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Gazzettino – Terza puntata dell’inchiesta Mose.

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17

ago

2014

LE REGOLE NON SCRITTE DEL MOSE

Retrocessioni e garanzia di lavoro per le consorziate

Chi sono gli investigatori che hanno sgominato la banda del Mose. Il tratto comune: lavorare nell’ombra. E colpire al momento giusto

Il mago dei numeri il pianificatore e il trasformista

È l’ingegnere Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova a spiegare a Baita come va il mondo dalle parte del Mose. Ad afferamrlo è lo stesso Baita nell’interrogatorio del 28 maggio 2013. Si conoscono dagli anni Settanta quando lavoravano insieme alla Furlanis di Portogruaro. Si ritrovano in Cvn nel 2002: «L’ing Mazzcurati mi ha chiamato e mi ha detto se ero stato edotto di alcune regole che vigevano all’interno del Cvn, cioè impegni chiamiamoli non trasferibili in atti statutari. Gli impegni di cui mi fece parola erano due: uno relativo alla retrocessione di un certo importo… Il secondo impegno era di garantire a un’impresa consorziata del Consorzio, l’impresa Vittadello, il lavoro».

 

Terza puntata dell’inchiesta Mose. Continua la ricostruzione delle indagini utilizzando il punto di vista del colonnello Renzo Nisi della Guardia di Finanza, l’investigatore che ha incastrato i “padroni di Venezia”.

4 GIUGNO – I finanzieri tra case e hotel per eseguire gli arresti eccellenti

La squadra di Nisi. Difficile nominare uno a uno tutti coloro che l’hanno temprata. Da citare chi con l’incarico di comandante dei diversi Gruppi del Nucleo ha svolto le indagini più delicate. Paolo Zemello, alla guida del Gruppo tutela spesa pubblica, Roberto Ribaudo, comandante del 1. Gruppo tutela entrate, e Nicola Sibilia, a capo del Gruppo investigativo criminalità organizzata: sono loro a costituire il team d’assalto di Nisi. Personalità diverse e per certi versi opposte che si completano a vicenda per capacità, competenza, impegno. Serietà. Autorevolezza. Che condividono la stessa visione di lotta alla illegalità e che hanno trovato in Francesco De Giacomo, capo ufficio operazioni, un coordinatore abile nell’armonizzare temperamenti, nel far girare i complessi meccanismi interni, gettando le basi per una circolarità di informazioni rivelatasi vincente. Anche con la stampa, nella sua veste di responsabile dei rapporti con i mass media: in parte è merito suo se si è sdoganata la banda del Mose facendole sbiadire quell’orizzonte provinciale e territoriale cui la volevano relegare e schiacciare i leader medesimi. «Cosa altro deve succedere perché se ne parli a Roma, a Milano, fuori dalla laguna?», si sono chiesti a più riprese Nisi e i suoi: nemmeno l’arresto di Mazzacurati aveva prodotto l’effetto sperato. Si è dovuto attendere il 4 giugno 2014: da allora basta dire Mose, al pari di Expo, per connotare il servizio tv o radiofonico, il talk show di turno. Mai come in questo frangente la sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso tutti i mezzi di comunicazione ha messo definitivamente al riparo l’inchiesta e i suoi registi, in primis i giudici.

L’ARRESTO DEL GENERALE
Zemello, riservato, di poche parole, è imbattibile nel verificare i conti pubblici. E fra le migliaia di leggi e leggine, e di altrettante norme interpretative, si sa districare meglio che fra le vie di Mestre: è lui che ha contribuito a smascherare le pastette in Comune con il geometra Antonio Bertoncello che oliava le pratiche edilizie dei suoi clienti distribuendo euro a tecnici e dirigenti, e pure la cricca degli appalti in Provincia, con imprenditori corsari o vittime che pagavano i funzionari per accaparrarsi lavori sicuri e che fece gridare già nel 2011 allo scandalo tangenti destinato a impallidire di fronte ai numeri da capogiro del Mose. Sarà questo finanziere, restio ai riflettori, ad avere la grande soddisfazione di assistere dal vivo all’espressione a metà fra il sorpreso e lo sbigottito stampata sul volto dell’ex generale di corpo d’armata Emilio Spaziante, quando il 4 giugno 2014 gli stringe le manette ai polsi. Andato in pensione il 4 settembre 2013 lasciando la carica addirittura di numero due del Corpo stando alle intercettazioni era al soldo del tandem Mazzacurati-Baita, inserito nella complessa rete di controspionaggio allestita per parare se non anticipare gli affondi della Finanza: le sue informazioni, carpite esercitando sui sottoposti l’influenza della gerarchia, alta se non altissima nel caso specifico, hanno rischiato seriamente di vanificare l’inchiesta. Zemello lo “disturba” nella costosissima camera al quinto piano dell’hotel Savoy di Milano, appena posate le valigie.

L’ARRESTO DI MAZZACURATI
Ribaudo, severo e intransigente, taciturno e discreto, nato a Merano, è quasi spietato nel perseguire l’obiettivo prefissato: ha fatto suo il motto di Helmuth Karl Bernhard von Moltke, stratega feldmaresciallo dell’esercito prussiano, che ci permettiamo di tradurre dal tedesco come segue: “Nessun piano di battaglia sopravvive al primo contatto con il nemico”, a significare che quasi mai l’attacco iniziale è quello decisivo. Anzi. Ne sanno qualcosa Giovanni Mazzacurati, ex presidente di Cvn e i sodali braccati come delle prede per quasi tre anni, fino alla zampata dell’estate 2013 che ha segnato il count down per gli arresti eccellenti di quasi dieci mesi più tardi. Blanditi, rassicurati, di nuovo blanditi, con accorti stratagemmi tanto da farli cadere dalle nuvole all’atto della presentazione del conto. Teorico del basso profilo, si saprà ufficialmente della sua, per così dire, immissione in ruolo a Venezia – giunto dalla capitale tre anni prima – proprio durante la conferenza stampa sulla decimazione del Cvn. È seduto vicino a Nisi che gli dà la parola per «illustrare i particolari». Sardonico confida: «Il miglior complimento? Quello dei cronisti di giudiziaria che incontravo quasi quotidianamente nei corridoi in Procura mentre mi recavo dalla dottoressa Tonini per depositare le carte e per fare il punto sulle indagini. Mi avevano scambiato per un avvocato…». Bisogna ammetterlo, il ‘physique du rôle’ del legale lo possiede in pieno. E poi il mimetismo è una delle doti indispensabili nella guerra di logoramento. Chissà, sarà incocciato nello stesso equivoco anche Mazzacurati quando la mattina di venerdì 12 luglio 2013 quel ragazzo distinto e dai modi signorili si è presentato alla porta della dimora gentilizia alle Zattere, informando l’ottuagenario inquilino che quella casa si sarebbe trasformata in una prigione, per quanto dorata: Mazzacurati ne potrà uscire solo l’8 agosto. Quando cioè comincerà a “parlare”, riempiendo un centinaio di pagine a verbale, rispondendo alle domande puntuali della “signora” – così si riferisce alla pm Tonini, nell’intercettazione grazie a cui i finanzieri apprenderanno che fra di loro c’è una talpa – gettando le basi per la fase tre dell’inchiesta: l’arresto dei presunti prezzolati del Mose. Ribaudo è a Milano il 4 giugno del 2014: alle sue cure è affidato il numero 28 della lista stilata dal gip Scaramuzza, il vicentino Roberto Meneguzzo, specie di enfant prodige della finanza – tanto da guadagnarsi l’appellativo (immeritato?) di Cuccia del Nordest – fondatore e amministratore delegato della Palladio Finanziaria, holding azionista di peso di Generali. Stando alle contestazioni è il trait d’union fra Venezia e Roma, fra il Cvn e gli uffici che contano nella capitale: il tramite per agganciare Marco Milanese, allora braccio destro del ministro all’Economia Giulio Tremonti, e sbloccare la delibera con cui il Cipe nel 2010 assicura l’approdo al Mose del finanziamento di 400 milioni di euro, dietro “ricompensa” di 500mila euro. E Meneguzzo sarebbe anche il collegamento con il generale Emilio Spaziante che avrebbe ricevuto la mazzetta da mezzo milione nell’ufficio meneghino della Palladio. Sarà un caso ma anche Meneguzzo viene arrestato nello stesso albergo dove, a Milano, alloggia, qualche piano sopra, Spaziante.

L’ARRESTO DI CHISSO
Sibilia, romano, cittadino del mondo. Camaleontico: lo incontri passeggiando in campo in centro storico e lo scambi per un commerciante ebreo, barba lunga a punta e cappello, passa qualche mese e assomiglia a un dandy futurista, e poi ancora un emulo vintage della moda freak. E poi i tatuaggi che no, su un graduato delle Fiamme gialle, non si può. Ma tutto è calcolato, spariscono come per magia indossata la divisa. Un eclettismo esistenziale che traspare nel modo di indagare: è lui che importa da Trieste, comando di provenienza, e propone a Nisi, la figura dell’agente sotto copertura che si insinua nel circolo ristretto dei fidatissimi di Keke Pan e raccoglie le prove schiaccianti che inchioderanno alla cella, l’ormai ex boss dagli occhi a mandorla. Un segugio di razza, dall’indole gioviale e volitiva, che condotto da Nisi impara a fiutare oltre ai cartelli della droga, per i quali ha una vera predilezione, anche quelli “dei schei” facili e pubblici come quelli del Mose. Sotto l’ala del pm Ancilotto dà sostanza all’inchiesta su Baita: ed è proprio lui che suonerà all’ingresso della villa di Mogliano all’alba del 28 febbraio 2013 con l’ordinanza di custodia cautelare in mano firmata dal gip Scaramuzza, buttando giù dal letto il dominus di Mantovani spa e socio pesante e pensante di Cvn e scortandolo, terminata la perquisizione al Baltenig di Belluno, dove rimarrà detenuto per 106 giorni. All’alba di mercoledì 4 giugno 2014 Sibilia si trova a Favaro, hinterland mestrino. Al citofono del condominio gli risponde un signore assonnato e frastornato: è l’assessore regionale Chisso. Mentre il 31 gennaio 2012 guida i suoi uomini a Campolongo Maggiore, paesino della Riviera del Brenta, diventato famoso per aver dato i natali al boss della mala Felice Maniero. L’indirizzo è via Puccini 10: l’abitazione di Lino Brentan, fino al 2009 amministratore della società Autostrada Venezia-Padova, storico notabile del Pci-Pd veneziano, presunto referente di un “collaudato sistema” di gestione clientelare di appalti per favorire un cartello di imprenditori amici dediti alla corruzione. Un altro potente nella rete grigioverde. Processato con rito abbreviato sarà condannato a quattro anni. L’arresto bis il 4 giugno 2014 con la grande retata del Mose.

3 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10 e il 15 agosto)

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto, Maurizio Dianese

 

28 MAGGIO 2013 / L’INTERROGATORIO CHIAVE

Baita: «Mazzette per venti milioni di euro»

«Il giorno 28 maggio 2013 alle ore 15.25, in Venezia, presso gli uffici della Procura della Repubblica, avanti ai Pubblici Ministeri Dott. Stefano Ancilotto e Dott. Stefano Buccini, Sost. Procuratori della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, è comparso: BAITA Piergiorgio, nato a Venezia il 18/8/1948, residente in Mogliano Veneto, via Rimini, 6/A. Detenuto presso la Casa Circondariale di Belluno». Inizia così l’interrogatorio che darà il “la” alle indagini sul Mose. Piergiorgio Baita era stato arrestato il 28 febbraio 2013. Prima del 28 maggio aveva già fatto un paio di interrogatori “pattinando sul ghiaccio” e cioè dicendo il meno possibile cercando di giocare come il gatto con il topo. Ma dopo si rende conto che il topo è lui. E inizia a parlare. Parla per 4 ore esatte, dalle 15.25 alle 19.20 del 28 maggio e riempie 115 pagine di verbale. Poi renderà altri 6 interrogatori, ma in questo del 28 maggio sostanzialmente racconta già tutto e quel che impressiona è il conteggio finale che fa Baita il quale parla di “mazzette” per una ventina di milioni di euro in 10 anni ai quali bisogna aggiungere centinaia di milioni di euro in “liberalità” e cioè quattrini dati per sponsorizzare una squadra di basket e il restauro di un convento, una scuola del Patriarcato di Venezia o una regata velica. Il conto totale, fatto dall’ing. Baita fa lievitare la cifra dei quattrini che i cittadini hanno sborsato ad 1 miliardo di euro. Si inizia così: «Credo di cominciare dal 2002, anno nel quale la Mantovani compie un salto di dimensioni e anche di collocazione di mercato… ». E in quell’anno che Mantovani con un investimento di 70 milioni di euro acquista da Impregilo e Fisia la partecipazione al Consorzio Venezia Nuova, diventandone il socio più grosso.

 

PROGRESSIONE GEOMETRICA – Soldi per oliare le pratiche

Soldi per accelerare l’iter delle pratiche. Una condanna in primo grado a 4 anni e 4 mesi per il geometra Antonio Bertoncello, pronunciata nel gennaio 2012 dal gip Roberta Marchiori nei confronti del principale protagonista dell’inchiesta su un presunto giro di mazzette in Comune a Venezia, in particolare nell’Ufficio dell’Edilizia privata, e conclusa l’anno precedente dalla Guardia di finanza coordinata dal colonnello Nisi.

Gazzettino – Nuova Valsugana bloccata in galleria

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15

ago

2014

INFRASTRUTTURE La conferma arriva dal commissario straordinario Vernizzi: «Progetto fermo al Ministero»

«Sono state richieste delle integrazioni al promotore dell’opera e i problemi legati al caso Mose hanno frenato l’iter»

La conferma arriva dal commissario straordinario Vernizzi: «Progetto fermo al Ministero per la statale 47. Sono state richieste delle integrazioni al promotore dell’opera e il caso Mose ha frenato l’iter»

SPV, AVANTI TUTTA «Pedemontana, si sta lavorando alacremente per recuperare tempo»

CANTIERI APERTI anche a Ferragosto nel tratto bassanese della Pedemontana veneta per recuperare il tempo perso a causa delle piogge.

Fiumi d’inchiostro, decenni d’incertezza, migliaia di pagine e incartamenti, proposte e controproposte. Ma la Valsugana in galleria, ad oggi, è ferma. A confermarlo è il commissario straordinario della Valsugana, che fra l’altro lo è anche della Superstrada Pedemontana Veneta, Silvano Vernizzi.
«La variante in galleria della Valsugana attualmente è ferma al Ministero dell’Ambiente. Sono state richieste delle integrazioni al promotore dell’opera – conferma Vernizzi – a questo aggiungiamo i problemi legati alla giustizia (caso Mose, ndr) di questi ultimi mesi, aspetti che hanno comportato un inevitabile rallentamento di tutto l’iter».
Tempistiche o possibilità che la vicenda si sblocchi a breve?
«Al momento non sono in grado di fare valutazioni in merito», ribadisce il commissario straordinario. Stupore, rassegnazione; se non lui, chi altri può ipotizzare tempistiche e sviluppi futuri su quella che dalla metà degli anni Sessanta è l’opera più lunga a parole, scritti e articoli dell’intero territorio, ma ancora inesistente a fatti?
Gentilini, Berti e Mazzalai sono solo alcuni dei progettisti che negli anni hanno provato a mettere su carta idee e dettagli da sottoporre alle varie comunità; progetti che in un modo o nell’altro non sono mai riusciti a decollare, contrastati dalle continue divisioni tra comuni, dall’una o dall’altra amministrazione, da questo o da quel comitato o alle prese con difficoltà legate ai costi elevati o ai paletti legali.
Oggi invece a mettere i bastoni tra le ruote al progetto della nuova Valsugana sono gli arresti eccellenti che a partire dal Mose hanno messo in crisi il sistema del «project financing» coinvolgendo poi molti degli attori di spicco del mondo infrastrutturale veneto, tra i quali l’ex Governatore Giancarlo Galan e soprattutto l’ex assessore Renato Chisso.
Mancando il vertice del settore, tutto va a rilento specie nei casi in cui, come per la Valsugana, di concreto non c’è ancora nulla e tutta la strada rimane solo nella fase progettuale. E pensare che a metà febbraio la Commissione Nazionale Via aveva accordato l’ok al project financing, il tutto però non senza problemi tanto che furono ben 29 le prescrizioni con necessari ulteriori controlli; verifiche sono state richieste innanzitutto in merito alla qualità dell’aria e alla tipologia di inquinamento con la necessità di monitorare costantemente e per un lungo periodo le emissioni generate dal traffico lungo l’ipotetica galleria; ulteriori approfondimenti sono stati richiesti anche per quanto riguarda le problematiche del carsismo con la necessità di un’ulteriore mappatura di tutte le cavità carsiche conosciute da documentare con maggiori dettagli anche nei tratti di pianura; verifiche inoltre dovranno essere portate a termine anche dal punto di vista delle emissioni acustiche e della tutela della flora e della fauna lungo i territori interessati dall’ipotetico tracciato.
Discorso a parte invece quello legato alla Superstrada Pedemontana Veneta con i cantieri già aperti da mesi e gli operai al lavoro anche in queste giornate a ridosso del Ferragosto: «Non era previsto che gli operai lavorassero anche in questi giorni – spiega ancora il commissario Vernizzi – ma visti i numerosi giorni persi a causa del maltempo stiamo cercando di recuperare il leggero ritardo che abbiamo accumulato sull’iniziale tabella di marcia. Nessuno stop quindi, si lavora e si va avanti».

Seconda puntata dell’inchiesta Mose. Continua la ricostruzione delle indagini utilizzando il punto di vista del colonnello Renzo Nisi della Guardia di finanza, svegliato alle 4 del mattino del 4 luglio 2014 da un sms: «Ci siamo».

I POTERI FORTI – Dalle verifiche dei bilanci di una coop di Chioggia alla scoperta dei fondi neri dello scandalo-Mose

L’UFFICIALE – Esperto di fisco, si era occupato delle plusvalenze di Inter e Milan e del crac della Popolare di Lodi

ACCUSATO E ACCUSATORE – Piergiorgio Baita, classe 1948, ex patron della Mantovani spa, le sue rivelazioni hanno contribuito alla Retata storica

L’investigatore che ha incastrato i padroni di Venezia

Il colonnello Nisi ha condotto le indagini fino al trasferimento a Roma «Solo un avvicendamento di carriera. Non lo nascondo, ero sfinito»

Il cellulare squilla: «Sia gentile, non insista. Non mi occupo più delle indagini. Non è con me che deve parlare». Il tono è garbato, ma fermo. Il colonnello Renzo Nisi, preme per l’ennesima volta il tasto di fine conversazione del suo smartphone. Un assedio, quello dei giornalisti, cui si sottrae con sottile compiacimento. E correttezza: l’uomo dell’inchiesta sul Mose? Non più. La titolarità investigativa ora è di altri e c’è una scala gerarchica con cui confrontarsi. Il cellulare continua a squillare. Risponde a chi “riconosce”. Sul display in rapida successione i nomi di Luigi Delpino, procuratore capo di Venezia, dell’aggiunto Carlo Nordio, dei sostituti Paola Tonini, Stefano Ancilotto, Stefano Buccini, i magistrati che, dandogli fiducia, hanno dato corpo e concretezza alle ipotesi accusatorie. Si era partiti da un giro di fatture false, emerso analizzando i bilanci di una cooperativa chioggiotta – la San Martino – e si era approdati ai fondi neri del Mose. Tanti soldi per narcotizzare i controllori e comprare il consenso attraverso elargizioni a enti pubblici, privati, religiosi, associazioni, club, fondazioni.

IL TRASFERIMENTO A ROMA

Più di qualcuno aveva letto il suo trasferimento a Roma come una sorta di rimozione per affossare l’inchiesta. «Una liberazione» la parola quasi gli sfugge dall’increspatura sulle labbra sottili indugiando con la memoria a quei giorni difficili, opachi, ostili. Ma che ne sanno della fatica, della pressione, della tensione, delle subdole intimidazioni, del timore mai sopito che potesse accadere qualcosa di irreparabile? Davide contro Golia. Quando lo scontro è con i poteri forti non ci sono esclusioni di colpi. Lo sa bene. Ci ha messo del tempo a realizzare l’esatta portata della partita che stava giocando, la capacità offensiva dei “padroni ombra” di Venezia. Avevano agito nel e dal profondo occupando spazi, poltrone, palazzi, al riparo da sguardi indiscreti come possono essere quelli dell’opinione pubblica, del “popolino” alle cui spalle si sono ingrassati con l’ingordigia di chi si sente onnipotente. Vivendo in un mondo parallelo sprezzante e offensivo per chi tira avanti col proprio stipendio e magari rischia anche la pelle per portare a casa ogni mese mille euro, se va bene duemila, e si ritrova a dire più no che sì ai desideri dei figli. Un mondo in cui trova posto pure una Spectre, una capillare rete di controspionaggio – in cui pullulano i doppiogiochisti – per neutralizzare chi osa disturbare il manovratore.

L’INGEGNERE E IL REGISTA

«Mazzacurati chi? Il regista?», si era sentito ribattere quando aveva dato la notizia dell’arresto del sovrano del Cvn. No, era il padre di Carlo. Questo Mazzacurati, compianto cantore – è stato stroncato dalla malattia il 22 gennaio 2014 – della terra veneta, dei suoi valori e della sua gente autentica, tanto nelle virtù quanto nei vizi, ha diretto film dalla rara e struggente poetica universale e nel contempo severa e lucida. L’altro Mazzacurati, Giovanni, ingegnere intelligente, brillante, spregiudicato, diventato, a insaputa della stessa gente ritratta dal figlio, fra i personaggi più influenti d’Italia, capace di interloquire alla pari con presidenti di regione, ministri e capi di governo, boiardi di Stato e alte cariche ecclesiastiche, capitani d’industria, docenti universitari. Un potere carsico, secondo le accuse, nato e cresciuto disponendo e spendendo soldi pubblici, milioni, miliardi: 6 e mezzo l’ammontare definitivo per il Mose. Un perfetto sconosciuto. All’esterno della holding clandestina fa più rumore il nome di Piergiorgio Baita, onnipresente nelle opere cruciali e più dispendiose della regione, fautore del project financing sposato senza riserve da Galan e Chisso. «Lo ripeto io non sono l’inchiesta e il mio trasferimento si inserisce nel naturale avvicendamento di carriera che vede gli incarichi di comando ruotare circa ogni tre anni. Quando il generale Giancarlo Pezzuto mi chiamò a maggio 2013 non potevo rappresentargli, per dovere d’ufficio, ciò su cui stavamo investigando. D’altronde Baita fuori dal Veneto non era annoverato fra i soliti noti. E io, io – esita – non lo nascondo, ero sfinito. A Pezzuto chiesi solo una proroga di un paio di mesi e me li concesse sulla base di una indiscussa stima reciproca». Giusto il tempo di eseguire le ordinanze di custodia cautelare a carico di Mazzacurati & Co.

L’ARRIVO A VENEZIA

La memoria va al luglio 2009. Nisi è appena approdato in laguna. Arriva da Milano a ridosso del suo 42. compleanno. Il trasloco, la famiglia, l’iscrizione a scuola per il “grande”‘ al liceo e per il “piccolo” all’asilo. A Venezia c’era stato una sola volta in gita con la moglie. Le ossa in grigioverde se l’era fatte per lo più in terra lombarda. Ma con i gradi da colonnello, nella regione al tempo comandata dal generale Spaziante per Renzo Nisi, non c’era posto. «Che dice di Venezia?». Si può fare. In fin dei conti poteva andare peggio dal punto di vista logistico, s’intende. Esperto in fiscalità internazionale, dal 2003 sotto la “madonnina” era stato alla guida del Gruppo verifiche speciali firmando, fra le altre, le indagini sui “colletti bianchi”, sulla false plusvalenze di Milan e Inter, sul crac della ex Popolare di Lodi, sull’anomala operatività della marocchina Wafa Bank, sul gruppo di consulenza finanziaria Mythos Arkè. È il biglietto da visita con cui si presenta a condurre il Nucleo di Polizia tributaria veneziano: un pedigree di uno che non molla, di uno che non teme il confronto nemmeno con i colossi, di uno che va fino in fondo a costo di andarci a fondo. Dalla sua ha una competenza invidiabile e una condotta lineare dentro e fuori la caserma.

IL CALCIO E LE REGOLE

Per Nisi scatta un percorso a ostacoli, peggio, cosparso addirittura di trappole interne, che metterà a dura prova la tenuta del pool di investigatori che lo affiancherà. Uno staff che gli piace definire «nato da una congiuntura astrale insondabile con il risultato stupefacente di consentire di mettere a punto una macchina in grado di sviluppare al massimo le potenzialità intrinseche». Lui che alle coincidenze non ha mai dato peso e che a Venezia, malgrado le sue resistenze, viene catturato dalla malìa di una città accogliente e al contempo escludente, capace di farti sentire ospite gradito e intruso impiccione. È uno, il colonello Nisi, che crede nella squadra intesa come amalgama coeso di umanità, professionalità, specializzazione, talento. E non a caso usa spesso metafore calcistiche quando riferisce delle attività svolte: tattica, melina, contrattacco, affondo, vittoria. Giusta distanza. Nisi non dimentica mai il patto siglato all’ingresso nelle Fiamme Gialle: il rispetto della legge. Prima di tutto. Le regole. Per lui un imperativo morale che lo ha posto al riparo tanto dalle lusinghe quanto dalle intimidazioni. È un buon allenatore. Insegna e pratica il rigore e, pirandellianamente, il piacere dell’onestà. Già l’onestà. Una parola che suona ironica, fuori tempo, démodé nella “Venezia circo barnum” del Mose.

IN VENDITA. NON TUTTI

Banalmente Nisi dà il buon esempio. E sceglie chi reputa simile nell’intimo e capace investigatore.
In vendita. Non tutti. Non pochi. Nei “palazzi” delle inchieste più clamorose condotte dalla Guardia di Finanza a Venezia, luoghi in cui si dovrebbe tutelare la collettività: Ca’ Corner, Ca’ Farsetti, Ca’ Balbi. Corruzione patologica, che salta fuori anche quando viene spodestato “il re di via Piave”, al secolo Keke Luca Pan, cittadino cinese naturalizzato mestrino – condannato a sette anni e otto mesi di reclusione – che nel giro di un quinquennio è riuscito a sottomettere ai suoi diktat di malavitoso l’area contigua alla stazione ferroviaria di Mestre fondando un impero immobiliare: interi condomini, centri massaggi, alberghi, negozi, a lui riconducibili. Nessuno poteva metter piede nel suo regno senza il benestare del sovrano. Prostituzione, immigrazione clandestina, falsi permessi di soggiorno, minacce: e a libro paga funzionari comunali, vigili urbani, forze dell’ordine. Tutti sapevano. C’è voluta la felice intuizione dell’agente infiltrato per smascherare affari e connivenze. «È una delle operazioni che ricorderò con più nostalgia – confesserà Nisi nell’accomiatarsi da Venezia ai primi settembre del 2013 – poiché ha avuto un effetto immediato sulla gente comune. L’abbiamo considerata una sorta di regalo alla città perché siamo riusciti a restituire ai residenti, attraverso la confisca dei beni di proprietà di Pan, un quartiere che ormai era diventato una sorta di zona franca». Un’altra data memorabile quel 13 dicembre 2012 con il blitz dei finanzieri accolto dagli applausi dei cittadini che festeggiavano l’invocata e avvenuta “liberazione”.

(Continua domenica 17 agosto)

 

DEI 50 INDAGATI

Per Orsoni, Marchese e Sartori solo finanziamento illecito

L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese e l’ex eurodeputato Lia Sartori sono accusati solo di finanziamento illecito ai partiti. Gli altri indagati invece devono rispondere di corruzione. Si tratta di reati diversi (il finanziamento illecito è meno grave e non prevede come contropartita un atto specifico), anche se l’inchiesta è unica e viene indicata come inchiesta sul Mose. Giorgio Orsoni proclama la sua estraneità all’accusa e ha deciso di difendersi a processo; Giampietro Marchese, pur dicendosi innocente, ha chiesto di patteggiare la pena e si è accordato per 11 mesi di reclusione con la sospensione condizionale; Lia Sartori nega ed è ancora agli arresti domiciliari.

 

IL MEMORIALE – Mazzacurati: ecco chi riceveva denaro dal Consorzio (Dal memoriale dell’ingegner Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova)

… Dal 2004 e sino al 2006 il referente politico per le attività relative al Sistema Mose è stato il Sen. Ugo Martinat, allora Vice Ministro con specifica delega alle Infrastrutture Strategiche. Il Sen. Martinat subordinava la dovuta allocazione dei finanziamenti alla dazione di somme di denaro. Mi pare di aver versato al Sen. Martinat circa 400 mila euro. All’epoca era previsto che il Sistema Mose fosse completato entro l’anno 2010. Il Sen. Martinat è deceduto nel 2009. … Successivamente, il dottor Meneguzzo mi metteva in contatto con l’On. Milanese, che si presentava quale soggetto direttamente competente, sul piano politico, a gestire le questioni del finanziamento delle opere alle bocche di porto. In sostanza, l’On. Milanese rappresentava che avrebbe assicurato i finanziamenti … solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro. Successivamente, il dottor Meneguzzo mi presentò il Generale Spaziante… Mi veniva, pertanto, richiesta dal Gen. Spaziante una somma particolarmente rilevante (circa 2 milioni di euro). Ho versato al Gen. Spaziante complessivamente 500 mila euro in due occasioni in Roma … Per le campagne elettorali, mi pare, del 2010 e del 2013 ho versato dei denari all’On. Matteoli, consegnandoli presso la sua abitazione in Toscana. Nel periodo 2001-2008 sono stati versati all’ing. Maria Giovanna Piva circa 150/200 mila euro all’anno. Per quanto posso ricordare ho versato, a sostegno delle diverse campagne elettorali, somme all’ avv. Ugo Bergamo, al sig. Giampietro Marchese, al prof. Giorgio Orsoni.

 

Gazzettino – Mose, caccia al tesoro in Moldavia

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14

ago

2014

TANGENTI Intanto anche Neri, collaboratore stretto di Mazzacurati, ha chiesto il patteggiamento

Mose, caccia al tesoro in Moldavia

La Procura sospetta che parte dei proventi delle mazzette sia nascosta in conti segreti all’estero

INCHIESTA – Si spostano all’estero le indagini sulle tangenti legate alla costruzione del Mose: i giudici sospettano che in Moldavia ci siano i conti

TRIBUNALE DI MILANO – Confermato il carcere per Milanese, l’ex segretario di Giulio Tremonti

Potrebbero essere nascosti in Moldavia parte dei soldi provento delle “mazzette” del sistema Mose. Ne sono convinti i magistrati della Procura di Venezia i quali hanno avviato le procedure per una rogatoria alla ricerca di conti correnti direttamente intestati a qualcuno degli indagati oppure affidati a qualche prestanome. La nuova “caccia” all’estero si aggiunge alle rogatorie già avviate da tempo in Canada, in Svizzera, in Croazia, nel Regno Unito e in alcuni Paesi del Medio Oriente, di cui sono attese a breve le prime risposte da parte delle locali autorità giudiziaria, alle quali i pm veneziani hanno chiesto di svolgere indagini finanziarie per loro conto.
Evidentemente la Procura ha raccolto nuovi elementi che portano direttamente nella Repubblica Moldova dove qualche politico potrebbe aver portato (o fatto portare) consistenti somme di denaro. Il sostituto procuratore Stefano Ancilotto ha già lavorato con successo in passato con le autorità moldave, riuscendo a catturare un giovane accusato del brutale omicidio a scopo di rapina di un fruttivendolo veneziano, avvenuto nel 2007, e ciò lo renderebbe fiducioso sul possibile esito delle ricerche. Top secret, per il momento, il nome (o i nomi) della persona sospettata di aver nascosto nell’Europa dell’Est i proventi illeciti.
Nel frattempo gli inquirenti registrano l’ennesima richiesta di patteggiamento, che porta ormai ad una ventina il numero degli indagati che hanno deciso di chiedere l’applicazione della pena. Non tutti hanno confessato, e qualcuno giustifica tale scelta con l’intenzione di chiudere al più presto il processo. Ma per la Procura, la “resa” di un numero così consistente di indagati viene interpretata come una conferma della solidità del quadro accusatorio. L’ultimo a concordare il patteggiamento è stato il settantatreenne romano Luciano Neri, ex stretto collaboratore di Giovanni Mazzacurati, accusato di essere stato il gestore dei fondi neri per conto dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova. Fondi neri con cui Mazzacurati ha confessato di aver corrotto e finanziato per anni la politica e pubblici funzionari incaricati di controllare la realizzazione del Mose. Da più di due mesi Neri si trova agli arresti domiciliari e finora, a differenza del suo ex datore di lavoro, si è trincerato dietro il più assoluto silenzio, rifiutandosi di raccontare ciò che sa ai magistrati che coordinano le indagini, i pm Ancilotto, Buccini e Tonini. Il suo difensore, l’avvocato Tommaso Bortoluzzi ha concordato una pena di 2 anni, e la Procura confida di riuscire a confiscargli un milione di euro quando la sentenza sarà passata in giudicato.
Una importante ulteriore conferma della solidità degli indizi raccolti dai pm veneziani è arrivata anche dal Tribunale del riesame di Milano che, nel confermare il carcere per Marco Mario Milanese, l’ex segretario dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, definisce credibili e riscontrate le confessioni di Mazzacurati, dell’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo, l’ex segretaria del presidente della Regione, Giancarlo Galan. E avvalora la qualificazione giuridica fatta dalla Procura, che per tutti ha contestato il reato di corruzione, al contrario di quanto ha fatto il Riesame di Venezia, secondo il quale gli imprenditori più piccoli potrebbero essere stati vittima di concussione da parte di Mazzacurati: «Pare assai difficile per il Tribunale leggere in termini estorsivi o concussivi il comportamento di Mazzacurati nei confronti dei consorziati», scrivono i giudici milanesi, spiegando che le piccole imprese che lavoravano per il Cvn accettarono di costituire fondi neri per il pagamento di “mazzette” sulla base di «una ponderata valutazione di convenienza».

Gianluca Amadori

 

Tesoro delle tangenti Mose nascosto anche in Moldavia

Patteggiamenti: ok della Procura di Venezia a 16 mesi per Gino Chiarini e a 2 anni con la confisca di un milione di euro per Neri, factotum di Mazzacurati

Nuova rogatoria internazionale dopo quelle con Svizzera, Croazia ed Emirati

Proseguono gli interrogatori degli imprenditori citati da Galan sui fondi neri

VENEZIA – Dove sono finiti i soldi dei fondi neri del Consorzio Venezia Nuova? La Procura di Venezia cerca in Moldavia il “tesoro” delle tangenti del Mose. Dopo aver già avviato rogatorie in Croazia, Canada, Svizzera, Regno Unito, Emirati – senza, per altro, aver ancora ricevuto risposta – ora è il fronte Europa dell’Est che i magistrati sondano con maggiore convinzione, in particolare quello con la più collaborativa Moldavia, con la cui magistratura il pm Stefano Ancilotto ha già lavorato nel 2008 in occasione dell’inchiesta che portò all’arresto dell’omicida Gheorghe Vacar, che uccise per rapina il commerciante veneziano Giampaolo Granzo. Così è pronta la richiesta per incrociare i nomi degli indagati con le banche dati moldave. Proseguono, intanto, gli interrogatori degli imprenditori tirati in ballo dall’ex presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, come finanziatori in “nero” della sua campagna elettorale 2005: dopo le smentite tramite giornale, ora devono arrivare quelle formali, che faranno scattare la nuova accusa di calunnia a carico del deputato di Fi. Così ha già fatto il veneziano Andrea Mevorach e così anche l’imprenditore Piero Zannon, che con i pm Ancilotto e Buccini hanno negato di aver consegnato a Claudia Minutillo 200 e 300 mila euro, come invece aveva denunciato Galan nel suo memoriale, accusando la sua ex segretaria di essersene appropriata. Per i magistrati è una calunnia: accusa che si aggiungerebbe così a quelle per corruzione delle quali deve rispondere. E si allunga, nel frattempo, la lista di quanti hanno concluso un accordo con la Procura per patteggiare: oltre una ventina di indagati, praticamente tutti quelli non “politici” e ancora in carcere come Galan agli arresti nel centro clinico del carcere di Opera, in attesa dell’esito del ricorso per Cassazione presentato dai suoi legali, contro l’ordinanza di custodia cautelare confermata dal Tribunale del riesame. Poi c’è il suo prestanome Paolo Venuti, l’ex assessore Renato Chisso e il suo segretario Enzo Casarin, ad esempio. Per loro si prospetta un rinvio a giudizio con rito immediato: la Procura ha tempo fino allo scadere dei sei mesi di custodia cautelare previsti per i reati contestati, che verrebbero così rinnovati in attesa del processo. Ieri si è aggiunto alla lista un nome importante: quello dell’ingegner Luciano Neri, accusato di essere il gestore unico (su ordine di Mazzacurati) del fondo nero del Consorzio Venezia Nuova, alimentato con i soldi pubblici pagati dallo Stato a fronte di fatture per lavori di salvaguardia mai effettuati. Non ha ammesso nulla, ma l’avvocato Tommaso Bortoluzzi e la Procura hanno raggiunto un’intesa per una pena di 2 anni e la confisca di beni per un milione di euro. Raggiunto ieri anche l’accordo con Gino Chiarini per una pena di 16 mesi: è accusato di millantato credito per aver fatto credere a Piergiorgio Baita di avere ascendenti sul giudice Claudio Tito per avere informazioni sulle indagini. Al patteggiamento hanno già avuto accesso – anche se per tutti manca ancora la convalida del giudice per le udienze preliminari Vicinanza – oltre che i maggiori protagonisti dell’inchiesta come Mazzacurati, Baita, Minutillo, anche gli imprenditori chioggiotti Mario e Stefano Boscolo Bacheto, Dante e Gianfranco Boscolo Contadin, Andrea Boscolo Cucco, l’ingegnere del Cvn Maria Brotto, l’ex direttore di Mantovani Nicolò Buson, il commercialista Corrado Crialese, l’ex magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, Manuele Marazzi, Franco Morbiolo, l’ex segretario di Mazzacurati, Federico Sutto. Stanno trattando con  ipm l’imprenditore Stefano Tomarelli (ai vertici del Cvn con Condotte Spa) e il faccendiere Mirco Voltazza.

Roberta De Rossi

 

Gazzettino – Galan rischia l’imputazione per calunnia

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13

ago

2014

IL CASO MOSE – Le accuse nel memoriale, la Procura sta valutando se procedere d’ufficio anche per questo reato

Galan rischia l’imputazione per calunnia

L’ex presidente ha tirato in ballo imprenditori affermando d’aver ricevuto contributi in nero, loro smentiscono

Giancarlo Galan potrebbe finire sotto inchiesta anche per calunnia. La Procura di Venezia sta valutando se avviare un’indagine a carico dell’ex Governatore del Veneto in relazione al memoriale difensivo nel quale ha lanciato accuse nei confronti di una decina di imprenditori, da lui indicati come finanziatori illeciti della sua campagna elettorale del 2005. Tutti gli imprenditori ascoltati finora hanno negato, dichiarando di non aver mai versato alcun contributo – tantomeno illecito – all’esponente politico di Forza Italia. Alcuni di loro hanno anche annunciato l’intenzione di denunciare Galan per diffamazione, reato perseguibile a querela di parte. La calunnia, invece, è perseguibile d’ufficio in quanto la parte danneggiata non è una singola persona offesa nell’onore, ma la stessa amministrazione della giustizia, in quanto l’aver accusato ingiustamente persone che si sanno innocenti ha l’effetto di dare il via ad un’inchiesta penale.
Nel memoriale dello scorso luglio Galan ha raccontato di aver ricevuto finanziamenti nel 2005 dal vicentino Rinaldo Mezzalira, scomparso nel 2007, già titolare di un’azienda specializzata in tubi per irrigazione, la Fitt, (50-100 mila euro); dall’ex senatore trevigiano di Forza Italia e titolare di Veneta Cucine, Carlo Archiutti (200 mila euro); dal “re” padovano dei cementifici, Giovanni Zillo Monte Xillo (50 mila euro); dal vicentino Mario Putin della serenissima ristorazione (10-20 mila euro); dal titolare della Geox, Mario Moretti Polegato (20 mila euro); dall’attuale direttore generale dell’Usl di Vicenza, Ermanno Angonese (5-10 mila euro); dall’imprenditore di Camposampiero Gianni Roncato (17 mila euro) e dal patron del porto turistico di Jesolo, Angelo Gentile (5-10 mila euro). E ancora da Piero Zannoni, ingegnere bellunese ex consigliere di amministrazione di Veneto Sviluppo (200mila) e dall’imprenditore di Marghera, Andrea Mevorach (300mila).
Finanziamenti ormai prescritti per il troppo tempo trascorso, confessati da Galan per dimostrare che la sua ex segretaria, Caudia Minutillo, non è credibile in quanto quando lo accusa in quanto, dopo aver incassato a suo nome i soldi di Zannoni e Mevorach, li avrebbe trattenuti per sé. La circostanza è stata però smentita da entrambi gli imprenditori.
La giurisprudenza è consolidata nel ritenere che costituisca calunnia l’accusare ingiustamente una persona anche se il reato è ormai coperto da prescrizione. Ora spetterà alla Procura fare le valutazioni del caso.
Ieri, nel frattempo, è stato interrogato il ferrarese Gino Chiarini, in carcere dallo scorso 4 giugno con l’accusa di millantato credito: secondo la Procura si fece ricompensare da Mazzacurati e Baita con somme comprese tra 50 e200mila euro prespettando loro di poter ottenere informazioni riservate sull’andamento dell’inchiesta a carico del Consorzio Venezia Nuova grazie ad un magistrato suo amico, il proucratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito (che di questa vicenda è risultato non saperne nulla). Chiarini ha parlato a lungo con i pm Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, chiarendo tutti i particolari dell’intricata vicenda di “spionaggio”, fornendo riscontri e nuovi elementi che gli inquirenti considerano di grande interesse.

 

Palladio, Meneguzzo lascia al figlio

La Palladio volta pagina. Coinvolto dall’inchiesta sul Mose (dopo l’arresto, ora è agli arresti domiciliari) il presidente della finanziaria vicentina, Roberto Meneguzzo lascia il passo al figlio Jacopo. La decisione è stata ufficializzata dopo l’assemblea della Sparta la holding (il 51% è di Meneguzzo) che controlla Pfh1 che a sua volta con il 50,45% ha la maggioranza della finanziaria vicentina. La scelta del cambio al vertice, inciderà su alcune partite finanziarie. In particolare sulla composizione societaria di Generali, dove la partecipata Ferak controlla circa l’1 per cento e un altro 2,15% attraverso Effetti.

 

Richiesta di chiarimenti ad Alfano: «Chi sono i “fratelli” magistrati e poliziotti»

Massoni nell’inchiesta Mose? Interrogazione M5s su Galan.

Ieri la moglie ha visitato in carcere a Opera l’ex ministro e governatore veneto

VENEZIA – Un abbraccio, un lungo silenzio, molte domande sulla piccola Margherita, la figlia di sette anni per la quale papà «è in viaggio per lavoro». Sandra Persegato, la moglie di Giancarlo Galan, ha incontrato in carcere il marito, detenuto nel carcere di Opera, alle porte di Milano. Si è trattato del primo incontro tra Galan e la moglie dalla sera del suo traumatico arresto, il 22 luglio scorso, a poche ore dall’autorizzazione votata dalla Camera. Sandra Persegato si è recata a Opera accompagnata dalla cognata, Valentina Galan: i magistrati infatti hanno autorizzato alle visite, oltre alla moglie, solo la sorella e l’anziana madre dell’ex ministro. Per il politico, dopo lo stop del Tribunale del Riesame alla scarcerazione, si tratta di attendere l’esito del ricorso in Cassazione che i suoi legali stanno predisponendo. Ma appare evidente che per l’ex ministro ed ex governatore, che si muove in stampelle in una stanza della clinica del penitenziario di Opera, le porte del carcere si riapriranno non prima del prossimo ottobre. Una lunga carcerazione preventiva, dunque, che rischia di mettere a dura prova lo stato d’animo dell’ex ministro. L’incontro tra Galan e la moglie si trova in carcere, è durato poco più di un’ora. Saltano sul caso di Galan iscritto alla massoneria, invece, i deputati veneti del Movimento 5 stelle Arianna Spessotto, Emanuele Cozzolino, Francesca Businarolo, Marco Brugnerotto, Federico D’Incà, Diego De Lorenzis, Marco Da Villa e Silvia Benedetti. In una interrogazione rivolta al ministro dell’Interno Angelino Alfano, i parlamentari grillini sottolineano come l’appartenza di Galan alla loggia Florence Nightingale di Padova, sia circostanza alquanto «curiosa»: «l’inchiesta penale veneziana sul Mose sta delineando un quadro fosco e preoccupante di intrecci tra funzionari pubblici corrotti e concussi, politici e imprese corruttrici, uomini di assoluto rilievo dei servizi segreti e delle forze di polizia, quasi una sorta di polizia parallela, infedele che ostacolava le indagini dei pubblici ministeri veneziani; non si può escludere l’esistenza di una rete pervasiva e devastante operante in Veneto, per la copertura e il depistaggio sulle gravi violazioni penali seriali condotte per l’affaire Mose; l’appartenenza del Galan alla massoneria non può non destare molta preoccupazione in relazione all’eventuale appartenenza alle logge di funzionari pubblici e in particolare appartenenti alle Forze armate, Guardia di finanza e Arma dei carabinieri, con funzioni di polizia e di polizia giudiziaria, e inoltre alla magistratura; in effetti l’affiliazione alla massoneria di un magistrato o di ufficiale di polizia giudiziaria preclude di per sé l’imparzialità (secondo la Cassazione, «essere iscritti alla massoneria significa vincolarsi al bene degli adepti, significa fare ad ogni costo un favore. E l’unico modo nel quale un magistrato può fare un favore è piegandosi ad interessi individuali nell’ emettere sentenze, ordinanze, avvisi di garanzia»). I deputati del Movimento 5 stelle, pertanto, chiedono al ministro «se non ritenga opportuno acquisire elementi presso le prefetture per verificare, presso gli appositi elenchi, se risulti la presenza di affiliati alle logge massoniche di magistrati e appartenenti alle Forze armate con compiti di polizia». I grillini sollecitano «iniziative disciplinari urgenti, ove ne sussistano i presupposti, nei confronti di magistrati e appartenenti alle Forze armate per i quali si verifichi l’eventuale sovrapposizione di appartenenza a logge massoniche e di sottoposizione ad avviso di garanzia per reati attinenti allo scandalo Mose».

Daniele Ferrazza

 

In arrivo per l’ex presidente regionale anche un’accusa per calunnia

VENEZIA. Una nuova accusa – quella di calunnia – si potrebbe presto aggiungere alle altre nei confronti dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan, in carcere con l’accusa di essersi fatto corrompere per anni a suon di “stipendi” milionari dal Consorzio Venezia Nuova e dalla Mantovani (allora) di Piergiorgio Baita. La Procura di Venezia sta valutando concretamente l’ipotesi, in merito a quella parte del memoriale difensivo, nella quale Galan (nel negare gli addebiti che gli vengono mossi) si autoaccusa di aver percepito nel 2005 fondi neri elettorali da dieci imprenditori (che hanno tutti negato) e accusa l’ex segretaria Claudia Minutillo di essersi appropriata di 300 mila euro consegnati dall’imprenditore Andrea Mevorach (che da parte sua ha negato con forza il fatto, replicando di aver ricevuto pressioni da Galan per contributi che si è sempre rifiutato di pagare). La Procura risponde con l’accusa di calunnia, valida anche in caso di fatti prescritti. Ieri, intanto, lungo interrogatorio difensivo davanti ai pm Ancilotto e Buccini per Gino Chiarini, ferrarese, in carcere dal 4 giugno con l’accusa di millantato credito: si sarebbe fatto consegnare dai 50 ai 200 mila euro da Baita (in cerca di informazioni sull’inchiesta) vendendogli la possibilità di avere notizie dal giudice Claudio Tito, all’oscuro di tutto. Chiarini ha raccontato per ore ai magistrati di molti episodi dei quali è stato testimone, “guadagnandosi” il sì della Procura agli arresti domiciliari. […]

(r.d.r.)

 

PREGANZIOL – L’esasperazione del Comitato: «Abbiamo bussato a tutte le porte, nessuno ci ascolta»

«Il trasporto pubblico a Preganziol? Un colabrodo»: non si dà pace Pietro Dal Don, coordinatore del comitato di protesta dei pendolari del servizi ferroviario denominato “Più treni a Preganziol”, che ha gia raccolto oltre 1.200 firme. Aggiunge Dal Don: «Non sono state attivate le corse promesse 3 mesi fa dall’assessore regionale alla mobilità Renato Chisso, ma da poco è stato addirittura aumentato del 6% il costo del biglietto delle corse regionali. Ieri il treno delle 7.45 Treviso-Venezia è stato cancellato. Così non può continuare. Purtroppo si sta facendo come i gamberi: è questo il tanto decantato progetto della Metropolitana leggera di superficie che prevedeva il transito di un treno ogni quarto d’ora lungo la tratta Treviso-Venezia? Dopo l’entrata in vigore dell’orario cadenzato le cose sono peggiorate». Il Comitato si batte da anni con la Regione e con Trenitalia perchè a Preganziol ci siano le stesse fermate di Mogliano. L’anno scorso alla stazione di Mogliano si sono fermati 60 treni, a Preganziol meno della metà. Per non parlare della domenica. Il Comitato ha bussato negli ultimi mesi a tutte le porte delle istituzioni che “dovrebbero” avere un ruolo nelle decisioni: Regione, Trenitalia, enti locali. La precedente amministrazione con l’ex sindaco Sergio Marton si era fatta carico del problema. «Abbiamo avuto -prosegue Dal Don- un primo contatto anche con il nuovo sindaco Paolo Galeano che ci ha assicurato il suo interessamento». Da risolvere l’annoso “buco” di alcuni orari. L’ultimo treno che parte da Venezia per Preganziol è alle 21.15. E i pendolari che lavorano negli alberghi e nei locali pubblici, oltre ai numerosi turisti che pernottano nelle strutture alberghiere di Preganziol, si trovano in difficoltà. Ancora Dal Don: «Altrettanto preoccupante è la carenza dei servizi del trasporto pubblico su gomma. Ci battiamo perchè Actv e Mom trovino l’accordo per migliorare il trasporto sul Terraglio. Da Mestre a Treviso bisogna cambiare autobus giunti a Preganziol e fare un nuovo biglietto. Un’assurdità».

Nello Duprè

 

Dai files rubati le accuse al manager «infedele»

Anonymus svela le contestazioni all’ex numero 2 della finanziaria Veneto Sviluppo

«Peretti faceva parte di un gruppo d’attacco alla società, ha gettato discredito»

Rivelate mail al presidente del Consiglio regionale Valdo Ruffato e al leghista Luca Baggio

Passava all’esterno Informazioni riservate per favorire un socio privato a scapito della società pubblica

VENEZIA Ripetute violazioni della riservatezza, un’abile condotta di discredito nei confronti della società, una continuata azione di sabotaggio verso le strategie aziendali, frequenti fughe di notizie, un comportamento nel suo complesso teso a danneggiare Veneto Sviluppo. Sono i termini delle contestazioni che il direttore generale della finanziaria regionale Veneto Sviluppo, Gianmarco Russo, ha rivolto all’ormai ex vicedirettore generale Antonio Peretti nell’ambito di un contenziosto tuttora aperto e volto a sciogliere il contratto di lavoro del manager. Dall’incursione di Anonymus nei files del consiglio regionale affiora anche la lettera di contestazioni, datata 27 marzo scorso, rivolta dal vertice di Veneto Sviluppo a Peretti. E si fanno più chiari i motivi del suo allontanamento dall’incarico di vertice. Il punto è una profonda divergenza sul tema della «riassicurazione del credito », una delle operazioni che più ha impegnato la finanziaria regionale negli ultimi mesi. Ma le divergenze riguardano anche la «sgr» appena costituita con la Regione Friuli Venezia Giulia. Il caso Peretti scoppia quando il capo di gabinetto della presidenza del Consiglio, Giuseppe Nezzo, consegna al presidente di Veneto Sviluppo, Giorgio Grosso, una mail riservata inviata da Peretti a Clodovaldo Ruffato, presidente del consiglio regionale. «Ti segnalo – scrive Peretti – che il nuovo Presidente ed il nuovo Vice Direttore Generale di Veneto Sviluppo stanno disattendendo in pieno» gli indirizzi contenuti da una risoluzione del consiglio regionale del giugno 2012. «L’incredibile comunicazione – scrive Russo nella contestazione – apriva uno squarcio allarmante su gravi vicende di alcuni mesi precedenti delle queli Lei appariva come il responsabile ». Veneto Sviluppo, dunque, congela la casella postale e sigililla telefono, personale computer e ufficio di Peretti, sospendendolo dal servizio in via cautelativa. Secondo la lettera di contestazioni, Peretti nel periodo da marzo a maggio2013 avrebbe «posto in essere una iniziativa di vero e proprio sabotaggio» del progetto Riassicurazione del credito che la Regione stava varando. L’accusa è di aver suggerito alla Terza commissione regionale, presieduta dal leghista Luca Baggio, una serie di spunti per mettere in cattiva luce l’operazione. A seguito della convocazione di presidente e direttore davanti alla commissione regionale, i vertici di Veneto Sviluppo «si trovarono di fronte ad un fuoco incrociato di domande, accuse e rilievi» da parte dei consiglieri regionali, evidentemente imbeccati. Nello stesso periodo la società «si è dovuta difendere da pesantissimi attacchi esterni, enfatizzati dalla stampa, che sono stati possibili solo grazie a continue rilevanti fughe di notizie riservate dall’interno della società». Per il direttore di Veneto Sviluppo, due diversi accessi alla casella di posta elettronica aziendale di Peretti hanno comprovato «un reiterato comportamento diretto a danneggiare la società». Anche il «rapporto privilegiato con singoli consiglieri» regionali appare censurabile e frutto di un atteggiamento volto a raggiungere «un obiettivo personale di ritorsione». Le conclusioni sono trancianti: per Gianmarco Russo l’ex vicedirettore Antonio Peretti partecipava «ad un gruppo di attacco della attuale direzione operativa della società». Di più: gran parte dei contenuti di una lettera anonima, giunta nell’ottobre 2013 nelle redazioni dei giornali, sarebbero farina del sacco di qualche talpa interna. Peretti insomma sarebbe stato un manager infedele che, per ritorsioni personali, ha cercato di danneggiare l’attuale vertice della finanziaria regionale in tutti i modi, al «solo possibile scopo di danneggiare l’azienda e di avvantaggiare potenzialmente uno dei soci privati».

Daniele Ferrazza

 

Il blitz della rete internazionale di hackers

VENEZIA. Il blitz degli attivisti di Anonymus è di qualche giorno fa. Con una minuziosa opera di hackeraggio gli attivisti della rete internazionale che si batte per la trasparenza sono entrati nel server del Consiglio regionale del Veneto, pubblicando migliaia di mail, corrispondenza e files riservati della Regione. Anonymous si batte a tutela dell’ambiente e contro le grandi opere che «sistematicamente comportano corruzione e inefficienza» rileva il loro sito ufficiale. Per il Veneto «ci siamo battuti contro Tav, Mose, rigassificatori, centrali nucleari, inceneritori. Quindi riteniamo doveroso manifestare la nostra contrarietà ad un opera come il Mose» ma è nota la contrarietà anche all’attraversamento del centro storico di Venezia da parte delle gigantesche navi da crociera e la difesa di tutte le battaglie contro i project e le grandi opere infrastrutturali al centro dell’inchiesta della Procura di Venezia.

 

Meneguzzo lascia le cariche al figlio

Al via il riassetto di Palladio Finanziaria: i soci liberi di vendere le quote, gli scenari per Generali

VICENZA – Passaggio generazionale obbligato dentro a Palladio Finanziaria, il «salottino» della finanza veneta travolto dall’arresto del suo presidente Roberto Meneguzzo nell’ambito della inchiesta sul Mose. Nei giorni scorsi si è svolta l’assemblea degli azionisti di Sparta, la holding che controlla la finanziaria vicentina, e il presidente – già autosospeso da tutte le cariche dal giorno dell’arresto – ha deciso di fare un passo indietro nominando al suo posto il figlio. L’assetto di Palladio è attualmente il seguente: Roberto Meneguzzo controlla, attraverso il veicolo Pfh1, il 51 per cento, i partner industriali Ricci, Spiller, Bocchi e Bernardi il 21, 65%, i partner bancari Intesa San Paolo (9%), Veneto Banca (9,8%), Banco Popolare e (8,6%), Mps (0,5%) il restante 28%. Secondo quanto scrive «il Sole 24 Ore» il riassetto di Sparta, varato il 5 agosto scorso, ha modificato lo statuto sociale liberando tutti i vincoli al trasferimento delle azioni da parte dei soci. Un «liberi tutti» che consentirà a tutti gli azionisti di valorizzare le proprie quote. Il riassetto di Palladio avrà delle ripercussioni, nelle prossime settimane, anche nell’assetto di alcune partite rilevanti della finanza nordestina: in Generali, soprattutto, di cui la partecipata Ferak controlla circa l’1 per cento e un altro 2,15% attraverso Effeti. Agli attuali valori di Borsa, si tratta di un pacchetto che vale 500 milioni di euro. Gli azionisti, oltre a Palladio, sono Veneto Banca, la famiglia Amenduni (Acciaierie Valbruna), la Finint di Enrico Marchi e Andrea De Vido, la famiglia Zoppas. Il riassetto di Palladio Finanziaria, dunque, inciderà negli equilibri del Leone di Trieste. Tutto da decidere anche il destino stesso di Palladio, che detiene un portafoglio di partecipazioni rilevante. Nell’attesa di definire la posizione giudiziaria di Roberto Meneguzzo, attualmente agli arresti domiciliari, la merchant bank vicentina dunque si guarda attorno. Da definire anche il ruolo dell’altro amministratore delegato Giorgio Drago, che controlla direttamente il 4,47% della cassaforte vicentina. Meneguzzo è accusato di aver fatto da tramite tra Giovanni Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova e l’ex portaborse dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, intascando una «mazzetta» di 500 mila euro nella sede milanese di Palladio. Per questo l’inchiesta è stata trasferita a Milano.

 

IL CASO MOSE – Le parziali ammissioni di Meneguzzo. I giudici di Milano: accusatori attendibili

«Così Milanese si interessò alle inchieste della Finanza»

«Milanese disse che avrebbe cercato di capire se vi fosse un disegno contro il Consorzio Venezia Nuova attraverso la Gdf, attraverso le sue relazioni… Milanese era per Tremonti ciò che per Berlusconi era Gianni Letta». Lo ha raccontato il manager vicentino Roberto Meneguzzo, nell’interrogatorio finora segreto, reso a Milano lo scorso 8 luglio, nel quale ha ricostruito il colloquio avvenuto il 14 giugno del 2010 negli uffici della sua società, la Palladio Finanziaria di Milano, alla quale parteciparono sia il presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, sia Marco Mario Milanese, allora consigliere politico del ministro dell’Economia, Giulio Tremoni. Meneguzzo e Milanese sono entrambi indagati con l’accusa di corruzione in relazione a 500mila euro che Mazzacurati racconta di aver versato a Milanese per un aiuto a sbloccare i fondi del Mose. Versamento che in parte sarebbe avvenuto proprio quel giorno, ma negato da entrambi.
All’epoca la verifica fiscale avviata al Cvn dalla Finanza preoccupava l’allora presidente del Cvn, il quale mosse tutte le pedine, ad altissimo livello, per cercare di capire cosa stava accadendo e per verificare cosa si sarebbe potuto fare per fermare le Fiamme Gialle. E fu proprio Meneguzzo a presentargli chi avrebbe potuto aiutarlo.
Il racconto dell’ad di Palladio viene confermato dallo stesso Milanese, il quale lo scorso 7 luglio ha ammesso di aver contattato il generale Emilio Spaziante (anche lui in carcere per corruzione nell’inchiesta sul sistema Mose) per avere le notizie richieste. Meneguzzo ha quindi raccontato ai pm milanesi di un successivo incontro avvenuto a Roma, il 7 luglio, con Mazzacurati, Milanese e il generale della Finanza, nel corso del quale quest’ultimo fornì informazioni riservate: «Spaziante disse che la verifica fiscale era accompagnata da una indagine penale rivolta ad accertare l’esistenza di fondi neri costituiti anche all’estero che erano nel mirino dei magistrati… In quella circostanza fu Spaziante a suggerire agli interlocutori di utilizzare un apparecchio Blackberry raccomandando prudenza e cautela» per evitare di farsi intercettare.
Milanese ha confermato l’incontro, ma ha sostenuto di non aver sentito parlare di indagini, essendosi allontanato per telefonare. Circostanza non creduta dai giudici milanesi. Per quelle informazioni (e per il suo intervento) Spaziante avrebbe ricevuto a sua volta un compenso di 500mila euro. Gli interrogatori finora inediti dell’inchiesta Mose sono contenuti nell’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Milano (dove sono finite per competenza territoriale le indagini su Milanese e Spaziante) ha confermato il carcere per l’ex consigliere di Tremonti, ritenuto inserito «in un sistema di corruttela vasto e ramificato».
I giudici di Milano ritengono pienamente attendibili i principali accusatori, Mazzacurati, Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo e scrivono che pare evidente come Milanese «abbia strumentalizzato il rapporto fiduciario che notoriamente lo legava al ministro Tremonti». Il primo ad escludere davanti ai pm veneziani di aver pagato l’allora ministro dell’Economia è stato Mazzacurati, il quale ha pure assicurato di aver avuto soltanto rapporti leciti anche con l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, da lui semplicemente informato sull’esito dei lavori del Mose. E il Tribunale del riesame di Milano rileva che, mentre gli indizi sono gravi a carico di Milanese, non vi sono «elementi che supportino il sospetto di un coinvolgimento diretto di un esponente del governo all’epoca in carica».

 

L’ULTIMA MOSSA – I difensori di Galan ricorrono in Cassazione: scarceratelo

La difesa di Giancarlo Galan annuncia ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato il carcere per l’ex presidente della Regione Veneto. Lo ha annunciato ieri l’avvocato Antonio Franchini sostenendo che l’ordinanza depositata sabato è viziata da numerosi errori e mancanze, per le quali chiederà il suo annullamento ai giudici della Suprema Corte.

 

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