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Trovato il tesoro di Chisso nascosto dal segretario

Trovato il tesoro di Renato Chisso. O almeno la strada che porta lì: l’ex assessore regionale alle Infrastrutture non aveva soldi sui conti italiani. Sono passati di conto in conto e aver trovato la traccia, secondo la Guardia di finanza, equivale ad aver trovato il tesoro: più o meno 8 milioni nascosti dall’ex segretario. Anche se i soldi fisicamente non ci sono più, è possibile contestarli a lui.

 

Corsa alle rogatorie internazionali per i “tesori” di Galan e Chisso

Caccia ai soldi in Slovenia, Ucraina, Moldavia, Austria e Svizzera

L’EX EURODEPUTATA – Lia Sartori libera dopo 3 mesi ai domiciliari: può espatriare

L’EX GOVERNATORE – Gli investigatori in attesa di risposte dalla Croazia

TRACCE I giudici sulle piste del denaro che Chisso avrebbe portato all’estero

Mose, le indagini si spostano all’estero

Non solo Luigi Dal Borgo. La Procura di Venezia è alle prese sì con il controllo dei conti correnti delle banche indicate dall’imprenditore bellunese, ma anche e soprattutto con le rogatorie internazionali. A partire dal 4 giugno, data della maxi retata del Mose, i pm veneziani Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto hanno inondato di richieste i Tribunali di mezza Europa. Non solo Slovenia, Ucraina e Moldavia, ma anche Austria e Svizzera. Adesso giorno dopo giorno stanno arrivando le prime risposte e i magistrati le stanno vagliando assieme alla Guardia di finanza. Resta il fatto che il filone certo è quello indicato da Luigi Dal Borgo – che assieme a Mirco Voltazza si faceva pagare fior di quattrini da Baita dicendo di essere in grado di fermare le inchieste della Finanza e della Procura contro la Mantovani e il Consorzio Venezia Nuova – che ha parlato di soldi portati all’estero da Enzo Casarin. La Procura è certa che Casarin abbia portato quattrini all’estero anche per conto di Renato Chisso, di cui era segretario personale in Regione Veneto. Ma qualcosa sta saltando fuori anche dalle altre rogatorie che riguardano pure l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan. Stando alle intercettazioni telefoniche di Paolo Venuti, il commercialista di Galan, all’estero ci sono almeno 1 milione e 800 mila euro sparsi in conti vari, tutti riferibili a Galan. «Quelli in Svizzera li tengo io – diceva il commercialista alla moglie riferendosi a Galan – quelli in Croazia li tiene lui». E alla domanda della moglie: «Ma quanti sono i suoi?», la risposta era stata precisa: «Un milione e otto». Galan ha sempre smentito e siccome Paolo Venuti finora non ha aperto bocca bisogna per forza attendere che la rogatoria con la Croazia porti a casa i risultati che la Procura si aspetta.
Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini si preparano a chiedere il rito immediato per tutti coloro – e sono una piccolissima minoranza – che non hanno patteggiato e che sono ancora in galera. Si tratta di Renato Chisso, di Giancarlo Galan, di Enzo Casarin – che ha il Riesame domani – e di Paolo Venuti – che sarà sentito il 7 ottobre. Il rito immediato significa che i 4 andranno a processo direttamente dalla galera, senza passare per casa. I tempi sono stretti per Chisso – la scadenza termini della carcerazione è il 4 dicembre – e ancora più stretta per Galan, 22 ottobre. Dunque già entro la metà di ottobre ci saranno le prime richieste di rito immediato. Tutti loro saranno processati con le prove raccolte fino ad allora, visto che c’è stata una proroga delle indagini e fra le prove che la Procura conta di portare in Tribunale ci sono pure i conti correnti con i soldi.
E anche per Lia Sartori è arrivata la libertà dopo tre mesi di domiciliari. Per lei la Procura non ha chiesto il processo con rito immediato e il giudice ha concesso anche il diritto all’espatrio, non ritenendo che vi sia pericolo di fuga. L’ex eurodeputata era stata arrestata il 2 luglio, con l’accusa di aver ricevuto finanziamenti illeciti da parte di alcuni imprenditori coinvolti nel Consorzio Venezia Nuova, ipotesi respinta sempre con forza dalla Sartori.
Intanto si attende di capire se lo Stato ha intenzione o no di costituirsi parte civile nei confronti dei corrotti così come ha già fatto il Comune di Venezia, che ha avviato le procedure con l’avvocatura civica. Dall’Avvocatura dello Stato invece non è arrivata nemmeno una velina che lasci intravvedere l’intenzione della presidenza del Consiglio di costituirsi in giudizio contro gli ex amministratori accusati di aver intascato milioni di euro in mazzette: soldi provenienti dalla sovrafatturazione dei lavori del Mose. E dunque pubblici.

Maurizio Dianese

 

MILANO – Accordo tra la difesa dell’ex ad di Palladio e la Procura: 2 anni e 6 mesi. Deciderà il gip

Meneguzzo, patteggiamento in vista

LISA SARTORI – Accusata di finanziamenti illeciti da parte di imprenditori. Ma lei ha sempre negato tutto

MILANO – Roberto Meneguzzo punta al patteggiamento per uscire dal filone milanese dell’inchiesta sul Mose e gli appalti del Consorzio Venezia Nuova. I legali dell’ex amministratore delegato e vicepresidente di Palladio Finanziaria hanno trovato un accordo con i pm Roberto Pellicano e Luigi Orsi per una pena di due anni e sei mesi. La proposta di patteggiamento dovrà essere ora vagliata da un Gip del tribunale di Milano.
Il manager, tra i fondatori di quella che è stata definita la Mediobanca del Nordest, è accusato di concorso in corruzione, insieme all’ex parlamentare del Pdl Marco Milanese e al generale in pensione della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, in uno stralcio della più ampia inchiesta della procura di Venezia, trasmesso a Milano per competenza territoriale. Meneguzzo è accusato di concorso in corruzione in merito al presunto pagamento di due tangenti da 500mila euro ciascuna da parte del Consorzio Venezia Nuova a Milanese e al generale Spaziante, per avere, nel primo caso lo sblocco di alcuni fondi da parte del Cipe per il Mose e, nel secondo episodio contestato, per avere controlli «morbidi» da parte delle Fiamme Gialle. Secondo l’accusa, ha fatto da tramite tra l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, con Milanese e Spaziante.
Questo filone di indagine è stato trasmesso da Venezia a Milano, in quanto si ritiene che lo scambio di denaro sia stato effettuato nell’ufficio milanese della Palladio Finanziaria e per questo la competenza territoriale è del capoluogo lombardo. Alla luce della richiesta di patteggiamento di Meneguzzo, se l’accordo questa verrà ratificato, saranno processati solamente Milanese e Spaziante.

 

IL CASO – La fondazione del patriarcato di Venezia sfiorata dallo scandalo Mose

Dalla Regione 200 mila euro al Marcianum ed è polemica

CHIARIMENTI – La delibera oggi in commissione Marotta (Idv): devono spiegare

È stata la tempistica ad alimentare la polemica. Perché se il contributo di 200mila euro fosse uscito dalle casse di Palazzo Balbi a inizio anno, nessuno avrebbe trovato da ridire: in fine dei conti è dal 2008 che la Regione Veneto finanzia il Marcianum, la Fondazione sorta nel 2007 con lo scopo di “promuovere il patrimonio culturale e religioso del Patriarcato di Venezia”. Dal 2007 al 2013 la Regione ha dato un milione e seicentomila euro al Marcianum di Venezia. E adesso altri 200mila euro per il 2014. Il punto è che il Marcianum, dopo essere stato sfiorato dallo scandalo del sistema del Mose, è stato completamente ridimensionato dal Patriarcato d’intesa con il Vaticano, tanto che già da quest’anno alcune attività saranno dismesse e ci saranno forti tagli del personale. La cura dimagrante è stata annunciata dal Patriarcato lo scorso luglio: “Già dall’anno corrente non verranno attivati i corsi dei primi anni della facoltà di diritto canonico e dell’istituto superiore di scienze religiose”. E allora com’è che la giunta regionale del Veneto il 9 settembre – quindi dopo lo scandalo e dopo l’annuncio del ridimensionamento – ha deciso di continuare l’erogazione dei fondi per il Marcianum? Chiaro che erano fondi già previsti, ma l’argomento sarà comuqnue oggetto di discussione questa mattina a Palazzo Ferro Fini, durante la riunione della sesta commissione consiliare. All’ordine del giorno c’è la delibera numero 135 della giunta approvata il 9 settembre, un provvedimento che per diventare operativo ha bisogno di un passaggio in commissione. Tra l’altro al Ferro Fini stamattina è prevista l’audizione di Paolo Lombardi, il nuovo amministratore delegato della Fondazione Marcianum nominato dal collegio dei fondatori lo scorso 17 luglio. Gennaro Marotta, consigliere regionale dell’Idv, vuole capire: «Se il patriarca Francesco Moraglia decide di chiudere la Fondazione Marcianum, perché la Regione stacca un assegno da 200mila euro? Sarò in commissione Cultura per capirne di più». L’esponente dell’Idv, tra l’altro veneziano, precisa: «Non dubitiamo che dal punto di vista normativo ed amministrativo sia tutto in ordine, ma da quello politico ci pare sia una scelta dalla dubbia opportunità. La Regione ha già sovvenzionato con cifre importanti, negli ultimi anni, la Fondazione Marcianum: 1,6 milioni di euro dal 2008 ad oggi, contando anche il contributo del 2014. Con i fondi regionali per la cultura in affanno, perché la giunta Zaia non pensa di dividere questo ingente contributo con altre associazioni più piccole e sfortunate, così da mantenerle in vita?».

 

Nuova Venezia – Matteoli, accuse verso il voto del Senato

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2

ott

2014

Il Tribunale dei ministri: fondata l’ipotesi di corruzione a carico del parlamentare. Tesoro di Chisso: ricerche in cinque Paesi

VENEZIA – Il Tribunale dei ministri del Veneto presieduto dal giudice veronese Monica Sarti ha concluso il suo lavoro e ha mandato gli atti alla Procura veneziana per il suo parere. I tre magistrati sembrano intenzionati a inviare gli atti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato: stando al loro giudizio, dopo le indagini durate per tre mesi, la notizia di reato che riguarda l’ex ministro Altero Matteoli, ora senatore di Forza Italia e indagato per corruzione, sarebbe fondata e quindi ora tocca al Senato dare o meno il via libera alla Procura lagunare perché le indagini sul conto dell’esponente politico proseguano. Se avessero deciso il contrario avrebbero dovuto archiviare il fascicolo. La decisione sarebbe stata presa nei giorni scorsi dopo che il Tribunale ha visionato il dvd inviato dal giudice federale della California che ha interrogato per rogatoria l’accusatore di Matteoli, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. L’anziano ingegnere, avrebbe confermato le accuse nei confronti dell’ex ministro: ai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini aveva già riferito di aver consegnato in diverse occasioni più di 400 mila euro, proveniente dalla casse del Consorzio, per le campagne elettorali di Matteoli e, inoltre, di aver inserito nell’appalto per i lavori di bonifica e marginamento l’azienda di Erasmo Cinque, compagno di partito dell’ex ministro, su richiesta pressante di Matteoli. E Cinque avrebbe intascato una parte degli utili degli interventi pur non avendo mosso un dito, insomma pur non avendo mai lavorato. Ieri, intanto, i tre pm che coordinano le indagini avevano convocato per un interrogatorio Federico Sutto, il braccio destro di Mazzacurati ed ex socialista, che è ai domiciliari. Sutto aveva già rilasciato lunghe dichiarazioni accusatorie, confermando le accuse nei confronti dell’imprenditore vicentino Roberto Meneguzzo, del generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante e del braccio destro dell’ex ministro Giulio Tremonti Marco Milanese. Forse c’era la speranza che riferisse circostanze che riguardano Giancarlo Galan e Renato Chisso, ma non è stato così (gli amici sostengono che Sutto avrebbe sempre sostenuto che Chisso è un amico e vecchio compagno di partito e non l’avrebbe mai accusato) e ieri, difeso dall’avvocato Gianni Morrone, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La caccia ai conti correnti di Chisso, intanto, prosegue. La Guardia di finanza sta cercando da mesi di ricostruire movimenti e passaggi, i pubblici ministeri hanno avviato rogatorie in 5 paesi stranieri (Svizzera, Austria, Slovenia, Croazia e Moldavia), chiedendo se vi siano conti intestati a lui o a parenti e amici nelle banche di quelle nazioni, ma ancora non ci sono state risposte. Sulle dichiarazioni dell’indagato Luigi Dal Borgo, che individua nel segretario di Chisso Enzo Casarin colui che avrebbe portato i soldi dell’assessore all’estero c’è scetticismo da parte degli inquirenti, i quali ricordano che un altro indagato, Mirco Voltazza, ha riferito loro che proprio Chisso gli aveva chiesto di controllare Casarin perchè temeva che gli sottraEsse considerevoli somme di denaro.

Giorgio Cecchetti

 

All’assessore consegnai trentamila euro che lui intascò come fosse una cosa dovuta e senza stupirsi minimamente. Subito dopo vincemmo un appalto con Sistemi

VENEZIA – Pierluigi Alessandri, imprenditore veneziano e un tempo titolare della «Sacaim» che in laguna ha realizzato la nuova Fenice e le Gallerie dell’Accademia e tanto altro, ma che ora per evitare il fallimento è stata acquisita dalla friulana Rizzani De Eccher, con le sue confessioni ha aperto un nuovo filone d’indagine. Nel mondo delle imprese e della politica l’azienda veneziana è sempre stata considerata molto vicina al centro sinistra, tanto da aver vinto e acquisito appalti dal Comune e dall’Autorità portuale di Venezia. Ma non solo, ha lavorato per la Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia, per il ministero per i Beni culturali e per altri. Nei lunghi interrogatori Alessandri ha raccontato ai pubblici ministero Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini come è riuscito a vincere numerosi lavori. Nell’interrogatorio del 30 luglio, quello che è in parte noto perché la Procura l’ha prodotto al Tribunale del riesame che doveva decidere sul ricorso dei difensori di Giancarlo Galan che fu respinto, tanto che l’ex presidente della giunta regionale è ancora in carcere, ha riferito dei suoi rapporti con l’ex ministro di Forza Italia e con l’assessore regionale Renato Chisso, anche lui ancora detenuto. «Ho consegnato a Giancarlo Galan in tutto 115 mila euro», ricorda Alessandri, «Una prima tranche di 50 mila euro nel maggio-giugno 2006, poi 15 mila nel dicembre e 50 mila nei primi mesi 2007…. I soldi sono stati consegnati in luoghi diversi: a casa sua a Cinto Euganeo e una parte a casa di mia figlia che abitava a Monticelli di Monselice. Non ho consegnato io i soldi, ma mia figlia con una busta chiusa, lei non sapeva il contenuto, e Galan mi ha poi ringraziato delle somme ricevute… Ho pagato per entrare nella schiera di imprenditori amici che poteva fruire di trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori». «Ho eseguito gratuitamente lavori nella villa di Galan a Cinto Euganeo», prosegue l’imprenditore veneziano, «Opere di decoro, stuccatura, affrescatura con il mio personale. Ho emesso una modesta fattura di 25 mila euro che non mi è stata pagata, per giustificare la presenza del personale, ma l’entità dei lavori era di almeno 100 mila euro… Danilo Turato era perfettamente al corrente dell’accordo tra me e Galan». Turato è l’architetto che Galan aveva scelto per i lavori nella sua villa ed è stato arrestato con gli altri il 4 giugno scorso (poi ha ottenuto gli arresti domiciliari). In quell’interrogatorio, infine, Alessandri parla di Chisso. «La Sacaim», attacca, « non ha mai avuto un riferimento in Regione e siamo stati estromessi da lavori importanti, io ne ho parlato con Galan e mi disse che eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds. A me interessava solo lavorare e lui rispose che avrebbe valutato il caso a patto che io fossi stato disponibile a far parte della cerchia di imprenditori a lui vicini, cioè quelli disponibili a elargire somme di denaro… Dissi poi a Galan che con Chisso non riuscivo a instaurare un rapporto, io chiedevo di far parte di alcune cordate ma l’assessore mi fece capire che Baita osteggiava la mia impresa. Galan mi suggerì di corrispondere delle somme a Chisso e dopo che mi “accreditai” ho incontrato l’assessore molte volte…». Prima che Chisso lo riceva e lo ascolti, però, Alessandri riferisce di essere andato per almeno tre volte ad insistere da Galan, il quale gli aveva spiegato che accreditarsi presso di lui era necessario ma non sufficiente e che doveva accreditarsi anche presso Chisso, sostenendo esplicitamente che doveva essere generoso con l’assessore. «Per questo motivo quando mi presentai al Laguna Palace di Mestre, Chisso prese i 30 mila euro come fosse una cosa dovuta, senza minimamente stupirsi. Dopo questa vicenda, che risale al febbraio 2010, abbiamo acquisito un lavoro con la Sistemi Territoriali, una delle società della Regione: vinsi l’appalto in Ati con il Coveco».

Giorgio Cecchetti

 

politica e affari»la tangentopoli veneta

Sartori e Maltauro rimessi in libertà

VICENZA – Tornano in libertà due degli indagati eccellenti dei due maggiri scandali di appalti e mazzette del Nord Italia nella nuova tangentopoli: Enrico Maltauro e Amalia «Lia» Sartori. Il primo finito in carcere in seguito all’inchiesta sugli appalti dell’Expo Milano 2015; la seconda, arrestata appena insediato il nuovo parlamento di Strasburgo, per un finanziamento illecito che l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, sostiene di averle consegnato. L’imprenditore vicentino Enrico Maltauro, una delle persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola degli appalti», è ritornato in libertà, in quanto il gip milanese Fabio Antezza, su richiesta della difesa e con parere negativo dei pm, ha revocato gli arresti domiciliari a cui Maltauro era stato posto prima dell’estate. L’imprenditore vicentino era finito in carcere lo scorso 8 maggio assieme, tra gli altri, all’ex parlamentare Gianstefano Frigerio, all’ex funzionario del Pci, Primo Greganti, all’ex senatore del Pdl Luigi Grillo e all’ex esponente ligure dell’Udc-Ndc Sergio Cattozzo per presunte irregolarità nella gestione di alcuni appalti tra cui anche quello chiamato “Architettura dei servizi” indetto per Expo. Maltauro è il primo degli arrestati a ritornare libero (gli altri sono ancora ai domiciliari). Si presume, secondo quanto è stato riferito, che siano venute meno le esigenze cautelari. Anche Lia Sartori da stamattina è una donna libera. Dopo tre mesi agli arresti domiciliari, nel suo attico in centro a Vicenza, l’ex eurodeputata di Forza Italia oggi rimette piede fuori casa. È infatti scaduta, senza che la procura chiedesse per lei il processo con rito immediato, che avrebbe allungato i tempi della detenzione, la carcerazione preventiva. Era stata catturata il 2 luglio scorso dalla guardia di finanza: lei aspettava i detective in casa, visto che sapeva da un mese che il giudice Scaramuzza aveva firmato a suo carico un’ordinanza di custodia cautelare ipotizzando l’illecito finanziamento nell’ambito della maxinchiesta sul Mose. Ieri, il giudice del tribunale di Venezia ha decretato che sono decorsi i termini, per cui Sartori da oggi è libera. Non solo; mentre la procura aveva chiesto che alla politica di centrodestra venisse applicato il divieto di espatrio, il giudice lo ha negato ritenendo che non vi fosse alcun pericolo di fuga. «Ora aspettiamo con serenità il processo», ha detto l’avvocato Alessandro Moscatelli, che difende Sartori con Franco Coppi di Roma. La vicenda giudiziaria di Sartori, 66 anni, a lungo presidente del consiglio regionale del Veneto, e dal 2000 europarlamentare (non è stata rieletta alla tornata di maggio scorso), è nota. Gli inquirenti lagunari, con il procuratore aggiunto Carlo Nordio, le contestavano di avere incassato, in cinque diverse occasioni, delle somme di danaro senza registrarle, o senza indicare correttamente chi gliele aveva consegnate. In realtà, il tribunale del Riesame (molto duro: le aveva confermato i domiciliari, perchè non doveva entrare in contatto con imprenditori) aveva cassato due di queste dazioni, ritenendole non provate.

 

Gazzettino – Mose, e’all’Est il tesoro di Chisso

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1

ott

2014

L’INCHIESTA – A portare il denaro in contanti oltrefrontiera era Enzo Casarin, il segretario dell’ex assessore

Mose, è all’Est il tesoro di Chisso

Ammonterebbe a 8 milioni. La Finanza avrebbe trovato tracce evidenti del passaggio dei soldi su conti esteri

L’INCHIESTA – Indagini informatiche per controllare depositi e movimenti di capitali

La Procura ha trovato tracce evidenti dei passaggi di denaro su conti esteri. Ma per ora i soldi non spuntano. Nel mirino i “tour” nell’ex Europa comunista del segretario dell’ex assessore

LO “SPALLONE” – Era Enzo Casarin a portare oltrefrontiera il denaro in contanti

TESTE CHIAVE – Dal Borgo prometteva di fermare la Finanza

«Opere per 100mila euro e fattura solo di 25mila: non pagò nemmeno quelli»

Il tesoro di Chisso 8 milioni nascosti a Est

Mercoledì 1 Ottobre 2014, Trovato il tesoro di Renato Chisso. O almeno la strada che porta al tesoro dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, perché soldi nei conti non ne sono stati trovati, ma tracce evidenti del passaggio, sì. E siccome i soldi sono passati di conto in conto, aver trovato la traccia, secondo la Guardia di finanza, equivale ad aver trovato il tesoro. Anche se i soldi fisicamente non ci sono più, è possibile contestarli a Chisso. La Procura di Venezia in questi giorni sta ricostruendo la mappa dei giri che hanno fatto i quattrini. Parliamo di milioni di euro in contanti che sono usciti dall’Italia ed hanno preso la via dei Paesi dell’Est Europa. La Procura di Venezia sta seguendo questi giri, conto dopo conto, banca dopo banca, seguendo le tracce lasciate da Enzo Casarin, il segretario particolare dell’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso, arrestato il 4 giugno nell’ambito della maxi inchiesta della Procura sul Mose. Perché è lui, Casarin, il punto di snodo e cioè l’uomo che ha portato i soldi all’estero. Gli investigatori infatti sono convinti che abbia fatto lo “spallone” sia per conto proprio sia per conto di Chisso perché la quantità di quattrini di cui si parla è tale da far pensare che non si possa trattare solo di mazzette incassate – e nascoste all’estero – da Casarin. La Guardia di finanza conteggia che i reati commessi da Chisso gli abbiano fruttato circa 8 milioni di euro – anche se finora non è stato trovato nulla, nè beni immobili nè soldi in contanti a parte qualche migliaio di euro nel conto corrente.
Ora, la Finanza avrebbe trovato la traccia del tesoro. Questa parte dell’inchiesta sul tesoro di Chisso parte da Luigi Dal Borgo, un ingegnere che si improvvisa 007. Di Dal Borgo, Piergiorgio Baita della Mantovani dice: «… è un mio compagno di classe, al quale non abbiamo mai dato grande credito finché eravamo all’università, perché copiava i compiti e poi ha fatto una serie di mestieri…». Quando le strade di Dal Borgo e di Baita si incrociano di nuovo è perché Dal Borgo propone un contratto di “protezione” a Baita. «Voltazza e Dal Borgo chiedevano 500mila euro all’anno per coprire la cosiddetta protezione del Consorzio Venezia Nuova e 300mila euro all’anno per coprire la protezione di Mantovani» – racconta Baita al p.m. Stefano Ancilotto. Che cosa promette Dal Borgo? Di fermare o rendere innocue le inchieste della Guardia di finanza contro il Consorzio Venezia Nuova e contro la Mantovani. Infatti. C’è riuscito perfettamente come dimostra l’inchiesta che ha portato in galera una cinquantina di persone e ha fatto crollare mezzo mondo imprenditoriale e politico del Veneto. Dal Borgo, vista la mala parata, adesso ha deciso di gettare la spugna e ha iniziato a parlare. Che cosa racconta a verbale? Che spesso andava con Enzo Casarin all’estero per tour non proprio da giovani marmotte. E diciamo che, andando a caccia di educande in vena di arrotondare la paghetta, capitava che Enzo Casarin gli parlasse. Non solo, è capitato pure che tra una sosta e l’altra nel tour a luci rosse – ma sempre e solo per dare un occhio, con curiosità, come dire?, antropologica – Enzo Casarin abbia chiesto di fermarsi in quella tal banca che doveva fare una cosa. E poi un’altra cosa la faceva in un’altra banca. E via così. Dal Borgo evidentemente ha registrato il tutto mentalmente e ne ha riferito in Procura. E dagli uffici di piazzale Roma è partito l’ordine per la Guardia di finanza, che da sempre è sicura di riuscire a mettere le mani sui conti di Renato Chisso. I finanzieri stanno controllando i passaggi, stanno verificando i conti, stanno seguendo quel sottile filo di “bit” ovvero di input tecnologici che consentono di spostare capitali da un Paese all’altro in un clic. Ma traccia di quei clic è stata trovata e la traccia porta al tesoro.

 

RIVELAZIONI – Le mazzette raccontate da Alessandri (Sacaim)

«Lavori gratis a villa Galan e 30mila euro per Chisso»

MESTRE – Accanto a Villa Rodella sarebbe sorto l’agriturismo. E poi un albergo pluristellato. Aveva progetti faraonici Giancarlo Galan e non ne faceva mistero. Voleva che Villa Rodella, dove Galan contava di continuare ad abitare, fosse al centro di un vero e proprio “quartiere” di lusso.
Del resto non gli costava un centesimo pensare in grande. E nemmeno costruire. Lo racconta l’ennesimo imprenditore finito, dice lui, nel tritacarne delle mazzette. Si tratta di Pierluigi Alessandri, ex presidente della Sacaim. «Ho fatto lavori di decoro e stuccatura per un importo di circa 100mila euro. Ho emesso regolare fattura, ma di 25mila euro e non mi hanno pagato nemmeno quella». Cornuto e mazziato perché sulla fattura emessa, la Sacaim ha pure pagato le tasse, senza incassare un centesimo. Alessandri aveva una squadra di operai in pianta stabile a villa Rodella e la fattura lui la spiega così: «Era più che altro un sistema per cautelarsi nel caso di incidenti sul lavoro oppure se arrivava qualche controllo». Ma siccome lui era solo uno dei tanti che si spaccavano la schiena gratis a costruire la dimora nella quale il governatore del Veneto avrebbe celebrato le sue nozze sibaritiche – basti dire che il solo Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova regalò cristalleria per 12mila euro – Galan più di tanto non gli badava. C’era Baita, che contava – e pagava – molto più di lui, ad esempio. E così Alessandri dice che per lavorare era costretto a mettere mano continuamente al portafoglio. «Nel 2009 io avevo trovato l’accordo con Galan e qualche lavoro arrivava. Poi si ferma tutto». Siamo nel 2010 e Alessandri va da Galan. Gli ricorda tra il lusco e il brusco, come si usa tra uomini di mondo, che qui si paga si paga, ma il cammello non si vede. «Galan mi ha spiegato che lui non bastava, che dovevo “accreditarmi” con l’assessore Chisso. E che dovevo mostrarmi generoso anche con Chisso, così da poter entrare a far parte degli imprenditori “vicini”» – detta a verbale Alessandri di fronte al pm Stefano Ancilotto. Alessandri ragiona tra sé e sé che se Galan viaggia sui 100mila a botta, un assessore regionale quanto potrà valere? Facciamo un terzo? E così si presenta all’incontro con Renato Chisso al Laguna Palace di Mestre con una busta che contiene 30mila euro in contanti. Siamo a febbraio del 2010. Da quel momento qualcosa si sblocca, poca roba, si lamenta Alessandri, ricordando che la Sacaim fu esclusa dal primo lotto della terza corsia dell’autostrada Venezia-Trieste. L’associazione temporanea di imprese che si aggiudicò i lavori era composta da Impregilo, Carron, Coveco e Mantovani. Come mai?

M.D.

 

IL CANTIERE – Affondato anche l’ultimo cassone

VENEZIA – Affondato anche l’ultimo “cassone di soglia” alla bocca di porto di Malamocco. Le altre schiere di cassoni – a Lido e Chioggia – sono già state completate. Il cantiere del Mose si avvia così al completamento definitivo di tutte le barriere entro il 15 ottobre. Ai “cassoni di soglia”, alloggiati nelle trincee sott’acqua, verranno quindi incernierate le paratoie. L’affondamento avviene durante il “morto d’acqua” (marea costante, onde basse e vento fermo) attraverso il syncrolift: il più grande ascensore mobile al mondo di questo tipo, largo oltre 50 metri e lungo più di 70 metri, dotato di 26 potenti argani.

 

LE ALTRE INDAGINI – Sanità e appalti sospetti, filoni a rischio prescrizione

I testimoni ora parlano ma è troppo tardi per giungere a processo

MESTRE – È una processione di imprenditori. E tutti che parlano. Al punto che la Procura potrebbe aprire altri filoni d’inchiesta a partire da quella sul Mose, se non fosse che la prescrizione è in agguato. E così, sia per la sanità sia per le opere pubbliche, non c’è possibilità di indagare. O, meglio, non c’è senso ad indagare visto che, una volta controllato se quel che raccontano gli imprenditori è vero, arriverebbe inesorabile la prescrizione. Perché una cosa è certa, dicono in Procura, e cioè che è venuto alla luce solo un terzo del malaffare, la punta dell’iceberg, due terzi sono ancora sottotraccia e non verranno mai fuori. Vuol dire che ci sono interi filoni d’indagine che sono rimasti e forse rimarranno per sempre allo stadio embrionale. Anche se ci sono imprenditori disposti a giurare che in quel tal appalto loro sono stati tagliati fuori e chi ha vinto ha pagato la mazzetta. Anche se c’è chi si dice sicuro che in quel tal ospedale per far entrare quella macchina qualcuno ha unto le ruote giuste.
I due filoni più “gettonati” sono infatti quello sanitario e quello delle opere viarie e il quadro fatto dai “testimoni” alla Procura è tale da far rizzare i capelli visto che non ci sarebbe stato un solo intervento – negli ultimi 15 anni – che non sia stato pilotato. Come dire che la corruzione era pervasiva e percorreva come un fiume in piena tutti i settori. Lo hanno raccontato finora tanti imprenditori, seguendo il filo di Piergiorgio Baita, che ha parlato di “corruzione sistemica”. E se tutti gli appalti del Consorzio correvano sul filo della corruzione, è possibile pensare che tutto il resto fosse indenne? E cioè che chi prendeva milioni di euro in mazzette per i lavori pubblici si astenesse dall’incassare se si trattava di una Tac piuttosto che di una fornitura di letti per l’ospedale? Ecco, chi si sta presentando in Procura a parlare racconta proprio questo e cioè di un sistema che pervadeva tutto e coinvolgeva tutti. Che si trattasse di costruire ospedali, di ristrutturarli o di riempirli di apparecchiature all’ultimo grido, comunque bisognava passare sotto le forche caudine della mazzetta alla politica nell’era di Galan.
Stesso discorso va fatto per i grandi e piccoli interventi sulla viabilità dell’intera regione. La Procura di Venezia procederà? Sì, fanno capire a piazzale Roma, si andrà avanti cercando di salvare il salvabile, ma quasi tutto ormai è in prescrizione. Servono 7 anni e mezzo per mettersi al riparo e l’inchiesta che ha scoperchiato il verminaio è arrivata troppo tardi. Adesso qualcos’altro succederà, ci sarà qualche altro imprenditore stra-noto che finisce dietro le sbarre, qualche altro politico che si vede arrivare l’avviso di garanzia, ma sarà poca roba, alla fine. La mannaia della prescrizione del reato di corruzione è dietro l’angolo e già i magistrati faranno fatica a celebrare il processo del Mose, figuriamoci gli altri.

(M.D.)

 

VENEZIA – Sono entrati in nove, tutti medici, nel carcere di Pisa, domenica scorsa per visitare l’ex assessore regionale Renato Chisso, rinchiuso in una cella perché accusato di corruzione nell’ambito dell’indagine sul Mose. Il difensore, l’avvocato Antonio Forza, aveva presentato istanza di scarcerazione sostenendo che le condizioni di salute del suo cliente non sono compatibili con la detenzione, accompagnando la richiesta con la documentazione firmata da un medico legale, un cardiologo e uno psichiatra. I pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini hanno risposto con altrettanti esperti che, al contrario, hanno sostenuto che Chisso può rimanere in carcere, visto che le sue condizioni non sono gravi e che a Pisa è ospitato in un Centro clinico cardiologico all’avanguardia. A sua volta il giudice Roberta Marchiori ha nominato un medico legale, la dottoressa Silvia Tambuscio, il cardiologo Paolo Jus e lo psichiatra forense Davide Roncali, concedendo loro due settimane per consegnare le conclusioni alle quali giungeranno dopo aver visitato il detenuto e aver letto i pareri degli uni e degli altri consulenti. Entro il 12 ottobre, dunque, dovranno dire, almeno dal punto di vista clinico, quali sono le condizioni di Chisso e se il suo fisico e la sua mente possono sopportare il carcere. Il giudice Marchiori ha concesso due settimane, avvisando che se ci fosse qualcosa di urgente da comunicarle dal punto di vista sanitario, dopo la visita, i tre medici possono farlo in qualsiasi momento. In Procura ferve l’attività dei pubblici ministeri e dei loro collaboratori per sistemare carte e documenti in modo da firmare al più presto la richiesta di rito immediato (rinvio a giudizio saltando l’udienza preliminare) per quanti sono in carcere e ai domiciliari.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – “Voce unica contro la Nuova Romea”

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29

set

2014

L’ex sindaco Moressa: chi è contrario coinvolga Regione e governo

CAMPAGNA LUPIA «Sulla Romea commerciale ben sei Comuni fra Riviera e Miranese hanno votato contro il tracciato che, sulla base di quanto previsto nel decreto Sblocca Italia, il governo intende realizzare. Serve un’azione comune che coinvolga Regione e governo nazionale». A dirlo è l’ex sindaco di Campagna Lupia Guido Moressa, da tempo in prima linea contro la realizzazione dell’opera. «I consigli comunali che hanno detto no alla Nuova Roma commerciale» dice Moressa «sono Campagna Lupia, governata da centrodestra e Lega; Camponogara, governata dal centrosinistra; Dolo governata dalla Lega e dal centrodestra; Mira, governata dal Movimento Cinque stelle; Pianiga del centrodestra e Mirano del centrosinistra. Tutti questi Comuni, con amministrazioni diverse, in modo o nell’altro hanno dichiarato la loro contrarietà al progetto. Sembrerebbe quindi ci sia una convergenza esplicita, fatta di ordini del giorno nei rispettivi consigli comunali e da ripetute prese di posizione a mezzo stampa». Fatte queste premesse l’invito di Moressa è preciso. «Cosa si aspetta» chiede «a coinvolgere attorno a un unico tavolo e pubblicamente tutti i gruppi regionali dei partiti di maggioranza e di opposizione e pretendere da loro una presa di posizione chiara e motivata su che cosa si voglia fare del nostro territorio per il futuro prossimo? Questo specialmente ora che i maggiori sponsor politici dell’opera, cioè Giancarlo Galan, Renato Chisso e Lino Brentan non hanno più alcuna voce in capitolo».

(a.ab.)

 

Nuova Venezia – Indagato per il Mose, nel Via del Contorta

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28

set

2014

Giuseppe Fasiol, nominato dal Ministero nella commissione tecnica, fu arrestato per aver favorito i project di Baita e Minutillo

VENEZIA – Un dirigente della Regione indagato nell’inchiesta Mose dovrà valutare l’impatto ambientale del progetto Contorta, lo scavo di un nuovo canale in laguna per far passare le grandi navi. È Giuseppe Fasiol, responsabile dell’Ufficio Via della Regione al cui vertice era Renato Chisso, anche lui arrestato con l’ex governatore Galan nell’inchiesta Mose. Nuove polemiche all’orizzonte per le grandi opere veneziane. È stata avviata in questi giorni la procedura di Impatto ambientale (Via) per il progetto Contorta Sant’Angelo. Nuova via d’acqua progettata dall’Autorità portuale, presieduta da Paolo Costa, per far arrivare le navi in Marittima senza passare da San Marco. 150 milioni di spesa, 6 milioni e mezzo di fanghi da scavare per costruire un’autostrada d’acqua dove adesso è il piccolo canale Contorta, che andrà portato da 10 a 120 metri di larghezza, scavato da 2 a dieci e mezzo. Soluzione contestata, anche dal punto di vista della legittimità. Perché il Porto ha chiesto e ottenuto l’esame del suo progetto con le procedure accelerate della Legge Obiettivo. La comunicazione – arrivata in questi giorni a Regione, Provincia e Comune di Venezia per i pareri – è stata firmata il 18 settembre dal direttore generale delle Valutazioni ambientali del ministero Mariano Grillo. Che negli ultimi paragrafi comunica: «Si informa che la commissione Tecnica di verifica dell’Impatto ambientale sarà integrata dall’ingegner Giuseppe Fasiol». Che c’è di male? In teoria è tutto regolare. Non fosse che l’ingegnere era stato arrestato il 4 giugno su mandato della procura veneziana con l’accusa di «essersi messo come dirigente regionale a disposizione di Baita e Minutillo al fine di accelerare l’iter procedurale dei project financing presentati da società del gruppo Mantovani». L’ingegnere è stato scarcerato dal Tribunale del Riesame qualche giorno dopo. Ma le accuse nei suoi confronti sono ancora in piedi. Che c’entra Mantovani con il Contorta? «Per i lavori faremo una gara», assicura il presidente del Porto Paolo Costa. Ma Mantovani ha firmato con Tethis il progetto preliminare dell’off shore per le merci in Adriatico (costo previsto 3 miliardi di euro). E presentato proposte anche sul Contorta. Non a caso nella cartografia depositata appare la variante proposta proprio dalla Mantovani al tracciato del nuovo canale. Questione sollevata qualche mese fa dal senatore del pd Felice Casson: «Far luce su tutti gli intrecci criminogeni delle grandi opere nel Veneto», aveva scritto. Intanto la scoperta ha fatto saltare qualcuno sulla sedia. Interrogazioni e richieste di chiarimenti a Grillo e al ministro per l’Ambiente Galletti. «Perché mai», è la domanda, «fra i tanti esperti italiani di Valutazione di impatto ambientale il ministero ha deciso di cooptare come membro esterno proprio l’ingenere della Regione coinvolto nell’inchiesta su Mantovani e Mose? E sul progetto contestato arrivano le prime osservazioni. Le prime, firmate da Italia Nostra, Ecositituto e Ambiente Venezia, sollevano il problema dell’illegittimità delle procedure avviate da Grillo. «Il nuovo canale non può essere», dicono, «un’opera strategica di interesse nazionale».

Alberto Vitucci

 

la vecchia guardia lascia il CONSORZIO venezia nuova

Il Cvn prepensiona e risparmia due milioni

VENEZIA – Quindici dipendenti in meno. Due milioni di euro risparmiati sugli stipendi. E la vecchia guardia in pensione. Il Consorzio Venezia Nuova ha avviato già l’anno scorso la «cura dimagrante» che dovrebbe portare a un suo ridimensionamento alla fine dei lavori del Mose, nel 2016. Ma l’inchiesta con gli arresti del presidente della Mantovani Piergiorgio Baita (febbraio 2013) e poi del presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati (luglio 2013), inchiesta sfociata poi nei clamorosi arresti del 4 giugno 2014, ha accelerato il ricambio. Se n’è andata in pensione anticipata, ad esempio, l’ex vicedirettore tecnico Maria Teresa Brotto, presidente della Tethis, arrestata insieme agli ex presidenti del Magistrato alle Acque. È uscita dal gruppo di imprese del Mose anche Flavia Faccioli, architetto e per molti anni responsabile della comunicazione, vicina a Mazzacurati. Per lei nessun coinvolgimento nell’inchiesta, ma i nuovi vertici – il presidente Mauro Fabris e il direttore generale Hermes Redi – hanno preferito cambiare. Molti ingegneri e dirigenti se n’erano già andati. Tra questi il fondatore dell’ufficio studi Alberto Bernstein e l’inventore dei progetti sulle barene Luigi Stoccher. Ma anche il consulente Diego Semenzato. Cambiato anche il Comitato tecnico operativo, di cui facevano parte oltre a Mazzacurati e Baita, anche l’ingegner Pio Savioli, rappresentante delle cooperative nel Consorzio, anch’egli arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mose. Anche l’organismo di vigilanza, come certifica il bilancio consuntivo 2013, in questi giorni all’approvazione, è stato completamente rinnovato e affidato a consulenti esterni. Un tentativo di girare pagina da parte della nuova dirigenza che vuol concludere l’opera e far dimenticare in fretta lo scandalo.

(a.v.)

 

Gazzettino – “Chi ha colpe affoghi nel mare”

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28

set

2014

CAMPOLONGO – Il dolore di don Renato Galiazzo per la morte ad Adria dell’amico. Un riferimento anche a Chisso e Galan

Addio a Baldan, la rabbia del parroco

«Coloro che non hanno vigilato dovrebbero prendere una pietra e buttarsi nel mare»

TRAGEDIA DI ADRIA – Durissima omelia del parroco ai funerali di Giuseppe Baldan

Chiesa e sagrato gremiti a Liettoli per l’addio all’autista deceduto sul lavoro

«Chi ha bevuto il sangue dei poveri è meglio che si metta una macina al collo e si getti in mare».
Quando è giunta l’ora dell’omelia, il parroco di Liettoli, don Renato Galiazzo, tra le lacrime, ha letteralmente «tuonato» dal pulpito, citando un passo dal Vangelo di San Marco e lanciando dure accuse contro «le istituzioni e chi doveva vegliare sulla sicurezza delle persone». Parole fortissime dettate dalla commozione e dalla disperazione per aver perduto un fedele sincero ed un amico personale, Giuseppe Baldan “Dino”, l’autista deceduto sul lavoro nel tragico incidente di Adria. «La Bibbia ed il Vangelo non dicono da nessuna parte che si debba morire di lavoro. Patire sì, ma non morire – ha proseguito il parroco – Dall’inizio dell’anno sono morte sul lavoro in Veneto 24 persone, una alla settimana. Non si può morire così. Non parlo di colpe, ma chi ha competenze in tali contesti, compresi i parlamentari e i nostri amministratori regionali devono intervenire». Don Renato ha fatto un riferimento piuttosto esplicito anche ai leader finiti al centro dell’inchiesta Mose, l’ex governatore Giancarlo Galan e l’ex assessore regionale Renato Chisso. «Quando vengono incastrati, poi, si dichiarano incompatibili con il carcere. Chi è debole di cuore, chi cade accidentalmente in giardino potando le rose. Che vergogna, hanno bevuto il sangue di questi ragazzi».
Tanti applausi, i saluti degli amici dall’altare, la bara portata in spalla dalla chiesa fino al camposanto e la canzone «Gli Angeli» di Vasco Rossi a salutare «Dino» durante la sepoltura sotto un cumulo di terra, proprio di fronte al loculo della madre, morta esattamente 11 mesi prima.
La bara di Baldan era partita un’ora prima da Adria, dopo essere stata benedetta in piazza assieme alle altre quattro vittime della tragedia successa lunedì scorso alla Co.Im.Po. di Cà Emo ad Adria dal vescovo della diocesi di Adria-Rovigo, monsignor Lucio Soravito De Franceschi. Ad Adria era presente anche il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, assieme ad altre autorità locali e nazionali.
Ciascuna salma è poi ripartita per il vero e proprio rito funebre verso le rispettive parrocchie di appartenenza.
Ad aspettare il feretro di Giuseppe Baldan «Dino», a Liettoli di Campolongo Maggiore, c’era un migliaio di persone, la maggioranza delle quali ha dovuto ascoltare la cerimonia funebre dal piazzale della chiesa di San Lorenzo tramite l’impianto di amplificazione appositamente installato per l’occasione.
A seguire il rito concelebrato da sei sacerdoti c’erano in prima fila la moglie Monica, la figlia 17enne, il figlio 12enne, il fratello e la sorella di Giuseppe Baldan. Una cerimonia alla quale ha partecipato il coro e il gruppo musicale parrocchiale. Giuseppe Baldan era un abituale frequentatore della parrocchia di Liettoli ed era il più assiduo partecipante in ogni iniziativa pubblica.

Vittorino Compagno

 

INDIGNAZIONE – La rabbia del vicesindaco: «La responsabilità ricade su chi doveva controllare»

Il sindaco di Campolongo Maggiore, Alessandro Campalto, non ha potuto partecipare al funerale di Giuseppe Baldan “Dino” in quanto si trova all’estero. Al suo posto, con la fascia di primo cittadino, in rappresentanza dell’intera Amministrazione comunale e il gonfalone comunale accompagnato da una coppia di agenti di Polizia locale, era presente il vicesindaco Andrea Zampieri, tra l’altro amico di famiglia di Baldan. Dure anche le sue parole dette al microfono dall’altare della chiesa di Liettoli.
«Non si può morire così, partire al mattino per andare al lavoro e poi morire per un incidente sul luogo dell’attività. È stata tradita la fiducia delle persone che chiedevano solo di poter svolgere il proprio lavoro per guadagnare da vivere alla famiglia. Questo incidente non doveva succedere. Da infaticabile lavoratore qual era, Giuseppe sarà sempre ricordato dai suoi concittadini. La responsabilità della sua morte ricade su chi doveva controllare e invece non l’ha fatto».

(V.Com.)

 

Frassineto, 400 ettari di prati, pascoli, boschi e rustici è gestita dalla moglie Sandra Persegato, coltivatrice diretta

VENEZIA – Piove sul bagnato. L’azienda agricola Frassineto, 400 ettari sull’Appennino tosco-emiliano, intestata a Margherita srl, la società di Giancarlo Galan e della moglie Sandra Persegato, ha incassato negli ultimi tre anni 146.106 euro come sostegno al reddito dalla Pac, la politica agricola comunitaria. Per la precisione 33.614 euro sono andati a Monica Merotto, moglie dell’avvocato Niccolò Ghedini, prima intestataria della tenuta dopo l’acquisto dal precedente proprietario don Pierino Gelmini; gli altri 112.492 euro, distribuiti in 53.718 nel 2013, 31.973 nel 2012 e il resto nel 2011, sono stati incassati dalla società dei coniugi Galan, subentrati a Monica Merotto. Sono contributi regolari: la Sandra è iscritta all’Inps come coltivatrice diretta, risulta conduttrice e questo è sufficiente. È lo stesso motivo per il quale la moglie dell’avvocato Ghedini si era iscritta all’Inps come coltivatrice diretta, un mese prima di avviare la compravendita della tenuta. Questo ha consentito agli acquirenti, che poi si sono passati le quote societarie, di ridurre l’impatto delle tasse dal 12% all’1% beneficiando del trattamento fiscale di cui godono gli agricoltori. Da notare che il contributo andrebbe all’affittuario, se fosse lui a condurre l’azienda e non al proprietario. Proverà un leggero imbarazzo Tiziano Zigiotto, entrato nella società Frassineto sas con il 30% come socio accomandatario: non ha visto un centesimo, anche se presumibilmente è la persona che più degli altri si occupa della tenuta. L’Unione europea eroga l’integrazione al reddito senza farsi tante domande sulla carta d’identità del destinatario e senza preoccuparsi se non esercita a titolo principale. Il contributo è legato al terreno e tanto basta. Si riempiono i moduli e si incassa la Pac. Sembra tanto un pacchia. Invece non tutto fila così liscio. La vicenda Frassineto apre uno squarcio che consente di vedere ancora una volta come funzionano (male) le cose in agricoltura. Se ne rendono conto anche a Bruxelles, visto che dall’anno prossimo sono annunciati correttivi al regolamento comunitario. Per ottenere il contributo non basta essere iscritti all’Inps, condurre direttamente l’azienda e nemmeno farlo come attività principale. Solo a Padova per esempio ci sono circa 25.000 soggetti che chiedono ogni anno il contributo Pac ma solo 5.000 risultano iscritti all’Inps come coltivatori diretti. Le quote Pac sono il bis delle quote latte. C’è un mercato anche di queste. I diritti Pac si comprano e si vendono, con le organizzazioni agricole di mezzo. Ecco il caso di un imprenditore, uno fra tanti, Francesco Barduca, titolare di un’azienda orticola di 35 ettari a Borgoricco, in provincia di Padova. Da iscritto alla Coldiretti non ha diritto alla Pac. Glielo ripetono per anni. Passa a Confagricoltura e il diritto si materializza. Ma bisogna comprarlo: nel suo caso il costo è 400 euro a ettaro. Totale 14.000 euro, cifra uguale al contributo annuale che avrebbe dalla Pac. Barduca paga e a fine anno riavrà i 14.000 euro dalla Pac. Dov’è l’interesse? Nel fatto che ha pagato solo per il 2014. Dall’anno prossimo e fino al 2019 godrà dell’integrazione al reddito, senza più pagare. E 14.000 euro all’anno, per una famiglia come la sua, tutta impegnata nell’azienda, possono fare la differenza. La spiegazione che arriva da Confagricoltura è semplice: il mercato delle quote Pac è consentito dai regolamenti comunitari, l’organizzazione aveva un socio disponibile a vendere i titoli e ha fatto da tramite. Tutto qua, nessun mistero. Dalla Coldiretti veneto nessuna risposta. Il direttore tecnico Pietro Piccioni preferisce il silenzio. Eppure l’organizzazione la sa lunga in materia e non solo perché è la più numerosa. Risulta che il predecessore di Piccioni, Gianluca Lelli, poi passato a dirigere Coldiretti Emila Romagna e da poco promosso capoarea economica al nazionale, ha assistito Giancarlo Galan nell’acquisto della tenuta di Frassineto. Non si sa se i Galan abbiano comprato i 400 ettari con i diritti Pac già dentro, o se hanno dovuto acquistarli successivamente attingendoli dal mercato. Il prezzo minimo che abbiamo orecchiato è 200€ a ettaro (ma si può arrivare anche 5.000€, dipende da tanti fattori). Per Frassineto facevano 80.000€ supplementari. Come minimo. Troppi, a occhio.

Renzo Mazzaro

 

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