Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui

STRA – Decine di bottiglie, sacchi, contenitori di plastica e camere d’aria di biciclette. Questi sono alcuni dei rifiuti depositati nel Naviglio Brenta, all’altezza delle chiuse di Stra. A segnalarlo è il comitato ambientalista “Anima Critica” di Padova che ha realizzato un dossier sulla questione.

«Siamo spettatori, purtroppo impotenti, di come continua ad essere ridotta la porta principale del Naviglio Brenta», spiega il portavoce Massimo Camporese, «un gioiello fluviale meta di turisti da tutto il mondo che vengono a visitare una zona di elevato valore storico-paesaggistico».

Il comitato lancia una proposta. «Bisognerebbe dare una “patente a punti ambientale” ai Comuni che amministrano prestigiosi luoghi di interesse storico-culturale», è l’idea di Camporese, «e segnare i Comuni virtuosi e quelli carenti. Vogliamo insistere affinché vi siano maggiori e più frequenti bonifiche ambientali nel territorio, e che sia multato chi getta rifiuti in acqua o nelle rive del Naviglio Brenta.

Infine un appello pubblico perché i cittadini tengano monitorata la situazione ambientale con segnalazioni alle amministrazioni locali e regionali».

Giacomo Piran

 

Scorzè. Il Pd accusa l’amministrazione: per vedere il bosco serviranno vent’anni

Il sindaco Mestriner: avremo dieci ettari di alberi e le barriere fonoassorbenti

SCORZÈ – Sempre il casello e sempre il problema della sicurezza dei cittadini al centro della polemica a Scorzè tra Pd e maggioranza, a poco più di un mese dall’apertura al traffico.

Se prima si era parlato dei problemi che potrebbero avere pedoni e ciclisti con le piste ancora da fare o completare, stavolta lo scontro è sulla mitigazione ambientale, bosco o barriere fonoassorbenti che siano, per ridurre i rumori provocati dal passaggio dei mezzi.

E il maggior partito di minoranza chiede che si ritardi l’apertura al traffico finché non ci saranno opere almeno sufficienti.

«Mancano poche settimane all’apertura del casello», spiega il capogruppo del Pd Gianna Manente, «e non ci sono segnali dei dieci ettari di area verde promessa. Si era parlato, addirittura, di vederla prima che terminassero i cantieri del casello. A seconda del tipo di alberi da mettere, crediamo che ci vorrà qualche lustro prima di vederne i risultati. Ma intanto che si fa per tutelare la salute della gente? Che non sia il caso di posticipare l’apertura del casello? Credo che sia un argomento su cui riflettere».

Per il consigliere Gigliola Scattolin ci vorranno vent’anni prima di vedere gli alberi cresciuti. «E i benefici», continua, «si potranno avere solo quando avranno le dimensioni tali per essere efficaci».

Per il sindaco Giovanni Battista Mestriner il bosco si farà e tra qualche giorno dovrebbero essere definiti gli accordi con gli altri enti, soprattutto il consorzio di bonifica Acque Risorgive. «Solo grazie a noi», replica, «avremo dieci ettari di superficie verde e non zone industriali. Il Pd di Scorzè ci dica in quali altri Comuni da loro governati è stata fatta un’area così grande di mitigazione. Invece di collaborare, ci hanno sempre criticati in modo pretestuoso. Ricordo che il Comune di Scorzè non ha voluto il Passante e il casello. La gestione del primo e l’apertura del secondo, fatta con legge obiettivo, è in carico a Cav. Abbiamo acquisito le superfici e trovato i finanziamenti, non possiamo anche rivoluzionare le leggi della botanica perché gli alberi crescano prima: intanto è stato importante seminarle. Stiamo lavorando perché le aree cedute diventino di mitigazione idraulica e su questo c’è la necessità di definire un accordo con il consorzio Acque Risorgive: sarà fatto a breve».

Mestriner, poi, punta ad avere le barriere fonoassorbenti, che costano attorno al milione di euro a chilometro: «Tra poco», osserva, «partiremo con la procedura da adottare per impedire lo sforamento dei limiti acustici; questo consentirà ad Anas di riorganizzare il suo piano di risanamento come previsto».

Alessandro Ragazzo

 

SPINEA – Barriere fonoassorbenti e fotovoltaiche per il Passante che inquina l’aria e disturba il sonno dei residenti.

Torna a riproporle il consigliere di Fratelli d’Italia Mauro Armelao, dopo che il progetto è diventato realtà in altri comuni. Ha fatto scuola, ad esempio Oppeano, in provincia di Verona, dove barriere all’avanguardia, in grado di proteggere dai rumori e allo stesso tempo produrre energia dal sole, sono realtà lungo la Transpolesana.

Armelao torna così alla carica, riproponendo il progetto anche per Spinea, dove a distanza di anni dall’entrata in esercizio del Passante, ancora non è arrivata una soluzione per alcuni tratti di autostrada, rimasti scoperti dalle barriere.

Lo fa a pochi giorni dal rinnovo del Consiglio di amministrazione di Cav, la società che lo gestisce.

«Installando pannelli solari su tutto il tracciato, esclusi i tratti in trincea, Cav potrebbe produrre energia elettrica da distribuire gratis a tutte quelle utenze private che distano fino a 200 metri dal Passante, in modo da “ricompensarli” dal danno subito dalla presenza dell’infrastruttura», spiega Armelao, «tutti sanno che le abitazioni in questa fascia hanno perso almeno il 30% del loro valore commerciale. Inoltre, l’energia prodotta e non consumata per le case e per l’illuminazione stessa del Passante, potrebbe essere venduta da Cav a Enel. Si tratta di un’operazione di giustizia verso i tanti residenti che non sono stati adeguatamente risarciti, solo perché più distanti della fascia di indennizzo, penso ai residenti di Crea, Fossa, Luneo e Zigaraga».

A Oppeano, oltre all’abbattimento pressoché totale dei rumori in eccesso, meno di due chilometri di barriere fotovoltaiche producono ogni anno circa 800 mila kilowatt’ora di energia.

Filippo De Gaspari

 

«Il nuovo consiglio di amministrazione di Cav non dimentichi l’importanza delle barriere fonoassorbenti».

Il consigliere comunale di Spinea Mauro Armelao (Fratelli d’Italia), lancia un appello ai futuri componenti del Cda che saranno nominati giovedì 29: «Mi appello affinché siano maggiormente sensibili al tema ambientale e pensino di progettare delle barriere fonoassorbenti su tutto il tracciato».

Oltre alla questione del rumore e dell’inquinamento, secondo Armelao, installando su tutto il tracciato (esclusi i tratti in trincea) anche i pannelli solari, Cav potrebbe produrre abbastanza energia elettrica da alimentare l’illuminazione dello stesso passante, da distribuirne ai Comuni e soprattutto, a titolo gratuito, alle abitazioni private situate fino a 200 metri di distanza dal passante.

«In questo modo – aggiunge Armelao – potrebbero ricompensarli dal danno subito a causa del passaggio di questa autostrada e dalla perdita di non meno del 30% del valore commerciale delle loro abitazioni. Tanti residenti non sono stati risarciti perché più distanti di soli 60 metri dall’arteria autostradale».

E fa l’esempio del Comune di Oppeano, in provincia di Verona, dove le barriere riducono quasi a zero il rumore e catturano le polveri sottili prodotte dai gas di scarico.

(m.fus.)

 

La nostra è la prima regione italiana per fatturato del mercato illegale dei rifiuti speciali. LegAmbiente: «Livello di omertà di tipo mafioso»

MESTRE – Il succo è: facciamo tutti gli scongiuri. Perché se la Procura di Venezia dimostrerà in tribunale i suoi sospetti vorrà dire che negli ultimi 15 anni in Veneto la gestione dei rifiuti, e in particolare dei rifiuti industriali, è stata affidata a una cricca di poche persone che ha governato tutto per il proprio interesse economico: dalla commissione per la valutazione impatto ambientale (Via) a quella tecnica ambiente, fino ai controllori “indipendenti”, cioè quegli organismi che certificano che tutto vada bene.

Il risultato è che il Veneto è la seconda regione italiana per produzione di rifiuti speciali industriali, ne produce 14 milioni di tonnellate all’anno, ed è la prima in Italia per fatturato del mercato illegale dei rifiuti speciali: 149 milioni di euro ogni anno.

In pratica quindi il Veneto è la regione che ingrassa di più i criminali che avvelenano acqua, terra e aria con rifiuti illegali.

Il rapporto di LegAmbiente Veneto e dell’Osservatorio ambiente e legalità di Venezia fa accapponare la pelle. Più della Campania, in campo ambientale la nostra terra è stata abbandonata alla totale assenza di regole e controlli dall’unico ente che avrebbe dovuto sovrintendere: la Regione. Infatti mentre nelle altri regioni italiane vengono accertati più reati (Campania 953 nel 2013, Puglia 469, Calabria 452), nel Veneto, nonostante qui gli ecocriminali facciano più affari, i reati accertati nel 2013 sono stati solo 271.

«Noi siamo esportatori di rifiuti ed esportatori di ecocriminalità», spiega Gianni Belloni, esperto dell’Osservatorio ambiente e legalità, «stiamo assistendo all’aumento dei pestaggi, incendi e intimidazioni nell’ambiente del riciclo e, purtroppo, anche nei confronti degli investigatori impegnati a tenere a freno i criminali».

«I più comuni trucchi», continua Belloni, «sono tre: i rifiuti pericolosi vengono smaltiti mescolandoli a terra, talvolta venendo poi rivenduti come fertilizzanti, con un impatto devastante sugli alimenti. Oppure i rifiuti pericolosi entrano negli stabilimenti per la loro inertizzazione e ne escono tali e quali ma con un’altra bolla e un’altra classificazione molto meno pericolosa. Infine spesso si trasportano materiali molto complessi e pericolosi che sono trattati solo per l’1 per cento di molte tonnellate. Poi tutto viene sepolto sotto strade e fondazioni, il cosiddetto “materiale di sovvallo”, anche se è tutto smaltimento illegale di rifiuti pericolosi».

Amara l’analisi di Gigi Lazzaro, presidente di LegAmbiente Veneto: «Ricordo che finora nessuno ha ancora pagato per i disastri ambientali che ha fatto a fine di lucro. Questo perché nel nostro codice manca ancora il reato di “disastro ambientale” di cui si parla da anni ma che nessuno ha ancora visto. Senza questo articolo penale si continuerà a non poter perseguire chi ci avvelena. L’assurdo è che se domani si scoprisse un’industria o uno smaltitore che avvelena il suolo, ai cittadini resterebbero i veleni, agli enti pubblici resterebbero i costi della bonifica e agli avvelenatori i soldi che si sono intascati. Nessuno ad ora può essere chiamato a ripagare. E questo senza che le Regioni e il Veneto in particolare abbiano mai alzato la voce».

«Oramai nel Veneto in tema di ecocriminalità, cioè di avvelenamento dell’ambiente in cui viviamo», conclude amaro Lazzaro, «c’è un livello di omertà che non ha nulla di differente da quelli che chiamiamo mafiosi».

Ugo Dinello

 

PADOVA – Dopo aver riunito più di 200 persone provenienti dalle associazioni e dai comitati ambientalisti veneti e dopo aver raccolto 15 mila osservazioni di cittadini allarmati dal dissesto idrogeologico e preoccupati per la propria salute, la Rete dei comitati veneti “Noi siamo Terra”, coordinata da don Albino Bizzotto, dei Beati costruttori di pace, ha presentato alla Regione Veneto un documento che mette nero su bianco i “no” della popolazione: no al project financing, né per le autostrade, né per gli ospedali.

No a piani casa che danno la possibilità di edificare senza regole a fronte di 400 mila case vuote e di fronte alla disperata richiesta di case a basso prezzo. No alle grandi opere. No al ddl del ministro Lupi che affida ai privati, sottraendole agli amministratori locali, le scelte sulle trasformazioni urbane. No all’abbandono e alla vendita di case Erp. No alla vendita del patrimonio demaniale. No all’agricoltura chimico-industriale e sì a quella biologica, purché non sia riservata solo ad una nicchia. No alle bio masse perchè non sono rinnovabili.

Si agli ecoquartieri; agli investimenti pubblici; ad un premio ai Comuni che riducano la superficie impermeabile; alle risorse europee; alla perequazione virtuosa; ad un piano del verde e ad una legge regionale che blocchi immediatamente il consumo di suolo.

«Il Veneto », tuonano i Comitati , «può e deve puntare alla riduzione del 20% dei rifiuti prodotti e almeno all’80% di raccolta differenziata e riciclo, attraverso il sistema del porta a porta. Vanno chiusi i due inceneritori di Padova e Schio e avviate indagini epidemiologiche sugli effetti sanitari degli stessi inceneritori. Dobbiamo fermare un processo di mercificazione che non ha riscontro nella storia ma produce un impatto devastante sull’ambiente, sulla nostra salute e sulla qualità della vita. Difendiamoci dalla privatizzazione».

Gli approfondimenti sono reperibili sul sito www.comitativeneti.alternvista.org. «Acqua, aria, terra ed energia riguardano il vivere di tutti», scandisce don Albino, «trasversalmente riguardano la nostra salute e il lavoro. Eppure la politica fino ad oggi ha fallito e deluso le aspettative caricando in maniera insopportabile il territorio in un gioco al massacro per mettere in salvo i soldi, il guadagno economico».

Elvira Scigliano

 

CAMPAGNA LUPIA – Inquinamento da idrocarburi in due canalette consorziali a Lugo di Campagna Lupia e Premaore di Camponogara venerdì notte e ieri mattina. In entrambi i casi ad accorgersi dello sversamento di sostanze chimiche sono stati i residenti che hanno sentito nel corso d’acqua un forte odore di gasolio. Sono stati chiamati così i pompieri per prima a Premaore.

Situazione analoga anche nella località di Lugo di Campagna Lupia.

Per delimitare l’inquinamento non si è perso tempo, sono state così subito messe in campo, delle contromisure. Sono state piazzate cioè delle pannellature che hanno trattenuto gli idrocarburi in un tratto delle canalette fra i 100 e i 200 metri. Il rischio più grosso era a Lugo e cioè che dalla canaletta gli inquinanti finissero nel Novissimo e di li in laguna.

Sul posto sono arrivati i tecnici dell’ente locale per i necessari rilievi. Gli sversamento da quanto capito sarebbero stati originati dal lavaggio di cisterne contenenti il combustibile. Per chi viene scoperto a macchiarsi di reati così gravi sono previste pene pesanti. Non si sono verificate fortunatamente morie di pesci.

(a.ab.)

 

Schizzano alle stelle i valori di Pm10 e Pm2,5 a Mestre e in provincia, centinaia di telefonate allarmate ai vigili del fuoco

Notte dei falò dei Panevin, in giro per la Provincia, e smog che schizza alle stelle in questo inizio d’anno contrassegnato da sforamenti continui dei valori delle polveri sottili. Sei da inizio 2015. L’inizio d’anno con bel tempo, alta pressione, zero pioggia e vento al minimo favorisce il ristagno delle sostanze inquinanti in tutta la pianura padana, Veneto compreso.

E ieri si sono visti gli effetti negativi. Il timore si è concretizzato nella nottata tra lunedì e ieri, giorno dell’Epifania, e ieri sera si è fatto il bis per le ultime iniziative della tradizione festiva. Centinaia di telefonate allarmate sono giunte al centralino dei vigili del fuoco di Venezia e Mestre per denunciare la presenza di un odore acre nell’aria che era diventata quasi irrespirabile, sotto una cappa nebbiosa. C’è chi ha temuto una fuga di sostanze chimiche dall’area industriale di porto Marghera. In realtà l’inquinamento, hanno accertato vigili del fuoco e tecnici dell’Arpav, è stato provocato dall’accensione dei numerosi falò, molti più del passato, per il rito dell’Epifania. L’allarme quindi è rientrato, senza problemi per la salute, avvisano dalle aziende sanitarie, ma tra i cittadini molti non hanno gradito affatto la convivenza obbligata con l’aria irrespirabile.

I problemi maggiori li hanno avuti, però, quanti soffrono già di malattie come l’asma. Ieri mattina la situazione critica è stata confermata dai valori delle centraline dell’Arpav che hanno sfondato i valori base, uscendo dai grafici di controllo in diretta. Situazione che si ripeterà anche oggi e ci vorrà qualche giorno per tornare al solito smog di gennaio. Oltre 300 milligrammi per metro cubo a Mestre (parco Bissuola). A Marcon si è arrivati di sicuro quasi a 400 microgrammi. Analogo valore a San Donà per le polveri 2,5 e a Portogruaro dove il record è di 337. A Spinea la centralina si ferma per le Pm10 a 275, stesso valore di via Beccaria (Marghera). Di poco inferiore (255) il valore di via Tagliamento alla Gazzera (a fianco della tangenziale).

Per chiarire di cosa stiamo parlando, se in condizioni normali la qualità dell’aria è considerata pessima sopra i 100 microgrammi per metrocubo di polveri, la notte tra lunedì e martedì si sono triplicati i valori di polveri sottili nell’aria (per una concentrazione buona non bisogna superare i 50 microgrammi). Insomma, l’aria era davvero irrespirabile, complici i falò della tradizione. Conseguenza delle numerose combustioni in un periodo dell’anno, come è l’inverno, che favorisce il ristagno degli inquinanti. Il problema vero, e spesso dimenticato, è che tutta la pianura padana è una enorme cappa di smog prodotto da traffico automobilistico, traffici aerei e portuali, centrali elettriche, impianti di riscaldamento comprese stufe a pellet domestiche e industrie che contribuiscono, ognuno per la sua parte, a produrre l’aria inquinata in cui siamo costretti a vivere.

Mitia Chiarin

 

Bettin e Legambiente: «Servono educazione e controlli su tutte queste combustioni»

«Non saremo di certo noi a lanciare l’allarme su iniziative tradizionali come i Panevin dell’Epifania. Il problema è lo smog che interessa tutta la pianura padana e su cui stiamo preparando un nuovo dossier che presenteremo entro la fine di gennaio».

Luigi Lazzaro, presidente veneto di Legambiente, è attento a non puntare il dito contro i valori schizzati alle stelle delle polveri sottili, in giro per il Veneto, in concomitanza con i falò dell’Epifania. Evento che si è verificato anche negli scorsi anni ma che quest’anno ha visto acuire i disagi per i cittadini forse per l’aumento di iniziative. Eppure sull’inquinamento da polveri sottili e particolato atmosferico, Legambiente da anni assieme a molti Comuni è in prima fila nella denuncia e nella protesta.

L’ultimo rapporto “Mal’aria” di dicembre 2014 boccia sonoramente il Veneto: «Anche per l’anno appena trascorso, il Veneto è riuscito a contraddistinguersi», si legge, «per la nocività della propria aria. Sei capoluoghi di provincia su sette hanno sforato il numero annuo di superamenti consentiti per legge, fissato in 35 per il Pm10. Nonostante l’effetto risanatore delle piogge, particolarmente frequenti e abbondanti, la salute di bambini, anziani e di tutti coloro che soffrono di patologie pneumologiche e cardiologiche è stata ripetutamente messa a repentaglio», dice l’associazione ambientalista.

Lazzaro conferma che il problema principale è proprio questo: «Semmai per i picchi di polveri prodotti dalle combustioni dei Panevin servirebbe uno sforzo maggiore nell’educazione, nell’utilizzo di legname non trattato e non verniciato da bruciare evitando poi di utilizzare plastiche e altri materiali nocivi». La stessa preoccupazione è quella di Gianfranco Bettin, ex assessore all’Ambiente di Venezia: «Questi picchi si sono già verificati e senza rinunciare ad eventi che fanno parte della tradizione, bisognerebbe soprattutto ridurne, se possibile, il numero e attivare controlli veri sui legnami e materiali usati per le combustioni. Ma si tratta di controlli, difficilmente attuabili, perché molto costosi per l’impiego di personale in orario straordinario».

 

Servizio prevenzione delle asl

Ma i medici non drammatizzano e puntano il dito su stufe e auto

Smog e salute, l’impennata di polveri nell’aria dell’Epifania non deve preoccupare. Lo spiega il dottor Flavio Valentini, direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl 13 di Mirano, che frena le polemiche e gli allarmismi. «Gli effetti dei falò sulla concentrazione di Pm10 o sull’inquinamento atmosferico», spiega, «non rappresentano un problema di salute. I tradizionali falò costituiscono un evento isolato e nei roghi (controllati dalla presenza dei vigili urbani) si brucia legna e sterpaglia – il cui fumo può dar fastidio ma non è pericoloso – e non materiali tossici o inquinanti. Per cui godiamoci la tradizione e facciamo divertire i bambini: inquinano molto di più la stufa a pellet di una casa o i tubi di scappamento delle auto in coda verso i centri commerciali per i saldi».

Il collega Rocco Sciarrone, direttore del dipartimento di Prevenzione dell’Asl 12, lo scorso ottobre ha invitato il Comune di Venezia ad assumere la direttiva di limitazione degli impianti di riscaldamento in vigore dal 24 dicembre (e derogata il 5 e 6 gennaio 2014 per consentire i panevin) per tenere sotto controllo lo smog urbano, a cui contribuiscono anche combustioni all’aperto e pure le stufe a pellet di molte case o i caminetti, che se riducono la produzione di anidride carbonica e fanno risparmiare, producono polveri. «Il particolato atmosferico è stato riconosciuto essere un fattore di rischio per la salute sia per effetti a breve termine (riacutizzazione di patologie cardiovascolari e respiratorie) che a lunga latenza di insorgenza (tumore del polmone, broncopneumopatia cronica ostruttiva)», ricorda Sciarrone nella nota inviata al servizio Tutela dell’Aria e delle fonti di energia del Comune.

I suggerimenti dell’Asl sono stati quelli di promuovere campagne informative per ridurre l’impatto della combustione del legno in camini e stufe e di emettere provvedimenti di limitazione degli impianti, quantomeno nei periodi più critici dell’anno. Per questo fino ad aprile 2015 nel Comune di Venezia gli impianti di riscaldamento non potranno superare i 19 gradi (17 nelle fabbriche) con due ore di stop al pomeriggio per gli impianti che usano combustibili solidi o liquidi. Da oggi riprendono nei Comuni di Venezia e Spinea anche le limitazioni per le no kat.

(m.ch.)

 

Falò autorizzati il 2 gennaio, smentendo l’ordinanza di una settimana prima

Malesseri e chiamate ai centralini, problemi per gli asmatici e richieste ai medici

Il Comune dà la deroga, in laguna fumo e ceneri

Soffocati dai riti pagani. I tradizionali falò dell’Epifania e i roghi di legna e altri materiali nelle campagne venete hanno provocato nella serata di lunedì e anche ieri, pur se in misura minore, numerosi problemi ed emergenze sanitarie. Aria acre e irrespirabile in città e in laguna, sintomi diffusi di difficoltà respiratorie in particolare per i soggetti che soffrono di asma. Decine le telefonate ai centralini di ospedali, questura, vigili del fuoco, Comune, qualcuno si è anche rivolto al proprio medico e al Pronto Soccorso. Un fenomeno molto più intenso degli ultimi anni e una qualità dell’aria pessima, come hanno rilevato gli strumenti dell’Arpav e dell’Asl. Odore acre e inquinanti anche all’interno delle case, per via dei venti di bora e tramontana che hanno portato ceneri e fumi dalle campagne verso la laguna. Tante le proteste e le richieste di divieti, rintuzzate peraltro dal presidente della Regione Luca Zaia. «Sono contro i divieti, i panevin devono restare», ha detto poco prima di accendere lui stesso il grande falò di Arcade in provincia di Treviso. Tradizione che deriva dai roghi delle streghe nel Medioevo («Bruza la vecia»), poi utilizzata come indicatore del raccolto a seconda della direzione delle ceneri. Fatto sta che nelle campagne l’usanza ha preso piede e adesso i fuochi si accendono anche nelle piazze dei paesi. E fumo e ceneri vengono portati dal vento rendendo l’aria irrespirabile ovunque.

Inquinamento “legalizzato”. Perché il 2 gennaio il commissario Vittorio Zappalorto ha autorizzato l’accensione dei fuochi in deroga alla sua stessa ordinanza emanata il 24 dicembre. In applicazione proprio di una direttiva regionale per limitare l’inquinamento (Il Piano di Tutela e di Risanamento dell’Atmosfera approvato l’11 novembre del 2004), la dirigente del settore Tutela dell’Aria dell’assessorato Ambiente del Comune Anna Bressan aveva firmato un provvedimento per limitare i gradi del riscaldamento nelle abitazioni a 19 e negli ambienti di lavoro a 17. Vietando con la stessa ordinanza le “combustioni all’aperto”. Ma solo una settimana dopo, il 2 gennaio del 2015, è arrivata la deroga. Per il 5 e il 6 gennaio, in modo da “consentire i tradizionali falò dell’Epifania”. Risultato, un inquinamento dell’aria con veleni di vario tipo mai registrato prima. Tutto regolare. Con la deroga del Comune che autorizza a bruciare e inquinare.

Alberto Vitucci

 

Gazzettino – Falo’ nella notte, polveri alle stelle

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

7

gen

2015

Falò, polveri sottili alle stelle. Psicosi da allarme chimico

Un’aria acre, quasi irrespirabile, che ha fatto temere una nuova emergenza ambientale. ALmeno 200 telefonate di allarme sono giunte lunedì sera ai Vigili del fuoco a causa dei falò dell’Epifania, che hanno causato un’impennata dei valori delle polveri sottili nell’aria.

 

Impennata folle dell’inquinamento atmosferico dal tramonto e fino al mattino seguente

Come dopo una battaglia. L’odore acre di bruciato si è diffuso nell’aria poco dopo il tramonto. E si è intensificato con il passare delle ore, fino a penetrare nelle case. Tanto che a centinaia hanno chiamato il numero dei Vigili del fuoco per chiedere che cosa fosse successo.

Non è passata inosservata, soprattutto all’olfatto, la notte dell’Epifania, con i riti contadini dei falò propiziatori che, a Mestre come in tutta la provincia, hanno attirato migliaia di persone suscitando un certo allarme fra quanti, ancora ieri mattina, non sapevano spiegare il motivo di un odore così penetrante. A farne le spese, ancora una volta, è stata la qualità dell’aria. E qui non si tratta soltanto di olfatto: le centraline dell’Arpav che misurano in diretta le concentrazioni di polveri sottili hanno rilevato picchi record di inquinamento: in via Tagliamento alla Gazzera, in prossimità della tangenziale, verso mezzanotte il Pm10 è schizzato a 255 microgrammi.

Ancora più elevato il valore registrato al Parco Albanese a Bissuola, in pieno centro urbano: il valore ha superato le coordinate della grafica, andando verso quota 300 microgrammi. Sei volte sopra i limiti di legge. Lo stesso dato rilevato a San Donà di Piave dalla centralina che misura il Pm2.5, ovvero le particelle di polveri inalabili inferiori a 2.5 micron, in grado di penetrare fin negli alveoli polmonari.

Per dare un termine di paragone, il limite giornaliero previsto dalla legge è di 50 microgrammi, misurati però sulla media delle 24 ore. Se non altro, dopo i picchi della notte di lunedì, i valori sono scesi drasticamente: a metà pomeriggio di ieri i valori delle polveri erano calati attorno a quota 50 microgrammi. Ma la preoccupazione rimane, anche perché dall’inizio dell’anno il livello delle polveri sottili, che nel corso del 2014 sono state superati 66 volte a Marghera (via Beccaria) e 46 volte al Parco Bissuola (i superamenti consentiti dalla legge sono 35 in un anno), sono stabilmente sopra i limiti.

«I falò della befana – spiega Paolo Dalla Vecchia – assessore all’Ambiente uscente della Provincia – segnano un picco elevato ma si esauriscono in una giornata. Il problema è che la crisi economica, se da un lato ha limitato le emissioni di origine industriale, dall’altro ha aumentato l’uso delle stufe a legna e a pellet, con un effetto nocivo per la qualità dell’aria».

E in questa situazione, con le finanze pubbliche all’osso, è già un successo che ci siano strumento in grado di monitorare costantemente l’inquinamento atmosferico: «Ho partecipato all’ultimo comitato di indirizzo dell’Arpav – conclude Dalla Vecchia – nel quale si è parlato del rischio di ulteriori tagli al bilancio dell’agenzia. Mu auguro che quantomeno non venga meno il finanziamento delle centraline per la qualità dell’aria».

Alberto Francesconi

 

L’EX ASSESSORE DA VILLA «I roghi alimentano una situazione già grave»

«C’è da sperare che, nei falò dell’Epifania, venga bruciata solo legna e non materiali più inquinanti». Ezio Da Villa, ex assessore provinciale all’Ambiente, non è stupito dell’impennata dei valori dell’inquinamento atmosferico rilevati dall’Arpav. «Il problema dei fuochi – spiega – si somma al clima di alte pressioni di questi giorni che ha favorito il ristagno delle sostanze inquinanti negli strati bassi dell’atmosfera. Dove permangono le emissioni delle caldaie, delle stufe a pellet e dei gas di scarico delle auto». Come dire che l’inquinamento non è tutta colpa dei falò.

«Certo – prosegue Da Villa – i roghi non sono una buona pratica ma non credo che siano tali da causare problemi di carattere sanitario. A patto, naturalmente, che vengano alimentati da legna e non da altri materiali più inquinanti. Per questo sarebbe opportuno regolamentare l’accensione dei fuochi in occasione dell’Epifania». Di sicuro, il clima di questi giorni non ha favorito la dispersione dei fumi nell’aria: «I dati rrivelano che basta poco per elevare le concentrazioni di sostanze inquinanti nell’aria – insiste l’ex assessore, esperto di tematiche ambientali – In via Beccaria a Marghera i valori sono fuori norma quasi tutto l’anno e i valori della centralina, spostata da via Fratelli Bandiera dove si diceva che i dati fossero falsati dalla vicinanza delle fabbriche, sono allarmanti. Lo diciamo da tempo ma nesdsuno interviene».

(a.fra.)

 

L’EFFETTO – E l’odore acre nell’aria risveglia l’allarme chimico

Gente intimorita dallo spettro dell’ incidente industriale

Proteste anche sul litorale, duecento telefonate ai pompieri

Le prime chiamate allarmate sono cominciate verso l’ora di cena per smettere solo a tarda notte. Duecento o forse più le persone che fra lunedì e martedì hanno preso d’assalto il centralino dei vigili del fuoco di Mestre. Da tutta la provincia ma soprattutto da Mestre e dal centro storico. Aria irrespirabile, disturbi agli occhi, gola secca, odore acre: per chi da anni convive con un moloc quale è il Petrolchimico di Marghera, l’associazione di questi sintomi con il rischio chimico è pressoché spontanea. Un timor panico che a fatica è stato fugato dalle rassicurazioni fornite con garbo e gentilezza dai pompieri in servizio in sala comunicazioni. No, niente fuga di gas o di altre sostanze nocive da qualche azienda che tratta sostanze pericolose.

A creare ansia e apprensione sono state le esalazioni sprigionate nell’atmosfera dalle decine di falò accesi in occasione dell’Epifania. Tanti, troppi pan e vin? In quantità tale da comunque da far esplodere la concentrazione di polveri sottili come rilevato dalle centraline dell’Arpav. Un disagio che si è ripetuto, fotocopia, anche ieri, quando il rito si è consumato definitivamente, rimandando l’appuntamento con la Befana al prossimo anno.

Anche lungo il litorale l’aria è diventata irrespirabile. È l’effetto causato in tutto il litorale dall’accensione dei numerosi falò dell’Epifania. Da Punta Sabbioni a Jesolo, da lunedì sera al pomeriggio di ieri sono state decine le proteste segnalate. Una situazione legata agli innumerevoli falò bruciati che hanno rilasciato nell’atmosfera i fumi della combustione rendendo l’aria irrespirabile, almeno fino al primo pomeriggio di ieri. Non a caso c’è stato chi già da lunedì sera, appena terminato il rito della bruciatura, ha percepito un forte odore di bruciato e in alcuni casi mal di gola e bruciore agli occhi. Con questa situazione ieri mattina è stato difficile, per non dire impossibile, aprire le finestre di casa. Senza dimenticare che già nella serata di lunedì di fronte all’odore acre dell’area c’è stato anche chi ha deciso di non uscire dalla propria abitazione. Il tutto con le immancabili code di proteste e discussioni, anche via Facebook.

Fortunatamente a risolvere il problema ci ha pensato la brezza marina, che almeno per la zona del litorale ha ripulito l’aria, eliminando la puzza ma soprattutto fuliggine e fumo. A Jesolo, dal comando della Polizia locale è stato accertato che nei sette “Pan e vin” ufficiali, ovvero coordinati dal Comune, sono state effettuate tutte le verifiche del caso senza riscontrare irregolarità. Uguale lo scenario a Cavallino, dove gli agenti hanno anche controllato i falò domestici, diffidando due persone dal bruciare materiale non consentito. E il problema potrebbe essere proprio legato ai numerosi falò privati, allestiti nelle case di campagna e più difficili da controllare, nei quali oltre alla vegetazione, a bruciare in alcuni casi sono anche teli di nylon, plastica e copertoni.

A San Donà di Piave, infine, la burocrazia ha spostato il “Pan e vin” in golena. A migliaia si erano riversati nel Parco Golenale lunedì per la tradizionale festa dell’Associazione nazionale bersaglieri. Invece questa volta si è dovuto fare il tutto all’interno. «Troppa burocrazia con ispettorato di porto, magistrato alle Acque e prescrizioni di vario genere. E così alla fine si è dovuto fare sul parco», ha spiegato l’assessore alla Sicurezza Luigi Trevisiol.

 

LA TRADIZIONE «Non ci fermeremo per un po’ di odore»

LA FAMIGLIA DE TONI «Sistemi di aspirazione e solo legna certificata»

Tre mesi spesi a raccogliere legna da assemblare in decine e decine di fascine che il 5 gennaio sera di ogni anno bruceranno assieme al Pan e vin. Materiale maturale, nessun additivo, un sistema di aspirazione a camino (ben 7) per favorire verso l’alto il tiraggio del fuoco e quindi non creare alcun problema di ricaduta di faville verso il basso. Predisporre un falò, in casa de Toni alla Gazzera, è un’arte di famiglia centenaria e quando si sente parlare d inquinamento c’è chi non crede alle proprie orecchie. «Ma di cosa siamo parlando? – sbotta Oraldo De Toni, uno dei sei fratelli della famiglia originaria di Caorle che dal 1961 realizza il Pan e Vin nei campi dietro la loro casa alla Gazzera – Certo bisogna saperli fare. Ma non sono certo illegali e soprattutto dannosi come si vole far credere. Noi iniziamo ad ottobre a pensarci, raccogliendo la legna nei fossati e attorno ai campi. Legno che servirà a costruire le fascine che poi un giorno prima del falò vengono accatastate da un gruppo di lavoro di 12 persone con una tecnica collaudata, sicura, in cui troviamo spazio per 7 camini di trazione. La mia famiglia segue questa usanza e tradizione dal ’400. Non ho alcuna intenzione di farla finire perché a qualcuno dà fastidio un po’ di odore acre di fumo e di legna bruciata». «La nostra è legna asciutta, a quell’ora lunedì scorso c’era anche un clima favorevole e non c’è stato alcun tipo di conseguenza dal falò» spiega Sisto De Toni, un altro dei fratelli.

(r.ros.)

 

ZERO BRANCO – (N.D.) Il Circolo del Pd di Zero Branco ha provocatoriamente invitato il presidente della Regione Luca Zaia ad un incontro conviviale per degustare piatti a base di radicchio, alla condizione però che ritiri la sua firma dalla delibera per l’avvio delle attività per l’installazione di “una vera e propria bomba ecologica” negli impianti dell’ex ditta Mestrinaro.

La lettera è stata fatta pervenire a Zaia quattro giorni prima dall’inaugurazione della 22. mostra del radicchio in programma a Zero Branco sabato alle 10.30. Il Pd dà per scontato che all’apertura della mostra Zaia, come negli anni scorsi. ci sarà.

«Speriamo che anche questa volta raccolga l’invito perchè -spiega il Pd- se dovesse avviarsi l’attività nel sito dell’ex Mestrinario sicuramente sarà costretto, nei prossimi anni, a mangiare altro e altrove, se vorrà avere riguardo per la sua salute. Ci piacerebbe sapere cosà dirà il giorno dell’inaugurazione agli agricoltori e agli abitanti di Zero Branco. Scruteremo l’espressione del suo viso e presteremo attenzione al tono delle sue parole, per capire con quale coraggio propinerà i soliti discorsi d’occasione inneggianti all’agricoltura e ai suoi prodotti, dopo aver avvallato con la sua firma, insieme con la sua Giunta, l’avvio delle attività nell’ex Mestrinaro. Abbia il coraggio di dire pubblicamente – aggiunge il Pd – che l’impianto ex Mestrinaro per il trattamento dei rifiuti pericolosi non verrà mai aperto nel comune di Zero Branco e che ritirerà l’ultima delibera che ha firmato».

Continua così il braccio ferro che dura da un anno ormai tra il Pd di Zero Branco e il presidente della Regione Zaia sull’attività dell’ex Mestrinaro che ha operato per decenni nell’area agricola di via Bertoneria a Sant’Alberto.

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui