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Gazzettino – “Tagli ai trasporti, abbiamo ragione noi”

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30

mar

2013

BATTAGLIA LEGALE

Confservizi attacca la Regione: «Storica sentenza del Consiglio di Stato»

VENEZIA – Tagli ai fondi per il trasporto pubblico, la battaglia continua. Lo annuncia Confservizi, l’associazione che riunisce in Veneto le aziende di trasporto pubblico locale. E poco importa se il Consiglio di Stato ha ribaltato la sentenza del Tar che a suo tempo aveva accolto il ricorso delle aziende contro i tagli del 2011 decisi dalla Regione: per Confservizi, quella del Consiglio di Stato è «una sentenza storica». E la Regione, a partire dall’assessore Renato Chisso, ha ben poco da cantare vittoria.

«Gli annunci trionfalistici della Regione e dell’assessore Chisso sono uno schiaffo alle aziende, ai lavoratori e ai milioni di pendolari oltre che alla verità dei fatti – dice il direttore di Confservizi, Nicola Mazzonetto – Con la sentenza dell’altro giorno il Consiglio di Stato ha infatti riconosciuto il diritto delle aziende di trasporto pubblico locale e degli enti affidanti ad ottenere dalla Regione le risorse finanziarie corrispondenti all’onere derivante dalla stipula dei contratti di servizio per l’espletamento dei servizi minimi. Tale obbligo giuridico gravante sulla Regione non può essere disatteso con il pretesto dei tagli a livello nazionale».

Il fatto che sia stato ribaltato il verdetto del Tar e che quindi abbia vinto la Regione davanti al Consiglio di Stato, è quasi irrilevante per Confservizi:

«Il ricorso non è stato rigettato, ma dichiarato inammissibile con indicazione a chiedere direttamente il riconoscimento delle compensazioni alla Regione sulla base dei servizi minimi storici».

Sulla stessa linea il presidente di Actv Venezia, Marcello Panettoni. Che annuncia:

«Avvieremo immediatamente ogni iniziativa necessaria presso le autorità giudiziarie competenti per ottenere ciò che ci spetta di diritto».

Dal fronte dell’opposizione in consiglio regionale, intanto, il capogruppo del Pd Lucio Tiozzo rinnova la richiesta di dimissioni all’assessore Chisso:

«Per decidere i tagli c’è una procedura da seguire e Chisso non l’ha fatto».

(al.va.)

 

I guai giudiziari rischiano di paralizzare la giunta Zaia, mentre lo Stato non ha più soldi per investire

In attesa di realizzazione Treviso-mare, nuovo ospedale di Padova, Pedemontana e Valdastico Nord

VENEZIA – Nel 1775 l’ economia della Serenissima era in stagnazione e i suoi forzieri vuoti. Il provveditore Andrea Memmo decise di trasformare Prato della Valle, un acquitrino dove si affacciavano in maniera caotica commercianti e dove soggiornavano giocolieri e saltimbanchi, in uno spazio utile a Padova. Ma non avendo il becco d’ un quattrino decise di ricorrere a quello che potrebbe essere definito il primo project della storia. Fece da sponsor e gestore di un’opera di ridisegno dello spazio pubblico finanziato dai privati e ripagato in parte dall’ affitto dei negozi commerciali e perfino dalla voglia delle famiglie di essere immortalate nelle effigi e nelle statue che circondano la piazza. Nacque così quel gioiello architettonico di Prato della Valle come lo conosciamo oggi (chi voglia saperne di più sulla storia del progetto legga l’incantevole libro che racconta quest’ esperienza, Il bello e l’utile, ed. Marsilio). Forse anche a fine Settecento, con la Serenissima in decadenza, l’amministrazione pubblica era migliore di quella di adesso. Chissà. Ma è certo che il project non era né l’ angelo, né il diavolo. Era un modo per costruire opere pubbliche con i quattrini dei privati e pagando con i ricavi dell’opera il finanziamento, cercava di trovare un equilibrio tra interesse pubblico e privato. Oggi il project, invece, sembra diventato il diavolo. La gran parte della storia delle infrastrutture del Veneto, di cui ministri, assessori, politici di tutte le tendenze si erano fatti vanto, visto che la Regione era una delle poche in Italia a progettare e costruire opere, viene rimessa in discussione dopo l’ arresto di quello che è stato definito il mago dei project e cioè Piergiorgio Baita,che ne aveva messo al centro la Mantovani da lui presieduta. Tutto è finito sotto una valanga di critiche: strade e autostrade, ospedali e Tribunali, come se quanto deciso fino ad oggi fosse il frutto di malaffare avvenuto clamorosamente sotto gli occhi di tutti e senza che nessuno se ne accorgesse. Possibile? Non sappiamo i risvolti e gli esiti dell’ indagine giudiziaria centrata su Baita e le sue manovre. Quello che invece è sotto gli occhi di tutti è che un sistema è morto e una Regione rischia la paralisi se non si sa che cosa metterci al posto. La Mantovani e Baita erano i protagonisti di molti dei project messi al bando dalla Regione: la Treviso mare, la Nuova Romea, il Terminal di Fusina, il Traforo delle Torricelle, le tangenziali della Brescia-Padova, tanto per citarne alcuni. Nella Venezia-Padova, la ex autostrada oggi trasformata in società, di cui Mantovani ha una bella quota, ci sono i project del Gra di Padova, della Nogara mare. E poi la Valdastico Nord, la Valsugana, la Pedemontana… Come si sarebbero potuti trovare quasi dieci miliardi di finanziamenti per costruire queste opere? E sono tutte inutili? Come si costruiranno il nuovo ospedale di Padova, l’ampliamento del Tribunale di Rovigo, il Parcheggio sotterraneo di Prato della Valle, l’ arsenale di Borgo Trento a Verona e decine di altre iniziative? Molti, anche sotto l’ombra della crisi e l’ombrello anti-opere portato dal grillismo, dicono che tutte queste strade non servono: meglio andare in ferrovia. Può essere una bella idea, magari da verificare. Ma anche se fosse, e, in alcuni casi c’è da dubitarne, dove si trovano i soldi per investire nel potenziamento delle ferrovie? L’unica fonte individuata finora per costruire i tratti mancanti dell’ alta velocità o alta capacità Venezia-Milano, è, non a caso, il solito “diavolo” del project financing. Altre proposte non se ne sono viste. Quattrini men che meno. Il project financing è un meccanismo delicato fatto da investitori che rischiano i loro soldi, banche che decidono di finanziarli e di accordi tra pubblico e privato su come farsi ripagare. Diventa un angelo se è un modo per realizzare un interesse pubblico con i soldi dei privati, perché ha costi certi e tempi rapidi e chiari. Non è poco per un settore pubblico che ha visto, anche in Veneto, casi come l’ ospedale di Bassano realizzato dopo trent’anni o il Ponte di Calatrava a Venezia, opere costate non si sa neanche più quanto. Il «Pf» si trasforma in un diavolo se l’amministrazione non è in grado di controllare o peggio viene piegata ad interessi privati con manovre oscure e corruttive, anche se queste ultime, come hanno dimostrato inchieste in mezza Italia, ci sono con qualsiasi sistema: anzi, nel caso di amministrazioni appaltanti, hanno punteggiato il Paese di opere non finite, costate non si sa più quanto con decine di amministratori finiti in prigione. Se la via del project non piace perché, come ad esempio dice l’ avvocato Massimo Malvestio, ascoltato consigliere del presidente della Regione Zaia, l’ amministrazione non ha capacità e know how per controllare, bisognerebbe sapere che cosa metterci al posto, anche se è lecito domandarsi perché un’ amministrazione non può evolversi verso la modernità. Ma in attesa della riforme bisognerebbe chiedersi da dove, da ora in poi, si prenderanno i quattrini. È una risposta cruciale per una Regione che rischia davvero la paralisi con conseguenze drammatiche visto che i privati, Mantovani in testa, sono in via di ritirata, le banche sempre più circospette e avare, e quanto ai quattrini lasciati liberi dai patti di stabilità non se ne vede nemmeno l’ombra.

Alessandra Carini

Strade e ospedali, le partite aperte
 
La sola Mantovani nel 2011 aveva investito nella finanza di progetto 40 milioni
 
TUTTE LE OPERE – Pedemontana Veneta cerca ancora l’accordo con le banche, Gra di Pd e Nogara Mare stentano

Per la Nuova Romea servono 9,3 miliardi

PADOVA – Dalla Pedemontana Veneta, che con Sis cerca ancora l’accordo con le banche, alla Nuova Valsugana. Passando per la Nogara Mare le Tangenziali Venete fino alla la Nuova Romea per la quale servono 9,7 miliardi. Il project financing in Veneto vale la quasi totalità delle opere inserite nei piani di sviluppo infrastrutturali regionali. E una buona parte di queste hanno la Mantovani tra i protagonisti. Dal Consorzio Veneti Nuova Romea – nato a luglio del 2011 per partecipare ai lavori della Mestre-Civitavecchia o Nuova Romea – al Grande raccordo anulare di Padova, passando dal Passante Alpe Adria Belluno-Cadore fino al nuovo ospedale vicentino di Santorso. «L’unica strada per realizzare grandi opere nel nostro Paese», sottolineava spesso Piergiorgio Baita al riguardo della finanza di progetto. Anche se in tempi recenti, in parallelo al capitolo project, l’ex stratega del gruppo controllato dalla famiglia Chiarotto aveva aperto quello delle partecipazioni nelle concessionarie autostradali. Due filoni, questi, che hanno assorbito una grossa fetta degli investimenti fatti dal gruppo nel 2011 (ultimo bilancio disponibile, chiuso con ricavi per 404 milioni e un utile di oltre 29 milioni). Nel dettaglio 13,7 milioni investiti per la partecipazione nel Consorzio Veneti Nuova Romea, 17,5 milioni per un pacchetto azionario di Autostrada Venezia-Padova (poi ribattezzata Serenissima), 2,3 milioni per l’aumento di capitale della Veneto City Spa e altri 4,3 milioni per aumentare le quote nel fondo Real Venice II impegnato nella valorizzazione dell’ex Ospedale al Mare del Lido (operazione bloccata per un contenzioso insorto con il Comune). Attraverso la Adria Infrastrutture, inoltre, oltre a Gra di Padova, il gruppo partecipa anche alle Tangeziali Venete alla Nogara Mare. (m.mar.)

GLI ATTORI

Chisso, Vernizzi, Schneck e Bonsignore: i protagonisti delle infrastrutture venete

RENATO CHISSO. Politico veneziano del Pdl è alla sua terza esperienza consecutiva come assessore regionale alla Mobilità-infrastrutture e al suo quarto mandato regionale. Assessore di fiducia dell’ex governatore Giancarlo Galan confermato nel ruolo da Luca Zaia.

ATTILIO SCHNECK. Commissario governativo della Provincia di Vicenza (di cui è stato presidente dal 2007 al 2012), dal 2008 ricopre anche la carica di presidente dell’Autostrada Brescia-Padova oggi A4 Holding. Società coinvolta in diversi project fra cui Tangenziali Venete.

VITO BONSIGNORE. Dopo aver liquidato le velleità dei soci di Nuova Romea Spa, il politico ex Udc e poi Pdl , attraverso la sua Gefip Holding, si è assicurato la realizzazione in project della Mestre-Orte. L’investimento complessivo stimato per la realizzazione supera i 9 miliardi.

SILVANO VERNIZZI. Segretario regionale Infrastrutture. Già commissario straordinario per il Passante di Mestre, dall’agosto del 2009 gestisce l’emergenza nell’area interessata dal project della Pedemontana Veneta. Come a.d. di Veneto Strade ha seguito interventi per oltre 1,5 miliardi.

 

Lo scenario

Il destino della Brescia-Padova nelle mani di Intesa e dei privati

VENEZIA – C’era una volta un’autostrada, la Brescia Padova, che doveva essere il fulcro di un ridisegno dell’asse autostradale Est-Ovest. Un po’ acciaccata dalle vicende proprietarie che l’hanno vista finire in mano alle banche, Intesa in primo luogo, con i soggetti pubblici ormai in minoranza, su di essa si sono appuntati i “desideri” di chi, come i gruppi privati, Astaldi, Gavio e la Mantovani di Piergiorgio Baita, ne avevano fatto il centro di un progetto. Quello di unire da Brescia a Trieste un asse oggi diviso tra concessionarie diverse, controllate da pubblici in ritirata, in un’alternativa privata o semitale all’asse Nord-Sud dominato da Autostrade per l’ Italia dei Benetton. Buono o cattivo che fosse quel progetto è ormai morto, e non solo per l’ arresto di Piergiorgio Baita che ne aveva tessuto, per il Veneto, le fila. Ma anche perché quello che potrebbe essere per la sua forza oggettiva (la Brescia Padova è il più importante asse autostradale Est-Ovest) il centro di un disegno, appare come un campo di battaglia. Proviamo a farne una fotografia. La proprietà è in mano a Banca Intesa (è l’ azionista di riferimento con il 30 per cento) che, non è un mistero, con la gestione di Enrico Cucchiani, è più che intenzionata a vendere. Il gruppo Astaldi, che ha comprato pezzo a pezzo quote pubbliche, fino ad arrivare a circa il 15% dell’ azionariato, non ha la forza certo di comprare. Gli altri privati, Gavio in testa, sono stati fermati di fatto dall’arresto di Baita. Gli azionisti pubblici sono in minoranza e in ritirata perché non hanno soldi per sostenere gli aumenti di capitale di cui l’autostrada ha bisogno. E comunque anche se fosse non hanno una strategia unitaria: l’ autostrada è un asset della Regione presieduta da Luca Zaia, ma è solidamente piazzata nella Verona di Flavio Tosi, due leghisti che si guardano in cagnesco nella resa dei conti della Lega veneta. Alla vigilia dei rinnovi triennali delle cariche, che si terranno a fine aprile, c’è da decidere chi andrà a rappresentare i soci pubblici alla presidenza, tenuta fino ad ora dal leghista vicentino Flavio Schneck, visto che Intesa ha deciso di sostituire l’amministratore delegato con Giulio Burchi, un uomo da presidenza tranquilla, non certo uno adatto a manovrare truppe su un campo di battaglia. E c’è sempre in ballo la concessione, legata alla vicenda della Valdastico Nord, approvata in parte dal Cipe. Questione che apre scenari problematici. Perché se la Valdastico Nord non passa si apre una complicatissima trattativa con il governo e l’Unione europea per il futuro dell’ autostrada. Finora tutte queste difficoltà avevano viaggiato in sottofondo nascoste dal disegno che Mantovani-Baita stavano tessendo in Veneto e che passava attraverso la Serenissima, la ex concessionaria della Venezia Padova che era il fulcro, per il Veneto, della privatizzazione dell’asse. Nella Serenissima la famiglia Chiarotto e la Mantovani hanno il 22 per cento, alla pari con Autovie Venete. Ma Baita aveva fatto entrare come azionista Gavio (che ha oggi il 4,6 per cento) proprio prospettandogli l’ipotesi di fare della ex società autostradale il fulcro dell’ operazione: conquistare una quota rilevante della Brescia Padova, sottoscrivendo i pezzi che venivano sul mercato (tra cui l’ ex quota della Serravalle) fino ad arrivare a quote simili ad Astaldi. E partire da qui per gestire l’asse visto che Gavio è il secondo operatore in Italia, ma non è presente in Veneto: non solo mettere un piede da Brescia a Padova ma andare oltre. C’è infatti anche la Cav, la società che gestisce il Passante che deve comunque fare una gara per la gestione, visto che non può continuare ad essere concedente e concessionario. E poi Autovie, chissà, la cui concessione scade nel 2017. L’arresto di Baita ha fermato e forse sepolto questo disegno. Gavio, a quanto se ne sa, non vuole sottoscrivere gli aumenti di capitale della Serenissima che dovevano permettere di comprare altre quote della Brescia-Padova. Autovie aveva già storto il naso prima dell’ arresto di Baita. Mantovani starà fermo probabilmente per lungo tempo. Così la Brescia Padova e fors’anche la Cav devono trovare un futuro e qualcuno che punti e tracci un altro disegno in un mondo che si è fatto più difficile. Non si sa se lo potranno fare i soggetti pubblici, che la politica leghista divide e che sono in minoranza. Intesa che finora aveva avuto una posizione in equilibrio tra pubblico e privato, non ne vuol sapere di essere azionista stabile. I privati con le loro quote sono in bilico. Insomma per il Veneto un bel rebus da risolvere. (a.c.)

 

L’Espresso – Affari e grandi opere, la cricca veneta

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24

mar

2013

di Gianfrancesco Turano

L’uso dei fondi miliardari del Mose ma non solo. Dopo l’arresto eccellente di Piergiorgio Baita, i magistrati indagano sul sistema di affari e politica che ha gestito i grandi progetti della regione

Dighe e arresti sono arrivati insieme il 28 febbraio. Giustizia a orologeria? A Venezia avranno usato un cronometro da gara. Nello stesso giorno in cui sbarcavano a Porto Marghera le prime paratoie anti-inondazione del Mose, l’acqua alta giudiziaria ha messo in crisi l’ecosistema politico-affaristico che per venticinque anni ha governato la laguna e buona parte del Veneto grazie ai finanziamenti pubblici per il Mose (5,7 miliardi di euro), realizzato dal Consorzio Venezia Nuova (Cvn), e per altri grandi opere.

L’inchiesta per associazione a delinquere e frode fiscale è stata battezzata “Chalet”, traduzione beffarda del cognome dell’arrestato più in vista, Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani, l’azionista di riferimento del Cvn, e uomo forte del consorzio presieduto da Giovanni Mazzacurati.

L’ingegner Chalet, 64 anni, è sopravvissuto alla prima Repubblica, alla Democrazia cristiana che lo ha lanciato, agli arresti e ai processi di Tangentopoli. Ha prosperato durante il lungo regno alla Regione di Giancarlo Galan (1995-2010). Ha brindato alle infinite inziative promozionali dell’opera insieme a Silvio Berlusconi, all’ex ministro Altero Matteoli, al veneziano Renato Brunetta, ai sindaci di centrosinistra che hanno amato il Mose, come Paolo Costa, o che ci si sono rassegnati, come Massimo Cacciari. Per rafforzare il consenso ha distribuito sponsorizzazioni e sostegni finanziari a pioggia tra il teatro della Fenice e la Reyer di basket, tra una tornata di Coppa America di vela (5 milioni di euro) e un milione versato al Marcianum, il centro studi della Curia voluto dall’ex patriarca di Venezia Angelo Scola.

Baita ha vissuto grandi stagioni sotto la protezione di Gianni Letta ma si è adattato molto bene al successore di Galan, il leghista Luca Zaia che, colmo di meraviglia per quanto accade sotto gli occhi di tutti da anni, adesso vuole allestire una commissione di inchiesta sui metodi della Mantovani e delle imprese sue alleate.Sulla metodologia di questo gruppo di potere che in poco tempo è diventato dominante sulle infrastrutture venete si è dilungata anche Claudia Minutillo, 48 anni, arrestata assieme a Baita e al faccendiere bergamasco William Ambrogio Colombelli, ex consigliere della Nuova Garelli di Paolo Berlusconi con villa a Santa Margherita Ligure, barca a Portofino e “cartiera” a San Marino, dove la sua Bmc consulting emetteva fatture false intestate al Consorzio Venezia Nuova in cambio di una provvigione ragionevole: su 10 milioni di euro, lui se ne teneva 2. Il resto veniva ritirato da Minutillo nelle sue frequenti visite al Titano e distribuito.

Distribuito a chi, hanno chiesto i giudici. A differenza del molto taciturno Baita, difeso dall’avvocato Piero Longo (lo stesso di Silvio Berlusconi ), Minutillo ha risposto nel corso di sei ore di interrogatorio secretato e – si presume – in modo convincente, visto che è tornata a casa agli arresti domiciliari.

Il carcere femminile della Giudecca, per quanto dotato di una sua aura romantica, non faceva per la manager abituata all’eleganza nel vestire e allo shopping di qualità nelle boutique di Venezia e Padova. Da quello che Minutillo ha dichiarato dipende il futuro dell’inchiesta. L’acqua alta ordinaria degli inverni in laguna potrebbe diventare uno tsunami considerato che Minutillo è stata segretaria di Galan per cinque anni dopo che nel 2001 la precedente factotum, Lorena Milanato, era stata spedita a Montecitorio dove tuttora si trova.

Nel 2005, su precisa richiesta della signora Galan, Minutillo è stata spostata al servizio di un altro potente locale, Renato Chisso. Ex socialista transitato nel Pdl, Chisso è stato assessore ai trasporti e alle infrastrutture sotto Galan e tale è rimasto sotto Zaia. Il suo potere, semmai, si è accresciuto e la continuità con il governo locale precedente è stata garantita.

Chiusa l’esperienza da Chisso, Minutillo è stata promossa amministratore delegato di Adria Infrastrutture, una società creata a sua misura grazie ai capitali della Mantovani nel 2006, lo stesso anno in cui la giunta regionale, il Consorzio e Mantovani incominciavano a foraggiare la Bmc di San Marino («Io creo carta straccia, capito?», urla al telefono Colombelli alla Minutillo, «in sei anni vi siete portati a casa otto milioni!»).

Adria va subito alla grande. Conquista gli appalti regionali per la superstrada Treviso-Mare e per il passante Alpe Adria. Ma anche prima di fare il salto di qualità il soprannome di “dogaressa” la diceva lunga sulla reale influenza di Minutillo nelle vicende politico-affaristiche del Veneto. Questo spiega perché il toto-nomi dell’interrogatorio alla Giudecca tiene sveglia parecchia gente. Nessuno, a cominciare dai magistrati, crede che la cresta complessiva sia stata di soli 10 milioni. E nessuno crede che l’unica cartiera per creare i fondi neri sia stata la Bmc consulting che Colombelli, prima dell’arresto, ha tentato invano di vendere a Baita per 3 milioni di euro (risposta eloquente di Baita a Colombelli: «Io non posso come gruppo prendere una società che produce carta, è pericoloso»).

A dirla tutta, nessuno crede alla tesi con cui gli enti locali, il Consorzio, le imprese e i sindacati tentano di arginare l’allagamento dell’operazione Chalet. Questa tesi collettiva è: se Baita ha sbagliato, ha sbagliato per suo conto. E soprattutto, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, visto che si può sempre non sapere.

Così la famiglia padovana Chiarotto, che controlla la maggioranza della Mantovani attraverso Serenissima Holding e che è stata arricchita da Baita (100 milioni di euro di utili a riserva), ora minaccia azioni di responsabilità contro l’ingegnere che è anche azionista dell’impresa con il 5 per cento, anche se la Finanza ha proposto il sequestro della quota. Galan dice di averlo appena conosciuto e Chisso tace. Persino la Cgil locale ammonisce che i 900 posti della Mantovani vanno salvaguardati e che, arrestato il doge Baita, il Mose deve andare avanti. Tanto più che sono in arrivo altri 250 milioni di euro di finanziamenti tra il denaro dello Stato e il contributo anticipato dalla Banca europea degli investimenti (Bei).

Eppure l’intraprendenza dell’ingegnere Chalet ha lasciato tracce evidenti. Il “tavolino” degli appalti lagunari è una fetta consistente di prodotto interno lordo regionale e si può solo tentare di ipotizzare una stima. Il perno, si è detto, sono i lavori per il Mose gestiti dal Cvn. E’ un progetto varato un quarto di secolo fa con il sistema degli affidamenti interni. Significa che le imprese socie del Consorzio, cioè la Mantovani, la Condotte di Duccio Astaldi, la Fincosit […………………………….], la Ccc (Lega coop) e altre minori, ricevono dallo Stato il denaro per realizzare il Mose e appaltano i lavori a se stesse, con una quota di gare minima che l’Ue ha più volte e invano contestato.

Il Mose, e i suoi prezzi in continua espansione rispetto a preventivi e a prezzi fintamente bloccati, ha consentito ottimi margini di guadagno alle imprese soprattutto perché, a differenza di altri grandi opere sbandierate nel libro berlusconiano delle illusioni, le dighe mobili hanno ricevuto le rate di finanziamento dal Cipe con una puntualità senza uguali.

Il terzetto alla guida del Cvn, ossia Mantovani-Condotte-Fincosit sotto la guida di Baita, ha reinvestito gran parte dei suoi utili in iniziative infrastrutturali in Veneto e in qualche partecipazione monetizzata dagli enti locali in ristrettezze finanziarie, come la quota dell’autostrada della Venezia-Padova.

Il cerchio magico, di cui faceva parte anche Adria Infrastrutture guidata da Claudia Minutillo, si è aggiudicato commesse per centinaia di milioni di euro con il timbro altrettanto magico del project financing: i privati mettono i soldi al posto dello Stato al verde e, in cambio, incamerano affitti e pedaggi legati all’opera.
Sotto l’insegna del project financing Mantovani & friends si sono assicurati la realizzazione dell’ospedale e del passante stradale di Mestre, la sublagunare che dovrebbe collegare le isole veneziane con l’aeroporto di Tessera, gestito dagli amici della Save-Finint Enrico Marchi e Andrea De Vido. Il flusso di denaro consentito dalle delibere del Cipe ha permesso agli amici della Serenissima di guadare l’Adda e di inserirsi nell’appalto per la “piastra” di Milano Expo grazie alla continuità politico-territoriale con l’ex governatore Roberto Formigoni e all’assenso del sindaco di centrosinistra Giuliano Pisapia, che ha confermato la sua fiducia alla Mantovani anche dopo l’arresto di Baita.

Ma il territorio di riferimento resta a Nordest. L’ultima perla della collezione è un colosso da 2,5 miliardi di euro progettato nelle acque di fronte a Venezia. Insieme all’autorità portuale, presieduta dall’ex sindaco ed ex presidente della commissione Infrastrutture dell’Ue Costa, Mantovani è in prima fila per costruire il porto offshore otto miglia a largo di Chioggia. La nuova struttura è pensata per le navi portacontainer che adesso vanno a Marghera mettendo a rischio l’equilibrio della laguna, mentre le navi passeggeri che attraccano in piazza San Marco potranno continuare le loro crociere fino al centro storico. Il porto offshore prevede un meccanismo di finanziamento misto. Ci sono fondi della Mantovani, che si incarica dei lavori, e soldi in arrivo dal Cipe, cioè dalle casse dello Stato.

Con Baita fuori dai giochi, il progetto andrà avanti con un nuovo manager da designare nei prossimi giorni. Si parla di una successione in famiglia con il timone della Mantovani affidato a Giampaolo Chiarotto, 46 anni, figlio del patriarca Romeo, classe 1929.

Ma la caduta di Baita, l’uomo degli equilibri tra politica e impresa, ha già provocato il primo intoppo grave nel quieto vivere lagunare. Poche ore dopo gli arresti, la Mantovani e il sindaco Giorgio Orsoni sono entrati in guerra, con minacce di azioni di risarcimento incrociate, per l’operazione che avrebbe cambiato faccia al Lido di Venezia. In sostanza, il Comune aveva ceduto l’area dell’Ospedale al Mare al fondo Real Venice 2, gestito da Est Capital dell’ex assessore alla Cultura cacciariano Gianfranco Mossetto e partecipato dal trio Mantovani-Condotte-Fincosit. Al posto dell’ospedale doveva sorgere un quartiere residenziale con una megadarsena per diportisti da oltre 1500 posti e un investimento da 250 milioni di euro.

Il fondo ha versato una caparra di 32 milioni al Comune che, con questi soldi, avrebbe provveduto a costruire il nuovo palazzo del Cinema. Poi sono sorte discordie su chi doveva bonificare l’area dell’ospedale. La nuova darsena è saltata e il palacinema è stato sostituito dal progetto di un palazzo dei congressi che Est capital avrebbe realizzato con la caparra rispedita al mittente da Orsoni.

Ancora due giorni dopo l’arresto di Baita, l’accordo tra le parti era dato per fatto. Invece, niente. La parola torna al giudice civile che darà il suo verdetto sulla controversia entro dieci giorni.

Prima, però, verrà il turno del tribunale penale che, in sede di riesame, stabilirà se Baita può tornare libero o se l’inchiesta “Chalet” è appena incominciata. Di sicuro, non sarà un lavoro facile come dimostra la scelta di un nome in codice che, di solito, si riserva a operazioni contro il crimine organizzato. In questo caso è stato necessario perché gli inquisiti, dopo le prime perquisizioni della Guardia di finanza risalenti a due anni fa, avevano attivato una manovra di controspionaggio attraverso due ex agenti segreti per sapere a che punto erano le indagini.

Stavolta non è stato sufficiente ma basta a spiegare il livello delle protezioni di cui godeva e gode la cricca lagunare. Quella che per bocca di Baita si vantava: «Il bello del Mose è che i lavori si fanno sott’acqua».

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Ugo Bergamo critica: «Un attacco politico a Venezia, che ci costringerà a ridurre linee e personale»

Renato Chisso replica: «Ca’ Farsetti non può più far cassa sui biglietti, agli altri enti “gli girano”»

Alla fine, i milioni che la Regione ha tagliato al bilancio di Actv – imponendoli, per legge. alla sola Navigazione – sono 4. Si era partiti con 7, poi scesi a 5 durante l’animato dibattito in Consiglio regionale e poi ulteriormente limati a 4 nella notte dell’approvazione del bilancio regionale, grazie al pressing dei consiglieri regionali veneziani e dello stesso assessore regionale Renato Chisso, pur ora al centro – con tutta la maggioranza Lega-Pdl che guida il Veneto – degli strali del Comune di Venezia (che per bocca del sindaco Orsoni e dell’assessore Bergamo annuncia un possibile ricorso alla Corte Costituzionale contro la nuova legge), di Actv e dei sindacati che gridano all’attacco pretestuoso e politico a Venezia.

«4 milioni in meno, dunque 41 milioni di fondi per la Navigazione nel 2013», fa il conto il presidente di Actv, Marcello Panettoni, «ma erano 45 nel 2012 e 52 nel 2011: in tre anni la Regione ha tagliato al fondo trasporti per tutto il Veneto 12 milioni e 11 li ha tolti a Venezia, per colpire gli “infedeli”. Non può reggere il servizio con questi tagli». E a questi si potrebbero aggiungere altri 3,5 milioni di euro per le linee di terraferma, se diventeranno operativi i costi standard ipotizzati sinora dalla commissione regionale e inferiori di 3 decimi di euro a chilometro rispetto a quanto speso da Actv: «Ma non considerano i 2,5 milioni di chilometri percorsi sul ponte della Libertà, puro costo di carburante e personale dal momento che nessuno vi sale o vi scende», insiste Panettoni, «né il servizio notturno che in qualsiasi altra città si può comprimere, ma non certo a Venezia con il pendolarismo di lavoratori e turisti tra le due parti del Comune. Basterebbe ci riconoscessero una delle due voci di questa specificità, all’altra riusciremmo a far fronte. Ma sinora il muro è stato totale».

«In tre anni il taglio complessivo agli stanziamenti regionali a tutta l’azienda è stato di 30 milioni di euro: ma quale società può far fronte ai suoi impegni con questi tagli? Così salta il piano industriale, sono molto preoccupato», insiste Giovanni Seno, presidente di Avm, holding pubblica della Mobilità della quale Actv fa parte, «il Comune, la politica, dovrà dirci cosa fare, ma noi non siamo in grado di andare oltre nei tagli, in corsa». Nel budget 2013 approvato ieri dall’assemblea dei soci – contrari i Comuni di Mira e Mirano per i significativi aumenti degli abbonamenti a fronte di soppressioni di linee – tenute ferme le spese per personale e trasporti, vengono previste riduzioni per 12 milioni sui 276 dell’anno scorso per la voce «altre spese».

Dunque? Se il 2011-2012 ha portato tagli di servizi in terraferma, il 2013 rischia di approdare pesantemente in laguna. Cosa accadrà non è ancora deciso. «È un attacco politico a Venezia che dura da anni e contro il quale valuteremo ricorsi alla Consulta, perché si sono fatti furbi e hanno imposto questi tagli per legge e dunque non possiamo più ricorrere al Tar, che nel passato ci ha dato ragione», commenta l’assessore alla Mobilità, Ugo Bergamo, «dovremo valutare le cose, ma è evidente che se non arriveranno i fondi ai quali abbiamo diritto si dovrà passare per riduzioni di linee e, dunque, di personale. I biglietti sono già al limite massimo, per rientrare dall’evasione il piano è triennale. Ora aspettiamo di sapere se la Regione ci darà almeno i fondi per il tram ai quali abbiamo diritto e che ha dato a Padova , ma non a Venezia. Dopo Pasqua presenteremo il piano di spending review che abbiamo imposto a tutte le aziende, ma poi bisognerà decidere dove tagliare e la responsabilità sarà solo della Regione». «Io non ce l’ho con nessuno, anzi, in questa partita ho lavorato per limitare i danni», replica l’assessore Chisso, «perché il clima tra i Comuni veneti nei confronti di Venezia è noto: tutti se la prendono con il fatto che dal trasporto pubblico il Comune di Venezia ricava un introito di 17 milioni con l’aggio sui biglietti. In un momento in cui tutti gli enti tirano la cinghia, vedere che c’è il furbo che passa davanti, gli fa girare gli “zebedei”. Morale, siamo riusciti a portare al 16% la quota per la navigazione, partendo da un testo del 15%, sul 17,5% del 2012: conto, durante l’anno di riuscire a limare ulteriormente il taglio. Ma dev’essere chiaro che il pubblico deve finanziare il servizio per i cittadini di Venezia e delle isole e il maggior servizio per pendolari, i turisti sono un’altra cosa».

«Basta con questa frottola del Comune che fa cassa ai danni dei trasporti: è da diffamazione, il Tar ci ha già dato ragione», replica Bergamo, «è un’imposta di servizio aggiuntiva che serve al Comune per far fronte ai costi del turismo, mai è stata di Actv».

Il clima si fa pesante e dopo Pasqua le prime ipotesi di tagli o aumenti dei biglietti, che potrebbero portare quelli con Cartavenezia a 1,50 euro, con aumenti di 3 euro sugli abbonamenti: Bergamo dice che è l’ultima strada, ma l’alternativa sono tagli di corse e personale.

Roberta De Rossi

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Gazzettino – Cav, i comitati preparano la battaglia

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21

mar

2013

RIVIERA-MIRANESE – Contro il caro pedaggi previsto un presidio dopo Pasqua

Già avviati contatti con legali e associazioni consumatori

MIRANO – «Il nostro sarà un presidio tosto, non certo una passerella di rappresentanza». I comitati della Riviera e di Mirano tornano ad alzare la voce e rilanciano la battaglia contro la società autostradale Cav per opporsi all’aumento delle tariffe prospettato per giugno e per chiedere la riapertura del casello di Dolo, che risolverebbe molti problemi di traffico nell’area che gravita attorno all’uscita di Vetrego.
Martedì sera quasi un centinaio di persone si sono radunate al centro civico in centro a Scaltenigo, l’occasione era un’assemblea promossa dal comitato rivierasco «Opzione Zero» per decidere le nuove azioni di protesta dopo le manifestazioni alla rotonda del casello della scorsa settimana. A suscitare maggior consenso è stata la proposta di organizzare un rumoroso sit-in sotto le finestre della sede di Cav, in via Bottenigo a Marghera. Il presidio si farà: probabilmente in un giorno feriale subito dopo Pasqua. Si punta a coinvolgere almeno un centinaio di manifestanti.
Ulteriori manifestazioni potrebbero essere organizzate in seguito sotto le sedi di Regione e Anas. Altri due comitati molto attivi sono «Rinascita Vetrego» e «Viabilità sicura» di Scaltenigo, ma martedì sera erano presenti pure i residenti di Marano e molti pendolari. Ma non è tutto: i comitati hanno già avviato i contatti con avvocati e associazioni dei consumatori per valutare tutti i margini di manovra, l’obbiettivo è avviare class action e azioni legali.
Nuove riunioni decisionali saranno indette nei prossimi giorni. «Opzione Zero» critica apertamente pure la gestione finanziaria di Cav, dalla società autostradale non arriva alcuna replica. Si attende il via libera dal ministero per applicare i nuovi pedaggi, dopodiché sarà probabilmente convocata una conferenza per illustrare motivazioni e dettagli.
I comitati intendono accelerare i tempi, sperando di influenzare qualche scelta prima che il nuovo piano tariffario entri in vigore. (G.Pip)

 

PASSANTE – Pavanello: un grave errore. Babato: disattesi gli impegni assunti

La Regione non compensa

No all’emendamento che sbloccava parte dei fondi per le opere viarie complementari

Il consiglio regionale boccia l’emendamento che prevedeva lo stanziamento di quattro milioni di euro al Comune di Mirano per la realizzazione di opere viabilistiche complementari al Passante. Nulla da fare, l’amministrazione miranese non ottiene nemmeno la prima tranche dei 19 milioni che spettano al Comune per via dell’accordo di programma firmato nel 2008.
L’emendamento è stato discusso ieri a Palazzo Ferro Fini in occasione dell’approvazione del bilancio di previsione 2013. A Mirano ci speravano, ma all’ora di pranzo è stata doccia fredda. Nonostante gli accordi presi in passato, per ora nelle casse comunali non arriverà un centesimo, con buona pace dei miranesi che da anni sollecitano la realizzazione di piste ciclabili e altre opere pubbliche.
La maggioranza Pdl-Lega ha bocciato l’emendamento (32 voti), il voto favorevole è invece arrivato da Pd, Federazione della Sinistra, Idv e Udc (18). «Respingere l’emendamento è stato un grave errore, non vorrei che la Regione non avesse alcuna intenzione di rispettare l’accordo. Zaia è garante, non si possono firmare gli atti e poi non impegnarsi – sbotta il sindaco Maria Rosa Pavanello – L’assessore Ciambetti ci aveva pronosticato poche chance, ma speravamo che nel frattempo si fossero dati da fare per trovare almeno una parte dei fondi di cui Mirano ha diritto». Della questione si era interessato il consigliere miranese Giorgio Babato (Udc): «La bocciatura è un grave gesto di irresponsabilità e dimostra l’incapacità di mantenere gli impegni presi. È chiara l’assenza di proposte di soluzioni d’accordo. Ora bisognerà valutare che azioni intraprendere».
L’emendamento è stato fortemente sponsorizzato dal consigliere regionale Bruno Pigozzo (Pd), che attacca l’assessore Chisso: «Il suo silenzio è stato assordante. Non una parola di spiegazione, non un cenno di sostegno. Ora è chiaro che quegli impegni erano solo un bluff». Stessa linea per Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra): «Per Pdl e Lega gli accordi sono carta straccia».

Nuova Venezia – I soldi del Passante possono aspettare

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21

mar

2013

Mirano. Pdl e Lega bocciano la richiesta di assegnazione immediata di 4 dei 19 milioni promessi. Comitati in rivolta

MIRANO – Bocciato in Regione l’emendamento che chiedeva di inserire in bilancio la prima tranche di fondi destinati a Mirano come compensazione del Passante. A silurare la città e le sue legittime pretese sono stati Pdl e Lega, che in Consiglio regionale hanno votato contro il documento che chiedeva alla giunta di erogare, già quest’anno, 4 milioni dei 19 totali previsti dall’accordo di programma del 15 febbraio 2010. A promuovere l’emendamento era stato il Pd, su iniziativa di Giorgio Babato (Udc), presidente della commissione comunale Bilancio. Non sono però bastati i 18 voti favorevoli di Pd, Udc, Idv, sinistra e Gruppo misto. Contro si è espresso tutto il centrodestra, che ieri poteva contare su 32 voti. Le giuste pretese di Mirano erano già state cassate nei mesi scorsi, prima in fase di assestamento di bilancio 2012 e poi quando il sindaco Maria Rosa Pavanello era andata a batter cassa in commissione regionale Bilancio. Durissimi Udc e centrosinistra: «È un gesto di irresponsabilità e insensibilità grave verso i cittadini di Mirano», sentenzia Babato, «la maggioranza ha dimostrato la propria incapacità di mantenere gli impegni presi, violando tra l’altro lo Statuto regionale dove parla di leale collaborazione con le autonomie locali. Al di là delle motivazioni di comodo, è chiaro che la Regione non vuole trovare soluzioni per il rispetto dell’accordo». «Chiedevamo solo coerenza con gli impegni presi e la necessità di intervenire con urgenza su alcuni punti critici della viabilità miranese provocati dall’apertura del Passante», afferma per il Pd Bruno Pigozzo, «il silenzio dell’assessore Chisso è stato assordante: non una parola di spiegazione, non un cenno di sostegno. A questo punto è chiaro che gli impegni presi allora erano solo un bluff: le risorse non ci sono, ma i problemi restano per cittadini e territorio». «Per Pdl e Lega gli accordi firmati sono carta straccia», aggiunge per la sinistra Pietrangelo Pettenò, «prima di impegnare risorse per nuove infrastrutture, si onorino gli accordi sottoscritti e mai adempiuti».

Intanto a Mirano ormai è rivolta: senza ancora conoscere l’esito della votazione di ieri, martedì sera si erano riuniti a Scaltenigo i comitati che per una settimana, tutte le sere, hanno protestato contro il tornello di Vetrego e i disagi arrecati dal Passante. Residenti e pendolari avevano già deciso di proseguire la lotta contro Cav, Concessioni autostradali venete: subito dopo Pasqua scatterà una manifestazione-presidio davanti alla sede di Cav in via Bottenigo a Mestre, ma Opzione Zero e Rinascita Vetrego vogliono andare oltre: valuteranno, insieme a legali di fiducia, la possibilità di un ricorso contro il mancato arretramento della barriera a Roncoduro e, se ci saranno gli estremi, l’azione legale potrebbe diventare collettiva, con una vera e propria class-action. Non sono nemmeno esclusi nuovi blocchi stradali. A dispetto del meteo, la primavera miranese appare in anticipo e a dir poco incandescente.

Filippo De Gaspari

IL SINDACO PAVANELLO
 
«Non rispettano gli accordi Zaia ci deve spiegazioni»

MIRANO «Non si possono firmare accordi e poi non rispettarli, Zaia è garante di quel patto». Il sindaco di Mirano Maria Rosa Pavanello reagisce con rabbia all’ennesimo schiaffo subito dalla città. Soldi messi nero su bianco e che non arriveranno, in totale inadempienza delle firme poste in calce a documenti ufficiali. «Purtroppo hanno confermato quanto l’assessore regionale al Bilancio Ciambetti, che aveva pronosticato poche chance, aveva anticipato in occasione dell’audizione di gennaio in Consiglio regionale», continua Pavanello, «la nostra speranza era che, nel frattempo, si fossero dati da fare per trovare in qualche modo almeno una parte dei fondi di cui Mirano ha diritto, visto che, tra l’altro, la città sta sopportando anche il peso del casello di Vetrego. Respingere l’emendamento è stato un grave errore. Non vorrei che, alla fine, in Regione non si avesse alcuna intenzione di rispettare l’accordo». Il sindaco, con la giunta, è già scesa la settimana scorsa a fianco dei manifestanti, contro il tornello. La battaglia ora rischia di essere ancora lunga: «Vorrei ricordare al governatore Zaia che, di questo accordo, lui è il garante. Non si possono firmare degli atti e poi non impegnarsi». (f.d.g.)

 

Gazzettino – Venezia, “Tagli, accanimento contro Actv”

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21

mar

2013

IL SINDACO «L’assessore Chisso costantemente contrario al trasporto pubblico a Venezia»

TRASPORTI Proposta di ridurre i fondi del settore della navigazione che perderebbe 14 milioni in due anni

L’ira di Orsoni e Panettoni contro la stangata della Regione

TAGLI – Il settore navigazione rischia di perdere 7 milioni di trasferimenti pubblici, l’ira di Panettoni e Orsoni contro la Regione

Solo nel settore della navigazione, destinata ad assorbire il 15 per cento delle risorse disponibili per il trasporto pubblico locale, il taglio annunciato per il 2013 potrebbe essere di sette milioni. A cui si aggiungerebbero le sforbiciate per il settore automobilistico, urbano ed extraurbano, per altri 4 milioni. Totale -11. Questo l’emendamento della giunta regionale, ieri sera, durante la discussione in consiglio del riparto del Fondo per il trasporto pubblico finita in uno scontro frontale che proseguirà oggi a palazzo Ferro Fini. Tutto ciò in base “alla definizione dei nuovi criteri di riparto derivanti dalle diverse attività in corso di revisione del livello dei servizi minimi e dei parametri standard”.
Una proposta che ha scatenato la violenta reazione del presidente di Actv Marcello Panettoni, che snocciola i numeri degli ultimi due anni: «Il fondo complessivo del trasporto locale è passato dai 268 milioni del 2011 ai 256 del 2013, con una riduzione di circa 12 milioni. La ripartizione per la navigazione è passata dal 19.5 del totale (52 milioni nel 2011) al 15 per cento del 2013 (38 milioni) con una riduzione di 14 milioni. Insomma i tagli sono stati più che concentrati su un unico settore, senza alcuna motivazione. Questa non è fondatezza amministrativa, ma volontà pervicacemente arbitraria contro un’unica azienda».
L’anno scorso Actv aveva presentato ricorso al Tar contro i minori trasferimenti della Regione e la sentenza di qualche settimana fa, come del resto era accaduto l’anno precedente, aveva dato ragione all’azienda lagunare.
La decisione spetta ora al Consiglio di Stato, nel frattempo il Tar ha rilevato “l’eccesso di potere, la contraddittorietà, la violazione delle leggi sugli obblighi di servizio, il difetto di istruttoria e la carenza di motivazione sulle scelte adottate da parte della Regione” e anche la legittimità dell’applicazione del sovrapprezzo da parte del Comune di Venezia sul biglietto dei turisti da destinare alla manutenzione della città, condannando la Regione a reintegrare i trasferimenti.
«Aspettiamo la decisione del Consiglio di Stato – conclude Panettoni – ma è evidente che si è accantonata la specificità di Venezia, la peculiarità di un sistema di trasporto che non ha pari in alcuna città al mondo: il ponte della Libertà è un percorso obbligato, la città si svuota e si riempie quotidianamente, siamo costretti a mantenere un servizio notturno per garantire la mobilità: non c’è alternativa al mezzo pubblico».
Anche il sindaco Giorgio Orsoni ha lanciato il proprio affondo. «Si è penalizzata la navigazione come unico settore, secondo un trend che continua da anni. Per superare il pronunciamento dei giudici del Tar si vota una nuova legge regionale. Non si capisce l’atteggiamento dell’assessore ai trasporti Renato Chisso, costantemente contrario al trasporto pubblico a Venezia senza motivo. Mi appello al Governatore Luca Zaia, come persona super partes, l’unico che può far cambiare idea su questa ripartizione».

 

Gazzettino – Romea commerciale. Nuovo rinvio al Cipe

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19

mar

2013

STOP – Il progetto preliminare della Mestre-Orte è stato rinviato a un prossima riunione del Cipe

CHISSO «Il ministero dell’Economia non ha ancora chiuso l’esame»

GRANDI OPERE – Anche il Consiglio comunale aveva chiesto di sospendere l’approvazione

Nuova Romea, non se ne parla. Fuoco di sbarramento da Lega e M5S: l’opera nemmeno valutata dal Cipe

Fumata nera. Per il varo del progetto preliminare della Mestre-Orte (e della Romea commerciale) bisognerà attendere probabilmente il nuovo governo. Alla seduta del Cipe di ieri mattina l’argomento non è stato nemmeno inserito all’ordine del giorno, come invece era stato anticipato. «Il ministero dell’Economia – spiega l’assessore regionale alla Mobilità Renato Chisso – non ha ancora chiuso l’esame delle agevolazioni fiscali da riconoscere al soggetto promotore», che avrebbero dovuto garantire uno “sconto” da 1,5 miliardi di euro sul pagamento di Ires, Irap e Iva.
La brusca frenata del progetto, però, pare legata all’opportunità, per un governo rimasto in carica soltanto per il disbrigo degli affari correnti, di dare corso a una grande opera del costo stimato di nove miliardi di euro per la costruzione, con la formula del project financing, di una superstrada a pagamento lunga 396 chilometri. Il progetto, di cui si parla da almeno una decina d’anni, era già stato sospeso cinque mesi fa quando, con il Governo Monti pienamente in carica, si era deciso di approfondire il meccanismo degli sconti fiscali che avrebbero dovuto agevolare il ruolo dei promotori e delle banche, rilanciando allo stesso tempo il comparto delle opere pubbliche gelato dalla crisi. La caduta del Governo sembra però avere condizionato l’iter del progetto. La pratica pare così destinata a passare in eredità al prossimo esecutivo, come peraltro richiesto in sede locale da un ampio fronte politico.
Dopo l’appello dell’on. Emanuele Prataviera, contrario alla realizzazione di un’autostrada nel cuore della Riviera del Brenta (da Lova fino al previsto innesto di Roncoduro) dei comitati locali e di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, ieri l’argomento è approdato in Consiglio comunale. Un ordine del giorno firmato da esponenti di Impegno comune, Pd, M5S, Psi, Idv, Udc, Fed e Lega chiede al Governo di sospendere qualsiasi decisione in merito «a una scelta di tale portata» in attesa della formazione del nuovo Governo.

 

Gazzettino – Resta a Venezia inchiesta su Baita

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12

mar

2013

LA DIFESA DI BAITA – Il giudice respinge la richiesta di trasferire l’inchiesta a Padova

Oggi si decidono gli interrogatori dei primi tre politici indagati

Resta a Venezia l’inchiesta sulle presunte false fatture milionarie contestate al presidente della mantovani spa, Piergiorgio Baita. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza rigettando l’istanza presentata dalla difesa che aveva chiesto di trasferire il fascicolo per competenza territoriale a Padova, dove si trovano gli uffici amministrativi della società di costruzioni. In un provvedimento di alcune pagine il Gip spiega che è stata la Procura di Venezia la prima ad avviare le indagini e molti degli episodi contestati dal sostituto procuratore Stefano Ancilotto sarebbero stati commessi in provincia di Venezia. La competenza, dunque, resta ai magistrati lagunari. Almeno per ora.
La stessa eccezione potrebbe essere ripresentata venerdì davanti al Tribunale del riesame dai difensori di Baita e di William Alfonso Colombelli, presidente di Bmc Broker, la società con sede a San Marino che, secondo la Guardia di Finanza, avrebbe “costruito” le false fatture, mascherate da consulenze, studi e progettazioni inesistenti, incassando ingenti somme di denaro, successivamente restituite in gran parte, in contanti, a Baita e all’amministratrice di Adria Infrastrutture, Claudia Minutillo. L’unica che finora ha parlato con il pm ed è finita ai domiciliari.

 

LAVORI PUBBLICI – Il sindaco risponderà in commissione sui rapporti finanziari con il gruppo padovano

«Mantovani, chiarezza sui soldi al Comune»

Boraso: «Verifichi se è possibile restituire i 12 milioni avuti in dicembre per sanare il bilancio»

I rapporti intrattenuti negli ultimi anni tra amministrazione comunale e gruppo Mantovani sono tanti e complessi, pertanto il sindaco Giorgio Orsoni relazionerà in commissione Bilancio tra una decina di giorni circa. Un’ora e mezza prima dell’inizio del consiglio comunale in aula consiliare c’erano solamente tre persone: il consigliere del M5S Gianluigi Placella, promotore di un’interrogazione e di un’interpellanza scritte nell’immediatezza degli arresti per presidente del gruppo Piergiorgio Baita. C’erano poi il consigliere di Impegno per Venezia e Mestre, Renato Boraso e il sindaco.
I documenti di Placella partono dal fatto che il gruppo Mantovani ha “salvato” il patto di stabilità del 2012 con 12 milioni (10 di anticipo per l’operazione mercato ortofrutticolo e due per la vendita del pacchetto azionario delle autostrade) e proseguono chiedendo nel dettaglio i rapporti tra il Comune e il gruppo Mantovani e, in generale, l’esistenza di vantaggi di qualsiasi natura concessi a società del gruppo.
«Non sono in condizioni in questo momento di rispondere compiutamente – ha detto – potrò dare risposte più precise in commissione».
Boraso ha colto al volo l’occasione: «Venga allora in commissione Bilancio, così spiegherà anche se sarà possibile in qualche modo restituire al gruppo Mantovani i 12 milioni ricevuti dal Comune a fine anno. Per motivi etici, il Comune dovrebbe rinunciare a questo “favore” dopo quello che è successo».
Boraso ha poi chiesto anche se è possibile verificare l’esistenza di fatture sospette nell’appalto da 100 milioni per i lavori del tram.
«Ho mandato tutti gli atti in Procura – ha risposto Orsoni – saranno loro a verificarlo».

 

TREVISO-MARE

Appello a Zaia: «Fermare tutto e fare chiarezza»

Lo scandalo dell’inchiesta della Procura sul Gruppo Mantovani getta lunghe ombre anche sulla futura autostrada del mare. I responsabili di due delle tre società che hanno presentato il project financing per la progettazione, la costruzione e la gestione della superstrada a pedaggio che dovrà collegare il nuovo casello autostradale di Meolo con Jesolo sono proprio Piergiorgio Baita del Consorzio «Vie del Mare» e Claudia Minutillo di «Adria Infrastrutture», che sono stati arrestati per presunta frode fiscale finalizzata alla costituzione di fondi neri.
Il comitato di cittadini «Sì Treviso-mare», che già nel 2010 si era opposto alla realizzazione dell’autostrada a pagamento ed aveva raccolto oltre 2300 firme, risolleva tutti i dubbi sul progetto. E il segretario del Pd Giampiero Piovesan, in una lettera aperta, chiede al governatore Zaia di inserire anche l’autostrada del mare tra i progetti che verranno esaminati dalla commissione d’inchiesta regionale, per verificarne la correttezza, la legalità e anche l’effettiva necessità.
Ad aprile 2012 il Cipe ha approvato il progetto preliminare ed ora la Regione sta predisponendo l’avviso per l’appalto dei lavori, che l’assessore Chisso ha assicurato verrà pubblicato entro quest’anno. «Le chiedo un atto di coraggio e di responsabilità – scrive il segretario del Pd meolese al governatore Zaia – Blocchi questo progetto fino a quando non sarà fatta piena luce sulla vicenda».

 

Nuova Venezia – “Nogara-Mare”, Brentan resta manager

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9

mar

2013

E’ STATO CONDANNATO A 4 ANNI E SEI MESI DI CARCERE

MESTRE – Lino Brentan lo scorso anno è stato condannato a quattro anni e sei mesi di carcere perché ha intascato delle mazzette da imprenditori, in cambio di appalti quando era «ad» della società “Autostrada Padova Venezia”. Condanna che sta trascorrendo in casa con il solo obbligo della firma, in caserma dei carabinieri, un paio di volte la settimana. Ma a Lino Brentan, nonostante la bufera creata dalle indagini del pm Stefano Ancillotto e della Guardia di Finanza, è rimasta qualche briciola di quel potere che aveva costruito grazie alle amicizie politiche, anche trasversali. Infatti non si è mai dimesso da manager della “Nogara Mare”, la società che in project financing costruirà l’autostrada che collegherà il basso Veronese, attraverso il Polesine, alle coste adriatiche.

Si tratta dell’unico project financing che in questo momento procede nella nostra regione, tra quelli pensati nell’era del centro-destra. Non è un’opera da poco. La Nogara–Mare Adriatico percorrerà un tracciato di circa 107 km, ai quali si aggiungono 64 km di opere complementari e riguarda 32 comuni. Il valore dell’opera è di 1 miliardo e 912 milioni di euro. Il pubblico partecipa con 50 milioni di euro. Strada voluta con molta forza dall’assesore regionale alle politiche della Mobilità Renato Chisso, Pdl. Ebbene Lino Brentan, mai finito in carcere, nonostante i quattro anni e mezzo di condanna, ha sempre seguito la linea del silenzio, nonostante gli investigatori fossero convinti che lui è uno degli ingranaggi di una macchina dove l’olio per farla muovere era la corruzione. Lui, col suo silenzio e i quattro anni di condanna sulle spalle, rimane in sella come manager nella realizzazione di un’opera pubblica e in un’impresa che poi la dovrà gestire.

(c.m.)

 

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