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VENEZIA – L’ex ministro Matteoli può essere processato per corruzione per le vicende legate al Mose e alle bonifiche di Marghera. Il via libera è arrivato ieri dal Senato, che ha approvato a maggioranza (voto favorevole di Pd, Psi, Cinquestelle, no di Forza Italia) la richiesta di autorizzazione a procedere inviata dal Tribunale di Venezia («Collegio per i reati ministeriali») al presidente del Senato Pietro Grasso nell’ottobre scorso. Richiesta prevista dall’articolo 96 della Costituzione e dall’articolo 5 della Legge Costituzionale del 1989.

Sono parole molto pesanti quelle con cui i tre pm del Tribunale veneziano (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) hanno chiesto al Senato – e ieri ottenuto – l’autorizzazione a procedere in giudizio per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture. Insieme a lui, come prevede la stessa legge, è arrivata l’autorizzazione a indagare anche per i «correi» coinvolti nell’inchiesta della procura veneziana sulla corruzione Mose.

Nella fattispecie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, gli imprenditori Nicolò Buson, Erasmo Cinque, William Ambrogio Colombelli.

«Le motivazioni della Procura veneziana sono state condivise dalla maggioranza dei senatori», commenta Felice Casson, senatore veneziano che fa parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, «è giusto che si faccia la massima chiarezza su questa vicenda».

Accuse pesanti quelle che pendono sul capo dell’ex ministro Altero Matteoli, nominato due volte responsabile dell’Ambiente – e poi anche delle Infrastrutture e Trasporti – nei governi Berlusconi.

«In violazione dei suoi doveri di imparzialità e di indipendenza», scrivono i giudici, «nell’asservimento delle proprie funzioni agli interessi del Consorzio Venezia Nuova», l’ex ministro avrebbe lavorato per far assegnare allo stesso Consorzio e alle imprese consorziate i finanziamenti per la bonifica di Marghera, in violazione della normativa sulle gare d’appalto, del codice sui contratti pubblici e delle direttive europee».

Sempre Matteoli avrebbe anche garantito a Mazzacurati e al Consorzio la nomina di un presidente «compiacente» (Patrizio Cuccioletta), completamente a disposizione del Consorzio venezia Nuova».

In cambio Matteoli, scrivono i giudici, «avrebbe ricevuto danaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita nell’importo di 400 mila euro e altri 150 mila euro consegnati da Colombelli e Buson».

L’ex ministro di Forza Italia avrebbe anche ottenuto dal Consorzio l’assegnazione del subappalto della bonifica all’impresa Socostramo srl, «procurando a questa e al suo amministratore Erasmo Cinque un utile pari a 48 milioni, 672 mila 512 euro e 98 centesimi». Adesso le indagini possono proseguire anche sull’ex ministro.

Alberto Vitucci

 

PORTO MARGHERA – Mentre oggi si firma a Roma il nuovo Accordo di programma da 152 milioni di euro, 800 milioni per il marginamento dell’area industriale hanno tolto risorse a qualsiasi riconversione

Oggi a Roma si firma il nuovo Accordo di programma per il futuro di Porto Marghera, accordo che sblocca 152 milioni di euro per investimenti su strade, banchine portuali, sicurezza idraulica. Sono importanti per creare un ambiente favorevole agli investimenti ma per far nascere nuove industrie, sottolineano i sindacati, occorre rendere disponibili le aree e quindi bonificarle.

Dei ben 229 terreni inquinati, rilevati già negli anni Novanta dentro ai 2 mila ettari di Porto Marghera, fino ad oggi ne sono stati ripuliti poco più di una ventina; e degli stessi 110 ettari che Syndial (Eni) deve trasferire a Comune e Regione per metterli a disposizione di chi vuole aprire nuove fabbriche, una buona metà sono ancora da bonificare.

Che cosa si è fatto fino ad oggi? La “grande muraglia”, o quasi nel senso che i 45 chilometri previsti non sono ancora stati completati a 13 anni dall’inizio dei lavori.

A giugno 2014 l’ingegner Piergiorgio Baita, ex presidente di Mantovani tra le imprese più importanti del Consorzio Venezia Nuova, nel corso di un interrogatorio davanti ai pm di Venezia titolari dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, diede a Gianfranco Mascazzini il grande merito di aver portato al Consorzio Venezia Nuova un miliardo di lavori aggiuntivi potenziali (indispensabili una volta che il Mose fosse finito). E si riferiva appunto ai 45 chilometri di marginamenti dei canali e delle sponde dell’area industriale di Porto Marghera progettati per impedire che le acque di falda trascinino in laguna i veleni sotterrati a Marghera in decenni di attività delle grandi fabbriche.

I lavori sono iniziati nel 2002, quando si pensava di spendere tra i 240 e i 400 milioni, e non sono ancora finiti perché mancano i soldi per completare l’isolamento di tutte le rive con palancole piantate fino a 16 metri di profondità e un sistema di condotte e pompe che succhiano il “percolato” (l’acqua inquinata), e lo convogliano al depuratore di Fusina. Fino a oggi, ad ogni modo, di quel miliardo sono già stati spesi quasi 800 milioni, frutto delle transazioni per danni ambientali pagate al ministero dell’Ambiente dalle aziende di Porto Marghera, a prescindere dal fatto che fossero responsabili o meno dell’inquinamento e che i terreni fossero o meno inquinati.

Gianfranco Mascazzini è l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente, definito l’inventore del “modello Marghera” (transazioni ambientali e marginamenti) che voleva esportare in molti degli altri 57 siti inquinati italiani. Sempre l’ingegner Baita dice ai magistrati che non gli risulta di tangenti pagate a Mascazzini, e lo stesso ex direttore del Ministero nega qualsiasi ipotesi del genere sostenendo di avere agito sempre per il reale risanamento delle aree inquinate.

Al di là di eventuali illeciti tutti da dimostrare, il vero problema per Porto Marghera è che la “grande muraglia”, che oltretutto non è ancora finita, ha drenato per anni tutte le risorse disponibili per disinquinare i terreni e assicurare la rinascita della zona industriale.

Oltre alla laguna di Grado-Marano, oggetto di interesse dei magistrati di Roma per il progetto di marginamento da 230 milioni di euro, il Ministero aveva dunque tentato di esportare altrove il “modello Marghera”, come nei petrolchimici di Porto Torres, Assemini e Priolo ma in queste aree i ricorsi al Tar da parte delle aziende bloccarono l’operazione perché le più economiche barriere idrauliche proposte dalle imprese vennero considerate sufficienti a impedire l’inquinamento di altri terreni e acque.

E a Marghera cosa sarebbe accaduto? Invece di un miliardo, sarebbero state spese poche decine di milioni di euro, e con i soldi rimanenti forse oggi avremmo le aree bonificate e utilizzabili per nuove attività produttive.

 

Un’alternativa da poche decine di milioni

Le aziende proposero una rete di piccoli pozzi per intercettare le falde prima di Marghera

La vera svolta per Porto Marghera sarebbe dovuta venire dal grande processo al Petrolchimico sugli operai morti e sull’inquinamento della laguna. Le sentenze di primo grado, d’appello e pure quella della Corte di cassazione, però, hanno stabilito che le aziende del petrolchimico dagli anni Settanta in poi hanno avuto un ruolo quasi nullo nell’avvelenamento della laguna.

L’inquinamento, in realtà, è arrivato dal resto del Veneto attraverso i fiumi e dagli scarti delle produzioni industriali di Marghera risalenti agli anni Cinquanta e precedenti che venivano usati per bonificare i terreni della seconda zona industriale.

Mancate le condanne, diventava impossibile far pagare le aziende per ripulire la laguna. Negli anni precedenti il processo, dopo il 1997, con l’entrata in vigore della legge Ronchi i proprietari delle fabbriche si erano messi in moto per disinquinare i terreni e avevano prodotto uno studio in base al quale con poche decine di milioni di euro si poteva realizzare una rete di pozzi, intercettando le falde acquifere prima che arrivassero nei terreni inquinati e li trascinassero con sè in laguna.

Thetis realizzò un altro studio secondo il quale era necessaria la “grande muraglia” da un miliardo di euro. Il ministro dell’Ambiente sposò questa seconda ipotesi e, siccome servivano i soldi, li chiese alle aziende anche se non erano responsabili. Una sola azienda, Montedison, pagò 250 milioni di euro all’inizio del processo ma solo perché doveva sbarcare in Borsa e non poteva avere pendenze.

Tutte le altre, forti delle sentenze loro favorevoli (l’ultima di dicembre 2004), si rifiutarono di pagare, ma il ministero dell’Ambiente cominciò a bloccare ogni progetto di bonifica paralizzando molte imprese. Fino a fine primavera del 2005 quando il nuovo amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, decise che il cane a sei zampe avrebbe sborsato 625 milioni di euro. Il fronte si ruppe, altri accettarono di pagare e il progetto fu salvo.

Nel 2009 la Provincia pubblicò i risultati del primo studio idrogeologico sul sottosuolo della città, e quindi anche di Marghera. Ebbene quello studio svela, tra le tante e affascinanti cose, che le falde acquifere non sono regolari e nemmeno parallele tra di loro ma sono poste a varie profondità, e che la loro velocità è bassissima (una particella in un anno percorre dai 7 ai 21 metri).

L’allora assessore provinciale all’Ambiente, promotore dello studio, scrisse una lettera a due Ministeri, alle istituzioni locali, a Porto, Arpav, Icram e Apat. E riuscì così a bloccare il progetto di un ulteriore “grande muraglia” alle spalle di Porto Marghera, per chiuderla in un immenso recinto, che sarebbe costato un altro miliardo e, soprattutto, avrebbe mandato sott’acqua tutta Mestre. Da Villa sostenne che sarebbe stata sufficiente una molto più economica rete di pozzi, praticamente quella che le aziende avevano proposto dieci anni prima. La prima “grande muraglia” (che già da sola procura parecchi problenmi idraulici a Porto Marghera), però, era ormai fatta.

(e.t.)

 

Nuova Venezia – Il ricorso di Galan

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7

gen

2015

Parla il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Di nuove indagini non posso parlare ma è ovvio che un’inchiesta così complessa ha sempre delle clonazioni»

La legge consente di impugnare in Cassazione la sentenza che l’imputato ha invocato

VENEZIA – Carlo Nordio, procuratore aggiunto della repubblica e contitolare assieme ai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini dell’inchiesta Mose, è l’uomo che ha gestito la trattativa sui patteggiamenti con gli avvocati degli imputati, secondo un principio che definisce di realtà. Patteggiamenti poi accolti nelle sentenze del giudice. Le sentenze si pronunciano «in nome del popolo italiano», ma qui ci sono due popoli che si fronteggiano: il paese reale e il paese legale. Il paese reale si sente orfano del processo Mose e vede nei patteggiamenti accuse pesanti e pene leggere.

Cosa ne pensa il paese legale? «Il processo serve a vedere se l’accusa è fondata o se non lo è. Tutto il resto è pura metafisica, mezzo politica e mezzo mediatica, che va discussa e risolta in altre sedi. Il codice di procedura penale dell’89 firmato da Giuliano Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, prevede che si possa patteggiare e quindi evitare il dibattito pubblico perché è conveniente per entrambe le parti. Quando con la riforma Vassalli noi abbiamo introdotto il processo accusatorio, alla Perry Mason per intenderci, sapevamo che non si poteva prescindere dall’istituto fondamentale che lo regge, il patteggiamento. Negli Stati Uniti il patteggiamento o plea bargain, chiedi l’affare, risolve oltre il 90% dei processi. Solo il 3% arriva a dibattimento».

E sulla sproporzione tra le accuse e l’entità delle pene? «Qui il discorso è di pragmatismo utilitaristico. Prendiamo il patteggiamento più importante, quello dell’ex governatore, 2 anni e 10 mesi, una carcerazione preventiva già sofferta, una carcerazione domiciliare ancora in fieri, una restituzione importante del maltolto, una sicura decadenza dalle cariche politiche. Per noi è una pena seria, bilanciata dal fatto che andavamo incontro a un processo estremamente lungo e costoso per tutti, con gli esiti incerti che hanno tutti i processi e non perché le prove fossero equivoche, secondo noi, ma perché ogni processo ha la sua stella, non ultimo il decorso del tempo e della prescrizione».

Eravate tutti d’accordo su questa linea in procura? «Assolutamente uniti. Alcuni patteggiamenti sono stati concordati con facilità, perché erano standard, parliamo soprattutto degli imprenditori. Per quelli più importanti e se vogliamo più delicati, abbiamo discusso tra di noi quale fosse la soglia minima soddisfacente, però puntando al rialzo. Poi la trattativa sul rialzo è stata condotta da me, con risultato quasi sempre uguale o un po’sopra la soglia minima che avevamo concordato tra di noi».

Gli avvocati di Galan dicono di aver accettato l’inaccettabile. Sembra un’imposizione della procura: avete imposto voi il patteggiamento o ve l’hanno chiesto? «Generalmente è la difesa che lo chiede, qualche volta lo chiede insistentemente e molte volte lo chiede molto insistentemente, quasi in ginocchio. Qualche volta è la procura che fa balenare la disponibilità. Poi si instaura una sorta di mercato».

Nel caso di Galan com’è andata? «Diciamo che le volontà si sono incrociate. Difficile dire in situazioni molto complesse da chi parte l’iniziativa. Un Rembrandt lei lo compera alzando un dito da Softeby’s, soltanto se va a comprare un chilo di pomodori deve chiedere quanto e come. Io ho il massimo rispetto per l’imputato e anche per i suoi difensori e comprendo benissimo che dopo una conclusione seriamente punitiva, secondo noi, si cerchi di mitigare la portata della soluzione attraverso interpretazioni più blande, più benevole».

Se poi aggiungiamo che il patteggiamento non è un’ammissione di colpa… «Attenzione, il patteggiamento ha delle conseguenze precise. Chi lo chiede sa benissimo, e lo deve sapere, che riceve una condanna. Le leggo l’articolo 445 cpp, secondo comma: “la sentenza di patteggiamento anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento e non ha efficacia nei giudizi civili, salve diverse disposizioni di legge, è equiparata a una sentenza di condanna”.

Chi patteggia sa di aver avuto una condanna e ne accetta le conseguenze, giuridiche e anche logiche. Poi ognuno può anche proclamarsi innocente fino alla fine dei suoi giorni, è una scelta rispettabilissima perché fa parte dell’immagine che l’imputato vuol dare di sé».

Salvo che chi l’ascolta può crederci o meno. «Chi l’ascolta può domandarsi se sia una scelta di pura immagine o corrisponda alla realtà, ma per noi è assolutamente vincolante il fatto che la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una condanna».

Gli avvocati di Galan hanno fatto ricorso in Cassazione contro il patteggiamento da essi stessi richiesto. Vogliono spostare alle calende greche il pagamento dei 2,6 milioni di sanzione, visto che il termine è fissato entro 90 giorni dopo che la sentenza passerà in giudicato e la sentenza adesso è quella della Cassazione? «La domanda più che legittima che lei fa è quella che si fa anche l’uomo della strada e cioè come fai a impugnare una sentenza che tu stesso hai invocato? È tuttavia una domanda senza risposta. La legge lo consente perché il legislatore è schizofrenico e l’avvocato fa il suo mestiere. Il difensore impugna per mille ragioni: perché se l’imputato è in stato di detenzione può continuare a espiare la detenzione ai domiciliari, così quando il giudizio diventerà definitivo l’ha già espiata a casa; oppure perché spera nella prescrizione; oppure perché spera in un’amnistia o in un indulto».

Quanto tempo richiederà il pronunciamento della Cassazione, nel nostro caso? «Penso poco, quattro o cinque mesi». Quindi non si rischia la prescrizione? «No, anzi, in questo caso la Cassazione dando torto al Riesame ha detto che l’inizio della prescrizione decorre molto più avanti».

Lei si riferisce al pronunciamento sul ricorso di Renato Chisso. Questo rimette in discussione tutte le posizioni? «No, quello che è patteggiato è patteggiato. A parte il fatto che ogni decisione vale solo per il singolo, non per gli altri».

Dieci anni di corruzione a questi livelli avevano bisogno di una copertura molto estesa. Massoneria? «Non ne so assolutamente niente. Non credo neanche che la massoneria abbia voce in capitolo. Piuttosto è la legge che è stata strutturata in modo tale da essere quasi un incentivo alla corruzione. Il Mose può essere paragonato a un tizio che ha avvelenato le acque perché era l’unico ad averne l’antidoto».

In che senso, scusi? «Le leggi degli ultimi trent’anni sulle opere pubbliche sono talmente bizantine e ingarbugliate che per un’opera gigantesca come il Mose hanno trovato più comodo fare una legge speciale. Non dico che avessero fatto apposta a produrre una legislazione schizofrenica, se la sono trovata sedimentata in decenni. Come quello che ha avvelenato le acque, in questo caso con una proliferazione legislativa, perché aveva l’antidoto, poter fare una legge speciale. Ma la legge speciale ha dato un potere e un arbitrio assoluto a tutti. Era quasi un invito alla corruzione. Dirò di più e peggio: oltre alla corruzione, allo spreco. Il Consorzio Venezia Nuova ha elargito a destra e a manca soldi nostri, senza nessuna ragione. La beneficenza uno deve farla con i soldi suoi, non con i soldi altrui. E qua mi fermo».

Lei dice: con i patteggiamenti abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario. «Diciamo che l’abbiamo tenuto in seria considerazione».

Ma uno si domanda: avete recuperato 12 milioni contro quanti sottratti alla collettività? «Ah, non lo sappiamo. Qui bisogna tener conto delle disponibilità aggredibili del soggetto. Se uno ci dice: questo lo posso pagare, il resto non ce l’ho, e addirittura non riesci a trovarglielo…»

È il caso dell’ex assessore Renato Chisso. «Sì, diciamo che il patteggiamento è sempre un compromesso. Però per noi è un compromesso accettabile».

Lei ha detto che non finisce qui, facendo capire che l’indagine va avanti: sulla sanità? «Di eventuali nuove indagini non posso parlare. Ma è ovvio che un’inchiesta così ha sempre delle clonazioni. Noi siamo molto orgogliosi di averla chiusa in termini ragionevoli per gran parte degli imputati».

E per le posizioni ancora da definire, Orsoni, Sartori e gli altri imputati? «I processi si faranno quanto prima».

Renzo Mazzaro

 

I grillini: «Deve lasciare la guida della commissione Cultura»

La Boldrini e Brunetta replicano che solo lui può andarsene

Dritta del Quirinale: a maggio si potrà rimuovere Galan

PADOVA – La via d’uscita, per “rimuovere” l’onorevole Giancarlo Galan (agli arrestati domiciliari) dalla presidenza della commissione Cultura di Montecitorio, l’ha indicata il professor Giancarlo Montedoro, consigliere del presidente della Repubblica per gli affari giuridici e le relazioni cosituzionali, chiamato in causa per un parere dallo stesso Giorgio Napolitano.

In una nota inviata al vicepresidente vicario-portavoce del Movimento Cinque Stelle, Andrea Cecconi, il consigliere Montedoro richiama il dettato l’articolo 20 comma 5 del Regolamento della Camera dei deputati: «Dalla data della loro costituzione, le Commissioni permanenti sono rinnovate ogni biennio e i loro componenti possono essere riconfermati».

Le somme le tira lo stesso Montedoro: «Ne consegue che, all’atto del rinnovo dei relativi organismi, i gruppi parlamentare ben potranno apprezzare la situazione evidenziata».

Orbene, la soluzione del rebus Galan, se non immediata, sembra comunque dietro l’angolo. Il deputato di Forza Italia è stato eletto presidente della Cultura, Scienza e Istruzione di Montecitorio il 7 maggio 2013; vuol dire che a primavera si procederà al rinnovo delle presidenze, e quella potrebbe l’occasione giusta per sostituire il parlamentare padovano, che ha potuto presiedere l’ultima commissione il 3 giugno 2014, alla vigilia della raffica di provvedimenti legati all’indagine sul sistema degli appalti del sistema di dighe anti-acqua alta. Oltre, par di capire, non si può andare.

«Al capo dello Stato», sottolinea il consigliere Montedoro, «non è consentito dalla Carta Costituzionale iniziative incidenti sull’autonoma organizzazione della vita parlamentare».

E di sicuro non sarà il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, a fare pressioni sul collega perché abbandoni la presidenza della commissione Cultura. «Non spetta certamente al presidente di un gruppo», scrive infatti l’onorevole Brunetta in una missiva di risposta al deputato pentastellato Cecconi, «intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite».

Il professor Brunetta aggiunge che «le norme scritte e non scritte del diritto parlamentare giungono fino ad impedire ogni forma di sfiducia o di recall nei confronti di coloro che siano chiamati all’ufficio di presidente dell’Assemblea, di Commissione o di Giunta».

Che solo Galan possa decidere in ordine alla sua permanenza alla presidenza della commissione Cultura lo ha ribadito anche la presidente della Camera Laura Boldrini in un’altra lettera indirizzata all’onorevole Cecconi: «È noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica di presidente di commissione non può dunque, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan».

S’indigna su Fb l’onorevole Federico D’Incà, deputato bellunese del Movimento Cinque Stelle, che ieri ha pubblicato una foto di Galan in giacca bianca e papillon: «Solo a guardare questa persona io mi sento a disagio. L’Italia non merita di essere rappresentata da Galan. Ricordo a tutti che i parlamentari del M5s hanno restituito fino a giugno 2014 la somma di 10 milioni di euro dei propri stipendi e rimborsi al fondo per il credito alle piccole medie imprese».

Mestre: maxi contenzioso Ulss-imprese sull’ospedale, manager regionali citati per danni dopo il «no» al centro protonico

VENEZIA – L’onda lunga dei project financing stipulati nella stagione galaniana sprigiona cause milionarie tra imprese private e istituzioni sanitarie del Veneto.

L’ultimo capitolo investe l’Ospedale dell’Angelo di Mestre: inaugurato il 25 settembre 2007, è costato 241 milioni (a fronte dei 220 preventivati) dei quali 140 sborsati dalla Veneta Sanitaria Finanza di Progetto, l’associazione temporanea d’impresa costituita dai partner Astaldi (capofila), Mantovani, Gemmo, Cofathec Progetti, Aps Sinergia, Mattioli e Studio Altieri.

L’Ulss 12 si è impegnata a restituire la somma entro il 2031 con rate annuali di 40 milioni: 24 attraverso la concessione di servizi ospedalieri (rifiuti, pulizia, lavanderia, mensa, trasporti) e il resto in forma di ammortamenti liquidi.

Ma, ecco il punto, il tenace direttore generale dell’azienda sanitaria Giuseppe Dal Ben ha avviato una minuziosa spending review sull’entità delle prestazioni fatturate dai privati, contestandone via via gli oneri di rimborso, fino a raggiungere un contenzioso di 11 milioni, che ora è al centro di un arbitrato indipendente. Se a prevalere sarà la tesi della sanità pubblica, l’effetto si annuncia dirompente, tanto che gli investitori potrebbero valutare addirittura la rinuncia al proseguimento delle attuali condizioni di project, non più redditizie, previa negoziazione di un risarcimento bonario dei sospesi.

Non basta. In ballo ci sono anche gli strascichi del dal travagliatissimo contratto firmato per la realizzazione del centro di terapia protonica di Mestre: un progetto faraonico che prevedeva l’erogazione di 159,575 milioni da parte del consorzio d’imprese Ptc (costituito dalle società Medipass, Gemmo, Condotte e dalla multinazionale statunitense Varian) e l’impegno dell’Ulss Veneziana a rimborsarli con 738 milioni spalmati in 19 anni.

A sottoscrivere il contratto, il 29 luglio 2011, il direttore generale dell’epoca Antonio Padoan – uomo di fiducia di Giancarlo Galan – incurante dei successivi rilievi della Corte dei Conti e dall’altolà della nuova giunta di Luca Zaia che, attraverso un delibera, escludeva l’opera dalla programmazione regionale, giudicandola insostenibile per un’azienda già indebitatissima e priva di un bacino di pazienti sufficiente ad ammortizzare la spesa.

Di conseguenza, Dal Ben (successore di Padoan) e Domenico Mantoan, il direttore generale della sanità veneta, hanno decretato la rinuncia al project; un atto dovuto, conseguente alle decisione di Palazzo Balbi, che tuttavia non li ha posti al riparo dalla causa civile intentata da Ptc, che chiede loro i danni per i mancati introiti dell’operazione: 12 milioni a Dal Ben e 20 a Mantoan; la Regione, per voce di Zaia, ha difeso l’operato dei manager («Hanno agito con correttezza esemplare»), garantendo che non saranno lasciati soli; da parte sua Mantoan, per nulla intimidito, ha deciso di controquerelare il consorzio per causa temeraria.

Filippo Tosatto

 

Gazzettino – Quel terremoto nei palazzi del potere

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30

dic

2014

ADDIO 2014 /1 La grande retata del Mose punto di svolta di un anno da ricordare

Il 2014 resterà nella memoria come l’anno del terremoto nei palazzi del potere. La Venezia dei corrotti, dei furbi, degli amici degli amici e di quelli che “io non c’ero e se c’ero dormivo” ha ricevuto una mazzata storica dall’inchiesta Mose. Un sistema di potere e una rete spaventosa di connivenze sono stati azzerati; sono usciti di scena personaggi per decenni onnipresenti e onnipotenti. Da qui, dalla grande retata, si riparte. Considerazioni negative ne sono state fatte tante, certo mai troppe visto quel che ribolliva nel nauseabondo pentolone scoperchiato. Però, malgrado tutto, ci si può ancora sforzare di pensare positivo. Ricordando innanzitutto che la collettività – grazie a investigatori e magistrati preparati e determinati – ha dimostrato di possedere gli anticorpi per difendersi dal malaffare e dalla corruzione. E c’è da sottolineare che il crac del citato sistema di potere e relazioni può aprire le porte a un reale ricambio delle classi dirigenti.

 

L’anno del terremoto a Palazzo

Il ciclone Mose ha spazzato via equilibri consolidati e aperto una fase di transizione

ABUSIVI – Padroni delle spiagge, signori delle calli. La contraffazione sublimata ad arte, con le borse false delle grandi firme vendute perfino davanti ai negozi delle stesse griffe. Prima gli ambulanti fuggivano quando vedevano le divise, ora fanno gruppo e resistono, passando al contrattacco: è successo questa estate, più volte, a Jesolo e Sottomarina. Sul ponte sventola bandiera bianca (falsa, s’intende)

BAITA – Simbolo dei furboni, più che dei furbetti. Come è possibile che chi è stato beccato in passato con le mani nella marmellata sia lasciato vicino ai vasetti più appetibili? Come si può concepire che torni a stare nel Palazzo (vedi per citarne uno Enzo Casarin, responsabile della segreteria di Chisso in Regione) chi aveva già saccheggiato la credibilità della Pubblica amministrazione?

CONTORTA – Un canale che conoscevano solo gli addetti ai lavori è diventato l’ultimo fronte della battaglia contro le grandi navi. Tra chi teme la definitiva devastazione della laguna e chi paventa l’affossamento della crocieristica, un bivio tra ragioni della città (di buona parte di essa, quantomeno) e logiche dell’economia e del lavoro destinato a lasciare una lunga scia di polemiche. Qualunque strada si prenda.

DEL PIERO – Una ragazza ha perfino dedicato una tesi di laurea al suo tour veneziano, questa estate. Vero Re Mida dell’immagine, trasforma in oro tutto quel che avvicina, ed è innegabile che la passerella sul litorale in occasione dei (tristi, per noi) mondiali brasiliani abbia regalato una bella botta di visibilità a Jesolo.

EXPO – Bravi i veneziani (Fincato in testa) a salire in corsa sul volano dell’esposizione milanese. “Aquae” promette di essere una grande occasione di rilancio per la nostra economia soprattutto se i flussi turistici saranno effettivamente spalmati sul territorio, come si annuncia.

FINE – Il 2014 è stato un anno-capolinea. Decapitato il vertice del Consorzio Venezia Nuova, azzerata la Giunta di Venezia, a fine corsa la Provincia, molte altre istituzioni (Apt, Ater) in bilico. Cancellati dalla scena per via giudiziaria personaggi come Giovanni Mazzacurati, Renato Chisso, Giorgio Orsoni. Per forza di cose e in modo brutale si è chiusa una stagione ma per ora non si intravede un rinnovamento, bensì solo un’indecifrabile fase di transizione. Una città pericolosamente acefala abbiamo scritto e, a cominciare dal patriarca Moraglia, tanti hanno condiviso il ragionamento e le relative preoccupazioni.

GREEN – Verde come il piano da 200 milioni annunciato dall’Eni per Porto Marghera, con la creazione di un polo tecnologico della chimica all’insegna dell’innovazione e della sostenibilità. Dopo la desertificazione produttiva, almeno una speranza di futuro.

HERIOT – O anche Hotel. A Venezia ogni palazzo di pregio, come la villa citata, sembra destinato a diventare albergo (anche se per per ora l’asta è andata deserta), mentre a Mestre sono state avviate negli uffici comunali le pratiche per aggiungere altri 5 mila posti letto. Il nuovo regolamento edilizio vorrebbe mettere dei correttivi ma il futuro rischia di essere molto peggio di un presente già catalogato come insostenibile. E se il dibattito viene alimentato da chi a Roma si sveglia alla mattina per lanciare proposte demenziali e farsi pubblicità, stiamo freschi.

ISOLE – Isole vere, come quella di Poveglia, oggetto del desiderio di Luigi Brugnaro. O virtuali, come quella dell’area pedonalizzata di San Donà, al centro di un braccio di ferro senza esclusione di colpi tra commercianti e Giunta. Comunque isole piene di polemiche.

JONA – L’inaugurazione del nuovo padiglione dell’ospedale civile di Venezia rappresenta il simbolo del rilancio della sanità in centro storico. Se l’ex dg dell’Ulss 12 Antonio Padoan aveva puntato decisamente sulla terraferma e sull’Angelo di Mestre, l’attuale responsabile della sanità veneziana Giuseppe Dal Ben, anche attraverso altre operazioni (vedi gli ambulatori di piazza San Marco e piazzale Roma), mostra di voler puntare sulla logica dei due poli ospedalieri.

KORABLIN – Il russo che doveva riportare nel Grande Calcio il club cittadino e realizzare l’impianto del futuro a Tessera sembra battere in ritirata. Qualcuno dice per problemi di salute, altri di soldi. Sarà la maledizione dello stadio, sarà che chiunque cerchi di fare qualcosa a Venezia trova le sabbie mobili. Chiedere a Zamparini o, più recentemente, a Cardin.

LIBIA – Dove è stato tenuto in ostaggio Gianluca Salviato, da Martellago, liberato dopo mesi di angoscia e trattative. È stato bello vederlo festeggiare col tricolore, sentirgli dire che non ha mai avuto la sensazione che l’Italia si fosse dimenticata di lui. Anche se la madre, qualche mese prima, in una lettera al Gazzettino aveva giustamente sottolineato come trovasse inaccettabile che suo figlio (e tanti altri figli) fosse stato costretto ad andare a rischiare la vita per trovare un lavoro fuori del Paese.

(1- continua)

 

La Procura: l’ex sindaco messo al corrente durante l’interrogatorio delle rivelazioni di Sutto

Clima sempre più bellicoso, tra accusa e difesa in vista del probabile processo all’ex sindaco Giorgio Orsoni, coinvolto nell’inchiesta sul Mose per l’accusa di finanziamento illecito. Ieri il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha risposto con una citazione di guerra agli avvocati di Orsoni, Francesco Arata e Daniele Grasso, che avevano accusato la Procura di non aver fornito copia delle nuove dichiarazioni di Federico Sutto contro Orsoni, poi riassunte sui giornali.

«Siamo il 22 dicembre, andatevi a vedere cosa disse 70 anni fa il generale Mc Auliffe. Quella è la mia risposta» ha tagliato corto l’aggiunto ai giornalisti che gli chiedevano un commento.

Ebbene il generale, impegnato nell’offensiva delle Ardenne, all’invito dei tedeschi ad arrendersi fece rispondere “Nuts”, qualcosa tra “Balle” e “Andate a quel paese”…

Fuor dalle battute, la Procura non ci sta a passare per scorretta. E ribadisce di aver riferito ad Orsoni delle nuove accuse mosse da Sutto, che confermerebbero quelle di Mazzacurati. L’uomo fidato dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha raccontato di aver portato due tranche da 100mila euro in contanti a Orsoni, nel suo studio, riferendo anche che l’allora candidato sindaco lo avrebbe pure ringraziato. Tutto questo è stato detto ad Orsoni, nell’interrogatorio di venerdì, ma non gli sono stati consegnati i verbali perché, spiega la Procura, in questa fase del procedimento non è previsto. L’ex sindaco, come noto, nega di aver ricevuto soldi: le accuse di Mazzacurati sarebbe delle ritorsioni, per vendicarsi delle posizioni prese da Orsoni per la gestione degli spazi all’Arsenale, e pure Sutto ora avrebbe mentito. Una versione contro l’altra che a questo punto si dovranno confrontare davanti al Tribunale.

R. Br.

 

I legali dell’ex sindaco attaccano la Procura: le sue dichiarazioni non contestate nell’interrogatorio

VENEZIA – I difensori di Giorgio Orsoni protestano. Gli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata contestano i pubblici ministeri della Procura di Venezia Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che nell’interrogatorio di venerdì scorso non avrebbero contestato all’ex sindaco le nuove accuse lanciate dal braccio destro di Giovanni Mazzacurati, che i due avvocati avrebbero appreso il giorno seguente soltanto dai giornali che hanno pubblicato le dichiarazioni di Federico Sutto.

«La difesa Orsoni rimane attonita di fronte al fatto che le dichiarazioni (asseritamente accusatorie) rese dal signor Sutto, ancora coperte dal segreto investigativo e per tale ragione neppure consegnate alla difesa Orsoni e neppure allegate al verbale dell’interrogatorio da lui reso, vengano invece date a piene mani alla stampa, evidentemente preferita dalla Procura della Repubblica come interlocutore rispetto alla difesa del soggetto direttamente coinvolto».

«I pm nel corso dell’interrogatorio di ieri non hanno neppure contestato al professor Orsoni il contenuto preciso delle dichiarazioni rilasciate da Sutto, e taluni particolari delle stesse la difesa Orsoni apprende solo ora dalla lettura della stampa». Sutto avrebbe sostanzialmente confermato le accuse di Mazzacurati, aggiungendo che 200 mila dei 450 mila euro arrivati dal Consorzio al candidato sindaco, sarebbe stato lui a consegnarli, lasciandoli nel suo studio di avvocato.

«Nel merito delle propalazioni accusatorie di Sutto», aggiungono gli avvocati Grasso e Arata, «si è peraltro già in grado di precisare che il professor Orsoni nel corso dell’interrogatorio ha respinto con fermezza le accuse che deriverebbero dalle predette dichiarazioni di Sutto, le quali, peraltro, da quanto indicato pur sommariamente dai pm risulterebbero clamorosamente contrastanti con quanto dallo stesso Sutto affermato in altra fase dell’indagine; le dichiarazioni accusatorie di Sutto sono state assunte senza che i pm abbiano ritenuto di procedere ad incidente probatorio per consentire un esame in contradditorio delle stesse, così come reiteratamente richiesto dalla difesa Orsoni, anche alla luce di consolidata prassi giurisprudenziale. Tanto più che le stesse dichiarazioni risultano assunte poco prima che lo stesso Sutto definisse a mezzo di patteggiamento la propria posizione processuale; analoga considerazione era già stata espressa dalla difesa Orsoni in relazione al mancato incidente probatorio per assumere le (già contraddittorie) dichiarazioni di Mazzacurati, il cui stato di salute e la cui assenza dall’Italia rende ora evidentemente problematico qualsivoglia verifica».

(g.c.)

 

VENEZIA – Solo con lei, la pubblicazione del volume delle relazioni di magistrati e avvocati e delle tabelle con i numeri dei processi e dei reati per l’inaugurazione dell’anno giudiziario era stato pagato dal Consorzio Venezia Nuova, non a caso definito in un suo intervento «baluardo di legalità».

Spunta anche il nome dell’ex presidente della Corte d’appello di Venezia Manuela Romei Pasetti nell’inchiesta della Procura veneziana sul Mose. Non è indagata e neppure è stata intercettata, ma la sua voce è stata ascoltata in più di un’occasione dai finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria che intercettavano le telefonate del generale Emilio Spaziante, il numero due a Roma della Guardia di finanza, anche lui arrestato il 4 giugno scorso per corruzione. L’alto ufficiale, infatti, nel corso del 2013, quando l’inchiesta sulla corruzione per il Mose era in pieno svolgimento, avrebbe telefonato alla Romei Pasetti.

Non solo, almeno due volte si sarebbe incontrato con lei e in una delle due occasione con loro era presente anche un altro generale della Guardia di finanza, Walter Manzon, che comandava le «fiamme gialle» di Venezia e che è finito pure lui sotto inchiesta come il collega, senza però essere arrestato e comunque «solo» per favoreggiamento personale.

Stando ai tabulati telefonici sarebbero più di una decina le telefonate tra Spaziante e l’ex magistrato, che si sarebbero incontrati la prima volta nella serata del Redentore, a Venezia, nel luglio del 2013 e, sempre in quell’anno, Manuela Romei Pasetti sarebbe andata il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, a casa del vicecomandante della Guardia di finanza, a Roma, assieme al generale Manzon.

A chi ascoltava è venuto il sospetto che quegli incontri non fossero semplicemente riunioni conviviali è venuto perché più d’una volta, il generale Spaziante avrebbe consigliato all’ex magistrato veneziano di stare attenta a ciò che diceva al telefono, insomma a non parlare liberamente.

Spaziante è stato accusato dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini di aver ricevuto da Giovanni Mazzacurati 500 mila euro (ma gli erano stati promessi ben due milioni e mezzo) in modo che intervenisse sui finanzieri di Venezia per addomesticare le verifiche fiscali in corso al Consorzio Venezia nuova e alla Mantovani di Piergiorgio Baita.

Il generale si era attivato e attraverso il generale Manzon, che comandava in laguna, aveva chiesto lumi e addirittura aveva chiesto di poter avere i numero dei telefoni intercettati, che poi avrebbe riferito agli interessati. La sua posizione, e quella di Manzon, è stata stralciata e inviata per competenza territoriale a Milano, dove la mazzetta era stata pagata.

Spaziante è già uscito dal processo, visto che ha patteggiato una pena di 4 anni e gli sono stati confiscati 500 mila euro. Manuela Romei Pasetti se n’era andata dalla Corte d’appello dopo che il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso di Attilio Passanante e aveva trovato posto a Finmeccanica dopo l’allora amministratore delegato Giuseppe Orsi, poi finito sotto inchiesta, le aveva chiesto di entrare nell’organo di vigilanza voluto dalla legge sulla responsabilità delle aziende.

Anche lei poi è finita nelle indagini per abuso d’ufficio, sospettata di aver cercato di influenzare il Csm, di cui era stata membro, per trasferire il magistrato che stava svolgendo le indagini su Finmeccanica.

Giorgio Cecchetti

 

INCHIESTA MOSE/ L’EX SINDACO NEGA OGNI ADDEBITO

I legali di Orsoni attaccano la Procura: «Nasconde le accuse»

Inchiesta Mose: è scontro tra i legali dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la Procura della Repubblica: «I magistrati hanno mantenuto segrete le accuse sulla presunta valigetta da 200mila euro e poi le abbiamo apprese dai giornali», attaccano gli avvocati, che proclamano l’estraneità del loro assistito.

 

DOPO L’INTERROGATORIO – È scontro aperto con la Procura per i 200mila euro portati in studio

LE VERSIONI A CONFRONTO «Abbiamo respinto ogni addebito: la ricostruzione è contraddittoria»

Orsoni, le nuove accuse fanno infuriare i difensori

È proprio scontro aperto tra i difensori dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la Procura lagunare.

Non si può definire in altro modo la dura presa di posizione degli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso dopo aver letto i dettagli sulle nuove accuse rivolte da Federico Sutto, braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova, all’ex primo cittadino.

Sutto, che tempo fa ha patteggiato due anni, avrebbe dichiarato agli inquirenti di aver portato personalmente a Orsoni 200mila euro per la campagna elettorale per la carica a sindaco di Venezia. Una notizia che il Gazzettino aveva dato proprio nel giorno in cui c’era stato il lungo interrogatorio in Procura.

Ma a quanto pare di questo tema non si è parlato più di tanto nel corso dell’ultima deposizione di Orsoni avvenuta venerdì mattina in Tribunale.

Da qui la secca replica dei legali dell’ex sindaco di Venezia che accusano la Procura di aver «preferito» di fatto i media rispetto alla difesa del soggetto direttamente coinvolto.

«La difesa di Orsoni rimane attonita di fronte al fatto che le dichiarazioni asseritamente accusatorie di Sutto, ancora coperte dal segreto investigativo e neppure consegnate ai legali e neppure allegate al verbale di interrogatorio di venerdì – attaccano in una lettera Arata e Grasso – vengano invece date alla stampa. I due pm, nel corso dell’interrogatorio di venerdì non hanno neppure contestato al professor Orsoni il contenuto preciso delle dichiarazioni asseritamente accusatorie di Sutto e taluni particolari la difesa li apprende solo dalla lettura dei giornali».

Poi i legali dell’ex sindaco entrano nel merito dell’interrogatorio avvenuto davanti ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini per mettere in luce alcuni particolari di una certa importanza nell’ambito dell’inchiesta sul Mose e sui finanziamenti ai politici.

«Orsoni ha subito respinto con fermezza le accuse della Procura che deriverebbero dalle dichiarazioni di Sutto le quali, peraltro, da quanto indicato dai pm risulterebbero clamorosamente contrastanti con quanto affermato da Sutto in altra fase dell’indagine – spiegano Arata e Grasso – Non solo, ma le dichiarazioni di Sutto sono state assunte senza che i pm abbiano ritenuto di procedere all’incidente probatorio per consentire un esame in contraddittorio come reiteratamente richiesto dalla difesa di Orsoni, anche alla luce di una consolidata prassi giurisprudenziale. Tanto più che certe dichiarazioni sono prese poco prima che Sutto definisse con il patteggiamento la propria posizione processuale».

Secondo i due avvocati dell’ex sindaco di Venezia, infine, in tutta questa storia ci sono diverse analogie anche con la vicenda Mazzacurati.

«Analoga considerazione era già stata espressa – concludono infatti Arata e Grasso – in relazione al mancato incidente probatorio per assumere le contraddittorie dichiarazioni di Mazzacurati, il cui stato di salute e l’assenza dall’Italia rendono evidentemente problematica qualsiasi verifica».

Gianpaolo Bonzio

 

Nuova Venezia – Mose, Orsoni in Procura: nuove accuse

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20

dic

2014

Il braccio destro di Mazzacurati, Sutto, ricostruisce la consegna del denaro.

L’ex sindaco: «Mai gestito soldi per le elezioni»

VENEZIA – I pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini lo avevano convocato per contestare nuovi elementi di prova, come ha spiegato il procuratore aggiunto Carlo Nordio, il quale ha detto: «Abbiamo voluto comunicare a Giorgio Orsoni di essere in possesso di nuove fonti di prova nei suoi confronti, abbiamo ritenuto doveroso metterle a sua disposizione». Si tratta delle dichiarazioni di Federico Sutto, l’ex braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, il quale avrebbe confermato di aver consegnato all’ex sindaco i fondi promessi da Giovanni Mazzacurati; poi, quelle di un imprenditore, il quale ha riferito di aver saputo che una considerevole somma era destinata a Orsoni. Dichiarazioni che finiranno nei fascicoli che dopo Natale la Procura metterà a disposizione degli indagati prima di chiedere il loro rinvio a giudizio a conclusione delle indagini sulla corruzione per il Mose.

Al termine dell’interrogatorio, durato circa due ore, Orsoni si è trattenuto con i giornalisti: «Non mi sono mai occupato dei finanziamenti per la campagna elettorale e non ho mai partecipato a riunioni su questo tema», ha ribadito, «Ho saputo di quanti finanziamenti sono pervenuti solo a campagna elettorale conclusa».

Alla domanda sulle affermazioni fatte nello scorso interrogatorio, durante il quale aveva ammesso di aver chiesto finanziamenti su sollecitazione dei dirigenti del Pd veneziano ha risposto: «Mi era stato detto che erano necessari nuovi fondi e che mi rivolgessi a vari imprenditori e l’ho fatto a 360 gradi».

Secondo uno dei suoi difensori, l’avvocato Daniele Grasso, si tratta di «affermazioni che non stridono con quanto dichiarato dai parlamentari Michele Mognato e Davide Zoggia, anche loro sentiti in qualità di indagati in concorso con Orsoni per finanziamento illecito al partito.

«Dovete smetterla», ha proseguito l’ex sindaco, «di parlare di malaffare nella politica veneziana ed è fuori luogo fare accostamenti con la situazione di Roma: invito a riflettere sul fatto che l’amministrazione comunale lagunare è immune da qualsiasi malaffare, si è comportata con correttezza e trasparenza».

Orsoni si è detto deluso da certa stampa che continua ad accostare le inchieste di Venezia e Roma: «Si può imputare ai politici veneziani un po’ di debolezza. Diciamo che non ci sono grandi personalità che riescono a contrapporsi ad una violenza dei media che sfruttano queste situazioni per enfatizzare un malaffare che non c’è».

Per l’ex sindaco anche il Consorzio Venezia Nuova e le vicende ad esso legate dipendono da Roma. Quindi, è intervenuto l’altro suo difensore, l’avvocato milanese Francesco Arata, il quale ha ricordato che il collegio difensivo ha chiesto a settembre l’incidente probatorio per Mazzacurati, ma il giudice non ha ancora risposto. «Esiste un’emergenza celerità, noi vogliamo che sia definita al più presto la posizione di Orsoni».

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – “Portai 200mila euro nello studio di Orsoni”

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20

dic

2014

L’INTERROGATORIO – Per due ore l’ex sindaco di Venezia ha risposto ai pm dell’inchiesta Mose

NUOVI VERBALI – La dichiarazione segreta di Federico Sutto: due dazioni da 100 mila euro

ACCUSATORE – Federico Sutto conferma che furono 200mila i soldi che consegnò a Orsoni nello studio di Venezia

«Portai 200mila euro nello studio di Orsoni»

Non c’è soltanto Giovanni Mazzacurati ad accusare l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, di aver ricevuto contributi “in nero” durante la campagna elettorale del 2010 per la corsa a Ca’ Farsetti. Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, prima di patteggiare la pena di due anni di reclusione, ha confessato ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini di aver personalmente consegnato al professor Orsoni 200mila euro in contanti, versati in due tranches di 100mila euro ciascuna. Le due consegne, stando al racconto messo a verbale da Sutto, sarebbbero avvenute nello studio professionale di Orsoni, a Venezia.

Le dichiarazioni rese da Sutto poche settimane fa, e tenute finora segrete, sono state contestate a Orsoni nel corso dell’interrogatorio svoltosi in Procura, ieri mattina, dalla 10.30 alle 12.30, davanti ai due magistrati che hanno indagato l’ex sindaco per finanziamento illecito ai partiti.

Fino a quel momento il professor Orsoni, difeso dagli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata, aveva respinto ogni accusa, negando di aver mai chiesto o percepito alcun finanziamento illecito e sostenendo che Mazzacurati lo ha accusato per ritorsione, per vendicarsi della posizione che il sindaco aveva assunto contro il Cvn in relazione all’assegnazione di alcuni spazi all’Arsenale. Di fronte alle dichiarazioni di Sutto, che confermano il racconto reso nel luglio del 2013 da Mazzacurati, Orsoni ha ribadito la tesi delle accuse totalmente infondate, della calunnia a suo carico.

I legali dell’ex sindaco hanno chiesto un incidente probatorio per poter ascoltare gli accusatori del professore in contraddittorio, e hanno anticipato una lunga serie di eccezioni sull’inutilizzabilità di tutte le prove raccolte finora dagli inquirenti.

Mazzacurati, finito agli arresti domiciliari lo scorso anno con l’accusa di aver truccato un appalto per lavori portuali, è stato il primo a parlare dei finanziamenti a Orsoni. In particolare ha riferito di un presunto versamento di circa 450mila euro, in parte effettuato personalmente, in parte tramite il suo fedele collaboratore, Federico Sutto, che ora ha confermato la circostanza. Piergiorgio Baita, all’epoca presidente della Mantovani e socio di peso nel Cvn, ha raccontato di essersi fatto carico del contributo per l’ammontare di 50mila euro, affidati per la consegna sempre a Sutto.

Vero, falso? A questo punto il compito di stabilirlo spetterà con molte probabilità al Tribunale. L’interrogatorio di ieri ha infatti costituito per la Procura l’ultimo passo prima della chiusura delle indagini preliminari, e della successiva richiesta di processo.

Orsoni, pur avendo sempre negato ogni responsabilità, lo scorso giugno, dopo una settimana agli arresti domiciliari, aveva concordato con la pubblica accusa di patteggiare la pena di 4 mesi, pur di tornare in libertà, chiudere la vicenda e cercare di evitare il commissariamento del Comune, ma il gip Massimo Vicinanza rigettò l’istanza ritenendo la pena troppo bassa. Dopo il no al patteggiamento l’ex sindaco ha annunciato di volersi difendere nel corso del dibattimento per dimostrare la propria innocenza. «Non ci siamo mai sottratti, fornendo fin da subito tutti i chiarimenti per ribadire l’estraneità di Orsoni da ogni accusa. – ha dichiarato l’avvocato Arata – Ora c’è un’esigenza di celerità nella definizione del processo, per evitare il rischio di finire in una palude: è per questo che chiediamo che il giudizio venga definito al più presto».

Oltre al presunto contributo “in nero” di 450mila euro, la Procura contesta a Orsoni anche un finanziamento “in bianco” di 110mila euro, formalmente proveniente da alcune aziende e regolarmente registrato dal mandatario elettorale del candidato sindaco, ma che secondo i magistrati proveniva in realtà dal Cvn attraverso false fatturazioni e, di conseguenza, è da considerare illecito. Orsoni ha sempre ribadito di essere stato convinto che i soldi arrivassero dalle aziende indicate e che, dunque, il finanziamento è regolare.

La vicenda che riguarda l’ex sindaco di Venezia è sicuramente minore rispetto alle “mazzette” milionarie (e dunque al più grave reato di corruzione) contestato ai principali imputati, quali l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, l’ex assessore Renato Chisso, nonché altri funzionari pubblici ed imprenditori. Ma il clamore che ha avuto è enorme, alla luce del ruolo ricoperto da Orsoni e al risalto ottienuto da ogni evento che ha come scenario Venezia.

 

L’AUTODIFESA Così l’ex sindaco ha rigettato le accuse

«Mai preso nè gestito denaro. Con il Pd solo incontri politici»

Il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Abbiamo comunicato all’indagato le nuove fonti di prova che abbiamo acquisito»

VENEZIA – «Non sapevo quanto denaro costasse la campagna elettorale e non me ne sono mai occupato, tant’è che non ho preso né gestito denaro». E ancora: «Con i rappresentanti del Pd ho avuto confronti a livello politico e su questioni politiche, mai riunioni o incontri per parlare di finanziamenti: di questi argomenti non mi sono mai occupato. Tanto meno di finanziamenti illeciti».

Lo ha dichiarato ai giornalisti l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, all’uscita dall’interrogatorio sostenuto, ieri mattina, di fronte ai magistrati che ipotizzano a suo carico l’accusa di finanziamento illecito ai partiti, nell’ambito delle indagini sul cosiddetto “sistema Mose”. «Ho contestato tutte le accuse – ha spiegato Orsoni – Credo di avere chiarito tutto».

L’avvocato Daniele Grasso, uno dei due difensori dell’ex sindaco, ha aggiunto che non vi è contrasto tra le affermazioni di Orsoni «e quanto riferito dai due parlamentari del Partito democratico ora indagati per la stessa vicenda», ovvero Davide Zoggia e Michele Mognato, ascoltati in Procura la scorsa settimana in relazione agli stessi finanziamenti elettorali contestati al candidato sindaco di Venezia. «Orsoni – ha precisato l’avvocato Grasso – aveva detto che della campagna elettorale e del suo finanziamento si occupavano i vertici del partito e mai lui in prima persona». Affermazioni che, secondo il legale, «non stridono» con quanto dichiarato da Mognato e Zoggia i quali «si sono detti a loro volta estranei».

Quanto ai rapporti intrattenuti con Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e indicato dalla Procura come “grande burattinaio” di numerose operazioni illecite, l’avvocato Grasso ha spiegato che Orsoni ha ammesso di aver avuto numerosi contatti con lui, ma si trattava «di rapporti di lavoro legati alla gestione di problemi cittadini e agli interessi del Consorzio Venezia Nuova in città e non su questioni economiche illecite».

Nel cortile della Cittadella della Giustizia, ad interrogatorio concluso, l’ex sindaco di Venezia è poi intervenuto per opporsi all’immagine di Venezia come città del malaffare: «Se ci sono delle situazioni non chiare dipendono tutte da Roma; guarda caso il Consorzio Venezia Nuova era gestito da Roma», ha dichiarato – Venezia è vista come un teatro», ma sul palcoscenico «non c’è alcun esponente della politica veneziana».

Orsoni ha poi aggiunto che «l’amministrazione comunale veneziana è corretta e trasparente, del tutto immune da qualsiasi problema di malaffare. Forse ai politici veneziani si può imputare un po’ di debolezza: diciamo che non ci sono grandi personalità che riescono a contrapporsi ad una violenza dei media che sfruttano queste situazioni per enfatizzare un malaffare che non c’è. Ci tengo a dirlo – ha concluso l’ex sindaco – per difendere l’immagine di questa città che purtroppo da parte di troppi non viene considerata un bene prezioso di tutti».

Colpa della stampa, insomma. Di «certa stampa», ha precisato Orsoni.

La finalità dell’interrogatorio di ieri è stata illustrata in tarda mattinata dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio: «Abbiamo voluto comunicare ad Orsoni di essere in possesso di nuove fonti di prova nei suoi confronti, quindi si è ritenuto doveroso mettergliele a disposizione».

(gla)

 

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