Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al Consiglio di Stato. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT12C0501812101000017280280 causale "Sottoscrizione per ricorso Consiglio di Stato contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

MARCON – Nuova Esa, riparte il cantiere per la seconda fase di pulizia dell’area. Con la prima parte della bonifica e messa in sicurezza del sito di via della Fornace, sono state allontanate da Marcon e portate all’incenerimento negli impianti di Ravenna ed in Calabria, qualcosa come 100.000 chilogrammi di pentasolfuro e dei suoi imballaggi originari.

Ora sono da portare via altri 410.000 chilogrammi circa di rifiuti di varia natura tra vernici, morchie, materiali chimici miscelati, la cui reale composizione si avrà dopo la fase di caratterizzazione, che dovrà essere preliminare al nuovo asporto. Un intervento importante che prenderà il via venerdì con la consegna del cantiere alla ditta che si è aggiudicata i lavori.

L’attività sarà meno complessa della prima fase di lavoro in quanto il materiale è stato già tutto messo in sicurezza e reinfustato, pronto per essere trasferito agli inceneritori dopo l’attesa fase della caratterizzazione, sotto la vigilanza del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri coordinati dalla Procura della Repubblica di Venezia, essendo rifiuti sotto sequestro.

«È un altro importante tassello messo verso la risoluzione del problema Nuova Esa sul nostro territorio», commenta il sindaco Andrea Follini, «e di questo dobbiamo essere grati alla Regione o e Veneto Acque per l’attenzione che hanno posto in questa operazione. Dopo i 180 giorni previsti per questa ulteriore seconda fase, possiamo proprio dire di essere a buon punto». L’illustrazione della seconda fase è in programma venerdì alle 18.30 nella sala consiliare del centro civico di via della Cultura dall’amministrazione e da Veneto Acque.

Marta Artico

 

La denuncia del presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti Alessandro Bratti: l’emendamento sul recupero dei residui dei forni elettrici sarà un’arma di difesa per gli accusati nei processi sull’occultamento di scorie inquinanti sotto l’autostrada Brebemi e la Valdastico sud. E “un passepartout per le acciaierie”

 

Le scorie d’acciaieria dell’Ilva di Taranto potranno essere usate in tutta Italia. Sotto le strade, nelle massicciate ferroviarie, come materiale di riempimento per le bonifiche e i recuperi ambientali. E cambierà anche la normativa di riferimento per stabilire se quegli scarti industriali sono pericolosi e inquinanti oppure no. Lo prevede un emendamento al decreto Ilva, presentato dai senatori Alessandro Maran (Pd) e Aldo Di Biagio (Fli) e già approvato in commissione lo scorso 19 febbraio. Dunque parte integrante del testo che sarà votato con la fiducia alla Camera il 3 marzo.

“Un passepartout per le acciaierie italiane per poter collocare queste scorie in tutte le infrastrutture – dice a ilfattoquotidiano.it il presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti Alessandro Bratti – utilizzando un test che non esiste ed è semplicemente un lasciapassare”. Il decreto prevede infatti che per caratterizzare le scorie venga utilizzato, al posto del vecchio “test di cessione” delle sostanze inquinanti, un regolamento europeo pensato per la “registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche” (il 1907/2006) che “nulla ha a che fare con i rifiuti: una pura invenzione, che introdurrà soltanto nuovo caos”.
Pubblicità

La possibilità per l’Ilva di utilizzare le scorie senza effettuare il test di cessione degli inquinanti “potrebbe determinare un pericoloso precedente – prosegue Bratti – perché anche tutti gli altri impianti sarebbero legittimati a comportarsi allo stesso modo”. Molte le inchieste e i processi a rischio, secondo il presidente della Commissione rifiuti, tra tutte quelle sulle scorie di acciaieria smaltite sotto l’autostrada Brebemi, di cui si è occupata la Dda di Brescia, e quelle finite sotto l’autostrada Valdastico sud (Vicenza) su cui indaga la procura antimafia di Venezia. Due inchieste finite sotto i riflettori della Commissione ecomafie.

L’emendamento al decreto Ilva è stato presentato dal senatore friulano del Pd, ex Scelta Civica, Alessandro Maran, e dal collega di Fli Aldo Di Biagio, già a capo dell’ufficio relazioni internazionali dell’allora ministro delle Politiche agricole e forestali Gianni Alemanno. “I residui della produzione dell’impianto Ilva di Taranto – si legge nel testo del decreto – costituiti dalle scorie provenienti dalla fusione in forni elettrici (…) possono essere recuperati per la formazione di rilevati, di alvei di impianti di deposito di rifiuti sul suolo, di sottofondi stradali e di massicciate ferroviarie (R5) o per riempimenti e recuperi ambientali (R10)”.

Non solo per i terrapieni e i sottofondi stradali, ma anche nel caso dei materiali di riporto per le bonifiche ambientali e per i recuperi “a verde” delle cave esaurite, potranno essere utilizzati dunque rifiuti speciali, in particolare i “rifiuti del trattamento delle scorie” (codice Cer 10 02 01), le “scorie non trattate” (Cer 10 02 02) e le “scorie di fusione” (Cer 10 09 03).

La legge prevedeva già la possibilità di utilizzare le scorie di acciaieria per i rilevati stradali, se adeguatamente trattate e conformi al test di cessione previsto dal decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998. Proprio sulla quantità e qualità degli inquinanti presenti nelle scorie utilizzate nelle infrastrutture si sono sviluppate alcune delle principali inchieste sul traffico di rifiuti nel nord Italia. Il decreto Ilva però permetterà alle aziende di utilizzare, “se più favorevole”, il Regolamento (CE) 1907/2006 al posto del test di cessione, affidando poi all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale il compito di “accertare l’assenza di rischi di contaminazione per la falda e per la salute (…) nel termine di 12 mesi dall’avvenuto recupero”. Entro un anno dalla fine dei lavori, quindi, l’Ispra dovrà accertare se c’è stato danno per l’ambiente.

“Chi si difende nei processi per traffico di rifiuti utilizzerà la norma a suo favore – commenta il presidente Bratti – e tutto rischierà di finire in prescrizione. Ricordiamoci che il sostituto procuratore antimafia Roberto Pennisi, recentemente, ha dichiarato che l’autostrada Brebemi è stata fatta al solo scopo di interrare rifiuti”.

link articolo

 

Gazzettino – Gardigiano. Centrale a biogas stoppata dal Tar.

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

21

feb

2015

L’impianto dovrebbe sorgere a Gardigiano

Il Comitato: «La nostra battaglia continua»

I lavori non partiranno ma il progetto rimane

Stop del Tar alla realizzazione della centrale a biogas al confine tra Mogliano e Gardigiano di Scorzè. L’impianto dovrebbe sorgere nell’azienda zootecnica dei fratelli Pesce, in via Frattin a Gardigiano.

Nel giugno 2013 la Regione aveva dato il via libera al progetto, nonostante l’opposizione del comune di Scorzè e le proteste degli abitanti di via Solferino e di via Osoppo a Mogliano. Il battagliero Comitato intercomunale Ada (Associazione Difesa Ambiente) ha appreso con soddisfazione la decisione presa dal tribunale amministrativo regionale, che ha ordinato alla ditta Pesce un supplemento di indagini di impatto ambientale in base a quanto prevedono le normative della Comunità Europea.

Una procedura che però non cancella il progetto della centrale a biogas. La ditta Pesce ha detto fin dall’inizio dell’annosa vicenda dell’impianto per la produzione di energia alternativa dalla trasformazione dei soli reflui zootecnici di volersi adeguare alle leggi in materia.

Come dire che dopo aver eseguito una nuova Via (valutazione di impatto ambientale) come ordinato dal Tar, il progetto ripartirà. Intanto il comitato Ada è deciso a proseguire nella sua battaglia. «Prima di ogni alta cosa – dice il coordinatore del comitato, Mario Fassina – c’è da tutelare la salute dei cittadini e la difesa dell’ambiente. Avere un impianto a biogas alle porte di casa non è certo un problema da sottovalutare. Continueremo la nostra battaglia come abbiamo fatto in questi anni».

Con il primo ricorso al Tar la portata dell’impianto a biogas da trasformare in energia elettrica era stato ridotto da 1000 a 600 megawatt. Un altro motivo di preoccupazione delle famiglie di via Ghetto e di via Ossopo riguarda l’inquinamento da onde elettromagnetiche. «Sopra le nostre case – dicono – passa la linea elettrica dell’alta tensione da 240 mila volts. Dovrebbe bastare».

 

Compie un ulteriore e significativo passo in avanti a Marcon l’operazione di smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi provenienti dalla Nuova Esa e a tirare un altro grande sospiro di sollievo, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione comunale e dei comuni vicini, vi è una grossa fetta di popolazione residente tra Marcon, Mogliano Veneto e Casale sul Sile. La società Veneto Acque spa ha, infatti, comunicato l’avvenuto termine delle operazioni di procedura negoziata e l’aggiudicazione definitiva per l’intervento di caratterizzazione analitica, carico, trasporto ed incenerimento dei rifiuti pericolosi all’interno dell’ex fornace di Marcon, tristemente nota come area Nuova Esa.

I lavori riguarderanno lo smaltimento di circa 410 tonnellate di rifiuti, già messi in sicurezza con precedenti procedure e saranno eseguiti dalla ditta Cfm srl di Marghera, che già aveva lavorato all’interno dell’area.

«È un ulteriore importante passo verso la risoluzione definitiva del problema Nuova Esa – ha sottolineato il sindaco di Marcon Andrea Follini – di cui siamo particolarmente lieti. Ogni chilo di schifezze che lascia quell’area, è un momento in più di sollievo per la città. Ringrazio ancora una volta la Regione Veneto ed il suo “braccio operativo” Veneto Acque per il lavoro profuso”.

I lavori quindi riprenderanno a breve dentro al cantiere di via Fornace dopo l’importante pulizia dello scorso anno, la fuoriuscita di circa cento tonnellate di pentasolfuri inviati all’incenerimento con procedura d’urgenza, dal momento che si trattava di sostanze che per tipologia e stato di conservazione erano state classificate dall’Arpav e dai Vigili del fuoco, all’indomani dell’incendio scoppiato nell’estate del 2012 all’esterno dell’area di stoccaggio, le più nocive.

All’allontanamento dei pentasolfuri seguì la messa in sicurezza dei restanti rifiuti all’interno dell’ex stabilimento (plastiche, terre, copertoni, bombolette spray, idrocarburi, ecc.), valutati con un grado di nocività inferiore ai precedenti, ma non per questo meno pericolosi, che ora, con l’avvio della seconda fase di smaltimento, prenderanno pure questi la definitiva strada verso gli inceneritori.

Mauro De Lazzari

 

SCORZÈ – Il Tribunale amministrativo dà ragione al comitato di Gardigiano. Assenti analisi ambientali

SCORZÈ – Il Tar del Veneto dà ragione al comitato di Gardigiano di Scorzè contro la centrale a biogas che avrebbe dovuto sorgere in via Frattin e annulla i provvedimenti della Regione Veneto, della Provincia di Venezia, dell’Ulss 13, dell’Arpa Veneto e di ogni altro ente che aveva dato via libera alla costruzione.

La sentenza mette in evidenza che il progetto viene meno alle normative europee e, basandosi su una sentenza del Tar delle Marche, invalida tutti i procedimenti. Soprattutto non sarebbe stato effettuato lo “screening” ambientale ovvero le analisi che determinano coefficienti ed eventuali indici di inquinamento provocati dall’impianto sul territorio circostante e di cui temeva particolarmente la popolazione.

L’impianto sarebbe stato in grado di generare una potenza termica nominale di 1.507 megawatt, una potenza elettrica utile pari a 0,599 megawatt elettrici e una potenza termica utile di 0,769 megawatt. Il complesso nel progetto iniziale avrebbe dovuto ottenere, come indicato dagli stessi committenti, un risparmio di 4.500 tonnellate di Co2 equivalenti a 700 tonnellate di petrolio. Un progetto all’avanguardia per impianti di biogas ottenuto da biomassa e deiezioni animali che aveva avuto il parere favorevole dagli enti regionali e dal comune confinante di Mogliano Veneto, ma aveva trovato i dubbi dei cittadini di Gardigiano e dello stesso comune di Scorzè che erano ricorsi alla giustizia amministrativa.

Oltre 30 famiglie hanno avuto così ragione sull’azienda agricola costruttrice intimorite dalla quantità di mezzi pesanti che avrebbero invaso il territorio per trasportare le biomasse e per le esalazioni che sarebbero state emanate durante la lavorazione.

Già nel 2013 il sindaco aveva criticato l’autorizzazione regionale affermando che impianti simili dovrebbero essere costruiti su grandi estensioni agricole e non nell’ambito dell’area Metropolitana del Veneto centrale densamente abitata.

Renzo Favaretto

 

Sì della Regione al piano di ricalibratura dei corsi d’acqua del bacino Sesta Presa proposto dai Comuni della Riviera

Meno azoto e fosforo in laguna. I comuni di Dolo, Camponogara, Campagna Lupia, Strà, Fossò, Vigonovo e Campolongo Maggiore hanno ricevuto dalla Regione del Veneto il parere favorevole di compatibilità ambientale per la realizzazione di opere di ricalibratura dei corsi d’acqua nei loro territori.

A darne notizia è l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte, il quale ha ricordato che l’intervento era stato proposto nel marzo dello scorso anno dal Consorzio di bonifica Bacchiglione. Il progetto ha come scopo il miglioramento della gestione delle acque del bacino Sesta Presa, ossia tutto il territorio posto a sud del corso del Naviglio Brenta. Ciò incrementerà le capacità auto-depurative dei corsi d’acqua prima della loro immissione nella laguna veneta, con l’abbattimento degli agenti nutrienti come fosforo e azoto. Per raggiungere tale obiettivo è stata prevista per stralci progettuali la ricalibratura e la rinaturalizzazione di alcuni tratti di canali esistenti, la realizzazione di aree umide di fitodepurazione e l’aumento dei tempi di ritenzione che saranno così in grado di interessare tutta la parte vegetate esistente sulle sponde dei corsi d’acqua.

Nel progetto globale presentato dal Consorzio Bacchiglione è prevista la realizzazione di un’area umida lungo lo scolo Brentoncino, la rinaturalizzazione di un tratto del canale II° diramazione Brentoncino, l’adeguamento del sistema di sostegno attualmente presente nel bacino Sesta Presa e l’automazione di alcuni manufatti esistenti specificatamente nei comuni di Dolo, Camponogara e Campagnalupia.

Il parere favorevole della Giunta veneta segue quello della Commissione Regionale V.I.A. (Valutazione impatto ambientale), che a sua volta ha espresso all’unanimità parere favorevole al rilascio del giudizio di compatibilità ambientale sul progetto, subordinatamente al rispetto di prescrizioni.

 

GLI INDAGATI – Sotto inchiesta l’ex presidente della Provincia di Vicenza Schneck e gli industriali Beltrame e Lonati E spunta il nome della Mestrinaro

VENEZIA – Accertamenti durati sei mesi, poi un udienza anch’essa lunga sei mesi e, ieri, il chimico, il geologo e l’ingegnere nominati periti dal giudice veneziano Andrea Comez hanno sostanzialmente confermato le tesi dell’accusa sostenute dal pubblico ministero di Venezia Rita Ugolini: dal 2009 sarebbero stati sversati sotto il fondo stradale dell’autostrada A31, la Valdastico Sud, 155 mila 836 metri cubi di scorie e di rifiuti non bonificati e potenzialmente nocivi.

Già i consulenti del pubblico ministero, Paolo Rabitti e Gian Paolo Sommaruga, avevano esaminato campioni dei lotti 4, 5 e 6, ovvero i tratti tra Montegaldella e Albettone, lo svincolo Albettone -Barbarano e il viadotto Bisatto, ma non avevano escluso che il fondo stradale di altri tratti delle nuova autostrada fosse composto da rifiuti nocivi.

Prima la rappresentante della Procura, poi i numerosi difensori degli indagati hanno posto i quesiti ai tre periti in numerose udienze. Molti degli indagati, che sono 27, dovevano a loro volta nominare propri consulenti: sono accusati di aver organizzato una traffico illegale di rifiuti e di falso ideologico.

Il nome che spicca è quello dell’ex presidente della Provincia di Vicenza di Forza Italia Attilio Schneck, allora presidente del Consiglio d’amministrazione dell’autostrada Brescia-Padova, oggi presidente della holding che controlla la Serenissima. Ma nella lunga lista spuntano i nomi di noti imprenditori veneti e non, come Antonio Beltrame, presidente delle omonime acciaierie vicentine, o quello del bresciano Ettore Lonati, anche lui titolare di acciaierie. Sì, perché sotto l’asfalto sarebbero finiti soprattutto scarti della lavorazione dell’acciaio.

Tra gli indagati anche personaggi già finiti al centro delle cronache giudizarie. C’è, ad esempio, l’imprenditore bergamasco Pierluca Locatelli, che avrebbe pagato tangenti per la gestione della discarica Cappella Cantone a Cremona, un’indagine che ha provocato l’arresto del vice presidente del Consiglio lombardo e un avviso di garanzia all’allora presidente della giunta Roberto Formigoni.

Spunta anche il nome della Mestrinaro spa, azienda finita sotto sequestro, i titolari sono accusati di aver lastricato di rifiuti pericolosi, c’erano arsenico, nichel e cromo nei semilavorati in cemento, il tratto della terza corsia dell’A4 tra Quarto d’Altino e San Donà, oltre a un grande parcheggio presso l’aeroporto di Tessera.

Il pm veneziano Ugolini, che ha coordinato le indagini, chiedendo la perizia in incidente probatorio, ha rilevato che «a seguito dell’incarico conferito in forma collegiale ai consulenti sono emersi elementi che fanno ritenere fondata la denuncia presentata congiuntamente da Aiea (Associazione italiana esposti amianto) e da Medicina Democratica Vicenza».

(g.c.)

 

TRAFFICO DI RIFIUTI

VENEZIA – La contaminazione appare confermata. Nel fondo dell’Autostrada A-31 Valdastico sud sono stati utilizzati materiali provenienti da scarti di lavorazione di acciaierie.

Ieri mattina, davanti al gip Andrea Comez, è stato ufficialmente depositato il lavoro svolto dai periti che mette in evidenza diverse anomalie. Nel corso dell’indicente probatorio è stato sostanzialmente confermato che nei lotti 4, 5 e 6 sono stati registrati livelli di inquinamento superiori al previsto.

Da tempo il pm Rita Ugolini ipotizza che i materiali utilizzati per realizzare l’autostrada, provenienti appunto dalle acciaierie, non siano stati trattati in maniera adeguata al fine di renderli non pericolosi.

Da qui l’indagine per traffico illecito di rifiuti per 27 indagati. I carotaggi effettuati dai periti hanno fatto emergere tracce di fluoruri, bario, rame, nichel, cromo totale e cod (paramentro che indica la presenza di sostanze ossidabili) in quantità superiori a quanto previsto dalla normativa.

Ora dopo il passaggio davanti al gip, sarà la Procura a dover indicare il percorso da seguire con un altro giudice. Dal canto loro i difensori hanno ribadito che rispetto ad altre realtà, come Brescia, il livello di inquianemento delle tracce rinvenute nella Valdastico è inferiore.

 

Gazzettino – Primi in classifica ma per lo smog

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

feb

2015

AMBIENTE – Dati allarmanti dalla campagna “Mal’aria 2015″, Legambiente s’appella a Roma

L’area padana già nel primo mese del 2015 si conferma tra le aree più inquinate d’Italia. E Venezia è in testa alle classifiche: è terza nella tabella dei capoluoghi di provincia che hanno superato, con almeno una centralina, la soglia limite giornaliera di 50 microgrammi per le polveri sottili, le Pm10 responsabili di tanti guasti alle vie respiratorie: la centralina di via Beccaria a Marghera, infatti, ha già sforato il limite per ben 19 giorni, seconda solo a Parma e a Frosinone arrivate a 20. Se si considera che il Decreto legislativo 15 del 2010 stabilisce che i superamenti non possono essere superiori ai 35 in un anno, siamo già abbondantemente oltre la metà. E la centralina di via Beccaria è anche quella che appare tra i primati del Pm10 per il 2014 con ben 66 giorni oltre il limite.

Per questo Legambiente, nel pubblicare con la classifica “Mal’Aria 2015″ la graduatoria delle città più inquinate del Paese, lancia l’ennesimo appello affinché il Governo adotti le misure indicate da tempo ma mai attuate: riduzione delle emissioni industriali introducendo le Autorizzazioni integrate ambientali, uscita dalla dipendenza dei combustibili fossili, riqualificazione degli edifici dal punto di vista energetico, aumento dei i servizi di trasporto pubblico.

Venezia è in “buona posizione” anche nelle classifiche di altri inquinanti come le polveri super sottili (Pm2,5), il biossido di azoto, l’ozono troposferico, e pure il rumore. Ma è tutta l’Europa ad essere malata: si contano 400 mila morti premature da inquinamento con costi sanitari che oscillano tra i 330 e i 940 miliardi di euro.

A Venezia fabbriche ce ne sono sempre di meno e oggi la parte del leone per l’inquinamento la fanno «i trasporti su gomma (con le autostrade che arrivano fin dentro la città, la tangenziale che la taglia in due e il passante a poca distanza), il porto commerciale e quello per le crociere, gli scarichi aerei crescenti prodotti dall’attività del Marco Polo, a cui si aggiungono le emissioni di importanti attività produttive». Lo dice Gianfranco Bettin, ex assessore comunale all’Ambiente parlando di fonti di inquinamento sulle quali l’amministrazione locale non ha alcun potere di intervento, «e Governo nazionale e Regione sono latitanti». Così anche le misure eccezionali messe in campo dal Comune negli ultimi anni (siamo tra le città con più piste ciclabili e aree verdi) vengono vanificate: «Venezia deve ottenere il potere di decidere su ciò che la inquina e che oggi sfugge alla sua possibilità di intervento. E la nuova Legge speciale può essere lo strumento anche per questo».

 

STRA – Decine di bottiglie, sacchi, contenitori di plastica e camere d’aria di biciclette. Questi sono alcuni dei rifiuti depositati nel Naviglio Brenta, all’altezza delle chiuse di Stra. A segnalarlo è il comitato ambientalista “Anima Critica” di Padova che ha realizzato un dossier sulla questione.

«Siamo spettatori, purtroppo impotenti, di come continua ad essere ridotta la porta principale del Naviglio Brenta», spiega il portavoce Massimo Camporese, «un gioiello fluviale meta di turisti da tutto il mondo che vengono a visitare una zona di elevato valore storico-paesaggistico».

Il comitato lancia una proposta. «Bisognerebbe dare una “patente a punti ambientale” ai Comuni che amministrano prestigiosi luoghi di interesse storico-culturale», è l’idea di Camporese, «e segnare i Comuni virtuosi e quelli carenti. Vogliamo insistere affinché vi siano maggiori e più frequenti bonifiche ambientali nel territorio, e che sia multato chi getta rifiuti in acqua o nelle rive del Naviglio Brenta.

Infine un appello pubblico perché i cittadini tengano monitorata la situazione ambientale con segnalazioni alle amministrazioni locali e regionali».

Giacomo Piran

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui