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Pubblicato il decreto che autorizza il potenziamento degli impianti dell’azienda del gruppo Mantovani

Tratteranno rifiuti e fanghi pericolosi: la Municipalità e gli ambientalisti pronti alle barricate

MARGHERA – Lo scorso 10 aprile la Giunta regionale presieduta da Luca Zaia – su proposta dell’assessore all’Ambiente, Maurizio Conte – ha approvato il progetto di revamping che prevede il potenziamento dell’impianto di Alles spa (del gruppo Mantovani) di «ricondizionamento di rifiuti speciali anche pericolosi». Il sì della Giunta regionale tiene conto del parere favorevole dato dalla Commissione regionale per il Via (Valutazione impatto ambientale) al progetto di Alles, malgrado fosse stato bocciato per incompatibilità ambientale e urbanistica dal Consiglio comunale e dal Consiglio provinciale. Ma, dopo la pubblicazione sul Bollettino della Regione del via libera al progetto di Alles, il Comune di Venezia ha subito annunciato di essere pronto a far ricorso al Tar e ad ogni altro livello necessario.

«La delibera della Giunta regionale», spiega l’assessore comunale alle Politiche Ambientali, Gianfranco Bettin, «prevede la possibilità di trattare 180 mila tonnellate annue di rifiuti, il raddoppio della capacità di stoccaggio che passa da 6 mila a 12 mila tonnellate, l’aumento dei codici accettati, che passano dagli attuali 20 a 70, molti dei quali relativi a rifiuti pericolosi come fanghi, rifiuti fangosi, ceneri pesanti, scarti di mescole, terre e rocce contenenti sostanze pericolose, fanghi prodotti da trattamenti fisico-chimici con sostante pericolose e molti altri. Come se non bastasse, l’autorizzazione prevede la possibilità di conferire all’impianto di Alles rifiuti provenienti anche dall’esterno del bacino lagunare, con il rischio di fare, perciò, di Marghera la pattumiera d’Italia, in pieno disprezzo con quanto prevede il vigente Piano regolatore urbanistico».

Dura anche la presa di posizione del presidente della Municipalità di Marghera, Flavio Dal Corso:

«La decisione della Giunta regionale», dice, «è oltraggiosa e non rispetta questa città che con l’approvazione di questo progetto subirà un ulteriore attacco alle sue già precarie condizione di salute. L’Arpav ha stimato un aumento delle polveri sottili e rumori del 30% e gli stessi pediatri di Mestre e Marghera avevano chiesto al presidente Zaia di bloccare il progetto. Invece Zaia l’ha approvato, aprendo così la strada al business dei rifiuti a Marghera, con un precedente pericolosissimo che premia, oltre tutto, fa parte del gruppo Mantovani il cui presidente è sotto inchiesta. Noi, comunque, ci batteremo fino in fondo perché questo progetto non diventi mai operativo».

Il consigliere comunale, Beppe Caccia, rincara la dose e definisce l’autorizzazione al progetto di Alles

«un atto di inaudita arroganza da parte di Mantovani spa e della Regione. Sarebbero queste le politiche industriali e ambientali della Giunta di Zaia, Chisso e Conte, che dovrebbero riconvertire e riqualificare il polo di Porto Marghera?», si chiede Caccia. «Ma non s’illudano, la loro arroganza troverà tutte le possibili barricate, formali e materiali».

Pure l’associazione Vas (Verdi Ambiente Società) di Venezia definisce «grave» la decisione della Giunta regionale

«perché sia il Comune, sia la Provincia di Venezia avevano detto no a questo progetto che prevede la possibilità di conferire all’impianto rifiuti provenienti anche dall’esterno del bacino lagunare».

Sulla stessa lunghezza d’onda l’Assemblea permanente di Marghera contro il rischio chimico prende una netta posizione contro il via libera della Giunta regionale ad Alles e annuncia nuove mobilitazione e iniziative di protesta contro Alles e Zaia. Infine, il consigliere comunale dell’Udc, Simone Venturini, ha presentato un’interrogazione in cui chiede al sindaco

«quali azioni intenda intraprendere per ostacolare e impedire che Marghera si trasformi in pattumiera d’Italia».

Gianni Favarato

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Gazzettino – Marghera. Alles, via libera dalla Regione

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25

apr

2013

Sì al colosso dei rifiuti a Marghera. Comune al Tar contro la Regione

Arrivato l’ok all’amplimento dell’impianto di trattamento di rifiuti tossico nocivi

BETTIN: «PRONTI ALLE BARRICATE»

Bettin: subito ricorso al Tar

La rabbia dell’assessore: «Una scelta anti democratica, troveranno le barricate»

«Vogliamo che i rifiuti se ne vadano al più presto»

«La Regione vuole fare di Marghera la pattumiera d’Italia» afferma l’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin, «ma troverà le barricate», sia legali con un immediato ricorso al Tar, sia fisiche con i cittadini che impediranno i lavori, annunciano il consigliere comunale di “In Comune” Beppe Caccia, e tanti altri ambientalisti, cittadini e rappresentanti delle istituzioni, compresi Flavio Dal Corso, presidente della Municipalità di Marghera e Simone Venturini, capogruppo dell’Udc in Comune. Si è saputo ieri, perché pubblicato il 23 aprile nel Bollettino ufficiale, che la Giunta regionale lo scorso 10 aprile ha approvato, su proposta dell’assessore leghista Maurizio Conte, il progetto di Alles, società controllata dal gruppo Mantovani, per l’ampliamento di un piccolo impianto per il trattamento di rifiuti che possiede a Malcontenta: con questa autorizzazione diventerà un mini-colosso e, soprattutto, potrà ricevere e trattare rifiuti anche pericolosi da fuori laguna, quindi da tutta Italia; potrà trattare 180 mila tonnellate annue di rifiuti, raddoppiare la capacità di stoccaggio (da 6 mila a 12 mila tonnellate), aumentare i codici accettati, che passano dagli attuali 20 a 70, molti dei quali relativi a rifiuti pericolosi (fanghi, rifiuti fangosi, ceneri pesanti, scarti di mescole, terre e rocce contenenti sostanze pericolose, fanghi prodotti da trattamenti fisico-chimici con sostante pericolose e molti altri). E altro fatto gravissimo, continua Bettin, è che «si tratta di una scelta lesiva della democrazia» perché il Piano regolatore comunale la vieta, ma la Regione, grazie all’approvazione della Commissione Via (i cui componenti sono quasi tutti di nomina regionale), impone dall’alto una Variante urbanistica.
Tutto ciò nonostante Comune e Provincia avessero nettamente bocciato il progetto:

«Arpav ha stimato un aumento delle polveri sottili e tumori del 30%, e gli stessi pediatri di Mestre-Marghera hanno chiesto al presidente Luca Zaia di bloccare il progetto

– commenta Roberto Trevisan dell’Assemblea permanente contro il rischio chimico di Marghera, appoggiato anche da Vas (Verdi Ambiente Società) -:

è un precedente pericolosissimo che può garantire ad altre ditte di lavorare con i rifiuti tossici a Marghera».

Caccia, infine, sottolinea che

«tutto ciò avviene nel momento in cui proprio Mantovani SpA è al centro delle inchieste giudiziarie che hanno, per la prima volta, messo sotto accusa il sistema di potere che ha gestito le scelte infrastrutturali e ambientali regionali. Sarebbe questo il “nuovo corso” inaugurato dal presidente Carmine Damiano, il poliziotto chiamato a ripulire la facciata dell’impresa di costruzioni e malaffare? Sarebbero queste le politiche industriali e ambientali della giunta di Zaia, Chisso e Conte, che dovrebbero riconvertire e riqualificare il polo di Porto Marghera?».

E.T.

 

Nuova Venezia – “Tav, Zaia spieghi quali progetti vuole”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

20

apr

2013

 

san donà. pigozzo (pd)

Tav Venezia-Trieste: dopo l’accordo Regione-Ferrovie che rilancia il progetto, il Pd chiede l’audizione del governatore Zaia davanti alla commissione trasporti. La richiesta è stata formulata, insieme ad altri consiglieri, dal vicepresidente della commissione Bruno Pigozzo.

«Come può Zaia sottoscrivere il protocollo d’intesa tra Veneto e Ferrovie, dove è scritto che rinnova l’impegno a considerare prioritario il completamento dell’asse ferroviario interessato dal Corridoio 5, se a dieci mesi dal mandato ricevuto dal Consiglio regionale non ha ancora prodotto alcun atto amministrativo che dica no al tracciato basso?»

chiede Pigozzo. Il consigliere regionale democratico ricorda i contenuti della mozione approvata a larga maggioranza lo scorso giugno, in cui si impegnava Zaia a esprimere la contrarietà al tracciato basso nelle sedi nazionali, impegnandosi nel frattempo a trovare le risorse con Ferrovie e governo per il potenziamento della linea attuale. Il documento inoltre indicava il corridoio infrastrutturale di ferrovia e autostrada come sede più idonea per ospitare un eventuale futuro quadruplicamento, invitando il commissario Mainardi ad avviare il confronto con gli enti locali.

«Perché Zaia deve ancora rispondere a distanza di così tanto tempo?», conclude Pigozzo, «perché non fa proprie le conclusioni del rapporto inviatogli a settembre dal commissario Mainardi, che confermano quanto approvato dalla mozione del Consiglio regionale? Perché continua ad assecondare la miopia politica dell’assessore Chisso? D’accordo con i colleghi consiglieri, abbiamo chiesto la presenza di Zaia in commissione trasporti per avere finalmente una risposta chiara».

(g.mon.)

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La Regione rilancia il progetto della linea ad Alta Velocità-Alta Capacità (Av-Ac) Venezia-Trieste. È stata pubblicata, sul Bollettino ufficiale regionale, la bozza del protocollo d’intesa che la giunta Zaia sottoscriverà con Trenitalia per l’avvio del nuovo orario cadenzato in Veneto.

Ma nel documento, già approvato dalla giunta regionale e ora in attesa della firma con le Ferrovie, c’è anche un passaggio relativo alla contestata linea Tav Venezia-Trieste. All’articolo 7 si legge che «in ragione dell’importanza di realizzare le linee Av-Ac, nell’ambito dei contratti di programma con il governo, si rinnova l’impegno a considerare prioritario il completamento dell’asse ferroviario interessato dal Corridoio 5», con il richiamo esplicito alla tratta Venezia-Trieste. Insomma, dalla Regione un’indicazione ad andare avanti, che non è passata inosservata a sindacati e ambientalisti.

«È chiaramente una forzatura dell’assessore Chisso, sembra un’azione di giustificazione delle delibere già adottate a suo tempo da parte della giunta regionale», commentano da Legambiente Veneto Orientale, «di fronte ai tagli che si continuano a fare nei trasporti pubblici, siamo convinti che sia un contro senso voler continuare a spendere soldi, anche solo in termini di progettazione, per un’infrastruttura che non ha giustificazione. È da condannare questo volersi incaponire su un progetto, quando non ci sono né le condizioni economiche né quelle future di traffico. Almeno per i prossimi 15 o 20 anni le risposte ci sono tranquillamente nel potenziamento della tratta».

Ipotesi di cui ha già parlato il commissario Mainardi e a cui guarderebbe anche Rete Ferroviaria Italiana, almeno stando a quanto emerso in un recente convegno della Cgil in cui era stato stimato in 800 milioni di euro l’investimento sufficiente a eliminare per decenni tutte le strozzature sulla Venezia- Trieste.

«La Regione dovrebbe essere coerente. Visto che ha voluto la nomina del commissario, ora affronti la questione come l’ha suggerita Mainardi, incontrando anche il nostro consenso»

concludono da Legambiente.

Giovanni Monforte

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SAN DONÀ – La Regione rilancia il progetto della linea ad Alta Velocità-Alta Capacità (Av-Ac) Venezia-Trieste. È stata pubblicata, sul Bollettino ufficiale regionale, la bozza del protocollo d’intesa che la giunta Zaia sottoscriverà con Trenitalia per l’avvio del nuovo orario cadenzato in Veneto. Ma nel documento, già approvato dalla giunta regionale e ora in attesa della firma con le Ferrovie, c’è anche un passaggio relativo alla contestata linea Tav Venezia-Trieste. All’articolo 7 si legge che «in ragione dell’importanza di realizzare le linee Av-Ac, nell’ambito dei contratti di programma con il governo, si rinnova l’impegno a considerare prioritario il completamento dell’asse ferroviario interessato dal Corridoio 5», con il richiamo esplicito alla tratta Venezia-Trieste. Insomma, dalla Regione un’indicazione ad andare avanti, che non è passata inosservata a sindacati e ambientalisti.

«È chiaramente una forzatura dell’assessore Chisso, sembra un’azione di giustificazione delle delibere già adottate a suo tempo da parte della giunta regionale», commentano da Legambiente Veneto Orientale, «di fronte ai tagli che si continuano a fare nei trasporti pubblici, siamo convinti che sia un contro senso voler continuare a spendere soldi, anche solo in termini di progettazione, per un’infrastruttura che non ha giustificazione. È da condannare questo volersi incaponire su un progetto, quando non ci sono né le condizioni economiche né quelle future di traffico. Almeno per i prossimi 15 o 20 anni le risposte ci sono tranquillamente nel potenziamento della tratta».

Ipotesi di cui ha già parlato il commissario Mainardi e a cui guarderebbe anche Rete Ferroviaria Italiana, almeno stando a quanto emerso in un recente convegno della Cgil in cui era stato stimato in 800 milioni di euro l’investimento sufficiente a eliminare per decenni tutte le strozzature sulla Venezia- Trieste.

«La Regione dovrebbe essere coerente. Visto che ha voluto la nomina del commissario, ora affronti la questione come l’ha suggerita Mainardi, incontrando anche il nostro consenso»

concludono da Legambiente.

Giovanni Monforte

 

Per il tratto della terza corsia e parcheggio dello scalo di Venezia nessun sequestro perché manca un’analisi del rischio

VENEZIA – Strade (come la terza corsia dell’A4) e parcheggi (come il P5 dell’aeroporto Save di Venezia) lastricati di rifiuti pericolosi, inquinati di arsenico, nichel, cromo da 2 a 6 volte i valori limite:

«Il misto cementato stabilizzato prodotto e venduto da Mestrinaro Spa come “Rilcem” è un semilavorato pericoloso per la salute e per l’ambiente: un rifiuto illecitamente e serialmente smaltito secondo un preordinato e strutturato disegno fraudolento e illecitamente e serialmente venduto a caro prezzo a terzi di buona fede».

Così scrive il giudice per le indagini preliminari Antonio Liguori nel provvedimento con il quale concede ai pm veneziani Terzo e Gava – dopo due anni di indagine dei carabinieri del Noe – di sequestrare 12mila metri quadrati di cantiere e 4mila metri cubi di rifiuti della Mestrinaro Spa di Zero Branco, respingendo però la richiesta di sequestro di alcune aree sulle quali il prodotto è stato utilizzato. Indagati per traffico illecito di rifiuti Lino e Sandro Mario Mestrinaro e – in posizione più marginale – l’operaio Italo Bastianella e gli imprenditori Loris Guidolin e Maurizio Girolami, che conferivano gli scarti edili contaminati. Rifiuti da smaltire e che invece i Mestrinaro – secondo l’accusa – semplicemente mischiavano con calce e cemento, rivendendoli a 39 euro la tonnellata, risparmiandone così ben 45 di trattamento. Il tutto moltiplicato per decine di migliaia di tonnellate: un «profitto illecito» da centinaia di migliaia di euro. Sottofondi inquinati, che la Procura avrebbe voluto sequestrare preventivamente, come nel caso del parcheggio dell’aeroporto Marco Polo di Venezia. Richiesta, però, respinta dal gip, pur riconoscendo che il sito è inquinato, come pure non sia «possibile escludere qui e ora che ulteriori forniture di Rilcem contaminato siano state conferite ad altri acquirenti». Perché, dunque, nei lavori della terza corsia A4 del tratto Quarto d’Altino-San Donà sono state utilizzate ben 34.157 tonnellate di Rilcem contaminato e al parcheggio aeroportuale P5 di Tessera ne sono state usate 4.145, non sono scattati i sigilli anche qui? Non c’è pericolo per la salute, dal momento che le analisi hanno riscontrato arsenico, vanadio, cobalto, nichel, Cod, rame, ben oltre i limiti di legge? Il giudice Liguori lo spiega respingendo la domanda di sequestro avanzata dalla Procura per il parcheggio dell’aeroporto Marco Polo. Al cantiere di Save Engeneering – estranea all’indagine – le analisi rivelano

«un danno ambientale grave e complesso».

Ma, aggiunge, il Decreto legge 152/2006 chiarisce che oltre il superamento dei limiti inquinanti in tabella, serve una “analisi di rischio”. Un centro residenziale, una strada o un parcheggio non hanno lo stesso impatto. Nel caso specifico bisogna valutare, cioè, se in un parcheggio la bonifica sia o no necessaria:

«Non si può imporre in altri termini il sequestro preventivo del cantiere, accettando a cuor leggero il rischio che un intervento di bonifica non risulti necessario».

La Procura potrà reiterare la richiesta, ma dovrà motivarla con un’analisi del rischio concreto per la salute e l’ambiente. L’indagine, comunque, è conclusa, si tratta ora di tirarne le fila.

Roberta De Rossi

 

LE REAZIONI

Il sindaco di Zero Branco pronto a chiedere i danni

ZERO BRANCO «Sono pronto a chiedere i danni alla Mestrinaro». Mirco Feston, sindaco di Zero Branco, entra a gamba tesa sull’indagine che vede l’azienda accusata di avere organizzato un traffico illecito di rifiuti, finiti a fare da fondamenta alla terza corsia dell’A4 e al parcheggio dell’aeroporto Marco Polo.

«Se le indagini riveleranno che anche a Zero Branco non si sono rispettate le normative, causando un danno ambientale, non esiterò a far costituire il Comune parte civile»,

prosegue Feston. La sua d’altra parte è una battaglia che dura da 4 anni, e questa indagine, di cui certo non può essere contento, segna però un punto a suo favore. L’obiettivo del sindaco fino ad ora è stato quella di impedire la realizzazione di un impianto di trattamento dei i rifiuti pericolosi, attraverso ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Ma ora Feston alza il tiro,

«la Mestrinaro, se la Procura confermerà quanto emerso in questi giorni, deve abbandonare Zero Branco. Non mi interessa dei sindacati, la gente qui è preoccupata».

Feston potrebbe contare anche su un consiglio comunale compatto,

«credo che se il danno ambientale c’è stato, il sindaco fa bene a dichiarare l’intenzione di chiedere i danni»

ha detto Renato Toppan, consigliere di opposizione.

«C’è grande preoccupazione», conferma Alberto Andreatta consigliere della Lega Nord, «perché al momento non si capisce se anche i nostri cittadini abbiano subito qualche danno. Va chiarito che l’indagine non c’entra nulla con l’impianto di trattamento dei rifiuti pericolosi. Credo che l’amministrazione si debba tutelare, ma che non si può non tener conto dei posti di lavoro».

Ieri in piazza non si parlava d’altro. Un’azienda che già era percepita come una minaccia ora si trova davanti un fronte compatto.

«Siamo preoccupati, da anni diciamo che lì dentro qualcosa non funziona»

ha spiegato Nello Auretto del comitato di cittadini che da tempo lotta contro la Mestrinaro.

«Fortunatamente questo sindaco ci ascolta, e saremo al suo fianco nella battaglia per non far aprire quell’impianto. Ancora più ora che è stato scoperto questo scandalo».

Il timore per la vicinanza tra abitazioni e rifiuti è evidente,

«i materiali tossici devono trovare una diversa collocazione che non sia quella della lavorazione a ridosso delle case della Bertoneria»,

ha aggiunto Giuseppe Mesaccesi.

«Quello che interessa alle famiglie è vivere in un ambiente sano. Di rifiuti speciali e sostanze chimiche pericolose non ne vogliamo proprio sapere».

Ma chi in queste ore sta cercando di capire se c’è stato un grave inquinamento ambientale nel proprio Comune è anche il sindaco di Roncade Simonetta Rubinato. I lavori di allargamento della A4 hanno interessato direttamente il territorio comunale. Appena appreso dell’inchiesta della Procura, ha inviato una comunicazione ad Autovie Venete chiedendo di essere informata di tutti i dettagli della vicenda.

«Seguiremo con attenzione gli sviluppi dell’indagini»,

ha detto Rubinato, che ha chiesto anche analisi sui materiali utilizzati nei 9 chilometri di A4 che riguardano Roncade. Federico Cipolla

 

RUZZANTE E PIGOZZO (PD)

«Adesso Zaia e Chisso facciano chiarezza»

VENEZIA

«Lunedì, in consiglio regionale presenterò un’interrogazione, rivolta in particolare all’assessore Chisso, affinché venga al più presto a riferire in aula sui risvolti e i contorni di questa inchiesta».

A dirlo il consigliere regionale del Pd, Piero Ruzzante, sugli sviluppi emersi dall’operazione “appalto scontato”.

«Ci risiamo. Ancora una volta un’azienda a cui la Regione Veneto ha appaltato dei lavori pubblici è coinvolta in qualcosa di più grave del solito malaffare, visto che i danni al centro dell’inchiesta presuppongono anche implicazioni per l’ambiente e quindi per la salute dei cittadini».

 

ADRIATICA STRADE

«Siamo in assoluta buona fede ed emergerà dall’indagine»

CASTELFRANCO «Siamo in buona fede». Così Loris Guidolin, l’imprenditore di Castelfranco titolare della Adriatica Strade Costruzioni Generali Srl difende la posizione propria e dell’azienda in merito all’indagine sul traffico illecito di rifiuti. «Pur avendo un ruolo assolutamente marginale nell’indagine, abbiamo conferito i rifiuti di terre e rocce da scavo alla Mestrinaro Spa accompagnati da formulari di identificazione dei rifiuti e analisi che ne assicuravano la perfetta corrispondenza alle norme di legge», hanno fatto sapere dalla Adriatica Strade attraverso una nota. «Nel procedimento penale verrà provata la totale buona fede della società e del suo titolare Loris Guidolin». L’imprenditore è indagato, seppur in modo marginale rispetto ai fratelli Lino e Sandro Mario Mestrinaro, per aver conferito nell’impianto di via Bertoneria parte di quei rifiuti che poi sarebbero serviti per il “Rilcem”, il misto cementato prodotto dalla Mestrinaro e oggetto della inchiesta della Procura di Venezia. (f.c.)

 

La Mestrinaro acquistava il materiale contaminato e lo rivendeva senza trattarlo ai clienti. Sequestrati un deposito e un capannone

VENEZIA – Gli imprenditori Lino e Sandro Mario Mestrinaro non hanno inventato nulla, ma nella loro azienda di Zero Branco – secondo le accuse che gli muovono i pubblici ministeri veneziani Roberto Terzo e Giorgio Gava, sulla base di due anni di indagini dei carabinieri del Noe – hanno impiegato un vecchio, reiterato, lucrosissimo maneggio: invece di trattare (a caro prezzo, 45 euro a tonnellata) i rifiuti inquinati che le aziende edili gli conferivano per renderli inerti, li miscelavano tali e quali a calce e cemento, per poi venderli a 39 euro a tonnellata a questo o quel cantiere edile, dove finivano a far da base (inquinata) a questa o quell’opera. Il tutto moltiplicato per decine di migliaia di tonnellate e centinaia di migliaia di euro, così, illecitamente guadagnati. Grandi quantità di Rilcem – così l’impresa vendeva sul mercato il suo misto cementato per sottofondi stradali – per grandi cantieri: 4145 tonnellate di Rilcem contaminato sono state utilizzate per realizzare il parcheggio dell’aeroporto Marco Polo di Venezia; 34.157 tonnellate sono finite nel tratto della sofferta (per gli automobilisti) nuova terza corsia dell’A4 all’altezza del casello di Roncade di Treviso, nel cantiere gestito da “La Quado scarl”. Qui sono stati trovati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo, Cod, rame fino a cento volte i limiti tollerati dalla legge. L’attività della “Mestrinaro Spa” è stata interrotta dal sequestro preventivo di 12 mila metri quadrati dell’impianto, con capanni e attrezzature e 4 mila metri cubi di rifiuti. Un provvedimento firmato dal giudice per le indagini preliminari Antonio Liguori, per il quale le prove raccolte da carabinieri e Procura nel corso dell’indagine – soprannominata “Appalto scontato” – dimostrano che «la Mestrinaro Spa non solo non ha recuperato e/o trasformato in inerti i rifiuti trattati, ma ha immesso nell’ambiente ingenti quantità di rifiuti, cagionando contaminazione degli ambiti di destinazione». «Tra il 2010 e il 2012», osserva il comandante dei Noe, Donato Manca, «la società ha ricevuto presso la propria impresa decine di migliaia di tonnellate di rifiuti, con distinte e reiterate operazione, con attività continuative organizzate, ha gestito questi rifiuti al fine di trarre un ingente e ingiusto profitto». Da qui l’accusa di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, prevista dall’articolo 260 del decreto legge 152/2006. «Un’operazione molto importante su un’attività pericolosa di riciclaggio di rifiuti», ha chiosato il procuratore Luigi Delpino. «Rifiuti, il reato del futuro», ha sottolineato il procuratore aggiunto Carlo Mastelloni, «che cammina assieme alla criminalità organizzata: servirebbero più forze in campo per contrastarlo, invece il Noe può contare solo su 8 uomini per le province di Venezia, Padova e Rovigo». Al momento risultano indagati – anche se in posizioni più marginali – anche due imprenditori i cui rifiuti erano arrivati all’impianto Mestrinaro: il veneziano Maurizio Girolami dell’Intesa 3 (che aveva conferito all’impianto di recupero Superbeton Spa di Ponte della Priula, che però non poteva gestirli) e Loris Guidolin (di Castelfranco) dell’Adriatica Strade costruzioni generali, oltre a Italo Battistella, operaio specializzato della stessa Mestrinaro. Al centro delle indagini restano Lino e Sandro Mario Mestrinaro che – scrive il gip Liguori – «omisero deliberatamente e volontariamente (dolosamente) di eseguire le operazioni tecniche necessarie a trasformare i rifiuti, anche contaminati in materie secondarie», limitandosi «a realizzare illecitamente» «economicissime prassi di mescolatura caotica e arbitraria di rifiuti della più svariata provenienza, inidonee a trasformare rifiuti contaminati in inerti». «Confidiamo di dimostrare che l’attività è a norma», dice l’avvocato Fabio Pinelli. Valeria Caltana, amministratore delegato dell’impresa si dice «serena per la legittimità della nostra attività». L’indagine è nata nel 2010 da un controllo Arpav in un cantiere edile di Marghera. «I rifiuti provenienti da alcuni cantieri di Mestre e Marghera», prosegue il comandante Manca, «o tramite le ditte Superbeton e Adriatica Strade erano costituiti da terre, rocce da scavo, scorie derivanti da processi di combustione, contenenti contaminanti che venivano sottoposti ad una vagliatura sommaria, insufficiente a filtrare le impurità, ottenendo una grossolana mescola, talora additivi, ottenendo materiali che per le caratteristiche chimiche non avrebbero potuto essere avviati presso cantieri e insediamenti del territorio, come rampe autostradali e parcheggi. Inoltre, Mestrinaro ha spacciato e trasportato come “Rilcem” mescole che contenevano sostanze inquinanti come vanadio, cobalto, nichel, cromo, immettendo nell’ambienti rifiuti con attitudini inquinanti». Ascoltati dal gip nel corso d’indagine i fratelli Mestrinaro hanno chiarito, tramite i loro tecnici, che esistono due linee diverse di produzione del Rilcem: l’impianto Ime tratta materiali di rifiuto (in attesa di un’autorizzazione della Regione, che l’aveva concessa in parte, salvo poi il Tar annullarla per contrasti urbanistici, ndr) e una linea che tratta materie prime secondarie, dove finivano terre e rocce di scavo e scorie che all’atto della loro presa in carico fossero ritenuti dall’impresa compatibili con i valori-soglia di legge. Linea bocciata dal gip come «non giuridicamente compatibile».

Roberta De Rossi

Conferimento e bonifica. Dov’è l’affare

VENEZIA – Ma quanto vale questo «illecito esercizio»? Un calcolo esemplificativo lo fa lo stesso gip Liguori nel suo provvedimento cautelare: Adriatica Strade (una delle società che conferisce rifiuti a Mestrinaro) ha portato a Zero Branco 10.718 tonnellate di rifiuti, pagando 29 euro a tonnellata, per 310 mila euro. Mestrinaro ha venduto Rilcem a Save Engineering a 10 euro a tonnellata e a Engineering 2K a 28 al metro cubo, con messa in opera. Risultato: «Si stima che in capo a Mestrinaro derivino introiti dell’ordine di 39 euro a tonnellata (da dedurre costi di trasporto, messa in opera e trattamento illecitamente eseguito)», ma «è comunque evidente dalle pratiche descritte ingenti profitti derivino ove si consideri che lo smaltimento rifiuti presso una discarica di rifiuti non pericolosi costa 45 euro a tonnellata». (r.d.r.)

 

Autovie: analizzato ogni lotto Chisso: ora voglio spiegazioni

L’ampliamento dell’intera tratta di 95 chilometri costerà 2,3 miliardi di euro

L’eventuale bonifica dalle sostanze bloccherebbe la realizzazione dell’opera

MESTRE – Stupore. Questa la prima reazione ad Autovie Venete, alla notizia dell’indagine della Procura della Repubblica veneziana su alcune ditte accusate di aver lucrato su rifiuti tossici che, anzichè essere trattati, venivano trasformati in materiali inerti, utilizzati, secondo l’indagine, anche per realizzare i fondi stradali della terza corsia dell’autostrada A4 Venezia-Trieste. «Non ne so assolutamente nulla, voglio capire come stanno le cose. Certo che ci aspettiamo delle spiegazioni», è l’unico commento, al momento, dell’assessore regionale alle Infrastrutture, il veneziano Renato Chisso, che sui cantieri della terza corsia da Mestre verso Trieste ha puntato molto assieme alla Regione Friuli Venezia Giulia. Alla società autostradale che gestisce il tratto, lo stupore lascia il posto ad un comunicato di poche righe. La società, braccio operativo del commissario per l’emergenza in A4 e impegnata nella realizzazione della terza corsia, «relativamente al materiale utilizzato nei lavori del primo lotto Quarto d’Altino-San Donà di Piave, precisa che tutti quelli fatti entrare in cantiere, compresi quindi quelli forniti dalla ditta Mestrinaro, provengono da impianti autorizzati e periodicamente sottoposti a controlli e analisi». La nota di Autovie Venete prosegue: «I quantitativi di materiale, tecnicamente definiti “lotti” (un lotto corrisponde grosso modo a 3 mila metri cubi), nel momento in cui arrivano in cantiere, sono preceduti dai risultati delle analisi. Fino ad ora nessuna analisi ha rilevato anomalie». Alla società autostradale dei risultati dell’indagine della Procura veneziana e del Noe, il nucleo ambientale dei carabinieri, che ha evidenziato, leggendo le carte, si è detto nella conferenza stampa di ieri mattina, in particolare nel cantiere del casello, a Musestre di Roncade, in territorio trevigiano, la presenza di valori di sostanze inquinanti anche di cento volte sopra i limiti. Se si chiede lumi sulla necessità di bonifiche dei manti stradali, la risposta per ora resta sospesa. «Vedremo, bisogna capire anzitutto», ci viene risposto. Insomma, si attendono comunicazioni dalla magistratura. E il medesimo stupore e la necessità di capirci qualcosa lo si ritrova anche nel commento dell’assessore Chisso. Ma c’è chi da subito vuole vederci chiaro. Simonetta Rubinato, sindaco di Roncade, ha scritto ad Autovie Venete: «Dopo aver appreso dai media dell’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Venezia», spiega la Rubinato, «abbiamo contattato il responsabile di Autovie, l’ingegner Razzini, per chiedere che venga fatta chiarezza quanto prima in merito ai materiali utilizzati nel cantiere della terza corsia, che per 9 chilometri riguarda anche il nostro territorio comunale, e sull’adeguatezza delle procedure amministrative interne di controllo della qualità». I cantieri della terza corsia dell’A4 interessano attualmente il tratto Villesse-Gonars che sarà ultimato entro quest’anno e il tratto tra Quarto d’Altino e San Donà di Piave, i cui lavori termineranno entro il 2015. Qui la capofila dell’appalto è la Impregilo. Le ditte che forniscono i materiali per i due lotti sono diverse tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. L’investimento complessivo è di 2 miliardi e 300 milioni di euro per 95 chilometri di autostrada. Una curiosità: l’impresa Mestrinaro è nota anche a Mestre: ha eseguito le demolizioni dell’ex ospedale di Mestre, l’Umberto I, oggi un cantiere fermo da anni, il “buco nero” cittadino.

Mitia Chiarin

Quattro imprenditori e un operaio
 
Ecco chi sono le cinque persone al centro delle indagini di Noe e Procura

ZERO BRANCO – A Zero Branco, i Mestrinaro sono una vera e propria istituzione. L’attività in zona Bertoneria, nella frazione di Sant’Alberto, è stata avviata nel 1915. Attiva prima in agricoltura, per poi passare negli anni all’edilizia, allo scavo e movimento terra, l’azienda si è specializzata tra l’altro nella stabilizzazione del terreno e nell’estrazione e la lavorazione di inerti. Per trattare alcune tipologie di rifiuti pericolosi è stato già realizzato un impianto per cui si attende il via libera della Regione e che è stato oggetto negli anni di ricorsi e battaglie legali con i residenti e il Comune. I fratelli Lino e Sandro Mario Mestrinaro, rispettivamente di 59 e 53 anni, indagati dalla Procura veneziana, rappresentano la terza generazione nell’attività imprenditoriale. Lino Mestrinaro era già stato coinvolto in procedimenti per reati in materia ambientale.

Nell’inchiesta della magistratura veneziana è coinvolto anche Italo Battistella, operaio specializzato della Mestrinaro che, secondo la magistratura, potrebbe aver avuto un ruolo, seppur non di primo piano, nella vicenda. Nell’elenco degli indagati figura l’imprenditore castellano Loris Guidolin, cinquantenne titolare della “Adriatica Strade Costruzioni Generali”, con sede in via Circonvallazione Est, a Castelfranco Veneto. L’azienda è stata fondata nel 1984 proprio da Guidolin, che oggi ne è al timone, ed è specializzata nelle costruzioni edili e nei cantieri stradali. L’azienda di Loris Guidolin lavora spesso in subappalto. È molto conosciuta nella Castellana, dove tra l’altro ha realizzato varie opere per la pubblica amministrazione, tra cui la rotonda di Villarazzo. Nel ciclone di “Appalto scontato” è finito anche l’imprenditore veneziano Maurizio Girolami, titolare della “Intesa 3”, azienda con sede a Marghera.

Rubina Bon

Materiale pericoloso sotto il parcheggio P5 dell’aeroporto
 
Save Engeneering si dichiara all’oscuro di tutto Ora l’area dovrà essere chiusa per procedere con la bonifica
 
MESTRE – Parcheggio “P5”, rotatoria piccola di uscita dell’aeroporto Marco Polo di Tessera, anche qui inerte contaminato. E anche in questo caso campioni prelevati dai carabinieri del Noe, che confermano l’utilizzo del “Rilcem” della Mestrinaro di Treviso. Inerte sporco, contaminato e avvelenato da metalli pesanti che non doveva essere impiegato lì sotto. Invece, stando al calcolo dei carabinieri e della Procura di Venezia, per realizzare quel parcheggio, uno degli ultimi costruiti nell’aerostazione, ne sono state buttate oltre quattromila tonnellate. E anche lì sotto l’arsenico, il vanadio, il cobalto, il nichel e il cromo sono in percentuali elevate. Valori ben al di sopra di quelli previsti e concessi dalla legge in questi casi. Veleni che inevitabilmente finiscono nella falda acquifera e come tutti sanno in una zona dove la stessa falda è molto alta. E di conseguenza facile da essere raggiunta dalle sostanze inquinanti. Le oltre quattromila tonnellate di inerte avvelenato è stato venduto dalla “Mestrinaro” alla “Save Engineering Spa” incolpevole di quanto stava acquistando. Prima vittima, secondo gli inquirenti, di un sistema messo in piedi dalla ditta di Treviso per ingannare gli aquirenti e le leggi. E guadagnare più del dovuto. Ieri “Save Engineering Spa” si è detta all’oscuro di tutto. Sia del fatto di aver acquistato, involontariamente, i veleni, sia di eventuali prelievi eseguiti dagli inquirenti nel parcheggio “P5”. Del resto nessuna anomalia era emersa durante la realizzazione, alcuni anni fa, della stessa area di sosta. Ma le analisi dei carabinieri del Noe non lascerebbero scampo. Ci sono valori della presenza dei veleni anche del cento per cento superiori al limite massimo concesso dalla legge. “Save Engineering Spa” ha annunciato che nelle prossime ore saranno effettuate delle verifiche per capire quanto successo. Anche perché ora si prospetta la possibilità che il parcheggio, costato centinaia e centinaia di migliaia di euro, debba essere chiuso per consentire i lavori di bonifica. In sostanza dovrà essere ricostruito. Inoltre da capire se la falda è stata inquinata. Una falda molto legata alla laguna che si trova a nemmeno un chilometro dal parcheggio in questione. È facile ipotizzare che i veleni indicati dalle analisi degli inquirenti siano già in parte finiti in laguna. Come per “Autovie Venete” che stanno realizzando la terza corsia lungo l’A4, l’indagine dei carabinieri del Noe e della Procura di Venezia anche nel quartiere generale di Save ha creato stupore per quanto emerso durante questa prima fase dall’inchiesta. Anche perché non è chiaro cosa ora bisogna fare con questa bomba ecologica a quattro passi dal terzo aeroporto italiano.

Carlo Mion

LA REPLICA DELLA DITTA
 
«Aspettiamo le indagini con fiducia, siamo sereni»

ZERO BRANCO – È un terremoto quello che dalla Procura della Repubblica di Venezia si è abbattuto sulla Mestrinaro spa di Zero Branco. Gli indagati sono i fratelli Lino e Sandro Mario Mestrinaro, 59 e 53 anni, eredi della famiglia di imprenditori zerotini, e Italo Battistella, dipendente dell’ufficio ambiente della stessa ditta. Dopo il blitz dei carabinieri del Noe, il Nucleo operativo ecologico, scattato alle cinque della mattina di giovedì, ieri è stato un altro giorno difficilissimo per la Mestrinaro. «Confidiamo di dimostrare che l’attività è a norma», chiarisce l’avvocato Fabio Pinelli di Padova, che difende sia i fratelli Mestrinaro che Battistella. Il legale ha ricevuto l’incarico nella giornata di ieri. «L’ordinanza di sequestro è impegnativa, va attentamente studiata», aggiunge. Dal quartier generale della Mestrinaro in via Bertoneria a parlare è l’amministratore delegato del gruppo, Valeria Caltana, moglie di Lino Mestrinaro. «Prendiamo atto delle indagini. La Mestrinaro spa è totalmente serena rispetto all’operato», fa sapere l’amministratore delegato della società, «aspettiamo fiduciosi gli sviluppi delle indagini. La produttività non è assolutamente in discussione». Un messaggio, quello dell’ad Valeria Caltana, che vorrebbe allontanare gli spettri che in queste ore si stanno addensando sull’azienda. Il blitz alle 5. Lino e Sandro Mario Mestrinaro sono stati svegliati all’improvviso. Poco dopo un elicottero aveva perlustrato dall’alto l’area della Mestrinaro, mentre i dipendenti e i camion erano stati trattenuti in azienda. L’operazione che aveva richiesto il dispiegamento di una cinquantina di carabinieri del Nucleo operativo ecologico che hanno posto sotto sequestro un’area di 12 mila metri quadrati. Circa 5.900 tonnellate di rifiuti stoccati all’interno dei capannoni della Mestrinaro erano già stati posti sotto sequestro. Si tratterebbe, secondo quanto appreso dalla Procura, di rifiuti inquinati che la ditta “Intesa 3” di Marghera aveva conferito alla “Superbeton” di Ponte della Priula, che a sua volta aveva portato il materiale alla Mestrinaro. «È una partita di materiale che avevamo inviato alla Mestrinaro a suo tempo perché venisse trattata negli impianti della ditta. Quei rifiuti peraltro erano già stati sequestrati», chiarisce Roberto Grigolin, presidente della Superbeton, «quindi non siamo assolutamente coinvolti in questa vicenda giudiziaria». Rubina Bon

Ha smaltito le macerie dell’ex Umberto I
 
L’impresa trevigiana ha raccolto tra le polemiche i detriti del vecchio ospedale di Mestre

MESTRE – A Mestre la “Mestrinaro” è una ditta ben conosciuta. Infatti si è occupata dello smaltimento delle macerie dell’Umberto I dopo il suo abbattimento. Ha iniziato a lavorare in via Circonvallazione nell’aprile del 2009. Si è trattato di un cantiere che si è messo in moto molto lentamente. Un intervento curato dalla ditta Mestrinaro, incaricata dai privati che hanno acquisito l’area dall’Asl 12 Veneziana, di tutti i lavori legati all’abbattimento degli immobili dell’area da 220 mila metri cubi in cui doveva nascere entro il 2013 un nuovo pezzo di centro, con tre grattacieli con altezze tra i 115 e i 92 metri. Il 3 aprile l’impresa Mestrinaro ha cominciato ad operare all’interno dell’ex ospedale. La prima fase è stata quella del recupero dell’immondizia e del vecchio mobilio abbandonato nell’ex struttura ospedaliera con il trasporto all’Angelo a Zelarino. Materiale caricato sui camion di Veritas e che successivamente venne conferito per l’eliminazione. Quindi per vedere i primi camion uscire dall’area del cantiere ci sono volute alcune settimane. Solo successivamente presero il via le operazioni di demolizione vera e propria. L’area venne presidiata ancora per settimane da una guardia giurata. Il termine previsto per ultimare la demolizione era previsto tra il 31 dicembre e il febbraio 2010. Il lavoro terminò appunto nel 2010. Il piano coordinato con il Comune per ridurre al minimo l’impatto dei camion della demolizione e poi del successivo cantiere sulla viabilità dei Quattro Cantoni e di via Circonvallazione prevedeva che i camion in ingresso percorressero il sottopasso del Terraglio, i Quattro Cantoni, via Einaudi per poi entrare in piazzale Candiani, dal retro dell’ospedale. Per le uscite, i Tir utilizzavano il vecchio ingresso principale su via Circonvallazione, con direzione obbligata il sottopasso del Terraglio. L’impresa Mestrinaro si impegnò ad installare la segnaletica, tenere pulite le strade e monitorare i passaggi, prima su carta e poi con spire di controllo del traffico, per fornire alla Mobilità il quadro esatto ogni mese. Ma nonostante tutti questi accorgimenti la polvere causata dall’abbattimento e dalla movimentazione dei detriti fu la causa di numerose proteste da parte dei cittadini. E più di una volta dovettero intervenire le forze dell’ordine.

Nuova Venezia – Rivolta contro i project financing

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12

apr

2013

 

Comitati a Palazzo Ferro Fini: «Una follia». E chiedono più partecipazione

«Chi semina strade, raccoglie traffico». È questa una delle tante scritte che ieri spiccavano sulle pareti del cortile di Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale, affollato di gente che urlava «Vergogna». Una delegazione di decine di comitati per l’ambiente si è riunita per esprimere il proprio dissenso su alcune grandi opere in programma che verranno realizzate attraverso il «project financing».

«È la prima volta che un così nutrito numero di comitati si unisce e viene accolto in Regione: è un ottimo segnale»

ha affermato Michele Boato dell’Ecoistituto del Veneto che, insieme a don Albino Bizzotto di Radio Cooperativa e Carlo Costantino di Altro Veneto ha organizzato la manifestazione. Tra i molti gruppi sventolavano anche le bandiere di «Opzione Zero» (contro la Romea commerciale e Veneto City ) e «No Grandi Navi» e Luciano Mazzolin di Ambiente Venezia. Al centro del mirino l’uso del project financing, definito «una follia illegale». Si tratta di un metodo considerato a rischio zero per i privati che, per quanto riguarda per esempio la realizzazione delle autostrade, assicurano ai finanziatori mediante il pedaggio il rimborso del prestito, sulla base di calcoli sul flusso di traffico. Il punto è che, essendo opere commissionate dalla Regione, se il rimborso non viene raggiunto il buco si deve sanare con i soldi pubblici.

«Per l’ospedale dell’Angelo – prosegue Boato – paghiamo 399 milioni anziché 120 e dovrebbe servire da esempio per non ripetere l’errore».

In provincia i principali «progetti di finanza» previsti sono: il Centro Protonico di Mestre, la Meolo-Jesolo, la Sub-lagunare Venezia Tessera, il Sistema Integrato Fusina Ambiente, il Nuovo Porto Off-shore. I comitati chiedono di partecipare alla Commissione della Regione per fare luce sulla galassia Mantovani. Ci si aspetta inoltre dai consiglieri una mozione che tolga all’ingegner Silvano Vernizzi alcune cariche istituzionali che possono scatenare conflitti d’interesse. Infine, ci si attende una mossa di apertura dalla Regione che, nonostante si sia dimostrata aperta al dialogo, ha approvato nel pomeriggio la realizzazione delle grandi opere.

Vera Mantengoli

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IL PIANO TRIENNALE APPROVATO DAL CONSIGLIO REGIONALE

Grandi opere, avanti tutta. Il sit-in degli ambientalisti.

VENEZIA – Grandi opere pubbliche: avanti tutta, la Regione non si ferma anche se di soldi in cassa ce ne sono pochi e l’unico grande intervento che procede è il Mose, ma la cassa sta a Roma. E mentre i comitati ambientalisti «assediano pacificamente» palazzo Ferro Fini, verso le 18 arriva il via libera con 26 sì, 2 astenuti e 16 contrari. Poi tutti a casa. Il piano cave può attendere. In aula ha parlato a lungo l’assessore Renato Chisso che ha ribadito l’importanza di rimettere in moto l’economia del Veneto, un modello per tre grandi operazioni: il Passante di Mestre, l’ospedale all’Angelo e il rigassificatore. Netta l’opposizione del Pd che ha ribadito l’inutilità di un piano già esaurito per mancanza di risorse: nulla di quanto previsto è stato realizzato. Durissimo Pierangelo Pettenò (Prc) schierato in difesa degli ambientalisti, ricevuti dal presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato e dai rappresentanti di tutti i partiti tranne la Lega. L’elenco delle opere. Gli interventi finanziati con il project financing, contestati dai comitati e sui quali è stata creata una commissione speciale d’inchiesta, sono:

la «Via del Mare», cioè il collegamento A4 tra Autostrada Venezia Trieste e Jesolo e litorali; il nuovo sistema delle tangenziali lungo la A4 Verona, Vicenza e Padova; Grande Raccordo Anulare di Padova; Passante Alpe Adria e il prolungamento della A27 con il collegamento tra i caselli di Portogruaro e Latisana, Bibione e il Litorale). L’altro megaintervento è la nuova autostrada sul tracciato della Valsugana da Bassano a Trento e l’ammodernamento dell’area nord di Belluno.

In cima alle priorità e finanziati dalla Regione c’è la vera lista delle opere pubbliche: la strada regionale «Padana Inferiore» con 35,6 milioni e la superstrada Pedemontana Veneta con 173 milioni i cui lavori sono iniziati a Montecchio Precalcino: dopo lo scavo tutto si è fermato e l’autostrada è un’immensa piscina di fango.

«Ci sono i soldi per realizzare l’opera?» ha detto ieri Pettenò. «Facciamo una rapida verifica oppure si fermi tutto».

Completa l’elenco l’autostrada regionale a pedaggio «Nogara Mare» con 50 milioni, su cui pende un ricorso al Tar. Contro questi progetti, ieri si è schierato il Veneto ambientalista che non si arrende, che protesta contro le

«colate di cemento che rischiano di massacrare la campagna e le colline».

E’ il Veneto dei comitati ambientalisti guidato da don Albino Bizzotto, leader dei Beati costruttori di Pace e pacifista internazionale con marce in Bosnia e in Palestina, e da don Giuseppe Mazzocco, parroco di Adria che protesta contro la centrale a carbone nel Polesine. Al loro fianco, una galassia di associazioni ambientaliste, in sintonia con i No Tav della Val di Susa ma ancorate a una prassi democratica: la protesta deve portare a dei risultati concreti e vanno coinvolte le istituzioni. Ecco allora che ieri la galassia-ambientalista è stata ricevuta da Clodovaldo Ruffato, presidente del consiglio regionale (Pdl) e dai gruppi regionali: tutti attorno al tavolo, tranne la Lega, dilaniata dalle beghe interne tra proZaia e proTosi. (al.sal.)

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«Stop alla Mantovani»

Le associazioni ricevute da Ruffato, la Lega dà forfait

VENEZIA – Don Albino Bizzotto ha celebrato persino una messa a Thiene, su un terreno che sarà espropriato per far posto alla Pedemontana: ieri la protesta è tornata a farsi sentire quando Clodovaldo Ruffato, presidente del consiglio regionale, ha incontrato la Rete dei comitati per un Altro Veneto, la Rete polesana dei comitati per l’ambiente, il Cat della riviera del Brenta e del Miranese e la Covepa della Pedemontana. «La terra è un bene di tutti, bisogna difendere gli interessi dei disoccupati e non delle grandi aziende, Zaia ha detto no al cemento ma non si è fatto vedere», ha detto don Bizzotto. Poi l’architetto Costantini ha sottolineato come il Veneto realizzi opere al fuori del Ptrc in un regime di monopolio per la Mantovani:

«C’è l’occasione di fare chiarezza con la commissione speciale d’inchiesta, ma il sistema di fatture false portato a galla era già stato segnalato dalla Corte dei Conti».

Ruffato ha garantito massima trasparenza e l’impegno a non massacrare il territorio, mentre Fracasso (Pd)ha proposto di aprire una vertenza con la giunta perché l’elenco delle grandi opere è un fiasco completo: nulla è stato realizzato. Marotta (Idv) ha sottolineato lo scandalo dell’ospedale all’Angelo di Mestre, mentre Bottacin (Verso Nord) ha criticato Galan: il governatore più liberista d’Italia, ha regalato alla Mantovani il monopolio di tutte le opere. Durissimo Moreno Teso (Pdl: ho votato contro la commissione d’inchiesta, non serve a nulla. Il project demolisce la piccola e media impresa. Nessuno saprà mai cosa c’è dietro ai contratti.

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LA PROTESTA – I comitati e la finanza di progetto «Anche noi nelle commissioni»

VENEZIA – Le commissioni d’inchiesta sugli appalti della Regione Veneto devono consentire la partecipazione pubblica. È la richiesta dei circa 200 comitati che ieri, rappresentati dai propri portavoce, hanno effettuato un sit-in a Palazzo Ferro Fini. Una domanda di trasparenza rinnovata poi al presidente del consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato in un incontro che ha visto la partecipazione di alcuni consiglieri. Sul piatto della discussione, il cosiddetto fallimento del sistema project financing («capace di creare apparati consociativi e ammazzare la piccola media impresa locale»). (t.c.)

 

APPALTI IN REGIONE. AMBIENTALISTI A PALAZZO FERRO FINI

«Le commissioni d’inchiesta devono essere pubbliche»

(t.c.) Partecipazione pubblica alle commissioni d’inchiesta sugli appalti della Regione. Questa la principale richiesta delle varie associazioni contro le grandi opere, espressa ieri al presidente del consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato. Una pressante domanda di trasparenza che un centinaio di portavoce dei circa 200 comitati veneti ha trasferito a palazzo Ferro Fini, presenti alcuni capogruppo. Come si ricorderà, la Regione ha posto in essere due gruppi d’inchiesta dopo l’affaire Mantovani: una straordinaria, l’altra affidata alla prima commissione. Se Ruffato ha parlato genericamente di audizioni, la partecipazione diretta delle associazioni è stata caldeggiata da Gennaro Marotta (Idv), Pierangelo Pettenò (Rifondazione), mentre Moreno Teso (Pdl) si è detto estremamente scettico sull’esito delle verifiche, dal momento che le commissioni «avranno in mano solo documenti ufficiali e già certificati». Sul piatto della discussione, il cosiddetto fallimento del sistema project financing («capace di creare apparati consociativi e ammazzare la piccola media impresa locale») e l’opportunità, caldeggiata da Luciano Mazzolin, di metter mano ai primi finanziamenti pubblici devoluti alla Mantovani proprio con il Mose. «I comitati chiedono trasparenza – ha detto Michele Boato – questo è un primo passo; novità è la partecipazione anche di aggregazioni No grandi opere dell’area veronese».

«Invece che alle grandi opere pensiamo a curare il territorio e al trasporto davvero «pubblico» – ha invitato Carlo Costantini, per «Altro Veneto» – certi accordi con i privati in regime di monopolio portano ad operazioni a zero rischio da parte dei primi e pericolo totale per i soldi pubblici, perché poi la Regione si trova magari a ripianare pedaggi autostradali non sufficienti secondo le iniziali previsioni».

 

REGIONE Tiozzo (Pd): rivedere la strategia. L’assessore Chisso: serve lungimiranza, l’economia è in ripresa

Grandi opere, il Veneto sfida la crisi

Scontro in consiglio, la maggioranza vara il piano da 2,5 miliardi: dalla Pedemontana alla Nogara-Mare, dai treni alle tangenziali

Approvato il Programma triennale degli interventi nel settore dei lavori Pubblici per circa 2,5 miliardi.

Materiale per ironizzare ce n’era fin troppo, a partire dal titolo all’ordine del giorno del consiglio regionale del Veneto: “Programma triennale 2012-2014 ed elenco annuale dei lavori pubblici di competenza regionale da realizzarsi nel 2012″. Da realizzarsi un anno fa e se ne parla quasi a metà 2013? Tant’è, arrivato in aula decisamente in ritardo, l’argomento delle grandi opere da realizzare in Veneto ha monopolizzato buona parte dei lavori di ieri a Palazzo Ferro Fini. Intrecciandosi, peraltro, con i dati diffusi dalla giunta regionale sul drammatico aumento di case vuote come certificato dall’ultimo censimento: tra invendute e sfitte si sfiorano le 390mila abitazioni disabitate, con percentuali in crescita rispetto al 2001 (+21,7%), soprattutto nelle province di Treviso, Padova e Rovigo. E allora: se a causa della recessione non si vende e non si compra un mattone che sia uno, ha senso progettare nuove grandi opere? Soprattutto, se la gente in auto corre sempre di meno perché la benzina costa e l’auto sta diventando un lusso, ha senso progettare nuove strade, peraltro per la maggior parte con quel meccanismo del project financing su cui lo stesso consiglio regionale ha deciso di “indagare” dopo lo scandalo della Mantovani istituendo un’apposita commissione? La risposta di Renato Chisso è stata cristallina: sì, ha senso. Ha senso – ha detto – il proseguimento dei lavori per la metropolitana di superficie (Sfmr) con 165 milioni di euro. E hanno senso la Pedemontana Veneta, la Nuova strada regionale Padana Inferiore, la Nogara-Mare, il nuovo sistema delle tangenziali venete Verona-Vicenza-Padova, tanto per citare alcuni degli interventi programmati. Così come hanno una ragione gli interventi nel settore della difesa del suolo (476,3 milioni di cui 37,1 di capitale privato) e, appunto, quelli su strade, autostrade e concessioni (1.852,4 milioni di cui 1.627,5 di capitale privato). E le critiche?
L’assessore alla Mobilità e alle Infrastrutture è rimasto ad ascoltare il dibattito in consiglio regionale dall’inizio alla fine. Concludendo con un invito: «Bisogna avere lungimiranza». Certo, la crisi c’è ed è chiaro che deve esserci una risposta da parte della politica: «Possiamo ipotizzare che si continui a ragionare di crisi per i prossimi vent’anni, ma la verità – ha avvertito Renato Chisso – è che se non ci sarà un cambio di marcia a livello centrale nel giro di sei mesi saremo spazzati via come classe politica dai cittadini».
Chisso ha contestato le obiezioni dell’opposizione che gli ha ricordato il drastico calo di traffico automobilistico: «Non si può ragionare – ha detto l’assessore – dicendo che il dato contingente è il calo del traffico. Autovie Venete, tra l’altro, presenta un inversione di tendenza, è il segnale di rimessa in moto dell’economia. Mi chiedete di mettere la parola fine alla grandi opere e di rivederci tra dieci anni? No. Possiamo fare delle correzioni, riaggiornare il Piano regionale dei trasporti, ma allo stop non ci sto. Serve lungimiranza».
Le obiezioni dell’opposizione sono rimaste agli atti Giampiero Marchese, Pd, ha tirato le orecchie alla maggioranza: «Il piano è del 2012, diteci cosa è stato fatto». Lucio Tiozzo, capogruppo dei democratici, ha chiesto una pausa di riflessione: «È il momento di rivedere tutta la strategia sulle infrastrutture viarie in Veneto, tenendo conto delle esigenze di rilancio economico, ma anche di quelle legate alla compatibilità ambientale».
Al voto il Piano – che prevede un impegno complessivo di circa 2,5 miliardi di euro – è passato con 26 voti favorevoli, 16 contrari e due astenuti. «Lega e Pdl – ha commentato Pietrangelo Pettenò, Sinistra – in spregio agli appelli lanciati qualche ora prima dagli ambientalisti, hanno anche bocciato la richiesta di correggere il provvedimento introducendo il divieto di ricorrere alla pratica dei progetti di finanza, veri e propri buchi neri per le risorse pubbliche».

 

Nuova Venezia – San Dona’, Tav, il Pd contro Zaia

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12

apr

2013

SAN DONA’

«Sono passati dieci mesi dal mandato ricevuto dal Consiglio, ma il presidente Zaia non ha fatto nulla. La ricreazione è finita».

È il consigliere regionale del Pd, Bruno Pigozzo, a riaccendere i riflettori sul tema dell’Alta Velocità-Alta Capacità nel Veneto Orientale. Lo fa partendo dalla mozione, da lui proposta e approvata lo scorso giugno a larghissima maggioranza dal Consiglio regionale, in cui s’impegnava la giunta Zaia a esprimere formalmente la contrarietà al tracciato Tav litoraneo nelle sedi nazionali, attivandosi da subito con il governo e Rete Ferroviaria italiana per trovare le risorse necessarie per il potenziamento della linea attuale Venezia-Trieste. Da ultimo la mozione indicava l’attuale corridoio infrastrutturale formato da ferrovia e autostrada come sede più idonea per un eventuale futuro quadruplicamento, chiedendo al commissario Mainardi di avviare il dibattito pubblico per confrontarsi con le amministrazioni locali. Da allora però sono passati dieci mesi.

«Come può Zaia criticare la lentezza della burocrazia romana, se a dieci mesi dal mandato ricevuto dal Consiglio regionale non ha ancora prodotto alcun atto amministrativo che riguarda la Tav nel Veneto Orientale?», chiede Pigozzo, «perché Zaia deve ancora rispondere a distanza di così tanto tempo? Perché continua ad assecondare la miopia politica dell’assessore Chisso, che preferisce costruire autostrade piuttosto che investire sulla ferrovia?». Il Pd chiede che Zaia dia attuazione alla decisione del Consiglio regionale. «Se non fa alcun atto l’iter della Legge Obiettivo procede inesorabile, sopra la testa dei veneti», conclude Pigozzo, «vogliamo da Zaia risposte dirette con una delibera di giunta».

(g.mon.)

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