Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al Consiglio di Stato. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT12C0501812101000017280280 causale "Sottoscrizione per ricorso Consiglio di Stato contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

Nuova Venezia – L’ex ministro Matteoli nega tutto

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

28

giu

2014

«IL CONTRIBUTO ELETTORALE DI 20 MILA EURO FU SUBITO RESTITUITO»

L’ex ministro Matteoli nega tutto

Stamani il giudice valuterà il patteggiamento di 4 mesi per Orsoni

VENEZIA – È durato un’ora circa l’interrogatorio dell’ex ministro dell’Ambiente prima e delle Infrastrutture poi, Altero Matteoli (nella foto). Accompagnato dai suoi difensori, gli avvocati romani Giuseppe Consolo e Francesco Compagna e il veneziano Gabriele Civello, è stato sentito dai giudici del Tribunale dei ministri del Veneto che, dopo averlo fatto parlare, gli hanno posto alcune domande. In particolare sul costruttore romano Erasmo Cinque che, stando alle accuse, sarebbe l’imprenditore che avrebbe raccolto le mazzette da altre imprese nell’ambito dell’appalto per le bonifiche di Marghera per consegnarle al ministro. Anche Cinque è indagato come Matteoli per corruzione ed ha presentato un memoriale in cui nega ogni accusa. Ha chiesto anche lui di essere sentito. Nel corso dell’interrogatorio di ieri il senatore di Forza Italia Altero Matteoli ha ribadito la sua assoluta estraneità alla vicenda Mose. «Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti», sostiene in un comunicato l’ex ministro dopo che si era rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti all’uscita dal Tribunale di piazzale Roma, «il contributo elettorale di 20.000 euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente». «Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo», conclude l’esponente politico di centro destra, «sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato». Stamane, intanto, il giudice veneziano Massimo Vicinanza dovrà valutare l’accordo raggiunto dai pubblici ministeri veneziani e i difensori del sindaco Giorgio Orsoni, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. L’accordo prevede una pena di quattro mesi e il pagamento di quindicimila euro. Il magistrato dovrà dire se a suo giudizio la pena è congrua o meno: Orsoni è accusato di finanziamento illecito ai partiti e presumibilmente la decisione di cercare prima possibile un accordo con i rappresentanti della Procura è stata presa per uscire velocemente dal processo per non essere confuso con gli altri indagati, accusati di reati molto più gravi come la corruzione. Intanto, nella tarda serata di ieri, i giudici del Tribunale del riesame erano ancora riuniti per decidere sui ricorsi presentati dai difensori di otto degli arrestati. Fino ad ora nessuno degli indagati si era presentato davanti ai magistrati, ieri invece dal carcere di Bologna è arrivata Maria Teresa Brotto, direttore del Consorzio Venezia Nuova. Oltre alla sua posizione, sono state affrontate quelle dell’ex amministratore dell’Autostrada Venezia Padova Lino Brentan, dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi, dell’ex maresciallo dei carabinieri romano Vincenzo Manganaro, degli architetti Dario Lugato e Danilo Turato. Oggi, il Tribunale affronterà le posizioni dell’ex assessore regionale Renato Chisso e del suo segretario Enzo Casarin. Infine, una precisazione: l’imprenditore romano Stefano Tomarelli non è mai stato amministratore delegato di «Condotte d’acqua», bensì consigliere . (g.c.)

 

Il tesoriere rosso Marchese furioso all’idea di lavorare

La sua telefonata irritata (con bestemmia iniziale) dopo l’assunzione fittizia in una società delle coop: «Da lunedì a venerdì compreso e fino alle 18.30?»

Motivando la concessione dei domiciliari al consigliere regionale del Pd, il tribunale del Riesame ha ravvisato «pesanti indizi di colpevolezza» a suo carico

VENEZIA «La consolidata totale contiguità del politico Giampietro Marchese con Giovanni Mazzacurati e il Consorzio Venezia Nuova da questi presieduto, con ruolo di tramite per Pio Savioli nell’ambito di questo rapporto, è acclarata in modo più che netto». È una delle frasi che si trovano nelle 27 cartelle delle motivazioni che hanno spinto i giudici del Tribunale del riesame di Venezia presieduto da Angelo Risi a concedere al consigliere regionale del Pd Marchese gli arresti domiciliari – era in carcere – ma a ritenere nei suoi confronti «La sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza », per il reato di illecito finanziamento al partito. A dimostrazione della contiguità dell’esponente del Pd al presidente del Consorzio Venezia Nuova, il giudice relatore Alberta Beccaro riporta l’intercettazione di una telefonata tra Marchese e Pio Savioli, rappresentante delle cooperative rosse nel Consorzio; il primo dice al secondo «Dovresti ricordare a Mazzacurati che gli ho chiesto almeno un milione di lavori per l’elettricista… Tu digli che dentro l’Arsenale o da un’altra parte deve trovarmi una milionata di lavoro. Devo dargli una mano a questo che solo nel 2005 nelle campagne elettorati provinciali, regionali e politiche mi ha sempre dato 25 mila euro al colpo». La tesi dei pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini è che Marchese avrebbe incassato almeno 500 mila euro (solo Savioli afferma di aver personalmente effettuato consegne dirette di contante all’esponente del Pd per circa 180 mila euro), tutto denaro proveniente «Da provviste illecitamente costituite dal Consorzio Venezia Nuova ». Sarebbero stati consegnati a Marchese in un arco di tempo pluriennale, «sempre e comunque con consegne brevi manu e in nero». In alcuni casi sarebbe stato Mazzacurati a portare i soldi, in altri Savioli o «ancora Federico Sutto», il segretario del primo. C’è poi l’assunzione fittizia per 35 mila euro presso una società (la Eit Studio) che gravita nell’ambito delle cooperative che lavorano con il Consorzio. Nelle motivazioni del Tribunale veneziano si segnala che, grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche, si nota «in particolare il tono irritato e preoccupato alla sola prospettiva di dover realmente lavorare adottato da Marchese». «Dovrei lavorare dal lunedì al venerdì compreso? », chiede il consigliere regionale, che allora non era ancora tale, a Franco Morbiolo, direttore di una cooperativa e pure lui poi arrestato, che gli risponde: «Lascia perdere quello che c’è scritto». E Marchese giù con una bestemmia, poi sbotta «Lavorare fino alle 18,30!». Sul conto di Marchese, che risiede a Jesolo in una bella villa con piscina coperta da un tetto apribile che ha acquistato alcuni anni fa dalla famiglia del boss sandonatese della mala del Brenta Silvano Maritan, «Emerge una sistematica reiterazione delle condotte criminose: poteva contare addirittura su una vera e propria regolare cadenza fissa quadrimestrale quanto alle corresponsioni brevi ma nuda 15 mila euro ciascuna operate da Savioli in suo favore quale tramite del Consorzio ». Per i giudici è significativo che Mazzacurati e gli altri del Consorzio si fossero impegnati a trovare una giustificazione formalmente regolare, quella dell’assunzione, anche in un momento in cui non rivestiva alcuna carica, segno evidente dell’influenza che rivestiva sulla scena politica locale. Ma «trattandosi in ogni caso di condotte non più in essere già da tempo, la misura degli arresti domiciliari è idonea a fronteggiare le esigenze cautelari».

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – L’ex ministro Matteoli interrogato due ore

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

28

giu

2014

TANGENTI MOSE – L’ex ministro interrogato due ore

Matteoli: non mi sono arricchito. Orsoni, oggi il patteggiamento

L’ex ministro Altero Matteoli è comparso ieri a Venezia davanti al Tribunale dei ministri. «Mai preso soldi – ha detto – e il contributo elettorale di 20mila euro fu subito restituito». Oggi il gup deciderà sul patteggiamento chiesto da Orsoni.

MAZZACURATI «Matteoli mi ha fatto dei favori, ho finanziato la campagna elettorale»

FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA «Non ho mai indicato imprese a chicchessia, sarà accertata la correttezza del mio operato»

IERI L’EX MINISTRO MATTEOLI IN TRIBUNALE

Matteoli: «Mai avuto soldi. E il contributo di 20mila euro fu restituito al mittente»

La difesa dell’ex ministro in tribunale nell’interrogatorio durato quasi due ore

Poi il comunicato: «Nella mia lunga attività politica non mi sono arricchito»

LE CIFRE CONTESTATE – 5-600mila euro in bianco e in nero

«Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti. Il contributo elettorale di 20mila euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente».
Il senatore Altero Matteoli, chiamato in causa nell’inchiesta sul cosidetta “sistema Mose” in qualità di ministro all’Ambiente del governo Berlusconi, si è difeso così, ieri pomeriggio, davanti al Tribunale dei ministri di Venezia, ribadendo la sua assoluta estraneità alla vicenda.
«Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo – ha spiegato Matteoli attraverso un comunicato diramato dopo l’interrogatorio – Sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato».
Matteoli, accompagnato dai suoi legali, Francesco Compagna, Giuseppe Consolo e Gabriele Civello, è arrivato alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma attorno alle 14 a bordo di un taxi, preceduto da una vettura con la scorta. All’ingresso in Tribunale non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, e poco dopo le 16, è uscito dalla porta posteriore, salendo direttamente sulla Fiat Punto della scorta per uscire dal Palazzo di giustizia senza essere costretto a fermarsi con i giornalisti. La sua dichiarazione è pervenuta più tardi, trasmessa dal suo ufficio stampa.
L’interrogatorio è durato poco meno di due ore. Il senatore ha depositato un memoriale al collegio, per poi rispondere alle domande rivoltegli dal presidente, il giudice veronese Monica Sarti e degli altri due componenti, Priscilla Valgimigli (giudice del Riesame di Venezia) e Alessandro Girardi (giudice della sezione fallimentare di Venezia). A trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri (lo speciale organismo che deve indagare su eventuali reati commessi da ministri nell’esercizio delle funzioni) è stata la Procura di Venezia che, nell’ambito delle indagini sul cosidetto “sistema Mose”, ipotizza che Matteoli abbia ricevuto somme di denaro illecite in relazione ad opere di bonifica ambientale dell’area industriale di Porto Marghera. A conclusione delle indagini in Tribunale dei ministri potrà archiviare, se si convincerà che nessun illecito è stato commesso, oppure restituire gli atti alla Procura per l’esercizione dell’azione penale, se invece ravvisasse gli estremi del reato di corruzione o finanziamento illecito. In tal caso, però, la Procura dovrà chiedere l’autorizzazione a procedere, in quanto Matteoli era un ministro.
Il principale accusatore di Matteoli è l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «Il ministro Matteoli mi ha fatto dei favori e ho corrisposto finanziando la campagna elettorale… gli ho corrisposto dei soldi… erano corresponsioni di denaro direttamente a compenso in qualche modo di favori ricevuti… 400-500mila euro… dal 2009 al 2012-2013», ha messo a verbale Mazzacurati. Matteoli, però, nega con decisione.

Gianluca Amadori

 

VENEZIA – Accusato di aver ricevuto denaro per le opere di bonifica di Marghera

COOP ROSSE Il colosso azzerato dopo le dimissioni nomina il nuovo vertice: prima erano nove i componenti del cda

Coveco dimagrito: ora ricomincia da tre

Si volta pagina. Facce nuove e nuove professionalità. Un consiglio d’amministrazione più snello, da nove a tre componenti, per garantire l’immediata operatività del consorzio a tutela del patrimonio aziendale e umano che rappresenta. L’assemblea dei soci ha eletto il cda di Coveco, il colosso delle cooperative rosse con sede a Marghera rimasto senza vertici, a seguito delle dimissioni di tutti i componenti all’indomani dell’arresto del presidente Franco Morbiolo e di uno degli amministratori, Nicola Falconi, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti del Mose.
«Un atto di responsabilità quello di rimettere il mandato – spiega il presidente di Legacoop Veneto, Adriano Rizzi – per evitare strumentalizzazioni legate alle indagini, facilitando la distinzione fra eventuali responsabilità personali e della struttura, e per permettere di sviluppare le attività in essere mettendo le basi per la futura espansione».
Un’ottantina di imprese associate che danno lavoro a centinaia di lavoratori, fra soci e dipendenti, una storia nata 60 anni fa, il nome Coveco legato alle più recenti grandi opere pubbliche – fra tutte l’Expo 2015 – rischia di venire identificato con la “fabbrica di mazzette” per conto del Consorzio Venezia Nuova, profilo che emerge dai faldoni depositati in Procura.
Ad affrontare quella che è stata definita “una nuova sfida” sono stati chiamati il padovano di Este, Devis Rizzo, 40 anni, nel cda di Ccfs di Reggio Emilia, il friulano di Palazzolo dello Stella, Daniele Casotto, classe 1958, presidente di Celsa di Latisana e il veneziano Eugenio Stefani, 64enne, della Cooperativa Meolese. Il prossimo passo sarà quello di designare presidente e vice. «Condivido pienamente il richiamo di Legacoop Veneto all’esigenza di rispettare sia l’attività della magistratura che il diritto degli accusati alla difesa, e alla necessità che le imprese assumano comportamenti che assicurino continuità aziendale e occupazione» ha commentato il numero uno di Legacoop, Mauro Lusetti.

 

MESTRE – E al dibattito post-inchiesta spunta Baita

MESTRE – Pochi minuti prima tre politici veneziani (Enrico Zanetti di Scelta Civica, Marta Locatelli del Ncd e Jacopo Molina del Pd) nel corso di un dibattito sul futuro della politica veneziana lo avevano additato tra quei personaggi che non dovrebbero venire più considerati dall’opinione pubblica come meritevoli della loro attenzione e che andrebbero emarginati. Piergiorgio Baita, l’uomo chiave dell’inchiesta Mose, arriva in piazzetta Battisti, nel cuore di Mestre, e si siede a pochi metri da dove si sta discutendo del futuro di Venezia: si concede un prosecco, sorride, stringe mani, è abbronzatissimo. Di stare ai margini della società non pare gli interessi poi molto.

(r.ros)

 

ORDINI PROFESSIONALI – Sospesi gli ingegneri Piva, Brotto e Dal Borgo

VENEZIA – Non solo gli architetti, anche gli ingegneri coinvolti nell’inchiesta sul Mose sono stati sospesi dai rispettivi albi professionali. A precisarlo è Ivan Antonio Ceola, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Venezia: «Questo Ordine, appena appresa la notizia di stampa della custodia cautelare nei confronti degli ingegneri Maria Brotto e Maria Giovanna Piva ha subito chiesto conferma alla Procura della Repubblica del provvedimento cautelare ed ha immediatamente proceduto, come previsto dalla normativa vigente, alla sospensione dall’Albo dei predetti ingegneri». Lo stesso ha fatto l’Ordine degli ingegneri di Belluno, presieduto da Ermanno Gaspari, nei confronti di Luigi Dal Borgo.

 

RIESAME – Una decina di ricorsi da Brentan a Chisso, in arrivo la decisione

Quattro mesi di reclusione e 15 mila euro di multa, con la sospensione condizionale. È questa la pena per il reato di finanziamento illecito ai partiti di cui è accusato il sindaco dimissionario di Venezia, Giorgio Orsoni, sulla cui congruità si deve pronunciare questa mattina il giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Massimo Vicinanza. La proposta di patteggiamento è stata presentata dal difensore di Orsoni, l’avvocato Daniele Grasso, con l’accordo della Procura. Una pena ai minimi, considerato che la legge 197 del 1974 prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni di reclusione e la multa fino al triplo delle somme versate in violazione della normativa: nel caso del sindaco fino ad un milione e mezzo di euro, stando all’accusa formulata dai pm. Dunque non è così assodato che il patteggiamento venga accolto dal giudice. In caso di rigetto gli atti torneranno alla Procura che dovrà decidere il da farsi: concordare un nuovo patteggiamento con pena più elevata o chiedere il processo.
Orsoni è accusato di aver incassato, in occasione della campagna elettorale del 2010 per le elezioni comunali, 110 mila euro “in bianco” da varie società tra le quali alcune ditte che sono riconducibili al Consorzio Venezia Nuova. Il patron del Cvn, Giovanni Mazzacurati, avrebbe utilizzato il solito meccanismo di anticipare alle ditte i soldi (che secondo la Procura erano provento di false fatturazioni), e le stesse ditte poi fatturavano al Consorzio. Una partita di giro che serviva solo a mascherare la mano del Cvn. Mazzacurati racconta, inoltre, di aver consegnato altri 450-500 mila di persona e in contanti portandoli a casa del sindaco. Per queste accuse Orsoni è finito agli arresti domiciliari il 4 giugno. Dopo 5 giorni, lunedì 9 giugno, ha spiegato al gip Scaramuzza che non poteva escludere che Mazzacurati avesse messo mano al portafogli per la sua campagna elettorale, giurando però di non aver mai visto un centesimo: secondo Orsoni infatti i finanziamenti (che lui riteneva regolari) sono stati incassati dal Partito Democratico. Versione confermata 48 ore più tardi ai magistrati della Procura, davanti ai quali ha ammesso di essersi rivolto a Mazzacurati, su pressioni del Pd, pur essendo consapevole dell’inopportunità di far finanziare la campagna elettorale dal Cvn. A conclusione dell’interrogatorio ha quindi concordato il patteggiamento. I pm Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini motivano la pena così mite con il fatto di conseguire un primo importante risultato – cioè una sostanziale ammissione di responsabilità – evitando il rischio di prescrizione del reato (tra due anni).
Ieri, nel frattempo, per il Tribunale del riesame è stata una giornata particolarmente intensa e impegnativa. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha preso in esame i ricorsi presentati da una decina di indagati e ha proseguito i lavori fino a tarda notte. Tra le posizioni discusse dai rispettivi difensori, alla presenza dei sostituti procuratore Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, figurano quella dell’ingegner responsabile della progettazione del Mose, Maria Brotto; dell’ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova, Lino Brentan; dell’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi; di Giovanni Artico, commissario straordinario per il recupero territoriale e ambientale di Marghera, e dell’architetto Danilo Turato, finito sotto accusa per i restauri della villa dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan (che secondo la Procura furono pagati dalla società Mantovani di Piergiorgio Baita). Soltanto questa mattina sarà possibile conoscere le decisioni assunte dal Riesame. Oggi saranno discussi i ricorsi presentati dall’ex assessore regionale ai Trasporti, Renato Chisso e dal suo segretario, Enzo Casarin.

 

IL NUOVO CA’ FONCELLO La Cgil di Bernini chiede alla Regione di rivedere l’impostazione dell’opera

Project rischioso: «Si cambi»

TREVISO – (mf) «La Regione abbandoni il progetto di finanza per la costruzione della nuova cittadella sanitaria del Cà Foncello». Questo l’appello lanciato da Ivan Bernini, segretario generale della Fp-Cgil della Marca. Tradotto: si cancellino i 98 milioni di parte privata previsti nel project financing complessivo da 224 milioni. «Alla luce dei fatti emersi in tutto il Veneto e delle evidenti problematiche legate al finanziamento privato – spiega il sindacalista – si realizzi l’opera con risorse pubbliche, negoziando con il ministero, con l’Usl e con la conferenza dei sindaci per identificare il percorso più opportuno». «In Veneto sono troppe le aziende aggiudicatrici di appalti legate alla corruzione – avverte Bernini – non succeda anche a Treviso».
L’intervento della Cgil arriva all’indomani dell’audizione del direttore generale dell’Usl 9, Giorgio Roberti, davanti alla commissione sanità della Regione. Un confronto chiesto in primis da Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord. «Il direttore cosa può dire di diverso da quanto già detto in questi anni? – tuona il segretario della funzione pubblica – mi chiedo se tale convocazione sarebbe ugualmente avvenuta anche se l’ad di Palladio Finanziaria, il gruppo che si è aggiudicato l’appalto, non fosse stato arrestato nell’ambito delle indagini svolte dalla procura di Venezia». Il riferimento è all’arresto nell’inchiesta Mose di Roberto Meneguzzo, ad della finanziaria anima economica di Finanza e Progetti. «La Regione dia garanzie e faccia chiarezza rispetto al progetto trevigiano – conclude Bernini – dica se e come si farà la cittadella sanitaria e abbandoni il project financing perché quello che succede in Veneto non accada anche nella Marca».

 

MESTRE – Al dibattito sulla corruzione spunta Baita

E al dibattito a Mestre spunta Baita

Mentre i relatori sparano a zero sui corrotti, il burattinaio del Mose si accomoda tra i tavolini

MESTRE – Due di loro pronti a candidarsi a sindaco. Nessuno si aspettava l’arresto del sindaco per il tipo di reato compiuto. Invocano una legge speciale che non sia solo un rubinetto da soldi per la cittá e pretendono che da oggi si volti pagina ma non dando in pasto il Comune di Venezia alle liste civiche. Dibattito acceso e propositivo ieri sera al Palco in piazzetta Battisti promosso dall’associazione ‘Adesso VeneziaMestre’. Il titolo, provocatorio, era «Venezia anno zero». Ed è proprio per discutere di quali saranno le ripartenze che Enrico Zanetti (Scelta Civica), Marta Locatelli (Ncd) e Jacopo Molina (Pd) hanno risposto alle domande del direttore de Il Gazzettino Roberto Papetti.
Questione valori. Per Zanetti «Venezia è una cittá bloccata politicamente perché tante persone votano in funzione di essere parte anche minima di un sistema che si pensava si potesse essere eterno. D’ora in avanti serve una scelta di voti basata sulla qualitá delle persone e delle proposte». Secondo Locatelli «per cambiare rotta bisogna mettere al centro i bisogni della città perché guardando la storia recente questo non è mai avvenuto». Molina, invece, ritiene che «il cambio di valori significa ora non accettare finanziamenti in campagna elettorale da parte dei contribuenti. Bisogna ritornare ad una cosa più semplice, con la politica vista come servizio e non una professione come avveniva a livello locale». Questione ricambio generazionale. Per gli ospiti non è giusto mandare tutti a casa seguendo il luogo comune che «siamo tutti uguali». Certo serve più trasparenza, facce nuove ma affidarsi solo alle liste civiche come segno del cambiamento non basta. Bisogna che la politica cambi pelle e si rinnovi ma non si azzeri del tutto. Marta Locatelli, tra i tre, è quella che si è dimostrata più titubante di fronte ad una eventuale richiesta di fare il sindaco. Pronti a “sacrificarsi” sarebbero invece Molina e Zanetti. Tutti però saprebbero da cosa partire, cosa tagliare per dare un segnale di discontinuità con il passato. Turismo come prima fonte di guadagno per le casse del comune, tolleranza zero contro il disagio nelle cittá e ridimensionamento delle partecipate sarebbero le azioni di Zanetti. E, infine, capitolo Orsoni e inchiesta. Per tutti l’arresto dell’ex sindaco è stata una misura eccessiva. Non è stato invece un fulmine a ciel sereno l’inchiesta. Ma mentre proprio Zanetti, Molina e la stessa Locatelli condannano corrotti e corruttori chiedendone l’esclusione dalla scena politica e pubblica e l’emarginazione ecco arrivare a fianco del Palco lui, Piergiorgio Baita. Sorride, fa aprire bottiglie di prosecco, festeggia forse il compleanno di un amico. Come se a Venezia fosse un cittadino qualunque.

Raffaele Rosa

 

AMBIENTE VENEZIA – I comitati annunciano un esposto alla Procura della Repubblica

Contro il Mose, arriva la denuncia

La diffusione del testo di una denuncia presentata lo stesso giorno alla Procura della Repubblica ha aperto ieri a San Leonardo l’assemblea dell’Associazione Ambiente Venezia contro il Mose. Nove i temi all’ordine del giorno, tra cui le richieste di una moratoria sulla grande opera, di scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e di istituzione di una authority indipendente che valuti l’efficacia e la reversibilità di quanto realizzato finora alle bocche di porto. A tenere banco nella prima parte della seduta la denuncia in Procura, che fa seguito all’esposto per danni erariali alla Corte dei conti presentato il 30 agosto 2013 dove Ambiente Venezia richiama le 12.500 firme raccolte e all’origine di una vertenza a livello europeo, definisce il Mose «sbagliato, contra legem, tecnicamente obsoleto, costoso, dannoso per l’ecosistema, inutile per la salvaguardia e utile solo a chi lo costruisce».
Richiamando le sue «esorbitanti spese di realizzazione, gestione e manutenzione, che contribuiscono ad alimentare il debito pubblico», condannando «un sistema affaristico non in grado di autoriformarsi», chiedendo la soppressione del sistema a concessione unica e auspicando «un radicale cambiamento in corso d’opera, volto a recepire le articolate soluzioni alternative, pur in presenza del costoso stato di avanzamento dei lavori».
«Vogliamo contenere i danni – ha detto Armando Danella – perché recuperi e modifiche sono ancora possibili. E sollecitiamo una commissione parlamentare d’indagine, per sapere esattamente come sono andate le cose. Inoltre, chiediamo al premier Matteo Renzi – che lasciato solo potrebbe sbagliare – di sottrarre al Cipe i soldi dati al Consorzio, e a tutti di contribuire a tener alta l’attenzione e la mobilitazione sul tema, facendogli sentire le nostre ragioni l’8 luglio, quando sarà a Venezia per la prima uscita del semestre di presidenza europea». «I mostri sono veramente alla fine? – si è chiesto invece Cristiano Gasparetto – Il problema non è di chi andrà o non andrà a finire in galera, ma avere garanzie. Pensiamo solo allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, funzionale alle grandi navi. In caso di via libera, a chi saranno affidati i lavori?».

Vettor Maria Corsetti

 

Il doge traditore che finì decapitato

di Alberto Toso Fei

La vicenda tragica di Marin Falier, l’unico doge che fu decapitato nel corso della storia della Serenissima per aver tradito la Repubblica cercando di instaurare una signoria, è una di quelle storie veneziane che volentieri fondono i fatti con la leggenda. Perlomeno questa è la versione storica più comune e accettata, sebbene fonti diverse sostengano che a essere vittima di una congiura ordita da parte dell’oligarchia veneziana fu lui stesso, che voleva riampliare il Maggior Consiglio dopo la “Serrata” di cinquant’anni prima. Falier a trent’anni fu uno dei tre capi del Consiglio dei Dieci, nato cinque anni prima a seguito della congiura di Bajamonte Tiepolo del 1310. Fu eletto doge nel 1354 mentre si trovava all’estero, e quando – arrivato che fu a San Marco – scese dalla gondola, transitò tra le due grandi colonne della Piazzetta, dove avvenivano le esecuzioni capitali. Gesto che fu considerato dai presenti di cattivo auspicio (“che fo un malissimo augurio”, scrive Marin Sanudo nei suoi Diari). Anche Francesco Petrarca scrisse in una lettera come il doge si fosse presentato “Sinistro pede palatium ingressus”. Presagi di quanto gli sarebbe accaduto di lì a pochi mesi.
La storia spiega come all’origine della congiura ordita dal doge vi fosse la natura ambiziosa del Falier. Ma la leggenda (o meglio la mitizzazione di parte dei fatti storici) parla invece di una vicenda di donne e di onore offeso. Tutto sarebbe accaduto nel corso del ricevimento organizzato per festeggiare l’elezione, al quale partecipò anche un giovane patrizio, Michele Steno, che fu fatto cacciare per aver importunato una damigella della dogaressa Lodovica Gradenigo. Lo Steno si vendicò lasciando sulla sedia del doge un biglietto con questi versi: “Marin Falier da la bela mujer, / altri la galde (gode), lu la mantien” (oppure, secondo un’altra versione, “la mugièr del doxe Falier / la se fa fotter per so piaxer!”).
Ne nacque una questione con gravissimi sviluppi politici: il doge tramò contro lo Stato perché ritenne che l’offesa non fosse stata punita adeguatamente. Oltre a un mese di carcere, Steno fu condannato a cento lire d’ammenda e a essere battuto con una coda di volpe; ovvero a essere punito simbolicamente. Ciò non gli impedì di diventare doge lui stesso 45 anni dopo quell’episodio, nel 1400.
Marin Falier fu decapitato sulla scalinata di Palazzo Ducale. Nella sepoltura la testa gli fu messa tra le gambe a perenne ricordo dell’onta procurata. Sempre Petrarca, nella medesima lettera, scrisse che l’avvenimento doveva servire da lezione ai dogi a venire, che avrebbero così imparato a essere “le guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica”.
Nel salone del Maggior Consiglio, a Palazzo Ducale, tra i ritratti dei primi 76 dogi succedutisi alla guida della Serenissima (furono in totale 120, tra il 697 e il 1797), quello di Marin Falier è rappresentato come un grande drappo nero, su cui sta scritto: “hic est locus Marini Falethri decapitati pro criminibus”; di chi ha tradito la Repubblica non deve essere conservato nemmeno il ricordo dell’immagine.

Alberto Toso Fei

 

Orsoni nomina un vicesindaco. Patteggiamento, oggi si decide

Niente Commissario, la nomina si fa attendere. E spunta un vicesindaco

Il ministero non decide, così Orsoni nomina Morra

Il Governo non decide, il commissario non arriva e la città non ha più un sindaco né un Consiglio comunale. Una situazione che si è tirata avanti per cinque giorni e che non può essere accettata per una città come Venezia, che ha gli occhi del mondo puntati addosso. Nell’impasse generale in cui non si sa ancora se le elezioni si svolgeranno a novembre o a marzo, se il commissario sarà Valerio Valenti o un altro alto funzionario dello Stato, il sindaco dimissionario (ma ancora formalmente in carica) Giorgio Orsoni ha preso l’iniziativa, nominando un vicesindaco che possa firmare in sua assenza (in questi giorni sarà fuori città) tutti quegli atti urgenti che abbisognano di un amministratore e non di un semplice funzionario, dipendente dell’ente locale. Il vicesindaco è Romano Morra, 74 anni, fino a ieri capo di gabinetto del sindaco e stimato giurista. Come Orsoni, anche Morra è un allievo del grande Feliciano Benvenuti ed è stato per anni il coordinatore dell’avvocatura regionale, oltre ad aver insegnato nelle principali Università venete e ad aver ricoperto il ruolo di amministratore o commissario all’interno di molti enti e istituzioni.
In questi giorni, benché il suo incarico fosse scaduto, Morra è rimasto sempre al suo posto, per rispondere ai cittadini e per preparare il passaggio di consegne dal sindaco al commissario.
«Sono un soldato – ha commentato – sono chiamato a dare la mia opera e la dò».
La nomina è arrivata verso le 18 di ieri, quando in Comune tutti si erano resi conto che la “riflessione” del Governo era andata oltre il termine di ragionevolezza. Il sindaco è tornato per un attimo a Ca’ Farsetti, giusto per firmare la nomina, poi se n’è andato. Questa mattina, tra l’altro, è in programma l’udienza dal giudice Massimo Vicinanza che dovrà pronunciarsi sulla sua richiesta di patteggiamento.
La nomina di un vicesindaco “tecnico” è un atto assolutamente inedito per Venezia ma anche singolare nel panorama giuridico italiano. La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione da parte di Orsoni in merito alla legittimità, poiché si è sempre parlato di giunta tecnica ma mai solo di vicesindaco.
Ironia della sorte, ieri mattina, in Comune stavano ricollocando gli arredi e facendo pulizie in vista dell’arrivo del commissario. Nella stanza di Morra (destinata ad ospitare un subcommissario) stavano appendendo un dipinto raffigurante un componente del Consiglio dei Dieci. Sguardo torvo e la fama di non portare fortuna.
«Io non ci torno in quella stanza» avrebbe detto, “rifugiandosi” nell’ufficio accanto a quello che è stato del sindaco.
Nel pomeriggio, la telefonata di Orsoni: «Sai, Romano, dovresti dare le dimissioni».
«Obbedisco», è stata la sua risposta.
«Ti nomino vicesindaco».
«Onoro l’impegno, come sempre. Il mio slogan è sempre stato “al servizio del cittadino e della città”. Come diceva Benvenuti – conclude Morra – il cittadino non è un suddito e la pubblica amministrazione deve essere al suo servizio».

 

Mirano. il primo luglio

MIRANO – È in programma martedì primo luglio alle 20 l’atteso consiglio comunale aperto che dovrà fare il punto sullo stato di attuazione degli accordi di programma sottoscritti tra il Comune e la Regione per la realizzazione del Passante. La seduta è stata richiesta dal sindaco Maria Rosa Pavanello dopo la pressione di alcuni comitati cittadini in cerca di risposte allo stallo dei lavori sulla viabilità a Mirano, che è creditore dalla Regione di 19 milioni di euro per opere di compensazione e mitigazione. Soldi mai visti, dunque accordi firmati ma disattesi e di cui ora i cittadini chiedono conto. Non c’è più l’assessore Renato Chisso a cui chiedere spiegazioni, ma il Comune ha ufficialmente invitato il governatore Luca Zaia, che ne detiene le deleghe, oltre alla presidente della Provincia (firmataria anch’essa dell’accordo) Francesca Zaccariotto. Attesa anche la dirigente del settore Viabilità della Provincia Alessandra Grosso. Interverrà anche un rappresentante dei cittadini, designato dai comitati nella figura di Nello De Giulio, presidente della Consulta per il territorio e l’ambiente. Appuntamento nella sala consiliare in barchessa di Villa Errera.

(f.d.g.)

 

Nuovi guai per Mazzacurati

Scandalo Mose, è indagato per concussione ai danni delle coop

Nuovi guai per Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. È indagato per concussione nei confronti della coop di Chioggia alla quale chiedeva di partecipare alla raccolta fondi pro mazzette.

Mazzacurati è indagato per concussione alle coop

Oggi Matteoli risponderà al Tribunale dei ministri: l’ex titolare dell’Ambiente è sospettato di aver esercitato pressioni sul Cvn per favorire un’impresa amica

VENEZIA – Giornata densa sul fronte inchiesta Tangenti Mose& Co. L’ex ministro Matteoli. Oggi, davanti al Tribunale dei ministri, verrà interrogato l’ex ministro all’Ambiente Altiero Matteoli: la Procura chiede di poter indagare nell’ambito di un filone sulle opere di bonifica di Porto Marghera, dopo che l’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita ha dichiarato ai pm (e ripetuto davanti al Tribunale dei ministri) che Matteoli si sarebbe adoperato per indurre l’ex presidente del Cvn Mazzacurati, a far partecipare ai lavori la «Socostramo » di Erasmo Cinque. Matteoli repsinge ogni addebito. “Il supremo”concussore. L’ex presidente Giovanni Mazzacurati deve rispondere non di corruzione, ma della più grave accusa di concussione nei confronti della coop di Chioggia alla quale chiedeva di partecipare alla raccolta fondi pro-mazzette. Lo sostiene il Tribunale del Riesame (presidente Angelo Risi) nell’ordinanza con la quale concede gli arresti domiciliari a Stefano Boscolo Bacheto, che con la coop San Martino, dal 2008, ha partecipato al giro di fatture gonfiate per costituire il fondo-nero-paga- mazzette del Consorzio. Accogliendo in parte le tesi degli avvocati Franchini e Tosi, per il Riesame Boscolo è autore di numerosi reati, ma non di corruzione: «I contraenti non avevano operato, in condizioni di parità: Mazzacurati “il Supremo”, “il capo” aveva creato un sistema che gli consentiva di violare le regole delle assegnazioni. Agiva quindi in una posizione di forza nei confronti della coop di Chioggia che temeva, a ragione, di essere penalizzata in caso di mancata accettazione della “proposta”». Per il collegio l’accusa dev’essere di concussione fino al 2012 e concussione per induzione dopo, anche per Pio Savioli (Coveco) per 150 mila euro incassati nel febbraio 2013. «All’’interno del Cvn le decisioni erano prese dal “Supremo” e ratificate dai consiglieri che contavano: Mazzi, Baita, Tomarelli col loro 80%, i Boscolo erano esclusi e potevano puntare sull’attivismo del loro intermediario Savioli, esattore e agente di collegamento tra Cvn e aspiranti appaltatori» nel «meccanismo infernale imposto da Mazzacurati a chi voleva lavorare ». Venuti, prestanome di Galan. Nel lasciare in carcere il commercialista padovano Paolo Venuti, il Riesame sottolinea come dalle intercettazioni «risulta “apertis verbis” che i coniugi Venuti-Farina sono, per loro ammissione, prestanome” di Galan, ma altresì che hanno ricevuto precise disposizioni sulla destinazione da dare alle liquidità occupate all’estero». «Ma sono in Svizzera, sono in Croazia?» chiede Alessandra Farina al marito in un colloquio: «…Quelli in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui». «Sì vabbè ma quanti sono i suoi». «1.800.00», risponde Venuti. I coniugi – secondo l’accusa – sono sotto pressione: Galan vuole destinare i soldi alla figlia Margherita, la moglie Sandra Persegato li vorrebbe investire in un affare di gelaterie in India. «Per carità», dice Alessandra Farina, «sono della Margherita… perché se lui morirà prima io cosa faccio?». Venuti: «…cioè a tutti gli effetti». Farina: «Sono miei». Venuti: «Quindi potrai fare una donazione alla Margherita che è la figlioccia mia, un appartamento puoi comprare…». Farina: «Se muoio prima io…vanno in asse ereditario mio?». Venuti: «Sì». Lei: «Se si spupazza Enrico». E ridono. Venuti: «Lei non sa niente, quanto come chi, non può pretendere neanche un euro perché non esiste nulla».

Roberta De Rossi

 

L’INTERROGATORIO, il drammatico FACCIA A FACCIA MENEGUZZO-TONINI

«Spaziante ci parlava di una pm e diceva che è molto determinata»

Perché avrei dovuto mettere a rischio un’azienda da 1 miliardo per 700 mila euro?

Mazzacurati mi faceva tenerezza, credo di essere stato strumentalizzato da lui

VICENZA – Sono le 12.45 di lunedì 16 giugno. All’interno del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Lucca il pubblico ministero veneziano Paola Tonini chiude l’interrogatorio di Roberto Meneguzzo, l’amministratore delegato di Palladio Finanziaria arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mose con l’accusa di essere il “collettore” delle mazzette date a Marco Milanese (braccio destro del ministro Tremonti) da Giovanni Mazzacurati (ex presidente del Consorzio Nuova Venezia). Passano solo pochi secondi e il pm, su richiesta dell’indagato, deve riaprire il verbale. «Nell’attesa della stampa del presente verbale, l’indagato ha inteso rendere ulteriori dichiarazioni, in particolare…», riporta il pm. «Chiedo un confronto con l’ingegner Giovanni Mazzacurati » (il capo del consorzio Venezia Nuova, arrestato un anno fa, sulle cui deposizioni si basa l’accusa): così fa mettere nero su bianco Roberto Meneguzzo. Che preannuncia una nuova puntata nella vicenda che lo coinvolge. Un confronto all’americana con la persona da cui si è sentito «violentemente strumentalizzato ». Meneguzzo e Mazzacurati. «Milanese ogni tanto mi diceva: “Gestisci tu Mazzacurati, perché altrimenti mi riempie di telefonate” – dice Meneguzzo rispondendo al pm Tonini – con Mazzacurati ho avuto un atteggiamento di grande attenzione, mi faceva anche un po’ di tenerezza: era un signore di 80 anni, avevo un atteggiamento protettivo». Pm: Quindi era sempre lei che faceva da tramite tra Milanese e Mazzacurati? M:Facevo la segreteria. Pm: Lei ha detto che ogni mese c’era un incontro a Milano M:OaRoma. Pm:Chi partecipava? M: Sempre Milanese e Mazzacurati, talvolta anch’io. Mazzacurati era ansioso, si muoveva a 360 gradi, parlava con Letta, con Tremonti, con Incalza». Il pm insiste con Meneguzzo sui soldi che Mazzacurati avrebbe versato a Milanese. Pm: Lei ha conoscenza del pagamento di somme di denaro da parte di Mazzacurati? M:No. Pm: Sa spiegarsi le dichiarazioni di Mazzacurati su questo? M. Non lo so. Non so se Mazzacurati abbia effettivamente pagato Milanese o se li sia tenuti per sé e per la sua famiglia (si parla della presunta tangente di 500mila euro elargita il 14 giugno 2010, ndr). Pm: Quindi lei sapeva che Mazzacurati aveva una sommadi denaro con sé? M:No Pm: Sapeva che era stata richiesta una somma di denaro? M:No. Il ruolo della Gdf. Nell’interrogatorio di Roberto Meneguzzo (ora agli arresti domiciliari a Vicenza) grande spazio viene preso dal ruolo del generale Emilio Spaziante della Finanza (all’epoca dei fatti Comandante interregionale dell’Italia Centrale a Roma). L’attenzione si focalizza sull’incontro del 5 luglio 2010 tra Milanese, Meneguzzo, Spaziante e Mazzacurati. Un incontro in cui il Comandante della Gdf mette in guardia Mazzacurati sull’esistenza di un’indagine penale sul Consorzio Venezia Nuova. «Spaziante lo informa (Mazzacurati, ndr) dettagliatamente della verifica in corso e che questa verifica non riguarda solo gli aspetti fiscali ma che c’è anche un’indagine penale». Pm: E che cosa dice quindi: “c’è un’indagine penale”, cosa? M: Dice che vogliono verificare perché ci sono dei fondi neri e dice che questi fondi neri secondo loro sono stati costituiti con delle cose estere. Pm: Spaziante su questa indagine che era in corso, ha fatto nomi, ha detto di quale procura si trattava? M: Sì, ha detto che c’era, immagino parlasse di lei (Paola Tonini, ndr) che c’era una pm molto determinata che stava seguendo le indagini. «Usate il Blackberry». Spaziante per comunicare tra loro, invita tutti a usare il Blackberry. «Lui (riferito a Spaziante ndr) disse che il Blackberry era meno facilmente intercettabile, quindi al fine di evitare che rimanessero tracce di usarlo… lui (sempre Spaziante, ndr) disse che è bene essere riservati in queste indagini, visto che ci sono delle indagini in corso e di ridurre le conversazioni ». «Una volta Mazzacurati venne da me e mi disse: “Anch’io adesso ho un Blackberry” e mi ricordo anche che mi spiegò che Spaziante gli aveva spiegato come cancellare i messaggini del Blackberry». , Su Baita. «Io ho visto Baita perché a un certo punto una delle nostre società decise di valutare l’ipotesi di lavorare nel project financing nell’ospedale di Schio dove c’era Baita tra i consorziati. Baita mi era stato descritto come una persona pericolosa, inaffidabile, da un mio carissimo amico che è mancato, Vittorio Altieri. Con Baita ho sempre voluto evitare qualsiasi rapporto di lavoro». Su Claudia Minutillo. «L’ho vista una o due volte quando era la segretaria di Galan, dieci anni fa, poi basta». Lo sfogo. Verso la fine dell’interrogatorio, Roberto Meneguzzo si lascia andare a uno sfogo: «Ma la mia utilità in tutta questa vicenda qual è? Quella di portare a casa un contratto di 700 mila euro per una società di terzo livello del gruppo Palladio? Cioè, a parte che ho già perso la mia credibilità e molte altre cose, su un bilancio di un miliardo di euro di Palladio rischio tutto per portare a casa 700mila euro? Onestamente… io ho un rimpianto: mi sono dato da fare, perché Mazzacurati mi faceva… mi suscitava un senso di tenerezza e di protezione. Credo di essere stato violentemente strumentalizzato da Mazzacurati ».

Matteo Bernardini

 

Expo-Sogin, Maltauro conferma le accuse e inguaia Grillo, Cattozzo, Nucci e Alatri

MILANO – L’ex senatore del Pdl Luigi Grillo e l’ex esponente ligure dell’Udc-Ncd Sergio Cattozzo, ora in carcere nell’ambito dell’inchiesta sulla «cupola degli appalti», «mi dissero che sarebbero riusciti in qualche modo tramite Nucci e Alatri ad incidere sulle modalità di assegnazione dei punteggi di gara in mio favore». È un passaggio dell’interrogatorio reso dall’imprenditore Enrico Maltauro ai pm di Milano Claudio Gittardi e Enrico D’Alessio lo scorso 27 maggio e ora tra gli atti depositati al Tribunale del Riesame nell’appello presentato dalla Procura contro il rigetto da parte del gip di 12 arresti, tra cui quelli dei due ex manager di Sogin Albero Alatri e Giuseppe Nucci. Nel verbale, pur con molti omissis, Maltauro ricostruisce ancor più nei dettagli rispetto agli interrogatori precedenti la vicenda relativa all’appalto di Sogin che riguarda l’impianto di Saluggia (Vercelli) e per il quale era stata promessa «una somma complessiva» di 1,5 milioni. L’imprenditore ha spiegato che già «nel corso del primo incontro» con Cattozzo e Grillo, «costoro mi fecero subito intendere di poter intervenire su alcuni funzionari» di Sogin, «mi fecero sicuramente i nomi di Nucci e Alatri (…) per agevolare quanto meno l’aggiudicazione finale della gara in favore della mia azienda».

Arrestati e indagati. I dubbi degli Ordini fra espulsioni e silenzi

È l’altra faccia dell’inchiesta del Mose: un trionfo di bizantinismi, burocrazia, prassi borboniche. Eppure il quesito era, ed è, semplicissimo: quali provvedimenti disciplinari hanno assunto gli Ordini professionali e le Associazioni di categoria nei confronti di propri iscritti/soci coinvolti nell’inchiesta del Mose? E Confindustria – oltre a scazzottarsi sul tema con il governatore Luca Zaia – cos’ha fatto con le aziende implicate? E la Lega delle cooperative?
A onor del vero, c’è chi si è attivato subito. Come Anna Buzzacchi, presidente dell’Ordine degli architetti di Venezia, che, avuto conferma dalla Procura della Repubblica del provvedimento cautelare, ha portato in consiglio – che ha ratificato – la delibera preparata dal Consiglio disciplinare per la sospensione cautelare dell’architetto Dario Lugato. Un procedimento quasi automatico – ha spiegato. Poi, in caso di condanna, si applicheranno i provvedimenti previsti dal nuovo codice deontologico. Celerissimi anche all’Ordine degli architetti di Padova presieduto da Giuseppe Cappochin: il 6 giugno, due giorni dopo la Grande Retata, il Consiglio di disciplina ha deliberato nei confronti dell’architetto Danilo Turato la sospensione a tempo indeterminato dall’albo “in conseguenza al provvedimento cautelare notificatogli dal Tribunale di Venezia e avviato il procedimento disciplinare”.
Non tutti gli Ordini sono così celeri. Anche per evidenti conflitti di interesse. È il caso dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, avvocato, la cui posizione dovrebbe essere valutata da un consiglio dell’Ordine “azzoppato”: su 15 consiglieri, quattro sono “fuori gioco”. Prima di tutto il presidente dell’Ordine Daniele Grasso che di Orsoni è il difensore, poi Tommaso Bortoluzzi e Andrea Franco che rappresentano rispettivamente Luciano Neri e Andrea Rismondo, entrambi coinvolti nell’inchiesta del Mose, per non dire di Isabella Nordio che non difende nessuno ma è la moglie di Piergiorgio Baita, uno dei grandi accusatori. Tra l’altro, gli avvocati non hanno ancora il Consiglio distrettuale di disciplina (i 34 membri del nuovo organismo saranno eletti il 14 luglio), quindi la materia dovrebbe nel frattempo restare di competenza dell’Ordine. Infatti a Venezia raccontano di sospensioni dall’Albo per mancati pagamenti della quota associativa, ma non di sospensioni cautelari. Che, comunque, sarebbero tardive: Orsoni ha chiesto il patteggiamento e non è più ai domiciliari.
Latitano anche altri Ordini professionali. Non si sa cos’abbia fatto l’Ordine degli ingegneri nei confronti degli iscritti Giuseppe Fasiol (ora scarcerato), Maria Teresa Brotto, Maria Giovanna Piva. Idem l’Ordine dei medici, in riferimento alla posizione di Giancarlo Ruscitti. «Aspettiamo che sia la Procura a informarci, mica possiamo muoverci perché c’è un articolo di giornale», ha detto un consigliere. Il Consiglio di disciplina dei commercialisti di Padova, presieduto da Silvano Turrin, che dovrebbe esprimersi sulle posizioni di Paolo Venuti (il commercialista di Galan, tuttora in carcere) e di Francesco Giordano (ora non più in galera) non ha preso alcun provvedimento: dalla Procura, infatti, non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale sugli arresti e, comunque, l’organismo, prima di intervenire, vuole convocare gli interessati o i loro avvocati. Giacomo Cavalieri, presidente del Consiglio di disciplina dei commercialisti di Vicenza, invece, non si è fatto pregare: «Non abbiamo ancora avuto comunicazioni da parte dell’autorità giudiziaria, ma precisiamo che Roberto Meneguzzo, in quanto iscritto all’elenco speciale, non esercita l’attività professionale. In ogni caso valuteremo anche questa posizione».
E gli imprenditori? Al momento c’è una sola autosospensione – peraltro sollecitata dal presidente di Confindustria Vicenza, Giuseppe Zigliotto – ed è quella del Gruppo Maltauro, coinvolto nell’inchiesta dell’Expò di Milano. Quanto alla vicenda lagunare, curiosamente non c’è un’azienda che faccia parte di Confindustria né a Padova, né a Rovigo né a Venezia. Neanche il colosso Mantovani, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’associazione, risulta iscritto a Confindustria Padova, ma solo all’Ance, l’associazione dei costruttori, i cui vertici regionali hanno già chiarito che va fatta una distinzione fra responsabilità individuali e societarie: in sostanza, secondo questa interpretazione, l’uscita da Baita da Mantovani ha già risolto il problema. In ogni caso in una prossima riunione Confindustria Padova affronterà il tema delle sanzioni previste dal nuovo codice etico. Dimissioni, invece, ci sono state nelle cooperative. L’intero consiglio di amministrazione di Coveco è uscito di scena. Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto, è chiarissimo:se ci saranno condanne o patteggiamenti, si arriverà anche all’espulsione.

Alda Vanzan

 

TANGENTI MOSE/ PER ORA “PUNITI” SOLO DUE ARCHITETTI

Ognuno fa quel che gli pare. C’è chi aspetta che la Procura si faccia viva. Chi dice di non essere tenuto a dare informazioni all’esterno. E chi sguscia via come un’anguilla.

IL CASO – Avvocati, ingegneri e commercialisti attendono comunicazioni dalla Procura

Indagati, gli Ordini ci pensano su per ora sospesi solo due architetti

Il presidente dell’Ordine Daniele Grasso, a sinistra, è anche il difensore di Orsoni: non si può esprimere

INCOMPATIBILI – Su 15 consiglieri, 4 sono fuori gioco nel procedimento disciplinare contro il sindaco

I CONTROLLI – Corruzione, l’allarme della Corte dei conti: «Può attecchire ovunque, nessuno indenne»

ROMA – La corruzione in Italia «può attecchire ovunque». Il nostro è un Paese in cui nessuno può considerarsi realmente indenne dal pericolo e nessuna istituzione può ritenersi «scevra da responsabilità per il suo dilagare». L’allarme della Corte dei conti, affidato al procuratore generale Salvatore Nottola, non era mai stato così esplicito, rafforzato peraltro anche dai recenti fatti di cronaca, a partire dagli scandali Expo e Mose. Oltre ad essere uno dei fattori «che condizionano gravemente l’economia del Paese», la corruzione, afferma la Corte, si lega a doppio filo con evasione fiscale, economia sommersa e criminalità organizzata. «Impossibile ed inutile» azzardare delle cifre su quanto pesi effettivamente sullo sviluppo dell’economia. E ieri Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione, si è presentato a Milano con una conferenza stampa in Prefettura, nuova base dell’Unità operativa speciale dedicata a Expo 2015. È da qui che la settimana prossima partiranno i controlli per evitare che si ripetano casi di appalti «poco chiari», e per far compiere all’evento un «salto di qualità» in fatto di trasparenza.

 

Il tribunale rivede le posizioni degli arrestati: il responsabile della coop San Martino “subiva” gli ordini del Consorzio per continuare a lavorare

RIESAME – Oggi tocca all’ex assessore regionale Renato Chisso «Mai soldi per le elezioni»

EX ASSESSORE Renato Chisso ha dato le dimissioni

«Vittima di Mazzacurati» Imprenditore scarcerato

Non tutte le imprese che lavoravano sul Mose erano uguali: c’erano quelle i cui rappresentanti sedevano nel consiglio del Consorzio Venezia Nuova, che avevano potere decisionale, e altre che ricevevano incarichi e appalti e in un certo senso “subivano” gli ordini dall’alto per continuare a lavorare. Questo spaccato emerge dalla richiesta di attenuazione della misura cautelare presentata dall’avvocato Antonio Franchini per Stefano Boscolo Bacheto, della Cooperativa San Martino di Chioggia. Boscolo Bacheto è stato scarcerato ieri e messo ai domiciliari non tanto perché ha contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’inchiesta o per il venir meno delle esigenze cautelari, quanto perché il collegio ha ritenuto eccessiva la detenzione in cella. Secondo il Tribunale fino al novembre 2012 Boscolo Bacheto è stato vittima di concussione da parte del “Supremo” o del “Capo” come chiamavano il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati. In epoca successiva Boscolo sarebbe responsabile del reato previsto al secondo comma dell’articolo 319 quater del Codice penale (Induzione indebita a dare o promettere utilità), punito con la reclusione fino a tre anni per chi offre il denaro e pene molto più severe per chi induce a tale comportamento. Per questo motivo, i difensori hanno incontrato i pubblici ministeri chiedendo la derubricazione dei reati contestati.
Nell’ordinanza del Riesame viene spiegato il meccanismo attraverso il quale il Consorzio chiedeva fondi neri alle aziende che ottenevano lavori “per dare soldi ai partiti”. Le aziende che si prestavano venivano ricompensate con altri lavori, chi non lo faceva, non era sicuro del domani. Per i giudici, il Consorzio ha assunto natura pubblica da quando il Mose è stato inserito in Legge obiettivo. Ragion per cui, per i giudici, Mazzacurati diventava un pubblico agente.
Oggi, intanto, davanti al Riesame comparirà il legale dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, detenuto a Pisa dal 4 giugno. L’avvocato Antonio Forza si batterà perché sia riconosciuta la totale estraneità del suo cliente. Il legale contesterà la ricostruzione della Procura per dimostrare, carte alla mano, che non solo Chisso non ha mai preso un centesimo né da Baita né dal Consorzio, ma che una parte del suo stipendio come assessore regionale veniva puntualmente versata al partito. Piergiorgio Baita ha parlato di versamenti a Chisso nei periodi elettorali, ma si tratta di una accusa che Chisso respinge. Il difensore chiederà l’annullamento della misura restrittiva. Hanno chiesto l’annullamento o l’attenuazione della misura cautelare anche Giovanni Artico, ex commissario per il recupero ambientale di Porto Marghera; Maria Brotto, ex amministratrice Thetis; Enzo Casarin, ex sindaco di Martellago e capo della segreteria di Chisso. Saranno esaminate anche le richieste di dissequestro presentate da Lino Brentan, ex ad dell’Autostrada Venezia-Padova; e Franco Morbiolo, presidente del Co.Ve.Co.

 

VOLPAGO – (L.Bon) 300 lettere agli espropriandi: scatta la controffensiva del Comitato anti Pedemontana. Di fronte all’arrivo, nel Comune di Volpago, delle lettere di avviso ai proprietari che possiedono lotti oggetto di esproprio, il Comitato anti pedemontana, guidato nel Trevigiano da Elvio Gatto (c’è anche un’anima vicentina), ha incontrato i cittadini. Lo ha fatto con l’aiuto del Comitato Volpago Ambiente, presieduto da Ido Basso. Nel corso della riunione si è parlato soprattutto di espropri. L’invito del Comitato è di nominare un tecnico e un legale affidandogli l’eventuale firma dell’esproprio e di non aver fretta ad accettare le richieste. Sta per arrivare infatti la ditta che segue le immissioni in possesso: gli espropri, però, potrebbero avvenire fa qualche anno. «Invitiamo a non fidasi dell’atteggiamento benevolo di sindaci e associazioni di categoria -aggiunge Gatto- anche se in qualche Comune il cambio di amministrazione fa ben sperare. Come Comitato facciamo nostro l’appello di Don Albino Bizzotto a bloccare tutte le opere avviate dalla Giunta Galan, alla luce delle recenti vicende». Si muove anche l’amministrazione Toffoletto che, il 3 luglio alle 18, ha convocato gli espopriandi in palestra.

 

Gazzettino – Mirano reclama 19 milioni di euro

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

26

giu

2014

Il Comune invita Zaia e Zaccariotto al Consiglio aperto del 1. luglio

L’invito per Luca Zaia e Francesca Zaccariotto è partito ieri, quello per Renato Chisso era pronto da settimane ma ovviamente è rimasto nel cassetto. Il prossimo 1. luglio alle ore 20 la sala consiliare della Corte Errera ospiterà un consiglio comunale aperto per parlare di tutti i problemi legati alla viabilità del Comune di Mirano. La seduta aperta è stata invocata a gran voce da numerosi comitati di residenti già il mese scorso, nel corso di un’assemblea pubblica a cui partecipò il sindaco Maria Rosa Pavanello con gli assessori Giuseppe Salviato e Anna Maria Tomaello. Il tema all’ordine del giorno sarà l’accordo relativo al Passante di Mestre: il Comune di Mirano attende da anni gli ormai noti 19 milioni di euro che la Regione promise per la realizzazione di rotatorie, piste ciclabili e altre opere pubbliche. Questi soldi non sono mai arrivati, e ora il Comune prova a mettere ulteriore pressione alla Regione minacciando anche azioni legali. L’arresto legato all’inchiesta sul Mose ha escluso dai giochi l’ormai ex assessore regionale Chisso, ecco perché dal Municipio di Piazza Martiri è partito l’invito direttamente per Zaia, oltre che per la Zacariotto e per la dirigente provinciale Alessandra Grosso.

(g.pip.)

 

I PUNTI

L’ACCUSA É DI CORRUZIONE «UN MILIONE L’ANNO» La Procura di Venezia ritiene che l’ex ministro abbia percepito uno «stipendio» dal Consorzio Venezia Nuova

2 LA RICHIESTA DI ARRESTO INVIATA AROMA – Ai deputati è riconosciuta l’immunità: ogni richiesta di misura cautelare deve essere vagliata da una commissione

3 LA PROCEDURA IN GIUNTA E IL VOTO IN AULA – La giunta perle autorizzazioni ha 30 giorni di tempo per esprimere il proprio parere. Poi il voto in aula

4 I TERMINI PERENTORI NON SUPERERANNO LUGLIO – Secondo le previsioni,l’aula di Montecitorio voterà sì all’arresto di Galan entro la fine di luglio o i primi d’agosto

5 IL POLITICO PREVEDE DI COSTITUIRSI A ROMA – Giancarlo Galan si consegnerà alle forze di polizia la sera stessa del voto

 

le iene

Per quella inchiesta coraggiosa il giornalista Alessandro Sortino aveva rischiato il posto. Il 4 marzo del 2007 la sua trasmissione «Le iene» su Italia 1 aveva mandato in onda un film di un’ora e mezza sul sistema Mose. Incursioni in diretta a palazzo Balbi per chiedere al presidente Galan come mai non avesse esaminato le alternative. Intervista a Vincenzo Di Tella, autore del progetto «Paratoie a gravità». E ai critici della grande opera. L’inchiesta era rimasta ferma qualche mese prima di andare in onda. Oggi ricompare sul web. (a.v.)

 

CODACONS

«Mose finìa a festa»: il Codacons lancia su scala nazionale una campagna per la richiesta danni procurati ai contribuenti dallo spreco del Mose. L’associazione a tutela dei diritti del consumatore e dell’ambiente, dunque, ha deciso di proseguire nell’azione giudiziaria collettiva volta al risarcimento ai cittadini italiani dei danni emersi dallo scandalo veneziano. Sul sito dell’associazione è scaricabile il modulo per l’adesione individuale alla campagna. Il Mose veneziano, avviato 31 anni fa, è costato una cifra vicina ai 6 miliardi.

 

VECCHI AMICI

Giancarlo Galan «ritrova» gli amici di un tempo. Inaspettatamente, nel periodo di maggiore isolamento politico, l’ex governatore ha ricordato nei giorni scorsi che ad «aiutarlo» nel ricostruire tutti i cedolini percepiti nei 15 anni di Regione sono stati il vicegovernatore Marino Zorzato e il presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato, entrambi usciti da Forza Italia per abbracciare il Nuovo centrodestra. Un tempo sodali in Forza Italia, dopo la rottura non si erano più sentiti. Fino a pochi giorni fa.

 

ALLA CAMERA – Arresto di Galan la decisione entro l’11 luglio

La difesa di Galan non convince la Giunta per le autorizzazioni

Un’ora e mezza davanti ai colleghi per smontare le accuse e dimostrare che l’arresto è inutile

La Russa: «Non decidiamo in base all’indignazione popolare». Il parere arriverà entro l’11 luglio

PADOVA «Il parere della commissione sarà consegnato all’aula di Montecitorio entro l’11 di luglio. Non c’è bisogno né di correre né di rallentare. Noi non dobbiamo decidere in base all’indignazione popolare». Ignazio La Russa, presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati, conclude poco dopo le 16 la seduta dedicata all’audizione di Giancarlo Galan, sul cui capo pende una richiesta di arresto da parte del Gip di Venezia nell’inchiesta Mose. Un’ora e mezza durante la quale Galan ha riproposto, ad uno ad uno, i punti della sua memoria difensiva: non ho mai preso i soldi, la Procura non ha voluto ascoltarmi, gran parte dei reati sono prescritti, sono stato indagato per oltre un anno senza ricevere un avviso di garanzia, la richiesta di arresto è sproporzionata. Tutti elementi che non hanno tuttavia trovato il riscontro nella classica difesa dei parlamentari sottoposti ad indagine:«Non mi sento perseguitato, ma le accuse sono assolutamente infondate ». L’ex governatore del Veneto ed ex ministro ha risposto nel merito dell’inchiesta ad alcune domande formulate dai colleghi parlamentari: in particolare sul perché la commissione Via regionale riferisse all’assessorato alle Infrastrutture invece che all’Ambiente; se ricordasse in quale modo avesse usato le risorse a disposizione; quando abbia ricevuto l’avviso di garanzia; alcuni approfondimenti sul conto corrente a San Marino. Il relatore Mariano Rabino di Scelta civica ha chiesto al presidente La Russa ancora qualche giorno per esaminare la documentazione: «Colgo un’apparente contraddizione nelle parole di Galan, che tuttavia ha svolto una accorata ed appassionata autodifesa che va rispettata. Lui riconosce la validità dell’inchiesta ma non riconosce alcun addebito. Tuttavia, non individua un fumus persecutionis, che poi è l’unico elemento a cui la giunta può riferirsi per negare la custodia cautelare di un parlamentare ». Rabino si è riservato di esprimere un parere, rinviando alla seduta di mercoledì 2 luglio la propria relazione istruttoria: ma l’esito è scontato. La giunta voterà a larghissima maggioranza per il sì all’arresto. Il parere sarà trasmesso dunque all’aula, dove il politico potrebbe tenere il suo ultimo discorso da parlamentare. Al termine della seduta, Galan ha dichiarato: «Ora mi aspetto, cosa che chiedo da un anno, di poter parlare con i magistrati. Dalla Giunta per le autorizzazioni della Camera auspico che i 22 componenti prendano una decisione da uomini e donne prima ancora che da parlamentari. Sono tutti preparati e capaci di valutare e giudicare se c’è il fumus persecutionis, ed io ritengo che ci sia, perchè come ho detto alla stampa e nelle memorie difensive, non c’è nessun motivo di chiedere l’arresto». Poi ha aggiunto: «Non mi sento un perseguitato dalla magistratura, non mi sento un perseguitato politico. Ma ritengo che non vi siano i motivi per arrestarmi e ho indicato ben otto motivi che dicono che ci sono svariate possibilità per la magistratura di difendere i suoi interessi senza procedere all’arresto» ha concluso l’ex governatore del Veneto. Per Giancarlo Galan, fino a quattro anni fa potente governatore del Veneto e fino a due anni fa ministro della Repubblica, si apriranno dunque le porte del carcere. Secondo le previsioni, il voto dell’aula di Montecitorio dovrebbe arrivare prima della pausa estiva.

Daniele Ferrazza

 

Ai primi di agosto il verdetto per l’ex governatore «Prevedo di farmi tre mesi in carcere»

ROMA – L’ex ministro Giancarlo Galan potrebbe consegnarsi alla Guardia di finanza di Roma la sera stessa del voto della Camera, tra poco più di un mese. Secondo il calendario dei lavori, la giunta per le autorizzazioni a procedere si riunirà ancora il 2 e forse il 3 luglio e poi esprimerà il proprio parere. Comunque entro l’11 luglio, termine perentorio di un mese dalla trasmissione delle ultime carte da parte della magistratura veneziana. «Di fatto l’11 è la data dell’ultimo invio alla Camera delle carte da parte della magistratura e quindi- ha detto ai giornalisti il presidente Ignazio La Russa- sarebbe pienamente rispettato il termine dei 30 giorni previsti dal regolamento in caso di richiesta di arresto». A quel punto, il parere sarà trasmesso all’aula di Montecitorio che alla prima seduta utile potrebbe votare il sì all’arresto del deputato di Forza Italia. I legali di Galan – Antonio Franchini e Niccolò Ghedini – hanno preso contatto con i magistrati per rendere il più indolore possibile l’arresto del parlamentare.Daquasi unmese sotto la graticola mediatica, Galan inizia ad avvertire drammaticamente vicina l’esperienza del carcere. «Prevedo di farmi tre mesi e mezzo, vedrete. In mezzo ci sono le ferie, i magistrati sono in vacanza» confidava pochi giorni fa l’ex ministro, preoccupato per la piega che ha preso la vicenda. Dopo l’arresto, tuttavia, Galan non perderà gli emolumenti da parlamentare né, dopo il ritorno in libertà, i requisiti di parlamentare. Macerto la sua carriera appare conclusa. (d.f.)

 

iniziativa di dieci deputati 5s veneti, casson è d’accordo

Commissione d’inchiesta, firmata proposta

ROMA – Una commissione parlamentare di inchiesta che abbia gli stessi poteri della magistratura. E possa indagare finalmente a fondo su tutto quanto successo intorno al Mose negli ultimi trent’anni. la proposta è stata depositata ieri alla Camera dal M5s. L’hanno firmata i dieci deputati veneti grillini Cozzolino, Da Villa, Spessotto, Brugnerotto, Rostellato, D’Incà, Businarolo, Turco, Benedetti e Fantinati. «La commissione dovrà far luce sulle procedure di affidamento e gestione degli appalti», spiega il primo firmatario Emanuele Cozzolino, «sui controlli che che avrebbero dovuto essere operati e sui costi prodotti dall’opera fino ad oggi». Ma la commissione di inchiesta, precisano i deputati del Movimento, «non dovrà occuparsi solo di tangenti». «Sarà la sede ideale», spiegano, «per affrontare il tema tecnico della effettiva validità del sistema Mose, approfondendo finalmente gli allarmi e la documentazione prodotta in questi anni da esperti nazionali e internazionali e da molti comitati di cittadini, ma mai presi in considerazione». Una sequenza di omissioni e di «pareri facili » che in questi giorni riemergono grazie all’inchiesta e alla testimonianza di personaggi che hanno vissuto dall’interno il meccanismo delle approvazioni della grande opera. La proposta, che fa seguito a un’analoga richiesta avanzata da Sel (Sinistra Ecologia e Libertà) sarà formalmente assegnata nei prossimi giorni. «Ne chiederemo la calendarizzazione con urgenza», annunciano i paralmentari grillini, «e a quel punto vedremo quali saranno i partiti che dopo aver gridato allo scandalo sui giornali decideranno di passare ai fatti». Un clima cambiato rispetto a qualche anno fa. Quando interrogazioni e interpellanze di deputati Verdi e della Sinistra restavano lettera morta, pur sollevando problemi tecnici delicatissimi sul sistema Mose. Le ultime sono state quelle del senatore veneziano del Pd Felice Casson. Che si è detto favorevole all’istituzione di una commissione di inchiesta.

Alberto Vitucci

 

Tomarelli confessa parla l’ad di Condotte

E sull’inchiesta per l’Expo, spunta un biglietto di Cinque che metterebbe in dubbio le affermazioni fatte da Baita

VENEZIA – Lungo interrogatorio ieri pomeriggio dopo la conferma del carcere da parte del Tribunale del riesame per Stefano Tomarelli, amministratore di «Condotte d’acqua» e uno dei quattro uomini al vertice del Consorzio Venezia Nuova con il presidente Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita della Mantovani e […………………….] dell’omonima grande impresa a decidere chi e quanto pagare in mazzette. È arrivato negli uffici della cittadella della Giustizia di Piazzale Roma, a Venezia, dal carcere dove è rinchiuso dal 4 giugno scorso, intorno alle 15 ed è ripartito con il mezzo della Polizia penitenziaria poco dopo le 19: per quattro ore lo hanno sentito i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Buccini e l’imprenditore romano avrebbe confessato, confermando le dichiarazioni di Mazzacurati sulla corruzione, e aggiunto un’importante e ulteriore tessera al mosaico dell’accusa. Intanto, dalla Procura di Milano, che ha depositato gli atti dell’inchiesta sulla corruzione per l’Expo di Milano in vista del rito immediato, arriva un importante verbale d’interrogatorio di uno degli arrestati, l’ex direttore di «Infrastrutture Lombarde» Antonio Rognoni. Un verbale che potrebbe essere molto utile sia ai pubblici ministeri sia al Tribunale dei ministri di Venezia, che domani sentirà l’ex capo del dicastero delle Infrastrutture e prima ancora dell’Ambiente Altero Matteoli in veste di indagato. Rognoni parla del misterioso bigliettino consegnato a Rognoni cinque giorni prima dell’apertura delle buste per la gara d’appalto della «piastra» dell’Expo (quella più importante) poi vinta dalla cordata guidata dalla «Mantovani». Nel biglietto c’era scritto «sappiamo che siamo andati bene sulla parte qualitativa», quando ancora, almeno in teoria, le buste con le offerte dovevano essere ancora aperte. Ma Baita, nei suoi interrogatori, ha sempre raccontato che a Milano non ha mai pagato tangenti e che, anzi, ha dovuto faticare per sconfiggere altre imprese, presumibilmente appoggiate dai politici lombardi. Ora, Rognoni lo smentisce in parte e racconta la storia di quel bigliettino. Riferisce che gli fu consegnato da «Ottaviano Cinque, il figlio del proprietario della Socostramo, Erasmo», che partecipava con la Mantovani alla gara milanese e lo stesso che Baita, su pressione di Matteoli, aveva dovuto inserire nell’appalto per le bonifiche di Marghera, colui che avrebbe raccolto i soldi da consegnare a Matteoli. «La premessa è che io», sostiene Rognoni, «quando avevo Matteoli come ministro delle Infrastrutture e lavoravo per la realizzazione delle autostrade sono stato seguito nelle richieste che io facevo al ministero e in particolare al ministro da questo Erasmo Cinque perché lui era il segretario, era il sottosegretario di Matteoli » (in realtà era il presidente dei costruttori del Lazio). Per arrivare al ministro, spiega sempre Rognoni, dovevo passare per Cinque, che era «uno molto politico, molto aderente ad Alleanza nazionale. A dargli il bigliettino sarebbe stato Ottaviano Cinque «nel quale mi dice “A noi risulta di essere andati molto bene sulla parte tecnica” » ben cinque giorni prima dell’apertura delle buste. Anche a Milano come a Venezia spuntano Cinque e Matteoli e Baita non l’ha raccontata tutta.

Giorgio Cecchetti

 

«no mose» domani a san leonardo

«Fine dei mostri». I comitati in assemblea

VENEZIA – L’iniziativa si chiama «Fine dei mostri». E domani alle 17.30, in sala San Leonardo, saranno tante le associazioni cittadine a ritrovarsi sotto le insegne del«No Mose». A convocare l’assemblea è stata l’associazione Ambiente Venezia-Laguna Bene comune, che rivendica a sè la lotta contro la grande opera e le iniziative avviate in tempi non sospetti contro l’intreccio di interessi che stava dietro la grande opera. «Non ci basta che adesso tutti condannino la corruzione se non condannano la grande opera sbagliata fonte di corruzione», dice Luciano Mazzolin, portavoce delle associazioni, «noi abbiamo raccolto negli anni 12.500 firme di cittadini contro il Mose, presentato esposti all’Unione europea, occupato i cantieri e le sedi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque. Episodi per cui molti di noi hanno subito un processo». «Ma adesso è ora di far luce su tutti questi avvenimenti », continua Mazzolin. Domani a San Leonardo sarà illustrato l’ultimo dossier raccolto all’associazione, che sarà presentato alla Procura chiedendo un supplemento di indagine. «Alla luce dell’inchiesta e degli articoli dei giornali», si legge nel dossier, «molti avvenimenti degli ultimi anni acquistano una nuova luce e meritano un approfondimento. Per questo chiediamo ai giudici di non fermarsi, e di accertare tutte le responsabilità ». Ma la condanna della corruzione, dicono i comitati, non basta. «Adesso bisogna cercare di porre rimedio allo sfascio ambientale della laguna, attuare una moratoria dei lavori del Mose, avviare subito nuovi controlli indipendenti. E sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, passando i poteri del Magistrato alle Acque al Comune. Unpo’ quello che adesso ha chiesto anche il Consiglio comunale nella sua ultima seduta di lunedì. (a.v.)

 

Gazzettino – Baita, da genio a fenomeno del male

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

26

giu

2014

EX AMICI – Così nel giro di un anno il deputato azzurro ha cambiato idea sul manager. Dopo l’inchiesta

Baita, da genio a fenomeno del male

Galan: «Io perseguitato? No ma spero in scelte da uomini»

«UN FENOMENO DEL MALE» «Baita? Un uomo dall’intelligenza elevatissima, di un cinismo feroce, capace di tutto» Giancarlo Galan, 24 giugno 2014

«IL VENETO DEBITORE VERSO BAITA» «È un uomo di grande spessore professionale, una spanna sopra gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale» Giancarlo Galan, 26 giugno 2013

CONTO A SAN MARINO «Agì la MInutillo e si prese i soldi»

CONTI ALL’ESTERO – Per lui non esistono mentre i magistrati ne hanno contati diversi

LE SPESE «Le mie possibilità sono superiori a quanto sostiene la Finanza»

A distanza di un anno esatto muta d’accento e di pensier. Come la donna della celebre romanza verdiana, l’ex doge Giancarlo Galan nell’arco di 12 mesi ribalta nettamente il proprio giudizio su Piergiorgio Baita che da sorta di benefattore della regione nell’arco di 12 mesi si trasforma addirittura in una sorta di genio maligno.
È il 26 giugno 2013 quando Galan, intervistato dal Gazzettino, con piglio sicuro dichiara: «Il Veneto è debitore verso imprenditori come Piergiorgio Baita. È un uomo di grande spessore professionale, una spanna sopra gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale». L’ex governatore è a Murano per la festa dei 40 anni di attività della vetreria Nuova Venier della famiglia Laggia a Murano e sollecitato sulla carcerazione dell’ad di Mantovani – finito in manette quattro mesi prima – si spende in una difesa senza se e senza ma nella veste di Capo della VII Commissione parlamentare Cultura, scienze e ricerca. Spiega che se la Mantovani si è aggiudicata la stragrande maggioranza delle commesse pubbliche del Veneto è stato sicuramente per meriti e che l’effetto collaterale dell’inchiesta è stata la chiusura di tutti i cantieri. Ricorda che con Mantovani – e quindi con Baita – ha costruito il Passante in 4 anni e l’ospedale di Mestre in 3 e che se fosse ancora alla guida del Veneto avrebbe dato il via a tre nuovi ospedali e a una strada con almeno mille persone che lavorano.
Èil 24 giugno 2014, l’altro ieri, quando lo stesso Galan nel corso della conferenza stampa convocata alla Camera, attacca e sentenzia:«Baita? Un uomo dall’intelligenza elevatissima, di un cinismo feroce, capace di tutto. Ora pensa a come vivere nei prossimi anni. Ha patteggiato un anno e 4 mesi. Un fenomeno, il fenomeno del male».
Come si cambia, canta Fiorella Mannoia, ma non per amore. In mezzo c’è la richiesta di arresto per l’onorevole Galan che i magistrati veneziani che indagano sulle tangenti del Mose hanno formulato sulla base di prove considerate inattaccabili raccolte dalla Guardia di Finanza e sulle dichiarazioni a verbale dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati e infine – è proprio il caso di dire – dell’ex amico Piergiorgio Baita.

 

MESTRE – L’ex governatore si è difeso per due ore davanti alla Giunta per le autorizzazioni della Camera lasciando 500 pagine di memoriale e cercando di smontare le accuse: «Anche firme false»

«Non mi sento perseguitato dai magistrati ma credo che oltre all’arresto chiesto dalla Procura nei miei confronti ci siano almeno altre otto misure in grado di tutelare quello che i magistrati vogliono tutelare con il mio arresto. Spero che prima che da politici io sia giudicato, rispetto al tema della sussistenza o meno dal fumus persecutionis, da uomini e donne». Così Giancarlo Galan lascia la Giunta per le autorizzazioni della Camera: ha parlato per due ore ed ha consegnato ai deputati una memoria difensiva di oltre 500 pagine che vanno ad aggiungersi alle 160mila pagine contenute nei 18 faldoni dell’inchiesta Mose, all’ordinanza di 723 pagine del Giudice Scaramuzza che il 4 giugno ha ammanettato 25 persone e ne ha indagate altre 10 e a 700 pagine della prima memoria difensiva depositata da Galan nei giorni scorsi. L’ex governatore del Veneto nell’audizione di fronte ai colleghi deputati ha cercato di smontare punto su punto le tesi dell’accusa, spiegando di aver comperato la villa di Cinto Euganeo già ristrutturata – mentre Piergiorgio Baita sostiene di aver pagato oltre un milione di euro in restauri – e di non avere conti correnti all’estero. I magistrati hanno contato 18 conti correnti tra Italia ed estero e, stando alle indagini della Finanza, Galan avrebbe speso negli ultimi 10 anni almeno un milione e mezzo di euro in più rispetto alle entrate. Anche in questo caso Galan ha contestato e puntigliosamente rifatto tutti i conti dimostrando che le sue possibilità di spesa sono superiori e di molto a quanto conteggiato dalla Finanza. I deputati sono stati invitati da Galan a soffermarsi anche sul famoso conto di San Marino. Il conto viene acceso nel 2004 presso la S.M International Bank. Non c’è un centesimo dentro e Galan dice di non averlo mai utilizzato. Fatto sta che ad un certo punto nel conto di Galan arrivano 50mila euro e a distanza di qualche tempo, come sono arrivati, spariscono. Ma è Galan stesso a firmare queste operazioni, solo che l’ex governatore del Veneto, in base anche a due perizie calligrafiche, sostiene che la firma non è la sua. Firma falsa – e si vede anche se non si è esperti dalla foto che pubblichiamo – e secondo Galan facilmente riconducibile a Claudia Minutillo. «Leggendo quanto dichiarato da Colombelli, scopro che i denari di quel conto furono movimentati esclusivamente dalla sig.ra Minutillo che, more solito, se ne appropriò». Come dire che la Minutillo rubava tutto quello che le capitava sotto mano. In effetti William Colombelli, l’inventore della “cartiera” di San Marino per le fatture false, ricorda che i soldi sono stati «versati e prelevati dalla Claudia». E precisa che, «nel momento in cui abbiamo saputo che la banca stava andando male, è stato chiuso il conto corrente di Giancarlo Galan da Claudia e i fondi, in totale 50 mila euro, sono stati versati sul conto corrente di Claudia Minutillo, esattamente, se non erro, in Banca Agricola, se non in Cassa Rurale». Ma il conto, dice Colombelli, era cointestato Galan-Minutillo e allora perchè la piccola Cleopatra di Mogliano Veneto, famosa per le spese pazze in scarpe e vestiti e per essere stata l’amante di più d’uno dei personaggi coinvolti nell’inchiesta Mose, avrebbe dovuto fare la firma falsa di Galan? Poteva firmare direttamente, no?
Anche su questo decideranno i giudici e prima di loro i parlamentari della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Quando? Risponde il relatore del caso Galan, Mariano Rabino – Scelta civica: «È probabile che nella settimana che viene faremo due sedute, un dibattito e una votazione per andare poi in aula prima dell’estate, sicuramente prima dell’11 luglio». Dunque c’è una richiesta di proroga per consentire ai deputati di leggere le carte, ma lo stesso Rubino dice che «l’impressione è che l’indagine sia ben costruita». E dunque è probabile che i deputati diano l’autorizzazione all’arresto di Galan.
Nel frattempo i deputati veneti del Movimento 5stelle hanno depositato alla Camera una proposta per istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare che indaghi sullo scandalo Mose, esattamente come la Commissione antimafia o sulle stragi. Lo ha annunciato il deputato Emanuele Cozzolino. I 5 stelle chiedono l’istituzione di una Commissione che per due anni indaghi con gli stessi poteri della magistratura.

Maurizio Dianese

 

L’ACCUSA «Uno stipendio fisso di 250mila euro l’anno»

IL DIALOGO – Il professionista e la consorte discutono della moglie di Galan

«Se lui muore quella viene a battere cassa immediatamente»

«Faccio io, lei non può pretendere neanche un euro»

«Sui soldi di Giancarlo decido io»

ARRESTO SÌ O NO – La Giunta prevede altre due sedute. Il voto prima dell’11 luglio

Nuove intercettazioni del commercialista Venuti. E Tomarelli (Condotte) parla ancora

Interrogatorio in Procura per Stefano Tomarelli, manager della società Condotte, terzo azionista del Consorzio Venezia Nuova e membro del suo direttivo fino al recente arresto. Ieri mattina i suoi difensori, gli avvocati Nicola Pisani e Angelo Andreatta, erano negli uffici giudiziari per definire l’appuntamento per il pomeriggio. Tomarelli, davanti la Tribunale del riesame, si era difeso cercando di ridimensionare il suo ruolo. Ma i giudici hanno confermato il carcere, ritenendolo parte integrante di quella “cupola” che gestiva un gigantesco fondo extracontabile da 10 milioni di euro. Ora Tomarelli potrebbe decidere di chiarire meglio certi passaggi. La Procura, che ha già incassato la confessione dell’ex magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, punta a nuove collaborazioni. E Tomarelli potrebbe essere un uomo chiave.
Altro uomo chiave per l’inchiesta, che per il momento si è avvalso della facoltà di non rispondere, è il commercialista padovano Paolo Venuti, fedele collaboratore di Giancarlo Galan. Proprio ieri il Tribunale del riesame ha depositato le motivazioni con cui ha confermato il carcere per il professionista. Una volta a casa Venuti, vista la «sua indubbia capacità professionale» – osserva il presidente del Tribunale, Angelo Risi – grazie anche agli «strumenti informatici» potrebbe «monetizzare quelle partecipazioni azionarie note e non note» per cui è accusato di aver fatto da prestanome a Galan. Non solo, a casa si ritroverebbe con la moglie Alessandra Farina «con lui pienamente compromessa» nella vicenda delle intestazioni fittizie.
Le motivazioni citano anche nuove intercettazioni, prodotte dalla Procura, che confermano questo ruolo di fedeli prestanome che Venuti e consorte avrebbero ricoperto per l’ex governatore. Già nota quella in cui Venuti parla con Alessandra Farina delle pretese della moglie di Galan, Sandra Persegato, che vorrebbe attingere a quei conti per la sua attività, mentre il marito intende conservarli per la figlia.
In un’altra conversazione i coniugi discutono dello stesso argomento. Arrivano a ipotizzare cosa accadrà dei soldi nel caso di morte di Galan. «E se muoio prima io – si chiede Farina – vanno in asse ereditario mio?». «E sì» risponde il marito. E i due di mettono a ridere. «Dai che se muore Giancarlo quella viene a battere cassa immediatamente dico… – riprende Farina, parlando della Persegato – e cosa gli si dice? Abbiamo avuto precise…». Venuti taglia corto: «Decido io, faccio io… lei non sa niente quanto come chi, non può pretendere neanche un euro perché non esiste nulla… C’è nulla».
Interessante, per i giudici, anche un’altra intercettazione ambientale in cui Venuti discute con un’altra persona di un’«ulteriore attività nell’interesse di “Giancarlo” – ricostruisce il Tribunale – consistente nell’aver incassato un qualche cespite di Adria infrastrutture».
Dice Venuti: «In realtà noi abbiamo un utile di 150 secondo gli accordi… che secondo le quote erano il 7%, 5% suo e 2% nostro, questi sono i numeri della cosa». E ancora: «Non c’è nessuna fretta perché io, lui c’è una fiducia totale, non mi chiede mai i conti, ma appunto per questo, non è urgente, magari facciamoci un ragionamento».

Roberta Brunetti

 

IL RIESAME – Domani l’udienza per l’ex assessore. La difesa: niente corruzione. E attacca la MInutillo: il denaro se l’è tenuto lei. Chisso chiede la scarcerazione «I soldi? Andavano al partito»

Gli inquirenti non credono alla versione: forse è una lite

MESTRE – Domani la posizione di Renato Chisso va al Tribunale del riesame. Dopo Giancarlo Galan è il politico veneto più importante dell’inchiesta sul Mose – trascurando ovviamente la parte romana che vede implicati alcuni ex ministri e un ex sottosegretario. Arrestato il 4 giugno, da allora l’ex assessore regionale alle Infrastrutture è rinchiuso nel carcere di Pisa. La sua posizione, come quella di Giancarlo Galan, sembra tra le più definite nel senso che, pur proclamandosi totalmente innocenti, la quantità di prove che la pubblica accusa ha portato è tale che pare difficile smontare le ipotesi di reato. L’unica differenza tra l’uno e l’altro è che Galan appare ricchissimo mentre Chisso non ha beni e non ha conti correnti che possano spiegare i milioni in mazzette che gli vengono attribuiti. A partire da questo l’avvocato dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Antonio Forza, cercherà di convincere i giudici del riesame che il suo cliente deve tornare in libertà. Anche perché, avendo rassegnato le dimissioni da assessore, non può commettere di nuovo lo stesso reato.
Forza ha consegnato una memoria di 70 pagine con la quale punta a smontare la ricostruzione dell’accusa. Chisso è accusato da Piergiorgio Baita e da Claudia Minutillo di aver intascato una sorta di stipendio fisso di 250mila euro all’anno più una serie infinita di “una tantum”. Baita ricostruisce così i passaggi: «Per quanto riguarda Galan, fino al 2005 (abbiamo pagato ndr) attraverso la signora Minutillo; dal 2005 al 2010 attraverso l’assessore Chisso (che dunque incassava in nome e per conto di Galan ndr); Per quanto riguarda Chisso, invece, fino al 2005 ha sempre provveduto la dottoressa Minutillo direttamente; dal 2005 al 2010 ha provveduto pure la dottoressa Minutillo; dal 2010, quando noi abbiamo interrotto i rapporti con Bmc, ho provveduto io». E in un altro interrogatorio Baita precisa di aver consegnato personalmente 250mila euro all’assessore Chisso. «Una parte in Adria Infrastrutture e un’altra parte all’hotel Laguna a Mestre». Sempre in occasione di campagne elettorali? Sempre – risponde Baita. E dunque il punto di attacco dell’avvocato Forza sarà che si tratta di finanziamento illecito dei partiti e non di corruzione. Come dire che Chisso, alla Greganti per capirci, avrebbe speso i soldi per le campagne elettorali sue e dei suoi compagni di partito, senza mettersi in tasca un cent.
Ma ci sono anche i 2 milioni di euro che saltano fuori da una super valutazione di quote della Investimenti srl, che possedeva il 5 per cento di Adria Infrastrutture, la società di Claudia Minutillo. Secondo la ricostruzione che il difensore presenterà ai magistrati per chiedere che a Chisso sia tolta la misura del carcere e che sia mandato ai domiciliari, quei 2 milioni di euro che sono stati versati da Baita per le quote di Investimenti – ascrivibili a Chisso anche se formalmente detenute dalla Minutillo – sarebbero finiti nei conti correnti della Minutillo.
Infine Forza utilizzerà anche un verbale, quello di William Colombelli, il socio della Minutillo nella Bmc, la cartiera delle false fatture. Colombelli il 1 luglio 2013 dichiara: «La dott.ssa Minutillo, indicandomi i destinatari o comunque i beneficiari delle somme che retrocedevo mi indicò numerosi politici di Forza Italia, ma non mi menzionò mai Renato Chisso. Mi disse che Chisso non aveva voluto i soldi». Ma, interrogata dai magistrati, Claudia Minutillo ha detto esattamente il contrario.

M.D.

 

Comunicato Stampa congiunto Opzione Zero, Re-Common, Counter Balance

25 giugno 2014

L’operazione Project Bond per il Passante di Mestre è a forte rischio corruzione. Intervenga subito Cantone per bloccare l’emissione dei titoli “tossici”

Opzione Zero, Re:Common e la Rete Europea Counter Balance oggi hanno scritto al presidente dell’Autorità Nazionale Anti-Corruzione Raffaele Cantone per manifestare tutti i loro dubbi e le loro preoccupazioni in merito all’operazione di rifinanziamento del debito del Passante di Mestre attraverso l’emissione sui mercati finanziari dei famigerati Project Bond per 700 milioni di euro. Val la pena ricordare che solo un anno fa la Spa pubblica CAV, gestore del Passante, aveva già ricevuto due finanziamenti: uno dalla BEI per 350 milioni di euro, e uno di 73,5 milioni di euro direttamente da Cassa Depositi e Prestiti.

Per l’acquisto dei titoli finanziari legati all’opera, in quella che viene annunciata come la prima operazione italiana di project bond europei, sono in pole position cinque banche private, tra cui Banca Intesa e Unicredit, Il beneficiario del nuovo finanziamento è appunto la Concessioni Autostradali Venete (CAV) Spa, partecipata al 50% da Regione Veneto e ANAS SpA, costituita nel 2008 con lo scopo di rimborsare a ANAS circa 1 miliardo di euro anticipato per la costruzione del Passante di Mestre e delle opere complementari. Il rimborso avrebbe dovuto avvenire attraverso il gettito dei pedaggi, ma fin da subito si è visto che gli introiti annuali erano insufficienti a ripagare i costi sostenuti.

Costi, è bene ricordare, che dai 750 milioni di euro preventivati inizialmente, sono schizzati nel giro di pochi anni a oltre 1,4 miliardi di euro. Proprio la Corte dei Conti nel 2011 in una relazione ufficiale metteva in evidenza l’aumento spropositato dei costi, nonché l’assenza di controllo pubblico e il rischio di infiltrazione mafiosa. Nel 2013 scoppia in Veneto il caso Mantovani e poi lo scandalo MOSE; e guarda caso il principale esecutore dei lavori di costruzione del Passante di Mestre è la società Mantovani Spa, così come tra i principali soci della società Passante di Mestre scpa, il general contractor che si è aggiudicato la gara per la costruzione del by-pass di Mestre, ci sono le stesse società consorziate con Il Consorzio Venezia Nuova ora al centro della vicenda MOSE. Non sfugge poi l’arresto dell’assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso, e la richiesta di arresto dell’ex-governatore Giancarlo Galan, i due dei principali artefici del Passante.

Nonostante il quadro fosse ormai chiaro da tempo, le spericolate operazioni finanziarie di CAV  SpA sono state avallate dall’attuale Giunta Regionale in carica con le delibere n. 1992/2012 e 493/2013 e dai suoi rappresentanti politici nel Consiglio di Amministrazione della società (tra questi fino a poco tempo fa anche l’arrestato Giampietro Marchese, in quota PD). E di questo dovrà risponderne in pieno proprio il Presidente Luca Zaia, che ancora oggi si dichiara ignaro di tutto il malaffare e la corruttela che ha coinvolto la sua Giunta.

“Il vaso di Pandora ormai è stato scoperchiato” ha dichiarato Mattia Donadel, presidente di Opzione Zero. “Quello che emerge in modo chiaro e inequivocabile dalle inchieste in Lombardia e in Veneto è che il “sistema” delle Grandi Opere e del Project Financing sono pensati e strutturati unicamente per alimentare lobby politiche e affaristiche delinquenziali. Tuttavia gli arresti e i procedimenti penali in corso non fermano gli iter dei vari progetti “in cantiere”, e nemmeno le ricadute perverse delle opere già realizzate, prima tra tutte il Passante di Mestre” ha aggiunto Donadel.

“L’emissione dei Project Bond aprirà un altro buco dopo quello provocato solo qualche mese fa dalla stessa CAV con Cassa Depositi e Prestiti e con Banca Europea degli Investimenti per altri 423,5 milioni di euro”, ha affermato Elena Gerebizza di Re:Common.

Per queste ragioni nella lettera al presidente Cantone si chiede conto delle attività di monitoraggio svolte sulle azioni della Regione Veneto e sull’intenzione o meno di inglobare nelle indagini dell’Autorità Anti-Corruzione le operazioni relative all’emissione di project bond, nonché, visto il coinvolgimento della Bei, sulla possibilità di promuovere un’azione di cooperazione nell’ambito del network European Partner Agaist Corruption (Epac), al fine di chiedere maggiori trasparenza alla Banca europea per gli investimenti.

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui