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Dopo i patteggiamenti

Mose, Nordio: «Non gestiremo quei 12 milioni»

Il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, in un’intervista a Sky ha parlato dell’inchiesta Mose. «Non abbiamo il potere di gestire i 12 milioni incassati con i patteggiamenti. La gente per strada mi chiede di gettare le chiavi nel pozzo».

Il procuratore aggiunto di Venezia: «Delirio legislativo fonte di corruzione

Dopo i patteggiamenti la gente mi chiede di gettare le chiavi nel pozzo»

Mose, recuperati 12 milioni. Nordio: non li gestiamo noi

PADOVA «Non abbiamo il potere di gestire i 12 milioni di euro incassati con i patteggiamenti del Mose». Parole di Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, ospite dell’Intervista, la trasmissione condotta da Maria Latella su Sky Tg 24. In 25 minuti i temi spaziano dal Mose, allo scontro tra il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati e il suo vice Alfredo Robledo fino alle dimissioni del giudice Enrico Tranfa dopo la sentenza di assoluzione di Berlusconi nel processo Ruby. Ma il cuore dell’intervista è la corruzione, dall’Expo di Milano al Mose di Venezia. Maria Latella pone la prima domanda con una lunga premessa: la corruzione non si ferma perché sia i politici che gli imprenditori contano sull’impunità. Prendiamo il caso Mose: Galan restituirà 2,6 milioni di euro ma tutti hanno capito che la magistratura ha accertato un patrimonio assai più rilevante. Che reazioni ha riscontrato Nordio nell’opinione pubblica? «Le reazioni riscontrate dopo i patteggiamenti dei 19 indagati sono di due tipi: ampio consenso alle scelte della Procura da parte di chi ha una preparazione giuridica e conosce la materia, mentre l’ordinary people ha una reazione sanguinaria: ci chiedono di chiuderli in cella e di gettare le chiavi nel pozzo. Ora dev’essere chiaro che la magistratura non ha ruoli salvifici, la pena dev’essere ragionevole e garantire un buon incasso per lo Stato», risponde Carlo Nordio. E qui sta il punto: dove finiranno quei 12 milioni di euro che i 19 imputati dovranno restituire, chiede Maria Latella? «Noi abbiamo il potere di riscossione ma non quello di gestione. Quei 12 milioni di euro vengono buttati nel mare magnum degli introiti pubblici e magari destinati ad altre cose. Una delle riforme utili sarebbe quella di dare autonomia patrimoniale agli uffici giudiziari in modo da poter gestire le riserve che hanno acquisito», spiega Nordio. Ma come si fa a contrastare la corruzione, l’ultimo arresto all’Expo di Milano è di giorni fa, incalza Maria Latella. «La corruzione ha molti padri, tra cui l’avidità umana, ma ha una madre sola, il delirio del legislatore che ha prodotto leggi complicate che sembrano fatte apposta per incitare chi deve amministrarle a farsi corrompere. Vent’anni fa, come pm a Venezia, ho svolto le indagini sulla tangentopoli in Veneto, mentre a Milano ha operato il pool di Borrelli: siamo stati accusati di aver demolito la prima repubblica, ma la lezione non è servita e meno ancora la detenzione come deterrenza perché chi ha la propensione a delinquere non si ferma: un rapinatore sa che lo possono arrestare, ma va all’assalto alle banche» dice Nordio. Ultimo capitolo: l’evasione fiscale alla luce della norma appena approvata sulla voluntary disclosure, che dovrebbe consentire il rientro di 30 miliardi: «Il rientro capitali? Utile, ma è resa dello Stato. E’ un utile compromesso per implementare le finanze, ma certamente è sempre una resa dello Stato perché ancora una volta si arrende a chi esporta capitali all’estero. Le leggi penali non servono perché i capitali vanno dove gli investimenti rendono di più e dove ci sono più garanzie e allora bisogna creare quelle condizioni e i capitali non scapperanno più».

Albino Salmaso

 

IL CASO MOSE – Il procuratore aggiunto di Venezia parla delle pene e dei patteggiamenti

VENEZIA – Il dilemma se sia meglio una condanna severa domani, o una pena più leggera, ma concordata oggi, se lo sono posto i pubblici ministeri che hanno condotto l’inchiesta sul Mose. Per quello scialo colossale di denaro pubblico, con arricchimenti personali davvero scandalosi, si è giunti già ad una ventina di patteggiamenti. E gli inquirenti veneziani hanno dimostrato in qualche modo di accontentarsi, anche se dall’opinione pubblica veniva una richiesta ben diversa, almeno nei confronti di un politico-simbolo del potere del calibro di Giancarlo Galan.
Ieri il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, è stato intervistato da Maria Letella su Sky Tg24. E ha parlato a ruota libera di questi temi. Ha detto di aver colto «grande consenso» tra chi segue con maggiore attenzione e preparazione i problemi della giustizia, ma anche «reazioni più sanguinarie e un po’ emotive tra la gente». «Per la strada ti fermano e ti dicono che forse era meglio gettare le chiavi nel pozzo» ha spiegato. «Ma la magistratura penale – ha aggiunto – non deve avere fini salvifici, e tantomeno sanguinari. Deve comporre vari interessi, compreso quello della certezza della pena, del tempo ragionevole, della serietà della pena e anche, come in questo caso, di un buon incasso per l’Erario».
A proposito di soldi, Nordio ha detto che la norma sul rientro dei capitali, approvata dalla Camera, è «uno dei tanti compromessi necessari, certamente utile per implementare le finanze», ma è anche «una sorta di resa da parte dello Stato». Per il pm veneziano, che ha condotto molte importanti inchieste sulla corruzione, la norma è tuttavia la dimostrazione «dell’assoluta inefficacia della misura penale come arma deterrente: non funziona nei confronti di chi ha deciso di delinquere». Come evitare la fuga di capitali? «Con una seria politica fiscale e finanziaria, che renda più semplice e attrattiva la norma per gli investimenti». Nordio si è anche detto dell’opinione che tra i motivi che alimentano la corruzione vi siano la difficoltà di arrivare «a una pena certa» e «il delirio proliferativo e disordinato di leggi» che affligge l’Italia. Insomma, «il legislatore ha prodotto leggi complicate fatte apposta per farsi corrompere».
Nordio ha anche affrontato il caso del giudice milanese Enrico Tranfa, dimessosi dopo la sentenza d’appello del caso Ruby, perchè non d’accordo con gli altri due giudici che lo avevano messo in minoranza. «Ha violato clamorosamente ogni regola deontologica e ordinamentale, perché nel momento in cui si fa parte di un collegio si accetta il principio di essere messo in minoranza». E ha spiegato: «La legge consente l’opinione dissenziente, che va messa in busta chiusa e sigillata, ma non consente affatto di dare le dimissioni per una divergente opinione rispetto a colleghi di un collegio che hai accettato di presiedere».
Nordio ha concluso che «un magistrato può andarsene quando è costretto ad applicare leggi che confliggono con la sua coscienza. Ma questo è un caso diverso. La decisione, se sono vere le ragioni asserite, perché sono ancora incredulo di fronte all’enormità di questa notizia, metterà in grande difficoltà gli altri due colleghi che hanno fatto il loro dovere, perché la decisione collegiale, proprio perché è tale, deve essere unitaria».

Il lavoro del pm Nordio è vanificato da leggi assurde ma fatte dai politici per salvare se stessi. Galan e Chisso andavano tenuti in carcere 20 anni. E’ uno scandalo immane che siano già a casa, specialmente quello che è stato il governatore e poi ministro per tanti anni.
Michele e Roberta

 

POLITICA – SE CI FOSSERO I GIACOBINI

L’ex portavoce di Galan, Franco Miracco, in un’intervista dell’11 ottobre, esprimeva costernazione per i fischi e gli insulti rivolti dai cittadini all’ex ministro, tacciandoli di giacobinismo. Mi sono chiesto se l’ex comunista Miracco ha sorvolato lo studio della rivoluzione francese del 1789 passando per amor di patria a quella d’ottobre del 1917. In ogni caso, non ultimo quello di Genova, auguro a tutta la classe politica – sia quella rottamata con vitalizio, sia quella in servizio, analogamente ai burocrati, in primis quelli della Liguria – di provare (per il bene di tutti noi) il vero giacobinismo, per questo Paese non è mai troppo tardi.

Giancarlo Parissenti – Mestre

 

Punturine

Si vantano di aver chiesto di patteggiare la pena ma si proclamano innocenti. Nel diritto il patteggiamento equivale invece a una sentenza di condanna
Spegnete i riflettori, per favore. Non raccontate più nulla di loro. Dove vanno, cosa fanno, come vivono. Se sono dimagriti, se hanno la pressione bassa, il colesterolo alto, la barba lunga e i capelli in disordine. Fortuna che i cittadini se ne sono liberati. E che lorsignori, come Fortebraccio chiamava, con altezzoso distacco, i trafficoni del potere, almeno per un po’ si vergogneranno a farsi rivedere in giro. Almeno fino al momento in cui la gente comincerà a dimenticarsi i loro volti e i loro nomi. Perché ce ne vuole. Non basta che per lunga pezza abbiano menato il can per l’aia davanti ai propri sudditi, dispensando fanfaluche in pubblico e incassando sacchetti di baiocchi in privato, magari all’insaputa. Ora, suscitando vortici di irrefrenabile comicità, i tangentari delle dighe veneziane tentano di spiegare al colto e all’inclita, con spericolate quanto arzigogolate argomentazioni, che i patteggiamenti ai quali si sono allegramente sottoposti in massa pur di evitare il processo, non sono condanne, come qualche sempliciotto sarebbe portato a credere, ma semplici chiarimenti, modi del tutto legali, inventati apposta per uscire indenni da una fastidiosa vicenda in cui sono inciampati per sbaglio e per la quale sono stati accusati ingiustamente. E questo nonostante che i sacri testi del diritto affermino, in modo piuttosto esplicito, che una sentenza di patteggiamento “ha l’equiparazione legislativa della sentenza di condanna” (AltalexPedia, enciclopedia giuridica). Sembra dunque del tutto evidente che si patteggi una condanna, e non un’assoluzione o una gita in montagna. Le nuove tendenze, invece, supportate da ragguardevoli slanci di fantasia di alcuni avvocati considerati di grido, fanno dire, senz’ombra di pudore, che gli imputati hanno scelto la via del patteggiamento anche se sono innocenti. Divertente. Normalmente uno patteggia quando è colpevole. Patteggiare significa infatti ammettere la propria colpa. Se uno si ritiene innocente, si difende nel processo. Non si è mai visto uno che dica: “Sono innocente, signor giudice, ma mi condanni lo stesso. Se è d’accordo, patteggerei due annetti”. L’ex primo cittadino della città che fu Serenissima, che ha chiesto di essere condannato senza processo, ma la sua proposta di patteggiamento è stata respinta perché la condanna era troppo bassa, e quindi salirà sul banco degli imputati dove rischia una bastonata più forte, si è dichiarato innocente da ogni accusa, e ha detto di aver cercato il patteggiamento solo per uscire dal processo. I ragionamenti sono simili per gli altri imputati. Anche l’ex governatore della Regione si dichiara innocente. Però preferisce farsi condannare a due anni e dieci mesi di carcere (non li farà, bastano i domiciliari e forse i servizi sociali), e a restituire 2,6 milioni di euro, per motivi “assolutamente privati e di salute”. Esattamente come il suo fedelissimo ex assessore alle Infrastrutture. Dice inoltre di non essere nelle condizioni di poter affrontare un processo che magari potrebbe andare per le lunghe, nonché il clamore mediatico che ne seguirebbe. Come se proprio sul clamore mediatico non avesse costruito una carriera. Restano gli insulti della gente. Non sono accettabili, nei confronti di chiunque. Come non erano accettabili le monetine lanciate a suo tempo contro un ex presidente del consiglio. Gli insulti non sono civili né educativi. Sono un reato, e come tutti i reati vanno puniti. Ma i fischi no. I fischi sono leciti. Come il pubblico che paga il biglietto a una partita di calcio ha tutto il diritto di fischiare i giocatori se non gradisce lo spettacolo, così il cittadino che paga le tasse ha il diritto di fischiare un politico corrotto. Almeno quello.

r.bianchin@repubblica.it

 

Mose, per ogni cassone stecca da 150mila euro

L’incredibile confessione del manager Tomarelli (Condotte): incassava una tangente dalle imprese subappaltatrici per ciascun “affondamento”

Ora spuntano i soldi anche per i “cassoni”. Non c’erano soltanto fondi neri e false fatture per pagare le “mazzette” destinate a corrompere politici e funzionari pubblici. Nelle pieghe del “sistema Mose” ciascuno cercava di fare affari in proprio, adeguandosi all’andazzo generale. Qualcuno spingendosi perfino ad imporre alle imprese subappaltatrici di versare nelle sue mani somme ingenti di denaro pur di poter ottenere una commessa; di poter lavorare, insomma. A raccontare un episodio finora inedito è stato l’ingegnere romano Stefano Tomarelli, per anni referente a Venezia dell’azienda Condotte, una delle principali aziende italiane di costruzioni, tra i soci principali del Consorzio Venezia Nuova. Nell’interrogatorio sostenuto lo scorso 25 giugno, davanti ai sostituti procuratore Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, Tomarelli ha ammesso di aver preteso 150 mila euro per ciascuno dei “cassoni” da affondare nelle bocche di porto della laguna di Venezia (“cassoni” ai quali saranno poi “incernierate le paratie mobili destinate a difendere la città dall’acqua alta”). Condotte, infatti, non realizzava in proprio tutte le opere: al pari degli altri soci di Cvn, grazie al notevole margine di guadagno garantito al Consorzio dalla convenzione che lo ha reso concessionario unico per la realizzazione del Mose, era prassi che i lavori venissero subappaltati ad altre ditte. E Tomarelli ha ammesso di aver preteso soldi per sè (60-70mila euro) e di aver consegnato il resto al presidente della società, che nel frattempo è deceduto e non ha potuto replicare. Tanti soldi, ma nessun reato, in quanto la richiesta di “tangenti” da privato a privato non configura l’ipotesi di corruzione. Sicuramente, però, è un comportamento disdicevole: tanto più che a pagare il conto, alla fine, è stata la collettività, in quanto il costo dell’opera è lievitato sensibilmente anche per consentire alle varie imprese di rientrare dagli esborsi “anomali”.
Il verbale di Tomarelli è stato depositato dagli inquirenti in occasione dei patteggiamenti ratificati giovedì dal gip Giuliana Galasso. Al dirigente di Condotte sono stati applicati due anni di reclusione, con la sospensione condizionale, e confiscati ben 700mila euro: almeno una parte dei soldi indebitamente incassati dalle ditte che fornivano i “cassoni”.
Conclusi i primi 19 patteggiamenti (con la confisca di un ammontare complessivo di quasi 12 milioni di euro), l’inchiesta non si può dire conclusa. Dopo gli arresti del 4 giugno sono emersi spunti relativi a nuovi interessanti filoni che saranno sviluppati e approfonditi nei prosismi mesi: primo fra tutti quello degli appalti per la Sanità.
Prima, però, i magistrati della pubblica accusa devono chiudere le indagini nei confronti degli indagati che non hanno chiesto il patteggiamento – una ventina in tutto – tra cui figurano l’ex eurodeputato, Lia Sartori e l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, entrambi accusati di finanziamento illecito (Orsoni aveva chiesto di patteggiare ma, lo scorso giugno il gip ritenne troppo bassa la pena di 4 mesi); l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, l’ex presidente dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan, nonché professionisti, funzionari pubblici e qualche imprenditore, accusati di corruzione e altri reati. Nel frattempo, nei prossimi giorni, toccherà ad altri due indagati discutere l’applicazione della pena concordata con la Procura: si tratta dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, e del suo segretario, Enzo Casarin.

 

MESTRE / OSPEDALE ALL’ANGELO

L’ex assessore Chisso ricoverato per l’operazione

Ieri mattina Renato Chisso è stato ricoverato all’ospedale dell’Angelo. L’ex assessore regionale alle Infrastrutture, a casa da lunedì 13 dopo 4 mesi e mezzo passati nel carcere di Pisa, ha iniziato una serie di controlli che preparano la coronografia fissata per martedì prossimo. Il suo legale, l’avv. Antonio Forza, dice che Chisso è apparso tranquillo e rinfrancato dagli attestati di solidarietà. Ieri mattina davanti a casa ha trovato un cartello appeso durante la notte che recitava: «Ti vogliamo bene”, firmato “gli amici di Renato”. Intanto si attende la fissazione dell’udienza per il patteggiamento prevista per l’ultima settimana di ottobre.

 

GALAN E IL MOSE

COMMENTI DISCUTIBILI

Desidero fare alcune considerazioni, in merito al processo a Galan e ai commenti espressi dagli avvocati di lui.
È sbalorditivo. Secondo l’avvocato Franchini, il loro assistito è innocente, si è dovuto però patteggiare. Viene detto, nell’articolo, che il patteggiamento può sembrare contraddittorio rispetto all’idea di innocenza. Effettivamente, anche a me è difficile pensare in diverso modo.
L’avvocato Ghedini, inoltre, si dice amareggiato che il processo sia finito così.
Vorrei replicare che, da parte mia, non provo amarezza ma decisa acredine. L’avvocato, inoltre, sostiene che ci sia, nel frattempo, una causa pendente contro la legge Severino presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Trattandosi di norme che stabiliscono l’ineleggibilità a cariche parlamentari, di persone condannate con sentenza passata in giudicato per reati come concussione e peculato, io mi auguro davvero che tale richiesta non sia pendente, piuttosto che sia stata archiviata.
Mi sembra infatti ragionevole pensare che la violazione ci sarebbe, se questa legge non fosse stata mai introdotta nel nostro ordinamento giuridico o fosse abrogata. Altri reati, in quel processo, risultavano già prescritti.
Di certo ciò non smentisce l’ipotesi della legislazione avvenuta su misura, a soccorso di chi è imputato di tali reati.

Antonio Sinigaglia

 

Nuova Venezia – Galan: tre mesi per trovare 2,6 milioni

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

18

ott

2014

Scandalo Mose, il deputato non potrà vendere la villa di Cinto: è sotto sequestro. Chisso ricoverato in ospedale per esami

VENEZIA – Giancarlo Galan ha tempo tre mesi per trovare i due milioni e 600 mila euro da versare al Fondo unico Giustizia, ma per racimolare la cifra non potrà usare la villa di Cinto Euganeo o la sua tenuta sugli Appennini, mettendoli in vendita, perché i suoi beni sono sotto sequestro fin dal momento del suo arresto e lui certamente potrà riaverli, ma soltanto dopo aver saldato il conto con lo Stato. E allora dove troverà il danaro? Da tener presente che dovrà raccogliere non solo la considerevole cifra pattuita con i pubblici ministero Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, ma anche i soldi per pagare le salate parcelle dei suoi due difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, tra i migliori del foro e proprio per questo anche tra i più cari. Se ha scelto i suoi difensori tra i migliori penalisti italiani e se ha accettato di patteggiare e pagare quella cifra per uscire al più preso dal carcere di Opera per tornare a casa, anche se agli arresti domiciliari, è evidente che ha ritenuto di poter far fronte alle spese e non è escluso – sostengono gli investigatori della Guardia di finanza- che ricorra ai conti correnti che potrebbe avere in alcune banche all’estero, ma che gli investigatori delle «fiamme gialle» non hanno ancora individuato o dei quali, anche se scoprissero in quale paese sono nascosti, non potrebbero chiedere il sequestro, perché non c’è alcun trattato tra le autorità italiane e quelle delle nazioni in questione. Del resto, così accade in quelli che sono i paradisi fiscali, così definiti perché non solo il segreto bancario è totale, ma pure perché è impossibile mettere le mani su quei tesori. Naturalmente, sono nella stessa situazione dell’ex governatore del Veneto tutti quegli imputati che hanno patteggiato e che devono consegnare cifre importanti. A meno che i finanzieri non abbiano sequestrato somme considerevoli nei loro conti correnti ufficiali, dovranno farlo ricorrendo alle riserve occulte o ai prestiti di banche o amici che restituiranno quando potranno riavere i beni sequestrati. Ancora non è stata fissata, intanto, l’udienza per gli ultimi patteggiamenti, quelli di Renato Chisso e del suo segretario Enzo Casarin. Il primo è stato ricoverato ieri presso l’ospedale di Mestre per alcuni controlli ed esami. A differenza di un altro consigliere regionale, Giampietro Marchese del Pd, l’ex assessore regionale di Forza Italia non ha ancora dato le dimissioni. È sospeso e quando la sentenza di patteggiamento passerà in giudicato ci vorranno alcuni mesi per l’iter giuridico, soprattutto se presenterà ricorso in Cassazione: in base alla legge Severino il Consiglio regionale lo dichiarerà decaduto. Nel frattempo Chisso ha raggiunto l’accordo con la Procura per i due anni e sei mesi senza neppure promettere le dimissioni.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Caso Mose, patteggiano tutti

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17

ott

2014

Trentatré anni totali di carcere, 12 milioni allo Stato

Caso Mose, patteggiano tutti

Trentatré anni di carcere e nuova maximulta ai Boscolo di Chioggia. Il giudice Galasso ammette il Comune di Venezia come parte civile

Patteggiano tutti. Allo Stato 12 milioni

VENEZIA – Trentatré anni di carcere e undici milioni e 708 mila euro di risarcimenti allo Stato. Queste le pene «certe», ha sostenuto il procuratore aggiunto Carlo Nordio alla fine della mattinata, patteggiate ieri da 19 dei 35 indagati arrestati il 4 giugno per la corruzione per il sistema Mose. La presidente dei giudici delle indagini preliminari di Venezia Giuliana Galasso è stata veloce ed efficiente: in quattro ore ha liquidato l’udienza che in molti temevano potesse durare fino al tardo pomeriggio. A queste pene, comunque, andranno aggiunte – l’udienza davanti al giudice di Milano fissata per il 5 novembre prossimo, e – quelle su cui già l’ex vicecomandante della Guardia di finanza Emilio Spaziante e l’imprenditore vicentino Roberto Meneguzzo si sono accordati con la Procura di Milano: quattro anni di reclusione per il primo, due e mezzo per il secondo. Nell’aula della cittadella della giustizia di Piazzale Roma, ieri, si sono alternati i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, per Giancarlo Galan e qualche altro si è aggiunto anche Nordio. Ci sono altri due indagati che hanno raggiunto l’accordo con la Procura, l’ex assessore regionale Renato Chisso (due anni e mezzo di reclusione) e il suo segretario Enzo Casarin (un anno e otto e 115 mila euro), per i quali un altro giudice dovrà decidere la congruità delle pene tra una decina di giorni (l’udienza non è ancora stata fissata) e un terzo indagato, Federico Sutto il braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e grande accusatore Giovanni Mazzacurati, sul quale accusa e difesa stanno trattando. Oltre ai sedici avvocati delle difesa, che in aula si sono alternati, erano presenti anche i legali del Comune di Venezia, gli avvocati Fabio Niero e Alvise Muffato: l’amministrazione lagunare, infatti, ha deciso di agire come parte offesa. Uno dei difensori dell’imprenditore romano Stefano Tomarelli, l’avvocato Nicola Pisani si è opposto a quella presenza, chiedendo al magistrato di escludere i rappresentanti della parte offesa. La giudice Galasso pochi minuti dopo ha letto un’ordinanza in cui ha scritto che il Comune «pur non avendo subito un danno diretto, ha però patito quale ente territoriale un danno d’immagine dai reati che hanno visto il coinvolgimento di soggetti pubblici e un rilevante sperpero di risorse economiche e fondi pubblici nella realizzazione del Mose». «Per questo motivo», ha concluso, «rigetta l’eccezione e ammette la partecipazione del Comune quale parte offesa, che può presentare memorie in ogni momento del procedimento». I risarcimenti allo Stato, comunque, non si fermano agli undici milioni e 708 mila euro, nei prossimi giorni aumenteranno di certo: già ieri, lo stesso avvocato Antonio Franchini, per conto dei due Boscolo Bacheto e dei due Boscolo Cucco (i vertici della cooperativa San Martino di Chioggia) ha depositato un modulo F24 – il bollettino bancario dei pagamenti – con il quale hanno versato poco più di un milione e 500 mila euro per chiudere il loro conto con l’Agenzia delle entrate. Già avevano pagato un milione e 200 mila euro a causa della verifica fiscale nei loro uffici da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria veneziana, una delle due verifiche dalla quale è partita l’intera indagine sul Mose. Ieri, hanno patteggiato il pagamento di altri 776 mila euro.

Giorgio Cecchetti

 

Il pm: risultati molto soddisfacenti, non sono sentenze sanguinarie o esemplari

Nordio: «Pene certe e rieducative»

VENEZIA «Abbiamo raggiunto delle pene non sanguinarie o esemplari, ma pene certe, serie e anche rieducative». Sono le parole del procuratore aggiunto Carlo Nordio, al termine della maxi-udienza che ieri ha visto patteggiare 19 indagati a vario titolo accusati di corruzione concorso in corruzione e finanziamento illecito dei partiti. Nordio si è affiancato ai tre pubblici ministeri titolari dell’inchiesta dopo la pausa di mezzogiorno, quando il giudice Galasso doveva esprimersi sugli indagati eccellenti, tra i quali l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, l’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e l’ex governatore Giancarlo Galan. E al termine dei 19 patteggiamenti, nel primo pomeriggio, Nordio commenta così: «Si è concluso come ritenevamo giusto che si concludesse, con risultati che posso definire molto soddisfacenti anche per l’erario e con la prova che con la buona volontà la giustizia può essere più rapida». Con pene giuste e certe, riflette Nordio, ma non sanguinarie. E a chi gli chiede se l’ondata di patteggiamenti non corra il rischio di nascondere almeno una parte della verità di quello che è accaduto, risponde: «La verità giudiziaria rappresenta solo una parte dell’accertamento della verità storica, che spetta agli storici e che per il presente spetta invece ai giornalisti. La verità giudiziaria mira a reprimere i delitti e a punire i colpevoli, l’altra verità è compito degli storici». Resta il fatto che, nonostante il patteggiamento, alcuni dei coinvolti continuano a professarsi innocenti. «Le scelte strategiche della difesa sono insindacabili, ma i patteggiamenti con pene abbastanza elevate e con la restituzione di somme ingenti possono anche essere considerati contradditori» rispetto alla professione di innocenza da parte di alcuni. E ancora: «Il sigillo che ha dato il gip, che è un organo terzo rispetto all’accusa e alla difesa, sugli accordi dei patteggiamenti raggiunti costituisce la conferma del buon lavoro fatto dai pubblici ministeri». Già nei giorni scorsi Nordio aveva sottolineato come la procura non debba essere investita da un ruolo salvifico ma garantire, rispetto alla gravità delle accuse, una ragionevole severità che porti alle casse dello Stato una somma congrua. Risultati che, con i patteggiamenti di ieri, sono stati raggiunti.

(f.fur.)

 

LA VERITÀ CHE NON SI PUÒ NASCONDERE

Una raffica di patteggiamenti. Gli imputati illustri escono dal processo. E un grande velo copre il clamore dello scandalo Mose, quattro mesi dopo la retata e gli arresti. Tutto a norma di legge, previsto dal codice. L’imputato che ammette le proprie responsabilità può scegliere di concordare la pena con il giudice. Evitando così il processo. Tutti soddisfatti: pm, imputati e avvocati che chiudono il capitolo prima del tempo, evitando le lunghezze – e i rischi – del dibattimento. Ma oltre alla verità processuale e penale c’è un’altra verità. È la verità politica e storica, che non può essere così facilmente archiviata. L’indagine durata tre anni e avviata dalla Guardia di Finanza ha scoperto quello che in tanti sapevano, pochi denunciavano e ancor meno combattevano. Un sistema diffuso, non soltanto di corruzione e di uso illecito del denaro pubblico. Un sistema che la politica ha sostenuto e usato con alleanze trasversali e ha portato negli ultimi vent’anni a ignorare completamente critiche e proposte di modifica del progetto Mose. Proprio l’altro ieri a Malamocco è stato affondato l’ultimo cassone in calcestruzzo che dovrà sostenere le paratoie delle dighe mobili. Uno dei 35 bestioni grandi come un grattacielo costruiti dov’era la spiaggia di Santa Maria del Mare e adesso affondati in laguna, dopo averne scavato otto milioni di metri cubi di fanghi. Ventennio in cui ogni critica politica o tecnica al progetto veniva respinta mettendo in campo la forza delle lobby e della concessione unica, dei finanziamenti garantiti e affidati senza bisogno di gare, della politica che appoggiava la grande opera «a prescindere». Delle commissioni ministeriali e dei tecnici trasformati in «cricche». Che davano il via libera a volte senza nemmeno guardare le carte. Qualcuno allora dovrà pur spiegare ai cittadini – fatto salvo il merito di chi nella grande opera ci ha messo onestà e competenza – se davvero quelle decisioni siano state prese «per il bene comune» e non sulla spinta di «consulenze» strapagate con i fondi neri. Far luce, al di là delle responsabilità penali, sul perché le critiche di tecnici indipendenti venivano respinte senza discuterle. E si decideva sempre di andare avanti, anche in presenza di dubbi evidenti. Ne sanno qualcosa gli ingegneri Di Tella, Vielmo e Sebastiani, che avevano criticato le paratoie del Mose. Il Consorzio Venezia Nuova aveva chiesto un milione di euro, poi un giudice civile aveva stabilito trattarsi di diritto di critica e li aveva assolti. Bisognerà sicuramente far luce su quelle riunioni molto veloci della commissione di Salvaguardia. Dove il monumentale progetto del Mose veniva approvato in due ore con il voto di fiducia, senza nemmeno leggere i 63 volumi di allegati. «Non dobbiamo discutere nel merito, solo ratificare una decisione già presa», disse quel giorno di gennaio 2004 il presidente Galan. E di quelle riunioni spesso secretatate dei comitati ministeriali e del Comitato tecnico di magistratura. Dove tecnici e consulenti nominati dal Magistrato alle Acque davano il via libera anche in presenza di critiche pesanti. Lorenzo Fellin e Armando Memmio, tecnici di fama internazionale, avevano sollevato seri dubbi sulla tenuta delle cerniere del Mose. «Succedevano cose strane, erano i progettisti a pagare i consulenti che dovevano giudicare i loro progetti», avevano denunciato, «potrebbero esserci dei problemi». Si erano dimessi, subito rimpiazzati dal presidente Cuccioletta. Finito sotto inchiesta come Maria Giovanna Piva, come il presidente della Regione Galan e l’assessore alle Infrastrutture Chisso, il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati e la direttora Maria Teresa Brotto e un bel gruppo di dirigenti della Regione, funzionari del ministero, finanzieri. La domanda è ancora quella: calato il sipario sulla vicenda giudiziaria dei singoli,chi farà luce sulle responsabilità politiche e sui tanti «buchi neri» della vicenda Mose? «La responsabilità politica c’è e rimane», dice l’ex sindaco Massimo Cacciari, unico a votare «no» al Mose dopo che il governo Prodi aveva bocciato senza nemmeno studiarli tutti i progetti alternativi, «ma gli italiani dimenticano in fretta. E se anche questa vicenda sarà dimenticata la colpa non è dei giudici né di Galan. Certo sarebbe una beffa se ad andare a processo fosse il solo ex sindaco Orsoni, che sul Mose di responsabilità ne ha molto meno di altri».

Alberto Vitucci

 

MESTRE – Chisso stamattina in ospedale per fare una coronarografia

il rebus

Calato il sipario sulla vicenda giudiziaria, chi farà luce su responsabilità politiche e “buchi neri”?

MESTRE Questa mattina l’ex assessore Renato Chisso sarà ricoverato nel reparto di Cardiologia dell’ospedale Dell’Angelo di Mestre dove dovrà essere sottoposto a una coronarografia, un esame di tipo invasivo che consente di visualizzare direttamente le arterie coronarie che distribuiscono sangue al muscolo cardiaco. È un esame al quale l’ex assessore Chisso avrebbe dovuto sottoporsi già quando era in carcere a Pisa, che però non era abilitato per questo tipo di esame. «La richiesta di potersi sottoporre all’esame una volta agli arresti domiciliari», spiega il legale di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, «era già prevista nell’istanza di patteggiamento. Chisso ha un’occlusione all’80% di una delle due coronarie e non è escluso che, nel corso dell’esame, si renda necessario anche un intervento». L’ex assessore regionale resterà in ospedale per quattro, cinque giorni, destinati a diventare di più nel caso sia necessario un intervento. Chisso è agli arresti domiciliari da lunedì scorso, dopo l’accordo raggiunto con i pm per un patteggiamento di 2 anni, 6 mesi e 20 giorni mentre non è stato raggiunto l’accordo sulla cifra che dovrà restituire.

(f.fur.)

 

Gianfranco Bettin interviene sull’indagine che coinvolge l’ex ministro Matteoli

«È lo scandalo più ignobile, sulla pelle di lavoratori, cittadini e del territorio»

Mazzette sulle bonifiche «Il Comune parte civile»

MARGHERA – Non solo Mose. Sul fronte delle inchieste della magistratura veneziana, legate alle mazzette pagate dal Consorzio Venezia Nuova che sta realizzando le dighe mobili contro l’acqua alta, ci sono anche le bonifiche (in gran parte ancora da realizzare) dei terreni e delle falde inquinate a Porto Marghera, per le quali è indagato l’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli. Per questo l’ex assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, chiede che «il Comune di Venezia (ora commissariato, ndr) che in questi anni ha duramente lavorato per risanare e rilanciare Porto Marghera dovrebbe costituirsi parte civile in modo specifico contro gli imputati» che avrebbero «lucrato su fondi destinati a risanare un ambiente avvelenato per decenni sottraendo fondi derivanti dalle transazioni che le aziende, responsabili dell’inquinamento e delle malattie e morti dei lavoratori e dei cittadini, avevano dovuto mettere a disposizione dello stato, cioè della collettività». Nell’istruttoria condotta dal Tribunale dei ministri sulla richiesta di poter indagare sull’ex ministro, i magistrati scrivono, infatti, nelle conclusioni: «È dimostrato l’asservimento di Matteoli alle politiche del Consorzio Venezia Nuova, nella veste di ministro dell’Ambiente e di ministro delle Infrastrutture». L’istruttoria è stata condensata in dieci faldoni di atti che sono stati inviati pochi giorni fa alla presidenza del Senato: l’aula dovrà decidere se autorizzare la Procura di Venezia a procedere nelle indagini oppure no contro l’ex ministro e attualmente senatore del Pdl-Forza Italia. Lo stesso presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nell’interrogatorio a cui è stato sottoposto per rogatoria in California il 17 settembre scorso, ha confermato di conoscere l’imprenditore Erasmo Cinque, socio della Socostramo srl di Roma, alleata del gruppo Mantovani in una Ati creata per le attività di bonifica, Erasmo Cinque – secondo gli atti dell’istruttoria del Tribunale dei ministri – era ed è «un grande amico dell’allora ministro Matteoli che si è molto speso per fargli ottenere una parte nel maxi appalto milionario delle bonifiche di Porto Marghera». «Di tutte le infamie che l’inchiesta Mose e dintorni ha rivelato», dice Bettin, «la più schifosa è quella sulle truffe nell’ambito delle bonifiche e delle messe in sicurezza a Porto Marghera che coinvolge, tra gli altri, l’ex ministro Altero Matteoli. La truffa sarebbe consistita nel dirottare, come tangente di fatto e con la solita complicità attiva del Consorzio Venezia Nuova, parte di questi fondi a ditte direttamente controllate o nella sfera d’influenza dei politici incriminati. Un comportamento da vampiri».

Gianni Favarato

 

SCANDALO in laguna

CHISSO E CASARIN – Slitta la decisione per l’ex assessore e il suo segretario

Mose, sì ai patteggiamenti. 31 anni per Galan e soci

Trentuno anni di carcere in tutto e quasi 12 milioni di euro recuperati allo Stato. Si è conclusa in meno di tre ore, ieri mattina, l’udienza di patteggiamento dei primi 19 imputati nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”, che hanno preferito evitare il processo scendendo a patti con la Procura. Il giudice Giuliana Galasso ha iniziato a decidere poco prima delle 11 chiamando, una ad una, tutte le difese ed emettendo sentenza per ciascun singolo imputato. Poi una breve pausa attorno a mezzogiorno. Gli ultimi a definire il patteggiamento sono stati i legali dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, usciti dal Palazzo di giustizia attorno alle 13 e 45.
Nessuno dei principali imputati si è presentato in aula. Non c’era l’ex Governatore del Veneto e deputato di Forza Italia, che si trova agli arresti domiciliari nella lussuosa villa di Cinto Euganeo, messa sotto sequestro durante le indagini. I pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini, Stefano Buccini lo accusano di corruzione in relazione a vari episodi: di aver ricevuto uno stipendio annuale di un milione di euro dal 2008 al 2011, equivalente a 4 milioni di euro dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati; nonché 900mila euro nel 2006-07 e 900mila euro nel 2007-08; di aver ricevuto quote di società da Piergiorgio Baita della Mantovani (il 70% di Nordest Media; 7% di Adria Infrastrutture) nonché un conto corrente a San Marino con 50mila euro, finanziamenti elettorali e la ristrutturazione villa Cinto Euganeo per 1 milione e 100 mila euro. Gli episodi precedenti al 22 luglio 2008 sono stati dichiarati prescritti e, dunque, esclusi dall’accordo. Prima di discutere il patteggiamento, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini hanno chiesto al gup, in via preliminare, di prosciogliere Galan per evidente insussistenza di prove, in particolare per quanto riguarda l’asserito stipendio di cui ha parlato solo Mazzacurati. «In modo confuso, e contraddetto da Baita», hanno sostenuto in aula. Ma il giudice ha rigettato l’istanza, applicando la pena concordata in precedenza: 2 anni e 10 mesi di reclusione e la confisca di 2,6 milioni di euro. I legali di Galan hanno annunciato che ricorreranno in Cassazione.
Galan è l’unico dei 19 imputati di ieri ad essere ancora sottoposto a misura cautelare: gli altri sono stati tutti rimessi in libertà dopo la richiesta di patteggiamento. Alcuni hanno ammesso gli addebiti, almeno in parte. Tra questi figura il commercialista padovano Paolo Venuti, il quale ha riconosciuto di aver agito in qualità di prestanome di Galan nelle due società cedute da Baita al Governatore. Ampia la confessione dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, il quale ha confessato di essere stato al soldo di Mazzacurati che gli garantiva uno stipendio annuale per lasciare carta bianca al Cvn e, al momento del pensionamento, gli fece bonificare 500 mila euro su conto in Svizzera, intestato alla moglie.
Dalle indagini è emerso un quadro esteso di malaffare: per garantire la prosecuzione dei lavori per il Mose, il Consorzio Venezia Nuova aveva creato un meccanismo di corruttele a tutti i livelli, di cui hanno ampiamente parlato sia Mazzacurati che Baita, ma anche altri soci del Cvn. I fondi da destinare alle mazzette provenivano da false fatturazioni. Insomma, per molti anni lo Stato ha pagato i lavori del Mose a prezzo maggiorato per consentire al Consorzio di corrompere i controllori o i politici che dovevano garantire autorizzazioni e flussi finanziari all’opera.
All’udienza di ieri ha partecipato anche il Comune di Venezia (assistito dagli avvocati Fabio Niero e Alvise Muffato) che è intenzionato a chiedere un risarcimento: non potendo costituirsi parte civile in questa fase processuale, il Comune ha presenziato in qualità di parte offesa e il giudice ha riconosciuto a Ca’ Farsetti di aver subìto, in qualità di ente territoriale, «un danno di immagine dai reati che hanno visto il coinvolgimento di soggetti pubblici e un rilevante sperpero di risorse economiche e fondi pubblici nella realizzazione del Mose, opera di sicuro impatto nel territorio comunale…»
I patteggiamenti concordati dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso (due anni e 6 mesi) e dal suo segretario, Enzo Casarin (un anno e 8 mesi) saranno presi in esame da un altro giudice nelle prossime settimane. Poi la Procura dovrà chiudere le indagini nei confronti dei rimanenti indagati (una ventina), tra cui figurano l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, e l’ex europarlamentare di Forza Italia, Amalia Sartori, entrambi accusati di finanziamento illecito.

Gianluca Amadori

 

Il giudice accetta 19 pene concordate e rimette in libertà quasi tutti gli imputati

Confermati per l’ex governatore due anni e 10 mesi e la confisca di 2,6 milioni

PROCURATORE «Pene certe, giustizia rapida»

LE REAZIONI – Nordio: «Pene serie, non sanguinarie»

Franchini, avvocato di Galan: «Il nostro cliente è innocente, ha patteggiato per motivi privati e di salute»

VENEZIA – «Si è concluso come speravamo che si concludesse e come ritenevamo giusto che si concludesse: questa indagine è stata condotta in tempi brevi con risultati soddisfacenti per l’Erario, e abbiamo avuto pene certe e serie, non sanguinarie o esemplari, ma anche rieducative».
Il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha commentato così i patteggiamenti di ieri: «Il sigillo del gip alla nostra indagine e alle proposte di patteggiamento costituisce una conferma di quanto abbiamo fatto finora. L’andamento dell’inchiesta ha dimostrato che con professionalità e volontà, la giustizia può essere anche più rapida di quanto succeda solitamente».
Quanto alla scelta di molti indagati di patteggiare pur dichiarandosi innocenti – primo fra tutti Galan – il procuratore aggiunto ha dichiarato che «le scelte delle difese sono insindacabili e sacrosante». Per poi aggiungere, però, che «patteggiare pene abbastanza elevate con multe ingenti a qualcuno potrebbe sembrare contraddittorio con l’innocenza».
Sul fronte difensivo, l’avvocato Antonio Franchini ha spiegato che per l’onorevole Galan «al patteggiamento siamo arrivati attraverso un percorso molto sofferto, perché noi riteniamo che il nostro cliente sia innocente. Noi avevamo richiesto un proscioglimento, tuttavia motivi assolutamente privati e di salute invece hanno portato a questa strada», ha precisato.
«C’è grande amarezza, sono convinto che da un processo sarebbe emersa la sua estraneità», ha aggiunto il secondo difensore dell’ex Governatore, Niccolò Ghedini, il quale ha spiegato che, sulla base della legge Severino, Galan «tecnicamente decadrà quando ci sarà il provvedimento della Camera, dopo che la sentenza sarà passata in giudicato». Ghedini ha ricordato, tuttavia, che sono pendenti i ricorsi alla Corte dei diritti dell’Uomo al fine di ottenere l’annullamento della legge Severino.

 

PORTO MARGHERA

Bettin attacca «Bonifiche-truffa. Il Comune sia parte civile»

PORTO MARGHERA Per l’ex assessore Bettin è lo scandalo più ignobile uscito dall’inchiesta Mose

«Truffa sulle bonifiche. Comune parte civile»

Quello della truffa sulle bonifiche di Porto Marghera «è lo scandalo più ignobile» denuncia il sociologo ed ex assessore comunale all’ambiente Gianfranco Bettin: «Di tutte le infamie che l’inchiesta Mose e dintorni ha rivelato, la più schifosa è proprio questa. È l’inchiesta che coinvolge tra gli altri l’ex ministro Altero Matteoli ed altri esponenti legati soprattutto ad Alleanza Nazionale e all’ex Pdl, ora Forza Italia».
È una cosa vergognosa, secondo Bettin, perché non è solo una questione economica di sperpero di denari pubblici, già grave di per sè, ma è soprattutto grave perché «si sarebbe lucrato su fondi destinati a risanare un ambiente avvelenato per decenni, sottraendo fondi derivanti dalle transazioni che le aziende, responsabili dell’inquinamento e delle malattie e morti dei lavoratori e dei cittadini, avevano dovuto mettere a disposizione dello stato, cioè della collettività».
Perciò l’ex assessore invita il Comune a costituirsi parte civile «in modo specifico contro gli imputati».
Tecnicamente questa truffa avrebbe funzionato così: parte dei fondi destinati alle bonifiche venivano dirottati («come tangente di fatto, e con la solita complicità attiva del Consorzio Venezia Nuova») a ditte direttamente controllate o nella sfera d’influenza dei politici incriminati. «Un comportamento da vampiri, tipico di chi cioè si nutre letteralmente di ciò che avrebbe dovuto risarcire la città e i lavoratori degli immani guasti subiti per decenni» continua Gianfranco Bettin che aggiunge pesanti dubbi anche sulla gestione burocratica dell’intera vicenda: «In questo quadro si irrobustisce il sospetto che la stessa farraginosità delle procedure, labirintiche e burocratiche, e l’accentramento ministeriale insopportabile che per anni hanno impedito l’avvio reale delle bonifiche, fossero non casuali bensì voluti, per tenere sotto controllo, alla mercé dei faccendieri e dei loro protettori e/o mandanti politici, un affare lucroso».
Per l’ex assessore si tratta, insomma, del capitolo più ignobile dell’intero scandalo, «ragione in più per essere grati alla magistratura che lo ha scoperchiato. E ragione anche per continuare nel lavoro avviato di recente per riformare radicalmente procedure e contenuti relativi alle bonifiche, restituendo speranza e certezza all’intero polo industriale e portuale e all’intera città».

 

Casarin come Chisso: tratta la resa, 20 mesi e confisca di 115 mila euro

MALAFFARE IN LAGUNA – Si alluga ancora l’elenco degli indagati che scelgono di non andare a processo

OGGI MAXI-UDIENZA – Diciannove davanti al gip per saldare i conti, tocca anche a Galan

Dopo l’ex assessore, sceglie di patteggiare anche il suo ex segretario. Enzo Casarin, già uomo di fiducia di Renato Chisso, come lui travolto dall’inchiesta sul “sistema” Mose, si aggiunge al lungo elenco di chi ha raggiunto un accordo con la Procura per patteggiare. Un anno e 8 mesi, con la confisca dei 115mila euro già sequestrati, l’accordo raggiunto ieri dal suo difensore, l’avvocata Carmela Parziale, con il procuratore aggiunto Carlo Nordio e i pm del pool, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Coinvolto nella prima Tangentopoli veneta di inizio anni ’90, ex sindaco di Martellago, Casarin è accusato di corruzione perché, come capo segreteria di Chisso, si sarebbe occupato delle “mazzette” destinate all’assessore. Finito in carcere nella retata del 4 giugno, è stato scarcerato da Tribunale del riesame un paio di settimane fa, per decorrenza dei termini di custodia cautelare. I reati che gli vengono contestati, infatti, si fermerebbero al 2012, prima dell’entrata in vigore della Legge Severino che ha allungato la carcerazione preventiva per i reati di corruzione da tre a sei mesi.
A questo punto, a Casarin, così come a Chisso, non resta che attendere l’udienza del gup che dovrà valutare la congruità delle pene e, nel caso, applicare i patteggiamenti. Per entrambi l’accordo con la Procura è arrivato fuori tempo massimo per essere inseriti nella maxi-udienza di stamane, davanti al giudice Giuliana Galasso. Ben 19 le posizioni che saranno esaminate oggi, da Giancarlo Galan in giù. Si comincerà alle 10, con un’udienza ogni mezz’ora in cui i pm, da un lato, i difensori, dall’altro, spiegheranno i termini dei vari patteggiamenti proposti. Poi toccherà al giudice valutare la congruità delle diverse pene, applicarle o rigettarle. Scelta quest’ultima inconsueta, ma non impossibile. Proprio in quest’inchiesta, a giugno, un altro gup, Massimo Vicinanza, rigettò il patteggiamento proposto per l’ex sindaco Giorgio Orsoni. Si vedrà…
Sempre oggi, intanto, davanti a un altro gup, Barbara Lanceri, dovrebbero comparire l’ex vicequestore di Bologna, Giovanni Preziosa, e l’imprenditore nel settore della sicurezza, Manuele Marazzi, già coinvolti nell’inchiesta sulle false fatturazioni emesse dall’allora presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita. Per le accuse di corruzione e accesso abusivo ai sistemi informatici, hanno già patteggiato entrambi. Oggi dovranno rispondere di peculato per la paletta e il lampeggiante della Polizia di Stato procurati a Mirko Voltazza che li usò per “impressionare” l’allora amministratore delegato di Veneto Strade, Silvano Vernizzi. Marazzi è anche nella lista dei patteggiamenti con il gip Galasso. Tutto potrebbe chiudersi con pochi mesi in continuazione.

Roberta Brunetti

 

IDV – «Se i politici patteggiano devono perdere il vitalizio»

VENEZIA – Il capogruppo regionale di Italia dei Valori Antonino Pipitone chiede lo stop dei vitalizi ai politici che patteggino la pena in un’inchiesta giudiziaria. Lo fa alla viglia dell’udienza in cui Giancarlo Galan patteggerà. «Troviamo difficile disgiungere la scelta di patteggiare dalla responsabilità di quanto accaduto. È eticamente corretto che un politico, eletto per amministrare la cosa pubblica e che ha patteggiato una pena per accuse legate al proprio ruolo, possa godere del vitalizio, ottenuto proprio per il suo mandato elettivo? Il patteggiamento dovrebbe prevedere la perdita dei privilegi, a cominciare dal vitalizio».

 

SCANDALO MOSE UNA SOLUZIONE AL RIBASSO

Mose, finalmente tutti fuori. E tutti a prezzo più che buono, buonissimo, quasi di saldo! Che dire: pena detentiva vergognosa, pena pecuniaria da “elemosina”. È tutto l’impianto del “patteggiamento giudiziale” che non va. Inventato per evitare lunghi processi (e il fine sarebbe anche buono) si riduce spesso a una trattativa molto “al ribasso”. Ad esempio nel caso Mose: appena in salute, gli imputati di gravi crimini amministrativi se ne andranno “belli e onorati” come prima. I giudici, convalidati i termini del patteggiamento, senza far scontare agli imputati un ulteriore giorno di reclusione, si daranno da fare per incassare le pene pecuniarie. I soldi andranno a saldo di spese sostenute. Non andranno in un fondo di solidarietà magari per l’abbattimento della pressione fiscale. E a quando la pena equa e certa agli imputati di gravi crimini civili? O questi ultimi sono meno gravi dei crimini penali?

Natalino Daniele – Rubano (Pd)

 

«Matteoli asservito al Consorzio», la Procura invia gli atti al Senato

TRIBUNALE MINISTRI – L’atto d’accusa dei giudici contro l’ex responsabile del Dicastero dell’Ambiente

Il politico di An ha negato tutto: «Mai preso soldi»

CORRUZIONE – Per le bonifiche in laguna contestate due “mazzette” da 400 e 150 mila euro

«Tangenti anche per Marghera»

Furono pagate mazzette in cambio dell’assegnazione dei lavori di bonifica di Porto Marghera. Il Tribunale dei ministri ritiene che siano fondate le ipotesi d’accusa a carico dell’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, ed è per questo motivo che ha trasmesso gli atti al Senato chiedendo l’autorizzazione a procedere. «É dimostrato un asservimento alle politiche del Consorzio Venezia Nuova del politico Altero Matteoli nella sua veste non solo di ministro dell’Ambiente, ma anche di ministro delle Infrattruture», si legge nel provvedimento di 193 pagine che accompagna la corposa documentazione sottoposta all’attenzione di Palazzo Madama. La giunta per le autorizzazioni dovrà iniziare a discutere il caso tra breve.
Il reato contestato a Matteoli è quello di corruzione, in concorso con l’imprenditore e amico Erasmo Cinque della Socostramo srl, l’ex presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente e l’ex responsabile amministrativo della Mantovani, rispettivamente Piergiorgio Baita e Nicolò Buson, e il sanmarinese William Ambrogio Colombelli della Bmc Broker. Il periodo sotto accusa va dal 2011 al 2012.
LE MAZZETTE – È Baita a raccontare per primo la vicenda; poi si intrecciano le testimonianze di altri. Tutto ruota attorno ai 271 milioni di euro che, nel 2001, Montedison si impegna a pagare al ministero dell’Ambiente, a conclusione di una transazione, per contribuire alle bonifiche necessarie a Porto Marghera, dopo anni di inquinamento industriale. Matteoli decide di affidare i lavori di disinquinamento direttamente al Cvn, senza passare per alcuna gara pubblica, nonostante questo tipo di lavori non rientri nella Convenzione con lo Stato, limitata alle opere di Salvaguardia relative al Mose.
AZIENDA AMICA – Secondo l’accusa, in cambio di questo “regalo” al Cvn, Matteoli avrebbe ricevuto somme di denaro, ma anche e soprattutto l’affidamento di opere alla Socostramo, che nel 2000 fu inserita nella compagine del Consorzio Venezia Nuova. Quanto alle tangenti, il Tribunale di ministri ne contesta due – rispettivamente di 400mila e 150 mila euro – versate da Mazzacurati e Baita per tramite di Colombelli e Buson; quanto alla Socostramo, con un investimento di soli 25mila euro (necessari per acquisire lo 0,006 del Cvn) avrebbe beneficiato di un utile complessivo, al lordo delle imposte, di 48 milioni di euro. Dall’inchiesta risulta, tra l’altro, che la Socostramo non avrebbe effettuato alcun lavoro: tutte le opere di bonifica furono realizzate dalla Mantovani.
MAGISTRATO ALLE ACQUE – Ma non basta. L’accordo tra Matteoli e Mazzacurati prevedeva pure la nomina, da parte del ministero, di una persona gradita al Cvn nel ruolo di presidente del Magistrato alle acque, l’ente controllore dei lavori del Mose: e, in effetti, a Venezia fu nominato Patrizio Cuccioletta, finito sotto inchiesta a sua volta (e arrestato) per corruzione. Cuccioletta ha poi ammesso di essere stato al soldo di Mazzacurati. Un forte contrasto con Cinque sarebbe avvenuto quando fu deciso di nominare Ciriaco D’Alessio alla presidenza del Mav, mentre Mazzacurati premeva per una diversa soluzione.
MAZZACURATI – Il presidente del Cvn conferma che fu Matteoli a ordinargli di “prendere” Socostramo: «Siamo andati a colazione in un ristorante vicino a Palazzo Chigi, era l’enoteca Capranica: c’era Cinque, Matteoli e io. Matteoli mi disse che ci teneva molto che Cinque lavorasse… dopo quando ha introdotto Baita le robe sono andate a posto perché il lavoro lo faceva Baita e loro si mettevano d’accordo in altro modo…»
In merito all’esistenza di amichevoli rapporti tra Mazzacurati e Matteoli riferisce ampiamente l’ex vicedirettore del Cvn, Roberto Pravatà, il quale parla di incontri anche in Toscana, dove Matteoli ha casa a Bibiena. Pravatà parla anche della realtà veneziana: «I contatti che Mazzacurati aveva con i rappresentanti locali di An erano mediati da tale Canella, avvocato e persona di fiducia per affari riservati di Mazzacurati».

«…Io mi sono inventato candidato a sindaco di Roma Gianfranco Fini: da lì è nata una mia storia politica che mi ha portato nel 1995 ad essere uno dei 7 che ha fondato Alleanza Nazionale, come laico perché non mi sono mai candidato a nulla. E quindi è chiaro che, nell’ambito di quella frequentazione, io ho conosciuto Altero Matteoli…». Erasmo Cinque, 73 anni, romano, a lungo consulente del ministro Matteoli, si è raccontato così davanti al Tribunale dei ministri, negando di essersi mai occupato delle vicende veneziane e di più di aver incassato denaro per conto di Matteoli. Anche Matteoli davanti ai giudici ha respinto ogni accusa, escludendo di essersi mai occupato delle bonifiche di Porto Marghera e di conoscere le attività imprenditoriali di Erasmo Cinque. Versione che, secondo il Tribunale dei ministri, risultano smentite da numerosi elementi raccolti nel corso dell’indagine.

Gianluca Amadori

 

Nuova Venezia – Scandalo Mose, sfilata in tribunale

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16

ott

2014

Oggi la lunga sfilata degli avvocati. Verso il patteggiamento Casarin

Tangentopoli, maxi udienza

Oggi la maxi udienza per le tangenti sul Mose. Gli avvocati – compreso Franchini che difende Galan – sfileranno davanti al Gip Galasso. Verso il patteggiamento Casarin, segretario di Chisso.

 

Venezia, oggi la maxiudienza: sarà il gip Galasso a decidere

Verso il patteggiamento anche Casarin, segretario di Chisso

Scandalo Mose, sfilata in tribunale

VENEZIA – Ogni giorno, ormai, si aggiunge un patteggiamento: ieri è stata la volta dell’ex segretario dell’assessore regionale Renato Chisso, il veneziano Enzo Casarin. Il suo difensore, l’avvocato Carmela Parziale, ha raggiunto l’accordo con la Procura per una pena di un anno e otto mesi di reclusione e 115 mila euro di multa. Dieci anni fa aveva già patteggiato due anni di reclusione per il reato di concussione, commesso quando era sindaco socialista di Martellago. Alla conta, ormai, manca soltanto l’ex braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova, Federico Sutto (ancora agli arresti domiciliari), poi si aprirà la corsa al rito abbreviato davanti al giudice dell’udienza preliminare per evitare il processo in aula, tra coloro per i quali i pubblici ministeri Paola Tonini , Stefano Ancilotto e Stefano Buccini chiederanno il rinvio a giudizio (sono nove). Invece, coloro per i quali oggi la giudice Giuliana Galasso dovrà valutare la congruità della pena sono diciannove, a questi vanno aggiunti i due (Chisso e Casarin) per i quali l’udienza verrà fissata probabilmente tra una decina di giorni, quindi quello per cui sono ancora in corso le trattative (Sutto), i due che hanno raggiunto l’accordo con la Procura di Milano perché la loro posizione è stata trasferita per competenza territoriale nel capoluogo lombardo (Emilio Spaziante e Roberto Meneguzzo). Su 35 indagati raggiunti dai provvedimenti del 4 giugno sono 25 quelli che hanno scelto il patteggiamento. Sarebbero in realtà 26, con l’ex sindaco Giorgio Orsoni per il quale la richiesta è stata respinta dal giudice perchè la pena di 4 mesi è stata ritenuta incongrua. Dovrà affrontare l’udienza o il processo subito: se i pubblici ministeri chiederanno che sia processato assieme agli altri otto indagati, tra cui l’ex europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori, passerà per l’udienza preliminare per poi finire davanti al Tribunale se non chiederà l’abbreviato; se invece firmeranno la citazione diretta salterà l’udienza e finirà dritto in aula davanti al giudice monocratico, competente a giudicare il reato di finanziamento illecito ai partiti. Oggi, probabilmente nessuni degli indagati si presenterà davanti al giudice, ci saranno soltanto gli avvocati e i pubblici ministeri: molti dei primi non rinunceranno a chiedere al magistrato, che lo potrebbe sempre decidere, di prosciogliere i loro clienti e, solo in seconda battuta, di applicare la pena concordata con l’accusa. Alcuni di coloro che sono finiti in carcere o ai domiciliari, infatti, hanno scelto l’accordo con la Procura piuttosto del processo in aula spiegando di farlo per questioni di salute o di risparmio di denaro e sostenendo di essere innocenti. Altri, invece, hanno ammesso le loro responsabilità sulla base delle contestazioni mosse loro; infine, pochi altri hanno anche collaborato, fornendo indicazioni agli investigatori della Guardia di finanza che hanno svolto le indagini. I patteggiamenti di Chisso, Casarin e, se si aggiungerà, quello di Sutto non verranno valutati dallo stesso giudice, Giuliana Galasso, ma da un altro magistrato, che dovrà essere diverso da quello che affronterà l’udienza preliminare per gli indagati per i quali la Procura chiederà il rinvio a giudizio tra alcuni giorni, dopo aver depositato gli atti.

Giorgio Cecchetti

 

Caccia e Bettin sul Mose

LAGUNA ED ECONOMIA Un chiarimento del ministero delle Infrastrutture per dirimere la vicenda

LA POLEMICA – I 140 milioni stanziati dal Cipe da designare tra distinte proposte

Altro che cantieri aperti e celebrazioni del Mose! Beppe Caccia e Gianfranco Bettin, dell’associazione “In Comune” chiedono che il Consorzio Venezia Nuova apra i suoi armadi. E lo fanno nel giorno in cui il Consorzio Venezia Nuova celebra la posa dell’ultimo cassone, alla bocca di porto di Malamocco (ne riferiamo nel fascicolo nazionale). «Ci riferiamo – attaccano – agli armadi dove il Consorzio custodisce gelosamente i propri segreti restano sempre chiusi. Quanto è costato, davvero, il cassone che è stato ieri appoggiato sui fondali? Dove sono finiti, non i quaranta milioni al centro dell’inchiesta della Procura di Venezia sul criminale sistema Mose, ma le centinaia di milioni di euro prelevati dalle tasche di tutti i cittadini contribuenti, visto che per le opere di salvaguardia, come abbiamo calcolato, sono state spese circa il 50% delle somme stanziate dallo Stato?».
Caccia e Bettin chiedono che vengano resi pubblici i bilanci e i bilanci delle imprese consorziate. «Perché, a due mesi dalle esplicite dichiarazioni pubbliche dell’ing. Piergiorgio Baita – concludono – l’attuale presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris, non ha ancora risposto alla richiesta di rendere pubblico il contratto di “consulenza strategica” che lo ha legato per anni al Consorzio stesso?».

 

Posato l’ultimo cassone del Mose

L’operazione ieri alla bocca di porto di Malamocco, ora si devono realizzare le paratie mobili previste per il 2016

L’ultimo cassone del Mose è stato posato, l’opera architettonica è completata all’85%. L’ultima struttura in cemento armato è una “spalla” collocata alla bocca di porto di Malamocco (nella laguna centrale, al confine tra l’isola del Lido e Pellestrina) e ieri è stata trainata, varata e affondata nella sua postazione sotto il mare. Grande quasi come tre campi da basket (superficie di 60,2 metri per 20, altezza 26,5 metri) la sua posa mette la parola fine alla fase di installazione dei 35 cassoni. Nel contempo però, termina anche l’obiettivo dei circa 13 ettari dell’isola-cantiere di Malamocco, un vero e proprio villaggio attrezzato con infrastrutturazioni, macchinari e 340 posti letto che da contratto dovrebbe essere demolita dal Consorzio Venezia Nuova. «Demolirla sarebbe uno spreco – afferma il presidente di Cvn Mauro Fabris – per il momento continueremo ad utilizzarla per lo stoccaggio delle paratoie, ma la decisione sul suo futuro spetta alla prossima amministrazione cittadina». Intanto i lavori proseguono perché, da cronoprogramma, il Mose dovrà essere consegnato funzionante nel 2016 per il collaudo finale nel 2017. «Contiamo di salvare Venezia dall’acqua alta già nell’inverno 2017. – ha detto il direttore generale di Cvn Hermes Redi – Ad oggi, le tempistiche del Mose sono rispettate, ma a monte vi sono ancora i ricorsi che stanno rallentando i contratti per l’assegnazione delle gare per la realizzazione delle 78 paratoie. A cui si aggiunge il crocevia di finanziamenti governativi che ancora devono arrivare». Quelli già stanziati, ma non ancora deliberati dal Cipe, (441 milioni di euro), e l’ultima tranche di finanziamenti non ancora stanziati (226 milioni di euro) destinati agli inserimenti architettonici. L’opera ha avuto finora un costo totale di 5.493 milioni di euro, ad oggi ne sono arrivati dallo Stato 5.267. «Non possiamo andare oltre il nostro indebitamento con le banche – ha aggiunto Redi – che ammonta a circa 800 milioni di euro per aver anticipato le spese di tre anni di lavori». Parole d’ordine sono «discontinuità e trasparenza» con il passato, in riferimento agli scandali giudiziari. Ma chi gestirà il Mose nel 2020? Lo stabilirà un bando del Provveditorato alle opere pubbliche, ex Magistrato alle Acque.

 

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