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LO SPECIALE – Da vecchi amici a grandi accusatori, in tre incastrano Galan e Chisso

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto, Maurizio Dianese

L’ASSESSORE «Si è messo a disposizione degli interessi dei privati»

Sono tre i principali accusatori dell’ex governatore del Veneto e dell’assessore. Così Mazzacurati, Baita e Minutillo hanno coinvolto gli amministratori

«L’assessore Chisso si era messo a completa disposizione degli interessi dei privati… Tenuto conto della gravità dei fatti, dell’intensità del dolo, della pluralità delle singole dazioni succedutesi negli anni, la misura della custodia in carcere è di conseguenza l’unica in grado di impedire efficacemente la reiterazione di episodi simili». Lo scrive il Riesame il 28 giugno, confermando per lui il carcere alla luce di un quadro indiziario «solido ed esauriente». Il Tribunale scrive che è «assai improbabile che un assessore regionale tenga i soldi frutto di corruzione in un conto corrente a nome proprio o a quello dei suoi familiari, presso una banca sita nel territorio della Repubblica».

IL RIESAME «Sistematico mercimonio della pubblica funzione»

Galan è un soggetto «dedito al sistematico e continuo mercimonio della pubblica funzione come esercitata e sfruttata allo scopo di ottenere benefici economici della più varia tipologia», e la sua personalità «si palesa come allarmante e caratterizzata da una particolare, pregnante e radicata negatività…»
Il Riesame non è morbido con l’ex governatore del Veneto nell’ordinanza con cui conferma per lui il carcere, ritenendo che vi siano gravi indizi di colpevolezza a suo carico in relazione a «fatti gravissimi, reiterati e perduranti nel tempo…» e che sussistano esigenze cautelari di «eccezionale gravità…. preso atto della vasta ragnatela di interessi, complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato Galan nell’intera vicenda».
I giudici ritengono però prescritti gli episodi precedenti al 22 luglio 2008, data di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare: dunque i finanziamenti elettorali consegnati da Baita, i 200mila euro che sarebbero stati versati all’hotel Santa Chiara di Venezia, una parte dei finanziamenti per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, i 50mila euro versati nel 2005 presso un conto corrente di San Marino.
La Procura contesta l’interpretazione del Tribunale, sostenendo che, trattandosi di un’unico progetto corruttivo, la prescrizione non va calcolata partendo dalla data di ogni singolo versamento della “mazzetta”, ma dall’ultimo pagamento. Ovvero dal 2010. Nessun episodio, dunque, sarebbe ancora prescritto.

 

I vecchi amici che hanno incastrato Galan e Chisso

Sono tre i principali accusatori di Giancarlo Galan e Renato Chisso: si tratta dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, dell’ex presidente dell’impresa di costruzioni Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, poi diventata amministratrice di Adria Infrastrutture, società del gruppo Mantovani. Le loro confessioni, arrivate tra marzo e luglio del 2013, hanno fornito alla Procura i riscontri – ritenuti attendibili – ad una lunga attività di indagine svolta dalla Guardia di Finanza attraverso pedinamenti, servizi di osservazione e numerose intercettazioni ambientali e telefoniche. In relazione all’assessore Chisso sono molti i colloqui registrati dalle Fiamme Gialle: parlando tra di loro, ad esempio, Mazzacurati e Baita definiscono Chisso come «il nostro»: circostanza che, secondo il gip Scaramuzza è segno di «assoluta colleganza di interessi» tra di loro. Galan ovviamente non è stato intercettato, in quanto parlamentare. Ma lo sono state alcune persone a lui vicine, tra cui il commercialista e prestanome Paolo Venuti.
Baita ha quantificato in «12 milioni di euro» l’ammontare delle tangenti pagate complessivamente da Mantovani e Adria infrastrutture (non tutte destinate a Galan e Chisso), di cui la metà messe a disposizione attraverso il meccanismo delle false fatturazioni. Nell’interrogatorio del 28 maggio 2013 l’ex presidente della società di costruzioni riferisce ai magistrati che fu Mazzacurati a dirgli di aver ricevuto una richiesta da parte di Chisso, a nome di Galan: 900mila euro per la Valutazione di impatto ambientale relativa al progetto per le dighe in sasso del Mose, e altri 900mila per il via libera al progetto definitivo da approvare in commissione di Salvaguardia. Baita spiega di aver messo a disposizione metà della somma, di cui 600mila consegnati tramite un collaboratore di Mazzacurati, Luciano Neri e 300mila attraverso la Minutillo. Baita precisa che non si pagava il partito, ma la singola persona: «Per quanto riguarda Chisso – ha messo a verbale – fino al 2005 ha sempre provveduto la dottoressa Minutillo direttamente; dal 2005 al 2010 ha provveduto pure la dottoressa Minutillo; dal 2010, quando noi abbiamo interrotto i rapporti con Bmc (la società di San Marino di Colombelli che fabbricava false fatture per la Mantovani, ndr), ho provveduto io».
Claudia Minutillo, nell’interrogatorio del 19 marzo 2013 dichiara che «con il denaro delle false fatturazioni ho pagato, direttamente o indirettamente, politici e funzionari della Regione Veneto affinché i progetti della Mantovani non avessero intoppi nel loro percorso e nelle fasi di approvazione ed esecuzione».
E ancora: «A Giancarlo Galan venivano consegnate, anche più volte all’anno, somme ingenti di denaro… anche all’assessore Chisso il Baita era solito corrispondere più volte all’anno somme ingenti di denaro… le somme venivano portate da Federico Sutto, Casarin Enzo e a volte da Mazzacurati in persona… I pagamenti a Chisso rientravano in una continuativa e ordinaria corresponsione…».
Nel precedente interrogatorio, quello del 4 marzo, l’ex segretaria del Presidente della Regione aveva raccontato che «Baita a volte si lamentava di quanto veniva a costare Galan…»
Successivamente, il 9 aprile aggiunge altri particolari: «Ricordo che Renato Chisso in più occasioni ebbe a lamentarsi del fatto che Mazzacurati gli corrispondeva somme di denaro solo alle feste comandate. Lo diceva ridendo, ma era chiaro che voleva essere remunerato più frequentemente…».
A chiudere il cerchio sono le dichiarazioni di Mazzacurati. Nell’interrogatorio del 31 luglio 2013 l’ex presidente del Cvn parla di consegne di denaro a Chisso, avvenute anche in Regione. Mazzacurati racconta di un pagamento durante un pranzo all’hotel Monaco, a Venezia. E riferisce che in alcune occasioni a consegnare il denaro sarebbe stato il suo collaboratore, Federico Sutto.
Quanto a Galan, Mazzacurati precisa di non avergli fatto consegne direttamente: «Le ho fatte a Chisso, non a Galan… avevamo bisogno un po’ della Regione… c’è un Comitato tecnico che approva i progetti; per noi questo flusso era una cosa abbastanza importante, essenziale, che fosse veloce, che fosse… Ecco nell’ambito di questo ragionamento abbiamo cercato di fluidificare questo settore…».
L’ex presidente del Cvn racconta ai magistrati di come andò l’approvazione della Valutazione ambientale per le scogliere del Mose: «Galan era fuori, rientrò e la cosa ebbe un effetto chiamiamolo positivo, nel senso che lui intervenne e riuscì a far approvare quelle scogliere…».
Per quanto riguarda i pagamenti, Mazzacurati spiega che parte delle somme erano decise assieme a Baita. «Un milione l’anno… per dare al Governatore oppure per dare a chi voleva il Governatore, nel senso che… per esempio poteva entrarci anche Chisso nella cosa…».
Alle dichiarazioni dei principali accusatori si aggiungono quelle rese dal vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova, Roberto Pravatà, che ascoltato dai pm il 22 luglio 2013 riferisce di aver appreso da Federico Sutto che alcune delle somme «erano destinate all’assessore Renato Chisso e al governatore Giancarlo Galan, anche in parte per le campagne elettorali…».
Per finire, la conferma del ruolo di Sutto quale “postino” delle mazzette, arriva dal responsabile amministrativo della Mantovani, Niccolò Buson, il quale, il 4 aprile 2013, ha ammesso di avergli consegnato somme di denaro.
Agli atti c’è anche un episodio “registrato” in diretta dagli inquirenti: la consegna di 150mila euro che l’allora assessore regionale Chisso avrebbe ricevuto proprio dalle mani di Sutto. In quel periodo la Guardia di Finanza era al lavoro da tempo con pedinamenti, servizi di osservazione, intercettazioni ambientali e telefoniche. Ed è grazie a questa attività che le Fiamme gialle, seguono minuto per minuto, prima gli accordi e gli incontri tra Sutto e Buson, nonché quelli tra il consigliere del Cvn per conto del Co.Ve.Co, Pio Savioli e il responsabile della cooperativa San Martino, Stefano Boscolo Bacheto, impegnati a definire la consegna delle somme che le varie società aderenti al Consorzio si erano impegnate a versare per contribuire ad “oliare” i politici. Il 31 gennaio del 2013 viene stabilito un incontro per il successivo 6 febbraio, nel corso del quale Boscolo consegna 150mila euro a Savioli (lo ha confessato l’imprenditore dopo l’arresto). Lo stesso giorno Buson promette 10mila euro a Sutto, prima tranche di una somma dovuta da un’altra società. Il 7 febbraio Savioli incontra Sutto, gli consegna i 150mila euro e ne promette altri 100 per il successivo marzo. Mezz’ora dopo Sutto incontra Buson e, nel pomeriggio, telefona alla segretaria di Chisso che, dopo aver sentito l’assessore, gli dice di passare subito. «L’incontro avviene – scrivono i giudici del Tribunale del riesame, nell’ordinanza con cui confermano il carcere per Chisso – i soldi sono consegnati e lo conferma la telefonata del giorno dopo, quando Savioli, parlando con Rismondo, riferisce di aver consegnato “150” al partito della Brotto (l’ingegnere del Cvn che si occupa della progettazione del Mose, ndr), cioè al Pdl».
Chisso ha dichiarato che quell’incontro fu uno dei tanti tra persone che si frequentavano da tempo, negando che vi sia mai stata una consegna di denaro. Soltanto il processo potrà accertare come sono andate veramente le cose e se Galan e Chisso siano effettivamente dei corrotti.

7 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24 e 30 agosto)

 

Enzo Casarin, fedele collaboratore con gravi precedenti

L’EX SEGRETARIA «Politici e funzionari pagati con il denaro delle false fatture»

Assieme a Chisso, in carcere il 4 giugno è finito anche il suo più stretto collaboratore, Enzo Casarin: secondo la procura, infatti, parte delle presunte “mazzette” destinate all’assessore «venivano veicolate attraverso il suo capo segreteria».
Il 28 giugno il Tribunale del Riesame conferma la misura cautelare nei suoi confronti, ritenendo che sussistano sia in gravi indizi di colpevolezza che il rischio di reiterazione del reato: «Malgrado questi gravissimi precedenti (è stato condannato per corruzione e concussione nell’ambito della Tangentopoli del Veneto) è stato scelto da Chisso quale capo della sua segreteria ed in tal modo ha potuto così continuare a trafficare con le tangenti, così come aveva fatto all’inizio degli anni ’90», scrivono i giudici.

 

Baita, l’ex doge, gli appalti «Ci fecero fuori dalle gare»

Gli interrogatori dell’ex manager Mantovani: «Lia Sartori non ci considerava. Favori ai funzionari? Chisso ce lo proibì, i rapporti con loro voleva tenerli lui»

VENEZIA – Nell’inchiesta Mose si parla anche di ospedali e di sanità del Veneto. È interessante vedere come funzionano le cose dall’interno di questo settore: le protezioni politiche per le imprese, il comportamento dei dirigenti regionali. Uno spaccato ce lo offre l’interrogatorio reso da Piergiorgio Baita il 6 giugno 2013 ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Ovviamente dal punto di vista della Mantovani, di cui l’ingegnere era indiscusso manager. Sono presenti gli avvocati Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli.
D. Finora non abbiamo mai toccato il settore ospedali e sanità…
R. Nel 2005,appena rieletto, il presidente Galan mi invita a pranzo in un ristorante di Galzignano, presente l’assessore Chisso. Mi dice che vista la quantità di lavori della Mantovani nel Consorzio Venezia Nuova, dovevo ritenermi escluso dagli appalti della Regione per tutta la legislatura. Io protesto, perché la partecipazione al Consorzio l’avevamo pagata, ma Galan mi fa vedere una nota che le imprese di riferimento gli avevano scritto sull’invadenza di Mantovani nel settore appalti, lamentele non più gestibili da lui e dalle due persone che lo assistevano nell’operatività, l’assessore Chisso per i trasporti e l’ambiente e l’on. Sartori per la sanità. Abbiamo avuto subito le prove che senza santi non si va in paradiso…
D. Sia più chiaro.
R. Ci fanno perdere un paio di gare in modo evidente, lo svincolo di San Giuliano, l’ospedale. Erano avvertimenti chiari. Noi seguiamo il consiglio e ci concentriamo sui project. Alcuni già avviati, come la Pedemontana e la Nogara Mare, altri proposti autonomamente da noi, come le autostrade del mare, la Jesolo-Cavallino, la Alvisopoli- Bibione. Oppure con proposte che facciamo in Ati con altre imprese: il sistema delle tangenziali con Pizzarotti, il prolungamento dell’A27 con Grandi Lavori Fincosit…
D. E nel settore sanità e ospedali?
R. Le leve operative dell’on.Sartori in sanità erano i direttori generali delle Usl, alla cui nomina aveva provveduto quasi in maniera autonoma, rompendo anche rapporti politici. I direttori delle Usl potevano essere etichettati come persone di sua fiducia. L’on. Sartori non ha mai considerato la Mantovani come soggetto di prima battuta in sanità, ritenendo che invadesse il campo riservato ad altri e in particolare alla Gemmo. Di conseguenza per entrare nelle operazioni sanitarie o si passa attraverso la Gemmo o non si entra. Questo lo posso certificare.
D. In che modo?
R. Quando ero con la Gemmo abbiamo avuto l’aggiudicazione degli ospedali di Mestre e di Thiene-Schio, quando non avevamo la Gemmo abbiamo perso project di cui eravamo proponenti unici, come il Centro protonico di Mestre, l’ospedale di Este-Monselice, l’ospedale di Verona, l’ospedale di Treviso, in cui siamo sempre arrivati secondi. Per l’ospedale di Mestre l’accordo proposto a tutti i soci era di affidare alla Gemmo la gestione in esclusiva per tutto il periodo di vita dei servizi informatici a condizioni talmente fuori mercato che lo stesso direttore Padoan era in imbarazzo con i suoi funzionari. Per Thiene-Schio i rapporti sono stati tenuti da Palladio Finanziaria del dottor Meneguzzo, cui abbiamo affidato l’incarico di closing finanziario con un fee importante sul finanziamento ricevuto da Unicredit.
D. Qual era allora il vantaggio per la Mantovani?
R. Di partecipare.
D. Per partecipare dovevate affidare i servizi informatici per sempre alla Gemmo?
R. Dico Gemmo perché era referente dell’on. Sartori , che era referente del settore sanità della Regione.
D. E nel caso di Thiene-Schio?
R. Abbiamo affidato a Palladio l’intermediazione finanziaria con Unicredit.
D. Ha mai dovuto elargire favori a funzionari inseriti nella catena di comando subordinata al presidente della Regione e all’assessore?
R. C’era un esplicito divieto a farlo dell’assessore Chisso. Diceva: «I rapporti con la struttura li tengo io».
D. È una cosa che Chisso vi dice espressamente: «Non dovete pagare i miei sottoposti, dovete pagare esclusivamente me»?
R. Lo dice espressamente a me e lo ripete tutti i giorni la Minutillo, che ha rapporti quotidiani con la struttura regionale.
D. Questo anche nella fase in cui Galan è presidente?
R. Nella fase in cui Galan è presidente non c’era bisogno di favori alla struttura. Questa ha solo bisogno di nomine, incarichi di cda, di fare carriera e la presenza di Galan era garanzia di copertura di carriera. Venuto meno Galan, la prospettiva di carriera sfumava e diventavano più interessanti altre prospettive, forse. D. Lei ha sempre rispettato il divieto di Chisso?
R. Sì, avremmo reso nullo il rapporto con lui se violavamo la regola.
D. Ma noi registriamo diverse conversazioni da cui risultano atti che dovevano essere fatti e invece restano fermi sulla scrivania e qualcuno vi fa presente che un certo favore chiesto non sarebbe ancora stato eseguito…
R. Diciamo che è pratica corrente cercare di avere un atteggiamento favorevole da parte delle strutture della P.A. Per esempio l’ingegner Vernizzi mi aveva sempre chiesto di dare incarichi all’avvocato Biagini…

Renzo Mazzaro

 

Imprenditori sotto torchio «Mai versato soldi a Galan»

La Gdf ha sentito le 10 persone che avrebbero contribuito alla campagna elettorale 2005

Pagnan smentisce seccato i rapporti con la Minutillo. Nel memoriale l’elenco delle proprietà

VENEZIA Gli uomini del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia hanno sentito alcuni dei dieci imprenditori che, secondo Giancarlo Galan, avrebbero contribuito chi con cifre considerevoli chi con somme più modeste, alla sua campagna elettorale per le Regionali del 2005. C’è chi si è presentato spontaneamente, chi è stato sentito come persona informata sui fatti: tutti comunque hanno decisamente negato, nessuno ha confermato la versione fornita dal parlamentare di Forza Italia rinchiuso nel carcere milanese di Opera. Gli interrogatori sono stati fatti su indicazione dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini in vista dell’udienza di domani davanti al Tribunale del riesame, che dovrà decidere sul ricorso presentato dai difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Intanto arriva l’ennesima smentita, quella del re padovano delle sementi Renato Pagnan, che secondo Galan aveva «a libro paga Claudia Minutillo, a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie all’interno della Regione ». «Ho preso atto con estremo stupore delle dichiarazioni riportate sugli organi di stampa che sarebbero contenute nel memoriale consegnato da Giancarlo Galan», scrive Pagnan, «e smentisco categoricamente quelle sul mio conto: non ho mai corrisposto alcunchè in favore della signora Minutillo, né ho mai chiesto alla signora Minutillo di seguire alcunchè per conto mio». Comunque, Galan nel suo memoriale, in cui si scusa e addirittura si dice «sinceramente dispiaciuto e pronto a risarcire », ritrae ambienti e rapporti davvero distanti dalla legalità. Ad esempio spiega che le campagne elettorali del candidato presidente alla Regione sono estremamente costose e «a molte voci era necessario far fronte in contanti». «La predetta esigenza», sostiene, «veniva incontro alla volontà di molti contributori, che non volevano apparire come finanziatori di una determinata forza politica ». Sottolinea anche di aver avuto le prove che Claudia Minutillo si fosse appropriata di almeno 500 mila euro: «Incontrai il veneziano Andrea Mevorach a Rovigno e rappresentai il mio dispiacere per non aver ricevuto contributi da lui. Mi mostrò i numeri di serie delle banconote consegnate alla Minutillo ». Oltre a negare di aver ricevuto soldi da Piergiorgio Baita lo descrive come «estremamente preparato,macinico, ambizioso e fornito di una sconfinata considerazione di se stesso». Di Giovanni Mazzacurati scrive che «mi chiese poche cose, non vi era necessità di convincermi della bontà del Mose, perché ci aveva già pensato Luigi Zanda, oggi capogruppo del Pd al Senato». Infine, cerca di smentire la Guardia di finanza e fa l’elenco delle sue proprietà, che sono davvero tante e di valore: possiede due barche, una di 7,40 metri e l’altra di 8,40 del valore la prima di 30 mila euro, la seconda di 100 mila. La sua villa a Cinto Euganeo vale meno di un milione e per restaurarla ha speso 700 mila euro, poi ha un appartamento a Rovigno del valore di 155 mila euro, uno a Lussino in comproprietà con l’imprenditore Luigi Rossi Luciani e il suo commercialista Paolo Venuti (ancora in carcere), una tenuta agricola in provincia di Ravenna, la Frassineta, e un bosco sui Colli Euganei del valore di 47 mila euro. Le auto: un’Audi Q7, una Land Rover e un Quadd, poi quelle d’epoca, una Land del 1980, una Pinzgawer del 1973 e una Mini Morris del 1976, regalo di nozze del suo avvocato Ghedini. Infine, almeno otto società e la partecipazione azionaria per 100 mila euro a Veneto Banca.

Giorgio Cecchetti

 

Mose, ultimi fondi arenati al Cipe

Pressing del Consorzio Venezia nuova sui 401 milioni promessi per le paratoie

VENEZIA – Due sole tappe per il completamento del Mose. Del valore complessivo di 627 milioni di euro. Ma adesso si attende il battito di ciglia del governo di Matteo Renzi, da cui è attesa una mossa: commissariamento o via libera definitivo alle condizioni attuali. Sul tavolo del Cipe c’è la penultima tranche di finanziamento che vale 401 milioni di euro: al Comitato interministeriale per la programmazione economica avrebbero dovuto parlarne ieri sera, ma il tema non è stato nemmeno sfiorato. Probabilmente sarà inserito nella prossima riunione del comitato istituto presso la presidenza del consiglio. Il governo, evidentemente, ha voluto prendere tempo. Troppo fresca è la bufera giudiziaria che ha squarciato il Consorzio Venezia Nuova. L’ultima tranche, invece, pari a 226 milioni di euro, riguarda le opere di mitigazione ambientale della laguna e il completamento degli spazi dell’Arsenale, ma i lavori saranno quasi certamente messi a gara e quindi non è detto che saranno aggiudicati al Consorzio. Mauro Fabris, dal luglio dell’anno scorso presidente del Consorzio Venezia Nuova, è da molti giorni a Roma cercando di capire le intenzioni del governo: sul Consorzio pende la spada del commissariamento. Mala preoccupazione maggiore è legata soprattutto al completamento del sistema della paratoie mobili: ne sono state posate diciassette su 78. Alla Fincantieri di Palermo ne sono state commissionate altre 22 per la bocca del Lido San Nicolò, per un importo lavori di 26,5 milioni di euro. Ne mancano 47: 21 per la bocca di Malamocco, 20 per quella di Chioggia. Davanti al Cipe la decisione, naturalmente, è tecnica: ma i burocrati fanno fatica a non tener conto della bufera politica in corso e dell’atteggiamento «attendista» del governo Renzi. Complessivamente l’investimento dello Stato sul Mose ha finora raggiunto i cinque miliardi e 493 milioni di euro: i lavori sono giunti a una fase delicatissima perché sono stati realizzati al 98 per cento. Uno stop adesso sarebbe probabilmente foriero di mille guai, anche per le casse statali. Al Lido nord Treporti sono stati posati i nove cassoni previsti ed è in corso la posa della 17esima paratoia; al Lido sud San Nicolò sono stati installati i cassoni e le paratoie saranno fornite entro l’autunno da Fincantieri, a Malamocco sono in corso di installazione i cassoni (la fase si dovrebbe concludere entro il 15 ottobre), mentre a Chioggia la fase di alloggiamento dei cassoni si dovrebbe concludere entro la fine di agosto. Complessivamente il sistema Mose si regge sulla posa e installazione di 35 cassoni e 78 paratoie mobili. E un monitoraggio scientifico delle maree veneziane tenuto in osservazione 24 ore su 24 dalla sala di controllo aperta nella sede dell’Arsenale.

Daniele Ferrazza

 

Cantone prudente sul caso Venezia «Presto per parlare di commissariamento»

VENEZIA. Una dichiarazione che sembra allontanare, per ora, l’ipotesi commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. «Al momento le modifiche al decreto legge sulla Pubblica amministrazione» in fase di conversione alla Camera «non sono ancora efficaci, quello che vale è il decreto approvato dal Consiglio dei ministri. Capiremo poi se le modifiche, una volta definitive, possono essere calate sul Mose». Così il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone (nella foto ) nel corso di una conferenza stampa rispetto ai possibili impatti della norma sull’inchiesta aperta in merito agli appalti del Mose. Cantone ha poi risposto ad una domanda sull’ipotesi di commissariamento dei lavori della piastra dell’Expo 2015 di Milano, affidati alla padovana Mantovani guidata da Carmine Damiano. «Non ritengo che ci siano le condizioni, ossia un livello di indizi tali, che giustifichi un intervento di commissariamento sulla cosiddetta piastra», cioè l’appalto più rilevante di Expo su cui è in corso un’indagine. Il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone era stato nei giorni scorsi a Venezia.

 

Sfmr, Net Engineering contro la Regione

«Non siamo stati al gioco dei “furbetti” del Veneto». Il lodo arbitrale: Palazzo Balbi paghi 30 milioni

PADOVA Ventiquattro anni di studi, progetti, approfondimenti. E un contenzioso, avviato nel 1996, che ha prodotto finora nove decisioni avverse alla Regione del Veneto, condannata a risarcire trenta milioni a uno dei più importanti studi di progettazione del Veneto, Net Engineering, che fa riferimento all’ingegner Giambattista Furlan. Tutto intorno al sogno di una mobilità rapida ed efficiente, il Sistema ferroviario metropolitano regionale che avrebbe dovuto rendere il Veneto un po’ più europeo. Con una mossa oltremodo inusuale, ieri mattina la società di progettazione ha convocato una conferenza stampa per denunciare lo stallo: «Una storia infinita che suscita un’infinità di domande» sibila Furlan,che tenta di accreditare la tesi di un atteggiamento vessatorio della Regione nei confronti dello studio ingegneristico, «colpevole» di non essere stato al gioco dei «furbetti» del Veneto. «Il sistema metropolitano di superficie è l’architrave dello sviluppo del Veneto – ha spiegato Furlan –, un’infrastruttura fondamentale, senza la quale è inutile che il Veneto si candidi a eventi internazionali. Per questo lo stallo non giova a nessuno». Poi la lunga storia del contenzioso, nato in seguito all’atteggiamento della Regione che prima affida a Net l’incarico di tutta la progettazione del sistema, poi lo mette a gara cercando di aprire alla concorrenza. Net si oppone facendo valere il suo diritto acquisito: su questo si incunea un contenzioso che, appunto, finora smentisce la Regione. «Sonore e ripetute sconfitte» aggiunge Furlan, che accusa di «strategia dilatoria per far morire Net». E aggiunge: «Ma quel che non capisco è per quale ragione il duo Zaia/Zorzato stia perseguendo il disegno omicida dei loro predecessori». Furlan punta l’indice sull’ex governatore Giancarlo Galan e sull’ex assessore regionale Chisso, in un tentativo di «smarcarsi» sin troppo evidente. Sarebbero stati loro ad infilare la Regione in un contenzioso senza via d’uscita. «Nostro è il progetto, nostri gli studi, nostro il diritto a continuare a lavorare: così hanno riconosciuto anche i magistrati e tre arbitrati. Poi la Regione si è messa nelle mani di Trenitalia varando l’orario cadenzato senza minimamente coinvolgerci ». Dal canto suo la Regione risponde: «Il contratto del 1998 con Net Engineering e le sei revisioni intervenute tra il 2000 e il 2009 hanno reso oltremodo e ingiustificatamente oneroso il contratto stesso. Ogni volta che la Regione compra un treno, essa è costretta a pagare alla società un obolo che assomiglia a una vera e propria royalty». La Regione ha impugnato il lodo arbitrale davanti alla Corte d’Appello di Venezia, facendo leva soprattutto sulla decisione presa a maggioranza dagli arbitri. Nel frattempo, sta definendo le modalità di adempimento: Giambattista Furlan per 30 milioni.

(d.f.)

 

Nuovo mandato d’arresto per […]

Fondi neri, competenza a Padova: ordinanza di custodia cautelare del gip. L’indagato latitante a Dubai

PADOVA – Nuovo mandato di cattura per spedire in carcere il commercialista […], dal 2012 cittadino maltese. È il “mr Matacena” dell’inchiesta Mose, sfuggito all’arresto all’alba del 4 giugno scorso e, da allora (quel giorno si trovava a Tallin in Estonia, secondo i suoi legali), latitante a Dubai. Sarebbe stato pronto a costituirsi nel caso in cui il tribunale del Riesame avesse accolto la sua richiesta di beneficiare degli arresti domiciliari in un’abitazione del Rodigino. Niente da fare. Il gip padovano Mariella Fino ha firmato la nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di […], considerato l’”architetto” del complesso meccanismo di sovraffatturazioni che consentivano alla Mantovani guidata da Piergiorgio Baita di produrre fondi neri poi impiegati per distribuire tangenti a pioggia. Lo stralcio dell’inchiesta è nelle mani del pubblico ministero Giorgio Falcone, sempre della città del Santo. Un passo indietro: per quanto riguarda la posizione di […], il 16 luglio scorso i giudici del Riesame avevano annullato l’ordinanza “veneziana” firmata dal gip Alberto Scaramuzza per incompetenza territoriale, ordinando la trasmissione degli atti al giudice “competente” di Padova. Semplice il motivo: il reato contestato ad […] (commercialista della società Cmp&partners) di emissione di fatture per operazioni parzialmente inesistenti tra il 2006 e il 2010 (tramite, appunto, l’artificio della sovrafatturazione) si sarebbe consumato negli uffici della Mantovani situati a Padova in via Belgio 26. Tra marzo e fine maggio […] sarebbe stato in Italia quasi ininterrottamente, salvo volatilizzarsi nei giorni “caldi” alla vigilia del blitz. L’ordinanza padovana, dunque, ricalca quella firmata dal gip Scaramuzza, secondo il quale Baita e Buson (il “ragioniere” della Mantovani) avevano creato una serie di società estere su consiglio e indicazione di […] e di Andrea Cortella, professionista svizzero co-amministratore di fatto e fiduciario (con il primo) della canadese Quarrytrade Limited. Quest’ultima, nessun dipendente, ha emesso a favore di Mantovani ben 1.253 fatture per un totale di 7 milioni e 990 mila euro. Acquistando sassi da annegamento dalla società Kamen con sede a Pazin in Croazia (a un prezzo maggiorato del 10-17% rispetto a quello che sarebbe stato pagato da Mantovani nella forma dell’acquisto diretto dallo stesso fornitore), l’impresa di Baita “produceva” il contante invisibile al fisco e a qualunque controllo. Un meccanismo rodato, già sperimentato con la San Martino Coop di Stefano Boscolo Bacheto e con la Coed.Mar e Nuova Coed.Mar di Gianfranco, detto Flavio, Boscolo Contadin, società che partecipavano ai lavori del Mose. Il sasso da annegamento è una roccia uniforme dolomite utilizzata per realizzare le dighe foranee alle bocche di Porto di Malamocco e di Treporti. Quei soldi “extracontabilità” erano trasferiti nei conti svizzeri a disposizione di Mazzacurati, il boss del Consorzio Venezia Nuova di cui Mantovani era capofila. Sempre il gip Fino ha confermato a carico di […] i sequestri preventivi dello yacht “iRrock”, in corso di costruzione nei cantieri navali Baglietto di La Spezia, una villa galleggiante con ufficio ipertecnologico, e del velivolo Cirrus Sr 22, iscritto nel registro aeronautico Usa, parcheggiato nell’Aero-club di Bresso (scalo frequentato dalla borghesia lombarda) con titoli contante beni per un valore di 4.412.492,39.

Cristina Genesin

 

mozione dei cappelletti (M5s) «Stop alla concessione al Cvn»

ROMA – Cancellare la concessione unica del Mose affidata al Consorzio Venezia Nuova e adottare misure di depenalizzazione delle imprese coinvolte. Enrico Cappelletti, senatore del M5S, ha depositato come primo firmatario, sullo scandalo. «L’inchiesta ha portato alla luce un sistema illecito molto più ampio di quello che avremmo mai potuto immaginare, fatto di corruzione, concussione, riciclaggio, conti all’estero, fondi neri, finanziamento illecito ai partiti, favoreggiamento personale, millantato credito » dice Cappelletti, «ma nessun senatore Pd ha firmato la mozione per fare verità».

 

Enti regionali, scure sulle partecipazioni

Via libera alla Banca della terra veneta: un anno di tempo per censire tutti gli appezzamenti incolti

VENEZIA – Un mese di tempo a disposizione per presentare al Consiglio e alla Giunta regionale l’elenco di tutte le partecipazioni societarie detenute, direttamente e indirettamente, dagli enti regionali e per indicare quali sia conveniente mantenere. Lo prevede l’articolo 3 della legge “Norme in materia di società partecipate da enti regionali” che è stata approvata ieri dall’assemblea di Palazzo Ferro Fini. Entro sessanta giorni la giunta Zaia deciderà l’autorizzazione delle partecipazioni ritenute necessarie: tutte le altre saranno «ritenute illegittime e dismesse senza indugio». La legge, che è stata illustrata dal consigliere Ncd Costantino Toniolo, stabilisce inoltre, ai fini del contenimento delle spese di funzionamento, che «entro il 30 ottobre di ogni anno gli amministratori delle società controllate da enti regionali effettuano una ricognizione dei costi del personale, delle consulenze e degli incarichi professionali, nonchè una proposta volta al contenimento delle spese di funzionamento ». Nella relazione che accompagna il testo della legge Toniolo specifica che il provvedimento riguardava, negli esercizi 2011-2012, un’ottantina di partecipazioni societarie direttamente detenute dagli enti strumentali “classici”: Arpav, Avepa, Veneto Agricoltura, Enti parco, Ater, Esu, Consorzi di bonifica. Per quanto riguarda le Usl e le Aziende ospedaliere, al 31 dicembre 2012 erano state conteggiate 14 partecipazioni in imprese controllate (valorizzate in oltre 63 milioni di euro). Nella seduta di ieri è stata approvata anche la proposta di legge regionale (illustrata dal consigliere forzista Davide Bendinelli) che contempla l’istituzione della Banca della terra veneta, ovvero un inventario completo e aggiornato dei terreni suscettibili di coltivazione e delle aziende agricole di proprietà pubblica e privata disponibili per operazioni di assegnazione. Ai Comuni toccherà il compito, entro un anno, di provvedere a un inventario dei terreni incolti. Particolarmente soddisfatti i giovani agricoltori di Coldiretti, che ieri hanno assistito ai lavori, sventolando i loro fazzoletti gialli e innalzando cartelli con la scritta “Grazie”. Secondo i dati dei neo-coltivatori di Coldiretti gli appezzamenti incolti si estendono su almeno15 mila ettari gestiti da 135 enti pubblici su un totale di una superficie pari a 811.440 ettari lavorata da circa 120mila aziende. Il Consiglio del Veneto ha infine votato il progetto di legge “Intervento a favore dei territori montani e conferimento di forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria alla Provincia di Belluno».

 

 

RESA DEI CONTI – I verbali saranno usati domani per il riesame dell’ordinanza di arresto

VENEZIA – Tutti negano di aver pagato la campagna elettorale per le regionali 2005

Interrogati i finanziatori

Sentiti in Procura alcuni degli imprenditori che avrebbero versato soldi a Galan

VERIFICHE – Gli industriali citati nel memoriale choc non sono stati indagati

ARCHIUTTI «Sono allibito quando dice quelle cose sul mio conto per difendersi Giancarlo si sbaglia»

Non sono stati indagati per un finanziamento illecito, presunto, che risalirebbe alla campagna elettorale per le regionali del 2005. Eppure alcuni degli imprenditori indicati quali generosi sostenitori da Giancarlo Galan nel suo memoriale-chock sono già stati interrogati su ordine della Procura di Venezia. Non tutti coloro che compaiono nell’autodifesa dell’ex governatore, ma solo una parte. La Procura ha scelto una linea soft. Non li ha iscritti nel registro degli indagati per un reato vecchio di nove anni e già ampiamente prescritto. In quel caso, infatti, avrebbero dovuto presentarsi di fronte alla polizia giudiziaria assistiti da un difensore. La convocazione è stata invece formalizzata con la procedura delle “sommarie informazioni”.
Nessuno di loro ha confermato la versione di Galan, che sostiene di aver ricevuto circa 350 mila euro di finanziamenti in nero. Sono caduti dalle nuvole, si sono detti all’oscuro di qualsiasi sostegno elettorale, pur non negando le simpatie politiche per Galan. Sono state così confermate le smentite diffuse due giorni fa dopo le rivelazioni del memoriale e sono stati riempiti – in negativo – i silenzi di chi non era uscito allo scoperto.
Eppure il documento di Galan era dettagliato. Aveva indicato otto nomi. La somma più rilevante era riferita all’ex senatore trevigiano di Forza Italia, Giacomo Archiutti, detto “Carlo”, che ha sdegnosamente smentito: «Capisco che si difende, ma si sbaglia». Invece, Galan aveva spiegato che egli «riuniva i contributi di vari suoi amici». Una sorta di colletta, una specie di sistema-Galan per raccogliere i denari necessari a pagare un confronto elettorale costoso.
L’elenco continuava con i 50-100 mila euro dall’imprenditore vicentino Rinaldo Mezzalira, che non è stato interrogato, in quanto deceduto. I figli Alessandro e Gianmario hanno diffuso ieri un comunicato in cui si dicono “dispiaciuti in merito alle affermazioni del sig. Galan di contributi in nero da parte del padre che, essendo deceduto, si trova nell’impossibilità di fare alcuna smentita». E ricordano che i finanziamenti a favore di partiti effettuati dal padre «sono sempre stati a norma di legge».
L’elenco continua con i 50 mila euro attributi a Giovanni Zillo Monte Xilio, titolare di cementifici a Este e Monselice, i 10-20 mila euro di Mario Putin (titolare del colosso della ristorazione “Serenissima”), i 20 mila del trevigiano Mario Moretti Polegato (Geox, anche lui aveva smentito pubblicamente con un comunicato), i 5-10 mila euro di Ermanno Angonese direttore generale dell’Ulss di Vicenza, i 17 mila di Gianni Roncado (valigie e borse a Campodarsego), i 5-10 mila euro di Angelo Gentile.
I verbali verranno probabilmente depositati all’udienza del Riesame prevista per domani a Venezia. Gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini chiederanno l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare che ha fatto finire Galan nel carcere di Opera. Ma la Procura risponderà sostenendo che le parziali ammissioni di finanziamenti ormai prescritti non trovano conferma. Non risulta, invece, che la Procura abbia sentito Piero Zannoni e Andrea Mevorach, che avrebbero rivelato a Galan di aver consegnato rispettivamente 200 mila e 300 mila euro a Claudia Minutillo, la segretaria personale a Palazzo Balbi, licenziata per essersi trattenuta il denaro. Una smentita (a Galan) viene anche dall’imprenditore Renato Pagnan: «Non ho mai corrisposto alcunchè in favore della signora Minutillo, nè le ho mai chiesto di seguire alcunchè per mio conto in Regione».

 

LA NUOVA AUTHORITY – Cantone: sul Mose niente commissario, valuteremo in futuro

Il presidente dell’Authority Anticorruzione, Raffaele Cantone, esclude per il momento il commissariamento del Mose, anche se rimane possibilista per il futuro: «Verificheremo più avanti». Concetti espressi durante la presentazione della sua squadra. Cantone ha auspicato «obblighi di comunicazione da parte dell’autorità giudiziaria».

«Ma non escludo di adottare il provvedimemto in futuro»

LE INCHIESTE «Necessario lo scambio di informazioni con la magistratura»

MAREMOTO sul Mose

ANTICORRUZIONE – Il presidente presenta la sua squadra contro il malaffare

Cantone: per il Mose niente commissario

ROMA – L’Anticorruzione deve informare la magistratura delle ipotesi di reato di cui venga a conoscenza, ma «sarebbe utile prevedere un meccanismo inverso, un obbligo di comunicazione da parte dell’autorità giudiziaria all’Anticorruzione»: i casi che non hanno il peso mediatico di Expo o del Mose rischiano altrimenti di sfuggire alle verifiche incrociate dell’Authority. L’appello arriva dal numero uno dell’Autorità, Raffaele Cantone che ieri ha presentato la sua squadra. Un appello lanciato mentre è in fase di conversione alla Camera quel decreto sulla Pa che ha ridisegnato i poteri dell’Anticorruzione.
Expo e Mose restano ovviamente nell’occhio del ciclone. Dopo il commissariamento che ha riguardato la Maltauro per l’appalto sulle architetture di servizio di Expo 2015 di Milano, la domanda è se ci saranno procedure analoghe, a cominciare dai lavori sulla “piastra”, l’appalto più importante di Expo, anch’esso sotto indagine. Ma Cantone, che non intende usare il potere di commissariamento «in presenza di elementi di mero sospetto», per ora lo esclude, perché al momento non c’è «un livello di indizi tali che lo giustifichi». Cantone frena anche sull’altra mega-inchiesta, quella sul Mose di Venezia: gli emendamenti al decreto che vanno a rafforzare i suoi poteri, sembrerebbero preludere ad un possibile intervento, ma oggi non sono legge e quindi non sono efficaci, se passeranno, «si verificherà se possano essere calati sul Mose».
Ha preso le mosse, invece, la prevista ‘fusione’ con l’Autorità di vigilanza sugli appalti: la struttura soppressa conta 350 dipendenti che si sommano ai 26 dell’Anticorruzione, e inoltre «sei direzioni generali e 47 dirigenti di seconda fascia». Troppi, ha fatto capire Cantone, che intende sfoltire, «eliminare gli staff, i contratti di dirigenti esterni» e tagliare le spese dove necessario. Una «riorganizzazione a 360 gradi», in cui rientra anche l’individuazione di 4 sezioni che fanno capo ai nuovi componenti dell’Autorità: Francesco Merloni, ordinario di diritto amministrativo e tra gli esperti che hanno collaborato alla stesura della legge 190 anticorruzione, che si occuperà di corruzione in senso stretto; la costituzionalista Angela Ida Nicotra, che seguirà la trasparenza; Nicoletta Parisi, docente di Diritto internazionale, che curerà i rapporti con gli organismi internazionali; Michele Corradino, magistrato proveniente dal Consiglio di Stato, che si occuperà di appalti pubblici.
Sono inoltre allo studio progetti di formazione da realizzare con la Scuola nazionale di Pubblica amministrazione, con le Università e con l’accreditamento della stessa Authority tra le strutture in cui prestare servizio civile, un’idea quest’ultima su cui già si sta lavorando.

 

LA NOMINA – Maltauro sceglie un generale di Finanza per la Vigilanza

L’impresa di costruzioni Maltauro – il cui ex amministratore delegato è stato arrestato nell’inchiesta sugli appalti della Procura di Milano – ha nominato suo nuovo presidente Gabriella Chersicla e scelto come presidente dell’organo di vigilanza l’ex generale di brigata della Guardia di Finanza Rodolfo Mecarelli.
La società – che esegue i lavori per le architetture di servizio di Expo (appalto commissariato dal prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca su richiesta del presidente dell’autorità Anticorruzione Raffaele Cantone) – dopo l’arresto dell’ad Enrico Maltauro e le sue dimissioni (e le dimissioni di Elena e Adriana Maltauro) ha nominato nuovo amministratore Alberto Liberatori. E ha rinnovato anche il consiglio di amministrazione del quale ora fanno parte, oltre a Chersicla nominata presidente e a Liberatori, Gianfranco Simonetto, Alberto Regazzo, Francesco Marena e, come nuovi consiglieri indipendenti, Piergiuseppe Biandrino (presidente fra l’altro di Edipower) e l’economista Bettina Campedelli. Del collegio sindacale fanno parte Fabio Buttignon, economista docente dell’università di Padova, (presidente) Alessandro Terrin e Daniele Francesco Monarca.

 

Quegli incontri a tre alla Mantovani

Buson ai pm: «Galan e Chisso si chiudevano in ufficio con Baita»

VENEZIA – Giancarlo Galan e Renato Chisso passavano di frequente alla Mantovani. Niente a che fare con compiti istituzionali. «Erano visite informali, arrivavano in azienda sia l’uno che l’altro e si chiudevano nell’ufficio di Piergiorgio Baita», dice Nicolò Buson ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini che lo interrogano il 16 maggio 2013. È il terzo dei cinque interrogatori subìti dall’ex braccio destro di Baita (4, 10 e 29 aprile, 16 maggio e 11 luglio 2013, ne diamo una sintesi). Buson era il responsabile finanziario e amministrativo della Mantovani. L’uomo che faceva arrivare fisicamente il denaro con gli spalloni dalla Svizzera. Che liquidava le fatture anche quando capiva che erano false. Un tipo brusco e diretto, che vorrebbe mangiarsi Colombelli con cui è costretto a trattare e non finisce di mandare a quel paese Galan e Ghedini che gliel’hanno messo tra i piedi. Ma fedele agli ordini di Baita. Una sola volta si rifiuta: quando l’ingegnere vuole mandarlo a Lugano perché faccia un bonifico estero su estero di mezzo milione. «In qualsiasi paese del mondo oggi bisogna indicare la persona fisica che dispone il pagamento », spiega Buson ai pm. «Questo equivaleva a rendere palese il soggetto che la effettuava. Era un’operazione da pazzi e non ero disponibile».
D. Lei ha mai fatto consegne all’ex presidente Giancarlo Galan?
R. Personalmente somme di denaro mai. Ne ho consegnate a Baita e dalle lamentele di quest’ultimo presumo che fossero per Galan. Ho sentito spesso Baita lamentarsi dei costi che doveva sopportare per Galan.
D. E consegne di altri generi di bene?
R. Mi ricordo un piccolo trattore agricolo per la sua casa di campagna. Mi fu fatta la fattura e pagai (circa 5000 euro).
D. Quindi lui se lo andò a comprare e lei pagò la fattura?
R. Sì.
D. Lei ha conti all’estero?
R. Sì, un conto intestato a me e all’ingegner Baita. Ci sono passati i milioni della vendita delle navi che servivano a trasportare il sasso. Adesso nel conto ci saranno 300-400 mila euro.
D. Come mai Baita le chiede di cointestarsi il conto? Scusi, i soldi sono vostri e li rubate alla Mantovani…
R. Potrebbe essere inteso anche così, ma Baita diceva che era importante avere delle disponibilità, perché ottenere lavoro costava.
D. Lei aveva la firma, ha mai prelevato denaro da quel conto?
R. Sì, di solito somme di 150-200 mila euro. Le portavo in Italia attraverso alcuni spalloni. Uno si chiamava Ezio, un povero cristo.
D. Baita ha altri conti all’estero, che lei sappia?
R. Sì, attraverso la fiduciaria Phoenix sa di Lugano. Erano state costituite due società, la Ulani Management Corp. con sede a Panama e la Quarry Trade Limited con sede in Canada. La prima era la proprietaria delle motonavi Slavutic, impiegate per trasportare i sassi, la seconda acquistava i sassi in Croazia e li rivendeva alla Mantovani compreso il costo del trasporto. I proventi di queste operazioni finivano, tramite la Lusk Financial, in un conto cifrato alla Bsi di Lugano che si chiamava “Verricello”. Successivamente alla Corner Bank, nel conto “Fortissimo”.
D. Quanti trasporti di denaro con spalloni sono stati fatti all’incirca?
R. Dal 2005 al 2012, cinque o sei volte all’anno. Tengo a precisare che da tutte queste operazioni non ho mai guadagnato una lira, ho solo rischiato il fegato e rovinato lo stomaco.
D. Non ha mai protestato con Baita?
R. Pesantemente. Ne avevo le scatole piene.
D. E Baita cosa le disse?
R. Che l’alternativa era trovarsi un altro lavoro. «Lo farei anch’io un altro lavoro se dovessi rinascere», mi disse.
D. Nel maggio 2012 noi registriamo una serie di incontri tra lei, Baita, Claudia Minutillo…
R. Sì e poi anche con Mirco Voltazza relativamente a una provvista di 800 mila euro che Baita riteneva necessaria per “sistemare” i project financing in corso di approvazione o di esame da parte della Regione o del Cipe. Tutte le opere infrastrutturali proposte da Mantovani negli ultimo 8-10 anni: le tangenziali venete, le vie del mare, il prolungamento A26 verso l’Austria o verso Cortina… Poi invece Voltazza mi disse che servivano due milioni di euro, non 800 mila.
D. Lei sapeva o chiedeva a Baita per chi erano quei soldi?
R. Non ho mai chiesto per chi fossero, però ho colto sicuramente che parte rilevante andava all’ex governatore Galan e anche, perché me l’hanno ammesso Baita e Claudia Minutillo, all’assessore Chisso. La preoccupazione di Baita era che non si facessero doppioni, che non dessimo agli stessi soggetti più volte.
D. A Voltazza per la sua attività sono state corrisposte somme?
R. Voltazza con la sua società ha sottoscritto un contratto con la Mantovani. L’oggetto era bonifiche ambientali, controlli di polizia privata.
D. C’era anche l’incarico preciso di contrastare la Magistratura?
R. Se devo essere sincero una cazzata del genere l’avevo sentita sparare dal buon Voltazza e gli avevo detto che era tutto scemo: una cosa così non era possibile scriverla in un contratto.

Renzo Mazzaro

 

Galan, 10 nomi di finanziatori. Ma tutti negano

Galan fa dieci nomi tutti lo smentiscono

I presunti finanziatori: da Archiutti a Moretti Polegato, da Putin a Angonese

E poi Mevorach e Zannoni: «I loro contributi intascati dalla Minutillo»

il trevigiano giacomo ARCHIUTTI «Ma pensate davvero che se avessi avuto da spendere duecentomila euro li avrei dati a Galan?»

MARIO MORETTI POLEGATO (Geox) «Contesto ogni addebito e mi riservo di dare corso a ogni iniziativa per la tutela della mia onorabilità»

VENEZIA – Galan chi? Come per un dantesco contrappasso ora dell’ex governatore sembra non ricordarsi più nessuno. Lui confessa, in un memoriale di trenta pagine, di aver ricevuto dei soldi «in nero» per la campagna elettorale del 2005 da una manciata di imprenditori amici. E gli industriali, nel migliore dei casi, negano tutto. Lui accusa la sua ex segretaria Claudia Minutillo: «Decisi di licenziarla» per ragioni «gravi e molteplici ». L’antipatia che «tutti i miei collaboratori» nutrivano per lei, perché «ostentava continuamente un lusso del tutto ingiustificato », perché chiedeva un ticket a chiunque volesse parlare con lui, perché infine si sarebbe trattenuta 500 mila euro da due imprenditori di cui ora Galan rivela i nomi: Piero Zannoni e Andrea Mevorach. «Ma pensate davvero che se avessi avuto da spendere duecentomila euro li avrei dati a Galan?» sibila non senza ironia l’imprenditore trevigiano Giacomo Archiutti, ex parlamentare di Forza Italia e titolare della Veneta Cucine. Più piccato Mario Moretti Polegato, mister Geox, tra gli invitati al matrimonio dell’ex governatore: «In relazione a un mio asserito finanziamento illecito nel 2005 a favore di Giancarlo Galan, contesto fermamente ogni addebito, destituito di ogni fondamento, e mi riservo di dare corso a ogni iniziativa del caso per la tutela della mia onorabilità». Il manager della sanità Ermanno Angonese si limita a un cordiale: no comment. Tolti gli omissis alla memoria presentata da Giancarlo Galan ai giudici del Riesame, che venerdì valuteranno la sua posizione, i nomi dei dieci imprenditori veneti dai quali l’ex governatore riferisce di aver percepito dei contributi elettorali mai registrati fanno rumore. «La campagna regionale come candidato presidente è estremamente costosa – scrive Giancarlo Galan – e per molte voci – cene, rimborsi spesa ai volontari, affissione manifesti, volantinaggi e così via – era necessario farvi fronte in contanti. La predetta esigenza veniva incontro alla volontà di molti contributori che non volevano apparire come finanziatori di una determinata forza politica. Tale situazione era seguita esclusivamente da me. Ovviamente la Minutillo, essendo la mia più stretta collaboratrice, ne era a conoscenza». Galan fa i nomi di Rinaldo Mezzalira (tra i 50 e i 100 mila euro), Giacomo Carlo Archiutti (200 mila euro), Giovanni Zillo Monte Xillo (50 mila), Mario Putin (tra i 10 e i 20 mila), Mario Moretti Polegato (20 mila), Ermanno Angonese (tra i 5 e i 10 mila), Gianni Roncato (17 mila) e Angelo Gentile (tra i 5 e i 10 mila euro). Chi sono? Mezzalira era un imprenditore vicentino di Sandrigo, titolare della Fitt (tubi per irrigazione) e scomparso nel 2007; Archiutti è il titolare di Veneta Cucine; Giovanni Zillo Monte Xillo è il titolare del Cementi Zillo di Este e Monselice; Mario Putin è il presidente del colosso della ristorazione vicentino Serenissima (ricavi per 250 milioni di euro); Mario Moretti Polegato è il presidente della quotata Geox di Montebelluna; Ermanno Angonese è il direttore generale dell’Usl di Vicenza; Gianni Roncato è il presidente dell’omonima azienda di valigeria di Campodarsego. Ma l’accusa più grave viene rivolta a Claudia Minutillo, accusata di essersi appropriata «indebitamente di alcune somme consegnate alla stessa da altri imprenditori». Si tratta di Piero Zannoni, un ingegnere bellunese ex consigliere di amministrazione di Veneto Sviluppo, e Andrea Mevorach, cinquantaduenne erede di una delle più importanti famiglie di ebrei veneziani, reduce dagli investimenti in Feltrificio Veneto, Alpi Eagles, Visibilia e cantieri navali Dalla Pietà. Giancarlo Galan, detenuto nel carcere di Opera, ammette di aver sbagliato a non dichiarare i contributi ricevuti, si dice «pronto a risarcire il danno» ma accusa l’ex segretaria: «Scoprii inoltre che era in quegli anni a libro paga dell’imprenditore Renato Pagnan, a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie in Regione». E infine l’autocritica: dopo il licenziamento, «reputai, sbagliando, di non contestarle l’indebita appropriazione dei denari versati dagli imprenditori Zannoni e Mevorach».

Daniele Ferrazza

 

L’ex segretaria? «Intascò 500 mila euro»

Attacco alla grande accusatrice: «Incassava ticket per fissare gli appuntamenti con me»

VENEZIA – Era invisa a tutti, ostentava un lusso spropositato e aveva accumulato un tale potere da pretendere un ticket per mettere in comunicazione i comuni mortali con il sovrano della Regione Veneto. Piccoletta, spietatamente fureghina e abilissima nel far convergere su di sè il meglio che passava per le segrete stanze di Palazzo Balbi, Claudia Minutillo si prende indietro con gli interessi tutto il letame sparso a vario titolo sull’ex governatore Giancarlo Galan che, a sua volta, nelle 28 pagine del suo memoriale inchioda l’ex segretaria accusandola di aver lucrato persino sulla sua agenda. Zitto per anni, Galan sferra ora l’offensiva contro la donna che aveva assunto un po’ controvoglia, che tutti i suoi collaboratori ritenevano «estremamente antipatica» e che era arrivata a un punto tale di avidità da «gestire in prima persona come propri ed esclusivi molti rapporti con interlocutori pubblici e e privati» senza farne parola con il “capo”. Di più. La Minutillo era arrivata a far rendere economicamente anche il tempo e l’aria che respirava l’ex presidente della Regione. «Venni a conoscenza, addirittura, che vi avesse voluto parlare con il sottoscritto doveva necessariamente pagare un ticket alla Minutillo» spiega Galan nel suo memoriale. Ed è solo l’inizio. Tra un obolo e l’altro per gli appuntamenti, c’è lo storno di 500 mila euro versati da due imprenditori per la campagna elettorale di “Gian” del 2005 e rimasti impigliati nelle tasche del cappottino di Chanel della Minutillo. Quel «lusso ingiustificato », che Galan immaginava arrivasse dal dal marito «o da quale regalo proveniente dai flirt che le attribuivano», in realtà sarebbe stato frutto di un accantonamenti sistematici, inclusivi il mezzo milione di euro mai arrivato a Galan e scoperto solo per caso, nel corso di un faccia a faccia con uno dei due imprenditori che non era nemmeno stato ringraziato per cotanta generosità. Poi c’era anche «la forte contrapposizione, anche caratteriale » con la moglie Sandra Persegato che a un certo punto lo mise alle strette. Insomma, tanto «gravi e molteplici» furono le ragioni, che dopo quattro anni Galan la licenziò ma tacque sull’appropriazione indebita per il timore «che potesse raccontare che per la campagna elettorale del 2005 avevo ricevuto finanziamenti non dichiarati». Col senno di poi, nella picchiata libera della sua carriera di uomo politico, Galan ammette di aver sbagliato (cosa che farà più volte nel memoriale) e certo si deve’essere mangiato le mani nel ricordare quando aveva assunto la Minutillo che, già nell’apoteosi del suo zelo, chiese a tutti di intercedere presso l’e governatore affinchè l’assumesse». E pensare (stoccatina finale) «che riuscì a mentire anche sul titolo di studio, dicendo – falsamente- di essere laureata».

Manuela Pivato

 

Lavori avanti tutta. E due esperti stimano il valore del Mose

Posata ieri la paratoia numero diciassette (su 78)

E il cassone numero 4è partito alla volta del mare

I docenti fontini e caporin «Senza Mose i danni per Venezia sono stimati in 8,27 miliardi in 50 anni. È possibile ridurli a 2,25 miliardi»

VENEZIA I diciotto giganti di calcestruzzo adagiati sulla piastra di cemento di Malamocco, destinati a finire «annegati» sul fondo della laguna, sono grandi quattro volte la Costa Concordia. Non fosse stato per il ciclone giudiziario di questi mesi gli ingegneri e le maestranze che stanno lavorando alla sua conclusione avrebbero meritato altrettanta enfasi di quella riservata alle spettacolari operazioni di rotazione e trasferimento della Costa Concordia. Potente allegoria dell’orgoglio ingegneristico italiano, il Mose rischia – ancora una volta per l’idiota e vorace delirio di una manciata di onnipotenti – di fare la fine della più grande – al tempo – diga d’Europa, quel Vajont tragicamente stampato nella memoria collettiva del paese per le sue duemila vittime. Nei cantieri del Mose è un martedì come tutti gli altri. Se ce l’aspettavamo questo delirio? No, rispondono abbassando lo sguardo ingegneri e tecnici impegnati notte e giorno a «mettere in moto» il gigante che vuol proteggere Venezia dalle maree. Nella bocca di porto nord del Lido, sono iniziate all’alba e si sono concluse in serata le operazioni di posa della paratoia numero diciassette del Mose (alla fine saranno 78). Queste 21 (più due per le manutenzioni) sono state realizzate per 15,5 milioni di euro dalla Cimolai di Udine e costano poco più di 600 mila euro euro l’una. Le prossime, destinate alla bocca di San Nicolò, sono state assegnate per 26,6 milioni di euro – dopo una gara – alla Fincantieri (che ha fatto sapere che le realizzerà nei cantieri di Palermo). Le prossime sono a gara: 30,5 milioni costeranno quelle di Malamocco, 25,5 milioni quelle di Chioggia. Ma a fine 2016 saranno posate. Tutte le cerniere, invece, sono in corso di realizzazione da parte della Fip industriale (Mantovani). Giusto nelle stesse ore, nell’isola artificiale di Santa Maria del mare, il cassone numero 4 ha iniziato il suo cammino verso l’acqua di Malamocco. Appoggiato a un complesso sistema di 84 martinetti oleodinamici, alla impercettibile velocità di sessanta centimetri l’ora, il gigante di calcestruzzi impiegherà più di una settimana per giungere in mare. Gli ingegneri garantiscono una precisione millimetrica nella posa in acqua: è ammesso uno scarto di cinque millimetri. In pancia questi cassoni, del peso di 27 mila tonnellate, hanno un’armatura in ferro del peso di 350 chilogrammi a metro cubo, a prova di catastrofe. Mentre infuria la tempesta giudiziaria e mediatica, i cantieri del Mose vanno dunque avanti a pieno regime. Trecento persone lavorano seguendo lo schema deciso all’inizio: al Lido lavora la Mantovani, a Malamocco la Fincosit di Mazzi, a Chioggia le cooperative rosse. Così, tra una bufera giudiziaria e un commissariamento in arrivo, al Consorzio Venezia Nuova non hanno neanche il tempo di godersi lo studio scientifico pubblicato dall’Università di Padova, Dipartimento di scienze economiche e aziendali: i docenti Fulvio Fontini e Massimiliano Caporin hanno provato a stimare il valore della protezione di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta. Quanto costa al sistema Venezia un’alta marea di medie proporzioni? Considerando entrate mancanti, disagi crescenti, manutenzioni straordinarie e danni legati all’economia turistica i due docenti giungono a conclusioni per certi versi clamorose: gli scenari presi in considerazione si sono focalizzati su aumenti di livello del mare da 2,4 millimetri all’anno fino a 20 millimetri l’anno, in un arco di cinquant’anni. La conclusione è che «senza Mose, i danni totali previsti per Venezia sono stimati in 8,27 miliardi di euro in 50 anni». Con un sistema di difesa «è possibile ridurli a 2,25 miliardi, determinando quindi un beneficio, ovvero danni evitati, stimato in oltre 6 miliardi di euro». Alle bocche di porto, l’ingegnere capo cantiere descrive l’ex presidente. «Mazzacurati? Qui sarà venuto venuto qualche volta». Adesso sta in California. Come uno Schettino qualsiasi.

Daniele Ferrazza

 

SCANDALO MOSE – La Minutillo attacca il suo ex capo: «Sono inferocita, sta sparando falsità su di me»

Galan, bufera sul memoriale

Moretti Polegato e Archiutti smentiscono l’ex governatore: «Mai versato soldi». Silenzio degli altri imprenditori

LA REPLICA – In due smentiscono la versione dell’ex presidente

L’AMMISSIONE – Nel documento sono indicati dieci “finanziatori”

«Mai pagato Galan» Bufera sul memoriale

Due smentite e otto silenzi. «Mai dato soldi a Galan» – dice Mario Moretti Polegato, il signor Geox. «Neanche un centesimo» – gli fa eco Giacomo “Carlo” Archiutti che, secondo Galan, gli avrebbe consegnato la bellezza di 200 mila euro. Sono gli unici due che parlano e sbugiardano Galan. Nessun altro, finora. In particolare tacciono Piero Zannoni – ex consigliere di Veneto Sviluppo, la finanziaria regionale ai tempi di Galan – e Andrea Mevorach – l’imprenditore veneziano con interessi soprattutto immobiliari.
Ovvio che non vogliano parlare e altrettanto ovvio che la difesa di Galan abbia in tasca testimonianze tali da confermare la ricostruzione di Galan. Il fatto che le smentite possano arrivare da imprenditori che hanno dato i soldi direttamente a Galan poco importano alla difesa mentre interessa e molto la parte relativa a Mevorach e Zannoni i quali hanno consegnato i soldi per Galan alla Minutillo, ma a Galan non sono mai arrivati. Se gli avvocati Franchini e Ghedini riescono a dimostrare che Galan su questo ha ragione, allora la posizione della Minutillo comincerebbe a diventare ballerina. Ma perchè, usufruendo delle pregorative della difesa, i due – Mevorach e Zannoni – non sono stati sentiti dagli avvocati? Perchè devono essere iscritti nel registro degli indagati, spiega l’avv. Franchini e dunque non sono più testi, ma imputati. In compenso Franchini e Ghedini si sono cautelati raccogliendo “testimonianze dirette” sugli episodi raccontati da Galan, che confermerebbero la versione dell’ex Governatore. Si vedrà venerdì, al Tribunale del riesame, quali altre testimonianze salteranno fuori.
Galan fa un paio di nomi nel memoriale e dice che «tutte queste circostanze le potranno confermare sia la sig. Giorgia Pozza, che ha sostituito al Minutillo come segretaria, sia la sig. Laura Lazzarin (che ricoprì lo stesso incarico)». Sono loro i “testimoni diretti” o è qualcun altro? In ogni caso è curioso che Galan non abbia fatto i nomi di Giuseppe Stefanel e di Enrico Marchi, entrambi indicati da Claudia Minutillo come finanziatori del Governatore. «Il nostro cliente ha escluso nel modo più assoluto di aver preso quattrini da entrambi».
Dunque, bisogna fermarsi ai 10 nomi rivelati dal Gazzettino ieri. Anzi, bisogna restare a 8 e cioè a Rinaldo Mezzalira che avrebbe versato almeno 50 mila euro nelle mani della Minutillo – regolarmente girati a Galan – e a Giovanni Zillo Monte Xillo (50 mila euro), Mario Putin (tra i 10 mila e i 20 mila), Ermanno Angonese (tra i 5 mila e i 10 mila), Gianni Roncato (17 mila), Angelo Gentile (tra i 5 mila e i 10 mila). A questi 6 bisogna aggiungere i due più importanti e cioè Piero Zannoni (200 mila euro) e Andrea Mevorach (300 mila euro). Per quanto riguarda quest’ultimo, Galan è molto preciso e racconta che «incontrai Mevorach a Rovigno, in Croazia – i due sono sempre stati molto amici e hanno condiviso la passione per il mare e le barche – ed in quell’occasione mi mostrò i numeri di serie dei denari consegnati alla Minutillo». Un episodio che si fa fatica ad inventare, visti i dettagli decisamente curiosi. Ed è su questi elementi che la difesa inizierà a smantellare le rivelazioni della Minutillo.
Del resto si era capito da un bel po’ che Giancarlo Galan si sarebbe difeso in questo modo e cioè scaricando tutto sull’ex segretaria licenziata nel 2005. Peccato che poi abbia continuato ad intrattenere rapporti stretti, al punto da chiedere a Baita di trovarle un lavoro che potesse farle incassare non meno di 250 mila euro all’anno in nero. «A me non pare proprio» di averlo chiesto a Baita – si difende Galan – Anzi ricordo che fu Baita a proporsi». Ma se non fu Galan a chiedere a Baita di assumere una donna che Baita considerava poco più di una segretaria pur con lo stipendio da grande manager, chi è stato, allora? Probabile che Renato Chisso possa rispondere a questa domanda visto che l’ex assessore regionale alle Infrastrutture si era battuto proprio per far rientrare dalla porta principale la segretaria che Galan aveva defenestrato. «Io non mi opposi poichè avevo timore che la stessa potesse raccontare quanto detto sopra ovvero che per la campagna elettorale del 2005 avevo ricevuto dei finanziamenti non dichiarato» – spiega Galan che poi entrò in società con la Minutillo.

Maurizio Dianese

 

LA REPLICA – L’ex senatore di Forza Italia nega in maniera categorica di aver fatto da collettore di fondi.

Archiutti: «Sono allibito, dichiarazioni folli.

«Ho letto quanto scritto dal Gazzettino. E sono rimasto paralizzatö». Carlo Archiutti, uno degli imprenditori trevigiani più noti, fondatore di un impero in fatto di cucine componibili ed ex senatore di Forza Italia, nasconde a stento il suo stupore. Tutto poteva aspettarsi tranne che finire nel tritacarne mediatico nel caso Galan. Quasi non ci credeva nel vedere il suo nome comparire nel ristretto gruppo di dieci magnifici sponsor ben lieti di foraggiare le campagne elettorali dell’ex potentissimo governatore. Lui nega tutto. È arrabbiatissimo anche perché ieri, da quando ha acceso il telefonino, è stato un susseguirsi di chiamata da conoscenti, amici, ex colleghi di partito tutti stupiti e preoccupati. Lui ha risposto a tutti. Qualcuno lo ha anche mandato a quel paese, per poi scusarsi. «Dovete capire. Questa storia mi sta stressando e ho anche un’azienda da mandare avanti».
Galan però l’ha indicata tra i suoi finanziatori occulti.
«Ho visto quanto uscito sul Gazzettino. Ma non corrisponde al vero, nella maniera più assoluta».
Nel suo memoriale l’ex governatore dice che lei avrebbe dato 200mila euro, più o meno, all’ex segretaria Claudia Minutillo.
«Non ho mai dato soldi a Galan o ai suoi collaboratori. Lo smentisco categoricamente. E adesso andrò da un avvocato per avviare tutte le azioni necessarie per difendermi. Non rimarrò di certo immobile a subire e basta».
Galan sembra sicuro di quello che dice.
«Se la sua linea difensiva è questa, secondo me, sta sbagliando tutto. Una linea che rispetto, per carità, ognuno si comporta come meglio crede. Ma sbaglia. Nulla di quanto dice sul mio conto corrisponde al vero».
In quegli anni, tra il 2004 e il 2005, eravate tra gli elementi di spicco nel centrodestra veneto. Lei senatore, lui governatore. Non c’erano rapporti tra di voi?
«Stiamo parlando di fatti accaduti dieci anni fa. È vero ero senatore. Ma non andavo di certo a pagare la campagna elettorale degli altri, già dovevo provvedere alla mia. Galan, o chi per lui, farebbero meglio a chiamarmi e spiegare perché mi tirano in mezzo».
Perché, stando a quanto si legge nel memoriale, lei avrebbe contribuito a finanziare la sua campagna elettorale.
«Ma non è vero! Dicono anche che sarei stato una sorta di collettore, quello che incaricato di raccogliere i soldi anche di altri imprenditori per poi consegnarli. Follia. Una cosa assolutamente fuori dal modo. Non ho mai fatto azioni del genere».
Se le cose stanno così, perché Galan l’avrebbe tirata in mezzo?
«Non lo so proprio. Forse si vuole vendicare di qualcosa di cui non sono a conoscenza. Non riesco veramente a spiegarmi un simile comportamento».
Ma lei e il governatore vi siete tenuti in contatto in questi anni?
«No. Da quando, nel 2005, ho smesso di fare politica, Galan non l’ho più visto e sentito. Mi sono concentrato sul lavoro e sulle cose della mia famiglia e del mio territorio. Niente di più. Ma, le ripeto, non finisce qui: saprò difendermi nelle sedi più opportune».

 

ZANNONI E MEVORACH – Da loro nessun commento

POLEGATO E ARCHIUTTI «Neanche un centesimo»

«Dopo quella data le liste bloccate: spese elettorali a carico dei partiti»

VENERDI’ – La battaglia del Riesame

L’esito dell’udienza di venerdì, davanti al Tribunale del Riesame, è la svolta decisiva per l’inchiesta sul “sistema Mose”. E non soltanto per la sorte processuale di Giancarlo Galan. Un’eventuale remissione in libertà dell’ex Governatore del Veneto, così come la conferma della custodia cautelare in carcere, avrà un inevitabile forte impatto – in negativo o positivo – sulla solidità dell’impianto accusatorio, oltre che sull’immagine della Procura. Galan non si presenterà in aula e saranno gli avvocati Franchini e Ghedini a giocare tutte le possibili carte. Sull’altro fronte i pm Tonini e Ancilotto potrebbero depositare nuovi documenti per “incastrare” definitivamente l’indagato più importante. La decisione dei giudici potrebbe slittare a sabato.

 

«Forse si vuole vendicare di qualcosa. Io non lo vedo da 10 anni»

Vado subito dall’avvocato»

«Ho letto quanto scritto dal Gazzettino. E sono rimasto paralizzatö». Carlo Archiutti, uno degli imprenditori trevigiani più noti, fondatore di un impero in fatto di cucine componibili ed ex senatore di Forza Italia, nasconde a stento il suo stupore. Tutto poteva aspettarsi tranne che finire nel tritacarne mediatico nel caso Galan. Quasi non ci credeva nel vedere il suo nome comparire nel ristretto gruppo di dieci magnifici sponsor ben lieti di foraggiare le campagne elettorali dell’ex potentissimo governatore. Lui nega tutto. È arrabbiatissimo anche perché ieri, da quando ha acceso il telefonino, è stato un susseguirsi di chiamata da conoscenti, amici, ex colleghi di partito tutti stupiti e preoccupati. Lui ha risposto a tutti. Qualcuno lo ha anche mandato a quel paese, per poi scusarsi. «Dovete capire. Questa storia mi sta stressando e ho anche un’azienda da mandare avanti».
Galan però l’ha indicata tra i suoi finanziatori occulti.
«Ho visto quanto uscito sul Gazzettino. Ma non corrisponde al vero, nella maniera più assoluta».
Nel suo memoriale l’ex governatore dice che lei avrebbe dato 200mila euro, più o meno, all’ex segretaria Claudia Minutillo.
«Non ho mai dato soldi a Galan o ai suoi collaboratori. Lo smentisco categoricamente. E adesso andrò da un avvocato per avviare tutte le azioni necessarie per difendermi. Non rimarrò di certo immobile a subire e basta».
Galan sembra sicuro di quello che dice.
«Se la sua linea difensiva è questa, secondo me, sta sbagliando tutto. Una linea che rispetto, per carità, ognuno si comporta come meglio crede. Ma sbaglia. Nulla di quanto dice sul mio conto corrisponde al vero».
In quegli anni, tra il 2004 e il 2005, eravate tra gli elementi di spicco nel centrodestra veneto. Lei senatore, lui governatore. Non c’erano rapporti tra di voi?
«Stiamo parlando di fatti accaduti dieci anni fa. È vero ero senatore. Ma non andavo di certo a pagare la campagna elettorale degli altri, già dovevo provvedere alla mia. Galan, o chi per lui, farebbero meglio a chiamarmi e spiegare perché mi tirano in mezzo».
Perché, stando a quanto si legge nel memoriale, lei avrebbe contribuito a finanziare la sua campagna elettorale.
«Ma non è vero! Dicono anche che sarei stato una sorta di collettore, quello che incaricato di raccogliere i soldi anche di altri imprenditori per poi consegnarli. Follia. Una cosa assolutamente fuori dal modo. Non ho mai fatto azioni del genere».
Se le cose stanno così, perché Galan l’avrebbe tirata in mezzo?
«Non lo so proprio. Forse si vuole vendicare di qualcosa di cui non sono a conoscenza. Non riesco veramente a spiegarmi un simile comportamento».
Ma lei e il governatore vi siete tenuti in contatto in questi anni?
«No. Da quando, nel 2005, ho smesso di fare politica, Galan non l’ho più visto e sentito. Mi sono concentrato sul lavoro e sulle cose della mia famiglia e del mio territorio. Niente di più. Ma, le ripeto, non finisce qui: saprò difendermi nelle sedi più opportune».

 

NUOVE ACCUSE «In totale Minutillo prese 700mila euro»

L’ex governatore: a me solo i soldi per le elezioni del 2005, tutto il resto è finito nelle sue tasche

SMENTITA – Mario Moretti Polegato. Il titolare della Geox nega di aver mai finanziato occultamente l’ex governatore

MESTRE – «Io i soldi li ho presi solo per pagare la mia costosissima campagna elettorale del 2005. Basta. Tutti gli altri quattrini sono finiti nelle tasche della mia ex segretaria, Claudia Minutillo, che io ho licenziato perchè rubava». E sono almeno 700 mila euro. Cinquecento sicuri, ai quali Galan aggiunge altri 200 mila euro. Venerdì Giancarlo Galan si gioca la carta del nuovo memoriale di cui ieri abbiamo pubblicato in esclusiva i passi fondamentali per cercare di tornare in libertà. Davanti al Tribunale del riesame i suoi avvocati, Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, metteranno sul piatto della bilancia le rivelazioni dell’ex Governatore del Veneto il quale per la prima volta ammette di aver incassato soldi in nero per la sua campagna elettorale. Si tratta di denaro ricevuto nel lontano 2005 e quindi le ammissioni di Galan non contano dal punto di vista processuale e sono importanti solo per dimostrare l’atteggiamento collaborativo di Galan, atteggiamento che, questo diranno gli avvocati difensori dell’ex Governatore, dovrebbe garantirgli il ritorno a casa, agli arresti domiciliari. Se infatti Galan dimostra la buona volontà confessando episodi di cui la Procura nulla sapeva, ecco la prova provata che Galan non mente quando dice che il grosso dei quattrini se li è tenuti la Minutillo. Difficile però che queste ammissioni siano sufficienti a convincere il Riesame che Galan può essere scarcerato. L’ex Governatore del Veneto scrive nel suo memoriale segreto che, «la campagna regionale come candidato Presidente è estremamente costosa e per molte voci – quali ad esempio, cene, rimborsi spesa ai volontari, affissione manifesti, volantinaggi e così via – era necessario farvi fronte in contanti.» Dunque, servivano soldi e tanti. Quanti? Galan confessa di averne incassati personalmente meno di 400 mila perchè i 500 mila che sono stati dati alla Minutillo, se li è tenuti l’allora segretaria di Galan. Dunque, la “costosissima” campagna alla fine sarebbe costata meno di 400 mila euro? Se il candidato del Pd contro Luca Zaia, Giuseppe Bortolussi, ha speso ufficialmente 1 milione e rotti, difficile che Galan possa aver speso meno. In ogni caso resta la domanda: perchè si finisce nel 2005? Perchè allora entra in vigore la legge elettorale denominata Porcellum – spiega Galan. «In quest’ultimo caso le spese elettorali vengono affrontate esclusivamente dal partito nazionale ed i singoli candidati non hanno alcuna possibilità di svolgere una propria propaganda essendo inseriti in liste bloccate». Dunque, dopo il 2005 non serviva più chiedere agli imprenditori amici di mettere mano al portafogli. «Dopo la campagna elettorale del 2005 non ho più avuto contributi elettorali. Mi rendo conto di aver tenuto un comportamento sbagliato, anche se credo che eventuali indagini sui candidati presidenti delle Regioni nella massima parte eveidzierebbero situazione consimili». Una frecciata al curaro rivolta a tutti, nessuno escluso, in stile Craxi, quando l’allora presidente del Consiglio, prima di essere travolto da Tangentopoli in parlamento disse che nessuno poteva chiamarsi fuori. Ma Giancarlo Galan avverte in più di un passaggio di aver usato i quattrini solo per la campagna elettorale del 2005. E per nient’altro. Anche per quanto riguarda i 200 mila euro che Baita dice di aver consegenato alla Minutillo all’hotel Santa Chiara di Venezia, Galan non esclude «che la Minutillo si possa essere trattenuta tale somma, d’altronde l’aveva già fatto con le somme corrisposte dagli imprenditori Mevorach e Zannoni». E solo con questi due episodi la Minutillo si sarebbe portata a casa 700 mila euro.

(M.D.)

 

I VERSAMENTI SPARITI «Non conosce neppure uno degli imprenditori»

IL LEGALE PADOVANO «Tutti i soldi ricevuti furono consegnati»

Claudia Minutillo: «Sono arrabbiata, anzi indignata. Non c’è nulla di vero».

L’avvocato Augenti: «Non ci sono “pizzi”, non si è messa in tasca neppure un euro»

TESTIMONI – Le prime conferme nei verbali della difesa

Citate a sostegno della ricostruzione dell’ex governatore, anche le collaboratrici Giorgia Pozza e Laura Lazzarin

VENEZIA – I verbali delle segretarie di Giancarlo Galan sono due degli allegati al memoriale in cui l’ex governatore ammette di aver ricevuto finanziamenti elettorali dagli imprenditori e accusa Claudia Minutillo di una gestione perlomeno disinvolta della sua agenda, quando dal 2000 al 2005 reggeva la macchina organizzativa a Palazzo Balbi. Ma non sono gli unici documenti su cui puntano gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, difensori del deputato padovano, per dimostrare che ciò che è scritto nel memoriale è vero. Ci sono altri verbali di collaboratori dell’entourage dell’allora presidente.
Le segretarie sono Giorgia Pozza e Laura Lazzarin. La Pozza, vicentina, molto legata a Lia Sartori, «ha sostituito la Minutillo dopo il licenziamento», spiega Galan. Infatti, le cronache dell’epoca la segnalano il 9 maggio 2005 quando Galan, rieletto per la terza volta, andò a Palazzo Ferro Fini per la prima seduta. Con lui c’era il fido Franco Miracco (che però non è indicato come possibile teste nel memoriale, anche se era l’uomo più vicino a Galan). «Laura Lazzarin ricoprì lo stesso incarico» ha aggiunto l’ex governatore. E divenne una collaboratirce così preziosa che Galan se la portò al ministero dei Beni Culturali con l’incarico di segretario particolare, lo stesso che aveva rivestito a Palazzo Balbi.
Negli allegati del memoriale non c’è traccia di interrogatori dei dieci imprenditori citati da Galan. La ragione può essere spiegata in un solo modo: se fossero stati sentiti, in base alle norme che prevedono l’indagine difensiva, in quanto “indagati” poteziali di finanziamento illecito, avrebbero dovuto essere sentiti con un difensore. È quello che accadrebbe se i pubblici ministeri ritenessero di chiamarli in Procura per spiegare se davvero Galan ricevette soldi da loro per la campgna elettorale del 2005. Galan non rischia neppure che si adombrino finanziamenti successivi al 2005, per il semplice fatto che egli partecipò solo alle elezioni politiche del 2013, ma in quel caso non doveva cercare preferenze. Era capolista nella Circoscrizione Veneto 1. Già eletto prima del voto.

G. P.

 

CONTROFFENSIVA – Dopo il memoriale di Galan, la sua collaboratrice mette a punto lo scontro finale

INCHIESTA IN CORSO «Se i Pm lo ritengono siamo pronti a rispondere a tutte le domande»

L’ex segretaria all’attacco: «Su di me solo falsità»

PADOVA – È nera, ma non per la smagliante abbronzatura che ostenta. Gli occhi sono fiammeggianti per la rabbia, repressa soltanto dalla decisione di non rilasciare dichiarazioni. Claudia Minutillo è di umor nero mentre sul far della sera, sotto una pioggerellina stizzosa, si infila nello studio del suo difensore, l’avvocato padovano Carlo Augenti. «Sono arrabbiata, anzi indignata per quello è stato scritto e detto su di me». Evidente il riferimento ai contenuti del memoriale di Giancarlo Galan, che l’accusa di una doppia infedeltà. Essersi intascata 500 mila euro, nel 2005, ricevuti da due imprenditori-amici del governatore che volevano finanziarne la campagna elettorale. E aver gestito, a fini di potere e di ricchezza personale, persino l’agenda di lavoro del capo della giunta veneta, con una specie di ticket che doveva pagare chi era in lista d’attesa, per essere ammesso davanti al Doge.
«È falso, è tutto falso». Poche parole, ma sono già l’annuncio di una battaglia che sarà lunga e senza esclusione di colpi. Anche perchè i telegiornali hanno appena alcune significative smentite di presunti finanziatori. Le borse da manager che tiene in mano sono probabilmente piene di documenti, le armi del nuovo combattimento. Se Galan pensava che avrebbe tagliato le unghie (laccate di rosso) della sua ex collaboratrice, si sbagliava. La reazione è veemente, seppur controllata dallo sforzo di ragionare. Evidente il tentativo, oltre la comprensibile tempesta emotiva, di ribattere colpo su colpo a quello che appare profilarsi sempre più come un fumettone politico, dove un uomo e una donna – legati solo dalla gestione di una stagione di potere – si stanno menando reciprocamente dei grandi fendenti. Ha cominciato lei un anno fa con i primi verbali, che ora hanno portato Galan nel carcere di Opera. Ha replicato lui con la scrollata all’albero della cuccagna di un bel tempo che fu, nella speranza di dimostrare che lei si è inventata tutto.
Ma a dargli del diffamatore è, invece, lei. O meglio il suo avvocato, che in punta di legge parla in nome e per conto della sua assistita. Avrebbe una voglia matta, la bella signora, di dire tutto quello che le passa per la testa. Che non c’è nulla di vero in quel memoriale, almeno sul suo conto. Oppure di raccontare come e perchè venne messa alla porta, dopo quasi cinque anni di lavoro indefesso. Che aveva altre cose per la testa che chiedere soldi a chi voleva incontrare il governatore. E forse avrebbe anche voglia di domandare a Galan perchè fa l’elenco di imprenditori generosi, ma che non contano nulla con gli affari della Regione. Infatti, non ce n’è neppure uno che si occupi di sanità o di grandi opere.
«Se la Procura riterrà di chiamarci a spiegare, a seguito del memoriale dell’onorevole Galan, non abbiamo nessun problema e siamo pronti a rispondere… – dichiara l’avvocato Augenti – …per dire che non è assolutamente vero, non ci sono “pizzi” di nessun genere. Tutto i soldi che ha ricevuto sono andati al fine per cui erano stati consegnati». Insomma, «non si è messa in tasca soldi, nè dai due imprenditori citati, nè da nessun altro. E il nome di uno dei due non le dice proprio nulla, non ricorda nemmeno di averlo conosciuto». Le parole di Galan avranno dei riscontri con qualche testimonianza? «È meglio non fare commenti al riguardo, perchè quelle circostanze non corrispondono a verità».
La scelta della difesa, concordata da Claudia Minutillo, è quella di aspettare i luoghi e i tempi della giustizia per ribattere nel merito. È pronta anche a un confronto? «Certo, ma non credo che glielo facciano fare in questa fase, caso mai al dibattimento». Claudia Minutillo sembra non capire tanto accanimento di Galan verso di lei. «Mi pare che l’impianto accusatorio abbia retto – spiega l’avvocato Augenti – che le chiamate di correo, non solo della signora Minutillo, ma anche degli altri indagati, siano state riscontrate».
Ma il ragionamento gira pure attorno ai numeri. In una campagna elettorale un candidato fa i conti con il budget. Dal memoriale emerge che Galan nel 2005 avrebbe ricevuto finanziamenti illeciti per circa 350 mila euro, mentre la sua segretaria se ne sarebbe intascati 500 mila, forse 700 mila se sono veri i 200 mila euro che Piergiorgio Baita dichiara di averle consegnato all’hotel Santa Chiara. «Non è credibile che un imprenditore paghi cifre del genere senza aver prima concordato il versamento con l’interessato» insinua l’avvocato. Come dire che Galan non poteva essere all’oscuro di ciò che stava maturando nel retrobottega della campagna elettorale, anche perchè lui stesso ha ammesso di aver ricevuto personalmente dei denari.

Giuseppe Pietrobelli

 

NUOVI FILONI – Registrate ore di colloqui del commercialista Venuti con clienti e professionisti

Potrebbero sfociare in clamorosi sviluppi sul malaffare le registrazioni telefoniche e ambientali della Finanza

LA STRATEGIA – I pm vogliono completare l’inchiesta sul sistema Mose per poi aprire altri fronti

FIDUCIARIO – Paolo Venuti padovano accusato quale prestanome in investimenti di Galan

GLI SVILUPPI – Materiale scottante coperto da segreto

Intercettazioni, il Veneto trema

Il materiale probatorio più “scottante” è ancora coperto da segreto. Si tratta di ore e ore di intercettazioni telefoniche e ambientali che riguardano il commercialista padovano Paolo Venuti, 57 anni, il professionista di fiducia dell’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan.
I magistrati che indagano sul “sistema Mose”, i sostituti procuratore Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini, ne hanno depositate al gip soltanto una minima parte, quella che ritengono indispensabile per sostenere la richiesta di emissione di una misura cautelare nei confronti dell’ormai ex doge di Forza Italia e dello stesso commercialista, accusato di essere stato il suo prestanome per investimenti quote in varie società. Ma, i colloqui registrati per settimane dagli uomini della Guardia di Finanza potrebbero essere utili per aprire nuovi e inediti fronti – uno dei quali probabilmente di natura fiscale – riguardanti anche altre persone, e non limitatamente gli appalti per i lavori che si riferiscono al Mose.
Per il momento la Procura della Repubblica di Venezia è impegnata a chiudere la prima fase dell’inchiesta nella quale i principali indagati sono l’ex governatore Giancarlo Galan, l’ex assessore regionale Renato Chisso, due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, e numerosi imprenditori accusati a vario titolo di corruzioni e false fatture.
Ma, non appena sarà definita la prima tranche delle indagini, inizieranno gli approfondimenti sui molti altri filoni che potrebbero avere sviluppi di rilievo. Le intercettazioni che riguardano Paolo Venuti e la moglie Alessandra Farina, insomma, rischiano di non far dormire sonni tranquilli a molte persone. Probabilmente alcuni dei suoi più facoltosi clienti, ma anche altri professionisti e imprenditori che, a Padova e nel resto del Veneto, si rivolgevano ai suoi consigli professionali.

 

«BLITZ ANTI-GRANDI OPERE» Anonymous all’attacco del data-base della Regione

VENEZIA – Attacco hacker ai server della Regione Veneto. Il blog di Anonymous ha annunciato di aver violato il data-base e di aver messo a disposizione di tutti su Internet l’archivio della posta elettronica dei dipendenti della Regione e dei consiglieri. L’azione è stata rivendicata all’insegna della lotta contro le grandi opere. Tra questi, il Mose, sistema accusato di presentare difetti progettuali.
«Il sito del Consiglio regionale del Veneto non è stato violato, né il sistema informativo che gestisce tutti i dati personali e sensibili connessi», commenta il presidente del Consiglio Clodovaldo Ruffato circa l’attacco hacker al server e al data-base dell’assemblea legislativa della Regione. «Il Consiglio dispone di sistemi informativi differenziati e separati: uno per la gestione delle attività e delle comunicazioni istituzionali, trasparente e accessibile a tutti tramite la rete internet, e uno per la gestione di personale, consiglieri, bilancio e risorse finanziarie.
Il sistema, che gestisce le risorse e tutti i dati riservati e sensibili, non è stato oggetto di alcuna intrusione. L’intrusione illegale ha riguardato solo il sistema che gestisce la posta elettronica del personale e dei consiglieri regionali, ma il problema verificatosi non è di grande rilievo».
Il Consiglio regionale ha già segnalato alle autorità le intrusioni illegali di Anonymous e invita dipendenti e consiglieri a impostare nuove password raccomandando la buona regola del cambio periodico e frequente della “chiave di accesso” alla posta elettronica.

 

Blitz di Anonymous, pubblicate tutte le e-mail dei consiglieri veneti

VENEZIA Quelli di Anonymous ce l’hanno fatta. Di nuovo. Dopo essere entrati nei sistemi informatici del Consorzio Venezia Nuova e della Mantovani per svelare i documenti relativi all’inchiesta sul Mose ieri sera il gruppo di hacker antagonisti ha fatto sapere di essere riuscito a entrare nei computer del Consiglio regionale veneto (foto), e ha pubblicato sul sito di Anonymous Italia i link dai quali poter scaricare file tutte le e-mail – con i colleghi, con i funzionari del Consiglio regionale, con i giornalisti – dei consiglieri regionali. La lista dei leaks – come si chiamano in gergo – è di 1.548 file pari a 1.013.140.571 byte. File che raccontano la vita dell’assemblea regionale. «Anonymous ha deciso di divulgare l’intero archivio di email del Consiglio regionale del Veneto» spiegano gli attivisti del movimento in una nota pubblicata sul sito, spiegando che «il materiale pubblicato contiene le e-mail e i documenti privati che questi, in qualità di membri delle istituzioni hanno scambiato con terzi. I dati in questione derivano dall’intrusione nella webmail del sito www.consiglioveneto. it. Riteniamo così di garantire la libertà di informazione favorendo il libero giudizio di ognuno, infatti conoscere direttamente la realtà è presupposto necessario per cambiarla».Un invito quindi a «scaricare e leggere le informazioni divulgate con la corrente operazione e ci riproponiamo di indagare direttamente il materiale citato al fine di evidenziare le nefandezze della cricca che in Veneto come altrove pratica o gestisce lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura».

(f.fur.)

 

Galan finanziato da 10 big rischiano di essere indagati

Gli imprenditori tirati in ballo dall’ex governatore potrebbero sfilare in Procura anche se i reati ammessi nel “memoriale” sarebbero già caduti in prescrizione

VENEZIA – Sono una decina gli imprenditori veneti che Giancarlo Galan ha coinvolto, facendone il nome, con il suo memoriale, ma possono stare tranquilli: se un reato hanno commesso, quello di aver finanziato illecitamente la campagna elettorale dell’esponente dell’allora Pdl, si tratta di un’accusa prescritta perché dal 2005 sono trascorsi ben di più dei sette anni e mezzo previsti dal codice. Non sono sembrati preoccupati di questa uscita dell’indagato numero uno dell’inchiesta sul Mose i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini, tanto che ancora non hanno etto il documento di 35 pagine, che il giudice Alberto Scaramuzza ha trovato sul suo tavolo ieri mattina (è arrivato a Venezia da Milano, dopo l’interrogatorio nel carcere di Opera, sabato nel primo pomeriggio). Potrebbero decidere di sentirli tutti o,magari, solo coloro che avrebbero consegnato il contributo a Claudia Minutillo e che lei avrebbe trattenuto, secondo il racconto di Galan. Ma non hanno ancora preso una decisione, anche perché, nonostante la prescrizione, nel caso dovessero chiamarli e sentirli dovrebbero iscriverli nel registro degli indagati e, quindi, interrogarli non come persone informate sui fatti ma come indagati per la violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti con un avvocato difensore accanto. Si tratta del gotha dell’imprenditoria di destra del Veneto che Galan ha dato in pasto alla Procura veneziana pur di cercare di rendere meno credibile il racconto di Claudia Minutillo, che comunque allora non venne cacciata ignominiosamente, ma sistemata al vertice di società legate al Consorzio Venezia Nuova grazie all’intervento anche di Lia Sartori, sollecitata in questa direzione dallo stesso Galan. I due pubblici ministeri presenti in ufficio sembravano più intenti a preparare il primo incontro con Galan o,meglio con i suoi difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, che hanno disertato il primo con il giudice, quello con il magistrato milanese Cristina Di Censo per l’interrogatorio di garanzia del loro cliente, che ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il secondo confronto ci sarà venerdì 1 agosto a Venezia con i giudici del Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi, che dovranno decidere se accogliere o meno il ricorso dei difensori, che puntano prima di tutto all’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare per corruzione, sostenendo che non vi sono i gravi e sufficienti indizi per tenere Galan in carcere, e in subordine chiedono gli arresti domiciliari. Intanto, Giampietro Marchese e Stefano Boscolo Bacheto e Gianfranco Boscolo Contadin attendono che il giudice fissi l’udienza in camera di consiglio per valutare se l’accordo con i pubblici ministeri per la pena patteggiata (11 mesi Marchese e due anni ciascuno gli altri) venga ritenuta congrua. I tre hanno già ammesso, almeno in parte, le loro responsabilità. Marchese in particolare ha spiegato di aver ricevuto da Pio Savioli, nel Consorzio Venezia Nuova stava a rappresentare le cooperative rosse ma obbediva soprattutto a Giovanni Mazzacurati, 150 mila euro, che avrebbe consegnato al partito poco dopo le elezioni del 2010: sarebbero stati utilizzati per coprire i debiti lasciati dalla campagna elettorale delle regionali del Veneto e delle comunali di Venezia.

Giorgio Cecchetti

 

COMPETENZE – A Venezia i compiti di Magistrato acque

Le funzioni e le competenze del Magistrato alle acque (Mav), ufficio pesantemente coinvolto nello scandalo Mose, andranno alla Città metropolitana di Venezia. Lo ha stabilito la commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera. «Nel provvedimento di soppressione del magistrato alle acque siamo riusciti a far passare il concetto federalista che le competenze di governo del territorio devono stare il più vicino possibile ai cittadini», commenta il segretario veneto del Pd, Roger De Menech,membro dell’ottava Commissione. «La salvaguardia e il risanamento di Venezia – aggiunge – sono temi troppo delicati e particolari perché se ne possa occupare qualche distante ufficio a Roma. Ci vogliono competenze specifiche, professionalità e, soprattutto, conoscenza del territorio e del contesto». Il provvedimento preso dalla Commissione prevede che entro il 31 marzo 2015 il governo individui le funzioni già esercitate dal magistrato delle acque da trasferire alla Città metropolitana di Venezia, in materia di salvaguardia e risanamento della città di Venezia e dell’ambiente lagunare, di polizia lagunare e d’organizzazione della vigilanza lagunare, nonchè di tutela dall’inquinamento delle acque. Sempre entro la fine di marzo, il governo stabilirà anche le risorse umane e strumentali da assegnare alla Città metropolitana.

 

IL PATTEGGIAMENTO DI MARCHESE

Contributi in nero al Pd regionale? Filippin: «Registrate tutte le cifre»

VENEZIA – Fondi neri al Pd regionale? Il Pd veneto non vuole finire nel frullatore dell’inchiesta sul Mose, nonostante la richiesta di patteggiamento a 11 mesi avanzata dall’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, che in un interrogatorio nei giorni scorsi avrebbe ammesso di aver percepito 150 mila euro non registrati per sostenere le campagne elettorali regionali e veneziana del Pd. «Conosco per filo e per segno i conti della campagna elettorale delle Regionali 2010: e Giampiero Marchese non si è mai occupato di finanziamenti per il Partito Democratico del Veneto». Rosanna Filippin è senatore, impegnata nella maratona per le riforme istituzionali. Gli echi che giungono dal Veneto la fanno sbottare: «Mi sento tradita da Piero – spiega Filippin, segretaria regionale tra il novembre 2009 e il febbraio scorso – perché se da un lato ho sempre lavorato bene con lui sul piano organizzativo è altrettanto vero che lui non si è mai occupato di soldi per il Pd regionale. E quando vi furono le prime indiscrezioni lo chiamai e gli chiesi come stavano le cose: e lui mi rassicurò, dicendomi di star tranquilla che tutti i finanziamenti per la sua campagna elettorale erano stati regolarmente registrati ». «Sono addolorata – rileva la senatrice – per quanto sta accadendo ma respingo al mittente accuse o insinuazioni che finanziamenti illeciti siano arrivati al Pd Veneto». E poi ricostruisce: quando diventai coordinatrice veneta nelle casse del partito c’erano poco più di 150 mila euro avanzati dai rimborsi elettorali della Lista Carraro, ai quali si sono aggiunti 757 mila euro anticipati dal Pd nazionale e che dovevano essere restituiti nei quattro anni successivi attraverso i rimborsi elettorali per le regionali (regolarmente arrivati in seguito). La campagna elettorale di Giuseppe Bortolussi alla fine è costata esattamente 1.112.845 euro, troppi, una vera montagna di soldi, anche se evidentemente Luca Zaia spese molto di più, visto che avevamo come la percezione di essere invisibili rispetto all’esponente del Carroccio ed alla copertura mediatica con cui si presentò». Per pagare il resto della campagna e garantire il funzionamento del partito regionale, la senatrice rileva che fu chiesto «un prestito alle banche» e come garanzia «io ed Angelo Guzzo (allora tesoriere) sottoscrivemmo una fideiussione per poter ottenere il finanziamento coinvolgendo il nostro patrimonio personale. I soldi sarebbero arrivati dai rimborsi elettorali che il Pd avrebbe percepito negli anni seguenti». E i 150 mila euro di cui parla Marchese? «Quello che posso dire – conclude Filippin – è che le segreterie provinciali, e quindi anche quella di Venezia, sono state pienamente autonome nel ricevere e gestire i contributi per la campagna elettorale delle regionali 2010. Altrettanto facevano i singoli candidati al consiglio regionale. Per quanto riguarda la mia posizione e quella del Pd Veneto sono più che tranquilla per quanto riguarda la mia gestione e sono disponibile a mostrare a chiunque i documenti che attestano la nostra estraneità ai fatti». E infine chiosa: «Piuttosto Zaia mostri i finanziatori della sua campagna elettorale del 2010».

(d.f.)

 

CERCHIO MAGICO – Da un’intercettazione emergono le manovre dell’ad di Thetis e la guerra tra imprenditori 

Un “cerchio magico” attorno all’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Era stato costruito da parte dei più stretti collaboratori dell’ingegnere, ormai ottantenne, in quei mesi vicino al pensionamento, per aiutarlo a prendere le decisioni, ma anche e soprattutto per cercare di piazzarsi in prima fila al momento in cui ci sarebbe stato lo sprint per prendere il suo posto al vertice del Cvn. È quanto emerge da un’intercettazione ambientale registrata dalla Guardia di Finanza all’inizio di gennaio del 2013. A parlare è Claudia Minutillo, l’ex segretaria del Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, all’epoca amministratrice di Adria Infrastrutture, la società del gruppo Mantovani, attraverso la quale Piergiorgio Baita partecipava ai principali lavori in project financing della Regione. «Siamo alla guerra ormai, allo scontro finale in Cvn con Thetis e la Brotto (l’amministratrice della società di progettazione facente capo al Consorzio, ndr) – spiega la Minutillo all’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, in visita nell’ufficio della manager – Purtroppo Mazzacurati questa cosa non la governa più perché lui dice c’ha la sindrome delle badanti. Sai le badanti cosa usano fare… i testamenti a favore, no? Lui ormai non c’è più…».
La Minutillo è preoccupata. Confida a Chisso che chi ha in mano in quel momento il Cvn sta facendo la guerra al gruppo Mantovani (che pure è tra i principali soci del Consorzio) e gli chiede di intervenire: «C’è una cosa che noi ti chiediamo con forza… è una cosa che non avevo mai pensato di doverti chiedere – precisa la Minutillo all’assessore – Baita dice che tu dovresti intervenire direttamente su Mazzacurati e parlargli in prima persona… dicendogli che è insostenibile questa situazione della Brotto… che continua a fare la guerra al gruppo Mantovani… che è impensabile che si tutelino di più due aziende romane rispetto a un’azienda veneta… Condotte e Glf tutto sono fuorché venete…»
La Minutillo spiega a Chisso di essere andata a pranzo con la responsabile della comunicazione del Cvn, Flavia Faccioli e di aver saputo che la Brotto «sta dicendo delle cose inenarrabili, ma soprattutto nei nostri confronti… la sua guerra vera è verso il gruppo Mantovani, perché lei ha l’ambizione di diventare la futura direttore/presidente al posto di Mazzacurati perché lei adesso è la factotum di tutto… É impensabile che il Consorzio anche attraverso Thetis e con la Brotto faccia la guerra ai suoi associati…»
Chisso l’ascolta limitandosi ad annuire. Poi la rassicura in merito al richiesto intervento con Mazzacurati: «Va bene ok. Va bene ho capito» le risponde. La Minutillo insiste, ricordandogli che tra tutte le priorità di cui si deve occupare, questa è la più urgente: «In ordine di importanza: Mazzacurati, accordo di programma, tangenziali venete, SR 10….», ricapitola l’amministratrice di Adria Infrastrutture. «Va bene, ok. Ho capito», ribadisce Chisso. La Minutillo non molla: «Ti prego perché quella del Mazza…. siamo ai ferri corti… e Baita vuole proprio andare allo scontro… Vuole far chiudere la Thetis. È un pozzo senza fondo… Continuiamo a drenare, siamo i soci di questa società, questa ci fa la guerra, si prende i soldi nostri, mette i timbri sui cartigli di lavoro fatto da noi, cioè una roba insostenibile… Ci dai una mano?». «Ho detto di sì – taglia corto Chisso – perché oltretutto mi trovo anche a mio agio, perché mi è sempre stata sul c…»

 

NUOVE ACCUSE – “Tassa” Minutillo per essere ricevuti a Palazzo Balbi

Claudia Minutillo, che gestiva l’agenda di Giancarlo Galan, si sarebbe fatta pagare da chi voleva essere ricevuto a Palazzo Balbi. C’è anche questa accusa nelle “confessioni” dell’ex presidente del Veneto.

L’INCHIESTA Nomi e cifre contenuti nel memoriale dell’ex ministro. «Sono pronto a restituire il denaro»

Ecco chi ha dato soldi a Galan

Da Moretti Polegato a Carlo Archiutti: gli industriali che avrebbero finanziato l’ex presidente nel 2005

«Quel mezzo milione rimase nelle tasche della signora»

«Zannoni e Mevorach consegnarono 500mila euro»

PAGINE SEGRETE – I nomi e le cifre coperti dagli omissis nel memoriale

Galan, ecco i dieci

Da Moretti Polegato ad Archiutti e Gentile: gli industriali

E’ lei la ladra. Non lui. Lui l’ha licenziata perchè rubava. Centinaia di migliaia di euro, non due palanche. E l’ha allontanata senza denunciarla perchè aveva paura che parlasse. E adesso parla lui. Eccome se parla, Giancarlo Galan. Parla e accusa soprattutto Claudia Minutillo, la donna che per 4 anni è stata ben più della sua ombra, quando era il potentissimo Governatore del Veneto.
A leggere la parte ancora segreta del memoriale di Galan – la parte ancora coperta dagli omissis – si scopre che la linea difensiva è duplice. Da un lato Galan ammette per la prima volta di aver preso soldi in nero, ma assicura di averli usati esclusivamente per pagare le campagne elettorali. Non come la Minutillo che li ha presi per tenerseli. E se anche Galan parla di contributi ormai coperti dalla prescrizione, sempre di tanti soldi e tutti in nero si tratta. «Ricordo che alcuni imprenditori consegnavano i denari alla Sig.ra Minutillo ed altri invece direttamente a me.»

DIECI UOMINI D’ORO

Ma chi sono i finora segreti “contributori”? Galan si ricorda dieci nomi e per quanto riguarda le cifre va a spannoni perchè, si sa, quando sono tanti, 10 mila euro in più o 10 mila in meno, come si fa a memorizzare? L’autoaccusa di Galan comincia elencando il nome di Rinaldo Mezzalira «che mi pare versò 50 mila o 100 mila euro». Poi «Giacomo detto Carlo Archiutti (ex senatore trevigiano di Forza Italia, ndr)(costui riuniva i contributi di vari suoi amici) che versò 200 mila euro». Questi due contributi sono stati versati direttamente nella mani della Minutillo – spiega Galan mentre Giovanni Zillo Monte Xillo (128 anni di rinomati cementifici del padovani) ha consegnato la mazzetta di quattrini direttamente a lui. «50 mila euro – ricorda Galan – Mario Putin invece tra i 10 mila e i 20 mila euro, Mario Moretti Polegato (mister Geox) 20 mila euro, Ermanno Angonese tra i 5 mila e i 10 mila euro, Gianni Roncato 17 mila euro, Angelo Gentile (il patron del porto turistico di Jesolo) tra i 5 mila e i 10 mila euro”. Dunque, nella lectio minor di questi contributi stiamo parlando di 357 mila euro. Tutti rigorosamente in nero. Ma adesso viene il bello.
SPARISCONO 500 MILA EURO

«Ebbene – scrive Galan nel suo memoriale segreto consegnato alla Procura delle Repubblica di Venezia – rammento perfettamente che in quei mesi di campagna elettorale la sig.ra Minutillo si appropriò indebitamente di alcune somme consegnate alla stessa da altri imprenditori, denari destinati, come detto sopra, per finanziare la mia campagna. Mi riferisco nello specifico agli imprenditori Piero Zannoni e Andrea Mevorach». Galan viene a scoprire quasi per caso che i due hanno messo mano al portafogli e in modo consistente visto che Zannoni ha contribuito con 200 mila euro e Mevorach con 300 mila. Ma quei 500 mila euro non sono serviti, secondo Galan, a pagare manifesti e cene, comizi e volantini, ma scarpe di marca, lampadari, borsette e gioielli. La prova? Galan dopo la campagna elettorale incontra i due imprenditori. Li ringrazia, ironicamente, per l’aiuto che gli hanno dato. «Fosse stato per voi…» – deve aver detto più o meno Galan ai due che non solo si stupiscono, ma giurano di essersi svenati per lui. Ed ecco il colpo di scena.

I NUMERI DI SERIE  DEI SOLDI

Andrea Mevorach infatti, uomo a dir poco prudente, è in grado di provare quel che dice. «Ricordo che incontrai Mevorach a Rovigno, in Croazia e in quell’occasione mi mostrò i numeri di serie dei denari consegnati alla Minutillo». Mevorach, proprietario dell’ex Feltrificio veneto è l’imprenditore che anche recentemente ha siglato un accordo milionario con il Comune di Venezia per lo spostamento sulle sue terre del Mercato ortofrutticolo di via Torino, acquistato a suo tempo dalla Mantovani di Baita. Ebbene, Mevorach mostra a Galan i numeri di serie delle banconote. Quando si dice la fiducia…
Ancora sulla Minutillo, che diventa il bersaglio principale degli strali di Galan. L’ex Governatore ricorda la «forte contrapposizione anche caratteriale tra mia moglie e la Minutillo» e fa cenno all’inclinazione «di quella donna – la definisce così – a gestire in prima persona come propri ed esclusivi molti rapporti con interlocutori pubblici e privati, senza riferirmi alcunché».

LA DOGARESSA

Insomma Claudia Minutillo si sentiva sul serio una dogaressa e non una semplice segretaria. «Scoprii altresì che la mia odierna “accusatrice” era, in quegli anni, “a libro paga” dell’imprenditore Renato Pagnan (padovano con interessi nel rodigino) a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie all’interno della Regione.» Non basta ancora. Secondo Galan la Minutillo non si lasciava sfuggire nemmeno i rivoli dei fiumi di denaro che arrivavano sottobanco in Regione e si faceva pagare “un ticket”, come al pronto soccorso, a chi voleva ottenere un appuntamento con Galan – «e ciò per lucrare vantaggi economici e per avere maggior potere politico». E Galan dice di poter provare che questo sia avvenuto. «L’avv. Gianandrea Rizziera, con il quale avevo un buon rapporto non era mai riuscito ad incontrarmi e a parlarmi (e non si è trattato di un caso sporadico)».

«NON L’HO DENUNCIATA PER PAURA»

Ma perchè non l’ha denunciata? «Avevo timore che la stessa potesse raccontare che per la campagna elettorale del 2005 avevo ricevuto dei finanziamenti non dichiarati.»
Per il resto il memoriale si sofferma su Baita «non ho mai ricevuto denari dall’ing. Baita» e Mazzacurati «mai da lui nulla ho ricevuto». Segue una difesa strenua di Renato Chisso – che ieri ha compiuto 60 anni – «il miglior assessore di tutte le mie Giunte» e di Paolo Venuti, il suo commercialista. Il memoriale si conclude con la puntigliosa ricostruzione dei quattrini spesi per la ristrutturazione della sua villa.

Maurizio Dianese

 

EX SEGRETARIA NEL MIRINO «Metteva il “ticket” sulla mia agenda»

Accuse alla potente collaboratrice: «Lucrava su chi voleva incontrarmi a Palazzo Balbi»

LINEA DIFENSIVA – Contributi già prescritti e attacco alla Minutillo: «Alcuni pagavano lei»

PRESIDENTE-OMBRA «Gestiva tanti rapporti senza riferirmi, lo faceva per denaro e per potere»

La segretaria di ferro. Una specie di vice-presidentessa ombra, come la definì Piergio Baita. La collaboratrice che a volte dormiva a Palazzo Balbi, perchè finiva di lavorare troppo tardi per andare a casa. Una donna attaccatissima al suo lavoro, capace di fare una barriera invalicabile, un filtro efficientissimo, per proteggere il presidente del Veneto dal 2000 al 2005. Dalla ricostruzione che Giancarlo Galan dà ora del lavoro di Claudia Minutillo, viene fuori l’immagine di una persona che gestiva la sua agenda in modo da far accedere alle stanze del potere solo chi voleva lei. Molti erano costretti a mettersi in coda, a restare fuori dalla porta. Altri non sarebbero mai neppure riusciti ad entrare nel salone per conferire con l’uomo più potente del Veneto.
È il sesto degli otto “omissis” svelati nel memoriale di Galan a insinuare che la Minutillo frapponesse il muro della riservatezza per un interesse personale. A volte economico, altre volte di semplice potere. «L’inclinazione di quella donna, rafforzatasi nel corso di quegli anni, a gestire in prima persona come propri ed esclusivi molti rapporti con interlocutori, pubblici e privati, senza riferirmi alcunchè, fu una delle ragioni meno rilevanti rispetto alla motivazione appena esposta, che mi indussero a licenziarla».
Galan parla di una gestione “ad escludendum”. Bisognava trovare gli argomenti giusti – anche di natura economica – per entrare nelle grazie della super-segretaria. Di certo l’indole un po’ pigra dell’esponente di Forza Italia, con tratti del carattere paciocconi e di autentica bonomia veneta, favorirono quella scalata della Minutillo.
Lucrava, cercava un proprio tornaconto. Galan parla di un vero e proprio “ticket” che si doveva pagare per accedere a Palazzo Balbi. Questa l’accusa, collaterale, dopo aver svelato l’episodio dei due versamenti – per un totale di 500 mila euro – di cui si sarebbe appropriata. Non si nascondeva, ma amava esibire vestiti lussuosi, accessori di marca, gioielli. Galan lo vedeva, ma non se ne era preoccupato fino al momento in cui aveva scoperta il “giochetto” dei 500 mila euro. E allora aveva collegato, come riporta al gip, pratiche private e pubblici comportamenti.
L’avvocato Carlo Augenti è difensore della Minutillo, che l’anno scorso venne arrestata, ma cominciò a collaborare quasi subito, portando a far iscrivere il nome di Galan nel registro degli indagati nell’aprile 2013. «Non riusciranno a dimostrare che è inattendibile, perchè la signora Minutillo ha detto la verità» spiega il legale. Che riferendosi alla rottura del governatore con la segretaria, ora definita traumatica, aggiunge: «Lo dice dopo dieci anni? Ma allora come spiega di aver acquistato quote della società dove operava Claudia Minutillo se non si fidava più di lei?».
Dovessimo arrivare, un giorno, a un confronto in udienza pubblica tra l’uomo e la donna che all’alba del nuovo millennio gestivano il Veneto, se ne vedrebbero delle belle. Chissà, tra non molto potrebbe anche accadere.

Giuseppe Pietrobelli

 

VENEZIA – I magistrati inquirenti valutano le prossime mosse dopo la presentazione del memoriale

Ora i Pm devono decidere se indagare (e interrogare) i “sostenitori”

Il memoriale difensivo di Galan è arrivato ieri in Procura a Venezia e i magistrati che indagano sul “sistema Mose” stanno valutando se e come sentire gli imprenditori che, secondo quanto riferito da Giancarlo Galan, avrebbero contribuito “in nero” alla campagna elettorale del 2005 per la sua ri-elezione alla presidenza della Regione. Il lungo tempo trascorso dai versamenti ha fatto in modo che l’eventuale finanziamento illecito ai partiti sia ormai prescritto (la prescrizione scatta dopo 6 anni, che diventano 7 e mezzo nel caso in cui intervenga qualche atto interruttivo, come ad esempio il rinvio a giudizio). Ciò nonostante, se la Procura decidesse di ascoltare gli imprenditori per avere conferma della versione fornita da Galan, dovrà prima iscriverli sul registro degli indagati e convocarli alla presenza dei rispettivi difensori.
Galan ha riferito l’episodio di questi finanziamenti con l’obiettivo di screditare la sua ex segretaria, Claudia Minutillo che, a suo dire, si sarebbe appropriata dei contributi versati da due di questi imprenditori. Le ammissioni di Galan, finalizzate a rafforzare la versione difensiva, rischiano però di diventare un elemento utile alla pubblica accusa: in qualche modo confermano, infatti, la circostanza che la Minutillo si occupava di raccogliere i soldi per conto del Governatore (in parte trattenendoli per sè, in parte facendoli arrivare al destinatario finale). Inoltre pongono inevitabilmente un interrogativo: è credibile che l’allora presidente della Regione si sia fatto finanziare soltanto nel 2005? Tanto più che è lui stesso a dichiarare che così facevano tutti

 

L’ex doge: «Sono pronto a restituire i soldi presi»

FRASE-CHOC L’arrestato ammette i finanziamenti illeciti ma cerca giustificazioni

AMICI GENEROSI «Temevano ritorsioni per questo preferivano non venire alla luce»

CONFESSIONE «Ho sbagliato, mi dispiace, ma è accaduto solo allora»

Il profondo “rammarico” dell’inquilino di Ca’ Balbi

PAOLO VENUTI – Il commercialista amico ha tenuto i conti elettorali del parlamentare. Il professionista è stato arrestato a giugno

Generosità discreta, anche se con cifre a cinque o sei zeri. Sostegno elettorale concretissimo, ma celato nel segreto dei rapporti interpersonali. Non passasse a nessuno per la testa di mettere nero su bianco quei nomi e, soprattutto, quelle cifre. Nè sui bilanci delle aziende donatrici, nè tantomeno in quello del partito, Forza Italia, o del candidato alle regionali del 2005, Giancarlo Galan.
Quando l’ex governatore del Veneto ha dovuto riempire gli “omissis” del suo memoriale, prima di consegnarlo venerdì scorso al gip milanese durante l’interrogatorio di garanzia, si è trovato a dover rispondere preventivamente alla prima e più evidente domanda, non solo dei suoi accusatori, ma anche dell’opinione pubblica. Perchè ha intascato i soldi in modo illecito?
Interrogativo legittimo, visto che in altri punti del documento Galan si straccia le vesti: «Non ho mai ricevuto denari dall’ing. Baita nel corso dei 15 anni di Presidenza della Regione Veneto e ciò vale anche per il periodo successivo». Purezza adamantina anche nei legami con il padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova. «Con l’ing. Mazzacurati vi era un rapporto molto formale e mai abbiamo discusso di denaro o di finanziamenti a mio favore. Mai nulla ho da lui ricevuto».
«Ho sbagliato, ho commesso un errore. Sono pronto a risarcire tutto» è la prima sottolineatura – ammissione morale – di Galan, che nelle elezioni politiche del 2013 ha avuto come fiduciario il suo commercialista, Paolo Venuti, arrestato a giugno nella retata anti-Mose. Ora, seppur a distanza di quasi dieci anni, il deputato bolla come negativo il comportamento di allora, quando la sua rielezione a Palazzo Balbi non era neppure tanto controversa. È vero che aveva contro un impreditore come Massimo Carraro del Partito Democratico, tuttavia – lo dimostrò il risultato delle urne – la partita fu piuttosto facile. Raggiunse il 50.5%, lo sfidante si fermò al 42.4, Giorgio Panto prese il 6% dei voti. Per quanto riguarda il risarcimento o la restituzione, essa appare controversa, visto che il reato ormai prescritto non ha una persona offesa, che possa ricevere il pagamento del danno subìto. Al massimo potrebbe ridare i soldi a chi glieli versò allora.
«Erano stati gli imprenditori a insistere perchè i versamenti non fossero resi pubblici» è la seconda spiegazione di Galan. Era in qualche modo costretto a fare in quel modo: «Temevano, nel caso io non avessi vinto le elezioni, che un appoggio politico dichiarato a mio favore potesse danneggiarli nelle loro attività». Insomma, non si volevano esporre a forme di ritorsione, da parte della coalizione vincente.
Galan è abbastanza generico nell’indicare circostanze e modalità dei pagamenti. È evidente che si trattava di contanti, ma non dice come, quando e dove li intascò. E neppure precisa a chi vennero consegnati e come furono impiegati. Il riferimento è comunque alle spese elettorali di una campagna evidentemente molto costosa.
Dall’inchiesta emerge che la filosofia di Giovanni Mazzacurati e del Consorzio Venezia Nuova era quella di pagare tutti, una parte e l’altra. I finanziatori di Galan, invece, la pensavano in modo diverso. L’interessato, però si affretta a precisare che anche se ricevette i soldi – in totale poco più di 350 mila euro – non ebbe nulla a che fare con i 200 mila euro di Piergiorgio Baita dell’Impresa Mantovani. Il manager ha dichiarato di averli consegnati a Claudia Minutillo, in una saletta dell’hotel Santa Chiara di Venezia.
E Galan nega di aver beneficiato di 50 mila euro su un conto nella Repubblica di San Marino. «Si trattava di un conto ufficiale e trasparente aperto a mio nome. Non operai mai alcuna movimentazione, nè impartii disposizione». E sulla somma scomparsa, accusa in base a una perizia grafologica: «Tale conto è stato utilizzato da terzi senza che io ne fossi a conoscenza e con la falsificazione delle mie firme, che formalmente già in questa sede disconosco». Adesso il memoriale integrale, senza gli “omissis”, è diventato un’arma fondamentale nella battaglia del deputato padovano per cercare di ottenere dal Tribunale del riesame che venerdì prenderà in esame il suo ricorso contro l’ordinanza di custodia cautelare del gip Alberto Scaramuzza. Si affilano le spade, nel palazzo di giustizia di piazzale Roma, dove i pubblici ministeri si preparano allo scontro, sicuramente il più cruento di tutta l’inchiesta.

Giuseppe Pietrobelli

 

Dalla sanità alle strade così spartivano gli affari

Minutillo a Chisso: «Padana inferiore, hanno già deciso che deve vincere Maltauro: datti da fare». Nei verbali i rapporti di forza tra l’ex assistente di Galan e l’ex assessore regionale

L’ACCUSA  «Sulla Via del mare ci hai fatto fare un c… così. Sono tutti incazzati»

LE NOMINE «Asl, ti hanno dato per sconfitto sui direttori generali»

EX COMMISSARIO – Silvano Vernizzi. Chisso ammise conflittualità con l’ex commissario alla Pedemontana veneta

Sanità e lavori stradali: la spartizione avveniva a tavolino, dietro una scrivania. Claudia Minutillo, ex segretaria del Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, all’epoca amministratore di Adria Infrastrutture, dettava l’agenda delle priorità; l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, prendeva nota e assicurava il suo impegno a supporto di Piergiorgio Baita e del gruppo Mantovani, cercando di giustificarsi dalle accuse di contare sempre meno e di essere stato messo in un angolo dagli alleati della Lega, ma anche da qualche compagno di partito.
Dalle intercettazioni ambientali allegate agli atti dell’inchiesta sul “sistema Mose” emerge una realtà che supera anche la più fantasiosa immaginazione e traccia, al di là degli aspetti penali della vicenda, uno spaccato sintomatico del modo di gestione del potere, con appalti suddivisi equamente tra le imprese amiche e accordi preliminari sulle nomine per evitare scontri e per cercare di accontentare tutti.
MICROSPIE – Il colloquio registrato dalle microspie della Guardia di Finanza avviene l’8 gennaio del 2013 nell’ufficio della Minutillo. La Minutillo ad un certo punto mette in funzione un “disturbatore” messo a disposizione da Mirco Voltazza, l’uomo stipendiato da Baita ottenere informazioni sull’inchiesta e cercare di depistarla. Ma evidentemente lo strumento da 007 non funziona troppo bene, considerato che i finanzieri riescono a sentire quasi tutto.
«NON CONTI PIÙ» – L’amministratrice di Adria Infrastrutture rimprovera a Chisso di aver perso potere: «Se alcune persone di riferimento si rendono conto che non vengono più da te su problematiche che interessano le tue deleghe ma vanno da altri, vuol dire che tu non sei più considerato il punto di riferimento. Vuol dire che pensano che possono andare avanti sulle cose a prescindere da te», gli contesta la Minutillo, informandolo che più di un imprenditore si è recato direttamente da Silvano Vernizzi, il commissario delegato ai lavori della Pedemontana. «Ormai lo sanno anche i muri che Vernizzi ha fatto l’accordo e si è rinfrancato per il rapporto stretto tra lui, Zorzato e Degani… (rispettivamente vicepresidente della Regione ed ex presidente della Provincia di Padova, ora sottosegretario del governo Renzi, entrambi esponenti prima di Forza Italia poi del Nuovo Centrodestra) – rincara la Minutillo – E la gente non va più dall’assessore Chisso…»
STRADE & APPALTI – L’allora potentissima ex segretaria di Galan ce l’ha con i lavori della Pedemontana (in particolare con alcuni problemi che il gruppo Mantovani non riesce a risolvere), ma anche con la strada regionale 10, la cosiddetta Padana inferiore, per la quale è in corsa anche la principale concorrente, la vicentina Maltauro. La Minutillo lamenta che «hanno già deciso che deve vincere la Maltauro» (come in effetti accadrà pochi mesi più tardi). Poi parla di Tangenziali venete e della cosiddetta “Via del mare”: «Non stanno andando avanti… – lamenta Minutillo – Cazzo cerca di lavorare – dice all’assessore – Sono tutti incazzati perché hanno detto che ci hai fatto fare un culo così…». E non è finita: «Si preoccupa anche Giorgio (Baita, ndr)… Giorgio dice: io vorrei capire se Renato ha abdicato ad un certo ruolo, se ha deciso che a Vernizzi… se ha deciso di non farsi valere nemmeno su quelle che sono le sue deleghe, perché almeno mi regolo anch’io su come muovermi».
Chisso ascolta e abbozza. Ammette qualche conflittualità con Vernizzi: «Mh, mh… Io mi sono tirato fuori dalla Pedemontana… – spiega – Però le nostre l’ho tutelate…», tiene a precisare. «Non mi pare, Renato», lo contraddice la Minutillo.
SANITÀ & NOMINE – Il discorso si sposta sulla Sanità e la Minutillo va giù ancora più dura: «Ti hanno dato per sconfitto perché sui direttori generali delle Asl non è andato Ruscitti… (l’ex segretario generale della sanità veneta, ndr) Ma questo Dal Ben tu lo conosci?… dicono che il riferimento adesso è Luca Baggio, consigliere regionale (della Lega, ndr)…»
Chisso si difende: «Sì, allora, io ho tenuto duro. Il mio candidato era Ruscitti…. fino a una settimana prima… Zaia mi chiama qua Renato, qua Ruscitti non passerà, semmai facciamo guerra totale o un accordo. Mi propone un accordo e mi fa: io metto un uomo mio però lo metti in mano tua e fai quel che devi fare… – racconta l’assessore – Mi va bene Dal Ben… però dico mi serve anche un uomo che… non faccio la figura del perecottaro… Quindi avemmo Mirano e Mestre… Sì, Gumirato, devo vederlo all’una…»
Gino Gumirato, è stato nominato direttore della Ulss 13 Miranese all’inizio di gennaio del 2013, contestualmente a Giuseppe Dal Ben (Ulss 12 Veneziana).

Gianluca Amadori

 

TRIBUNALE – Il Riesame il primo agosto si pronuncia sull’ex doge

Sarà il Tribunale del riesame il primo a pronunciarsi sulla fondatezza delle accuse mosse all’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan. L’udienza è fissata per venerdì prossimo primo agosto, davanti al collegio presieduto da Angelo Risi. La difesa di Galan cercherà di smontare il quadro accusatorio, minando la credibilità di Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati. Non è escluso che la Procura abbia nuovi atti da depositare, a riscontro dell’attendibilità dei principali accusatori.
Lo stesso giorno davanti al Riesame saranno discussi anche i ricorsi presentati dall’ex magistrato della Corte dei conti, Vittorio Giuseppone, accusato di corruzione in relazione a somme di denaro che gli sarebbero state versate nel corso degli anni per garantire la massima rapidità al via libera dei provvedimenti riguardanti il Mose. Anche l’imprenditore Andrea Rismondo ha presentato ricorso contro il provvedimento con cui il gip Alberto Scaramuzza gli ha imposto l’obbligo di dimora a Preganziol e di permanenza in casa dalle 20 alle 8.

 

DEMOCRATICI Polemiche dopo la confessione del tesoriere veneto

Tangenti, bufera nel Pd «Da Marchese solo bugie»

E si riapre il “caso” Venezia

L’ex segretaria regionale Filippin: «150 mila euro? Ma se abbiamo fatto un mutuo per pagare i debiti». E nel mirino c’è la federazione lagunare

«Ma quali soldi dal Consorzio Venezia Nuova. Abbiamo dovuto fare un mutuo per pagare le elezioni regionali del 2010». Rosanna Filippin vuole allontanare qualunque sospetto dal “suo” Partito Democratico. “Suo”, perché la testimonianza di Giampietro Marchese si riferisce proprio al periodo, il 2010, in cui le redini del partito erano nelle mani della vicentina, ora senatrice, eletta l’anno prima, con le primarie, a segretaria regionale dei democrat. Che ora sembra ributtare ogni responsabilità nell’altra parte del campo, nell’area del partito provinciale di Venezia che nel 2010 ha gestito in piena autonomia, con fondi propri, la campagna elettorale delle regionali.
L’ex responsabile amministrativo del Pd, ha raccontato ai giudici che nel 2010 ha ricevuto “in bianco”, quindi regolari, 58mila euro dal Coveco (le cooperative “rosse” inserite nel Consorzio Venezia Nuova). A questa cifra, si sono aggiunti, stando sempre alla testimonianza di Marchese, altri 150mila euro, questa volta “in nero”, sborsati sempre dal Coveco, tramite Pio Savioli, a fine campagna elettorale delle regionali per coprire le spese effettuate in eccesso. Di altri versamenti di cui ha parlato Giovanni Mazzacurati, l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Marchese non sa nulla.
Di certo, quindi, ci sarebbero 150mila euro che, stando all’ex responsabile amministrativo del Pd, sarebbero entrati nelle casse del partito. «Falso – ribatte la Filippin – Quando sono arrivata alla segreteria del partito in cassa c’erano 150mila euro lasciati dal mio predecessore». Cioé, il padovano Paolo Giaretta che aveva traghettato la Margherita alla confluenza con i Ds e poi verso il Pd. Ma quella cifra? «Mai esistita – aggiunge l’ex segretaria democrat – Tanto che, per pagare le spese sostenute alle regionali 2010, abbiamo chiesto un prestito di un milione alle banche, con garanzie mie e dell’allora tesoriere Angelo Guzzo, e confidando nei rimborsi elettorali, che ancora non avevamo essendo il Pd alla prima esperienza elettorale, che sarebbero arrivati l’anno dopo. Il mutuo si estinguerà il prossimo anno. E sono disponibili tutti gli incartamenti, tutto registrato fino all’ultimo centesimo». Circostanza confermata dal successore della Filippin, il deputato bellunese Roger De Menech. «Quei soldi non ci sono mai stati – ripete il neo segretario – E dall’inizio della vicenda Mose abbiamo voluto marcare la discontinuità. Il partito ha di sicuro una responsabilità politica, ma io non c’entro con quelle cose, è un dovere marcare il confine come ha indicato Renzi».
Nessun commento di Michele Mognato, che a fine 2010 guidava il partito provinciale di Venezia, tirato in ballo dall’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Dunque, la domanda resta: dove sono finiti i 150mila euro “in nero” di cui parla Marchese? Spiega la Filippin: «Le federazioni provinciali avevano piena autonomia nello svolgere la campagna elettorale, con fondi derivati dal tesseramento, e senza esborsi da parte del partito regionale. L’azione del partito locale, si affiancava a quanto i singoli candidati pagavano di tasca propria, se lo ritenevano necessario. Il partito regionale si occupava della campagna più in generale, con messaggi politici e il sostegno al candidato governatore». Un bel distinguo, tra “noi e loro”? «Sono i fatti. Mi resta anche l’amarezza per quanto mi ha detto Marchese appena scoppiato il caso: “Non è vero niente”».
Invece, ora sono arrivate le ammissioni dell’ex responsabile amministrativo del Pd. E riassumendo quanto raccontato dalla Filippin e da De Menech, ogni responsabilità giudiziaria sembra ricadere sulla gestione del partito in Laguna.

Giorgio Gasco

 

Mose, si cerca la “talpa” dentro la Corte dei conti

Aperta un’indagine interna per scoprire il magistrato complice della “cricca” caccia a chi anticipava ai vertici del Consorzio il testo delle pronunce dei giudici

VENEZIA – C’è un’indagine interna alla Corte dei Conti per scoprire chi, nel 2009, consegna al Consorzio Venezia Nuova, prima di essere pubblica e per essere “ammorbidita”, la relazione con la quale il giudice Antonio Mezzera, bocciava l’assegnazione senza gara d’appalto, al consorzio unico, della realizzazione del Mose. Un’indagine che potrebbe mettere in difficoltà qualche appartenente della magistratura contabile. Durante diversi interrogatori e da elementi recuperati dagli investigatori è evidente come il CVN avesse una capacità non indifferente di corrompere appartenenti ad uffici pubblici alla scopo di presentare relazioni e documenti “su misura” al Mose. Basti pensare alle relazioni del Magistrato alle Acque preparate dagli stessi tecnici del Mose. Ritornando alla relazione che già nel 2009 bocciava l’assegnazione al Consorzio Venezia Nuova, va ricordato che questa era stata inviata, in parte, dal WWF alla Banca Europea d’Investimenti (BEI). Lettera che serviva a spiegare come si stava per finanziare un lavoro che non aveva ancora un progetto esecutivo unitario. In quell’anno, il WWF ha prodotto una copiosa documentazione spedita al Ministero dell’Ambiente e alla Direzione Generale dell’Ambiente della CE, che aveva aperto sino al 2008 una procedura di infrazione sulla violazione delle direttive comunitarie Habitat e Uccelli, proprio sostenendo la mancanza sia di un giudizio conclusivo di Valutazione di Impatto Ambientale, che della Valutazione di Incidenza sulla Rete Natura 2000, tutelata dell’ Europa (o che almeno dovrebbe essere tutelata dall’Europa). Come è finita lo sappiamo: i soldi dall’Europa sono arrivati, senza VIA e senza progetto esecutivo. La relazione della Corte dei Conti nel 2009 metteva in luce come le procedure seguite per assegnare i lavori di realizzazione del Mose al CVN, erano illegali. Nel paragrafo 3, della relazione “La legislazione per la tutela e la salvaguardia della laguna e della città di Venezia e le sue criticità”, a pagina 14, sulla legge 798/1994 (legge speciale per Venezia e sue modifiche che consentirono l’affidamento dei lavori al consorzio unico), si legge: «Tale disposizione risultò, sin dalla sua emanazione, in contrasto, oltre che con i principi generali che il Trattato comunitario detta in materia di concorrenza, anche con la direttiva CEE in materia di procedure e aggiudicazione di appalti di lavori pubblici del 1971, allora vigente. Peraltro, il legislatore sancì la possibilità e non l’obbligo del ricorso a tale forma di affidamento». La Corte dei Conti è poi esplicita nelle conclusioni della relazione. Si legge a pagina 48: «L’obbligo derivante dalle direttive comunitarie del rispetto dei principi di non discriminazione, parità di trattamento, proporzionalità e trasparenza, che si realizza attraverso l’affidamento dei contratti con gare pubbliche, non risulta ancora osservato per una delle opere più significative in corso di realizzazione dallo Stato italiano», il Mose, appunto. La relazione iniziale ora a disposizione di chi sta conducendo l’indagine interna, era anche più severa, ma non è mai stata resa pubblica.

Carlo Mion

 

Incarichi pagati per 55 consiglieri su 62

Solo sette prendono esclusivamente lo stipendio. Chisso, in carcere per l’inchiesta Mose, incassa ancora l’80% della retribuzione

Compensi ridotti per Bortoli, Falconi, Corsi Piccolo, Gerolimetto, Chisso e Alessandrini

Ogni mese i consiglieri versano 1.229,35 euro per il vitalizio

VENEZIA – Sono appena sette, su sessantadue inquilini di Palazzo Ferro Fini, i consiglieri regionali che non godono dell’indennità di funzione mensile lorda, graduata in ragione della rilevanza istituzionale dell’incarico svolto da ciascuno nell’ambito degli organi veneti. I “non graduati” sono: Mauro Bortoli, 58 anni, alfiere padovano del Partito democratico, che ha ricoperto incarichi di primo piano nei Democratici di sinistra ma non ama i riflettori; Stefano Falconi, 53 anni, di Rosolina (Rovigo), che è subentrato il 10 giugno a Cristiano Corazzari, eletto sindaco di Stienta; l’ex assessore Renato Chisso (60 anni il prossimo 28 luglio), esponente del gruppo Popolo della Libertà-Forza Italia per il Veneto, sospeso dal 31 maggio – in applicazione dell’articolo 8 del decreto legislativo 235/2012 – perché coinvolto nell’inchiesta sul Mose, che si trova in carcere a Pisa; Amedeo Gerolimetto, 58 anni, subentrato (con adesione al gruppo Popolo della Libertà- Forza Italia per il Veneto) al forzista Remo Sernagiotto, a sua volta traslocato all’Europarlamento; il leghista Enrico Corsi, 52 anni, assessore alla Mobilità al Comune di Verona, che ha surrogato Paolo Tosato, proclamato senatore dopo le dimissioni di Massimo Bitonci, nuovo sindaco di Padova. Non hanno incarichi neppure Alessio Alessandrini, alfiere del Pd, che il 24 luglio ha preso il posto del dimissionario Giampietro Marchese (già sospeso dal 31 maggio); Francesco Piccolo (iscritto al gruppo Misto), sostituto temporaneo di Chisso. Indennità di funzione. Tutti gli altri 55 inquilini di Palazzo Ferro Fini possono invece contare su un’indennità di funzione (che varia fra 2.700 e 2.100 euro lordi) che permette loro di rimpolpare l’indennità di carica mensile lorda di consigliere regionale (che è uguale per tutti, a 6.600 euro lordi). Ha invece diritto all’80% dello “stipendio” (5.280 euro al mese) il consigliere sospeso Chisso. L’indennità di funzione, come detto, è graduata in relazione alla rilevanza dell’incarico. La riscuotono piena (2.700 euro lordi) soltanto il presidente della Giunta regionale Luca Zaia (Liga Veneta-Lega Nord Padania) e il “numero uno” del Consiglio regionale Clodovaldo Ruffato (Nuovo centrodestra). Un’indennità lorda di 2.400 euro spetta invece al vicepresidente della giunta regionale (Marino Zorzato, Ncd) e ai due vicepresidenti del Consiglio regionale (il leghista Matteo Toscani e il democratico Franco Bonfante). Stesso trattamento viene accordato agli assessori che sono anche consiglieri (ovvero i leghisti Roberto Ciambetti, Marino Finozzi, Franco Manzato, Maurizio Conte e Daniele Stival, i forzisti per il Veneto Marialuisa Coppola, Elena Donazzan e Massimo Giorgetti). L’assessore alla Sanità Luca Coletto non è consigliere regionale. La stessa indennità di 2.400 euro lordi viene erogata inoltre ai presidenti dei gruppi (che, vista la frammentazione del Consiglio, sono ben 12) e delle commissioni consiliari (sette, più le commissioni Statuto e Relazioni internazionali), nonchè ai segretari dell’Ufficio di presidenza (il forzista Moreno Teso e Raffaele Grazia di Futuro Popolare). Rimborso spese. Il terzo elemento della busta paga dei consiglieri è dato dal rimborso spese per l’esercizio del mandato; questa voce, uguale per tutti i componenti del consiglio, è di 4.500 euro netti. Trattenute. E veniamo alle trattenute. La principale è rappresentata, dopo le imposte sull’indennità di carica e sull’indennità di funzione (che sono appunto lorde), dal contributo mensile di 1.299,35 per il vitalizio. Non mancano le penalizzazioni a carico dei consiglieri assenti. Quelli che non partecipano ad almeno il 20 per cento delle votazioni consiliari utili, nel corso della stessa seduta, sono soggetti a una trattenuta di 40 euro.

Claudio Baccarin

 

L’INCHIESTA – La memoria di Galan approda ai giudici del Riesame

Venerdì l’udienza per valutare l’arresto dell’ex governatore, in carcere restano solo Chisso, Casarin e Venuti

VENEZIA Il primo banco di prova delle pesanti accuse lanciate dal parlamentare di Forza Italia Giancarlo Galan contro i tre supertestimoni dell’accusa sarà venerdì 1 agosto, davanti ai giudici del Tribunale del riesame di Venezia presieduti da Angelo Risi. E’ molto probabile che l’ex governatore del Veneto non si presenterà nell’aula della Cittadella della giustizia di Piazzale Roma,mail suo memoriale, arrivato ieri in laguna con un plico sigillato per il giudice Alberto Scaramuzza, finirà nei prossimi giorni nel fascicolo che i giudici leggeranno e poi si saranno i suoi difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini. Non sarà una prova facile, visto che il Tribunale, di fatto, ha tenuto in carcere soltanto coloro che sono accusati delle azioni corruttive commesse in concorso con lui: sono l’ex assessore regionale Renato Chisso, il suo braccio destro Enzo Casarin, il commercialista padovano e prestanome dello stesso Galan Paolo Venuti. Ma l’esponente politico di maggior spicco di questa inchiesta sul Mose ha deciso di difendersi in questo modo, attaccando chi ha parlato di lui e delle mazzette che avrebbe intascato, un attacco che se andasse in porto smonterebbe anche le accuse contro la maggior parte degli altri indagati, quasi tutti ormai o agli arresti domiciliari o del tutto liberi. Anche Galan parla di soldi e accusa Claudia Minutillo di aver incassato contributi elettorali da due o tre imprenditori nel 2005 (almeno 200 mila euro, forse di più) che però si sarebbe tenuta. Non spiega perchè l’ha sì cacciata dal posto che occupava – era la sua segretaria particolare in Regione – ma le ha cercato un posto di rilievo, mobilitando addirittura l’allora potente Lia Sartori per convincere Giovanni Mazzacurati a trovarle un posto al Consorzio Venezia Nuova. Accusa pesantemente anche Mazzacurati, sostenendo che i milioni che dice di avergli consegnato in realtà li avrebbe trattenuti per le sue ville e per i suoi figli. Lo stesso racconta di Baita: i soldi li teneva per sè, nascondendo i l loro uso al vero padrone della Mantovani, Romeo Chiarotto. Ormai, però, ci sono altri che hanno parlato, inoltre ci sono i riscontri cercati e trovati dagli investigatori del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza. Ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini ci sono gli imprenditori al vertice del Consorzio con Baita che hanno ammesso di aver raccolto i fondi neri per pagare politici e amministratori. C’è Pio Savioli delle coop rosse, c’è Stefano Tomarelli della romana «Condotte d’acqua» e c’è l’ex magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta che ha confermato i racconti dei tre supertestimoni.

Giorgio Cecchetti

 

CRIMINALITà ORGANIZZATA

Azienda infiltrata in affari con Etra e Veritas

Interrogazione di Diego Bottacin (Verso Nord): «Il governatore chiarisca subito»

VENEZIA Perché due multiutility venete interamente pubbliche intrattengono correnti rapporti commerciali con un’impresa in odore di mafia? Parte da questa domanda l’interrogazione urgente del consigliere regionale Diego Bottacin alla giunta veneta guidata da Luca Zaia. Secondo il consigliere regionale di Verso Nord la Ramm srl, il cui amministratore unico è stato arrestato per la terza volta nei giorni scorsi, intrattiene rapporti commerciali con Etra e Veritas, due tra i gestori pubblici della raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani. L’ultimo arresto martedì scorso: l’imprenditore Sandro Rossato, 62 anni, calabrese trapiantato a Padova e titolare della «Rossato Fortunato» di Pianiga (Venezia) è stato arrestato per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti. L’arresto è stato eseguito dai carabinieri del Ros nell’ambito di una indagine della Procura Antimafia di Reggio Calabria, che avrebbe evidenziato le infiltrazioni malavitose nell’affare dei rifiuti in Calabria. Rossato era finito in carcere una primavolta nel 2006. Secondo Bottacin «A questa azienda – la Ramm Srl – il cui amministratore unico è stato più volte arrestato Veritas Spa da anni affida lavori e servizi, guardandosi bene dall’indire una gara pubblica. Addirittura Etra Spa, di cui sono soci 77 comunidel Padovano e del Vicentino, ha recentemente acquisito un ramo d’azienda dellamedesima impresa». Nel febbraio scorso Etra Spa ha acquistato un ramo d’aziendadellaRammSrl per 545 mila euro. Il primo bonifico – di 160 mila euro – per tale acquisto risulta però fatto quasi due anni prima: il 4 luglio 2012. «Mi chiedo – spiega Bottacin – se sia tutto normale o se la cosa non desti di per sé sospetti. Soprattutto sapendo che l’amministratore unico di Ramm Srl è Sandro Rossato, implicato in indagini sul traffico di rifiuti gestito dalla ‘ndrangheta e arrestato due volte, nel 2005 e nel 2006 per i medesimi motivi». «Martedì scorso», aggiunge Bottacin, «Fortunato è stato arrestato per la terza volta su ordine dalla direzione antimafia di Reggio Calabria. E’ normale che una settimana prima dell’arresto, il 15 luglio 2014 Veritas Spa abbia assegnato a Ramm Srl l’ennesimo appalto per il servizio di raccolta rifiuti per un valore di 39.990,00 euro, cioè appenasotto la soglia?».

 

Cooperativa Coveco, guai anche a Brindisi

Unavviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato ad otto persone coinvolte in un’inchiesta che riguarda la realizzazione di un terminal passeggeri a Costa Morena (Brindisi). Ipotizzati, a vario titolo, i reati di abuso d’ufficio, falso e violazioni urbanistiche e ambientali. Tra gli indagati, oltre al presidente dell’Autorità portuale fino al 2011, Giuseppe Giurgola, ci sono l’ammiraglio Ferdinando Lolli, che ha tenuto le redini dell’ente nel 2012, l’ex segretario generale dell’ente, Nicola Del Nobile, nonchè funzionari, dipendenti e imprenditori. La gara per la realizzazione di una stazione marittima per i passeggeri in partenza per la Grecia era stata aggiudicata all’Associazione temporanea di imprese (Ati) composta dalla coop Coveco, coinvolta nello scandalo Mose, e dalla società Igeco. L’incarico risale al 2011mai lavori non hanno mai avuto inizio proprio per l’esistenza dell’inchiesta giudiziaria.

 

Gazzettino – Baita: Giancarlo mi raccomando’ la Minutillo

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27

lug

2014

LA CONFESSIONE – Baita: Giancarlo mi raccomandò la Minutillo

Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, ha dettato a verbale che l’ex governatore Giancarlo Galan si sarebbe speso in raccomandazioni per Claudia Minutillo dopo averla licenziata.

SPONSOR – Nel memoriale consegnato ai giudici, Giancarlo Galan ammette di aver ricevuto denaro da alcuni imprenditori per la campagna elettorale del 2005, ma nega denaro dal Mose.

CONFERMA – L’ex tesoriere del Pd veneto Giampietro Marchese ha confessato di aver ricevuto 150mila euro di finanziamenti dal Coveco.

L’INCHIESTA Anche l’ex consigliere Pd Marchese ammette di aver ricevuto 150mila euro dal Coveco

 

I CONTRIBUTI – L’ex doge sostenuto con aiuti da centinaia di migliaia di euro

STRATEGIE – Pronti a lavorare tutta l’estate per arrivare a formulare le richieste nei termini di legge

I pm: processo ai detenuti con rito immediato

Il termine massimo, 180 giorni dall’arresto

(gla) Si farà con rito immediato il processo a carico dei principali indagati nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Sarebbe questa l’intenzione dei magistrati che coordinano le indagini, i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, i quali resteranno a lavorare gran parte dell’estate per poter arrivare nei tempi più rapidi possibili a formulare la richiesta di giudizio per tutte le persone detenute. La norma prevede che l’immediato debba essere chiesto entro 180 giorni dall’esecuzione del provvedimento di custodia cautelare, e dunque ci sarebbe tempo fino all’inizio di dicembre. Ma la Procura potrebbe stringere i tempi e chiudere la posizione dei detenuti ben prima, all’inizio dell’autunno.
La richiesta di immediato è possibile unicamente per gli indagati in custodia cautelare e dunque in questo momento riguarderebbe l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, e il suo commercialista e prestanome, Paolo Venuti; l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, e il suo segretario, Enzo Casarin; l’ex eurodeputata Amalia Sartori; l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Maria Giovanna Piva (l’altro ex presidente, Patrizio Cuccioletta, ha chiesto di patteggiare); l’ingegnere del Consorzio Venezia Nuova, Maria Brotto; gli imprenditori Alessandro Mazzi e Luigi Dal Borgo; Federico Sutto e Luciano Neri, stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Nonché tutti gli indagati per le presunte attività di spionaggio e di depistaggio delle indagini.
Attraverso il rito immediato viene “saltata” l’udienza preliminare e gli indagati vengono mandati a giudizio direttamente davanti al Tribunale. Salvo che qualcuno di loro non chieda di essere giudicato con rito abbreviato: in tal caso la sua posizione viene definita davanti al Gup.

 

 

 

VERBALI D’INCHIESTA – La segretaria ha minimizzato con i pm l’allontanamento dai palazzi della Regione

L’INGEGNERE «Il Governatore le fece quadruplicare lo stipendio fino a 250 mila euro»

Baita: «Così Galan raccomandò la Minutillo dopo la “rottura”»

Chi dice la verità? Galan che sostiene di aver licenziato Claudia Minutillo, indignato per aver scoperto che si faceva pagare lautamente dagli imprenditori, usando il suo nome? O la segretaria che ai magistrati ha dato una versione minimalista di quel divorzio professionale? E come furono – dopo la frattura – i rapporti tra i due? È credibile che l’uomo politico che aveva messo alla porta la collaboratrice “infedele”, abbia accettato di acquistare quote di una sua società, Adria Infrastrutture, o l’abbia raccomandata?
Su quel sodalizio – esclusivamente professionale – tra Galan e la Minutillo si sono scritte tante cose. Di certo lei fu dal 2000 al 2005 la “donna di ferro” di Palazzo Balbi. Il suo ruolo cominciò ad essere messo in discussione (ma non per ragioni di gelosia femminile, bensì caratteriali) quando sulla scena entrò la futura moglie di Galan. Come avvenne la separazione?
Ecco il racconto della Minutillo al Pm Stefano Ancilotto, nel 2013. «Io seguivo tutta la sua attività di governatore e parte della sua attività politica, facevo da punto di raccordo tra il capo di Gabinetto, il capo Segreteria, l’attività di giunta e quella politica, poi in consiglio regionale con i consiglieri, e poi parte con l’attività del partito».
Piergiorgio Baita, in un interrogatorio, di lei ha detto: «Era l’assistente, ma il mercato ovviamente la chiamava la vice Presidente». Una figura forte, accentratrice, che così ha raccontato al Pm la separazione: «Feci questo fino a fine 2004. Poi nel 2005 c’erano le elezioni, ma già lì il nostro rapporto ho capito che si stava per incrinare e quindi, finita la campagna elettorale, ci siamo lasciati». Tutto qui, mentre Galan nel suo memoriale parla di licenziamento per «ragioni gravi e molteplici».
Il “dopo” è un altro capitolo. Galan dice: «Successivamente ricordo di aver incontrato la signora Minutillo poche volte». E ha negato di averla raccomandata a Baita o Mazzacurati. Il racconto di lei, intrecciato a quello di Baita, dimostra che in realtà le strade continuarono a intrecciarsi, anche se la rottura era stata netta. «Io non mi aspettavo quella decisione, perchè avevo sempre fatto benissimo il mio lavoro, ero apprezzata da tutti. Ebbi due offerte di lavoro: una dall’allora ad dell’Enel, Paolo Scaroni, che mi aveva detto: “Ho sempre apprezzato il tuo lavoro, se vuoi venire a lavorare”, ma mi comportava andare a Roma». Seconda offerta. «Poi arrivò Baita: “Non ti preoccupare, tu vieni a lavorare con me, ti do io una mano”. Fui nominata fin da subito nel cda della Pedemontana Veneta, tant’è che i giornali dicevano che ero lì in nome e per conto di Galan; non era vero. Poi entrai nel cda di Thetis».
Secondo Baita (verbale del 6 giugno 2013), «l’allontanamento della dottoressa Minutillo dalla Regione fu dovuto a un’azione di un certo numero di persone che erano attorno al Presidente, ma che poi è stato curato direttamente dall’onorevole Sartori (Lia, ndr)». Erano trascorsi pochi mesi da quando Baita dice di aver consegnato alla Minutillo, all’hotel Santa Chiara, 200 mila euro per Galan. E Baita sostiene che la rottura con Galan fu solo apparente. «Il presidente la accredita come non più capo di gabinetto di segreteria, ma persona di fiducia attraverso la quale si sarebbero potute ottenere le stesse cose di prima».
Vero? Falso? Di certo la Minutillo finì (grazie a Lia Sartori) a Thetis con uno stipendio di 60-70 mila euro. Baita: «Mi fu fatto presente da Galan e dall’assessore Chisso dell’insoddisfazione della Minutillo, di vario tipo: di ruolo… di retribuzione economica e di relazione e mi chiesero esplicitamente di integrare questa funzione con qualche ruolo più pregnante… la convenienza economica non doveva essere inferiore a 250 mila euro netti all’anno… che credo di non prenderli neanche io». E qui spunta la collaborazione con la società Bmc. Dice Baita: «La Minutillo era socia di fatto, procuratrice per conto di Galan». Possibile tutte questa attenzioni dopo una rottura tanto traumatica?

Giuseppe Pietrobelli

 

«È un tentativo per screditarmi»

«Io non me l’aspettavo facevo bene il mio lavoro»

Lei: «Nel 2005 avevo capito che il rapporto si incrinava»

«Sono sconcertata, preoccupata, le affermazionni di Galan posso essere indotte solo dal tentativo di screditarmi». Questa la reazione di Claudia Minutillo, che ha parlato ieri con l’avvocato Carlo Augenti. Il quale rincara: «Galan licenzia un’impiegata infedele e poi ne diventa socio in Adria Infrastrutture? Non è credibile. E si accorge solo nel 2014 di ciò che accadde nel 2005? È falso, solo un tentativo di difendersi, ma dovrebbe farlo ocn più stile. Se spera di togliere credibilità alla Minutillo si sbaglia: la signora non si è inventata nulla, e le ordinanze di custodia cautelare lo dimostrano».

 

INTERVISTA – Parla l’onorevole Lorena Milanato, ex tesoriera di Forza Italia nella sede veneta a Padova

«Eravamo senza autonomia finanziaria da Roma»

PADOVA – «Non so nulla di come finì la collaborazione di Claudia Minutillo con Giancarlo Galan. Io all’epoca, era il 2005, non ero più in Regione Veneto. Ma ricordo bene come funzionava il finanziamento all’interno del partito». Lorena Milanato, padovana, è deputato di Forza Italia (e del Pdl) da quattro legislature, ininterrottamente dal 2001 a oggi. Una fedelissima di Giancarlo Galan, non a caso lo ha difeso nelle giornate calde che hanno preceduto l’arresto. E gli era vicina già nel 1995, quando Galan divenne governatore per la prima volta.
Lei è indicata nel memoriale dell’ex presidente, in epoca successiva alla scissione di Carollo e all’uscita di scena della Minutillo, “per la specifica delega alla tesoreria, ovvero per le spese correnti della sede regionale che venivano rendicontate e autorizzate dal tesoriere nazionale”.
«È così, confermo. Il partito non aveva autonomia finanziaria in sede regionale. Le fatture venivano inviate tutte a Roma per il pagamento».
E chi gestiva i soldi?
«Non abbiamo mai avuto un conto corrente su cui far confluire finanziamenti, perchè esisteva un unico conto corrente nazionale, in sede centrale. Era Roma che provvedeva a effettuare i pagamenti, regione per regione, tenendo conto delle quote dei tesseramenti».
Nessuna eccezione?
«C’è stato un periodo in cui venne destinata alle strutture regionali una disponibilità mensile per le spese. Si trattava di piccole spese, perchè quelle importanti, come l’affitto della sede, erano liquidate direttamente da Roma. Si faceva così una richiesta di rimborso che veniva liquidata attingendo al fondo. La disponibilità veniva di volta in volta ripristinata dalla segreteria centrale».
Venerdì lei ha fatto visita a Galan nel carcere di Opera. Come lo ha trovato?
«Molto combattivo, tonico, anche se evidentemente non è contento della situazione in cui si trova. Ed è convinto di avere subito un’ingiustizia».

G. P.

 

Galan: ho preso soldi da 7 imprenditori

L’ex ministro ha fornito ai pm i nomi di industriali che nel 2005 l’avrebbero finanziato: «Ma nulla dal Mose»

UNA LUNGA LISTA – Ma la segretaria fece anche i nomi di Gemmo, Marchi, Baita e Stefanel

LA STRATEGIA – Nega i pagamenti per il Mose e indica fatti nuovi, ormai prescritti

MOSSA A SORPRESA – Novità clamorose nel memoriale inedito scritto in carcere

Galan: «Ecco l’elenco dei miei finanziatori»

L’ex governatore ammette: «Nella campagna elettorale del 2005 presi denaro da 7-8 imprenditori»

Nella lista non ci sono i due che, a sua insaputa, avrebbero consegnato i 500 mila euro alla Minutillo

La mossa di Giancarlo Galan è astuta, calcolata, anche se non priva di qualche spericolatezza. Ammettere alcuni finanziamenti illeciti dei partiti risalenti a quasi dieci anni fa, episodi ormai prescritti, per respingere le accuse più gravi di corruzione legate alla realizzazione del Mose, alle elargizioni del Consorzio Venezia Nuova e ai project financing dell’Impresa Mantovani di Piergiorgio Baita. Se la mossa servirà a tirar fuori dai guai (e dal carcere) l’ex governatore del Veneto, lo potranno dire soltanto i tempi della giustizia, l’udienza davanti al Tribunale del Riesame fissata per l’1 agosto, l’esito del ponderoso ricorso contro la carcerazione preventiva.
La novità è però clamorosa, anche se si caratterizza più come una strategia difensiva, che non come l’inizio della resa di fronte alle accuse. Perchè Galan ammette di avere ricevuto denaro, per la campagna elettorale del 2005, da 7-8 imprenditori veneti. Ne fa il nome e indica le somme versate. Importo complessivo, alcune centinaia di migliaia di euro.
Svelando gli “omissis” che contrappuntavano una prima memoria mai consegnata ai Pm, con il memoriale messo venerdì nelle mani del gip milanese che lo ha interrogato nel carcere di “Opera”, Galan ha così riempito le righe rimaste bianche con nomi, fatti e numeri. Tutto inedito. Non si è limitato ad accusare (come abbiamo anticipato ieri) la sua ex segretaria Claudia Minutillo di essersi intascata alcune centinaia di migliaia di euro (quasi 500 mila) da due imprenditori che nel 2005 volevano finanziare la campagna elettorale del Doge. Ha ammesso di aver ricevuto a sua volta finanziamenti illeciti.
I nomi sono coperti dal riserbo e corrisponderebbero, nella giustificazione data da Galan, a imprenditori che con le generose offerte non volevano corrompere il Governatore, ma soltanto aiutarlo nelle spese affrontate per la campagna elettorale che lo vedeva contrapposto a Massimo Carraro, l’imprenditore padovano del Pd che lo aveva sfidato per Palazzo Balbi. Ricostruita così, la vicenda si potrebbe configurare come una serie di finanziamenti illeciti, visto che le dazioni non furono registrate, come impone la legge. Ma si tratta di un reato che, a nove anni di distanza, è ampiamente prescritto.
Secondo Galan, proprio l’identità dei generosi sostenitori dimostrerebbe che quei soldi non avevano nulla a che vedere con il Mose. «Questo è tutto quello che ho preso, nient’altro» dichiara più o meno testualmente. La sottolineatura è importante perchè dimostra come l’indagato sia preoccupato di allontanare i sospetti di “tangenti” legate al Mose e alle Grandi Opere in Veneto.
Nell’”elenco ufficiale” di Galan non sono contenuti quei due imprenditori che avrebbero versato quasi 500 mila euro a Claudia Minutillo, che li avrebbe chiesti sostenendo di parlare per conto del Governatore. L’indagato ha fatto, a parte, anche quei due nomi, affermando che nel 2005, a campagna elettorale conclusa, aveva scoperto i due versamenti, senza aver mai visto un euro, nè essere stato informato dalla Minutillo, che avrebbe gestito la partita in proprio. Questa è l’accusa all’ex collaboratrice, che però, tramite l’avvocato Carlo Augenti, nega tutto e sostiene che Galan si è inventato gli episodi, per screditarla. In totale, così, gli imprenditori che avrebbero finanziato Galan (o la sua segretaria) salgono a 10. Un numero discreto.
Ma a questo doppio elenco vanno aggiunti tre nomi, che sono stati fatti dalla Minutillo. Il Pm Stefano Ancilotto nel 2013, dopo l’arresto per false fatturazioni, le chiese: «Finchè lei è stata segretaria di Galan, ha potuto vedere consegne o sapere anche dal Galan stesso di corresponsioni di denaro dal Baita?». Risposta: «Sì, da Baita, ma non solo». Pm: «Anche da chi?». Minutillo: «Per esempio dalla Gemmo, da Marchi, da altri, insomma. Da Stefanel, da più persone». Anche se gli interessati hanno smentito, l’elenco-fisarmonica, tutto da verificare, porta a 13 i nomi dei supposti finanziatore del Doge, 14 se saranno dimostrati i 200 mila euro versati da Baita.

Giuseppe Pietrobelli

 

FONDI ROSSI – La seconda conferma, dopo quella di Orsoni, di contributi illeciti

LA CONFESSIONE Il finanziamento usato per le spese della campagna elettorale 2010

Marchese, il “cassiere” regionale, riconosce di aver ricevuto 150mila euro da Savioli

LA CONDANNA L’ex consigliere ha chiesto al giudice di patteggiare 11 mesi di reclusione

«Soldi in nero anche al Pd»

La Procura di Venezia la considera l’ennesima, importante conferma del quadro accusatorio sul fronte “rosso” dei finanziamenti illeciti relativi al cosiddetto “sistema Mose”. L’interrogatorio reso nei giorni scorsi e la successiva istanza di patteggiamento ad 11 mesi di reclusione formulata dall’ex responsabile amministrativo del Pd, Giampietro Marchese, costituiscono secondo i pubblici ministeri veneziani un tassello decisivo per l’inchiesta: la prova che i contributi agli esponenti politici sono finiti per anni non soltanto a chi stava al governo della Regione, ma anche all’opposizione. E, dunque, un “pesante” riscontro alla fondatezza di quanto raccontato finora dai principali accusatori.
Ciò anche se le ammissioni di Marchese sono soltanto parziali. L’ex consigliere regionale, assistito dall’avvocato Francesco Zarbo, ha innanzitutto sostenuto che i 58mila euro ricevuti “in bianco” dal Coveco per la campagna elettorale del 2010 sono regolari. Per quanto riguarda i finanziamenti “in nero”, ha confessato unicamente di aver ricevuto 150mila euro da Pio Savioli (ovvero dal Coveco, la componente “rossa” del Consorzio Venezia Nuova) a fine campagna elettorale 2010 per coprire le spese effettuate in eccesso. Ha negato, invece, di aver percepito il resto dei 4-500mila euro che l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova ha dichiarato di avergli versato in più rate. Marchese ha spiegato di aver avuto rapporti con Mazzacurati unicamente per assicurare che le coop rosse potessero avere un posto anche nella fase successiva alla realizzazione del Mose, ovvero nella gestione dell’opera. «Soldi da lui non ne ho mai visti!», ha assicurato Marchese, precisando ai magistrati di essere sempre stato favorevole al Mose, così come sempre contrario alle opere realizzate con lo strumento del project financing. Nel corso dell’interrogatorio non ha fatto i nomi di altri esponenti del Pd eventualmente destinatari dei contributi per il semplice motivo che non avrebbe mai chiesto né dato conto a nessuno della “sua” gestione dei fondi elettorali. «Il mio cliente non si è messo in tasca nulla», ha precisato l’avvocato Zarbo.
Prima di Marchese, nelle scorse settimane è stato l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, a confermare di essersi rivolto a Mazzacurati per farsi finanziare la campagna elettorale 2010. Orsoni ha spiegato, però, di non aver mai visto un solo euro in quanto a gestire tutti i fondi sono stati esponenti di spicco del Pd: oltre a Marchese, ha citato i nomi di Davide Zoggia, all’epoca responsabile nazionale degli enti locali del partito di Pierluigi Bersani, e dell’allora segretario veneziano del Pd, Michele Mognato. Queste dichiarazioni e altri elementi di riscontro già raccolti dalla Guardia di Finanza sul fronte “rosso” dei contributi ai partiti sono oggetto di una serie di verifiche e accertamenti ai quali la Procura ha già iniziato a lavorare. Le prime svolte sul fronte “rosso” potrebbero arrivare fin da settembre, a conclusione della sospensione feriale dell’attività giudiziaria.

Gianluca Amadori

 

TRIESTE – Il commissario ha ricevuto le parti sociali sul caso della De Eccher

Serracchiani: indagine sulla A4 conseguenza del Mose

TRIESTE – Nessuna comunicazione in merito a un’inchiesta sui lavori della terza corsia della A4 Venezia-Trieste è pervenuta fino ad ora, né al Commissario straordinario né ad Autovie Venete, la concessionaria autostradale che ne è il braccio operativo. Lo precisa la Struttura commissariale, guidata da Debora Serracchiani, in seguito alla pubblicazione di notizie sull’apertura di un’inchiesta sulla terza corsia della A4 da parte della Procura di Venezia. Una notizia che non ha sorpreso la governatrice: «È il naturale prosieguo delle indagini (dopo quelle sul Mose, ndr) con un raggio d’azione allargato». Serracchiani ha ricordato di aver sottoscritto un Protocollo di legalità con le Prefetture interessate ai lavori del terzo lotto (Venezia, Treviso e Udine) per rafforzare la collaborazione fra le istituzioni e i controlli preventivi.
Intanto la presidente del Friuli ha incontrato a Trieste i rappresentanti di Confindustria e i sindacati del settore costruzioni per approfondire le questioni connesse alla società Rizzani de Eccher, dopo che l’azienda impegnata nei lavori sulla terza corsia dell’autostrada A4 ha ricevuto un’interdittiva antimafia. Serracchiani ha precisato che i due decreti firmati due giorni fa, sulla base di un parere richiesto all’Avvocatura dello Stato, si configurano come «un atto dovuto» da parte del commissario. «Ci auguriamo che la Rizzani de Eccher riesca a chiarire la posizione».

 

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