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Dopo lo stop della Corte dei Conti alla Romea commerciale i comitati terranno una manifestazione il 20 e 21 settembre

Opzione Zero «Opera insostenibile sul piano finanziario e ambientale»

MIRA – La battaglia non si ferma. Lo stop della Corte dei Conti alla Romea commerciale per i comitati non basta. Non è ancora tempo di festeggiare nonostante una grande battaglia sia stata vinta: serve lo stralcio definitivo dell’opera. La Corte dei Conti di fatto ha reso carta straccia il visto di legittimazione della delibera del Cipe dell’8 novembre 2013. Per il prossimo settembre contro la Orte-Mestre i comitati hanno indetto due giornate di mobilitazione su tutti i territori attraversati dal tracciato. Ora l’obbiettivo di tutti, una volta che sarà archiviata la Romea commerciale, è mettere in sicurezza l’attuale Romea. Opzione Zero, il comitato rivierasco che da più di dieci anni si batte contro la Romea commerciale, spiegano le portavoci Rebecca Rovoletto e Lisa Causin, «esprimono grande soddisfazione per l’ennesima battuta d’arresto subìta dal progetto Orte- Mestre, ma non canta vittoria. Il rilievo della Corte dei Conti riguarda in particolare l’impossibilità, stante la normativa attuale, di utilizzare gli 1,8 miliardi di euro di defiscalizzazioni previste nel piano finanziario della Orte-Mestre. Inoltre nel medesimo piano finanziario si fa riferimento all’utilizzo indebito di un surplus aggiuntivo di remunerazione del capitale investito da parte dei privati. Tanto basta per bloccare la delibera Cipe e quindi anche la gara per la progettazione definitiva e l’assegnazione di appalti e concessione. I tempi dunque si allungano e questo è un vantaggio per i comitati e le associazioni che osteggiano l’opera». Per i comitati però «il dato vero è che questa nuova autostrada, oltre che anacronistica, risulta insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. È inequivocabile come la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della lobby veneta del cemento e si finanziasse con un sistema che poi sarebbe stato a carico dei contribuenti ». La battaglia però non si ferma. «Tutti i comitati», concludono Causin e Rovoletto, «si danno appuntamento al 20-21 settembre per una giornata di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati. L’ obiettivo lo stralcio definitivo dell’intero progetto».

Alessandro Abbadir

 

I sindaci «Strada ideata negli anni ’90 e che oggi non ha più senso»

DOLO – Cinque Comuni – Mira, Dolo, Camponogara, Pianiga, Mirano – hanno votato degli ordini del giorno contro l’opera. Soddisfatta Maddalena Gottardo, sindaco di Dolo: «Dal punto di vista pragmatico non ritengo il progect financing lo strumento idoneo per finanziare le opere pubbliche e sono d’accordo con la decisione della Corte dei Conti, dal punto di vista politico questa decisione fa sì che si ritorni a parlare dell’utilità dell’opera in un momento di crisi dove c’è poco denaro pubblico e in territori con infrastrutture che devono essere messe in sicurezza. I soldi dell’opera vengano investiti nella defiscalizzazione a sostegno delle aziende e per liberare il patto di stabilità dei Comuni». È molta la soddisfazione fra i sindaci della Riviera per la bocciatura alla Corte dei Conti della Romea Commerciale. «Questa strada», spiega il presidente della Conferenza dei sindaci e sindaco di Camponogara Giampietro Menin, «non aveva più senso dal punto di vista trasportistico . È ora di agire per mettere in sicurezza il tragitto attuale. È un’opera datata in tutti i sensi». Sulla stessa linea il sindaco di Campagna Lupia Fabio Livieri per il quale una sistemazione dell’attuale Romea si potrebbe fare con un raddoppio dell’opera sul lato laguna: «Certo un recupero dei flussi di traffico nell’ultimo anno c’è stato sull’attuale Romea , ma dai livelli precrisi cioè del 2006- 2007, siamo ancora lontanissimi». Esprime soddisfazione il sindaco di Pianiga Massimo Calzavara: «Recentemente abbiamo fatto approvare proprio in consiglio comunale una mozione contraria al progetto della Romea Commerciale. Si tratta di una strada non più necessaria progettata con una logica del tutto superata, alla fine degli anni ’90. Certo ora è prioritaria la messa in sicurezza dell’attuale sedime della statale 309». Contrario alla Romea Commerciale si è sempre espresso anche il Comune di Mira che ha bocciato tout court le grandi opere in consiglio comunale.

(a.ab.-g.pir.)

 

Nuova Venezia – Mose, Galan resta in carcere

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3

ago

2014

Mose, Galan resta in carcere

No del Riesame. L’80%delle accuse in prescrizione

Galan resta in cella, respinto il ricorso

Prescritti però tutti i reati commessi prima del 22 luglio 2008 comprese parte dei lavori alla villa e la mazzetta al S. Chiara

L’accusa rimane quella di corruzione. Il Riesame respinge la presunta illegittimità costituzionale

VENEZIA – Giancarlo Galan resta in carcere, in quello milanese di Opera. Ieri, il presidente del Tribunale del riesame di Venezia Angelo Risi intorno alle 13,30, dopo più di tre ore di discussione con gli altri due giudici (Daniela Defazio e Sonia Bello), ha depositato l’ordinanza con la quale «conferma il provvedimento cautelare nel resto». I giudici veneziani hanno dichiarato prescritte tutte le contestazioni riguardanti i reati che sarebbero stati commessi dall’esponente di Forza Italia prima del 22 luglio 2008. La data non è casuale: il 22 luglio 2014 la Camera dei deputati ha dato il via libera all’arresto con il suo voto a stragrande maggioranza e si tratta dell’atto interruttivo della prescrizione, che per la corruzione è di sei anni senza quell’atto e si alza a sette anni e mezzo da quel momento in poi. Così, sono cadute (l’elenco si può leggere nello stesso provvedimento firmato dal presidente Risi) le ricezioni di cospicui finanziamenti in occasione delle campagne elettorali precedenti al 2008 confessate da Piergiorgio Baita; la consegna di 200 mila euro presso l’hotel Santa Chiara di Venezia da parte di Claudia Minutillo: il finanziamento della maggior parte delle opere di ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo da parte della «Mantovani»; il versamento nel 2005 di 50 mila euro nel suo conto corrente alla «S.M.International Bank» di San Marino. Restano in piedi soprattutto le accuse mosse da Giovanni Mazzacurati, che racconta di aver consegnato uno stipendio annuo di un milione di euro in modo da ottenere il via libera dalla Commissione regionale per la Salvaguardia e per la Valutazione di impatto ambientale. Inoltre dovrà ancora rispondere di aver fatto intestare al suo commercialista Paolo Venuti le quote di «Adria Infrastrutture » e di «Nordest Media ». Infine, rimane indagato per la ristrutturazione della barchessa di villa Rodella, lavori eseguiti dopo quelli sul corpo principale dell’edificio, mai pagati a chi li portò a termine abbondantemente dopo il 22 luglio 2008. Per quanto riguarda Mazzacurati e il Mose, nel suo memoriale, Galan cerca di convincere gli inquirenti che lui, anche nel ruolo di presidente della Regione Veneto, avrebbe avuto un ruolo molto marginale. Scrive infatti: «Mazzacurati mi chiese di non mancare mai al Comitato interministeriale per la salvaguardia della laguna di Venezia, riunioni a cui partecipai sempre anche se molto spesso avevo la sensazione che la mia partecipazione fosse quanto meno “ultronea”, tutto del resto era già stato elaborato e deciso in altra sede, quella romana… Del resto tutto ciò non mi meraviglia affatto: il Mose era ed è un’opera statale, a contare sono solo i ministeri». Gli investigatori del Nucleo di Polizia tributaria, anche in vista del Tribunale del riesame, hanno raccolto la testimonianza di Stefano Boato, docente allo Iuav e rappresentante del ministero dell’Ambiente per 12 anni in Commissione di salvaguardia. Boato smentisce Galan (si veda l’intervista qui sotto,ndr), sostenendo che nei «Comitatoni» del 2003, governo Berlusconi, e del 2006, governo Prodi, l’allora governatore veneto ebbe un ruolo notevole sia per far avviare i lavori alle bocche di Porto per il Mose sia a ribadirne l’importanza tre vanni dopo. Non solo, quando nel 2004 toccò alla Commissione regionale di salvaguardia dare le autorizzazioni per gli interventi in laguna per la prima e unica volta si presentò proprio Galan a presiederla (sempre ha avuto il compito di farlo un dirigente regionale delegato dal presidente) e avrebbe imposto di votare (passò a maggioranza il via libera) anche se nessuno aveva ancora potuto leggere le decine di faldoni. A influire sulla decisione del Tribunale del riesame potrebbero essere stati decisivi gli stralci dei verbali degli imprenditori depositati dal pubblici ministeri Stefano Anciltto e Paola Tonini. «Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata…». Sarebbero esattamente queste, secondo l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, interrogato dai pm,le parole con cui Galan gli si sarebbe rivolto dopo averlo invitato a «mettersi d’accordo » con l’ex assessore Renato Chisso in relazione alla possibilità di sviluppare un immobile di importanza strategica per la Regione». «A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole», ha aggiunto Mevorach, «gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore ». L’episodio sarebbe avvenuto in Croazia, dove, secondo Galan, Mevorach gli avrebbe invece parlato di 300mila euro consegnati alla segretaria, Claudia Minutillo. «Non avendo mai consegnato alcunché né a lui né alla Minutillo o ad altri non so spiegarmi come possa riferire, in maniera falsa e fantasiosa, del racconto da parte mia della consegna di 300mila euro», ha concluso, sottolineando dinon aver «mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti». «Preciso, anzi, che Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho mai aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, Galan mi ha più volte apostrofato in modo poco simpatico ». Importante anche il racconto fatto da un altro imprenditore veneziano, Pierluigi Alesandri della Sacaim: ha riferito di dazioni fatte a Galan in mini tranche da 50mila fino a 15mila euro, per un totale di 115mila, per far lavorare la propria azienda nelle opere pubbliche, perchè – ha affermato – «purtroppo il sistema era questo ». Alessandri ha aggiunto che, su invito di Galan, avrebbe dato 30mila euro anche all’ex assessore Renato Chisso. L’ex titolare della Sacaim ha parlato inoltre di un corrispettivo di 100mila euro con una sola fattura da 25mila euro, mai onorata, per lavori fatti dalla sua azienda fino al 2009 nella villa di Cinto Euganeo. Da ricordare che il Tribunale ha anche dichiarato «manifestamente infondata» la questione di legittimità costituzionale avanzata dagli avvocati di Galan, che hanno sostenuto in udienza che l’articolo 34 del codice di procedura penale sull’incompatibilità determinata da atti compiuti nel procedimento dal magistrato dovrebbe riguardare anche il giudice del Riesame.

Giorgio Cecchetti

 

I pm Ancilotto Buccini e Tonini sono soddisfatti per la ordinanza del Tribunale del riesame che ha confermato la solidità dell’inchiesta sul Mose e delle accuse

I difensori esultano «Cadono molte accuse deve tornare libero»

L’avvocato Franchini: «Ora faremo ricorso in Cassazione Giancarlo è sempre battagliero, l’ho incontrato in carcere»

PADOVA – Vince la Procura, ma la difesa esulta: Giancarlo Galan resta in carcere anche se la prescrizione ha già cancellato l’80 per cento delle accuse contestate al deputato di Forza Italia dal Gip Alberto Scaramuzza, che il 4 giugno ha fatto scattare il blitz con i 35 arresti per lo scandalo del Mose. E i difensori Niccolò Ghedini e Antonio Franchini quasi quasi esultano, se non fosse che l’ex ministro resta ancora rinchiuso a Opera di Milano: «Il ricorso in Cassazione è già pronto, penso che a settembre ci sarà la sentenza: la prescrizione ha cancellato il presupposto giuridico che sta alla base della custodia cautelare e quindi l’onorevole Galan deve ottenere i domiciliari. Ieri lo abbiamo incontrato nella sua cella. E’ dimagrito, soffre sempre di diabete però non ha perso il buon umore. Il suo carattere battagliero non è stato scalfito dalla detenzione, che sta diventando disumana e contraria all’articolo 273 del cpp che vieta la carcerazione per i fatti caduti in prescrizione», dicono Ghedini e Franchini. Prescrizione: il colpo di spugna che scatta quando l’azione penale non può essere esercitata perché è trascorso troppo tempo, che salva l’indagato quando la macchina della giustizia è lenta perché oberata da troppi processi. Il copione si ripete come ai tempi di Tangentopoli, con big della politica assolti senza entrare nelle aule dei tribunali, ma il record delle prescrizioni spetta ovviamente a Berlusconi che ne conta sette, che si sommano ai 9 procedimenti archiviati, alle 11 assoluzioni per insussistenza del fatto e perché il fatto non costituisce più reato; ai due processi amnistiati e all’unica condanna definitiva nel processo Mediaset che lo ha fatto decadere da senatore con la legge Severino. Due mesi dopo il blitz dello scandalo Mose, l’unico big della politica uscito di scena è l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che si è dimesso dall’incarico, mentre Galan e Renato Chisso sono rinchiusi in carcere, alla pari di Marco Mario Genovese, ex deputato ed ex segretario di Tremonti: la prescrizione per Galan cancella tutte le accuse contestate fino al 22 luglio 2008 ma per gli altri indagati la situazione è diversa. E se i tre pm di Venezia Stefano Ancilotto, Stefano Bucccini e Paola Tonini si dichiarano soddisfatti dell’ordinanza del Riesame che ha confermato il carcere per Galan, di avviso opposto sono i difensori del deputato di Forza Italia. «Ma quale colpo di spugna, qui restano in piedi solo le accuse legate ad Adria Infrastrutture e a quello stipendio di un milione di euro che Mazzacurati sostiene di aver versato a Galan nel 2009-10 e 11. Tutto il resto è cancellato: siamo molto ottimisti per il processo», dicono Ghedini e Franchini, «perché dopo aver letto gli atti dell’inchiesta emerge che non ci sono le prove dei versamenti effettuati.Ne parla solo Mazzacurati, in aperta contraddizione con le dichiarazioni di Piergiorgio Baita secondo il quale i pagamenti avvenivano solo per le campagne elettorali e mai per i lavori del Mose. Siamo sorpresi e amareggiati per la decisione del tribunale del riesame che doveva concedere gli arresti domiciliari». Di ritorno dal carcere di Opera, l’avvocato Antonio Franchini torna a parlare del suo incontro con il deputato padovano: «Ho visto Giancarlo sereno, si vuole difendere fino in fondo, sempre battagliero. È ricoverato nel centro clinico di Opera in una stanza da solo e soffre di una glicemia molto alta, è un diabetico cronico. Aspettiamo di leggere le motivazioni dell’ordinanza del Riesame e poi presenteremo ricorso in Cassazione. La prescrizione ha cancellato quasi tutte le accuse, restano solo le fantasiosi affermazioni di Mazzacurati, ma non esistono date, luoghi e circostanze precise dei presunti pagamenti dello stipendio annuo di 1 milione di euro. E per il 2011 la competenza spetta al tribunale dei ministri perché all’epoca Galan ricopriva il ruolo di ministro dell’ Agricoltura e poi della Cultura. Non è possibile costruire un processo sulla base delle affermazioni generiche di Mazzacurarti che non trovano riscontro nelle deposizioni di Baita e nemmeno della Minutillo». E quei dieci imprenditori citatida Galan come finanziatori della sua campagna elettorale del 2005, molti dei quali hanno smentito? «Si tratta di una iniziativa autonoma del deputato padovano, proprio per dimostrare la sua volontà di collaborare con la giustizia e di dire la verità sui costi della politica», concludono Niccolò Ghedini e Antonio Franchini.

Albino Salmaso

 

Boato: «Così venne approvato il Mose»

Il professore sentito dagli inquirenti giovedì per sapere quanto pesò l’ex governatore in Salvaguardia

la votazione Ci impose di votare senza esaminare i fascicoli. Uscimmo per protesta

VENEZIA – Giancarlo Galan prova a ricostruire la storia a suo uso e consumo, raccontando che il ruolo del presidente della Regione nelle decisioni del Mose era ininfluente: non c’era motivo per cui l’ingegner Mazzacurati gli desse dei soldi. Peccato che la storia lasci in giro dei testimoni. Uno è Stefano Boato, che con gli scandali non ha niente a che fare, ma che del Mose sa tutto, avendo fatto parte della Commissione di Salvaguardia, l’unico organismo tecnico che abbia mai dato un parere sul Mose. Parere favorevole, strappato da Galan con un autentico blitz. E remunerato, ha rivelato Mazzacurati nell’interrogatorio del 31 luglio 2013 ai Pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, «con un regalo extra da mezzo milione». Boato è professore universitario, insegna pianificazione territoriale e ambientale. Fa parte della Commissione di Salvaguardia come tecnico, in rappresentanza del ministero dell’Ambiente. Giovedì è stato convocato dagli inquirenti. Cosa volevano sapere? «Se Galan, da governatore, ha avuto importanza o no nell’approvazione del Mose». La sua risposta? «Ho detto di sì per due motivi. Il primo è che Galan ha partecipato a due Comitatoni, nel 2003 con Berlusconi e nel 2006 con Prodi, approvando e avviando politicamente il Mose con Berlusconi, poi rinunciando alle verifiche di qualità e merito con Prodi, verifiche che erano doverose ». Nel Comitatone c’è anche il Comune di Venezia. «Sì malo Stato pesa più di tutti, perché ha il voto del presidente più i ministri. Nel 2003 il Comune di Venezia fu corresponsabile, in quanto il sindaco Costa subordinò l’accordo a 11 prescrizioni farsa. Ma nel 2006 il Comune con Cacciari sindaco votò contro; lo Stato dette un solo voto, perché Prodi per superare le divergenze nel governo votò anche per conto dei ministri, altra follia accaduta; il terzo decisore favorevole fu Galan». Altro che ininfluente, allora. «Galan è protagonista e coautore di una decisione presa con comportamenti da kamikaze. Io c’ero e so di cosa parlo: veniva con la maglietta e su scritto Viva il Mose. Roba da matti per il livello richiesto». Lei ha parlato di due motivi. «Galan ha contato molto di più a livello tecnico: i Comitatoni davano l’approvazione politica, senza l’ok ai progetti non si andava avanti. Il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici è stato saltato. La commissione Via nazionale è stata disattesa. L’unico voto tecnico sul Mose è stato dato in Commissione Salvaguardia. In 15 anni Galan non era mai venuto a presiederla, si presentò solo quella volta». Che anno era? «Fine 2003, inizio 2004. Teorizzò l’esatto contrario di quello che dicono la legge e l’esperienza della Commissione, la quale ha sempre votato sul merito. Essendoci già due pareri positivi, quello del Magistrato alle Acque e quello del ministero dei Beni culturali di Roma, peraltro avversato dalla Soprintendenza di Venezia, disse che bastava prendere atto e votare a favore, seduta stante». E il giudizio di merito? «Il giudizio di merito era in 82 fascicoli, che bisognava esaminare. Avevamo tre mesi di tempo, ne avevamo cominciati 9, tre per seduta, ne mancavano 73. Ogni fascicolo è un malloppo di 400-500 pagine, con progetti e relazioni. Galan impose la decisione con la sua maggioranza. Così il Magistrato alle Acque, che era sotto esame, approvava se stesso». In Commissione Salvaguardia quante persone ci sono? «Minimo 14 perché siano validi i voti. Siamo usciti in cinque o sei commissari, rifiutandoci di avallare il comportamento. Ma non fu sufficiente, loro avevano fatto i conti con precisione sul numero legale». Su cosa votarono, visto che non avevano visionato i progetti? «Un attimo dopo che eravamo usciti dalla porta, spuntò un documento che nessuno aveva visto prima, ovviamente scritto dal Consorzio Venezia Nuova, anche se non lo potrà mai dimostrare. Pieno di follie. In mezz’ora lo approvarono. Decidendo tra l’altro che da quel momento la Commissione Salvaguardia non si sarebbe più occupata del Mose».

Renzo Mazzaro

 

gli altri indagati

Patteggia anche l’architetto del nero

     ha chiesto di uscire dall’inchiesta per una pena di 15 mesi

VENEZIA – Anche lo svizzero        , che non è stato arrestato, ma che si trova indagato nella vicenda Mose di frode fiscale assieme a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson ha raggiunto l’accordo con i pubblici ministeri per patteggiare. La pena su cui il difensore, l’avvocato Antonio Franchini, ha trovato l’accordo è quella di un anno e tre mesi di reclusione.                      avrebbe concorso in qualità di consulente finanziario ad ideare la formazione di fondi neri in Svizzera attraverso la sovra fatturazione per l’acquisto in Croazia dei sassi da affondare alle bocche di porto in laguna, tutto a favore della «Mantovani ». Intanto altri due indagati che hanno raggiunto l’accordo con la Procura per patteggiare la pena vogliono precisare la loro posizione. Il difensore dell’imprenditore di Cavarzere delle coop rosse Franco Morbiolo (un anno), l’avvocato Massimo Benozzati, spiega che la decisione è stata molto sofferta per l’indagato, che è rimasto coinvolto in questa vicenda «in ragione del ruolo formale che rivestiva nel Coveco e non certo per un suo sostanziale coinvolgimento». Per gli avvocati Loris Tosi e Franchini, che difendono l’ingegner Maria Teresa Brotto (due anni) «l’indagata ha sempre svolto funzioni tecniche all’interno del Consorzio Venezia Nuova e non ha mai preso parte alle decisioni relative alle illecite dazioni», come ha dichiarato lo stesso Giovanni Mazzacurati. È accusata di concorso in corruzione e «nella consapevolezza che perseguire un positivo accertamento della sua estraneità ai reati contestati», sostengono i due legali, «che pure qui viene riaffermata, significherebbe affrontare un percorso processuale estremamente lungo e complesso, costantemente accompagnato da clamore mediatico e certamente non propizio a fare trovare una nuova collocazione professionale nel privato, necessariamente esterna ed estranea al Consorzio, col che il danno personale e familiare, effetto di una scelta positiva di difesa nel dibattimento, sarebbe enorme». Per questo ha scelto di uscire con il patteggiamento.

(g.c.)

 

la proposta

«Renzi dirotti al Comune i soldi del Consorzio»

Bettin e Caccia: «Basterebbe ridurre dal 12 al 6 per cento le spese di gestione»

I soldi per salvare il bilancio del Comune arrivino dal Consorzio Venezia Nuova, attraverso la riduzione dal 12 attuale al 6 per cento della percentuale sulle spese di gestione per il Mose e le opere di salvaguardia in laguna affidate all’associazione di imprese che è concessionario unico. È la proposta che indirizzano al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al commissario straordinario Vittorio Zappalorto – che guida ora il Comune – con una lettera aperta l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin e Beppe Caccia, dell’Associazione In Comune, già consigliere comunale. Di fronte alle «tensioni sociali che scelte di taglio indiscriminato del Welfare e alle retribuzioni dei dipendenti comunali comporterebbero », Bettin e Caccia avanzano quella che definiscono «una concretissima proposta»per il superamento delle attuali difficoltà di bilancio del Comune di Venezia e per un iniziale risarcimento alla città, che è «la prima vittima del sistema della corruzione legato al progetto Mose». Bettin e Caccia sottolineano infatti che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6. In questo momento sono in ballo oltre 1.250 milioni di Euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle Bocche di porto. «Con un semplice e immediato provvedimento del Governo – propongono Bettin e Caccia – si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di Euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015». Bettin e Caccia concludono, chiedendo a Renzi e Zappalorto “un atto di innovazione e di coraggio, che consenta davvero a Venezia di voltare pagina e di iniziare una fase politica e amministrativa nuova partendo col piede giusto”.

 

Gazzettino – Galan deve restare in carcere

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3

ago

2014

CASO MOSE L’ex padrone della villa di Cinto: «I soldi in nero li portava la moglie». Alessandri: «Diedi 30mila euro a Chisso»

Galan deve restare in carcere

Il Tribunale del riesame respinge anche la richiesta di arresti domiciliari. Prescritti i reati precedenti al 2008

DECISIONE – Respinto il ricorso dei difensori di Giancarlo Galan. Il tribunale della libertà: l’ex governatore del Veneto deve restare in carcere.

RIVELAZIONI – L’ex proprietario della villa di Cinto Euganeo: «Mi fu pagata in parte in nero, i soldi li portava la moglie di Galan». Nuova accusa dal costruttore Alessandri: «Tangente da 30mila euro a Chisso».

Il venditore: «Il costo reale fu di un milione e 800mila euro»

DIFENSORE – Franchini: «Sono sparite l’80 per cento delle accuse. Ora ci concentriamo sulle ipotesi rimanenti»

I GIUDICI DEL RIESAME – Confermata l’ordinanza di arresto per corruzione a carico dell’ex governatore

LA PRESCRIZIONE – Non più perseguibili tutti i reati che risalgono a prima del luglio 2008

Galan resta in carcere negati anche i domiciliari

Sarà una lunga estate in carcere per Giancarlo Galan. Il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alberto Scaramuzza, ritenendo che vi siano gravi indizi di colpevolezza a suo carico e che sussista il rischio di reiterazione di reati dello stesso tipo.
Il dispositivo dell’ordinanza è stato depositato poco dopo le 13 di ieri e subito notificato ai difensori dell’ex Doge del Veneto, gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini: quest’ultimo era a Milano, nel carcere di Opera, a far visita al suo assistito.
Il collegio presieduto da Angelo Risi (a latere Daniela Defazio e Sonia Bello) ha rilevato l’avvenuta prescrizione di tutti gli episodi precedenti al 22 luglio 2008, per i quali a quella data (giorni di esecuzione della misura cautelare) era già trascorso il termine massimo di sei anni, oltre al quale non è più possibile perseguire i reati. Dunque l’ordinanza è stata annullata in relazione a tutte le dazioni antecedenti il 22 luglio 2008, e cioè i finanziamenti elettorali consegnati da Baita, i 200mila euro che sarebbero stati versati all’hotel Santa Chiara di Venezia, una parte dei finanziamenti per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, il versamento di 50mila euro avvenuto nel 2005 presso un conto corrente in una banca di San Marino.
L’ordinanza è stata invece confermata in relazione a tutte le altre accuse per le quali il tempo a dispsizione per definire l’eventuale processo sarà di 7 anni e mezzo (l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare costituisce, infatti, atto interruttivo e, di conseguenza, la prescrizione si allunga di un terzo). Le motivazioni saranno depositate verso la metà della prossima settimana.
Il Tribunale ha rigettato le altre eccezioni preliminari proposte dalla difesa e ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità Costituzionale avanzata con riferimento all’articolo 111 della Costituzione (il “giusto processo”) e all’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’uomo, ovvero l’asserita incompatibilità di uno dei giudici che, in sede di Riesame, si è già pronunciato nelle scorse settimane sulle posizioni degli altri coindagati.
Di ritorno da Milano l’avvocato Franchini ha riferito di aver incontrato Galan e di averlo trovato «tranquillo, sereno e battagliero». Quanto all’ordinanza del Tribunale, il legale ha dichiarato che si sarebbe aspettato qualcosa di più, almeno la concessione dei domiciliari, ma per la difesa ci sono anche lati positivi: «Il processo viene molto ridimensionato attraverso la dichiarazione di prescrizione dell’80 per cento delle accuse: ora ci concentreremo sul rimanente», ha spiegato Franchini, domandandosi come il gip abbia potuto emettere un’ordinanza di custodia cautelare su episodi non più giudicabili. «Faremo ricorso per Cassazione: a nostro avviso tutti gli episodi contestati dall’aprile 2010 sono di competenza del Tribunale per i ministri; è lo stesso Mazzacurati a dichiarare che Galan fu pagato in qualità di ministro».
In merito ai reati non prescritti (gli “stipendi” di Mazzacurati della seconda metà 2008, del 2009 e 2010 e le quote della società Adria Infrastrutture), Franchini sostiene che nel merito Galan dimostrerà l’infondatezza delle accuse: «È lo stesso Baita a smentire Mazzacurati quando dichiara che non ci furono pagamenti sistematici, ma soltanto occasionali».
Il Riesame ha rigettato ieri anche il ricorso dell’imprenditore Andrea Rismondo, confermando per lui l’obbligo di dimora a Preganziol, e ha disposto la remissione in libertà dell’ex giudice della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, ai domiciliari dal 4 giugno con l’accusa di corruzione per somme di denaro incassate per sveltire l’iter dei contratti del Consorzio Venezia Nuova. Gli indizi sono gravi, ma i giudici ritengono che non sussistano le esigenze cautelari, anche perché l’indagato è in pensione da tempo.

 

Mevorach: «Dice il falso, forse vuole vendicarsi»

«Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
Lo ha dichiarato l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, chiamato in causa nel memoriale di Galan e indicato come uno degli imprenditori che finanziarono nel 2005 la sua campagna elettorale. Galan ha sostenuto che i soldi versati da Mevorach e dal bellunese Giampietro Zannoni (Finest) sarebbero stati trattenuti dall’allora segretaria Claudia Minutillo. Circostanza negata da Mevorach, il quale racconta che fu Galan a chiedergli soldi (richiesta da lui respinta). E negata da Zannoni che, davanti ai pm ha dichiarato di «non conoscere la signora Claudia Minutillo, di non averla mai incontrata e di non averle mai consegnato somme di denaro». Zannoni ha annunciato di «valutare ogni azione legale nei confronti dell’onorevole Galan».

 

«A Galan 115mila euro in tre rate e altri 100mila con i lavori in villa»

Il professionista: «In quel cantiere hanno lavorato 60-70 persone»

RIVELAZIONI Gli interrogatori del proprietario della dimora di Cinto Euganeo acquistata da Galan e dell’architetto che ha visionato imponenti lavori di restauro su una superficie di circa 1700 metri quadrati

«Villa pagata con un milione e 100mila euro in nero. Li portava la moglie»

VENEZIA – Per acquistare villa Rodella, a Cinto Euganeo, l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, avrebbe dichiarato il falso nell’atto di rogito davanti al notaio, attestando nel 2005 un prezzo di 700mila euro, mentre la somma effettivamente concordata per la compravendita era di un milione e 800mila euro.
A raccontarlo alla Guardia di Finanza è stato il precedente proprietario, il medico siciliano Salvatore Romano, il quale ha spiegato che il rimanente, un milione e 100mila euro, fu «corrisposto in contanti prima del rogito in varie tranches. I contanti ci sono stati consegnati da familiari di Galan Giancarlo presso l’abitazione dove vivo tutt’ora. Lui ancora non era sposato ma veniva a portare i soldi la sua attuale moglie, Persegato Sandra. Mi pare sia venuta in cinque o sei occasioni…»
Versione confermata dalla moglie, Maria Nunzia Piccolo, la quale ricorda ancora il notevole «dispendio di forze» messe in campo successivamente per i lavori di ristrutturazione.
In relazione ai lavori di ristrutturazione della villa, gli inquirenti hanno ascoltato numerosi testimoni. Diego Zanaica, socio di minoranza della società che si occupò dei lavori, la Archigest (di proprietà per il 60 per cento della Tecnostudio dell’architetto Danilo Turato), parla di lavori per 7-800mila euro. «Al momento della vendita l’immobile non era del tutto abitabile», ha precisato il dottor Romano, ricordando che davanti al notaio si presentò anche il commercialista di fiducia di Galan, Paolo Venuti, tutt’ora in carcere per concorso in corruzione. L’architetto Luca Ruffin, il professionista che per il medico siciliano aveva curato alcuni lavori prima della vendita, ha confermato che erano necessari molti lavori di restauro, per un importo considerevole, superiore a quello indicata da Zanaica: «Villa Rodella è un immobile di 1700 metri quadrati, con oltre 14mila metri di parco: il restauro più blando non poteva costare meno di 1000 euro al metro, anche perché l’immobile è stato venduto al grezzo».
Ruffin ha raccontato di aver visitato la villa nel 2006 a lavori conclusi e racconta di un impianto di videosorveglianza con telecamere a domotica del costo di almeno 30mila euro, nonché di una serie di finiture di grande pregio: bassorilievi con stucchi alla veneziana e lo studio di Galan rivestito totalmente in radica di noce «Per quanto ne so gli stuccatori che hanno lavorato a villa Rodella sono gli stessi che hanno lavorato a palazzo Ferro-Fini a Venezia (la sede del Consiglio regionale, ndr). Lo stesso anche per quanto attiene i tendaggi. E ancora «tappeti persiani per importi rilevanti e mobili di antiquariato». Degli impianti elettrici si occupò la Gemmo Impianti di Arcugnano. Nel cantiere di Cinto, ricorda l’architetto Ruffin, operarono per un anno «60-70 persone che per mesi hanno lavorato solo in quel cantiere. Tutti in paese ricordano la fila delle macchine degli operai parcheggiate lungo le strade…»
L’architetto ricorda anche la faraonica festa di matrimonio per i 50 anni del Doge del Veneto, il 10 settembre del 2006, nella villa appena restaurata. «Tra i regali vi era un trattore Carraro da 30mila euro ed una serie di oggetti da svariate migliaia di euro: ogni presente per partecipare doveva scegliere un regalo. Io personalmente ho preso uno dei meno costosi, spendendo 350 euro…». (gla)

Galan «aveva un peso incredibile, insomma non si muoveva foglia…». Stefano Tomarelli, manager nel direttivo del Cvn per conto della società Condotte, ha parlato del ruolo e degli interventi dell’allora presidente della Regione in alcune pratiche relative al Mose. In particolare per quanto riguarda l’iter autorizzativo dei “cassoni” di alloggiamento delle paratoie. Nell’interrogatorio sostenuto il 25 giugno, Tomarelli parla di un rapporto privilegiato di Galan con Mazzacurati e Baita. E ha ricordato una cerimonia all’Arsenale in cui Galan «fece uno sproloquio della bravura dell’ingegner Baita… che ci rimase a bocca aperta».

 

Tomarelli: «Quell’elogio per Baita…»

PROVE D’ACCUSA – Le dichiarazioni inedite del costruttore veneziano entrate nell’istruttoria

I VERBALI Pierluigi Alessandri, ex presidente Sacaim «Diedi 30mila euro a Chisso li prese come cosa dovuta»

«Mi fu detto dal governatore di essere “generoso” come ero stato con lui per avere appalti, ma poi dalla Regione ho ricevuto solo poche briciole»

VENEZIA – (gla) Pagare il presidente della Regione non fu sufficiente per poter essere ammesso nella “cerchia degli imprenditori amici”. L’ex presidente della Sacaim, Pierluigi Alessandri, ha raccontato di essere stato costretto a versare una “mazzetta” anche a Renato Chisso: 30mila euro, a lui consegnati personalmente nel febbraio del 2010, all’hotel Laguna Palace di Mestre, dopo una serie di incontri nel corso dei quali l’assessore alle Infrastrutture aveva sollecitato i pagamenti.
Il nuovo episodio di presunta corruzione – recente e non coperto da prescrizione – è stato messo a verbale mercoledì mattina dall’imprenditore, originario di Padova, ora residente a Venezia, nel corso di un interrogatorio avvenuto in Procura, di fronte al sostituto procuratore Stefano Ancilotto. «Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta», ha dichiarato l’ex presidente di Sacaim, precisando che l’accreditamento presso Galan era condizione necessaria per poter lavorare, ma non sempre sufficiente, in quanto nei settori di stretta competenza dell’assessore Chisso era comunque necessario “accreditarsi” ulteriormente con dazioni di denaro a quest’ultimo».
Alessandri ha spiegato che fu Galan a metterlo in contatto con Chisso, consigliandolo «di tenere condotta analoga a quella avuta con lui, cioè di mostrarmi “generoso” nelle elargizioni al fine di poter godere di un trattamento di favore nell’assegnazione dei lavori pubblici».
Alessandri ha raccontato che, fino a quel momento, aveva avuto difficoltà con l’assessore alle Infrastrutture che «tirava sempre fuori delle scuse…», facendogli capire che «Baita osteggiava la mia impresa… e Chisso era molto sensibile alle indicazioni di Baita».
Dopo il pagamento della “mazzetta”, comunque, le cose non sarebbero cambiate di molto: «Alla fine a Sacaim sono arrivate solo le “briciole” degli appalti finanziati dalla Regione», ha dichiarato Alessandri, ricordando che, ad esempio, Sacaim fu esclusa dal primo lotto dell’autostrada Venezia-Trieste. Con lui Chisso «tentennò e temporreggiò, ma mi fece capire che non c’erano spazi di manovra…». L’associazione temporanea di imprese che si aggiudicò i lavori «era composta da Impregilo, Carron, Coveco e Mantovani».
Quanto a Galan, Alessandri ha dichiarato di avergli versato 115mila euro in più rate: 50mila nel maggio-giugno del 2006, 15mila nel dicembre 2006, 50mila all’inizio del 2007. Soldi consegnati nella villa di Cinto Euganeo e in parte a casa della figlia di Alessandri, a Monticelli di Monselice, «dove Galan passava ogni tanto a salutare». Ad effettuare le consegne sarebbe stata l’ignara figlia di Alessandri, all’interno di buste chiuse: «Il Galan poi mi ringraziò delle somme ricevute».
Successivamente si occupò di alcuni lavori di restauro della villa di Cinto Euganeo dell’ex Governatore, per circa 100mila euro: «A fronte di tali lavori, solo formalmente, è stata emessa una modesta fattura per 25mila euro, che ovviamente non è stata pagata», ha spiegato l’ex presidente della Sacaim, precisando che successivamente, quando la società finì in amministrazione straordinaria, fu mandato un «generico sollecito il cui unico scopo era quello di cautelarsi nei confronti dei commissari».
I lavori terminarono nel 2009 e la fattura fittizia fu emessa nel 2010 dalla Sacaim alla società Archigest dell’architetto Danilo Turato, il professionista che si occupò dei restauri per conto di Galan. Quella fattura serviva a «giustificare la presenza del personale e i costi di materiale e trasporto in caso di controlli», ha precisato Alessandri.
«Tali somme e tali favori sono stati da me corrisposti a Galan in virtù del suo ruolo di Governatore della Regione Veneto e per avere la possibilità di entrare nella schiera di imprenditori “amici” che potevano fruire di trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori».

 

SCANDALO MOSE – L’ex governatore sosteneva che nel 2005 il costruttore versò 300mila euro, trattenuti dalla Minutillo

«Galan mi disse: devi pagare»

Parla l’imprenditore mestrino Mevorach: «Chiedevo di lavorare per la Regione, ma non ho dato un centesimo»

VENDETTA «Prese male il mio rifiuto, “non finisce qui” mi disse»

IL SISTEMA «C’erano voci su come funzionava ma la mia sorpresa fu enorme»

«Non c’entro. Perchè Galan dice che gli ho dato soldi in nero? Forse si sta vendicando proprio perchè gli ho detto di no e non gli ho dato un centesimo.» L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach rompe il silenzio. I magistrati che indagano sul “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan.

 

IL COINVOLGIMENTO – L’imprenditore è stato citato nel memoriale dell’ex governatore

IL RUOLO – Secondo l’ex ministro avrebbe pagato 300mila euro nel 2005

L’INCONTRO A ROVIGNO «Mi apostrofò proprio perchè mi ero rifiutato di versargli il denaro»

IMPRENDITORE – Andrea Mevorach, imprenditore veneziano, citato da Galan nel suo memoriale difensiovo come uno dei grandi finanziatori dell’ex governatore

Mevorach: «Io, vittima di Galan»

«Gli chiesi se potevo lavorare per la Regione, mi rispose che dovevo pagare. E mi chiuse le porte»

«Non c’entro davvero nulla, come ha accertato la stessa Procura. Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach può finalmente parlare. I magistrati che indagano sul cosidetto “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo, cercando in tal modo di screditare le dichiarazioni accusatorie della donna. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan, così come hanno fatto anche gli altri imprenditori citati dall’ex Governatore del Veneto.
Si aspettava queste dichiarazioni di Galan?
«Non me lo sarei mai aspettato di essere tirato in ballo in questo modo – spiega Mevorach – Galan lo conosco bene e per un certo periodo abbiamo avuto rapporti di cordialità, che si sono rotti tra il 2006 e il 2007: in occasione di un incontro conviviale gli avevo chiesto se potessi lavorare anche per la Regione e lui mi rispose che avrei dovuto pagare, mettendomi d’accordo con l’assessore Chisso. Io rifiutai e da allora non ho più avuto rapporti con lui. Alla fine di quell’incontro Galan mi disse che non si sarebbe dimenticato del mio rifiuto: “Non finisce qui”, mi annunciò…»
Fino a quel momento non le era mai stato chiesto di pagare per lavorare?
«Nell’ambiente veneziano c’erano da sempre voci sul “sistema Mose”, ma di fronte alla richiesta di Galan la mia sorpresa fu enorme. Ne seguì un forte scontro e abbiamo rotto i rapporti: per la Regione non ho mai lavorato. Le porte mi si sono chiuse definitivamente».
Perché non ha denunciato il fatto?
«Non sono un baruffante, e poi sono una semplice briciola in un sistema ben più grande… Dunque ho lasciato stare».
La difesa di Galan sostiene di avere testimoni in grado di confermare che Lei ha finanziato Galan versando i soldi alla Minutillo.
«Impossibile! Non ci sono testimoni, a meno che non trovino qualcuno del suo enturage, testimoni artificiosi, come è accaduto con le “olgettine”…»
Ha intenzione di denunciare Galan per calunnia?
«Come dicevo non sono un baruffante… Non ho intenzione di fare denunce, anche se questa storia per me è stata una tegola spaventosa: spero soltanto di uscirne il prima possibile».

«Non ho mai versato a Galan o alla sua segretaria o ad altre persone a lui riconducibili contributi per campagne elettorali o somme ad altro titolo. Preciso anzi che il Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, il Galan in più occasioni mi ha apostrofato in modo poco simpatico».
Si apre così il verbale sottoscritto da Andrea Mevorach, di fronte al pm Stefano Ancilotto e due militari della Guardia di Finanza. L’mprenditore veneziano definisce «assolutamente falsa e fantasiosa» la versione fornita da Galan nel memoriale depositato agli inquirenti, secondo la quale Mevorach si era lamentato con lui sostenendo di non essere stato ringraziato per un contributo di 300mila euro versato alla Minutillo nel 2005: «Ribadisco che non ho mai consegnato somme di denaro a Claudia Minutillo e non ho mai raccontato al Galan di averglieli consegnati – ha precisato l’imprenditore – Non ho mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti».
Mevorach ha riferito, al contrario, che sarebbe stato Galan a chiedergli di pagare, nel corso di un incontro avvenuto a Rovigno, in Croazia, all’inizio dell’estate del 2006 o 2007. L’imprenditore racconta che, in quell’occasione gli aveva proposto di sviluppare un immobile di importanza strategia per la Regione: «Galan mi rispose affermatvamente, ma precisandomi che prima avrei dovuto “mettermi d’accordo” con l’assessore Renato Chisso. Gli chiesi cosa intendesse con quella frase e lui mi rispose: “Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata”. A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole: gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore, mandandolo a quel paese».

(gla)

 

IL BLITZ – Il 4 giugno alle 4 34 persone agli arresti tra queste il sindaco

LE CONSEGUENZE Cade la Giunta e viene nominato un commissario

CHISSO – Assessore regionale, presto destituito, è ancora in carcere

Quella retata storica che ha decapitato Venezia

MOSE – Le indagini della magistratura veneziana colpiscono sia tra gli uomini di destra che di sinistra

DUE MESI FA – La grande retata che decapitò Venezia

ORSONI – Per lui arrivano i domiciliari e subito dopo la perdita della carica

di Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Sono passati due mesi da quel 4 giugno che ha cambiato la storia recente di Venezia portando alla luce un fiume in piena di denaro pubblico che è stato utilizzato per corrompere mezzo Veneto. Così il Mose dal 4 giugno non è più sinonimo di dighe mobili che salvano Venezia dall’acqua alta e diventa invece il nome-simbolo del malaffare e della corruzione. Alle 4 del mattino scatta il blitz della Guardia di Finanza che ammanetta 34 persone. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Sono solo arresti domiciliari e solo per finanziamento illecito ai partiti, ma si tratta di un terremoto per la vita della città. L’arresto di Orsoni infatti porterà in pochissimo tempo alla caduta della Giunta e alla nomina di un Commissario straordinario.

LA CADUTA DEGLI DEI

Anche in Regione succede il finimondo perché la Procura veneziana chiede l’arresto di Giancarlo Galan, deputato ed ex Ministro della Repubblica dopo essere stato per 15 anni Governatore del Veneto. E’ uno degli uomini più potenti del Nord Est ed è accusato di aver percepito dal Consorzio Venezia Nuova uno stipendio annuale di un milione di euro, più benefit di ogni tipo, dalla ristrutturazione di Villa Rodella alla partecipazione societaria occulta in una ditta della Mantovani. Per non finire dietro le sbarre Galan si giocherà tutte le carte possibili e immaginabili, soprattutto a colpi di certificati medici, ma non c’è niente da fare, il 22 luglio, dopo che il Parlamento ha detto sì al suo arresto, anche per lui si aprono le porte del carcere di Opera, a Milano. Il 4 giugno invece erano già finiti in carcere l’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso e il suo segretario Enzo Casarin. Anche il Consorzio Venezia Nuova viene decapitato con l’arresto di Maria Brotto che con Giovanni Mazzacurati dentro il Consorzio decideva di tutto e di più. In manette anche Federico Sutto e Luciano Neri che per anni hanno fatto da “postini” portando le mazzette una volta al Presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta (arrestato), un’altra al Consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (arrestato).

DESTRA E SINISTRA

Sì perché questo scandalo è ecumenico e comprende tutti, destra e sinistra, a cominciare dalle cooperative rosse che per anni hanno sgomitato per sedere al tavolo del Consorzio. Nell’ordinanza del Giudice Alberto Scaramuzza, che dà il via agli arresti, c’è anche il nome di Marco Milanese, braccio destro dell’ex Ministro Giulio Tremonti. Tremonti non è l’unico ministro della Repubblica che compare nelle carte della Procura, ci sono anche Altero Matteoli e Pietro Lunardi. Ma della tranche romana la Procura veneziana si disferà rapidamente – così come dello “scampolo” milanese legato all’Expo 2015 – anche perché quel che resta a Venezia basta e avanza per dar lavoro ad un esercito di avvocati e a mezza Procura veneziana.

LA “CRICCA”

Pensare che tutto era iniziato da una “inchiestina” grazie alla quale si era accertato che gli appalti gestiti dalla Provincia di Venezia erano “pilotati”. Un paio di dirigenti dell’Ufficio tecnico della Provincia erano finiti in manette. Niente di che. L’inchiesta poteva finire lì e invece uno dei p.m. dell’inchiesta Mose, Stefano Ancilotto – che sarà poi affiancato da Paola Tonini e Stefano Buccini – trova il filo rosso che collega la cosiddetta “cricca” in Provincia, ovvero la banda degli appalti, con Lino Brentan, l’amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova. Lino Brentan e i suoi appalti autostradali portano alla Mantovani e a Piergiorgio Baita e Baita porta al Consorzio Venezia Nuova e al mega scandalo Mose. Con contorno di funzionari statali corrotti, a cominciare da un generale della Finanza per finire con poliziotti, agenti dei servizi segreti, presidenti del magistrato alle acque, giudici di Corte dei conti e di Tribunale.

LEGGE CRIMINOGENA

Il saccheggio di soldi pubblici è durato anni, utilizzando vari sistemi. Il primo, legale: il Consorzio Venezia Nuova ha diritto al 12 per cento sull’ammontare dell’opera. Si chiamano “oneri di concessione”. Finora per il Mose lo Stato ha speso 6 miliardi di euro, il 12 per cento di quei 6 miliardi è del Consorzio. Sono quattrini garantiti dalla Legge speciale per Venezia, che il presidente dell’autorità per la lotta alla corruzione, Raffaele Cantone, chiama “legge criminogena” perché affida a privati la gestione dei soldi pubblici. Da questa legge criminogena nasce anche il sistema delle tangenti. Ma non ci sono solo le mazzette, ci sono anche le “liberalità”, che sono un modo per “comprarsi” comunque chi conta, anche se non lo si corrompe. Le mazzette, secondo i conti fatti da Piergiorgio Baita ammontano ad una decina di milioni di euro l’anno, le liberalità e cioè le sponsorizzazioni a squadre di calcio e conventi, a registi e fondazioni più o meno benefiche, ammontano a 80 milioni di euro l’anno. Il totale è 100 milioni all’anno per 10 anni. Un miliardo. Un Mississippi di denaro che affonda Venezia nella vergogna della “corruzione sistemica” come l’ha chiamata Piergiorgio Baita. E adesso, dopo 2 mesi dal blitz del 4 giugno? La stragrande maggioranza degli arrestati ha ammesso e sta patteggiando la pena. In carcere restano solo Renato Chisso, Giancarlo Galan, Enzo Casarin, il generale della Finanza Emilio Spaziante, Marco Milanese, Alessandro Mazzi, Paolo Venuti e Gino Chiarini. Ma non finisce qui.

Monica Andolfatto – Maurizio Dianese

 

EX CONSIGLIERI COMUNALI . Renzo Scarpa: «Assordante silenzio degli ex assessori»

Caccia e Bettin: «Soldi dal Consorzio»

«Ci sarebbero 75 milioni recuperabili per le casse del Comune dai “superguadgni” del Consorzio Venezia Nuova». È quanto affermano Gianfranco Bettin e Beppe Caccia (In Comune) nella lettera inviata ieri al commissario Vittorio Zappalorto e al premier Matteo Renzi. Bettin e Caccia sottolineano che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, «il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6».
«In questo momento – scrivono – ci sono in ballo oltre 1.250 milioni di euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle bocche di porto. Con un “semplice e immediato provvedimento del Governo si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015».
Ma c’è anche un altro ex consigliere comunale che interviene sulla situazione del Comune. Renzo Scarpa parla infatti di «assordante e sconvolgente silenzio dei partiti e degli uomini della coalizione che (non) ha “amministrato” il Comune di Venezia in questi ultimi quattro anni».
«Perché – si chiede Scarpa – non parlano i vari Orsoni, Simionato, Bergamo, Agostini, Filippini, Maggioni, Bettin, Ferrazzi, Farinea, Ghetti, Vettese, Panciera, Rey? Dove sono andati a finire PD, UDC, PSI, Movimento Federalisti e Riformisti, Federazione della Sinistra, In Comune? Quelli che dicevano “state sereni”. Quelli che giuravano che la situazione era sotto controllo e che non c’era da preoccuparsi? Quelli che erano sempre sulle prime pagine dei giornali a rivendicare ruoli e meriti e a dire che erano gli altri a sbagliare con le loro continue richieste di moralità e contenimento delle spese?».
«Assumersi le proprie responsabilità, comunque ed in ogni caso, dovrebbe far parte dell’etica della politica e dell’onestà intellettuale doverosa nei confronti della propria città», conclude Scarpa.

 

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Nella foto Giancarlo Galan (ex governatore Veneto) e Renato Chisso (ex assessore nella giunta Zaia): due dei principali fautori dell’autostrada Orte-Mestre (Romea Commerciale), un mostro mangia-soldi e devastante per l’ambiente e i territori. Entrambi sono attualmente in carcere.

 

Comunicato Stampa Opzione Zero 02/08/2014

La Corte dei Conti blocca la Orte-Mestre: soddisfazione da Opzione Zero e dalla rete Nazionale Stop Or-Me, ma è presto per cantare vittoria.

Il decreto Sblocca Italia voluto dal Governo delle losche intese guidato da Renzi continua a spingere sulle “grandi opere” compresa la Orte-Mestre.

Le inchieste MOSE e EXPO dimostrano come le “grandi opere” costituiscano la vera linfa vitale per le cricche del cemento e per le mafie di tutto il Paese. I Partiti che governano e che vogliono le grandi opere sono coinvolti in pieno.

I Comitati della rete Nazionale Stop Orte-Mestre si danno appuntamento al 20-21 settembre per una giornata di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati: obiettivo lo stralcio definitivo dell’intero progetto.

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Opzione Zero, il comitato rivierasco che da più di dieci anni si batte contro la famigerata “Romea Commerciale”, esprime grande soddisfazione per l’ennesima battuta d’arresto subita dal progetto Orte-Mestre, ma non canta vittoria.

Il rilievo della Corte dei Conti riguarda in particolare l’impossibilità, stante la normativa attuale, di utilizzare gli 1,8 miliardi di euro di defiscalizzazioni previste nel Piano Finanziario della Orte-Mestre. Inoltre nel medesimo Piano Finanziario si fa riferimento all’utilizzo indebito di un surplus aggiuntivo di remunerazione del capitale investito da parte dei privati. Tanto basta per bloccare la Delibera CIPE di approvazione del progetto preliminare e quindi anche la gara per la progettazione definitiva e l’assegnazione di appalti e concessione. I tempi dunque si allungano e questo è un bel vantaggio un vantaggio per i comitati e le associazioni che osteggiano l’opera.

Ma per Opzione Zero preoccupanti sono due aspetti: prima di tutto la disinvoltura con la quale il CIPE ha varato la delibera senza che ci fossero i presupposti necessari, la dimostrazione di come la “politica”, non curante di quanto sta emergendo dalle inchieste su MOSE e su EXPO, continui a forzare perfino le normative nazionali pur di agevolare i “grandi affari”.

In secondo luogo il fatto che la stessa Corte dei Conti, dopo aver denunciato pubblicamente i rischi legati al Project Financing, si sia limitata ad una pura analisi formale e procedurale della documentazione senza mettere in evidenza il vero problema e cioè l’insostenibilità dell’intero Piano Finanziario. Infatti i flussi di traffico previsti dagli stessi proponenti sono talmente bassi che le tariffe proposte andrebbero a superare di gran lunga quelle del Passante, già oggi le più care in Europa. Ed è chiaro che più care sono le tariffe e più cittadini e trasportatori si riverseranno sulle strade normali rendendo impossibile il rientro del capitale investito. A quel punto, con il solito sistema truffa del project financing, sarà lo Stato ad dover intervenire con ulteriori risorse. Esattamente quello che sta accadendo oggi per il Passante, un’opera dai costi e dalle dimensioni nemmeno paragonabili con la Orte-Mestre.

Il dato vero è che questa nuova autostrada, oltre che anacronistica, risulta del tutto insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. La Orte-Mestre è stata pensata e voluta perché è una macchina mangia soldi come e più del MOSE. Del resto proprio dalle indagini sul MOSE, (dichiarazioni di Claudia Minutillo), emerge in modo inequivocabile come la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della cricca veneta del cemento così come di quella genovese legata a Bonsignore e di quella legata alle Coop Emiliane. Se a questo si aggiunge che la banca finanziatrice della cordata proponente, è la CARIGE ora da pochi mesi al centro di un pesante scandalo per truffa, allora nessuno dovrebbe avere più alcun dubbio sulle insidie che si nascondono dietro a questa mega opera.

Eppure il Presidente Renzi continua a sponsorizzare la Orte-Mestre come una delle grandi opere strategiche, tanto da inserirla nel decreto Sblocca Italia; ad unirsi uniscono al coro ci sono pure i Presidenti delle regioni interessate, Luca Zaia in testa. E’ solo un caso? Oppure l’evidenza che la politica della larghe intese non ha nessuna intenzione di sradicare quei meccanismi che stanno alla base di tutto il marciume messo in luce dalle inchieste della magistratura?

Quello che emerge in Veneto, come in Lombardia, come in tante altre parti d’Italia, è che proprio le “Grandi Opere” pubbliche, gestite attraverso la Legge Obiettivo, i Commissari straordinari, il project financing, l’affidamento in concessione, sono state il mezzo, il terreno di coltura per costruire e alimentare vere e proprie cricche malavitose che coinvolgono in pieno anche i partiti.

Ed è chiaro dunque che visti gli interessi in gioco non basteranno la Procure o le Corti dei Conti per abbattere né la Orte-Mestre, nè le altre decine di grandi opere inutili e dannose. E’ necessario uno scatto da parte dei comitati e dei cittadini per porre definitivamente fine a questo sistema.

Dunque per Opzione Zero e per tutto il variegato arcipelago di organizzazioni che costituisce la Rete Nazionale Stop Orte-Mestre, la mobilitazione per chiedere lo stralcio del progetto continua più forte di prima. L’appuntamento è per il 20 e 21 settembre prossimi per due giornate di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati dalla nuova autostrada.

 

Nuova Venezia – Orte-Mestre bocciata dalla Corte dei Conti

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2

ago

2014

I magistrati negano il visto al Cipe: perplessità su project e programmazione.

MESTRE – La Corte dei Conti boccia la costruzione del nuovo collegamento autostradale Orte-Mestre. Una sentenza dei magistrati contabili, che risale al 7 luglio ed è stata depositata ieri, ha ricusato il visto di legittimità alla delibera del Cipe del 8 novembre 2013 che approvava il progetto preliminare e la proposta del promotore della nuova autostrada. La Corte dei Conti motiva la sua decisione con le forti perplessità circa l’adozione del project financing, ritenuto eccessivamente favorevole al capitale privato, e i problemi che ciò potrebbe creare nell’ottica programmatoria propria dell’istituzione.

«In buona sostanza la delibera del Cipe può considerarsi carta straccia. Noi accogliamo con soddisfazione la battuta d’arresto di un’opera mastodontica , dannosa e priva di significato, un’autostrada che avrebbe sventrato l’Italia distruggendo la Riviera del Brenta e spianando la strada a Veneto City. Oltretutto il progetto non prevedeva alcun provvedimento specifico per la riqualificazione della statale Romea, anzi ostacolava di fatto la risoluzione del problema inderogabile della messa in sicurezza di una delle strade più pericolose d’Italia».

«La Orte- Mestre sarebbe stata realizzata in finanza di progetto, formula tanto cara al duo Galan-Chisso arrestati per le note vicende giudiziarie del Mose. Di fatto avremmo assistito alla privatizzazione di una strada pubblica con costi a carico dei cittadini utenti e ricavi a favore dei soliti noti. Il progetto dell’ autostrada ha un costo di 9,2 miliardi dei quali 1,8 di contributo statale a fondo perduto, inserita in legge obiettivo nel 2001, dichiarata di pubblico interesse nel 2003, con progetto preliminare approvato nel 2010 dal ministro Altero Matteoli ha ricevuto l’ok finale nel novembre dello scorso anno». La crisi economica aveva congelato l’iter, mail governo Letta l’aveva resuscitato: «Per fortuna il diavolo fa le pentole ma non i coperchi».

 

RIVIERA DEL BRENTA

La Corte dei Conti boccia il visto di legittimità approvato dal Cipe: esultano i comitati locali

Stop alla Nuova Romea «Una grande vittoria»

Clamoroso no della Corte dei Conti di Roma alla realizzazione dell’autostrada Orte-Mestre, conosciuta anche come «Romea Commerciale» o «Nuova Romea». Che ad essere bocciato non sia tanto il progetto vero e proprio, bensì il visto di legittimità approvato dal Cipe, cambia ben poco. Di sicuro i tempi di realizzazione dei 396 chilometri autostradali tra Orte e Mestre si allungheranno di molto. Ma sul progetto finanziato da privati incombono altre incognite. Sull’elevato costo dell’opera (9,2 miliardi di euro), 1,8 miliardi avrebbero dovuto arrivare a fondo perduto dallo Stato tramite la defiscalizzazione degli oneri per le imprese che si aggiudicano appalti pubblici. Il Governo però si è «dimenticato» di inserire tale progetto nel decreto «Sblocca Italia» e di conseguenza la Corte dei Conti ha ricusato il visto di legittimità contabile.
I Magistrati contestano anche una specifica frase presente nella delibera del Cipe, ossia «di un tasso di remunerazione del capitale integrato con una componente aggiuntiva, denominata »extra WACC”, non prevista nel quadro regolatorio vigente nel settore autostradale”. In termini più comprensibili, si tratterebbe di un riconoscimento ai proponenti di una sorta di surplus di remunerazione che non trova riscontro nella legislazione vigente.
Il progetto della Nuova Romea prevede un collegamento tra Venezia e Orte (con un allacciamento autostradale fino ad Ostia) e il suo percorso interessa cinque regioni italiane. Il progetto è stato inserito in legge obiettivo nel lontano 2001 ed ha ricevuto il nulla osta a novembre dello scorso anno.
Dopo i festeggiamenti per il no al progetto Terna, i comitati della Riviera del Brenta contrari all’opera esultano nuovamente.
«Accogliamo con soddisfazione la battuta d’arresto di un’opera mastodontica, dannosa e priva di significato, un’autostrada che avrebbe sventrato l’Italia distruggendo la Riviera del Brenta e spianando la strada a Veneto City. Oltretutto il progetto non prevedeva alcun provvedimento specifico per la riqualificazione della statale 309 Romea, ma ostacolava addirittura la messa in sicurezza di una delle strade più pericolose d’Italia. Senza dimenticare che la cordata aggiudicatrice dell’opera, Gefip Holding SA, MEC spa, ILI spa e Banca Carige è già al centro di problemi giudiziari».

Vittorino Compagno

 

Nuova Venezia – “Io ho pagato Galan per poter lavorare”

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2

ago

2014

Mose, altre accuse per Galan

Alessandri (Sacaim): «Ho pagato il Governatore per lavorare»

Nuove accuse per Giancarlo Galan. I pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto hanno depositato davanti al Riesame la testimonianza

Pierluigi Alessandri (Sacaim): «Ho pagato Galan per poter lavorare».

«Io ho pagato Galan per poter lavorare»

Alessandri già titolare di Sacaim smonta la difesa dell’ex governatore

E villa Rodella costò un milione e 800mila euro, metà dei quali in nero

VENEZIA – Aveva in azienda la Guardia di finanza per una verifica fiscale e si è deciso a parlare l’imprenditore veneziano Pierluigi Alessandri, anche perché le «fiamme gialle » c’erano arrivate e gli chiedevano insistentemente di quei 215 mila euro. Alessandri, allora, era ancora l’amministratore delegato della Sacaim, una delle maggiori imprese edili veneziane ora acquisita dalla friulana De Eccher dopo una crisi che l’aveva portata sull’orlo del fallimento, evitato grazie all’amministrazione straordinaria. Ieri, davanti ai giudici del Tribunale del riesame presieduti da Angelo Risi i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini hanno depositato lo stralcio di un verbale di Alessandri in cui racconta di aver consegnato 115 mila euro in contanti a Giancarlo Galan su sua richiesta e di aver compiuto lavori nella sua villa di Cinto Euganeo per altri 100 mila senza essere mai stato pagato. Nulla a che fare con il Mose e con il Consorzio Venezia Nuova e in apparenza con questa inchiesta, ma una conferma che il parlamentare di Forza Italia rinchiuso nel carcere milanese di Opera era solito richiedere mazzette e contributi, anche se per ora ha ammesso soltanto quelli elettorali. Per quei 215 mila euro anche Alessandri è finito nel guai, è infatti indagato per corruzione. Del resto Baita aveva già parlato della Sacaim in uno dei suoi interrogatori, affermando che in più di un’occasione Galan aveva chiesto a lui di inserire l’impresa veneziana in alcuni appalti. Alessandri ha riferito ai pubblici ministeri che era andato da Galan proprio per questo, per chiedere di lavorare perché l’impresa era in crisi e gli appalti concessi dal Comune non bastavano. Ha ripetuto che allora Galan gli disse che doveva entrare nella cerchia degli amici e gli fece capire che il sistema era quello di pagare. I fatti sarebbero avvenuti prima del 2009. I rappresentanti della Procura, per supportare la loro tesi, quella che Galan debba restare in carcere perché c’è il rischio che possa inquinare le prove, del resto è ancora ben inserito nel suo partito ed è ancora un membro della Camera dei deputati, hanno depositato anche alcuni stralci dell’interrogatorio di un altro imprenditore veneziano, Andrea Mevorach, un nome che non era ancora entrato nell’inchiesta sul Mose ma che prepotentemente si è affacciato proprio grazie al memoriale scritto di suo pugno da Galan. L’ex presidente della giunta veneta ha sostenuto, per inficiare la testimonianza della sua ex segretaria Claudia Minutillo, che quest’ultima si sarebbe trattenuto ben 300 mila euro che Mevorach, durante la campagna elettorale per le Regionali del 2005, aveva versato a suo favore. La prima domanda che i pubblici ministeri hanno avanzato nei giorni scorsi all’imprenditore veneziano è stata se mai aveva contribuito in qualche modo alle campagne elettorali di Galan. La risposta non solo è stata negativa, ma ha anche spiegato che non aveva motivo di foraggiare il governatore veneto, visto che lui non aveva alcun interesse in Regione, non aveva lavori da svolgere o da chiedere in cambio. Però, ha raccontato che almeno in un’occasione era stato avvicinato da Galan che lo aveva apostrofato malamente, utilizzando il luogo comune che indica gli ebrei come avari, chiedendogli contributi, visto che non ne aveva mai versati a suo favore. La terza testimonianza importate consegnata ieri ai giudici del Riesame è quella del medico di origine siciliana che da anni vive nel Padovano, il quale ha svelato finalmente quanto è costata villa Rodella a Galan. Il professionista l’aveva acquistata durante un’asta fallimentare, l’ennesima dopo che altre erano andate deserte, e l’ex ministro dell’Agricoltura e dei Beni culturali ha sempre sostenuto di averla pagata poco meno di un milione di euro. Ora il medico di origine siciliana riferisce di aver incassato ben un milione e ottocentomila euro complessivamente, di cui 700 mila dichiarate e, dunque, in bianco, un altro milione e 100 mila in contanti e in nero dalle mani di Galan. Anche questa circostanza non ha a che fare direttamente con le tangenti per il Mose, ma dimostra che l’indagato aveva grande disponibilità di danaro liquido che, presumibilmente, gli veniva da conti correnti in banche estere. Soldi che nel suo memoriale nega di aver mai posseduto, ma che Mazzacurati sostiene di avergli consegnato in contanti. I rappresentanti dell’accusa hanno depositato anche un’intercettazione di un colloquio tra Giovanni Mazzacurati e la sua segretaria, durante la quale l’anziano ingegnere spiega alla collaboratrice più stretta che il Consorzio dovrà sponsorizzare un convegno organizzato dalla Banca degli occhi di Mestre, di cui Mazzacurati allora era presidente, organizzato da Alessandro Galan, fratello di Giancarlo e primario oculista all’ospedale Sant’Antonio di Padova, lo stesso nosocomio dove l’indagato si è fatto visitare per la frattura al malleolo prima di finire a Este. Mazzacurati spiega alla segretaria che il Consorzio, sostenuto da finanziamenti pubblici, avrebbe dovuto impegnare 20 mila euro per il convegno medico, il doppio dei 10 mila consegnato l’anno precedente per la stessa iniziativa. E, rimanendo su Mazzacurati, i pubblici ministeri hanno depositato anche uno stralcio di un suo interrogatorio, durante il quale racconta di aver partecipato alla festa di nozze di Galan e di aver regalato un servizio di bicchieri di Murano, spendendo 12 mila 500 euro, naturalmente non di tasca sua, ma provenienti dai fondi del Consorzio Venezia Nuova. Infine, ci sono le affermazione di Stefano Tomarelli, imprenditore romano e uno degli amministratori dell’impresa «Condotte d’acqua ». Ai pubblici ministeri ha riferito che durante un colloquio con Mazzacurati, che riguardava i cassoni da affondare alle bocche di porto della laguna per il Mose, l’ingegnere gli avrebbe riferito di aver consegnato una notevole somma di danaro a Galan poco prima.

Giorgio Cecchetti

 

Chi ancora in carcere, chi pronto al patteggiamento

VENEZIA – Nel carcere di Opera c’è l’ex ministro Giancarlo Galan, in quello di Pisa l’ex assessore Renato Chisso. Al Marassi di Genova c’è il commercialista padovano Paolo Venuti, nel carcere di Pistoia il capo della segreteria particolare di Chisso Enzo Casarin, a Santa Maria Capua a Vetere il generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, a Milano l’ex parlamentare Marco Mario Milanese. A due mesi dalla grande retata con cui è stato decapitato il sistema Mose le posizioni dei diversi indagati sono differenziate. A chi è rimasto in carcere sono andati male i ricorsi al Tribunale del Riesame (per Galan la decisione è attesa per oggi). Alcuni degli imputati invece hanno preferito uscire dall’inchiesta patteggiando una pena. Tra questi i principali sono: Maria Teresa Brotto, direttore tecnico del Consorzio Venezia Nuova, che ha stabilito un patteggiamento pari a due anni e alla restituzione di 600 mila euro. L’ex consigliere regionale del Partito Democratico Giampiero Marchese (accusato di illecito finanziamento) ha concordato una pena pari a 11 mesi di reclusione. L’imprenditore chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, titolare della «San Martino», ha patteggiato due anni e 700 mila euro di restituzione all’Erario. L’imprenditore Gianfranco Boscolo Contadin, titolare della «Co. Ed.Mar.», due anni e 800 mila (entrambi sono accusati di corruzione e reati fiscali). Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco, ha concordato un patteggiamento di un anno e la restituzione di 19 mila euro. Patteggiamento in vista anche per l’imprenditore svizzero Cristiano Cortella: un anno. Aveva concordato con la Procura un patteggiamento a 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa anche l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Mail Gup, lo scorso 28 giugno, ha respinto l’accordo giudicando troppo mite la pena. Molti gli indagati agli arresti domiciliari: da Roberto Meneguzzo a Lia Sartori. Mentre sono in stato di libertà i dirigenti regionali Giuseppe Fasiol e Giovanni Artico: il Riesame ha annullato il loro arresto.

Daniele Ferrazz

 

Incompetenza e nuove accuse ma il verdetto slitta a oggi

Ghedini e Franchini contestano la territoralità e i presupposti per la detenzione

La procura porta però altre testimonianze e segna alcuni punti a suo favore

VENEZIA – Per Giancarlo Galan un’altra notte di attesa nella sua camera- cella del carcere ospedale di Opera: ieri, infatti, i giudici del Tribunale del riesame hanno rinviato la decisione che lo riguarda – se scarcerarlo o comunque concedergli gli arresti domiciliari – a questa mattina. Quella di ieri è stata una giornata convulsa, i giudici presieduti da Angelo Risi hanno prima affrontato la posizione di altri due indagati, quella del giudice della Corte dei conti ora in pensione Vittorio Giuseppone, che si trova agli arresti domiciliari, e quella dell’imprenditore veneziano Andrea Rismondo, che ha l’obbligo di non uscire dopo le 20. Poco prima delle 13 sono finalmente entrati i difensori di Galan, l’indagato ha preferito non presentarsi probabilmente per le sue condizioni di salute, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini. Ad attenderli in aula c’erano già i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto. Con una breve pausa per un panino, la difesa è intervenuta fino alle 16,30, puntando soprattutto sull’incompetenza del Tribunale di Venezia a indagare e giudicare, visto che le contestazioni elevate dopo il 2010 lo sono state quando ormai era ministro, prima dell’Agricoltura poi dei Beni Culturali, e dunque dovrebbe toccare al Tribunale per i ministri prendere in esame le accuse. Per quanto riguarda le accuse precedenti, stando sempre ai difensori, si tratta di reati già caduti in prescrizione. I due legali, sono anche entrati nel merito, affermando che non ci sarebbero i gravi e sufficienti indizi per tenere in carcere l’indagato, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Hanno poi preso la parola, per poco più di un’ora, i pubblici ministeri, prima Paola Tonini quindi Stefano Ancilotto, che hanno depositato stralci di verbali d’interrogatorio e di intercettazioni non ancora agli atti del Tribunale. A questo punto, gli avvocati Franchini e Ghedini hanno chiesto almeno mezz’ora di tempo per esaminare la documentazione e il Tribunale l’ha concessa. Quindi, l’udienza è ricominciata per permettere ai difensori di dire la loro sul nuovi documenti depositati dalla Procura. Alle 19 l’udienza è finita ed è iniziata la camera di consiglio per il presidente Angelo Risi e per i giudici a latere Daniela Defazio e Sonia Bello. Presumibilmente, hanno preso in esame subito le posizioni di Giuseppone e Rismondo, così che in serata hanno deciso e si sono riservati invece di prendere in esame la posizione di Galan questa mattina. Probabile, dunque, che nella tarda mattinata sarà nota la loro decisione.

(g.c.)

 

LA CURIOSITÁ – Regalo di nozze degli assessori pagato da Mantovani

Il trattore da giardino voluto dai compagni di giunta di Forza Italia fu liquidato da Buson

VENEZIA «Ma che cosa ne potevo sapere io?» Giancarlo Galan, pochi giorni prima di venire condotto in carcere, si arrabbiava così dopo aver letto le intercettazioni nelle quali Renato Buson, il braccio destro di Piergiorgio Baita, raccontava ai magistrati di Venezia la storia del trattorino. Regalo per il suo matrimonio da parte degli assessori regionali, pensava Galan; regalo della Mantovani secondo la ricostruzione di Buson e Baita. Questa è la piccola storia del trattore di casa Galan, sul quale si faceva immortalare poche settimane dopo il suo matrimonio. Interrogato per cinque volte (4, 10 e 29 aprile, 16 maggio e 11 luglio 2013), Buson racconta ai magistrati l’episodio minore nella saga di Galan. Domanda il magistrato: lei ha mai fatto consegne all’ex presidente Giancarlo Galan? Risponde Buson: personalmente somme di denaro mai. Ne ho consegnate a Baita e dalle lamentele di quest’ultimo presumo che fossero per Galan. Ho sentito spesso Baita lamentarsi dei costi che doveva sopportare per Galan. Domanda: e consegne di altri generi di bene? Risposta: mi ricordo un piccolo trattore agricolo per la sua casa di campagna. Mi fu fatta la fattura e pagai (circa 5000 euro). Domanda: quindi lui se lo andò a comprare e lei pagò la fattura? Risposta: Sì. Quando Galan ha letto la trascrizione dell’interrogatorio è sbottato: «Ma che ne sapevo io che non l’hanno pagato loro?» riferendosi ai suoi assessori regionali. Che, siamo nel 2010, erano: Giancarlo Conta, Renato Chisso, Marialuisa Coppola, Oscar De Bona, Fabio Gava, Renzo Marangon e Vendemiano Sartor. Difficile ricostruire l’accaduto, a distanza di così molti anni. Rimane il ricordo delle grandi feste di Galan, che usava ad ogni compleanno (il 10 settembre) riunire i suoi sodali e far presente che c’era una lista da sottoscrivere, su base volontaria, per essere accolti in pompa magna in villa o nelle osterie dei Colli Euganei che ancora ricordano la sua ospitalità.

 

Expo 2015, sì all’arresto di Levorato

Da Milano pesante tegola sul veneziano Claudio Levorato, presidente Manutencoop

La società, con una nota, si proclama estranea e afferma di essere all’oscuro del provvedimento

MILANO – Inchiesta Expo, Il Tribunale del Riesame di Milano ha detto sì all’arresto di altri nove indagati nell’inchiesta della Procura con al centro appalti Expo, Sogin e della sanità lombarda. Tra questi il presidente di Manutencoop, il veneziano Claudio Levorato. Il sì all’arresto, oltre a Levorato, riguarda altre otto persone. Per il Tribunale del Riesame devono essere arrestate soprattutto per i pericoli di «inquinamento probatorio» e di «reiterazione dei reati». E questo accoglie il ricorso dei pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio nell’ambito dell’inchiesta con al centro appalti Expo, Sogin e della sanità lombarda che, quasi tre mesi fa, aveva portato in carcere sei persone, tra cui l’ex Dc Gianstefano Frigerio, l’ex Pci Primo Greganti e l’ex senatore Pdl, Luigi Grillo, scarcerato ieri, oltre all’imprenditore vicentino Enrico Maltauro, «l’ufficiale pagatore» dell’Expo 2015. La Procura, dunque, dopo aver già rafforzato il quadro accusatorio con gli interrogatori delle scorse settimane, in particolare sul fronte dei lavori dell’ Expo che sarebbero stati «inquinati » dagli uomini della «cupola» e di alcuni appalti Sogin assegnati in cambio di mazzette, incassa un altro punto a favore. E, in particolare, sui capitoli di indagine relativi a presunte tangenti versate da imprese per vincere gare nella sanità lombarda. «In merito al provvedimento del Tribunale del Riesame di Milano relativo alla posizione del presidente Claudio Levorato nell’ambito dell’inchiesta Expo, Manutencoop Facility Management S.p.A., precisa di aver appreso la notizia dai media e che, allo stato, non risulta notificato alcun atto da parte dell’Autorità Giudiziaria. Manutencoop e il presidente Claudio Levorato ribadiscono la propria totale estraneità rispetto alle ipotesi di reato per cui sta procedendo la Procura milanese avendo sempre operato nel pieno rispetto delle regole e nella massima trasparenza; saranno pertanto messe in atto le opportune azioni legali volte ad accertare l’insussistenza di qualsiasi coinvolgimento». Con questa nota la società ribadisce di essere estranea all’inchiesta e soprattutto di non aver mai operato in maniera illegale quando si è trattato di aggiudicarsi degli appalti. La Procura milanese e il Riesame però la pensano diversamente.

 

Un imprenditore: «Soldi a Galan per avere appalti»

La Procura deposita un’altra testimonianza

L’ex presidente di Sacaim: all’ex governatore 115mila euro e lavori nella villa di Cinto

Rinviata a oggi la decisione del Riesame

Amadori, Dianese e Pietrobelli

Slitta a oggi la decisione del Tribunale del Riesame sulla richiesta di scarcerazione di Giancarlo Galan. Ieri i pm hanno giocato la mossa a sorpresa depositando la testimonianza di Pierluigi Alessandri, ex presidente della Sacaim, che ha dichiarato di aver pagato l’ex governatore per ottenere appalti: 115mila euro in nero e altri in forma di restauri alla villa. Anche il pagamento di villa Rodella, secondo l’ex proprietario, sarebbe avvenuto con soldi in nero: più di un milione versato oltre alla cifra fissata nell’atto di vendita.

 

NUOVE ACCUSE – L’ex proprietario di villa Rodella: mi ha dato oltre un milione in nero

OGGI LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DEL RIESAME

I pm depositano la testimonianza di Alessandri, ex presidente Sacaim

«Ho pagato Galan per ottenere appalti»

Un altro imprenditore ha confessato di aver versato somme di denaro all’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, per poter ottenere l’assegnazione di lavori dalla Regione. Si tratta dell’ex presidente dell’impresa di costruzioni veneziana Sacaim, oggi in amministrazione controllata, Pierluigi Alessandri. I sostituti procuratori Stefano Ancilotto e Paola Tonini hanno depositato il verbale contenente le sue dichiarazioni ieri pomeriggio, nel corso della lunga e combattuta udienza svoltasi di fronte al Tribunale del riesame di Venezia, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di remissione in libertà presentata dagli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, difensori di Galan, detenuto nel reparto ospedaliero del carcere milanese di Opera sulla base dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza.
«DEVI PAGARE» – Alessandri ha raccontato ai magistrati che, attorno alla metà degli anni Duemila, la sua azienda era in difficoltà e non erano sufficienti i lavori che si era aggiudicato per conto dell’amministrazione comunale di Venezia. Per questo motivo si sarebbe recato dal Governatore del Veneto per chiedere di poter ottenere anche lavori per conto della Regione: stando al suo racconto, Galan gli avrebbe risposto che, per entrare a far parte della cerchia delle aziende amiche, avrebbe dovuto pagare.
SOLDI IN MANO – Alessandri sostiene di aver quindi versato 115 mila euro, direttamente nelle mani dell’allora presidente della Regione, e di essersi poi fatto carico di una parte dei lavori di ristrutturazione nella villa di Cinto Euganeo, di proprietà di Galan, per un ulteriore importo di circa 100mila euro. Per questa vicenda l’ex presidente di Sacaim è indagato per il reato di corruzione.
Secondo la Procura, queste asserite “mazzette”, provenienti da un ambiente estraneo al Cvn (di cui Galan non ha mai fatto alcuna menzione) costituirebbero un riscontro agli elementi di prova per i quali l’ex presidente della Regione è in carcere con l’accusa di corruzione, in relazione a consistenti somme che gli ex presidenti della Mantovani, Piergiorgio Baita, e del Cvn, Giovanni Mazzacurati, sostengono di avergli versato prima per tramite della sua ex segretaria, Claudia Minutillo, e poi dell’assessore Renato Chisso.
VILLA “IN NERO” – Nel corso dell’udienza di ieri la Procura ha anche depositato il verbale con le dichiarazioni del precedente proprietario di villa Rodella, il quale ha spiegato che la cifra ufficiale indicata nell’atto notarile (circa un milione di euro) costituisce meno di metà dell’effettivo prezzo della compravendita e che Galan gli avrebbe versato “in nero” un altro milione e 100mila euro. Circostanza che confermerebbe i conteggi effettuati dalla Finanza in relazione all’esistenza di una sproporzione tra le entrate regolari del politico di Forza Italia e le spese sostenute: sproporzione che la Procura indica tra gli indizi della contestata corruzione.
MEVORACH NEGA – Per finire i pm Tonini e Ancilotto hanno depositato al Tribunale il verbale di sommarie informazioni dell’imprenditore Andrea Mevorach, indicato nel memoriale di Galan come un finanziatore della sua campagna elettorale del 2005 con 300mila euro. Soldi che, secondo l’ex presidente della Regione, sarebbero stati trattenuti dalla Minutillo, assieme ai 200mila che, a suo dire, avrebbe versato un alro imprenditore, Piero Zannoni. Ebbene, Mevorach ha riferito alla Finanza di aver ricevuto richieste di finanziamento da Galan, ma ha smentito di avergli mai versato un solo euro.
REGALI DA MAZZACURATI – Per finire, a dimostrazione dell’esistenza di stretti rapporti tra Galan e Mazzacurati, ecco le dichiarazioni rese da una segretaria del Cvn, la quale ha ricordato che l’allora presidente del Consorzio regalò al Governatore del Veneto, in occasione del suo matrimonio, cristalleria per 12mila euro, ovviamente a spese del Cvn.
La difesa, da un lato ha eccepito l’irrilevanza dei nuovi elementi forniti dalla Procura; dall’altro ha contestato, punto su punto, la fondatezza delle imputazioni mosse a Galan, definite vaghe e indeterminate, basate su racconti privi di riscontri. Numerose le eccezioni preliminari: sia di competenza territoriale (i reati, alcuni dei quali già prescritti, sarebbero stati commessi a Padova e in altre località, non a Venezia) sia di competenza funzionale poiché gli ultimi versamenti sarebbero avvenuti in relazione al ruolo di ministro, e dunque dovrebbero essere valutati dal Tribunale dei ministri. Insussistente, in ogni caso, il rischio di reiterazione, e dunque le esigenze cautelari.
La decisione del Riesame sarà depositata nella giornata di oggi.

Gianluca Amadori

 

Tomarelli (Cvn) accusa Galan e Chisso

«L’ingegnere ha taciuto proprie e illecite appropriazioni»

Anche il Stefano Tomarelli ha parlato nel suo interrogatorio dell’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan. Il manager, componente fino all’arresto dello scorso giugno del direttivo del Consorzio Venezia Nuova per conto di Condotte, terzo azionista del raggruppamento di imprese impegnate nella realizzazione del Mose, ha riferito che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, gli disse di aver versato somme di denaro sia al presidente della Regione, che all’assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso, in cambio della loro disponibilità ad aiutare il Consorzio.

 

IMPUTATI ECCELLENTI – Il manager fa il consulente per una ditta che produce barriere fonoassorbenti, l’ex segretaria è in partenza per un mese di vacanze dorate

La dolce vita di Baita e Minutillo: Porsche e supervilla a Pantelleria

Il vecchio ristorante, ma la Porsche nuova di concessionario. Si consola così Piergiorgio Baita, l’amministratore delegato della Mantovani, accusato di aver concepito quel meccanismo di fatture false che fruttava ogni anno 10 milioni di euro in nero, parte dei quali finivano in tangenti ai politici. Lo hanno segnalato nel solito ristorante per Vip di Campalto e lo hanno visto scendere dalla Porsche nuova fiammante. Aveva un appuntamento di lavoro, si suppone, visto che sul tavolo aveva un contratto di una ditta che si occupa di pannelli fonoassorbenti in autostrada, una vecchia passione per Baita – l’autostrada, non i pannelli – visto che di fatto la Mantovani controlla la Mestre-Padova, una delle autostrade più “tangentare” e più remunerative d’Italia. Il suo amministratore delegato, Lino Brentan, è finito anche lui in carcere per tangenti ed è proprio a partire da quell’inchiesta che la Procura di Venezia è poi arrivata a Baita e al Mose. Ebbene, Baita ora sbarca il lunario occupandosi di barriere fonoassorbenti, si suppone come consulente, dopo aver chiuso una buona parte dei suoi sospesi con la Giustizia visto che ha concordato una pena di 22 mesi di carcere.
Non sta malissimo nemmeno Claudia Minutillo, l’altra supertestimone dello scandalo Mose. Mentre Baita vince lo stress con la Porsche e il lavoro, Claudia Minutillo si distrae con una vacanzina. Tre settimane a Pantelleria, a partire dalla prossima settimana e fino alla fine del mese di agosto in un dammuso, una tipica costruzione dell’isola. Le solite malelingue, però ben informate, dicono che non ha affittato la casa cercandola in internet e che si tratta della stessa che affittò un paio di anni fa. Se è così si tratta di uno dei dammusi più belli di Pantelleria, secondo solo a quello di proprietà di Giorgio Armani. Vero o no che sia, di sicuro non ha speso poco visto che comunque da quelle parti per una dimora con quelle caratteristiche non si spende pochissimo. Circa 10mila euro a settimana, per capirci, euro più euro meno. Ma anche Claudia Minutillo, mentre si prepara per la partenza, non ha disdegnato un salto al ristorante dei vecchi tempi, quello diventato famoso perchè in una intercettazione si sente che lei chiama Renato Chisso e gli dice «stai sempre da Ugo a mangiare, dai muovi il culo e vieni qui». Ebbene, si è presentata proprio da Ugo, a Campalto e bisogna immaginarsi lo stupore del proprietario del ristorante che considera Chisso come un fratello. Ma, si sa, la faccia tosta fa parte del personaggio. Lo racconta meglio di tutti Laura Lazzarin, capo segreteria di Galan. E’ lei che parla del cappottino di Hermès della Minutillo che Galan utilizzò nella sua prima conferenza stampa come una clava contro l’ex segretaria. «L’ho notato perchè mi piaceva ed era molto particolare. Passeggiando per il centro di Padova ho potuto vedere il cappotto in vetrina e il costo era di 18mila euro». E che dire dei regali che la Minutillo riceveva in ufficio? «In occasione di un Natale mi ha accusata di aver fatto sparire degli orecchini antichi di grande valore», dice ancora Lazzarin. Ebbene, tutto quello che emerge su Baita e Minutillo – ma anche su Mazzacurati – fa ormai parte integrante praticamente di tutte le memorie difensive degli altri imputati dello scandalo Mose perchè, battere sul tasto della ricchezza ostentata da Minutillo, Mazzacurati e Baita probabilmente serve a insinuare il dubbio che parte dei quattrini delle tangenti possa essere rimasta attaccata alle dita dei tre grandi accusatori.

Maurizio Dianese

 

CONTRO-INCHIESTA DIFENSIVA «I soldi di Mazzacurati? Nel calderone di famiglia»

Dai verbali spuntano false consulenze per “spese private”, aiuti al figlio regista e prestiti alla figlia

Quando l’avvocato si trasforma in accusatore. Lo hanno fatto, nella memoria per il Tribunale del Riesame, Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, che assistono Giancarlo Galan. Non sono andati solo all’attacco dell’ex segretaria Claudia Minutillo, ma hanno piazzato una serie di cariche esplosive anche sotto la credibilità di Giovanni Mazzacurati, l padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova.
Il grande dispensatore di soldi, raccolti con false fatturazioni, era lui. Ma finiva tutto a politici, boiardi di Stato, controllori che non controllavano il Mose? I difensori hano trovato nelle centomila pagine di verbali e intercettazioni le tracce di un uso personale di quel denaro. E spiegano che ce n’è abbastanza per ritenere che Mazzacurati ne abbia speso parecchio per spese di famiglia, bisogni dei figli, per una casa in piazza di Spagna a Roma. Per questo non sarebbe credibile.
«L’ing. Mazzacurati dichiara che l’odierno indagato (Galan, ndr) percepiva dal Consorzio una somma pari, all’incirca, a un milione di euro. In verità riferisce di moltissimi altri soggetti “sovvenzionati” dal Consorzio, ma tace circa le proprie illecite appropriazioni». Così scrivono Franchini e Ghedini, citando altri imputati.
Pio Savioli, nel direttivo del Consorzio e collaboratore del Coveco, interrogato dal Pm Paola Tonini, disse: «Questa non è una novità, Dottoressa. A questo punto possiamo incominciare a dire: io ho la convinzione, purtroppo non precisa, ma credo di andarci abbastanza vicino, che molti soldi di queste provviste restavano a Venezia Nuova, ergo all’ing. Mazzacurati». E aveva specificato: «Credo che alcune provviste che ho portato, per esempio alla figlia di Mazzacurati una volta, siano finite nel calderone della famiglia…». Ancora Savioli, riferendosi a Fulvio Boscolo che consegnava il “nero” al Consorzio: «Non so neanche se lui li dava a Neri oppure direttamente a Mazzacurati, per usi civili di Mazzacurati, tanto per parlarci chiaro».
E c’è un altro Boscolo – Stefano “Bacheto” – che rivela: «Savioli mi diceva che Mazzacurati era una persona che aveva spesso bisogno di soldi perchè aveva una famiglia numerosa, una famiglia costosa, che aveva il figlio che era regista e che lo aiutava e che quindi aveva bisogno di denaro continuamente». Aggiunta per cinefili: «Una volta come battuta mi ha detto: “Beh servono per pagare il Toro” il famoso film di Abatantuomo… il regista era il figlio di Mazzacurati». Qualche prova concreta? «Sì, parliamo della fattura di Mazzacurati di 300 mila euro. Un giorno mio padre mi disse: “È venuto Savioli e ha detto che Mazzacurati ha bisogno di soldi. Trova un cantiere della Cooperativa San Martino che non sia riferibile al Mose… E così Mazzacurati fece la fattura di 300 mila euro». Soldi per tangenti? «Non lo so. Credo che questi erano personali, perchè se erano della sua società…».
Dalle intercettazioni emergono due fatti ulteriori. Il primo è l’acquisto di una casa a Roma, in Piazza di Spagna. Mazzacurati dice alla moglie: «Anche se in questo momento non abbiamo tutti i soldi abbastanza, bisogna fare un po’ uno sforzo di fantasia no? … io penso però che mescolando dentro il Consorzio in una certa forma penso che mi riesca…». La difesa Galan individua un possibile canale di questo finanziamento per uso personale: fatture per consulenze inesistenti. «Le somme passerebbero poi nella disponibilità del Mazzacurati».
Affondo finale, una telefonata dell’ottobre 2010 con la figlia Elena. «Dal tenore della conversazione si evince come la figlia spinga il Mazzacurati a chiedere, probabilmente, un anticipo di 400.000 euro al Consorzio Venezia Nuova per far fronte a diverse spese. Tale anticipo sarebbe auspicabile “… perchè sennò poveretto ti tocca metterti lì a pensare cose… papà sennò è un po’ un problema”».

Giuseppe Pietrobelli

 

I VERBALI di baita

«I project? Vollero entrare anche loro»

Come Galan e Chisso divennero soci della Mantovani

«L’assessore aveva bisogno di liquidare le quote e chiese, mi pare, 2,5 milioni. Così facemmo fare una valutazione»

VENEZIA Piovono soldi ma li ha presi sempre un altro, al massimo li ha intascati la segretaria, perché loro dormivano. Desolante il comportamento degli arrestati del Mose, soprattutto se amministratori pubblici: tutti negano di essere gli autori, ma nessuno nega il furto. Dei soldi delle tasse, precisiamo. C’è chi prova a raccontare balle e chi ci ha già provato, come Piergiorgio Baita, che al 72° giorno di carcere è stato stoppato dal pm con un deciso «Ma non diciamo cretinate, ingegnere!». Era il 10 maggio 2013 e quell’interrogatorio segnò il punto di frattura tra l’avvocato Piero Longo che assisteva Baita suggerendogli la linea e il pm Stefano Ancilotto. L’ingegnere cambiò difensore e le sue risposte cominciarono ad andare d’accordo con la montagna di prove e riscontri messi insieme dalla procura di Venezia. A proposito di Galan, ecco come Baita parla delle compartecipazioni che l’ex presidente del Veneto ma anche l’assessore Renato Chisso avevano negli utili del gruppo Mantovani. Domande e risposte sono sintetizzate dagli interrogatori del 28 maggio e 6 giugno 2013.
D. Ricorda quando Galan e Chisso le chiedono di partecipare ad Adria Infrastrutture?
R. Nel 2005, qualche mese dopo l’incontro nel ristorante di Galzignano, quando mi è stato detto “scordati gli appalti e concentrati sulle concessioni”, io ho studiato il piano regionale trasporti e sono andato da loro con un piano per le concessioni. Gli è talmente piaciuto che hanno detto “entriamo anche noi”.
D. Per lavori che esulano dal Consorzio Venezia Nuova?
R. Sì.
D. Cito nomi sui quali vogliamo dei chiarimenti: la strada Cavallino-Jesolo…
R. Cavallino-Jesolo sì, ma non sono lavori, sono proposte di investimento.
D. Prima c’era stato il Passante di Mestre…
R. Il Passante non è di Mantovani, lo vincono Impregilo, Fincosit e CCC. Noi entriamo dopo.
D. Va bene, in relazione a questi lavori che esulano dal Consorzio, la Mantovani ha dovuto pagare somme di denaro e a chi?
R. Alcune imprese di riferimento del presidente Galan ci hanno fatto una guerra spietata, così noi ci siamo mossi con proposte di investimento su finanziamenti nostri.
D. I cosiddetti project?
R. Sì. Ma per i project Galan e Chisso non hanno mai avuto da noi denaro. Abbiamo riconosciuto loro alcune utilità. La più grossa per l’assessore Chisso è la valutazione della quota in Adria Infrastrutture di una società che si chiama Investimenti srl, formalmente intestata a Claudia Minutillo, sostanzialmente riconducibile a lui. L’assessore Chisso ha molto insistito, usoun eufemismo, perché liquidassimo la quota non al valore di bilancio ma a quello avrebbe avuto se i project fossero andati avanti.
D. Quindi con valore assai superiore.
R. Credo un paio di milioni. Discorso diverso invece per Galan, che aveva chiesto di partecipare attraverso una società che si chiama Pvp.
D. Ricorda a chi è intestata questa Pvp?
R. Credo a Paolo Venuti.
D. Sa in che rapporti è Paolo Venuti con Galan?
R. Molto stretti, non ho dubbi. È stato Galan a dirci di parlare con Venuti per la questione. Sui project abbiamo avuto richieste molto pressanti, sia di Galan che di Chisso, per imbarcare altre imprese.
D. Quali?
R. Per la Strada del Mare l’impresa Carron e per la sinistra il Coveco… Facevano partecipare imprese di riferimento con le quali avevano dei debiti. La Carron per esempio aveva fatto la casa alla Minutillo.
D. La Carron e poi?
R. Gran parte delle richieste riguardavano la Sacaim e venivano da Galan. La Carron da Chisso: basta andare a Veneto Strade, credo che abbia il monopolio. Poi la Gemmo, con la quale abbiamo avuti frizioni importanti sulla sanità.
D. Chi avanza la richiesta di liquidazione per la quota di Adria Infrastrutture?
R. Per prima la Minutillo. Poi quando io sembro non darle troppa retta, la Minutillo fa intervenire Chisso in maniera pesante.
D. Che parla…?
R. Che parla con me.
D. E le chiede cosa?
R. Mi dice che lui ha bisogno di quella liquidazione della quota e chiede, mi pare, 2 milioni e mezzo. Noi facciamo prima una valutazione dell’avviamento dal nostro consulente Cortellazzo Soatto, dicendogli che volevamo arrivare ad un certo valore per ottenere finanziamenti bancari.
D. In altre parole gli avete chiesto di sopravvalutare?
R. No, volevamo vedere sulla base dello studio quanto pagabili erano i 2 milioni e mezzo.
D. E lo studio che risultato dava?
R. Con il massimo dell’ottimismo, la quota si poteva valutare 1 milione e 8, ma dando per attuati tutti i project. Io opero nell’industria, per me il valore delle società resta il patrimonio netto.
D. Quindi quanto poteva valere?
R. Poteva valere 100 mila euro.
D. Dopo di che calano le richieste di denaro dell’assessore Chisso?
R. Beh, calano… avevamo pagato due milioni.

Renzo Mazzaro

 

La terza vita di Baita

Da grande accusatore a nuovo manager

Dal centinaio di incarichi a uno di studio di consulenza a Mestre

Il rebus della Consta, l’azienda su cui starebbe ora puntando

Il manager ha lasciato 88 cariche societarie

L’arcipelago dalla Sicilia alla Liguria

l’altolà di debellini

Per la cessione del portafoglio ordini abbiamo sempre parlato con Romeo Chiarotto che si è accollato anche le maestranze

MESTRE – La nuova vita di Piergiorgio Baita? Chi lo segnala protagonista di un grande attivismo segnala l’apertura di uno studio di consulenza nel centro di Mestre, chi ne garantisce l’assoluta estraneità al settore delle costruzioni, chi lo descrive come semplice coltivatore di pomodori nella sua villetta di Mogliano Veneto. Quel che appare certo è, invece, che l’ex presidente della Mantovani nulla c’entra con la nuova gestione di Consta, la società consortile della Compagnia delle opere il cui curatore ha recentemente ceduto in affitto di ramo d’azienda alla Palomar di Mestre, controllata dal Gruppo Mantovani. «So che gira che questa voce, che molti la rilanciano – spiega Graziano Debellini, a lungo presidente della Consta – : ma a questo punto è bene mettere un punto fermo. Non mi risulta che ne stia occupando Baita. Anzi, a me ha detto personalmente di aver chiuso. Per quanto riguarda Consta abbiamo sempre trattato con Romeo Chiarotto, che ha accettato di accollarsi anche un centinaio di dipendenti e solo questo basterebbe a fargli fa onore». A mostrarsi scandalizzato del repentino attivismo del «nuovo Piergiorgio Baita» era stato, tra i primi, proprio Giancarlo Galan, che non hai mai nascosto la sua irritazione. Baita, l’ingegnere veneziano che compirà 65 anni il prossimo 18 agosto, sembra l’uomo che visse due volte: cresciuto nell’impresa Furlanis e caduto una prima volta nella tangentopoli della Prima Repubblica, dopo qualche settimana di carcere aiutò i magistrati veneziani con disarmante semplicità l’architettura del patto tra i ministri Carlo Bernini e Gianni De Michelis. Ai socialisti spettava la laguna, ai democristiani la terraferma. Vent’anni dopo, conquistata la presidenza della Mantovani e diventato il nuovo padrone delle costruzioni, Piergiorgio Baita è crollato dopo tre mesi e mezzo di carcere a Belluno: e ha raccontato il sistema Galan che aveva sostituito il patto Dc-Psi degli Anni Novanta. Da allora è il Grande Accusatore dell’inchiesta veneziana. Dalla Iniziativa spa della Prima Repubblica al Consorzio Venezia Nuova nella seconda. Dell’arcipelago delle società dove Piergiorgio Baita stava nel consiglio di amministrazione si può ora farne solo l’elenco, come nei titoli di coda di un film. Solo in due società non si è ancora cancellato: nella Giubileo Messidoro di Argenta (Ferrara) e nella siciliana Mazara srl. Gli incarichi di Baita, in tutto, erano ben 88: dal Veneto alla Lombardia, dalla Liguria alla Sicilia. Difficile pensare che uno capace di un ritmo di questo genere si accontenti del divano di casa. Dal Consorzio Venezia Nuova a Veneto City, dalla Pedemontana Veneta alla Romea Commerciale, dalla Orte- Mestre al Passante. E poi una montagna di consigli di amministrazione: Dolomiti Rocce di Ponte nelle Alpi, Galermo di Catania, Ilia Orte- Mestre di Genova, Tsi 1 e Nuova Domina a Sesto San Giovanni, La Quado a Milano. In via Belgio 26, sede della Mantovani, erano domiciliate tra le altre Venezia Lavori, Consorzio Lepanto, Consorzio Litorali Venezia, Giubileo Mandria, Passo Campalto, Acqua dei corsari, Sapri, Laguna sud, Polesina, Parco San Giuliano, Canale industriale, Ca’ Nordio, Nuovo casello di Padova est, Manco, Talea, Fama, Mose Treporti, Talea 2, Serenissima, Libeccio, Consortile per l’Expo 2015. A Venezia la Società delle autostrade Serenissima, il Consorzio Costruttori Veneti, il Consorzio Venezia Nuova, la Palomar srl, la Arsenale Venezia spa, il Consorzio Fagos, l’impresa Mantovani, la Thetis spa, la Morfologia Venezia Move, il Consorzio Lepanto, la Laguna dragaggi, il Consorzio Litorali Venezia, la Alles lavori lagunari, la Nuova Fenice, la Venezia sanitaria finanzia di progetto, la Nuova Romea, la La Mose Treporti, il Gra, Consorzio Venice Link, Sifa, Adria Infrastrutture, Costruzioni Arsenale, Tressetre, New.Co Umberto I, Consorzio Vdm, Alfa, Consorzio Nogma, Arsenale Nuovo società consortile, Costruzioni Mose Arsenale, Intecno, Venice Ro. Port, Consorzio Nogara mare, Arsenale nuovo, Venice Ro-Port, Consorzio Si Tre, la Strada del Mare. Ad Arcugnano la Summano sanità consorzio ed spa. A Verona la Confederazione Autostrade. A Ravenna la Laguna dragaggi spa, a Roma la Ripascimenti Venezia. Le società editoriali Il Verona e Il Treviso. In Sicilia la San Vito di Santa Ninfa.

Daniele Ferrazza

 

LA CESSIONE DEL RAMO D’AZIENDA CONSTA

La ricostruzione dell’Aquila alla Palomar

PADOVA. Un portafoglio di quasi cento milioni di euro. Gran parte dei quali per la ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto del 2009. La Consta, dopo la sfortunata avventura in Etiopia che l’ha condotta al concordato preventivo, si è salvata soprattutto grazie alle commesse che aveva accumulato nel tempo. Lo scorso aprile il tribunale di Padova ha dato il via all’affitto del ramo d’azienda da parte della Palomar controllata dalla Serenissima Holding,controllata dalla famiglia di Romeo Chiarotto. E adesso è direttamente Francesco Benetello, amministratore di Palomar, ad occuparsi del rilanci

 

Il codice anticorruzione per i sindaci

Il prefetto di Venezia: «I Comuni dovranno compilare un questionario su tutti gli appalti entro ottobre»

VENEZIA «A Venezia abbiamo voluto partire invitando i sindaci dei Comuni per dare un segnale dopo quanto accaduto con la nuova tangentopoli legata alle opere per la realizzazione del Mose. Abbiamo voluto spiegare ai rappresentanti del territorio che ora le cose sono cambiante anche sul fronte corruzione e appalti. Abbiamo uno strumento, l’accordo che ci permette di compiere le verifiche e di intervenire come già avviene per prevenire e combattere le eventuali infiltrazioni mafiose sui lavori pubblici». Domenico Cuttaia, Prefetto di Venezia, spiega così l’incontro di ieri a Ca’ Corner, al quale aveva invitato tutti i sindaci veneziani. Incontro per presentare agli amministratori della provincia le “Linee Guida”, elaborate al fine di avviare un circuito collaborativo tra Autorità Nazionale Anticorruzione, Prefetture ed Enti Locali, per la prevenzione dei fenomeni di corruzione negli appalti pubblici e l’attuazione della trasparenza amministrativa. I sindaci ora dovranno compilare un questionario che le Prefetture invieranno loro e relativo a tutti gli appalti in cui sono direttamente stazione appaltante e che riguardano qualche loro controllata. I questionari dovranno essere inviati alle Prefetture entro il 1 ottobre. Successivamente i singoli uffici locali del Governo elaboreranno i dati e invieranno il tutto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone. In questo modo sarà realizzata una banca dati su appalti e ditte partecipanti. Lo scopo è quello di consentire ai singoli Prefetti di poter intervenire per capire chi ha vinto le gare e se questo è avvenuto regolarmente. E i Prefetti potranno intervenire per bloccare l’iter di assegnazione dei lavori, fino a sostituirsi alla stessa stazione appaltante, nel caso si registrassero delle anomalie. Sempre le anomalie possono consentire alle Prefetture di compiere verifiche e inviare quanto trovato di sospetto alla magistratura per un’eventuale indagine. Fino ad ora questo non era possibile. E poteva capitare che un’impresa, il cui titolare era stato denunciato o addirittura condannato per corruzione in un’altra città, tranquillamente partecipava e si aggiudicava appalti in Veneto,oviceversa. Ora i Prefetti potranno intervenire e bloccare tutto a salvaguardia degli onesti.

Carlo Mion

 

LA BASSANESE INGEGNERE CAPO PROGETTISTA

VENEZIA – Torna libera l’ingegnere Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose, vicentina di Bassano del Grappa, assistita dal professor Loris Tosi e dall’avvocato Antonio Franchini. Non ha ammesso responsabilità rispetto all’accusa di corruzione, che continua a negare, eppure ha preferito chiedere il patteggiamento. Anche perché nell’accordo con la Procura di Venezia, le viene riconosciuta l’attenuante della minima partecipazione al fatto. L’accordo ha fissato una pena di 2 anni, con la concessione della sospensione condizionale. Maria Brotto, che ha sempre sostenuto di essersi occupata delle questioni tecniche del Mose e del Consorzio Venezia Nuova, era agli arresti domiciliari. Ieri la revoca del provvedimento.

 

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