l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture.

Accuse gravi quelle che lo coinvolgono: negli atti trasmessi a Roma dalla Procura veneziana, ha riepilogato ieri il relatore Dario Stefàno, si legge che «Matteoli Altero riceveva denaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita per l’importo di euro 400.000 e di euro 150.000 consegnati per il tramite di Colombelli William Ambrogio e di Buson Nicolò».

Da parte sua, l’ex ministro ha ammesso solo «un unico finanziamento elettorale ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova, pari a 20mila euro, immediatamente restituito al mittente dal mio committente elettorale».

Poi ha insistito sui metodi di indagine: «Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali. Non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Dopo i patteggiamenti dei “big” finiti nella rete dell’inchiesta, come l’ex governatore del Veneto, Galan, l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, e l’ex generale della Gdf, Emilio Spaziante, l’inchiesta Mose è giunta ormai alle battute finali.

I pm si apprestano a domandare il rinvio a giudizio per una decina di indagati che non hanno chiesto, o si sono visti rifiutare il patteggiamento. Tra questi c’è anche l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare di Fi Amalia Sartori. Con loro potrebbe esserci anche Altero Matteoli, che si è detto contrario a ipotesi di patteggiamento o alla prescrizione.

 

Non intendo patteggiare dimostrerò la mia innocenza dalle accuse Non ho nulla da temere e sono state effettuate 213 intercettazioni telefoniche illegittime

Casson: ora c’è il via libera al tribunale dei ministri.

Filippin: gesto esemplare

VENEZIA – Neppure è stato necessario votare: il Senato ha preso atto del voto favorevole della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Ora la Procura di Venezia potrà indagare sul conto dell’ex ministro dei Lavori pubblici Altero Matteoli, ora senatore di Forza Italia.

A chiederlo è stato lo stesso esponente politico azzurro: «Sono qui a chiedere che sia data l’autorizzazione e invito ad evitare qualsiasi iniziativa che possa far sorgere ombre. Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

E ancora ha ribadito in aula: «Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta…Non patteggerò mai, non si patteggia ciò che non si è commesso. Voglio difendermi nel processo, non dal processo», ha concluso, «continuando a godere della stima e della fiducia di coloro che mi conoscono».

«Veramente in giunta per le autorizzazioni a procedere», contesta il senatore del Pd Felice Casson, componente della giunta del Senato, «i difensori di Matteoli hanno sviluppato una forte resistenza con argomentazioni giuridiche che ci sono sembrate infondate, visto che la maggioranza ha poi votato per l’autorizzazione a procedere. Ieri, il Senato si è limitato a prenderne atto».

Diversa la valutazione di un’altra componente veneta della Giunta, la senatrice del Pd Rosanna Filippin: «Ho apprezzato molto le parole del senatore Matteoli: la sua volontà di non opporsi alla proposta della giunta e di voler andare a processo per difendere la sua innocenza, senza prescrizioni o immunità, sono un atto esemplare per un politico indagato ed accusato. Altri purtroppo non hanno fatto lo stesso», sostiene la democratica, «e hanno scelto strade diverse, arrivando poi a quel patteggiamento che lo stesso Matteoli ha definito come una dichiarazione di colpevolezza per chi lo fa».

Matteoli non ha comunque rinunciato a polemizzare con i pubblici ministeri veneziani Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, affermando: «Sono state effettuate in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche sulla mia utenza telefonica, per le quali mai è stata avanzata richiesta di autorizzazione al Senato. Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali», aggiunge, «non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Nessuna dichiarazione ufficiale dalla Procura, ma gli investigatori ricordano che le 213 intercettazioni riguardano i telefoni degli imprenditori Erasmo Cinque, rimano ed esponente dello stesso partito di Matteoli, Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, e Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato alle acque. Inoltre, la richiesta di autorizzazione del loro utilizzo va avanzata naturalmente solo dopo aver ottenuto quella di poterlo indagare concessa ieri.

Matteoli è accusato di corruzione: «Gli ho dato sull’ordine di 300, 400 mila euro da due a tre volte» ha raccontato Mazzacurati, «li ho dati personalmente a Matteoli in contanti nel 2013. Ho consegnato i soldi una volta al ministero a Roma e in qualche altro posto, non c’erano testimoni» afferma. E ancora: «Con quei soldi ha finanziato la sua campagna elettorale e in cambio avrei ottenuto che venivano accelerato i tempi dei finanziamenti delle varie tranches di lavori del Mose di Venezia».

Giorgio Cecchetti

 

Passante, aperto l’ultimo casello. L’Anas: piantati 50mila alberi

LA PROTESTA – Attivisti dei comitati con striscioni e cartelli

MARTELLAGO – “Passante, abbiamo dato. Paghi il debito chi ha rubato. Project bond-truffa”; “Grandi opere: Zaia come le tre scimmiette: non vedo, non sento non parlo”; “cento ettari di suolo agricolo deturpato dalla nuova strada: valeva la pena?”; “doppio casello-doppio spreco, di danaro, suolo e progettazione: chi ci guadagna?”.

Con cartelli come questi, fischietti e slogan allusivi dei recenti scandali, 70-80 persone, tenute a distanza dalle forze dell’ordine e assiepatesi lungo l’argine del Dese, hanno contestato la cerimonia di inaugurazione del casello.

Il gruppo più numeroso era quello di Opzione Zero. «Abbiamo colto l’occasione dell’inaugurazione, altri 70 milioni bruciati, per ribadire la protesta sulle grandi opere a livello veneto e nazionale, pensate per drenare miliardi a vantaggio della solite ditte: si sceglie sempre l’opzione più impattante e costosa anche con alternative più economiche e sostenibili. Un problema di sistema che va sradicato», ha accusato Mattia Donadel.

Il quale ha criticato anche i «project bond che Cav emetterà per pagare il debito, che ricadrà sui cittadini», e attaccato il governatore Zaia: «è uscito pulito, ma la sua responsabilità politica è chiara, era vice di Galan e l’assessore Chisso lo ha confermato lui».

Sulla stessa linea Tommaso Cacciari, “No Grandi Navi”.

Ma era presente anche un drappello del locale Comitato Pro Complanare, oppostosi, anche con esposti, all’opera. «L’apertura del casello è la sconfitta del buon senso – si legge nel loro volantino – e la supremazia di spreco e speculazione che, come dimostrano indagini e condanne, vanno a braccetto con la pessima gestione della cosa pubblica. Settanta milioni di spesa, più di cento aree verdi lungo il Dese devastate, 9 km di strade per il raccordo con la Sr 245. Un assurdo gigantismo per un’opera che non migliorerà la viabilità locale, laddove erano possibili soluzioni meno costose e impattanti, più rispettose del contesto agricolo e ambientale e migliorative del traffico locale in direzione Mestre».

(N.Der.)

 

Aperto l’ultimo casello «Verde e non solo asfalto»

Ore 12.47, dopo i discorsi, benedizione e taglio del nastro bagnato da una bottigliona di Ferrari stappata dal presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro, mentre sulle rive del Dese gli ambientalisti contestano ancora. Ore 12.53, la prima auto che esce alla stazione est è la 500 di Maria Francesca Giraldo, 33 anni, da Dolo: «Devo andare qui vicino e sapevo dell’apertura». Da ieri il casello di Martellago-Scorzè è realtà, inaugurato e aperto, anche se il più atteso, Luca Zaia, dà forfait. «Il governatore ci teneva a esserci ma è a casa malato. Ci manda i saluti. Non siamo riusciti ad avere la presenza della Regione: hanno il bilancio», spiegava il presidente Cav Tiziano Bembo dinanzi alle quasi 300 persone raccolte nel tendone. «Una giornata importante, consegniamo l’ultima grande opera del Passante, che ci è costata 51 milioni: il costo medio di una stazione è 20. Perché quest’opera complessa non è solo cemento: è stata ideata per il territorio con attenzione all’ambiente», ha aggiunto, rispondendo anche alle pur «legittime» proteste dei Comitati. La stazione, a elevata automazione, è costituita da 4 rampe di ingresso-uscita e da 4 semi-piazzali con barriere di esazione, ed è caratterizzata dal viadotto centrale di 480 metri che scavalca autostrada e Dese, «ma comprende tante opere di mitigazione e idrauliche, come i bacini scolmatori. E la struttura a diamante è stata scelta per risparmiare suolo», ha detto Bembo, ricordando anche la contestuale costruzione della variante alla sr 245 Castellana, 5,4 km, «che libera i centri dal traffico. Il passante è costato 986 milioni, l’impegno di Cav è di un miliardo e 386 milioni: il resto è andato in opere complementari. La nostra è una società del territorio per il territorio».

Sulla stessa linea Fabio Arcoleo, Anas Veneto, che ha sottolineato i numeri del Passante verde: 150 ettari a verde, 49.400 alberi.

«Passante e casello sono stati una ferita per il nostro territorio» ha continuato il sindaco di Martellago, Monica Barbiero, riprendendo l’intervento di Mestriner. «Due le strade: osteggiare un’opera che avrebbero fatto comunque o cercare soluzioni per renderla meno dolorosa e ottenere opere utili al territorio. È la scelta fatta dal mio predecessore Giovanni Brunello e oggi si vedono i frutti», ha aggiunto, ricordando come in origine il casello fosse previsto più a sud «in un’area densamente abitata», e le opere complementari ottenute dal Comune, a partire dalle varianti di Robegano e alla sr 245 «che toglieranno il traffico di attraversamento dal centro».

 

E Mirano esulta: meno traffico in centro

PASSANTE L’Anas nel giorno dell’inaugurazione: «Abbiamo piantato quasi cinquantamila alberi»

MIRANO – «Era ora». Così il sindaco di Mirano, Maria Rosa Pavanello, commenta l’inaugurazione del nuovo casello. La novità andrà infatti a incidere sulla viabilità dell’intero comprensorio, sgravando di traffico il centro di Mirano. Non essendoci alcun casello autostradale nel Miranese nord, fino all’altro ieri moltissimi pendolari residenti a Noale, Martellago, Scorzé o Salzano erano costretti a scendere verso Mirano per poi raggiungere i caselli di Vetrego o Crea. Tra le strade più tartassate c’è sicuramente via Dante, dove transitano tutte le auto provenienti da Salzano: passano nei pressi dell’ospedale e proseguono per la camionabile viale Venezia. Stando alle ultime rilevazioni ogni giorno arrivano a Mirano mediamente 7.500 veicoli da Salzano e dagli altri comuni dell’area nord: una buona percentuale non si ferma a Mirano ma è diretta al casello autostradale.

«Attendiamo che gli automobilisti si abituino al nuovo casello e poi, dopo l’estate, faremo delle analisi sui flussi di traffico» assicura l’assessore Giuseppe Salviato. Gli ultimi dati sui caselli sono di un anno fa: i mezzi transitati al casello di Mirano erano 610mila al mese, a Spinea 200mila. Tra pochi mesi sarà interessante notare le differenze.

(g.pip.)

 

IL SINDACO DI SCORZÈ – Mestriner: «Campi distrutti, ma è il prezzo del progresso»

SCORZÈ – Diplomatico, poca enfasi e una citazione in latino per essere più incisivo e ricordare che le terre dove ora sorge il casello hanno una storia antica: «Il passante di Mestre e questo casello autostradale di Scorzé – ha detto ieri il sindaco Giovanni Battista Mestriner – costituiscono un’opera enorme, che ha distrutto una terra nella quale siamo cresciuti». Il sindaco ha posto soprattutto l’accento sul rapporto tra progresso e identità locale, tra il mondo bucolico dei campi e le esigenze delle attività produttive. «Al di là delle posizioni personali, – ha continuato Mestriner – è il momento di ricordare però il prezzo del progresso: i campi distrutti, il silenzio rotto, l’ambiente compromesso. Abbiamo di nuovo messo in gioco una delle cose più importante che abbiamo: la nostra terra». E rivolgendosi agli imprenditori ha sottolineato che questa società si è sacrificata soprattutto per loro: «Ha messo in gioco i propri valori, la propria storia, la propria qualità della vita; lo ha fatto per il valore sociale che le aziende hanno, per difendere e affermare il diritto al lavoro e all’impresa economica, per dare un futuro alle nostre generazioni e alle generazioni future». Infine la citazione in latino (“simul stabunt vel simul cadent”, insieme progrediremo o assieme periremo), per sottolineare che se questa comunità saprà mantenersi unita avrà un grande futuro.

(r.fav.)

 

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