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INCHIESTA – I pm: contestati anche i fatti prima del 2008

Galan, prescrizione dei reati è scontro Procura-Riesame

Procura contro il tribunale del Riesame sul calcolo della prescrizione per Giancarlo Galan. Per i pm si deve partire dall’ultima mazzetta, trattandosi di una specie di “rata” di un’unica maxi-tangente; per i giudici, invece, il decorso va calcolato dalla data di ogni singolo versamento. E quindi i presunti reati compiuti più di sei anni fa sono già “scaduti”. Un nodo decisivo da sciogliere anche in vista del processo.

IL NODO – Far valere i reati fino in Cassazione

IL CASO – Bocciata la tesi dei pm sul decorso dalla data dell’ultima mazzetta

Galan, scontro sulla prescrizione tra Procura e giudici del Riesame

NEL MIRINO – Giancarlo Galan e Giovanni Mazzacurati

CONFISCA – Marchese e Orsoni non rischiano

«Il Tribunale del riesame sbaglia: gli episodi contestati all’ex presidente della Regione precedenti al 22 luglio del 2008 non sono prescritti».
Lo sostiene la Procura di Venezia annunciando che, quando chiuderà le indagini preliminari, chiederà per Giancarlo Galan il processo in relazione a tutte le presunte “mazzette” scoperte dalla Guardia di Finanza grazie alle confessioni dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, dell’ex presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e dell’ex segretaria dello stesso Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, diventata successivamente al 2005 amministratrice di Adria Infrastrutture, la società che Baita utilizzava per presentare alla Regione le opere da realizzare in “project financing”.
Lo “scontro” tra rappresentanti della pubblica accusa e giudici del Riesame è tutto in punto di diritto. Il Tribunale, nel provvedimento con cui la scorsa settimana ha confermato il carcere per Galan, ha annullato la misura cautelare in relazione agli episodi per i quali, al momento dell’esecuzione dell’ordinanza (22 luglio scorso) erano trascorsi più di sei anni, il termine ordinario di prescrizione in mancanza di atti interruttivi. Secondo il Riesame, il calcolo della prescrizione va effettuato a partire dalla data nella quale risulta essere stata pagata ciascuna “mazzetta”, ovvero consumato il reato.
Ma la Procura non è d’accordo ed è convinta che al processo la sua linea troverà soddisfazione, in quanto è avvalorata da un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione. La questione è semplice: i rappresentanti della pubblica accusa sostengono che non ci troviamo di fronte a singoli episodi corruttivi, a dazioni occasionali. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, Galan era stabilmente al soldo di Mazzacurati e Baita: di conseguenza i singoli versamenti costituirebbero le “rate” di un’unica, grande tangente. Insomma, trovandosi di fronte ad un unico accordo corruttivo, è l’ultimo versamento quello che fa fede e, a partire dal quale, deve essere fatto decorrere il termine di prescrizione.
Se la tesi della Procura fosse condivisa a conclusione del futuro processo (in primo grado, ma anche e soprattutto in Cassazione) nessuno dei reati contestati finora a Galan risulterebbe prescritto. L’ultimo episodio corruttivo, infatti, risale alla metà del 2010 e, dunque, ci sarebbe tempo fino al 2018 per celebrare i tre gradi di giudizio. L’interpretazione della Procura era già stata condivisa dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza, ed è questo il motivo per il quale l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Galan riguardava tutti gli episodi venuti alla luce, anche quelli risalenti al 2005.
Sul tema della prescrizione è prevedibile che si combatterà una “guerra” a tutto campo nel corso del futuro processo. Molti degli episodi contestati a Galan (e a numerosi altri indagati) risalgono a parecchi anni fa, come spesso accade nel caso di inchieste che riguardano corruzione o evasione fiscale. Di conseguenza una dichiarazione di intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado avrebbe per la difesa un duplice, importante effetto: non soltanto evitare la condanna ad una pena detentiva (sempre spiacevole) ma, e soprattutto, scongiurare il rischio di una confisca del patrimonio personale (case, terreni, conti correnti), possibile soltanto se, prima della dichiarazione di prescrizione, viene pronunciata una sentenza di condanna. Almeno davanti al Tribunale.
Il gip ha disposto il sequestro conservativo di beni fino ad un ammontare complessivo di 80 milioni di euro, a garanzia della possibilità che lo Stato riesca a recuperare almeno una parte del prezzo del reato. La confisca dei beni per equivalente è prevista per i reati fiscali e per la corruzione, e vale anche in caso di patteggiamento. Tant’è che alcuni degli indagati che hanno chiesto l’applicazione della pena, hanno concordato con la Procura anche la somma da versare al Fondo unico della giustizia, calcolata, pro quota, sull’ammontare delle false fatture emesse o delle mazzette che vengono loro contestate.
La confisca non è prevista, invece, per il reato di finanziamento illecito dei partiti, e dunque non rischia nulla su questo fronte l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che ha già chiesto di patteggiare pur dichiarandosi innocente) e neppure l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e l’ex eurodeputata Lia Sartori che respingono ogni accusa e hanno annunciato di volersi difendere a dibattimento.

Gianluca Amadori

 

inchiesta mose / il tribunale del riesame

Galan resta in carcere perché pericoloso. E la famiglia è coinvolta

In occasione anche di mera convivialità, avanzava richieste e pretese sfruttando le sue cariche istituzionali. In caso favorevole darebbe corso all’ennesima richiesta illecita

È dedito al sistematico e continuo mercimonio della pubblica funzione esercitata e sfruttata allo scopo di ottenere benefici economici della più varia tipologia

VENEZIA «Le modalità della condotta complessivamente tenuta dal Galan, caratterizzata dalla capacità di profittare di qualunque occasione, anche di mera convivialità, per avanzare le sue richieste e le sue pretese sfruttando le sue cariche istituzionali, induce questi giudici a ritenere che il medesimo,se posto in una condizione di occasione favorevole, darebbe corso all’ennesima richiesta illecita». Il deputato Giancarlo Galan, ex presidente della Regione Veneto e ex ministro deve per questo restare in carcere: scritto e firmato da Angelo Risi, presidente del Tribunale del Riesame che la scorsa settimana aveva respinto – con i giudici Defazio e Bello – l’istanza della difesa per la scarcerazione. Settanta pagine di motivazione, dai toni molto duri. Galan deve restare in cella prima del processo anche perché – si sbilanciano i magistrati -a fronte di «un dolo di elevatissima intensità e dell’esistenza di una pluralità di fatti, ben difficilmente la pena detentiva da eseguire non sarà superiore ai tre anni». Contro di lui le dichiarazioni univoche, concordanti tra loro (ma non concordate) di Giovanni Mazzacurati (l’ex presidente del Consorzio che ha detto di aver corrisposto a Galan uno “stipendio” di un milione di euro l’anno per agevolare l’iter del Mose); Piergiorgio Baita (l’ex presidente Mantovani che ha riferito di aver pagato i restauri di villa Rodella a Cinto Euganeo, per 1,3 milioni, per agevolare l’accesso ai project financing della Regione); l’ex segretaria Claudia Minutillo (che Galan ha cercato di screditare accusandola di aver chiesto a nome suo e incassato centinaia di migliaia di euro, ma che per i giudici è immune da responsabilità a riguardo). A questo si aggiungono le intercettazioni del prestanome di fiducia Paolo Venuti, che con la moglie parla del tesoretto in Croazia di Galan per 1,8 milioni di euro. Testimonianze che – per i giudici – «hanno ulteriormente evidenziato in modo limpido e circostanziato la riferibilità a Galan, sia in modo diretto sia in modo indiretto, di notevolissimi mezzi finanziari, occultati dal Venuti, derivanti da liquidità di ignota, ma – sulla base di questi presupposti – assai verosimile provenienza illecita. Tale fatto esime, fra l’altro, il Tribunale dal dover confutare i risultati della consulenza patrimoniale difensiva, ormai inattendibile tenuto conto del fatto che gli elementi finanziari sopravvenuti sono, da soli, sufficienti a smentire, per fatti concludenti, qualunque altro, diverso risultato». Duro il Tribunale: «La personalità del ricorrente, così come ricostruita negli atti e da tutti gli elementi acquisiti nel corso delle indagini, si palesa come allarmante e caratterizzata da una particolare, pregnante e radicata negatività », «un soggetto dedito al sistematico e continuo mercimonio della pubblica funzione, esercitata e sfruttata allo scopo di ottenere benefici economici della più varia tipologia (…) che testimoniano il sintomatico ed assoluto asservimento dell’Ufficio di Presidenza della Regione Veneto agli interessi privatistici del Galan, finalizzato ad alimentare la sua consolidata corruzione». Un’aggravante il fatto «che il denaro utilizzato per la sua corruttela giungeva da imprenditori concessionari di un appalto pubblico (tale è il Consorzio Venezia Nuova), ed erano denari pubblici appartenenti alla collettività, stanziati per un’opera idraulica di interesse nazionale». Danaro provento di sovraffatturazioni, «in quella che, a tutti gli effetti, si è rivelata essere una gigantesca ‘truffa’ lì dove l’esecuzione di un’opera pubblica ha costituito solo il pretesto per procedere ad una sistematica opera di saccheggio di qualunque utilità si rendesse disponibile».

Roberta De Rossi

 

Il giudice accoglie solo un punto della difesa

La prescrizione per i reati ante 2008

VENEZIA. Su un solo punto il Riesame ha accolto le tesi della difesa, giudicando prescritti tutti i reati contestati prima dell’estate 2008, ovvero, «le ricezioni in occasione delle campagne elettorali di cospicui finanziamenti che gli venivano consegnati dal Baita; la ricezione nel 2005 della somma di 200mila euro all’Hotel Santa Chiara di Venezia; il finanziamento delle opere relative alla ristrutturazione dell’abitazione di Cinto Euganeo (limitatamente alle sovvenzioni ricevute prima del 22 luglio 2008); il versamento nell’anno 2005 in un conto corrente presso una Banca di San Marino della somma di euro 50 mila euro». Una lettura diversa da quella che aveva dato il gip Scaramuzza nell’accogliere le richieste di misura cautelare avanzate dai pm Ancilotto, Tonini e Buccini e che non vincola la Procura nelle sue future richieste di giudizio, convinta che tutti i reati contestati facciano parte di un unico “disegno” e che pertanto la prescrizione vada calcolata dall’ “ultima rata” pagata. Respinta anche la competenza del Tribunale dei ministri, richiesto dalla difesa perché parte delle dazioni contestate riguardano un periodo in cui Galan era ministro. Per i giudici: «Vi è prova del fatto che le numerose dazioni percepite nel tempo da Galan erano esecutive di un pregresso e consolidato accordo che aveva come riferimento la figura dell’indagato nella sua veste di Presidente della Regione Veneto e quindi in grado di poter influire positivamente sugli interessi del Cvn e del gruppo Mantovani».

 

«La sua famiglia interamente coinvolta nei fatti»

VENEZIA Giancarlo Galan non può andare agli arresti domiciliari – non solo nella sua casa di Cinto Euganeo, «allo stato, considerato provento di reato, anche a seguito del diretto coinvolgimento della moglie (Sandra Persegato, ndr) nei pagamenti di somme che si ha motivo di ritenere di provenienza illecita» – ma neppure a casa della madre o del fratello, a Padova e Treviso come prospettato dai difensori Ghedini e Franchini.Dagli atti – rilevano, infatti, i giudici del Riesame – «ne deriva che non solo Galan, ma il suo intero gruppo familiare sia in qualche modo coinvolto in situazioni di scarsa trasparenza con il Mazzacurati i cui interessi imprenditoriali erano certamente del tutto estranei al campo medico». Il riferimento – annota il Tribunale – è a una conversazione del 31 gennaio 2011 tra l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e Alessandro Galan, primario oculista dell’ospedale Sant’Antonio di Padova e fratello di Giancarlo. Conversazione nella quale «quest’ultimo, sollecita il versamento della somma di 20 mila euro da parte del Mazzacurati per un convegno, precisando che questo contributo è del doppio rispetto a quello dell’anno prima». Nulla di illegale: ma che c’entra l’oculistica con la salvaguardia, finanziata con 5 miliardi pubblici? Non reati, ma commistioni. Niente arresti domiciliari per Giancarlo Galan anche perché i fatti che gli sono contestati «sono gravissimi, reiterati e perdurati nel tempo, le esigenze cautelari di eccezionale gravità e quindi tali da imporre l’applicazione di una misura che costituisca una effettiva, netta, reale e definitiva cesura dall’ambiente in cui sono maturati i fatti», conclude il Tribunale, «esigenza che gli arresti domiciliari non sono in grado di garantire, preso atto della vasta ragnatela di interessi complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato il Galan nell’intera vicenda». (r.d.)

 

Il memoriale? Praticamente un boomerang

I magistrati hanno scoperto dalla memoria difensiva nuovi elementi di accusa per gli indagati

Riscontri oggettivi sul pagamento in nero di almeno la metà del valore della

VENEZIA – Il memoriale depositato da Giancarlo Galan a propria difesa si è rivelato un boomerang: «Non solo non sono sopravvenuti elementi di segno favorevole all’accusato, ma le chiamate di correo avanzate dal Galan sembrano essersi ritorte contro di lui», scrivono i giudici del Riesame, «tanto da aver costituito l’elemento scatenante di nuove ed analoghe accuse nei confronti suoi e del Chisso, quanto meno dagli imprenditori Mevorach ed Alessandri». I finanziamenti illeciti. Galan si è “autodenunciato” per finanziamenti illeciti alla propria campagna elettorale da parte di 10 imprenditori (che peraltro hanno tutti negato fatti comunque prescritti) nel 2005. In particolare – citano i giudici – l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach non solo «smentisce totalmente la consegna di 300 mila euro di cui parla Galan nel memoriale », ma «inoltre, ricorda che il Galan, più volte, gli aveva chiesto la corresponsione di somme di denaro finché, nel loro ultimo incontro avvenuto in Croazia all’inizio dell’estate del 2006 o 2007, ebbero, al riguardo, un’accesa discussione che pose fine al loro rapporto di cordialità ». In un’occasione Galan gli disse: «Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata». Pierluigi Alessandri riferisce poi che «la propria azienda Sacaim era stata estromessa, di fatto, dai più importanti lavori in Veneto, non avendo un referente politico in Regione (…) Galan gli rispose che avrebbe dovuto essere “disponibile” a far parte delle cerchia di imprenditori a lui “vicini”, intendendo disponibili ad elargire somme di denaro e favori di altro genere». Alessandri ha detto di avergli versato 115 mila euro. Lavilla. Nel corso dell’udienza, i pm hanno depositato i verbali dell’ex proprietario di villa Rodella, Salvatore Romano e della moglie Maria Nunzia Piccolo che hanno ammesso che i 700 mila euro dichiarati da Galan per il pagamento della villa erano quelli in “chiaro” a rogito, salvo poi arrivarne altri 1,100 in nero, portati dalla moglie Sandra Persegato: «Il Galan non è veritiero nel momento in cui afferma che la villa venne acquistata per una somma inferiore al milione di euro (pag. 18 del suo memoriale)», scrivono i giudici, «e rende certa l’esistenza di una (sua) provvista ‘in nero’ di denaro liquido per oltre 1 milione e 100 mila, nel 2005», «un importante riscontro di natura oggettiva a suo carico (…) ossia fra tale pagamento e l’entità delle somme che l’accusa gli contesta di aver percepito annualmente ». Le azioni. Galan ha detto che il suo più grande errore è stato di aver pensato di fare l’imprenditore entrando in Adria Investimenti, interessata a project financing regionali: «È documentalmente provato in atti e non smentito dalla difesa», obietta il Riesame, che a pagare il 7%delle azioni dell’Adria per 237 mila euro – «formalmente acquistate dalla società Pvp, riconducibile al commercialista Venuti, ma realtà riconducibile all’indagato Galan» – fu «la Mantovani con liquidità proprie. Non vi era ragione alcuna che giustificasse una tale “donazione”». Azioni poi convertite nel 70% di Nordest media, del valore valutato da Claudia Minutillo in 9 milioni di euro.

(r.d.r)

 

Gazzettino – “Galan puo’ corrompere ancora”

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10

ago

2014

L’INCHIESTA – Depositate le motivazioni del Tribunale: «Chi lo accusa è pienamente credibile»

«Galan può corrompere ancora»

I giudici: personalità allarmante e possibile reiterazione del reato, ecco perché l’ex governatore deve restare in carcere

IL VERDETTO – Secondo i giudici del Riesane, l’ex governatore Giancarlo Galan è una «personalità allarmante» e può reiterare il reato. Ecco perchè deve rimanere in carcere.

GLI ACCUSATORI – Per i magistrati Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo sono testimoni credibili. E non c’è prova che l’ex segretaria di Galan «abbia preso somme altrui».

AUTOGOL «Le ammissioni nel memoriale si sono ritorte contro di lui con nuove accuse»

L’ARRESTO «I domiciliari non sono sufficienti per chi ha commesso fatti gravissimi»

LA RAGNATELA – Rete di conoscenze e potere costruita negli anni da presidente e ministro

L’AGGRAVANTE «Il denaro che ha usato per la sua corruttela era della collettività»

«Personalità allarmante Galan rimanga in carcere»

Il Tribunale del riesame spiega perché è stata respinta la richiesta di scarcerazione: «Può reiterare il reato. Dedito al sistematico mercimonio della funzione pubblica»

La personalità di Giancarlo Galan, così come emerge dai risultati delle indagini «si palesa come allarmante e caratterizzata da una particolare, pregnante e radicata negatività… un soggetto che la Procura descrive come dedito al sistematico e continuio mercimonio della pubblica funzione come esercitata e sfruttata allo scopo di ottenere benefici economici della più varia tipologia». Il tutto aggravato dal fatto che «il denaro utilizzato per la sua corruttela giungeva da imprenditori concessionari di un appalto pubblico (tale è il Consorzio venezia Nuova), ed erano denari pubblici appartenenti alla collettività…»
Sono parole pesantissime quelle utilizzate dal Tribunale del riesame nelle 70 pagine che spiegano le ragioni per le quali è stato confermato il carcere per Galan, accusato di essere stato per molti anni al soldo dell’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, e dell’ex presidente dell’impresa di costruzioni Mantovani, Piergiorgio Baita, in cambio di appalti e aiuto per il Mose.
RAGNATELA DI POTERE – Le motivazioni dell’ordinanza, emessa la settimana scorsa, sono state depositate nella tarda mattinata di ieri dal presidente Angelo Risi. Il Riesame ritiene che vi siano gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Galan e che le esigenze cautelari siano concrete e attuali, anche se l’ultimo episodio corruttivo contestatogli risale al 2011: ciò a causa della fitta rete di conoscenze e di potere creata in 15 anni di presidenza della Regione e dell’attività politica nell’ambito di Forza Italia, proseguita fino all’arresto, prima in qualità di ministri, poi di deputato e presidente della Commissione Cultura della Camera. Ma non solo. I giudici rilevano che dagli atti prodotti dalla Procura emerge che Galan aveva la «capacità di profittare di qualcunque occasione, anche di mera convivialità, per avanzare le sue richieste e le sue pretese sfruttando le sue cariche istituzionali…» Ciò induce il Tribunale a «ritenere che il medesimo, se posto in una condizione di occasione favorevole, darebbe corso all’ennesima richiesta illecita…».
«FATTI GRAVISSIMI – I giudici hanno ritenuto che gli arresti domiciliari non siano misura cautelare sufficiente alla luce di «fatti gravissimi, reiterati e perduranti nel tempo…» nonché ad esigenze cautelari di «eccezionale gravità…. preso atto della vasta ragnatela di interessi, complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato Galan nell’intera vicenda».
AUTOGOL DIFENSIVO – Quanto alle lamentate condizioni di salute dell’ex Governatore del Veneto, il Tribunale scrive che «non sono tali da integrare una condizione di incompatibilità con il regime carcerario, come comprovato dal fatto che la misura cautelare gli è stata applicata dopo la sua dimissione dall’ospedale… Le residue esigenze di cura sono già state tutelate con il suo inserimento in una struttura medico carceraria in grado di garantirgli una costante attenzione».
Le stesse ammissioni rese in sede di memoriale difensivo da Galan, relative a presunti finanziamenti illeciti percepiti nella campagna elettorale 2005 (versamenti prescritti e peraltro negati dagli imprenditori chiamati in causa da Galan) «sembrano essersi ritorte contro di lui, tanto da aver costituito l’elemento scatenante di nuove ed analoghe accuse nei confronti suoi e del Chisso, allo stato provenienti, quanto meno, dagli imprenditori Mevorach ed Alessandri. Il primo ha dichiarato che Galan gli chiese di finanziarlo nel 2006-2007 e, di fronte al suo rifiuto, lo avrebbe minacciato di ritorsioni; il secondo ha riferito di aver dovuto pagare l’ex Governatore e l’ex assessore Chisso (tra 2006 e 2010) per poter entrare nella cerchia degli imprenditori amici della Regione e dunque per poter ottenere appalti e lavori. Conferma “esterna” dei racconti di Baita, Mazzacurati e Minutillo.
PRESCRIZIONE – Il Tribunale ha accolto le eccezioni della difesa di Galan per quanto riguarda il tropppo tempo trascorso in relazione ad una parte dei reati contestati, ritenendo prescritti gli episodi corruttivi antecedenti il 22 luglio del 2008, per i quali al momento dell’arresto di Galan (22 luglio 2014) erano già decorsi sei anni. L’esecuzione della misura cautelare costituisce atto interruttivo e, di conseguenza, da quel momento in poi il termine di prescrizione si allunga di un terzo.
I giudici hanno respinto, invece, l’eccezione relativa alla competenza del Tribunale dei ministri per i fatti avvenuti nel 2010, quando Galan fu prima all’Agricoltura e poi alla Cultura: secondo il Tribunale, i pagamenti illeciti si riferivano ancora al precedete ruolo di Governatore, tanto più che come ministro non aveva più alcun competenza sul Mose.

Gianluca Amadori

 

ENTRATE E USCITE – Per i giudici del riesame l’ex governatore avrebbe pagato in nero parte della villa acquistata a Cinto Euganeo per un milione e 100mila euro

Uno stipendio annuale da Mazzacurati e in dono Adria Infrastrutture

Galan pagò “in nero” (un milione e 100mila euro) parte del prezzo della villa acquistata a Cinto Euganeo: secondo i giudici questo è un «importante riscontro di natura oggettiva» della disponibilità di provviste non dichiarate, compatibili con lo “stipendio” che Mazzacurati dice di avergli versato in cambio del suo aiuto per il Mose. Lo scrive il Riesame nella parte in cui, affrontando dettagliatamente ogni accusa, dichiara fondato il quadro probatorio.
“STIPENDIO” ANNUALE – Ne parlano Baita, Mazzacurati e Minutillo, con dichiarazioni ritenute «convergenti». Nel capo d’imputazione si parla di 1 milione a Galan, 200mila a Chisso. Baita dice che si fermarono quando Galan lasciò la Regione, Minutillo che proseguirono anche dopo. L’accusa parla anche di due ulteriori dazioni da 900mila euro ciascuna per una delibera della Salvaguardia sul progetto definitivo del Mose (2004) e sulle dighe di Chioggia e Malamocco (2004-5). Ne parla Baita nel maggio 2013 dice di aver saputo da Mazzacurati delle richieste di denaro di Galan; Mazzacurati il 31 luglio 2013 conferma una dazione sollecitata da Galan per le dighe (2007-8): soldi in più rispetto allo “stipendio” da lui indicato in 500mila euro.
PROJECT FINANCING – A Galan viene contestato di essersi fatto “regalare” da Baita quote azionarie per 237mila euro di Adria Infrastrutture (projec financing) e della società Nordest Media (pubblicità per i quotidiani freepress Epolis). Quote intestate alla società Pvp, fittiziamente di proprietà al commercialista Paolo Venuti. Lo stesso fece con Chisso: li «reclutò come soci…» per rendere più appetibili i progetti da realizzare, scrivono i giudici.
VILLA RODELLA – Galan è accusato di essersi fatto pagare parte dei lavori di restauro da Baita attraverso soldi versati al suo architetto Dario Lugato per incarichi fittizi. (gla)

 

ALESSANDRO GALAN – Stimato e conosciuto oculista padovano

PADOVA – Dal Consorzio soldi anche al fratello oculista

Anche il fratello dell’ex Governatore del Veneto, Alessandro Galan, avrebbe usufruito della “generosità” di Giovanni Mazzacurati. La circostanza emerge da un colloquio avvenuto nel gennaio del 2011 tra il conosciuto e stimato medico (direttore del Centro oculistico San Paolo dell’ospedale Sant’Antonio di Padova) e l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, nel corso del quale il primo sollecitava Mazzacurati a versare 20mila euro per un convegno. Nella stessa conversazione Alessandro Galan precisava che il contributo era «del doppio rispetto a quello dell’anno prima».
Il contenuto di questo colloquio, trascritto dalla Guardia di Finanza e depositato dai pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini nel corso dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, viene citato dai giudici per dimostrare l’estensione della rete di potere costruita dall’allora presidente della Regione e come «non solo il Galan, ma il suo intero gruppo familiare sia in qualche modo coinvolto in situazioni di scarsa trasparenza con il Mazzacurati i cui interessi imprenditoriali erano certamente del tutto estranei al campo medico».

CLAUDIA MINUTILLO – Da grande accusatrice e grande accusata da Galan: ma il Tribunale del Riesame crede alla sua versione ed è sicuro che non si è intascata soldi nei suoi anni a fianco del governatore Galan

LA CONVINZIONE DEI MAGISTRATI

«Tre testimoni credibili non c’è prova che la Minutillo abbia preso somme altrui»

I giudici: «Confessioni spontanee, è evidente che la collaborazione mira a un premio ma questo non esclude la veridicità dei fatti»

(gla) Sono pienamente credibili le versioni rese dai principali accusatori di Giancarlo Galan: l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita e l’ex segretaria dello stesso Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, diventata successivamente al 2005 presidente di Adria Infrastrutture, la società che Baita utilizzava per presentare alla Regione le opere da realizzare in “project financing”.
Lo sostiene il Tribunale del Riesame replicando alle eccezioni dei difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, secondo i quali, al contrario, le accuse mosse al loro assistito sono del tutto infondate, prive di riscontri e pronunciate unicamente per poter uscire dal carcere.
CONFESSIONI SPONTANEE – I giudici rilevano innanzitutto la «spontaneità e immediatezza» delle confessioni di Minutillo e Mazzacurati, i quali hanno iniziato a parlare subito dopo l’arresto. Baita si è deciso a collaborare con la Procura dopo qualche mese di carcere, a seguito del cambiamento dei difensori e dopo aver saputo delle altre confessioni. «Quanto al disinteresse – scrive il Riesame – è evidente che la cosiddetta collaborazione mira quasi sempre ad un trattamento cautelare e sanzionatorio premiale, ma ciò di per sé, non esclude automaticamente la veridicità dei fatti denunciati».
NESSUNA MENZOGNA – I giudici esprimono «un giudizio di affidabilità delle dichiarazioni dei tre soggetti citati», evidenziando come «non esiste una motivazione che possa consentire di affermare che si siano accordati fra loro allo scopo di porre in essere una fraudolenta ricostruzione dei fatti».
I rapporti pregressi tra Baita e Mazzacurati da un lato e Galan dall’altro erano buoni, «sostanzialmente orientati ad un rapporto di complicità…» e non risulta alcun motivo per il quale dovrebbero mentire accusandolo ingiustamente. Così come, secondo i giudici, non vi è alcuna prova che Mazzacurati si sia impossessato di beni o altre utilità o abbia indebitamente trattenuto somme di denaro del Consorzio. La sua attività imprenditoriale, evidenzia il Tribunale, si svolgeva «certamente in una logica deviata e criminosa, ma apparentemente mossa dall’intento che l’opera denominata Mose andasse, in qualche modo, a compimento».
Il Riesame aggiunge che, neppure della Minutillo «vi è prova né indizio alcuno che ella si sia impossessata di somme destinate ad alimentare la campagna elettorale del Galan». Al contrario di quanto dichiarato da Galan, il quale l’accusata di aver fatto la “cresta” su alcuni finanziamenti elettorali e di aver avuto un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità.
Quanto a Baita, concludono i giudici «nei suoi confronti la difesa neppure a livello di congettura ha individuato un suo interesse a calunniare il Galan».
VERSIONI CONVERGENTI – Secondo il Tribunale, le versioni rese dai tre «finiscono per convergere», al contrario di quanto sostiene la difesa. I giudici evidenziano come nessuna somma risulti essere stata versata direttamente a Galan, ma tutte per tramite della Minutillo o di Chisso «in una sostanziale commistione di ruoli e di sovrapposizioni tra tutte le dazioni». Per questo le dichiarazioni vanno lette tenendo presente il contesto, i ruoli e la prospettiva di ciascuno nel raccontare i vari episodi, alcuni dei quali si intrecciano e si confondono. La Minutillo, in particolare, visse da dentro «entrambi i meccanismi», in quanto inizialmente era nella Segreteria di Galan e successivamente fu tra i più stretti collaboratori di Baita. «Il risultato finale, al di là delle singole dazioni, è quello di una circolazione interna del denaro tra i correi sulla base di loro accordi spartitori allo stato non ancora completamente ricostruiti, ma che in nessun modo inficiano l’affidabilità della ricostruzione accusatoria…»

 

LE INDAGINI DA CONCLUDERE – Accordi spartitori non ricostruiti del tutto

LO SPECIALE – Quel blitz scattato all’alba

La storia dello scandalo Mose

Tutto iniziò all’alba del 4 giugno. Quel giorno iniziò l’operazione che ora fa tremare il Veneto. Da oggi una serie di pagine ricostruiscono l’inchiesta.

SPECIALE a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

INDAGINE – Appalti e mazzette, tre anni fa i primi indizi del malaffare

I PERSONAGGI – In cella il sindaco Orsoni e i magistrati alle acque

Galan “dentro” il 22 luglio

All’alba l’operazione anti-corruzione: 35 indagati. È la nuova Tangentopoli veneta

In carcere politici, manager e imprenditori. Al centro il Consorzio Venezia Nuova

L’inchiesta sul Mose ha mosso i primi passi più di 3 anni fa. Il via a quella che diventerà l’indagine delle indagini sulle tangenti era stata una “banale” verifica fiscale – a marzo 2008 – alla Cooperativa San Martino di Chioggia, impegnata nella costruzione del Mose, e l’intuizione investigativa che le fatture “gonfiate” portavano alla creazione di fondi neri. Nel frattempo le manette per Lino Brentan, amministratore delegato della Venezia-Padova, collegato alla cricca degli appalti in Provincia. E da Brentan all’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani. Infine l’ultimo passaggio, da Baita e Mazzacurati, il patron del Consorzio Venezia Nuova, che sta realizzando il Mose, a Galan e Chisso. Il filo rosso che lega queste indagini è la corruzione.

 

Lo scandalo che ha sconvolto il Nordest

Il 4 giugno 2014 è una data che ha tracciato un confine tra passato e futuro. Per Venezia e per il Veneto, ma in qualche misura anche per l’Italia. Per me quella giornata iniziò un po’ prima del solito, intorno alle 6 quando un sms mi informò che l’atteso blitz sul caso Mose era scattato. Qualche decina di minuti più tardi arrivò sul mio telefonino via mail l’articolo di Monica Andolfatto che anticipava la notizia degli arresti. Nomi clamorosi e anche inattesi, primi fra tutti quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e dell’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan. A quell’ora, ovviamente, non c’era modo di avere alcuna conferma ufficiale sul blitz in corso, ma non ho avuto alcun dubbio su ciò che bisognava fare: dare immediatamente la notizia, che infatti, prima delle 7 apriva il sito del nostro giornale, Gazzettino.it. Le agenzia di stampa l’avrebbero confermata solo un’ora dopo.
Proprio il 4 giugno è anche l’incipit dei tre capitoli chiave de La Retata Storica, il racconto-inchiesta della clamorosa operazione investigativa sul sistema Mose, mandò in carcere o agli arresti domiciliari alcuni dei personaggi di primo piano della politica veneta. Una storia scritta dai tre giornalisti del Gazzettino – Gianluca Amadori, Monica Andolfatto, Maurizio Dianese – che sin dal primo giorno hanno seguito l’inchiesta e che verrà proposta a puntate ai lettori a partire da questa domenica e nei prossimi fine settimana. Una ricostruzione ricca di dettagli e di particolari inediti di quella giornata e di quelle che la seguirono. Ma anche un’occasione per capire e riflettere su ciò che è accaduto e ciò che potrà ancora accadere.

Buona lettura.

Roberto Papetti

 

4 giugno. «Ci siamo»

Scatta il maxi-blitz contro la cricca Mose

Alle 4 del mattino del 14 giugno 2014 il colonnello della Guardia di Finanza Renzo Nisi riceve un sms: “Ci siamo”. Nisi assiste, lontano quasi 400 chilometri e quasi 300 giorni, al rogo innescato, alla capitolazione della Serenissima: è scattata l’ora che – in un cinico calembour – trasforma uno degli eventi clou della Venezia da visitare, la regata, in “retata”. Storica. Un mero cambio di consonante. Il colpo mortale al malaffare nella terra dei Dogi.
LA NOTIZIA – Sono trascorsi nove mesi. Tanti? Pochi? I “suoi” stanno eseguendo in mezza Italia le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip lagunare Alberto Scaramuzza: il sindaco Giorgio Orsoni, l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, gli ex magistrati alle Acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, il magistrato della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, il tycoon della finanza nordestina Roberto Meneguzzo, il generale di Corpo d’Armata ed ex numero due delle Fiamme Gialle, Emilio Spaziante, il consigliere regionale Pd, Giampietro Marchese, l’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan. E poi le richieste di arresto per l’onorevole Giancarlo Galan, per tre lustri fino al 2010 governatore del Veneto quindi ministro di e con Berlusconi, e per l’ex europarlamentare Amalia Sartori – che verranno arrestati rispettivamente il 22 e il 2 luglio. L’elenco conta 35 nomi. Cui si aggiungerà il 4 luglio anche quello di Marco Milanese, in passato consulente dell’ex ministro Tremonti. Il colonnello Nisi li conosce uno a uno. Amministratori pubblici, uomini delle istituzioni, imprenditori, politici di destra e di sinistra: corrotti, a vario titolo, sullo sfondo del Mose, o meglio del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la realizzazione del Modulo sperimentale elettromeccanico, il complesso e tanto discusso sistema di dighe mobili ideato per difendere la città più bella del mondo dal fenomeno dell’acqua alta. Sei miliardi e mezzo di euro il costo finale, mazzette comprese. Finanziato interamente dallo Stato. Cioè dai cittadini. Questa, se fosse una finzione letteraria, sarebbe una spy story, un thriller poliziesco. Purtroppo però in questo romanzo di inventato non c’è nulla – anche se è giusto attendere, da bravi garantisti, le sentenze dei Tribunali.
A ROMA – 4 giugno 2014. Il sole è ormai alto. Il colonnello Nisi è solo nella stanza che occupa dall’autunno precedente nella sede del comando generale della Guardia di Finanza, in via XXI Aprile, a Roma. A lato dell’entrata, sulla parete, la targhetta che sintetizza le sue mansioni: Capo Ufficio Ordinamento. L’aria è di vetro. Ha ancora negli occhi la schermata del sito del Gazzettino che alle 6.55 annunciava in anteprima lo tsunami che si stava abbattendo su Venezia, sul Veneto, su Milano, sull’Urbe. Poi accende la tv e la notizia – poteva essere altrimenti? – monopolizza le aperture di ogni singolo telegiornale per guadagnare la ribalta dei più importanti notiziari stranieri. I pensieri si accavallano nella sua mente. A fine febbraio 2013, c’era stato l’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani spa, di Claudia Minutillo, l’ex segretaria del Governatore del veneto, Giancarlo Galan e amministratrice delegata di Adria Infrastrutture, una delle tante società della galassia Mantovani. Con loro era finito in carcere anche William Ambrogio Colombelli, che ricopriva la carica di console onorario di San Marino e che nella Repubblica del Titano gestiva la Bmc Broker, quella che, si scoprirà poi, era la “cartiera” di Baita. Della Mantovani viene arrestato anche Nicolò Buson, il responsabile amministrativo. È l’operazione Chalet e la dirige il colonnello Nisi.
TUTTI DENTRO – Il luglio successivo, ecco la decapitazione del Consorzio Venezia Nuova, con l’arresto insieme a mezzo consiglio, del suo demiurgo, quel Giovanni Mazzacurati, che appena quindici giorni prima, forse intuendo quanto stava per accadere, si era dimesso dalla presidenza del Consorzio, dopo quasi un trentennio di dominio indiscusso e ininterrotto. È l’operazione “Profeta” e la dirige il colonnello Nisi. E prima, nel gennaio 2012, le manette erano scattate ai polsi di Lino Brentan, l’uomo del Pd nella società autostradale Venezia-Padova. È l’operazione “Ragnatela” e la dirige il colonnello Nisi. Ma a Brentan si era arrivati dopo che, nell’aprile 2010, gli uomini delle Fiamme gialle del colonnello Nisi avevano arrestato due funzionari della Provincia, Claudio Carlon e Domenico Ragno. Era l’operazione “Aria Nuova”. Nelle maglie dei Finanzieri era finito nel frattempo anche uno che non c’entra nulla con il Mose, anche se sempre di tangenti si tratta, e cioè il geometra Antonio Bertoncello, arrestato nel 2011 assieme a quattro dipendenti del Comune e a due vigili urbani. È l’operazione “Progressione geometrica”. E la dirige il colonnello Nisi.
VENT’ANNI DOPO – Il leit motiv è sempre lo stesso, la corruzione nella res publica. Da almeno vent’anni, dalla Tangentopoli del 1992, a Venezia non si svolgevano indagini mirate sull’amministrazione pubblica. Queste sono le prime, iniziano in sordina e finiscono con il cambiare il mondo. Venezia non sarà mai più la stessa dopo lo scoppio dello scandalo del Mose. Ci volevano Nisi e il suo gruppo, nonché la caparbietà e tenacia di pm come Paola Tonini e Stefano Ancilotto per scoprire che il sistema delle “dazioni” purtroppo era ancora ben radicato e ramificato. Con Baita, che qualche capello in meno e qualche ruga in più, recita ora come allora la parte non certo di comparsa.
«La pietra ha cominciato a rotolare e diventerà una valanga». Impossibile fermarla. Una promessa. L’aveva pronunciata il colonnello Nisi il 5 settembre 2013 quando c’era stato il passaggio di testimone con il colonnello Roberto Pennoni a capo del Nucleo di polizia tributaria di Venezia.
4 giugno 2014. Gli torna alla memoria l’episodio verso le sei del mattino, mentre sente il bisogno di muoversi, di sfogare la tensione: da sempre l’attività fisica mattutina gli restituisce calma e concentrazione. Disciplina e passione, eredità forse degli anni trascorsi all’Accademia militare di Bergamo, lui ragazzo romano nato per caso a Torino, che nel capoluogo lombardo conoscerà la donna che sposerà e che gli darà due figli, e marito e padre che sceglierà di risiedere a pochi chilometri dalla città, nel paese di lei, facendo il pendolare. Sveglia alle sei, maglietta, pantaloncini, scarpe da ginnastica. E via a correre. Quand’era a Mestre al parco San Giuliano. Adesso invece è il parco della vicina Villa Torlonia a offrirgli percorsi suggestivi e pregni di storia. Ma c’è anche l’alternativa di un tuffo nella piscina interna del mega complesso dove alloggia e lavora. Fino alle otto. La doccia, la barba, la divisa. Per colazione succo di frutta e fette biscottate. Alle 8.30 puntuale dietro la scrivania.

(La prossima puntata venerdì 15 agosto)

 

I protagonisti della grande inchiesta

L’INVESTIGATORE – Un sms al colonnello al comando di Roma: il giorno è arrivato

Uno è estroverso e pronto alla battuta – Stefano Ancilotto – l’altra è introversa, con un carattere di ferro – Paola Tonini; il terzo – Stefano Buccini – affiancato ad inchiesta già iniziata, è il più giovane. Sono i magistrati della procura di Venezia protagonisti di questa inchiesta giudiziaria (coordinata dal procuratore Luigi Delpino e dal procuratore aggiunto Carlo Nordio). Hanno lavorato con il colonnello della Guardia di finanza Renzo Nisi, un uomo rimasto sempre in ombra, ma senza di lui l’inchiesta non sarebbe mai arrivata da nessuna parte. I quattro “eroi” di questa storia hanno caratteri e profili professionali diversi, ma hanno lavorato come una squadra, riuscendo a portare alla luce uno scandalo di tangenti senza precedenti.

 

Ricorso respinto per la mazzetta da 500mila euro con i soldi del Mose

MILANO – Accusa di corruzione: l’ex deputato Milanese rimane in carcere

MILANO – Finito per competenza territoriale a Milano, il filone della presunta corruzione che ha lambito il ministero dell’Economia, ha trovato ieri un’ulteriore conferma da parte del Tribunale del Riesame. I giudici a cui aveva fatto ricorso Marco Milanese, deputato di Forza Italia, già braccio destro del ministro Giulio Tremonti, hanno respinto la richiesta di revoca della misura di custodia cautelare. Milanese era stato raggiunto da un primo provvedimento del gip Alberto Scaramuzza, di Venezia. Poi il fascicolo era stato spedito a Milano, ritenuta competente per il reato contestato a seguito della decisione del Riesame lagunare che riguardava un altro imputato, il vicentino Roberto Meneguzzo, di Palladio Finanziaria.
A quel punto la Procura lombarda aveva chiesto al gip di rinnovare entro venti giorni il provvedimento, altrimenti Milanese sarebbe stato scarcerato. Contro la seconda ordinanza l’ex parlamentare ha presentato ricorso. E il ricorso è stato respinto. Milanese, ha spiegato il suo legale, Bruno Larosa, è «dispiaciuto in quanto riteneva che le sue argomentazioni avrebbero portato alla scarcerazione».
L’accusa di corruzione si riferisce a 500 mila euro che sarebbero stati pagati da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, tramite Meneguzzo, per ottenere il via libera del Cipe a un consistente finanziamento per la realizzazione del Mose. I Pm veneziani hanno ricostruito il percorso di quella mazzetta e gli incontri avvenuti a Milani, fino a quello decisivo in cui sarebbe stato consegnato il denaro.

 

LO SPECIALE – Da domani sul Gazzettino la storia dello scandalo Mose

LO SPECIALE – Da domani tutta la ricostruzione della grande inchiesta sul malaffare

Sul Gazzettino la storia dello scandalo

Il Gazzettino, a partire da domani, racconta lo scandalo del Mose. Lo fa ripercorrendo la cronaca di questi ultimi due mesi e ricordando ai lettori i passaggi-chiave di questa inchiesta giudiziaria che, mentre è ancora cronaca, è già storia. Nessuno ha più dubbi infatti che la storia recente di Venezia e del Veneto ruoti attorno alla data del 4 giugno 2014. Gli arresti di quella mattina azzerano la classe politica – di destra e di sinistra – che ha governato negli ultimi vent’anni Venezia e il Veneto e decapita i vertici delle aziende locali e nazionali, dalla Mantovani alle cooperative della Lega, mentre getta ombre anche sull’operato di alcuni ministri della Repubblica. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ma appena si accendono le luci dei riflettori su questa inchiesta, si scopre che dentro ci sono tutti quelli che conta(va)no. Dall’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan all’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso. Dai presidenti del Magistrato alle acque degli ultimi anni, a giudici della Corte dei conti e del Consiglio di stato, da generali della Guardia di Finanza a ministri e portaborse.
Insomma, la Procura di Venezia ha portato alla luce con questa inchiesta di cui solo a distanza di mesi si intuiscono appieno i contorni, il più grande scandalo della storia italiana recente. Non che i giornali non avessero sollevato più di una obiezione sul Mose – «Bastava leggere il Gazzettino», ha detto Massimo Cacciari nel corso di un dibattito televisivo – ma nessuno aveva idea della dimensione del malaffare. Piergiorgio Baita, che è l’inventore del sistema delle false fatturazioni all’estero per creare fondi neri e pagare i politici, parla di 1 miliardo di euro di soldi pubblici finiti nel pozzo di San Patrizio della corruzione. Ecco perché il giornale di Venezia e del Veneto offre questa ricostruzione che accompagnerà i lettori fino a settembre. Si inizia domani, si prosegue domenica prossima, 17 agosto, e poi ogni sabato e domenica.

 

Nuova Venezia – Mose, lo Stato recupera gia’ 2,5 milioni

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8

ago

2014

Restituiscono i soldi i Boscolo, Cuccioletta, ………. e Morbiolo. Maria Brotto torna al lavoro e i colleghi in mensa si alzano

VENEZIA – Moneta sonante nelle casse dell’Erario.Sono2,5 i milioni di euro già assicurati alle casse del ministero, versati sul Fondo Unico Giustizia presso Equitalia da sei indagati dell’inchiesta “Tangenti Mose”, come precondizione posta dai pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini per concedere il nullaosta al patteggiamento della loro pena. Tra i soldi messi in cassa allo Stato dagli accusati di concorso in corruzione – euro più, euro meno – ci sono i 676 mila euro versati Stefano e Mario Boscolo “Bacheto”, i 700 mila euro di Piergiorgio Boscolo “Contadin” (imprenditori chioggiotti che hanno partecipato al sistema di false fatturazioni che foraggiava i fondi neri del Consorzio, in cambio di appalti), gli 800 mila euro pagati da Patrizio Cuccioletta (l’ex Magistrato alle Acque che ha confessato di essere a libro paga di Giovanni Mazzacurati e del Consorzio per agevolare pratiche e collaudi), i 100 mila euro pagati da ………….., consulente svizzero di Piergiorgio Baita e della Mantovani e accusato di aver ideato un sistema per evadere le imposte attraverso sovrafatturazioni di una società canadese. Poi le “briciole” dei 19 mila euro versati da Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco. Si tratta del corrispettivo delle “mazzette” contestate, con relativa imposta evasa, a saldo del danno provocato all’Erario, dal momento che erano pagate con i soldi pubblici, che il Consorzio Venezia Nuova incassava dallo Stato a fronte di spese in realtà mai sostenute. A questi milioni – una volta che le sentenze di patteggiamento (sulle quali dovrà esprimersi il giudice Vicinanza) saranno definitive – la Procura conta di aggiungere i proventi delle confische, come 600 mila euro dell’ingegnere del Consorzio Venezia Nuova Maria Brotto (che tangenti non ne ha pagate, ma era addentro al sistema: nei giorni scorsi è tornata al lavoro, contestata da alcuni dipendenti che si sono alzati quando lei si è presentata a pranzo in mensa) o i 150 mila euro di finanziamento illecito ai partiti per l’ex consigliere regionale pd Giampietro Marchese. Soldi insieme a pene, variabili tra gli 11 mesi (Marchese) e i 2 anni (Boscolo e Brotto). Era già avvenuto con Mantovani che ha già versato all’erario 3 milioni di euro di imposte evase dal suo ex presidente Piergiorgio Baita, con i fondi neri. La Procura ha, invece, al momento respinto altre richieste di patteggiamento, ritenute non congrue – anche in relazione ai “danari” da restituire – come quella avanzata dai legali dell’imprenditore Stefano Tomarelli, già nella “cupola” del Consorzio Venezia Nuova. In questi giorni, i legali di un altro uomo forte del Cvn – l’imprenditore romano Alessandro Mazzi – stanno cercando di ottenere dalla Procura il nullaosta per permettere a un notaio di incontrare l’imprenditore in carcere e cedere per 5 anni le quote societarie a una persona di fiducia: bisognerà vedere se questo sarà sufficiente a garantirgli la disponibilità dei pm al patteggiamento perché Mazzi – uomo vicino a Gianni Letta – è con l’ex assessore Renato Chisso e l’ex governatore Giancarlo Galan, tra quanti negano qualsiasi accusa escono ancora in carcere. Proprio Galan è descritto dai suoi legali come «furioso» per il mancato accoglimento dell’istanza di revoca del carcere e la «fandonia» dell’accusa che gli muove Mazzacurati di avergli versato uno stipendio annuale di un milione di euro circa: pronto il ricorso per Cassazione.

Roberta De Rossi

 

GRANDI OPERE – Mose, il Cipe non decide sui 400 milioni di euro

Sicuramente è stata una iniziale “doccia fredda” per il Consorzio Venezia Nuova. Ma è bastato notare che dalla riunione odierna del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, non ci fosse all’ordine del giorno lo stanziamento degli attesi 401 milioni di euro per il completamento del sistema Mose, che più di qualcuno nella sede dell’Arsenale non ha nascosto più di qualche preoccupazione. Già, perchè questo finanziamento dovrebbe servire per il completamento delle opere del sistema e quindi risultano quanto mai indispensabili per un progetto che sembra completato all’85-87 per cento. Una situazione delicata per il Consorzio Venezia Nuova che in queste settimane ha annunciato il completamento o l’avvio al completamento di alcune fasi importanti come la posa dei cassoni alle bocche di porto e l’avvio della sistemazione delle paratoie. Ora, sia pure in piena estate, pare sia calato il gelo almeno nel rinvio nell’ordine del giorno previsto nella seduta di oggi del Cipe. L’assenza di questo finanziamento, almeno fino a questo momento – come ha rilevato più volte lo stesso presidente del Cvn, Mauro Fabris pregiudicherebbe la conclusione dell’opera nel 2016.

 

Gazzettino – Con i patteggiamenti recuperati 4 milioni

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8

ago

2014

Mantenuta la promessa di sette indagati dopo aver concordato la pena con i magistrati. Restano sequestrati beni per circa ottanta milioni

Con i patteggiamenti recuperati 4 milioni

L’inchiesta sul “sistema Mose” ha già fatto incassare allo Stato oltre 4 milioni di euro. A tanto ammontano le somme che i primi indagati si sono impegnati a versare contestualmente al patteggiamento della pena detentiva concordata tra i rappresentanti della difesa e i magistrati della Procura. Il calcolo è ovviamente provvisorio: negli ultimi giorni molti altri indagati hanno preso contatti con la pubblica accusa, per tramite dei rispettivi legali, con l’obiettivo di verificare la possibilità di uscire dall’inchiesta con un patteggiamento, e sono in corso febbrili trattative. Il nodo principale da sciogliere non è tanto quello della pena detentiva – in gran parte dei casi contenuta entro i limiti della sospensione condizionale – quanto l’ammontare delle somme che ciascun indagato dovrà versare al Fondo unico della giustizia, a titolo di restituzione della quota di sua competenza delle “mazzette” o delle false fatturazioni che gli vengono contestate. Senza restituzione del cosiddetto “prezzo” del delitto, la Procura non è disponibile, infatti, a scendere a patti.
Finora hanno concordato il patteggiamento gli imprenditori Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino (a due anni di reclusione ciascuno), i quali hanno già versato quasi 700mila euro; e Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (due anni e 700 mila euro). L’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta, si è detto disponibile a patteggiare 2 anni (e a pagare 800mila euro); stessa pena concordata dalla coordinatrice della progettazione del Mose per il Consorzio Venezia Nuova, Maria Teresa Brotto, per la quale il “prezzo” del reato è stato quantificato dai pm in 600mila euro, somma che potrebbe esserle confiscata quando la sentenza diventerà definitiva (anche se l’ingegnere non ha materialmente mai incassato alcuna tangente: gli viene contestato “solo” il concorso con le corruzioni commesse dall’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati). E ancora: l’imprenditore svizzero ….., accusato di essere l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani – ha concordato un patteggiamento di 1 anno e 3 mesi (e 100mila euro da restituire); l’imprenditore di Cavarzere delle coop rosse, Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, 1 anno (e 19 mila euro, ciò che aveva nel conto corrente al momento dell’arresto); mentre per l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese la pena è stata definita in 11 mesi (e possibile successiva confisca di una somma pari ai finanziamenti illeciti chi gli vengono contestati).
Per altri indagati le somme che la Procura chiede loro di versare sono superiori al milione di euro: è per questo motivo che le trattative per alcuni patteggiamenti proposti dalla difesa si sono fermate, o quantomeno hanno rallentato i tempi di definizione.
Al momento degli arresti, lo scorso giugno, la Procura ha ottenuto sequestri per un ammontare complessivo fino ad 80 milioni di euro e i beni “congelati” ai vari indagati serviranno a garantire che, in caso di condanna, lo Stato possa incassare almeno una parte delle somme che dovranno essere restituite a titolo di “prezzo” del reato.

 

CAMERA – Galan, stop ai rimborsi

ROMA – L’ufficio di presidenza della Camera ha sospeso l’erogazione di tutte le somme dovute a titolo di rimborso, nessuna esclusa, legate all’esercizio del mandato parlamentare, nei confronti di Giancarlo Galan (FI) da quando l’Assemblea ne ha concesso l’arresto.

 

CIPE – Niente 400 milioni. A rischio i lavori

Niente stanziamento di 400 milioni all’ordine del giorno della seduta del Cipe, ieri. Ed è stato gelo al Consorzio Venezia Nuova. L’«assenza» di questo punto rischia di mettere in crisi il completamento del sistema Mose entro il 2016.

 

Adria Infrastrutture, la cassa di Galan e Chisso

La cassa di Chisso e Galan era Adria Infrastrutture

Scatola vuota, intestata quasi a «loro insaputa» a ex governatore e a ex assessore

la società è proponente delle maggiori opere inserite nello Sblocca Italia di Renzi

ROMEA COMMERCIALE – L’ex doge e Vasco Errani firmarono l’accordo per la nuova autostrada

PIATTAFORMA DI FUSINA – lavori per 174 milioni per piazzale fs, parcheggi, logistica e due darsene

VIA DELMARE – Superstrada a pedaggio di 19 chilometri per collegare l’A4 con i lidi di Jesolo e Cavallino

AUTOSTRADA NOGARA-MARE – Lunghezza 150 km, lavori in 4 fasi, concessione 40 anni, importo 2 miliardi.

VENEZIA Una delle accuse a carico di Giancarlo Galan è di aver chiesto a Piergiorgio Baita di rientrare nei guadagni di Adria Infrastrutture, la società creata dal manager per gestire gli utili dei lavori in project financing della Mantovani Costruzioni. L’ex presidente del Veneto non nega di possedere una quota di Adria, anche se per trovare il suo nome bisogna smontare il castello di società costruito a sbarramento dal suo commercialista Paolo Venuti (in carcere pure lui). L’operazione incrociando le visure camerali alla fine è semplice. Che bisogno ci fosse di metterla in piedi, visto che è stato come nascondersi dietro undito, lo sa solo Venuti. Nel suo memoriale Galan sostiene che questa partecipazione vale un fico secco per due motivi: Adria è una società rimasta inattiva e i grandi lavori in project nel portafoglio della società non sono mai partiti. Il reato, pretendono i suoi avvocati, non è mai stato compiuto. Vada come vada la vicenda processuale, non può sfuggire che tutto pare predisposto perché Giancarlo Galan incassasse come socio privato di Adria Infrastrutture parte degli utili derivanti dai grandi lavori pubblici che lui stesso approvava come presidente del Veneto. Lui e il fedele assessore Renato Chisso, che istruiva l’iter procedurale per la parte regionale. Anche Chisso aveva voluto una quota in Adria, mascherandola con Claudia Minutillo prestanome. Manovra più subdola, tant’è che adesso che i due non vanno più d’accordo come prima, ha buon gioco a dire che i soldi della quota liquidata li ha incassati lei e non lui. E la Minutillo avrà qualche problema a dimostrare che non è vero. La quota di Chisso era pari al 5%. Non è chiaro quanti soldi siano stati liquidati (a parte a chi)masi sa che l’ex assessore voleva 2 milioni e mezzo. Baita tirava indietro e fece fare una valutazione allo studio Cortellazzo-Soatto. Ne venne fuori un valore massimo 1 milione e 800mila euro. Galan ha ancora il 7% di Adria, ergo sotto 2 milioni non va. Sarà una valutazione sulla carta, ma suona bene. I grandi lavori nel portafoglio di Adria suonano ancora meglio. Basta leggere la relazione delCdadel 31 dicembre 2012, quando le inchieste che stanno terremotando la classe dirigente veneta viaggiavano ancora sotto quota periscopica (Baita e la Minutillo vengono arrestati il 28 febbraio 2013). Ecco come si presentava il programma grandi lavori. Piattaforma di Fusina. Committente Porto di Venezia, lavori per 174 milioni di euro per realizzare piazzale ferroviario, parcheggi, fabbricati di logistica, due darsene e 1250 metri di banchine. Durata della concessione 40 anni. A fine 2012 le aree erano state consegnate alla società di progetto in cui Adria ha il 10% ed era in corso la realizzazione delle banchine. Via del Mare. Superstrada a pedaggio di 19 chilometri per collegare l’A4 con il litorale di Jesolo e Cavallino. Committente Regione Veneto, costo complessivo 210 milioni, nessun contributo pubblico, durata della concessione 40 anni. Adria ha il 20% nella società proponente. A fine 2012 il progetto era già approvato dal Cipe e la Regione si apprestava a pubblicare il bando di gara. Gra di Padova. Grande raccordo anulare, lunghezza 65 chilometri, committente Regione Veneto, durata della concessione 40 anni, costo 600 milioni di euro da privati e 120 da contributo regionale (più Iva). A fine 2012 la situazione era definita «in stallo per problematiche sollevate da Comuni limitrofi a Padova» ma il progetto era stato consegnato al Cipe. Autostrada Nogara-Mare. Promotore un consorzio misto pubblico-privato, in cui Adria ha il 3%. Lunghezza circa 150 chilometri, lavori suddivisi in 4 fasi, durata della concessione 40 anni, importo superiore a 2 miliardi. A fine 2012 la concessione risultava provvisoriamente assegnata con avvio lavori previsto nel 2014. Passante Alpe Adria. Autostrada di prosecuzione da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, lunghezza23 chilometri, di cui 3,5 in ponti e viadotti e 11,5 in gallerie. Investimento 1 miliardo e 100 milioni, durata della concessione 40 anni, parere favore della commissione Via nazionale. A fine 2012 si attendeva il parere del Cipe. Adria Infrastruttureha il 25%. Romea Commerciale. Collegamento autostradale Mestre- Orte-Civitavecchia, committente ministero delle infrastrutture. Maxi opera da 8 miliardi e 700 milioni, lunga 400 chilometri. A fine 2012 la durata dei lavori era prevista in 5 anni. Adria puntava ad acquisire il 2% nel cartello dei proponenti. Tangenziali venete. Sistema stradale a pedaggio che affianca l’A4 da Padova a Verona per una lunghezza di 107 chilometri. Committente Regione Veneto, investimento di 2 miliardi e 700 milioni, durata della concessione 46 anni. A fine 2012 la commissione Via regionale aveva dato parere favorevole e il progetto era all’attenzione del Cipe. Adria detiene l’esclusiva per lo studio, lo sviluppo e la messa in opera del sistema di esazione del pedaggio. Nuova Valsugana. Superstrada a pedaggio, lunga 18 chilometri, di cui il 75% in galleria, da Marostica a San Nazario. Anche qui Adria ha l’esclusiva per riscuotere il pedaggio. Committente Regione Veneto, investimento per i privati di 731,5 milioni di euro più 180 di oneri passivi, contributo pubblico di 350 milioni. Durata della concessione 44 anni. A fine 2012 il progetto aveva ottenuto l’ok dalla commissione Via regionale. Tutto questo va oggi aggiornato con le recenti decisioni del governo Renzi, che ha inserito molte di queste opere nello Sblocca Italia, il quale nel Veneto prevede di spendere 6 miliardi di euro: che valga in più a questo punto Adria Infrastrutture è facile capirlo.

Renzo Mazzaro

 

I VERDETTI DEL RIESAME

Scarcerato Giuseppone. Meneguzzo resta ai domiciliari

VENEZIA – Tangenti Mose, il Tribunale del Riesame di Venezia ha scarcerato l’ex giudice della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone, mentre ha rigettato l’appello dell’imprenditore Andrea Rismondi, per la revoca della misura dell’obbligo di dimora. Il primo nega di essere stato sul libro paga del Consorzio Venezia Nuova, mentre il secondo ammette di aver sovraffatturato consulenze per lo stesso Consorzio, ma di non sapere a chi erano diretti i soldi che restituiva. In realtà l’accusa non è caduta per entrambi. Il primo avrebbe preso soli per aggiustare indagini, il secondo sarebbe stato il tramite per corrompere i tecnici del Magistrato alle Acque e per versare soldi al rappresentante del Pd Giampiero Marchese. Il Tribunale del Riesame mette fuori il primo, si trovava agli arresti domiciliari, perché già in pensione e perché i fatti di cui è accusato risalgono a sei anni fa. Per l’imprenditore, residente a Preganziol, la misura dell’obbligo di dimora resta. Intanto il Tribunale del Riesame di Milano ha respinto l’istanza di liberazione dei legali di Roberto Meneguzzo che resta così agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Vicenza. Gli stessi giudici si sono invece riservati sul ricorso contro la misura di custodia cautelare in carcere presentato dalla difesa di Marco Milanese, l’ex deputato Pdl arrestato lo scorso 4 luglio, la cui posizione per competenza territoriale è stata trasmessa ai magistrati milanesi. La decisione dei giudici è prevista entro giovedì. Milanese attualmente è detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Durante l’udienza il suo legale, l’avvocato Bruno La Rosa, ha depositato una memoria di 70 pagine nella quale «vengono confutate le ragioni dell’esigenza della misura cautelare e la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza». Milanese «non poteva in alcun modo interferire» a favore della concessione di finanziamenti per il Mose, in quanto «chi aveva un ruolo effettivo nella gestione amministrativo-normativa sul piano politico» dell’iter per lo sblocco dei fondi erano l’ex ministro Giulio Tremonti e l’ex sottosegretario Gianni Letta, scrive il legale.

(c.m.)

 

Gazzettino – Mose, 80 milioni da recuperare

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5

ago

2014

L’INCHIESTA – La Procura sulle proprietà degli indagati, ma solo 10 milioni sono “aggredibili”

Mose, 80 milioni da recuperare

In caso di condanna Galan rischia di perdere villa Rodella. Al veronese Mazzi bloccati 18 milioni (le mazzette contestate)

A tre giorni dalla conferma del carcere per Giancarlo Galan, i riflettori dell’inchiesta sul “sistema Mose” sono ancora tutti puntati sulle misure cautelari personali e sulla “battaglia” della difesa per far tornare in libertà i propri assistiti, o almeno per far concedere loro gli arresti domiciliari. Ma, più a lungo respiro, la partita che di più preoccupa i principali indagati è quella patrimoniale. In caso di condanna – ma anche di patteggiamento – c’è il concreto rischio (quasi la certezza) della conseguente confisca dei beni per un importo pari al cosiddetto prezzo o profitto del reato. E in alcuni casi si tratta di somme a sei zeri.
Per garantire allo Stato la certezza di poter incassare quei soldi dopo l’eventuale sentenza di condanna, la Procura di Venezia ha ottenuto dal gip Alberto Scaramuzza, contestualmente alla richiesta di arresto, il sequestro di beni fino ad un ammontare complessivo di oltre 80 milioni di euro. In concreto, però, gli uomini della Guardia di Finanza hanno individuato beni “aggredibili” per un importo più contenuto, pari a poco più di 10 milioni: immobili, terreni, quote azionarie e conti correnti bancari, da allora “congelati”.
Il sequestro più consistente riguarda l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, socio e consigliere d’amministrazione del Consorzio Venezia Nuova: per lui il prezzo o profitto del reato è stato calcolato in circa 18 milioni di euro, pari alla somma delle varie “mazzette” e delle false fatture che gli vengono contestate in concorso con altri. Nel corso delle perquisizioni del 4 giugno scorso, la Finanza gli ha sequestrato anche preziosi dipinti, tra cui due Canaletto.
Per l’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan il prezzo o profitto del reato è stato calcolato in 4.8 milioni, (con sequestri effettivi di beni per circa 2 milioni); per l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, in oltre 8 milioni, ma non gli è stato trovato alcun bene a disposizione, salvo poche migliaia di euro su un conto corrente. A Galan, invece, sono stati “bloccati” la lussuosa abitazione, villa Rodella e terreni a Cinto Euganeo, una casa a Padova, terreni a Rovolon le quote della società Margherita srl e Ihfl, nonché poco più di 180mila euro depositati in tre diversi conti correnti bancari.
Sia Mazzi, che Galan e Chisso respingono ogni accusa e si difenderanno con determinazione al processo per dimostrare la loro innocenza e scansare innanzitutto una pesante pena detentiva; ma anche e soprattutto per evitare di vedersi portare via una parte dei rispettivi patrimoni: eventualità che si potrebbe concretizzare anche nel caso in cui, per il troppo tempo trascorso, dopo la sentenza di primo grado il processo si dovesse concludere con una dichiarazione di prescrizione.
L’ex assessore Chisso dopo l’arresto ha fatto notare che dopo tanti anni di politica non possiede alcun bene mobile o immobile, ma il Tribunale del riesame, confermando per lui la misura cautelare, ha ipotizzato l’esistenza di conti esteri. Quanto a Galan, oltre a negare di aver mai preso “mazzette” da Piergiogio Baita o Giovanni Mazzacurati (rispettivamente presidente della Mantovani e del Consorzio Venezia Nuova) sostiene che tutti i beni a lui intestati sono stati acquistati con proventi leciti. Non ha ancora spiegato, però, da dove provenisse il milione di euro con il quale nel 2005 saldò la quota “in nero” dell’acquisto di villa Rodella, circostanza recentemente rivelata dai venditori, i quali hanno raccontato ai magistrati che il prezzo dichiarato al rogito – 700 mila euro – era falso. E che il Governatore versò in più rate un milione e 100mila euro, soldi materialmente consegnati in contanti dalla moglie, Sandra Persegato. La battaglia giudiziaria è soltanto all’inizio.

 

Mose, entro settembre completate le paratoie al Lido

I lavori alla bocca di porto di Lido-Treporti sono praticamente completati. Mancano solo un paio di paratoie e poi il primo tassello (almeno nella parte nord) può dirsi conclusa. Tutto avverrà entro settembre. A San Nicolò, tutti i cassoni sono stati messi sul fondo. E poi c’è la bocca di porto di Chioggia. Il lavoro verrà terminato entro agosto con tutti i cassoni posizionati al loro posto. Poi si procederà con la posa delle paratoie. E Malamocco, la posa dei cassoni si concluderà entro ottobre e poi anche qui si procederà alla fase due, quella delle paratoie.
É questo il quadro dei lavori che riguarderanno il Mose nei prossimi fatidici mesi. «Non posso dire se siamo ancora all’85 per cento dei lavori o se abbiamo raggiunto l’86-87 per cento – sintetizza il direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi – Di certo stiamo procedendo senza intoppi. Potrei dire mai come in quest’ultimo anno si sta andando avanti con una certa velocità». Di certo, un lavoro senza sosta che è culminato ieri anche con la prosecuzione dei lavori di posa alla bocca di porto di Malamocco che hanno interrotto il traffico marittimo per poche ore, dalle 15.30 alle 18.30. Il cassone aveva iniziato ad essere spostato martedì 29 luglio, alla velocità di un centimetro al minuto, e solo ieri è stato “affondato”. Sono quindi scattate le operazioni di ancoraggio in più punti tanto che la Capitaneria di Porto ha deciso di limitare il transito fino alle 15.30 del 7 agosto prossimo solo ai mezzi autorizzati.
Nel frattempo, proprio in questi giorni, è scattata anche la proroga nel bando di alcuni servizi legati al sistema Mose. A questo proposito, infatti, il Consorzio Venezia Nuova ha dato il via alle procedure per individuare l’affidamento dell’appalto misto (forniture e sistemi di controllo) del sistema Mose. «In sostanza – spiega il direttore Redi – diamo il via all’iter relativo all’installazione, controllo e sistema anti-intrusione delle bocche di porto. Un sistema che verrà constantemente tenuto sotto osservazione dalla nostra “controll room” all’Arsenale che in tempo reale sarà in grado di tenere sotto controllo il sistema di dighe mobili».

 

I verbali degli interrogatori di pierluigi alessandri

«A Chisso 30 mila euro e Sacaim vinse un appalto»

I soldi consegnati nel febbraio 2010 all’hotel Laguna Palace di Mestre, l’assessore prese il denaro come fosse una cosa dovuta Poi mi fu assegnato un lavoro con il Coveco

VENEZIA – Renato Chisso ha festeggiato in carcere i 60 anni, ma sulla sua testa stanno per piovere nuove accuse, che gettano pesanti ombre sui rapporti tra politica e affari, ben oltre l’inchiesta Mose: «Nel febbraio del 2010 ho consegnato a Renato Chisso 30 mila euro, all’hotel Laguna Palace di Mestre… Dopo quel pagamento, acquisimmo un lavoro con la Sistemi Territoriali, società della Regione Veneto, e vinsi in Ati con il Coveco». A parlare è Pierluigi Alessandri, titolare della Sacaim, l’azienda edile di Venezia che ha realizzato la Fenice e le Gallerie dell’Accademia, poi rilevata dalla Rizzani De Eccher dopo una crisi che l’aveva portata nell’anticamera del fallimento. Alessandri, interrogato il 30 luglio scorso dai pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini, ha aperto un nuovo capitolo di accuse nei confronti di Giancarlo Galan, al punto che i giudici del Tribunale del Riesame hanno giudicato fondamentale la testimonianza e negato gli arresti domiciliari al deputato di Forza Italia che resta in carcere a Opera di Milano, anche se l’80% delle accuse contestategli dal gip Alberto Scaramuzza sono prescritte. Sotto il profilo penale, vale solo quanto accertato dopo il 22 luglio 2008. I tre pagamenti. Cosa dice Pierluigi Alessandri? Racconta nei dettagli di aver versato a Galan 115 mila euro in tre tranche. «Accuse del tutto infondate», replica l’avvocato Antonio Franchini, difensore dell’ex ministro, «si tratta di vicende completamente prescritte. Galan ha conosciuto Alessandri solo nel 2010». Ecco quanto emerge dai verbali degli interrogatori: «Ho consegnato a Giancarlo Galan in tutto 150 mila euro… Una prima tranche di 50 mila euro nel maggio-giugno 2006, poi 15 mila nel dicembre e 50 mila nei primi mesi 2007…. I soldi sono stati consegnati in luoghi diversi: a casa sua a Cinto Euganeo e una parte a casa di mia figlia che abitava a Monticelli di Monselice. Non ho consegnato io i soldi, ma mia figlia con una busta chiusa, lei non sapeva il contenuto, e Galan mi ha poi ringraziato delle somme ricevute…. Ho pagato per entrare nella schiera di imprenditori amici che poteva fruiredi trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori». I lavori nella villa di Cinto. «Ho eseguito gratuitamente lavori nella villa di Galan a Cinto Euganeo: opere di decoro, stuccatura, affrescatura con il mio personale. Ho emesso una modesta fattura di 25 mila euro che non mi è stata pagata, per giustificare la presenza del personale, ma l’entità dei lavori era di almeno 100 mila euro… Danilo Turato era perfettamente al corrente dell’accordo tra me e Galan». Chisso e le imprese. «La Sacaim non ha mai avuto un riferimento in Regione e siamo stati estromessi da lavori importanti, io ne ho parlato con Galan e mi disse che eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds. A me interessava solo lavorare e lui rispose che avrebbe valutato il caso a patto che io fossi stato disponibile a far parte della cerchia di imprenditori a lui vicini, cioè quelli disponibili a elargire somme di denaro… Dissi poi a Galan che con Chisso non riuscivo a instaurare un rapporto, io chiedevo di far parte di alcune cordate ma l’assessore mi fece capire che Baita osteggiava la mia impresa. Galan mi suggerì di corrispondere delle somme a Chisso e dopo che mi “accreditai” ho incontrato l’assessore molte volte…. Per questo motivo quando mi presentai al Laguna Palace di Mestre, Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta, senza minimamente stupirsi. Dopo questa vicenda, che risale al febbraio 2010, abbiamo acquisito un lavoro con a Sistemi Territoriali, una delle società della Regione: vinsi l’appalto in Ati con il Coveco».

(r.r.)

 

Mevorach: «Mi sono sempre rifiutato di pagare i politici»

«La mia verità? Galan mi ha chiesto di pagare per lavorare, ma io ho rifiutato». Andrea Mevorach, 52 anni, imprenditore veneziano, è un testimone chiave per la Procura e ha raccontato la sua verità che ha pesato sulla decisione dei giudici di tenere in carcere il parlamentare padovano di Forza Italia. Galan nel suo memoriale indica Mevorach come uno dei suoi finanziatori occulti: 10 gli imprenditori che lo hanno aiutato nella campagna elettorale del 2005,male smentite sono state immediate. Mario Polegato, mister Geox, e Mevorach sono due big che hanno negato di aver mai versato fondi a Galan. L’imprenditore veneziano avrebbe pagato 300 mila euro in nero a Claudia Minutillo, la quale se li tenne per sé. A diffondere questa versione dei fatti è ovviamente Galan nel suo memoriale depositato alla Procura qualche giorno fa. Ma la mossa è diventata un boomerang perché Andrea Mevorach è diventato un teste chiave per i pm Ancilotto, Buccini e Tonini. L’imprenditore veneziano ha in ballo la costruzione del mercato ortofrutticolo di Mestre, progetto bloccato dal commissario straordinario Zappalorto. «Credo sia davvero una beffa che un imprenditore onesto debba ancora pagare pesantemente per aver collaborato con la giustizia. Sarebbe bellissimo poter lavorare in questo Paese senza dover pagare e senza mai essere sottoposti a richieste di pagamento», conclude Mevorach ai microfoni del Tg3 Veneto. La sua testimonianza, assieme a quella del medico Salvatore Romano, sono state decisive per confermare la detenzione in carcere a Galan. Romano ha detto di aver veduto la villa all’ex ministro per 1 milione 800mila euro: 700 mila nel rogito notarile, gli altri in nero.

 

Gazzettino – Un sistema di “collette” per Galan

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4

ago

2014

MAREMOTO sul Mose

METODO La confessione di Alessandri, apre un nuovo scenario per l’inchiesta sul Mose. Molte altre imprese potrebbero finire nei fascicoli giudiziari

LA PROCURA – Verso il rito immediato per gli indagati ancora detenuti o ai domiciliari

MESTRE – Un sistema di “collette” per Galan

Dal memoriale del governatore e dal verbale della moglie spuntano almeno tre cordate di finanziatori

Non sapremo mai quanti furono gli imprenditori che hanno finanziato Giancarlo Galan impegnato nella campagna elettorale del 2005 per restare inquilino nel piano nobile di Palazzo Balbi. Ma di certo furono alcune decine, molti più di quelli che egli stesso ha indicato nel memoriale depositato nell’inchiesta per corruzione che lo vede implicato. In almeno tre casi, infatti, ci si trova di fronte a una “colletta” di imprenditori. Una persona di riferimento, in un determinato territorio, si faceva carico della raccolta, quindi faceva confluire la somma a Venezia, per le spese elettorali di Galan (manifesti, volantinaggio, viaggi, affitti di sale per dibattiti e comizi).
All’inizio del memoriale Galan si era detto dispiaciuto per avere accettato finanziamenti in nero, ma ne aveva addossato la responsabilità agli stessi generosi sostenitori, che temevano di schierarsi pubblicamente. L’ex governatore ha anche spiegato che l’impegno economico era davvero notevole, sostenendo che tutti i presidenti delle Regioni, in Italia, hanno simili scheletri nell’armadio.
Dalle ammissioni di Galan emergeva solo in parte l’esistenza di un sistema di finanziamento diffuso sul territorio. Ma la testimonianza della moglie Sandra Persegato, nell’interrogatroio di garanzia davanti ai difensori del marito, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, allarga l’orizzonte sul lavorio che avveniva dietro le quinte per raccogliere soldi.
Nel memoriale Galan ha dichiarato che Giacomo Archiutti detto “Carlo”, senatore trevigiano di Forza Italia, gli aveva versato 200 mila euro, frutto dei «contributi di vari suoi amici». L’interessato smentisce, ma la moglie inserisce anche il nome di un parlamentare di centrodestra, il senatore bellunese Walter De Rigo, deceduto nel 2009, titolare di un gruppo imprenditoriale che si occupa di refrigerazione, di una occhialeria, di costruzioni.
La signora Sandra ha poi sostenuto che anche il contributo di 5-10 mila euro (la cifra l’aveva fatta Galan) arrivato da Ermanno Angonese era frutto di una raccolta tra imprenditori. Angonese è l’ex sindaco di Mason Vicentino (dal 1975 al 1991), attuale direttore generale dell’Ulss 6 di Vicenza (ha avuto incarichi nelle Usl o aziende sanitarie di Bassano, Verona, Belluno, Alto Vicentino). È quindi perfettamente inserito nell’ambiente sanitario per il quale Galan, da presidente della Regione, ha avuto sempre un occhio di riguardo, visto che assorbe buona parte del bilancio dell’ente.
Non è finita qui. Dal verbale della moglie di Galan emerge una terza colletta. Si tratterebbe dei 200 mila euro che Piero Zannoni (che smentisce) avrebbe consegnato a Claudia Minutillo e non sarebbero mai arrivati al presidente. La moglie dice che Galan si aspettava qualcosa da lui (ma anche da Andrea Mevorach che alla Minutillo avrebbe dato 300 mila euro). Èpossibile che in altre occasioni da quei canali fossero arrivati altri soldi? Non si spiega altrimenti «l’amarezza di Giancarlo» quando non vide nulla. Ma non lo sapremo mai, perchè eventuali reati sono ormai prescritti.

Giuseppe Pietrobelli

 

Mazzette per lavorare, altre imprese nel mirino

La confessione di Pierluigi Alessandri potrebbe essere la prima di una lunga serie. L’ex presidente dell’impresa di costruzioni Sacaim ha tratteggiato, infatti, l’esistenza di un “sistema” basato sul pagamento di “mazzette” che non riguarda soltanto il Consorzio Venezia Nuova e le imprese impegnate nella realizzazione del Mose, oggetto della misura cautelare dello scorso 4 giugno. Un “sistema” in base al quale, per ottenere l’assegnazione di lavori finanziati dalla Regione Veneto, era necessario pagare i referenti politici, entrando così nella cerchia degli “imprenditori amici”: pagare l’allora presidente, Giancarlo Galan e l’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso.
Se la versione di Alessandri risulterà confermata dalle indagini della Guardia di Finanza, non è da escludere che sotto inchiesta possano finire presto numerose altre imprese che, nel corso degli anni, hanno lavorato a ripetizione per la Regione. Nell’interrogatorio dello scorso 30 luglio, Alessandri ha fatto i nomi delle società che erano solite aggiudicarsi gli appalti e sono in molti a non dormire sonni tranquilli. I contatti con gli studi legali sono frenetici ed è probabile che qualche imprenditore decida di presentarsi spontaneamente in Procura prima che siano le Fiamme Gialle a suonare al suo campanello.
I pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini nel frattempo sono al lavoro per tirare le fila della prima tranche dell’inchiesta: l’intenzione è di chiedere il rito immediato per tutti gli indagati detenuti, in modo da poter arrivare a processo al più presto: gli episodi non ancora prescritti risalgono al 2010 e, dunque, si prescriveranno entro il 2017 o l’inizio del 2018. Insomma, sarà una corsa contro il tempo. La richiesta di rito immediato potrebbe riguardare Galan e il suo commercialista e prestanome, Paolo Venuti; Chisso e il suo segretario, Enzo Casarin; l’ex presidente del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, l’ex eurodeputata Lia Sartori e i due ex collabratori di Giovanni Mazzacurati (all’epoca presidente del Cvn), Luciano Neri e Federico Sutto.
La conferma della misura cautelare in carcere per Galan, seppure per una limitata parte degli episodi contestati (quelli precedenti al 22 luglio 2008 sono stati dichiarati coperti da prescrizione dal Tribunale del riesame) è considerata dalla Procura un passaggio decisivo, un primo importante riscontro della fondatezza dell’impianto accusatorio. Il secondo riscontro giunge dai molti che chiedono di patteggiare, accettando di versare somme di denaro consistenti: la coordinatrice del Mose, Maria Teresa Brotto (2 anni), il presidente del Coveco, Franco Morbiolo (1 anno), l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani, …………. (1 anno e 3 mesi), l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese (11 mesi), gli imprenditori Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino e Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (2 anni) e l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta. Dopo il parere favorevole della Procura spetterà al gip, il prossimo settembre, decidere se la pena da applicare sia congrua. Il patteggiamento concordato dall’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni per finanziamento illecito – 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa – è stato respinto lo scorso 28 giugno dal giudice perché la pena è stata ritenuta troppo mite.

 

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