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DUE INCHIESTE – Altri tre in manette, 15 indagati e perquisizioni. Il sospetto: fatture false per pagare tangenti

Frode fiscale, terremoto a Nordest

In carcere Piergiorgio Baita, ad della Mantovani, e Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan

In manette il presidente della Mantovani, l’ex segretaria di Galan Claudia Minutillo e due manager

GLI ALTRI INDAGATI – Nel mirino anche 15 imprenditori veneti e un vice questore

POLITICA E AFFARI – Le reazioni e i silenzi dei Palazzi del potere Veneto

Quando Galan diceva:«Vorrei quel manager a lavorare con me»

Ramo costruzioni, da sempre il più fisiologicamente connesso all’apparato pubblico. Il che espone la politica a raffica di critiche, soprattutto chi comanda. Nel suo libro «Il Nordest sono io» l’ex governatore Giancarlo Galan “giudicava” proprio Piergiorgio Baita, definendolo come «il più intelligente tra gli imprenditori del ramo costruzioni». Tanto che «lo vorrei subito a lavorare con me se potessi o andrei a lavorare io con lui». E poi «è un tipo brillante, uno che sa costruire i fuochi d’artificio». Non si sprecarono le critiche e gli attacchi per giudizi così a ruota libera. “Sempre i soliti noti, amici degli amici”, era il più soft tra i commenti. Che fanno comunque parte del “gioco”.
Il che fa dire a molti, come Antonio Pipitone, capogruppo Idv in Consiglio regionale, che «il quadro è preoccupante». Ma comunque c’è «la più assoluta fiducia nell’operato della magistratura», è il parere del governatore Luca Zaia. Il quale, dopo la visita della Finanza a Veneto Strade, offre «massima disponibilità dell’amministrazione regionale a collaborare con gli inquirenti, mettendo a loro disposizione tutti gli atti e le informazioni necessari nelle indagini. Perché sia fatta chiarezza nel più breve tempo possibile. E, per quanto mi riguarda, ciò che più conta è la totale trasparenza».
All’attacco l’eurodeputato del Pdl Sergio Berlato, da tempo in rotta di collisione con il vertice del partito veneto. «Sempre da notizie di stampa – dice – parrebbe che nella rete degli inquirenti fossero finiti, per il momento, solo alcuni pesci piccoli (che sono anche i più canterini) lasciando intuire che imminente sia la cattura anche di alcuni grossi pescecani la cui voracità avrebbe divorato in questi ultimi dieci anni, una quantità enorme di risorse pubbliche a danno dell’erario ed a danno dei cittadini veneti». E ricorda di aver consegnato alla Procura della Repubblica una documentazione con tanti interrogativi tra i quali spiccano le richiesta di verificare «se è vero che negli ultimi dieci anni in Veneto le più importanti opere pubbliche siano state progettate dai soliti studi di progettazione (uno in particolare) molto legati ad alcuni noti politici locali»; se è vero «che l’esecuzione delle principali opere pubbliche in Veneto sia stata quasi sempre affidata, negli ultimi dieci anni, alle stesse imprese di costruzione, due in particolare».
Non è preoccupato il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Il comune ha rapporti molto stretti con la Mantovani per numerose opere pubbliche in fase di realizzazione. Ma, dice Orsoni, «non credo che i lavori si fermeranno. La Mantovani ha altri soci che continueranno comunque l’attività, rispettando gli impegni presi».

 

SOSPETTE TANGENTI- Una fabbrica di fatture false a San Marino per creare depositi segreti di contanti

Frode fiscale milionaria, fondi neri e, sullo sfondo, l’ombra delle tangenti. Un uragano che sconvolge la laguna. E questo è solo l’inizio. Già di per sé sorprendente. Non si può definire altrimenti l’arresto di Piergiorgio Baita, 64 anni, patron del Gruppo Mantovani (Serenissima Holding), colosso delle costruzioni, con interessi diretti in una quarantina fra imprese e consorzi, capofila nei lavori di costruzione del Mose, capocordata nell’appalto da 160 milioni per la realizzazione della piastra espositiva di Expo Milano 2015, già impegnato nel Passante e nell’ospedale di Mestre.
LE ACCUSE – Associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, il reato contestato a fronte dell’accertamento di almeno 20 milioni di euro sottratti prima all’erario e poi all’economia legale, una somma enorme, ridotta a dieci per effetto della prescrizione. Con lui sono finiti in manette Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui era Governatore del Veneto, e ora Ad di Adria Infrastrutture spa (di cui Baita è vice presidente), William Colombelli, 49 anni, bergamasco, sedicente console onorario di San Marino dove ha sede la sua Bmc Broker srl, e il padovano Nicolò Buson, 56 anni, responsabile amministrativo della Mantovani spa. A firmare le ordinanze di custodia cautelare, tutte eseguite, il gip Michele Scaramuzza che in 200 pagine ricostruisce la girandola di fatture fasulle che aveva un duplice scopo: abbattere l’utile su cui pagare le imposte e creare un deposito segreto di contanti. Ci sono altre 15 persone indagate per favoreggiamento, quasi tutti imprenditori, veneti ed emiliani, eccetto il vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico, perché avrebbe fornito indicazioni sullo stato delle indagini. Quarantacinque le perquisizioni nel padovano, nel trevigiano, nel veneziano, nel bolognese, nel bellunese e nel rodigino. Sequestri preventivi per 8 milioni di euro in totale.
L’INDAGINE – L’inchiesta è condotta dal sostituto procuratore Stefano Ancilotto che si è avvalso del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia del colonnello Renzo Nisi. Lo stesso team che nel 2011 con l’operazione “Aria Nuova” ha portato in cella, fra gli altri, per mazzette, Lino Brentan, ex Ad dell’autostrada Venezia-Padova, di cui Baita è socio di maggioranza. Ed è nell’ambito di questa attività investigativa che le Fiamme gialle hanno messo gli occhi sulla Mantovani, approfittando anche del fatto che i colleghi padovani avevano avviato quasi contemporanea una verifica fiscale nella sede centrale del gruppo, monitorando in particolare la commessa del Mose, il sistema di paratie mobili di difesa di Venezia. Nel mirino il sistema del project financing che in Veneto caratterizza quasi tutte le grandi opere pubbliche e all’interno del quale la Mantovani e associate fanno la parte del leone.
LA “CARTIERA” – È a questo livello che i finanzieri si imbattono nella Bmc di Colombelli, che dal 2005 al 2010 aveva fatturato consulenze tecniche e scientifiche per 10 milioni di euro contabilizzate a società collegate: Adria Infrastrutture (per 2 milioni), Consorzio Venezia Nuova, Thetis, Palomar, Dolomiti Rocce, Talea, Veneto Strade, Veneto Acque, Passante di Mestre, Autorità portuale di Venezia. Tutto falso. La Bmc, si accerterà, altro non è che una “cartiera” costituita da un ufficio di 50 metri quadrati alle pendici del Titano, una segretaria e una fotocopiatrice. Con l’unica ragion d’essere, secondo gli investigatori, quella di produrre “carte”: di vero non c’era nulla. Se non i soldi che una volta depositati tramite bonifico su conti correnti di banche sanmarinesi, venivano ritirati liquidi dal Colombelli che poi con ricorrenti viaggi in auto e valigetta appresso restituiva a Baita, trattenendo per sé una percentuale di tutto rispetto.
PASSO FALSO – Paradossalmente è Colombelli medesimo a fornire la prova regina che inchioderà lui per primo e i suoi sodali. Come? “Autointercettando”, registrando con l’iPhone i colloqui con Baita e Minutillo dal momento in cui i rapporti cominciano ai incrinarsi a seguito dei riscontri fiscali in atto. Un modo per tutelarsi nel caso i “soci” lo avessero scaricato magari senza una congrua liquidazione, e che alla fine gli è stato fatale. Fondamentale, come ha sottolineato il procuratore capo Luigi Delpino, anche la collaborazione della Repubblica di San Marino che ha consentito l’acquisizione di documentazione extracontabile e di corrispondenza email che ha impresso un’accelerata all’inchiesta. Ma anche della Svizzera. E si attendono risposte da Germania, Croazia e Canada.
L’AZIENDA – La Mantovani affida la sua prima difesa a un comunicato nel quale esprime «sorpresa e amarezza» e parla di «abnormità dei provvedimenti cautelari», sottolineando di aver sempre pienamente collaborato con gli inquirenti durante le lunghe indagini.

 

ASSOLTO – Baita in aula ai tempi di Tangentopoli.  Nel 1992 accusato e arrestato  e assolto.

PARLA BAITA «Vorrei non avere rapporti con San Marino Abbiamo in corso una verifica della Finanza»

PROJECT FINANCING – Nel mirino il sistema dei grandi lavori in Veneto

Il colonnello Renzo Nisi, capo del nucleo di Polizia Tributaria a Venezia dal 2009, passa al comando Generale della Guardia di Finanza a Roma

L’INDAGINE – L’inchiesta è “figlia” di quella sull’ex Ad dell’autostrada Brentan

I SIGILLI – Case e conti correnti, sequestrate le proprietà dei 4 finiti in manette

L’ORDINANZA – Le intercettazioni che spiegano le intese tra le società

Colombelli alla Minutillo: «Ho creato carta straccia per voi per 6 anni»

«Rompe? Ma 8,8 milioni neri li han portati a casa: io ho tutto»

Per l’accusa sono truffatori professionisti. E rapporti tra loro sono stati ricostruiti dalla Finanza anche grazie alle intercettazioni telefoniche. Le più significative, che si ritrovano nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, sono tra William Colombelli e Claudia Minutillo, amministratore delegato di Adria Infrastrutture.

In un’occasione Colombelli si arrabbia e mostra tutta la sua potenza come presidente della Bmc Broker di San Marino.
Colombelli: “Se vuoi faccio sentire quanto sono andato”.
Minutillo: “Sei completamente andato”.
Colombelli: “Sono completamente andato? Io creo carta straccia capito? Io creo carta straccia. Io ho creato carta straccia per voi per sei anni di fila, capito il completamente andato?”.

Un’altra intercettazione telefonica di assoluto rilievo per le indagini è quella tra Colombelli e Piergiorgio Baita, presidente e amministratore delegato del gruppo Mantovani.
Colombelli: “…da cosa dobbiamo iniziare”.
Baita: “…dimmi tu, io sono…”.
Colombelli: “Bmc”.
Baita: “…dunque Bmc…la linea attuale sarebbe quella…io vorrei continuare a lavorare con Bmc ma non a San Marino, perchè San Marino oggi è…per cui bisognerebbe vedere come fare per vendere la società e vediamo chi la prende… e trasferire…non so se si può fare”.
Colombelli: “…non serve basta collegarla a una società italiana…”.
Baita: “…vorrei non avere rapporti con San Marino. Sai che abbiamo in corso una verifica della Guardia di Finanza…la domanda mia è, Bmc, il suo storico, lascia perdere… per fare le cose che… gli incarichi che riceve, immagino… di che struttura si avvale?.
Colombelli: “…automatica è il cliente stesso che…”.
Baita: “…l’incarico che vi abbiamo dato tipo Adria…”.
Colombelli: “Sì”.
Baita: “Tu hai fatto un piano economico finanziario…”.
Colombelli “Certo”.
Baita: “Se lui ti dice ma per fare questi piani tu di chi ti avvali? Chi sono?”.
Colombelli:_ “Società che fanno…lavoro all’interno con personaggi e consulenti interni…”.

A volte poi nell’organizzazione non sempre è filato tutto liscio. In questa intercettazione Colombelli rimprovera Minutillo.
Colombelli: “Puoi chiedere se ha una lettera di Adria all’interno con cui risponde a quella?”.
Minutillo: “No, no”.
Colombelli: “Ma hai detto che non ci ha i loghi”.
Minutillo: “Le lettere le firmo io”.
Colombelli: “Si, ho visto. Non dovevi firmarla tu quella, ma io. Mi segui? Un lettera di risposta a quella tua”.

In un’altra conversazione con la Minutillo, Colombelli si infuria e minaccia: “Se comincia a rompere… c’ho qua tutto, c’ho qua la lettera e ho qua tutte le altre cose di Mantovani con rientri e quant’altro, giorno per giorno foto per foto, azienda per azienda, contratto per contratto… contratti che sono ancora in essere oggi che sono di Mantovani e non di Adria e viceversa… Gli 8 milioni 847mila euro se li han portati a casa, neri…”

Ed ecco l’elenco di chi ha effettuato bonifici alla Bmc Broker: gruppo Mantovani (8,9 milioni circa); Veneto Strade (2,1 milioni circa); Adria Infrastrutture (1,8 milioni circa); consorzio Venezia Nuova (413mila e 200 euro); Talea Scarlo, gruppo Mantovani (400mila euro); Autostrade Brescia-Padova (391 mila e 300 euro); Tressetre, gruppo Mantovani (335mila euro); Palomar, sempre gruppo Mantovani (300mila euro); Dolomiti Rocce, ancora gruppo Mantovani (240mila euro); Passante di Mestre (182mila euro); Autorità Portuale di Venezia (141mila euro); Thetis (85mila euro) e Veneto Acque (30mila euro).

La Guardia di Finanza ha poi effettuato una serie di sequestri agli arrestati: case e conti correnti. Sequestri mirati a raggiungere la cifra di 8 milioni di euro, i soldi che si ritengono sottratti alle casse dello Stato.

 

LE OPERE – Dal Mose a Veneto Strade, la rete del boss della Mantovani

Passante, soluzione al traffico veneto

Mestre, l’ospedale più moderno

Esecuzione in project financing, molto discussa

2015, la grande Expo di Milano

Mose, salvaguardia della Laguna

LE SOCIETÀ – Dalla Palomar alla Talea a Dolomiti Rocce: tanti interessi nelle infrastrutture

Di certo Piergiorgio Baita non si è mai annoiato. La “diversificazione” delle sue attività è a dir poco straordinaria: aziende, società per azioni, a responsabilità limitata, partecipazioni a consorzi e enti. Un vero “ginepraio” di sigle, di posizioni amministrative per gestire e poter “controllare” il mondo delle infrastrutture nel Veneto con qualche “scappata” anche in altre regioni italiane come in Emilia Romagna, Campania e Sicilia.
Un vero e proprio “tourbillon” di presidenze, di vicepresidenze, di varie cariche sociali (consigliere, membro di direttivo) per un uomo che ha “navigato” come imprenditore negli ultimi trent’anni del Veneto, diventando uno dei rappresentanti della “locomotiva Nordest”. E così basta scorrere le cariche di Baita per capire il quadro generale.
A far data del 31 dicembre scorso, Baita è segnalato alla Camera di Commercio in ben 42 aziende. La più importante è l’impresa di costruzioni E. Mantovani, fondata nel 1986 sulle ceneri di un’altra vecchia azienda sorta nel 1949 e poi ditte che operano nella costruzione di aeroporti e porti (La Quado scarl a Genova) al Consorzio Litorali Venezia (costruzione di opere idrauliche) alla demolizione di edifici (Talea). E ancora Società autostrade Serenissima, Alles (società di scavo fognario); Arsenale Nuovo scarl (studi di ingegneria civile); Costruzione Mose Arsenale e molte altre ancora. Insomma, una mappa del “controllo del territorio” dal punto di vista infrastrutturale da vero capitano d’azienda.
E così nell’ambito dell’indagine svolta dalla Guardia di Finanza, spuntano nel “mazzo” alcune società di riferimento con le quali lo stesso Baita aveva a che fare. Si tratta di imprese a lui legate oppure con le quali aveva rapporti o legami di lavoro. A parte la Mantovani di cui ricopre il ruolo di presidente, nell’inchiesta è emerso un “giro” di imprese che contabilizzavano le fatture fasulle della società Bmc Broker domiciliata nella Repubblica di San Marino (dalla quale è scattata l’indagine della Procura di Venezia e della Guardia di Finanza ndr).
Nel “calderone” ci sono finite alcune ditte che fanno riferimento diretto o indiretto allo stesso Baita. Tra di esse il Consorzio Venezia Nuova al quale partecipa con la Mantovani e dove ricopre il ruolo di consigliere; così come al Consorzio Thetis, azienda che opera nel settore dell’ingegneria marina e non, che lavora in un’area dell’Arsenale di Venezia. E poi c’è la Palomar, impresa che si occupa di riparazioni navali, sempre all’Arsenale, della quale Baita è il presidente. Stessa storia anche per la Talea scarl di Padova. Anche qui, Baita ricopre il ruolo di presidente e consigliere di amministrazione. Analoga situazione anche alla Dolomiti Rocce, prestigiosa ditta bellunese del settore geotecnico e della bioingegneria d’alta quota. E poi ci sono le aziende regionali, dove in qualche modo, Baita si ingegna e si adopera per ottenere lavori e commesse. Si tratta soprattutto di società che vedono la Regione Veneto in prima fila: Veneto Acque, concessionaria regionale per la progettazione, esecuzione e la gestione delle reti d’acquedotto e del servizio idrico in generale; Veneto Strade, probabilmente la più importante di tutte, sempre a carattere regionale, che come società di capitali cura la progettazione, esecuzione, manutenzione, gestione e vigilanza delle strade del Veneto. In questa società il pacchetto azionario è suddiviso tra Regione (30%) e le sette province del Veneto (50%) mentre il restante 20 è diviso tra quattro società autostradali (Serenissima, Autostrade per l’Italia, Autovie Venete, A4 Holding). Oltre a queste nelle indagini risultano coinvolte anche la società Passante di Mestre, che ha realizzato l’arteria autostradale, e pure l’Autorità portuale per le quali la società sanmarinese ha emesso fatture false.

 

William il povero “console” con barche e ville – Colombelli: 12mila euro all’anno dichiarati, ma viaggi in supercar e casa vicino a George Clooney

L’uomo chiave dell’inchiesta (giocando sul nome di Baita battezzata “Chalet”) è un indigente. Già perché col reddito annuo dichiarato di 12mila euro, William Ambrogio Colombelli è al di sotto della soglia della povertà. Eppure lui, bergamasco di 49 anni, sedicente console onorario di San Marino, presidente della Bmc Broker srl con sede alle pendici del Titano dove spesso soggiorna, guida costose Bmw, Porsche e Audi. E quando “ritorna” in Italia abita in dimore da sogno sul lago di Como, a Madesimo, avendo per vicino illustre l’attore George Clooney, e a Lecco con tanto di barche alla fonda da 6 e 14 metri. Gli piacciono anche le moto ovviamente di grossa cilindrata, e le armi di cui possiede un vasta collezione. Con un passato vantato anche di pilota di un certo livello. Un tenore di vita garantito, di questo i finanzieri sono convinti, tutto esentasse, ovvero col gettito proveniente dalla percentuale che tratteneva per sé dai fondi neri destinati al Gruppo Mantovani. Un soggetto molto guardingo e sospettoso, spiegano gli investigatori, molto difficile da monitorare e pedinare nei suoi spostamenti frequenti sul filo dei 200 all’ora: «È stata davvero un’impresa ardua riuscire – ha detto il colonnello Renzo Nisi – a posizionare le cimici sulle sue vetture perché non le perdeva mai d’occhio un istante».
Ma come si sono conosciuti Baita e Colombelli? Galeotta sarebbe stata una “gita” organizzata nell’estate del 2004 con l’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, e un gruppo di imprenditori fra cui Baita per sviluppare accordi di collaborazione fra la Regione Veneto e il governo di San Marino, con Colombelli, presentato quale “console onorario a disposizione”, in qualità di rappresentante sammarinese incaricato di seguire l’iniziativa. Un nome chiacchierato quello di Colombelli che nelle cronache della Tribuna Sammarinese compare anche il 10 luglio 2010 protagonista di un “affronto” diplomatico, quando cioè Galan, ministro dei Beni Culturali, in visita ufficiale sale sulla Mercedes di Colombelli per andare all’aeroporto di Rimini snobbando il Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Nello stesso articolo, si parla di Claudia Minutillo come moglie e socia in affari di Colombelli.

Monica Andolfatto

 

VENTUN ANNI DOPO – Il secondo arresto nel giorno dell’arrivo delle paratoie del Mose

LE GRANDI OPERE – Il presidente di Mantovani ha costruito il Passante e l’ospedale di Mestre

L’uomo del project. Così Baita è rinatodopo Tangentopoli

La prima vita di Piergiorgio Baita è in una foto di 21 anni fa: indossa una polo verde con dei disegnetti e tiene un borsone a tracolla mentre le porte del carcere si aprono. Era la prima Tangentopoli veneta, quella che aveva portato alla condanna di Carlo Bernini, Gianni De Michelis, Gianfranco Cremonese. Era il 1992 e Baita, direttore del Consorzio Venezia Disinquinamento, sconosciuto al grande pubblico, era accusato di concorso in corruzione, sospettato di aver gestito la spartizione dei lavori per la bretella autostradale per conto di Cremonese. Tre anni dopo ne sarebbe uscito pulito. Assolto per non aver commesso il fatto.
La seconda vita di Piergiorgio Baita finisce ieri all’alba, quando i finanzieri gli suonano il campanello della casa di Mogliano e gli mostrano l’ordinanza del giudice. Il presidente della Mantovani Costruzioni, un colosso che dà lavoro a 600 persone e che ha firmato le più grandi opere pubbliche del Veneto, dal Mose al Passante di Mestre, chiede di leggere le 200 pagine. Sorpreso, certo. Dicono sia sbiancato quando ha letto che William Colombelli, il presidente della società “cartiera” Bmc Broker di San Marino, si era autointercettato durante le conversazioni con lui. Ventun anni dopo il primo arresto, Baita rientra in carcere. Destino beffardo: arrestato proprio nel giorno in cui a Venezia stavano arrivando le paratoie del Mose.
Se in Veneto è sinonimo di grandi opere, a Venezia Piergiorgio Baita, 64 anni, è l’uomo del Mose, il sistema di dighe mobili per la difesa della città lagunare, un’opera affidata al Consorzio Venezia Nuova (Cvn) di cui la Mantovani di Baita è azionista di riferimento. Anche il Cvn, come un tempo il Venezia Disinquinamento, è concessionario unico. Nel Consorzio per il Mose Baita era entrato da tempo con la sua Laguna Dragaggi, società che nel 1994 si sarebbe fusa con la Mantovani Costruzioni che era stata rilevata da Romeo Chiarotto. L’idea, congeniata con Giovanni Mazzacurati, oggi presidente del Cvn, l’uomo con cui Baita aveva iniziato a lavorare da giovane alla Furlanis, era di inserirsi in un settore di nicchia, i dragaggi marittimi.
Oggi Baita non ha solo la presidenza della Mantovani. È il vice di Adria Infrastrutture. E un’altra settantina di incarichi, da presidente, ad amministratore delegato a semplice consigliere, in una quarantina di società diverse. Sta costruendo il Mose, ma ha già costruito il Passante, il nuovo ospedale e il tram di Mestre. E adesso è in ballo per l’Expo di Milano e per il Traforo delle Torricelle nel veronese.
La chiave di volta è stato il project financing. L’ex governatore Giancarlo Galan, nel libro-intervista “Il Nordest sono io”, gli ha tributato un merito storico: «Mi ha spiegato cos’è il project financing». Baita, nei “I padroni del Veneto” di Renzo Mazzaro, ha ricambiato: Galan «ha capito prima dei suoi colleghi presidenti che la finanza di progetto era l’alternativa all’indebitamento dello Stato», ma ha puntualizzato: «Mi hanno dipinto come il compagno di merende. Compagno di merende nel senso che lui mi ha sempre portato via la merenda per darla ai suoi amici, questo sì: dal nuovo ospedale di Este-Monselice al padiglione Jona a Venezia, al Centro protonico di Mestre. Chiedete all’onorevole Sartori perché la Mantovani l’ha preso. Ecco i compagni di merende. Questo è un luogo comune, non solo falso ma che ha funzionato al contrario».
Non che la finanza di progetto non abbia fatto discutere. Nel 2010, in una interrogazione all’allora appena insediato governatore Luca Zaia, Mauro Bortoli (Pd) aveva chiesto di “aggiornare” l’eredità di Galan sul fronte delle grandi opere in project, puntando il dito proprio sulla Mantovani spa, sulle proposte che aveva avanzato e sulle successive partecipazioni ai lavori. «Nel 2007 la Mantovani ha registrato utili per 13,5 milioni contro i 500 mila euro del 2001», aveva rimarcato il consigliere regionale.
Se anche uscisse dal carcere, oggi l’ingegnere non potrebbe neanche fare un prelievo al bancomat. La Finanza gli ha sequestrato i suoi due conti correnti, un appartamento a Mogliano, uno a Treviso, due a Lignano Sabbiadoro, uno a Venezia.

POLITICA & BUSINESS – Elegante e dura nel lavoro, è stata 5 anni segretaria del governatore

LA CARRIERA – Uscita da Palazzo Balbi è entrata nelle infrastrutture Con commesse regionali

SAN MARINO – Nelle banche dello Stato del Titano giri di milioni sotto la lente della Guardia di Finanza

Gli affari di Claudia Minutillo dogaressa nel segno di Galan

VENEZIA – Di trucco, solo mascara. Abbronzatissima, sempre. Di nero vestita, anche ad agosto. Elegante. Lavoratrice indefessa. Simpatica a una ristretta cerchia di amici e conoscenti. Per tutti gli altri, detestabile. Per cinque anni, il secondo quinquennio di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo è la stata forse la donna più potente e più odiata a Palazzo Balbi. Potevano anche presentarla come segretaria del presidente della Regione Veneto, ma era un’etichetta inadeguata. Era una colonna della presidenza. Aveva il controllo di tutto: agenda, appuntamenti, spostamenti del governatore. Per parlare con Galan, bisognava passare da lei. Quando se andò, o la cacciarono, a Palazzo dissero che Sandra Persegato, la futura signora Galan, gelosa del potere di una segretaria così “ingombrante”, avesse lanciato l’aut aut al fidanzato: o lei, o io. Vera o inventata che fosse la spiegazione, così com’era arrivata la “Dogaressa” è uscita dal Palazzo della politica veneta. Ma non è sparita.
Quarantanove anni, divorziata, Claudia Minutillo appare nel mondo della politica alla fine dei ’90 come assistente di Paolo Scarpa Bonazza Buora, l’ex parlamentare di Portogruaro che per un periodo è stato coordinatore veneto di Forza Italia. Quando Scarpa non ha più bisogno di una segretaria, si aprono le porte di Palazzo Balbi dove Galan, rieletto presidente, aveva fatto eleggere alla Camera la sua assistente Lorena Milanato.
Nel 2005 la collaborazione al Balbi finisce, Claudia Minutillo cambia ruolo. Entra in Adria Infrastrutture, società che faceva capo a Progetto Adria spa, azionista di maggioranza Romeo Chiarotto, socio di Piergiorgio Baita nella Mantovani. Adria Infrastrutture è una delle spa che nel 2007 ha presentato la proposta di finanza di progetto per la superstrada a pedaggio “Via del mare”, di cui la Regione ha dato il via libera alla gara.
Il suo nome si ritrova presto tra gli amministratori della Pedemontana, la società a capitale privato (Autostrade, Impregilo, banche e altre imprese di costruzioni) chiamata a realizzare il progetto di un nuovo collegamento stradale tra Vicenza e Treviso. C’è anche l’editoria. Diventa consigliere delegato in sei società gemelle: Il Mestre”, Il Padova”, Il Treviso”, Il Venezia”, Il Verona”, Il Vicenza”, tutti marchi che corrispondono ad altrettanti omonimi giornali pubblicati dal gruppo editoriale E-Polis del finanziere Alberto Rigotti, quotidiani free press chiusi da due anni. E poi c’è la Repubblica di San Marino, la società Finanziaria infrastrutture che lì ha sede e la società – quella che le Fiamme Gialle hanno bollato come “cartiera” – Bmc Broker, pure impiantata nella Repubblica del Titano. Minutillo lavora per entrambe. Non c’entra niente, ma ieri qualcuno ricordava che nel 2004 la Regione Veneto aveva stipulato un accordo di collaborazione con San Marino, con tanto di missione capitanata dal governatore Galan. Tant’è, della Bmc in Veneto si parla nel 2006, quando la Regione assegna a questa società 130mila euro per una «campagna informativa sullo stato di attuazione del primo stralcio del sistema ferroviario metropolitano regionale», quell’Sfmr che ancora non c’è. E sempre nel 2006 la Bmc compare a Venezia, organizzatrice di un evento al Porto per mostrare l’avanzamento dello scavo dei canali; la Regione aveva contribuito con 25mila euro alle spese del buffet.
Dicono che quando ieri all’alba i finanzieri sono andati nella sua abitazione di Mestre ad arrestarla, l’ex Dogaressa abbia avuto una reazione «tipica della sensibilità femminile». Non ha pianto, non è svenuta.

Alda Vanzan

 

IMPERO DI CEMENTO – L’azienda che ha realizzato i maxi interventi in città: tram, Mose, Passante e ospedale

LA GUARDIA DI FINANZA  «Un flusso ingente di fondi neri. Tangenti? Stiamo indagando»

Arrestato il signore degli appalti, altri tre in manette

L’OPERAZIONE – Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani spa, è stato arrestato ieri mattina dalla Guardia di finanza. La clamorosa inchiesta ha portato alla luce un giro di false fatture per un valore di 20 milioni (cifra oggi dimezzata solo per effetto della prescrizione). Oltre a Baita sono stati arrestati Claudia Minutillo, al vertice di Adria infrastrutture, Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani spa e William Colombelli presidente della società Bmc Broker di San Marino, figura chiave dell’inchiesta.

L’ACCUSA – A tutti viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte. Con il sospetto che si celasse un meccanismo per la creazione di un fondo nero. 45 le perquisizioni, sequestrati quasi otto milioni tra conti correnti, case e imbarcazioni. Quindici gli indagati tra cui un poliziotto. La Mantovani ha realizzato il passante di Mestre e l’ospedale all’Angelo, si sta occupando dei lavori del Mose, del percorso del tram, dei grandi progetti del Lido.

INCHIESTA SULLA MANTOVANI Fatture false per 20 milioni: tutto è partito dall’indagine sulle tangenti a Brentan

Bufera a Venezia. In carcere Baita

RITORNO – I fondi sarebbero stati in seguito riconsegnati a Baita e a Claudia Minutillo

ANDATA – I soldi arrivavano con bonifici alla società di San Marino

L’AZIENDA   «Sorpresa per l’abnormità dei provvedimenti cautelari»

La Mantovani Spa ha diffuso ieri pomeriggio questo comunicato.

«In data odierna Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani S.p.A. ha avuto notizia che la Procura della Repubblica di Venezia, ha assunto provvedimenti cautelari nei confronti del Presidente del Consiglio di Amministrazione della società, del Consigliere Delegato della controllata Adria Infrastrutture S.p.A. e del proprio Direttore Finanziario.
A quanto è dato conoscere da notizie di stampa, le vicende che hanno dato origine ai provvedimenti risalgono ad alcuni anni or sono ed hanno da tempo formato oggetto di verifiche ed approfondimenti da parte degli inquirenti, nel corso delle quali sono sempre stati forniti dagli esponenti aziendali i chiarimenti e le informazioni richiesti, in spirito di disponibilità e collaborazione.
Desta quindi sorpresa e amarezza l’abnormità dei provvedimenti cautelari assunti dagli inquirenti.
Nell’affermare la propria estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, la società manifesta la disponibilità a fornire la più ampia collaborazione ed è fiduciosa che i propri esponenti potranno dimostrare l’insussistenza degli illeciti loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale».

 

Dall’arresto di Brentan al terremoto Mantovani – In manette Piergiorgio Baita, presidente dell’azienda regina delle opere pubbliche veneziane. Tutto è partito dall’operazione della Finanza sulle tangenti all’ex ad della Venezia-Padova

“CARTIERA” A S. MARINO

Associazione per delinquere finalizzata all’evasione d’imposta mediante l’utilizzo di fatture false

L’ACCUSA – Le Fiamme Gialle hanno già accertato una fatturazione fasulla per oltre 10 milioni

Terremoto giudiziario sul progetto del Mose. Ieri mattina la Guardia di finanza ha arrestato Piergiorgio Baita, presidente del Consiglio di amministrazione della Mantovani spa e vicepresidente di Adria infrastrutture. Si tratta di una delle inchieste più clamorose messe a segno dal Nucleo di Polizia tributaria di Venezia anche perchè porta a galla una serie di operazioni fasulle e di irregolarità che coinvolgono grandi imprese del Veneto. In carcere, oltre a Baita, sono finiti anche Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan e amministratore di Adria Infrastrutture, il padovano Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani, e William Colombelli attualmente residente in Liguria. Quest’ultimo, figura chiave dell’inchiesta, risulta essere il presidente della Bmc Broker srl, ditta di San Marino definita dagli inquirenti come una semplice “cartiera”.
Per tutti l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante utilizzo di fatture false.
Da tempo gli investigatori erano alle prese con una serie di documenti che erano stati emessi dalla ditta di San Marino, ma l’impulso è arrivato a margine degli accertamenti collegati all’inchiesta sulle autostrade e su altri lavori che avevano portato in carcere l’ex amministratore della Venezia-Padova Lino Brentan. Seguendo queste tracce, relative ad alcune progettazioni della Provincia, gli inquirenti hanno confermato un quadro accusatorio molto pesante.
Dal 2005 la Guardia di finanza ha accertato che la società Bmc Broker aveva emesso una serie di false fatture per oltre dieci milioni destinate alle ditte che fanno parte della galassia del “Gruppo Mantovani”. In alcuni casi venivano indicate attività tecniche che in realtà erano svolte da altre società (che a loro volta emettevano fatture regolari), in altri casi l’incarico alla Bmc Broker risultava inesistente (come quando si cercavano partner commerciali con i quali invece il rapporto era avviato da tempo). Tutte queste false fatture, con importi abbastanza consistenti, venivano poi pagate tramite bonifico bancario su conti bancari di San Marino e gli importi venivano prelevati (al netto del corrispettivo) da Colombelli e riconsegnati a Baita e alla Minutillo. Secondo la Procura la stessa Minutillo avrebbe ricevuto queste fatture anche per Adria infrastrutture per un totale di due milioni. «Il sistema andava avanti da anni – ha precisato il colonnello Renzo Nisi affiancato dal collega Giovanni Parascandolo della tributaria di Padova città in cui c’è la sede amministrativa della Mantovani – gli importi erano ingenti e tutti dirottati in un paese a fiscalità agevolata. E poi quelle strane intestazioni come “ricerca pubblicità” ci hanno davvero insospettito. Insomma, ci è sembrato da subito strano che una realtà come la Mantovani si affidasse a questa società con una sede minuscola, una segretaria e un fotocopiatore A-3. Un’azienda come la Mantovani dovrebbe avere consulenze almeno con le Università e non certo con una ditta di questo genere».
La svolta finale, anche in questo caso, è arrivata dai ripetuti contatti telefonici tra Baita e Colombelli che, di fatto, era il vero protagonista della frode. Nel spiegare che l’indagine ha portato alle luce anche alcuni indagati, i finanzieri hanno ribadito che il sistema delle fatture false non è certo nuovo e che viene utilizzato da tanti imprenditori per evidenziare dei costi, che poi vanno in detrazione, che in realtà non sono mai stati sostenuti. E di solito sono proprio le false fatturazioni ad attirare l’interesse dei finanzieri. Ora gli arrestati, che sono stati rinchiusi nei carceri di Belluno (Baita), Treviso (Buson), Venezia (Minutillo) e Genova (Colombelli). Con ogni probabilità verranno interrogati dal gip la prossima settimana.

 

«Fondi neri destinati a operazioni illecite»

LA SVOLTA – Ci sono registrazioni di ripetuti colloqui considerati compromettenti tra Baita e il “regista” della frode

COLONNELLO DELLA FINANZA

Se ne va Nisi, l’uomo delle grandi indagini

Promosso a Roma. Il grazie del Procuratore: «Una grave perdita»

«Una quantità di denaro così ingente, parliamo di decine di milioni di euro, trafugata all’erario e all’economia legale, ci autorizza a pensare che sia stata utilizzata per degli scopi illeciti. E questa è la prossima parte che andremo a investigare». «Perché – spiega senza mai usare la parola tangenti – fondi neri di queste dimensioni raramente sono finalizzati al godimento dell’imprenditore di turno. L’esperienza ci insegna che spesso vengono veicolati verso la pubblica amministrazione ma allo stato attuale delle indagini non lo possiamo ancora sbilanciarci». Con l’operazione “Chalet” si chiude il percorso investigativo in laguna del colonnello Renzo Nisi, capo della Tributaria, promosso da giugno al Comando generale della Guardia di Finanza a Roma. Ieri mattina sia il procuratore Luigi Delpino sia il sostituto procuratore Stefano Ancilotto hanno voluto ringraziarlo ufficialmente «Si tratta di una grave perdita – hanno detto i magistrati – perché in questa città Nisi ha portato a termine operazioni di spessore e molto importanti».
Quarantacinque anni, nato a Torino e cresciuto nella capitale, sposato e con due figli, esperto di fiscalità internazionale, a Venezia Nisi è approdato nel luglio del 2009. E fin da subito ha posto le fondamenta per essere ricordato, a distanza di quasi quattro anni, come l’uomo delle grandi inchieste. Cortese, mai sgarbato, deciso e determinato, in grado di farsi apprezzare quanto dai sottoposti, tanto dai superiori e pure dai magistrati. È lui che, trovando piena collaborazione della Procura veneziana, ha avviato il filone delle indagini sulla Pubblica amministrazione scoprendo che nella Serenissima il sistema delle mazzette purtroppo era ancor ber radicato: prima gli appalti “pilotati” in Provincia, con l’arresto fra gli altri di due dirigenti dell’uffici tecnico, poi, il terremoto in Comune con il tecnico che accettava soldi per accelerare le pratiche. E ancor prima, come benvenuto, appunto nel 2009, l’inchiesta che ha fatto finire sotto inchiesta, indagato per corruzione il presidente della società che gestiva le farmacie comunali, Statis Tsuroplis, da poche settimane nominato alla vicepresidenza di Confindustria Venezia su designazione di Save. Nel gennaio del 2011 un altro arresto eccellente, quello di Lino Brentan, ex ad di Autostrada Venezia-Padova: ancora una storia di appalti e mazzette. E risale appena allo scorso dicembre l’operazione con cui gli uomini di Nisi hanno messo le manette ai polsi a quello che pareva un intoccabile, quel Keke Luca Pan, cinese che si definiva “boss di via Piave” in cella con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della prostituzione. Era il giorno di Santa Lucia e i residenti scesero in strada ad applaudire.

Monica Andolfatto

 

L’INCHIESTA – Rogatorie e project financing

Il lungo e sottile lavoro degli 007

Il ruolo del Procuratore capo Delpino e del sostitutoAncilotto

«Fondamentale la collaborazione fornita da San Marino»

Non è stata un’indagine semplice. Non appena i finanzieri hanno iniziato a scavare un po’ si sono accorti che bisognava varcare il confine con San Marino e su questo tema l’approdo non è mai così scontato e rapido.
Determinante, in tal senso, è stato l’apporto fornito in prima persona dal Procuratore della Repubblica Luigi Delpino. Il capo della Procura, infatti, ha studiato a lungo tutta la normativa di riferimento, anche negli aspetti più articolati, in modo tale da sviscerare ogni aspetto della vicenda, ottenendo a tempi di record la possibilità di verificare tutta la documentazione. Consentendo così, tramite l’avvio delle rogatorie, il definitivo decollo del lavoro della Guardia di finanza.
«La collaborazione data dalle autorità di San Marino e della Svizzera – ha detto il procuratore Delpino – è stata davvero importante e forse servirà anche in futuro». Ora la Finanza sta aspettando il via libera anche per alcune verifiche in Germania, in Croazia e in Canada.
Altro aspetto cruciale del lavoro investigativo è stato quello collegato al project financing. Su questo particolare sistema di realizzazione delle opere pubbliche il pubblico ministero Stefano Ancilotto da diversi anni aveva concentrato la sua attenzione. Con questa formula, infatti, si crea un meccanismo tale da regolare con una certa precisione, e altrettanta prevedibilità, il sistema degli appalti. E quando in Procura si sono accorti che sostanzialmente per le grandi opere i nomi erano quasi sempre gli stessi e per aree geografiche anche abbastanza lontane tra loro si è subito parlato di “Una regione in project financing”.
Secondo la Procura, quindi, alla luce di quanto sta emergendo in queste ore, ma anche in seguito ad altre inchieste di questo tipo conclusa recentemente, pare quasi che il concetto di concorrenza non sia molto gettonato dalle nostre parti. In tanti casi è stato infatti notato che i termini erano così stretti da poter consentire solo a determinati soggetti di formulare la domanda.
Ma non è tutto. L’inchiesta, inoltre, non si è concentrata solo sulla Mantovani visto che il sistema delle false fatturazioni sarebbe stato utilizzato anche da diverse aziende veneziane e venete.
Da qui la necessità di verificare i vari passaggi.
«A questo punto le indagini dovranno proseguire – hanno spiegato i finanziari – anche per accertare quale effettivo utilizzo abbiano avuto le somme illecitamente rientrate in Italia da San Marino. Saranno presi in esame anche gli aspetti amministrativi».
Ultimo tassello è quello relativo alle responsabilità personali degli indagati (al momento sarebbero una decina). Qui la Procura sta valutando caso per caso per stabilire con esattezza chi, in effetti, si è servito concretamente delle false fatturazioni.
Non sempre si tratta del responsabile di un’azienda, soprattutto se si è in presenza di una grande realtà. E per quanto riguarda il riscontro sugli enti pubblici, caratterizzati da varie strutture, la verifica diventa molto più articolata e complessa.

 

45 PERQUISIZIONI Attività frenetica degli uomini della Guardia di Finanza nella giornata di ieri. Quasi otto milioni sequestrati tra conti correnti, case e barche

Un impero tra cemento e ambiente

Il sospetto degli inquirenti è che dietro questi 10 milioni di false fatturazioni ci fosse una sorta di “fondo nero” per operazioni diverse. Strano che questi soldi servissero solamente per spese normali, visto che i protagonisti, da quanto è emerso in questi mesi, non avevano certo bisogno di altri soldi. In ogni caso la Guardia di finanza in queste ultime ore ha portato a termine decine di perquisizioni, in tutto sarebbero almeno 45, negli uffici e nelle abitazione delle persone coinvolte. È poi scattato, come spesso accade in questi casi, il sequestro preventivo dei conti correnti, degli immobili e delle imbarcazioni di proprietà. Il tutto per un valore finale, secondo quanto è stato ricostruito dal Nucleo di Polizia tributaria che tra Venezia e Padova ha impegnato decine di militari, di quasi otto milioni di euro. Oltre ad alcune intercettazioni telefoniche, il lavoro degli investigatori è stato agevolato anche dalle riprese effettuate da alcuni “cimici” poste, non senza difficoltà, sulle autovetture.
A William Colombelli, che dichiarava un reddito di appena 12mila euro, sono state rapidamente sequestrate due imbarcazioni (14 e 6 metri una delle quali a Portofino), alcune auto di lusso, moto, una villa situata sul lago di Como e un’altra che si trova invece nelle immediate vicinanze del lago di Lecco. In tutti questi casi sono state avviate specifiche verifiche anche perchè i finanzieri hanno appurato un alto tenore di vita. A Baita invece sono state poste sotto sequestro le case di Mogliano, Lugano e nel sestiere di Santa Croce (bloccati anche due conti correnti).
Abitazioni con sequestro preventivo anche nei confronti degli altri arrestati. In questo caso i provvedimenti hanno interessato anche due case di Claudia Minutillo (una a Mestre e l’altra si trova a Jesolo) mentre la casa di Nicolò Buson si trova in centro a Padova.
Sembra di capire che l’operazione non sia proprio conclusa e che altri accertamenti dovranno essere ultimati nelle prossime settimane. Nella mole della documentazione in mano agli inquirenti lagunari, ad esempio, si sta facendo luce anche sulla corrispondenza tra la Bmc Broker di San Marino e le altre società veneziane e venete.
Anche in questo caso i finanzieri vogliono capire nel dettaglio quale tipo di rapporto ci fosse, ma soprattutto vogliono sapere come i fondi neri così creati siamo stati utilizzati, forse anche per altre finalità, per chiarire definitivamente, oltre all’evasione fiscale, tutti gli aspetti collegati. Il primo passo, comunque, è stato compiuto.

 

MOSE – Cantieri aperti per il Modulo soprattutto a Treporti e Lido

MESTRE – La scommessa del “trenino” nonostante le difficoltà

LAGUNA E TERRAFERMA – La Mantovani è leader in centro storico per il Mose e a Mestre ha operato per ospedale e linee del tram

Alla conquista del territorio. Anzi di più: di tutto quello che poteva riguardare i lavori pubblici. In terra e in acqua. In laguna e in terraferma. All’impresa di costruzioni E. Mantovani di Piergiorgio Baita può tranquillamente andare bene il vecchio adagio inglese “The winner takes all”. Ovvero “il vincitore prende tutto”. Già. Ogni cosa: dal ripascimento delle spiagge distrutte dal maltempo, alle costruzioni civili; dai dragaggi dei canali lagunari alle opere idrauliche, transitando per gli interventi sul Mose e il percorso del tram di Mestre e l’ospedale All’Angelo. Parafrasando la Rai-Tv: di tutto e di più. Allora andiamo con ordine.
E partiamo dal centro storico. Sull’acqua, la Mantovani è sempre stata una grande azienda impegnata tra palazzi e campi, “conquistando” il Lido (come riferiamo in altra parte del giornale) e puntando tutto sui lavori del Mose. E in questo caso, proprio la Mantovani, sfruttando i buoni contatti e le collaborazioni con il Consorzio Venezia Nuova, l’ha sempre fatta da padrone. In questo caso la documentazione è copiosa: progetto anti-acqua alta e lavori alle dighe mobili del cantiere di Lido-Treporti e al cantiere Mose di Malamocco. Punti nevralgici del sistema contro le alte maree con investimenti di centinaia di migliaia di euro e ancora non conclusi anche se – quasi ironia della sorte – proprio ieri nell’infuriare della “tempesta” dopo l’arresto di Baita e di altre tre persone, è stato ufficialmente annunciato l’arrivo delle prime paratoie per il Mose alla bocca di porto di Lido-Treporti.
E che i lavori in questo lembo di terra e acqua fossero importanti (e straordinari per le dimensioni) è certificato anche dal percorso operativo della Mantovani che, grazie anche al supporto del Consorzio Venezia Nuova, ha sempre fatto il bello e cattivo tempo in laguna. Un’attività che, al di là dell’intervento, ha sempre attirato le ire degli ambientalisti contrari al Mose e alle opere di salvaguardia gestite dal Consorzio. Sotto i riflettori ci va anche tutta la “partita” dell’ex Ospedale al Mare al Lido e le proposte per una nuova Darsena con la partecipazione del Fondo di Est Capital.
E se in centro storico gli interventi sono di grande spessore, altrettanto si può dire dei lavori in Terraferma. Su tutti emergono i lavori svolti per il Passante di Mestre; il cantiere dell’ospedale All’Angelo in “project financing” e soprattutto la realizzazione del tram di Mestre con tutti gli “stop and go” di questo soffertissimo progetto. In questo senso, sotto l’egida di un “Ati”, un’associazione temporanea di imprese, la Mantovani è stata – ed è – una delle aziende di punta per la realizzazione dell’intero piano tramviario nell’area di Mestre e nel suo prossimo collegamento con Venezia. Anche qui la Mantovani risulta in prima linea insieme ad altre aziende come la mandataria Gemmo, la Lohr Industrie, Metropolitana Milanese Spa, Net Engineering Spa, Studio Altieri Spa, Sacaim e Clea Impresa Cooperativa di costruzioni generali.

 

PORTOFINO – Qui William Colombelli, uno dei protagonisti dell’inchiesta, aveva ormeggiato una delle sue barche da diporto. L’uomo aveva un tenore di vita molto alto

WILLIAM COLOMBELLI – Reddito di 12 mila euro con barche e auto di lusso

LIDO – La controversa vicenda dell’ex Ospedale al Mare

Il sospetto degli inquirenti è che dietro questi 10 milioni di false fatturazioni ci fosse una sorta di “fondo nero” per operazioni diverse. Strano che questi soldi servissero solamente per spese normali, visto che i protagonisti, da quanto è emerso in questi mesi, non avevano certo bisogno di altri soldi. In ogni caso la Guardia di finanza in queste ultime ore ha portato a termine decine di perquisizioni, in tutto sarebbero almeno 45, negli uffici e nelle abitazione delle persone coinvolte. È poi scattato, come spesso accade in questi casi, il sequestro preventivo dei conti correnti, degli immobili e delle imbarcazioni di proprietà. Il tutto per un valore finale, secondo quanto è stato ricostruito dal Nucleo di Polizia tributaria che tra Venezia e Padova ha impegnato decine di militari, di quasi otto milioni di euro. Oltre ad alcune intercettazioni telefoniche, il lavoro degli investigatori è stato agevolato anche dalle riprese effettuate da alcuni “cimici” poste, non senza difficoltà, sulle autovetture.
A William Colombelli, che dichiarava un reddito di appena 12mila euro, sono state rapidamente sequestrate due imbarcazioni (14 e 6 metri una delle quali a Portofino), alcune auto di lusso, moto, una villa situata sul lago di Como e un’altra che si trova invece nelle immediate vicinanze del lago di Lecco. In tutti questi casi sono state avviate specifiche verifiche anche perchè i finanzieri hanno appurato un alto tenore di vita. A Baita invece sono state poste sotto sequestro le case di Mogliano, Lugano e nel sestiere di Santa Croce (bloccati anche due conti correnti).
Abitazioni con sequestro preventivo anche nei confronti degli altri arrestati. In questo caso i provvedimenti hanno interessato anche due case di Claudia Minutillo (una a Mestre e l’altra si trova a Jesolo) mentre la casa di Nicolò Buson si trova in centro a Padova.
Sembra di capire che l’operazione non sia proprio conclusa e che altri accertamenti dovranno essere ultimati nelle prossime settimane. Nella mole della documentazione in mano agli inquirenti lagunari, ad esempio, si sta facendo luce anche sulla corrispondenza tra la Bmc Broker di San Marino e le altre società veneziane e venete.
Anche in questo caso i finanzieri vogliono capire nel dettaglio quale tipo di rapporto ci fosse, ma soprattutto vogliono sapere come i fondi neri così creati siamo stati utilizzati, forse anche per altre finalità, per chiarire definitivamente, oltre all’evasione fiscale, tutti gli aspetti collegati. Il primo passo, comunque, è stato compiuto.

 

L’INCHIESTA – I finanzieri all’alba a casa Baita

Difesa a Longo, legale di Berlusconi

Il manager è stato arrestato a Mogliano e portato a Belluno

In manette altri 3, gli indagati sono 15 tra cui un poliziotto

PASSANTE DI MESTRE – L’avvio dei lavori per la nuova arteria autostradale coordinati dalla società “Passante per Mestre” coinvolta nell’inchiesta. L’apertura del cantiere a B

Lo hanno svegliato nella sua villa di via Rimini a Mogliano alla sei di ieri mattina. In casa lui e la moglie. Il figlio non c’era. Piergiorgio Baita non avrebbe fatto una piega. Ha aperto la porta ai finanzieri della Guardia di Finanza di Venezia che gli hanno consegnato l’ordinanza con cui il gip disponeva il suo arresto e si è messo a leggere attentamente le pagine con cui apprendeva di essere accusato di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e che con lui finivano in galera William Colombelli, detenuto a Genova, Claudia Minutillo, rinchiusa alla Giudecca, e il suo “ragioniere” Nicolò Buson, in cella a Treviso. Una telefonata anche al difensore, l’avvocato e deputato appena rieletto Pietro Longo, lo stesso della Minutillo. E di Silvio Berlusconi. Gli uomini del colonnello Renzo Nisi nella casa di Baita si sono trattenuti fino a metà pomeriggio sequestrando numeroso materiale. Poi il viaggio in auto fino al Baltenig di Belluno, carcere in cui Baita è entrato verso le cinque e dove attenderà l’interrogatorio di garanzia. Oltre alle quattro persone arrestate ce se sono altre quindici indagate a piede libero per favoreggiamento per lo più legali rappresentanti di società. Sono 45 le perquisizioni eseguite nella giornata che ha sconquassato non solo la laguna, ma mezzo Veneto e oltre. Mestre, Marghera, Padova Monselice, Polverara, Montegrotto Terme, Lendinara, Rovigo, Pieve D’Alpago, Bologna, Modena, Milano, Portonovo, Casalecchio: una mole imponete di materiale acquisito che ora è al vaglio degli 007 delle Fiamme gialle.
Tutti come detto coinvolti a vario titolo in imprese e ditte che sono entrate nella ricostruzione dei caroselli contabili eseguita dagli investigatori e finalizzata alla creazione dei fondi neri poi gestita da Baita. C’è una sola eccezione, quella rappresentata da Giovanni Preziosa, vice questore aggiunto di Bologna dirigente del Commissariato di Santa Viola nel capoluogo felsineo. Al poliziotto, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto contesterebbe il cosiddetto abusivo accesso al sistema informatico, una fattispecie di reato introdotta nel 2006 e che va a colpire chi si introduce senza autorizzazione negli archivi e nelle banche date delle forze dell’ordine. Preziosa sarebbe finito nei guai perché avrebbe cercato di ottenere informazioni sullo stato delle indagini riguardanti il gruppo Mantovani. Il suo nome è legato all’arresto della banda della Uno bianca composta anche da agenti bolognesi che terrorizzò il capoluogo emiliano: Preziosa è nella foto in cui uno dei fratelli Savi viene portato in carcere.

Monica Andolfatto


MARCON (SEL) «Si faccia luce su tutto il sistema»

Il Comune non trema

«Episodi circoscritti»

Il sindaco: «La Mantovani è un partner importante, ma le operazioni in corso non sono

a rischio. Con noi sono sempre stati corretti». Ma in Consiglio scoppia la contestazione

Caccia e Bonzio: «Istituire subito una commissione d’inchiesta»

Probabilmente le operazioni più importanti in corso a Venezia e Mestre portano in un modo o nell’altro la firma della Mantovani. Anzi, per onor del vero, la Mantovani ha sostenuto la maggior parte delle spese per l’organizzazione della Coppa America nel 2012 e per due anni di fila ha contribuito con la firma all’ultimo giorno utile di operazioni che hanno consentito a Ca’ Farsetti di chiudere il bilancio in pareggio e rispettare il patto di stabilità. Tanto che, ieri, nei corridoi del Comune si mormorava: «Se tutto questo fosse accaduto qualche mese fa sarebbero stati guai seri per i nostri conti».
Questo per dire che il Comune non può non tener conto delle conseguenze che avrebbe una momentanea paralisi dell’impresa sui cantieri attualmente aperti. Il sindaco Giorgio Orsoni, pur dicendosi sorpreso per la notizia, ritiene che l’inchiesta non riguardi tutte le attività dell’impresa, ma episodi circoscritti. E, che quindi, i cantieri non dovrebbero subire pesanti contraccolpi.
«La Mantovani è stata – dice Orsoni – un partner importante del Comune in varie operazioni. Se sono preoccupato che questa inchiesta e l’arresto del presidente possa compromettere le operazioni in piedi? No, perché credo che gli episodi all’attenzione della magistratura siano circoscritti e non riguardino la società in generale».
Quanto alla notizia in sè, il sindaco ha mostrato sorpresa.
«Francamente – conclude – da come abbiamo sempre gestito i rapporti con la Mantovani, la cosa mi lascia molto stupefatto perché i rapporti con l’azienda sono sempre stati all’insegna della correttezza e della trasparenza. Ma, ripeto, ma singoli episodi possono avere la loro storia».
Proprio ieri, in apertura del Consiglio comunale, il capogruppo di “In Comune”, Beppe Caccia e il capogruppo della Federazione della Sinistra, Sebastiano Bonzio, hanno preso la parola per chiedere l’istituzione di una commissione straordinaria d’indagine, come previsto dall’articolo 6 dello Statuto comunale, sul ruolo del Consorzio e della Mantovani Spa nella vita cittadina.
«È necessario esprimere un giudizio politico chiaro su quanto sta emergendo – ha detto Caccia – negli ultimi vent’anni in Veneto si è strutturato un vero e proprio sistema di potere politico-affaristico, centrato sulla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali e garantito in Regione dalla presidenza di Galan prima e dalla giunta Zaia oggi. Come ho personalmente denunciato in innumerevoli occasioni e atti ufficiali, all’origine di tale sistema è l’anomalo monopolio del Consorzio Venezia Nuova sulle opere per la salvaguardia di Venezia e la sua laguna, a partire dal progetto Mose».
«È evidente – aggiunge Bonzio – che chi voleva vedere ha visto chiaramente che più di qualcosa non andava. Per questo è necessaria la commissione d’inchiesta che valuti, anche al fine di costituire il Comune come parte civile in sede processuale, come e quanto il sistema illecito che sta emergendo abbia danneggiato il territorio, drenando risorse essenziali per la salvaguardia della città per alimentare sistemi illeciti che negli anni hanno aggredito come una metastasi il nostro territorio».
«Una volta insediato in Parlamento – ha aggiunto il parlamentare neoeletto di Sel, Giulio Marcon – mi adopererò per chiedere che si faccia luce su un sistema politico-affaristico che per la sua gravità e portata potrebbe avere importanza non solo regionale, ma nazionale».

 

LE IMPRESE – Ci sono pure Thetis e il Consorzio Venezia Nuova

Coinvolta anche l’Autorità portuale

L’ente risulta essere uno degli intestatari delle fatture false emesse dalla società sanmarinese

Un gran “calderone” di aziende una simile all’altra, ma soprattutto in grado di lavorare congiuntamente dividendosi compiti e interventi. E poi, enti e società di dominio pubblico coinvolte. E tra queste spicca soprattutto l’Autorità portuale di Venezia come intestataria delle fatture della società sanmarinese finita nell’occhio del ciclone e che ha portato all’arresto del “patron” della Mantovani, Piergiorgio Baita. E insieme al Porto, sono numerose le imprese che sono finite sotto la lente di ingrandimento della Guardia di Finanza.
Molte di esse appartengono all’area veneziana, ma ci sono anche riferimento ad aziende fuori provincia. É il caso della Dolomiti Rocce di Ponte nelle Alpi in provincia di Belluno o alla Talea scarl di Padova. Per il resto si tratta di nomi conosciuti del panorama imprenditorale veneziano (e ovviamente anche veneto). Tra di esse vale la pena di ricordare come tra gli intestatari delle fatture fasulle ci siano strutture importanti come il Consorzio Venezia Nuova, nella quale la Mantovani ha un ruolo preminente per la realizzazione del Mose oppure il Consorzio Thetis che opera all’Arsenale e che si occupa di sistemi di ingegneria e che è strettamente legato al Consorzio Venezia Nuova. In questo quadro occorre tener presente che nel “gruppo” è finita anche la Palomar srl, società che lavora sempre all’Arsenale e che si occupa di riparazioni navali. Ma c’è anche un secondo versante ed è quello delle collaborazioni con enti regionali e qui spuntano i nomi di Veneto Acque, società concessionaria della Regione per la gestione del sistema idrico e acquedottistico; Veneto Strade, la più importante e che – come è noto – cura la progettazione, gestione e manutenzione della rete stradale regionale e ancora la società “Passante di Mestre” che ha curato la realizzazione dell’arteria autostradale.

 

RIVIERA DEL BRENTA – «Stop a Veneto City, Romea commerciale e altre follie»

«Cambiare subito rotta»

FUSINA  «Il raddoppio di Alles rischia di creare un polo europeo di veleni»

I comitati di cittadini da anni si oppongono al progetto

LE REAZIONI   «Ora bloccare i progetti per rifiuti e cemento»

L’Assemblea contro il rischio chimico di Marghera e la lista “Per Mira Fuori del Comune” lanciano un appello alle istituzioni

«Adesso la Regione deve bocciare il progetto per l’ampiamento di Alles, la ditta di Mantovani che tratta rifiuti tossico-nocivi a Fusina». Anche l’Assemblea permanente contro il rischio chimico ha preso posizione ieri, dopo aver appreso la notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato dell’impresa Mantovani. E, con l’Assemblea di Marghera, pure la lista “Mira Fuori del Comune” invita le amministrazioni della Riviera del Brenta e le forze politiche che hanno sostenuto progetti quali Camionabile, Romea Commerciale, Veneto City o Polo Logistico a cambiare rotta immediatamente, «perché se sbagliare è umano perseverare è diabolico – afferma Mattia Donadel che è anche presidente del comitato Opzione Zero -. Per tutti quei comitati e quei movimenti che in questi anni si sono battuti coraggiosamente contro la cementificazione selvaggia denunciando soprusi, irregolarità e commistioni nella gestione dei grandi appalti, questa era una notizia attesa da tempo».
Se per Lino Brentan, ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova, c’è già una condanna di primo grado «per Piergiorgio Baita vale ancora la presunzione di innocenza, ma il dato politico è fin troppo chiaro: l’arresto di colui che è stato definito “Mr. Appalto” rappresenta un colpo durissimo per tutto quel sistema di potere che affonda le sue radici nell’era di Galan-Chisso e si è poi consolidato con la Giunta di Zaia» continua la lista “Mira Fuori del Comune” che parla di un «colpo alla lobby del cemento: Baita è infatti l’ad della Mantovani Spa della famiglia Chiarotto, la ditta asso pigliatutto negli appalti legati alle grandi opere in Veneto, e il nome dell’ingegnere compare in decine di consigli di amministrazione di società legate a opere come Mo.Se. Grande Raccordo Anulare di Padova, Romea Commerciale, Veneto City, Nogare-Mare, Pedemontana, Pedemontana, Ospedale dell’Angelo, Ospedale al mare del Lido… ».
Quanto ad Alles l’Assemblea permanente contro il rischio chimico afferma che «in questa situazione ci sembra un passaggio obbligato imporre la bocciatura alla richiesta di revamping della ditta Alles spa che tratta rifiuti tossico-nocivi provenienti dallo scavo della laguna, e che ha chiesto di poter trattare nuove tipologie di scorie, facendo di Marghera la capitale europea dello smaltimento di queste sostanze. Il grande bussines dei rifiuti attira forti interessi illegali che possono mettere in discussione anche la salute della popolazione».
Gli attivisti dell’associazione ricordano, in proposito, che l’Arpav ha stimato che questo potenziamento produrrebbe il 30% in più di polveri sottili e inquinamento acustico, e che medici e pediatri del territorio si sono già pronunciati negativamente, «ritenendo che questo revamping aggraverebbe ulteriormente una situazione già molto pesante per patologie legate all’esposizione a questi inquinanti». (e.t.)

 

BUFERA SULLA MANTOVANI

COLOSSALI – Lunghe 19 metri larghe 20. Pesano circa 170 tonnellate

IL CANTIERE – Costruite dalla Cimolai sono custodite nell’ex area Pagnan

E il Mose non si ferma: ecco le paratoie

Ieri a Marghera sono arrivate le prime due barriere che saranno posizionate tra Lido e Treporti

Erano lentamente in navigazione da Monfalcone a Marghera le prime due paratoie del Mose, mentre il presidente della Mantovani Piergiorgio Baita veniva arrestato dalle Fiamme Gialle nella sua abitazione.
Doveva essere un giorno memorabile e particolarmente atteso quello in cui le due gigantesche barriere d’acciaio, ciascuna del peso di 170 tonnellate e della larghezza di 20 metri, lunghe quasi 19 e spesse 3 metri e 60 arrivavano via mare su un pontone dopo essere partite intorno alla mezzanotte dal Friuli dove sono state costruite dalla ditta Cimolai di Pordenone.
Alle 15.45 hanno attraversato la bocca di porto di Malamocco e sono entrate in laguna per approdare a Marghera con un trasporto realizzato dalla Timet, specializzata in carichi straordinari, che per la traslazione di tutte e 23 le paratoie (sono in tutto 21 più due di riserva) riceverà circa un milione di euro.
Posizionate ciascuna sopra un carrellone, le due barriere sono state scaricate all’area ex Pagnan (6 ettari), che era stata in precedenza bonificata e infrastrutturata per il loro stoccaggio. Il Consorzio Venezia Nuova le ha prese in consegna per le ultime lavorazioni: saranno riverniciate di giallo e assemblate ai maschi, pure questi in arrivo in questi giorni dalla Fip di Selvazzano. Poi partiranno verso la trincea di Treporti per la fase più delicata dell’installazione nei cassoni, dove sono già state montate le femmine.
Tra una decina di giorni sarà la volta della seconda coppia di paratoie, con uno scaglionamento lungo l’intero 2013.
Per l’assemblamento, invece, si preferirà aspettare le finestre del “morto d’acqua”, previste tra il 15 e il 22 aprile e il 29 aprile e il 6 maggio. A giugno, infine le cosiddette “prove in bianco”, quando, una volta collegate, si proveranno a muovere le prime quattro paratoie. Nei piani del Consorzio, a fine ottobre, saranno anche varati e calati nella trincea di San Nicolò i cassoni di alloggiamento oggi in via di ultimazione a Malamocco. A seguire, toccherà a quelli destinati alla bocca di porto di Malamocco. Quella del Lido potrà essere definitivamente “armata” entro la fine del 2014 o l’inizio del 2015. Da valutare in base agli eventi di marea – precisano sempre al Consorzio – la possibilità di usarla già prima del completamento dell’intera opera, prevista entro il 2016

 

L’ISOLA D’ORO – Polo turistico ed ex Ospedale

Anche al Lido si teme per i progetti

L’arresto di Piergiorgio Baita getta un’ombra preoccupante anche su tutti i progetti che il fondo Real Venice ha corso al Lido. Mantovani è infatti uno dei soci “forti” del fondo immobiliare e l’ingegner Baita è sempre stato colui che aveva in mano i “cordoni della borsa” nell’operazione. A rischio, oltre all’ex ospedale al mare, potrebbe esserci il porto turistico di San Nicolò. Il nuovo stabilimento balneare dopo l’abbattimento del monoblocco.
«Sono preoccupato – dice il presidente della municipalità – ma resto fiducioso. Spero che venga fatta chiarezza in maniera definitiva».
All’attacco partono però i comitati di “Un altro Lido è possibile”. «L’arresto di Baita accende una luce inquietante anche sulla trattativa che il sindaco Orsoni sta conducendo da mesi con EstCapital sgr ed il fondo Real Venice 2, nel quale è presente la Mantovani spa, per la compravendita dell’area dell’ex ospedale al mare. Rinnoviamo dunque il nostro invito al sindaco Orsoni ad astenersi da trattative ulteriori e chiediamo al Consiglio Comunale di riavviare ex novo la procedura di alienazione, per quanto effettivamente necessario, dell’ex ospedale, su nuove basi, in termini di assoluta trasparenza e con il confronto con la cittadinanza. Alla luce di queste importanti novità la decisione del Consiglio Comunale deve essere presa a “bocce ferme”, quindi immediata sospensione della contrattazione in atto e rivisitazione globale dei problemi con celere ed efficace deliberazione». L’avvocato Francesco Mario d’Elia per l’associazione “Venezia Libera” ha inviato una lettera al sindaco e al responsabile dell’Ufficio Legale del Comune per chiedere di rinviare l’udienza davanti il Tribunale di Venezia relativa al procedimento civile d’urgenza in essere contro la società Est Capital. Chi, per prima, aveva denunciato presunte “anomalie” anche da parte di alti funzionari della Regione, era stata, fin dai primi anni del 2000, l’ex presidente della municipalità, Fanny Lardjane, a lungo segretaria particolare dello stesso Galan. «Oggi – ha commentato la Lardjane – per me è una bellissima giornata. Si realizza ciò che ho sempre denunciato, pagando anche di persona la mia onestà. Posso assicurarvi che presto “cadranno” altre teste di personaggi eccellenti».

Lorenzo Mayer

 

Grandi opere, le risposte necessarie (di Tiziano Graziottin)

Un terremoto per il sistema delle opere pubbliche a Venezia: una scossa che potrebbe precederne altre, certamente di non minore entità. Anzi – da quanto hanno fatto capire Procura e Guardia di Finanza – se ci saranno riscontri al Grande Sospetto esplicitato senza giri di parole dal colonnello Nisi (la massa di denaro nero utilizzata anche per pagare tangenti) gli effetti stavolta potrebbero essere devastanti. Gli investigatori in effetti si sono spinti molto avanti, quasi un segnale all’opinione pubblica per far capire che le carte in mano alle Fiamme Gialle e ai magistrati sono tali da poter giocare una partita tutta di attacco rispetto all’opacità di tanti appalti e a una procedura, quella dei project financing, oggi messa fortemente in discussione da questa (e altre) inchieste.
L’ampiezza dell’indagine e lo spessore dei soggetti coinvolti sono tali da gettare un’ombra pesante su tutto il sistema degli appalti a Nordest, e la differenza sostanziale con altre inchieste anche recenti (prima sulle gare truccate in Provincia di Venezia, poi sulle tangenti in Comune, infine il filone autostrade/Brentan che ha generato l’operazione Chalet) potrebbe essere proprio questa: stavolta oltre a funzionari e imprenditori privati lo tsunami giudiziario – parola di gran moda in questi giorni – potrebbe investire anche i palazzi del potere politico.
Ribadito, sempre bene farlo, che tutti sono innocenti fino a prova contraria (la Mantovani parla di “abnormità” in riferimento ai provvedimenti cautelari), il doveroso auspicio è che si faccia davvero pulizia, sviluppando fino in fondo le intuizioni e le evidenze dell’inchiesta. Farebbe bene a tutti, in primis a tanti imprenditori che hanno bisogno di respirare aria nuova e di tornare a credere che tutti partono alla pari quando si partecipa a un appalto, e più in generale a una società civile da un lato certo sconcertata per il pentolone che queste inchieste vanno scoperchiando, dall’altro fiduciosa che sia la volta buona per un giro di vite a ogni livello. Confidando, va pure detto, che la meritoria azione di Gdf e Procura di Venezia non abbia come “effetto collaterale” il blocco di opere – dal Mose al tram di Mestre – che dopo anni di parole & polemiche la collettività attende di veder completate. Un riflettore, per dire, è stato acceso anche sul passante di Mestre, e questo può essere l’esempio giusto: è innegabile che abbia migliorato la vita ai veneti, ma è bene che se ci sono state false fatturazioni milionarie (o peggio) collegate all’opera il marcio venga portato allo scoperto. Ci piacerebbe fosse sempre così.

Tiziano Graziottin

 

In carcere con il presidente della Mantovani anche Claudia Minutillo William Colombelli e Nicolò Buson. Sono accusati di frode fiscale

VENEZIA – È finito in manette uno dei “padroni del Veneto”, l’imprenditore veneziano Piergiorgio Baita, 64enne presidente della Mantovani Spa, asso pigliatutto delle costruzioni venete soprattutto regionali e in generale pubbliche, in project financing e non, e la principale del Consorzio Venezia Nuova impegnato nei lavori per il Mose. Con lui sono stati arrestati dai finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova, Claudia Minutillo (49 anni), nella sua lunga carriera segretaria di numerosi esponenti politici del Pdl, da Giancarlo Galan a Paolo Bonazza Buora, e ora trasformatasi in manager tanto da divenire amministratore delegato di “Adria Infrastrutture spa”; William Colombelli, 49enne titolare di una società di San Marino che si faceva passare per console onorario della Repubblica del Monte Titano, e Nicolò Buson (padovano di 56 anni), responsabile amministrativo della «Mantovani». Tutti sono accusati di associazione a delinquere e di concorso in frode fiscale. Baita, rinchiuso ora nel carcere di Belluno, è stato arrestato nella sua abitazione di Mogliano, mentre Minutillo era a Mestre ed è stata accompagnata nel carcere femminile della Giudecca, così Buson che è stato bloccato a Padova e accompagnato al Santa Bona di Treviso, infine Colombelli è finito in manette a Santa Margherita Ligure, dove risiede abitualmente ed è finito nel carcere di Genova. Due le direzioni dalle quali gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, sono arrivati alla «Business Merchant consulting (Bmc) Broher srl» di San Marino di Colombelli: il Nucleo di Polizia tributaria di Padova attraverso una verifica fiscale negli uffici amministrativi della “Mantovani”, che sono nella città del Santo, e il Nucleo di Polizia tributaria di Venezia a partire dall’indagine che hanno portato due anni fa all’arresto dei due dirigenti dell’ufficio Edilizia della Provincia e da quella dell’anno scorso nell’ambito della quale è finito in manette l’amministratore delegato della società Autostrade Venezia-Padova Lino Brentan. I finanzieri avrebbero accertato che, a partire del 2005, la Bmc Broker avrebbe emesso fatture false per dieci milioni di euro, di cui otto a favore della «Mantovani» di Baita e altri due a favore della «Adria Infrastrutture» della Minutillo. Secondo quelle fatture fasulle, la società di Colombelli avrebbe svolto attività tecniche che in realtà avevano già svolte altre aziende pagate regolarmente e che avevano rilasciato fattura, questa sì vera. Ad esempio, la Bmc Broker avrebbe svolto ricerche di mercato, studi su possibili inserzioni pubblicitarie, addirittura ricerche sulla consistenza che dovevano avere le paratie del Mose, ricerca di partner commerciali. Consulenze pagate profumatamente: fatture false da 500 mila euro, addirittura di un milione che venivano poi pagate tramite bonifico bancario su conti correnti sanmarinesi e, a stretto giro, quei soldi venivano prelevati in contanti per la quasi totalità (escluso il corrispettivo che veniva trattenuto per la commissione) da Colombelli o da suoi incaricati. Denaro che sarebbe poi stato riconsegnato a Baita e a Minutillo, in Italia e in Svizzera. In questo modo «Mantovani» e «Adria Infrastrutture» avrebbero costituito veri e propri fondi neri per circa 10 milioni di euro. Solitamente attraverso le risorse clandestine le imprese pagano tangenti ai pubblici amministratori e gli inquirenti veneziani stanno compiendo accertamenti su questo punto. Il giudice veneziano Alberto Scaramuzza ha disposto anche sequestri di beni mobili e immobili per 8 milioni di euro e i finanziari hanno sequestrato a Baita due conti correnti e cinque appartamenti (a Mogliano, a Treviso, a Venezia e a Lignano); a Colombelli un conto corrente, una villa sul lago di Como e due barche (una di 14 metri ormeggiata a Portofino e l’altra di sei metri sul lago, sotto casa); a Minutillo due appartamenti, uno a Mestre, l’altro a Jesolo; a Buson un appartamento a Padova. Nella conferenza stampa il procuratore della Repubblica Luigi Delpino ha voluto sottolineare l’importante collaborazione internazionale fornita dall’autorità giudiziaria e di polizia sia della Repubblica di San Marino, un tempo considerato un paradiso fiscale, e della Svizzera. «È stata una collaborazione essenziale» ha detto il magistrato. A coordinare le indagini i colonnelli della Guardia di finanza Renzo Nisi e Giovanni Parascandolo.

Giorgio Cecchetti

 

«Azzero il debito per… Giancarlo»

Le registrazioni telefoniche fatte da William Colombelli per incastrare l’ingegnere: «Questo non lo dovevi fare»

VENEZIA «Questo non lo dovevi fare…», è il 15 maggio dello scorso anno e Piergiorgio Baita parla al telefono con William Colombelli. E il presidente di Mantovani si riferisce alle registrazioni delle loro conversazioni fatte dal titolare della BMC Broker, quando s’incontravano e quando incontrava Claudia Minutillo. Registrazioni che i finanzieri avevano sequestrato il giorno prima durante la perquisizione della società di San Marino. Sono le registrazioni che incastrano Baita e che non lasciano scampo nemmeno a Claudia Minutillo. In una conversazione Baita dice all’altro: «Quel materiale non avrebbe dovuto esserci…». Colombelli aveva iniziato a fare registrazioni quando, a fine 2010, ha capito che i due lo stavano scaricando. Dieci i file trovati riguardanti le registrazioni. In uno dei file trovati in casa a Colombelli e denominato “conti a casa con Claudia”, l’uomo e la Minutillo parlano dell’incontro che ci deve essere con Baita, nel quale il presidente di Mantovani deve fare l’offerta per l’acquisizione di BMC Broker. Dice Colombelli: «…sono valori miei, io qui ho soltanto i fatturati loro Adria, Mantovani…vedi che i primi anni c’era Consorzio, Talea…le Autostrade». Colombelli spiega che il fatturato lo fa con la Mantovani e con altre società che usano lo stesso sistema delle fatture false. In un altro passo della registrazione Colombelli spiega il sistema, il “giro del nero” della Mantovani, grazie alle fatture false. Dice alla Minutillo: «Che i 4mila, dove cazzo sono, questi soldi qua…questi 2 milioni e 697, questi 4 milioni…questi 3 milioni…li hanno sempre avuti indietro…su questo fatturato loro portano a casa sempre…perché c’è l’ho segnato sempre…se vai sul 2005, loro hanno portato a casa 4 milioni in nero, mi segui? Io l’ho fatturato quel lavoro, e tu c’hai guadagnato…con tutti quei soldi in questi anni tu hai portato a casa tutto questo totale di nero…». Poi riferendosi a Baita dice: «Se comincia a rompere i coglioni c’ho qua tutto, c’ho qua la lettera e le altre cose di Mantovani». Colombelli vuole che Baita acquisti, per 3 milioni la sua azienda. «Il fatto del bilancio glielo azzero nello stesso identico modo. Se lo vogliono fare…perché è stata arrivata la cosa…da…da Giancarlo…». E ancora: «Vi siete portatati a casa la bellezza di 8 milioni di euro in sei anni che io ti ho consegnato personalmente». Colombelli vuole vendere la società per farla chiudere, staccando fatture false a favore di Mantovani. Come del resto vuole fare Baita che sente il fiato della Guardia di Finanza addosso. Ma ritiene che 3 milioni siano troppi.

Carlo Mion

 

la conversazione – Baita: «Non voglio una cartiera all’interno del mio gruppo»

Che Piergiorgio Baita si renda conto che la “Bmc Broker” sia una “cartiera” è evidente in alcune conversazioni registrate da Colombelli nel 2010, quando ci sono gli accertamenti della Guardia di Finanza e quando i due discutono della possibile acquisizione, da parte di Baita della società dell’altro. Dice Baita: «Non penso che tu abbia fatto la Bmc per noi». Colombelli risponde: «Inizialmente aveva anche un ramo commerciale, ma negli ultimi anni è stata solo per voi». In un’altra conversazione, quando la Bmc, in seguito ai controlli della Guardia di Finanza, non lavora più, e Colombelli insiste perché la sua società venga acquisita dal gruppo Mantovani. Baita gli risponde: «Io non posso come gruppo prendere una società che produce carta, è pericoloso». Quando oramai hanno capito che la Guardia di Finanza sta scavando a fondo sulla loro attività cercano di sapere quanto gli investigatori hanno scoperto pagando un poliziotto di un commissariato che attraverso il computer del Ministero dell’interno aveva cercato di scoprire se ci fossero persone indagate tra loro. (c.m.)

 

Spunta una gola profonda una dipendente della bmc broker

Oltre a riscontri cartacei di bonifici bancari e prelevamenti di contante nelle banche di San Marino per un totale che supera gli otto milioni di euro, gli investigatori della Guardia di finanza di Padova coordinati dal pubblico ministero Stefano Ancilotto hanno basato l’indagine su due punti di riferimento. Il primo è stato una ”gola profonda”, determinante nel tratteggiare il funzionamento dall’interno del sistema messo in cantiere da Baita, Minutillo e Colombelli. Si tratta di una dipendente della Bmc Broker, la quale inizialmente, probabilmente su pressione del suo datore di lavoro, non ha rivelato alcunché, ma in un secondo momento ha riferito come funzionava il meccanismo, riferendo sostanzialmente che dietro le fatture che partivano per Venezia non c’era scambio di beni o servizi. Una conferma testimoniale di quello che gli investigatori delle «fiamme gialle» avevano appurato grazie alla documentazione sequestrata presso gli uffici padovani della Mantovani con la verifica fiscale. Il secondo punto di riferimento sono le intercettazioni telefoniche ed ambientali alle quali sono stati sottoposti Baita, Minutillo e Colombelli. Telefoni di casa, cellulari e anche microspie nelle automobili. E’ stato spiegato ieri che inserire la «cimice» nell’auto del sanmarinese è stata un’operazione piuttosto complessa che ha portato via ai finanzieri alcuni mesi addirittura. Colombelli, infatti, era molto attento e piazzava la sua auto di lusso sempre nei pressi di dove si trovava in modo da poterla tenere sotto controllo con uno sguardo. E le intercettazioni hanno potuto anche stabilire quale tenore di vita manteneva Colombelli: ville, auto sportive, vacanze in luoghi da sogno e imbarcazioni, Eppure, a un veloce controllo della sua dichiarazione dei redditi, risultava appena sopra il limite della povertà: negli ultimi anni, infatti, il presidente della «Bmc Broker» aveva dichiarato cifre intorno ai 12 mila euro di reddito lordo all’anno.

 

La resistibile ascesa di Baita Da Tangentopoli al Mose. Garante del patto tra il democristiano Bernini e il socialista De Michelis negli Anni Novanta poi ingegnere del “sistema maxi opere”. «Gli appalti non piovono, deve proporli l’impresa»

Dicono che la Mantovani prende sempre tutto ma questo indica una mentalità. Ora bisogna rischiare del proprio, non c’è più niente da prendere nelle opere pubbliche.

L’INGEGNERE DEL “SISTEMA GRANDI OPERE”

VENEZIA – La battuta che gira è che nel 1992 Baita si salvò parlando: se parla oggi, altro che Grillo, viene giù il soffitto. Ma cosa potrebbe dire oggi l’ingegner Piergiorgio Baita di così grave che non si sappia già, almeno nelle linee generali se non proprio nei dettagli? Il sistema dei lavori pubblici nel Veneto e delle grandi opere costruite con i soldi dei privati che poi si fanno rimborsare dagli enti pubblici, è ampiamente noto e descritto, con nomi e cognomi, da anni, in centinaia di articoli di giornale. Non c’è niente di misterioso, è tutto alla luce del sole: vincono sempre i soliti. Sono i più bravi, i più fortunati e i più ammanicati, fate voi in che ordine. Vincono quando ci sono le gare e anche quando non ci sono. Vincono perfino quando fanno offerte più alte dei concorrenti. Il sistema è arrivato al punto che la decisione di costruire un ospedale o un’autostrada è stata delegata ai privati: la Regione Veneto che dovrebbe stare all’inizio del processo programmatorio arriva in coda a prenderne atto. Da notare che non siamo in regime di monopolio: le imprese sono tante ma poche si accaparrano i grossi lavori, tutte le altre fanno la coda per elemosinare un sub-appalto. Alle condizioni imposte. Prendere o morire. E questo alimenta un clima di veleni. È una situazione illegale? Sono «vestitini cuciti su misura» del tipo di quelli realizzati in Lombardia per l’amico di Roberto Formigoni, quel Pierangelo Daccò che gli pagava le vacanze ma poi viaggiava in corsia di sorpasso quand’era il momento di assicurarsi gli appalti regionali? Piergiorgio Baita potrebbe dare di sicuro qualche risposta, anche se lui sostiene da tempo di aver preso il largo dai politici. Per almeno due motivi: non contano più niente, fatto sotto gli occhi di tutti, e hanno finito i soldi, cosa un po’ meno evidente. «Mi hanno dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan», ci diceva l’anno scorso. «Compagno di merende nel senso che lui mi ha sempre portato via la merenda per darla ai suoi amici, questo sì! Dal nuovo ospedale di Este-Monselice al padiglione Jona di Venezia, al Centro Protonico di Mestre: chiedete all’onorevole Sartori perché la Mantovani l’ha perso. Ecco i compagni di merende. Questo è un luogo comune, non solo falso ma che ha funzionato al contrario. Non sono mai stato così tranquillo dopo che Giancarlo Galan è andato a fare il ministro». Adesso Galan non è più ministro e l’ingegnere è un po’ meno tranquillo. Pochi lo sarebbero nella sua situazione, anche se agli arresti era già finito nel 1992, con la prima Tangentopoli. All’epoca dirigeva il Consorzio Veneto Disinquinamento, controllato da Iniziativa Spa, società costituita dall’impresa Furlanis, per la quale lavorava da vent’anni, e da Italstrade (Partecipazioni Statali). Puntavano a diventare concessionari di grandi opere pubbliche, con la formula del project financing che all’epoca nessuno conosceva. La sponda politica era assicurata da Franco Cremonese presidente della Regione e dal ministro Carlo Bernini. Mani Pulite mandò tutti a gambe all’aria, ma Baita ostinandosi a volere il processo ne venne fuori assolto nel 1995 per non aver commesso il fatto. Ai magistrati aveva raccontato per filo e per segno il meccanismo di spartizione degli appalti tra Carlo Bernini e Gianni de Michelis, i due dogi del Veneto di allora. La sua tesi era che in Veneto le imprese potevano lavorare solo con la “benedizione” dei partiti, ottenuta pagando un “obolo” alla chiesa, evidentemente. Era un concusso, non un corruttore. Piergiorgio è un tipo tosto, preparato, volitivo. Già risorto una volta. Molto addentro ai meccanismi. Con gli agganci che gli hanno consentito di riemergere e portarsi al comando, primo tra questi il patto di ferro con Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. Non si contano gli incroci societari e le partecipazioni con il suo nome, non ultima quell’Adria Infrastrutture spa che compare in un sacco di appalti pubblici del Veneto. Nel Cda di Adria Infrastrutture sedeva anche Claudia Minutillo, la dark lady, segretaria del presidente Giancarlo Galan fino al 2004, poi defenestrata senza complimenti ma subito «indennizzata» con incarichi e prebende sui generis, per tenerla buona. La Minutillo è in Bmc Brokers, la società che arriva da San Marino per rifornire il buffet pre-elettorale voluto da Galan nel febbraio 2006 a Fusina, con gli allora ministri Lunardi e Matteoli. Seicento invitati, costo 150.000 euro più altri 60.000 pagati da Palazzo Balbi attraverso Veneto Acque, società regionale. La Brokers incassa anche i 130.000 euro di una incredibile campagna informativa sullo stato di attuazione del Sfmr, il metrò regionale che ad oggi non è ancora partito. Quanto coinvolto sia stato Piergiorgio Baita in questi costosi giochi di palazzo, difficile dire. Di certo è un uomo che garantisce gli accordi. La prima repubblica finisce con Baita in galera, la seconda comincia con Baita libero come un fringuello che prende in mano la Mantovani Costruzioni, la fonde con la Laguna Dragaggi e ne fa una macchina da guerra. Vince dappertutto. Possibile che tocchi sempre a lui? «Dicono che la Mantovani prende tutto, ma questo indica la mentalità», ci replicava l’anno scorso. «La Regione che eroga e io sotto a prendere sgomitando con gli altri per arrivare prima. Non c’è più niente da prendere, devi essere tu a proporre. Bisogna investire e questo vuol dire rischiare soldi tuoi. Quelli che dicono che la Mantovani prende tutto, sono lì che aspettano che torni a piovere denaro pubblico sulle loro imprese. Succederà sempre meno. Io cerco di fare una mia strada, diversa dagli altri». Un’altra frase che l’ingegnere ama è una citazione di Al Capone, che non a caso ci faceva un anno fa, dopo l’arresto di Lino Brentan: «Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta». Baita cercava di spiegarsi l’arresto del presidente dell’autostrada Nogara-Mare arrivato tre mesi dopo l’avviso di garanzia. Perché non l’avevano arrestato subito? Per la strategia dei due tempi: prima la parola gentile, poi la pistola alla tempia. Adesso la pistola alla tempia ce l’ha lui. Siamo alla fine della seconda repubblica? «Non è vero che i project financing sono vinti tutti dalla Mantovani» ci aveva detto ultimamente. «Venite a trovarmi che vi do la classifica aggiornata». Ma non c’è stato il tempo.

Renzo Mazzaro

 

LA CURIOSITA’ – L’indagine è stata anticipata in un libro I magistrati veneziani: «Tutto spiegato nei “Padroni del Veneto” di Renzo Mazzaro»

VENEZIA – Lo hanno letto sia il pm Stefano Ancillotto che i finanzieri che si stanno occupando della frode fiscale attribuita al gruppo Mantovani, da qualche nano. Si tratta del libro “I padroni del Veneto” scritto dal giornalista Renzo Mazzaro. In quel libro c’è l’anima dell’indagine che ieri ha portato in carcere Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo. In quel libro è spiegato molto bene come avviene l’incontro tra gli imprenditori veneti, Baita in testa, e William Colombelli. Avviene grazie all’allora presidente della Regione Giancarlo Galan. Quando all’epoca la Bmc di Colombelli si occupava, con il suo ramo commerciale, di manifestazioni fieristiche. Ancora ieri il pm Ancillotto, a chi chiedeva come era nato il rapporto tra Baita e Colombelli, rispondeva: «È spiegato molto bene nel libro “I padroni del Veneto”». Leggendo quel libro spesso gli investigatori hanno capito che la realtà che emergeva dalla loro indagine, personaggi compresi, era raccontata in quelle pagine. Del resto il libro di Renzo Mazzaro mette in luce come con il sistema del project finacing la Mantovani è diventata, grazie all’appoggio della presidenza di Giancarlo Galan, se non la padrona del Veneto, uno dei padroni. Per ora le indagini si sono fermate agli imprenditori, mentre nel libro s’incontrano altre figure importanti che però appartengono al mondo della politica. I finanzieri continuano a rileggerlo, quel libro.

 

Il monopolio Mantovani. Ora trema anche l’Expo.

L’azienda si è aggiudicata la gara per le opere dell’esposizione milanese. E per il Mose incassati finora cinque miliardi e mezzo e non è ancora finita.

VENEZIA «Monopolio? Ma dai… Noi investiamo, rischiamo. Siamo un’impresa e facciamo quello che decide la politica». Così Piergiorgio Baita, 64 anni, imprenditore numero uno del Veneto, rispondeva poco tempo fa sulla «Mantovani pigliatutto». L’impresa padovana nata nel 1947, da 25 anni nelle mani della famiglia Chiarotto, è oggi uno dei leader nel panorama edilizio-immobiliare nazionale. Prima nel Veneto, undicesima in Italia, appalti e incarichi in continua espansione. Il nome di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani da quasi vent’anni, si trova per ben 67 volte nel registro delle imprese della Camera di commercio come presidente, consigliere, rappresentante legale. Il grosso delle commesse arriva dal Mose, le dighe mobili da anni al centro dei riflettori. Giunte al 65 per cento dei lavori, costo complessivo 5 miliardi e mezzo di euro, cinque volte il prezzo del progetto di massima. Un miliardo e 200 mila in più del «prezzo chiuso» stabilito pochi anni fa. Soldi garantiti, vista la concessione unica prevista dalla Legge Speciale del 1984. Sul Mose l’Unione europea ha respinto l’archiviazione dell’esposto degli ambientalisti. E nei prossimi giorni convocherà tecnici e Magistrato della Corte dei Conti, Antonio Mezzera, che aveva duramente criticato la gestione finanziaria della salvaguardia negli ultimi anni. Mose ma non solo. Il nome Mantovani si legge in quasi tutti i grandi cantieri aperti, progettati e appena chiusi del Veneto. Con particolare concentrazione in laguna. C’è il Passante di Mestre, ma anche le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali portuali e la difesa dei litorali, il restauro di rive, banchine portuali e fondamenta. Il tram di Mestre è stato realizzato dalla Mantovani, così come il depuratore di Marghera. Con la benedizione di Giancarlo Galan, presidente del Veneto per 15 anni e oggi deputato del Pdl, la Mantovani ha realizzato con il sistema del project financing il nuovo Ospedale di Mestre e il centro protonico. Sempre in project la Mantovani dovrebbe costruire in cordata con Sacaim e Studio Altieri – lo stesso che ha progettato gli ospedali – la sublagunare, futuristico progetto di collegamento subacqueo con il treno da Tessera all’Arsenale. Anche qui prezzo più che raddoppiato in pochi anni (da 400 a 800 milioni di euro). Studi tecnici negativi, «no» di Comune e Provincia, dubbi sulla sua utilità e sugli impatti. Da qualche anno Mantovani e Baita hanno intrapreso anche la strada delle gare. «Vinciamo sempre noi? Vuol dire che gli altri non hanno voglia di rischiare», ripete. Alla Mantovani viene assegnato così l’incarico di lavorare al terminal di Fusina, all’ex Alumix e nelle banchine portuali Piave Isonzo, alla tangenziale di Padova e ai sottopassi di Verona. Insieme a Fincosit e Condotte, le altre imprese del Mose, Mantovani ha acquistato con il fondo Real Venice 2 di Est Capital l’Ospedale al Mare del Lido per 61 milioni di euro. Operazione contestata dai comitati dell’isola, che prevede di realizzare appartamenti di lusso, ristorante, negozi, uffici e una grande darsena da mille posti barca a San Nicolò. Per dimostrare che non è solo il cemento il suo core business, l’azienda di Baita aveva accettato lo scorso anno di sponsorizzare con 5 milioni di euro le regate di Coppa America. Sede logistica all’Arsenale, gare in bacino San Marco, ricevimenti e attività nei capannoni (le Teze) dell’Arsenale nord appena restaurate proprio dal Consorzio Venezia Nuova. Mantovani, attraverso il Consorzio, finanzia anche attività culturali come la Fenice e il Marcianum, centro studi della Curia voluto da Angelo Scola. L’ultima avventura si chiama Expo. Baita e la sua azienda si sono aggiudicati la gara per l’Expo di Milano 2015, con un ribasso d’asta notevole e qualche problema con le imprese collegate, di cui una in odore di mafia.

Alberto Vitucci

 

esposizione universale

Il sindaco Pisapia: «Baita si dimetta» 

Il sindaco di Milano e commissario straordinario di Expo 2015 Giuliano Pisapia esprime in una nota la propria preoccupazione per le conseguenze dell’arresto avvenuto ieri mattina dell’amministratore delegato della società Mantovani, Piergiorgio Baita, società aggiudicataria dell’appalto per la costruzione della “piastra” per il sito espositivo di Rho-Pero. «Senza entrare in alcun modo nel merito delle indagini della magistratura, voglio comunque sottolineare – ha affermato Pisapia – che l’inchiesta non riguarda, né direttamente né indirettamente, l’appalto e i lavori sul sito di Expo 2015. Da parte mia, non posso che auspicare, nell’interesse di tutti e al fine di evitare polemiche, che, dopo quanto accaduto oggi, Piergiorgio Baita si dimetta spontaneamente da rappresentante legale della società o che la Mantovani decida di modificare la propria governance», ha concluso Pisapia.

 

Dall’Arsenale al Passante, un impero

L’azienda padovana ha realizzato le maggiori opere del Veneto e ne gestisce gran parte

VENEZIA – Non c’è solo Mantovani spa. O meglio, la Mantovani è dappertutto. Socia e partecipata di altre aziende che operano nel campo dell’edilizia, del disinquinamento, delle infrastrutture, della sanità. Un elenco lungo che comprende la Cav (Costruzioni Arsenale Venezia) società che ha in gestione per 30 anni la parte nord dell’Arsenale e i bacini di carenaggio. La Cav ha realizzato qualche anno fa anche i giganteschi dolphin piloni in cemento del rigassifigatore di Rovigo e ora costruirà le navi per il trasporto delle paratoie del Mose (jack up). Cav ha sostituito la società Palomar, che aveva ottenuto nel 2005 la concessione dallo Stato per il Mose. Altre società dove è presente la Mantovani sono la Sanitaria veneta, creata per costruire in project financing il nuovo Ospedale dell’Angelo a Mestre. La Sanitaria veneta di cui Baita è vicepresidente ha oggi in gestione servizi, immobili e parcheggi del nuovo ospedale. C’è anche Adria Infrastrutture, la Alles depurazione, creata insieme a Veritas e al Comune per depurare i fanghi a Marghera. Poi i Consorzi di cui Mantovani ha una quota, come il consorzio Lepanto e il Consorzio per la Pedemontana, il Molo Sali al Porto di Venezia, il Covela. Di proprietà della società Mantovani è adesso anche la Tethis, società di ricerca con sede all’Arsenale fondata 25 anni fa da Comune e Tecnomare. La Tethis si occupa di studi e ricerche legate al Mose, ed è interamente di proprietà della spa presieduta da Baita, presieduta da Maria Teresa Brotto. Società che ha notevolmente ridotto negli ultimi mesi il personale e l’attività di ricerca estranea al Mose. Il nome della Mantovani si trova anche nella neocostituita società New Port spa. La sede è in viale Ancona a Mestre, stesso civico della azienda madre padovana. Il presidente qui è l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, il vice Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani. Consigliere è Sandro Trevisanato, presidente della Vtp (Venezia terminal passeggeri), revisore dei conti Arcangelo Boldrin. Recente l’acquisizione da parte di Mantovani spa della società mestrina di Plinio Danieli Venice campus, che ha in programma la nuova edificazione in via Torino con torri, case, negozi e uffici. Una delle tante operazioni che la società padovana ha in campo. Uno degli ambiti dove la Mantovani è più attiva, oltre all’edilizia, sono le infrastrutture stradali. La Mantovani ha costruito il Passante, 32 chilometri tra Dolo e Quarto d’Altino costati circa un miliardo di euro. A gestire gli introiti del Passante di Mestre è adesso un’altra Cav (Concessioni autostradali venete) presieduta fino al 2011 da Alfredo Biagini, legale della Mantovani, e oggi dal leghista Tiziano Bembo. (a.v.)

 

L’affare d’oro chiamato project financing

La fondazione negli anni ’40 a Verona, ma dal 2000 la svolta strategica e la crescita esponenziale

VENEZIA – Una storia aziendale che inizia negli anni Quaranta ma la cui svolta arriva nel 2000, quando la Costruzioni Ing.E. Mantovani si butta nel business delle mega infrastrutture in project financing. Fino ad allora l’azienda fondata a Verona dall’ingegner Enzo Mantovani si era occupata in particolare di grandi opere stradali: fra le opere per cui era ricordata spiccavano i primi lotti dell’Autostrada del Sole ma anche il trampolino olimpico di Cortina d’Ampezzo. Nel 1987 l’acquisizione da parte della famiglia padovana Chiarotto, dopo che l’ingegner Mantovani non era riuscito a trovare tra i suoi due figli chi fosse interessato a continuare l’attività aziendale. Qui c’è una prima svolta, perché lo scoppio di Tangentopoli impone all’azienda di cambiare rotta e di specializzarsi nei dragaggi e nelle opere marittime. Fra le acquisizioni di quegli anni c’è la Laguna Dragaggi, che nel 1996 si fonde con la stessa Mantovani. Poco prima Mantovani era entrata nel Consorzio Venezia Nuova, che sta costruendo il Mose di Venezia. La prima di una serie di maxi opere che l’azienda ormai padovana mette in cantiere. È con l’arrivo di Piergiorgio Baita che questa linea strategica assume una particolare rilevanza. Baita è un manager dinamico, che nel 1992 era stato però arrestato perché implicato in un presunto giro di tangenti: ex direttore del Consorzio Veneto Disinquinamento e della società Iniziativa, venne arrestato con l’accusa di concorso in corruzione, perché sospettato di aver gestito la spartizione dei lavori autostradali. Alla fine del processo venne prosciolto con formula piena. Il sodalizio Mantovani-Baita porta a incrementare in modo impressionante il portafoglio ordini. E a far crescere l’azienda dai 182 milioni del 2004 agli oltre 500 del 2008, e i lavoratori diretti fino a oltre 400. Nel frattempo la famiglia Chiarotto, con Giampaolo Chiarotto, costruisce intorno alla Mantovani un gruppo che va dalle costruzioni alle partecipazioni nelle concessionarie autostradali. Al vertice della piramide si trova Serenissima Holding, 358 milioni nel 2011, che controlla Mantovani e altre aziende di rilievo, come la padovana Fip Industriale, fortissima nell’edilizia antisismica. La punta di diamante resta però la Costruzioni Mantovani. Fino agli arresti di ieri. Una prova durissima da affrontare, anche sotto il profilo della reputazione aziendale.

 

Claudia, da segretaria di Galan a manager di eventi e mattone

La Minutillo uscita da palazzo Balbi è diventata amministratore delegato di Adria Infrastrutture con una passione sfrenata per lo shopping, ora è accusata di associazione per delinquere

VENEZIA – Quando era accanto al presidente della Regione Giancarlo Galan, gli avversari politici del capo la chiamavano la «Dogessa», insomma la donna del «Doge», perché era la sua ombra e non era una semplice segretaria, ma una vera e propria consigliera. Claudia Minutillo è famosa a Mestre perché quando entra in una boutique – frequenta solo quelle di super lusso – esce con dieci e più sacchetti ed è considerata una ricca modaiola, insomma una supergriffata, e da qualche anno il debole per lo shopping è aumentato: da segretaria, infatti, è passata all’imprenditoria, trovandosi a capo di un piccolo gruppo finanziario-industriale. Eppure la sua uscita da palazzo Balbi non sarebbe stata serena: i maligni raccontano che a volere il suo congedo, nel 2005, sia stata la compagna prima e moglie poi del capo, Sandra Persegato, che avrebbe posto il classico aut aut: o lei o me. Per arrivare nelle stanze di Galan aveva fatto la gavetta: si era impratichita come assistente di un altro esponente veneziano del partito di Berlusconi, Paolo Bonazza Buora, poi era finita nella segreteria dell’assessore regionale Renato Chisso, infine era approdata negli uffici del governatore. Ma, dopo la sua fuoriuscita, non le va certo male: si piazza subito alla «Business Merchant consulting Broker» di San Marino, dove, secondo l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza, sarebbe stata la socia occulta. Nel 2006, a questa società sconosciuta ai più, vengono assegnati incarichi e consulenze della giunta regionale. C’è da pubblicizzare il Sistema metropolitano regionale? Ci pensa la Bmc di San Marino. C’è la festa da organizzare per la fine dei lavori dei canali lagunari per conto dell’Autorità portuale? La regia dell’evento è firmata Bmc. Appalti di poco conto, rispetto ad altro, ma in Consiglio regionale c’è chi si insospettisce e fioccano le interrogazioni. Ma la Minutillo non si ferma e dagli eventi passa alle costruzioni, da segretaria diventa imprenditrice edile con la passione per le opere pubbliche. Il trampolino di lancio lo fornisce la sua partecipazione come una degli amministratori della Pedemontana, società a capitale privato chiamata a realizzare il progetto in discussione da anni, per la nuova strada veloce tra Vicenza e Treviso. Il Veneto in quegli anni offre decine di grandi occasioni e quella migliore la fornisce Piergiorgio Baita, già allora asso pigliatutto nelle costruzioni: bretelle, passanti, terminal, strade e autostrade. Minutillo entra in Adria Infrastrutture e non dalla porta di servizio: comanda Baita, che mette i soldi ed è vicepresidente del Consiglio d’amministrazione, ma lei è amministratore delegato dal 2006 ed è anche socia con il 5 per cento del capitale intestato a «Investimenti srl». Da quell’anno, piano piano, «Adria» si è conquistata la sua fetta di lavori pubblici, per la maggior parte appalti regionali assegnati dall’assessorato del forzista veneziano Renato Chisso. Siede nell’associazione di imprese chiamata a costruire la Treviso-Mare, la superstrada che dovrebbe collegare la A4 con il litorale di Jesolo, quasi 20 chilometri di tracciato con due viadotti, sette sottopassi e sei caselli. Poi il passante Alpe Adria, 85 chilometri di autostrada per unire Longarone a Tarvisio attraverso il Cadore e la valle del Tagliamento. Poi un tentativo finito male: Minutillo e Baita cercano di acquisire una vasta area di Porto Marghera messa all’asta dall’Autorità portuale, ma c’è un altro imprenditore che se la aggiudica e nemmeno il ricorso al Tar riesce a raddrizzare l’affare. Adesso Claudia Minutillo è alla Giudecca, forse in una cella assieme ad altre detenute, ma almeno quello femminile non è un penitenziario sovraffollato. È difesa dall’avvocato Carlo Augenti ed è in attesa dell’interrogatorio, che si svolgerà lunedì. (g.c.)

 

IL PRESIDENTE DELLA BMC BROKER

Colombelli, la mente della cartiera Si spacciava anche per console di San Marino, ma non era vero

VENEZIA – Strano personaggio Walter Colombelli, tanto che nella rete e in alcune occasioni anche sui quotidiani è stato indicato erroneamente come il marito di Claudia Minutillo, ma nessuno mai ha ricevuto smentite, meglio passare inosservato, deve aver pensato anche se è sposato e ha pure figli. Adesso, invece, è finito sulle prime pagine come presidente della “Business Merchant consultin Broker” di San Marino. Per la Guardia di finanza una vera e propria cartiera, cioè una società che non vedeva o acquistava prodotti o servizi, ma fingeva di farlo rilasciando fatture per operazioni commerciali inesistitenti. Chi le usava poteva così abbattere i profitti aumentando i costi e pagare meno imposte. Naturalmente ci guadagnava, eccome! Dei bonifici di “Mantovani” e “Adria Infrastrutture” si tratteneva una percentuale, che gli ha permesso di acquistare una lussuosa villa affacciata sul lago di Como, un’auto e una moto lussuose e due barche. Quando i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria si sono fatti vivi con lui, all’inizio dell’indagine per raccogliere documenti sulla sua società, ha cercato di spiegare che non avrebbero potuto, che godeva di una specie di extraterritorialità in quanto console onorario di San Marino, dove ha la residenza. Ma gli inquirenti hanno appurato che non era così ed hanno potuto portarsi via tutte le carte necessarie. È difeso dall’avvocato veneziano Alberto Fogliata ed è presumibile che il suo interrogatorio si svolgerà per rogatoria a Genova, dove è detenuto.

 

CHI E’ IL QUARTO ARRESTATO

Buson, tradito dalla fotocopiatrice Il registro falso del direttore amministrativo svelato dalla macchina

PADOVA – Nato nella campagna della Bassa padovana, a Pernumia, Nicolò Buson, 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani Spa, secondo la guardia di finanza ha avuto nell’ambito dell’associazione a delinquere, di cui è accusato di far parte, un ruolo da mero esecutore. Non che fosse all’oscuro delle finalità per cui registrava le false fatture, disponeva i pagamenti alle banche di San Marino e protocollava fittiziamente le fatture. Ma a decidere non era lui. Lui eseguiva gli ordini di Piergiorgio Baita. Buson, che vive a Padova con la moglie, gestiva la contabilità “occulta” della Mantovani. Nel corso della perquisizione nella sua abitazione la guardia di finanza ha trovato materiale informatico ritenuto cruciale per i successivi sviluppi delle indagini. Ci sono documenti che fanno ritenere che una possibile via di fuga dei fondi neri raccolti con le false fatturazioni alla società di San Marino siano paradisi fiscali come Panama. Non è escluso che parte di quei soldi sia già lì. Sono state trovate alcune chiavette Usb in casa di Buson, una era stata nascosta dentro la scatola di un orologio prezioso. Un telefono cellulare Blackberry, in cui ci sono contatti “interessanti”, è stato trovato, invece, in un vano della sua auto. Infine, è stato Buson, nel corso delle indagini, a fornire alla Finanza il registro di protocollo delle false fatture. Registro che non ha passato l’esame: i finanzieri hanno scoperto che le fatture erano state scannerizzate con un apparecchio Canon entrato in produzione tre anni dopo la data di emissione delle stesse. La prova provata della falsità del registro. Elena Livieri

 

Nel luglio scorso la “Nuova Venezia” dava già la notizia l’inchiesta

Già il 15 luglio dello scorso anno la Nuova dava la notizia dell’inchiesta della Guardia di finanza e del pubblico ministero Stefano Ancilotto sul conto di Baita e della Mantovani. «Piergiorgio Baita , uno dei maggiori imprenditori veneziani, rivuole i documenti che i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria si sono portati via dai suoi uffici» si leggeva nell’articolo «E», proseguiva, «per riaverli si è scelto lo stesso legale dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l’avvocato Piero Longo. Martedì, infatti, il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Lucia Bartolini discuterà del ricorso presentato dall’avvocato padovano dovrà decidere se gli incartamenti resteranno a disposizione del pubblico ministero o se Baita potrà riaverli subito. Baita le aule di giustizia, addirittura anche il carcere, li ha già conosciuti. Nei primi anni Novanta, in piena bufera di Mani pulite a Milano e quando a Venezia erano finiti sotto inchiesta i ministri Gianni De Michelis e Carlo Bernini per gli appalti veneti, Baita era stato arrestato, a Santa Maria Maggiore aveva illustrato al pubblico ministero il sistema delle tangenti, poi venne prosciolto. Nel 2003 era finito sotto inchiesta per evasione fiscale, ma se l’era cavata con un patteggiamento, una pena di sei mesi, cancellati grazie al pagamento di poco meno di novemila euro. Quindi, per quasi dieci anni la pace e soprattutto passi da gigante nel mondo degli appalti pubblici e non solo».

 

Fatture false, coinvolti Porto e Veneto Strade

Il “sistema Baita” riguarda molte altre imprese che hanno emesso bonifici alla Bmc Broker per oltre 15 milioni. Controlli a tappeto delle Fiamme Gialle

VENEZIA – Il “sistema Baita” della società che emetteva fatture false era assai consolidato in Veneto nel periodo tra il 2005 e il 2010 e non riguarda solo la Mantovani Spa e la Adria Infrastrutture, ma tante altre aziende private e pubbliche che avevano il vizio di farsi fare fatture false dalla cartiera di William Colombelli. Ne sono sicuri il sostituto procuratore Stefano Ancillotto e i finanzieri del colonnello Renzo Nisi. Del resto quando hanno perquisito la sede della BMC Broker Srl e hanno visionato i conti correnti della società e di Colombelli si sono trovati davanti a bonifici bancari e a copia di fatture fasulle relative ad altre aziende. Ieri in queste società la Guardia di Finanza ha acquisito parecchia documentazione. La lista è lunga e all’interno ci sono diverse società del gruppo Mantovani, ma anche altre molto note. Ad aprire questa lista c’è Veneto Strade, la società controllata dalla Regione, che ha costruito chilometri di di strade nel Veneto: da Rovigo a Verona, da Mestre a Treviso fino a Belluno. Stando agli accertamenti della Guardia di Finanza, Veneto Strade ha versato alla società di Colombelli oltre due milioni di euro. Rimanendo sempre in ambito stradale, bonifici li ha fatti anche la Passante di Mestre, la società che ha realizzato appunto l’importante passante di Mestre. Naturalmente non manca la Mantovani che guida la lista di bonifici con i suoi quasi nove milioni di euro. La società di Baita è capofila anche nel consorzio di imprese Consorzio Venezia Nuova che sta realizzando il Mose a Venezia. Lo stesso consorzio nell’arco dei sei anni, che vanno dall’inizio del 2005 al 2010, ha versato oltre 413mila euro in banca a favore della BMC Broker. Poi si trovano anche l’Autorità Portuale di Venezia con oltre 140 mila euro, poi lo studio di progettazione Thetis Spa che lavora per il Consorzio Venezia Nuova e la Veneto Acque. Il primo ha fatto un bonifico di 85 mila euro e il secondo di trentamila. C’è quindi la società, con sede a Padova, Autostrade Brescia Padova Spa che gestisce il tratto da Padova a Brescia dell’A4. Da sottolineare come, indagando sulla società che gestisce l’altro tratto di A4, da Padova a Venezia, con al centro dell’inchiesta Lino Brentan, i finanzieri di Venezia si sono imbattuti sul “sistema Baita”. Proseguendo nella lista delle imprese individuate, vanno elencate la Dolomiti Rocce, di Belluno, la Palomar Scarl, di Padova, la Tressetre S.c.p.a. e la Talea Scarl. Queste ultime due sono aziende di Mestre. Si tratta di società del Gruppo Mantovani. Hanno fatto bonifici, a vario titolo, su banche di San Marino a favore di Colombelli, per cifre che variano dai 240 mila ai 400 mila euri. Queste società non sono indagate e non sono state perquisite. Almeno per ora. A proposito del “sistema Baita” e delle fatture false, il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia, ha sottolineato: «Noi non abbiamo le prove per dire dove sono finiti i soldi transitati sui conti di Colombelli e poi consegnati a Baita e Minutillo. Ma l’esperienza ci fa supporre che siano stati utilizzati per creare dei fondi neri che solitamente vengono impiegati per pagare tangenti».

Carlo Mion

 

Due anni fa la prima retata di Ancilotto

L’inchiesta del pm partì con gli arresti in Provincia e proseguì cone le manette ai polsi di Brentan

VENEZIA – Lo stesso pubblico ministero, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, gli stessi finanzieri, quelli del Nucleo di Polizia tributaria comandati dal colonnello Renzo Nisi: esattamente due anni fa sono finiti in manette per corruzione e peculato il capo dell’ufficio Edilizia della Provincia Claudio Carlon e il suo braccio destro, il geometra Domenico Ragno. Sei mesi dopo il loro arresto hanno patteggiato la pena di tre anni e otto mesi di reclusione ciascuno. Non solo, hanno anche risarcito una parte del danno, sborsando 300 mila euro. E ancora, esattamente un anno fa, lo stesso magistrato e gli stessi finanzieri hanno fatto scattare le manette ai polsi all’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova. Brentan non è finito in carcere, è rimasto per mesi agli arresti domiciliari nella sua villetta di Campolongo Maggiore e, anche lui, dopo pochi mesi dall’aver ricevuto l’ordinanza di custodia cautelare ha scelto di non finire in aula davanti al Tribunale, ma ha evitato l’accordo con il rappresentante dell’accusa e si è fatto processare con rito abbreviato dal giudice dell’udienza premilinare: 4 anni di reclusione. A differenza di Carlo, Ragno e i numerosi imprenditori che hanno confessato di aver preso o consegnato mazzette, Brentan ha sempre negato. I suoi avvocati, poco più di due mesi fa, hanno presentato appello contro la sentenza di primo grado davanti alla Corte d’appello nella speranza di ottenere, se non l’assoluzione, uno sconto. L’’ ex amministratore delegato di Autostrade Venezia e Padova, già assessore ai Lavori pubblici in Provincia, è finito sotto inchiesta per 185 mila euro di tangenti, ricevute dagli imprenditori Luigi Rizzo, Rino Spolaor e Remo Pavan in cambio di assegnazioni pilotate di lavori. Opere pubbliche che – secondo l’accusa mossa dal pm Ancillotto – erano state “spacchettate” per ridurne l’importo e non dover così andare a gara d’appalto. Brentan «ha sistematicamente svenduto le proprie funzioni di amministratore delegato della società», scriveva la giudice Marchiori nella sua sentenza, «favorendo una ristretta cerchia di imprenditori locali e ciò in cambio di cospicue somme di denaro da cui ha tratto fonte di indebito arricchimento. Un anno dopo in manette sono finiti Baita e gli altri.

 

«Vi siete portati a casa otto milioni»

Colombelli intercettato litiga con Minutillo: «Io creo carta straccia per voi». Il «console sanmarinese» aveva il fiato sul collo

Secondo l’accusa, l’ex segretaria di Galan, andava personalmente nella repubblica del Titano per ricevere dalle mani del «consulente» i frutti delle false fatture

PADOVA – Una normale, persino banale, verifica fiscale a carico della Mantovani Costruzioni Spa avviata dal comando del nucleo di polizia tributaria di Padova diretto dal tenente colonnello Giovanni Parascandolo. Parte da qui l’indagine che ha portato in carcere Piergiorgio Baita & soci. È il 5 ottobre del 2010. Ovvio che la società non finisce a caso nel mirino della finanza. È coinvolta nelle opere pubbliche più importanti del Veneto, sposta fiumi di denari, pubblici e privati. Parallelamente, sui destini della Mantovani, si muove la Procura di Venezia che indaga sul filone “Brentan”. Ad accendere i sospetti nei finanzieri padovani sono gli stretti rapporti che la Mantovani intrattiene con una società di San Marino, la Bmc Broker che, in sei anni, dal 2005 al 2010 ha emesso a carico della Mantovani fatture per oltre otto milioni di euro. Altri due milioni di euro, sono stati fatturati dalla medesima società alla Adria Infrastrutture Spa di cui è presidente l’ex segretaria di Giancarlo Galan Claudia Minutillo. Cifre importanti che suggeriscono alla finanza di eseguire dei controlli sulla società sanmarinese. Viene avviata un’attività di mutua assistenza amministrativa, una sorta di rogatoria internazionale (rivolta oltre che a San Marino anche a Canada, Germania e Croazia) che passa per il comando generale della guardia di finanza. San Marino risponde nel 2011: Bmc Broker non è conosciuta nella Repubblica. Acquisita l’informazione, gli uomini del tenente colonnello Parascandolo vanno a trovare Baita nel suo ufficio di via Belgio. Nel suo computer scoprono un fitto scambio di corrispondenza con William Colombelli. Ma Baita nega: «Non so chi sia» dice ai finanzieri, «non so come quelle e mail siano finite nel mio computer». In seguito dirà di aver conosciuto Colombelli in occasione di un incontro istituzionale della Regione Veneto, quando gli fu presentato come console di San Marino. Quel giorno veniva presentato il protocollo d’intesa fra Veneto e San Marino per facilitare gli investimenti della regione nella piccola repubblica. Bmc Broker, ovvero la “cartiera”: è lo stesso Colombelli che, intercettato al telefono con la Minutillo, svela la sua vera attività. «Io creo carta straccia, capito? In sei anni vi siete portati a casa otto milioni»: sta trattando la sua buonuscita dal “giro”. La finanza gli sta col fiato sul collo e la priorità è chiudere la Bmc. Colombelli si incontrava a San Marino con la Minutillo: erano loro due che andavano a riscuotere, giusto un giorno dopo il bonifico, i soldi che arrivavano dalla Mantovani. La Minutillo prelevava in contanti l’80% di ciascun pagamento che veniva effettuato. Il 20% rimaneva a Colombelli. Ci sono fatture da centinaia di migliaia di euro. L’ad di Adria Infrastrutture, secondo i finanzieri, rientrava in Italia col denaro contante. Ma dove finiva e con quali finalità? I soldi non sono stati trovati. Il filone che rimane aperto dell’inchiesta è proprio quello che punta a capire il destino di quel fiume di quattrini. Per gli investigatori Baita & soci dispongono di guadagni tali da non rendere credibile l’ipotesi che quei fondi neri fossero destinati a rimpinguare il loro portafoglio. Dunque c’è dell’altro. Le indagini sono tutto fuorché finite. Anzi. Dal comando della guardia di finanza di via San Fidenzio a Padova si sussurra la quasi certezza che molto presto ci saranno altri reati, oltre a quelli fiscali, da contestare a Baita & soci. L’anello debole della catena potrebbe essere Claudia Minutillo. Oltre agli arrestati, l’inchiesta conta anche venti indagati sempre per associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale. Numerose le perquisizioni eseguite, non solo a Padova ma anche a Monselice e Piove di Sacco.

Elena Livieri

 

I PROPRIETARI DELL’AZIENDA

La famiglia Chiarotto estranea alle accuse

PADOVA – Nessun componente della famiglia Chiarotto risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita, Nicolò Buson, Claudia Minutillo e William Colombelli. La famiglia, di origine padovana, è la proprietaria della Mantovani Spa, essendo l’anziano Romeo Chiarotto, 82 anni, industriale di lungo corso, amministratore delegato della Serenissima Holding, società a cui fa capo il colosso delle costruzioni. Giampaolo Chiarotto, figlio di Romeo, ha vari incarichi e fa parte del Cda della Mantovani Costruzioni. L’altra figlia, Donatella, è alla guida della Fip Industriale di Selvazzano Dentro, azienda specializzata nello sviluppo di tecnologie di protezione e rinforzo delle opere di ingegneria. Nel 2011 la donna fu indagata dalla Procura dell’Aquila per il reato di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta, nell’ambito dell’inchiesta sugli isolatori sismici adottati per le abitazioni del progetto “Case”, realizzate dopo il terremoto. La Fip era accusata di aver fornito alla Protezione civile oltre duemila isolatori sismici, per un importo di oltre 4 milioni di euro, senza la necessaria certificazione, arrivata solo a consegna ultimata. Dei fondi neri per cui sono accusati Baita e gli altri, la famiglia Chiarotto risulta al momento del tutto all’oscuro. La guardia di finanza sta proseguendo gli accertamenti per capire se la famiglia, o anche solo un componente della stessa, abbia avuto un ruolo o fosse a conoscenza dell’attività “parallela” in cui la società era coinvolta. Per ora, tuttavia, non è emerso alcun collegamento o coinvolgimento. L’unico ruolo in cui viene inquadrata la famiglia Chiarotto è quello di parte lesa. (e.l.)

 

IL COMUNICATO DELL’AZIENDA

«Provvedimenti abnormi ma pronti a collaborare»

PADOVA «In data odierna Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani S.p.A. ha avuto notizia che la Procura della Repubblica di Venezia, ha assunto provvedimenti cautelari nei confronti del Presidente del Consiglio di Amministrazione della società, del Consigliere Delegato della controllata Adria Infrastrutture S.p.A. e del proprio Direttore Finanziario», inizia così il comunicato della Mantovani a poche ore dalla bufera che ha investito l’azienda di via Belgio 26, nella sede padovana dell’azienda. «A quanto è dato conoscere da notizie di stampa», si legge poi, «le vicende che hanno dato origine ai provvedimenti risalgono ad alcuni anni or sono e hanno da tempo formato oggetto di verifiche e approfondimenti da parte degli inquirenti, nel corso delle quali sono sempre stati forniti dagli esponenti aziendali i chiarimenti e le informazioni richiesti, in spirito di disponibilità e collaborazione. Desta quindi sorpresa e amarezza l’abnormità dei provvedimenti cautelari assunti dagli inquirenti. Nell’affermare la propria estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, la società manifesta la disponibilità a fornire la più ampia collaborazione ed è fiduciosa che i propri esponenti potranno dimostrare l’insussistenza degli illeciti loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale». Fin qui le dichiarazioni ufficiali. Ma Alle 17 di ieri pomeriggio la Guardia di Finanza è ancora in via Belgio, mentre i primi dipendenti escono alla spicciolata, soprattutto donne, ma nessuno ha voglia di parlare. Visi scuri, facce tese e capi chini, per non incontrare occhi estranei. Qualcuno si saluta, «a domani», ma dall’altra parte silenzio tombale: ci sarà un domani? È questa la domanda che da ieri mattina, quando i militari si sono presentati in azienda ed hanno cominciato la loro caccia al tesoro in nome della giustizia, i dipendenti della Mantovani si pongono, dietro l’ansia di famiglie e la trafila che tutti conosciamo di affitti, mutui, bollette e fatture che scadono infischiandosene dei guai giudiziari del capo o dell’azienda. «Non ho intenzione di parlare»; «non ho nulla da dire»; «si vedrà» e via di questo passo a collezionare strategie d’indietreggiamento. A giudicare dalle auto (8 Audi all’ingresso e la più “utilitaria” è una Passat) e dalle borse Louis Vuitton, a uscire sono manager e dirigenti: il team padovano di Piergiorgio Baita, amministratore delegato di Mantovani. In tutto però i dipendenti sono 600, oltre a una miriade di società collegate. I livelli più bassi, non sono per nulla sereni. «Ci hanno imposto silenzio assoluto», ammettono e ubbidiscono. E domani? «E chi lo sa». Nessuno fiata, questo è l’ordine impartito, resta il fiato sul collo dei finanzieri. Elvira Scigliano

 

«Lavoratori sconfortati»

Il sindacato teme ci siano ripercussioni occupazionali

Padova – Nella sede centrale della Mantovani, in Via Belgio 26, area Zip, tra i venti impiegati e gli ottanta operai che girano nei cantieri più vicini dell’impresa di costruzioni si respira preoccupazione. L’arresto eccellente del presidente della società rischia di segnare pesantemente il passo del loro futuro occupazionale. Tanti di loro hanno già effettuato le prime telefonate ai sindacati di categoria che più li rappresentano. Ossia alla Fillea-Cgil, guidata da Marco Benati, alla Feneal -Uil ( Omero Cazzaro) ed alla Filca Cisl ( Albino Ruggero). Tra i più preoccupati, il sindacalista della Uil. «La notizia ha gettato i lavoratori nello sconforto» sottolinea Cazzaro, che segue edili e cantieri da trent’anni «mi metterò in contatto sia con i miei delegati aziendali che con i miei colleghi di Cisl e Cgil, per studiare il da farsi. La Mantovani è la più grande e importante impresa del settore del Nordest. Per fortuna sta lavorando abbastanza anche in questi tempi di crisi, anche se i tempi delle vacche grasse sono finiti. Tra l’altro l’impresa di Via Belgio ha sempre avuto con noi della Uil un buon rapporto basato sulla correttezza e sul rispetto reciproco dei ruoli. Speriamo che la vicenda giudiziaria si chiuda presto e non ci siano effetti pesanti sull’occupazione». La grande impresa padovana è stata fondata nel 1949 da Enzo Mantovani. Nel 1987 è stata acquisita dall’imprenditore, sempre padovano, Romeo Chiarotto. Il presidente Pier Giorgio Baita è arrivato più tardi. Tra le numerose opere realizzate nel corso degli anni, in tutti i settori delle costruzioni in generale ( ferrovia, strade e lavori marini, fluviali e lacustri) ci sono anche il trampolino olimpionico di salto a Cortina, gli ospedali di Mestre e di Trento, alcuni lotti dell’Autostrada del Sole, Cà Nordio a Padova Est, il ponte sul Po sulla Rovigo- Ferrara. (f.pad.)

 

«Il sistema Galan non esiste, mai presi soldi dalle imprese»

L’ex presidente del Veneto: «Non so nulla né ho ricevuto avvisi di garanzia, mi aspetto di essere interrogato a breve»

PADOVA – La tempesta giudiziaria ha sorpreso il gruppo dirigente pidiellino nella sede regionale di Padova, dove il “regista” Marino Zorzato ha convocato parlamentari eletti e coordinatori provinciali per valutare il voto. Sorrisi per lo scampato pericolo elettorale, poi lo spettro di una nuova Tangentopoli spegne l’euforia. Il deputato Giancarlo Galan – uomo del giorno, suo malgrado – appare più infastidito che allarmato. Riemerge da un colloquio con Niccolò Ghedini, senatore e avvocato di Silvio Berlusconi, sbircia il cellulare che lampeggia e porge i polsi arrossati: «Non è colpa delle manette, ho potato le rose». Non si sottrae alle domande. Tra gli arrestati figurano l’imprenditrice Claudia Minutillo, che è stata la sua assistente per cinque anni, e Piergiorgio Baita, l’ad del Gruppo Mantovani ritenuto molto vicino a lei. «Così ho appreso dalle agenzie, ne so quanto voi, anzi molto meno. Cosa posso dire? Certo, li conosco, lo sanno tutti, e mi auguro che siano innocenti. Nel merito delle accuse non saprei cosa commentare, immagino che si scatenerà la solita bufera mediatica, con veleni e sospetti. Io sono assolutamente tranquillo sul piano personale, provo un senso di stanchezza all’idea di ciò che si profila: fare politica è gratificante ma, di questi tempi, anche molto difficile». C’è chi definisce l’inchiesta una picconata al “sistema Galan”, alludendo alla cordata d’imprese che l’avrebbero sostenuta, anche sul piano finanziario, nei tre lustri di presidenza del Veneto. «Non è mai esistito, né tantomeno esiste, un sistema Galan. Le imprese concorrenti si odiano, si contendono gli appalti con tutti i mezzi, come possono esistere cordate a sostegno di un unico esponente politico? Durante il mio mandato presidenziale tutti i gruppi hanno lavorato nelle grandi opere, nessuno escluso. Chi può ipotizzare una regìa occulta tra imprese di diverso colore che si facevano la guerra?». La Guardia di Finanza ha scoperto un fondo “nero” di dieci milioni costituito a San Marino attraverso fatture false. Il sospetto è che alimentasse, oltre ai profitti nascosti al fisco, un sistema di corruzione diffusa che aveva quale obiettivo la conquista degli appalti. «Tutto può essere, ripeto, non ne ho la minima idea». Ha mai ricevuto contributi alla campagna elettorale da persone coinvolte in questa inchiesta? «Neanche un soldo. Quando servivano dei fondi organizzavo delle cene con amici imprenditori: le donazioni, tutte inferiori ai limiti di legge, sono state regolarmente registrate. Con l’attuale legge elettorale, poi, l’esigenza è venuta meno; le campagne sul territorio non si fanno più». Che opinione ha di Baita? «Un uomo di grande spessore professionale, attentissimo, informato, una spanna sopra tutti gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale». I suoi rapporti con Claudia Minutillo? In epoca galaniana, era soprannominata “la dogaressa” per la sua influenza ai vertici della Regione. «È stata una collaboratrice instancabile, capace di lavorare diciotto ore al giorno senza perdere un colpo. Il nostro rapporto di lavoro si è concluso, fisiologicamente, sette anni fa». Si parla anche di una ventina di avvisi di garanzia “secretati”. Lei figura tra i destinatari? «Ma non dovrebbero essere sempre segreti? Comunque, a me non è arrivato nulla. Ricordo che, da presidente della Regione, a pochi giorni dall’insediamento, ricevetti un avviso di garanzia dal pm Felice Casson, ora parlamentare, per violazione della legge Seveso. Non me la presi, lo considerai una specie di biglietto da visita». Si aspetta di essere convocato dalla Procura della Repubblica? «Sì, certamente. Al loro posto io lo farei». Molti politici lamentano l’invasione di campo dei giudici. La magistratura di Venezia ha atteso che si chiudessero le urne prima di procedere… «È vero, un atto di correttezza del quale dò atto volentieri. D’altronde io non me la sono mai presa con i giudici che fanno il loro dovere».

Filippo Tosatto

 

Il governatore Zaia «Completa fiducia nella magistratura»

«La più assoluta fiducia nell’operato della magistratura» è stata ribadita dal governatore veneto Luca Zaia in relazione all’inchiesta per tangenti che vede coinvolta anche la società regionale Veneto Strade, la cui sede ieri è stata oggetto di perquisizione da parte della Guardia di Finanza. Zaia ha confermato la «Massima disponibilità dell’amministrazione regionale a collaborare con gli inquirenti, mettendo a loro disposizione tutti gli atti e le informazioni necessari nelle indagini». «Il nostro principale interesse», ha aggiunto « è che sia fatta massima chiarezza nel più breve tempo possibile e, per quanto mi riguarda, ciò che più conta è la totale trasparenza». A Palazzo Balbi, totale silenzio, invece, dall’assessore regionale alla mobilità e alle infrastrutture Renato Chisso, pidiellino vicino a Giancarlo Galan, che non ha voluto rilasciare alcun commento alla perquisizione seguita nella sede di Veneto Strade. Nello staff di Zaia, infine, si fa presente l’ottimo rapporto di collaborazione avviato con l’autorità giudiziaria – dalla Procura della Repubblica alla Corte dei Conti – e con la Guardia di Finanza, invitata a monitorare periodicamente i conti della Regione.

 

Pipitone (Idv): è una valanga inarrestabile

E Berlato, pidiellino anti-Galan, rincara: «Presto nella rete i pescecani che divorano le nostre risorse»

VENEZIA – Tra le forze politiche, opposizione inclusa, prevalgono il silenzio e l’attesa. Fa eccezione l’Italia dei Valori, che prende posizione per voce del suo capogruppo in consiglio regionale: «Il quadro che emerge dall’inchiesta che ha portato all’arresto dell’amministratore delegato del Gruppo Mantovani è molto preoccupante e la sensazione del primo momento è che questa valanga non si fermerà qui, leggeremo altri titoli choc», afferma Antonino Pipitone «abbiamo piena fiducia nella magistratura, che deve cancellare qualsiasi ombra nella gestione dei soldi pubblici». «Pur con tutti i benefici del dubbio ed attendendo appunto l’esito delle indagini», conclude Pipitone «ravvisiamo la necessità di avviare una profonda e seria riflessione sui project financing, strumenti zoppicanti che, anche alla luce di questa vicenda, mostrano troppi lati deboli e preoccupanti, soprattutto sul versante dei controlli e delle verifiche». A fare la voce grossa, curiosamente ma non troppo, è proprio un pidiellino, l’europarlamentare e coordinatore del partito a Vicenza Sergio Berlato, acerrimo nemico di Giancarlo Galan: «Apprendiamo che nella rete degli inquirenti sono finiti, per il momento, solo alcuni pesci piccoli, che sono anche i più canterini, ma che sarebbe imminente anche la cattura di alcuni grossi pescecani la cui voracità ha divorato in questi ultimi dieci anni, una quantità enorme di risorse pubbliche a danno dell’erario e dei cittadini veneti».

Nelle scorse settimane il battagliero Berlato – accusato dai vertici del Pdl di aver falsificato le tessere in occasione dell’ultimo congresso – ha consegnato alla Procura della Repubblica un dossier sul “malaffare nella pubblica amministrazione in Veneto” . Una requisitoria articolata, la sua, che chiede ai pm di verificare «Se è vero che negli ultimi dieci anni in Veneto le più importanti opere pubbliche siano state progettate dai soliti studi (uno in particolare) molto legati ad alcuni noti politici locali; «Che l’esecuzione delle principali opere pubbliche sia stata quasi sempre affidata alle stesse imprese di costruzione, due in particolare»; «Che la stragrande maggioranza degli appalti dei servizi di pulizia che riguardano molti ambienti pubblici siano stati assegnati, quasi fosse una compensazione o una tacitazione della parte politica avversa, alle solite cooperative, due in particolare»; «Che la stragrande maggioranza degli appalti dei servizi di ristorazione e catering nei principali luoghi pubblici siano stati affidati alle solite società di servizi, una in particolare»; «Che, contravvenendo alle normative vigenti, le Ulss siano state assicurate con l’intermediazione di una unica società di brokeraggio; «Che il cosiddetto sistema del Project Financing consenta di coprire un complesso di tangenti utilizzando il sistema “estero su estero” per trasferire illegalmente ingenti somme di denaro a beneficio di prestanome strettamente legati ad alcuni esponenti politici locali»; «Che oltre alle ipotizzate tangenti concordate, qualcuna delle ditte che abitualmente si aggiudicano gli appalti pubblici, si spinga a fare ulteriori regalini a qualche noto politico locale, compreso qualche edificio ad uso abitazione in nota stazione turistica montana». Parole come pietre. Si vedrà.

 

«Commissione d’inchiesta, subito»

Sconcerto a Ca’ Farsetti, la richiesta di Caccia, ma il sindaco sceglie la strada della prudenza

VENEZIA «La Mantovani è stata per noi un partner importante e lo è a tutt’oggi. Non credo che questa vicenda avrà contraccolpi nei nostri confronti». Il sindaco Giorgio Orsoni è prudente. Ha accolto ieri mattina con sorpresa la notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita, con cui negli ultimi mesi ha trattato a lungo questioni di bilancio e dei progetti del Lido. Proprio oggi il giudice civile dovrebbe decidere sul contenzioso tra Comune e aziende sui 32 milioni di euro già depositati. E proprio ieri sono arrivate a Marghera le prime paratoie del Mose costruite a Monfalcone. Tutti episodi che hanno come protagonista la Mantovani di Baita. «Aspettiamo di vedere cosa farà la magistratura», dice il sindaco, «per adesso mi pare ci siano casi episodici. Comunque i rapporti del Comune con la Mantovani sono sempre stati improntati a correttezza istituzionale». Ieri a Ca’ Farsetti non si parlava d’altro. Da tempo si discute sul «monopolio» e sui tanti lavori che l’impresa padovana ha in laguna, a cominciare dal Mose, dal tram, dai lavori di manutenzione e di bonifica. E adesso i progetti immobiliari del Lido. Ieri il consigliere comunale Renato Boraso si è presentato in aula con un sacchetto di arance. Gesto goliardico a ricordare le sue accuse proprio alla gestione del Consorzio e di Baita. «Si faccia chiarezza, al più presto», dice, «la città vuole sapere». Beppe Caccia («Lista in Comune») chiede al sindaco di istituire una commissione d’inchiesta sul ruolo del Consorzio Venezia Nuova e della Mantovani spa nella vita cittadina. «Negli ultimi vent’anni», scrive Caccia, «nel Veneto si è consolidato un sistema politico affaristico che ha influenzato la politica. Vogliamo che su tutto questo si faccia chiarezza, partendo dall’inchiesta fiscale della Finanza e sull’attività di Mantovani che ha avuto rapporti con le maggiori aziende pubbliche veneziane e venete, tra cui il Porto, veneto Acque e Veneto Strade». Gianluigi Placella, neoletto consigliere del Movimento Cinque Stelle, chiede al sindaco Orsoni di avere in tempi rapidi «una relazione sui rapporti economici della Mantovani con il Comune di Venezia e con le sue società partecipate». Sebastiano Bonzio (Federazione della Sinistra) ricorda le battaglie condotte in quasi solitudine contro il monopolio del Mose e le 12 firme depositate a Bruxelles. «Il presidente sull’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici Sergio Santoro ha detto ieri a Mestre che la Corte adesso vaglierà la posizione dei contratti del Mose e le spese fatte. È un tardivo riconoscimento di quanto sosteniamo da anni. Adesso è giusto che la Corte dei Conti e l’Unione europea vadano a vedere bene i dettagli di quel progetto». Atmosfera incredula, ieri pomeriggio in Consiglio comunale. Anche Cesare Campa (Pdl) chiede notizie. «Bisogna capire bene quello che è successo, Certo è un fatto importante, che coinvolge la città e la politica». I rapporti di Mantovani con le istituzioni e gli enti della città sono infatti molteplici. Le ultime operazioni hanno riguardato l’anticipo di 8 milioni di euro al Comune per i lavori di via Torino. Accordo raggiunto in extremis per cercare di salvare il Patto di Stabilità. I legami con l’amministrazione riguardano anche altre vicende. L’organizzazione della Coppa America 2012, i contributi alla Fenice e al Marcianum. E l’operazione Lido. L’acquisto dell’ex Ospedale al Mare, firmato da Est Capital, ha in realtà come grandi investitori proprio le imprese del Mose, a cominciare da Mantovani. E poi ci sono i 61 milioni di euro di cui 55 già pagati – e 32 dovranno essere sbloccati proprio oggi dal giudice – per il Palazzo del Cinema. Vicenda che adesso vede di nuovo alla carica i consiglieri che l’avevano criticata, a cominciare dagli indipendenti Nicola Funari e Renzo Scarpa. E l’avvocato Mario d’Elia ha scritto ieri una lettera al sindaco Orsoni e all’avvocato civico Giulio Gidoni. «Alla luce degli ultimi fatti e di presunti accordi tra Est Capital, Mantovani e il Comune», scrive d’Elia, «vi chiedo di rinviare la firma del contratto riguardante l’Ospedale al Mare, in attesa di chiarimenti e a tutela dell’interesse pubblico».

Alberto Vitucci

 

FESTA ROVINATA A MARGHERA

Ieri l’arrivo delle prime due paratoie del Mose lunghe 20 metri

Festa rovinata dall’arresto. Ieri mattina all’alba, alle stesse ore in cui i finanzieri prelevavano il presidente Baita, venivano sbarcate a Marghera le due prime paratoie del Mose, che andranno montate con le cerniere costruite dalla Fip di Padova e poi installate sul fondo di Treporti a maggio. Le due paratoie, pesanti 170 tonnellate, sono lunghe 20 metri e alte 18,5, spesse tre metri e mezzo. Saranno adesso lavorate nell’area Pagnan, ex area industriale bonificata e rimessa a posto dalla Mantovani qualche mese fa. Proprio a Marghera Baita aveva illustrato pochi giorni fa le caratteristiche della nuova area, primo esempio di bonifica fatta «in loco», riciclando i materiali demoliti. Nuova banchina e nuove strutture per accogliere le paratoie del Mose che a Treporti saranno in tutto 21, più 2 di riserva. Il Mose dovrebbe essere finito nel 2016.(a.v.)

 

Un fulmine su Est Capital

«Ma il piano Lido va avanti»

VENEZIA – Il fulmine si abbatte su Est Capital proprio mentre è in corso un Consiglio di amministrazione che deve valutare la proposta del Comune sull’accordo per l’ex Ospedale al Mare. «Baita arrestato dalla Finanza». Baita non è un imprenditore qualunque. Ma il maggiore azionista, oltre che del Consorzio Venezia Nuova, anche del fondo di investimento Real Venice 2, che Est Capital ha costituito per portare avanti l’operazione Lido. «Non conosco nel dettagli le vicende, ma so che non hanno nulla a che fare con noi», dice Gianfranco Mossetto, presidente di Est Capital, «noi siamo una società per azioni, abbiamo rapporti con le società, a prescindere dai singoli. Siamo una sorta di custode del Fondo, per cui non c’è nulla da temere». L’operazione Lido, insomma, garantisce Mossetto, «va avanti senza problemi». La pensano diversamente i Comitati di AltroLido, che chiedono adesso di bloccare il contratto di acquisto e l’accordo tra Est Capital e Comune. «Le vicende che hanno portato all’arresto del presidente di Mantovani per frode fiscale», dice il portavoce di AltroLido Salvatore Lihard, «devono far riflettere. Bisogna che il sindaco si fermi e il Consiglio comunale riprenda in mano la questione. Perché affidando a Mantovani anche la costruzione del nuovo auditorium si andrebbe a stravolgere il contratto preliminare già firmato nel 2010 all’epoca del commissario Spaziante». Un nuovo ostacolo dunque sulla strada dell’accordo per i progetti del Lido. L’arresto di Baita, fulmine a ciel sereno per il mondo dell’imprenditoria, cambia le carte in tavola. Anche se per il momento si parla soltanto di «frode fiscale». Ma il fiume di milioni transitato in questi anni per Mantovani e le tante opere realizzate o progettate sono adesso più che mai sotto i riflettori. Stupore e dispiacere anche al Consorzio Venezia Nuova, dove ieri si preparavano i festeggiamenti per l’arrivo a Marghera delle prime paratoie del Mose costruite a Monfalcone. Il presidente Giovanni Mazzacurati non commenta, ma ha appreso la notizia con grande dolore e preocupazione, dal momento che Mantovani è la maggiore impresa del raggruppamento, l’ingegner Baita un attivo e bravo imprenditore. «Abbiamo sempre avuto con lui rapporti corretti, siamo dispiaciuti», commenta la responsabile dell’Ufficio stampa Flavia Faccioli, «vediamo cosa succede». In serata dalla Mantovani spa arriva una nota. «Provvedimento abnorme», si dice. «Apprendiamo con sorpresa e amarezza dei provvedimenti cautelari. La vicenda risale a molti anni fa e l’azienda ha sempre fornito agli inquirenti i chiarimenti richiesti con spirito di collaborazione. Nell’affermare la nostra estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, confidiamo che i nostri esponenti potranno presto dimostrare l’insussistenza degli illeciti a loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale». Sulla vicenda il neoeletto deputato di Sel, Giulio Marcon, annuncia intanto la sua prima iniziativa parlamentare. «Appena insediato il Parlamento chiederò sia fatta piena luce sul sistema di potere veneto»

Alberto Vitucci

 

«Organici indecenti, controlli impossibili»

VENEZIA – Colmare gli «inconcepibili vuoti d’organico» degli uffici della magistratura contabile, per non diventare la foglia di fico delle politica, che approva leggi sulla trasparenza e il controllo sui propri atti e le opere pubbliche, salvo poi non dotare gli enti di controllo degli organici sufficienti, stroncando così nei fatti ogni verifica. Questa la sostanza dell’accorato appello che il presidente dell’associazione magistrati della Corte dei Conti, Tommaso Miele, ha lanciato ieri nel corso del convegno su “Enti locali e lotta alla corruzione”, organizzato dalla Provincia di Venezia. «Abbiamo bisogno di colmare inconcepibile vuoto d’organico attuale, per poter corrispondere effettivamente ai controlli che la legge ci affida», commenta incalzante Miele ai microfoni, «ce n’è bisogno, basti vedere quello che è successo nelle spese gruppi regionali. Oggi la legislazione ci assegna un’importante funzione di controllo, ma effettivamente se non abbiamo la forza necessaria, la possibilità di eseguire questo compito per mancanza d’organico, il rischio è creare un’abili per la politica e questo non lo vorremmo assolutamente». «Il tema delle società partecipate dall’ente locale, ad esempio, è un nervo scoperto della finanza pubblica locale», ha commentato ancora il presidente dei magistrati contabili, «spesso le società sono state non solo un’occasione utile per dare risposte immediate in servizi ai cittadini, ma anche un modo per superare i paletti della norma dell’ente (penso al patto di stabilità, alle gare e agli appalti) quando non peggio una sorta di “poltronificio. Oggi l’obiettivo principale dev’ssere la prevenzione della corruzione e il corretto uso delle risorse pubbliche». «Purtroppo fatti come quelli di queste ore», ha commentato la presidente Francesca Zaccariotto, riferendosi all’inchiesta sulla Mantovani, «rappresentano fatti molto tristi, che allontanano i cittadini dal mondo della politica e delle istituzioni: pare che tutti siamo poco onesti, poco trasparenti, mentre bisogna inquadrare singoli fatti e responsabilità. Come Provincia, abbiamo progettato un sistema integrato e moderno di controllo interno che riguarda tutte le aree strategiche dell’ente -infrastrutture e viabilità di area vasta, edilizia scolastica, ambiente – garanzia della qualità di governo dell’ente locale.  E la cronaca di tutti i giorni in merito ad illeciti accertati ci dà piena conferma».

Roberta De Rossi

 

L’imprenditore al centro di un’indagine della Guardia di Finanza perché avrebbe lucrato su alcune grandi opere in project financing.

Arrestate quattro persone tra cui Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan

VENEZIA. Un ’fondo nerò con 10 milioni di euro attraverso fatture false, la cui emissione ha portato all’ arresto in Veneto di 4 persone, tra le quali Piergiorgio Baita, presidente della Mantovanì, potrebbe celare finalità diverse dalla mera evasione fiscale. Lo spettro delle tangenti aleggia infatti nell’inchiesta della procura veneziana che ha raggruppato in un unico troncone due indagini della Guardia di Finanza, una veneziana legata ad un filone relativo ad una precedente indagine per tangenti e l’altra padovana scaturita da una verifica fiscale, che hanno portato alla scoperta di un sistema, a opera l’accusa della sanmarinese Bmc Broker, di creazionè di fatture false per inesistenti consulenze tecniche al Gruppo Mantovani, e non solo, che per i finanzieri poteva gestire in proprio. Anche perchè la Bmc, secondo l’ipotesi accusatoria, non aveva le caratteristiche nè le capacità e i professionisti per farle.

La struttura della Bmc era tutta condensata in un ufficio sul Monte Titano di 50 mq, privo di fotocopiatrice e con un’unica dipendente e un titolare, William Colombelli, 49anni, che dichiarava da anni un reddito di 12 mila euro. Un’entrata al di sotto della soglia della povertà, ma Colombelli aveva un tenore di vita elevato, due barche, auto di lusso, una villa sul Lago di Como e un’altra sul lago di Lecco. Stando agli accertamenti dei finanzieri, la società ha incassato 10 mln per consulenze per il Gruppo Mantovani. Una realtà imprenditoriale, quest’ultima, che guida una cordata di imprese che si è aggiudicata per 160 mln l’appalto per la realizzazione della piastra del sito espositivo di Expo Milano 2015, è impegnata nei lavori di costruzione del Mose e in altri interventi pubblici realizzati con il sistema del project financing in Veneto (come l’ospedale di Mestre). A proposito dell’impegno del gruppo su Expo 2015 è lo stesso sindaco di Milano Giuliano Pisapia ad «auspicare, nell’interesse di tutti e al fine di evitare polemiche, che, dopo quanto accaduto oggi, Piergiorgio Baita si dimetta spontaneamente da rappresentante legale della società o che la Mantovani decida di modificare la propria governance». Il Gruppo è inoltre il terzo azionista dell’autostrada
Padova-Venezia. Baita, 64 anni, già coinvolto in una Tangentopoli negli anni ’90, e Claudia Minutillo (48), ex segretaria dell’ex governatore Giancarlo Galan e Ad di Adria Infrastrutture, erano già sotto il mirino dei finanzieri in un filone d’indagine che aveva portato nel 2011 all’arresto, per tangenti, tra gli altri, dell’ex Ad dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan.

Ma è stato l’accertamento fiscale alla Mantovani che ha aperto un nuovo fronte: nel 2005 la Bmc aveva emesso fatture indicando nell’oggetto attività tecniche che in realtà venivano svolte da altre società e in altri casi mai fatte. Le fatture false sono state pagate tramite bonifico bancario su conti bancari di San Marino e, a stretto giro, gli importi sarebbero stati prelevati in contanti per la quasi totalità (esclusa la ’commissionè) da Colombelli e poi ridati a Baita e alla Minutillo. Fondamentale è stata la collaborazione della Repubblica del Titano, ma anche della Svizzera, mentre si attendono risposte da Croazia, Canada e Germania. Dalla documentazione in mano agli inquirenti emerge la corrispondenza tra la Bmc e una ventina di altre società, come Consorzio Venezia Nuova, Veneto Acque, Passante di Mestre, Veneto Strade, Autorità Portuale di Venezia. I finanzieri vogliono capire quale tipo di rapporto ci fosse, ma soprattutto vogliono sapere come i fondi neri così creati siamo stati utilizzati, forse per altre finalità.

Gli arrestati:

Piergiorgio Baita, Ad del consiglio di amministrazione
della Mantovani Spa e vice presidente di Adria Infrastrutture Spa.

Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani Spa.

Claudia Minutillo, amministratore delegato di Adria Infrastrutture
ed ex segretaria di Galan.

William Colombelli, presidente della Bmc Broker Srl.

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Nuova Venezia – Mantovani. Palomar, otto fatture nel mirino

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19

lug

2012

Baita: «Sono tranquillo, le verifiche fiscali sono normali». I rapporti con la società di San Marino.

VENEZIA «Sono tranquillo. Le verifiche fiscali fanno parte della vita di una società. Può anche darsi che abbiamo sbagliato, ma stiamo parlando di otto operazioni su milioni di scritture contabili. Hanno il diritto di verificare, noi aspettiamo fiduciosi». Non perde il tradizionale buon umore Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, tra i più importanti imprenditori del Nord Est. Ieri il giudice del Riesame Lucia Bartolini ha deciso di respingere il suo ricorso presentato per riavere la documentazione sequestrata dalla Finanza, nell’ambito di verifiche fiscali nel periodo che va dal 2005 al 2010. La società Palomar del gruppo Mantovani, con sede in viale Ancona a Mestre, è quella che ha ottenuto in affidamento l’Arsenale dallo Stato.

La Finanza sta passando al setaccio alcune fatture sospettando l’evasione fiscale. Alcune di queste riguardano la società Bmc Broker (Business Merchant consulting) con sede a San Marino. Società presieduta da William Colombelli, dove lavorano l’ex segretaria personale di Giancarlo Galan Claudia Minutillo e il suo ex addetto stampa Gianluca La Torre.

Balzata agli onori della cronaca per aver organizzato manifestazioni della Regione di Galan e del Porto, come l’inaugurazione dello scavo dei canali e i lavori a Fusina. Lavori effettuati da Mantovani, come del resto la gran parte dei lavori su strade, bonifiche e infrastrutture del Veneto. «Siamo una grande impresa, e dunque lavoriamo», dice Baita, «non vedo cosa ci sia di male. Le verifiche sono un atto dovuto. Il giudice entra in campo perché stiamo parlando di cifre elevate. Nei cinque anni in questione, dal 2005 al 2010, abbiamo avuto tre miliardi di euro di fatturato, versato allo Stato centinaia di milioni di imposte dirette». La Finanza è al lavoro adesso per verificare la corrispondenza di quelle fatture con le prestazioni eseguite.

Il pm Stefano Ancilotto potrà trattenere la documentazione sequestrata, visto che il giudice ha rigettato il ricorso presentato da Baita attraverso l’avvocato di Pietro Longo, uno dei più importanti penalisti italiani difensore anche di Berlusconi.

Intanto l’attività della Mantovani, impresa del Mose ma anche del tram, delle bonifiche, del Passante e dell’operazione Lido va avanti. L’altro giorno l’azienda si è aggiudicata anche la gara per l’Expo di Milano. Ancora ossigeno alla macchina esigente di un’impresa che per ora non conosce la crisi. E il rinvio a metà settembre della decisione sulla cauzione per l’ex Ospedale al Mare ha riaperto anche la trattativa su quel fronte. Mantovani, insieme a Condotte ed Est Capital, minacciava di ritirarsi dall’operazione Lido. Il giudice però ha bloccato in banca la cauzione di 31 milioni su richiesta del Comune. «Noi vogliamo restare, il mercato oggi va male, ma il mattone tornerà bene sicuro in tempi di recessione», dice Baita, «ma ognuno deve fare la sua parte. Siamo fiduciosi che il Comune mantenga i suoi impegni. Adesso il tempo per trovare un accordo c’è. Il Comune ha il vincolo del Patto si stabilità, noi non possiamo perdere i soldi delle banche. Vediamo».    Alberto Vitucci

 

L’impresa: Mose, tram, ospedali e strade

Indagine fiscale sulle fatture emesse da Palomar e Mantovani nei cinque anni che vanno dal 2005 al 2010. Una rete di attività con migliaia di dipendenti e miliardi di fatturato, quella delle società del gruppo Mantovani. Società padovana della famiglia Chiarotto presieduta da Piergiorgio Baita, manager della prima Republica diventato oggi uno dei più importanti imprenditori del settore edilizia. Mantovani è la prima azionista del Consorzio Venezia Nuova che sta costruendo il Mose. Ma anche l’impresa che ha realizzato il Passante di Mestre, il tram, le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali, l’Ospedale all’Angelo con la società Veneta Sanitaria, lavori al Porto, strade e autostrade. E la proposta di realizzare la sublagunare, il progetto della trasformazione dell’ex Ospedale al Mare in centro turistico privato. E infine ha vinto la gara per l’Expo di Milano del 2015, piazzandosi davanti a imprese del calibro di Astaldi e Impregilo. (a.v.)

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Il Manifesto – Cemento, asfalto e sporchi schei

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17

lug

2012

La manifattura non «tira» più: oggi i miracoli a Nord-est si fanno con la rendita e le grandi opere. Tra speculazioni, distruzione del territorio, corruzione politica e la Camorra che si fa impresa.

Nemmeno sant’Antonio fa più miracoli e non salva dalla crisi la sua «industria», una delle principali di Padova: pellegrini in calo e turismo religioso in difficoltà, con un meno 3% tra 2010 e 2011. I frati osservano preoccupati una curva negativa e indifferente persino all’ultima ostensione del santo corpo. Le autorità locali sono corse ai ripari affidandosi a un mago delle promozioni, Josep Ejarque, che intende «rompere la dipendenza da pellegrinaggi, ostensioni e riti di passaggio», per «rigenerare i prodotti turistici padovani, puntando sui flussi europei e usando molto internet». Ejarque ha alle spalle i successi dei giochi olimpici di Barcellona ’92, ma quelli erano anni di vacche grasse. Poi con le olimpiadi invernali di Torino 2006 le cose sono andate diversamente, considerato il poco che è rimasto alla città – debiti a parte – una volta spenti i costosi «botti» a cinque cerchi.
Di fronte a una crisi che come una pestilenza colpisce un po’ tutti, è difficile dire se l’ispirazione salvifica possa essere la mistica antoniana o la managerialità virtuale. Di certo è che, nel cuore del Nord-est – tra Padova, Mestre e Treviso – la «strada degli schei» da tempo ha cambiato punti di riferimento e consistenza. Nell’ultimo decennio s’è fatta sempre più astratta, meno visibile quanto reale. Spostandosi dal manifatturiero ai servizi, alle concessioni, alla rendita. Un caso evidente è il gruppo Benetton, che continua a produrre e vendere maglioncini e magliette, ma i soldi li fa con autostrade e aeroporti. Basta leggere l’ultimo bilancio di «Edizione srl», lo scrigno di famiglia. Fatturato 12.253 milioni di euro, utile netto 300 milioni – per metà da attività svolte all’estero -, così ripartiti: 52,4% da Autogrill, autostrade e aeroporti, 30,7% da infrastrutture e servizi per la mobilità, 16,6% da tessile e abbigliamento (con quest’ultimo a segnare un -2% sull’anno precedente). Benetton vent’anni fa marchiava di sé il trevigiano (squadre di basket e volley esibite come gioielli di famiglia), oggi pensa globale e sposta i suoi investimenti dal tessile alle concessioni che assicurano rendita: prossimo investimento, 12 miliardi per gli aeroporti, con relativa guerra delle tariffe. Una precisa concezione dello «sviluppo».
Di Benetton, naturalmente ce ne è uno, ma il caso è sintomatico e l’illustre esempio fa scuola. Grandi e piccoli ne traggono ispirazione, aggiornando le vecchie abitudini di chi ha i piedi ben piantati sulla terra e la considera un suo bene. Da sfruttare il più possibile e «in proprio». Così si è passati dal dilagare di capannoni industriali a quello delle speculazioni più fantasiose, protagonisti gli stessi che trent’anni fa hanno cementificato mezzo Veneto e oggi continuano a farlo, dirottando sulla rendita tutto ciò che hanno ricavato dal manifatturiero. Perché se c’è un’ispirazione che è stata abbandonata è quella industriale – per molti ormai troppo faticosa e poco remunerativa. Perché gli «schei» (veri o virtuali) si possono fare più comodamente da novelli rentiers e senza il rischio d’impresa. Costruendo una nuova rete: non più un distretto industriale ma un intreccio di relazioni – palesi e occulte – tra economia, politica e malaffare.

Tra Veneto City e Nuova Romea

La furia costruttrice, che da queste parti non tramonta mai, ruota sull’asse Padova-Mestre. Veneto City e Nuova Romea sono le due mega-opere attorno cui e da cui partono una serie di altri progetti, per un giro d’affari superiore ai 20 miliardi di euro. Veneto City è un faraonico progetto da due milioni di metri cubi su un’area di 750.000 metri quadri, divisi tra i comuni di Dolo e Pianiga, a ridosso di quello di Mira: la logica è quella delle newtown che hanno fatto la fortuna di Berlusconi (e costruito, mattone su mattone, il berlusconismo) declinata tutta in chiave commerciale. Cosa ci sarà dentro, di preciso, ancora non si sa (il progetto ha maglie molto larghe: outlet e botteghe, spazi fieristici e aree museali, alberghi e università, persino ospedali) e nemmeno importa molto. Quel che conta è l’occupazione di una rilevante porzione di campagna con l’equivalente di un capannone largo 12 metri, alto 7 e lungo quanto il tratto dell’autostrada A4 che separa Padova Est da Villanova: 23 chilometri.

E’ un progetto che vale 2 miliardi di euro, sponsorizzato prima dal centrosinistra e poi dal centrodestra, nato nel 1998 da una società promossa da un selezionato gruppo di imprenditori padovani e trevigiani: Luigi Endrizzi (costruttore), Giuseppe Stefanel (industriale tessile), Fabio Biasuzzi (calcestruzzi e presidente di Nordest Ippodromi), Olindo Andrighetti (import di legname) e l’unico non veneto del gruppo, Giancarlo Selci (pesarese, industriale meccanico e cavaliere del lavoro).

Nel corso degli anni la società Veneto City ha acquistato terreni ed è diventata oggetto d’investimenti, aumentando progressivamente il proprio capitale oltre i 9 milioni di euro. Ma è rimasta una società in mano al costruttore Endrizzi, che grazie a due piccole srl di 10.000 euro ciascuna, detiene il 26% del totale azionario (un valore di quasi 2 milioni e mezzo). Chiavi di volta della valorizzazione di questo progetto – che porta con sé strade, svincoli, caselli autostradali, aree verdi, allargando a oltre un milione di metri quadri l’area interessata – sono il passaggio dei terreni da uso agricolo a commerciale-industriale, una serie di varianti approvate dai comuni interessati (affascinati dai «contributi di costruzione» e dalle previsioni sulla futura Ici-Imu)

e soprattutto il via libera al progetto da parte della giunta regionale guidata dal leghista Zaia, che dichiarandone la «pubblica utilità» ha cancellato tutti i pareri contrari e tutte le obiezioni istituzionali. Un’approvazione arrivata di gran corsa il 31 dicembre del 2011, facendo lievitare il valore dei terreni, giusto in tempo per porre a bilancio cifre consistenti, far crescere patrimoni, per la salvezza delle società di alcuni proprietari dei lotti e la tranquillità delle banche finanziatrici: sul modello dei derivati si creano soldi finti.

Pazienza se poi, in questo modo, si gonfiano bolle immobiliari e finanziarie. Del resto quella dei terreni comprati per poi cambiarne la destinazione d’uso, facendo del valore maggiorato una garanzia bancaria, è una pratica ricorrente (c’è persino chi costruisce ancora capannoni per lasciarli vuoti e farne solo una voce patrimoniale). I lavori di Veneto City dovrebbero iniziare entro la fine del 2012, anche se i Comitati, che fin dall’inizio denunciano questa follia, sperano ancora di bloccarli. Se pure inizieranno, non è detto che la crisi economica ne permetta il completamento e non riduca Veneto City a un’enorme speculazione finanziaria, lasciando sul terreno solo qualche edificio e un scheletrico reticolo di strade.
E proprio una strada (anzi, un’autostrada) è l’altra grande opera. Viene da sud, è la «Nuova Romea», sarebbe l’ultima propaggine di un delirio chiamato Civitavecchia-Marghera, dal Tirreno all’Adriatico, tagliando gli Appennini. Detta così sembra un doppione dell’Autostrada del sole. E, infatti, lo è. Nel concreto sarebbe la trasformazione in autostrada dell’attuale Orte-Cesena, che proseguendo a nord attraverso Ravenna (tratto già esistente) confluisce nella «vecchia» Romea. Statale pericolosissima (ad alta frequenza d’incidenti) che arriva fino a Marghera (per unirsi al passante di Mestre): da anni si parla di un suo raddoppio, uno schieramento trasversale – che unisce i ravennati delle cooperative vicine al Pd (segretario nazionale in testa) ai berlusconiani di Vito Bonsignore – ha pensato di proporne la trasformazione in autostrada (a pagamento). L’ipotesi è al vaglio del Cipe che se riconoscerà la legittimità delle varianti di programma, decretandone la «priorità», farà partire i lavori per una spesa inizialmente prevista di quasi 10 miliardi. Non proprio bruscolini, in epoca di crisi. Agli oppositori – che pure hanno pesato sulle ultime elezioni amministrative, con l’elezione del grillino Maniero a Mira e gli oltre mille voti di una lista appoggiata dai Comitati ambiente e territorio – non resterà che l’ultima carta del ricorso al Tar. «Perché l’ideologia dello spreco che ha sorretto il berlusconismo – sintetizza Antonio Draghi, architetto, uno dei promotori dei Cat e candidato sindaco del centro sinistra a Vigonovo, sconfitto dalla Lega per un pugno di voti –

si sfalderà quando dimostreremo che si può creare lavoro e benessere curando l’esistente e il territorio. Quando passeremo dal consumo alla manutenzione». Un modello di sviluppo che ricorda un po’ la «Fabbrica di san Pietro», un cantiere sempre aperto, che dà lavoro per valorizzare l’esistente, piuttosto che per sostituirlo o aggiungere. Che punta sul riuso e sul riadattamento alle nuove esigenze di ciò che è stato abbandonato, come potrebbe accadere per tante aree ex-industriali del Nord-est.

Idea affascinante, ma che si scontra con interessi forti e – anche – con una cultura popolare ben radicata da queste parti. A partire dalla tradizione contadina che fa coincidere l’uscita dalla famiglia originaria del primogenito maschio con la costruzione (in dote) di una nuova casa; comunque, a prescindere dagli edifici vuoti che possono esserci attorno. Aspettando che i poteri (e i costumi) cambino e compatibilmente con i tagli alla spesa, si comincerà a scavare, spianare, costruire. Non solo per Veneto City e Nuova Romea, ma per la Pedemontana (da Vicenza a Treviso a nord della A4), l’ipotizzata camionabile Marghera-Padova, la città della moda di Fiesso d’Artico (200.000 metri cubi), Motor City (il «parco dei motori» vicino a Verona) e una serie quasi infinita di strade, raccordi, bretelle, caselli. Senza dimenticare il polo logistico di Dogaletto, che si affaccia sulla laguna veneziana e dovrebbe essere collegato alla zona industriale di Padova da una nuova camionabile a pedaggio: i terreni dell’area per lo stoccaggio dei containers sono già stati acquistati da Alba srl e con il solo cambio di destinazione d’uso – da agricolo a industriale – la società dell’imprenditore romagnolo Franco Gandolfi guadagnerebbe circa 165 milioni di euro senza muovere un dito.

Chisso, l’assessore d’asfalto

Spending review permettendo, un po’ qua e un po’ là, qualcosa resterà, perché il Veneto «che conta» si farà sentire anche a Roma, pensando di andare avanti così, nonostante tutto, fingendo di essere sani: dall’azienda a rete sul territorio alla rete della rendita del territorio. Sotto il controllo e le spinte del deus ex machina che trasforma la terra in soldi (veri o virtuali, poco importa), il santo del cemento e dell’asfalto, Renato Chisso, già socialista, dal 1995 consigliere regionale del centrodestra (prima Forza Italia, poi Pdl), attuale assessore alla mobilità della giunta Zaia. Chisso rappresenta, insieme a Silvano Vernizzi (amministratore delegato di Veneto strade), la vera continuità del potere che dalla giunta Galan è transitata a quella Zaia, basata sulla gestione di opere pubbliche e appalti. Dirige il traffico della vera fabbrica di soldi del Nord-est odierno, il delicato intreccio tra economia e politica che frutta ricchezze, potere e un certo brivido del proibito che anche da queste parti conosce le sue «vittime». Come Lino Brentan, amministratore delegato dell’autostrada (a partecipazione pubblica) Venezia-Padova. Brentan, area Pd, lunga militanza nel Pci e nella Cgil, da febbraio è agli arresti domiciliari, accusato di corruzione e «atti contro i doveri d’ufficio». Avrebbe distribuito appalti – frazionandoli in tanti lotti per evitare di metterli a gara – in cambio di mazzette; secondo Brentan servivano a «finanziare il partito». Un Lusi in formato minore (le tangenti sarebbero attorno ai 100.000 euro), che negli interrogatori si sarebbe difeso parlando di «feste e iniziative elettorali». Molto amico dell’assessore Chisso – nonostante le diverse provenienze politiche – Brentan potrebbe essere solo la punta di un iceberg: secondo il pm veneziano Carlo Mastelloni «siamo arrivati di fronte al potere, a una cassaforte che ora si spera di aprire». Dentro ci potrebbero trovare di tutto. Come è accaduto, in un’altra inchiesta, alla Guardia di finanza che indagando su alcuni fallimenti sospetti di aziende in crisi è arrivata alla criminalità organizzata, quella più «pesante»: bancarotta, evasione fiscale, truffa, sono le accuse che hanno portato in carcere Giuseppe Capatano, titolare dell’omonima holding e presidente dell’Associazione «Osservatorio parlamentare europeo» (politicamente inesistente, eppur indiziato di un breve amoreggiamento con Scilipoti). Gli inquirenti sono convinti che Capatano e il suo gruppo siano legati al clan camorristico della famiglia Gionta di Torre Annunziata, che – anzi – ne siano la longa manus per controllare aziende venete in crisi, in particolare del settore costruzioni. Promettendo di sanare i passivi attraverso la costituzione di società all’estero (domiciliate presso un box office in Gran Bretagna) cui intestare i beni delle imprese in difficoltà prima di farle «sparire». In cambio chiedeva e otteneva un pagamento in contanti pari al 15% del totale dei debiti. Un giro d’affari stimato attorno ai 50 milioni di euro e un’evasione fiscale di 5,5 milioni nel solo padovano.
Quella sul gruppo Catapano è una delle tante inchieste in corso nel Veneto (Alessandro Naccarato, deputato del Pd, ne ha censito una quarantina in tre anni) che indicano come stia crescendo il ruolo delle mafie nell’economia del Nord-est, anche attraverso lo strozzinaggio nei confronti di centinaia di imprese che, messe alle strette dalla crisi economica, trovano chiusi gli sportelli delle banche e aperti quelli della malavita che «investe» e mette le mani sulle aziende, acquisendole direttamente o indirizzandone l’attività. Come sempre molto avviene nei servizi e nelle opere pubbliche. Dallo smaltimento dei rifiuti – in particolare quelli tossici che per anni il Nord-est ha «affidato» alla malavita campana e scaricato nel Mezzogiorno – all’edilizia e al movimento terra, settore in cui si sono specializzati i Casalesi. I clan sono molto interessati alle grandi opere, le sole (a parte le nicchie dell’alta qualità manifatturiera, più difficili da infiltrare) che fanno ancora girare gli schei del Nord-est. Insieme al traffico illegale vero e proprio di merci (armi, droga) e persone (immigrazione e prostituzione) che dalla Trieste-Padova riforniscono tutta la penisola.
«La corsa della locomotiva veneta – dice Massimo Carlotto, scrittore che per storia e mestiere conosce bene il ventre della «bassa» padovana – si è alimentata per anni anche di evasione fiscale e lavoro nero, creando così un habitat perfetto per la criminalità e il riciclaggio dei soldi sporchi. Qui c’è gente che gira con le valigette piene di contante che presta a strozzo o investe negli appalti, prendendosi le aziende e taglieggiandole». Ecco come e dove girano i soldi «veri» nel Nordest di oggi. Un nuovo «miracolo» che sant’Antonio non avrebbe proprio saputo fare.  

Inchiesta di Gabriele Polo. Con la collaborazione di Sebastiano Canetta ed Ernesto Milane

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Padova 30 giugno 2012 – “Abbiamo finalmente risolto il rebus e compreso il reale motivo per cui la Lega Nord di Padova ed il PdL di Padova (e di conseguenza l’Amministrazione Provinciale) hanno deciso di affossare il progetto del nuovo centro congressi in Fiera appigliandosi a qualsiasi cavillo.”   Paolo Giacon, consigliere provinciale del PD apre una nuova prospettiva destinata a far discutere e sulla quale la Provincia sara’ costretta ad intervenire.

“Il motivo per cui l’amministrazione Degani non vuole realizzare il centro congressi si chiama Veneto City, un mega polo commerciale, direzionale e terziario che dovrebbe sorgere sulla riviera del Brenta (in provincia di Venezia!) e che prevede – guarda un po’ – la realizzazione di un centro congressi di dimensioni paragonabili con quello progettato a Padova.”,

spiega Giacon.           “Da sempre il progetto di Veneto City e’ stato appoggiato dalla Lega Nord padovana – che ha presentato in consiglio provinciale anche una mozione per la sua realizzazione – e da Giancarlo Galan, vero dominus del PdL in Veneto e a Padova, che evidentemente e’ riuscito ad imporre la sua linea su Barbara Degani. Ed ecco svelato il mistero – afferma caustico Paolo Giacon – : il no della Provincia si giustifica solo di fronte al progetto di sostenere Veneto City e quindi il centro congressi di Veneto City. Che tuttavia sara’ realizzato in provincia di Venezia e non certo in provincia di Padova”.         Accanto alle bordate di Giacon, anche Fabio Rocco, capogruppo dei democratici interviene e afferma:

“L’amministrazione Degani getti la maschera e dica apertamente che e’ contro Padova, la sua area metropolitana, contro il territorio e contro le categorie economiche. Dica apertamente che ha ricevuto ordini dalla Lega e da Galan di appoggiare il progetto Veneziano di Veneto City, dannegiando in questo modo gli imprenditori ed i commercianti padovani che a gran voce correbbero realizzare il centro congressi in Fiera. Un atteggiamento irresponsabile che antepone gli interessi di singoli privati e dei partiti al bene comune e all’interesse collettivo”.

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Gazzettino – Dolo. Polo logistico, Gei accusa la Regione

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26

giu

2012

«Scavalcate le norme di tutela ambientale, Zaia si rivela peggiore di Galan»

DOLO – «Il Polo logistico di Dogaletto di Mira come Veneto City». È questa l’accusa che il consigliere de “Il Ponte del Dolo” Giorgio Gei muove alla Regione Veneto.

«Ancora una volta – attacca – la Regione Veneto mira a scavalcare le procedure di tutela e per il Polo logistico di Dogaletto e punta ad aggirare la Valutazione ambientale strategica». Secondo Gei «l’amministrazione Zaia si conferma così ancor più devastante della precedente giunta Galan e se, saggiamente, la nuova amministrazione mirese si dichiara decisamente contraria, ecco che spunta prontamente qualche emulo del conte Volpi di Misurata disposto ad una nuova devastazione della Laguna un pò più a Sud».

Il timore è che l’approvazione del progetto possa compromettere l’equilibrio ambientale. Gei non lesina una stoccata ai primi cittadini di Dolo e Pianiga (Maddalena Gottardo e Massimo Calzavara):

«Reputo del tutto incomprensibili, se confermate, visti i precedenti, le dichiarazioni dei sindaci di Dolo e Pianiga disposti a discutere e valutare i progetti e magari pronti a far decollare un Polo logistico sicuramente Green».

(g.d.c.)

 

Ernesto Milanese – Veneto. Locomotiva su binario morto

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24

giu

2012

I 20 lunghi anni che non hanno «rivoluzionato» il mondo fra Venezia e Roma

I veri cronisti sono la disperazione di direttori e capiredattori. Scrivono per raccontare e descrivono le pieghe della realtà. Coltivano la curiosità e la critica. Sono fastidiosi e insistenti con i loro “pezzi” urticanti, che eccedono le informazioni standard o ricostruiscono il puzzle degli interessi. Insomma, notizie «narrate» oltre la superficialità: con documenti di pubblico dominio e l’atteggiamento del cane da guardia. Renzo Mazzaro sulla soglia della pensione restituisce con I padroni del Veneto (Laterza, pagine 272, euro 16) l’esperienza giornalistica dentro e fuori il Palazzo alla luce della parabola del Nord Est, che sintetizza l’illusione in cui si è cullata tutta l’Italia postdemocristiana. È davvero un lungo racconto dei vent’anni che non hanno «rivoluzionato» il mondo fra Venezia e Roma. Una storia ricomposta attraverso i protagonisti, i luoghi, i destini. Perfino gli aneddoti e le vicende apparentemente meno cruciali. Mazzaro rilegge il «nanismo politico» dell’aggiornamento del modello veneto. Il doge Giancarlo Galan diventa ministro solo al tramonto di Berlusconi. E Luca Zaia è eletto governatore mentre si eclissa ogni velleità federalista. Ma gli orfani della Dc di Bisaglia, Bernini e Fracanzani scontano anche il più feroce fai-da-te dell’economia locale. Spariscono le banche di riferimento fagocitate altrove, detta legge la finanza a senso unico e fioriscono «imprenditori» che cannibalizzano risorse pubbliche. Infine, la società veneta ormai multietnica e globalizzata «lavora» senza più la rete di protezione: consuma anche la famiglia tradizionale come l’idea stessa di benessere. Il cronista Mazzaro testimonia l’eterna contraddizione del Veneto formato «locomotiva» che si arena nel binario morto del narcisismo.

Ma soprattutto disvela i segreti di Pulcinella: la conquista della Save da parte di Enrico Marchi con la complicità del centrosinistra; l’affare da 80 milioni all’anno (le assicurazioni degli ospedali) monopolizzato da Gianni Pesce; la mega-colata di cemento di Veneto City targata Giuseppe Stefanel, Enrico Marchi e Luigi Brugnaro con il supporto dell’ingegner Luigi Endrizzi e di Rinaldo Panzarini (ex direttore generale di Carisparmio approdato a Est Capital Sgr); i fili delle matasse fra soldi pubblici e giochi privati che riconducono sempre a Gian Michele Gambato, dirigente della Regione che presiede Confindustria Rovigo.

È il Veneto sussidiario in cui si annidano mandarini, cricche e satrapie. Con la vocazione «istituzionale» a dividersi la torta perché a Nord Est la sinistra business-oriented ha anticipato dagli anni Novanta il «compromesso storico» fra Compagnia delle Opere e Lega delle cooperative. Il libro accende i riflettori sul «compagno M» di Tangentopoli e sulla carriera di Lino Brentan arrestato per le mazzette autostradali. Tuttavia, manca la vera «radiografia» dell’immobiliarismo. La Torre della Ricerca nell’ex zona industriale di Padova sarà il San Raffaele del Veneto? Le rigenerazioni in laguna occultano conti in rosso? L’edilizia universitaria è ormai fuori controllo? Mazzaro tradisce la nostalgia per la svolta sfumata.

Correva l’anno 1995 e si poteva vincere: bastava candidare Tina Anselmi presidente della Regione. Invece Elio Armano, segretario del Pds, «scomunicò» Rifondazione e gli altri strateghi della coalizione vollero Ettore Bentsik. Risultato: Galan al potere con il 38%, il professore dell’Ulivo al 34% e Paolo Cacciari al 6,8%. Da allora non c’è più alternativa.

Le successive tre sconfitte elettorali, anzi, allargano il campo della spudorata autonomia della rappresentanza politica.

È il Veneto «governato» dal consociativismo. Lo stesso che garantisce alle imprese di riferimento di attraversare indenni la crisi.

Mazzaro disegna la geografia del flusso di denaro e individua i «nuovi padroni» svezzati nell’ultimo ventennio. Informazioni e interviste, scenari e confessioni, inchieste e analisi. I padroni del Veneto fa impallidire da questo punto di vista le celebrate firme dei grandi giornali, ma anche vanifica radicalmente la comunicazione votata agli stereotipi. Un saggio di come il cronista sia ancora di pubblica utilità.

Ad altri, giovani eredi di Mazzaro, spetterà presto il compito di raccontarci nel dettaglio come Legaland si sia trasformata nella succursale di Gomorra.

 

I VERTICI DELLA CASSA EDILE

A RISCHIO – L’edilizia è uno dei settori che più interessa la criminalità organizzata

La crisi colpisce duro e continua a farlo, soprattutto nell’ambito delle piccole imprese. Un rischio evidenziato in occasione delle celebrazioni del venticinquennale della Cassa edile veneta artigiana, che oltre a inaugurare la sua nuova sede in via della Pila, ha organizzato all’Istituto Parini un convegno su “Economia e criminalità”.        Secondo Ceva ad accrescere l’esposizione alle infiltrazioni criminali contribuiscono anche le gravissime condizioni della crisi economica: nel caso dell’edilizia nel 2012 è prevista una riduzione del 5,2% degli investimenti, che si aggiunge alla precedente contrazione del 20% registrata tra il 2008 ed il 2011. Le più colpite sono proprio le piccole imprese: quelle con meno di 5 addetti nell’ultimo trimestre 2011 hanno avuto cali di fatturato pari al 4,4%. Di pari passo anche l’emorragia di posti di lavoro (4600 lavoratori in meno nel 2011) e la crescente mortalità di imprese (-1,6% in due anni).      «Oggi, purtroppo, sempre più imprese faticano a reggere le difficoltà del mercato – spiega il presidente della Ceva Roberto Strumendo – C’è terreno fertile per la criminalità, in particolare sul fronte degli appalti». Interessante la riflessione del professor Filippo Della Puppa dello Iuav: «In Veneto e nel veneziano si è costruito troppo e male – Per contrastare la crisi l’unica strada per uscirne è l’innovazione, l’adozione di politiche sostenibili ed evitare di consumare altro territorio». (r.ros.)

 

Appello agli amministratori del coordinatore di “Avviso Pubblico”

«Vigilate contro la mafia»

«Il Veneto non è terra di mafia ma terra che interessa alla mafia. E solo con la denuncia preventiva si può tenere lontano questo cancro della società». È l’istantanea che Pierpaolo Romani, Coordinatore nazionale di “Avviso Pubblico” (definita la Libera degli amministratori pubblici e comunali) fornisce di ciò che interessa ai fenomeni di Cosa Nostra nel nostro territorio. Il suo intervento nel dibattito su Economia e Legalità in occasione dei 25 anni della Cassa edile veneziana (Ceva) scuote e a tratti sorprende. Ma non troppo. Lui che il tessuto urbano lo conosce perchè è sempre a contatto con gli amministratori pubblici sa bene anche quanto succede in quest’area del Nordest.        «Il recente vertice a Venezia della Commissione Antimafia presieduto dall’ex ministro Giuseppe Pisanu e anche il monito del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri che ha riconosciuto nel Veneto uno dei territori più appetibili per gli affari mafiosi, sono la cartina di tornasole di quanto, purtroppo, sta accadendo – spiega Romani – La mafia da tempo non è più quella della polvere da sparo ma quella che segue l’odore dei soldi. E di soldi, in Veneto, ne girano parecchi e significano investimenti, imprese, piccole società da aiutare, grandi progetti e infrastrutture in cui inserirsi. Tutti affari che per la mafia dai guanti bianchi sono manna dal cielo». Un territorio, quello Veneto, per Romani, che crea diffidenza anche all’estero.         «Allo sceicco del Qatar, in visita poche settimane fa in Italia, (quello che ha finanziato il rigassificatore di Rovigo per intenderci) hanno chiesto perché non investe di più nel nostro Paese e lui ha risposto: corruzione. E anche in Veneto corruzione, evasione fiscale e paura di denunciare sono i principali fattori che rendono grande le mafie che vogliono porre radici. Non è vero che non esistono i casi ma non si vogliono dire, far emergere. E i settori più a rischio in questo territorio sono l’edilizia e il turismo (anche Jesolo ed Eraclea), i trasporti, i mercati ortofrutticoli, il gioco d’azzardo, non certo il Casinò di Venezia ma quello dei bar, dove piccoli imprenditori malati di gioco perdono patrimoni e poi chiedono prestiti a usurai camorristi e mafiosi».        Il giornalista Giovanni Viafora, secondo relatore del dibattito, ritiene che la colpa sia anche della politica. «Il Veneto è impreparato all’onda d’urto delle infiltrazioni mafiose – dice – Le piccole imprese, sono le più a rischio. Qualche giorno fa ho chiesto all’ex governatore Galan come è possibile che la politica non si sia accorta di nulla. Sapete la risposta? «Nessuno me l’ha mai detto». Forse anche la magistratura andrebbe adeguata alla situazione: ma ha ragione Romani, la regola numero uno deve essere la denuncia».

Raffaele Rosa

 

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