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CAMPOLONGO – Tiziano e Nicola Lando, padre e figlio, di Campolongo Maggiore, titolari della Ecolando Srl, con sede a Piove di Sacco, sono a processo a Padova, per un traffico illegale di rifiuti non pericolosi.

A far loro compagnia davanti al giudice monocratico Beatrice Bergamasco ci sono Maria Marchesin, legale rappresentante della Bruneco Srl di Marghera, Lorenzo Marchesin, Michele Casarin e Moreno Casarin, soci della stessa ditta, Cristiano Nordio e Francesco Marchesin, dipendenti di Bruneco.

Secondo l’accusa, rappresentata dal pm della Distrettuale Antimafia Giovanni Zorzi, le due ditte avrebbero gestito tra il 2007 e il 2009 il traffico abusivo di oltre tre milioni di chilogrammi di rifiuti, soprattutto imballaggi, in partenza dalla sede della Bruneco e diretti all’impianto di smaltimento della Ecolando, a Sant’Angelo di Piove.

La struttura deputata a trattare carta, cartone e cartoncino avrebbe in realtà accolto rifiuti di vario tipo, dai prodotti in plastica, al nylon, alla gomma, al polistirolo, al vetro, e persino al legno e all’alluminio.

Secondo quanto accertato dagli investigatori del Corpo Forestale dello Stato, nell’impianto di Sant’Angelo sarebbero arrivati addirittura rifiuti polverosi di colore scuro, con tutta probabilità resti della pulizia di pavimenti.

Sarebbe stata Bruneco Srl ad occuparsi delle formalità burocratiche, ovvero l’assegnazione del codice Cer, il Codice europeo dei rifiuti, la predisposizione dei formulari di trasporto e l’individuazione dell’impianto di destinazione.

Ecolando Srl si sarebbe limitata ad espletare l’attività di smaltimento dei rifiuti. Ieri sono sfilati in aula un investigatore della Forestale e due dipendenti delle ditte coinvolte. Si riprende il 24 aprile.

Luca Ingegneri

 

Gazzettino – Gardigiano. Centrale a biogas stoppata dal Tar.

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21

feb

2015

L’impianto dovrebbe sorgere a Gardigiano

Il Comitato: «La nostra battaglia continua»

I lavori non partiranno ma il progetto rimane

Stop del Tar alla realizzazione della centrale a biogas al confine tra Mogliano e Gardigiano di Scorzè. L’impianto dovrebbe sorgere nell’azienda zootecnica dei fratelli Pesce, in via Frattin a Gardigiano.

Nel giugno 2013 la Regione aveva dato il via libera al progetto, nonostante l’opposizione del comune di Scorzè e le proteste degli abitanti di via Solferino e di via Osoppo a Mogliano. Il battagliero Comitato intercomunale Ada (Associazione Difesa Ambiente) ha appreso con soddisfazione la decisione presa dal tribunale amministrativo regionale, che ha ordinato alla ditta Pesce un supplemento di indagini di impatto ambientale in base a quanto prevedono le normative della Comunità Europea.

Una procedura che però non cancella il progetto della centrale a biogas. La ditta Pesce ha detto fin dall’inizio dell’annosa vicenda dell’impianto per la produzione di energia alternativa dalla trasformazione dei soli reflui zootecnici di volersi adeguare alle leggi in materia.

Come dire che dopo aver eseguito una nuova Via (valutazione di impatto ambientale) come ordinato dal Tar, il progetto ripartirà. Intanto il comitato Ada è deciso a proseguire nella sua battaglia. «Prima di ogni alta cosa – dice il coordinatore del comitato, Mario Fassina – c’è da tutelare la salute dei cittadini e la difesa dell’ambiente. Avere un impianto a biogas alle porte di casa non è certo un problema da sottovalutare. Continueremo la nostra battaglia come abbiamo fatto in questi anni».

Con il primo ricorso al Tar la portata dell’impianto a biogas da trasformare in energia elettrica era stato ridotto da 1000 a 600 megawatt. Un altro motivo di preoccupazione delle famiglie di via Ghetto e di via Ossopo riguarda l’inquinamento da onde elettromagnetiche. «Sopra le nostre case – dicono – passa la linea elettrica dell’alta tensione da 240 mila volts. Dovrebbe bastare».

 

Compie un ulteriore e significativo passo in avanti a Marcon l’operazione di smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi provenienti dalla Nuova Esa e a tirare un altro grande sospiro di sollievo, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione comunale e dei comuni vicini, vi è una grossa fetta di popolazione residente tra Marcon, Mogliano Veneto e Casale sul Sile. La società Veneto Acque spa ha, infatti, comunicato l’avvenuto termine delle operazioni di procedura negoziata e l’aggiudicazione definitiva per l’intervento di caratterizzazione analitica, carico, trasporto ed incenerimento dei rifiuti pericolosi all’interno dell’ex fornace di Marcon, tristemente nota come area Nuova Esa.

I lavori riguarderanno lo smaltimento di circa 410 tonnellate di rifiuti, già messi in sicurezza con precedenti procedure e saranno eseguiti dalla ditta Cfm srl di Marghera, che già aveva lavorato all’interno dell’area.

«È un ulteriore importante passo verso la risoluzione definitiva del problema Nuova Esa – ha sottolineato il sindaco di Marcon Andrea Follini – di cui siamo particolarmente lieti. Ogni chilo di schifezze che lascia quell’area, è un momento in più di sollievo per la città. Ringrazio ancora una volta la Regione Veneto ed il suo “braccio operativo” Veneto Acque per il lavoro profuso”.

I lavori quindi riprenderanno a breve dentro al cantiere di via Fornace dopo l’importante pulizia dello scorso anno, la fuoriuscita di circa cento tonnellate di pentasolfuri inviati all’incenerimento con procedura d’urgenza, dal momento che si trattava di sostanze che per tipologia e stato di conservazione erano state classificate dall’Arpav e dai Vigili del fuoco, all’indomani dell’incendio scoppiato nell’estate del 2012 all’esterno dell’area di stoccaggio, le più nocive.

All’allontanamento dei pentasolfuri seguì la messa in sicurezza dei restanti rifiuti all’interno dell’ex stabilimento (plastiche, terre, copertoni, bombolette spray, idrocarburi, ecc.), valutati con un grado di nocività inferiore ai precedenti, ma non per questo meno pericolosi, che ora, con l’avvio della seconda fase di smaltimento, prenderanno pure questi la definitiva strada verso gli inceneritori.

Mauro De Lazzari

 

SCORZÈ – Il Tribunale amministrativo dà ragione al comitato di Gardigiano. Assenti analisi ambientali

SCORZÈ – Il Tar del Veneto dà ragione al comitato di Gardigiano di Scorzè contro la centrale a biogas che avrebbe dovuto sorgere in via Frattin e annulla i provvedimenti della Regione Veneto, della Provincia di Venezia, dell’Ulss 13, dell’Arpa Veneto e di ogni altro ente che aveva dato via libera alla costruzione.

La sentenza mette in evidenza che il progetto viene meno alle normative europee e, basandosi su una sentenza del Tar delle Marche, invalida tutti i procedimenti. Soprattutto non sarebbe stato effettuato lo “screening” ambientale ovvero le analisi che determinano coefficienti ed eventuali indici di inquinamento provocati dall’impianto sul territorio circostante e di cui temeva particolarmente la popolazione.

L’impianto sarebbe stato in grado di generare una potenza termica nominale di 1.507 megawatt, una potenza elettrica utile pari a 0,599 megawatt elettrici e una potenza termica utile di 0,769 megawatt. Il complesso nel progetto iniziale avrebbe dovuto ottenere, come indicato dagli stessi committenti, un risparmio di 4.500 tonnellate di Co2 equivalenti a 700 tonnellate di petrolio. Un progetto all’avanguardia per impianti di biogas ottenuto da biomassa e deiezioni animali che aveva avuto il parere favorevole dagli enti regionali e dal comune confinante di Mogliano Veneto, ma aveva trovato i dubbi dei cittadini di Gardigiano e dello stesso comune di Scorzè che erano ricorsi alla giustizia amministrativa.

Oltre 30 famiglie hanno avuto così ragione sull’azienda agricola costruttrice intimorite dalla quantità di mezzi pesanti che avrebbero invaso il territorio per trasportare le biomasse e per le esalazioni che sarebbero state emanate durante la lavorazione.

Già nel 2013 il sindaco aveva criticato l’autorizzazione regionale affermando che impianti simili dovrebbero essere costruiti su grandi estensioni agricole e non nell’ambito dell’area Metropolitana del Veneto centrale densamente abitata.

Renzo Favaretto

 

Sì della Regione al piano di ricalibratura dei corsi d’acqua del bacino Sesta Presa proposto dai Comuni della Riviera

Meno azoto e fosforo in laguna. I comuni di Dolo, Camponogara, Campagna Lupia, Strà, Fossò, Vigonovo e Campolongo Maggiore hanno ricevuto dalla Regione del Veneto il parere favorevole di compatibilità ambientale per la realizzazione di opere di ricalibratura dei corsi d’acqua nei loro territori.

A darne notizia è l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte, il quale ha ricordato che l’intervento era stato proposto nel marzo dello scorso anno dal Consorzio di bonifica Bacchiglione. Il progetto ha come scopo il miglioramento della gestione delle acque del bacino Sesta Presa, ossia tutto il territorio posto a sud del corso del Naviglio Brenta. Ciò incrementerà le capacità auto-depurative dei corsi d’acqua prima della loro immissione nella laguna veneta, con l’abbattimento degli agenti nutrienti come fosforo e azoto. Per raggiungere tale obiettivo è stata prevista per stralci progettuali la ricalibratura e la rinaturalizzazione di alcuni tratti di canali esistenti, la realizzazione di aree umide di fitodepurazione e l’aumento dei tempi di ritenzione che saranno così in grado di interessare tutta la parte vegetate esistente sulle sponde dei corsi d’acqua.

Nel progetto globale presentato dal Consorzio Bacchiglione è prevista la realizzazione di un’area umida lungo lo scolo Brentoncino, la rinaturalizzazione di un tratto del canale II° diramazione Brentoncino, l’adeguamento del sistema di sostegno attualmente presente nel bacino Sesta Presa e l’automazione di alcuni manufatti esistenti specificatamente nei comuni di Dolo, Camponogara e Campagnalupia.

Il parere favorevole della Giunta veneta segue quello della Commissione Regionale V.I.A. (Valutazione impatto ambientale), che a sua volta ha espresso all’unanimità parere favorevole al rilascio del giudizio di compatibilità ambientale sul progetto, subordinatamente al rispetto di prescrizioni.

 

GLI INDAGATI – Sotto inchiesta l’ex presidente della Provincia di Vicenza Schneck e gli industriali Beltrame e Lonati E spunta il nome della Mestrinaro

VENEZIA – Accertamenti durati sei mesi, poi un udienza anch’essa lunga sei mesi e, ieri, il chimico, il geologo e l’ingegnere nominati periti dal giudice veneziano Andrea Comez hanno sostanzialmente confermato le tesi dell’accusa sostenute dal pubblico ministero di Venezia Rita Ugolini: dal 2009 sarebbero stati sversati sotto il fondo stradale dell’autostrada A31, la Valdastico Sud, 155 mila 836 metri cubi di scorie e di rifiuti non bonificati e potenzialmente nocivi.

Già i consulenti del pubblico ministero, Paolo Rabitti e Gian Paolo Sommaruga, avevano esaminato campioni dei lotti 4, 5 e 6, ovvero i tratti tra Montegaldella e Albettone, lo svincolo Albettone -Barbarano e il viadotto Bisatto, ma non avevano escluso che il fondo stradale di altri tratti delle nuova autostrada fosse composto da rifiuti nocivi.

Prima la rappresentante della Procura, poi i numerosi difensori degli indagati hanno posto i quesiti ai tre periti in numerose udienze. Molti degli indagati, che sono 27, dovevano a loro volta nominare propri consulenti: sono accusati di aver organizzato una traffico illegale di rifiuti e di falso ideologico.

Il nome che spicca è quello dell’ex presidente della Provincia di Vicenza di Forza Italia Attilio Schneck, allora presidente del Consiglio d’amministrazione dell’autostrada Brescia-Padova, oggi presidente della holding che controlla la Serenissima. Ma nella lunga lista spuntano i nomi di noti imprenditori veneti e non, come Antonio Beltrame, presidente delle omonime acciaierie vicentine, o quello del bresciano Ettore Lonati, anche lui titolare di acciaierie. Sì, perché sotto l’asfalto sarebbero finiti soprattutto scarti della lavorazione dell’acciaio.

Tra gli indagati anche personaggi già finiti al centro delle cronache giudizarie. C’è, ad esempio, l’imprenditore bergamasco Pierluca Locatelli, che avrebbe pagato tangenti per la gestione della discarica Cappella Cantone a Cremona, un’indagine che ha provocato l’arresto del vice presidente del Consiglio lombardo e un avviso di garanzia all’allora presidente della giunta Roberto Formigoni.

Spunta anche il nome della Mestrinaro spa, azienda finita sotto sequestro, i titolari sono accusati di aver lastricato di rifiuti pericolosi, c’erano arsenico, nichel e cromo nei semilavorati in cemento, il tratto della terza corsia dell’A4 tra Quarto d’Altino e San Donà, oltre a un grande parcheggio presso l’aeroporto di Tessera.

Il pm veneziano Ugolini, che ha coordinato le indagini, chiedendo la perizia in incidente probatorio, ha rilevato che «a seguito dell’incarico conferito in forma collegiale ai consulenti sono emersi elementi che fanno ritenere fondata la denuncia presentata congiuntamente da Aiea (Associazione italiana esposti amianto) e da Medicina Democratica Vicenza».

(g.c.)

 

TRAFFICO DI RIFIUTI

VENEZIA – La contaminazione appare confermata. Nel fondo dell’Autostrada A-31 Valdastico sud sono stati utilizzati materiali provenienti da scarti di lavorazione di acciaierie.

Ieri mattina, davanti al gip Andrea Comez, è stato ufficialmente depositato il lavoro svolto dai periti che mette in evidenza diverse anomalie. Nel corso dell’indicente probatorio è stato sostanzialmente confermato che nei lotti 4, 5 e 6 sono stati registrati livelli di inquinamento superiori al previsto.

Da tempo il pm Rita Ugolini ipotizza che i materiali utilizzati per realizzare l’autostrada, provenienti appunto dalle acciaierie, non siano stati trattati in maniera adeguata al fine di renderli non pericolosi.

Da qui l’indagine per traffico illecito di rifiuti per 27 indagati. I carotaggi effettuati dai periti hanno fatto emergere tracce di fluoruri, bario, rame, nichel, cromo totale e cod (paramentro che indica la presenza di sostanze ossidabili) in quantità superiori a quanto previsto dalla normativa.

Ora dopo il passaggio davanti al gip, sarà la Procura a dover indicare il percorso da seguire con un altro giudice. Dal canto loro i difensori hanno ribadito che rispetto ad altre realtà, come Brescia, il livello di inquianemento delle tracce rinvenute nella Valdastico è inferiore.

 

Gazzettino – Primi in classifica ma per lo smog

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10

feb

2015

AMBIENTE – Dati allarmanti dalla campagna “Mal’aria 2015″, Legambiente s’appella a Roma

L’area padana già nel primo mese del 2015 si conferma tra le aree più inquinate d’Italia. E Venezia è in testa alle classifiche: è terza nella tabella dei capoluoghi di provincia che hanno superato, con almeno una centralina, la soglia limite giornaliera di 50 microgrammi per le polveri sottili, le Pm10 responsabili di tanti guasti alle vie respiratorie: la centralina di via Beccaria a Marghera, infatti, ha già sforato il limite per ben 19 giorni, seconda solo a Parma e a Frosinone arrivate a 20. Se si considera che il Decreto legislativo 15 del 2010 stabilisce che i superamenti non possono essere superiori ai 35 in un anno, siamo già abbondantemente oltre la metà. E la centralina di via Beccaria è anche quella che appare tra i primati del Pm10 per il 2014 con ben 66 giorni oltre il limite.

Per questo Legambiente, nel pubblicare con la classifica “Mal’Aria 2015″ la graduatoria delle città più inquinate del Paese, lancia l’ennesimo appello affinché il Governo adotti le misure indicate da tempo ma mai attuate: riduzione delle emissioni industriali introducendo le Autorizzazioni integrate ambientali, uscita dalla dipendenza dei combustibili fossili, riqualificazione degli edifici dal punto di vista energetico, aumento dei i servizi di trasporto pubblico.

Venezia è in “buona posizione” anche nelle classifiche di altri inquinanti come le polveri super sottili (Pm2,5), il biossido di azoto, l’ozono troposferico, e pure il rumore. Ma è tutta l’Europa ad essere malata: si contano 400 mila morti premature da inquinamento con costi sanitari che oscillano tra i 330 e i 940 miliardi di euro.

A Venezia fabbriche ce ne sono sempre di meno e oggi la parte del leone per l’inquinamento la fanno «i trasporti su gomma (con le autostrade che arrivano fin dentro la città, la tangenziale che la taglia in due e il passante a poca distanza), il porto commerciale e quello per le crociere, gli scarichi aerei crescenti prodotti dall’attività del Marco Polo, a cui si aggiungono le emissioni di importanti attività produttive». Lo dice Gianfranco Bettin, ex assessore comunale all’Ambiente parlando di fonti di inquinamento sulle quali l’amministrazione locale non ha alcun potere di intervento, «e Governo nazionale e Regione sono latitanti». Così anche le misure eccezionali messe in campo dal Comune negli ultimi anni (siamo tra le città con più piste ciclabili e aree verdi) vengono vanificate: «Venezia deve ottenere il potere di decidere su ciò che la inquina e che oggi sfugge alla sua possibilità di intervento. E la nuova Legge speciale può essere lo strumento anche per questo».

 

STRA – Decine di bottiglie, sacchi, contenitori di plastica e camere d’aria di biciclette. Questi sono alcuni dei rifiuti depositati nel Naviglio Brenta, all’altezza delle chiuse di Stra. A segnalarlo è il comitato ambientalista “Anima Critica” di Padova che ha realizzato un dossier sulla questione.

«Siamo spettatori, purtroppo impotenti, di come continua ad essere ridotta la porta principale del Naviglio Brenta», spiega il portavoce Massimo Camporese, «un gioiello fluviale meta di turisti da tutto il mondo che vengono a visitare una zona di elevato valore storico-paesaggistico».

Il comitato lancia una proposta. «Bisognerebbe dare una “patente a punti ambientale” ai Comuni che amministrano prestigiosi luoghi di interesse storico-culturale», è l’idea di Camporese, «e segnare i Comuni virtuosi e quelli carenti. Vogliamo insistere affinché vi siano maggiori e più frequenti bonifiche ambientali nel territorio, e che sia multato chi getta rifiuti in acqua o nelle rive del Naviglio Brenta.

Infine un appello pubblico perché i cittadini tengano monitorata la situazione ambientale con segnalazioni alle amministrazioni locali e regionali».

Giacomo Piran

 

Scorzè. Il Pd accusa l’amministrazione: per vedere il bosco serviranno vent’anni

Il sindaco Mestriner: avremo dieci ettari di alberi e le barriere fonoassorbenti

SCORZÈ – Sempre il casello e sempre il problema della sicurezza dei cittadini al centro della polemica a Scorzè tra Pd e maggioranza, a poco più di un mese dall’apertura al traffico.

Se prima si era parlato dei problemi che potrebbero avere pedoni e ciclisti con le piste ancora da fare o completare, stavolta lo scontro è sulla mitigazione ambientale, bosco o barriere fonoassorbenti che siano, per ridurre i rumori provocati dal passaggio dei mezzi.

E il maggior partito di minoranza chiede che si ritardi l’apertura al traffico finché non ci saranno opere almeno sufficienti.

«Mancano poche settimane all’apertura del casello», spiega il capogruppo del Pd Gianna Manente, «e non ci sono segnali dei dieci ettari di area verde promessa. Si era parlato, addirittura, di vederla prima che terminassero i cantieri del casello. A seconda del tipo di alberi da mettere, crediamo che ci vorrà qualche lustro prima di vederne i risultati. Ma intanto che si fa per tutelare la salute della gente? Che non sia il caso di posticipare l’apertura del casello? Credo che sia un argomento su cui riflettere».

Per il consigliere Gigliola Scattolin ci vorranno vent’anni prima di vedere gli alberi cresciuti. «E i benefici», continua, «si potranno avere solo quando avranno le dimensioni tali per essere efficaci».

Per il sindaco Giovanni Battista Mestriner il bosco si farà e tra qualche giorno dovrebbero essere definiti gli accordi con gli altri enti, soprattutto il consorzio di bonifica Acque Risorgive. «Solo grazie a noi», replica, «avremo dieci ettari di superficie verde e non zone industriali. Il Pd di Scorzè ci dica in quali altri Comuni da loro governati è stata fatta un’area così grande di mitigazione. Invece di collaborare, ci hanno sempre criticati in modo pretestuoso. Ricordo che il Comune di Scorzè non ha voluto il Passante e il casello. La gestione del primo e l’apertura del secondo, fatta con legge obiettivo, è in carico a Cav. Abbiamo acquisito le superfici e trovato i finanziamenti, non possiamo anche rivoluzionare le leggi della botanica perché gli alberi crescano prima: intanto è stato importante seminarle. Stiamo lavorando perché le aree cedute diventino di mitigazione idraulica e su questo c’è la necessità di definire un accordo con il consorzio Acque Risorgive: sarà fatto a breve».

Mestriner, poi, punta ad avere le barriere fonoassorbenti, che costano attorno al milione di euro a chilometro: «Tra poco», osserva, «partiremo con la procedura da adottare per impedire lo sforamento dei limiti acustici; questo consentirà ad Anas di riorganizzare il suo piano di risanamento come previsto».

Alessandro Ragazzo

 

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