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Nuova Venezia – Mantovani, la Finanza trova altre cartiere

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

7

mar

2013

Potrebbe raddoppiare l’importo delle false fatture che hanno consentito alla società presieduta da Baita di creare fondi neri

VENEZIA – Non c’è solo la “BMC Broker”, altre aziende “cartiere” sono state scoperte dalla Guardia di Finanza e dal pm Stefano Ancillotto. Tutte usate per produrre fatture false e creare “fondi neri”. Si allarga a macchia d’olio l’indagine che ha portato in carcere Piergiorgio Baita, presidente di “Mantovani Spa” e Claudia Minutillo ex segretaria di Giancarlo Galan, quando l’esponente del Pdl era presidente della Regione. Gli investigatori sono convinti che i soldi stornati dal bilancio, grazie alle fatture false e finiti ad ingrossare i “fondi neri”, siano molti di più di quelli che hanno scoperto nei passaggi su conti correnti di banche di San Marino e tutti intestati a William Colombelli, titolare della BMC, e a suoi parenti. Sia perché dalla documentazione recuperata hanno la prova che ci sono altre aziende che utilizzavano il sistema di “Baita e soci”, sia perché hanno elementi per dire che il presidente di Mantovani faceva questo anche con altre “cartiere”. Nel gergo della Guardia di Finanza una “società cartiera” è un’azienda che ha il solo compito di emettere fatture false a favore di altre imprese che saldandole creano “fondi neri”. «Soldi che solitamente vanno a finire in tangenti», come ha spiegato in più occasioni il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia. Ebbene Baita e gli altri imprenditori della “cricca” si servivano anche di altre “società cartiere” con sede in Veneto e nel nord Italia. “Cartiere” che hanno fornito centinaia e centinaia di fatture false che hanno consentito alle società del gruppo Mantovani e ad altre imprese del giro, di far transitare alcune decine di milioni di euro su conti correnti all’estero. Soldi che per l’80 per cento rientravano in loro possesso e in contanti. Quanti siano veramente è difficile stabilirlo. Anche perché gli investigatori non hanno ancora avuto accesso ai conti correnti all’estero dove sono finiti i soldi pagati per le fatture false. Comunque si tratta di parecchio denaro. Il pm Stefano Ancillotto ha già inoltrato le richieste, per poter visionare i conti, alle autorità dei paesi stranieri dove si trovano i conti correnti. E ora attende gli esiti delle rogatorie. Dell’esistenza di altre “cartiere” era emerso anche dalle registrazioni fatte da William Colombelli, durante gli incontri tra lui e Piergiorgio Baita. In particolare Baita, mentre discute con Colombelli sull’acquisto della BMC Broker, fa capire dell’esistenza di altre “cartiere” che lavorano per lui. In quel momento entrambi vogliono chiudere la “cartiera” di San Marino, diventata troppo scomoda e dalla quale sono uscite, in sei anni, migliaia di fatture false per le società del Gruppo Mantovani e anche per altre aziende pubbliche e private del Veneto. I due non si trovano d’accordo sul prezzo perché Baita non intende inglobare nel suo gruppo una “cartiera”. Lui stesso usa questa parola. E spiega: «questi se ne accorgono subito che si tratta di una cartiera (si riferisce ai finanzieri, ndr)»; l’altro che vuole 3 milioni di euro, perché è evidente che «quando i finanzieri arrivano in un’azienda e vedono che ci sono tante fatture con una ditta di San Marino si insospettiscono, meglio chiuderla». Poi Colombelli spiega al presidente di aver lavorato, negli ultimi anni, quasi esclusivamente per lui. Mentre continua la caccia ai “fondi neri”, gli investigatori attendono il rientro in Italia di Mirco Voltazza, il factotum di Giorgio Baita. È l’uomo che conosce mille segreti della “cricca” e che qualche settimana prima dell’arresto del suo “titolare” è sparito dalla circolazione, quasi sapesse dell’imminente blitz della Guardia di Finanza. A Voltazza è stata perquisita la ditta di barriere marine in via Fratelli Bandiera a Marghera. Dicono che lui si trovi nell’est Europa. Di certo non lo hanno trovato gli investigatori. Non è escluso che usi anche delle “teste d’uovo” per dar vita lui stesso a “cartiere”. Parecchio materiale relativo a false fatture è stato trovato durante le venti perquisizioni compiute il giorno degli arresti. Una decina sono state eseguite tra Bologna e provincia. Le altre, tutte in Veneto, sono state eseguite a Mestre, Marghera, Mogliano, Verona, Rovigo, Pieve d’Alpago e Montegrotto. Si tratta di case e di sedi delle aziende di imprenditori che hanno effettuato versamenti sui conti di Colombelli.

Carlo Mion

 

Scarano: sorprese dai pubblici appalti

«Per esperienza penso che da lì potrebbe emergere qualcosa di più». La Corte dei Conti: corruzione umiliante fardello

VENEZIA «A 20 anni da Mani pulite la corruzione continua a pesare sull’Italia come un insopportabile ed umiliante fardello: questi fatti sono avvenuti, ma non sono inevitabili, si possono combattere», «il contrasto al malaffare pubblico costituisce una priorità assoluta ed una condizione essenziale per il permanere della piena democrazia nel nostro Paese, occorre evitare però ogni pericolosa e demagogica generalizzazione che attribuisca alla classe politica ogni sorta di malaffare. Occorre invece utilizzare tutti gli strumenti e le risorse a disposizione per individuare i singoli casi di deviazione dai propri doveri, colpendoli con inesorabile severità e contrastando l’incombente pericolo che diventino sistema», pur a fronte «di organici carenti del 30%». L’ammonimento arriva dal presidente della Corte dei Conti del Veneto, Angelo Buscema, nella cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario. Appuntamento sul quale ha aleggiato l’ultimo grande scandalo che – con l’arresto di Piergiorgio Baita – coinvolge la Mantovani: un’inchiesta per ora tutta fiscale, ma che pare destinata a ampliarsi. «Per esperienza», osserva però il procuratore Carmine Scarano, «penso che sicuramente ci sarà una ricaduta nei rapporti con gli appalti pubblici e da lì potrebbe emergere qualcosa in più». Ma di malaffare ce n’è ancora molto: 7,6 i milioni di euro contestati nel 2012 in danni erariali, contro i 2,2 del 2011, e 115 soggetti citati (erano stati 113), 9 mila le pratiche al vaglio della Corte, tra contestazioni erariali e cause pensionistiche. Pescando qua e là tra le sentenze: il responsabile dell’ufficio Anagrafe di Meolo che non aveva segnalato all’Inpdap la morte di un’anziana, con la figlia che ha continuato a percepire la pensione per 6 anni; sindaco e assessori del Comune di Jesolo condannati a pagare 10 mila euro per non aver arbitrariamente concesso un buono casa a una coppia mista, «con un atteggiamento costante di indifferenza e sfida rispetto alle norme di legge»; un appuntato dei carabinieri di Motta di Livenza che si era portato a casa 31 denunce; i 168 mila euro contestati a un dipendente dell’Ufficio Unep di Treviso che non aveva versato le imposte ricevute; un finanziere della Marca che si è fatto consegnare 10 mila euro per pilotare un controllo; un dentista dell’Asl di Vicenza che ha falsificato ricette per false prestazioni per 302 mila euro di rimborsi. Poi le inchieste sulle società che gestiscono servizi pubblici e dove i contenziosi sulla giurisdizione della Corte dei conti sono però aperti e la mancanza di una normativa chiara ferma molte indagini. «La tendenza a costituire società pubbliche si è moltiplicata a dismisura nell’ultimo decennio», osserva Buscema, «con dimensioni talmente vaste, che in moltissimi casi ne hanno completamente snaturato i benefici intendimenti. Le società pubbliche hanno infatti rappresentato un facile strumento per dinamiche clientelari, elusive dei vincoli di spesa, particolarmente utili per assunzioni senza concorso, per il superamento dei tetti di spesa, per la moltiplicazione di incarichi più o meno retribuiti, per la creazione di sistemi compartecipativi a scatole cinesi», «però c’è modo di entrarvi: la Cassazione ha chiarito che dev’essere preminente il servizio sulla proprietà, se il servizio è pubblico la competenza è nostra».

Roberta De Rossi

 

I LEGALI VERSO L’ECCEZIONE DI INCOMPETENZA TERRITORIALE

Venerdì prossimo il riesame degli arresti

VENEZIA – Passeranno il 15 marzo prossimo il vaglio del Tribunale del riesame di Venezia, presieduto dal giudice Angelo Risi, le ordinanze di custodia cautelare per la vicenda della frode fiscale da 10 milioni di euro della «Mantovani». Per ora, hanno ricorso soltanto due dei quattro arrestati, il presidente dell’asso pigliatutto delle costruzioni in Veneto Piergiorgio Baita, difeso dagli avvocati Paola Rubini e Piero Longo, e il presidente della società-cartiera di San Marino William Colmbelli, difeso dall’avvocato Renzo Fogliata. Per gli altri due, l’ex segretaria di Giancarlo Galan Claudia Minutillo e il responsabile amministrativo della Mantovani, il ragioniere padovano Nicolò Buson, i loro difensori, l’avvocato Carlo Augenti e l’avvocato Flavia Fois, non hanno presentato ancora il ricorso, se lo facessero, comunque, anche la posizione dei loro clienti verrebbe discussa nella stessa udienza, quella di venerdì prossimo. L’avvocato Rubini, oltre a battersi per far uscire dal carcere Baita, ha già anticipato che chiederà che l’indagine venga trasferita per competenza territoriale alla Procura di Padova, città dove hanno sede gli uffici amministrativi della ;Mantovani e dove è stata compiuta la verifica fiscale grazie alla quale sono state scoperte le fatture fasulle. Gli indagati sono accusati di associazione a delinquere e frode fiscale e per quanto riguarda la competenza territoriale è il reato più grave a contare e cioè il primo. L’avvocato punterà a dimostrare che, se l’accusa ha ragione, l’accordo tra gli arrestati è stato messo in cantiere a Padova. È dato come probabile che in udienza si presenterà anche il pm Stefano Ancilotto con nuove carte dell’accusa, forse anche il verbale d’interrogatorio di Claudia Minutillo.

 

IL GOVERNATORE ADERISCE all’appello del CAPOGRUPPO PD

Zaia: sì alla commissione d’inchiesta sugli appalti

VENEZIA – Un coup de théâtre ad animare la prima seduta del Consiglio veneto dedicata all’esame del bilancio e della legge finanziaria. Dove il capogruppo del Pd, Lucio Tiozzo, si avvicina a Luca Zaia e con fare sornione gli porge un documento: «E’ la richiesta di istituire una commissione d’inchiesta sui lavori pubblici di competenza della Regione, vorrei che la prima firma fosse la tua». «Nessun problema, dobbiamo essere un palazzo di cristallo, ogni iniziativa di trasparenza avrà il mio sostegno ma serve un patto tra gentiluomini per fare chiarezza senza sostituirci al lavoro dei magistrati», la replica del governatore che conferma la volontà di sottoscrivere l’ordine del giorno; sostanziale consenso anche dal gruppo della Lega – Federico Caner sta concordando il testo definitivo con gli altri capigruppo – e dall’opposizione al completo; permangono invece le perplessità del Pdl anche se in mattinata l’assessore alle infrastrutture Renato Chisso ha tagliato corto: «Male non fare paura non avere, ben vengano gli accertamenti». Soddisfatti i democratici, fautori dell’indagine amministrativa che dovrà verificare la correttezza degli appalti a partire dal 2005 (l’arco temporale oggetto dell’inchiesta che ha condotto in carcere, tra gli altri, Piergiorgio Baita, ad del colosso costruzioni Mantovani) riesaminando procedure, costi e tempi, nonché l’aggiudicazione e la realizzazione delle opere, in particolare di quelle eseguite in project financing, il controverso mix di capitali pubblici e privati: «Galan ha delegato al mercato la programmazione delle grandi opere», commenta il consigliere Stefano Fracasso «e i poteri forti hanno avuto il sopravvento sulla politica, chiediamo discontinuità». Tornando al dibattito in aula, Zaia ha accusato di «rapina» il Governo: «In tre anni passiamo da un miliardo e 600 milioni di spese libere all’attuale miliardata e la capacità d’investimento è crollata dai 596 milioni del 2010 agli zero attuali. Le nostre imprese attuano già la secessione dall’Italia, al ritmo di 700 all’anno, ma nonostante la criticità del momento non rinunceremo a dare risposte ai veneti». Poi la relazione di maggioranza di Stefano Toniolo (Pdl) che ha illustrato i capisaldi del bilancio: «La manovra vale poco più di 12 miliardi, escluse le partite di giro, e il 70% delle risorse sono dedicate alla sanità che assorbe 8,35 miliardi. Quest’anno pesa in maniera evidente l’effetto dei minori trasferimenti statali, della contrazione delle entrate e dei vincoli del patto di stabilità»; «Le risorse a libera destinazione per la Regione nel 2013», ha spiegato «non arrivano al miliardo, per l’esattezza ammontano a 993 milioni, – 25% rispetto all’anno scorso». Piero Ruzzante (Pd) ha aperto la relazione di minoranza lamentando «l’ennesimo grave ritardo» nella presentazione della manovra e il suo gruppo ha presentato un pacchetto di emendamenti del valore di 48 milioni che prevede sostegno al credito d’impresa, fondo d’emergenza per le politiche sociali, trasporti ferroviari locali, edilizia scolastica e formazione primaria. Oggi il confronto entrerà nel vivo.

Filippo Tosatto

 

Scure sulle partecipazioni

Approvato il piano Ciambetti: tagli dal 30 al 50% alle società

VENEZIA – La Giunta del Veneto ha approvato il processo di razionalizzazione delle partecipazioni societarie della Regione proposto dall’assessore al bilancio Roberto Ciambetti: «L’obiettivo», afferma quest’ultimo «è migliorare l’efficienza gestionale e garantire l’equilibrio economico – finanziario che ci siamo prefissi». In sintesi, la Giunta ha stabilito che le società direttamente partecipate o controllate dalla Regione, a esclusione di quelle per cui è in atto un procedimento di cessione, dovranno presentare entro il 31 marzo un documento ricognitivo e una proposta di piano di razionalizzazione delle società dalle stesse partecipate, in base a criteri di opportunità strategica, a considerazioni sugli assetti del personale e al trend dei risultati economici. Le società strumentali che ricevono dalla Regione affidamenti “in house”, dovranno prevedere obbligatoriamente la dismissione di tutte le partecipazioni in società che non abbiano oggetto analogo a quello delle società partecipanti e che siano incompatibili con detti requisiti. Valutati i piani presentati, la Giunta approverà il programma di riorganizzazione delle società indirette con l’obiettivo di ridurre da un terzo alla metà le attuali 60 partecipazioni indirette. Nel frattempo procede il riassetto del sistema che porterà, tra l’altro, alla dismissione delle quote di 4 spa (College Valmarana Morosini, Rovigo Expò, Insula, Sis) e alla fusione di altre 4 immobiliari (Terme di Recoaro, Società Veneziana Edilizia Canalgrande, Immobiliare Marco Polo, Rocca di Monselice) in un’unica società di gestione.

 

Perquisita la sede della sua ditta a marghera dove si trova anche l’ufficio di Voltazza

Spunta Luigi Dal Borgo, l’amico del consulente sparito

PADOVA – Spunta il nominativo di un altro imprenditore nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri del gruppo Mantovani. È quello di Luigi Dal Borgo, 56 anni, residente in via Roma 58 a Pieve D’Alpago, nel Bellunese, titolare di una miriade di società. Tra cui, N.S.A. srl, acronimo di “Non Solo Ambiente”, impresa specializzata in tubi in ghisa con sede a Marghera in via Fratelli Bandiera 45/allo stesso indirizzo di Servizi e Tecnologie Ambientali, la società del consulente della Mantovani Mirco Voltazza, 52 anni di Polverara, alle spalle precedenti penali per peculato, calunnia e falso, sparito da diverse settimane e fuggito (sembra) in Croazia. Le forze dell’ordine lo stanno cercando: a suo carico da fine dicembre c’è un ordine di carcerazione in quanto deve scontare una condanna definitiva a un anno e sette mesi. A quel periodo risalirebbe la sua latitanza. Tuttavia periodicamente è tornato in Italia (a Polverara, nella villa in via Argine sinistro 52, vivono la moglie Paola Sartorato e i tre figli): pare che fosse atteso nei giorni delle elezioni, salvo all’ultimo evitare il rientro. Non a caso: giovedì 28 è deflagrata la notizia dell’inchiesta sulla Mantovani con gli arresti e le perquisizioni a tappeto che non hanno risparmiato le ditte di Voltazza e di Dal Borgo, perquisito anche a casa. Ditte che si sospetta siano “cartiere”, ovvero fabbriche di fatture emesse per coprire operazioni commerciali inesistenti ma funzionali a trasferire all’estero fiumi di soldi. Voltazza è indagato per frode fiscale; non ci sono conferme, per ora, sull’iscrizione nel registro degli indagati di Dal Borgo. Ma il nominativo di quest’ultimo ricorre in diverse carte dell’inchiesta. Secondo informative Voltazza, che oggi è latitante, avrebbe trovato rifugio in alcune abitazioni di proprietà di Dal Borgo, detto Gigi Babylon, nelle sue “incursioni” in territorio italiano. E tra i due i contatti non sarebbero mai venuti meno. Dal Borgo risulta consigliere di Adria Infrastrutture spa – la società amministrata da Claudia Minutillo (ex segretaria del governatore Pdl Galan), finita pure lei in manette con Piergiorgio Baita e William Colombelli – e di Società Autostrade Serenissima spa, oltre a un’altra decina di ditte. Serenissima Holding spa è proprietaria di Mantovani spa insieme (per una quota di minoranza) a Piergiorgio Baita, presidente e amministratore con i padovani Giampaolo Chiarotto e Paolo Dalla Via, insignito dell’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica lo scorso ottobre dal capo dello Stato. Dalla Provincia di Venezia Serenissima Holding ha acquistato le quote di Autostrade Serenissima spa, nel cui consiglio di amministrazione siede Luigi Dal Borgo.

Cristina Genesin

 

Chiarotto sentito dal pm a Venezia

L’imprenditore provato e amareggiato si è detto ignaro, faceva tutto l’ingegnere

PADOVA Ieri mattina è toccato a Romeo Chiarotto comparire davanti al pm veneziano Stefano Ancilotto. Il patron della Mantovani, titolare della Serenissima Holding intorno a cui gravitano diverse aziende, non è indagato nella complessa inchiesta per frode fiscale che ha portato in carcere Piergiorgio Baita e soci. L’imprenditore di lungo corso, oggi ottantatreenne, è stato interrogato dalla Procura che sta cercando di capire se e in quale modo la famiglia Chiarotto sia coinvolta nel giro di false fatture. Ma anche dall’interrogatorio non è emerso alcun elemento che possa far ritenere agli investigatori che il proprietario della Mantovani fosse minimamente a conoscenza del disegno criminoso condotto da Baita con la “cartiera” di San Marino Bmc Broker e altre aziende fantasma nel Veneto e in altre regioni nate giusto per emettere le false fatture. Romeo Chiarotto, che non era assistito da alcun legale, in quanto appunto non indagato, ha nettamente preso le distanze da Baita. È parso provato. Ed è parso sincero al pm quando si è detto del tutto estraneo alla frode. Ciò potrebbe far pensare la famiglia Chiarotto come parte lesa nell’inchiesta: questo è il ruolo che più verosimilmente va profilandosi per Romeo Chiarotto. Ma sarà l’inchiesta a stabilirlo. La famiglia su Baita aveva piena fiducia. Gli aveva lasciato in mano la Mantovani, gli dava circa un milione di euro all’anno per quell’impiego. Gli affari andavano a gonfie vele. Ma il segreto del successo non era solo il talento di Piergiorgio Baita.

Elena Livieri

 

PROVINCIA DI PADOVA

Cessione della Brescia-Padova il Pd: «Bisogna fare chiarezza»

PADOVA – Il capogruppo Pd nel consiglio provinciale di Padova Fabio Rocco chiede che venga fatta luce sui rapporto tra la Mantovani e l’amministrazione provinciale. «Un anno fa» ricorda Rocco, «la Provincia di Padova vendeva la propria quota azionaria dell’autostrada Brescia Padova. Tutti ricordiamo la controversa vicenda che vide la Provincia guidata da Barbara Degani tergiversare per più di due anni sulla vendita, dimostrando molte incoerenze nel modo di procedere, al punto che la base d’asta iniziale per le azioni era di 740 euro l’una nel 2009 mentre si è finiti a venderle a 518 nel 2011. L’alienazione si è conclusa a trattativa privata, dopo tre aste pubbliche deserte. La Mantovani aveva presentato una manifestazione d’interesse all’acquisto e risultò essere l’acquirente delle azioni della Provincia. Mantovani è al centro di numerosi progetti del sistema autostradale veneto tra cui anche il Gra di Padova. Perciò auspichiamo che sia fatta rapidamente chiarezza sui rapporti con l’amministrazione provinciale: formalizzeremo a breve una interrogazione».(e.l.)

 

Mirco Voltazza, di Polverara, doveva finire in carcere per una condanna definitiva Indagato per frode fiscale, gli inquirenti lo cercano ma ha fatto perdere le sue tracce

PADOVA – Adesso spunta il “terzo uomo” nell’inchiesta sui fondi neri del colosso delle costruzioni Mantovani spa. È un ragioniere – come il responsabile amministrativo del gruppo Nicolò Buson attualmente in carcere – ex bancario e promotore finanziario, oggi imprenditore-faccendiere con entrature importanti al punto da vantare la “protezione” di un magistrato. Si tratta di Mirco Voltazza, 52 anni con residenza a Polverara nel Piovese, in provincia di Padova, nome già noto alle cronache giudiziarie, titolare della Servizi e Tecnologie Ambientali con sede a Marghera in viale Fratelli Bandiera. È ricercato e indagato. L’accusa contestata? Concorso in frode fiscale, in quanto sospettato di aver emesso fatture destinate a coprire operazioni inesistenti grazie alle quali Mantovani spa avrebbe costituito milioni di euro in fondi neri nel paradiso Sanmarinese. Come? Attraverso una o più società di cui è proprietario. Non solo. Voltazza rischia di diventare un personaggio-chiave nell’indagine coordinata dal pm veneziano Stefano Ancilotto, ora coadiuvato dal collega Stefano Buccini, e affidata agli uomini nel Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia e di Padova. Venerdì scorso i finanzieri si sono presentati nella villa colonica di Polverara, in via Argine sinistro 6, con un mandato di perquisizione: è l’abitazione dove Mirco Voltazza risiede da alcuni anni con la famiglia. Di lui, però, nessuna traccia. È sparito, volatilizzato, anche se lo stanno cercando in tanti e per motivi diversi. A suo carico c’è un’ordine di carcerazione disposto in seguito a una condanna a un anno e mezzo di reclusione, diventata definitiva dopo i tre gradi di giudizio. Alle spalle, il ragioniere ha precedenti per ricettazione, calunnia e peculato registrati nel suo certificato penale. Di guai ne ha già avuti, dunque. Eppure l’ingegnere Piergiorgio Baita, presidente di Mantovani spa, si fidava di Mirco Voltazza, ragioniere che aveva fiutato il business del settore ambientale. O almeno così sembrava tanto da nominarlo collaboratore del gruppo Mantovani spa per la costruzione e la successiva demolizione della piattaforma su cui sorgerà l’Expo 2015 di Milano: è quanto risulterebbe da un’informativa dell’Uepe, l’Ufficio esecuzione penale esterna del Ministero di Grazia e Giustizia al tribunale di Sorveglianza. Come mai un incarico di rilievo per un personaggio non certo lindo? Voltazza andava fiero di quella consulenza con il gruppo Mantovani. E lo raccontava. Ma, al di là dell’accusa di concorso in frode fiscale, una delle piste degli inquirenti è che Voltazza avesse la disponibilità di danaro per corrompere (o tentare di corrompere) uomini della Guardia di Finanza, funzionari dell’Agenzia delle Entrate e qualche magistrato. Insomma era l’uomo che avrebbe dovuto “sporcarsi” le mani per conto dei vertici del gruppo, molto agitato da mesi per essere nel mirino dell’autorità giudiziaria e fortemente preoccupato di essere informato sull’andamento dell’inchiesta che lo riguarda? Ed era davvero l’uomo con contatti importanti tanto da vantare la “protezione” di un magistrato? Aspetti non di poco conto visto che la fuga di notizie a vantaggio dei principali indagati (Baita e William Colombelli, titolare della Bmc Broker con sede a San Marino dove erano trasferiti i soldi grazie alle false fatturazioni) è frutto del lavoro di qualche “talpa”. Di sicuro erano stretti i rapporti fra il ragioniere Voltazza e Mantovani spa.

Cristina Genesin

 

Minutillo, verifiche sulla deposizione  

Dopo il lungo interrogatorio, la procura a caccia delle conferme documentali

VENEZIA – Sono stati avviati velocemente da parte dei finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova gli accertamenti sulle dichiarazioni rese nel lungo interrogatorio di martedì al pubblico ministero lagunare Stefano Ancilotto da Claudia Minutillo, arrestata per associazione a delinquere e frode fiscale in qualità di amministratore delegato di «Adria Infrastrutture» ma fino al 2005 segretaria dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan, ora deputato, e dell’assessore Renato Chisso. Quello che ha raccontato alla presenza del suo difensore, l’avvocato padovano Carlo Augenti, e registrato parola per parola è finito in un verbale secretato. Claudia Minutillo è in possesso di informazioni che ha accumulato nella sua lunga carriera di segretaria prima e di manager poi. A cambiar mestiere sarebbe stata costretta, otto anni fa, dall’intervento della compagna dell’allora presidente Galan. Un’esclusione che allora non deve aver digerito, ma era stata sistemata bene sotto il controllo di Piergiorgio Baita poi diventato presidente della «Mantovani spa», l’asso pigliatutto delle costruzioni venete. E in questa nuova veste ha accumulato altre informazioni: stando all’ordinanza di custodia cautelare, ad esempio, sarebbe stata spesso lei a ritirare i soldi accumulati a San Marino grazie alle fatture fasulle e a riportarli in Veneto.Circa otto milioni di euro, su 10, che sarebbero stati utilizzati per formare fondi neri all’estero. E Minutillo sa a chi è finito quel denaro, se siano state pagate tangenti o meno. Naturalmente, l’indagata potrebbe essersi limitata a riferire quello che sa della fatturazione fasulla, ma le oltre sei ore d’interrogatorio fanno ritenere che non si sia limitata semplicemente a confermare quello che gli inquirenti sanno già grazie alle prove raccolte con la verifica fiscale negli uffici della Mantovani a Padova, con le intercettazioni ambientali e telefoniche e grazie ai racconti di alcuni testimoni più disponibili di altri. Adesso, comunque, ai finanzieri tocca cercare i riscontri alle affermazioni dell’indagata. Intanto il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, ha inviato in procura l’elenco delle opere pubbliche realizzate in Comune dalla Mantovani, una mossa tesa a evitare ogni sospetto.

Giorgio Cecchetti

 

Oggi intervento del governatore in consiglio    

Il presidente della giunta regionale Luca Zaia sarà questa mattina in consiglio regionale per presentare il bilancio del 2013 ma anche per affrontare la bufera giudiziaria che si sta abbattendo sui vertici dell’impresa Mantovani e che sfiora anche Veneto strade. Il governatore parlerà in aula nella tarda mattinata e poi risponderà alle sollecitazioni delle opposizioni, contrarie alla commissione di indagine interna insediata ieri mattina dalla giunta regionale sull’inchiesta che sta facendo tremare i palazzi della politica veneta.

 

Zaia mobilita gli ispettori

Anche il Mose a rischio stop  

Un nucleo di tecnici esaminerà le fatture delle società partecipate dalla Regione

L’eventuale interdizione dalla PA bloccherebbe i cantieri del colosso costruzioni

VENEZIA «Se l’impianto accusatorio fosse confermato, non basterebbe l’indignazione, l’unica soluzione sarebbe il lanciafiamme. Io ho completa fiducia nei magistrati ma sento il dovere di agire»: Luca Zaia prova a sintonizzarsi con l’opinione pubblica nauseata dagli scandali e nomina un “Nucleo ispettivo interno” incaricato di esaminare la correttezza dei conti delle società a partecipazione regionale, a cominciare da Veneto Strade e Veneto Acque, le spa coinvolte nell’inchiesta sulla frode fiscale e i fondi neri che ha condotto in cella l’amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita. In proposito, il segretario della giunta, Mario Caramel, avverte: «La facoltà di contrattare con la pubblica amministrazione prevede requisiti di moralità, qualora l’autorità giudiziaria, come avvenuto in inchieste analoghe, applicasse un provvedimento di interdizione alla Mantovani, quest’ultima non potrebbe più essere interlocutore dell’ente Regione». Un’ipotesi – quella dell’interruzione dei rapporti – che avrebbe conseguenze pesanti, sia sul piano operativo (il colosso delle costruzioni è impegnato, ad esempio, nel completamento del Mose a Venezia) che sul fronte occupazionale. L’avvocato Caramel presiede il Nucleo costituito (con voto unanime) dall’esecutivo: gli altri “investigatori” sono i dirigenti di Palazzo Balbi Maurizio Gasparin, Daniela Palumbo, Maurizio Santone, Egidio Di Rienzo; a coordinare il pool sarà il segretario generale della programmazione Tiziano Baggio. Ma cosa dovrà accertare esattamente l’ispezione? «Ho chiesto un rapporto dettagliato sulle partecipate, con verifica documentale degli eventuali rapporti con soggetti che hanno sede all’estero, nonché sulla modalità di affidamento della fornitura di beni e servizi». Tradotto in lingua corrente: spulciare una montagna di fatture “sensibili” alla ricerca di documenti falsi. Compito oneroso – il Nucleo non dispone delle risorse e dei poteri propri della Guardia di Finanza – ma il governatore appare fiducioso: «Attendo risultati entro una decina di giorni al massimo». Si vedrà. Ulteriore zona d’ombra, i project financing, cioè il ricorso a capitali privati nelle opere pubbliche, con sospetti sulle cordate d’imprese pigliatutto… «La capacità d’indebitamento, pari a 4,3 miliardi, è stata esaurita dalle amministrazioni precedenti e ora il problema non si pone. Certo, alcuni project ereditati comportano interessi passivi fino al 12%, sono tassi assolutamente fuori mercato». C’è anche una lettera di Zaia agli uffici che invita a pubblicare sul web tutte le fatture saldate ma in tema di trasparenza l’opposizione obietta che un’indagine svolta da tecnici nominati dalla giunta non offre garanzie adeguate, perciò Pd e Idv sollecitano il consiglio a istituire una commissione “politica” d’inchiesta espressione di tutti i gruppi. «L’assemblea è sovrana, se emergerà questa esigenza sarò il primo ad aderire», conclude Zaia. Circostanza che rischia di complicare i rapporti con l’alleato Pdl: il partito di Giancarlo Galan vede la fatidica commissione come il fumo negli occhi.

Filippo Tosatto

 

L’ASSESSORE CHISSO UNICO A DIFENDERLO  

Vernizzi sul punto di lasciare: «Sono molto amareggiato»

VENEZIA – Più che amareggiato, deluso. Dopo trent’anni di carriera dentro agli uffici regionali fino alla poltrona di Segretario regionale alle infrastruture (e amministratore delegato di Veneto Strade), Silvano Vernizzi, rodigino di 59 anni, non se l’aspettava di essere lasciato completamente da solo. Ad eccezione di Renato Chisso, da sempre suo sodale, in questi giorni quasi tutti hanno dimenticato il suo numero di telefono. Qualcuno, come sempre succede in questi casi, dirà di non averlo mai conosciuto. Ingegnere, il presidente Zaia dice basta ai doppi incarichi: lei è contemporaneamente dirigente regionale delle Infrastrutture e amministratore di Veneto Strade. «È l’opinione del presidente. Faccia quel che vuole». Vi siete sentiti? «No». E con Chisso? «Con l’assessore sì, certo». Avvertiamo un filo di amarezza, nelle sue parole… «Non è esatto. Sono profondamente amareggiato». Pensava di ricevere un po’ di solidarietà? «La gratitudine non è di questo mondo, figuriamoci della politica». Sta pensando alle dimissioni? «Ancora non lo so, sto valutando cosa fare, ma non ho deciso nulla». A Palazzo Ferro Fini, nel pomeriggio, compare anche Renato Chisso, assessore ai traporti e alla mobilità. La faccia non è dei giorni migliori. Assessore, cosa pensa di questa inchiesta? «Lasciamo fare alla magistratura». Veneto Strade avrebbe pagato la Bmc di San Marino per alcune forniture di servizi. «Non ne so niente, Veneto Strade ha un suo consiglio di amministrazione. Ne fanno parte la Regione e le Province. Ho chiesto a Vernizzi e lui mi assicura che si tratta di servizi effettivamente resi. Non ho motivo di dubitarne». Perché Veneto Strade, società pubblica, partecipava a fiere di settore? «Era un problema di immagine e di presenza, il cda ha ritenuto di farlo e credo abbia fatto bene». Zaia dice basta ai doppi incarichi. «Vernizzi è l’uomo che ha fatto il Passante, quando abbiamo creato Veneto Strade abbiamo scelto il migliore. Il doppio incarico c’è per effetto di una legge regionale, approvata all’unanimità. Se qualcuno ha cambiato idea ne discuteremo». (d.f.)

 

Nuova Venezia – Inchiesta Baita

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5

mar

2013

Minutillo un fiume in piena parla per sei ore con il pm  

L’ex braccio destro del governatore Giancarlo Galan in Regione starebbe collaborando

Ha chiesto di vedere il magistrato, in procura da mezzogiorno al tardo pomeriggio

VENEZIA – Nuovo e lungo interrogatorio, ieri pomeriggio, per Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan e manager finita in manette per associazione a delinquere e frode fiscale. A sentirla, questa volta, è stato il pubblico ministero Stefano Ancillotto: un interrogatorio iniziato prima di mezzogiorno e finito soltanto nel tardo pomeriggio. Naturalmente c’era il suo difensore, l’avvocato Carlo Augenti: presumibilmente era stato lui a chiedere il colloquio con il magistrato che coordina le indagini e che, però, non è più l’unico. A lui, infatti, da qualche giorno, si è affiancato il collega Stefano Buccini, che ha invece partecipato all’interrogatorio, nel carcere di Treviso, di Nicolò Buson, il ragioniere della «Mantovani spa». Sia il rappresentante dell’accusa sia il difensore, ieri sera, non solo non hanno rilasciato alcuna dichiarazione, ma nemmeno hanno voluto confermare la presenza della Minutillo in Procura, ma che l’amministratore delegato di «Adria Infrastrutture» sia arrivata negli uffici di Piazzale Roma nella tarda mattinata e ne sia uscita soltanto dopo le 18 è certo. Lo stesso è avvenuto per il suo avvocato. È probabile che, a questo punto, il lungo verbale sarà secretato e non sarà facile capire che cosa ha raccontato Claudia Minutillo. Certo che non deve aver scomodato il pubblico ministero, il difensore, gli agenti di custodia semplicemente per ripetere ciò che aveva già detto sabato al giudice Alberto Scaramuzza, colui che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. In quel primo interrogatorio, la manager si era difesa, confermando che aveva saputo dell’esistenza delle fatture fasulle emesse dalla «Bmc Broker di San Marino», ma aveva aggiunto che era Piergiorgio Baita ad essersene occupato, inoltre, ha sostenuto che William Colombelli, con cui aveva avuto una relazione, lo ha lasciato non appena ha capito che la stava usando. Insomma, ha cercato di sminuire il suo ruolo. Evidentemente, i quattro giorni di carcere – seppure quello femminile della Giudecca non sia sicuramente il peggiore d’Italia – l’hanno convinta ad aggiungere altro o, più probabilmente, a cambiare versione, visto che le prove e le testimonianze contro di lei sono schiaccianti. Ci sono le intercettazioni telefoniche chiarissime che la «incastrano» e ci sono i racconti della dipendente di Colombelli, degli impiegati dell’istituto di credito di San Marino e di altri, i quali hanno riferito agli investigatori della Guardia di finanza che era di casa a San Marino, sia nella sede della «Bmc Broker» sia nella banca, dove ritirava i soldi creati con le fatture fasulle per portarli in Veneto, circa 8 dei dieci milioni che sono andati a formare i fondi neri. E di quel deposito di denaro clandestino all’estero presumibilmente lei sa molto, come conosce numerosi particolari degli affari di Baita. Non solo. Per anni è stata depositaria dei segreti – in qualità di segretaria, anzi, di consigliera – dell’ex presidente della Regione Veneto, ora entrato in Parlamento, Giancarlo Galan, e prima dell’assessore regionale Renato Chisso, che anche ora siede nella giunta di Luca Zaia. Che cosa ha raccontato ieri al pubblico ministero veneziano Claudia Minutillo? Per ora, ma probabilmente ancora per qualche settimana, sarà difficile saperlo. Anche perché i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova, ora coordinati non più da uno bensì da due pubblici ministeri, dovranno compiere accertamenti, cercare riscontri e prove sulla base di ciò che l’indagata ha riferito. E la conferma di tutto questo arriverà presto: probabile che nel giro di alcuni giorni, infatti, Claudia Minutillo possa tornare a casa sua, a Mestre, agli arresti domiciliari, ritenendo il rappresentante dell’accusa e il giudice delle indagini preliminari che non via siano più le esigenze cautelari che aveva convinto entrambi a farla rinchiudere in una cella, in particolare la possibilità che inquini le prove. Non è escluso che nei prossimi giorni anche il ragioniere della Mantovani Nicolò Buson, difeso dall’avvocato Flavia Fois, chieda di essere sentito dal pubblico ministero. Ma, pur avendo avuto un ruolo importante – almeno stando alle accuse – per quanto riguarda la formazione dei dieci milioni di fatture false, il suo ruolo è stato sicuramente meno centrale di quello di Minutillo, in particolare nei rapporti con esponenti politici e della pubblica amministrazione.

Giorgio Cecchetti

 

Baita e Buson fanno scena muta  

I legali degli arrestati sollevano la questione di competenza dei pm di Venezia     

VENEZIA – Sia il presidente della «Mantovani spa», il veneziano Piergiorgio Baita, sia il ragioniere della stessa società, il padovano Nicolò Buson, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Sono accusati di associazione a delinquere e frode fiscale per dieci milioni di euro. Ieri, interrogati per rogatoria il primo dal giudice di Belluno, il secondo da quello di Treviso, città nelle cui carceri sono rinchiusi da 5 giorni, hanno deciso di tacere, un diritto per tutti gli indagati. Difesi dagli avvocati Paola Rubini e Piero Longo il primo e dall’avvocato Fulvia Fois il secondo, presumibilmente chiederanno di essere sentiti dopo che i loro difensori avranno letto i venti faldoni di carte raccolti dal pubblico ministero Stefano Ancilotto con le indagini dei finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova. Nel frattempo, l’avvocato Fois ha chiesto che Buson esca dal carcere e venga messo agli arresti domiciliari: a decidere toccherà al giudice veneziano Alberto Scaramuzza. «Al giudice», ha detto, «mi sono rivolta dopo l’interrogatorio perché per noi è evidente che, anche se i fatti fossero confermati, il ruolo di Buson é marginale; inoltre non c’é il rischio di inquinamento delle prove o di fuga». Mentre l’avvocato Rubini, per conto di Baita, per il quale ha già presentato ricorso ai giudici del riesame chiedendo tra l’altro anche il dissequestro dei beni del presidente della Mantovani, solleverà pure la questione di competenza. Secondo il legale padovano, infatti, competente a indagare sarebbe la Procura di Padova, dove ha sede amministrativa la grande azienda di costruzioni. L’avvocato Rubini ha avuto un lungo colloquio con il proprio assistito: «È tranquillo» ha sostenuto, «sereno e molto determinato, pur sapendo che quella che lo attende non sarà una passeggiata». Baita «sta studiando l’ordinanza del giudice»,ha aggiunto, «per prepararsi ad un eventuale interrogatorio del pm». All’interrogatorio di Buson era presente anche il pubblico ministero veneziano Stefano Buccini, il quale a qualche giorno collabora con il collega Ancilotto, visto che l’inchiesta si sta estendendo. Già venerdì scorso, comunque, il nuovo pm ha partecipato ad una riunione alla quale c’erano, oltre ai due magistrati, gli investigatori della Guardia di finanza di Venezia e Padova.

Giorgio Cecchetti

 

Intercettazioni sulle talpe

«Vogliono ancora soldi»  

Pesanti sospetti nelle carte dell’inchiesta e nell’ordinanza degli arresti da appurare possibili azioni di favoreggiamento da parte di apparati pubblici     

VENEZIA – Un’inchiesta che può dimostrarsi devastante per il potere politico economico del Veneto. Se ne rende conto subito Piergiorgio Baita quando scopre che la Guardia di Finanza di Padova ha interrogato Vanessa Renzi, la segretaria della BMC Broker. E in quel momento, è la primavera dello scorso anno, inizia a mettere in campo tutte le sue amicizie per conoscere che cosa ha scoperto la Finanza e per inquinare l’indagine. Un aspetto inquietante che getta ombre su apparati dello Stato. Gli investigatori se ne rendono conto quando ritrovano, nel maggio 2012, i file delle registrazioni che William Colombelli ha fatto dei vari di incontri avvenuti tra lui e Baita e Claudia Minutillo. È il 27 aprile dello scorso anno e i due si trovano al Forte Agip di Marghera est, parlano del fatto che la segretaria Renzi dovrà essere sentita a breve dai finanzieri. Conoscono però il verbale del primo interrogatorio avvenuto in gennaio. Dice Baita: «…cosa vuoi che ti dica? L’hai letto anche tu il verbale». Agli investigatori della Guardia di Finanza appare strano che i due abbiano letto il verbale. Infatti si tratta di un verbale redatto in sole due copie: una depositata in Procura a Padova e l’altra trattenuta dalla Guardia di Finanza. In sostanza i finanzieri si rendono conto che qualcuno sta cercando di inquinare le prove e ci sono state fughe di notizie, talpe insomma. In Procura a Padova o alla Guardia di Finanza. Proseguendo nel dialogo, Baita e Colombelli discutono sia su verifiche fatte alla Mantovani che al Consorzio Venezia Nuova. Cercano di capire chi ha firmato i verbali di chiusura verifica. Vogliono capire se quella che è in corso alla Mantovani è una normale verifica. Infatti si sono insospettiti per un nuovo interrogatorio di Vanessa Renzi. Colombelli dice: «Se la tengono dentro altre quattro ore, come al solito?». Risponde Baita: «Vuol dire che c’è qualche cosa che non funziona e allora vuol dire che dovremmo… che chi ci sta seguendo l’operazione non ci dice le cose giuste». E ancora Baita che dice all’altro: «…in questo momento ho fatto delle verifiche e non ci sono delle posizioni aperte…il verbale lo hai visto anche tu, i miei amici dicono: ma guarda, lasciateli lavorare, ci sono delle procedure per chiudere le operazioni». E la risposta di Colombelli è eloquente: «Il mio problema era: cazzo capire chi ha firmato per dire se era uno dei tuoi, uno dei tuoi per dire che cazzo stai facendo… e il nostro uomo, oltrettutto, non c’è neanche di servizio». Successivamente, quando i due se ne vanno, durante il viaggio si messaggiano. Colombelli a Baita: «I nostri dicono: la signora, e BMC, nuova». Come dire c’è un nuovo interrogatorio di Renzi sulla Bmc. Colombelli quando Baita gli risponde che non sa cosa fare gli invia questo sms: «È strano che non t’abbia detto nulla, perché parte sempre da Padova». Nuovo incontro a Marghera tra Baita e Colombelli. I due parlano dell’interrogatorio dell’impiegata della BMC, Colombelli spiega al presidente di Mantovani che se non vi fosse stato il suo avvocato fuori dalla porta dell’ufficio Renzi «sarebbe stata rovesciata come un calzino». Secondo Baita la Finanza ha degli indizi ma non prove su dove sono finiti i soldi recuperati con le fatture false. E l’altro riferendosi al maresciallo che ha interrogato la donna sostiene: «…son contento su questa cosa, però il problema è, da come l’ha gestita lui, sembra il bambino che non ha ricevuto la fetta di torta…a me sembra il contrario delle notizie, magari qualcuno l’ha tenuto fuori perché è maresciallo…abbiamo visto che non c’era nessun movimento sul computerone, zero assoluto, poi questo mi ha chiamato da Milano e mi ha detto: chiamami da fisso e mi ha chiesto dei soldi… so delle cose…non si sa se un altro filone…io non posso permettermelo questo qua di Milano, dell’Agenzia delle Entrate di Milano che è un generale…è la terza volta che gli do dei soldi…mi ha chiesto ancora soldi per avere informazioni ancora da Padova».

Carlo Mion

 

Dolore per Chiarotto e i lavoratori 

L’ingegnere in carcere spera che non ci siano problemi per i 600 dipendenti    

BELLUNO – Prima dell’interrogatorio di ieri l’avvocato Paola Rubini ha incontrato il suo cliente Piergiorgio Baita, sabato quando gli ha fatto visita nel carcere di Belluno. Se ieri il presidente di Mantovani si è mostrato sereno, sabato si è commosso. Piergiorgio Baita non si è mostrato tanto preoccupato per se stesso ma per i famigliari e l’azienda. Nominando la moglie e la Mantovani si è pure commosso. Si è trattato di un breve colloquio che solitamente gli avvocati di fiducia fanno con i propri clienti, prima dell’interrogatorio di garanzia e che serve per verificare le condizioni di salute della persona carcerata e capire quale sia la linea difensiva più adeguata da tenere durante l’udienza di convalida dell’arresto. Quasi sempre l’imputato sceglie di avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto la difesa conosce ben poco dei documenti dell’accusa che si trovano nel fascicolo d’indagine. Piergiorgio Baita il carcere lo ha conosciuto negli anni Novanta. Accusato di aver pagato tangenti venne poi assolto. Per uscire di carcere aveva collaborato con gli investigatori che cercavano i politici corrotti. Fece il nome di Mosole, l’imprenditore trevigiano re della ghiaia finito pure lui in galera. Al suo avvocato, sabato, ha chiesto come i giornali e la televisioni hanno trattato la notizia e se continuano a scrivere della vicenda. Non sembra preoccupato per se stesso e per quanto gli potrà succedere. Forse si rende conto che ha ben poche vie per evitare un’eventuale condanna. È preoccupato invece per l’azienda e sulle ripercussioni che potrà avere per i guai giudiziari che sta avendo. Si è mostrato dispiaciuto per la famiglia Chiarotto che controlla la “Mantovani Spa” di cui lui è presidente. E poi si è commosso parlando dei 600 dipendenti della società. Si augura che la vicenda non crei problemi per i posti di lavoro di queste persone. Un pensiero particolare anche per la moglie. Ha chiesto all’avvocato come sta e anche nominando la donna si è commosso. poi per il resto non ha detto altro. C’è da immaginare che abbia letto e riletto più volte l’ordinanza che lo ha portato in carcere. Ordinanza che riporta le intercettazioni fatte dal “socio” Colombelli. Un elemento che si può definire uno dei pilastri dell’accusa. Quindi l’interrogatorio di ieri e la speranza che il procedimento venga portato a Padova come chiede l’avvocato Rubini. Carlo Mion

Scontro sulla commissione d’inchiesta  

Il Pd si oppone all’iniziativa di Zaia («Non può essere nominata dalla giunta») e chiede la sospensione dei project in cantiere  

VENEZIA – Domani il consiglio regionale inizierà l’esame del bilancio e della legge finanziaria 2013 ma sui lavori dell’assemblea incombe, come un macigno, la bufera giudiziaria sugli appalti delle grandi opere del Veneto nell’ultimo decennio. Frode fiscale, fondi neri, sospetti di tangenti, ipotesi di collusioni politiche… «Prima di aprire la discussione, chiediamo che il presidente della Regione si presenti in aula per relazionare sulla situazione emersa dopo gli arresti della scorsa settimana», è l’invito che il Pd rivolge a Luca Zaia per voce del capogruppo Lucio Tiozzo e del vicepresidente del consiglio Franco Bonfante. Il governatore leghista, per parte sua, ha annunciato il varo di una commissione d’inchiesta “tecnico-amministrativa” da parte della giunta ma l’iniziativa non convince affatto i democratici: «È ridicolo, si tratterebbe di un organismo espressione di una sola parte, quella politicamente vicina al sistema degli appalti. Trasparenza impone che la commissione sia nominata dall’assemblea e rappresenti tutti i gruppi, la magistratura faccia il suo lavoro, noi non siamo un tribunale ma sul terreno amministrativo dobbiamo fare il nostro». La circostanza promette di innescare un duro scontro tra maggioranza e opposizione. Il partito di Giancarlo Galan, presidente del Veneto nel periodo al centro delle indagini – ha anticipato il “no” all’istituzione della commissione inquirente: «Mi fido della Procura di Venezia e della Guardia di Finanza», commenta lo speaker del Pdl Dario Bond «lasciamole lavorare senza cercare palcoscenici»; e lo stesso Zaia fa sapere che il suo intervento in aula riguarderà esclusivamente il bilancio «nel rispetto delle competenze della magistratura, cui offriamo la nostra totale collaborazione». Il partito democratico, però, non desiste. E rilancia su un tema cruciale, quello dei project financing, la finanza di progetto che combina capitali pubblici e privati, con prevalenza di questi ultimi, “ripagati” attraverso concessioni e servizi in esclusiva. Ecco, un ordine del giorno del gruppo proporrà la sospensione e la verifica di tutte le opere in project financing ancora non avviate: «Questo per passare al setaccio ogni procedura e spazzare via ogni elemento di dubbio che possa ricollegarsi all’inchiesta in corso», ribadiscono Tiozzo e Bonfante «siamo di fronte a fatti di enorme gravità che inevitabilmente hanno effetti a cascata sulla prosecuzione di opere pubbliche, sugli equilibri delle società partecipate e sugli assetti finanziari regionali». Il consigliere Stefano Fracasso rincara e attacca i criteri di adozione del project: «Non contestiamo lo strumento in sé ma l’uso che ne è stato fatto, rivelatosi fallimentare. Nessuna concorrenza, cordate precostituite, sempre le stesse, zero rischio d’impresa ma un utile garantito in partenza variante tra il 7 e il 15%, largamente superiore al mercato. L’impressione è che spesso sia stata capovolta l’ottica: i project non erano funzionali a realizzare di opere necessarie, viceversa lavori venivano ideati e appaltati per consentire alle cordate di arricchirsi». Corollario: indebitamenti di lungo periodo per le casse regionali, oneri ulteriori per il cittadino (tipico l’esempio delle superstrade a pedaggio che subentrano alle arterie gratuite precedenti) e utilità assai dubbia delle grandi opere viabilistiche alla luce della riduzione di traffico provocata dalla recessione. Infine, l’urgenza di prevenire conflitti d’interesse. Uno per tutti, il segretario generale dei Lavori pubblici, Silvano Vernizzi, tuttora amministratore delegato di Veneto Strade: «Non può più essere controllore e controllato», è la conclusione dei democratici.

Filippo Tosatto

 

FINANZA DI PROGETTO  – Nuovi appalti dalle grandi strade alla sanità

Tra le opere di viabilità in project financing in cantiere figurano la Nogara-Mare destinata ad affiancarsi alla Transpolesana; la superstrada Valsugana a quattro corsie che collegherà il Veneto a Trento; il circuito Tangenziali venete che unirà Padova, Vicenza e Verona costituendo una seconda autostrada parallela alla Serenissima; la strada regionale Monselice-Legnago. Sul fronte della sanità, invece, giacciono i progetti riguardanti Verona (reparto materno infantile di Borgo Trento e ristrutturazione di Borgo Roma) nonché il centro protonico di Mestre.

 

ASSESSORE e sindacati 

Chisso: ben venga l’indagine del pm

Mantovani: rischi per l’occupazione

VENEZIA «Mi pare ci sia un’inchiesta in corso, ben venga, attendiamo il suo iter. Sul piano amministrativo condivido in pieno l’idea della commissione d’indagine del presidente Zaia. Veneto Strade? È una società e risponderà del suo operato, come tutti: parole dell’assessore veneto alla mobilità e alle infrastrutture Renato Chisso, pidiellino e galaniano. Sul fronte politico, il capogruppo di Italia dei Valori, Antonino Pipitone, ha inviato al presidente dell’assemblea regionale, Clodovaldo Ruffato, una lettera dove definisce «Non solo auspicabile, ma obbligatoria, la presenza in aula dei i vertici della Regione, e in primis del governatore Zaia, per spiegare cosa sta succedendo». Un’interpellenza parlamentare sulla vicenda è annunciata dal neo-deputato di Sel Giulio Marcon: «Dal giro di fatture false finalizzare alla costituzione di fondi emerge l’esistenza di un sistema politico-affaristico». Nuova bordata, da Strasburgo, dell’europarlamentare vicentino del Pdl Sergio Berlato, nemico acerrimo di Galan e dei vertici veneti del partito che l’hanno accusato di falsi tesseramenti: «Sospetto che dietro la costruzione di grandi opere ci sia una perversa organizzazione malavitosa mirante a garantire proventi illeciti a soggetti privati e in particolare ad alcuni politici». Ma i guai del gruppo Mantovani, il maggiore nelle costruzioni in Veneto, preoccupa anche i sindacati degli edili, che ieri – nella sede della società di via Belgio, in zona industriale a Padova – hanno sollecitato un incontro all’azienda per fare chiarezza sul futuro occupazionale dei 600 dipendenti, che salgono a 1300 con l’indotto: «Ci sono contratti in essere, temiamo contraccolpi per i lavoratori, chiediamo garanzie precise alla proprietà», fanno sapere Giancarlo Tosatto e Marino Berto.

 

Comunicato stampa

Il malaffare veneto che ruota attorno alle infrastrutture e alla filiera asfalto-cemento, denunciato da anni di proteste, è sotto al naso di tutti. Date, nomi, composizioni societarie, scatole cinesi e intrecci saltano agli occhi anche dei profani. E il filo rosso che si sta dipanando porta alla galassia societaria che orbita attorno alla Regione.

2,1 milioni di euro è la cifra contestata a Veneto Strade Spa per fatture false emesse da BMC Brokers, nell’ambito dell’inchiesta “Chalet” che ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani Spa.

2,1 milioni di euro che Veneto Strade (partecipata al 70% tra Regione e Province venete), per bocca del suo amministratore delegato Silvano Vernizzi, avrebbe speso per stand, fiere e affini. Un’uscita di cassa a dir poco vergognosa, sia per importo che per destinazione di spesa.

Parlare di Veneto Strade e di Vernizzi significa toccare il braccio operativo della Regione sul fronte delle infrastrutture stradali voluto dal tandem Galan-Chisso. Tanto più che i vertici di Veneto Strade ricoprono un doppio ruolo anche in Regione sui medesimi temi: Silvano Vernizzi è infatti anche segretario regionale per le Infrastrutture e commissario al Passante e alla Pedemontana.

Tutto questo mentre si continuano a “spremere” e vessare i cittadini; mentre la Regione, per mezzo di CAV, da mesi sta minacciando aumenti spropositati dei pedaggi autostradali sulla tratta Padova Mestre; mentre si dirottano i finanziamenti ai servizi e ai trasporti pubblici verso colossi privati che li utilizzano non solo per cementificare il territorio ma anche per corrompere e influenzare la politica.

Riteniamo che sia ora e tempo che questi figuri abbiano almeno la dignità e il tempismo di dimettersi, prima di essere travolti dalla mannaia della giustizia.

Parafrasando il titolo della nota canzone di Branduardi, chissà non sia davvero l’inizio della fine della fiera, dell’assurda ventennale orgia del malaffare veneto legato alle infrastrutture e all’urbanizzazione selvaggia…. in quel caso si partiva dal minuscolo topolino per finire, a catena, con un castigo divino. Chissà.

 

Gli attivisti chiedono che l’Ad dell’azienda pubblica, Silvano Vernizzi, rimetta il suo mandato: “Spremono i cittadini con i pedaggi, cementificano ovunque e fanno sparire soldi per le tangenti.

Ammonterebbe a “2,1 milioni di euro è la cifra contestata a Veneto Strade Spa per fatture false emesse da Bmc Brokers, nell’ambito dell’inchiesta Chalet che ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani Spa. Soldi che Veneto Strade (partecipata al 70% tra Regione e Province venete), per bocca del suo amministratore delegato Silvano Vernizzi, avrebbe speso per stand, fiere e affini“. A far scendere il carico sulla vicenda Mantovani sono gli attivisti di Opzione Zero, l’associazione veneziana ex promotrice dei Cat-Comitati ambiente e territorio.

“Parlare di Veneto Strade e di Vernizzi – spiega una nota di Opzione Zero – significa toccare il braccio operativo della Regione sul fronte delle infrastrutture stradali voluto dal tandem Galan-Chisso. Tanto più che i vertici di Veneto Strade ricoprono un doppio ruolo anche in Regione sui medesimi temi: Silvano Vernizzi è infatti anche segretario regionale per le Infrastrutture e commissario al Passante e alla Pedemontana. Tutto questo mentre si continuano a ‘spremere’ e vessare i cittadini: mentre la Regione, per mezzo di Cav, da mesi sta minacciando aumenti spropositati dei pedaggi autostradali sulla tratta Padova Mestre; mentre si dirottano i finanziamenti ai servizi e ai trasporti pubblici verso colossi privati che li utilizzano non solo per cementificare il territorio ma anche per corrompere e influenzare la politica“.

Conclude Opzione Zero: “Riteniamo che sia ora e tempo che abbiano almeno la dignità e il tempismo di dimettersi, prima di essere travolti dalla mannaia della giustizia”.

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Nuova Venezia – “Dalla Bmc fatture false per tutti”

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4

mar

2013

La superteste svela il grande sistema. Le dichiarazioni della segretaria della Bmc. La società di San Marino “serviva” molte società venete: così creavano fondi neri. A chi servivano? Oggi Baita e Buson saranno interrogati dal pm.

VENEZIA – Oltre ad abbattere i ricavi per pagare meno tasse, a cosa serviva il giro di fatture false con connessi fondi neri portato alla luce dalla guardia di finanza? Difficilmente Piergiorgio Baita, difeso dagli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, nell’interrogatorio fissato per oggi risponderà alle domande del pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, che ha coordinato l’indagine che ha portato all’arresto, oltre che dell’amministratore delegato 64enne della Mantovani, anche di Claudia Minutillo, 48 anni, già segretaria di Galan e amministratore delegato di Adria Infrastrutture, di Wiliam Colombelli, 49 anni, console di San Marino ora sospeso, e presidente della Bmc Broker di San Marino, sospettata di essere la società cartiera, e infine di Nicolò Buson, 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani, tutti accusati di associazione per delinquere e frode fiscale. Anche Buson, come Baita, sarà interrogato oggi. È l’uomo su cui punta l’accusa per ottenere nuovi riscontri al meccanismo ricostruito dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia e Padova, e che vedeva la Bmc, dopo il pagamento della fattura, restituire alla società l’80% – tramite la Minutillo, che era intestataria di due conti correnti, ma poteva operare su quattro – per trattenere per sé, a titolo di provvigione, il 20%. Il Gip Alberto Scaramuzza, nell’ordinanza di custodia cautelare, sottolinea «l’esistenza di un’attività sistematica di falsificazione della documentazione necessaria a far risultare una partecipazione della Broker alle attività di progettazione in realtà da parte della Broker inesistenti». Ma l’indagine della Guardia di Finanza sta cercando di fare chiarezza anche sui versamenti fatti da altre società alla Broker di San Marino, tra le quali Veneto Strade (2,1 milioni di euro in sette anni per eventi fieristici) la società pubblica braccio operativo dell’assessorato regionale alla Mobilità guidato da Renato Chisso, che già ha salutato con favore l’apertura,domani, di una commissione d’inchiesta regionale. In un passaggio dell’ordinanza, la teste principale dell’inchiesta, Vanessa Renzi, segretaria di Colombelli, spiega: «Voglio precisare che quanto ho detto con riferimento alla Mantovani e alla Adria infrastrutture vale anche per tutte le altre società ovvero Consorzio Venezia Nuova, Thetis, Palomar, Dolomiti rocce, Veneto strade, Veneto acque, Passante di Mestre. Il mio riferimento specifico alla Mantovani deriva dal fatto che è il maggior “cliente” di Bmc. In pratica le fatture emesse nei confronti di ciascuna di queste società sono relative ad operazioni inesistenti e a fittizie consulenze in realtà mai poste in essere». La Guardia di Finanza sta anche cercando di capire anche di quali protezioni godesse Baita, che come emerge dalle intercettazioni era a conoscenza di una verifica fiscale sui conti della società e stava lavorando per depistare i finanzieri, ad esempio ritoccando documenti fiscali.

Francesco Furlan

 

I NUMERI

4 Le persone arrestate per associazione a delinquere e frode fiscale. Sono Piergiorgio Baita, 64 anni, ad della Mantovani; Claudia Minutillo, 48, già segretaria di Galan e ad di Adria infrastrutture; Wiliam Colombelli, 49, presidente della Bmc Broker; Nicolò Buson, 56, direttore amministrativo della Mantovani.

10 L’ammontare, in milioni di euro, delle 50 fatture false emesse dalla Bmc Broker sui quali sta cercando di fare chiarezza la Finanza.

20 I faldoni di carte raccolti dall’accusa per provare il sistema di false fatturazioni che vedrebbe al vertice dell’organizzazione Piergiorgio Baita.

 

Vernizzi sotto la lente dei grillini

«Troppi conflitti di interesse»

Un conflitto di interessi grande come una casa. Può la stessa persona essere commissario straordinario per la realizzazione di un’opera stradale, ma anche amministratore delegato della società che realizza l’opera e la massima autorità regionale da cui dipendono permessi e autorizzazioni paesaggistiche? Il Movimento Cinquestelle va all’attacco di Silvano Vernizzi, potente direttore regionale delle Infrastrutture e della Direzione Ambiente e territorio dell’assessorato guidato da Renato Chisso, per ora soltanto sfiorato dall’inchiesta sulle fatture false che sarebbero state emesse dalla Mantovani e da Adria Infrastrutture. Una mozione da presentare in Consiglio comunale, un’interrogazione in Regione e un esposto alla Procura e alla Corte dei Conti. Cinque fogli fitti di dati e riferimenti di legge, firmati dal consigliere comunale del Movimento dei Grillini, Gianluigi Placella, frutto del lavoro di équipe della “task force urbanistica” guidata da Davide Scano. Secondo i Cinquestelle non si tratta soltanto di una teoria. Ma il “conflitto di interessi”di Vernizzi avrebbe provocato negli ultimi anni effetti e conseguenze negative sulla città e sul suo territorio. I Cinquestelle contestano la nomina di Vernizzi (approvata dalla giunta regionale il 21 dicembre del 2010) ad Autorità competente per la Valutazione di Incidenza ambientale (Vinca) e coordinatore del Comitato tecnico per l’attuazione dell’intesa tra Regione e ministero dei Beni culturali in materia di paesaggio. Oltre che, prosegue l’esposto, “relativamente alla più estesa attribuzione delle competenze in materia tutela dell’ambiente e del paesaggio al segretario regionale per le infrastrutture. È sempre alla stessa persona, scrivono i grillini, che vengono affidate le valutazioni ambientali dei progetti spesso opera della struttura regionale che le ha progettate. Vernizzi, scrive il consigliere Placella, è stato nominato commissario per la realizzazione del Passante di Mestre e adesso della Pedemontana veneta – opere, come la gran parte di sottopassi e raccordi stradali, realizzate dalla Mantovani di Baita – ma è anche amministratore di una società per azioni “la cui operatività resta subordinata alle procedure autorizzatorie delle strutture regionali gerarchicamente subordinate al Segretario medesimo. Sempre a lui fanno capo tutte le strutture regionali per la gestione della tutela ambientale, del paesaggio e della pianificazione del territorio”. I Cinquestelle chiedono un controllo a tappeto su tutti gli atti firmati negli ultimi anni da Vernizzi. Chiedono anche al sindaco Giorgio Orsoni “di metter fine a questa situazione di conflitto di interessi che ha avuto riflessi negativi sulla gestione del territorio”.

Alberto Vitucci

 

Dal Libro “I padroni del Veneto”

Il partito degli affari per gli appalti

Miliardi di euro di lavori pubblici: in mano ai soliti noti

Dal recentissimo libro di Renzo Mazzaro “I padroni del Veneto”, edito da Laterza, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo parte del capitolo “Dove scorrono i soldi”. di Renzo Mazzaro C’è un partito degli affari che controlla gli appalti pubblici indirizzandoli verso i soliti noti? La questione tiene banco per tutto il decennio 2000-2010. Ci sono gli affari, questo è certo. E sono tanti. Un mare di soldi pubblici scorre nel Veneto: solo dal 2006 al 2009 si stima che il mercato delle opere pubbliche regionali valga 2,5 miliardi di euro. Escludendo il Mose, finanziato dallo Stato per oltre 4 miliardi di euro. Escludendo il Passante di Mestre, finanziato a metà fra Stato e Regione, partito con un costo di 650 milioni e arrivato al saldo con 986,4 più Iva. Escluse le Ferrovie, che spendono 2 miliardi per l’Alta Velocità tra Padova e Mestre, unico tratto realizzato; per i collegamenti Verona-Padova e Venezia-Friuli, di là da venire, saranno necessari altri 10 miliardi. Escludendo strade, autostrade, porti e aeroporti: solo Veneto Strade spa, che ha ereditato patrimonio e competenze dall’Anas, ha da spendere nei tre anni un miliardo di euro. In questo mare di soldi pubblici navigano pochi operatori privati. Tutti gli altri stanno sulle rive a guardare. I vincitori delle gare sono un numero ristretto di aziende che da sole o in associazione di impresa (Ati) si assicurano le commesse con una frequenza sistematica. Gli appalti variano ma i nomi si ripetono. Contano indubbiamente le capacità, bisognerà mettere nel conto le versioni denigratorie prodotte dall’invidia per il successo altrui. Ma il fatto è sotto gli occhi di tutti: c’è un monopolio che non si spiega con assenza di concorrenza. Nasce da qui il sospetto che il vantaggio acquisito sia frutto non di merito ma di favore. Un privilegio di pochi costruito con i soldi di tutti. Chi parla per primo di un partito degli affari è Massimo Carraro che nel giugno del 2000, da parlamentare europeo dei Ds, pone la questione del finanziamento della campagna elettorale vinta dal presidente Giancarlo Galan contro Massimo Cacciari, candidato del centrosinistra. Andando alla ricerca di chi ha sborsato i soldi per la campagna elettorale di Galan, Massimo Carraro cita Enrico Marchi e Giuseppe Stefanel, imprenditori impegnati in una grossa operazione immobiliare a Padova Est, la cosiddetta lottizzazione Ikea. Chiede loro di chiarire pubblicamente «se siano stati, magari a mezzo di loro società, generosi finanziatori della campagna elettorale di Forza Italia». Si becca una querela, non dai due ma da Giancarlo Galan, benché il presidente abbia appena confidato in una cena con gli eletti di Forza Italia – sui colli Berici, ad Arcugnano, la settimana prima – di aver speso 3 miliardi di lire raccolti anche attraverso sostenitori. A corredo della denuncia, l’avvocato di Galan produce una montagna di documenti sulla base dei quali, sorpresa, il pm padovano Antonino Cappelleri non indaga Massimo Carraro bensì il sindaco di Padova Giustina Mistrello Destro e l’assessore Tommaso Riccoboni, entrambi di Forza Italia. Il contraccolpo è notevole, la procura si trova al centro di reazioni eccellenti. L’indagine prosegue ma non emergono elementi di rilevanza penale. Cappelleri passa all’ufficio di sorveglianza e il pm Matteo Stuccilli, che gli succede, finisce per archiviare. La lottizzazione non subisce rallentamenti. Nel mercato delle opere pubbliche venete si incontrano ad ogni piè sospinto lo studio di progettazione Altieri, la Mantovani Costruzioni e la Gemmo Impianti. «È un “giro stretto” che funziona a tenaglia e fa man bassa di lavori pubblici, garantendosi gli appalti perfino quando presenta offerte meno vantaggiose dei concorrenti. Questa rete è talmente fitta e potente che chi è fuori rischia di non lavorare più, perché gli appalti hanno scadenze fino a 9 anni, rinnovabili per altri 9. L’armata diventa invincibile adottando la formula del project financing, sperimentata per la prima volta con la costruzione del nuovo Ospedale all’Angelo di Mestre e della Banca degli Occhi, un affare da 254,7 milioni di euro Iva compresa, di cui 134,6 di contributo pubblico e 120,1 anticipati dai privati. Mestre è solo l’assaggio. Dal 2006 in poi il project dilaga. In una lettera al ministro Corrado Passera appena insediato, l’assessore Renato Chisso parla di «investimenti messi in campo per 11 miliardi e 800 milioni di euro di risorse private, a fronte di un intervento pubblico di 1 miliardo di euro, meno del 10 per cento del valore totale». Da notare che la documentazione per un project della dimensione di quelli che seguono ha un costo di centinaia di migliaia di euro. Presentarsi e non vincere, vuol dire subire un salasso. Presentarsi diverse volte senza mai vincere, vuol dire dissanguarsi. La galassia Galan. Questa diramazione tentacolare di cantieri, che asfaltano e cementificano per terra e per mare, è al comando di poche persone. L’ingegner Piergiorgio Baita guida la Mantovani Costruzioni, un’azienda che dà lavoro a 600 persone, 1.300 calcolando l’indotto. Baita è alla seconda vita, la prima è finita con Tangentopoli. Gemmo Impianti e lo Studio Altieri hanno una storia intrecciata. Livio Gemmo, capostipite e fondatore dell’azienda, originario di Asiago ma vissuto a Thiene con i figli Franco e Giorgio, era amico di famiglia dei Sartori. La Lia, nata a San Pietro Valdastico ma trasferitasi a Thiene, è considerata come una zia da Irene Gemmo, figlia di Franco. Lia Sartori va ad abitare a Thiene, sopra lo studio di ingegneria di Vittorio Altieri, che diventa il suo compagno. L’ingegnere, morto prematuramente nel 2003, ha un’attività avviata molto prima dell’arrivo sulla scena di Giancarlo Galan. È cresciuto con i primi presidenti della Regione, Angelo Tomelleri e Carlo Bernini, figure centrali del partito di governo, la Dc, anzi la corrente dorotea della Dc. Come accade ad un altro studio di ingegneria, la Net Engineering di Monselice, titolare Gian Battista Furlan. Tangentopoli impone una brusca frenata a Vittorio: le indagini lo lasciano indenne ma è costretto a cambiare aria per lavorare. Si trasferisce a Roma, estende l’attività anche all’estero. Darà la colpa ai giudici ma soprattutto ai giornalisti, specializzati secondo lui nel fare d’ogni erba un fascio. Finché l’elezione di Galan a presidente del Veneto e il ruolo di primo piano della Lia lo riportano nel Veneto. Nel 2005 Franco Gemmo cede lo stabilimento di Arcugnano ai figli Mauro e Irene, pur conservando la presidenza onoraria dell’azienda. Nel maggio 2006 Galan insedia Irene alla guida di Veneto Sviluppo con un annuncio dei suoi: «È arrivato il momento di fare cose brillanti, adeguate alle sfide dei nostri tempi». In realtà la sfida è al libero mercato, a causa del conflitto di interessi nel quale Irene Gemmo si trova immediatamente catapultata. Nascono screzi anche in azienda. Il programma di Irene nella Veneto Sviluppo – realizzare una multiutility regionale e unificare il sistema fieristico disperso tra le città – non è che la prosecuzione dei tentativi già falliti dal suo predecessore Paolo Sinigaglia. L’esito sarà scontato. In quel momento è già cominciata la parabola discendente di Sinigaglia, il Galan-boy più ruspante e verace. Galan ha puntato tutto sul suo amico-nemico per la pelle, Enrico Marchi, che è in piena metamorfosi professionale: Marchi passa a tutta velocità da finanziere a manager a imprenditore, anzi astro nascente degli aeroporti. Dopo la conquista della Save pensa di ripetere il colpo comprando Aeroporti di Roma. La scalata parte bene, seguendo lo stesso schema usato per la Save, ma sul traguardo Marchi si vede soffiare il pacchetto di maggioranza dai Benetton.

 

Lettera aperta del consigliere veneziano beppe caccia

Come vengono adoperati i soldi pubblici per il Mose?

VENEZIA – Beppe Caccia, consigliere comunale a Venezia per la lista “In comune” si chiede pubblicamente “come vengono spesi i miliardi di soldi dei cittadini destinati al Mo.s.e.? A che cosa sono serviti i fondi neri di Baita e Minutillo?”. Con un sospetto pressante: “A pagare tangenti? E chi le ha incassate?”. Ricorda il consigliere caccia: “Nell’ottobre scorso avevo pubblicamente chiesto all’ ingegner Piergiorgio Baita di fare chiarezza e di illustrare pubblicamente con grande trasparenza, visto che si tratta esclusivamente di risorse pubbliche, i conti del Consorzio Venezia Nuova e del suo azionista di maggioranza, la Mantovani SpA. L’ingegner Baita non aveva risposto e, dalle notizie che trapelano dall’inchiesta che ha portato al suo arresto, si inizia a capire perché il silenzio. Dal 1984 quando è partito il progetto Mo.S.E., cioè da quasi trent’anni, della marea di danaro che è andata e che va spesa per quel progetto, solo una parte va a finanziare le opere, mentre una gran parte va a finanziare qualcos’altro. Vediamo, ad esempio, come in tempi di austerity verranno spesi gli ultimi 1.250 milioni di euro stanziati per il Mo.S.E. dal Governo Monti . Innanzi tutto una quota del 12% va a pagare non i lavori o la loro progettazione, ma l’attività di management del Consorzio Venezia Nuova: ciò significa che questa attività verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro, oltre sessanta milioni all’anno. Chiunque abbia una qualche competenza in materia sa che si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate. Mettendo l’occhio nei bilanci passati si vede poi che questa cifra aumenta considerevolmente attraverso attività affidate dal Consorzio ad altri soggetti e rimborsate con cifre molto superiori a quanto effettivamente speso. Si può dunque pensare che i 250 milioni lieviteranno almeno fino a 300. I 950 milioni restanti verranno spesi per i lavori. Ma come? Attraverso l’affidamento diretto alle imprese del Consorzio – tra cui le indagate Mantovani SpA e le sue controllate come Palomar – e senza gara di appalto. Anche pensando che la forte etica di quelle imprese non le induca a gonfiare le voci di costo, qualora si facessero delle gare, come avviene in tutto il mondo civile, si otterrebbero dei ribassi medi sui lavori di circa il 30%. Ciò significa che se si facessero delle gare si risparmierebbero 285 milioni di euro, pur lasciando alle imprese la legittima remunerazione del proprio lavoro.Dunque, dei 1.250 milioni dati dallo Stato circa il 50%, cioè circa 600 milioni di euro non vanno a pagare le opere, ma vanno a un ristretto numero di persone che realizzano così assieme a degli impressionanti superprofitti”.

 

I progetti fantasma dal Mose alle strade

Le consulenze commissionate dalla Mantovani: dalle opere in laguna al Grande Raccordo Anulare di Padova

PADOVA – Sono dieci le grandi opere percui La Mantovani Spa di Piergiorgio Baita ha chiesto consulenze di varia natura alla Bmc Broker di San Marino. Consulenze fantasma, per cui la “cartiera” sanmarinese ha affastellato, da quando il sedicente console del “monte Titano” William Colombelli ha saputo che la guardia di finanza gli stava col fiato sul collo, una serie di operazioni di facciata al limite del grottesco. Tentativi di simulare l’effettiva esecuzione di progetti e consulenze per cui sono stati pagati dalla Mantovani dal 2005 al 2010 oltre otto milioni di euro e dalla Adria Infrastrutture altri due milioni, poco meno. Contratti di consulenza post datati rispetto alle consulenze ottenute, fatturazioni registrate di domenica, ricerca di fornitori a lavori conclusi: sono solo alcuni degli strafalcioni individuati dai finanzieri nel castello di “carta straccia” prodotto dalla Bmc. A Padova la Mantovani si interessa del Gra, il grande raccordo anulare: la finanza trova due fatture della società sanmarinese, entrambe da 150 mila euro per una “consulenza tecnica per la progettazione del piano del traffico conseguente alla modifica dello schema infrastrutturato Via Maestra-Gra di Padova”. La richiesta, coadiuvata da elaborati, documenti e planimetrie, è di fine dicembre. A inizio gennaio, in tempi incredibilmente brevi, la Bmc spedisce alla Mantovani il lavoro svolto. Gli elaborati che tornano da Sanmarino sono praticamente i medesimi partiti da Padova: la Bmc non ha svolto alcun lavoro. Di più: per lo stesso incarico spuntano altre fatture che la Mantovani ha pagato, per circa 80 mila euro, alle ditte Idroesse Infrastrutture Spa e Pro.Tec.co Scrl, di cui sono stati trovati i lavori. Sempre a Padova l’azienda della famiglia Chiarotto mette gli occhi sul sistema di complanari e tangenziali della A4 dal Garda (Vr) a Busa di Vigonza (Pd): 600 mila euro vengono pagati alla Bmc Broker per “elaborazione dati per la collaborazione nella realizzazione del progetto”. Ma anche in questo caso gli elaborati “firmati” dall’azienda sanmarinese non ci sono. Mentre ci sono quelli di altri studi, pure pagati dalla Mantovani. Tra il 2005 e il 2006 Mantovani paga alla Bmc Broker fatture per un milione 460 mila euro per “studio, progettazione e realizzazione di una campagna informativa e di comunicazione e promozione funzionale all’inserimento nel territorio dei cantieri aperti nell’ambito degli interventi per la salvaguardia di Venezia”, lavori affidati al Consorzio Venezia Nuova a Lido Treporti (poi esteso all’attività di risanamento dell’area industriale di Marghera. Negli stessi anni un altro milione viene pagato per la progettazione del terminal merci al largo della costa di Porto Levante in provincia di Rovigo. Un milione finisce a Sanmarino anche per “consulenze tecniche e di progettazione per la piattaforma logistica di Fusina (Ve). Nel 2007, ancora, 600 mila euro transitano dall’azienda di costruzioni padovana alla Bmc per un’elaborazione di dati, in realtà prodotta da altri, per il progetto di prolungamento di Pian di Vedoia a Pieve di Cadore (Bl), il tratto “A” del collegamento fra la A27 e la A23. Nel 2008 la Mantovani paga alla Bmc due fatture da 375 mila euro per il progetto di “valorizzazione del compendio immobiliare di via Torino a Mestre e il mercato ortofrutticolo”, poi 359 mila euro per la progettazione del “piano dei montaggi e installazione degli impianti di regolazione delle maree alle bocche di Treporti e Malamocco. Due anni dopo quasi 700 mila euro per la ricerca di fornitori per le “opere di sbarramento alla bocca di Treporti”. Nel 2009 la Mantovani paga alla Bmc mezzo milione di euro per lo “studio di delocalizzazione dei servizi logistici di Marghera”. Nelle intercettazioni a carico di Baita e Colombelli, disposte dopo che nel procedimento a carico della Società Autostrade Venezia Padova Spa che ha portato all’arresto dell’ad Lino Brentan, erano emersi stretti legami con le società del gruppo Mantovani, si definiscono i ruoli di quello che gli investigatori definiscono “disegno criminoso”. Ad un certo punto Baita manifesta a Colombelli la sua preoccupazione perché, dice, «quando vedono che lavori con San Marino, anche per importi bassi, fanno in controlli». Colombelli suggerisce a Baita di acquisire nel gruppo la Bmc, ma è un vicolo cieco: «Io non posso prendere come gruppo una società che produce solo carta» dice il manager padovano, «è pericoloso». E Colombelli, a riprova del ruolo della sua società, definisce la Bmc «la cartiera della Mantovani». Baita lo contesta: «Non penso che tu abbia fatto la Bmc per noi» «Avevamo anche un ramo commerciale» ribatte Colombelli, «ma è stato eliminato». In un altro colloquio i due cercano di trovare il modo di giustificare i pagamenti da Padova a San Marino: la Bmc non ha alcuna struttura di lavoro, non ha consulenti e tecnici nel suo organico. Colombelli si offre di eseguire lui, fittiziamente, i progetti. Ma Baita gli fa notare: «Un lavoro che tu, Willy Colombelli, fai direttamente, il valore di questo lavoro può essere elevato, ma non può essere qualche centinaio di migliaia di euro».

Elena Livieri

 

Nuova Venezia – Inchiesta Mantovani

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3

mar

2013

Domani è il giorno di Baita ma l’accusa conta su Buson

Primo faccia a faccia tra l’ad della Mantovani e il giudice che lo accusa di essere al vertice della piramide criminosa. A difenderlo c’è Piero Longo

VENEZIA – Domani tocca a lui, a colui che, secondo il pubblico ministero Stefano Ancilotto, ha ideato «una vera e propria organizzazione al fine di consentire evasione di imposte sia alla Mantovani e alla Adria Infrastrutture che ad altre società mediante l’utilizzazione delle false fatture della società cartiera sanmarinese, nonché mediante la creazione di fondi ove far confluire parte dei proventi». Il «capo» è l’ingegnere mestrino Piergiorgio Baita, che da tre giorni è rinchiuso nel carcere di Belluno, un penitenziario dov’è stato a lungo rinchiuso Raffaele Cutolo e più di un capo colonna delle Brigate rosse, una carcere duro. Ma 19 anni fa, Baita era già stato in un carcere, quello veneziano di Santa Maria Maggiore: era accusato di corruzione in qualità di direttore del Consorzio d’imprese per il disinquinamento della Laguna legato all’allora presidente della Regione Franco Cremonese e all’ex ministro Carlo Bernini. In quell’occasione decise di vuotare il sacco, ma in modo intelligente, senza confessare neppure uno dei nomi di coloro che era sospettato di aver corrotto: descrivendo semplicemente come funzionava il sistema di Tangentopoli, le percentuali alla Dc, al Psi e agli altri partiti. Non fece neppure un nome e se la cavò con il proscioglimento. Chissà domani quale strada sceglierà: difeso dagli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, probabilmente si avvarrà della facoltà di non rispondere, almeno per il momento, almeno finché i difensori non avranno letto i 20 faldoni di carte raccolte dall’accusa. Adesso, però, a differenza del 1992, lui sta al vertice della piramide e, secondo la ricostruzione degli investigatori della Guardia di finanza, dovrebbe raccontare soprattutto delle sue attività illecite. Chissà? Potrebbe cercare un accordo con il pm Ancilotto, invece, il ragionier Nicolò Buson in modo da uscire prima possibile dal carcere trevigiano di Santa Bona, magari per tornare nella sua casa di Padova agli arresti domiciliari. Il giudice veneziano nell’ordinanza di custodia cautelare spiega che «occupava un posto di vertice nella struttura organizzativa della Mantovani e partecipava alla progettazione della falsa fatturazione». Prima pagava i professionisti e le aziende che davano consulenze o rendevano servizi per i quali emettevano alla Mantovani autentiche fatture e sempre lui emetteva i bonifici per consulenze e servizi resi da altri a favore della «Bmb Broker» di William Colombelli, il quale a sua volta spediva le fatture fasulle, trattandosi di operazioni commerciali inesistenti. Per il difensore di Buson, l’avvocato Fulvia Fois, il suo cliente era un mero esecutore, una persona ben vista e apprezzata dai i dipendenti degli uffici padovani dell’azienda. Per uscire subito dal carcere, però, qualcosa dovrà raccontare, altrimenti le esigenze cautelari non diminuiranno.

Giorgio Cecchetti

 

L’asso pigliatutto delle grandi opere

Piergiorgio Baita ha 64 anni ed è l’amministratore delegato della società Mantovani, impresa di costruzioni tra le più importanti del Nordest. Vice presidente di Adria Infrastrutture, Baita siede nel consiglio d’amministrazione di numerose aziende e ha avuto un ruolo di primo piano nelle grandi opere che hanno ridisegnato il volto del Veneto – Mose di Venezia, Passante e Ospedale di Mestre, Sistema metropolitano di superficie – nonché negli appalti legati all’Expo di Milano.

 

Da ombra di Galan a imprenditrice

Claudia Minutillo, 48 anni, già collaboratrice dell’assessore regionale Renato Chisso e poi influente assistente personale di Giancarlo Galan (era soprannominata “la dogaressa”) quando l’esponente pidiellino presiedeva la giunta veneta, è l’amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Una carriera fulminante, la sua, che da segretaria l’ha vista diventare dapprima broker, poi manager di eventi e infine capo di un gruppo industriale finanziario specializzato in grandi opere.

 

Il broker occulto agiva a San Marino

William Colombelli, 49 anni, è il presidente della Businnes Merchant consulting Broker di San Marino, società che ha sede sul Monte Titano in un ufficio di 50 mq con un’unica dipendente, destinataria però di 10 milioni in consulenze da parte del Gruppo Mantovani. Colombelli dichiarava da anni un reddito assai modesto, pari a 12 mila euro, ma secondo gli inquirenti manteneva un tenore di vita decisamente elevato, due barche, auto di lusso, una villa sul Lago di Como e un’altra sul lago di Lecco.

 

L’uomo che firmava pagamenti e fatture

Nicolò Buson , 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani spa, è stato uno stretto collaboratore di Baita. Secondo gli investigatori, su mandato dell’amministratore delegati, disponeva i pagamenti alle banche di San Marino e protocollava le fatture fittizie destinate ad alimentare i fondi neri del Gruppo. La Guardia di Finanza (nella foto) nel corso della perquisizione della sua abitazione ha sequestrato materiale informatico definito «cruciale» ai fini delle indagini.

 

Zaia: commissione d’inchiesta sul caso

Bond (Pdl) contrario: mi fido di pm e Finanza, no ai comizi Pd: intrecci inquietanti. Idv: il governatore riferisca in aula

VENEZIA – Martedì la Regione istituirà una commissione d’inchiesta sul caso Mantovani e i risvolti criminosi nella gestione degli appalti delle grandi opere in Veneto. L’ha annunciato il governatore Luca Zaia precisando che si tratterà di un’indagine amministrativa parallela rispetto a quella condotta dalla Procura di Venezia: «La commissione opererà in strettissima collaborazione con la magistratura inquirente, verso la quale ribadiamo la massima fiducia, il nostro obiettivo è che vi sia trasparenza fino in fondo. Costituirci parte civile nel processo? Dobbiamo capire esattamente quali siano i reati, poi faremo ogni cosa in sintonia con l’autorità giudiziaria». Una decisione, la sua, che suona come presa di distanza dall’eredità del predecessore Giancarlo Galan – chiamato in causa, politicamente, da più parti – ma che potrebbe avvelenare i rapporti con l’alleato pidiellino. «Io mi fido dei magistrati e della Guardia di Finanza, hanno dimostrato capacità e rigore, l’accertamento dei fatti compete a loro, non ad una commissione-palcoscenico utile solo a fare demagogia e confusione», sbotta il capogruppo azzurro Dario Bond «in democrazia ciascuno deve fare la sua parte, a noi spetta il compito di amministrare non quello di improvvisarci investigatori dilettanti». Ma l’ombra di Galan minaccia la tenuta del centrodestra? «No, Galan è stato l’attore di opere nevralgiche per lo sviluppo del Veneto, i nostri rapporti con la Lega si complicheranno se non riusciremo a mantenere gli impegni assunti con i cittadini». A sollecitare con forza l’avvio di una commissione d’inchiesta, all’indomani degli arresti, era stata l’opposizione, Pd in primis. «Troppe le vicende giudiziarie che si stanno sommando negli ultimi mesi, impossibile non scorgere un quadro preoccupante di ciò che è stato il Veneto sotto la conduzione politica di Galan e della Lega» afferma il consigliere Piero Ruzzante «la disponibilità di Zaia è un fatto positivo ma ora dobbiamo comprendere come sono stati impiegati soldi dei contribuenti, perché i costi degli appalti sono lievitati, perché in questa regione i tempi delle opere sono infiniti. I giudici accerteranno le responsabilità penali ma noi abbiamo il dovere di ricercare la verità sul piano amministrativo». «Li vogliamo tutti in aula, a spiegare, a chiarire, a riferire. Il presidente Zaia, l’assessore Chisso, l’ad di Veneto Strade Vernizzi ci dicano come mai era così indispensabile andare fino a San Marino per una consulenza. E come mai, visto che mancavano sempre i soldi per fare manutenzione alle strade del Veneto, se ne sono trovati, e tanti, per fare delle fiere di settore», rincara il capogruppo di Italia dei Valori Antonino Pipitone «vista la gravità della situazione i vertici della Regione devono spiegare, e subito, cosa sta succedendo. Abbiamo davanti una settimana di dibattito dedicato al Bilancio. Chiediamo ufficialmente al presidente Ruffato di cambiare l’ordine del giorno e dedicare almeno la seduta di martedì allo scandalo che, da Baita in giù, sta coinvolgendo Veneto Strade e forse altre partecipate della Regione». «Ben venga la commissione», fa eco Pietrangelo Pettenò (Sinistra) «dopo questo terremoto è indispensabile che la Regione faccia chiarezza, occorre una svolta radicale nella gestione delle partecipate, nel segno della trasparenza».

Filippo Tosatto

 

Caccia ai «protettori» della frode

Un vice questore, due 007, una talpa nell’Agenzia Entrate: i sospetti sui complici

VENEZIA – Due sembrano essere le piste investigative che ora i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia e Padova, coordinati dal pubblico ministero lagunare Stefano Ancilotto, hanno imboccato. Quello delle coperture scattate a favore di Piergiorgio Baita non appena ha saputo che sul suo conto c’era un’indagine della Procura veneziana. A preoccuparlo non deve essere stata la verifica fiscale, nella sua vita come in quella di tutti gli imprenditori è quasi la normalità, ma sapere che c’era un pubblico ministero (lo stesso che aveva fatto scattare le manette ai polsi all’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan) che lo puntava. Così, ha mosso le sue pedine per capire quali erano le carte che il magistrato aveva in mano, per capire se c’era il rischio che i suoi telefoni e quelli dei suoi collaboratori fossero intercettati (in effetti lo erano e da mesi, già dal momento dell’arresto di Brentan). C’è il vice questore di Bologna Giovanni Preziosa che non solo avrebbe cercato di avere informazioni sulle indagini contattando direttamente gli investigatori, ma avrebbe anche cercato di accedere alle informazioni del sistema informatico del Ministero degli Interni. Lo stesso avrebbero fatto due ufficiali in servizio al Centro del servizio segreto di Padova. Insomma, Baita avrebbe mobilitato le sue conoscenze, dimostrando di avere attorno una rete di protezione e un servizio di sicurezza con agganci all’interno dello Stato. Protezioni che potrebbe aver avuto anche all’interno di alcuni uffici dell’Agenzia delle Entrate, luogo fondamentale per coprirsi le spalle dagli accertamenti fiscali. A questi accertamenti sono legati quelli sui «fondi neri» creati con le fatture fasulle create grazie alla «Bmc Broker» di San Marcino. Il 20 per cento di quei 10 milioni di euro contestati nell’ordinanza di custodia cautelare (in realtà sarebbero di più, ma la prescrizione ha già cancellato alcuni milioni) sarebbero finiti nelle tasche di William Colombelli come pagamento della sua «commissione». Gli otto milioni rimanenti sarebbero tornati a Baita grazie ai viaggi in Veneto dello stesso Colombelli e ai trasferimenti compiuti da Claudia Minutillo (era intestataria di due conti correnti e delegata ad operare su altri quattro). Il sospetto è che quel denaro sia finito in conti piazzati su banche svizzere e non è escluso che nelle prossime settimane partano le richieste di rogatoria. Ma la domanda più pressante riguarda l’utilizzo di quei soldi. Le indagini precedenti, soprattutto a Milano ma non solo, hanno insegnato che i fondi neri servono soprattutto a pagare tangenti, mazzette per vincere gli appalti, ma anche per proteggersi le spalle, per creare una rete di protezione attorno all’impresa. Per ora, comunque, gli inquirenti puntano a chiudere con le condanne questa fase dell’inchiesta, venuta alla luce con le 4 ordinanze di custodia cautelare di tre giorni fa. Associazione a delinquere e frode fiscale sono i reati contestati e nell’ordinanza si legge che «a partire dal 2005 la Bmc Broker iniziava ad emettere fatture per svariati milioni di euro nei confronti della Mantovani e altre società del gruppo, indicando in modo assolutamente generico attività tecniche che in realtà venivano svolte da altre società che emettevano regolare fattura…le fatture così emesse venivano pagate tramite bonifico bancario in conti correnti ubicati in banche di San Marino ove, a distanza di pochi giorni, se non il giorno stesso Colombelli si recavano a prelevare in gran parte (oltre l’80 per cento). Le ingenti somme venivano poi riconsegnate a Baita e alla Minutillo. Risultava accertata la falsificazione della documentazione…Risultava accertata l’incongruità economica delle operazioni…Risultava accertata l’inidoneità della struttura organizzativa della Bmc Broker a svolgere qualsivoglia tipo di prestazione professionale». E, a confermare tutto questo sono alla fine arrivate le dichiarazioni della dipendente riminese di Colombelli, Vanessa Renzi, l’unica impiegata della società di San Marino. Giorgio Cecchetti

 

«Il Comune rescinda tutti i contratti»

Boraso (centrodestra) invita Orsoni a rompere gli accordi con la Mantovani, compreso quello del tram

VENEZIA «Il Comune di Venezia deve rescindere in autotutela tutti i contratti in essere con la Mantovani, da quello del tram, a quello per l’ex Ospedale al Mare – in cui la società di Baita è comunque presente – alla vendita delle quote delle autostrade Venezia-Padova e Brescia-Padova avvenute poco prima della fine anno e che inseme all’anticipo dei fondi per il campus di via Torino, sempre da parte della Mantovani, ha consentito al Comune di salvarsi dallo sforamento del Patto di Stabilità. Formalizzerò lunedì la richiesta al sindaco, ma è un’azione doverosa a tutela dell’immagine e del buon nome del Comune e della città e che va fatta nel nome della trasparenza, per accertare che non ci sia nulla che non vada, nel momento in cui la magistratura e la Finanza indagano a conto sui fondi e sulle operazioni compiute dalla Mantovani». In un clima sempre più arroventato anche a Ca’ Farsetti sulla vicenda Mantovani, è Renato Boraso, consigliere comunale del centrodestra, ad annunciare la nuova iniziativa. «La Mantovani ha comprato quelle quote di Autostrade per il Comune che nessuno voleva – insiste – e anticipato, per fare un favore, i circa 12 milioni di euro che doveva corrispondere a Ca’ Farsetti per il campus di via Torino solo l’anno successivo. Sono comportamenti che denuncio da tempo, ma che ora, alla luce di ciò che sta emergendo dall’inchiesta della Magistratura, devono obbligare il Comune a fare chiarezza, cominciando con la rescissione cautelativa dei contratti in essere con la Mantovani. Non servono invece Commissioni d’inchiesta comunali che non approderebbero a nulla, lasciamo lavorare i magistrati». «La Mantovani è stata per noi un partner importante e lo è a tutt’oggi. Non credo che questa vicenda avrà contraccolpi nei nostri confronti», ha già dichiarato prudentemente il sindaco Giorgio Orsoni. E sulla stessa linea la sua maggioranza, come testimonia il capogruppo del Pd, Claudio Borghello: «La Mantovani ha comprato le quote di Autostrade anche della Provincia dopo che per tre volte le nostre aste erano andate deserte, avendo evidentemente interesse a rastrellarle e i fondi per il campus di via Torino sono stati sì anticipati, ma sarebbero comunque dovuti arrivare. Personalmente non sono contrario a una commissione d’inchiesta comunale sui rapporti con la Mantovani, anche se ad esempio per i cantieri del Mose non è certo il Comune l’ente erogante». Non crede alla necessità di una commissione d’inchiesta comunale Michele Zuin del Pdl («avrebbe poteri limitati e per noi limitato interesse, diverso che la faccia la Regione, che ha alcune imprese a vario titolo coinvolte nell’inchiesta»). La Commissione è già stata chiesta da Beppe Caccia («Lista in Comune») e vede d’accordo anche il Gruppo Misto con Enzo Funari, ma anche Movimento Cinque Stelle e Federazione della Sinistra chiedono approfondimenti e chiarezza da parte del Comune.

Enrico Tantucci

 

verdelitorale di cavallino «Ci vuole cautela nell’usare quel nome» 

CAVALLINO. «Chiediamo cautela e senso etico al Comune nel far figurare il nome della ditta Mantovani come sponsor nei manifesti delle manifestazioni pubbliche». Gli ambientalisti di Verdelitorale all’attacco dell’amministrazione comunale di Cavallino-Treporti all’indomani dell’operazione della Guardia di Finanza. «Nel rispetto della sacrosanta presunzione d’innocenza che riguarda i vertici aziendali», commenta il presidente di Verdelitorale, Gianluigi Bergamo, «non riteniamo eticamente conveniente che il comune pubblicizzi gli innumerevoli finanziamenti ai trasporti ed alle manifestazioni pubbliche, provenienti dalla ditta Mantovani per garantirsi il benestare degli amministratori per le mastodontiche, quanto costosissime opere inutili che ha in progetto sul territorio di Cavallino-Treporti». «Mi riferisco ad opere del calibro del porto peschereccio da 27 milioni di euro in programma di realizzazione a Punta Sabbioni», continua Bergamo, «al centro ambientale marino da realizzarsi alla ex scuola Pascoli con un investimento di un milione e 500 mila euro. Realizzazioni mastodontiche sulle quali ora è lecito avanzare qualche dubbio». «La nostra associazione Verdelitorale non è nuova a proteste in tal senso», conclude, “nel 2009 premiammo la Mantovani con tutto il consorzio Venezia Nuova con il premio ad honorem Attila per l’opera di difesa a mare Mose che ha stravolto l’ecosistema lagunare». (f.ma.)

 

IL Sindaco alla Stipula.  Dopo il Sì della Giunta Martedì si va alla firma per l’ex Ospedale al Mare

VENEZIA L’inchiesta sulla Mantovani e sul suo presidente Piergiorgio Baita non ferma e, anzi, accelera l’accordo tra il Comune ed EstCapital per la vendita dell’ex Ospedale al Mare. La Mantovani possiede parte delle quote del fondo Real Venice II ed Est Capital ha ribadito che le operazioni finanziarie vanno avanti indipendentemente dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Baita, il loro quotista più importante. Il nuovo accordo prevede il contestuale impegno della società guidata da Gianfranco Mossetto a farsi carico – con i 31 milioni che il Comune “restituirà” alla cordata – della realizzazione del nuovo Palazzetto dei congressi che sorgerà al posto del “buco” del vecchio Palacinema mai realizzato, con dimensioni più ridotte. Già martedì pomeriggio – o al più tardi mercoledì – il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e lo stesso Mossetto dovrebbero firmare il nuovo contratto. Prima Orsoni domani relazionerà sui contenuti dell’accordo alla sua maggioranza e poi martedì mattina lo ratificherà in Giunta, in tempo per la stipula. Nella convinzione, evidentemente, che non arriveranno ostacoli dalla stessa maggioranza. A insorgere è invece l’opposizione. «Trovo molto grave», commenta ad esempio Michele Zuin, consigliere comunale del Pdl, «che il sindaco comunichi solo alla sua maggioranza, approvi in Giunta e firmi un accordo di questa delicatezza sul Lido tagliando fuori il consiglio comunale. Si ripete quanto avvenuto già sul Fontego dei Tedeschi. Nel merito trovo personalmente molto rischioso che il Comune “restituisca” a EstCapital i 31 milioni con il vincolo di impiegarli per il palazzetto del Cinema. Così perde il controllo, già difficile, della situazione. E se poi Estcapital non realizza il Palazzetto dei congressi cosa accade? Facciamo un’altra causa pluriennale». Sulla stessa linea anche Enzo Funari del Gruppo Misto.

 

«Mose, anche i fondi Bei a rischio frode»

Caccia (Lista in Comune) scrive alla Banca Europea chiedendo un’inchiesta sui soldi al Consorzio

VENEZIA – Aprire un’inchiesta sui fondi della Banca Europea degli Investimenti (Bei) recentemente erogati per il Mose, per valutare se esista su di essi il sospetto di frode o corruzione, viste le vicende giudiziarie che coinvolgono il presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, l’impresa più rappresentativa di quelle che all’interno del Consorzio Venezia Nuova si occupano appunto della realizzazione del sistema di dighe mobili alle bocche di porto. Lo chiede ufficialmente agli stessi vertici della Bei il consigliere comunale della Lista in Comune Beppe Caccia con una lettera che ricorda come solo pochi giorni fa, il 12 febbraio, sia stata perfezionata a Roma la pratica relativa al trasferimento di 500 milioni di Euro del finanziamento deliberato dalla Banca Europea per gli Investimenti per la realizzazione dei lavori del Mose. La seconda tranche di un’operazione complessiva approvata quattro anni fa per un livello massimo di finanziamenti concedibili pari a 1,5 miliardi di euro. La prima tranche è stata di 480 milioni. «Lo scorso 27 febbraio 2013 un’indagine della Procura della Repubblica di Venezia condotta dalla Guardia di Finanza – scrive Caccia al presidente della Bei – ha portato all’arresto, tra gli altri, del presidente del Consiglio d’amministrazione dell’impresa di costruzioni “Mantovani SpA” ing. Piergiorgio Baita, società che è il principale azionista del Consorzio Venezia Nuova. L’accusa è di “associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale”. In sostanza gli indagati avrebbero distratto risorse destinate alla realizzazione del sistema Mose, per costituire veri e propri “fondi neri”, attraverso false fatturazioni per attività di consulenza mai effettivamente svolte presso una società con sede nella Repubblica di San Marino, la BMC Broker. Vi è il fondato sospetto che tali fondi fossero poi destinati a finalità corruttive e la concreta possibilità che tra le risorse distratte e destinate ad attività illegali vi sia anche parte dei prestiti già deliberati ed erogati dalla Bei». Prosegue la lettera di Caccia: «Vi invio perciò segnalazione di “possible fraud or corruption”, presentandoVi formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del Vostro Ispettorato Generale». (e.t.)

 

Lavori A27, fondi neri per 600 mila euro

Sotto inchiesta il progetto di prolungamento da Pian Di Vedoia a Pieve di Cadore: la Mantovani avrebbe usato false fatture

TREVISO – Seicentomila euro di fondi neri nell’ambito delle attività di consulenza e progettazione del tratto autostradale Pian di Vedoia-Pieve di Cadore. È quanto emerge dall’inchiesta della Procura veneziana sulla Mantovani spa, l’asso pigliatutto delle infrastrutture venete il cui presidente Piergiorgio Baita è finito in carcere a Belluno con l’accusa di una frode fiscale da 10 milioni di euro. La somma, contestata dagli uomini della Guardia di Finanza, fa riferimento a un giro di fatture fasulle usate dalla Mantovani nei suoi bilanci ed emesse da un’azienda di San Marino, la Bmc Broker di William Colombelli che metteva in conto servizi e lavori in realtà mai effettuati. A questo gruppo di false fatture, apparterebbero – secondo gli inquirenti – anche due documenti contabili che portano le date del 4 giugno e del 4 settembre 2007, del valore di 300 mila ciascuno. Le fatture in questione risultano emesse dalla Bmc Broker a seguito dell’affidamento alla stessa (da parte della Mantovani) di un’attività di collaborazione nella redazione del progetto relativo al prolungamento di Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, denominato tratto A, inserito nel più vasto collegamento tra A27 e A23. Ebbene, secondo gli investigatori, la Bmc Broker non ha mai fatto i lavori indicati. Diversi gli elementi in base ai quali la Finanza arriva a tali conclusioni. Primo fra tutti il fatto che quegli stessi, identici, interventi sono stati eseguiti in parte da dipendenti della Mantovani e in parte da altre società (di Padova, Milano, Rovigo) che li hanno regolarmente fatturati. I nomi di tali aziende figurano in un elenco di operatori interpellati dalla Mantovani per la predisposizione del progetto preliminare e la Bmc Broker non vi figura. Possibile che sia stata dimenticata? Il punto è che essa non compare neppure nella documentazione che la Mantovani presenta alla Regione Veneto nell’agosto 2007. Ma non basta: gli investigatori hanno chiesto ai referenti delle società che hanno lavorato al progetto se avevano conosciuto gli uomini della Broker. La risposta? Negativa, nessuno li ha mai visti alle riunioni operative, né ha mai collaborato con loro. E ancora: la relazione inviata dalla Broker alla Mantovani è pressoché identica a quella firmata da un’altra società. Per gli inquirenti la conclusione è che tra la Broker e la Mantovani esistesse un vero e proprio accordo per la predisposizione di documenti inerenti a rapporti commerciali inesistenti. Il risultato? Da un lato il fittizio aumento dei costi permetteva alla Mantovani di abbattere le imposte (e quindi di frodare il fisco), dall’altro si potevano costituire fondi neri. Fondi la cui destinazione è ancora da accertare.

 

Cartelline uguali e protocollo sbagliato ecco cosa ha insospettito la Finanza

Gli investigatori ritengono false le due fatture emesse nel 2007 dalla Bmc Broker di San Marino e usate dalla Mantovani, anche in base alle modalità con le quali esse sono state catalogate e archiviate nell’azienda di Piergiorgio Baita. Più precisamente: sia la documentazione inviata dalla Mantovani alla Bmc, sia quella di Bmc a Mantovani, è stata rinvenuta in uguali cartelle di plastica di colore nero: per gli investigatori ci sarebbe stata pertanto un’unica mano nella predisposizione dei due fascicoli. In altre parole, per la Guardia di Finanza, la documentazione all’apparenza proveniente dalla società di San Marino era stata in realtà formata nella sede della Mantovani. Gli investigatori definiscono tale elemento «un sintomo» dell’inesistenza delle operazioni indicate in fattura. Incongruenze sono state rilevate inoltre nei numeri di protocollo: in un caso tale numero rinvia non alla Bmc, ma a un soggetto diverso e non coinvolto nel progetto. (s.t.) di Sabrina Tomè

 

Nuova Venezia – Arresti eccellenti, l’inchiesta

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2

mar

2013

La Minutillo nega «Sono stata usata»

Interrogata l’ex segretaria di Galan: «Gestiva tutto la Mantovani»

William Colombelli preferisce tacere. Lunedì tocca a Baita e Buson

«Andavo spesso a San Marino perché avevo una relazione con Colombelli

Poi l’ho lasciato, lui mi ha anche molestata rinchiudendomi nella mia casa di Mestre»

VENEZIA «Io non so nulla, a gestire la parte amministrativa, anche di Adria Infrastrutture, era la Mantovani e quando mi sono accorta che William Colombelli, con cui avevo una relazione, mi usava io l’ho lasciato ma lui mi ha molestata, è entrato in casa mia a Mestre, mi ha anche sequestrata». Questa la versione di Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan trasformatasi in manager, che ieri mattina è stata interrogata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza alla presenza del suo difensore, l’avvocato padovano Carlo Augenti, e del pubblico ministero Stefano Ancilotto. È arrivata negli uffici del Tribunale di piazzale Roma accompagnata da tre agenti della Polizia penitenziaria, aveva le manette ai polsi come qualsiasi altro detenuto e un paio di grandi occhialoni neri, che le coprivano metà del volto. È uscita ed è entrata con la testa bassa per non farsi vedere, era tutta vestita di nero. Sempre ieri mattina, anche Colombelli è stato interrogato dal giudice di Genova, dove è detenuto visto che i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova lo hanno arrestato a Santa Margherita Ligure dove ultimamente risiedeva. Il presidente della Bmc Broker srl di San Marino, difeso dall’avvocato Alberto Fogliata, però, si è avvalso della facoltà di non rispondere e presumibilmente potrebbe chiedere di essere sentito dal pubblico ministero veneziano che conduce le indagini dopo che il suo legale ha potuto esaminare la documentazione d’accusa – si tratta di circa venti faldoni – già messa a sua disposizione. Mentre Piergiorgio Baita, difeso dall’avvocato Piero Longo, e Nicolò Buson, difeso dall’avvocato Fulvia Fois, rispettivamente presidente della Mantovani spa e ragioniere della stessa azienda, il primo rinchiuso nel carcere di Belluno e il secondo in quello di Treviso, saranno sentiti dai giudici delle due città per rogatoria lunedì mattina. Ieri, a dispetto di chi sosteneva che anche Minutillo avrebbe taciuto, l’ex segretaria prestata all’imprenditoria ha invece risposto alle domande, cercando di sminuire il suo ruolo in questa brutta vicenda. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, lei è finita in manette in qualità di amministratore delegato di Adria Infrastutture, società che ha utilizzato ben un milione e 800 mila euro di fatture fasulle rilasciate dalla ditta di Colombelli, ed è anche sospettata di essere socia occulta della sanmarinese Bmc Broker. Inoltre, sarebbe stata «tramite spesso tra Baita e Colombelli e partecipa alle operazioni di restituzione del denaro illecitamente accumulato a San Marino». Minutillo ha innanzitutto negato di essere socia occulta di Colombelli nella sua srl, quindi ha spiegato di essere laureata in lettere e di non avere dimestichezza con conti e fatture, così era l’apparato amministrativo di Mantovani ad occuparsi dei bilanci e delle fatture di Adria Infrastrutture, ma non ha accusato direttamente Baita. Alla contestazione del fatto che più volte si sarebbe recata a San Marino, incontrandosi con Colombelli, avrebbe risposto sostenendo di aver avuto per anni una relazione con il cittadino sanmarinese. Avrebbe anche specificato che, dopo essersi accorta, che lui la frequentava e la usava per i suoi rapporti con Baita e la Mantovani, l’avrebbe lasciato. Colombelli, invece, avrebbe continuato a tormentarla, a telefonarle, a presentarsi a casa sua e, in un’occasione, sarebbe anche entrato contro la sua volontà, rinchiudendola in casa, tanto che lei avrebbe anche telefonato al 113, senza però presentare alcuna denuncia. Per gli investigatori, invece, i suoi frequenti viaggi a San Marino erano giustificati dal fatto che riportava nel Veneto, a Baita, i soldi che la Mantovani pagava con bonifici per le fatture false emesse dalla Bmc Broker. Dei dieci milioni di euro, circa il 20 per cento sarebbe stato trattenuto da Colombelli per la sua «commissione», mentre il resto avrebbe costituito un cospicuo fondo nero a disposizione di Baita sul quale gli investigatori delle «fiamme gialle» stanno indagando. Dopo la verifica fiscale e le perquisizioni, il 15 luglio 2012, Baita aveva mosso le sue pedine per ostacolare le indagini o comunque essere informato sulle intenzioni degli inquirenti. Così, un poliziotto di Bologna è stato perquisito nei giorni scorsi per presunti tentativi, andati a vuoto, di avere notizie «di prima mano» dagli investigatori, che subito avevano riferito al magistrato, sulle indagini in corso. Nelle maglie degli accertamenti è così caduto anche un poliziotto, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico. Il sospetto degli investigatori è che l’agente, già assessore alla sicurezza del Comune di Bologna all’epoca della Giunta Guazzaloca tra il 1999 e il 2000, possa aver fornito indicazioni sulle indagini.

Giorgio Cecchetti

 

«Il sistema Baita funzionava così»

Decisiva la testimonianza della segretaria di Bmc Broker

E Vernizzi ai finanzieri chiede: «Devo seguirvi, vero?»

VENEZIA – Uno dei maggiori fruitori del “sistema Baita”, cioè nell’utilizzo di fatture false i cui importi venivano messi a bilancio è stata Veneto Strade. Quando i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto hanno verificato i conti correnti della Bmc Broker, si sono trovati davanti a numerosi bonifici compiuti da Veneto Strade, che superano i 2 milioni di euro. Soldi pagati per delle fatture prodotte dalla cartiera gestita da William Colombelli. Cioè carte false. Quando giovedì mattina i finanzieri si sono presentati nella sede di via Baseggio di Veneto Strade l’ad Silvano Vernizzi li ha acccolti dicendo: «Io vi devo seguire vero?». Frase emblematica di una certa preoccupazione. Come del resto hanno tanti altri ad di società finite nella lista, scoperta dalla Guardia di Finanza. Lascia perplessi che una società pubblica come Veneto Strade utilizzi delle fatture false. Stando alla Guardia di Finanza infatti quei bonifici alla società di Colombelli infatti sono giustificati con documenti falsi. Per capire che nella sede della Bmc si facevano solo fatture false, basta leggere quanto dichiarato da Vanessa Renzi, una delle segretarie di William Colombelli alla Guardia di Finanza. Viene sentita nel maggio e nel giugno dello scorso anno. Spiega che erano lei e le sue colleghe a compilare le fatture di presunti consulenti della Bmc Broker e che poi servivano a giustificare i bonifici delle società venete. Riferendosi ai consulenti della Broker dice: «Voglio precisare che io non li ho mai visti, non ho mai parlato al telefono con loro, non ho mai inviato una mail o un fax a loro, non ho mai fatto loro un bonifico bancario. In sostanza questi presunti consulenti della Bmc non sono, a mio avviso, mai entrati in contatto con la società e tenuto conto che eravamo sempre noi a emettere le fatture, su ordine di Colombelli, devo ritenere e concludere che probabilmente non sapessero nemmeno di essere stati indicati quali consulenti della Bmc. Ricordo che in totale i nomi dei consulenti utilizzati nell’arco degli anni sono una decina». A riguardo delle fatture alla Mantovani la segretaria spiega: «…si trattava di fatture emesse per operazioni inesistenti…I rapporti tra Bmc e Mantovani li teneva direttamente Piergiorgio Baita che firmava i relativi contratti senza mai recarsi negli uffici della Bmc». È sempre la Renzi a spiegare come era strutturata la Bmc e come questa azienda non poteva certo fornire consulenze e di come lei non aveva mai visto un tecnico negli uffici nonostante i tanti anni durante i quali ha lavorato per Colombelli. «La Bmc era di fatto costituita da noi tre colleghe che svolgiavamo compiti impiegatizzi; Colombelli veniva al massimo un paio di giorni la settimana. L’ufficio è un appartamento di circa 70 metri quadri, ci sono due scrivanie, due pc, un telefono, due stampanti ed un fax oltre all’ufficio di Colombelli, uno spazio dove si tiene la contabilità». È la stessa segretaria che spiega come Colombelli arrivava con dei contratti già firmati, lei compilava le fatture con gli importi già indicati sul contratto. Quindi, nel caso di Mantovani era il ragioniere Buson a indicare quando veniva fatto il bonifico relativo alla fattura. Successivamente lei, su indicazione di Colombelli, si recava a prelevare i soldi versati. Ne prelevava l’80 per cento e quindi li versava su conti correnti intestati a Colombelli. Quota che corrisponde a quanto. Poi, rientrava nei “fondi neri delle società”.

Carlo Mion

 

A libro paga 2 ex agenti dei servizi

Erano stati ingaggiati per sapere di più sull’inchiesta.

Un poliziotto fra gli indagati

VENEZIA – Nei guai per adesso c’è finito il vice questore aggiunto Giovanni Preziosa di Bologna. Ma altri quasi sicuramente si aggiungeranno nella lista degli indagati nell’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita. Infatti la “cricca delle fatture false”, una volta che si è resa conto che la Guardia di Finanza stava facendo le cose sul serio, già dal 2011, ha cercato di ottenere informazioni sulle indagini utilizzando i sistemi più vari. Ha messo nel libro paga vere fonti e forse anche qualche milantatore che ha spillato soldi ma non ha fornito nessun aiuto prezioso. Di sicuro appare inquietante il fatto che nel libro paga della “cricca” ci siano alcuni ex agenti dei servizi segreti. Si tratta di ufficiali che prestavano servizio, in passato, nel “centro” dei servizi di Padova. Questi sono stati impiegati soprattutto dal maggio dello scorso anno, quando è stato certo che i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto, avevano scovato i file con le registrazioni fatte da William Colombelli quando incontrava Baita e Claudia Minutillo. Erano stati incaricati di avvicinare finanzieri e ufficiali delle stesse Fiamme Gialle. Non è chiaro se ci sono stati i contatti. Di certo Baita e soci sono stati arrestati. In più di un’occasione gli inquirenti si sono resi conto della capacità della “cricca” di agganciare personaggi in ogni ambiente e da qui la difficoltà di mantenere segreto quanto scoperto durante gli accertamenti. La “cricca” ha avuto la certezza che la gran parte di quanto avevano combinato negli anni tra il 2005 e il 2010, quando i finanzieri hanno fatto gli accertamenti nelle banche di San Marino dove finivano i soldi spediti dai “clienti” veneti alla BMC Broker. Cioè dalle ditte che utilizzavano il “sistema Mantovani” per creare fondi neri. Fondi che per il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia: «La mia esperienza di investigatore mi fa dire che i fondi neri servono solitamente alle società per pagare tangenti a politici o funzionari pubblici». Intanto nei guai è finito il vice questore aggiunto della Polizia Giovanni Preziosa, già assessore nella giunta di Bologna guidata da Guazzaloca. Il poliziotto su richiesta della “cricca” ha compiuto degli accertamenti presso il terminale del ministero dell’Interno per verificare se erano aperte delle indagini nei confronti di Baita e soci. Giovanni Preziosa ai finanzieri ha detto: «Io faccio anche piccoli lavori di consulenza per la sicurezza di privati». Il poliziotto era già stato al centro di polemiche per i suoi metodi bruschi durante i controlli di polizia.

Carlo Mion

 

Fiamme Gialle ancora al lavoro

DUE ANNI DI INDAGINI

Gli uomini del Gico della Guardia di Finanza del colonnello Renzo Nisi, stanno lavorano sul sistema Baita da due anni e giovedì hanno concluso la prima fase arrestando PIergiorgio Baita, presidente Gruppo Mantovani, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, William Colombelli, titolare della società che produceva le fatture false e Nicolò Buson responsabile commerciale della Mantovani Spa. La indagini non sono terminate. Infatti ora c’è da lavorare sul materiale sequestrato durante le perquisizioni e valutare la posizione di vari ad che hanno firmato i bilanci delle società che negli anni hanno utilizzato le fatture false.

 

Sotto choc i costruttori del Mose «Estranei, il cantiere va avanti»

Al consorzio Venezia Nuova sconcerto dopo l’ordine di custodia cautelare per il manager Mantovani Mazzacurati: «Nessun denaro sommerso». Fatture Bmc Broker: il caso della festa al Porto con Lunardi

VENEZIA «Denaro sommerso intorno alle grandi opere? Francamente non so. Intorno alla nostra non gira nulla». Giovanni Mazzacurati, 80 anni, è il presidente-fondatore del Consorzio Venezia Nuova, padre del progetto Mose. L’arresto di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani – socio di maggioranza del pool di imprese che dal 1984 ha in concessione unica la salvaguardia di Venezia e della sua laguna – è stato un fulmine a ciel sereno anche per lui. «La notizia mi ha molto sorpreso e amareggiato», dice il giorno dopo l’arresto, «l’impresa Mantovani è una delle nostre imprese più valide, e l’ingegner Baita che fa parte del Consiglio direttivo ha sempre dato un contributo importante alle attività del Consorzio». Mazzacurati padre nobile, Baita braccio operativo che negli ultimi tempi aveva aumentato anche la sua presenza pubblica. Adesso, con il suo arresto per una serie di fatture false scoperte dalla Finanza, riseplode la polemica intorno al «monopolio» e alle grandi opere in cui la Mantovani è stata protagonista negli ultimi 25 anni. Mose, Passante, scavi dei canali portuali, marginamenti, litorali, strade e sottopassi, depuratori, ospedali. Adesso i progetti non ancora avviati del porto off shore e della sublagunare, l’Expo di Milano. Una ragnatela di affari che ne fa la prima impresa del Veneto, tra le prime venti in Italia. Legami abbastanza stretti con la Regione di Galan e Chisso. Non a caso Baita era stato, due anni fa, tra gli 11 imprenditori «selezionati» che avevano accolto l’allora premier Berlusconi all’aeroporto di Tessera, insieme a Ghedini e Marchi. Un uomo brillante, un imprenditore di successo. Da quasi vent’anni alla testa dell’impresa padovana subentrata a Impregilo come azionista di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova. In molti adesso chiedono commissioni d’inchiesta e fari accesi sulla contabilità miliardaria degli ultimi anni gestita dal concessionario unico dello Stato. Il Consorzio è coinvolto in questa vicenda? «Non c’è alcun rapporto tra i lavori del Mose e quanto accaduto in questi giorni», scandisce Mazzacurati. Due le fatture irregolari contestate dalla Finanza alla Mantovani ed emesse a carico di Consorzio Venezia Nuova e Tethis, la società di ricerca acquistata tre anni fa dal Consorzio. «Sono 413 mila euro per il Consorzio e 85 mila per la Tethis», ricorda l’ingegner Mazzacurati, «la prima per uno studio affidato alla Bmc pe sullo sviluppo dell’Arsenale, la seconda per un convegno organizzato dalla Tethis nel 2006». «Ma il progetto Mose», garantisce l’ingegnere, «non si ferma. Va avanti come da programma approvato a concordato con il Magistrato alle Acque». Proprio il giorno dell’arresto di Baita sono arrivate a Marghera, trainate da un rimorchiatore, le prime due paratoie costruite nei cantieri navali di Monfalcone. «I lavori del Mose», conclude Mazzacurati, «finiranno nel 2016; ai primi di giugno saranno messe in funzione le prime quattro paratoie nel canale di Treporti, i cassoni costruiti a Santa Maria del Mare saranno messi sul fondale alla fine di ottobre». Una sola, come conferma il presidente Paolo Costa, la fattura contestata all’Autorità portuale. Riguarda la festa per la conclusione dello scavo dei canali a Fusina. 141 mila euro sborsati dal Porto (allora presidente era Giancarlo Zacchello) per i servizi forniti dalla Bmc Broker. Montaggio del tendone e pranzo per 600 inviati illustri in piena campagna elettorale, i ministri Lunardi e Matteoli, Galan e la giunta regionale. Il Comune aveva disertato, per la polemica innescata da Cacciari contro il governo Berlusconi sul taglio dei fondi della Legge Speciale e il mancato ascolto sulle alternative al Mose. Polemiche a non finire, interrogazioni, come riporta la Nuova di quei giorni. Ma non era successo nulla. Sette anni dopo, gli arresti.

Alberto Vitucci

 

Zorzato: la Regione deve aprire tutti i suoi cassetti

«Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato, ieri a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Padova, riferendosi all’indagine della Guardia di finanza di Padova e Mestre. Le Fiamme gialle hanno perquisito anche la sede di Veneto Strade, controllata dalla Regione e fondata e presieduta da Marino Zorzato dal 2001 al 2004. «Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione – ha aggiunto Zorzato – vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perchè la gente esige chiarezza».

 

Vernizzi (Veneto Strade): sorpresi dalla visita della Finanza ma sereni

«Siamo sereni, non ci risultano persone della nostra azienda indagate. Quindi attendiamo». Silvano Vernizzi, amministratore delegato di Veneto Strade, la società che è il braccio operativo della Regione per la viabilità, e che ha la sua sede a Mestre, in via Baseggio, commenta con poche parole l’indagine della Finanza che ha portato alla luce un giro di fatture false che chiama in casa pure l’azienda controllata dalla Regione. «Sono venuti giovedì ad acquisire atti. Non ho altro da dire», spiega Vernizzi. Ma siete rimasti sorpresi dell’arrivo dei finanzieri, gli chiediamo. «Ovviamente la visita ha stupito tutti ma ripeto, noi siamo sereni e non ho altro da aggiungere», taglia corto Vernizzi. Continua a non rilasciare dichiarazioni, invece, l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso che in questi anni ha lavorato in stretto contatto con la società amministrata da Vernizzi, che è stato, tra l’altro, per anni anche il commissario straordinario per il Passante e ne ha seguito, passo passo, la realizzazione. Nell’elenco delle fatture false emesse dalla società BMC Broken, finita nella bufera dell’indagine della magistratura che ha portato in carcere, tra gli altri Piergiorgio Baita, a capo del gruppo Mantovani, compare Veneto Strade con un importo di 2,1 milioni di euro. Nell’elenco figura pure la società Passante di Mestre ( che ha realizzato la nuova autostrada) per 182 mila euro. Altre nove società sono indicate per importi inferiori al milione di euro. Per quelle con importi superiori vengono indicate la Mantovani Spa e Adria Infrastrutture Spa. Veneto Strade vede alla presidenza del consiglio di amministrazione Roberto Turri, il direttore generale è Roberto Franco. La spa controllata da Regione e sette province venete, ha chiuso il 2011 con un bilancio in attivo di poco più di 32mila euro, un patrimonio netto di 6.699.722 euro, un patrimonio attivo di 663.932.777 e 284 dipendenti. Il 62,93 per cento delle risorse è andato alle opere viarie. (m.ch.)

 

I primi dubbi con l’arresto di Brentan

L’inchiesta del pm Ancillotto. L’ex ad della Venezia-Padova guida tuttora la Nogara Mare Spa

VENEZIA – I primi a interessarsi di Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo sono stati i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia, che da qualche giorno avevano arrestato – nel febbraio dello scorso anno – l’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan, poi condannato a 4 anni di reclusione. Altro elemento che fonda come assai accentuata e pienamente attuale l’esigenza cautelare riguarda il fatto che tuttora Lino Brentan rivesta la carica di amministratore delegato della società Nogara Mare spa. Basti pensare, al riguardo, questo eloquente passo dal verbale d’interrogatorio dell’1 marzo 2011 reso da Giuseppe Barison: «Preciso che Brentan, all’incontro dell’hotel, mi aveva parlato di lavori relativi alla Nogara-Mare e che avrebbe fatto di tutto per farci prendere qualcosa, magari in subappalto dalla Mantovani, che probabilmente avrebbe preso il grosso dell’appalto». Barison è uno degli imprenditori che ha pagato Brentan e che lo ha confessato e questo passo è riportato dall’ordinanza del Tribunale del riesame di Venezia che spiega perché l’ex amministratore delegato deve restare ai domiciliari. Così i finanzieri si interessano anche della Mantovani e di Adria Infrastrutture e partono le intercettazioni sui cellulari di Baita e di Minutillo. Cinque mesi dopo i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Padova entrano negli uffici amministrativi della Mantovani per una verifica fiscale, un controllo di routine. Con gli accertamenti fiscali spuntano le prime e grosse irregolarità e vengono alla luce i rapporti tra l’asso pigliatutto nel settore delle costruzioni in Veneto e quella piccola e sconosciuta società di San Marino. Ma di San Marino parlano anche Baita e Minutillo, anzi, la manager va spesso nella Repubblica del Titano e, guarda caso, si incontra con il presidente di quella piccola società, la «Bmc Broker». Il pubblico ministero Stefano Ancilotto chiede che vengano messi sotto controllo anche i cellulari di William Colombelli, che sono ben cinque, e il quadro si completa. Gli investigatori veneziani e padovani, tutti della Guardia di finanza, a quel punto si coordinano e ognuno prosegue per la sua strada, ma ora in pieno accordo e coordinamento fino all’ottobre 2012, quando alla fine del mese il pm lagunare chiede le ordinanze di custodia.

Giorgio Cecchetti

 

ESPOSIZIONE UNIVERSALE DEL 2015

Il sindaco di Milano Pisapia: «Nessuna ombra sull’Expo»

L’arresto da parte della Procura di Venezia di Piergiorgio Baita, presidente e ad del Gruppo Mantovani – vincitore del bando per la cosiddetta piastra del sito dell’Esposizione universale del 2015 a Milano – non getta «nessuna ombra su Expo». Ad assicurarlo e ribadirlo è stato ieri il sindaco Giuliano Pisapia, a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tar. «Il procedimento giudiziario sul presidente della Mantovani – ha spiegato Pisapia – riguarda fatti del tutto diversi» e non coinvolge quindi l’evento del 2015. L’accusa, per Baita, è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante emissione e utilizzo di fatture false. «È giusto che indaghi la magistratura – ha aggiunto il sindaco di Milano – ma quello che è certo è che non hanno nessuna rilevanza nè diretta nè indiretta su Expo». Ciò non toglie che «per quello che è successo, credo sia opportuno, e per questo ho fatto un invito pubblico, che il presidente della Mantovani di dimetta o cambi la governance della società. Questo per la tranquillità di tutti, della società e dei cittadini», ha concluso. Il sindaco di Milano aveva chiesto un passo indietro a Baita già nell’immediataezza della notizia che la procura di Venezia aveva chiesto e ottenuto dal gip l’arresto del presidente di Mantovani e di altre tre persone. Una posizione, quindi, ribadita e rafforzata dalla dichiarazione resa ieri.

 

PADOVA e selvazzano

Mantovani e Fip Industriale gli operai temono l’incertezza

PADOVA I sindacati hanno chiesto un incontro con l’azienda per capire meglio quanto sta succedendo e quali possibili effetti può avere sul lavoro l’arresto del presidente della Mantovani Spa Piergiorgio Baita. Fra i dipendenti della ditta, che ha la sua sede nella Zip, in via Belgio, la tensione e la preoccupazione sono palpabili. Tanto più che, nonostante la crisi che ha investito il settore dell’edilizia e delle costruzioni, per loro non si è ancora mai profilato un solo giorno di cassa integrazione. Anche se al momento la Guardia di finanza esclude il coinvolgimento della famiglia Chiarotto, proprietaria della Mantovani, nella frode fiscale da dieci milioni di euro, è difficile credere che non ci saranno contraccolpi. «Speriamo sia fatta chiarezza» l’auspicio di Omero Cazzaro e Marco Benati, di Feneal-Uil e Filea-Cgil, «l’azienda ha sempre tenuto rapporti corretti con i sindacati e la legalità è un principio che abbiamo sempre condiviso. Se dovessero saltare degli appalti a rischiare il lavoro sarebbero tantissime persone. Dopo l’incontro con la proprietà faremo un’assemblea con i dipendenti». Una certa apprensione per quanto sta accadendo c’è anche alla Fip Industriale di Selvazzano, altra azienda dei Chiarotto: «Chiederemo un incontro per capire la situazione» annuncia Silvio De Toni dell’Rsu, «per ora non abbiamo motivo di temere contraccolpi sulla nostra attività». La Mantovani è una delle aziende che hanno partecipato alla gara per il nuovo centro congressi che dovrà sorgere al posto del palazzo delle Nazioni in fiera a Padova con un progetto del valore di circa 30 milioni di euro commissionato all’architetto tedesco Mark Volkin. Elena Livieri

 

L’Ance: «Chi sbaglia paghi le regole valgono per tutti»

Il presidente dei costruttori veneti Luigi Schiavo: «Baita manager bravissimo» «La magistratura faccia il suo lavoro, ma lo faccia in fretta e con precisione»

VENEZIA – Un paio di premesse, dovute. Ma poi barra a dritta su «trasparenza» e «legalità». Luigi Schiavo, presidente dei costruttori del Veneto, ammette di essere rimasto sorpreso dagli arresti di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo. Si tratta del cuore dell’industria veneta delle costruzioni, forse la principale associata dell’Ance. Le premesse: «Non conosco l’inchiesta e bisogna fare attenzione a non demonizzare. Agli indagati comunque va l’augurio di uscire al più presto dalla vicenda». Ma poi Schiavo non fa sconti: «La corruzione va estirpata, pulizia e trasparenza sono nell’interesse delle imprese. Perché chi viola le regole danneggia tutto il sistema, altera il sistema della concorrenza». Secondo il presidente dei costruttori veneti, «la magistratura deve andare avanti serena, in piena e assoluta autonomia». Soprattutto, insiste Schiavo, lo deve fare «con urgenza: perché i tempi non sono di secondaria importanza per la vita di un’impresa. E prima si fa chiarezza e meglio è per tutti». Schiavo è preoccupato soprattutto per la capillare rete di fornitori e imprese che vive attorno alla Mantovani: «ci sono migliaia di persone che vivono intorno a quell’impresa: anche per rispetto del loro lavoro le indagini siano rapide e precise». Il sistema veneto, insomma, non sopporta in questo periodo l’incertezza sul destino di un’impresa così importante. E aggiunge: «Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi, che assuma le proprie responsabilità». E poi un ragionamento più generale: «Purtroppo negli ultimi vent’anni le cose non sono cambiate: non c’è stata la volontà politica di cambiare. Qualcosa poteva fare la legge anticorruzione tentata dal governo Monti, ma non se ne è fatto molto. La corruzione altera le regole del mercato, il sistema delle imprese non può tollerarla». Secondo Luigi Schiavo, la Mantovani è una risorsa per il Veneto e va tutelata: «Baita, per come lo conosco, è un signor imprenditore. È stato lungimirante ad intuire per primo le potenzialità del project financing, davvero bravo. Ma le regole vanno rispettate». Insomma, l’Ance per ora non prenderà alcun provvedimento nei confronti della Mantovani ma segue con grande attenzione l’indagine della magistratura. La preoccupazione più grande riguarda proprio le imprese dell’indotto che lavorano per il Mose e per le grandi infrastrutture gestite dalla Mantovani in mezza Italia. «Negli ultimi mesi pareva di avvertire un segnale di abbrivio per i grandi investimenti –aggiunge Schiavo –non vorrei che con questa inchiesta si fermasse tutto, sarebbe un grave danno per il sistema economico del Veneto». L’inchiesta della magistratura veneziana colpisce il cuore del sistema delle imprese. Il metodo di creare delle provviste in uno stato «facile» dal punto di vista fiscale è noto sin dalla notte dei tempi: ma se un tempo poteva servire per gestire i cosiddetti «fuori busta» ad imprese e dipendenti, nel tempo si è perfezionato fino a diventare in taluni casi uno strumento per «agevolare» gli affari più ghiotti.

Daniele Ferrazza

 

«Nell’occhio del ciclone la gestione Galan»

Ruzzante (Pd) chiede una commissione d’indagine. Bottacin (Verso Nord): «Verrà un terremoto»

VENEZIA – Prima la vicenda dell’appalto calore in sanità, poi la compravendita del Palazzo di Grandi Stazioni a Venezia; l’arresto di un tecnico del genio civile per le opere pubbliche dell’alluvione e l’inchiesta sull’appalto per i pagamenti del bollo auto. «La serie di arresti di questi giorni conferma il fatto che attorno al governo di centrodestra della Regione Veneto ruota un sistema di potere dai contorni foschi». Il consigliere regionale del Pd, Piero Ruzzante, chiede l’istituzione di una commissione regionale d’inchiesta: «Sono ormai troppe – ribadisce – le vicende giudiziarie che si stanno sommando negli ultimi mesi. Impossibile non scorgere dunque un quadro preoccupante di ciò che è stato il Veneto sotto la conduzione politica di Galan e della Lega. Come Pd – conclude Ruzzante – vogliamo che in sede istituzionale si apra dunque una commissione di inchiesta che in maniera approfondita analizzi e ricostruisca uno scenario che la magistratura sta svelando poco a poco, ma che richiede anche una seria riflessione da parte di chi in questo momento rappresenta l’istituzione regionale». Una dichiarazione di analogo tenore viene dal gruppo consiliare di Verso Nord, per bocca del capogruppo Diego Bottacin: «Nell’occhio del ciclone c’è un intero sistema di potere che, con la regia di Galan, ha governato il Veneto per molti anni. Vista anche l’origine della inchiesta non è difficile pensare a nuovi terremoti in vista. Perché se l’inchiesta è centrata sull’ipotesi di reato di evasione fiscale, non è difficile intuire che direzione prendessero quei flussi di denaro». Anche Simonetta Rubinato, deputato del Pd, chiede chiarezza: «Corruzione e illegalità minano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. L’indagine – rivela la deputata trevigiana – pare comprovare l’esistenza di un vero e proprio sistema di fondi neri legati agli appalti. Al momento si tratta soltanto di accuse, ma se esse fossero confermate getterebbero altro discredito sull’ambiente economico, politico ed istituzionale. È necessario da subito mettere in atto una reazione contro la corruzione e l’illegalità, forte e corale, da parte sia di ogni forza politica che della classe imprenditoriale, ponendo fine ad ogni collateralismo di potere e rilanciando un sistema economico dove la libera concorrenza e il merito vengano finalmente premiati». (d.f.)

 

Porto, nel mirino la fattura della torta

Il presidente Paolo Costa: «Un solo episodio, che risale al 2006 con la vecchia gestione. Spesi allora 141 mila euro »

VENEZIA – Una sola fattura «incriminata», del marzo 2006. Festa elettorale per lo scavo dei rii a Fusina: 600 invitati, 141 mila euro a carico dell’Autorità portuale allora presieduta da Giancarlo Zacchello. Servizi resi dall’ormai famosa Bmc, la Business Merchant Consulting di San Marino. «Il Porto non c’entra, nel senso che abbiamo verificato tutte le fatture», dice il presidente Paolo Costa, «la Finanza è venuta e si è portata via solo quella, del 2006». Una sola? Eppure il Porto ha da anni stretti rapporti con la Mantovani spa, gigante dell’edilizia, socio di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova finita nella bufera per l’arresto del suo presidente Piergiorgio Baita, accusato di false fatturazioni. Al porto la Mantovani lavora da anni, ottenendo incarichi e appalti, ma anche molti affidamenti diretti per i lavori di scavo, sistemazione delle banchine, bonifiche, adesso il porto off shore. Di recente ha vinto la gara per la sistemazione dell’ex area Alumix. E continua il famoso scavo, avviato nel 2005, per portare i fondali dei canali portali a 12 piedi. Un project financing molto particolare. «Si chiama anche project di disponibilità», spiega Costa, «vuol dire che l’impresa anticipa il lavoro anche se i pagamenti arrivano molto tempo dopo». Quanto al caso specifico, Costa non vuole commentare. Con la Mantovani ha avuto rapporti fin da quando era ministro dei Lavori pubblici, e poi sindaco e parlamentare europeo presidente della commissione Trasporti. «È forse l’impresa più importante di questa città», dice Costa, «e poi non si deve fare il solito errore di scambiare l’opera con le vicende che coinvolgono le imprese che la fanno. Se l’opera è importante, come il Mose, si deve completare indipendentemente da questi fatti». Una rete di fondi neri e di denaro non controllato dietro le grandi opere? «Per quello che mi riguarda proprio no», taglia corto Costa, «sulla vicenda non ho elementi per dare un giudizio». Il legame tra la società di San Marino e la Mantovani si consolida in quei giorni di fine febbraio del 2006. Siamo in piena campagna elettorale, e per organizzare la «grande festa del Porto» Autorità portuale e Regione fanno le cose in grande stile. Seicento invitati, un tendone montato in tempo di record e una “consulenza” per l’organizzazione dell’evento. Alla parata elettorale partecipa il ministro delle Infrastrutture di Berlusconi Pietro Lunardi, il ministro dell’Ammbiente Altero Matteoli. E poi il presidente Giancarlo Galan e il suo assessore Renato Chisso, il commissario straordinario per lo scavo dei fanghi Roberto Casarin. Si festeggia il completamento dello scavo del primo tratto di canale. Il sindaco Cacciari diserta per protesta, dopo che il governo ha tagliato i fondi della Legge Speciale e non lo ha ascoltato sulle proposte alternative al Mose. Il rinfresco offerto dal Porto viene curato dal ristorante «Celeste» di Venegazzù. Ed ecco la fattura, oggi finita nel mirino degli inquirenti.

Alberto Vitucci

 

Caccia e zitelli «Mose, lavori più cari senza gli appalti»

«Far luce sui fondi neri. E sul fiume di danaro passato in questi anni per il Consorzio Venezia Nuova e la Mantovani, impresa che detiene la maggioranza delle quote del pool». Il consigliere comunale Beppe Caccia («Lista in Comune») ribadisce la sua richiesta di una commissione di inchiesta. «Una valanga di milioni di euro, soldi pubblici che dovrebbero servire a costruire il Mose», scrive Caccia, ma che in realtà se ne vanno anche in altre attività». Caccia ricorda ad esempio che gli ultimi 1250 milioni di euro arrivati al Consorzio non vanno tutti in lavori per le dighe. «Il 12 per cento è ad esempio la quota che va non per i lavori e la progettazione ma per gli oneri del concessionario. Sono 250 milioni di euro, non pochi in tempi di austerity». Dei restanti 950 milioni se ne potrebbero risparmiare almeno il 30 per cento, quasi 300 milioni, se ci fossero le gare d’appalto e non la procedura di assegnazione diretta da parte del Consorzio alle sue imprese». Un sistema, quello del monopolio, più volte contestato dagli ambientalisti e segnalato dalla Corte dei Conti. «In molti, e tra questi il sindaco di Venezia non capiscono che Mantovani non è impresa qualunque, ma il socio di maggioranza del concessionario unico dello Stato per il Mose», dice Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione Via che nel 1998 bocciava il progetto Mose, «Faccia come Pisapia a Milano».(a.v.)

 

Accordo fatto con il comune

Est Capital: «Va avanti l’operazione Ospedale»

VENEZIA «Le operazoni di Real Venice II stanno proseguendo secondo la normale operatività. Mantovani è uno dei quotisti del fondo, ma non ne detiene in alcun modo la quota di maggioranza». Est Capital precisa che gli arresti di Mantovani e altri decisi dalla magistratura non mettono a rischio le operazioni in corso. A cominciare dall’acquisto dell’ex Ospedale al mare e alla nuova avventura della realizzazione del nuovo Auditorium. Ieri Comune e Est Capital hanno depositato al giudice civile Liliana Guzzo le ultime memorie di parte. Comunicando anche del sopravvenuto accordo. E’ probabile dunque che nelle prossime ore il magistrato autorizzi a liberare la somma di 31 milioni di euro già depositata alla Carive per l’acquisto dell’ex ospedale. Che gli investitori volevano ritirare per le «inadempienze» di Ca’ Farsetti sulla bonifica e sui tempi delle autorizzazioni. E che il Comune aveva bloccato con ricorso d’urgenza al Tribunale. Sei mesi di tira e molla, poi l’accordo trovato dal sindaco Orsoni con il presidente di Est Capital Gianfranco Mossetto. Il Comune ha già incassato 27 milioni di euro – la cifra che secondo Ca’ Farsetti copre la spesa sostenuta per acquistarlo dall’Asl ma ha fatto guadagnare al Comune la proprietà dell’area verde della Favorita, compresa nel primo contratto e adesso esclusa – altri 31 saranno sbloccati adesso. Tre milioni sono stati riconosciuti a Est Capital per le spese (ne aveva chiesti nove). L’impegno adesso è quello che sarà proprio Est Capital e non più Sacaim a garantire la costruzione del nuovo auditorium, secondo il progetto di riqualificazione già approvato dal Comune. Un’ipotesi che non piace ai comitati dell’isola, che dopo l’arresto di Baita hanno rilanciato la richiesta di fermare l’operazione e ridiscutere tutto. Invece il Comune è sul punto di firmare l’accordo per la trasformazione dell’ex Ospedale al mare in un centro turistico di lusso. (a.v.)

 

Da Marghera l’appello: «Ora fermate Alles»

Rifiuti e affari, l’assemblea permanente chiede a Zaia di non autorizzare l’ampliamento dell’impianto

MARGHERA – Tra i progetti che la Mantovani porta avanti nel Comune di Venezia c’è anche quello del potenziamento dell’impianto Alles . La società, di proprietà del gruppo Mantovani ha presentato agli enti locali un progetto di revamping per l’impianto che tratta rifiuti tossico nocivi provenienti dalla laguna e che vuole trattare anche altri tipi di scorie. Un progetto già bocciato nel novembre dello scorso anno dal consiglio comunale veneziano secondo cui «il progetto di potenziamento dell’impianto di Alles spa contrasta con le vigenti norme del Piano regolatore generale del Comune di Venezia, contrasta inoltre con gli obiettivi di risanamento e riqualificazione industriale definiti dal Pat e si inserisce in un più ampio disegno finalizzato allo sviluppo nel sito industriale di Porto Marghera dell’intera filiera produttiva per lo stoccaggio, il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi, provenienti da tutto il territorio del Veneto e non solo». Ieri l’assemblea permanente contro il rischio chimico a Marghera, dopo il diffondersi della notizia dell’arresto di Baita, ha, con un comunicato, ha chiesto di «imporre la bocciatura» alla richiesta della Alles Spa. Scrive il comitato di Marghera: «Non ci sembra una casualità che in questi anni due progetti di trattamento e smaltimento dei rifiuti industriali presentati a Porto Marghera dalla ditta Ste di Stefano Gavioli e Alles di Piergiorgio Baita vedano i loro presidenti in prigione o per traffico di rifiuti o per tangenti. Il grande business dei rifiuti attira forti interessi illegali che possono mettere in discussione anche la salute della popolazione nel momento che progetti pericolosi come quello di Alles vengano gestiti da persone senza scrupolo e con l’unica finalità di lucrare senza tenere conto delle ricadute sulla vita dei cittadini». Il comitato ricorda anche le stime dell’agenzia Arpav, secondo cui «il potenziamento di Alles produrrebbe il 30% in più di polveri sottili e inquinamento acustico e che i medici e pediatri di questo territorio si sono già pronunciati negativamente, ritenendo che questo revamping aggraverebbe ulteriormente una situazione già molto pesante per patologie legate all’esposizione a questi inquinanti». Da qui l’invito alla Regione Veneto di Luca Zaia di decidere per «l’immediata bocciatura al revamping di Alles».(m.ch.)

 

In carcere con il presidente della Mantovani anche Claudia Minutillo William Colombelli e Nicolò Buson. Sono accusati di frode fiscale

VENEZIA – È finito in manette uno dei “padroni del Veneto”, l’imprenditore veneziano Piergiorgio Baita, 64enne presidente della Mantovani Spa, asso pigliatutto delle costruzioni venete soprattutto regionali e in generale pubbliche, in project financing e non, e la principale del Consorzio Venezia Nuova impegnato nei lavori per il Mose. Con lui sono stati arrestati dai finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova, Claudia Minutillo (49 anni), nella sua lunga carriera segretaria di numerosi esponenti politici del Pdl, da Giancarlo Galan a Paolo Bonazza Buora, e ora trasformatasi in manager tanto da divenire amministratore delegato di “Adria Infrastrutture spa”; William Colombelli, 49enne titolare di una società di San Marino che si faceva passare per console onorario della Repubblica del Monte Titano, e Nicolò Buson (padovano di 56 anni), responsabile amministrativo della «Mantovani». Tutti sono accusati di associazione a delinquere e di concorso in frode fiscale. Baita, rinchiuso ora nel carcere di Belluno, è stato arrestato nella sua abitazione di Mogliano, mentre Minutillo era a Mestre ed è stata accompagnata nel carcere femminile della Giudecca, così Buson che è stato bloccato a Padova e accompagnato al Santa Bona di Treviso, infine Colombelli è finito in manette a Santa Margherita Ligure, dove risiede abitualmente ed è finito nel carcere di Genova. Due le direzioni dalle quali gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, sono arrivati alla «Business Merchant consulting (Bmc) Broher srl» di San Marino di Colombelli: il Nucleo di Polizia tributaria di Padova attraverso una verifica fiscale negli uffici amministrativi della “Mantovani”, che sono nella città del Santo, e il Nucleo di Polizia tributaria di Venezia a partire dall’indagine che hanno portato due anni fa all’arresto dei due dirigenti dell’ufficio Edilizia della Provincia e da quella dell’anno scorso nell’ambito della quale è finito in manette l’amministratore delegato della società Autostrade Venezia-Padova Lino Brentan. I finanzieri avrebbero accertato che, a partire del 2005, la Bmc Broker avrebbe emesso fatture false per dieci milioni di euro, di cui otto a favore della «Mantovani» di Baita e altri due a favore della «Adria Infrastrutture» della Minutillo. Secondo quelle fatture fasulle, la società di Colombelli avrebbe svolto attività tecniche che in realtà avevano già svolte altre aziende pagate regolarmente e che avevano rilasciato fattura, questa sì vera. Ad esempio, la Bmc Broker avrebbe svolto ricerche di mercato, studi su possibili inserzioni pubblicitarie, addirittura ricerche sulla consistenza che dovevano avere le paratie del Mose, ricerca di partner commerciali. Consulenze pagate profumatamente: fatture false da 500 mila euro, addirittura di un milione che venivano poi pagate tramite bonifico bancario su conti correnti sanmarinesi e, a stretto giro, quei soldi venivano prelevati in contanti per la quasi totalità (escluso il corrispettivo che veniva trattenuto per la commissione) da Colombelli o da suoi incaricati. Denaro che sarebbe poi stato riconsegnato a Baita e a Minutillo, in Italia e in Svizzera. In questo modo «Mantovani» e «Adria Infrastrutture» avrebbero costituito veri e propri fondi neri per circa 10 milioni di euro. Solitamente attraverso le risorse clandestine le imprese pagano tangenti ai pubblici amministratori e gli inquirenti veneziani stanno compiendo accertamenti su questo punto. Il giudice veneziano Alberto Scaramuzza ha disposto anche sequestri di beni mobili e immobili per 8 milioni di euro e i finanziari hanno sequestrato a Baita due conti correnti e cinque appartamenti (a Mogliano, a Treviso, a Venezia e a Lignano); a Colombelli un conto corrente, una villa sul lago di Como e due barche (una di 14 metri ormeggiata a Portofino e l’altra di sei metri sul lago, sotto casa); a Minutillo due appartamenti, uno a Mestre, l’altro a Jesolo; a Buson un appartamento a Padova. Nella conferenza stampa il procuratore della Repubblica Luigi Delpino ha voluto sottolineare l’importante collaborazione internazionale fornita dall’autorità giudiziaria e di polizia sia della Repubblica di San Marino, un tempo considerato un paradiso fiscale, e della Svizzera. «È stata una collaborazione essenziale» ha detto il magistrato. A coordinare le indagini i colonnelli della Guardia di finanza Renzo Nisi e Giovanni Parascandolo.

Giorgio Cecchetti

 

«Azzero il debito per… Giancarlo»

Le registrazioni telefoniche fatte da William Colombelli per incastrare l’ingegnere: «Questo non lo dovevi fare»

VENEZIA «Questo non lo dovevi fare…», è il 15 maggio dello scorso anno e Piergiorgio Baita parla al telefono con William Colombelli. E il presidente di Mantovani si riferisce alle registrazioni delle loro conversazioni fatte dal titolare della BMC Broker, quando s’incontravano e quando incontrava Claudia Minutillo. Registrazioni che i finanzieri avevano sequestrato il giorno prima durante la perquisizione della società di San Marino. Sono le registrazioni che incastrano Baita e che non lasciano scampo nemmeno a Claudia Minutillo. In una conversazione Baita dice all’altro: «Quel materiale non avrebbe dovuto esserci…». Colombelli aveva iniziato a fare registrazioni quando, a fine 2010, ha capito che i due lo stavano scaricando. Dieci i file trovati riguardanti le registrazioni. In uno dei file trovati in casa a Colombelli e denominato “conti a casa con Claudia”, l’uomo e la Minutillo parlano dell’incontro che ci deve essere con Baita, nel quale il presidente di Mantovani deve fare l’offerta per l’acquisizione di BMC Broker. Dice Colombelli: «…sono valori miei, io qui ho soltanto i fatturati loro Adria, Mantovani…vedi che i primi anni c’era Consorzio, Talea…le Autostrade». Colombelli spiega che il fatturato lo fa con la Mantovani e con altre società che usano lo stesso sistema delle fatture false. In un altro passo della registrazione Colombelli spiega il sistema, il “giro del nero” della Mantovani, grazie alle fatture false. Dice alla Minutillo: «Che i 4mila, dove cazzo sono, questi soldi qua…questi 2 milioni e 697, questi 4 milioni…questi 3 milioni…li hanno sempre avuti indietro…su questo fatturato loro portano a casa sempre…perché c’è l’ho segnato sempre…se vai sul 2005, loro hanno portato a casa 4 milioni in nero, mi segui? Io l’ho fatturato quel lavoro, e tu c’hai guadagnato…con tutti quei soldi in questi anni tu hai portato a casa tutto questo totale di nero…». Poi riferendosi a Baita dice: «Se comincia a rompere i coglioni c’ho qua tutto, c’ho qua la lettera e le altre cose di Mantovani». Colombelli vuole che Baita acquisti, per 3 milioni la sua azienda. «Il fatto del bilancio glielo azzero nello stesso identico modo. Se lo vogliono fare…perché è stata arrivata la cosa…da…da Giancarlo…». E ancora: «Vi siete portatati a casa la bellezza di 8 milioni di euro in sei anni che io ti ho consegnato personalmente». Colombelli vuole vendere la società per farla chiudere, staccando fatture false a favore di Mantovani. Come del resto vuole fare Baita che sente il fiato della Guardia di Finanza addosso. Ma ritiene che 3 milioni siano troppi.

Carlo Mion

 

la conversazione – Baita: «Non voglio una cartiera all’interno del mio gruppo»

Che Piergiorgio Baita si renda conto che la “Bmc Broker” sia una “cartiera” è evidente in alcune conversazioni registrate da Colombelli nel 2010, quando ci sono gli accertamenti della Guardia di Finanza e quando i due discutono della possibile acquisizione, da parte di Baita della società dell’altro. Dice Baita: «Non penso che tu abbia fatto la Bmc per noi». Colombelli risponde: «Inizialmente aveva anche un ramo commerciale, ma negli ultimi anni è stata solo per voi». In un’altra conversazione, quando la Bmc, in seguito ai controlli della Guardia di Finanza, non lavora più, e Colombelli insiste perché la sua società venga acquisita dal gruppo Mantovani. Baita gli risponde: «Io non posso come gruppo prendere una società che produce carta, è pericoloso». Quando oramai hanno capito che la Guardia di Finanza sta scavando a fondo sulla loro attività cercano di sapere quanto gli investigatori hanno scoperto pagando un poliziotto di un commissariato che attraverso il computer del Ministero dell’interno aveva cercato di scoprire se ci fossero persone indagate tra loro. (c.m.)

 

Spunta una gola profonda una dipendente della bmc broker

Oltre a riscontri cartacei di bonifici bancari e prelevamenti di contante nelle banche di San Marino per un totale che supera gli otto milioni di euro, gli investigatori della Guardia di finanza di Padova coordinati dal pubblico ministero Stefano Ancilotto hanno basato l’indagine su due punti di riferimento. Il primo è stato una ”gola profonda”, determinante nel tratteggiare il funzionamento dall’interno del sistema messo in cantiere da Baita, Minutillo e Colombelli. Si tratta di una dipendente della Bmc Broker, la quale inizialmente, probabilmente su pressione del suo datore di lavoro, non ha rivelato alcunché, ma in un secondo momento ha riferito come funzionava il meccanismo, riferendo sostanzialmente che dietro le fatture che partivano per Venezia non c’era scambio di beni o servizi. Una conferma testimoniale di quello che gli investigatori delle «fiamme gialle» avevano appurato grazie alla documentazione sequestrata presso gli uffici padovani della Mantovani con la verifica fiscale. Il secondo punto di riferimento sono le intercettazioni telefoniche ed ambientali alle quali sono stati sottoposti Baita, Minutillo e Colombelli. Telefoni di casa, cellulari e anche microspie nelle automobili. E’ stato spiegato ieri che inserire la «cimice» nell’auto del sanmarinese è stata un’operazione piuttosto complessa che ha portato via ai finanzieri alcuni mesi addirittura. Colombelli, infatti, era molto attento e piazzava la sua auto di lusso sempre nei pressi di dove si trovava in modo da poterla tenere sotto controllo con uno sguardo. E le intercettazioni hanno potuto anche stabilire quale tenore di vita manteneva Colombelli: ville, auto sportive, vacanze in luoghi da sogno e imbarcazioni, Eppure, a un veloce controllo della sua dichiarazione dei redditi, risultava appena sopra il limite della povertà: negli ultimi anni, infatti, il presidente della «Bmc Broker» aveva dichiarato cifre intorno ai 12 mila euro di reddito lordo all’anno.

 

La resistibile ascesa di Baita Da Tangentopoli al Mose. Garante del patto tra il democristiano Bernini e il socialista De Michelis negli Anni Novanta poi ingegnere del “sistema maxi opere”. «Gli appalti non piovono, deve proporli l’impresa»

Dicono che la Mantovani prende sempre tutto ma questo indica una mentalità. Ora bisogna rischiare del proprio, non c’è più niente da prendere nelle opere pubbliche.

L’INGEGNERE DEL “SISTEMA GRANDI OPERE”

VENEZIA – La battuta che gira è che nel 1992 Baita si salvò parlando: se parla oggi, altro che Grillo, viene giù il soffitto. Ma cosa potrebbe dire oggi l’ingegner Piergiorgio Baita di così grave che non si sappia già, almeno nelle linee generali se non proprio nei dettagli? Il sistema dei lavori pubblici nel Veneto e delle grandi opere costruite con i soldi dei privati che poi si fanno rimborsare dagli enti pubblici, è ampiamente noto e descritto, con nomi e cognomi, da anni, in centinaia di articoli di giornale. Non c’è niente di misterioso, è tutto alla luce del sole: vincono sempre i soliti. Sono i più bravi, i più fortunati e i più ammanicati, fate voi in che ordine. Vincono quando ci sono le gare e anche quando non ci sono. Vincono perfino quando fanno offerte più alte dei concorrenti. Il sistema è arrivato al punto che la decisione di costruire un ospedale o un’autostrada è stata delegata ai privati: la Regione Veneto che dovrebbe stare all’inizio del processo programmatorio arriva in coda a prenderne atto. Da notare che non siamo in regime di monopolio: le imprese sono tante ma poche si accaparrano i grossi lavori, tutte le altre fanno la coda per elemosinare un sub-appalto. Alle condizioni imposte. Prendere o morire. E questo alimenta un clima di veleni. È una situazione illegale? Sono «vestitini cuciti su misura» del tipo di quelli realizzati in Lombardia per l’amico di Roberto Formigoni, quel Pierangelo Daccò che gli pagava le vacanze ma poi viaggiava in corsia di sorpasso quand’era il momento di assicurarsi gli appalti regionali? Piergiorgio Baita potrebbe dare di sicuro qualche risposta, anche se lui sostiene da tempo di aver preso il largo dai politici. Per almeno due motivi: non contano più niente, fatto sotto gli occhi di tutti, e hanno finito i soldi, cosa un po’ meno evidente. «Mi hanno dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan», ci diceva l’anno scorso. «Compagno di merende nel senso che lui mi ha sempre portato via la merenda per darla ai suoi amici, questo sì! Dal nuovo ospedale di Este-Monselice al padiglione Jona di Venezia, al Centro Protonico di Mestre: chiedete all’onorevole Sartori perché la Mantovani l’ha perso. Ecco i compagni di merende. Questo è un luogo comune, non solo falso ma che ha funzionato al contrario. Non sono mai stato così tranquillo dopo che Giancarlo Galan è andato a fare il ministro». Adesso Galan non è più ministro e l’ingegnere è un po’ meno tranquillo. Pochi lo sarebbero nella sua situazione, anche se agli arresti era già finito nel 1992, con la prima Tangentopoli. All’epoca dirigeva il Consorzio Veneto Disinquinamento, controllato da Iniziativa Spa, società costituita dall’impresa Furlanis, per la quale lavorava da vent’anni, e da Italstrade (Partecipazioni Statali). Puntavano a diventare concessionari di grandi opere pubbliche, con la formula del project financing che all’epoca nessuno conosceva. La sponda politica era assicurata da Franco Cremonese presidente della Regione e dal ministro Carlo Bernini. Mani Pulite mandò tutti a gambe all’aria, ma Baita ostinandosi a volere il processo ne venne fuori assolto nel 1995 per non aver commesso il fatto. Ai magistrati aveva raccontato per filo e per segno il meccanismo di spartizione degli appalti tra Carlo Bernini e Gianni de Michelis, i due dogi del Veneto di allora. La sua tesi era che in Veneto le imprese potevano lavorare solo con la “benedizione” dei partiti, ottenuta pagando un “obolo” alla chiesa, evidentemente. Era un concusso, non un corruttore. Piergiorgio è un tipo tosto, preparato, volitivo. Già risorto una volta. Molto addentro ai meccanismi. Con gli agganci che gli hanno consentito di riemergere e portarsi al comando, primo tra questi il patto di ferro con Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. Non si contano gli incroci societari e le partecipazioni con il suo nome, non ultima quell’Adria Infrastrutture spa che compare in un sacco di appalti pubblici del Veneto. Nel Cda di Adria Infrastrutture sedeva anche Claudia Minutillo, la dark lady, segretaria del presidente Giancarlo Galan fino al 2004, poi defenestrata senza complimenti ma subito «indennizzata» con incarichi e prebende sui generis, per tenerla buona. La Minutillo è in Bmc Brokers, la società che arriva da San Marino per rifornire il buffet pre-elettorale voluto da Galan nel febbraio 2006 a Fusina, con gli allora ministri Lunardi e Matteoli. Seicento invitati, costo 150.000 euro più altri 60.000 pagati da Palazzo Balbi attraverso Veneto Acque, società regionale. La Brokers incassa anche i 130.000 euro di una incredibile campagna informativa sullo stato di attuazione del Sfmr, il metrò regionale che ad oggi non è ancora partito. Quanto coinvolto sia stato Piergiorgio Baita in questi costosi giochi di palazzo, difficile dire. Di certo è un uomo che garantisce gli accordi. La prima repubblica finisce con Baita in galera, la seconda comincia con Baita libero come un fringuello che prende in mano la Mantovani Costruzioni, la fonde con la Laguna Dragaggi e ne fa una macchina da guerra. Vince dappertutto. Possibile che tocchi sempre a lui? «Dicono che la Mantovani prende tutto, ma questo indica la mentalità», ci replicava l’anno scorso. «La Regione che eroga e io sotto a prendere sgomitando con gli altri per arrivare prima. Non c’è più niente da prendere, devi essere tu a proporre. Bisogna investire e questo vuol dire rischiare soldi tuoi. Quelli che dicono che la Mantovani prende tutto, sono lì che aspettano che torni a piovere denaro pubblico sulle loro imprese. Succederà sempre meno. Io cerco di fare una mia strada, diversa dagli altri». Un’altra frase che l’ingegnere ama è una citazione di Al Capone, che non a caso ci faceva un anno fa, dopo l’arresto di Lino Brentan: «Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta». Baita cercava di spiegarsi l’arresto del presidente dell’autostrada Nogara-Mare arrivato tre mesi dopo l’avviso di garanzia. Perché non l’avevano arrestato subito? Per la strategia dei due tempi: prima la parola gentile, poi la pistola alla tempia. Adesso la pistola alla tempia ce l’ha lui. Siamo alla fine della seconda repubblica? «Non è vero che i project financing sono vinti tutti dalla Mantovani» ci aveva detto ultimamente. «Venite a trovarmi che vi do la classifica aggiornata». Ma non c’è stato il tempo.

Renzo Mazzaro

 

LA CURIOSITA’ – L’indagine è stata anticipata in un libro I magistrati veneziani: «Tutto spiegato nei “Padroni del Veneto” di Renzo Mazzaro»

VENEZIA – Lo hanno letto sia il pm Stefano Ancillotto che i finanzieri che si stanno occupando della frode fiscale attribuita al gruppo Mantovani, da qualche nano. Si tratta del libro “I padroni del Veneto” scritto dal giornalista Renzo Mazzaro. In quel libro c’è l’anima dell’indagine che ieri ha portato in carcere Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo. In quel libro è spiegato molto bene come avviene l’incontro tra gli imprenditori veneti, Baita in testa, e William Colombelli. Avviene grazie all’allora presidente della Regione Giancarlo Galan. Quando all’epoca la Bmc di Colombelli si occupava, con il suo ramo commerciale, di manifestazioni fieristiche. Ancora ieri il pm Ancillotto, a chi chiedeva come era nato il rapporto tra Baita e Colombelli, rispondeva: «È spiegato molto bene nel libro “I padroni del Veneto”». Leggendo quel libro spesso gli investigatori hanno capito che la realtà che emergeva dalla loro indagine, personaggi compresi, era raccontata in quelle pagine. Del resto il libro di Renzo Mazzaro mette in luce come con il sistema del project finacing la Mantovani è diventata, grazie all’appoggio della presidenza di Giancarlo Galan, se non la padrona del Veneto, uno dei padroni. Per ora le indagini si sono fermate agli imprenditori, mentre nel libro s’incontrano altre figure importanti che però appartengono al mondo della politica. I finanzieri continuano a rileggerlo, quel libro.

 

Il monopolio Mantovani. Ora trema anche l’Expo.

L’azienda si è aggiudicata la gara per le opere dell’esposizione milanese. E per il Mose incassati finora cinque miliardi e mezzo e non è ancora finita.

VENEZIA «Monopolio? Ma dai… Noi investiamo, rischiamo. Siamo un’impresa e facciamo quello che decide la politica». Così Piergiorgio Baita, 64 anni, imprenditore numero uno del Veneto, rispondeva poco tempo fa sulla «Mantovani pigliatutto». L’impresa padovana nata nel 1947, da 25 anni nelle mani della famiglia Chiarotto, è oggi uno dei leader nel panorama edilizio-immobiliare nazionale. Prima nel Veneto, undicesima in Italia, appalti e incarichi in continua espansione. Il nome di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani da quasi vent’anni, si trova per ben 67 volte nel registro delle imprese della Camera di commercio come presidente, consigliere, rappresentante legale. Il grosso delle commesse arriva dal Mose, le dighe mobili da anni al centro dei riflettori. Giunte al 65 per cento dei lavori, costo complessivo 5 miliardi e mezzo di euro, cinque volte il prezzo del progetto di massima. Un miliardo e 200 mila in più del «prezzo chiuso» stabilito pochi anni fa. Soldi garantiti, vista la concessione unica prevista dalla Legge Speciale del 1984. Sul Mose l’Unione europea ha respinto l’archiviazione dell’esposto degli ambientalisti. E nei prossimi giorni convocherà tecnici e Magistrato della Corte dei Conti, Antonio Mezzera, che aveva duramente criticato la gestione finanziaria della salvaguardia negli ultimi anni. Mose ma non solo. Il nome Mantovani si legge in quasi tutti i grandi cantieri aperti, progettati e appena chiusi del Veneto. Con particolare concentrazione in laguna. C’è il Passante di Mestre, ma anche le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali portuali e la difesa dei litorali, il restauro di rive, banchine portuali e fondamenta. Il tram di Mestre è stato realizzato dalla Mantovani, così come il depuratore di Marghera. Con la benedizione di Giancarlo Galan, presidente del Veneto per 15 anni e oggi deputato del Pdl, la Mantovani ha realizzato con il sistema del project financing il nuovo Ospedale di Mestre e il centro protonico. Sempre in project la Mantovani dovrebbe costruire in cordata con Sacaim e Studio Altieri – lo stesso che ha progettato gli ospedali – la sublagunare, futuristico progetto di collegamento subacqueo con il treno da Tessera all’Arsenale. Anche qui prezzo più che raddoppiato in pochi anni (da 400 a 800 milioni di euro). Studi tecnici negativi, «no» di Comune e Provincia, dubbi sulla sua utilità e sugli impatti. Da qualche anno Mantovani e Baita hanno intrapreso anche la strada delle gare. «Vinciamo sempre noi? Vuol dire che gli altri non hanno voglia di rischiare», ripete. Alla Mantovani viene assegnato così l’incarico di lavorare al terminal di Fusina, all’ex Alumix e nelle banchine portuali Piave Isonzo, alla tangenziale di Padova e ai sottopassi di Verona. Insieme a Fincosit e Condotte, le altre imprese del Mose, Mantovani ha acquistato con il fondo Real Venice 2 di Est Capital l’Ospedale al Mare del Lido per 61 milioni di euro. Operazione contestata dai comitati dell’isola, che prevede di realizzare appartamenti di lusso, ristorante, negozi, uffici e una grande darsena da mille posti barca a San Nicolò. Per dimostrare che non è solo il cemento il suo core business, l’azienda di Baita aveva accettato lo scorso anno di sponsorizzare con 5 milioni di euro le regate di Coppa America. Sede logistica all’Arsenale, gare in bacino San Marco, ricevimenti e attività nei capannoni (le Teze) dell’Arsenale nord appena restaurate proprio dal Consorzio Venezia Nuova. Mantovani, attraverso il Consorzio, finanzia anche attività culturali come la Fenice e il Marcianum, centro studi della Curia voluto da Angelo Scola. L’ultima avventura si chiama Expo. Baita e la sua azienda si sono aggiudicati la gara per l’Expo di Milano 2015, con un ribasso d’asta notevole e qualche problema con le imprese collegate, di cui una in odore di mafia.

Alberto Vitucci

 

esposizione universale

Il sindaco Pisapia: «Baita si dimetta» 

Il sindaco di Milano e commissario straordinario di Expo 2015 Giuliano Pisapia esprime in una nota la propria preoccupazione per le conseguenze dell’arresto avvenuto ieri mattina dell’amministratore delegato della società Mantovani, Piergiorgio Baita, società aggiudicataria dell’appalto per la costruzione della “piastra” per il sito espositivo di Rho-Pero. «Senza entrare in alcun modo nel merito delle indagini della magistratura, voglio comunque sottolineare – ha affermato Pisapia – che l’inchiesta non riguarda, né direttamente né indirettamente, l’appalto e i lavori sul sito di Expo 2015. Da parte mia, non posso che auspicare, nell’interesse di tutti e al fine di evitare polemiche, che, dopo quanto accaduto oggi, Piergiorgio Baita si dimetta spontaneamente da rappresentante legale della società o che la Mantovani decida di modificare la propria governance», ha concluso Pisapia.

 

Dall’Arsenale al Passante, un impero

L’azienda padovana ha realizzato le maggiori opere del Veneto e ne gestisce gran parte

VENEZIA – Non c’è solo Mantovani spa. O meglio, la Mantovani è dappertutto. Socia e partecipata di altre aziende che operano nel campo dell’edilizia, del disinquinamento, delle infrastrutture, della sanità. Un elenco lungo che comprende la Cav (Costruzioni Arsenale Venezia) società che ha in gestione per 30 anni la parte nord dell’Arsenale e i bacini di carenaggio. La Cav ha realizzato qualche anno fa anche i giganteschi dolphin piloni in cemento del rigassifigatore di Rovigo e ora costruirà le navi per il trasporto delle paratoie del Mose (jack up). Cav ha sostituito la società Palomar, che aveva ottenuto nel 2005 la concessione dallo Stato per il Mose. Altre società dove è presente la Mantovani sono la Sanitaria veneta, creata per costruire in project financing il nuovo Ospedale dell’Angelo a Mestre. La Sanitaria veneta di cui Baita è vicepresidente ha oggi in gestione servizi, immobili e parcheggi del nuovo ospedale. C’è anche Adria Infrastrutture, la Alles depurazione, creata insieme a Veritas e al Comune per depurare i fanghi a Marghera. Poi i Consorzi di cui Mantovani ha una quota, come il consorzio Lepanto e il Consorzio per la Pedemontana, il Molo Sali al Porto di Venezia, il Covela. Di proprietà della società Mantovani è adesso anche la Tethis, società di ricerca con sede all’Arsenale fondata 25 anni fa da Comune e Tecnomare. La Tethis si occupa di studi e ricerche legate al Mose, ed è interamente di proprietà della spa presieduta da Baita, presieduta da Maria Teresa Brotto. Società che ha notevolmente ridotto negli ultimi mesi il personale e l’attività di ricerca estranea al Mose. Il nome della Mantovani si trova anche nella neocostituita società New Port spa. La sede è in viale Ancona a Mestre, stesso civico della azienda madre padovana. Il presidente qui è l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, il vice Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani. Consigliere è Sandro Trevisanato, presidente della Vtp (Venezia terminal passeggeri), revisore dei conti Arcangelo Boldrin. Recente l’acquisizione da parte di Mantovani spa della società mestrina di Plinio Danieli Venice campus, che ha in programma la nuova edificazione in via Torino con torri, case, negozi e uffici. Una delle tante operazioni che la società padovana ha in campo. Uno degli ambiti dove la Mantovani è più attiva, oltre all’edilizia, sono le infrastrutture stradali. La Mantovani ha costruito il Passante, 32 chilometri tra Dolo e Quarto d’Altino costati circa un miliardo di euro. A gestire gli introiti del Passante di Mestre è adesso un’altra Cav (Concessioni autostradali venete) presieduta fino al 2011 da Alfredo Biagini, legale della Mantovani, e oggi dal leghista Tiziano Bembo. (a.v.)

 

L’affare d’oro chiamato project financing

La fondazione negli anni ’40 a Verona, ma dal 2000 la svolta strategica e la crescita esponenziale

VENEZIA – Una storia aziendale che inizia negli anni Quaranta ma la cui svolta arriva nel 2000, quando la Costruzioni Ing.E. Mantovani si butta nel business delle mega infrastrutture in project financing. Fino ad allora l’azienda fondata a Verona dall’ingegner Enzo Mantovani si era occupata in particolare di grandi opere stradali: fra le opere per cui era ricordata spiccavano i primi lotti dell’Autostrada del Sole ma anche il trampolino olimpico di Cortina d’Ampezzo. Nel 1987 l’acquisizione da parte della famiglia padovana Chiarotto, dopo che l’ingegner Mantovani non era riuscito a trovare tra i suoi due figli chi fosse interessato a continuare l’attività aziendale. Qui c’è una prima svolta, perché lo scoppio di Tangentopoli impone all’azienda di cambiare rotta e di specializzarsi nei dragaggi e nelle opere marittime. Fra le acquisizioni di quegli anni c’è la Laguna Dragaggi, che nel 1996 si fonde con la stessa Mantovani. Poco prima Mantovani era entrata nel Consorzio Venezia Nuova, che sta costruendo il Mose di Venezia. La prima di una serie di maxi opere che l’azienda ormai padovana mette in cantiere. È con l’arrivo di Piergiorgio Baita che questa linea strategica assume una particolare rilevanza. Baita è un manager dinamico, che nel 1992 era stato però arrestato perché implicato in un presunto giro di tangenti: ex direttore del Consorzio Veneto Disinquinamento e della società Iniziativa, venne arrestato con l’accusa di concorso in corruzione, perché sospettato di aver gestito la spartizione dei lavori autostradali. Alla fine del processo venne prosciolto con formula piena. Il sodalizio Mantovani-Baita porta a incrementare in modo impressionante il portafoglio ordini. E a far crescere l’azienda dai 182 milioni del 2004 agli oltre 500 del 2008, e i lavoratori diretti fino a oltre 400. Nel frattempo la famiglia Chiarotto, con Giampaolo Chiarotto, costruisce intorno alla Mantovani un gruppo che va dalle costruzioni alle partecipazioni nelle concessionarie autostradali. Al vertice della piramide si trova Serenissima Holding, 358 milioni nel 2011, che controlla Mantovani e altre aziende di rilievo, come la padovana Fip Industriale, fortissima nell’edilizia antisismica. La punta di diamante resta però la Costruzioni Mantovani. Fino agli arresti di ieri. Una prova durissima da affrontare, anche sotto il profilo della reputazione aziendale.

 

Claudia, da segretaria di Galan a manager di eventi e mattone

La Minutillo uscita da palazzo Balbi è diventata amministratore delegato di Adria Infrastrutture con una passione sfrenata per lo shopping, ora è accusata di associazione per delinquere

VENEZIA – Quando era accanto al presidente della Regione Giancarlo Galan, gli avversari politici del capo la chiamavano la «Dogessa», insomma la donna del «Doge», perché era la sua ombra e non era una semplice segretaria, ma una vera e propria consigliera. Claudia Minutillo è famosa a Mestre perché quando entra in una boutique – frequenta solo quelle di super lusso – esce con dieci e più sacchetti ed è considerata una ricca modaiola, insomma una supergriffata, e da qualche anno il debole per lo shopping è aumentato: da segretaria, infatti, è passata all’imprenditoria, trovandosi a capo di un piccolo gruppo finanziario-industriale. Eppure la sua uscita da palazzo Balbi non sarebbe stata serena: i maligni raccontano che a volere il suo congedo, nel 2005, sia stata la compagna prima e moglie poi del capo, Sandra Persegato, che avrebbe posto il classico aut aut: o lei o me. Per arrivare nelle stanze di Galan aveva fatto la gavetta: si era impratichita come assistente di un altro esponente veneziano del partito di Berlusconi, Paolo Bonazza Buora, poi era finita nella segreteria dell’assessore regionale Renato Chisso, infine era approdata negli uffici del governatore. Ma, dopo la sua fuoriuscita, non le va certo male: si piazza subito alla «Business Merchant consulting Broker» di San Marino, dove, secondo l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza, sarebbe stata la socia occulta. Nel 2006, a questa società sconosciuta ai più, vengono assegnati incarichi e consulenze della giunta regionale. C’è da pubblicizzare il Sistema metropolitano regionale? Ci pensa la Bmc di San Marino. C’è la festa da organizzare per la fine dei lavori dei canali lagunari per conto dell’Autorità portuale? La regia dell’evento è firmata Bmc. Appalti di poco conto, rispetto ad altro, ma in Consiglio regionale c’è chi si insospettisce e fioccano le interrogazioni. Ma la Minutillo non si ferma e dagli eventi passa alle costruzioni, da segretaria diventa imprenditrice edile con la passione per le opere pubbliche. Il trampolino di lancio lo fornisce la sua partecipazione come una degli amministratori della Pedemontana, società a capitale privato chiamata a realizzare il progetto in discussione da anni, per la nuova strada veloce tra Vicenza e Treviso. Il Veneto in quegli anni offre decine di grandi occasioni e quella migliore la fornisce Piergiorgio Baita, già allora asso pigliatutto nelle costruzioni: bretelle, passanti, terminal, strade e autostrade. Minutillo entra in Adria Infrastrutture e non dalla porta di servizio: comanda Baita, che mette i soldi ed è vicepresidente del Consiglio d’amministrazione, ma lei è amministratore delegato dal 2006 ed è anche socia con il 5 per cento del capitale intestato a «Investimenti srl». Da quell’anno, piano piano, «Adria» si è conquistata la sua fetta di lavori pubblici, per la maggior parte appalti regionali assegnati dall’assessorato del forzista veneziano Renato Chisso. Siede nell’associazione di imprese chiamata a costruire la Treviso-Mare, la superstrada che dovrebbe collegare la A4 con il litorale di Jesolo, quasi 20 chilometri di tracciato con due viadotti, sette sottopassi e sei caselli. Poi il passante Alpe Adria, 85 chilometri di autostrada per unire Longarone a Tarvisio attraverso il Cadore e la valle del Tagliamento. Poi un tentativo finito male: Minutillo e Baita cercano di acquisire una vasta area di Porto Marghera messa all’asta dall’Autorità portuale, ma c’è un altro imprenditore che se la aggiudica e nemmeno il ricorso al Tar riesce a raddrizzare l’affare. Adesso Claudia Minutillo è alla Giudecca, forse in una cella assieme ad altre detenute, ma almeno quello femminile non è un penitenziario sovraffollato. È difesa dall’avvocato Carlo Augenti ed è in attesa dell’interrogatorio, che si svolgerà lunedì. (g.c.)

 

IL PRESIDENTE DELLA BMC BROKER

Colombelli, la mente della cartiera Si spacciava anche per console di San Marino, ma non era vero

VENEZIA – Strano personaggio Walter Colombelli, tanto che nella rete e in alcune occasioni anche sui quotidiani è stato indicato erroneamente come il marito di Claudia Minutillo, ma nessuno mai ha ricevuto smentite, meglio passare inosservato, deve aver pensato anche se è sposato e ha pure figli. Adesso, invece, è finito sulle prime pagine come presidente della “Business Merchant consultin Broker” di San Marino. Per la Guardia di finanza una vera e propria cartiera, cioè una società che non vedeva o acquistava prodotti o servizi, ma fingeva di farlo rilasciando fatture per operazioni commerciali inesistitenti. Chi le usava poteva così abbattere i profitti aumentando i costi e pagare meno imposte. Naturalmente ci guadagnava, eccome! Dei bonifici di “Mantovani” e “Adria Infrastrutture” si tratteneva una percentuale, che gli ha permesso di acquistare una lussuosa villa affacciata sul lago di Como, un’auto e una moto lussuose e due barche. Quando i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria si sono fatti vivi con lui, all’inizio dell’indagine per raccogliere documenti sulla sua società, ha cercato di spiegare che non avrebbero potuto, che godeva di una specie di extraterritorialità in quanto console onorario di San Marino, dove ha la residenza. Ma gli inquirenti hanno appurato che non era così ed hanno potuto portarsi via tutte le carte necessarie. È difeso dall’avvocato veneziano Alberto Fogliata ed è presumibile che il suo interrogatorio si svolgerà per rogatoria a Genova, dove è detenuto.

 

CHI E’ IL QUARTO ARRESTATO

Buson, tradito dalla fotocopiatrice Il registro falso del direttore amministrativo svelato dalla macchina

PADOVA – Nato nella campagna della Bassa padovana, a Pernumia, Nicolò Buson, 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani Spa, secondo la guardia di finanza ha avuto nell’ambito dell’associazione a delinquere, di cui è accusato di far parte, un ruolo da mero esecutore. Non che fosse all’oscuro delle finalità per cui registrava le false fatture, disponeva i pagamenti alle banche di San Marino e protocollava fittiziamente le fatture. Ma a decidere non era lui. Lui eseguiva gli ordini di Piergiorgio Baita. Buson, che vive a Padova con la moglie, gestiva la contabilità “occulta” della Mantovani. Nel corso della perquisizione nella sua abitazione la guardia di finanza ha trovato materiale informatico ritenuto cruciale per i successivi sviluppi delle indagini. Ci sono documenti che fanno ritenere che una possibile via di fuga dei fondi neri raccolti con le false fatturazioni alla società di San Marino siano paradisi fiscali come Panama. Non è escluso che parte di quei soldi sia già lì. Sono state trovate alcune chiavette Usb in casa di Buson, una era stata nascosta dentro la scatola di un orologio prezioso. Un telefono cellulare Blackberry, in cui ci sono contatti “interessanti”, è stato trovato, invece, in un vano della sua auto. Infine, è stato Buson, nel corso delle indagini, a fornire alla Finanza il registro di protocollo delle false fatture. Registro che non ha passato l’esame: i finanzieri hanno scoperto che le fatture erano state scannerizzate con un apparecchio Canon entrato in produzione tre anni dopo la data di emissione delle stesse. La prova provata della falsità del registro. Elena Livieri

 

Nel luglio scorso la “Nuova Venezia” dava già la notizia l’inchiesta

Già il 15 luglio dello scorso anno la Nuova dava la notizia dell’inchiesta della Guardia di finanza e del pubblico ministero Stefano Ancilotto sul conto di Baita e della Mantovani. «Piergiorgio Baita , uno dei maggiori imprenditori veneziani, rivuole i documenti che i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria si sono portati via dai suoi uffici» si leggeva nell’articolo «E», proseguiva, «per riaverli si è scelto lo stesso legale dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l’avvocato Piero Longo. Martedì, infatti, il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Lucia Bartolini discuterà del ricorso presentato dall’avvocato padovano dovrà decidere se gli incartamenti resteranno a disposizione del pubblico ministero o se Baita potrà riaverli subito. Baita le aule di giustizia, addirittura anche il carcere, li ha già conosciuti. Nei primi anni Novanta, in piena bufera di Mani pulite a Milano e quando a Venezia erano finiti sotto inchiesta i ministri Gianni De Michelis e Carlo Bernini per gli appalti veneti, Baita era stato arrestato, a Santa Maria Maggiore aveva illustrato al pubblico ministero il sistema delle tangenti, poi venne prosciolto. Nel 2003 era finito sotto inchiesta per evasione fiscale, ma se l’era cavata con un patteggiamento, una pena di sei mesi, cancellati grazie al pagamento di poco meno di novemila euro. Quindi, per quasi dieci anni la pace e soprattutto passi da gigante nel mondo degli appalti pubblici e non solo».

 

Fatture false, coinvolti Porto e Veneto Strade

Il “sistema Baita” riguarda molte altre imprese che hanno emesso bonifici alla Bmc Broker per oltre 15 milioni. Controlli a tappeto delle Fiamme Gialle

VENEZIA – Il “sistema Baita” della società che emetteva fatture false era assai consolidato in Veneto nel periodo tra il 2005 e il 2010 e non riguarda solo la Mantovani Spa e la Adria Infrastrutture, ma tante altre aziende private e pubbliche che avevano il vizio di farsi fare fatture false dalla cartiera di William Colombelli. Ne sono sicuri il sostituto procuratore Stefano Ancillotto e i finanzieri del colonnello Renzo Nisi. Del resto quando hanno perquisito la sede della BMC Broker Srl e hanno visionato i conti correnti della società e di Colombelli si sono trovati davanti a bonifici bancari e a copia di fatture fasulle relative ad altre aziende. Ieri in queste società la Guardia di Finanza ha acquisito parecchia documentazione. La lista è lunga e all’interno ci sono diverse società del gruppo Mantovani, ma anche altre molto note. Ad aprire questa lista c’è Veneto Strade, la società controllata dalla Regione, che ha costruito chilometri di di strade nel Veneto: da Rovigo a Verona, da Mestre a Treviso fino a Belluno. Stando agli accertamenti della Guardia di Finanza, Veneto Strade ha versato alla società di Colombelli oltre due milioni di euro. Rimanendo sempre in ambito stradale, bonifici li ha fatti anche la Passante di Mestre, la società che ha realizzato appunto l’importante passante di Mestre. Naturalmente non manca la Mantovani che guida la lista di bonifici con i suoi quasi nove milioni di euro. La società di Baita è capofila anche nel consorzio di imprese Consorzio Venezia Nuova che sta realizzando il Mose a Venezia. Lo stesso consorzio nell’arco dei sei anni, che vanno dall’inizio del 2005 al 2010, ha versato oltre 413mila euro in banca a favore della BMC Broker. Poi si trovano anche l’Autorità Portuale di Venezia con oltre 140 mila euro, poi lo studio di progettazione Thetis Spa che lavora per il Consorzio Venezia Nuova e la Veneto Acque. Il primo ha fatto un bonifico di 85 mila euro e il secondo di trentamila. C’è quindi la società, con sede a Padova, Autostrade Brescia Padova Spa che gestisce il tratto da Padova a Brescia dell’A4. Da sottolineare come, indagando sulla società che gestisce l’altro tratto di A4, da Padova a Venezia, con al centro dell’inchiesta Lino Brentan, i finanzieri di Venezia si sono imbattuti sul “sistema Baita”. Proseguendo nella lista delle imprese individuate, vanno elencate la Dolomiti Rocce, di Belluno, la Palomar Scarl, di Padova, la Tressetre S.c.p.a. e la Talea Scarl. Queste ultime due sono aziende di Mestre. Si tratta di società del Gruppo Mantovani. Hanno fatto bonifici, a vario titolo, su banche di San Marino a favore di Colombelli, per cifre che variano dai 240 mila ai 400 mila euri. Queste società non sono indagate e non sono state perquisite. Almeno per ora. A proposito del “sistema Baita” e delle fatture false, il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia, ha sottolineato: «Noi non abbiamo le prove per dire dove sono finiti i soldi transitati sui conti di Colombelli e poi consegnati a Baita e Minutillo. Ma l’esperienza ci fa supporre che siano stati utilizzati per creare dei fondi neri che solitamente vengono impiegati per pagare tangenti».

Carlo Mion

 

Due anni fa la prima retata di Ancilotto

L’inchiesta del pm partì con gli arresti in Provincia e proseguì cone le manette ai polsi di Brentan

VENEZIA – Lo stesso pubblico ministero, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, gli stessi finanzieri, quelli del Nucleo di Polizia tributaria comandati dal colonnello Renzo Nisi: esattamente due anni fa sono finiti in manette per corruzione e peculato il capo dell’ufficio Edilizia della Provincia Claudio Carlon e il suo braccio destro, il geometra Domenico Ragno. Sei mesi dopo il loro arresto hanno patteggiato la pena di tre anni e otto mesi di reclusione ciascuno. Non solo, hanno anche risarcito una parte del danno, sborsando 300 mila euro. E ancora, esattamente un anno fa, lo stesso magistrato e gli stessi finanzieri hanno fatto scattare le manette ai polsi all’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova. Brentan non è finito in carcere, è rimasto per mesi agli arresti domiciliari nella sua villetta di Campolongo Maggiore e, anche lui, dopo pochi mesi dall’aver ricevuto l’ordinanza di custodia cautelare ha scelto di non finire in aula davanti al Tribunale, ma ha evitato l’accordo con il rappresentante dell’accusa e si è fatto processare con rito abbreviato dal giudice dell’udienza premilinare: 4 anni di reclusione. A differenza di Carlo, Ragno e i numerosi imprenditori che hanno confessato di aver preso o consegnato mazzette, Brentan ha sempre negato. I suoi avvocati, poco più di due mesi fa, hanno presentato appello contro la sentenza di primo grado davanti alla Corte d’appello nella speranza di ottenere, se non l’assoluzione, uno sconto. L’’ ex amministratore delegato di Autostrade Venezia e Padova, già assessore ai Lavori pubblici in Provincia, è finito sotto inchiesta per 185 mila euro di tangenti, ricevute dagli imprenditori Luigi Rizzo, Rino Spolaor e Remo Pavan in cambio di assegnazioni pilotate di lavori. Opere pubbliche che – secondo l’accusa mossa dal pm Ancillotto – erano state “spacchettate” per ridurne l’importo e non dover così andare a gara d’appalto. Brentan «ha sistematicamente svenduto le proprie funzioni di amministratore delegato della società», scriveva la giudice Marchiori nella sua sentenza, «favorendo una ristretta cerchia di imprenditori locali e ciò in cambio di cospicue somme di denaro da cui ha tratto fonte di indebito arricchimento. Un anno dopo in manette sono finiti Baita e gli altri.

 

«Vi siete portati a casa otto milioni»

Colombelli intercettato litiga con Minutillo: «Io creo carta straccia per voi». Il «console sanmarinese» aveva il fiato sul collo

Secondo l’accusa, l’ex segretaria di Galan, andava personalmente nella repubblica del Titano per ricevere dalle mani del «consulente» i frutti delle false fatture

PADOVA – Una normale, persino banale, verifica fiscale a carico della Mantovani Costruzioni Spa avviata dal comando del nucleo di polizia tributaria di Padova diretto dal tenente colonnello Giovanni Parascandolo. Parte da qui l’indagine che ha portato in carcere Piergiorgio Baita & soci. È il 5 ottobre del 2010. Ovvio che la società non finisce a caso nel mirino della finanza. È coinvolta nelle opere pubbliche più importanti del Veneto, sposta fiumi di denari, pubblici e privati. Parallelamente, sui destini della Mantovani, si muove la Procura di Venezia che indaga sul filone “Brentan”. Ad accendere i sospetti nei finanzieri padovani sono gli stretti rapporti che la Mantovani intrattiene con una società di San Marino, la Bmc Broker che, in sei anni, dal 2005 al 2010 ha emesso a carico della Mantovani fatture per oltre otto milioni di euro. Altri due milioni di euro, sono stati fatturati dalla medesima società alla Adria Infrastrutture Spa di cui è presidente l’ex segretaria di Giancarlo Galan Claudia Minutillo. Cifre importanti che suggeriscono alla finanza di eseguire dei controlli sulla società sanmarinese. Viene avviata un’attività di mutua assistenza amministrativa, una sorta di rogatoria internazionale (rivolta oltre che a San Marino anche a Canada, Germania e Croazia) che passa per il comando generale della guardia di finanza. San Marino risponde nel 2011: Bmc Broker non è conosciuta nella Repubblica. Acquisita l’informazione, gli uomini del tenente colonnello Parascandolo vanno a trovare Baita nel suo ufficio di via Belgio. Nel suo computer scoprono un fitto scambio di corrispondenza con William Colombelli. Ma Baita nega: «Non so chi sia» dice ai finanzieri, «non so come quelle e mail siano finite nel mio computer». In seguito dirà di aver conosciuto Colombelli in occasione di un incontro istituzionale della Regione Veneto, quando gli fu presentato come console di San Marino. Quel giorno veniva presentato il protocollo d’intesa fra Veneto e San Marino per facilitare gli investimenti della regione nella piccola repubblica. Bmc Broker, ovvero la “cartiera”: è lo stesso Colombelli che, intercettato al telefono con la Minutillo, svela la sua vera attività. «Io creo carta straccia, capito? In sei anni vi siete portati a casa otto milioni»: sta trattando la sua buonuscita dal “giro”. La finanza gli sta col fiato sul collo e la priorità è chiudere la Bmc. Colombelli si incontrava a San Marino con la Minutillo: erano loro due che andavano a riscuotere, giusto un giorno dopo il bonifico, i soldi che arrivavano dalla Mantovani. La Minutillo prelevava in contanti l’80% di ciascun pagamento che veniva effettuato. Il 20% rimaneva a Colombelli. Ci sono fatture da centinaia di migliaia di euro. L’ad di Adria Infrastrutture, secondo i finanzieri, rientrava in Italia col denaro contante. Ma dove finiva e con quali finalità? I soldi non sono stati trovati. Il filone che rimane aperto dell’inchiesta è proprio quello che punta a capire il destino di quel fiume di quattrini. Per gli investigatori Baita & soci dispongono di guadagni tali da non rendere credibile l’ipotesi che quei fondi neri fossero destinati a rimpinguare il loro portafoglio. Dunque c’è dell’altro. Le indagini sono tutto fuorché finite. Anzi. Dal comando della guardia di finanza di via San Fidenzio a Padova si sussurra la quasi certezza che molto presto ci saranno altri reati, oltre a quelli fiscali, da contestare a Baita & soci. L’anello debole della catena potrebbe essere Claudia Minutillo. Oltre agli arrestati, l’inchiesta conta anche venti indagati sempre per associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale. Numerose le perquisizioni eseguite, non solo a Padova ma anche a Monselice e Piove di Sacco.

Elena Livieri

 

I PROPRIETARI DELL’AZIENDA

La famiglia Chiarotto estranea alle accuse

PADOVA – Nessun componente della famiglia Chiarotto risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita, Nicolò Buson, Claudia Minutillo e William Colombelli. La famiglia, di origine padovana, è la proprietaria della Mantovani Spa, essendo l’anziano Romeo Chiarotto, 82 anni, industriale di lungo corso, amministratore delegato della Serenissima Holding, società a cui fa capo il colosso delle costruzioni. Giampaolo Chiarotto, figlio di Romeo, ha vari incarichi e fa parte del Cda della Mantovani Costruzioni. L’altra figlia, Donatella, è alla guida della Fip Industriale di Selvazzano Dentro, azienda specializzata nello sviluppo di tecnologie di protezione e rinforzo delle opere di ingegneria. Nel 2011 la donna fu indagata dalla Procura dell’Aquila per il reato di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta, nell’ambito dell’inchiesta sugli isolatori sismici adottati per le abitazioni del progetto “Case”, realizzate dopo il terremoto. La Fip era accusata di aver fornito alla Protezione civile oltre duemila isolatori sismici, per un importo di oltre 4 milioni di euro, senza la necessaria certificazione, arrivata solo a consegna ultimata. Dei fondi neri per cui sono accusati Baita e gli altri, la famiglia Chiarotto risulta al momento del tutto all’oscuro. La guardia di finanza sta proseguendo gli accertamenti per capire se la famiglia, o anche solo un componente della stessa, abbia avuto un ruolo o fosse a conoscenza dell’attività “parallela” in cui la società era coinvolta. Per ora, tuttavia, non è emerso alcun collegamento o coinvolgimento. L’unico ruolo in cui viene inquadrata la famiglia Chiarotto è quello di parte lesa. (e.l.)

 

IL COMUNICATO DELL’AZIENDA

«Provvedimenti abnormi ma pronti a collaborare»

PADOVA «In data odierna Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani S.p.A. ha avuto notizia che la Procura della Repubblica di Venezia, ha assunto provvedimenti cautelari nei confronti del Presidente del Consiglio di Amministrazione della società, del Consigliere Delegato della controllata Adria Infrastrutture S.p.A. e del proprio Direttore Finanziario», inizia così il comunicato della Mantovani a poche ore dalla bufera che ha investito l’azienda di via Belgio 26, nella sede padovana dell’azienda. «A quanto è dato conoscere da notizie di stampa», si legge poi, «le vicende che hanno dato origine ai provvedimenti risalgono ad alcuni anni or sono e hanno da tempo formato oggetto di verifiche e approfondimenti da parte degli inquirenti, nel corso delle quali sono sempre stati forniti dagli esponenti aziendali i chiarimenti e le informazioni richiesti, in spirito di disponibilità e collaborazione. Desta quindi sorpresa e amarezza l’abnormità dei provvedimenti cautelari assunti dagli inquirenti. Nell’affermare la propria estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, la società manifesta la disponibilità a fornire la più ampia collaborazione ed è fiduciosa che i propri esponenti potranno dimostrare l’insussistenza degli illeciti loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale». Fin qui le dichiarazioni ufficiali. Ma Alle 17 di ieri pomeriggio la Guardia di Finanza è ancora in via Belgio, mentre i primi dipendenti escono alla spicciolata, soprattutto donne, ma nessuno ha voglia di parlare. Visi scuri, facce tese e capi chini, per non incontrare occhi estranei. Qualcuno si saluta, «a domani», ma dall’altra parte silenzio tombale: ci sarà un domani? È questa la domanda che da ieri mattina, quando i militari si sono presentati in azienda ed hanno cominciato la loro caccia al tesoro in nome della giustizia, i dipendenti della Mantovani si pongono, dietro l’ansia di famiglie e la trafila che tutti conosciamo di affitti, mutui, bollette e fatture che scadono infischiandosene dei guai giudiziari del capo o dell’azienda. «Non ho intenzione di parlare»; «non ho nulla da dire»; «si vedrà» e via di questo passo a collezionare strategie d’indietreggiamento. A giudicare dalle auto (8 Audi all’ingresso e la più “utilitaria” è una Passat) e dalle borse Louis Vuitton, a uscire sono manager e dirigenti: il team padovano di Piergiorgio Baita, amministratore delegato di Mantovani. In tutto però i dipendenti sono 600, oltre a una miriade di società collegate. I livelli più bassi, non sono per nulla sereni. «Ci hanno imposto silenzio assoluto», ammettono e ubbidiscono. E domani? «E chi lo sa». Nessuno fiata, questo è l’ordine impartito, resta il fiato sul collo dei finanzieri. Elvira Scigliano

 

«Lavoratori sconfortati»

Il sindacato teme ci siano ripercussioni occupazionali

Padova – Nella sede centrale della Mantovani, in Via Belgio 26, area Zip, tra i venti impiegati e gli ottanta operai che girano nei cantieri più vicini dell’impresa di costruzioni si respira preoccupazione. L’arresto eccellente del presidente della società rischia di segnare pesantemente il passo del loro futuro occupazionale. Tanti di loro hanno già effettuato le prime telefonate ai sindacati di categoria che più li rappresentano. Ossia alla Fillea-Cgil, guidata da Marco Benati, alla Feneal -Uil ( Omero Cazzaro) ed alla Filca Cisl ( Albino Ruggero). Tra i più preoccupati, il sindacalista della Uil. «La notizia ha gettato i lavoratori nello sconforto» sottolinea Cazzaro, che segue edili e cantieri da trent’anni «mi metterò in contatto sia con i miei delegati aziendali che con i miei colleghi di Cisl e Cgil, per studiare il da farsi. La Mantovani è la più grande e importante impresa del settore del Nordest. Per fortuna sta lavorando abbastanza anche in questi tempi di crisi, anche se i tempi delle vacche grasse sono finiti. Tra l’altro l’impresa di Via Belgio ha sempre avuto con noi della Uil un buon rapporto basato sulla correttezza e sul rispetto reciproco dei ruoli. Speriamo che la vicenda giudiziaria si chiuda presto e non ci siano effetti pesanti sull’occupazione». La grande impresa padovana è stata fondata nel 1949 da Enzo Mantovani. Nel 1987 è stata acquisita dall’imprenditore, sempre padovano, Romeo Chiarotto. Il presidente Pier Giorgio Baita è arrivato più tardi. Tra le numerose opere realizzate nel corso degli anni, in tutti i settori delle costruzioni in generale ( ferrovia, strade e lavori marini, fluviali e lacustri) ci sono anche il trampolino olimpionico di salto a Cortina, gli ospedali di Mestre e di Trento, alcuni lotti dell’Autostrada del Sole, Cà Nordio a Padova Est, il ponte sul Po sulla Rovigo- Ferrara. (f.pad.)

 

«Il sistema Galan non esiste, mai presi soldi dalle imprese»

L’ex presidente del Veneto: «Non so nulla né ho ricevuto avvisi di garanzia, mi aspetto di essere interrogato a breve»

PADOVA – La tempesta giudiziaria ha sorpreso il gruppo dirigente pidiellino nella sede regionale di Padova, dove il “regista” Marino Zorzato ha convocato parlamentari eletti e coordinatori provinciali per valutare il voto. Sorrisi per lo scampato pericolo elettorale, poi lo spettro di una nuova Tangentopoli spegne l’euforia. Il deputato Giancarlo Galan – uomo del giorno, suo malgrado – appare più infastidito che allarmato. Riemerge da un colloquio con Niccolò Ghedini, senatore e avvocato di Silvio Berlusconi, sbircia il cellulare che lampeggia e porge i polsi arrossati: «Non è colpa delle manette, ho potato le rose». Non si sottrae alle domande. Tra gli arrestati figurano l’imprenditrice Claudia Minutillo, che è stata la sua assistente per cinque anni, e Piergiorgio Baita, l’ad del Gruppo Mantovani ritenuto molto vicino a lei. «Così ho appreso dalle agenzie, ne so quanto voi, anzi molto meno. Cosa posso dire? Certo, li conosco, lo sanno tutti, e mi auguro che siano innocenti. Nel merito delle accuse non saprei cosa commentare, immagino che si scatenerà la solita bufera mediatica, con veleni e sospetti. Io sono assolutamente tranquillo sul piano personale, provo un senso di stanchezza all’idea di ciò che si profila: fare politica è gratificante ma, di questi tempi, anche molto difficile». C’è chi definisce l’inchiesta una picconata al “sistema Galan”, alludendo alla cordata d’imprese che l’avrebbero sostenuta, anche sul piano finanziario, nei tre lustri di presidenza del Veneto. «Non è mai esistito, né tantomeno esiste, un sistema Galan. Le imprese concorrenti si odiano, si contendono gli appalti con tutti i mezzi, come possono esistere cordate a sostegno di un unico esponente politico? Durante il mio mandato presidenziale tutti i gruppi hanno lavorato nelle grandi opere, nessuno escluso. Chi può ipotizzare una regìa occulta tra imprese di diverso colore che si facevano la guerra?». La Guardia di Finanza ha scoperto un fondo “nero” di dieci milioni costituito a San Marino attraverso fatture false. Il sospetto è che alimentasse, oltre ai profitti nascosti al fisco, un sistema di corruzione diffusa che aveva quale obiettivo la conquista degli appalti. «Tutto può essere, ripeto, non ne ho la minima idea». Ha mai ricevuto contributi alla campagna elettorale da persone coinvolte in questa inchiesta? «Neanche un soldo. Quando servivano dei fondi organizzavo delle cene con amici imprenditori: le donazioni, tutte inferiori ai limiti di legge, sono state regolarmente registrate. Con l’attuale legge elettorale, poi, l’esigenza è venuta meno; le campagne sul territorio non si fanno più». Che opinione ha di Baita? «Un uomo di grande spessore professionale, attentissimo, informato, una spanna sopra tutti gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale». I suoi rapporti con Claudia Minutillo? In epoca galaniana, era soprannominata “la dogaressa” per la sua influenza ai vertici della Regione. «È stata una collaboratrice instancabile, capace di lavorare diciotto ore al giorno senza perdere un colpo. Il nostro rapporto di lavoro si è concluso, fisiologicamente, sette anni fa». Si parla anche di una ventina di avvisi di garanzia “secretati”. Lei figura tra i destinatari? «Ma non dovrebbero essere sempre segreti? Comunque, a me non è arrivato nulla. Ricordo che, da presidente della Regione, a pochi giorni dall’insediamento, ricevetti un avviso di garanzia dal pm Felice Casson, ora parlamentare, per violazione della legge Seveso. Non me la presi, lo considerai una specie di biglietto da visita». Si aspetta di essere convocato dalla Procura della Repubblica? «Sì, certamente. Al loro posto io lo farei». Molti politici lamentano l’invasione di campo dei giudici. La magistratura di Venezia ha atteso che si chiudessero le urne prima di procedere… «È vero, un atto di correttezza del quale dò atto volentieri. D’altronde io non me la sono mai presa con i giudici che fanno il loro dovere».

Filippo Tosatto

 

Il governatore Zaia «Completa fiducia nella magistratura»

«La più assoluta fiducia nell’operato della magistratura» è stata ribadita dal governatore veneto Luca Zaia in relazione all’inchiesta per tangenti che vede coinvolta anche la società regionale Veneto Strade, la cui sede ieri è stata oggetto di perquisizione da parte della Guardia di Finanza. Zaia ha confermato la «Massima disponibilità dell’amministrazione regionale a collaborare con gli inquirenti, mettendo a loro disposizione tutti gli atti e le informazioni necessari nelle indagini». «Il nostro principale interesse», ha aggiunto « è che sia fatta massima chiarezza nel più breve tempo possibile e, per quanto mi riguarda, ciò che più conta è la totale trasparenza». A Palazzo Balbi, totale silenzio, invece, dall’assessore regionale alla mobilità e alle infrastrutture Renato Chisso, pidiellino vicino a Giancarlo Galan, che non ha voluto rilasciare alcun commento alla perquisizione seguita nella sede di Veneto Strade. Nello staff di Zaia, infine, si fa presente l’ottimo rapporto di collaborazione avviato con l’autorità giudiziaria – dalla Procura della Repubblica alla Corte dei Conti – e con la Guardia di Finanza, invitata a monitorare periodicamente i conti della Regione.

 

Pipitone (Idv): è una valanga inarrestabile

E Berlato, pidiellino anti-Galan, rincara: «Presto nella rete i pescecani che divorano le nostre risorse»

VENEZIA – Tra le forze politiche, opposizione inclusa, prevalgono il silenzio e l’attesa. Fa eccezione l’Italia dei Valori, che prende posizione per voce del suo capogruppo in consiglio regionale: «Il quadro che emerge dall’inchiesta che ha portato all’arresto dell’amministratore delegato del Gruppo Mantovani è molto preoccupante e la sensazione del primo momento è che questa valanga non si fermerà qui, leggeremo altri titoli choc», afferma Antonino Pipitone «abbiamo piena fiducia nella magistratura, che deve cancellare qualsiasi ombra nella gestione dei soldi pubblici». «Pur con tutti i benefici del dubbio ed attendendo appunto l’esito delle indagini», conclude Pipitone «ravvisiamo la necessità di avviare una profonda e seria riflessione sui project financing, strumenti zoppicanti che, anche alla luce di questa vicenda, mostrano troppi lati deboli e preoccupanti, soprattutto sul versante dei controlli e delle verifiche». A fare la voce grossa, curiosamente ma non troppo, è proprio un pidiellino, l’europarlamentare e coordinatore del partito a Vicenza Sergio Berlato, acerrimo nemico di Giancarlo Galan: «Apprendiamo che nella rete degli inquirenti sono finiti, per il momento, solo alcuni pesci piccoli, che sono anche i più canterini, ma che sarebbe imminente anche la cattura di alcuni grossi pescecani la cui voracità ha divorato in questi ultimi dieci anni, una quantità enorme di risorse pubbliche a danno dell’erario e dei cittadini veneti».

Nelle scorse settimane il battagliero Berlato – accusato dai vertici del Pdl di aver falsificato le tessere in occasione dell’ultimo congresso – ha consegnato alla Procura della Repubblica un dossier sul “malaffare nella pubblica amministrazione in Veneto” . Una requisitoria articolata, la sua, che chiede ai pm di verificare «Se è vero che negli ultimi dieci anni in Veneto le più importanti opere pubbliche siano state progettate dai soliti studi (uno in particolare) molto legati ad alcuni noti politici locali; «Che l’esecuzione delle principali opere pubbliche sia stata quasi sempre affidata alle stesse imprese di costruzione, due in particolare»; «Che la stragrande maggioranza degli appalti dei servizi di pulizia che riguardano molti ambienti pubblici siano stati assegnati, quasi fosse una compensazione o una tacitazione della parte politica avversa, alle solite cooperative, due in particolare»; «Che la stragrande maggioranza degli appalti dei servizi di ristorazione e catering nei principali luoghi pubblici siano stati affidati alle solite società di servizi, una in particolare»; «Che, contravvenendo alle normative vigenti, le Ulss siano state assicurate con l’intermediazione di una unica società di brokeraggio; «Che il cosiddetto sistema del Project Financing consenta di coprire un complesso di tangenti utilizzando il sistema “estero su estero” per trasferire illegalmente ingenti somme di denaro a beneficio di prestanome strettamente legati ad alcuni esponenti politici locali»; «Che oltre alle ipotizzate tangenti concordate, qualcuna delle ditte che abitualmente si aggiudicano gli appalti pubblici, si spinga a fare ulteriori regalini a qualche noto politico locale, compreso qualche edificio ad uso abitazione in nota stazione turistica montana». Parole come pietre. Si vedrà.

 

«Commissione d’inchiesta, subito»

Sconcerto a Ca’ Farsetti, la richiesta di Caccia, ma il sindaco sceglie la strada della prudenza

VENEZIA «La Mantovani è stata per noi un partner importante e lo è a tutt’oggi. Non credo che questa vicenda avrà contraccolpi nei nostri confronti». Il sindaco Giorgio Orsoni è prudente. Ha accolto ieri mattina con sorpresa la notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita, con cui negli ultimi mesi ha trattato a lungo questioni di bilancio e dei progetti del Lido. Proprio oggi il giudice civile dovrebbe decidere sul contenzioso tra Comune e aziende sui 32 milioni di euro già depositati. E proprio ieri sono arrivate a Marghera le prime paratoie del Mose costruite a Monfalcone. Tutti episodi che hanno come protagonista la Mantovani di Baita. «Aspettiamo di vedere cosa farà la magistratura», dice il sindaco, «per adesso mi pare ci siano casi episodici. Comunque i rapporti del Comune con la Mantovani sono sempre stati improntati a correttezza istituzionale». Ieri a Ca’ Farsetti non si parlava d’altro. Da tempo si discute sul «monopolio» e sui tanti lavori che l’impresa padovana ha in laguna, a cominciare dal Mose, dal tram, dai lavori di manutenzione e di bonifica. E adesso i progetti immobiliari del Lido. Ieri il consigliere comunale Renato Boraso si è presentato in aula con un sacchetto di arance. Gesto goliardico a ricordare le sue accuse proprio alla gestione del Consorzio e di Baita. «Si faccia chiarezza, al più presto», dice, «la città vuole sapere». Beppe Caccia («Lista in Comune») chiede al sindaco di istituire una commissione d’inchiesta sul ruolo del Consorzio Venezia Nuova e della Mantovani spa nella vita cittadina. «Negli ultimi vent’anni», scrive Caccia, «nel Veneto si è consolidato un sistema politico affaristico che ha influenzato la politica. Vogliamo che su tutto questo si faccia chiarezza, partendo dall’inchiesta fiscale della Finanza e sull’attività di Mantovani che ha avuto rapporti con le maggiori aziende pubbliche veneziane e venete, tra cui il Porto, veneto Acque e Veneto Strade». Gianluigi Placella, neoletto consigliere del Movimento Cinque Stelle, chiede al sindaco Orsoni di avere in tempi rapidi «una relazione sui rapporti economici della Mantovani con il Comune di Venezia e con le sue società partecipate». Sebastiano Bonzio (Federazione della Sinistra) ricorda le battaglie condotte in quasi solitudine contro il monopolio del Mose e le 12 firme depositate a Bruxelles. «Il presidente sull’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici Sergio Santoro ha detto ieri a Mestre che la Corte adesso vaglierà la posizione dei contratti del Mose e le spese fatte. È un tardivo riconoscimento di quanto sosteniamo da anni. Adesso è giusto che la Corte dei Conti e l’Unione europea vadano a vedere bene i dettagli di quel progetto». Atmosfera incredula, ieri pomeriggio in Consiglio comunale. Anche Cesare Campa (Pdl) chiede notizie. «Bisogna capire bene quello che è successo, Certo è un fatto importante, che coinvolge la città e la politica». I rapporti di Mantovani con le istituzioni e gli enti della città sono infatti molteplici. Le ultime operazioni hanno riguardato l’anticipo di 8 milioni di euro al Comune per i lavori di via Torino. Accordo raggiunto in extremis per cercare di salvare il Patto di Stabilità. I legami con l’amministrazione riguardano anche altre vicende. L’organizzazione della Coppa America 2012, i contributi alla Fenice e al Marcianum. E l’operazione Lido. L’acquisto dell’ex Ospedale al Mare, firmato da Est Capital, ha in realtà come grandi investitori proprio le imprese del Mose, a cominciare da Mantovani. E poi ci sono i 61 milioni di euro di cui 55 già pagati – e 32 dovranno essere sbloccati proprio oggi dal giudice – per il Palazzo del Cinema. Vicenda che adesso vede di nuovo alla carica i consiglieri che l’avevano criticata, a cominciare dagli indipendenti Nicola Funari e Renzo Scarpa. E l’avvocato Mario d’Elia ha scritto ieri una lettera al sindaco Orsoni e all’avvocato civico Giulio Gidoni. «Alla luce degli ultimi fatti e di presunti accordi tra Est Capital, Mantovani e il Comune», scrive d’Elia, «vi chiedo di rinviare la firma del contratto riguardante l’Ospedale al Mare, in attesa di chiarimenti e a tutela dell’interesse pubblico».

Alberto Vitucci

 

FESTA ROVINATA A MARGHERA

Ieri l’arrivo delle prime due paratoie del Mose lunghe 20 metri

Festa rovinata dall’arresto. Ieri mattina all’alba, alle stesse ore in cui i finanzieri prelevavano il presidente Baita, venivano sbarcate a Marghera le due prime paratoie del Mose, che andranno montate con le cerniere costruite dalla Fip di Padova e poi installate sul fondo di Treporti a maggio. Le due paratoie, pesanti 170 tonnellate, sono lunghe 20 metri e alte 18,5, spesse tre metri e mezzo. Saranno adesso lavorate nell’area Pagnan, ex area industriale bonificata e rimessa a posto dalla Mantovani qualche mese fa. Proprio a Marghera Baita aveva illustrato pochi giorni fa le caratteristiche della nuova area, primo esempio di bonifica fatta «in loco», riciclando i materiali demoliti. Nuova banchina e nuove strutture per accogliere le paratoie del Mose che a Treporti saranno in tutto 21, più 2 di riserva. Il Mose dovrebbe essere finito nel 2016.(a.v.)

 

Un fulmine su Est Capital

«Ma il piano Lido va avanti»

VENEZIA – Il fulmine si abbatte su Est Capital proprio mentre è in corso un Consiglio di amministrazione che deve valutare la proposta del Comune sull’accordo per l’ex Ospedale al Mare. «Baita arrestato dalla Finanza». Baita non è un imprenditore qualunque. Ma il maggiore azionista, oltre che del Consorzio Venezia Nuova, anche del fondo di investimento Real Venice 2, che Est Capital ha costituito per portare avanti l’operazione Lido. «Non conosco nel dettagli le vicende, ma so che non hanno nulla a che fare con noi», dice Gianfranco Mossetto, presidente di Est Capital, «noi siamo una società per azioni, abbiamo rapporti con le società, a prescindere dai singoli. Siamo una sorta di custode del Fondo, per cui non c’è nulla da temere». L’operazione Lido, insomma, garantisce Mossetto, «va avanti senza problemi». La pensano diversamente i Comitati di AltroLido, che chiedono adesso di bloccare il contratto di acquisto e l’accordo tra Est Capital e Comune. «Le vicende che hanno portato all’arresto del presidente di Mantovani per frode fiscale», dice il portavoce di AltroLido Salvatore Lihard, «devono far riflettere. Bisogna che il sindaco si fermi e il Consiglio comunale riprenda in mano la questione. Perché affidando a Mantovani anche la costruzione del nuovo auditorium si andrebbe a stravolgere il contratto preliminare già firmato nel 2010 all’epoca del commissario Spaziante». Un nuovo ostacolo dunque sulla strada dell’accordo per i progetti del Lido. L’arresto di Baita, fulmine a ciel sereno per il mondo dell’imprenditoria, cambia le carte in tavola. Anche se per il momento si parla soltanto di «frode fiscale». Ma il fiume di milioni transitato in questi anni per Mantovani e le tante opere realizzate o progettate sono adesso più che mai sotto i riflettori. Stupore e dispiacere anche al Consorzio Venezia Nuova, dove ieri si preparavano i festeggiamenti per l’arrivo a Marghera delle prime paratoie del Mose costruite a Monfalcone. Il presidente Giovanni Mazzacurati non commenta, ma ha appreso la notizia con grande dolore e preocupazione, dal momento che Mantovani è la maggiore impresa del raggruppamento, l’ingegner Baita un attivo e bravo imprenditore. «Abbiamo sempre avuto con lui rapporti corretti, siamo dispiaciuti», commenta la responsabile dell’Ufficio stampa Flavia Faccioli, «vediamo cosa succede». In serata dalla Mantovani spa arriva una nota. «Provvedimento abnorme», si dice. «Apprendiamo con sorpresa e amarezza dei provvedimenti cautelari. La vicenda risale a molti anni fa e l’azienda ha sempre fornito agli inquirenti i chiarimenti richiesti con spirito di collaborazione. Nell’affermare la nostra estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, confidiamo che i nostri esponenti potranno presto dimostrare l’insussistenza degli illeciti a loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale». Sulla vicenda il neoeletto deputato di Sel, Giulio Marcon, annuncia intanto la sua prima iniziativa parlamentare. «Appena insediato il Parlamento chiederò sia fatta piena luce sul sistema di potere veneto»

Alberto Vitucci

 

«Organici indecenti, controlli impossibili»

VENEZIA – Colmare gli «inconcepibili vuoti d’organico» degli uffici della magistratura contabile, per non diventare la foglia di fico delle politica, che approva leggi sulla trasparenza e il controllo sui propri atti e le opere pubbliche, salvo poi non dotare gli enti di controllo degli organici sufficienti, stroncando così nei fatti ogni verifica. Questa la sostanza dell’accorato appello che il presidente dell’associazione magistrati della Corte dei Conti, Tommaso Miele, ha lanciato ieri nel corso del convegno su “Enti locali e lotta alla corruzione”, organizzato dalla Provincia di Venezia. «Abbiamo bisogno di colmare inconcepibile vuoto d’organico attuale, per poter corrispondere effettivamente ai controlli che la legge ci affida», commenta incalzante Miele ai microfoni, «ce n’è bisogno, basti vedere quello che è successo nelle spese gruppi regionali. Oggi la legislazione ci assegna un’importante funzione di controllo, ma effettivamente se non abbiamo la forza necessaria, la possibilità di eseguire questo compito per mancanza d’organico, il rischio è creare un’abili per la politica e questo non lo vorremmo assolutamente». «Il tema delle società partecipate dall’ente locale, ad esempio, è un nervo scoperto della finanza pubblica locale», ha commentato ancora il presidente dei magistrati contabili, «spesso le società sono state non solo un’occasione utile per dare risposte immediate in servizi ai cittadini, ma anche un modo per superare i paletti della norma dell’ente (penso al patto di stabilità, alle gare e agli appalti) quando non peggio una sorta di “poltronificio. Oggi l’obiettivo principale dev’ssere la prevenzione della corruzione e il corretto uso delle risorse pubbliche». «Purtroppo fatti come quelli di queste ore», ha commentato la presidente Francesca Zaccariotto, riferendosi all’inchiesta sulla Mantovani, «rappresentano fatti molto tristi, che allontanano i cittadini dal mondo della politica e delle istituzioni: pare che tutti siamo poco onesti, poco trasparenti, mentre bisogna inquadrare singoli fatti e responsabilità. Come Provincia, abbiamo progettato un sistema integrato e moderno di controllo interno che riguarda tutte le aree strategiche dell’ente -infrastrutture e viabilità di area vasta, edilizia scolastica, ambiente – garanzia della qualità di governo dell’ente locale.  E la cronaca di tutti i giorni in merito ad illeciti accertati ci dà piena conferma».

Roberta De Rossi

 

INFRASTRUTTURE

«Nessuna bocciatura, semmai un rinvio tecnico». Getta acqua sul fuoco l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso dopo che il Cipe, nella seduta di venerdì scorso, non ha discusso il progetto dell’autostrada Mestre-Orte, il cui varo era stato annunciato come imminente da parte del Governo. Sta di fatto che il comitato interministeriale, nella stessa seduta in cui ha assegnato finanziamenti per 116 milioni e approvato opere per oltre un miliardo di euro, ha per ora “parcheggiato” il progetto da 9,5 miliardi di euro (1,5 dei quali finanziati dallo Stato) per il collegamento autostradale da 377 chilometri che comprende la Nuova Romea o Romea commerciale.
Lo “stop” imprevisto sembra legato alla crisi che ha investito anche il sistema bancario, principale attore dell’opera da realizzare con la formula del Project financing. La nuova autostrada non sarebbe però in discussione: «Il progetto – spiega Chisso – aveva già superato due settimane fa l’esame del pre-Cipe, la riunione preparatoria dei lavori del comitato. Dopo l’appello dei governatori di Veneto, Emilia Romagna e Toscana non credo che l’opera sia in discussione». Il rinvio sarebbe piuttosto legato a un approfondimento delle misure di defiscalizzazione previste dal Decreto sviluppo varato del Governo, che dovrebbero favorire proprio la realizzazione delle nuove infrastrutture con una serie di incentivi fiscali per i promotori del Project financing.
La Mestre-Orte, in sostanza, dovrebbe avere via libera del Governo nel giro di qualche settimana. Una prospettiva attesa dagli amministratori delle regioni interessate, meno dai Comuni e dai comitati di cittadini della Riviera del Brenta che contestano il progetto preliminare che prevede l’innesto della Nuova Romea a Roncoduro.

Alberto Francesconi

 

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