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Corruzione negli appalti Tav ed Expo. Nel mirino anche la Orte-Mestre

Arrestato il manager Incalza

Appalti Tav ed Expo, arrestato per corruzione Ercole Incalza, manager statale, capo della Struttura grandi opere. Uomo già intercettato per il Mose. Nel mirino della procura di Firenze

 

LA CRICCA DELLE TANGENTI

Pedemontana e Orte-Mestre

Appalti Tav ed Expo

Manette al “Sistema”

ROMA Lo chiamavano semplicemente il «Sistema». Non c’erano tanti giri di parole per aggiudicarsi, a suon di tangenti, appalti statali milionari. Così, nel “Sistema” sono rientrati la linea ferroviaria alta velocità Milano-Verona; il nodo Tav di Firenze con l’attraversamento della città con un tunnel di sei chilometri; l’autostrada Orte-Mestre; il Palazzo Italia all’Expo. Cantieri che venivano affidati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti agli “amici”.

Il dominus del sistema di corruzione era il potentissimo manager statale, Ercole Incalza, capo della Struttura tecnica di Missione per le Grandi opere, arrestato ieri all’alba dai Ros su ordine della procura di Firenze. Ai domiciliari è finito il suo collaboratore Sandro Pacella, mentre è in carcere l’imprenditore Stefano Perotti, considerato fedelissimo di Incalza senza il quale nessun impresario riusciva ad aprire mezzo cantiere in Italia. Arrestato anche Francesco Cavallo, presidente del Consiglio di amministrazione di “Centostazioni” che, secondo i magistrati, riceveva proprio da Perotti ogni mese un assegno di 7 mila euro «come compenso per la sua mediazione».

Cinquantuno gli indagati, tra cui diversi politici. L’europarlamentare Udc, Vito Bonsignore già condannato per tentata corruzione. Due sottosegretari: Rocco Girlanda (Pdl), alle Infrastrutture con il governo Letta nel 2013 e Stefano Saglia (Pdl) nel 2009 allo Sviluppo Economico con Scajola. Indagati anche Fedele Sanciu senatore Pdl nel 2006 e Alfredo Peri, assessore Pd alla Mobilità alla Regione Emilia Romagna nella giunta Errani fino al 2014.

Ma l’inchiesta fiorentina tocca direttamente un ministro del governo Renzi, il responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, di Ncd, che non è indagato. Nelle intercettazioni il ministro è citato diverse volte sia per aver ricevuto dalla “cricca” regali tipo un Rolex da diecimila euro per la laurea del figlio, sia per aver ottenuto da Stefano Perotti, l’imprenditore arrestato, incarichi di lavoro sempre per il suo secondogenito, Luca.

Il ministro reputa la struttura su cui ha messo a capo Incalza e che gestisce con pieni poteri le opere pubbliche di rilievo, talmente inattaccabile che all’ipotesi di uno smantellamento minaccia di far cadere il governo. È il 16 dicembre 2014 quando viene intercetto al telefono con Incalza: «…ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di Missione non c’è più il governo!».

È dunque Incalza a reggere i fili del “Sistema”. E con lui Stefano Perotti cui veniva affidata, attraverso la sua società Green Field srl, la direzione dei lavori degli appalti incriminati. Un giro di affari di 25 miliardi di euro. Al vertice del sistema di corruzione, per la procura di Firenze, ci sono loro due.

«Nel periodo 1999-2008 – scrivono i pm – Incalza ha percepito dalla Green Field 697 mila euro costituendo per il manager “la principale fonte di reddito».

Ingegnere, 71 anni, Incalza dal 2001 ha “servito” tutti i governi tranne quello di Romano Prodi nel 1996, quando il ministro di Pietro lo allontanò, da gennaio è in pensione. È stato indagato 14 volte, uscendo però sempre indenne, Il suo nome si legge nei fascicoli delle principali inchieste sulla corruzione: dall’Expo al Mose passando per la “cricca” di Anemone e Balducci, altro manager statale finito in carcere.

«Incalza – si legge nell’ordinanza – è colui che suggerisce al general contractor o all’appaltatore il nome del direttore dei lavori, cioè a soggetti sempre riferibili a Perotti e che si mette a disposizione dell’impresa assicurando in violazione dei doveri di trasparenza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione un trattamento di favore».

«Da lui, gli appaltatori non possono prescindere e, accompagnati da Perotti o da Cavallo, si presentano negli uffici di Incalza per assicurarsi il finanziamento».

«A Perotti naturalmente andava la direzione dei lavori garantendosi un guadagno dall’1 al 3 per cento degli importi» scrive il gip che sottolinea il trucco delle “modifiche” in corso d’opera per far lievitare i costi. Di quanto? «Anche del 40 per cento».

Fiammetta Cupellaro

 

Quando Chisso diceva “C’è un problema? Parliamone a Ercole”

VENEZIA – Quando qualcosa s’incagliava a Venezia, c’era sempre un santo a Roma al quale rivolgersi: «Andiamo a parlarne a Ercole». Lo diceva l’assessore Renato Chisso, che con Ercole Incalza aveva in comune l’antica militanza nel Psi. Tra “compagni” è più facile intendersi.

Lo sapeva Piergiorgio Baita, anche se nella famosa intervista all’Espresso del 19 giugno 2014 evita accuratamente di nominare Ercole Incalza assieme ai burosauri di Stato abituati a spadroneggiare sulle grandi opere: Pietro Ciucci, Vincenzo Pozzi, Pietro Buoncristiano, Vincenzo Fortunato.

Si può pensare perché Incalza determinava le sorti della Romea commerciale Mestre-Orte, uno dei project nel portafoglio di Adria Infrastrutture, la società creata da Baita per incassare i profitti degli investimenti. Lo sapeva soprattutto Giovanni Mazzacurati, che come Consorzio Venezia Nuova aveva il problema di rapportarsi direttamente alle strutture romane. Nel senso di «fluidificare», come amava dire.

Incalza era lo snodo di tutte le relazioni. Tutto passava dal suo tavolo. Nessuna meraviglia che il suo nome compaia nelle intercettazioni dell’inchiesta Mose, nei verbali degli interrogatori e perfino nell’ordinanza di custodia cautelare per gli arresti del 4 giugno 2014, firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Anche se nessuna contestazione gli è stata mossa un anno fa.

Mazzacurati lo nomina già nel primo incontro con il pm Paola Tonini, il 25 luglio 2013, pochi giorni dopo l’arresto. E’ un interrogatorio drammatico. Il grande capo del Mose pensa ancora di poter svicolare ma la Tonini gli dice chiaro e tondo che lo stanno ascoltando da anni, non da mesi: «Quando le facciamo una domanda questa nasce dal fatto che abbiamo una mole di elementi tale che potremmo fare a meno della sua deposizione. Quindi se lei vuole collaborare con l’autorità giudiziaria lo deve fare fino in fondo, senza amici o contro-amici, questi li dimentico e questi li ricordo».

La Tonini vuol sapere a chi sono andati i soldi. Mazzacurati si preoccupa subito di escludere Ercole Incalza: «Il nostro riferimento al ministero delle Infrastrutture era l’ingegner Incalza ma con lui non abbiamo avuto nessun rapporto del tipo cui accenna lei. Non abbiamo corrisposto nulla, nessuna dazione da parte nostra all’ingegner Incalza».

Se non era denaro, di che si trattava? Di qualcosa di più importante ancora: il controllo sul denaro speso, in capo al Magistrato alle Acque. Ercole Incalza, responsabile della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, era la persona che preparava le istruttorie in base alle quali il ministro firmava le nomine.

Nel settembre 2011 al Magistrato alle Acque di Venezia, in sostituzione di Patrizio Cuccioletta, arriva Ciriaco D’Alessio. Nessuno dei due è uno stinco di santo: Cuccioletta era stato sollevato dall’incarico nel 2001 per indegnità, D’Alessio arrestato per concussione nel 1993 e salvato dalla prescrizione. Ma il primo era gradito a Mazzacurati, il secondo no.

Le intercettazioni riportare nell’ordinanza ricostruiscono i passaggi: D’Alessio è supportato da Erasmo Cinque, imprenditore di riferimento del ministro Matteoli. Incalza lo riceve il 15 settembre e Matteoli firma la nomina il 21. Il 23 le intercettazioni a Venezia mostrano un Mazzacurati bypassato che si dispera e medita di andare a parlarne a Gianni Letta. Cosa che fa veramente, pur non riuscendo a revocare la nomina.

«Dal che si trae la conferma», scrive il gip, «che per le precedenti nomine di Cuccioletta e della Piva invece era stato consultato».

La lettura dei passi citati nell’ordinanza del gip Scaramuzza documenta una manipolazione costante, tra richieste di privilegiare il Consorzio a spese di altre opere pubbliche che vengono decurtate di finanziamenti previsti ed escamotage burocratici inventati per consentirlo. Una «turbativa» continua. È da chiedersi per quale motivo l’ingegner Incalza non sia finito prima nel mirino dei magistrati. Probabilmente perché aprire su quel fronte significava per la procura di Venezia farsi sfilare il fascicolo da quella romana.

Renzo Mazzaro

 

E per l’appalto all’Expo di Milano spunta anche la telefonata di monsignor Francesco Gioia, ex delegato pontificio del Santo

Pedemontana e Orte-Mestre, superaffari

VENEZIA – Il sistema Incalza era destinato a sbarcare anche in Veneto perché le grandi opere destinate alla mobilità, Mose a parte, sono nell’agenda del governo e della regione. Tra queste dall’inchiesta di Firenze emergono la «Orte-Mestre» e la « Pedemontana Veneta», senza dimenticare l’Alta Velocità nel tratto Brescia-Verona. Gli indagati, e non solo loro, ne parlano al telefono senza sapere che la Procura di Firenze e i Ros dei carabinieri li stanno ascoltando.

L’indagine, poi, riporta alla ribalta una figura religiosa che a Padova ricordano in molti: Francesco Gioia, delegato pontificio alla Basilica del Santo. Una «mano ecclesiastica» Anche un monsignore, l’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, Francesco Gioia, si sarebbe attivato come tramite per dare «una mano» in relazione all’appalto «Palazzo Italia» dell’Expo. È quanto risulta dalle carte dell’inchiesta della Procura di Firenze sulle grandi opere.

Il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di Palazzo Italia, monsignor Gioia (non è indagato) «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società Italiana Costruzioni, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti», professionista arrestato ieri, «la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono».

Monsignor Gioia, tra l’altro indagato per un presunto abuso edilizio effettuato su un palazzo dei frati del Santo a Padova, dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con un … uno dei fratelli Navarra (…) dobbiamo dargli una mano … per introdurli lì presso il responsabile».

Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto».

Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Al centro dell’indagine la gestione illecita degli appalti delle grandi opere. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti. L’architetto olandese e Olbia. L’unico indagato “veneto” dell’inchiesta, è un architetto olandese con studio in via Montecchia 15, a Selvazzano Dentro. Si tratta di Willem Brower, 61 anni. Secondo l’accusa il professionista, perquisito ieri mattina e accusato di «turbata libertà degli incanti», si sarebbe adoperato per fare in modo che la gara per l’assegnazione dell’appalto del progetto del nuovo terminal del porto di Olbia, fosse vinta da Stefano Perrotti, uno degli arrestati e a Giorgio Mor, altro indagato. Lui si difende dicendo che in realtà per quel progetto aveva inviato solo un suo curriculum all’«Autorità portuale del Nord Sardegna», committente del lavoro.

Lupi e l’amico Incalza. I rapporto tra l’attuale ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il principale attore nell’inchiesta, Ercole Incalza, sono molto stretti. In una telefonata intercettata il 28 dicembre del 2013, Incalza spiega tutte le opere iniziate o che stanno per iniziare al ministro che deve essere intervistato dal Corriere della Sera.

In questa intercettazione parlano anche della «Orte-Mestre» e della Pedemontana Veneta. Incalza ricorda a Lupi «…mi raccomando digli che la Pedemontana è ripartita grazie a noi…sarebbe stata ferma…io lo direi. I progetti, approvati dalla Regione, sono arrivati il 23 dicembre e nel 2014 appaltiamo».

Discorso diverso per la «Orte Mestre», nel tratto tra Ravenna e Mestre. «…No non è pronto, qui appaltiamo nel 2015…non prima…», dice sempre Incalza. I due poi parlano dei miliardi investiti e della necessità di aprire tanti piccoli «interventi per creare posti di lavoro… non importa se temporanei…», spiega il ministro Maurizio Lupi. E Incalza risponde «…sì ma poi se dopo due anni finiscono, sai che casino nasce…».

Carlo Mion

 

Superdirigente delle Infrastrutture in 7 governi è stato toccato da 14 inchieste

Il sacerdote dei Lavori pubblici

FIRENZE Il sacerdote delle “Grandi opere”, Ercole Incalza, superdirigente di sette governi diversi, burocrate sopravvissuto a cinque ministri e a 14 inchieste giudiziarie concluse a intermittenza con assoluzioni e prescrizioni, non è più intoccabile. Il dinosauro della Pubblica amministrazione capace di rimanere sempre al timone nonostante il vento, gli scandali, le vicissitudini di governo e i magistrati che negli ultimi decenni hanno provato a rincorrerlo, è in cella per corruzione.

Settant’anni compiuti il giorno di Ferragosto, due lauree – ingegneria e architettura – rappresenta la resistente longevità alle intemperie. Inossidabile. Porta Pia è stata casa sua per 14 anni. Nel 2005 il ministro Lupi lo definì addirittura «un patrimonio per il nostro Paese». Nel giorno più nero, invece, il governo si affretta a prendere le distanze dall’«ex» capo della struttura di missione delle Infrastrutture, il ricco ministero che ingloba trasporti e lavori pubblici: «È in pensione dal 31 dicembre 2014 e attualmente non riveste nessun ruolo o funzione, neanche a titolo gratuito».

Eppure sono passati appena 75 giorni da quando ha svuotato i cassetti e ha riconsegnato le chiavi dell’Alta sorveglianza delle Grandi opere. Il nome del supertecnico brindisino ricorre nei lavori più importanti su cui si è speculato negli ultimi 30 anni. Si affaccia nel mondo dorato degli incarichi pubblici verso la fine degli anni Settanta, grazie alle indiscutibili capacità ma anche alle entrature nella «sinistra ferroviaria» del socialista Claudio Signorile. Incarna il potere e l’incompiutezza della Tav in Italia. Dopo Tangentopoli torna alla ribalta con Pietro Lunardi per poi sedersi alla destra di Altero Matteoli.

Va forte Incalza, anzi fortissimo. Più veloce della Giustizia che vorrebbe processarlo per presunte irregolarità sul sottopasso fiorentino. Non è indagato ma il suo nome compare nell’ordinanza cautelare del Mose di Venezia. Sfiorato dalle indagini su Expo la sua carriera prosegue in un gioco ambiguo di chiaroscuri. La procura di Firenze acquisisce una copia del contratto di compravendita della casa in via Gianturco, di proprietà del genero Alberto Donati, che risulterebbe pagata per 520mila euro dal tuttofare dell’ambizioso costruttore Diego Anemone, quello del G8. Sembra una fotocopia del caso Scajola, ma Incalza non viene neppure interrogato dai pm. Donati tenta di spiegare: «Su suggerimento di Angelo Balducci tramite mio suocero contattai Zampolini». Il rogito venne stipulato dal notaio Gianluca Napoleone che alla Gdf ha detto di «non ricordare nulla». Di Balducci, l’ex Gentiluomo del Papa ed eminenza grigia dei grandi appalti di Stato, il notaio aveva però buona memoria: «È socio del mio stesso circolo di golf». Lo è stato. Prima di essere arrestato nel 2010. Un altro ex intoccabile bipartisan tirato giù dalla torre d’avorio.

Rocco Ferrante

 

No Tav: «Nessuna mela marcia, ma un vero sistema»

«Cittadine e cittadini non possono che ringraziare la magistratura per aver sollevato il velo che copre il corpo in decomposizione del mondo delle infrastrutture. Le inchieste non fanno altro che confermare più di un decennio di denunce». Così, in una nota, il comitato No Tav fiorentino commenta l’inchiesta sulle grandi opere. «Il quadro che ormai abbiamo sotto gli occhi è abbastanza chiaro: qui non si tratta di qualche mela marcia, come si affanneranno presto a dire molti esponenti politici, ma di una finestra spalancata su un sistema di malaffare», aggiunge la nota.

 

Il commento

RAPINA DA 60 MILIARDI OGNI ANNO

GIAN CARLO CASELLI

La corruzione costa al nostro Paese 60 miliardi di euro l’anno, cifra ufficiale calcolata dalla Corte dei Conti. Significa che per ogni cittadino italiano (neonati compresi) è prevista annualmente una vergognosa tassa occulta di mille euro.

Poi ci sono i costi non monetizzabili, quelli che riguardano la devastazione dell’immagine e della credibilità della nostra economia, con conseguente inesorabile allontanamento degli investitori stranieri.

E ancora, le rovinose ricadute sul nostro futuro, su quello dei giovani, con crescente sfiducia nella capacità delle istituzioni di operare per il bene comune.

La corruzione è una pratica purtroppo abituale, non riconducibile a un circuito delimitato per quanto esteso. Si tratta sempre più di un vero e proprio sistema. Per contrastarlo occorrono regole rigorose, non confuse e annacquate (come quelle attualmente in vigore), che riescano a rendere la corruzione non conveniente. Sia attraverso la definizione delle fattispecie penali, sia attraverso adeguate sanzioni (le interdittive sono le più deterrenti) e la certezza della pena.

Inoltre, poiché la corruzione è un fatto “interno” che si tende a tenere nascosto, è di decisiva importanza rompere questo sistema incentivando forme di “pentimento”, di collaborazione con la giustizia, che incidano sullo scellerato patto di solidarietà tra corruttore e corrotto.

Utilissimo può essere l’impiego di agenti provocatori, come si fa ad esempio per il traffico di droga, reato di gravità almeno pari alla corruzione. Servirebbe introdurre anche nel nostro ordinamento, con idonee gratificazioni, figure come i “whistleblower”, cioè suonatori di fischietto o vedette civiche capaci di segnalare e denunziare ciò che conoscono. Invece niente di tutto questo: la nostra politica continua a baloccarsi, a colpi di sofismi e veti incrociati, in buona sostanza ritardando – almeno fino a oggi – ogni tentativo (anche i meno audaci) di dettare norme più rigorose contro la corruzione.

L’obiettivo deve essere quello di combattere la corruzione disciplinando l’attività pubblica sul versante economico come una casa di vetro protetta da porte blindate. Prevedendo anche test di integrità per politici e amministratori, e non esitando a mettere fuori gioco chi abbia gravemente o reiteratamente sbagliato. Senza mai dimenticare che la corruzione non è soltanto questione di guardie e ladri, di delinquenti ed organi istituzionalmente chiamati a reprimere i reati. La corruzione è anche, se non soprattutto, impoverimento della comunità di cui ciascuno di noi è parte. Perché ci rapina risorse, che se invece le avessimo sicuramente vivremmo molto meglio.

Papa Francesco ha interpretato mirabilmente questi sentimenti con parole forti. I corrotti sono «putredine verniciata, devoti della dea tangente». La corruzione è «non guadagnare il pane con dignità», per cui ai figli dei corrotti tocca «ricevere come pasto dal loro padre sporcizia».

Sprezzanti la parole del Papa sulle nefaste conseguenze delle «cricche della corruzione, che con la politica quotidiana del “do ut des”, dove tutto è affari, producono ingiustizie che causano sofferenza». Chi paga per questo? Sostiene il Papa che «pagano gli ospedali senza medicine, i malati che non hanno cura, i bambini senza educazione».

Questi alcuni esempi di impoverimento causato dalla corruzione, una delle declinazioni della illegalità economica (altre sono l’evasione fiscale, che ci costa 120 miliardi di euro l’anno; e l’economia mafiosa, un business da 150 miliardi annui). È quindi evidente che ogni recupero di legalità, a partire dalla corruzione, è un recupero di reddito che ci conviene. La legalità è la strada giusta per affrontare i problemi economico/sociali che ancora ci affliggono. È la chiave per avviare percorsi di sviluppo economico ordinato, senza più costanti penalizzazioni per chi ha maggiore bisogno.

 

BEPPE Grillo «Ne vedremo delle belle, tutti in galera»

«L’hanno appena arrestato. Ora ne vedremo delle belle. Tutti in galera». Così Beppe Grillo su Facebook dopo il blitz dei Ros che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Ettore Incalza. Il leader di M5S ha poi twittato: «Subito legge anticorruzione». In rete anche un post del capogruppo Cioffi: «Le grandi opere in Italia hanno solo portato corruzione, infiltrazioni mafiose, sprechi e distruzione».

 

Belluno, il ministro Lupi difende l’alto burocrate di fronte ai sindaci

«Incalza tecnico autorevole»

BELLUNO  La domanda arriva, a bruciapelo, al termine di un incontro con i sindaci del Bellunese per parlare di grandi opere. Ad attendere un commento sull’indagine di Firenze, a quel punto, non sono solo i giornalisti. Di fronte agli amministratori il ministro Maurizio Lupi ribadisce che «l’ingegnere Ercole Incalza è una delle figure tecniche più autorevoli del nostro Paese». Un’esperienza tecnica ed una competenza internazionale che «gli sono riconosciute a tutti i livelli. Da parte del ministero, e del Governo intero, c’è la massima disponibilità per accertamenti e verifiche, auspichiamo non ci sia nessuna ombra».

Al momento dell’incontro, poco prima delle 13, non erano ancora emersi i dettagli dell’indagine in cui compare anche il nome di Luca Lupi. Poche ore dopo il ministro riferisce alle agenzie di stampa: «Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio» spiega all’Ansa, «non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato».

Certo è che la notizia dell’inchiesta «ci ha colpito tutti», ha spiegato Lupi, «siamo convinti che in questo Paese si debbano realizzare le grandi opere, devono essere realizzate in tempi certi e nella maniera più trasparente». Tanto che il ministro sta lavorando alla modifica del codice degli appalti.

Che il rapporto tra Lupi e Incalza fosse molto stretto lo testimonia anche una telefonata del settembre 2013 in cui l’ingegnere manifestava i suoi timori all’idea delle dimissioni del ministro, che avrebbe dovuto essere sostituito da Flavio Zanonato. Dimissioni poi respinte dall’allora premier Enrico Letta.

 

Ieri a Torino è stato consegnato il dossier dall’associazione Ambiente Venezia

«Lesi i diritti dei cittadini, ignorate le critiche». «Grandi navi, fuori le osservazioni»

VENEZIA – Un esposto sul Mose al Tribunale permanente dei popoli. Si riaccendono i riflettori sulla grande opera. Ieri a Torino una delegazione dell’associazione «Ambiente Venezia» ha consegnato al presidente del Tribunale Franco Ippolito un esposto che chiede l’apertura di un procedimento.

«Per accertare», si legge nel documento firmato da Armando Danella, Luciano Mazzolin, Stefano Micheletti e Stefano Fiorin, «se nell’iter del progetto Mose siano stati rispettati i diritti dei cittadini».

Il Tribunale dei popoli – di cui fanno parte i giudici Mireille Fanon Mendes France (Francia), Antoni Pigrau (Spagna), Roberto Schiattarella e Vladimiro Zagrebelsky (Italia) – ha aperto ieri i lavori della sessione dedicata a «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità e grandi opere». Conferenza deedicata alla Tav e alle grandi opere, tra cui il Mose.

«Riteniamo che il progetto Mose, in corso di realizzazione», dice Danella, «contenga in sè profili di violazione dei diritti fondamentali che oggi permangono».

Tra queste azioni, il comitato include «il contrasto dei movimenti di opposizione e e della comunità scientifica non asservita agli interessi di parte».

E le «mancate risposte alle critiche anche circostanziate della pubblica opinione. Soprattutto dopo che la magistratura ha rivelato quel clima malavitoso di corruzione, concussione e finanziamento illecito del Consorzio Venezia Nuova».

Infine una «manipolazione e omissione di dati e informazioni per alimentare la continuità dell’errore».

I comitati, già autori di altri esposti alla Procura, alla Corte dei Conti e all’Unione europea, chiedono ora che sia il Tribunale internazionale a pronunciarsi. Battaglia che continua, quella sul Mose e sulle garanzie che la collettività chiede per la sua realizzazione e la gestione e manutenzione, che costerà almeno 50 milioni di euro l’anno.

Comitati sul piede di guerra anche per quanto riguarda il canale Contorta, altra «grande opera» proposta dall’Autorità portuale per far entrare le grandi navi in laguna e farle arrivare alla Stazione Marittima dalla bocca di porto di Malamocco. In questi giorni l’Autorità portuale ha inviato al ministero per l’Ambiente le risposte alle 27 pagine di osservazioni della commissione Via.

«Risposte esaurienti», secondo il presidente Costa, «per un’opera che si dovrà fare comunque, essendo di pubblico interesse».

«L’unica cosa di pubblico interesse è che il governo rimuova il predente Costa», attacca Marco Zanetti di VeneziaCambia2015.

Andreina Zitelli ribadisce la richiesta che «vengano pubblicati i 300 file di integrazioni prodotti dal Porto». «È dovere del ministro Galletti, che deve tutelare la laguna e non la crocieristica».

Alberto Vitucci

 

Finanziamento illecito del partito: autorizzata l’estrazione di copia del fascicolo sul parlamentare e sul collega Mognato. I pm avevano chiesto l’archiviazione

VENEZIA – Un’istanza al giorno per gli avvocati di Giorgio Orsoni. Dopo quella presentata al giudice per l’autorizzazione ad essere presenti all’incidente probatorio con l’interrogatorio di Giovanni Mazzacurati o comunque ottenere la documentazione sanitaria in cui si spiega che non può sostenere l’interrogatorio, ieri in Procura è arrivata una seconda richiesta. Quella di poter prendere visione degli atti del procedimento nei confronti dei parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, per i quali i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno chiesto l’archiviazione dell’accusa in concorso nel finanziamento illecito del loro partito. Nel primo pomeriggio, comunque, il pm Ancilotto ha immediatamente autorizzato l’avvocato milanese Francesco Arata ad estrarre copia del fascicolo intestato ai due esponenti politici veneziani.

«È di tutta evidenza», scrive il difensore dell’ex sindaco lagunare, «l’interesse per la difesa Orsoni a conoscere l’intero fascicolo processuale relativo alle investigazioni a carico di Zoggia e Mognato, sol che si ponga attenzione al fatto che i predetti risultano essere sottoposti ad indagine proprio in veste di possibili concorrenti nell’ipotesi di illecito finanziamento ai partiti contestata a Giorgio Orsoni».

Nella richiesta firmata dai pubblici ministeri per quanto riguarda i due parlamentari del Pd si legge tra l’altro dalle indagini «è emerso un quadro di diffusa illegalità nel quale gli esponenti di vertice dei locali partiti politici erano soliti farsi finanziare le campagne elettorali con contributi illecitamente corrisposti dal Consorzio e dalle società a quello aderenti. Quadro aggravato dalla circostanza che la scelta del presidente Mazzacurati di finanziare sistematicamente tutti i partiti indifferentemente dalla loro collocazione politica – sia che occupassero posizioni di maggioranza che di opposizione, sia a livello locale che nazionale – fosse strategica e finalizzata all’acquisizione e al consolidamento di un consenso politico trasversale».

«Questo affresco», conclude il documento dei pm, «è sintomatico di una sprezzante indifferenza non solo per la legalità, ma anche per la corretta destinazione di beni comuni ed è solo in parte vulnerato dalla difficoltà di individuare con precisione gli ulteriori percettori finali delle somme illecitamente corrisposte; difficoltà che comporta l’impossibilità di iniziare un’azione penale ispirata ai principi della personalità della responsabilità e al ripudio dell’assioma della oggettiva responsabilità».

Ai difensori di Orsoni, comunque, interessa leggere i verbali degli interrogatori resi da indagati e testimoni.

Giorgio Cecchetti

 

SCANDALO MOSE – La replica nella causa civile alla richiesta di 37 milioni di euro per danni

La Mantovani spa pretende da lui un risarcimento record di 37 milioni di euro, ma Piergiorgio Baita ribatte dichiarando di non aver provocato alcun danno alla società padovana che ha amministrato per oltre un decennio. Anzi, il manager residente a Mogliano Veneto sostiene di aver fatto soltanto il bene dell’azienda, moltiplicando il giro d’affari e riuscendo ad accumulare dal 1988 al 2011 un margine positivo, ante imposte, di ben 188 milioni di euro.

Si sta combattendo a suon di cifre a sei zeri la battaglia giudiziaria avviata lo scorso anno dalla Mantovani, la quale ha citato Baita davanti al Tribunale civile di Venezia chiedendogli di restituire di tasca propria un danno di circa 21 milioni per esborsi finanziari e tributari e di altri 16 per il danno all’immagine provocato alla società a seguito del coinvolgimento nell’inchiesta penale sul “sistema Mose”.

Il difensore del manager ha replicato alle richieste della società (che fa riferimento alla famiglia padovana Chiarotto) spiegando che l’ingegner Baita ha sempre agito nell’interesse della Mantovani, senza mettersi in tasca mai un soldo, e di essere rimasto stritolato, suo malgrado, nel “sistema Mose”: la società si era fortemente indebitata nel 2003 per entrare nel Consorzio Venezia Nuova, acquistando le quote di Impregilo, e non poteva fare altrimenti. Al suo ingresso al vertice, la Mantovani aveva un patrimonio netto di 6 miliardi di vecchie lire, lievitato a 107 milioni di euro nel 2011 – evidenzia l’avvocato Sonino – Il fatturato 1998 ammontava a 108 miliardi di lire, moltiplicatosi in 404 milioni di euro 13 anni più tardi. E, al momento dell’uscita, Baita lasciò in eredità un portafoglio ordini di 3 miliardi di euro. Di fronte a numeri come questi, dove starebbe il danno, si chiede l’ingegner Baita?

La “battaglia” davanti al Tribunale proseguirà il 17 giugno: l’avvocato Sonino ha citato a giudizio la compagnia con la quale tutti i manager della società erano assicurati per gli eventuali danni commessi nello svolgimento dell’attività.

Nel frattempo sta per iniziare la causa civile che Baita ha promosso nei confronti di Claudia Minutillo (ex segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, ed ex amminsitratrice di Adria Infrastrutture), del direttore finanziario di Mantovani, Nicolò Buson e del broker di San Marino, William Colombelli: il manager chiede che il giudice li condanni a versargli le quote di competenza dei 400mila euro che l’ingegnere ha già versato nel dicembre del 2013, quando patteggò, assieme a loro, in relazione alle false fatturazioni emessa dalla Mantovani. Quella somma deve essere divisa per quattro e ora Baita vuole che gli altri tre tirino fuori la loro parte. L’udienza è fissata per l’8 maggio.

 

Nuova Venezia – Mose, e’ guerra su Mazzacurati

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10

mar

2015

VENEZIA – L’ex presidente del Consorzio non si presenta all’incidente probatorio chiesto dall’ex eurodeputata

I difensori di Lia Sartori insistono: «Vogliamo interrogare negli Stati Uniti l’ingegnere smemorato»

La difesa di Lia Sartori insiste: vuole sentire Giovanni Mazzacurati; vuole poter interrogare l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova in relazione alle accuse che ha rivolto all’ex presidente del Consiglio regionale e poi eurodeputata di Forza Italia, raccontando ai pm di Venezia, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, di averle versato contributi illeciti in relazione a più di una campagna elettorale, dal 2006 al 2012. Accuse formulate nel luglio del 2013, dopo essere stato arrestato con l’accusa di turbativa d’asta in relazione ad un appalto per lavori di scavo di un canale portuale.

Ieri mattina, nell’aula bunker di Mestre, Mazzacurati non si è presentato all’incidente probatorio fissato dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza. Il suo legale, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, come anticipato nei giorni scorsi, ha depositato una consulenza medico-legale dalla quale risulta che l’ex presidente del Cvn non si può muovere dalla California (dove risiede dallo scorso anno, nella villa della moglie) a causa delle condizioni di salute, peggiorate dopo la morte del figlio, il regista Carlo, scomparso nel gennaio del 2014, dopo una lunga malattia. Mazzacurati soffre, a detta dei medici che l’hanno visitato, di un grave deficit mnemonico che renderebbe in ogni caso inutile la sua audizione.

Lia Sartori ha sempre respinto ogni accusa e, ieri mattina, gli avvocati Franco Coppi e Pierantonio Zanettin, hanno ribadito la richiesta di audizione dell’ex presidente del Cvn. L’udienza è durata meno di mezz’ora: il gip Scaramuzza ha aggiornato l’incidente probatorio al prossimo 25 marzo, data in cui deciderà se disporre una perizia medica per verificare le effettive condizioni di salute di Mazzacurati. Nell’impossibilità di far arrivare l’ex presidente del Cvn a Venezia, il giudice potrebbe anche optare per una rogatoria internazionale, ovvero chiedere all’autorità giudiziaria statunitense di interrogarlo per suo conto. Ma, se la sua incapacità a deporre fosse confermata, l’audizione non risulterebbe di alcuna utilità.

Attorno ai verbali d’interrogatorio con cui Mazzacurati ha accusato Lia Sartori, ma anche numerose altre persone, tutte poi finite nel mirino dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”, ruoterà una parte consistente del processo che si dovrebbe aprire tra qualche mese e che riguarda tutti gli indagati che, finora, non hanno chiesto il patteggiamento. Dieci in tutto. La difesa, infatti, contesterà l’utilizzabilità di quelle dichiarazioni accusatorie: innanzitutto sotto il profilo della loro attendibilità e precisione. Quasi certamente i legali cercheranno di dimostrare che Mazzacurati era già malato e che la sua memoria non funzionava bene fin da quando ha riempito i verbali davanti agli inquirenti. Inoltre, in mancanza di un contraddittorio, quelle accuse non hanno valore. Contestazioni di fronte alle quali la Procura si prepara a ribattere sostenendo che i verbali di Mazzacurati sono pienamente utilizzabili, oltre che attendibili e riscontrati da altre deposizioni e prove raccolte nel corso delle indagini.

 

Non hanno patteggiato, sono pronti al processo

LA PROCURA – L’inchiesta è chiusa, ecco tutte le accuse per gli ultimi nove

VENEZIA – La notifica dell’avviso di conclusione indagini è iniziata ieri per i dieci indagati che, finora, non hanno chiesto di patteggiare. Gli avvisi, in realtà, sono due: la posizione dell’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, sotto accusa per un presunto finanziamento illecito ricevuto da Mazzacurati nella campagna elettorale del 2010, figura infatti in un fascicolo a parte rispetto agli altri. Le imputazioni contestate ai dieci sono le stesse che comparivano nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita nel giugno del 2014. Oltre a Lia Sartori, di cui scriviamo a fianco, questi sono i nomi e le accuse.

Maria Giovanna Piva, ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia: corruzione per un presunto stipendio annuale di circa 400mila euro da Mazzacurati e Baita e un incarico di collaudo di opere dell’ospedale di Mestre per 327mila euro.

Vittorio Giuseppone, ex magistrato della Corte dei Conti: corruzione per un presunto stipendio annuale di 300-400mila euro dal 2000 al 2008, oltre a 600mila euro tra 2005 e 2006.

Nicola Falconi, direttore generale Stimar sub e Bos.Ca srl: corruzione in relazione alle somme illecite elargite all’ex presidente del Magistrato alle acque, Fabrizio Cuccioletta; finanziamento illecito in relazione ad uno dei presunti contributi elettorali ad Orsoni.

Lino Brentan, ex amministratore delegato della Austrade Padova- Venezia: induzione indebita a dare o promettere utilità in relazione a 65mila euro che avrebbe chiesto ad un imprenditore per partecipare ad alcuni lavori.

Danilo Turato, architetto: corruzione in relazione ai lavori di restauro della villa dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan.

Giovanni Artico, funzionario della Regione Veneto: corruzione in relazione al presunto aiuto a Piergiorgio Baita in cambio di alcuni favori.

Giancarlo Ruscitti, ex dirigente regionale: gli viene contestato un presunto contratto di collaborazione er operazioni inesistenti.

Corrado Crialese: millantato credito per essersi fatto consegnare soldi da Baita sostenendo di poter influire sulle decisioni presso magistrati amministrativi.

Dal momento della notifica, gli indagati avranno tempo 20 giorni per presentare memorie difensive o per chiedere di essere interrogati. Poi spetterà alla Procura il compito di decidere se vi siano elementi per chiedere il processo nei confronti di tutti.

 

Scandalo Mose: l’ingegnere convocato oggi in Tribunale ma non ci sarà, condizioni di salute precarie

Avrebbe dovuto tornare oggi dalla California, dove si è rifugiato poco dopo essere stato scarcerato, ma Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e grande corruttore, non ci sarà. Davanti al giudice veneziano Alberto Scaramuzza ci sarà il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, con una consulenza medico legale, la quale sostiene che l’ingegnere non ricorda più nulla. Inoltre, non può affrontare il viaggio aereo dagli Usa in Italia. Non dovrà, dunque, subire alcun terzo grado, al quale indubbiamente lo avrebbero sottoposto, come è loro diritto, gli avvocati difensori in particolare dell’ex sindaco Giorgio Orsoni e dell’ex europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori.

Mazzacurati ha raccontato di aver consegnato 400-450 mila euro per la campagna elettorale del primo e 250 mila alla seconda. Diritto degli indagati interrogare il loro accusatore, ma in questo caso non si farà e probabilmente nel fascicolo finiranno i verbali d’interrogatorio resi dall’ex presidente durante le indagini preliminari.

Per ora, almeno per coloro che hanno presentato ricorso in Cassazione, non è scattata la confisca dei beni disposti dal giudice.

Sono ben nove tra coloro che hanno patteggiato la pena nell’ambito dell’indagine sulla corruzione per il Mose coloro che hanno compiuto questa scelta. I difensori non l’avrebbero fatto perché contestano la pena, che del resto hanno sottoscritto con un accordo con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, ma per allontanare nel tempo il più possibile il momento in cui scatterà la confisca di ville, conti bancari e altri beni.

Solo quando la pena sarà definitiva, infatti, lo Stato potrà appropriarsi definitivamente dei loro beni e, nel frattempo, potrebbero riuscire a vendere e magari a tenersi qualcosa.

(g.c.)

 

I commissari dimezzano la spesa e pensano al trasferimento

Cemento e guard rail in mezzo alla laguna per i jack up del Mose

Centodieci milioni di euro per due piccole navi che devono sollevare le paratoie e portarle in Arsenale. E una banchina con cemento e guard rail, degna di un parcheggio di periferia, in mezzo alla laguna sotto le mura dell’Arsenale. Il Mose è anche questo.

Spese collaterali e aree occupate per la manutenzione di un sistema che richiederà energìe e lavoro per l’eternità. Prima del ciclone che ha portato in carcere 35 persone, il 4 giugno scorso, il Magistrato alle Acque magnificava le sorti dei due «jack-up», navi specializzate per estrarre le paratoie dal fondo del mare e trasportarle in Arsenale per la manutenzione. Gioielli della tecnica navale che costano 55 milioni di euro l’uno. Soldi sufficienti per risanare e rilanciare il bilancio del Comune per i prossimi anni. Una delle due navi è già quasi pronta, si possono vedere nel Bacino grande dell’Arsenale Nord i piloni gialli della grande macchina idraulica che dovrebbe «svitare» le cerniere e portare in superficie le paratoie.

Secondo il progetto si dovrà estrarne dal fondo del mare una ogni 20-30 giorni. Completando il giro delle 78 paratoie mobili in circa 5 anni, imprevisti esclusi.

Uno dei primi atti dei due nuovi commissari nominati da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, è stato quello di dimezzare le spese per i jack up. Ne arriverà soltanto uno, con un risparmio di 55 milioni di euro. Secondo alcuni ingegneri sarebbe stato sufficiente molto meno per il trasporto delle paratoie. Smontate in loco, potevano essere benissimo trascinate da un rimorchiatore noleggiato.

Per ospitare i jack-up il Consorzio Venezia Nuova con il Magistrato alle Acque guidato da Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta – entrambi arrestati per lo scandalo Mose – aveva costruito una banchina degna del porto di Rotterdam. Piloni e barriere in cemento, guard rail poco adatti al paesaggio lagunare.

«Servono per la sicurezza dei movimenti di camion e gru», aveva spiegato l’allora presidente di Mantovani e factotum del Mose Piergiorgio Baita, «al termine di questa fase di lavori saranno rimossi».

Ma sono passati quattro anni e il cemento insieme al ferro dei guard rail è sempre là. Anche in questo caso, hanno osservato inascoltati alcuni tecnici, sarebbe stato sufficiente uno scivolo, come quelli in uso nei cantieri navali, per garantire il passaggio della paratoia dall’acqua ai Bacini e all’area di manutenzione.

Una questione all’esame dei commissari. Che dovranno decidere a breve su un’altra questione strategica fondamentale: dove si farà la manutenzione del Mose? E chi gestirà quello che si annuncia il business senza fine dei prossimi decenni?

Un’ipotesi allo studio è quella di trasferire l’area della manutenzione a Marghera, in un’area attrezzata cghe potrebbe essere proprio l’area ex Pagnan, bonificata e restaurata dalla Mantovani per farci arrivare i cassoni. In questo modo si libererebbe l’Arsenale e con esso i Bacini di carenaggio, da restituire alla cantieristica tradizionale. Nell’Arsenale Nord potrebbe restare la centrale operativa della manutenzione e della gestione.

Temi all’ordine del giorno delle prossime riunioni. Intanto il cemento e i guard -rail autostradali restano al loro posto.

Alberto Vitucci

 

CHIOGGIA – Lo studio di fattibilità per la linea ferroviaria Chioggia-Padova-Venezia sarà presentato pubblicamente il 16 marzo alle 17, in una commissione consiliare congiunta (Infrastrutture e Lavori pubblici) aperta al pubblico.

La richiesta, inoltrata oltre un anno fa dal comitato promotore di una legge regionale di iniziativa popolare che preveda risorse straordinarie per risolvere l’isolamento di Chioggia, trova finalmente risposta.

La presentazione era stata “bloccata” da un veto posto dall’allora assessore regionale alla Mobilità Renato Chisso, ma qualche mese fa il comitato è tornato alla carica chiedendo che lo studio, fermo nei cassetti, sia illustrato pubblicamente.

«Sarà un appuntamento importante per la città», spiega l’avvocato Giuseppe Boscolo, presidente del comitato, «Associazioni e singoli potranno intervenire e chiedere delucidazioni o porre osservazioni. È il passo propedeutico alla presentazione in consiglio comunale della nostra proposta di legge regionale che, in accordo con il presidente del Consiglio, dovrebbe avvenire entro marzo».

Per prepararsi all’evento, il comitato si riunirà il 12 marzo alle 18.30.

(e.b.a.)

 

Nuova Venezia – Mose “Mazzacurati non ricorda nulla”

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3

mar

2015

L’ex presidente del Cvn manda un certificato medico, non sarà presente all’udienza contro Orsoni, Sartori e gli altri imputati

Nel dibattimento in assenza di contraddittorio finiranno i testi degli interrogatori Ma i difensori degli accusati cercheranno di dimostrare una precedente incapacità

VENEZIA – Giovanni Mazzacurati non si presenterà lunedì prossimo per l’interrogatorio al quale doveva essere sottoposto dagli avvocati degli indagati che lui ha pesantemente accusato. Resterà in California, dove è stato autorizzato a risiedere: lo ha comunicato il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli al giudice veneziano Alberto Scaramuzza che aveva fissato l’incidente probatorio per il 9 marzo.

Il legale veneziano avrebbe informato anche che a rendere impossibile l’interrogatorio non sono soltanto i problemi cardiaci che renderebbero improponibile il viaggio aereo per l’ultraottantenne ingegnere. Esiste, infatti, una consulenza medico legale, controfirmata anche da uno psichiatra, nella quale si afferma che oramai l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova non ricorda più fatti e circostanze di cui ha parlato per almeno sette lunghi interrogatori immediatamente dopo essere stato arrestato il 12 luglio di due anni fa.

Già nell’interrogatorio reso davanti al giudice statunitense, nello scorso autunno, e richiesto dal Tribunale dei ministri su istanza dei difensori dell’ex ministro di Forza Italia Altero Mattioli, Mazzacurati aveva dimostrato poca lucidità, si era limitato a confermare pronunciano solo brevi frasi e ricordando solo alcune circostanze. Stando alla consulenza medico legale, le sue condizioni mentali sarebbero peggiorate notevolmente soprattutto dopo la morte del figlio, il regista Carlo Mazzacurati. Naturalmente, anche l’età avrebbe avuto la sua parte.

Mazzacurati, assieme a Piergiorgio Baita allora presidente di Mantovani, è uno dei due maggiori accusatori di tutti coloro che hanno patteggiato (sono 31) e anche dei dieci indagati per i quali i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno depositato gli atti in vista della richiesta del rinvio a giudizio. Hanno raccontato di aver pagato e corrotto l’ex ministro Giancarlo Galan, l’assessore Renato Chisso, il generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante, Marco Milanese, il braccio destro del ministro Tremonti, e di averlo deciso in combutta con i maggiori imprenditori italiani del Consorzio Venezia Nuova.

Hanno raccontato di aver sovvenzionato le campagne elettorali di tutti i partiti, in particolare Forza Italia e Pd, e di aver passato centinaia di migliaia di euro all’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e all’ex parlamentare europeo Lia Sartori.

Il codice di procedura penale prevede che se un testimone viene a mancare prima del processo, cioè prima che si formino le prove in aula attraverso il contraddittorio, possono finire nel fascicolo del Tribunale i verbali resi durante le indagini preliminari alla presenza del difensore. Anche nel caso di una grave malattia che impedisca la testimonianza in aula, il Tribunale può decidere di farsi consegnare dalla Procura i verbali degli interrogatori resi in indagini preliminari.

Ma i difensori degli imputati, avranno maggiori possibilità di dimostrare che anche le dichiarazioni rese dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova siano state condizionate dalla sua già discutibile salute mentale.

Tutto, dunque, si sposta al giorno dell’udienza preliminare, quando presumibilmente i difensori dell’ex sindaco lagunare e non è escluso di altri imputati chiederanno il rito abbreviato.

Così, il magistrato incaricato, il veneziano Andrea Comez, dovrà valutare la loro responsabilità o meno allo stato degli atti, cioè limitandosi a leggere i documenti inseriti nel fascicolo processuale.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Mose, Mazzacurati non torna dagli Stati Uniti.

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3

mar

2015

VENEZIA

Non ci sarà il faccia a faccia chiesto da Lia Sartori

Non ci sarà alcun faccia a faccia tra Giovanni Mazzacurati e l’ex eurodeputata Lia Sartori. L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova non si presenterà, lunedì 9 marzo, all’udienza fissata dal giudice Alberto Scaramuzza per l’incidente probatorio richiesto dall’esponente politica di Forza Italia, accusata di aver ricevuto finanziamento illeciti proprio dal Cvn.

Il legale di Mazzacurati, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha infatti reso noto che all’udienza presenterà una consulenza medica dalla quale risulta l’impossibilità per l’ex presidente del Cvn di muoversi dalla California (dove risiede dallo scorso anno nella villa della moglie) a causa delle condizioni di salute. In ogni caso Mazzacurati soffre di un notevole deficit mnemonico che renderebbe inutile la sua audizione.

L’assenza all’udienza del 9 marzo aprirà sicuramente un contenzioso sull’utilizzabilità o meno delle dichiarazioni accusatorie rese da Mazzacurati nel corso delle indagini, che riempiono centinaia di pagine di verbale. Ma, su questo punto, difesa e accusa avranno tempo di discutere nel corso del processo: la Procura ha provveduto al deposito degli atti per tutti gli imputati che non hanno patteggiato ed è presumibile che l’udienza preliminare si svolga subito dopo l’estate. Lia Sartori nega ogni accusa e avrebbe voluto far interrogare Mazzacurati dai suoi avvocati, Franco Coppi e Pieranonio Zanettin, per fare emergere la verità. All’incidente probatorio avrebbero potuto partecipare anche gli altri imputati: ma senza Mazzacurati non se ne farà nulla.

(gla)

 

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