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I verbali degli interrogatori di Baita in cui il manager rivela gli aiuti per i lavori «Mi accollai i costi, 700 mila euro per la villa e altri 400mila per la barchessa»

‘‘All’architetto Danilo Turato abbiamo dato l’incarico di progettare la nuova sede Mantovani e anche il mercato ortofrutticolo di via Torino a Mestre

‘‘Il portavoce Franco Miracco mi disse se potevo contattare il commercialista Venuti e lui mi chiese se potevo dare una mano al governatore veneto

VENEZIA – Giancarlo Galan al contrattacco. L’ex governatore ha consegnato al gip la memoria difensiva. Uno dei punti delicati è Villa Rodella dove è andato ad abitare, rifatta sostiene l’accusa a spese di Piergiorgio Baita, che a sua volta si rifaceva sovrafatturando i lavori della Mantovani per il Mose. È da sperare per Galan che la sua memoria contenga elementi nuovi, perché quelli noti si riducono alla sua parola contro quella di Baita. Invece c’è altra gente di mezzo. C’è l’architetto Danilo Turato, scelto da Galan e pagato da Baita: se il pagamento non era in nero, si potrà rintracciare, se manca si vedrà il buco (siamo sopra il milione di euro). C’è il commercialista Paolo Venuti, incaricato da Galan di spremere Baita: se non era spremere, perché andargli a parlare della Villa? C’è l’architetto Diego Zanaica, semplice testimone, che su incarico di Turato dirige i lavori e ne parla alla Guardia di Finanza. Galan ha messo mano a tutto. Comprese le cose che potevano funzionare. L’impianto di riscaldamento e condizionamento, per esempio, era con normali termoconvettori: Galan fa posizionare canaline radianti tra i soffitti e il sottotetto, un sistema che funziona a pompa di calore con gas freon, due caldaie, 60 kw di corrente. Bolletta Enel alle stelle. Potrà interessare sentire come Baita ricostruisce il suo ruolo di ufficiale pagatore di Villa Rodella negli interrogatori del 28 maggio e del 6 giugno 2013, davanti ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, assistito dai difensori Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli (domande e risposte sono sintetizzate).

D. Lei ha mai sostenuto finanziariamente o fatto eseguire direttamente lavori nella Villa dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan?
R. Li ho sostenuti accollandomi i costi di una società che si chiama Tecnostudio, dell’architetto Danilo Turato, responsabile dei lavori.
D. Chiariamo: Mantovani non fa i lavori?
R. No.
D. Si arrangia a fare i lavori il governatore Galan?
R. Sì, incaricando l’architetto Turato che ha una società propria, misto progettazione e piccola edilizia, con un po’ di operai.
D. Non è proprio una cosa piccolissima.
R. Beh, ma hanno lavorato in tanti lì dentro. Io dico la parte che ho fatto io: ho sostenuto i costi di Tecnostudio, responsabile della progettazione e direzione lavori, per la ristrutturazione dell’abitazione principale nel periodo 2007-08 e per la barchessa nel 2011.
D. Ha pagato in contanti?
R. No, l’ho pagato attraverso incarichi. Mi era stato chiesto dal governatore Galan di provvedere sennò i lavori si fermavano e ho dato 4-5 incarichi diversi, non chiedendo ribassi rispetto alla tariffa progettuale. Conoscevamo già Turato, gli abbiamo dato l’incarico per la nuova sede della Mantovani, la parte urbanistica del mercato ortofrutticolo di via Torino a Mestre, la sistemazione dell’aria Avi-best-is e altri…
D. Ma come faceva uno a sapere quali erano gli incarichi a tariffa piena?
R. Con i soldi che chiedeva. Quando Turato viene a discutere il contratto per la sede della Mantovani mi dice: “Lo so che di solito ti facevo questo prezzo, ma siccome ho sostenuto questi costi per la villa di Galan,fammi il contratto con quest’altro prezzo”.
D. Questo risulta dai preventivi?
R. Forse li ha il rag. Buson. Esistevano, ma non formalizzati. Turato mi dava un pezzo di carta e diceva: “Questi sono i costi”.
D. A quanto ammontava lo sconto?
R. Considerato che potevo chiedere un ribasso del 50% su quei preventivi, credo che abbiamo contribuito alla Villa di Galanc on 700 mila euro.
D. Per tutta l’operazione?
R. Solo per la Villa. Per la barchessa altri 400 mila. Ricordo che il preventivo iniziale
di spesa, che Turato mi ha fatto vedere, della villa senza la barchessa, era di un milione e ottocento mila euro. Galan, attraverso il suo addetto stampa Miracco, che è mio amico, mi disse se potevo contattare Paolo Venuti. Vado nell’ufficio di Venuti che mi mostra i conti e mi dice come intendeva coprirli: una parte con un mutuo, Bnl credo, una parte con dei soldi che Galan e la moglie avevano e per la parte residua col mio aiuto. Io ho preso atto.
D. E poi?
R. Poi la prima volta che ho trovato Galan, gli dissi che non potevo farmi carico di tutto. Lui mi ha chiesto se potevo almeno venire incontro alle parcelle di Turato. Va bene, vediamo le parcelle di Turato. La cosa è cominciata così.
D. Le richieste di aiuto sulla casa le ha sempre fatte direttamente Galan?
R. Sì. Cioè, direttamente dopo un po’ che io facevo orecchie da mercante con Turato. Turato non aveva problemi: se non aveva i soldi, sospendeva i lavori. Era lui che gestiva tutte le presenze dentro il cantiere.
D. C’era un corrispettivo per questa dazione?
R. Guardi, se il presidente della Regione dove lei ha investito qualche milione di euro le dice “Mi dai una mano?”, lei gliela dà quando è così esposto.
D. Quindi lui vi chiedeva e voi davate?
R. Per forza, come si fa a dire di no?

Renzo Mazzaro

 

M5S all’attacco: «Poteva venire alla Camera ora la presidente Boldrini faccia chiarezza»

«Galan sarebbe stato dimesso dall’ospedale di Este martedì mattina alle 9.39. Così, mentre in Parlamento si chiedeva un ennesimo rinvio del voto per l’autorizzazione a procedere, e qualcuno minacciava di far saltare il tavolo delle riforme, l’onorevole di Forza Italia aveva già in tasca il foglio di dimissioni». È quanto si legge in un comunicato dei deputati del Movimento Cinque Stelle. «Nei documenti ospedalieri », continuano, «si attesta nei confronti di Galan una patologia perfettamente compatibile con un trasporto in Parlamento per difendersi. E non a caso apprendiamo ancora, da notizie di stampa, che la Procura di Venezia avrebbe sequestrato l’incartamento clinico del deputato. Ma», concludono, «senza doversi sempre rimettere alla magistratura, chiediamo alla presidenza della Camera di fare chiarezza sulla vicenda». I deputati M5SLuigi Di Maio (nella foto), Riccardo Fraccaro e Claudia Mannino ricordano inoltre che il 15 luglio ilM5S ha depositato una proposta di legge che punta a sospendere interamente l’indennità dei deputati arrestati.

 

Galan: tangenti alla Minutillo

Nel memoriale consegnato al gip nuove accuse all’ex segretaria

Scandalo Mose, Giancarlo Galan ieri ha fatto scena muta davanti al gip di Milano Cristina Di Censo. Ma ha presentato un memoriale difensivo dove attacca la sua ex segretaria Claudia Minutillo: «Incassava tangenti».

Mose. Scarcerati Marchese e due chioggiotti

Galan contro Minutillo «Incassava tangenti»

Interrogatorio in carcere: consegnato memoriale di 35 pagine con l’autodifesa dalle accuse lanciate da Mazzacurati e Baita

VENEZIA – Nonostante avesse più volte chiesto di essere interrogato, ieri, Giancarlo Galan ha fatto scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere, davanti al giudice milanese Cristina Di Censo, ma le ha consegnato un memoriale scritto di suo pugno di 35 pagine in cui attacca chi lo accusa e che stamane un finanziere partito appositamente da Venezia andrà a ritirare per consegnarlo al giudice lagunare Alberto Scaramuzza, il magistrato che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per il deputato di Forza Italia ed ex ministro. Solo indiscrezioni sul contenuto del memoriale, anche se in parte lo stesso Galan aveva reso nota la sua linea difensiva in un’affollata conferenza stampa prima che la Giunta della Camera decidesse il suo destino. Il suo obiettivo principale è la sua ex segretaria Claudia Minutillo: lui si è sentito tradito dalle rivelazioni di lei e in ogni occasione non manca di screditarla, squalificarla, in modo da rendere poco credibili le accuse che lei ha lanciato contro di lui. Nel memoriale avrebbe finalmente rivelato il vero motivo del suo licenziamento dalla sua segreteria in Regione, dopo averne soltanto accennato nella conferenza stampa da libero, e promettendo che più avanti ne avrebbe rivelato il vero motivo, che non era la gelosia della moglie Sandra Persegato. Nel documento che oggi sarà consegnato al giudice veneziano sta scritto che Claudia Minutillo era stata cacciata dal posto che occupava, quella di segretaria particolare del presidente della Regione Veneto, perché lo stesso presidente aveva scoperto che in due o tre occasioni aveva ricevuto danaro – più di 200 mila euro complessivamente e non da imprenditori con interessi sul Mose, ma sempre di tangenti sembra trattarsi – da soggetti esterni all’amministrazione regionale. Nel memoriale ci sarebbero nomi e cognomi e, dunque, sarà facile per i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto controllare la circostanza se davvero è riportata l’identità di coloro che avrebbero versato del denaro alla Minutillo. Da ricordare, comunque, che all’epoca dei fatti, che sarebbero già caduti in prescrizione, l’ex segretaria non fu licenziata ignominiosamente e denunciata, ma in tanti si mossero per sistemarla in un posto degno di lei. Si mobilitò addirittura la potente Lia Sartori, allora lo era davvero ed era anche «soggetto di assoluta fiducia di Galan», per convincere Giovanni Mazzacurati ad assumere al Consorzio Venezia Nuova Minutillo perché c’era bisogno di ricollocarla degnamente. Alla fine, infatti, si trasformò in manager e divenne amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Le accuse di Galan riguardano ancheMazzacurati, accusato di essersi appropriato dei soldi del Consorzio giustificando poi gli ammanchi con il pagamento delle tangenti. Per i lavori per la villa di Cinto Euganeo, ha negato la circostanza che a pagarli fu Piergiorgio Baita, come da lui sostenuto. Per l’avvocato Franchini, Galan «ha dato una risposta puntuale a tutte le contestazioni ». L’interrogatorio concluso con la dichiarazione dell’intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere è durato poco più di mezz’ora nel carcere di Opera, tanto che nessuno dei due difensori, gli avvocati Nicolò Ghedini e Franchini, si sono presentati. A sostituirli un giovane avvocato veneziano.

Giorgio Cecchetti

 

Scarcerati Marchese e i Boscolo

Raggiunto con i pm l’accordo per patteggiare. Sartori, le motivazioni del Riesame

VENEZIA – Sono stati scarcerati dagli arresti domiciliari in tre, ieri, dopo che i loro difensori hanno raggiunto l’accordo sulla pena con i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto: l’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, gli imprenditori di Chioggia Stefano Boscolo Bacheto, titolare della «San Martino», e Gianfranco Boscolo Contadin, titolare della «Co.Ed.Mar.». L’accordo è stato raggiunto per patteggiare undici mesi di reclusione Marchese, accusato di illecito finanziamento al partito, due anni di reclusione con la pena sospesa i due Boscolo, ma Bacheto verserà 700 mila euro e Contadin 800 mila alle casse dell’Erario (sono accusati di corruzione e reati fiscali). Tutti hanno sostanzialmente ammesso le proprie responsabilità e confessato, in particolare Marchese ha confermato di aver ricevuto dalla mani di Pio Savioli 150 mila euro per le campagne elettorali del partito senza averli registrati e sapendo che pure dall’altra parte non avevano contabilizzato l’uscita del denaro. Anche i due imprenditori hanno parlato, confermando di aver consegnato considerevoli cifre a Giovanni Mazzacurati, anche 700-800 mila euro all’anno, attraverso falsa fatturazione, soldi che andavano a formare il fondo nero da utilizzare per pagare politici e funzionari. Ieri, intanto il presidente del Tribunale del riesame Angelo Risi ha depositato le motivazioni a causa delle quali l’ex europarlamentare Lia Sartori è rimasta agli arresti domiciliari essendo stato respinto il ricorso dei suoi difensori, tra i quali c’è l’avvocato Franco Coppi. Il Tribunale ricorda prima di tutto chi ha accusato l’esponente vicentina del Centro destra: c’è Giovanni Mazzacurati che racconta di aver consegnato 200 mila euro in quattro «dazioni» da 50 mila perché gli «era stata espressamente richiesta dalla Sartori»; Baita sostiene di essere stato presente negli uffici del Consorzio quando Mazzacurati consegnò una di quelle quattro tangenti, mentre sempre l’ex presidente del Consorzio afferma di averne consegnati altri 50 all’Holiday Inn di Marghera. Per i giudici, però, soltanto due delle «dazioni» da 50 mila sono provate, grazie al riscontro dei militari della Guardia di finanza che avevano seguito Mazzacurati fin dentro l’hotel e grazie alla testimonianza di Baita che conferma Mazzacurati. Nessun altro riscontro al racconto del secondo, invece, per le altre due. I giudici veneziani, inoltre, indicano Lia Sartori come «soggetto di assoluta fiducia di Galan» e l’esistenza di «un suo preciso ed apicale ruolo politico e di forte influenza sia interna al partito che sui singoli esponenti». Infine, ritengono che debba restare agli arresti domiciliari «poichè non risulta affatto che si sia allontanata dal contesto politico di appartenenza che ha costituito l’occasione per la consumazione dei reati contestati».

Giorgio Cecchetti

 

Sì al commissario per Venezia Nuova

Governo al lavoro per replicare il provvedimento sull’Expo

Fabris: «Gestione del Mose complessa, gara per la gestione»

VENEZIA – Sul Consorzio Venezia Nuova incombe, più concreta che mai, la possibilità di giungere al commissariamento da parte dell’esecutivo. Il governo ha depositato infatti in commissione affari costituzionali un emendamento al decreto legge sulla pubblica amministrazione che estende la possibilità di commissariamento anche ai general contractor e alle società concessionarie, quale effettivamente è il Consorzio veneziano. Un emendamento Expo/Mose, dunque, che segna la volontà del governo di riservarsi l’ultima parola sulle due grandi opere infrastrutturali attualmente sotto i riflettori della giustizia. «Siamo assolutamente sereni e consapevoli di aver realizzato una forte azione di discontinuità sin dall’anno scorso – spiega il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris –: con il governo siamo in costante contatto, così come con l’Autorità anticorruzione. Credo che sia il sottosegretario Luca Lotti, che il ministro per le Infrastrutture che l’autorità anticorruzione abbiano compreso l’assoluta complessità gestionale del Consorzio e delle opere di salvaguardia della laguna». Fabris non lo dice, ma ritiene il commissariamento una eventualità che rischia di inceppare il delicato meccanismo di completamento dei lavori del Mose, giunto in questo momento al 90 per cento della sua realizzazione (con una spesa pari a 5,4 miliardi di euro). Detto questo, tuttavia, il Consorzio allarga la braccia e vive come se tutto dovesse procedere secondo previsione. «Aver scongiurato il blocco dei lavori e assicurato la continuità dell’opera nei tempi previsti è già stato un risultato straordinario – ammette Mauro Fabris – di cui andiamo profondamente orgogliosi. Gestiamo tutti i giorni la situazione di cinquanta imprese consorziate, la prosecuzione della posa dei cassoni, l’avviamento dell’opera, le verifiche e i controlli quotidiani è straordinario. Tanto più con le ripercussioni di un’inchiesta giudiziaria di queste proporzioni. Ma la salvaguardia di Venezia ha già voltato pagina: ritengo che questo governo abbia la possibilità, ora, di mostrare al mondo con orgoglio quanto è stato fatto. E l’obiettivo, nel futuro, sarà proprio quello di esportare la tecnologia del Mose nel mondo». L’idea che Mauro Fabris accarezza, infatti, è quella di partecipare alla salvaguardia di New York (un lavoro da 800 milioni di dollari) e di coltivare la propria presenza nel network delle città che hanno realizzato opere di difesa dall’acqua I-Storm (comprende Londra, San Pietroburgo, l’associazione delle città olandesi). «Una cosa è certa: il Consorzio si scioglierà alla fine del 2016, alla conclusione dell’opera – spiega Mauro Fabris –: detto questo, abbiamo già trasmesso al governo la nostra disponibilità ad aprire la fase di avviamento del Mose a tutti i gruppi internazionali che potrebbero concorrere alla sua gestione, proprio per rendere trasparente il processo di affidamento e i costi di manutenzione di quest’opera. Siamo disponibili a rinunciare al vantaggio, che pure ci è riconosciuto in concessione, di gestire l’avviamento del Mose per due anni dopo la conclusione ». Mauro Fabris ritiene possibile che, sin dai primi mesi del 2015, il Consorzio possa offrire al governo tutti gli elementi utili legati alla futura gestione del Mose, per consentire l’avvio delle procedure di gara. «Perché chi gestirà il Mose dovrà passare attraverso una gara internazionale» conclude.

Daniele Ferrazza

 

Gli appalti non vinti da Gemmo impianti

Scrivo in nome e per conto della società Gemmo Spa, in merito all’articolo pubblicato il 18 luglio scorso dal titolo «Quote IHFL con Galan. Al di là delle vicende personali ed amministrative descritte nell’articolo, alle quali la società Gemmo è pacificamente del tutto estranea, risultano comunque indicati fatti e circostanze non rispondenti al vero che. L’articolo afferma infatti che Gemmo Impianti avrebbe beneficiato del «lancio degli appalti per area vasta», tanto che «la gestione calore negli ospedali andava quasi dappertutto alla Gemmo Impianti, una delle poche imprese abituate a vincere sempre nel quindicennio Galan». L’informazione è erronea, perché: 1) delle cinque gare per la gestione calore “aree vaste” bandite nella Regione Veneto,Gemmo non ne ha purtroppo vinta nemmeno una; 2) delle “gestioni calore” delle ventidue Ulss e delle due Aziende ospedaliere della Regione,Gemmo ne ha avuta in gestione una ed una sola (Ulss 5 Alto Vicentino dal 2001 al 2009); 3) non essendo risultata vincitrice nelle suddette gare (che non sono dunque il “giochino” così definito dall’articolista), Gemmo ha proposto ricorso al Tar e non ha invece subìto le impugnazioni erroneamente citate nell’articolo.

avvocato Michele Tiengo – Padova

 

Antimafia, il Tar dà ragione a Sacaim

Riprendono i lavori di completamento della bretella tra Mira e Dolo: Veneto Strade li aveva sospesi

VENEZIA Anche la Sacaim, storica azienda veneziana, è stata oggetto di una informativa interdittiva antimafia emessa dal Prefetto della città lagunare. Ma l’azienda, oggi controllata dal gruppo friulano Rizzani De Eccher, ha impugnato il provvedimento amministrativo davanti al Tar ottenendo, per ora, la sospensiva sull’efficacia del provvedimento. A seguito di questo provvedimento, sono stati bloccati il cantiere del nuovo carcere di Rovigo e la bretella compresa tra le opere di completamento del Passante di Mestre tra Mira e Dolo. L’informativa interditiva antimafia è stata emessa lo scorso 8 luglio dal Prefetto di Venezia, sulla base di una riunione interforze cui ha partecipato anche la Dia di Padova. La Sacaim, acronimo di Società Anonima Cementi Armati Ing. Mantelli, dopo essere stata posta in liquidazione dalla precedente proprietà, è stata rilevata nel 2012 dal gruppo De Eccher. L’informativa sulla Sacaim in particolare faceva riferimento alla tesi secondo la quale l’acquisto da parte del gruppo DeEccher non avrebbe «carattere esclusivo di operazione di investimento finanziario», ma si spiegherebbe con la «volontà di acquisire in via diretta la gestione dell’esecuzione di grandi opere pubbliche in settori sensibili alle infiltrazioni mafiose». Sulla base di questi elementi il Prefetto ha emesso l’interditiva, segnalando alle stazioni appaltanti la possibilità di infiltrazione mafiosa nei cantieri della Sacaim. Il Tar ha giudicato non sufficiente il quadro indiziario esposto dal provvedimento della Prefettura concedendo la sospensiva. Adesso toccherà sempre al Tar, il prossimo 11 settembre, esprimersi nel merito. Nella fattispecie, possono riprendere i lavori tra Mira eDolo, commissionati da Veneto Strade, per la realizzazione di un anello stradale da 13 milioni di euro in corso di completamento. Una interditiva analoga era stata emessa, più o meno nello stesso periodo, anche nei confronti della Rizzani De Eccher. In questo caso, il commissario straordinario (è il governatore del Friuli, Debora Serracchiani) ha provveduto a sospendere l’appalto legato ai lavori di completamento della Terza corsia dell’A4. Si tratta di un appalto legato al terzo lotto sul ponte sul Tagliamento-Gonars. L’azienda si è sempre dichiarata «stupita e sconcertata » per gli indizi emersi da una serie di controlli ai cantiere dell’impresa di costruzioni. Per Rizzani De Eccher l’inerdittiva significa lo stop ai lavori del nuovo ospedale di Udine e di una fornitura per l’Expo. L’80 per cento delle commesse del gruppo, tuttavia, si trovano all’estero, in particolare nel NordAfrica.

(d.f.)

 

NUOVO FRONTE – La Procura di Venezia apre un’indagine sul lotto della A4 realizzato da Mantovani, Coveco e Impregilo

Mose, l’inchiesta corre in Terza Corsia

E Galan accusa: «La Minutillo intascò 500mila euro versati da due imprenditori per la mia campagna elettorale»

L’AUTOSTRADA – L’inchiesta Mose ora interessa anche la terza corsia in costruzione sulla A4. La Procura apre un’indagine sul lotto realizzato da Mantovani, Coveco e Impregilo.

IL MEMORIALE – Nel dossier consegnato ai pm Galan accusa: «Cacciai la Minutillo perchè si intascò 500mila euro versati da 2 imprenditori per la mia campagna elettorale».

A VENEZIA – Si indaga sui lavori da Quarto d’Altino a San Donà di Piave

GRANDE OPERA – I lavori affidati a Mantovani, Impregilo e Coveco

IL MAGISTRATO – È il pm Ancillotto a condurre l’indagine: alcune anomalie sarebbero già emerse

L’OBBIETTIVO – Si cerca di capire se anche in questo caso sia stato applicato il “sistema Mose”

Dopo il Mose, la terza corsia inchiesta della procura sulla A4

La Procura della Repubblica di Venezia ha aperto un’inchiesta sui lavori della terza corsia A4 Venezia-Trieste. La conferma è venuta ieri dagli ambienti giudiziari lagunari, dove gli accertamenti vengono coordinati – in parallelo con le inchieste attorno al Mose – dal Pubblico ministero Stefano Ancillotto.
Gli inquirenti, che hanno a suo tempo acquisito sia gli atti in possesso della Regione Veneto (come si è già riferito) che altri documenti relativi ai cantieri del primo lotto Quarto d’Altino-San Donà, intendono accertare se possano essere configurate analogie fra il “sistema” messo a nudo per il Mose e le gare d’appalto relative alla grande arteria autostradale del Nordest.
Le indagini sono coperte dal massimo riserbo, tuttavia si è appreso che la Procura avrebbe già riscontrato alcune anomalie, sulle quali si stanno ora realizzando approfondimenti istruttori. Come si sa, il primo lotto della terza corsia è stato aggiudicato a un’Associazione temporanea d’imprese alla quale partecipano Mantovani, Impregilo e Coveco. La presenza della Mantovani non rappresenta, naturalmente, una prova, tuttavia sostanzia il sospetto degli inquirenti.
Ma in realtà l’indagine potrebbe spaziare anche su altri lavori della medesima grande opera. La domanda alla quale la Procura veneziana intende trovare risposta è in sostanza: i metodi illegali scoperti sul fronte veneziano sono stati o meno adottati anche per altri grandi lavori pubblici come la terza corsia? Occorrerà probabilmente del tempo per scrivere questa pagina in un senso o nell’altro.
Intanto sale l’incertezza sul terzo lotto (Tagliamento-Gonars, ora Portogruaro-snodo di Palmanova), già nel 2010 assegnato all’associazione fra Pizzarotti e Rizzani de Eccher. Quest’ultima è stata colpita da un decreto di revoca dell’affidamento per mano della presidente-commissario Debora Serracchiani, sulla base di un’informativa interdittiva adottata dalla Prefettura di Udine. Entrambe le misure sono ora soggette a impugnazione davanti al Tar, con ricorso che sarà formalizzato dall’impresa all’inizio della prossima settimana.
La Rizzani de Eccher, che opera in 20 Paesi sparsi in tutto il mondo, considera fortemente ingiusta la misura, che le impedisce di partecipare a gare indette da Pubbliche amministrazioni italiane. Ma perché si è ritenuto di mettere in campo una misura interdittiva così pesante, per conseguenze e per immagine? Storie vecchie di decenni? O storie “fresche” riguardanti il Mose o appalti ad esso correlabili? Nossignori, niente di tutto questo.
Occorre spostarsi all’Est del Nordest, in quell’incantevole baia di Sistiana, nel Golfo di Trieste, dove la Rizzani de Eccher ha realizzato un villaggio turistico da sogno: Portopiccolo. Secondo l’impostazione che ha ispirato l’informazione interdittiva, infatti, il sistema di micro-parcellizzazione in sub-appalti adottato dalla società friulana porrebbe in linea teorica la questione del rischio di infiltrazioni da parte della malavita organizzata. A Sistiana hanno lavorato 287 imprese con circa tremila lavoratori complessivi e picchi di presenza di 700 addetti al giorno.
Un teorema, secondo la Rizzani de Eccher, che non ha costrutto alcuno. E che ora si prova a “smontare” in due distinte sedi istituzionali: innanzitutto il Tar, come si è detto, per conseguire prima la sospensione e poi l’annullamento della misura interdittiva e del decreto di revoca dei lavori firmato dal commissario Debora Serracchiani (peraltro un atto tecnicamente dovuto); ma anche il Ministero dell’Interno, dal quale dipende la Prefettura di Udine che ha emanato il “veto” antimafia.

Maurizio Bait-Antonella Lanfrit

 

LA STORIA DELL’OPERA – Mezzo secolo di attesa, c’è voluta una strage per sbloccare il progetto

Il progetto terza corsia nasce ancora negli anni Cinquanta come progetto politico di strategia di collegamento. Ma assume sostanza operativa soltanto a partire dal 2007, anno della prima convenzione fra Autovie Venete e Anas per realizzare la grande opera. Dopo la strage autostradale di Cessalto (7 morti), nel 2008 il Governo istituisce il commissario straordinario su richiesta di Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Nel 2009 si stipula una nuova convenzione con piano finanziario che supera i 2 miliardi di euro. Nello stesso anno avviene l’aggiudicazione definitiva del primo di 4 lotti della terza corsia: da Quarto d’Altino a San Donà all’associazione d’imprese Mantovani, Impregilo, Coveco, Socostramo e Carron. Oggi questo lotto è realizzato quasi all’80%. Sempre nel 2009 aggiudicato anche il casello di Meolo a Vidoni e Brussi (inaugurato nel 2012).
Nel maggio 2010 aggiudicazione definitiva al consorzio Pizzarotti-Rizzani de Eccher del terzo lotto. È in corso la progettazione definitiva, mentre i lavori – già affidati definitivamente senza provvista di liquidità – sono ora revocati dal commissario Serracchiani.
Nel luglio del medesimo anno si aggiudica provvisoriamente il quarto lotto Gonars-Villesse a Cmb in associazione con ccc, Cgs e Consorzio stabile grecale. Quanto al secondo lotto, da San Donà al Tagliamento, è stata completata la progettazione definitiva ma il cantiere dev’essere ancora posto a gara.
Aggregata al progetto terza corsia A4 la trasformazione in autostrada della Villesse-Gorizia, opera di 17 chilometri completata in tre anni nel 2013.

 

IL SEGRETO – Il caso non venne mai denunciato: solo pochi in Forza Italia sapevano

I FINANZIATORI – Fatti ai magistrati i nomi dei due generosi sponsor: saranno interrogati

TESTE CHIAVE – La funzionaria è una delle “gole-profonde” dell’inchiesta Mose

LA CONTROFFENSIVA – Così l’ex ministro cerca di demolire la credibilità della sua ex segretaria

VENEZIA – Sono 35 le pagine del nuovo memoriale di Galan, erano 28 quelle del dossier contrappuntato da omissis preparato a fine giugno. Significa che sono 6 o 7 le pagine nuove, scritte e corrette in carcere, con l’attacco a Claudia Minutillo. Ieri all’interrogatorio di garanzia a “Opera” era presente l’avvocato Giuseppe Lombardini. Galan si è avvalso della facoltà di non rispondere, anche perchè non aveva di fronte il gip che ne ha ordinato l’arresto. ««Abbiamo dato una risposta puntuale a tutte le contestazioni» ha poi spiegato l’avvocato Antonio Franchini. Ma la difesa, oltre che con l’ex segretaria, ne ha anche con Piergiorgio Baita e l’ex presidente del Consorzio venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. «Non si comprende – continua il legale – chi gli abbia mai consegnato dei soldi. Risulta poi dalle carte processuali che Mazzacurati si appropriava dei soldi. È comodo quindi dire “li ho consegnati” a questo o a quello per poi coprire le proprie responsabilità». Il riferimento è alle spese pazze di Mazzacurati (e della sua famiglia), che potrebbe essersi approfittato del denaro del Consorzio Venezia Nuova, simulando pagamenti di tangenti in realtà non avvenuti.
Il memoriale replica alle altre accuse. «È fantasioso che Galan abbia ricevuto dal Consorzio uno stipendio annuale di un milione di euro. Poco credibili i pagamenti a distanza di anni per il Mose. Non vi sono conferme al versamento di 200 mila euro da Baita alla Minutillo per Galan all’hotel Santa Chiara di Venezia». E il conto in una banca di San Marino dove furono movimentati 50 mila euro? «Era un conto “ufficiale e trasparente” aperto per un accordo della Regione Veneto con la Repubblica. Non operai alcuna movimentazione, ma è stato utilizzato da terzi con la falsificazione delle mie firme». La villa di Cinto Euganeo asseritamente ristrutturata con i soldi della Mantovani? «Non esiste che lui abbia pagato – taglia corto l’avvocato Franchini – abbiamo portato i bonifici e le fatture di tutti i versamenti».

Giuseppe Pietrobelli

 

Galan: «Cacciai la Minutillo perchè si prese 500mila euro»

Nel memoriale consegnato ai pm l’ex governatore accusa: «Erano soldi che due imprenditori avevano versato per finanziare la mia campagna elettorale alle regionali 2005: li intascò lei»

In carcere, mentre stava ritoccando il memoriale consegnato ieri al gip di Milano Cristina Di Censo, Giancarlo Galan aveva detto: «Venderò cara la pelle». Ora sappiamo a cosa si riferiva. Ha svelato gli otto “omissis” di una precedente memoria riguardanti Claudia Minutillo, la sua ex segretaria in Regione Veneto dal 2000 al 2005, anzi la “segretaria di ferro” che tutto controllava e dirigeva, perfino il presidente. E che un anno fa ha cominciato ad accusarlo di avere intascato tangenti. Chi di spada ferisce, a volte di spada perisce. Infatti, Galan parte al contrattacco e accusa la Minutillo di essersi appropriata nel 2005 di una cifra ragguardevole, tra i 400 e i 500 mila euro provenienti da due imprenditori veneti che intendevano in tal modo finanziare la campagna elettorale che si sarebbe conclusa con la rielezione di Galan per la terza volta.
Ma il governatore era all’oscuro sia dell’intenzione dei due munifici finanziatori, sia del fatto che il denaro fosse stato consegnato alla sua segretaria. La quale non gliene aveva parlato. Lui lo aveva saputo solo dopo le elezioni della primavera 2005 quando, incontrando i due imprenditori, era rimasto spiazzato. Loro si aspettavano un ringraziamento per la generosa offerta, lui era caduto dalle nuvole. Ed era venuto fuori il pasticcio.
Questa è la spiegazione che Galan dà in alcuni “omissis” del perchè «dopo poco più di quattro anni di collaborazione decisi di licenziare Claudia Minutillo». È la «più grave delle «molteplici ragioni che mi indussero a tale decisione». Un affondo non da poco. Perchè la Minutillo, già arrestata per false fatturazioni nel 2013, è una delle “gole profonde” che sostengono l’inchiesta sul Mose. Ha confermato di aver ricevuto da Baita, proprio durante la campagna elettorale del 2005, 200 mila euro all’hotel Santa Chiara di piazzale Roma, somma destinata a Galan. La risposta velenosissima del deputato avviene proprio su quella campagna elettorale. Se la sua versione troverà conferma, riuscirebbe a dimostrare, innanzitutto, l’inattendibilità della donna che lo accusa. Inoltre, la plausibilità del fatto che egli fosse stato tenuto all’oscuro anche del finanziamento di 200 mila euro di Baita, per conto della Mantovani. In terzo luogo, l’incontrollabilità, da parte sua, della Minutillo nei contatti esterni a nome del presidente.
Chi sono i due misteriosi imprenditori? Galan ne fa il nome. È ovvio che i pm di Venezia li interrogheranno, per capire se la difesa di Galan sia veritiera. Se si dovesse configurare un finanziamento illecito dei partiti (ma potrebbero anche essere stati vittime di una truffa), il reato è ampiamente prescritto. Galan ha inoltre indicato un numero ristrettissimo di persone, all’interno di Forza Italia, che furono informate della sconcertante scoperta. I responsabili aministrativi e politici del partito diventano testimoni importanti di un capitolo inedito ed esplosivo.
Perchè il Governatore e il partito non denunciarono tutto all’autorità giudiziaria, pur essendo vittime di un’appropriazione indebita? A questa domanda Galan risponderebbe con la parte di memoriale in cui racconta quel 2005, da una parte trionfale, ma anche turbolento per Forza Italia in Veneto. «Dopo le elezioni del 2005 la struttura di Forza Italia si era modificata a livello regionale – ha scritto l’indagato – e ciò a seguito di una profonda spaccatura politica avvenuta con l’allora coordinatore Giorgio Carollo, che aveva seguito con me quella campagna elettorale». Infatti Carollo fondò un proprio partito, ma fu un flop. «Il coordinamento fu commissariato con la nomina dell’avvocato Ghedini (mi pare verso la fine del 2005) il quale aveva il compito di rimettere insieme le varie anime del partito». L’attività politica fu affidata a Marino Zorzato, la delega alla tesoreria andò all’onorevole Lorena Milanato. Insomma, il partito era impegnato su fronti turbolenti.
Galan aggiunge che «per Statuto i coordinamenti regionali di Forza Italia non avevano capacità di spesa, nè potevano impegnarsi in alcun modo, poichè ogni pagamento era centralizzato presso la sede nazionale». Un modo per ribadire che se la Minutillo chiese dei soldi, lo fece al di fuori delle regole del partito.
L’ex governatore è poi tassativo nell’escludere di aver raccomandato la Minutillo a Piergiorgio Baita, dopo averla messa alla porta. Anche se poi se la ritrovò davanti quando nel 2006 e 2007 acquistò quote di due società, Adria Infrastrutture e Nordest, riconducibili proprio all’ex segretaria e al gruppo Mantovani, e diventate una carta in mano all’accusa.

 

Dalle case alle società, un dossier per «spiegare tutto»

Sono sette le nuove pagine aggiunte in carcere al dossier da Galan. L’avvocato Franchini: «Abbiamo dato una risposta puntuale a ogni contestazione»

DENARO E MISTERI – L’ex doge sarebbe stato all’oscuro di quella ricca “donazione”

In carcere, mentre stava ritoccando il memoriale consegnato ieri al gip di Milano Cristina Di Censo, Giancarlo Galan aveva detto: «Venderò cara la pelle». Ora sappiamo a cosa si riferiva. Ha svelato gli otto “omissis” di una precedente memoria riguardanti Claudia Minutillo, la sua ex segretaria in Regione Veneto dal 2000 al 2005, anzi la “segretaria di ferro” che tutto controllava e dirigeva, perfino il presidente. E che un anno fa ha cominciato ad accusarlo di avere intascato tangenti. Chi di spada ferisce, a volte di spada perisce. Infatti, Galan parte al contrattacco e accusa la Minutillo di essersi appropriata nel 2005 di una cifra ragguardevole, tra i 400 e i 500 mila euro provenienti da due imprenditori veneti che intendevano in tal modo finanziare la campagna elettorale che si sarebbe conclusa con la rielezione di Galan per la terza volta.
Ma il governatore era all’oscuro sia dell’intenzione dei due munifici finanziatori, sia del fatto che il denaro fosse stato consegnato alla sua segretaria. La quale non gliene aveva parlato. Lui lo aveva saputo solo dopo le elezioni della primavera 2005 quando, incontrando i due imprenditori, era rimasto spiazzato. Loro si aspettavano un ringraziamento per la generosa offerta, lui era caduto dalle nuvole. Ed era venuto fuori il pasticcio.
Questa è la spiegazione che Galan dà in alcuni “omissis” del perchè «dopo poco più di quattro anni di collaborazione decisi di licenziare Claudia Minutillo». È la «più grave delle «molteplici ragioni che mi indussero a tale decisione». Un affondo non da poco. Perchè la Minutillo, già arrestata per false fatturazioni nel 2013, è una delle “gole profonde” che sostengono l’inchiesta sul Mose. Ha confermato di aver ricevuto da Baita, proprio durante la campagna elettorale del 2005, 200 mila euro all’hotel Santa Chiara di piazzale Roma, somma destinata a Galan. La risposta velenosissima del deputato avviene proprio su quella campagna elettorale. Se la sua versione troverà conferma, riuscirebbe a dimostrare, innanzitutto, l’inattendibilità della donna che lo accusa. Inoltre, la plausibilità del fatto che egli fosse stato tenuto all’oscuro anche del finanziamento di 200 mila euro di Baita, per conto della Mantovani. In terzo luogo, l’incontrollabilità, da parte sua, della Minutillo nei contatti esterni a nome del presidente.
Chi sono i due misteriosi imprenditori? Galan ne fa il nome. È ovvio che i pm di Venezia li interrogheranno, per capire se la difesa di Galan sia veritiera. Se si dovesse configurare un finanziamento illecito dei partiti (ma potrebbero anche essere stati vittime di una truffa), il reato è ampiamente prescritto. Galan ha inoltre indicato un numero ristrettissimo di persone, all’interno di Forza Italia, che furono informate della sconcertante scoperta. I responsabili aministrativi e politici del partito diventano testimoni importanti di un capitolo inedito ed esplosivo.
Perchè il Governatore e il partito non denunciarono tutto all’autorità giudiziaria, pur essendo vittime di un’appropriazione indebita? A questa domanda Galan risponderebbe con la parte di memoriale in cui racconta quel 2005, da una parte trionfale, ma anche turbolento per Forza Italia in Veneto. «Dopo le elezioni del 2005 la struttura di Forza Italia si era modificata a livello regionale – ha scritto l’indagato – e ciò a seguito di una profonda spaccatura politica avvenuta con l’allora coordinatore Giorgio Carollo, che aveva seguito con me quella campagna elettorale». Infatti Carollo fondò un proprio partito, ma fu un flop. «Il coordinamento fu commissariato con la nomina dell’avvocato Ghedini (mi pare verso la fine del 2005) il quale aveva il compito di rimettere insieme le varie anime del partito». L’attività politica fu affidata a Marino Zorzato, la delega alla tesoreria andò all’onorevole Lorena Milanato. Insomma, il partito era impegnato su fronti turbolenti.
Galan aggiunge che «per Statuto i coordinamenti regionali di Forza Italia non avevano capacità di spesa, nè potevano impegnarsi in alcun modo, poichè ogni pagamento era centralizzato presso la sede nazionale». Un modo per ribadire che se la Minutillo chiese dei soldi, lo fece al di fuori delle regole del partito.
L’ex governatore è poi tassativo nell’escludere di aver raccomandato la Minutillo a Piergiorgio Baita, dopo averla messa alla porta. Anche se poi se la ritrovò davanti quando nel 2006 e 2007 acquistò quote di due società, Adria Infrastrutture e Nordest, riconducibili proprio all’ex segretaria e al gruppo Mantovani, e diventate una carta in mano all’accusa.

 

IL PERSONAGGIO – L’ex consigliere Pd Marchese parla e torna libero

Lascia gli arresti domiciliari e torna libero l’ex consigliere regionale Pd Marchese, accusato di aver ricevuto soldi dalle coop. Decisive per la liberazione alcune sue ammissioni.

LA SANZIONE – L’ex consigliere regionale democratico dovrà anche pagare una multa

L’INDAGINE Era accusato di aver ricevuto da alcune coop circa mezzo milione di euro

La Procura accoglie la proposta dell’ex Pd di patteggiare 11 mesi per finanziamento illecito

LA CONFESSIONE Le sue ammissioni, seppur parziali, decisive per porre fine ai “domiciliari”

Marchese parla e torna libero

VENEZIA – Il parere favorevole i pubblici ministeri veneziani lo hanno dato non appena è stata formalizzata la lettera di dimissioni dal consiglio regionale. Lasciare la carica politica era una delle condizioni, contenute nell’accordo con la Procura, perchè potesse finire il regime di arresti domiciliari di Giampietro Marchese, esponente di spicco del Partito Democratico arrestato nella retata del Mose. Si è ripetuto un po’ quanto accaduto più di un mese fa con il suo compagno di partito, l’allora sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, per il quale l’uscita da Ca’ Farsetti era diventata una delle clausole della trattativa tra magistrati e imputato. E così anche per Marchese è arrivata ieri pomeriggio la svolta, preludio per la chiusura della sua vicenda giudiziaria con il patteggiamento.
L’avvocato rodigino Francesco Zarbo aveva presentato l’istanza giovedì pomeriggio. Ieri mattina l’ok dei pubblici accusatori, quindi la decisione del gip, che ricalca altri analoghi provvedimenti, quando si profila una pena patteggiata che rimane al di sotto dei due anni ed è quindi coperta dalla prescrizione. Marchese, accusato di finanziamento illecito dei partiti, se la caverà con una pena di undici mesi di reclusione e con il pagamento di una sostanziosa multa. Naturalmente serve ora l’assenso del gip, che accolga l’accordo. Nel caso di Orsoni il giudice aveva invece ritenuto la pena troppo bassa, ma si trattava di 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa.
Da Marchese, nell’ultimo interrogatorio, sono venute ammissioni parziali, ma sufficienti a convincere i pm che non esistevano più ragioni per lasciarlo ai domiciliari. Un’altra casella si riempie nei conti dell’accusa. I soldi pagati a esponenti del Pd hanno trovato una conferma con le ammissioni degli interessati, dimostrazione che le confessioni di Baita e Mazzacurati non erano invenzioni. Il consigliere regionale è stato tirato in ballo innanzitutto per aver incassato 58 mila euro nella campagna elettorale regionale del 2010. I soldi provenivano dalle cooperative rosse che erano impegnate nei lavori del Consorzio Venezia Nuova. La seconda accusa riguarda una somma complessiva oscillante tra i 400 e i 500 mila euro ricevuta, a rate di 15 mila euro, dalla Cooperativa San Martino di Chioggia.
La via del patteggiamento è aperta anche per Mario e Stefano Boscolo Bacheto, proprio della San Martino, assistiti dal profeSsor Loris Tosi e dall’avvocato Antonio Franchini. Erano già stati coinvolti negli arresti di un anno fa, quando venne a galla la turbativa d’asta che portò in carcere Giovanni Mazzacurati. Nella retata di giugno è stato arrestato Stefano Boscolo. Nei confronti della San Martino l’elenco dei reati è lungo: oltre alla turbativa d’asta, le false fatturazioni e la corruzione (che però il Tribunale del riesame aveva poi valutato come una concussione). L’accordo per il patteggiamento dovrebbe chiudere entrambe le inchieste, quella del 2013 e quella di quest’anno, con una pena fissata in due anni (sotto la condizionale) e con una multa molto elevata, 670 mila euro, che riflette l’entità delle contestazioni fiscali.

G. P.

 

Mose, corsa ai patteggiamenti

Boom di richieste in Procura, Marchese lascia la Regione

Raffica di patteggiamenti, lo chiede anche Marchese

Si dimette dal Consiglio veneto e avanza la proposta di 11 mesi di reclusione: parola ai pm

Mossa analoga di Mario e Stefano Boscolo Bacheto: verseranno 670 mila euro all’Erario

Altre richieste da Dante e Gianfranco Boscolo Contadin, Stefano Tomarelli della «Condotte», Franco Morbiolo, e dall’ex presidente del Magistrato alle acque Cuccioletta

VENEZIA – Sono ormai più di dieci gli indagati che stanno cercando l’accordo con i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto per patteggiare e uscire dal processo sul Mose prima ancora che la Procura chieda il giudizio immediato per gli arrestati, come sembra intenzionata a fare. E le dimissioni dal Consiglio regionale che l’ex esponente del Pd Giampietro Marchese ha formalizzato con la sua lettera al presidente Clodovaldo Ruffato sono una delle condizioni per arrivare ad ottenere il via libera dai rappresentanti dell’accusa dopo l’interrogatorio in cui ha parzialmente ammesso le sue responsabilità. Il difensore di Marchese, l’avvocato rodigino Francesco Zarbo, infatti, ha formalizzato ieri la richiesta, immediatamente dopo le dimissioni del suo cliente, per una pena di undici mesi di reclusione e ora attende il consenso dei pubblici ministeri. Intanto, la presidenza del Consiglio regionale ha già messo all’ordine del giorno della prossima assemblea, quella del 29 luglio, le dimissioni di Marchese, che verrà sostituito dal consigliere del Pd di Portogruaro Alessio Alessandrini. Marchese è agli arresti domiciliari con l’accusa di finanziamento illecito al partito: in particolare deve rispondere di aver incassato per la campagna elettorale regionale del 2010 58 mila euro dalle cooperative rosse che lavoravano per il Consorzio Venezia Nuova e per aver ricevuto per altre campagne elettorali, dal 2005 al 2012 tra i 400 e i 500 mila euro dalla cooperativa San Martino di Chioggia. In un interrogatorio della scorsa settimana, Marchese avrebbe confessato almeno in parte di aver incassato questi contributi illeciti. «Abbiamo già ottenuto il consenso dei pubblici ministeri per il patteggiamento» dichiarato l’avvocato Antonio Franchini, difensore tra l’altro degli imprenditori chioggiotti Mario e Stefano Boscolo Bacheto della San Martino. Due anni di reclusione e dovranno versare 670 mila euro all’Erario: questa la pena per i due che comunque dovrà passare al vaglio di un giudice dell’udienza preliminare, presumibilmente dello stesso che ha respinto il patteggiamento per il sindaco di Venezia, il giudice Massimo Vicinanza. Ma in questi giorni sono numerosi gli avvocati che hanno chiesto appuntamenti con i rappresentanti della Procura per trovare un accordo. Tra questi gli imprenditori di Chioggia Dante e Gianfranco Boscolo Contadin, il romano Stefano Tomarelli della «Condotte d’acqua », il cavarzerano Franco Morbiolo, l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta e altri ancora. Ieri, intanto, il Tribunale dei ministri con l’interrogatorio di William Colombelli ha concluso la prima fase dell’istruttoria che porterà il presidente Monica Sarti e i giudici Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi ad affermare se la notizia di reato che riguarda l’ex ministro Altero Matteoli sia fondata o meno. Colombelli, collaboratore di Piergiorgio Baita e amico di Claudia Minutillo, avrebbe in qualche modo concorso a pagare una tangente all’ex ministro per quanto riguarda i lavori di bonifica e marginamento a Porto Marghera, ma ieri si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere, visto che anche lui in questa vicenda è indagato per corruzione. Il Tribunale si riunirà dopo il 15 settembre per decidere sulla richiesta di incidente probatorio per Giovanni Mazzacurati chiesta dai difensori di Matteoli.

Giorgio Cecchetti

 

Pavesi, incarico appeso a un filo

Socio di Galan nella Ihfl: la Regione cerca la strada per il licenziamento

Claudio Niero (Pd) denuncia il palese conflitto di interessi del manager dell’Usl 17 Bassa Padovana

VENEZIA – La Regione del Veneto ha chiesto formalmente ai manager della sanità Giovanni Pavesi, direttore generale dell’Usl 17, e Bortolo Simoni, direttore generale dell’Usl 8, di spiegare per quali ragioni all’atto della sottoscrizione del loro contratto non abbiano dichiarato le partecipazioni azionarie nella società Ihfl srl che ha per oggetto «la prestazione di servizi, anche di project management, nella costruzione di strutture sanitarie all’estero». E il governatore Luca Zaia ha affidato all’Avvocatura regionale la procedura per capire se vi siano gli estremi per arrivare alla rescissione del contratto. Per Giovanni Pavesi la situazione è aggravata dalla bufera provocata dalla lunga degenza del paziente Giancarlo Galan all’ospedale di Este, che ha suscitato l’interesse della Procura di Venezia. Meno grave ma non meno imbarazzante la situazione di Bortolo Simoni, direttore generale dell’Usl 8 di Asolo, che avrebbe spiegato in una lunga lettera le proprie ragioni dichiarando sostanzialmente di aver compiuto una ingenuità. Interpellato per una replica sulla sua situazione, il manager veronese Giovanni Pavesi, ex assessore e consigliere comunale a Verona ai tempi della Democrazia cristiana, ha preferito non rispondere: «Non ho tempo». Ma è sempre più evidente che la sua situazione è sempre più barcollante. Nei giorni scorsi ha chiesto di essere ricevuto direttamente dal presidente della giunta regionale del Veneto, ricevendone un cortese diniego. Insomma, l’incarico di Pavesi è appeso a un filo. La Regione ha chiesto conto formalmente della partecipazione nella Ihfl dei due manager. E i due manager sono stati costretti a mandare una lettera di spiegazioni al presidente della Regione. Che tuttavia, contestualmente, ha inviato una segnalazione alla Procura della Repubblica di Venezia con i contratti pubblici dei due manager, la lettera di contestazione e le controdeduzioni. Zaia in pratica vuole sapere se il patto di «esclusiva » che i direttori generali della sanità veneta sottoscrivano sia stato violato dall’acquisto di quote nella società avente per oggetto proprio la consulenza della progettazione di ospedali, pur all’estero. I due manager hanno ribadito tuttavia che la società Ihfl slr non ha mai operato e risulta tuttora «inattiva». Solo che tra i soci figurano sia l’ex segreteario regionale della sanità Giancarlo Ruscitti che l’ex governatore Giancarlo Galan, attualmente detenuto nel carcere di Opera. E sul tema anche il consigliere regionale del Partito Democratico Claudio Niero intende fare luce: giusto nel giorno in cui Galan è finito in carcere ha presentato una interrogazione alla Giunta regionale per chiedere quali provvedimenti intende assumere il presidente Luca Zaia nei confronti dei due direttori generali dell’Ulss 8 di Asolo e dell’Uss 17 Bassa Padovana. «Risulta del tutto evidente – sottolinea Niero – come la funzione di direttore generale di aziende sanitarie e la contemporanea partecipazione in società private che operino nel campo sanitario costituiscano una grave violazione alle più elementari regole sul conflitto di interesse. Visto che entrambi i direttori generali sono stati nominati dal presidente della Giunta regionale del Veneto, chiedo se Zaia – conclude – intenda cautelare se stesso e l’ente che rappresenta assumendo provvedimenti sospensivi ».

Daniele Ferrazza

 

Il sistema Galan crolla. Ora la Corte dei Conti è su Veneto Sviluppo.

Inchiesta della magistratura contabile sul periodo 2006-2009

Nel mirino due operazioni dell’ex presidente Irene Gemmo

Mezzo milione di euro per il piano strategico

Un incarico affidato senza gara alla Bain

Nel fallimento della padovana Soveda l’eredità di un “buco” da 900 mila euro

VENEZIA Verrebbe da fare il tifo per Giancarlo Galan, adesso che è nudo, se l’arroganza, le furbate e la pretesa d’impunità che continua a sfoggiare non gli alienassero anche la simpatia di chi abitualmente parteggia per il più debole. L’ex presidente riesce ad essere insopportabile anche nell’ora della disgrazia, che è tutto dire. Ma su un punto ha ragione: ormai lo trattano da appestato. Non le istituzioni come vaneggia lui, che invece nei suoi confronti vanno avanti con il bilancino, ma i suoi ex amici. Nel mondodi cortigiani e approfittatori della politica che lo circondava, non meraviglia la corsa a mollare il potente caduto. Stupisce piuttosto, guardando manovre in atto, che qualcuno nel centrodestra veneto pensi di poter mettere le mani sul «lascito Galan» senza che gli si chieda dov’era, cosa faceva e su cosa lucrava negli ultimi 15 anni. Sulla scia aperta dalla magistratura è scontato il redde rationem tra i politici. Come al solito arrivano a disastro combinato, mail vero processo dovrebbe essere quello celebrato da loro: accertare non i reatimale collusioni amministrative tra tutti quelli che in questi anni sapevano ma avevano il tornaconto per tacere. Non c’è stato solo il Mose.Dove mettiamo per esempio Veneto Sviluppo? Beninteso, siamo su livelli diversi, non di reati ma di correttezza dell’amministrazione. Anche qui è la magistratura che sta aprendo la strada con un’azione di responsabilità avviata dalla Corte dei Conti nei confronti degli amministratori in carica tra il 2006 e il 2009. All’epoca il cda era presieduto dall’imprenditrice vicentina Irene Gemmo. Giancarlo Galan la insedia nel giugno 2006 parlando di «prestigiosi obiettivi da raggiungere». Per farlo la Gemmo assolda di sua iniziativa la società Bain & Company, affidando senza gara (decisione contestata) la redazione del nuovo piano strategico per la finanziaria regionale. L’incarico è affidato per 25.000 euro più Iva, seguiti da altri 245.000 più Iva, più altri 195.000 e 65.000 sempre più Iva, il tutto maggiorato di un 10 per cento di spese forfettarie. L’anno dopo altri 90.000 euro più Iva e spese forfettarie, in varie tranche, per sviluppare aspetti particolari del piano. Una frantumazione artificiosa del contratto in cui si finiva per non capire bene cosa veniva pagato. Per questo Irene trova l’opposizione di due componenti del cda di allora, Franco Andreetta e Fabrizio Stella, che fa mettere a verbale. Per gli altri tutto bene: erano Andrea Gerolimetto, Andrea Marchiotto, Roberto Bissoli, Dino Cavinato, Antonino Ziglio, Alfredo Checchetto, Riccardo Lupi, Norberto Cursi, Franco Dall’Armellina e FiorenzoSbabo. Per inciso Bissoli è l’assessore regionale all’agricoltura e segretario provinciale della Dc veronese incappato nel 1992 in Tangentopoli: riceve una bustarella da 150 milioni di lire per una concessione urbanistica da Giovanni Pavesi (anch’egli all’epoca arrestato) e ne gira una parte all’onorevole Angelo Cresco, socialista. Pavesi è oggi direttore generale dell’Usl 17 Bassa Padovana, quella del ricovero ospedaliero di Galan. Anche Angelo Cresco si è ben «riposizionato»: oggi è presidente del consorzio di emanazione pubblica che gestisce il depuratore del Garda e che bussa a quattrini per rifare la condotta sommersa. Un lavoretto da 200 milioni di euro. Non parliamo di «Rambo» Bissoli, che non è mai uscito di scena: oggi presiede la Serit, società che si occupa di rifiuti per conto dei comuni veronesi (interamente mano pubblica). Alle spalle di queste gestioni si contano i morti. L’attuale collegio sindacale di Veneto Sviluppo ha ricostruito nelle ultime settimane, su richiesta della giunta Zaia a sua volta pressata dalla Corte dei Conti, la vicenda Bain e la partecipazione a Soveda, altro episodio della gestione Gemmo. Soveda era un’azienda padovana di pane surgelato, che ha goduto di fondi europei del programma Retex, intermediati da Veneto Sviluppo. È fallita lasciando un buco di 900.000 euro, interamente a carico della Finanziaria regionale. Siamo nel gennaio 2008: a insaputa del cda e senza tener conto dell’azione giudiziaria in corso per rientrare dell’intero credito, Irene Gemmo propone a Soveda srl una transazione a 550.000 euro. I debitori si fanno forti dell’offerta e un anno dopo le parti concordano a 630.000 euro. Non contenta di aver perso 300.000 euro Veneto Sviluppo si accolla pure i 50.000 dell’arbitrato, che spettavano a Soveda. Ce n’è abbastanza, scrivono il 2 luglio i sindaci nella relazione, per imputare alla gestione Gemmo «l’esistenza di un danno erariale, dovuto principalmente alla violazione del principio di corretta amministrazione». Ai soci di oggi valutare l’opportunità di un’azione risarcitoria nei confronti dei predecessori. Su questa linea è anche un memorandum, chiesto per non sbagliare allo studio legale Gianni Origoni Grippo Cappelli e partners: pollice verso su entrambe le vicende, con la precisazione che per Bain il danno patrimoniale è contenuto in 30.000 euro. Il Cda di Veneto Sviluppo doveva riunirsi il 18 luglio ma la seduta è stata rinviata. I consiglieri sono in forte imbarazzo, si augurano che l’azione risarcitoria sia prescritta. Ma siamo solo all’inizio: come faranno se alla Corte dei Conti verrà lo sghiribizzo di controllare la situazione di Cis, società partecipata da Veneto Sviluppo con 7 milioni di euro. Vicenda molto più recente: la partecipazione è stata azzerata, dove sono finiti i soldi?

Renzo Mazzaro

 

L’EX GOVERNATORE ERA ISCRITTO A UNA LOGGIA DI PADOVA

Addio alla massoneria «L’avrebbero cacciato»

Galan “entra in sonno” cioè si autosospende dall’associazione Florence Nightingale

La decisione per anticipare una possibile espulsione

PADOVA «Mi dicono che Giancarlo Galan da almeno quindici anni non frequenti i riti della loggia. Probabilmente, anche a causa dei suoi incarichi, ha vissuto questa esperienza come distante dai propri interessi». Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, commenta così «l’entrata in sonno» della sua iscrizione alla loggia Florence Nightingale di Padova, una delle cinque «officine» massoniche della città del Santo. Una decisione forse intrapresa dall’ex governatore per anticipare una iniziativa d’ufficio che avrebbe potuto essere assunta direttamente dal Venerabile della loggia padovana, a cui qualche «fratello» si era rivolto sollecitando un provvedimento di sospensione o addirittura di espulsione dalla massoneria. «Probabilmente – ha aggiunto il capo della principale massoneria italiana – ha ritenuto di non voler mettere in imbarazzo il proprio Maestro Venerabile e gli affiliati della loggia, anticipando l’apertura di un possibile procedimento di sospensione che avrebbe potuto aprire la loggia stessa. Personalmente, mi auguro che Galan possa chiarire la sua posizione giudiziaria al più presto e che gli stiano garantiti i diritti della difesa». Giancarlo Galan è dal 1987 iscritto alla massoneria del Gran Oriente d’Italia. Loggia 102 «Florence Nightingale» di Padova: insieme a lui, medici, avvocati e notai padovani. L’elenco è depositato, per legge, in Prefettura. Il 6 giugno scorso, a seguito della retata della Procura di Venezia, il «fratello» Giancarlo Galan ha mandato una lettera al suo Venerabile Maestro chiedendo di essere collocato «in sonno». E gli organi della loggia padovana gli hanno concesso questa possibilità, disinnescando così una procedura che avrebbe potuto essere aperta d’ufficio e che forse qualcuno aveva sollecitato. A Padova e nel Veneto la massoneria sta tornando ad essere a lavorare alla luce del sole e più frequenti sono le sue iniziative pubbliche. In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, anche a Padova, si sono svolti convegni e seminari pubblici. Nel Veneto sono presenti tutte e tre le «grandi famiglie » della massoneria:Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia d’Italia di Piazza del Gesù e Gran Loggia Regolare d’Italia. Complessivamente, si parla di circa cinquecento affiliati. Il Grande Oriente d’Italia (Goi) vanta diciotto logge nel Veneto: cinque a Padova e i loro nomi sono La Pace, Galileo Galilei, Florence Nightingale, Giuseppe Garibaldi, Ekhnaton; due ad Abano Terme (Pietro d’Abano e Maat la Saggezza Trionfante); due a Treviso (Paolo Sarpi ePrimavera); quattro a Venezia (Risorgimento, L’Union, Serenissima, Sectio Aurea), una a Rovigo (Enrico Cairoli), due a Verona (Colonia Augusta e Carlo Montanari), due a Vicenza (George Washington Lodge e I Veri Amici). L’obbedienza della Gran Loggia d’Italia, guidata da Antonio Binni, ha tra i suoi Gran Maestri anche il veneziano Luigi Danesin, ha tredici «Orienti» nel Triveneto: a Venezia, San Donà di Piave, Mestre, Padova, Abano Terme, Chioggia,Stra, Treviso, Conegliano, Vicenza, Verona, Trento e Rovigo. La Gran Loggia Regolare d’Italia, guidata dal Gran Maestro Fabio Venzi, ha un’articolazione triveneta e una loggia Treviso, denominata Keystone, che si riunisce il secondo e quarto giovedì di ogni mese. Dell’iscrizione di Galan alla massoneria si è sempre saputo. Di fede liberale, profondamente laico e per indole distante dalle espressioni del Clero, Galan si è affiliato a 31 anni, al tempo in cui lavorare in Publitalia guidata da Berlusconi. La più antica associazione massonica è proprio quella del Grande Oriente d’Italia, fondata nel 1805 e che annoverò tra i suoi affiliati anche Giuseppe Garibaldi. Nella storia, molti personaggi noti come Giosuè Carducci, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli, Edmondo De Amicis furono massoni. Nel 1982 la Loggia P2, guidata dal faccendiere Licio Gelli, fu sciolta definitivamente per legge: la sua era una «organizzazione criminale» che aveva lo scopo di sovvertire l’ordine democratico italiano. Da allora gli elenchi dei massoni devono essere depositati e aggiornati in prefettura. E attorno alla massoneria aleggia un’ombra di mistero e diffidenza.

Daniele Ferrazza

 

TERZA CORSIA A4

Rizzani De Eccher, revocato l’appalto

La società consortile Tiliaventum, formata da Rizzani De Eccher e Pizzarotti di Parma, si vede revocato l’affidamento dei lavori per il terzo lotto “ponte sul Tagliamento-Gonars” della terza corsia della A4. La decisione del commissario straordinario Debora Serracchiani, sentito il parere dell’Avvocatura dello Stato, è conseguenza dell’interdittiva antimafia della Prefettura di Udine nei confronti del colosso friulano dell’edilizia. Il provvedimento, atto preventivo che prescindendo dall’accertamento di singole responsabilità penali serve a scongiurare il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’attività imprenditoriale in presenza di rapporti in corso con la pubblica amministrazione, era stato emesso a seguito della richiesta della Dia, Direzione investigativa antimafia. Ieri ne sono state rese note le conseguenze, molto pesanti, sulla terza corsia. Il nuovo caso rischia infatti di allungare ulteriormente i tempi per la realizzazione dell’opera. Anche se mancano conferme da parte della società che, sollecitata a un commento, ha preferito mantenere il silenzio (il presidente Marco De Eccher nei giorni scorsi si era pero detto «stupito e sconcertato» per l’interdittiva, provvedimento giudicato «privo di qualsivoglia fondamento, del tutto ingiustificato e gravemente lesivo per l’immagine del gruppo»), è praticamente sicuro il ricorso al Tar. Quanto invece a un possibile nuovo bando (in questo caso passerebbe forse un anno prima della graduatoria) o allo slittamento della classifica precedente, Serracchiani non dà certezze: «Dobbiamo attendere il completamento della progettazione e dunque qualunque ipotesi su eventuali nuove gare o affidamenti è al momento prematura. Nel frattempo – aggiunge la presidente della Regione nel ruolo di commissario – ci riserveremo di valutare ogni futuro sviluppo».

 

Galan, «memoriale corposo» per difendersi dalle accuse

Oggi l’ex governatore del Veneto viene interrogato per rogatoria nel penitenziario di Opera

Il difensore Ghedini l’ha visto «sereno»: «Stato di salute confermato dai medici del carcere»

Cartelle cliniche sequestrate, sentiti i medici Candiotto e Agnoletto. A Venezia missione del pm di Milano

Bruti Liberati: sul tavolo le posizioni di Meneguzzo, Spaziante e Milanese

VENEZIA – I finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria proseguono gli accertamenti sulla presunta incongruenza tra la prognosi di 45 giorni fatta dai medici sul conto di Giancarlo Galan appena ricoverato presso l’ospedale di Este e le dimissioni avvenute dodici giorni dopo. Ieri, infatti, hanno interrogato il primario ortopedico del Sant’Antonio di Padova Sergio Candiotto, il direttore sanitario dell’Uls 17 di Este Maurizio Agnoletto e il medico radiologo che ha letto la lastra evidenziando la frattura del malleolo della gamba sinistra. Sono stati sentiti come persone informate sui fatti, e niente di più, su richiesta della Procura lagunare. È intanto arrivato il momento del confronto con i giudici per Giancarlo Galan. Oggi – per la prima volta da quando è finito nell’inchiesta Mose, la seconda sarà venerdì 1 agosto quando il Tribunale del riesame di Venezia ha fissato l’udienza per affrontare il ricorso contro l’arresto – l’ex ministro sarà di fronte nel carcere milanese di Opera al giudice Cristina di Censo, che lo sentirà per rogatoria nell’interrogatorio di garanzia a lei delegato dal magistrato di Venezia Alberto Scaramuzza, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Galan potrà così, finalmente, opporre la propria difesa, già evidenziata davanti alla Giunta della Camera, alle accuse di corruzione che gli sono state mosse dai vecchi amici Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e dall’ex segretaria Claudia Minutillo. L’ex governatore veneto è intenzionato a depositare un memoriale scritto di suo pugno, ha reso noto il suo difensore, l’avvocato Antonio Franchini. Il legale veneziano ha anticipato che quello dell’esponente forzista sarà un memoriale «molto corposo », con il quale «verrà data risposta a tutte le contestazioni mosse». Galan si trova da due giorni nella sua cella singola all’ interno del centro clinico del carcere di Opera, uno dei più attrezzati d’Italia per l’assistenza ai detenuti. Ieri ha ricevuto la visita dell’avvocato, amico e un tempo collega deputato Nicolò Ghedini, componente del suo collegio difensivo. Un colloquio di un’ora, sui cui il legale ha mantenuto il riserbo, sostenendo solo che lo ha visto «sereno ». Ha riferito che i medici di Opera hanno confermato tutte le diagnosi cliniche fatte negli ospedali (Padova ed Este) dove Galan è stato accolto nei giorni scorsi – la frattura della gamba sinistra e i problemi circolatori correlati all’ingessatura – e allo stesso tempo stanno proseguendo nelle terapie disposte per il paziente. Galan si trova in una delle cosiddette “camere di pernottamento” del carcere, da solo perché così può essere sottoposto a un monitoraggio sanitario permanente. Ieri, a Venezia è arrivato il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. Ha partecipato ad un vertice di coordinamento tra la procura veneziana e quella del capoluogo lombardo sul caso Mose. Bruti Liberati – era accompagnato dai pubblici ministeri Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi – ha avuto un lungo colloquio con il collega veneziano Luigi Delpino e i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini. La tranche dell’indagine milanese arrivata a Milano da Venezia riguarda l’ex braccio destro dell’allora ministro dell’Economia del governo Berlusconi Marco Milanese, il finanziere vicentino della «Palladio Finance» Roberto Meneguzzo e il generale in pensione a causa di questa inchiesta ed ex vicecomandante della Gdf Emilio Spaziante. Meneguzzo, stando alle accuse, avrebbe fatto da tramite a Mazzacurati per pagare una tangente da 500 mila euro ciascuno agli altri due indagati. I tre erano stati arrestati su richiesta dei pubblici ministeri veneziani nell’ambito dell’inchiesta Mose ,ma il Tribunale del riesame aveva spedito gli atti a Milano, ricordando che se le tangenti erano state pagate era accaduto nella sede di Milano della «Palladio» per Milanese e in un albergo del capoluogo lombardo per Spaziante. La Procura di Milano ha ottenuto dal giudice di quella città il rinnovo dell’ordinanza contro cui i difensori hanno già ricorso.

Giorgio Cecchetti

 

CASO MOSE

Galan ultimo Doge?

Direi proprio di no…

I giornali, in questi giorni, definiscono l’ex Governatore del Veneto l’ultimo Doge. Al di la del fatto che sarà la Magistratura che dovrà dimostrare o meno la colpevolezza, trovo l’accostamento dei politici attuali con quelli della passata Repubblica di Venezia, estremamente poco calzante. Nella Serenissima Repubblica il bilanciamento dei poteri era estremo e veniva controllato da un complesso sistema di Magistrature, ciascuna con un compito preciso di controllo e tutte a loro volta controllate. L’unico che formalmente non aveva controllori era il Doge,ma con poteri estremamente limitati. Questi poteri erano circoscritti nelle Promissioni Dogali, una serie di impegni che il Doge assumeva all’atto della sua elezione. Dal 500 in poi venne inoltre introdotta “l’inquisizione sopra il morto”, in sostanza una apposita Magistratura era incaricata dell’esame post mortem, cioè di indagare sul “rendiconto” finale del dogado, per valutare la legittimità delle spese personali fatte e delle entrate percepite, e se c’erano irregolarità toccava agli eredi pagarle. I costi per lo svolgimento dell’incarico di un diplomatico Veneto erano assolutamente a carico personale, così come il Doge stesso doveva provvedere al mantenimento del Palazzo Ducale e perfino ai suoi sfarzosissimi Funerali di Stato. In generale tutta la carriera politica era costellata da sacrifici finanziari ed enormi rischi personali, fin dall’inizio, come Giovani di Galera, o difendendo la propria Patria a costo della vita, come fecero Paolo Erizzo, Marcantonio Bragadin, Bellisandra Maraviglia, Agostino Barbarigo, Biagio Zulian e tanti altri, dimenticati dai libri di storia Italiani che continueranno a parlarci della dinastia dei Tudoro della disfida di Barletta. Perciò per cortesia non chiamatelo Doge.

Alessandro Dissera Bragadin – Quarto d’Altino

 

L’INCHIESTA MOSE – GALAN. Oggi l’interrogatorio dal gip. La procura ascolta i medici sul giallo delle due diagnosi

Ora svelerà al magistrato quei misteriosi otto “omissis”

LA DIFESA – Oggi primo interrogatorio davanti al gip. L’ex governatore, intenzionato a non rispondere, consegnerà un dossier

Pesanti accuse a Claudia Milutillo licenziata dopo quattro anni di lavoro a fianco del governatore

Pronto il memoriale al veleno, nel mirino l’ex segretaria e Mazzacurati

Il brogliaccio del memoriale era pronto da giorni, concordato con i difensori, ma alle rifiniture Giancarlo Galan ha lavorato anche ieri, nella stanzetta-cella del braccio sanitario del carcere di “Opera”, a Milano. Si è interrotto solo per i controlli medici, apprendendo con soddisfazione che la nuova lastra alla gamba sinistra, effettuata mercoledì, ha confermato la frattura del 4 luglio. Poi un incontro a mezzogiorno con l’avvocato Niccolò Ghedini che lo difende assieme ad Antonio Franchini. Un altro con la parlamentare Daniela Santanchè.
L’ex governatore del Veneto i sassolini dalle scarpe vuole toglierseli personalmente. Per questo si è preparato all’incontro di oggi con il gip milanese Cristina Di Censo, delegata all’interrogatorio di garanzia dal collega veneziano Alberto Scaramuzza. Sarà presente solo l’avvocato Giuseppe Lombardino, sostituto di Franchini, visto che Galan non risponderà, ma consegnerà il memoriale.
Lo ha scritto con un occhio all’ordinanza di custodia cautelare e con la memoria che corre alle frequentazioni negli anni di politica regionale, soprattutto con Claudia Minutillo, per quattro anni sua segretaria. Ma anche con Giovanni Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova, e con Piergiorgio Baita dell’Impresa Mantovani. Sono i suoi tre principali accusatori.
Secondo l’avvocato Franchini «il documento darà una risposta a tutte le contestazioni». In realtà si tratta di meno di dieci pagine, scritte dall’ex governatore, mentre la difesa tecnica affiderà a una memoria più corposa le argomentazioni per il Tribunale del Riesame, nell’udienza dell’1 agosto. Il memoriale di oggi non si limita a negare la corruzione, ricalcando il dossier preparato a fine giugno per i Pm veneziani e mai depositato dopo il rifiuto dei magistrati di sentire l’indagato. Contiene importanti novità, il disvelamento degli otto “omissis” che riguardano la Minutillo.
Non a caso le 28 pagine di giugno cominciavano con un attacco diretto all’ex segretaria. Galan l’accusava di «ostentare un lusso (capi di vestiario, accessori, gioielli…) del tutto ingiustificato rispetto al compenso percepito». Le attribuitva numerosi flirt. Raccontava della «contrapposizione anche caratteriale con mia moglie» e della «estrema antipatia» che suscitava negli altri collaboratori. Ma alla cornice mancava il dipinto. Ora l’affresco si fa più velenoso (e arrabbiato). Galan dice di aver assunto la Minutillo nel 2000, al suo secondo mandato, preferendola a una cugina, visto che molti avevano intercesso per lei. Lo fece nonostante l’onorevole Paolo Scarpa Bonazza Buora, coordinatore regionale di Forza Italia, l’avesse licenziata. «Tra i due non vi fu un buon rapporto» scrive Galan. Ma anche tra lui e la Minutillo alla fine ci fu una rottura brusca. «Le ragioni in quell’occasione furono gravi e molteplici…».
Oggi le spiegherà. La prima risale al 2004, quando lei stava diventando sempre più potente. Un secondo è legato «all’inclinazione di quella donna, rafforzatasi nel corso degli anni, di gestire in prima persona come propri ed esclusivi molti rapporti con interlocutori, pubblici e privati, senza riferirmi alcunchè». Questioni di ufficio. Ma non solo. Galan parlerà anche della gestione di Forza Italia, all’epoca della “fronda” di Giorgio Carollo, del riassestamento del partito e delle spese della struttura veneta.
Cosa c’entra la Minutillo con questo, visto che era ormai un’imprenditrice? Di certo Galan negherà di averla raccomandata all’ingegner Baita o a Mazzacurati (smentendone le dichiarazioni messe a verbale), per farle ottenere nel 2005 un’assunzione da Thetis, con un’integrazione di stipendio fino a 250 mila euro annui, come lei voleva.
La memoria ripercorrà poi le tesi difensive già rese pubbliche a giugno. Galan non ha chiesto, nè ottenuto denari. Non ha interferito sui project finacing della Mantovani. Non era a libro paga del Consorzio Venezia Nuova. Non si è fatto ristrutturare la villa a spese di Baita. Non aveva conti operativi a San Marino. Le quote in due società della galassia Mantovani erano solo un pro-forma, senza sostanza economica. I rapporti con l’assessore Renato Chisso sono stati improntati a collaborazione amministrativa, non configuravano un sodalizio criminale. E la Finanza ha preso un granchio quando sostiene che le sue entrate hanno superato di oltre un milione di euro le sue spese.

Giuseppe Pietrobelli

 

Doppia diagnosi, la procura interroga i medici

IL CAPITOLO SANITARIO – Dopo il sequestro delle cartelle cliniche convocati i dottori

Prima il sequestro delle cartelle cliniche; ora l’interrogatorio dei sanitari che si sono occupati negli ultimi quindici giorni del paziente Giancarlo Galan. La Guardia di Finanza, su incarico dei sostituti procuratore che coordinano l’inchiesta sul “sistema Mose”, ha iniziato ieri a raccogliere a “sommarie informazioni testimoniali” – quelle che in termini giudiziari vengono chiamate “sit” – le dichiarazioni di medici e infermieri che hanno visitato l’ex Governatore del Veneto (firmando i numerosi certificati finiti agli atti del fascicolo d’inchiesta) e che gli hanno prestato assistenza. Nessuno di loro è indagato: i magistrati stanno semplicemente cercando di ricostruire nei dettagli il “capitolo sanitario” della vicenda, per capire come sia stato possibile passare da una diagnosi inizialmente di una certa gravità, che ha spinto la difesa a chiedere ripetutamente gli arresti domiciliari e il rinvio del voto alla Camera per l’impossibilità assoluta di trasportare Galan (ricoverato in terapia intensiva di Cardiologia, dopo una distorsione alla caviglia sinistra, con frattura del malleolo), ad un’improvvisa sua dimissione dall’ospedale di Este con rientro a casa. Dimissione comunicata al paziente alle 9.30 del 22 luglio, poche ore prima che, davanti al Parlamento, iniziasse la discussione dell’ennesima istanza di rinvio del voto, motivato proprio con il ricovero ospedaliero.
SOSPETTA TROMBOSI – Nella lettera di dimissione risulta che il motivo del ricovero – avvenuto il 12 luglio – è stato un «episodio di dispnea (sospetta TEP in TVP)», ovvero una difficoltà respiratoria con sospetta tromboembolia polmonare in trombosi venosa profonda. Problemi affrontati, dopo una serie di esami diagnositici, con un’adeguata terapia farmacologica, a seguito della quale le condizioni del paziente sono state ritenute tali da non destare più preoccupazioni. I medici ascoltati finora dalle Fiamme Gialle hanno confermato che le condizioni del paziente, al momento dei rispettivi interventi, corrispondeva a quanto annotato nei certificati.
I magistrati stanno cercando di verificare se qualche sanitario abbia ricevuto “raccomandazioni” o pressioni di qualche tipo nell’affrontare il caso del paziente Galan.
DIAGNOSI CONFERMATE – Nel frattempo, l’ex presidente della Regione Veneto è stato visitato nel reparto ospedaliero del carcere milanese di Opera, nel quale è detenuto. Uno dei suoi difensori, l’avvocato Niccolò Ghedini, a conclusione di un colloquio di un’ora con il proprio assistito, ha riferito che nel centro clinico sono state confermate tutte le diagnosi cliniche fatte dai medici negli ospedali di Padova ed Este, dove Galan è stato accolto nelle ultime due settimane: ovvero la frattura del malleolo e i problemi circolatori conseguenti all’ingessatura e al diabete di cui il paziente soffre, con l’indicazione di continuare tutte le terapie che gli sono state prescritte. L’esito dei primi esami effettuati nella struttura sanitaria del carcere è stata accolta con soddisfazione dal secondo difensore di Galan, l’avvocato Antonio Franchini, secondo il quale è la dimostrazione che nessuno si è inventato malattie inesistenti.
Galan si trova da solo in una delle cosiddette ‘camere di pernottamento’ del carcere: in questo modo può essere sottoposto a un monitoraggio sanitario permanente.

Gianluca Amadori

 

L’EX GOVERNATORE NON CHIAMATELO ULTIMO DOGE

I giornali, in questi giorni, definiscono l’ex governatore del Veneto l’ultimo Doge. Al di là del fatto che sarà la magistratura che dovrà dimostrare o meno la colpevolezza di Galan, trovo l’accostamento dei politici attuali con quelli della passata Repubblica di Venezia, poco calzante. Nella Serenissima Repubblica il bilanciamento dei poteri era estremo e veniva controllato da un complesso sistema di magistrature, ciascuna con un compito preciso di controllo e tutte a loro volta controllate. L’unico che formalmente non aveva controllori era il Doge, ma con poteri estremamente limitati. Questi poteri erano circoscritti nelle Promissioni Dogali, una serie di impegni che il Doge assumeva all’atto della sua elezione. Dal ’500 in poi venne inoltre introdotta “l’inquisizione sopra il morto”, in sostanza una apposita Magistratura era incaricata dell’esame post mortem, cioè di indagare sul “rendiconto” finale del dogado, per valutare la legittimità delle spese personali fatte e delle entrate percepite, e se c’erano irregolarità toccava agli eredi pagare. I costi per lo svolgimento dell’incarico di un diplomatico Veneto erano assolutamente a carico personale, così come il Doge stesso doveva provvedere al mantenimento del Palazzo Ducale e perfino ai suoi sfarzosissimi funerali di Stato. In generale tutta la carriera politica era costellata da sacrifici finanziari ed enormi rischi personali, fin dall’inizio, come Giovani di Galera, o difendendo la propria Patria a costo della vita, come fecero Paolo Erizzo, Marcantonio Bragadin, Bellisandra Maraviglia, Agostino Barbarigo, Biagio Zulian e tanti altri, dimenticati dai libri di storia italiani che continueranno a parlarci della dinastia dei Tudor o della disfida di Barletta. Perciò per cortesia non chiamatelo Doge.

Alessandro D. Bragadin

 

Vertice di Pm, Venezia e Milano collaboreranno delle indagini

VENEZIA – (gla) Vertice in Procura ieri mattina, tra magistrati milanesi e veneziani. Il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, accompagnato dai pm Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi, si è incontrato con il procuratore capo di Venezia, Luigi Delpino, e con due dei tre sostituti che si stanno occupando dell’inchiesta sul “sistema Mose”, Stefano Ancilotto e Paola Tonini. Oggetto della riunione, impostare il coordinamento delle indagini, in particolare quelle relative alle presunte “mazzette” versate a Marco Mario Milanese, all’epoca stretto collaboratore del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, e al generale della Guardia di Finanza, ora in pensione, Emilio Spaziante. Episodi nei quali è indagato anche l’amministratore di Palladio Finanziaria, il vicentino Roberto Meneguzzo. Il fascicolo relativo a questi due capi d’imputazione è da alcune settimane a Milano (per competenza territoriale in quanto il denaro sarebbe stato consegnato a Milano). Meneguzzo, interrogato dai pm del pool anti corruzione, ha ammesso le conoscenze ad alto livello nella Guardia di Finanza e di aver introdotto a Milanese l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, negando però di aver fatto da intermediario di tangenti.

 

VENEZIA – Giampietro Marchese del Pd si è dimesso, dopo l’arresto non è più consigliere regionale

VENEZIA – Con una lettera via mail, Giampietro Marchese (ex Pd) si è dimesso da consigliere regionale. Marchese, sospeso dal 31 maggio dall’incarico consiliare perché agli arresti domiciliari a seguito dell’inchiesta giudiziaria sul Mose e le tangenti in laguna, ha comunicato al presidente dell’assemblea, Clodovaldo Ruffato le dimissioni «irrevocabili». Al suo posto, il 9 luglio, era entrato in Consiglio Alessio Alessandrini che diventerà consigliere a tutti gli effetti da martedì prossimo, con il voto dell’aula. Resta consigliere supplente Francesco Piccolo, subentrato a Renato Chisso, agli arresti nel carcere di Pisa, che resta sospeso da consigliere regionale.

 

Nuova Venezia – Galan, inchiesta sulla malattia

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

24

lug

2014

Galan, inchiesta sulla malattia

Sotto sequestro cartella clinica e referti. Nordio: «Poteva andare alla Camera»

Galan, sequestrata la cartella clinica

La Procura indaga su diagnosi e dimissioni dall’ospedale di Este

Il pm Nordio attacca: «L’ex ministro poteva difendersi alla Camera»

I dottori sostenevano che per 45 giorni il deputato non avrebbe potuto muoversi, poi però l’hanno mandato a casa: dietro c’è una manovra dell’indagato per evitare l’arresto?

Presentato ricorso al Riesame per chiedere la scarcerazione per mancanza di gravi indizi e, in subordine, i domiciliari per motivi di salute. Domani primo interrogatorio in carcere

VENEZIA I medici sostenevano che per 45 giorni Giancarlo Galan non avrebbe potuto muoversi e la prognosi, infatti, indicava quel numero, ma esattamente 12 giorni dopo il ricovero, alle 9,39 del 22 luglio sono state firmate le sue dimissioni dall’ospedale dove era ricoverato, indipendentemente dall’esito della votazione della Camera, avvenuta ben cinque ore dopo. Così, i pubblici ministeri di Venezia Stefano Ancilotto e Paola Tonini vogliono capire bene che cosa sia accaduto e per ricostruire la vicenda della discussa diagnosi (prima si era parlato della frattura di tibia e perone, poi del solo malleolo, ad esempio) e conseguente prognosi hanno spedito ieri mattina i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia a sequestrare presso l’ospedale di Este la cartella clinica e presso il reparto di Ortopedia del Sant’Antonio di Padova la certificazione dell’ormai ex paziente. Gli inquirenti vogliono capire se si sia trattato di un espediente per rinviare il voto alla Camera (i certificati dei sanitari recitavano che non avrebbe potuto muoversi e quindi raggiungere Montecitorio per difendersi davanti ai colleghi deputati come avrebbe voluto) e di conseguenza allontanare lo spettro del carcere. Inoltre vogliono scoprire quale ruolo possano aver avuto i sanitari. Galan, intanto, sarà interrogato per rogatoria domani in mattinata nel carcere di Opera dal giudice di Milano Cristina Di Censo, delegata dal collega di Venezia Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti. All’ex ministro ed ex governatore del Veneto l’ordinanza era stata notificata martedì sera nella sua casa a Cinto Euganeo dai finanzieri veneziani, dopo il voto della Camera. Nella sua villa le operazioni di notifica dell’ordinanza sono durate quasi due ore, in secondo luogo sarebbe stato problematico trasportare con la carrozzella l’indagato dal primo piano al piano terra, a causa di una stretta scala a chiocciola. A volere tutte le garanzie sanitarie, la presenza di un medico e il viaggio a bordo di un’ambulanza, sono stati i pubblici ministeri veneziani che coordinano le indagini. Così Galan è stato trasferito in autoambulanza ed è arrivato attorno all’una della nel carcere milanese di Opera e sistemato in una cella singola nel centro clinico della struttura. Il centro diagnostico terapeutico del carcere di Opera, dove vi sono una serie di “camere di pernottamento” – questo è il termine tecnico – sia per ospitare un solo detenuto che per più detenuti, da quanto si è saputo è stato scelto in quanto in questo modo Galan può essere sottoposto a un monitoraggio sanitario permanente. All’ex ministro deve essere controllato il livello di glicemia ogni 4 ore, devono essere somministrate terapie per controllare le apnee notturne ed il diabete e deve rimanere con la gamba ingessata in scarico. Il centro clinico è un presidio sanitario legato all’azienda ospedaliera San Paolo, dove ad esempio ora si trova Bernardo Provenzano. Galan deve rispondere di corruzione sulla base delle accuse lanciate dal presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, dal presidente della «Mantovani» Piergiorgio Baita e dalla sua ex segretaria Claudia Minutillo. I suoi difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, hanno presentato ieri mattina il ricorso al Tribunale del riesame di Venezia in cui chiedono la scarcerazione del loro cliente per la mancanza dei gravi indizi di colpevolezza e, in subordine, gli arresti domiciliari per motivi di salute. Infine, sulla vicenda è intervenuto anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio. «Mentre si svolgeva il dibattito alla Camera sul rinvio del voto per la richiesta di carcerazione preventiva nei confronti di Galan», ha commentato, «era già stata firmata dalla direzione sanitaria dell’ospedale dove l’onorevole era ricoverato una lettera di dimissioni, poi acquisita agli atti». Da quella lettera, ha rincarato Nordio, «emerge una patologia perfettamente compatibile con un trasporto in Parlamento per difendersi ». «Le fotografie del diretto interessato con un piccolo gesso», ha aggiunto, «hanno fatto il giro d’Italia e ricordiamo che in Parlamento più di una volta sono andati parlamentari con l’ossigeno o in barella. Nemmeno noi sapevamo questo. Una vicenda abbastanza paradossale perché si è discusso sul nulla».

Giorgio Cecchetti

 

La doppia verità dei medici «Era a rischio embolia»

Il primario del Sant’Antonio Candiotto: «Dal punto di vista ortopedico il ricovero non serviva»

Poi le complicazioni. Agnoletto (Usl 17): «Degenza necessaria per la salute del paziente»

PADOVA Il professor Sergio Candiotto, primario di Ortopedia dell’ospedale Sant’Antonio, tiene più alla propria reputazione che alle condizioni del paziente più famoso d’Italia: «L’ho visitato due volte riscontrando la frattura del malleolo. La seconda volta l’ho visto molto provato. Dal punto di vista ortopedico le sue condizioni non richiedevano certo il ricovero. Quel che è successo dopo io non so». Il direttore medico dell’Usl 17 di Este, Maurizio Agnoletto aggiunge: «Giancarlo Galan è stato trattato come tutti i nostri pazienti, mi sono raccomandato in questo senso sin dall’inizio del suo ricovero e così mi ha chiesto di fare il direttore generale. Così è stato dal primo all’ultimo giorno della sua degenza, prescritta dai medici competente e assolutamente necessaria per garantire la salute al paziente». Ma allora perché la Procura di Venezia manda la Guardia di finanza a sequestrare la storia clinica dell’ex governatore: due accessi al Pronto soccorso (il 5 e il 12 luglio, a Padova ed Este), due referti ortopedici con relative radiografie, un referto angiologico, una risonanza magnetica, gli esami clinici compiuti in Cardiologia e almeno altri tre consulti clinici di altrettanti specialisti? Ecco la storia sanitaria dettagliata del tumultuoso ultimo mese di Giancarlo Galan, che rischia di mettere nei guai una mezza dozzina di medici. Lunedì 9 giugno. Cinque giorni dopo il blitz della Procura di Venezia, Galan si fa rilasciare dal direttore di Medicina dell’Azienda ospedaliera di Padova, Giovannella Baggio, un certificato delle proprie patologie: dal diabete all’ipertensione, con almeno 7 farmaci da assumere ogni giorno. Sabato 14 giugno. Galan riceve a casa Gaetano Crepaldi, professore emerito di medicina interna dell’università di Padova. Che rilascia questo parere: «L’insieme delle patologie, oltre al trattamento farmacologico, può richiedere interventi urgenti, da realizzare nell’arco di pochi minuti, al fine di evitare esiti debilitanti cronici o anche fatali». Sabato 5 luglio. Nel pomeriggio Galan si reca al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Antonio lamentando un forte dolore al piede sinistro, frutto di una brutta caduta avvenuta nel giardino di casa. Una radiografia conferma la presenza di una infrazione al malleolo peroneale. Lunedì 7 luglio. Il professor Sergio Candiotto, primario ortopedico al Sant’Antonio, visita Galan a seguito del «trauma distorsivo della caviglia sinistra» rilevato dal precedente accesso al pronto soccorso. Conferma «l’esistenza di una frattura pressoché composta del malleolo peroneale» e consiglia: valva gessata per 40 giorni, idratazione, ghiaccio, riposo, prescrivendo una risonanza e una nuova radiografia. Mercoledì 9 luglio. La seconda radiografia, vistata dal dottor Luigi Tosques, conferma l’esistenza di una «frattura obliqua sovra-infra-legamentaria» del malleolo «con lieve diastasi dei monconi». La risonanza magnetica conferma nel dettaglio il quadro clinico. Giovedì 10luglio. L’esame di doppler venoso, vistato dall’angiologo Fabio Ceccato, mostra una «trombosi venosa profonda occlusiva di una vena soleale al terzo medio». Candiotto visita una seconda volta il paziente rilevando «la notevole tumefazione della gamba e della caviglia sinistra». Conferma: valva gessata per 40 giorni, riposo assoluto con arto in scarico, ghiaccio, terapia farmacologica. Venerdì 11 luglio. Il dottor Paolo Moroni, su richiesta degli avvocati di Galan, ricostruisce la situazione del paziente e conclude che l’ex governatore è «esposto al rischio di trombo embolia».Un evento che richiede, nel caso, «immediata diagnosi e adozione di provvedimenti d’urgenza», «non realizzabili in regime carcerario». Sabato 12 luglio. Galan si presenta al pronto soccorso dell’ospedale di Este in situazione di affanno e cardiopalmo. Viene ricoverato nella terapia intensiva di Cardiologia. Martedì15 luglio. Il primario cardiologo Giuseppe Scattolin, «su richiesta dell’interessato», rilascia un certificato che spiega le ragioni del «protrarsi della degenza»: «Era stata sospettata una possibile embolia polmonare, motivo del ricovero». Dopo lunghi accertamenti, escluso il rischio di embolia, i medici ritengono che la concomitanza di «uno stato di grave diabete, una cardiopatia ipertensiva» richieda «il protrarsi della degenza e delle cure in terapia intensiva ». Giovedì 17 luglio. Il paziente viene trasferito da Cardiologia a Medicina generale. Lunedì 21 luglio. In serata il paziente è avvisato che l’indomani sarebbe stato dimesso. Martedì 22 luglio. Alle 9,40 viene consegnata una lettera di dimissioni, in attesa di prelievo dai familiari. Nel primo pomeriggio il paziente chiede l’accompagnamento a casa in ambulanza.

Daniele Ferrazza

 

Quell’ambulanza “requisita” per l’ex doge

Il trasporto dall’ospedale di Este a casa Galan: scombussolati i servizi assegnati al mezzo, disagi per almeno quattro anziani

ESTE «Pure l’ambulanza per andare a casa gli danno?». Il commento, quasi virale nei video e nelle foto che documentano l’uscita di Giancarlo Galan dall’ospedale di Este, è tutt’altro che banale. L’utilizzo di un’ambulanza dell’Usl 17 per trasportare l’ex governatore a villa Rodella di Cinto Euganeo, in effetti, è solo uno dei numerosi “punti oscuri” che hanno accompagnato il ricovero, la degenza e le dimissioni di Galan dall’ospedale di Este. In effetti la “Guida al ricovero” pubblicata nel sito aziendale lo scorso 14 luglio, al punto 12 che tratta il “Trasporto sanitario”, spiega come l’Azienda Usl 17 garantisca «il trasporto degli utenti mediante ambulanza, a carico del Servizio sanitario nazionale, per le emergenze, per il trasferimento presso altri ospedali disposto dal medico ospedaliero, per dimissioni di utenti le cui condizioni cliniche non consentono il trasporto con altri mezzi». Il terzo caso pare essere proprio quello dell’onorevole, limitato negli spostamenti dalla gamba ingessata: evidentemente nessuna delle vetture del parco mezzi di Galan (nemmeno il Land Rover Defender parcheggiato nel giardino di villa Rodella?) poteva garantire un agevole trasporto a Cinto Euganeo, che dall’ospedale di via San Fermo dista solo 8 chilometri. E poco importa che ci sia chi, assistendo alla scena delle dimissioni, abbia ricordato casi personali di trasporti ben più disagevoli (magari di anziani o disabili) effettuati autonomamente, senza la concessione di un’ambulanza aziendale. D’altro canto, a Este funzionano importanti e collaudati gruppi di trasporto, come la Sogit. «Un trasporto come quello toccato a Galan sarebbe costato non più di 30 euro» confermano dall’ente di via Settabile, fondamentale per garantire un servizio che l’Usl 17 da sola non potrebbe mai gestire pienamente. C’è poi un altro aspetto che rende ancor più grottesca la circostanza. L’ambulanza per Galan è stata richiesta poco dopo le 14, quindi quasi 4 ore dopo le dimissioni ufficiali. Per soddisfare l’esigenza del Doge è stato utilizzato uno dei mezzi utilizzati per i cosiddetti “servizi programmati” (gli altri sono invece usati per il servizio di emergenza del 118), ossia quei trasporti che non hanno carattere d’urgenza ma rientrano comunque in un programma giornaliero che viene stilato a inizio giornata dal personale dell’Usl 17. Ebbene, la sottrazione di un’ambulanza dal parco mezzi aziendale ha completamente scombussolato l’elenco dei trasferimenti fissati per il pomeriggio, comportando ritardi e sgradite permanenze ad anziani e malati, in ospedale per i più svariati motivi. Almeno quattro anziani hanno dovuto tardare il rientro a casa di qualche ora, non senza disagi e ovvie proteste da parte delle famiglie. E con un surplus di lavoro dello stesso personale sanitario, che ha dovuto stilare un nuovo programma di trasferimenti e tenere a bada gli animi irrequieti di chi stava lì ad aspettare per colpa del trasporto “eccellente” di Galan. L’ambulanza aziendale, preceduta nel tragitto verso villa Rodella dall’auto della moglie Sandra Persegato, è infatti rimasta impegnata a Cinto Euganeo per quasid ue ore, viaggio di andata e ritorno compreso. Tutto regolare, dunque. Magari, però, senza il giusto buonsenso.

Nicola Cesaro

 

NELL’OSPEDALE DEL CARCERE DI OPERA

Prima notte tranquilla in una cella singola

OPERA (Milano) – Giancarlo Galan, arrestato martedì sera nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Venezia sul Mose, è arrivato nel carcere di Opera, alle porte di Milano, attorno all’una dell’altra notte. L’ex ministro è stato trasferito in una cella singola nel centro clinico della casa di reclusione, una vera e propria struttura ospedaliera dentro il carcere, dove,da quanto si è appreso,ha trascorso in maniera tranquilla la prima notte da detenuto. Il centro diagnostico terapeutico del carcere di Opera, dove vi sono una serie di “camere di pernottamento” – questo è il termine tecnico – sia per ospitare un solo detenuto che per più detenuti, da quanto si è saputo è stato scelto in quanto in questo modo Galan può essere sottoposto a un monitoraggio sanitario permanente. All’ex ministro deve essere controllato il livello di glicemia ogni quattro ore, devono essere somministrate terapie per controllare le apnee notturne ed il diabete e deve rimanere con la gamba ingessata “in scarico”. Il centro clinico di Opera, che è ben attrezzato (altri simili ci sono nelle carceri di Torino e Parma), è un presidio sanitario legato all’ azienda ospedaliera San Paolo, dove invece anni fa è stato aperto un vero e proprio reparto di alta sicurezza per il ricovero dei carcerati e dove per esempio ora si trova Bernardo Provenzano. Ad Opera sono detenuti, di solito, anche soggetti che hanno commesso i cosiddetti reati da colletti bianchi. Ha ospitato l’ex manager dei vip Lele Mora, quando fu arrestato per la bancarotta della sua Lm Management. E sempre nel carcere a sud di Milano sono detenuti i presunti organizzatori della cosiddetta cupola degli appalti, tra cui Primo Greganti e Gianstefano Frigerio, arrestati lo scorso 8 maggio nell’inchiesta milanese con al centro anche lavori dell’Expo.

 

Pipitone a Zaia «Serve un’indagine della Regione»

«Chiederemo a Zaia se negli ospedali veneti ci sono trattamenti di favore». Così il capogruppo regionale di Italia dei Valori Antonino Pipitone, preannuncia il deposito di un’interrogazione dopo il sequestro della cartella clinica dell’ex ministro Galan all’ospedale di Este. «Vorremmo capire – prosegue il politico IdV – se la Regione intende approfondire la questione con un’indagine interna, a tutela del servizio sanitario pubblico e dei validi professionisti che vi lavorano».

 

Anche in carcere riceverà lo stipendio

Pur detenuto, Giancarlo Galan continuerà a percepire lo stipendio di deputato, sia pure limitato all’indennità di base, depurato cioè della diaria e di altri emolumenti accessori legati all’effettiva presenza parlamentare. L’ufficio di presidenza della Camera precisa che a stabilirlo è la legge in vigore, già applicata di recente in occasione dell’arresto del deputato del Pd Francantonio Genovese.

 

Forza Italia orfana del cavallo di razza

Il declino politico di Galan ha preceduto il ciclone giudiziario

Ma ora il suo partito si scopre privo di leadership e progetto

VENEZIA – Il declino politico di Giancarlo Galan ha preceduto il ciclone giudiziario destinato a trascinarlo in carcere e tuttavia la sua definitiva uscita di scena certifica la crisi verticale del centrodestra veneto, mai così frantumato e privo di una leadership credibile. Perché la rappresentanza in Regione è lacerata in due gruppi – Forza Italia e Forza Italia Veneto/Pdl (sic) – che faticano a dialogare e si scambiano frequenti sgambetti. Perché l’unico sindaco forzista di un capoluogo – Bruno Piva a Rovigo – è sfiduciato anche dai consiglieri del suo gruppo, che lo costringono alle dimissioni. Perché nella stessa Padova – dove pure il leghista Massimo Bitonci strappa il municipio alla sinistra – il “marchio” del partito berlusconiano non supera un malinconico 7,4%, inducendo il capogruppo regionale Leonardo Padrin ad un commento laconico: «Senza un cambio di rotta, la prossima volta spariremo». C’è altro? Sì. C’è lo scoglio (meglio, la condanna) derivante dalla natura «proprietaria» di un partito che a dispetto degli ampi consensi ricevuti, non conosce veri congressi né consente ai militanti e ai quadri di partecipare alla selezione dei vertici. La nomina dei dirigenti arriva dall’alto, da Arcore e dintorni; così come la scelta dei candidati alle tornate elettorali o alle poltrone che contano. A pesare non sono i consensi raccolti o il radicamento nel territorio ma piuttosto la sintonia/ contiguità al Cavaliere: nel Veneto, così, l’ultima parola spetta a Niccolò Ghedini, parlamentare e avvocato di fiducia di Silvio Berlusconi, non già al prudentissimo coordinatore regionale Marco Marin. Chi dissente da questi argomenti, obietta che la lunga stagione galaniana, pur segnando l’apice dei successi azzurri alle urne, non ha affatto rafforzato il partito, inasprendone le divisioni correntizie e imponendo un cesarismo che soffocava sul nascere le nuove energie: «Giancarlo non faceva squadra », è il ritornello «trattava come intrusi gli ex socialisti e dileggiava chi aveva un’estrazione An. In Regione, poi, si circondava di un pugno di fedelissimi e considerava FI una sua creatura. Detestava, ricambiato, gli alleati della Lega». C’è molto di vero in tutto ciò. Resta però l’impasse di una forza politica incapace di dare voce e risposte ai suoi interlocutori naturali: l’impresa, il lavoro autonomo, le professioni. «È un momento difficile e anche triste», ammette Dario Bond, che in Consiglio capeggia i forzisti- pidiellini, «per ripartire e recuperare credibilità occorre cambiare nei fatti, le parole non bastano più. Il nostro gruppo ha proposto le primarie del centrodestra, sembrava un’eresia, adesso i consensi arrivano da più parti e in Puglia Forza Italia le ha già convocate. È un approdo inevitabile, ma non basta. Serve un limite serio ai mandati e agli incarichi. Facce nuove, giovani, gente che viene dalla società civile e non vive di politica. Il tempo sta per scadere». All’orizzonte c’è il voto regionale. Quando Galan, dopo tre lustri a Palazzo Balbi, fu costretto a cedere il passo a Luca Zaia, non nascose il dispetto: «È folle regalare alla Lega una regione che ha la cultura moderata e liberale nel suo dna». Ora il governatore Zaia non ha più rivali nel centrodestra ma a primavera, quando correrà per il rinnovo del mandato, rischia di ritrovarsi un cumulo di macerie anziché una coalizione di sostegno; né può confidare in toto nel “valore aggiunto” che i sondaggi gli accreditano o nei segnali di ripresa leghisti. «L’alleanza va ricostruita su programmi e figure credibili, altrimenti il rischio di una dispersione, anticamera della sconfitta, diventa reale», commenta il suo vice Marino Zorzato, una vecchia volpe che a Berlusconi ha preferito Angelino Alfano.

Filippo Tosatto

 

Meneguzzo, tensione all’interrogatorio

ricorso al Riesame anche per Milanese

Roberto Meneguzzo, l’ex amministratore delegato di Palladio Finanziaria agli arresti domiciliari nell’ambito del filone di inchiesta di Venezia sugli appalti del Mose trasmessa a Milano, è stato interrogato ieri mattina dal pm milanese Luigi Orsi titolare dell’indagine assieme al collega Roberto Pellicano. A chiedere l’interrogatorio, che in qualche momento avrebbe avuto toni accesi, è stato lo stesso Meneguzzo che, tramite il suo difensore, l’avvocato Guido Alleva, ha anche fatto ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari che è stata rinnovata nei giorni scorsi dal gip Carlo Ottone DeMarchi. Da quanto si è saputo anche Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’economia Giulio Tremonti, la cui posizione è stata trasmessa per competenza nel capoluogo lombardo con quella di Meneguzzo, ha presentato istanza ai giudici del Tribunale della Libertà contro il provvedimento con cui sempre il giudice De Marchi tre giorni fa ha rinnovato il provvedimento di arresto in carcere. La tranche dell’indagine milanese, oltre a Milanese e Meneguzzo, riguarda anche il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante.

 

Galan in carcere, cartelle cliniche sotto sequestro

Nel mirino della Procura, i certificati medici e le dimissioni lampo dall’ospedale

Nordio: lo stato di salute gli consentiva di andare in Parlamento per difendersi

SALUTE – Per l’ex governatore del Veneto cartelle cliniche con condizioni di salute molto allarmanti. Poi dimissioni a sorpresa dal nosocomio di Este

Cartelle cliniche sequestrate, inchiesta sulle dimissioni-lampo

COLPO DI SCENA – Uscito dall’ospedale tre ore prima del dibattito parlamentare

RICOVERO «Sospetta embolia polmonare in paziente diabetico»

L’IPOTESI – Drammatizzato lo stato di salute dell’ex governatore

IL “FATTO SINGOLARE” «Mentre alla Camera si parlava di rinvio, la direzione sanitaria aveva già firmato la lettera di dimissioni»

«Giancarlo Galan non può partecipare perché affetto da una malattia gravissima», tuonava poco dopo le 13 di martedì il deputato forzista Gianfranco Giovanni Chiarelli, relatore di minoranza contro l’arresto dell’ex governatore veneto. «Mi è stato segnalato dalla collega Biancofiore, che si è messa in contatto con l’onorevole Galan, che se ci fosse un rinvio, egli cercherebbe, sia pure con le stampelle, con l’ambulanza, di intervenire la prossima settimana…» gli aveva fatto eco Ignazio La Russa, di Fratelli d’Italia. Dibattito surreale a Montecitorio, perché in quel momento Giancarlo Galan era per tutti un paziente ricoverato, in condizioni perfino critiche, mentre in realtà aveva già in tasca da tre ore la lettera di dimissioni dell’ospedale di Este.
Colpa dei parlamentari, che si basavano sui certificati esibiti dal collega? O colpa di quei documenti sanitari che avevano avvalorato una situazione drammatica, perfino un rischio di vita per il deputato dopo la frattura alla gamba sinistra, una trombosi, la persistenza del diabete e l’ipertensione cardiaca? La Procura di Venezia, anch’essa colta di sorpresa dalle dimissioni firmate martedì alle 9.39, vuole vederci chiaro. Capire cos’è accaduto nella folta catena sanitaria in queste due settimane e mezzo. Ovvero da quando Galan è caduto nel parco di casa fino al momento in cui è stato dimesso dall’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna.
Per questo ieri i finanzieri si sono recati a Este e all’ospedale Sant’Antonio di Padova. «Consegnateci la cartella clinica del paziente» hanno intimato. Nessuna ipotesi di reato, finora, ma la determinazione di verificare eventuali abusi per aiutare l’illustre uomo politico, atterrito dall’eventualità del carcere. Da parte sua l’avvocato Antonio Franchini, difensore di Galan, replica: «Sequestrino tutto quello che vogliono, i contenuti delle certificazioni sono assolutamente obbiettivi». Una guarigione improvvisa? «La prognosi rimane di 45 giorni, la situazione cardiovascolare si è stabilizzata grazie ai farmaci. Per questo è stato dimesso».
Eppure la drammatizzazione sulle condizioni di Galan è stata evidente. La risposta è in quelle cartelle, di cui ricostruiamo i contenuti. Con un’avvertenza, alcuni documenti sono dei medici curanti di Galan o di consulenti incaricati ad hoc. Altri delle strutture pubbliche che lo hanno curato.
FRATTURA. È il dottor Sergio Candiotto, ortopedico del Sant’Antonio di Padova, a certificare il 7 luglio di aver visitato Galan «sabato 7 luglio scorso» (c’è un evidente errore sul giorno, perché sabato era il 5 luglio). Il referto parla di «trauma distorsivo (in eversione) della caviglia sinistra» e spiega il «ritorno alla nostra attenzione per il forte dolore». La caviglia «è molto tumida». Prescrive una «valva ingessata per 40 giorni».
RADIOGRAFIA. Il 9 luglio una radiografia di controllo e il medico Luigi Tosques di Padova certifica una «frattura obliqua del malleolo peroneale», nonchè una «frattura con distacco di piccola bratta ossea del malleolo tibiale posteriore». La risonanza conferma.
PATOLOGIE. Il 9 luglio la professoressa Giovannella Baggio, direttore di medicina generale dell’Azienda Ospedaliera di Padova, certifica di avere Galan in cura dal 2013 per una serie di patologie (diabete, ipertensione…), con trattamenti farmacologici.
TROMBOSI. Galan sente dolore alla gamba e il 10 luglio il dottor Candiotto effettua il doppler venoso accertando una «trombosi venosa profonda». Prescrive «riposo assoluto con arto in scarico» e farmaci anti-trombosi. Galan è esaminato anche dall’angiologo Fabio Ceccato.
IL PRECEDENTE. Qui finisce il capitolo padovano. Ma Galan era stato visitato da Gaetano Crepaldi, professore emerito di medicina interna, nella sua villa il 14 giugno, dieci giorni dopo il blitz sul Mose e 20 giorni prima della caduta. È il medico che ha in cura Galan dal 2006 per diabete, obesità e ipertensione. Ed è Crepaldi a mettere nero su bianco il rischio più grave, dopo una «grave crisi ipoglicemica»: «L’insieme delle patologie può richiedere interventi urgenti da realizzare nell’arco di pochi minuti, al fine di evitare al paziente esiti debilitanti cronici o anche fatali».
«NIENTE CARCERE». Il primo riferimento all’incompatibilità con un’eventuale detenzione è nella relazione licenziata l’11 luglio dal dottor Paolo Moreni, specialista padovano in medicina legale, interpellato dalla difesa di Galan. Dopo l’analisi di diverse patologie e di prescrizioni, ecco la conclusione: «Ritengo che dette necessità diagnostico/terapeutiche, concrete e sussistenti, non siano realizzabili in regime carcerario».
RICOVERO D’URGENZA. La situazione precipita, secondo i certificati, sabato 12 luglio. Galan si presenta all’ospedale di Este. Viene ricoverato. Due giorni dopo il dirigente medico certifica che si trova in Unità Coronarica per «sospetta embolia polmonare in paziente diabetico con trombosi venosa profonda in esiti di recente frattura arto inferiore sinistro». Èla sintesi perfetta di tutti i precedenti, con l’aggiunta della sospetta embolia. Con questa documentazione i difensori chiedono al gip la modifica dell’arresto negli arresti domiciliari (richiesta respinta) e alla Camera il rinvio della discussione su Galan (accordato per due volte).
MEDICINA INTERNA. Giovedì 17 luglio Galan viene trasferito in Medicina interna. Sabato 19 i medici Lucia Anna Leone e Marianna Lorenzi attestano che è ancora ricoverato, confermando le diagnosi precedenti. Intanto venerdì 18 arriva da Milano il cardiologo Giulio Melisurgo che visita Galan privatamente e redige una relazione. I nuovi documenti vengono allegati lunedì 21 luglio alla nuova richiesta di rinviare il voto a causa del ricovero ospedaliero.
COLPO DI SCENA. Martedì 22 luglio, tre ore prima dell’inizio del dibattito a Montecitorio, l’ospedale dimette Galan. Non è guarito, porta il gesso, ma può curarsi a casa. Lo stesso paziente è stupito. Cominciano dietrologie e sospetti.

Giuseppe Pietrobelli

 

«Dimesso perché stava bene» Il “giallo” del medico milanese

La responsabile di Medicina di Este, Lucia Leone: «È stato visitato da un collega del S. Raffaele, di sua fiducia. Ma degli esiti promessi non abbiamo visto nulla»

I medici sostengono che Galan «è stato dimesso perchè stava bene»

I SANITARI Il cardiologo Scattolin: curato nel modo migliore, come tutti

Giancarlo Galan poteva e doveva essere dimesso dall’ospedale di Este. L’Ulss17, competente sulla struttura ospedaliera nella quale era stato ricoverato l’ex presidente della Regione nella serata di sabato 12, mette fine alle polemiche e ai misteri sulle dimissioni dell’altro ieri: a spiegare come siano andate le cose sono il primario di cardiologia, Giuseppe Scattolin, e la responsabile del reparto di medicina, Lucia Leone. Nel calderone di dieci giorni di visite, reparti blindati e guarigioni miracolose finiscono però anche il doppio certificato medico richiesto dallo stesso Galan. E soprattutto il sequestro delle cartelle cliniche dell’ospite eccellente, eseguito ieri mattina alle 10 dalle Fiamme Gialle e confermato da Maurizio Agnoletto, dirigente medico dell’azienda sanitaria della Bassa Padovana. Sulle dimissioni è invece lapidario il cardiologo di fama internazionale Scattolin: «Se lo abbiamo dimesso – dice – evidentemente stava bene. Il paziente è arrivato qui ed è stato curato nel modo migliore, come tutti. Poi è passato in medicina e ha ultimato le terapie. Quindi è andato a casa, punto e basta. Sono state sparse informazioni sbagliate sul nostro lavoro». Resta comunque da chiarire l’episodio che vede coinvolto il cardiologo Giulio Melisurgo del San Raffaele di Milano. Questi si era presentato venerdì nel reparto di medicina, chiedendo di visitare Galan. «Noi non abbiamo chiesto alcuna consulenza cardiologica esterna – taglia corto la dottoressa Leone – mi sono ritrovata in reparto questo medico del San Raffaele che voleva andare nella stanza del paziente». Un rapido consulto con l’ospite eccellente ha permesso di confermare che il medico milanese era stato chiamato dalla famiglia Galan. «Il paziente – spiega il primario – voleva essere visto da un cardiologo di sua fiducia. Nessuno sa cosa si siano detti in quella stanza, e degli esiti che ci erano stati promessi non abbiamo visto nulla. Riguardo al presunto “tradimento” di Galan da parte di questo ospedale posso dire che il paziente era stato informato del fatto che nel momento in cui i parametri fossero stati regolari lui sarebbe stato dimesso subito, come accade per ogni altro paziente». Più chiaro di così.

Ferdinando Garavello

 

PROCURATORE – Il magistrato Carlo Nordio. «Giancarlo Galan – sostiene – poteva andare in aula. La sua patologia era compatibile con il trasporto a Roma». Ora i pm intendono sentire i medici

I DOCUMENTI – Una decina di medici avevano certificato: «Niente carcere»

STUPITO – Dietrologie e sospetti. Lo stesso Galan si dice stupito dall’evoluzione dei fatti

LA DIFESA – Sarà interrogato domani

Ricorso al Riesame: udienza il primo agosto

LA STRATEGIA – Concordata con i legali che chiedono la scarcerazione

LA DIFESA – Un documento per dimostrare la tesi del complotto

DOPO L’ARRESTO – L’ex governatore nel centro clinico del carcere di Opera

Notte in “cella” singola scrivendo il memoriale

Domani Galan non risponderà al gip, ma depositerà un dossier a cui lavora da settimane, svelando gli “omissis” con episodi inediti che riguardano l’ex segretaria Claudia Minutillo

IL REPORTAGE – L’ex governatore in “cella” singola scrive il memoriale

Nel primo giorno di detenzione, Giancarlo Galan scrive un memoriale, annunciando novità, per convincere il gip che nella cella camuffata da camera d’ospedale è finito per un complotto di persone che l’hanno tradito. A cominciare da Claudia Minutillo. Nel carcere di Opera, alla periferia di Milano, l’ex governatore del Veneto, privato del potere e della sua libertà, legge e pensa. Ma soprattutto rimugina su chi lo ha fatto finire in questo guaio, azzerando una lunghissima e ricca carriera politica. E su come dimostrare che le accuse sono frutto di un’invenzione interessata. Lo farà svelando, probabilmente, otto “omissis” sulla sua ex collaboratrice a Palazzo Balbi.
Per questo non ha smesso il lavoro di stesura di un memoriale che annuncia elementi inediti rispetto alla memoria difensiva che aveva inviato alla Camera, ma non ai Pm, come segno di contestazione contro la decisione della Procura di Venezia di non interrogarlo prima del via libera all’arresto. A quelle carte Galan ha cominciato a lavorare subito, dopo la retata del 4 giugno. Le ha arricchite durante la degenza all’ospedale di Este. Martedì, quando i finanzieri sono andati a prenderlo a Villa Rodella, ai piedi dei Colli Euganei, è cominciata per davvero la partita giudiziaria, finora giocata con dichiarazioni ai giornali e proclami in Parlamento. Una partita dura, spietata, una guerra di logoramento, quella che Galan sta già combattendo in una “camera di pernottamento”, com’è chiamata la stanza singola del Centro diagnostico terapeutico della prigione di “Opera” dove si trova dall’altra notte.
Galan ci è arrivato all’1, dopo il viaggio assistito da un medico e due infermieri, durato due ore e mezzo. L’ambulanza era scortata da un’auto della Polizia pemitenziaria e da due atuto della Finanza. “Opera” è una struttura imponente, moderna. Vi sono ospitati tanti famosi detenuti, come il compagno Primo Greganti e Gianstefano Frigerio, in attesa di giudizio per l’inchiesta sulll’Expo 2015. Per non parlare dei mammasantissima della Mafia, come Totò Riina. Perchè, al di là dell’aspetto ordinato e lindo del braccio sanitario dove il parlamentare è stato sistemato, e del trattamento da malato che riceve, quello è un carcere a tutti gli effetti, di massima sicurezza. Dopo aver trascorso una notte tranquilla e dopo i primi adempimenti medici, come il controllo periodico dell’evoluzione del diabete, ieri l’ex governatore si è messo al lavoro. Il memoriale è una specie di arma segreta che oggi finirà di leggere quando gli farà visita l’avvocato Niccolò Ghedini, anch’egli parlamentare di Forza Italia, nonchè storico difensore di Silvio Berlusconi, che lo assiste assieme all’avvocato Antonio Franchini.
I tempi lenti della detenzione consentono di calibrare le parole, studiare le mosse, preparare gli appuntamenti. Oggi l’avvocato, domani il giudice, il faccia a faccia con il gip. Non il veneziano Alberto Scaramuzza che lo ha spedito in carcere, ma la milanese Cristina Di Censo, delegata all’interrogatorio di garanzia. Galan ha deciso di resistere al carattere irruento e impulsivo che lo indurrebbe a replicare verbalmente alle accuse. Per questo tacerà, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Eppure metterà sul tavolo un dossier pesante.
La firma è di suo pugno. I contenuti concordati con i legali. Quali gli elementi nuovi? Si può ipotizzare che siano indirizzati soprattutto verso i suoi accusatori, Giovanni Mazzacurati ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato dell’Impresa Mantovani e Claudia Minutillo, sua ex segretaria in Regione Veneto. È a loro che si riferiva quando, lasciando l’ospedale di Este, aveva dichiarato: «Sono incazzato, molto, ma molto, contro chi sapete». La memoria difensiva mai consegnata ai magistrati cominciava proprio con un affondo contro i tre che lo accusano di una colossale corruzione. Nel memoriale è probabile che rincari la dose e che cominci a svelare quegli otto “omissis” che appaiono nelle pagine del documento firmato il 20 giugno scorso. Galan aveva detto che avrebbe spiegato cosa contenevano solo al giudice. Ora è arrivato il momento. Chiarirà le ragioni «gravi e molteplici» che dopo quattro anni di collaborazione lo indussero a licenziare la segretaria. Ma ribalterà anche l’accusa di aver chiesto finanziamenti per Forza Italia, visto che i coordinamenti regionali non avevano capacità di spesa. E lo farà sempre riferendosi alla Minutillo, svelando le ragioni caratteriali e di comportamento che segnarono la frattura con la segretaria. Un capitolo inedito, un punto di partenza per una difesa che appare tutta in salita.

Giuseppe Pietrobelli

 

PROCURA – Il magistrato: la patologia era compatibile con il trasporto a Roma

Nordio: «Poteva andare in aula»

I pm vogliono capire le reali condizioni di salute. Verranno sentiti anche i sanitari di Este

Prima malato, con il rischio di conseguenze anche “fatali”. Poi dimesso in fretta e furia. I pubblici ministeri veneziani, che indagano sul caso Mose, vogliono vederci chiaro sull’evoluzione delle condizioni di salute di Giancarlo Galan. E così, dopo il sequestro delle cartelle cliniche nell’ospedale di Este, sentiranno anche i medici che, a vario titolo, si sono espressi sul paziente eccellente. Troppo contrastanti certe dichiarazioni che accennavano a un pericolo di vita, ancora prima della frattura, per poi arrivare alle dimissioni dell’altro giorno. La Procura, soprattutto, si affiderà al giudizio dei medici del carcere di Opera – una delle poche strutture che assicurano un’assistenza ospedaliera, scelta proprio per questo – per avere un giudizio più distaccato sulle condizioni dell’arrestato. Se non dovesse essere confermata la necessità di un ricovero, per Galan potrebbero aprirsi le porte di una normale cella.
Ieri il procuratore aggiunto Carlo Nordio è entrato anche nel merito della polemica sulla possibilità di difesa in Parlamento, che sarebbe stata negata Galan, sottolineando come proprio dalla lettera di dimissioni dall’ospedale di Este, acquisita agli atti, emerga una «patologia perfettamente compatibile con un trasporto in Parlamento per difendersi». La richiesta di rinvio per difendersi in aula sarebbe stata assolutamente giustificata se l’«impedimento fosse risultato assoluto» ha argomentato Nordio. Invece… «Le fotografie del diretto interessato con un piccolo gesso hanno fatto il giro d’Italia e ricordiamo che in Parlamento più di una volta sono andati parlamentari con l’ossigeno o in barella – ha ricordato il procuratore aggiunto -. Nemmeno noi sapevamo questo». Per Nordio è stato un «fatto singolare» che «mentre si svolgeva il dibattito alla Camera sul rinvio, era già stata firmata dalla direzione sanitaria dell’ospedale dove l’onorevole era ricoverato una lettera di dimissione» dalla quale emergeva, appunto, uno stato di saluto compatibile con la difesa a Roma. Una «vicenda abbastanza paradossale perché si è discusso sul nulla».
Ieri mattina, intanto, i difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, hanno presentato ricorso al Tribunale del riesame contro l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Al momento la difesa sta ancora valutando se chiedere anche gli arresti domiciliari al giudice per le indagini preliminari che ha firmato l’ordinanza, Alberto Scaramuzza. Vista la struttura scelta per la detenzione, gli avvocati sarebbero intenzionati ad aspettare il giudizio del Tribunale del riesame. Con ogni probabilità il presidente Angelo Risi fisserà l’udienza per il 1. agosto. Già domani mattina, invece, Galan sarà interrogato per rogatoria nel carcere di Opera dal gip di Milano Cristina Di Censo.

 

A MILANO – Interrogato Meneguzzo. Tensione fra legale e pm

MILANO – Roberto Meneguzzo, l’ex ad di Palladio Finanziaria agli arresti domiciliari per l’inchiesta di Venezia sul Mose trasmessa a Milano, è stato interrogato ieri mattina dal pm Luigi Orsi. A chiedere l’interrogatorio, che in qualche momento avrebbe avuto toni accesi tra pm e legale, è stato lo stesso Meneguzzo. Tramite il suo difensore, l’avvocato Guido Alleva, il finanziere ha anche fatto ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. Anche Marco Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti, la cui posizione è stata trasmessa per competenza nel capoluogo lombardo, ha presentato istanza ai giudici del Tribunale della Libertà. Nella tranche milanese è indagato anche il generale in pensione della Gdf Spaziante.

 

IO, FELICE DELLA MIA “IDIOZIA”

Cacciari, che certo non amava il sig. Galan, dà dell’idiota a chi gioisce della sua carcerazione. Ebbene! Sono orgoglioso di essere un idiota, anzi lo sono ancora di più, perchè mi auguro che gli vengano confiscati la villa principesca, i soldi e quant’altro accumulato indebitamente. Poi la massima idiozia mi appartiene, se il signor Galan decadrà da parlamentare e verrà radiato da ogni incarico pubblico. Certa gente sta bene nelle patrie galere se ha rubato, esempio per tutta la gente, e ce n’è parecchia, che vive in maniera onesta e rispetta le leggi.

Alessandro Dittadi – Mogliano Veneto (Tv)

 

GRATIS ANCHE L’AMBULANZA

Mi potete spiegare perché il Governatore Galan è stato dimesso dall’ospedale e trasferito a casa con l’ambulanza visto che il problema era la gamba ingessata? I comuni cittadini, io compresa dopo l’ingessatura devono tornare a casa con la propria auto o con un taxi a proprie spese. E’ questa come al solito la consolidata differenza di trattamento?

Lettera firmata

 

LE RISORSE – Il sistema, portato avanti dalla giunta Galan, è risultato troppo oneroso

«Mai più interventi in finanza di progetto»

Dal Ben: «Venderemo il patrimonio». Per le Grazie torna in pista Stefanel

Lo Jona – questo pare è certo – sarà l’ultimo project financing ospedaliero. Ieri nessuno aveva una gran voglia di parlare di questo aspetto del nuovo padiglione del Civile. Realizzato da una cordata di privati, sulla base di un progetto di finanza voluto ai tempi del governatore Giancarlo Galan. Un sistema, all’epoca, difeso a spada tratta dalla politica. Ora le cose sono cambiate. Già da tempo la stessa Regione ha criticato questo meccanismo, che favorirebbe troppo i privati, mentre di recente si è aggiunta l’inchiesta sul sistema Mose che ha già toccato alcuni project, anche se non quelli ospedalieri. Chiaro che il tema sia spinoso, anche perchè alcune ditte della cordata che ha realizzato lo Jona – come Coveco e Gemmo – sono citate a vario titolo nelle carte dell’inchiesta. «Per lo Jona c’è un contratto, non l’ho firmato io. L’Ulss lo rispetterà…» ha tagliato corto ieri il presidente Luca Zaia.
Costato 48 milioni, 25 dei quali messi dalla società Nuova ospedale di Venezia, il project veneziano prevede che per i prossimi 22 anni i privati gestiscano una serie di servizi in cambio di un canone di disponibilità da 2 milioni e 450 milioni, più 11 milioni per i servizi. «Qui almeno, a differenza dell’Angelo, non ci sono servizi sanitari» ha sottolineato il dg Giuseppe Dal Ben che, per i lavori futuri, ha comunque voluto precisare che l’Ulss 12 non ricorrerà più a questo metodo: «Finanzieremo tutto con risorse nostre. Abbiamo un notevole patrimonio immobiliare che venderemo».
Per i prossimi interventi del Civile servono una ventina di milioni. E i primi 10 potrebbero arrivare dalla vendita dell’isola delle Grazie. «Contiamo di chiudere. Avevamo riassegnato l’isola ai secondi arrivati, ora c’è un rinnovato interesse della Stefanel che in origine si era aggiudicata l’isola. Vedremo il da farsi…». Ma tra i beni in vendita, c’è anche altro. L’ex ospedale di Pellestrina («Un rudere che ci costa di manutenzione») che potrebbe fruttare altre 10 milioni. E poi Palazzo Stern sul Canal Grande, che ospita l’albergo di Elio Dazzo ora interessato anche all’acquisto. E ancora appartamenti a Venezia e Mestre, un terreno a Favaro. Beni che l’Ulss 12 ha intenzione di far fruttare. «Non siamo un’agenzia immobiliare. Il nostro scopo non è quello di affittare le nostre proprietà, ma di curare le persone in posti dignitosi. E per questo ci servono soldi».

(r. br.)

 

Nuova Venezia – Galan in carcere a Milano

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23

lug

2014

Galan in carcere a Milano

L’arresto nella sua villa dopo il sì della Camera alla richiesta della Procura di Venezia: 395 contro 138

A Este ricovero finito. L’ira dell’ex governatore quando lascia l’ospedale «Sono incazzato nero»

I pm dell’inchiesta mose. Soddisfazione per il voto.

La detenzione a Opera garantisce tutte le cure

La Camera spalanca il carcere a Galan

I deputati (395 sì, 138 no) autorizzano il tribunale di Venezia ad arrestarlo

Scintille centrodestra-M5S, Lega colpevolista, Boldrini “silenzia” La Russa

ROMA – Non è Alfred Dreyfus. Non è la vittima ignara di una persecuzione politica. Giancarlo Galan è imputato di gravi fatti di corruzione, l’inchiesta a suo carico poggia su elementi concreti e Montecitorio rifiuta di sottrarlo al carcere. Così, alle 14.28, dopo tre ore di discussione, la Camera autorizza il tribunale di Venezia ad arrestare il parlamentare di Forza Italia: 395 i deputati favorevoli, 138 i contrari, 2 le astensioni. Una maggioranza ampia e prevedibile, scalfita appena da qualche defezione “colpevolista” nel voto segreto. La giornata che spalanca le porte del penitenziario al padovano che per 15 anni si volle doge della Regione, inizia in conferenza dei capigruppo, dove Renato Brunetta chiede e ottiene che l’aula valuti uno slittamento della seduta, alla luce delle «gravi condizioni di salute del collega», impedito a presenziare al dibattito. L’istanza dà luogo alla prima schermaglia verbale tra Giulia Grillo del M5S ed Antonio Leone (Ncd). Lei contesta la «strumentalizzazione dilatoria in atto», rimarcando che l’onorevole indagato ha già esposto le sue ragioni in tre memorie difensive cui la Giunta ha dedicato quaranta giorni di approfondimento rispetto ai trenta regolamentari: «Rispettiamo la sua malattia ma l’immunità non coincide con l’impunità», conclude. Tagliente la replica dell’alfaniano: «È barbaro e vergognoso negare il diritto al contraddittorio a chi è allettato in ospedale, perché la presidente Boldrini non ha disposto un’indagine medica per fugare ogni dubbio? Stiamo parlando della galera per reati in gran parte prescritti e che in ogni caso le nuove norme puniscono con pene inferiori a tre anni, escludendola custodia in carcere». Tant’è. L’aula boccia il rinvio e il relatore di maggioranza,Mariano Rabino di Scelta Civica, apre il confronto di merito: «Questo non è un processo parallelo, dobbiamo soltanto verificare l’esistenza di un fumus persecutionis, l’istruttoria di Venezia investe fatti gravissimi e getta una luce sinistra sul Mose e i grandi appalti nel Veneto. Le carte rivelano un collaudato sistema di frodi fiscali e false fatturazioni, più testimoni sostengono che Galan ha intascato somme milionarie. Gli arresti hanno investito destra e sinistra, non c’è traccia di intenti persecutori. Diamo atto a Galan di grande correttezza: si è difeso nel processo, non dal processo, ma ora è doveroso concedere alla magistratura di operare. Semmai, è riprovevole che a soggetti rei confessi siano state comminate pene assai miti, che consentono loro di proseguire i rapporti con la pubblica amministrazione. Per i corrotti ci vorrebbe il Daspo, l’allontanamento coatto come per i violenti da stadio». Di tutt’altro avviso il forzista Gianfranco Chiarelli, relatore di opposizione che denuncia la «violazione di elementari principi di garanzia» e si scaglia contro l’emisfero semivuoto: «È sconsolante che gran parte dei deputati ignori la trattazione in corso e faccia capolino qui solo per alzare la mano, obbedendo a ordini di scuderia che mortificano il diritto e la coscienza». «Galan ha gravi responsabilità nella gestione delle grandi opere », ribatte Giulio Marcon di Sel «lui definiva delinquenti gli oppositori del Mose e, ironia della sorte, sollecitava la magistratura a incriminarli. Ora risponda delle sue azioni e il Governo sciolga il Consorzio Venezia Nuova». Nervi tesi. «Quanti pm d’aula improvvisati», graffia il berlusconiano Francesco Paolo Sisto, penalista di professione «ai Torquemada privi di titoli, ricordo che il codice in vigore prevede la cattura come extrema ratio allorché tutte le altre misure siano inadeguate. I pm hanno iscritto Galan nel registro degli indagati con grave ritardo, ledendo così le sue garanzie, il giudice ha rifiutato di ascoltarlo e ora paventa un pericolo di reiterazione del reato: vi sembra accettabile?». Il Pd, reduce dal caso Genovese, sceglie toni pacati ma evita tentennamenti; Sofia Amoddio e Anna Rossomando ribadiscono che l’assenza evidente di fumus e le motivazioni «rigorose» dell’ordinanza impongono di accogliere la richiesta della magistratura nel segno del «leale rapporto di collaborazione tra le istituzioni». «Questo non è un processo in contumacia e avremmo preferito che i giudici ascoltassero le ragioni di Galan », fa eco Claudio Fava (Libertà e diritti) «ma a Venezia la custodia cautelare è stata richiesta per tutti i presunti corrotti e la storia del Mose appare un’autobiografia della filiera criminosa di questo Paese». Lapidaria la Lega, con il veronese Matteo Bragantini che spende un minuto scarso per annunciare il sì all’arresto, suscitando irritazione nei banchi del centrodestra. A giocare l’ultima carta ci prova Ignazio La Russa, il presidente della Giunta per le autorizzazioni, che riferisce di un colloquio telefonico tra l’«amazzone » Michaela Biancofiore e Galan, con quest’ultimo disponibile a presentarsi in aula «magari con le stampelle» tra una settimana. Nulla da fare. «Abbiamo già escluso ulteriori rinvii», lo tacita Laura Boldrini. C’è il tempo per un’ultima bordata grillina, affidata a Marco Brugnerotto: «Mi auguro che il processo a Galan e ai suoi complici sia rapido e ponga fine alla metastasi che ha aggredito il Veneto». Si vota e in un giro di lancette cala il sipario. Il deputato della Repubblica Giancarlo Galan non è più un uomo libero.

Filippo Tosatto

 

Alle 20.17 l’arresto «Mi sento tradito»

Prelevato in ambulanza dalla villa di Cinto e trasferito a Opera

Nel pomeriggio aveva lasciato l’ospedale di Este: «Sono incazzato»

Prelevato in ambulanza dalla villa di Cinto e trasferito a Opera

Nel pomeriggio aveva lasciato l’ospedale di Este: «Sono incazzato»

CINTO EUGANEO – Alle 20.17 Giancarlo Galan è stato arrestato a Villa Rodella, la sua lussuosa residenza a Cinto Euganeo. La Guardia di Finanza gli ha notificato l’ordinanza di custodia cautelare per corruzione firmata il 4 giugno dal giudice delle indagini preliminari di Venezia Andrea Scaramuzza e divenuta esecutiva nel primo pomeriggio di ieri, dopo l’autorizzazione concessa dalla Camera. A prelevarlo, un’ambulanza con medico e infermieri scortata dalle vetture della polizia penitenziaria e dei carabinieri. Destinazione, il carcere milanese di Opera, dotato di un padiglione ospedaliero dove l’imputato di spicco dello scandalo Mose potrà ricevere le cure necessarie. Galan ha accolto i militari della Finanza nella stanza da letto (i medici, nel dimetterlo, gli hanno prescritto l’immobilità) e la procedura giudiziaria, avvenuta alla presenza di un difensore, è stata accompagnata dal commiato dell’arrestato dai familiari e da un’ultima visita medica accompagnata dalle prescrizioni terapeutiche. Il convoglio di auto, così, è partito alla volta del penitenziario lombardo mezz’ora dopo le 22, sotto una pioggia battente. La mattinata di passione. Un passo indietro, alle 15.17, quando l’ex governatore veneto lascia in sordina l’ospedale di Este. «Incazzato sono, ma tanto. Ma tanto», l’unica battuta rilasciata ai pochi cronisti che hanno eluso il suo tentativo di evitare microfoni e flash. Sono passati 48 minuti da quando la Camera ha votato l’autorizzazione al suo arresto: il deputato di Forza Italia imbocca un’uscita laterale e sale sull’ambulanza che lo porterà a villa Rodella, in attesa che la magistratura gli notifichi l’ordinanza di custodia cautelare. Soltanto la moglie accanto. Galan era ricoverato all’ospedale di Este – non senza polemiche – da sabato 12 luglio. Accolto in una delle otto camere di degenza all’Unità coronarica del reparto di Cardiologia, da tre giorni era stato trasferito nell’ala ovest di Medicina, al quarto piano. Il ricovero era arrivato in seguito alla frattura del malleolo della gamba sinistra, aggravato da una tromboflebite e dal diabete di cui l’ex ministro soffre da tempo. La seduta di Montecitorio è convocata alle 11, ma Galan decide di non seguirla. Nessun tablet, né televisore, né radio. La porta della stanza è chiusa e a tenergli compagnia c’è solo la moglie Sandra Persegato, giunta ben prima dell’orario di visita che comincia alle 12. A metà mattina arriva anche un giovane avvocato, collaboratore di Antonio Franchini, il penalista che lo assiste insieme a Nicolò Ghedini. Via via che all’ingresso del reparto si moltiplicano e i giornalisti e le telecamere, anche l’atteggiamento degli operatori ospedalieri si irrigidisce: il primario ordina che, nonostante l’orario di visita termini alle 13.15, le porte siano chiuse al pubblico, eccezion fatta per chi ha familiari in reparto. Entrano solo il difensore Franchini e un altro collaboratore. Le notizie da Montecitorio. Pochi minuti prima che la Camera si esprima, Franchini esce e confida: «Tra un’ora lo arrestano sicuramente. Questo non è un voto di coscienza, ma politico. Galan è teso ma è reattivo e battagliero, come sempre, e lo sarà anche dopo la sentenza ». Qualche attimo dopo si apprende che il parlamentare ha già in mano la lettera di dimissioni dall’ospedale,almeno da quattro ore. Contemporaneamente, alle 14.28, arrivano il sì all’arresto da Roma e l’annuncio che Galan sarà dimesso. Mentre media e curiosi si assiepano all’ingresso principale, il politico-paziente è scortato all’uscita attraverso un percorso secondario: esce in carrozzina, la moglie lo precede con due borse e ne va autonomamente. Lui, invece, sale su un’ambulanza del 118. «Incazzato sono, ma tanto. Con chi? Provate ad indovinare», le sue parole. Con Forza Italia, colpevole si non averlo adeguatamente difeso, soprattutto in Veneto? Con Pd e grillini che hanno fortemente voluto il suo arresto? O con l’Ulss 17 che ha firmato la lettera di dimissioni? Dice di sentirsi «tradito» e l’abbandono forzato dall’ospedale ha effettivamente un sapore strano. Este: sorpresa e polemiche. L’Azienda sanitaria diretta dall’amico (di Galan) Giovanni Pavesi aveva rischiato la faccia concedendogli il ricovero prolungato. Ieri mattina, a poche ore dal voto romano, il quadro clinico di Galan è improvvisamente migliorato: il controllo glicemico ogni quattro ore e le terapie per le apnee notturne, secondo il parere medico, potevano essere gestite anche a casa. Ora sarà curato nell’ala ospedaliera del penitenziario di Opera.

Nicola Cesaro

 

l’eco dei LORO LIBRI in aula

Citazioni per Mazzaro e Possamai

Due i libri di giornalisti veneti citati nel corso della discussione parlamentare culminata nel sì all’arresto di Galan. I padroni del Veneto di Renzo Mazzaro, definito «Un bel saggio anticipatore» dal deputato di Sel Giulio Marcon. E Il Nordest sono io, l’autobiografia galaniana in forma di intervista curata da Paolo Possamai: in quest’ultimo volume Marco Brugnerotto (M5S) ha colto la prova dello «Strettissimo rapporto» tra Galan e il suo «pigmalione» Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno mafioso.

 

I pm: recluso a Opera perché sia curato

La Procura: nel carcere milanese cure assicurate. La difesa presenta ricorso contro il rifiuto del gip di disporre i domiciliari

VENEZIA – Sono partiti dopo le 19 dagli uffici del Nucleo di Polizia tributaria di Mestre non appena si è liberata un’autoambulanza e alcuni agenti della Polizia penitenziaria: i finanzieri sono arrivati a Cinto Euganeo, davanti a villa Rodella, intorno alle 20 e hanno notificato al parlamentare di Forza Italia Giancarlo Galan l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza per corruzione. Viste le condizioni di salute precaria, anche se nel pomeriggio i sanitari dell’ospedale di Este dove era ricoverato lo avevano dimesso e mandato a casa perché c’era bisogno del letto che occupava per un paziente da ricoverare con urgenza, era necessaria un’ambulanza con la Polizia penitenziaria, che è stata trovata ieri sera, e anche un medico. Il viaggio da affrontare, infatti, è stato piuttosto lungo, visto che l’indagato è stato destinato al carcere di Opera, vicino a Milano, l’unico assieme al penitenziario di Parma che nel Nord Italia è dotato di un vero e proprio reparto ospedaliero per i detenuti. E la Procura vuole garantire a Galan che venga curato per le sue patologie così come accadeva nel nosocomio di Este Nel primo pomeriggio si era sparsa subito anche negli uffici della Procura la notizia che la Camera aveva votato a favore dell’arresto di Galan, escludendo a grande maggioranza quindi che vi sia stato da parte dei magistrati lagunari un’azione persecutoria nei confronti dell’esponente politico del Centro destra ed ex presidente della giunta regionale veneta. Nessuna dichiarazione ufficiale ma un’evidente soddisfazione da parte dei pubblici ministeri che hanno coordinato le indagini della Guardia di finanza e che hanno già raccolto parziale conferme sulla bontà dei loro accertamenti prima dal giudice delle indagini preliminari, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, poi dai tre magistrati del Tribunale del riesame, che hanno sostanzialmente confermato – seppur mettendo in discussione le esigenze cautelari nei confronti di alcuni indagati – l’impianto accusatorio per quanto riguarda la ragnatela di corruzione ideata e portata a termine dai vertici del Consorzio Venezia nuova nei confronti di politici e pubblici funzionari. Ieri, intanto, uno dei difensori di Galan, l’avvocato Antonio Franchini ha depositato nella cancelleria veneziana l’appello contro l’ordinanza del giudice Alberto Scaramuzza in cui ha dichiarato il non luogo a provvedere per la richiesta di arresti domiciliari dell’esponente politico visto che era stata presentata prima che l’arresto avesse il via libera da parte del Parlamento. Toccherà decidere al Tribunale del riesame, ma rischia di rimanere una questione di principio, visto che ora l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata eseguita. E, infatti, l’avvocato Franchini assieme all’altro difensore, Nicolò Ghedini, ieri ha già dichiarato di essere già pronti a chiedere al giudice gli arresti domiciliari e in secondo luogo a presentare ricorso al Tribunale del riesame e non solo sull’assenza totale delle esigenze cautelari nei confronti del loro cliente.

Giorgio Cecchetti

 

ESTE, DIRETTORE GENERALE NELLA BUFERA

Tante ombre sul ricovero

GIOVANNI PAVESI

Il manager nella bufera potrebbe dimettersi da direttore

PADOVA – L’ultima puntata della vigilia carceraria di Giancarlo Galan passa attraverso la ricostruzione di un infortunio in giardino, un ricovero ospedaliero «sospetto » e una improbabile richiesta di rinvio che ha reso ancora più plateale il sì all’arresto dell’ex governatore del Veneto. Il risultato? Un direttore generale sull’orlo delle dimissioni, una manciata di medici sotto accusa e un’uscita di scena che meno dignitosa non poteva essere per l’ex potente Doge. A seguito di un banale infortunio in giardino («stavo potando le rose»), su suggerimento dei suoi legali Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, Galan cerca di far slittare di qualche giorno il suo arresto. Una strategia che si rivela disastrosa, non solo per Galan. Nell’occhio del ciclone, adesso, ci sono il direttore generale dell’Usl di Este, Giovanni Pavesi (socio di Galan in una società di consulenza), accusato di aver chiuso un occhio sui dieci giorni di degenza ospedaliera, un gesso forse eccessivo per una frattura che probabilmente risale a cinque anni fa e il ritorno a casa in ambulanza, trattamento riservato non proprio a tutti i comuni mortali. Un ciclone che rischia di travolgere almeno un altro paio di dirigenti medici che avrebbe attestato le condizioni mediche di Galan. I fatti. Il 7 luglio Galan dichiara di essere caduto in giardino mentre pota le rose. Tra il 9 e il 10 luglio Galan si sottopone ad accertamenti medici: il 9 il radiologo del Sant’Antonio, Luigi Tosques, registra la presenza di una frattura al malleolo, mentre il direttore di Medicina Generale, Giovannella Baggio, attesta che Galan soffre di una serie di patologie (diabete, ipertensione arteriosa) e assume regolarmente molti farmaci. Il 10 l’angiologo Fabio Ceccato conferma inoltre la presenza di una «trombosi venosa profonda». Il primario ortopedico del Sant’Antonio, Sergio Candiotto, dopo aver prescritto una risonanza, sottoscrive il referto confermando la presenza di una «frattura pressoché composta del malleolo peroneale sinistro» formulando una diagnosi di 40 giorni. Gli viene applicato un gesso dal ginocchio in giù ma viene rimandato a casa. Nel pomeriggio del 12 luglio Galan si rivolge al reparto di cardiologia dell’ospedale di Este, guidato dal dottor Scattolini. Porta con sè una relazione cardiologica del dottor Giulio Melisburgo del San Raffaele di Milano. Accusa forti dolori cardiaci e il medico conferma, in questi casi, la possibilità di complicazioni cardiocircolatorie nel paziente affetto da tromboflebite e diabete. Per queste ragioni ne dispone il ricovero nella terapia intensiva della cardiologia. Il prolungato ricovero – dieci giorni – scoppia tra le mani del direttore generale Giovanni Pavesi, che non sa più che pesci pigliare: sollecita i suoi medici a dimetterlo ma la procedura richiede qualche giorno. Le dimissioni erano pronte sin da lunedì sera. Ma Galan se ne va giusto nel giorno del suo arresto. Rendendo inverosimile tutta la vicenda.

Daniele Ferrazza

 

MEDIOCRE USCITA DI SCENA

Gli ultimi giorni

Una recita che poco appassiona l’opinione pubblica, interessata a ciò che accadrà al processo

Anche i dogi nel loro piccolo s’incazzano. Succede a Giancarlo Galan, che tuona tutta la propria ira nel passare dalla condizione di ricoverato a quella di arrestato. E che così conclude nel più inglorioso dei modi una parabola di sapore veneziano, idealmente iniziata a Palazzo Ducale per concludersi ai Piombi. D’altra parte nella Serenissima, quella vera, a un doge venne perfino tagliata la testa per alto tradimento: successe a Marin Faliero, nel 1355, e il giorno dell’esecuzione diventò festa della Repubblica. Il suo declino inizia tuttavia ben prima dell’esplodere dell’inchiesta legata al Mose, ed è politico. Si manifesta in modo vistoso nel 2010, quando il governatore uscente lotta fino all’ultimo per ottenere il quarto mandato alla guida del Veneto, vedendosi sbattere sul naso tutte le porte: compresa la più importante, quella del suo mentore Silvio Berlusconi che sedici anni prima l’aveva passato dagli uffici di Publitalia a quelli della neonata Forza Italia. Le aveva provate tutte, Galan: perfino spedire un manipolo di imprenditori amici a braccare il Cavaliere in una saletta dell’aeroporto veneziano per implorarne la conferma. La Regione era stata lasciata alla Lega, che poi aveva però dimostrato sul campo di essersela guadagnata, con un sonoro 35 per cento e con un bruciante sorpasso sul Pdl. Nessuna sorpresa: era solo la conseguenza dell’irresistibile declino del partito azzurro, prima egemone in Veneto. Quel partito, in una terra visceralmente e geneticamente di centrodestra, negli anni precedenti era riuscito a perdere roccaforti ritenute inespugnabili, come Verona e Vicenza; a Padova era stato regolarmente spazzolato dal centrosinistra; per riuscire a riprendersi prima Verona e poi Padova ha dovuto ricorrere a due leghisti. Oggi, con le dimissioni ancor fresche d’inchiostro del sindaco di Rovigo, non amministra più neppure un capoluogo della regione. E in tutte le sette province è squassato da velenose faide interne. Galan sene chiama fuori, ma l’uomo forte del Veneto è stato lui. Del partito non si è interessato gran che, per usare un eufemismo; anzi, ha sparato a palle incatenate contro una serie di suoi autorevoli colleghi, da Tremontia Lunardi, da Brunetta a Sacconi. In compenso, si è lautamente auto incensato. La pesante vicenda giudiziaria che oggi lo investe è solo la spinta, probabilmente decisiva, a un fine corsa che era comunque già stato decretato sul piano politico. Un sipario che cala oltretutto in modo meschino. Galan, che all’inizio aveva definito ineccepibile il lavoro dei giudici, alla fine ha tirato fuori un “fumus persecutionis” a suo dire palese. Ha ottenuto un ricovero per una frattura a tibia e perone rimediata potando delle rose, e poi derubricata a infrazione a un malleolo. Ha esibito dichiarazioni mediche che manifestavano l’assoluta esigenza di rimanere fermo a letto in corsia, perfino adombrando rischi letali; poi ieri mattina ancor prima del voto della Camera è stato dimesso d’ufficio. Una mediocre uscita di scena, davvero, per uno che le scene era abituato a calcarle da primattore. Ma in ogni caso, una recita che poco appassiona l’opinione pubblica: alla quale interessa ciò che accadrà non in un carcere ma in un’aula di giustizia. Auspicando che si arrivi, e non in tempi biblici, a stabilire se siano fondate o meno le pesantissime accuse elevate nei confronti dei vari accusati, Galan incluso. E nella speranza che nel frattempo la beneficiata della prescrizione non sommerga la verità sotto le acque alte della vergogna.

Francesco Jori

 

LE GRANDI OPERE NELLA POLVERE

Il racconto

Quella “grandeur” da governatore destinata a terminare nella polvere

Nel 2010 Galan era all’apice della carriera e la politica delle grandi opere marciava a passo di carica

Qualche giorno fa diceva: «Temo vengano ad arrestarmi a casa, davanti alla mia bambina»

Un attimo dopo il voto della Camera, giravano già le battute via sms.«Se fossi Galan in carcere», scrive un veneto che ha avuto incarichi di prestigio e lo conosce bene,«non mangerei niente se prima non assaggiato sotto i miei occhi dal secondino. In particolare i caffè alla Sindona». Addirittura un parallelo con il bancarottiere siciliano ucciso in carcere con il veleno. Poi dicono che sono i giornalisti a lavorare di fantasia. Stiamo con i piedi per terra: più che il carcere è la paura del carcere che attanaglia Giancarlo Galan. Prima non doveva andarci perché era innocente. Poi non doveva andarci perché era ammalato. Lui e i suoi amici a costruire trincee, sempre arretrando. Fino a ieri mattina, quando l’ospedale l’ha dimesso nonostante i rischi della frattura, che in paziente diabetico con problemi cardiaci, gli impedivano di muoversi per 40 giorni. Galan va in carcere e farà quello che fanno tutti in carcere: aspettano di uscire. Nel frattempo magari potrebbe cercare di capire come ci è finito, senza raccontarsi pietose bugie. «Ho paura che vengano ad arrestarmi a casa, davanti alla mia bambina», diceva giorni fa ad un’amica di famiglia. «Non preoccuparti per la bambina, Giancarlo», gli rispondeva questa. «A lei penseremo noi, tu piuttosto tieniti su, solo alla morte non c’è rimedio ». Nessuno che l’abbia consigliato ad andarsene da quella villa dello scandalo, se davvero voleva il bene della bambina. Con la rabbia popolare che ha scritto da mesi «Galan ladro» sui cartelli stradali, con i fotografi appostati, i giornalisti che suonano alla porta e la moglie che replica «veneti ingrati ». Ingrati per che cosa, vivaddio? Difficile smontare dal senso di onnipotenza con cui si è convissuto per anni. Si fa l’abitudine che tutto è dovuto, tutto è permesso. Ma non è solo il potere che dà le vertigini. Giancarlo Galan ha l’esagerazione incorporata, lo sanno bene quelli che lo conoscono. In forma goliardica, da guascone simpatico, quando è di buon umore, in forma greve e dura da sopportare in altri momenti. Voleva fare il presidente del Veneto a vita. Ci stava riuscendo: sul finire della terza legislatura, vicino al giro di boa dei 15 anni di presidenza, dalle pagine del libro-intervista «Il Nordest sono io» si permetteva di distribuire ceffoni a destra e a sinistra, senza risparmio. Toni liquidatori, giudizi tranchant su avversari e colleghi di partito, sbertucciati per nome e cognome. Era maggio 2008 e solo uno con solide coperture politiche – veniva da pensare – poteva permetterselo. Berlusconi, che aveva non pochi problemi a comporre il nuovo governo per fare spazio a tutti gli appetiti, si ritrovò a fronteggiare per soprannumero le proteste dei vari Brancher, Cicchitto, Scajola (per citare solo alcuni nomi) messi alla berlina dall’intrepido Galan. Il quale non se ne curava e dava per scontata la rielezione nel 2010. Mai avrebbe pensato, all’apice del successo personale, che quella era l’ultima estate della grandeur galaniana. Anche se la politica delle grandi opere marciava a passo di carica: Passante, Rigassificatore e nuovo ospedale di Mestre già completati; nuovi ospedali previsti a Padova, nella Bassa Padovana e a Mestre con il Centro Protonico, un ospedale per forme rare di tumore; ampliamenti e ristrutturazioni in project financing avviati per gli ospedali di Treviso e di Verona; una serie impressionante di project stradali in cantiere, con il primo, la nuova autostrada Pedemontana, ormai appaltata; il Mose senza più ostacoli; il disinquinamento di Marghera cosa fatta con la Mantovani di Baita; il porto offshore in Adriatico portato avanti da Paolo Costa. Invece proprio Berlusconi, al quale Galan deve tutto (l’ha ripetuto un sacco di volte in 15 anni), lo stava sgambettando. L’accordo con Bossi per candidare Luca Zaia alla presidenza del Veneto, coglie Giancarlo impreparato. È l’estate del 2009, il presidente scompare. I suoi amici dicono che è in depressione, si sta facendo curare. Faticherà a rimettersi. Neanche la nomina a ministro dell’agricoltura e poi a ministro della cultura riesce a lenire il suo magone. Oggi sono ben altre le sue preoccupazioni. Chissà cosa ne pensa il suo vecchio maitre a penser, quel Luigi Migliorini avvocato in Adria, già segretario regionale del Pli negli anni Ottanta, alla cui scuola sono cresciuti assieme a Galan una piccola schiera di giovani liberali, da Niccolò Ghedini a Enrico Marchi, a Fabio Gava. Tutti «posizionati» da Giancarlo presidente del Veneto in posti di comando. Meno lui, il maestro: Migliorini rifiutò l’iscrizione a Forza Italia nel 1993 e la candidatura in Parlamento nel 2006. Lo racconta lui stesso in un libro appena uscito, «L’eccentrico liberale», pieno di storie controcorrente, di episodi al fulmicotone. Ne citiamo uno: «Durante la Tangentopoli del 1992 venne a trovarmi un Tizio dicendomi che aveva un progetto importante per il Polesine, che doveva passare al vaglio del Ministro dell’Ecologia Valerio Zanone, chiedendomi se potevo appoggiare la sua iniziativa. L’uomo aprì la cartella da cui pensavo estraesse il progetto e mi mostrò invece delle banconote, al che presi in mano la cornetta del telefono, sentendomi chiedere: «Telefona a Zanone?”. La mia risposta fu: “No, ai carabinieri”. Repentinamente il Tizio sparì con la sua cartella e non lo incontrai mai più». Per questo libro Giancarlo Galan ha scritto la post-fazione e nel mettere in risalto l’anima borderline di Migliorini cita, come riferimento contrario, il motto latino «in medio stat virtus»: «Gigi, questo di te nessuno lo potrà mai dire». Tutti quelli che conoscono l’autore sottoscrivono. Ma Migliorini sapeva dov’è il nord in politica.

Renzo Mazzaro

 

RIESAME: È difesa dall’avvocato coppi

Lia Sartori resta in arresto

VENEZIA – C’era anche Franco Coppi, l’avvocato che è riuscito a far assolvere Silvio Berlusconi per lo scandalo Ruby, ieri davanti i giudici del Tribunale del riesame di Venezia presieduto da Angelo Risi per convincerli a scarcerare l’esponente di Forza Italia Amalia Lia Sartori. Ma nel tardo pomeriggio il Tribunale ha confermato gli arresti domiciliari per l’ex europarlamentare, anche se alcune accuse mosse alla Sartori dal presidente del Consorzio Venezia Nuova sarebbero cadute. Lia Sartori è accusato di finanziamento illecito al partito per aver ricevuto in cinque diverse occasioni consistenti cifre da parte dei vertici del Consorzio. Il pubblico ministero Paola Tonini ha depositato uno stralcio dell’interrogatorio di Franco Morbiolo, presidente delle cooperative rosse, in cui afferma che era stato Giovanni Mazzacurati a fare pressioni su Pio Savioli e le cooperative perché contribuissero alla campagna elettorale dell’esponente di centro destra. Per i giudici del Tribunale, su due delle 5 “dazioni” da 50 mila euro le prove sarebbero insufficienti, mentre sarebbero provate le altre due da 50 mila euro e quella da 25 mila euro. Nei prossimi giorni le motivazioni della loro decisione.

(g.c.)

 

Gazzettino – Galan va in carcere

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23

lug

2014

L’ex governatore trasferito in prigione a Opera, vicino a Milano

Galan va in carcere e attacca: io tradito e accusa tutti

MOSE La Camera vota sì all’arresto. Parole di fuoco contro i suoi accusatori: sono molto incazzato

IL VERDETTO – La Camera vota sì all’arresto di Giancarlo Galan con 395 voti favorevoli. L’ex governatore va in carcere e in serata, dalla sua villa di Cinto Euganeo (Padova), viene trasferito nel reparto clinico del carcere di Opera, vicino a Milano.

LA REAZIONE – L’ex Doge, a chi gli è stato vicino, ha confessato di essersi sentito tradito. E contro i suoi accusatori ha detto: «Sono molto incazzato».

ORE 14.28 – L’Aula approva l’arresto

ORE 15.34 – Galan lascia l’ospedale

ORE 21.12 – Scatta il provvedimento

LA MAGGIORANZA – Con 395 favorevoli viene dato via libera alla richiesta dei Pm

GLI AVVOCATI – Franchini: «Oggi è stata scritta una pagina molto buia»

L’ARRESTO – In serata l’arrivo dell’ambulanza e il viaggio per Milano

Galan va in carcere

L’ira dell’ex doge:«Sono incazzato, voi sapete con chi»

CINTO EUGANEO – Il sole è tramontato da più di due ore dietro il Monte Lozzo, dopo aver colorato di rosa i Colli Euganei. Il sole tramonta sull’impero politico di Giancarlo Galan, Doge di Venezia per quindici anni, governatore del Veneto nella stagione delle grandi opere, potente come mai nessuno è stato dai tempi di Carlo Bernini. È un’ambulanza della Croce Verde, preceduta da un’auto della Polizia Penitenziaria, ad annunciare l’epilogo triste, faticoso, inutilmente esorcizzato a colpi di certificati medici. Villa Rodella di Cinto Euganeo è un’oasi di verde e di pace, Giancarlo Galan è in attesa che si compia il destino annunciato sei ore prima dal voto dell’aula di Montecitorio, che un po’ distrattamente, ma con una maggioranza inequivocabile, ha deciso che può essere arrestato, in quanto imputato di corruzione.
I sanitari restano nella lussuosa residenza per quasi due ore. Intanto il cielo si è imbronciato e una pioggia fitta ha cominciato a cadere. Le luci sono accese al piano nobile. Ad un certo punto si teme che il parlamentare sia stato colto da malore. Sembra che Galan non voglia staccarsi dalla moglie e dalla figlia, cercando di ritardare il più possibile il momento in cui, detenuto e malato, deve adagiarsi sul lettino dell’autolettiga, circondato dagli infermieri che sono venuti a prenderlo. È presente l’avvocato Giuseppe Lombardino dello studio Franchini. Un finanziere ha consegnato, come da rito giudiziario, l’ordinanza di custodia cautelare rimasta per un mese e mezzo in attesa di esecuzione.
Si apre il cancello alle 22.20 e il corteo si avvia verso l’autostrada, destinazione reparto clinico del carcere di Opera, a Milano. A Venezia il gip e la Procura hanno deciso l’arresto-soft, per evitare rischi sanitari. Niente cella, visto che fino alle prime ore del pomeriggio il detenuto era ricoverato nell’ospedale di Este. Ma neppure arresti domiciliari, come avrebbero voluto preventivamente gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Galan dormirà in carcere, seppure in un reparto che assomiglia a un ospedale. C’è tempo oggi perchè venga depositata la richiesta di modifica del regime detentivo, già respinta dal gip Alberto Scaramuzza, oltre al ricorso al Riesame.
Il giorno più amaro di Giancarlo Galan è stato interminabile. A chi gli era vicino ha confessato di essersi sentito tradito. Lo ha anche detto, alle 15, quando in carrozzella ha lasciato l’ospedale di Este. «Sono incazzato, non con voi, ma sapete benissimo con chi» ha detto ai fotografi che erano riusciti a intercettarlo, dimagrito, con il piede sinistro ingessato, mentre veniva spinto sull’ambulanza dell’Usl 17. I magistrati che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto? I medici che lo hanno inopinatamente dimesso tre ore prima che a Roma cominciasse la discussione sul suo arresto? I colleghi che non hanno avuto la pazienza o la libertà di aspettarne la guarigione per ascoltare le sue ragioni di vittima presunta di una macchinazione infernale? L’interpretazione autentica, trapelata in serata è diversa, anche se giudici, deputati e medici lo hanno in qualche modo messo in croce.
Il riferimento era ai suoi accusatori, che egli ritiene animati solo dalla voglia di uscire in fretta di galera (un anno fa) e di ottenere benefici giudiziari. I nomi non sono un segreto: Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita ex presidente dell’Impresa Mantovani, Claudia Minutillo, l’ex segretaria in Regione diventata imprenditrice. Sono loro ad aver messo nero su bianco che il Governatore era a libro paga, per favorire il Mose e i project financing in Veneto.
Giorno nero, cominciato malissimo. Alle 9, quando Galan è già in piedi da un pezzo, in attesa delle notizie da Roma, un medico del reparto di Medicina generale lo informa che la lettera di dimissioni è pronta. Dopo settimane di certificati sulle sue condizioni di salute precarie, al punto da chiedere rinvii del voto e da attizzare invettive contro il Parlamento che non lo voleva sentire, Galan si ritrova ex ricoverato con un tempismo perlomeno sospetto. Mancano ancora tre ore all’inizio della discussione in aula, dove una parte degli onorevoli dirà che è molto malato. Se poteva sperare nell’ombrello protettivo dell’ospedale deve ricredersi. La convalescenza può proseguire nella sua villa dorata.
Intanto i ritmi della Camera sono spietati. La riunione dei capigruppo non ha raggiunto l’unanimità sul rinvio richiesto in extremis da Forza Italia. Laura Boldrini rimette la decisione all’aula. Ma si capisce subito che non è aria di indulgenze. Giulia Grillo dei Cinquestelle: «La richiesta è pretestuosa». Sofia Amodio del Pd: «Galan ha diritto al rinvio? No, perchè è stato sentito in Giunta e ha presentato cinque memorie». Avanti di corsa verso la discussione. Alle 12.16 il destino di Galan è segnato: con 289 voti di differenza viene respinta la richiesta di soprassedere.
Ci riprova Antonio Leone del Nuovo Centrodestra, chiedendo l’inversione dell’ordine del giornoistabili. La differenza tra contrari e favorevoli sale a quota 348. La discussione diventa quasi una formalità. Il relatore Mariano Rabino di Scelta Civica spiega che contro Galan non c’è persecuzione giudiziaria. Il relatore di minoranza Gianfranco Chiarelli (Forza Italia) sostiene l’esatto contrario, prendendo atto dello scarso interesse dei deputati, visto che l’80 per cento degli scranni è vuoto.
L’affondo più efficace contro Galan è di Marco Brugnerotto dei Cinquestelle che legge le parole di un libro-intervista del governatore che, quand’era potente, elogiava Piergiorgio Baita, Lia Sartori, Marcello Dell’Utri, indicandoli come modelli di buona politica e buoni affari. Pietra tombale anche dal veronese Matteo Bragantini: «La Lega Nord ritiene che non ci sia fumus persecutionis». Partita chiusa, con un quasi burocratico pollice verso del PD: la richiesta di arresto è fondata, il Parlamento autonomo, il voto per l’arresto non è negazione di garantismo. Nessuna sorpresa nel segreto dell’urna telematica. A favore dell’arresto 395 deputati, contrari 138.
Un’ora dopo, alle 15.30, Galan lascia l’ospedale e va a casa. L’attesa è lunga. L’esecuzione rimandata in attesa delle notifiche da Roma. Gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini commentano: «Oggi si è scritta una pagina buia». Arriva una telefonata di Silvio Berlusconi. Poi i magistrati decidono per un arresto in qualche modo umanitario. «La Procura ha dato esecuzione al provvedimento cautelare nel pieno rispetto del primario diritto alla salute». La struttura milanese «si atterrà alla più scrupolosa e attenta osservanza delle disposizioni concernenti i detenuti malati». Ora la partita giudiziaria comincia per davvero.

Giuseppe Pietrobelli

 

IL RETROSCENA – Da grave a quasi guarito il giallo delle due diagnosi

Il giallo della diagnosi cambiata in poche ore

di Giuseppe Pietrobelli

Che cosa è accaduto tra sabato 19 luglio, quando Giancarlo Galan era un paziente su cui incombeva una diagnosi preoccupata, e ieri mattina alla 9 quando i medici dell’ospedale di Este gli hanno messo in mano una lettera di dimissioni? Non gli hanno detto che è guarito e che ora può passeggiare nel bel parco della sua villa di Cinto Euganeo, tuttavia gli hanno spalancato le porte del reparto, con la prescrizione delle cure da effettuare a domicilio, poche ore prima che la Camera dei Deputati desse il via libera all’arresto. In quelle 72 ore qualcosa dev’essere successo nelle corsie del nosocomio dell’Usl 17 di Monselice, perché l’uscita in carrozzella di Galan è sembrata un fatto inatteso, dopo tanto can-can mediatico e politico legato alla gravità delle sue condizioni di salute.
Una risposta alla domanda sta in quei due certificati che portano la data del 19 e del 22 luglio, entrambi firmati da sanitari dell’Unità Operativa Composta di Medicina Interna e dalla Direzione Sanitaria dell’Usl (dove era stato trasferito giovedì da Cardiologia). Il primo certificava la degenze, il secondo vi poneva termine dopo neppure tre giorni. Una diversità di vedute tra medici sull’opportunità di tenere in carico un malato diventato in qualche modo ingombrante, anche perché di lì a poche ore avrebbe potuto subire una visita fiscale ordinata dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza? Una valutazione di opportunità, di fronte a un possibile piantonamento dell’illustre paziente?
Difficile trovare il bandolo della verità su un mistero che avrebbe stupito lo stesso Galan, convinto che la degenza l’avrebbe protetto più di un ritorno a casa. Ma non solo. Qualche interrogativo se lo sono posti anche negli uffici giudiziari veneziani, che probabilmente non si attendevano le dimissioni dopo i fiumi di certificati medici allarmati. La verità ufficiale conferma che alle 9 di ieri Galan è stato informato delle dimissioni decise dai medici. Ha ricevuto la lettera più o meno attorno alle 9.40. Vi è scritto che deve rimanere immobile per 40 giorni dal 5 luglio, giorno in cui si è procurato una frattura cadendo in giardino, e che deve mantenere la gamba sinistra scarica. Non può camminare. Inoltre, dovrà essere monitorato ogni quattro ore per il diabete e seguire per tre mesi una terapia anti embolie. Il certificato di sabato scorso era stato firmato dalla dottoressa Lucia Anna Leone dell’Unità di medicina interna e dalla dottoressa Marianna Lorenzi della direzione sanitaria dell’Usl. Ribadiva la diagnosi contenuta nei precedenti certificati. Era stato redatto su richiesta di Galan che lo aveva inviato lunedì alla Camera. Eppure è venuto meno proprio il giorno in cui il voto si teneva. Anzi, tre ore prima dell’inizio.
La coincidenza non fa che aumentare i sospetti che tra i medici ci sia stata una riflessione approfondita sull’opportunità di tenere Galan ricoverato, con il rischio che a posteriori si scoprisse che poteva essere curato a casa, come attestato dalle dimissioni di ieri mattina. Dall’entourage di Galan si apprende che la decisione era in qualche modo stata ventilata dai medici. Ma perché allora firmare sabato un certificato di degenza sapendo che dopo due-tre giorni ne sarebbe venuta meno l’esigenza? Questa vicenda rischia di passare alla storia proprio per il numero di sanitari (una decina) che si sono occupati delle condizioni di Galan. Radiologi, ortopedici, angiologi, cardiologi ed esperti di medicina interna avevano confermato frattura, trombosi, diabete e ipertensione cardiaca, ora ribaditi nella lettera di dimissioni.

Giuseppe Pietrobelli

 

RABBIA E STUPORE – Galan si è detto furioso e incredulo per quella che ritiene «una doppia ingiustizia»: i due voti a lui sfavorevoli espressi dalla Camera dei deputati

Poi la Finanza lo trasferisce a Opera

LA PROCURA «Massimo rispetto del primario diritto alla salute»

PRESCRIZIONI – Controlli per il diabete e terapia anti-embolie

ULSS 17 Il direttore sanitario: «Trattato come un paziente qualsiasi. Ha chiesto lui l’ambulanza»

LA SVOLTA – Sabato valutazione preoccupata, ieri repentina dimissione

LA CADUTA – Dopo la frattura alla gamba 40 giorni di immobilità

A VILLA RODELLA – La mesta uscita in sedia a rotelle

A casa per poche ore prima del trasferimento

Gli insulti della gente davanti all’abitazione

La lunga giornata a villa Rodella a Cinto Euganeo inizia poco dopo le 15,30 quando Giancarlo Galan, appena dimesso e furibondo per le notizie arrivate da Roma, sotto il sole varca il cancello in ferro battuto a bordo di un’ambulanza. Sa che stavolta la permanenza nella sua lussuosa magione sarà molto breve, perché lo aspetta il carcere. Dall’interno della villa che ha ospitato Silvio Berlusconi il giorno delle nozze dell’allora governatore, si sente solo ogni tanto qualche porta sbattere. I balconi sono semichiusi e si intravvedono le tende tirate all’interno. Le uniche presenze sono quelle dei cani.
Villa Rodella, però, un tempo tenuta come una bomboniera, è in stato di palese abbandono: il giardino è trascurato e anche le rose, tempo fa orgoglio dell’ex ministro che le curava personalmente, sono appassite, a conferma che in casa Galan adesso i pensieri sono ben altri. Persino le auto, una’Audi A8, una Range Rover e una BMW Z4, sembrano in disuso. Sulla buca della posta ci sono diverse lettere intestate a Sandra Persegato, moglie dell’ex doge, e un plico di pubblicità. Quasi beffardi, sono rimasti dei fiocchi azzurri sulle inferriate, ricordo di qualche festa passata.
La gente è furiosa: c’è un continuo viavai di persone in bicicletta, a piedi e in macchina che passano e urlano di tutto in direzione dell’abitazione. L’augurio più benevolo e che le porte del carcere si aprano al più presto. Alle 18 Sandra Persegato apre il cancello ai carabinieri che entrano probabilmente per notificare l’ordine di arresto. Usciranno alle 19,21 assieme a un avvocato dello studio legale che difende Galan, per poi tornare subito dopo e ripartire ancora. Poco prima una signora bionda, forse una parente, esce dalla Villa in macchina e torna con la borsa della spesa piena. Alle 20 inizia l’ultima penosa fase. Arrivano l’ambulanza, preceduta e seguita dalle auto dei carabinieri e della Digos. C’è però qualcosa che non va. Le forze dell’ordine entrano ed escono con carte e faldoni, e l’imputato non esce. Verso le 21 i carabinieri si allontanano per ritornare poco dopo. Galan, in sedia a rotelle, dimagrito e molto provato, sale in ambulanza alle 21,12 sotto una pioggia battente: davanti c’è un’Alfa della polizia penitenziaria, dietro le altre due macchine delle forze dell’ordine. Il cancello in ferro battuto si chiude alle sue spalle.

 

«Arresto e dimissioni: coincidenze»

LO STAFF – Una decina di sanitari per l’incidente del 5 luglio

AGNOLETTO «Le condizioni di salute consentivano il ritorno a casa»

La mattina del giorno del giudizio è densa di misteri e sull’ospedale di Este, dove Giancarlo Galan è ricoverato da più di una settimana, si addensano nuvole di tempesta. Il reparto di medicina, nel quale l’ex governatore del Veneto è stato trasferito lunedì dalla vicina area cardiologica, è come sempre blindato e non c’è modo di sapere cosa sta accadendo al paziente eccellente. Che però ha già in mano il foglio di dimissioni alle 9.30 del mattino: gli ultimi esami clinici e i controlli di routine hanno confermato lunedì sera che il doge sta bene. O almeno è in condizione di lasciare l’ospedale per affrontare quel che lo aspetta. E qui è l’inghippo, perché secondo alcune fonti le dimissioni sarebbero state alla base di un durissimo scontro di natura medica e politica.
L’impressione che Galan sia stato «scaricato» aleggia comunque nell’ambiente, e una lamentela affidata agli amici dall’ex presidente della Regione lo confermerebbe. Dall’Ulss17 di Este e Monselice arriva invece una secca smentita sull’argomento. «Escludiamo assolutamente che ci siano stati problemi di questo tipo – fa sapere Maurizio Agnoletto, dirigente medico dell’azienda sanitaria della Bassa Padovana – Galan è stato trattato come un paziente qualunque e le sue dimissioni sono state decise perché le condizioni di salute lo permettevano». I maligni sorridono inoltre di fronte alla coincidenza di orari tra la fuga dell’ex ministro, fatto uscire dalla porta sul retro del reparto, e il via libera all’arresto deciso a Roma. «Si tratta di banali coincidenze – sottolinea Agnoletto – in realtà il paziente ci aveva detto che sarebbe stato portato a casa dai famigliari, però nel pomeriggio ci ha chiesto di portarlo con un’ambulanza». A questo punto è scattato un trasporto interno e un’ambulanza, come da prassi, è stata messa a disposizione del paziente. Resta da chiarire se la richiesta di collaborazione da parte di Galan sia legata o meno all’esito della votazione che lo riguardava direttamente. «Galan è stato trattato come qualsiasi paziente – conclude il dirigente – nonostante i reparti in cui è stato ricoverato siano stati investiti in questi giorni da una vera e propria tempesta mediatica»

Ferdinando Garavello

 

L’ARRESTO – Giudici spiazzati dai medici ricerca frenetica del carcere

La Procura aveva ipotizzato una detenzione ospedaliera

Costretti in extremis a trovare un penitenziario attrezzato

È stata una giornata frenetica negli uffici della Procura di Venezia. Prima la notizia proveniente dall’ospedale di Este, con la dimissione a sorpresa di Giancarlo Galan, che fa ritorno a casa in ambulanza. Poi il voto della Camera che, in tarda mattinata, rigetta l’ennesima istanza di rinvio della discussione, motivata dalla difesa con l’impossibilità di muoversi del deputato sotto accusa… E, nel pomeriggio, il “sì” all’arresto del presidente della Commissione Cultura ed ex Governatore del Veneto.
I magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio non nascondono la sorpresa per l’improvvisa e inattesa decisione dei sanitari padovani: fino al giorno precedente le condizioni di Galan risultavano tali da non consentire il suo spostamento. Poi l’improvvisa dimissione, comunicata a Galan poche ore prima dell’inizio della discussione in Parlamento (e nel pomeriggio in Procura): cosa è cambiato in poche ore, si chiedono gli inquirenti? Cosa ha consentito ad un malato, definito intrasportabile, di fare rientro tranquillamente a casa? I pm che indagano sul “sistema Mose”, Stefano Ancilotto e Paola Tonini, restano negli uffici della Cittadella di piazzale Roma fino a tarda ora: prima per attendere la formalizzazione dell’autorizzazione a procedere appena votata, documento indispensabile per poter eseguire l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata lo scorso maggio dal gip Alberto Scaramuzza per il reato di corruzione. Poi per organizzare l’esecuzione. La Procura può provvedere subito all’arresto, ma anche attendere, come ha fatto nel caso dell’ex eurodeputata Lia Sartori, alla quale la notifica degli arresti domiciliari è avvenuta il giorno seguente all’avvenuta decadenza dal Parlamento europeo. In un primo momento pare che la soluzione scelta sia la seconda. Ma forse è soltanto un modo per “depistare” i giornalisti. Per le 19.30 è annunciato un comunicato stampa, che però non verrà mai diffuso. I magistrati sono impegnati nell’operazione più delicata: la scelta del carcere nel quale disporre la detenzione dell’ex Governatore del Veneto. Decisione non necessaria fino a poche ore prima: se fosse stato ancora ricoverato in ospedale, infatti, Galan sarebbe rimasto lì, piantonato dalle forze dell’ordine. Le condizioni di salute evidenziate da numerosi certificati medici consigliano la detenzione in un carcere dove siano presenti idonee strutture di cura, e i penitenziari attrezzati a tal fine si contano sulle dita di una mano.

 

Si chiude il ventennio del padre-padrone del Veneto

Travolto dal Mose, ma già scaricato dalla politica

L’ARRESTO dell’ex doge

IL POLITOLOGO – Feltrin: «Per le Regioni il momento più basso dalla loro istituzione»

IL BILANCIO – Dalla Pedemontana al Passante, la stagione delle grandi opere

L’era dei dogi è finita Galan non lascia eredi

L’ANALISI – Fine di un’epoca l’ultimo doge cade senza eredi

L’era dei Dogi è finita, sentenzia Roger De Menech, deputato e segretario del Pd del Veneto. Con il via libera all’arresto di Giancarlo Galan, si è chiusa «l’epoca» che dagli anni Novanta al 2010 ha visto un uomo solo al comando, incontrastato padre-padrone del governo del Veneto, dove non si muoveva foglia se non lo diceva il Doge. Un “titolo onorifico” assegnato anche a Carlo Bernini a Gianfranco Cremonese, ultimi eredi della Dc, e al forzista Galan. Tutti hanno caratterizzato il Potere, salvo, poi, cadere, a vario titolo, nella rete della giustizia.
La compagnia si allarga oltre i confini regionali. Il lombardo Formigoni, il campano Bassolino, il ligure Burlando, l’emiliano Errani sono stati l’emblema della forte rappresentanza della Regione amministrata. Un ruolo che a tutti è costato caro, con le obbligate dimissioni oppure con la mancata riconferma alla carica di governatore. Il Potere logora chi ce l’ha? Vanno distinte le vicende giudiziarie con quelle che hanno caratterizzato la gestione della cosa pubblica. Ovvio. Ma il confine è labile. Per Paolo Feltrin, politologo e docente all’università di Trieste, «i governatori degli ultimi 20 anni sono stati il frutto della ventata regionalista iniziata dopo Tangentopoli del ’93». Le Regioni sono state caricate di un ruolo inedito fino ad allora, diventando una sorta di “chiave di volta” per risolvere i problemi del Paese. Autonomia e federalismo all’esasperazione. Ora, le vicende giudiziarie che interessano governatori in carica o ex, fanno dire a Feltrin «che per le Regioni è il momento più basso della loro cinquantennale storia». Anche perché a Bruxelles, dall’iniziale Europa delle Regioni, si sta passando a quella delle Nazioni. Addio ruolo politico, alle Regioni resta la funzione di attuatore del decentramento amministrativo.
In tutte le regioni, con l’onda dell’autonomia, i presidenti sono stati lo snodo dei grandi affari, perché legittimati dall’elezione diretta e dalla mancanza di un limite ai mandati, ora previsto. E quasi tutti hanno avuto a che fare con i giudici.Sono le toghe ad essere anti-politica? Difficile. Piuttosto, imprenditori, legislatori, amministratori, partiti dovrebbero dare risposte a tre domande. La sintesi di Feltrin: è trasparente il sistema del finanziamento ai partiti?; forse c’é qualcosa di strano nel sistema degli appalti (lo dice anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, nell’accusa a Galan)?; non manca la conoscenza, da parte dell’amministratore pubblico, della reale definizione dei prezzi base per gli appalti, tanto che ogni volta pare che qualcuno se li aggiudichi a caso?
Con la vicenda Galan è finita l’epoca dei Dogi e delle Regioni con forte potere di confronto con lo Stato? Stando all’attualità, la riforma del Titolo V della Costituzione voluta da Renzi, riporta al centro molte competenze ora in coabitazione. Ma non c’é una causa effetto, per Daniele Marini, direttore scientifico del centro studi Community Media Research: «Il riordino istituzionale non deriva dal malaffare, ma dal venir meno delle mancate risposte date ai territori da parte di chi li governa». Politicamente «veniamo da una lunga stagione di ForzaLeghismo, caratterizzata dalla duplicazione in chiave regionale del governo nazionale, favorevole, quest’ultimo ad esaltare il ruolo della gestione dei territori». Con le ultime “mazzette”, è iniziata a calare la forza che alimentava le autonomie regionali e comunali. La causa? «L’incapacità delle forze politiche e istituzionali di autoriformarsi».
Eppure, qualcosa di positivo anche Galan può segnarlo nel “capitolo successi”: Passante, il Mose stesso che lo ha portato in carcere; avvio della Pedemontana; lo scontro con Roma sorda alla voglia di fare in proprio del Veneto. «Liberandosi dai sentimenti – concorda Feltrin – è il giudizio storico a dare i “voti”».
Di sicuro, il caso-Galan segna uno spartiacque anche politico, per Forza Italia e il centrodestra. «La potenza del ruolo dell’ex governatore – ragiona Marini – ha iniziato ad affievolirsi da quando ha lasciato la Regione, con conseguente calo elettorale del Pdl per il venir meno del coagulo periferia-partito nazionale». Non così la Lega, che in tempi rapidi ha saputo rigenerarsi grazie alla capacità di avere “costruito” chi potesse sostituire la vecchia guardia. Questo è il neo che identifica l’era dei governatori targati Fi-Pdl: l’accentramento del Potere e la presunzione che mai ci sarebbe stato bisogno di un successore, quindi era inutile crearlo.
Cosa sarà di Forza Italia? Per Marini tutto il sistema politico è in subbuglio. Anche in Veneto «non è automatico che l’affermazione del Pd alle elezioni europee determini un ribaltone alle regionali del 2015». Sono troppe le variabili per definire il domani del centrodestra in termini di alleanza. Per Feltrin, va messo in conto che Fi abbia bisogno «di una nuova traversata del deserto» come già avvenuto a fine anni Novanta. In fondo «il bipolarismo genera ciclicamente la necessità di rigenerarsi».

Giorgio Gasco

 

MALAFFARE IN VENETO

Berlato: «Col sì all’arresto di Galan presto la verità»

VICENZA – (ro.la.) «Con questo voto si è fatto un importante passo in avanti per restituire ai cittadini il diritto di sapere come sono stati sperperati i loro soldi e da chi sia composta la cricca malavitosa che, trasversalmente ai partiti sia di centrodestra che di centrosinistra, ha ammorbato il Veneto negli ultimi quindici anni». Ieri la Camera ha dato il via libera alla richiesta di arresto, partita dalla procura veneziana nell’ambito dell’inchiesta Mose, nei confronti dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, e Sergio Berlato commenta così la decisione dell’aula di Montecitorio. L’esponente di Fratelli d’Italia, ex compagno di partito del forzista Galan e uno dei primi a denunciare il presunto sistema del malaffare in Veneto, è convinto che le indagini «faranno emergere le responsabilità di tutti coloro che hanno fatto parte e che continuano a fare parte del sistema del malaffare». Di più: per Berlato siamo solo all’inizio. «Abbiamo motivo di ritenere che il Mose fosse solo la palestra dove gli appartenenti del malaffare si esercitavano per mettere a punto un sistema da applicare poi in molte altre opere classificate come di pubblica utilità». A esempio? «Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergerà presto la verità sul modo in cui è stata gestita e continua ad essere gestita la sanità in Veneto. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità sul come sono state gestite le principali opere infrastrutturali, iniziando da quelle viabilistiche. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità di chi ha applicato il sistema del project financing in salsa lombardo-veneta».

 

RIESAME «Gravi indizi», Lia Sartori resta agli arresti domiciliari

Confermati gli arresti domiciliari per Lia Sartori, l’ex eurodeputata di Forza Italia accusata dalla Procura di Venezia di finanziamento illecito ai partiti. Lo ha stabilito il Tribunale del riesame respingendo il ricorso della difesa e confermando l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha ritenuto che vi siano gravi indizi di colpevolezza in relazione ad un contributo elettorale in bianco di 25mila euro, versato dal Consorzio Venezia Nuova alla Sartori per tramite di altre società, nonché in relazione a due dei quattro contributi in nero che l’ex presidente del Cvn, Giovanni Mazzcurati, ha detto di aver versato all’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto.

 

Nuova Venezia – Nuova custodia cautelare per Milanese

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22

lug

2014

OSPEDALE DI ESTE: TRASFERIMENTO A MEDICINA

E il paziente lascia il reparto “blindato” di Cardiologia

ESTE – Dal reparto blindato di Cardiologia al ben più frequentato di Medicina. Cambio di letto per Giancarlo Galan, ospite “eccellente” dell’ospedale di Este: da due giorni l’ex governatore veneto, al centro della bufera Mose, è stato trasferito nel reparto di Medicina dell’ospedale di via San Fermo. È qui che Galan accoglierà, questa mattina, la sentenza della Camera sulla richiesta di custodia cautelare per corruzione avanzata a suo carico dal giudice di Venezia Alberto Scaramuzza. È qui che saprà, dunque, se nel suo futuro c’è omeno il carcere. Da sabato 12 luglio Galan era ospite di una delle camere di degenza all’Unità coronarica del reparto di Cardiologia dell’ospedale di Este, diretto dal primario Giuseppe Scattolin. Il ricovero era arrivato in seguito alla frattura diuna gamba, aggravato da una tromboflebite e dal diabete di cui l’ex ministro soffre da tempo. Per una settimana il reparto, una sorta di terapia intensiva da otto camere, è rimasto blindato e accessibile solo ai familiari dei degenti e ovviamente dello stesso Galan. Avvicinarsi al capezzale del “malato speciale” era impossibile. Dallo scorso fine settimana, tuttavia, Galan è salito di tre piani, e dal primo di Cardiologia è stato trasferito al quarto di Medicina. Qui i corridoi del reparto – da poco diretto da Lucia Anna Carmela Leone, la prima donna primario dell’Usl 17 – sono decisamente meno “off-limits”: 50 posti letto, distribuiti in stanze da 2-4 letti, organizzati in due sezioni. E, soprattutto, senza particolari limitazioni di accesso, come invece avveniva nell’Unità coronarica. Galan si trova in una stanza dell’Ala Ovest, la cui porta è perennemente chiusa. Arrivarci è semplice, anche se infermieri e personale sono stati istruiti a dovere dalla dirigenza dell’Azienda sanitaria: curiosi ed estranei, giornalisti compresi, vengono invitati ad allontanarsi ed evitare contatti con Galan e con gli altri pazienti del reparto. L’ex ministro non ha compagni in camera: la solitudine sembra essere l’unico “comfort” concesso all’onorevole, che in stanza non ha nemmeno la tivù. Pare che l’assenza della tivù sia una volontà dello stesso politico padovano, che per evitare di apprendere aggiornamenti sulla sua vicenda giudiziaria non vuole neppure ricevere quotidiani e giornali. Unico collegamento con le cronache è la moglie Sandra Persegato, che approfitta di quasi tutti gli spazi di visita per raggiungere il marito.

Nicola Cesaro

 

Nuova custodia cautelare per Milanese

Palladio, Meneguzzo si autosospende

Il cda di Palladio Finanziaria Spa ha accolto l’«autosospensione a tempo indeterminato» di Roberto Meneguzzo, l’ex presidente indagato nello scandalo Mose; «Il cda esprime il riconoscimento e la massima solidarietà nei confronti del dottor Meneguzzo», fa sapere il presidente di Palladio Roberto Ruozi. A proposito di Mose: il gip di Milano De Marchi ha confermato la nuova richiesta di custodia cautelare avanzata dai pm per Marco Milanese, l’ex parlamentare Pdl e braccio destro di Giulio Tremonti arrestato lo scorso4 luglio; decade così il ricorso al Riesame di Venezia del 24 luglio.

 

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