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MOSE – L’ex assessore voleva restare in carcere: non ho i soldi

Chisso nel mirino del Fisco: «Deve versare 4,3 milioni»

Renato Chisso non voleva lasciare il carcere di Pisa ed accettare il patteggiamento. Il motivo? La cartella che l’ex assessore si è visto recapitare in prigione. Una richiesta di 4,3 milioni di euro di tasse non pagate sui (presunti) proventi illeciti. Il fatto è che Chisso sostiene di non possedere nessun tesoro frutto di tangenti. «Se le cose stanno così, io non esco», ha detto al suo legale. Poi la moglie e l’avvocato l’hanno convinto.

 

INCHIESTA MOSE – All’ex assessore notificata in cella una cartella del Fisco per 4,3 milioni

Chisso voleva restare in carcere: «Non ho i soldi per patteggiare»

Quattro milioni e 300 mila euro. Quanto basta per decidere di restare in galera. «Io i soldi non li ho. L’ho già detto mille volte. Se per uscire, oltre alla condanna, mi devo anche beccare la condanna a vita di dover pagare questa montagna di quattrini, allora resto dentro». Voleva far saltare il patteggiamento, Renato Chisso, il quale, doveva fare i conti con le richieste della Procura di Venezia, che puntava ad ottenere almeno un milione di euro con il patteggiamento, e pure con l’Agenzia delle entrate che gli intimava di sborsare 4 milioni e rotti. Il conto finale era astronomico: più di 5 milioni di euro. Ora, la parte richiesta dalla Procura, gli aveva spiegato l’avvocato Forza, sarebbe stata tolta dall’accordo sul patteggiamento. Restava la richiesta dell’Agenzia delle entrate. La Guardia di finanza aveva stilato un elenco dettagliato delle imputazioni ed aveva fatto le somme: 8 milioni incassati, stando alle accuse, 4 milioni e 300mila euro da pagare in tasse. Ma in Italia – spiega l’avvocato Forza – non è previsto il pagamento delle imposte sui proventi illeciti. E, comunque, quella cartella esattoriale non c’entrava un bel nulla con il patteggiamento. Peccato che a Chisso fosse stata notificata in galera dalla Guardia di finanza poche ore prima. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, il punto è sempre lo stesso e cioè che a Chisso non hanno trovato nulla da sequestrare. E se nulla si sequestra, nulla si può confiscare e acquisire alle casse dello Stato. E’ il motivo per cui l’ex assessore alle Infrastrutture è l’unico che esce di galera senza concordare, assieme alla pena, anche il pagamento di un tot.
A Galan avevano sequestrato beni per quasi 5 milioni di euro e lui ha patteggiato 2 anni e 10 mesi di galera e 2 milioni e 600mila euro. Che si impegna a restituire allo Stato. L’accordo infatti va trovato sulla parte sequestrata e non sul quantum che il politico ha incassato in mazzette. Ma nel caso di Chisso non è stato trovato nulla. Lui dice che non li ha presi e che altri li hanno presi. Vero o falso che sia, se i soldi non saltano fuori non possono essere richiesti a nessuno. Ma Chisso non lo sapeva ed era convinto di dover comunque pagare. E’ per questo che, dopo la notifica della cartella esattoriale e mentre l’avvocato Forza trattava sulla pena – l’accordo è stato trovato su 2 anni, 6 mesi e 20 giorni – Chisso continuava a chiedere a Forza di non chiudere l’accordo perché soldi non ne aveva. Né da restituire allo Stato né da pagare le tasse. Preferiva restare in carcere. E così, quando è arrivata l’ordinanza del Gip Alberto Scaramuzza, che lo scarcerava, Chisso si è rifiutato di uscire dalla cella del carcere di Pisa. Era confuso – racconta il suo avvocato – e non si rendeva conto di quel che stava succedendo e, tra l’altro, era convinto che avesse ragione il suo compagno di cella, un tanzaniano il quale si picca di essere uno stregone in grado di prevedere il futuro. L’africano gli aveva detto che sarebbe stato scarcerato nella settimana che va dal 27 ottobre in poi e Chisso si era convinto che non sarebbe uscito prima. Ecco perché è arrivato a casa sua, a Favaro, con un paio di ore di ritardo, l’altra sera, ritardo che si spiega con il nubifragio che si è abbattuto anche su Pisa proprio al momento del rilascio, e con la necessità di convincerlo con pazienza a salutare tutti e a fare i bagagli, allontanandosi dalla cella lo aveva avuto come ospite da mercoledì 4 giugno 2014.
Era stranito, confuso, opaco, lo sguardo spento. E anche ieri mattina, pur rimesso in sesto dalla moglie, che lo ha costretto a tagliarsi la barba e gli ha portato la nipotina, non aveva ancora recuperato. Poi Chisso ha pranzato e subito dopo è arrivato il suo legale. L’avvocato Antonio Forza gli ha spiegato che deve attendere la decisione del Gip sulla richiesta di patteggiamento, che, se sarà accettata, comporterà automaticamente la perdita del seggio (e dello stipendio) in consiglio regionale.

Maurizio Dianese

 

DAVANTI AL GIP – Domani la maxi udienza con 19 indagati che hanno “concordato” la pena

L’appuntamento con i primi patteggiamenti è fissato per domani mattina. Il giudice per l’udienza preliminare Giuliana Galasso dovrà pronunciarsi sulle istanze presentate da 19 indagati, tra cui figurano l’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, accusato di corruzione (2 anni e 10 mesi e la confisca di 2,6 milioni di euro), l’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (11 mesi per finanziamento illecito); l’ex presidente del Magistrato alle Acque, Patrizio Cuccioletta (2 anni e 800 mila euro per corruzione), nonché numerosi imprenditori, tra cui figura il  […………..], titolare dell’omonima impresa e vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova (2 anni e 4 milioni di euro per corruzione).

 

MOSE. GALAN E SOCI, VERGOGNATEVI

Sono una persona anziana che, dopo tante peripezie di lavoro, riscuote una pensione modestissima. Tu galan (sì proprio con la “g” minuscola: chisso, orsoni e compagnia, elementi di spessore monetario nell’inchiesta Mose appartengono alla specie dei ciprinidi) per tanti anni sei stato il Doge, il Governatore del Veneto. Ci hai rappresentato a Roma, “dimenticando” la “cura promovendae salutis”, sostituita da “pro domo mea, meti in scarsea”. Ora, con il tuo curriculum di piombo, sei ritornato a casa! Io, pur di non essere alla gogna dei cittadini, me ne sarei rimasto in carcere, nascosto. Toni del spin ora non sarebbe certamente libero. Se ci fosse Guido Gozzano ti direbbe che (tu & C.) sei stato preso da affari turbinolenti, proiettato alla indebita conquista di un mare “pubblico”, non tuo. Ingordo! Guido avrebbe detto anche che – assieme alla tua compagine – faresti parte di quei ” cosi a due gambe che fanno tanta pena”. Avevi tutto. Non manca tanto a novembre e per me un mazzo di crisantemi sarà sempre pronto da mettere sulla tua coscienza.

Francesco Lucatello – Treviso

 

Quei politici che da anni non pensano al bene comune

Ritardi sulla costruzione del Mose (tanto che ne modificherei la denominazione in Esodo); ritardi sul completamento del percorso tramviario (tanto che il tratto Sernaglia-Panorama lo chiamerei “Desiderio” e i molti utenti che ne avrebbero potuto usufruire prima, non so quanto tempo della loro vita avranno perso); tempi lunghissimi per il completamento del garage in piazzale Leonardo Da Vinci (avrei un nome da proporre: Colosseo). Non si vede ancora luce per quanto riguarda quello di Ca’ Savorgnan (vogliamo chiamarlo Cappella Sistina?); opere gigantesche in via Costa e in via Poerio (la prima la rinominerei Boulevard Costa e la seconda Campi Poerio). Mentre buona parte della città – tra marciapiedi e strade – versa in condizioni penose, rese ancor più tali da lavori, a volte effettuati da privati, richiusi alla bell’è meglio, a discapito della sicurezza oltre che della decenza. Non parliamo poi del ponte di Calatrava, il quale ha visto elevare i costi. E nemmeno dell’insana idea di far giungere il tram fino a Venezia. Ho l’impressione che, negli ultimi decenni, i politici locali – sempre pronti a comparire in prima fila durante le inaugurazioni, ma altrettanto pronti a scaricarsi le colpe o svincolarsi dalle proprie responsabilità in caso di magagne – più che amministratori del bene comune, abbiano ardentemente desiderato passare per il regnante o l’imperatore di turno sotto la cui amministrazione è sorta quell’opera piuttosto che un’altra.

Alessandro Buia – Mestre

 

Vita politica

QUEGLI INSULTI RIVOLTI A GALAN

Dopo la nota faccenda sul “Mose” a Galan sono stati dati gli arresti domiciliari, e nella circostanza della scarcerazione è stato insultato da persone presenti all’evento! Il suo ex portavoce Franco Miracco (notizia del Gazzettino dell’11 ottobre) ha detto: “Che vergogna gli insulti a Galan!”. Allora diciamo che questa presa di posizione del signor Miracco, potrebbe avere una ragione qualora Galan non avesse commesso il fatto incriminato! Ma nel caso contrario (come è più probabile), credo che gli insulti siano solo dati dal notevole disagio che certe persone sentono addosso, per essere state ingannate sulla fiducia data a politici che pensano esclusivamente alle loro tasche! Dovevano forse andarlo a rincuorare con un mazzo di fiori? Ma in che “mondo” viviamo? Sì forse di menefreghisti!

Luigi Palman – Sedico

 

Gazzettino – Mose, Chisso cede e patteggia 2 anni e 6 mesi

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14

ott

2014

Mose, Chisso cede e patteggia 2 anni e 6 mesi

Concessi i domiciliari all’ex assessore regionale. Ma manca l’accordo sulla parte economica: la Procura punta a confiscare non meno di un milione. Deciderà il gip

DOPO QUATTRO MESI DI CARCERE

Dimagrito e sofferente. Da venerdì in ospedale. E’ rientrato a casa accompagnato dalla moglie. Resta aperta la caccia ai soldi: dove sono finiti?

La Procura di Venezia porta a casa la condanna a 2 anni 6 mesi e 20 giorni. L’avv. Antonio Forza porta a casa il suo cliente e non molla un centesimo. Del resto aveva a disposizione solo 1.500 euro, quelli trovati a suo tempo nel conto corrente di Renato Chisso e puntualmente sequestrati. Ad oggi infatti altri soldi non ne sono stati trovati e c’è da giurarci che l’avv. Forza abbia continuato a ribadire alla Procura, anche mentre faceva l’accordo sul patteggiamento, che i quattrini non devono cercarli da Chisso, ma da qualcun altro. Dunque le tracce del tesoro ci sono, ma il tesoro vero e proprio non si trova e il legale dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture ha gioco facile nel sostenere che chi ha condotto la Procura sulle tracce dei soldi sta facendo il gioco delle tre carte nel senso che accusa Chisso e invece i soldi se li è tenuti lui. O lei.
Sul patteggiamento continuava ad insistere la moglie di Chisso che ieri è partita di corsa in auto, accompagnata dal genero, per andare a Pisa a riprendersi il suo Renato. E’ stata l’unica volta che, appena uscita dal carcere, non si è attaccata al telefono per urlare all’avvocato che doveva darsi da fare. «Mi esce con i piedi in avanti se lei non si sbriga a chiudere» – gli diceva in lacrime.
L’altra accelerazione è derivata dal fatto che nei giorni scorsi Chisso era finito anche dentro l’inchiesta su Fabio Fior. Poca roba visto che si trattava di abuso d’ufficio, un reato da poco, ma sufficiente per far capire a Chisso e al suo legale che la Procura di Venezia non lo avrebbe mai mollato e, in caso di scarcerazione per motivi di salute, avrebbe subito stilato un altro mandato di cattura. Infine c’era la questione del processo immediato. La Procura aveva deciso di portare Chisso a giudizio subito e questo non dava tempo alla difesa di prepararsi adeguatamente. Teniamo presente che Chisso continua a battere sempre sullo stesso tasto: i soldi non li ho presi io, li dovete cercare da qualche altra parte. Ma per dimostrare che i soldi sono finiti in tasca a qualcun altro, ci vuole tempo. Le indagini difensive non sono ancora arrivate alla fine e siccome si tratta di indagini in grado di incastrare qualcuno che ha incastrato Chisso, c’era bisogno di prendere tempo. E così adesso la Procura dovrà fare esattamente questo dal momento che Chisso esce definitivamente di scena. Se verrà accettato il patteggiamento infatti, a Chisso la Procura potrà chiedere solo quei 1.500 euro che si trovano sul suo conto corrente. Ma questo non significa che i pm dell’inchiesta Mose abbandonino le ricerche del tesoro. E non serve essere degli stregoni per capire che l’avv. Forza sta per offrire alla Procura su un piatto d’argento almeno un nome di spicco tra coloro che si sono tenuti i soldi.
Del resto nella richiesta di patteggiamento Chisso è stato chiaro, quando ha scritto che «le mie precarie condizioni di salute non mi consentono di affrontare un processo che si preannuncia lungo e faticoso» e ha aggiunto che deve sottoporsi a coronarografia «per un eventuale intervento chirurgico». Dunque, «pur continuando ad asserire la mia completa estraneità ai fatti che mi vengono contestati» ha chiesto di essere ammesso al patteggiamento. E l’accordo, per l’appunto è stato trovato sui 30 mesi e 20 giorni di carcere.
Da ieri sera Renato Chisso è a casa a Favaro Veneto. E’ arrivato poco dopo le 21 ed è entrato in casa sorretto dalla moglie Gerarda. Barba lunga, dimagritissimo, camminava a fatica ed era visibilmente provato. Venerdì entrerà in ospedale dove sarò sottoposto a coronarografia e dove gli impianteranno con tutta probabilità un paio di stent per aprire una coronaria ostruita. E in ospedale Chisso attenderà la decisione del Gip sulla sua richiesta di patteggiamento. Dopodiché per lui la partita giudiziaria si chiuderà per sempre, mentre resterà aperta quella pecuniaria. Da qualche parte infatti i soldi devono essere pur finiti, no? E se non li ha Chisso…

Maurizio Dianese

 

Ieri l’ultima perizia: stato di salute compatibile con il carcere

MAXI UDIENZA – Giovedì per 19 indagati l’udienza davanti al giudice per chiudere ogni pendenza

L’ULTIMO DETENUTO – L’ex assessore ha lasciato dopo più di quattro mesi la cella nel carcere di Pisa

Anche Chisso si arrende patteggia 2 anni e 6 mesi

Concessi gli arresti domiciliari. Ancora non c’è accordo sulla parte economica

La Procura intenzionata a confiscare oltre un milione: la parola adesso al gip

Sequestrati soli i 1.500 euro trovati sul conto corrente

L’avvocato: «Scelta dettata da imprescindibili motivi sanitari»

Alla fine anche Renato Chisso sceglie di patteggiare e torna a casa. Così quella scarcerazione invocata per settimane per ragioni di salute, arriva come per Giancarlo Galan: grazie a un accordo con la Procura per un patteggiamento (in questo di 2 anni, 6 mesi e 20 giorni) e con il gip che, in attesa dell’udienza che dovrà applicare l’accordo, concede gli arresti domiciliari. Fino a ieri l’ex assessore regionale arrestato nel blitz del 4 giugno, sembrava destinato ad essere uno dei pochi big ad affrontare un processo sul sistema Mose. Invece non andrà così. Salvo decisioni a sorpresa del gip che potrebbe rigettare il patteggiamento, non ci sarà un dibattimento pubblico per Chisso. Lo scandalo dell’assessore a libro paga del Consorzio Venezia Nuova, finirà con una pena concordata tra accusa e difesa. E una “caccia” ai soldi da confiscare che, nel caso di Chisso, a differenza di Galan, non sono stati trovati.
Tutto si è deciso nel giro di poche ore. Fondamentale, probabilmente, è stato il parere con cui i periti nominati dal giudice per le indagini preliminari, Roberta Marchiori, avevano confermato la “compatibilità” delle condizioni di salute del detenuto con il carcere, tra l’altro un istituto penitenziario specializzato per il trattamento dei cardiopatici, come quello di Pisa, scelto proprio per questo. Ieri la relazione conclusiva dei dottori era sul tavolo del giudice, che a quel punto non poteva far altro che rigettare l’ennesima richiesta di scarcerazione presentata dal difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza. Ma già nei giorni scorsi la difesa aveva avuto dei contatti con il procuratore aggiunto Carlo Nordio – che coordina il pool di magistrati che ha scoperchiato il sistema Mose: Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini – per una diversa uscita di scena dell’ex assessore. Trattative che si sono chiuse ieri. Per l’avvocato Forza una scelta dettata da «imprescindibili motivi sanitari».
La pena concordata è di 2 anni e 6 mesi per le vicende del filone principale, più 20 giorni per il reato di abuso d’ufficio emerso dalla nuova inchiesta sugli uffici regionali. Più spinosa la questione della cosiddetta confisca per equivalente al profitto del reato. A differenza di Galan, per cui nell’istanza di patteggiamento è stata fissata anche la cifra da restituire (2 milioni e 600mila), per Chisso non c’è accordo sui numeri. Sarà il gip chiamato a valutare la congruità della pena, a dover stabilire anche l’entità della confisca sulla base del capo d’imputazione, tenendo conto dei reati caduti in prescrizione. A spanne una cifra che supera il milione. La Procura, da parte sua, continuerà la sua ricerca di eventuali fondi che Chisso potrebbe avere all’estero attraverso le rogatorie in corso. In un’ottica, a questo punto, di confisca.
Ieri, intanto, il gip Alberto Scaramuzza, dopo l’accordo sul patteggiamento, ha concesso gli arresti domiciliari a Chisso. Mentre il gip Marchiori ha dichiarato il “non doversi procedere” sulla richiesta di scarcerazione per motivi di salute, ormai superata dai fatti. A un altro gip, a questo punto, toccherà decidere sulla congruità della pena concordata. Non ci sono più i tempi tecnici per far rientrare anche Chisso nella mega udienza di giovedì prossimo, quando davanti al giudice Giuliana Galasso sono fissati i patteggiamenti di 19 indagati, Galan compreso. L’ex assessore dovrà attendere.

Roberta Brunetti

 

IL RETROSCENA – Chiusa la partita giudiziaria, continua la caccia ai soldi

Renato Chisso poco dopo le 21 è arrivato in auto in via Col San Martino 5. Era a bordo della Mercedes Classe A del genero, che nel pomeriggio è andato a prenderlo a Pisa. Barba lunga, estremamente dimagrito e sofferente, è sceso a fatica dall’auto e si è incamminato verso l’entrata di casa, sorretto dalla moglie Gerarda. Chisso resterà a casa sua fino a venerdì mattina quando uscirà per andare in ospedale. Il suo avvocato difensore gli ha già fissato il ricovero all’Angelo, dove sarà sottoposto a coronografia. E’ probabile, molto probabile, che i cardiochirurghi decidano di impiantargli altri due stent oltre ai due che hanno già piazzato nelle sue coronarie nel settembre dello scorso anno. Via Col San Martino è una stradina, larga quanto una macchina, che si trova alla periferia di Favaro, in mezzo ai “grebani” come si dice da queste parti. L’abitazione dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, che era detenuto a Pisa dal 4 giugno, è una casetta ad un piano, di quelle che negli anni Sessanta gli operai si costruivano da soli, in economia. Bianca, con una copertura di coppi rossi. Una casetta qualsiasi, nessun segno di opulenza. Parcheggiata in cortile, di fianco alla casa la vecchia Alfa, impolverata. Del resto è ferma da 4 mesi. Dietro l’Alfa c’è la Fiat 16 di sua figlia. Le persiane tutte giù e i vicini che nel pomeriggio guardavano con sufficienza l’affollamento di fotografi e telecamere. E chi accettava di parlare, era per dire che di Chisso, comunque, poteva parlare solo bene. Del resto, trovare qualcuno che parli male di Chisso non è difficile, a Favaro è impossibile. A meno che non vai al bar di piazza Pastrello dove tra un’ombra e l’altra c’è sempre qualcuno disposto a sostenere che lui lo sapeva da sempre che Chisso era un ladro e che era solo questione di tempo che lo prendevano e lo mettevano al gabbio. Ma se vai dai vicini di casa farai solo collezione di superlativi “bravissimo” o “buonissimo”. Insomma a Chisso è difficile che capiti quel che sta succedendo a Galan e cioè che facciano la fila a passare davanti a casa sua per fargli sapere quel che pensano di lui. Del resto ieri sera, nonostante l’affollamento di fotografi e giornalisti, non c’è stato nessuno che si sia fermato o che abbia messo fuori di casa la testa per dire che basta e non se ne può più dei ladri. Macchè, qui a Favaro, Chisso è come il parroco, lo conoscono tutti e in tanti sono andati almeno una volta a chiedergli aiuto. E per quanto impossibile possa sembrare, anche adesso che ha patteggiato e quindi in qualche modo ha ammesso di essere colpevole, trova sempre qualcuno disposto a mettere la mano sul fuoco per lui. «Vive come vivo io che ho fatto l’autista dell’Actv – dice Ennio Franchin che di Chisso è amico da sempre – Le vacanze insieme erano ferie da impiegato. Prendevamo una casa in affitto a 700 euro alla settimana e ci dividevamo tutte le spese. Per anni siamo andati in vacanza in Calabria, ore e ore di macchina, una “coppata” da fare in giornata, per risparmiare. L’anno scorso siamo andati in Sardegna e anche quest’anno, se non fosse successo niente, saremnmo andati in vacanza insieme». Insomma Ennio non crede ad un Chisso dottor Jeckyll e mister Hyde. «Ma dai. Io non ci credo. Non ha mai fatto una vita da soldi.»

Maurizio Dianese

 

 

IN TRIBUNALE – L’ex sindaco sarà l’unico politico di spicco ad affrontare il processo

Orsoni in aula, l’incubo del Pd

IL RISCHIO – Le udienze durante la campagna elettorale

Al Pd che conta di tornare ad amministrare il Comune di Venezia e che sogna di strappare la Regione a Luca Zaia, forse conveniva che Renato Chisso non chiedesse il patteggiamento. Gli imputati eccellenti su cui accendere i riflettori giusto sotto elezioni, sarebbero stati due. Un tritacarne mediatico bipartisan. Invece, a processo al momento va solo Giorgio Orsoni, l’ex sindaco di Venezia che il Pd, dopo gli arresti domiciliari, si era premurato di scaricare: “non è iscritto al partito”. Il che era vero, solo che la precisazione del partito peccava di omissione. Perché Orsoni nel 2010 aveva fatto le primarie di coalizione ed era sostenuto da quasi tutto il Pd. E perché dopo la vittoria, il Pd in giunta a Venezia c’era.
Con Orsoni (che inizialmente aveva concordato un patteggiamento di quattro mesi cui però si era opposto il gip e a quel punto l’ex sindaco ha deciso per il processo), andranno a giudizio l’ex europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori e Enzo Casarin, che di Chisso era il braccio destro in Regione, mentre Federico Sutto, del Consorzio Venezia Nuova, pare patteggi. Il processo a Orsoni rischia di oscurare gli altri. Tant’è che nel Pd si spera che i procedimenti inizino a primavera inoltrata, dopo le primarie e dopo le elezioni. Perché sarebbe imbarazzante leggere di Orsoni che ripete quanto detto durante gli interrogatori: i soldi di Mazzacurati? li voleva il Pd, Zoggia, Marchese e Mognato insistevano. Zoggia e Mognato hanno negato, Marchese ha patteggiato. Ma le cronache dal tribunale nessuno vorrebbe leggerle in campagna elettorale.

 

Nuova Venezia – Chisso patteggia e va ai domiciliari

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14

ott

2014

Dopo Galan, patteggia l’ex assessore: due anni e sei mesi

Anche Chisso ai domiciliari

L’arrivo dell’ex assessore, dapprima previsto per il pomeriggio di ieri, è stato ritardato dalla pioggia

All’uscita dal carcere l’attesa della moglie e dell’avvocato, insieme ai due il viaggio in direzione Mestre

Da Pisa in mezzo al maltempo poi prima notte in casa a Favaro

MESTRE Da ieri sera Renato Chisso dorme nel suo letto nella casa di via Col San Martino 5, a Favaro. Ha ottenuto i domiciliari dopo l’accordo con la Procura per il patteggiamento della pena di due anni e sei mesi. A Pisa, all’uscita dal carcere, ad attenderlo c’erano il suo legale, la moglie e il genero, Ha fatto il viaggio di rientro a bordo di una Mercedes Classe A. Viaggio caratterizzato dal maltempo. È arrivato a Mestre intorno alle 21.30, inizialmente l’arrivo era previsto alle 18. Davanti casa sono rimasti ad attenderlo solo giornalisti e fotografi. Pochi gli abitanti della zona che si sono limitati a chiedere cosa stava succedendo, incuriositi dall’insolita presenza dei cronisti. Dopo l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan anche l’ex assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso ha scelto il patteggiamento. Dopo che i periti del giudice per le indagini preliminari lunedì mattina si erano detti convinti della compatibilità delle condizioni di salute dell’ex assessore con il regime carcerario, i suoi avvocati hanno presentato in Procura una istanza di patteggiamento. Anche perché Chisso rischiava di rimanere dietro le sbarre parecchio tempo. Stesso copione rispetto a qualche giorno fa, quando a presentare la richiesta era stato il collegio difensivo di Galan, ottenendo i domiciliari per l’ex ministro. I pubblici ministeri, vista la situazione giudiziaria molto simile, hanno dato il proprio assenso anche in considerazione del fatto che c’è il rischio prescrizione. Quindi Renato Chisso patteggia e viene scarcerato, dopo essere stato rinchiuso nel carcere di Pisa fin dal primo giorno del suo arresto nel giugno scorso. Per lui una condanna a due anni e sei mesi di reclusione. Sulla confisca di un milione di euro si dovrà pronunciare il giudice. Mentre ha già patteggiato altri 20 giorni. Piergiorgio Baita sostiene di averlo pagato con 250mila euro l’anno dalla fine degli anni ’90 al 2013. Un gruzzolo di quasi 4 milioni che non si capisce dove sia finito. Le opere pubbliche sono la sua passione. Dice nel 2012: «In Veneto sono stati impegnati oltre 11 miliardi per di opere pubbliche. Senza contare le opere già concluse come il Passante di Mestre». Tutte in finanza di progetto. Secondo la Procura di Venezia la sua fortuna, anche quella non ancora trovata, viene da qua.

Carlo Mion

 

Pm e difesa: due anni, sei mesi, venti giorni. Ora parola al gip

L’avvocato: «Decisione per imprescindibili motivi di salute»

Chisso patteggia e va ai domiciliari

VENEZIA – Anche l’avvocato Antonio Forza, difensore dell’ex assessore regionale di Forza Italia Renato Chisso, ha raggiunto l’accordo con la Procura: due anni, sei mesi e 20 giorni di reclusione e gli arresti domiciliari. L’esponente politico è uscito dal carcere di Pisa, grazie al provvedimento firmato dal giudice Alberto Scaramuzza, nel primo pomeriggio ed è tornato nella sua casa di Favaro. I pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini non hanno trovato l’accordo, invece, sulla cifra che l’ex assessore dovrà consegnare, ma hanno deciso egualmente di procedere con il patteggiamento, lasciando al magistrato che giudicherà la congruità della pena frutto dell’accordo di decidere sulla cifra che Chisso dovrà restituire. Stando ai conti dei rappresentanti dell’accusa la cifra dovrebbe aggirarsi sul milione di euro o poco più. Pochi minuti dopo la firma del provvedimento che ha permesso all’ex assessore accusato di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul Mose , un altro giudice veneziano, Roberta Marchiori, ha dichiarato il non doversi procedere per la vicenda della compatibilità della detenzione con le condizioni di salute di Chisso. L’avvocato Forza aveva presentato un’istanza chiedendo la scarcerazione del suo cliente a causa delle gravi condizioni di salute, sia fisiche sia mentali. Sosteneva con i suoi consulenti medici che da un lato i problemi cardiaci (prima dell’arresto era stato colpito da un infarto) dall’altro la depressione (causata dalla permanenza in carcere) deponevano per il fatto che la carcerazione non era compatibile con la sua salute. La Procura aveva nominato altri consulenti che, invece, avevano affermato che poteva rimanere in carcere, anche perché quello di Pisa ospita un Centro clinico cardiologico di buon livello. Il giudice Marchiori, a sua volta, aveva nominato tre periti, che proprio entro il 13 ottobre avrebbero dovuto dire la loro e, sulla base delle conclusioni raggiunte dai tre medici, il magistrato avrebbe dovuto decidere sulla scarcerazione o meno. Il provvedimento del collega Scaramuzza, giunto dopo l’accordo con la Procura sul patteggiamento della pena, ha reso inutile la decisione, visto che ha dato la possibilità a Chisso di tornare a casa seppur agli arresti. L’avvocato Forza ha spiegato la decisione di patteggiare affermando che si è trattato di «una scelta dettata dagli imprescindibili motivi di salute di Chisso». Le accuse che sono rientrate nell’accordo non riguardano soltanto quelle mosse dai tre pm che indagano sulla corruzione da parte del Consorzio Venezia Nuova, ma anche il reato di abuso d’ufficio contestato dal pubblico ministero Giorgio Gava nell’ambito dell’indagine sulle discariche abusive nel Veneto che ha fatto scattare le manette ad uno dei collaboratori più stretti dell’ex assessore, il dirigente regionale Fabio Fior. Chisso deve rispondere di aver promosso l’approvazione da parte della giunta regionale di finanziamenti per circa un milione di euro per progetti che riguardavano le discariche abusive. Quei venti giorni aggiunti ai due anni e mezzo riguardano proprio questa indagine, che Chisso è riuscito a chiudere, almeno per quanto riguarda la sua posizione, ancor prima di qualsiasi richiesta di rinvio a giudizio. Ora, i pubblici ministeri starebbero trattando il patteggiamento del segretario di Chisso, Enzo Casarin.

 

SCANDALO MOSE – Galan patteggia, Paese senza speranze

Vorrei esprimere le mie riflessioni alla notizia del patteggiamento e conseguente scarcerazione di Giancarlo Galan. L’ex presidente della Regione ha ricevuto, secondo le accuse di Mazzacurati, un milione di euro all’anno per dieci anni. Grazie anche a questi soldi possiede una villa da sogno sui Colli Euganei, barche da crociera, terreni gasiferi in Indonesia, investimenti in Croazia, conti all’estero e altri beni intestati a prestanome. La Procura accetta il patteggiamento che gli permette di non fare più un giorno di carcere, oltre ai due mesi già scontati, e gli infligge una multa di 2,6 milioni di euro, cioè solo un quarto dell’illecitamente percepito. La stessa cosa si ripete con Chisso. Chiedo: perché un cittadino, in base a come si è conclusa questa vicenda di latrocinio, dovrebbe astenersi dal rubare, rapinare, rapire a scopo di riscatto? Poi un bel patteggiamento, e se ne sta a casa propria con i suoi libri, i suoi dischi, i suoi cani, i suoi familiari e i tre quarti del malloppo, alla faccia delle vittime che, nel caso di Galan, sono più di cinque milioni di Veneti. È forse perché noi cittadini siamo migliori dei nostri politici e amministratori? Non credo, altrimenti non li voteremmo. Mi viene da pensare che in questo Paese è tutto marcio e i giovani fanno bene ad emigrare all’estero, perché non c’è più speranza.

Roberto Coletti – Favaro

 

SCANDALO MOSE: IL GIP DECIDE SU CHISSO

Spaziante, sì della Procura. Patteggerà quattro anni

MILANO La Procura di Milano ha dato parere favorevole alla richiesta dell’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, arrestato lo scorso giugno per corruzione e imputato nel filone d’indagine milanese sul caso Mose, di patteggiare una pena di 4 anni di reclusione. Lo scorso 2 ottobre, infatti, Spaziante ha depositato in Procura un’istanza di patteggiamento e nei giorni scorsi i pm Luigi Orsi e Roberto Pellicano, coordinati dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, hanno dato l’ok alla richiesta dell’ex generale delle Fiamme Gialle, che si trova in carcere a Santa Maria Capua Vetere. Ora sull’istanza dovrà esprimersi il gip in un’udienza ancora da fissare. Il giudice dovrà decidere se ratificare o meno il patteggiamento di Spaziante e anche quello a 2 anni e 6 mesi concordato con i pm, a fine settembre, dall’ex ad di Palladio Finanziaria Roberto Meneguzzo. Nessuna proposta, invece, è arrivata da Marco Milanese, l’ex «braccio destro» di Giulio Tremonti, il quale invece, ritenendosi estraneo ai fatti contestati, ha deciso di affrontare il dibattimento che si aprirà davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano il prossimo 4 novembre. Al centro di questa tranche di indagine, trasmessa per competenza territoriale da Venezia a Milano, ci sono due episodi di corruzione. Nel primo, secondo l’accusa, Milanese sarebbe stato il destinatario di una mazzetta da 500mila euro che il Consorzio Venezia Nuova, allora presieduto da Giovanni Mazzacurati, gli avrebbe fatto avere attraverso Meneguzzo. Lo scopo della dazione era di far sì che nelle decisioni del Cipe entrasse la voce «Mose» per avere nuovi stanziamenti pubblici. Il secondo episodio contestato ha al centro un’altra presunta tangente da 500 mila euro, contro una promessa di 2,5 milioni, che sarebbe stata versata sempre da Mazzacurati e sempre tramite Meneguzzo, per corrompere Spaziante in merito a verifiche fiscali. Quanto a Renato Chisso, l’ex assessore regionale in carcere dal 4 giugno scorso, i difensori attendono per oggi la decisione del Gip sulla scarcerazione: il giudice ha esaminato la perizia del collegio composto da un medico legale, un cardiologo e un perito forense, che hanno visitato nei giorni scorsi Chisso nel carcere di Pisa. Il loro parere è determinante nella decisione del giudice Roberta Marchiori, chiamata ad esprimersi rispetto alla richiesta di scarcerazione per motivi di salute. Il termine di carcerazione preventiva per l’ex assessore, altrimenti, scadrà solo ai primi di dicembre. Sull’inchiesta si scatena anche la polemica politica: la democratica Alessandra Moretti, sempre più vicina alla decisione di correre come governatore, pizzica il governatore Zaia che gongola per i sondaggi che lo danno in netto vantaggio: «Centro destra in Veneto avanti di dieci punti? Certamente sulle inchieste!» recita in un tweet.

 

L’accordo accusa-difesa su Galan ha aperto la via alla trattativa sull’ex assessore “tentato” anche l’ex braccio destro di Mazzacurati, ancora agli arresti domiciliari

L’onda dei patteggiamenti: dopo Chisso, in pista Sutto

VENEZIA – Sono arrivate ieri sul tavolo del giudice veneziano Roberta Marchiori le conclusioni cui sono giunti i suoi tre periti, un medico legale, un cardiologo e uno psichiatra forense, sul conto dell’ex assessore regionale Renato Chisso e, di conseguenza, la sua decisione sulla richiesta del difensore, l’avvocato Antonio Forza, sarà presa e resa nota nei prossimi giorni. Non è escluso, comunque, che la trattativa avviata venerdì tra il difensore dell’esponente di Forza Italia e il procuratore aggiunto Carlo Nordio per trovare l’accordo sulla pena da patteggiare possa concludersi prima che il giudice decida se il carcere è compatibile o meno con le condizioni di salute di Chisso. La conseguenza, quindi, sarebbe, come è accaduto per Giancarlo Galan, che anche lui potrebbe velocemente uscire dal carcere di Pisa e tornare nella sua casa di Mestre o essere ricoverato in un ospedale, comunque agli arresti domiciliari. L’accordo raggiunto tra i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini da una parte e gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini per conto di Galan (due anni e 10 mesi e due milioni e 600 mila euro) potrebbe dare il via anche ad altri patteggiamenti oltre a quello di Chisso. C’è un altro indagato che potrebbe cercare l’accordo con l’accusa, è il braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova, Federico Sutto, che si trova agli arresti domiciliari. Grande amico di Chisso e come lui per anni nel partito socialista di Gianni De Michelis – è stato anche sindaco di Zero Branco – prima di passare al movimento fondato da Silvio Berlusconi, è accusato di aver consegnato a destra e a manca numerose bustarelle per conto dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, ma nel suo interrogatorio – stando ai pubblici ministeri – avrebbe riferito soltanto una parte di ciò che sa e che ha combinato, evitando soprattutto di parlare di Chisso. L’accordo su Galan, che esclude qualsiasi ammissione di colpa come hanno più volte sottolineato i suoi difensori, potrebbe a questo punto aprire la strada anche al patteggiamento di Sutto. Se così fosse, i pubblici ministeri veneziani non avrebbero più nessuno per cui chiedere il rito immediato, ma dovrebbero limitarsi a depositare le carte dell’inchiesta per quella decina di indagati, tra cui l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare Lia Sartori, prima della richiesta di rinvio a giudizio.

Giorgio Cecchetti

 

La Corte dei Conti pronta a chiedere i danni erariali

C’ è anche la Corte dei Conti pronta a battere cassa da Giancarlo Galan, chiamato a staccare un assegno da 2,6 milioni di euro (che portrebbero diventare quasi 4 con le aliquote fiscali evase). L’ex ministro della Cultura rischia di dover risarcire anche il danno erariale procurato alla cosa pubblica: quello più rilevante riguarda i danni all’immagine della Regione e della città di Venezia, finite entrambe nella polvere con l’inchiesta sul Mose. I grandi sponsor non vogliono più affiancare il loro nome ai grandi simboli culturali, in primis La Fenice: l’orchestra del gran teatro si trova a corto di risorse anche perché le «maison» internazionali hanno dirottato altrove le risorsem dopo l’ennesimo scandalo in laguna. Il procuratore regionale della Corte dei Conti, Carmine Scarano, aveva già avviato la procedura per i danni erariali qualche mese fa e a fine settembre, al termine dell’udienza che ha approvato il bilancio della Regione, è tornato sulla vicenda: la Corte dei conti ha avviato la procedura per calcolare il danno all’immagine: che sia «immenso» non c’è dubbio, ora si tratta di quantificarlo.

 

«Pellegrinaggio» dei curiosi a villa Rodella

Villa Rodella alla pari di un’attrazione turistica. Il fenomeno si era già manifestato nelle settimane dell’arresto, ma da giovedì – giorno del rientro a casa dell’ex governatore – salta notevolmente agli occhi: non si contano le automobili che passano per via Dietromonte per curiosare dentro la proprietà di Giancarlo Galan, ai domiciliari nella sua villa Rodella di Cinto Euganeo. La tenuta sui Colli dell’ex Doge è diventata quasi meta di «pellegrinaggio»: le auto attraversano la via, che dal centro di Lozzo Atestino taglia per Cinto Euganeo e Rivadolmo, rallentano in prossimità del primo cancello della villa, si fermano davanti al corpo centrale del rustico e provano a buttare l’occhio nella speranza di vedere l’ex ministro. Che, perlomeno negli orari di piena luce, non si rivela e non esce in giardino, quasi sicuramente proprio per evitare gli sguardi dei curiosi. Mai, lungo questa strada secondaria, si era vista così tanta gente passare. Pare invece interrotta la processione di ciclisti infuriati, che davanti alle telecamere di giornalisti e tv sia giovedì che venerdì, tra una pedalata e l’altra, avevano gridato pesanti invettive all’ex governatore veneto.

(n.c.)

 

L’ex segretaria dell’allora governatore dal 1995 al 2000: «Ecco come gli imprenditori pagavano»

«L’omo grando» e le bustarelle

VENEZIA – Per cinque anni, dal 1995 al 2000, è stata al fianco di Giancarlo Galan a Palazzo Balbi, era a capo della sua segreteria e ne ha viste tante, poi l’hanno isolata e trasferita perché aveva lanciato l’allarme, riferendo allo stesso presidente della giunta regionale che alcuni imprenditori raccontavano di aver pagato tangenti a lui e ai suoi uomini, e perché si era rifiutata di ricevere e consegnare una busta che conteneva denaro. Ha fatto causa di lavoro alla Regione per demansionamento e ha scritto un libro nel 2008, «L’omo grando», in cui denunciava la corruzione. Fanny Lardjane, allora tra l’altro impegnata in politica (era presidente del Consiglio di quartiere del Lido per Forza Italia), ha cambiato lavoro e città e accetta di rispondere alle domande. Ha più risentito Galan prima o dopo il suo arresto? «Prima del suo arresto no, non ne volevo nemmeno sentire parlare. Poi gli ho scritto la prima lettera e lui mi ha risposto dal carcere. Se lei già sa probabilmente dagli inquirenti che ci siamo scritti non posso negare, comunque i contenuti delle lettere riguardano soltanto lui e me». Che pensa di quegli imprenditori che hanno negato di aver finanziato le sue campagne elettorali dopo che lui aveva rivelato i loro nomi? «Sono rimasta disgustata, so di certo di alcuni di loro, perché proprio loro me lo hanno riferito in confidenza, che hanno pagato. Uno ad esempio, un imprenditore trevigiano si era lamentato con me perché doveva consegnare 400 milioni di lire all’anno. C’era qualcun altro che chiedeva di inserire in Regione questo o quello, tra l’altro è accaduto anche con un giornalista». E con Chisso è rimasta in contatto? «All’epoca era un amico e l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato poco dopo l’arresto di Claudia Minutillo e della notizia che stava parlando. Lui era molto preoccupato in quei giorni ed evidentemente ne aveva le sue ragioni. Io da subito gli avevo consigliato di dimettersi da assessore non tanto perché sapessi che aveva intascato tangenti, questo non posso proprio dirlo, ma per la sua responsabilità politica nell’intera vicenda. Lui, però, non mi ha ascoltato». Hanno mai cercato di avvicinarla, di contattarla, dopo che era stata trasferita e isolata? «Nel giugno 2000 mi hanno messo in condizioni di non lavorare più in Regione, non avevo più un ufficio, una scrivania e nel dicembre dello stesso anno, mi ricordo, un imprenditore di Chioggia mi ha dato appuntamento all’hotel Sofitel e mi ha spiegato che gli avevano detto di offrirmi 500 milioni di lire, allora c’erano ancora quelle, perché io tacessi, io l’ho anche raccontato ad un magistrato che mi ha sentito e lui ha interrogato quell’imprenditore, che naturalmente ha negato». Ma che pensa dell’inchiesta della Procura veneziana? «Finalmente, era ora. Comunque Galan non deve diventare il capro espiatorio perché se un politico ruba e incassa tangenti non riesce a farlo senza il sostegno e l’omertà dell’apparato amministrativo. Comunque, credo che questo sistema continuerà anche dopo l’inchiesta su Galan e il Mose di Venezia».

Giorgio Cecchetti

 

IL FASCICOLO DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI

Fanta-progetto milionario nelle carte contro Matteoli

VENEZIA «Thetis, su incarico del Consorzio (Venezia Nuova) paga questi 7 milioni e mezzo, pensando che poi i lavori sarebbero scaturiti dopo questo progetto. Progetto che, essendo carta colorata, non si è mai tradotto in lavori». Così Piergiorgio Baita, ex presidente Mantovani: riservano sempre nuove sorprese sui mille rivoli del sistema Tangenti Mose le migliaia di pagine di interrogatori dell’inchiesta. L’ultima perla – milioni per un progetto di “carta colorata” – si legge nelle 200 pagine che il Tribunale dei Ministri e la Procura di Venezia hanno inviato in Parlamento, per chiedere l’autorizzazione indagare sull’ex ministro Altero Matteoli – che respinge con forza ogni addebito – accusato di aver intascato tangenti dal Consorzio Venezia Nuova in cambio di fondi e di aver fatto pressioni per far lavorare alcune imprese, che in realtà hanno solo fatto cassa. Come quella del suo sodale di An Erasmo Cinque (48 milioni nella partita bonifiche Porto Marghera per la sua azienda, senza di fatto alcun cantiere è l’accusa) e la Teseco. Tra bisticci e ripicche. Racconta Baita: «Poi Matteoli non è più ministro dell’Ambiente, ma delle lnfrastrutture e deve aver litigato con Erasmo Cinque, perché presenta un altro signore, un certo Gualtiero Masini (….) che si propone di fare un progetto – che a proposito di cartiere (fabbriche di fatture false, ndr) è veramente un capolavoro! – di impianto di lavaggio terra a Marghera: un progetto, un fascicolo colorato, incarico che dà a Thetis, del valore di circa 8 milioni di euro». Che Thetis – società con soci Actv e poi nomi dell’inchiesta: Adria infrastrutture, Condotte, Mantovani, Mazzacurati, Coveco, Cvn – paga. Ma non se ne fa nulla. Conferma anche l’ex ad, poi assessore comunale, Antonio Paruzzolo: «Nel maggio 2002, Mazzacurati mi riferì che era stato deliberato l’avvio di un progetto di bonifica di terre inquinate nel quale Thetis avrebbe avuto un ruolo importante. Thetis fu invitata da Mazzacurati a mettersi in contatto con Gualtiero Masini della Teseco per elaborare il programma relativo a tale progetto (… omissis…) Il 2 luglio del 2002 mi arrivò una telefonata di Mazzacurati: mi riferì che l’intero progetto era già stato concordato con le istituzioni preposte, tra cui Magistrato alle Acque e ministero dell’Ambiente e doveva assolutamente procedere nei modi in cui era stato stabilito, cosa che io assolutamente non condividevo. In pratica, mi impose di non far eseguire il progetto alla Thetis ma di passarlo in toto alla Teseco (…). Percepii che Mazzacurati era in forte difficoltà e non avrebbe potuto agire diversamente in quanto fu l ‘unica circostanza in cui mi “impose” qualcosa contro la mia volontà. Accettai forse anche perché emotivamente provato dal un lutto». Storia di 7 milioni di “carta colorata”.

Roberta De Rossi

 

De Menech e la Moretti contro il governatore della Lega: «È stato il vice di Galan dal 2005 al 2008»

Il Pd: crolla il centrodestra di Zaia

VENEZIA «Stiamo assistendo al crollo del sistema di potere del centrodestra. Mi pare difficile che Zaia possa chiamarsi fuori, almeno politicamente ha delle responsabilità». Lo sostiene il segretario veneto del Pd, Roger De Menech, che torna a infuocare la polemica, dopo la clamorosa decisione dell’onorevole Giancarlo Galan (Forza Italia) di scendere a patti con la giustizia. Zaia ha sempre affermato che la Lega è l’unico partito estraneo completamente all’inchiesta e ma il Pd va all’attacco. «L’ex presidente della giunta regionale Galan che patteggia 2 anni e 10 mesi e deve restituire oltre 2,6 milioni di euro allo Stato, un assessore in carcere, un consigliere di maggioranza indagato, diversi tra i massimi dirigenti regionali indagati per reati gravissimi, i responsabili delle imprese che hanno vinto tutti i grandi appalti regionali in carcere, agli arresti domiciliari o indagati. Se questo è il lascito della giunta Zaia è meglio voltare pagina velocemente. Da 20 anni il centrodestra è a capo della Regione» aggiunge Roger De Menech, «ma Zaia finge di essere all’oscuro di quanto è accaduto. Eppure è stato il vice di Galan dal 2005 al 2008, Zaia ha nominato l’assessore Chisso nel 2010 e ha lavorato al suo fianco ogni giorno per oltre quattro anni. Non intendo dare giudizi, quelli spettano ai giudici. Però dico che ci sono responsabilità politiche a cui il presidente di una delle più importanti regioni italiane non può e non deve sottrarsi» continua il deputato e segretaruio regionale del Pd. «Perché da qualsiasi parte la si guardi, questa vicenda fa acqua: o Zaia ha perpetrato il sistema di potere costruito da Galan, oppure non è stato capace di cogliere i segnali deboli che pure arrivavano. Le indagini su molti uffici regionali si susseguono infatti da anni e sono state segnate da arresti eccellenti. Cosa è stato fatto per prevenire corruzione, malversazione, peculato e abuso di ufficio, i principali reati contestati agli indagati? A leggere le cronache giudiziarie sembra davvero molto poco e di questo i cittadini veneti chiedono e chiederanno conto», conclude De Menech. Nei giorni scorsi per commentare l’ultima inchiesta su politica e malaffare in Veneto che ha coinvolto anche Fabio Fior, un funzionario della Regione, e i due ex assessori Chisso e Conta, aveva preso posizione con un tweet anche l’eurodeputata Pd Alessandra Moretti: «Valanga di inchieste alla Regione Veneto. Zaia risponda: non vede, non sente, non parla. Ma lo sa di essere Governatore?» scrive nel suo teewt la Moretti, della segreteria del Pd, indicata come la candidata più autorevole nella sfida del 2015 al governatore della Lega.

(r.r.)

 

Gazzettino – Mose, la Procura punta sulle confische

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12

ott

2014

VENEZIA La strategia dei magistrati che conducono l’inchiesta più scottante degli ultimi vent’anni

Mose, la Procura punta sulle confische

Più che le pene detentive, ai Pm interessano i 12 milioni che gli indagati sborseranno

È la confisca dei patrimoni personali, ancor più del carcere, la sanzione che preoccupa chi finisce sotto inchiesta. Accade nelle inchieste per droga, così come in quella per corruzione o reati fiscali. Gli inquirenti se ne stanno rendendo conto ogni giorno di più e, di conseguenza, l’azione di costrasto agli illeciti si concentra in maniera crescente – grazie ai nuovi strumenti normativi a disposizione – sul fronte economico-finanziario con risultati apprezzabili, come dimostrano i 12 milioni di euro che saranno complessivamente confiscati a tutti gli indagati che hanno chiesto di patteggiare nell’inchiesta sul “sistema Mose”.
Contro l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan e gli altri co-indagati, i pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini hanno applicato la disciplina del sequestro (e confisca) per equivalente, che prevede di poter sottrarre somme di denaro, beni o altre utilità di cui il reo abbia la disponibilità per un valore corrispondente ai cosiddetti prezzo, prodotto e profitto del reato, con l’obiettivo di impedire che l’impiego economico dei beni di provenienza delittuosa possa consentire al colpevole di garantirsi il vantaggio che era oggetto specifico del disegno criminoso. Il sequestro per equivalente può essere applicato, tra gli altri, per reati di corruzione, usura, truffa aggravata, ma anche nel caso di reati tributari. E perfino nei confronti delle società a patto che i beni siano direttamente riconducibili al profitto del reato.
L’altro strumento normativi utilizzato sempre più di frequente è quello delle misure di prevenzione (anche patrimoniali) che, grazie al decreto 159 del 2011, possono essere applicate anche al di fuori delle indagini di mafia. In sostanza i magistrati possono chiedere e ottenere il sequestro, e la successiva confisca, dei beni il cui valore risulti sproporzionato al reddito dichiarato o all’attività economica svolta dalla persona sotto inchiesta, oppure quando, «sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego».
La sola Procura di Venezia nel 2014 ha attivato ben 24 procedure di questo tipo, alcune delle quali si sono già concluse con provvedimenti di confisca, come nel caso dei titolari di una società finita sotto accusa per traffico di rifiuti. Il magistrato delegato ad occuparsi delle misure di prevenzione in laguna è il sostituto procuratore Walter Ignazitto, che ha acquisito una grande esperienza sul campo a Messina, in Sicilia, dove si è occupato a lungo di procedimenti di mafia.
I provvedimenti di prevenzione patrimoniale possono essere assunti a prescindere dall’esistenza di una condanna penale: il tribunale può disporre «la confisca dei beni sequestrati di cui la persona nei cui confronti è instaurato il procedimento non possa giustificare la legittima provenienza… nonché dei beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego», recita la norma. È sufficiente dimostrare che il valore di quei beni è sproprozionato al proprio reddito: non è difficile capire perché i criminali iniziano a preoccuparsi.

 

GALAN IN GALERA, NON IN VILLA

E’ uno scandalo che Galan e compagni se la cavino con patteggiamenti che li terranno al sicuro nelle loro ville a godere di ciò che hanno rubato al Popolo italiano. Meriterebbero pene da bande organizzate quali erano. Minimo 12 anni di galera e sequestro di tutti i beni.

Alberto Zennaro – Rovigo

 

TANGENTI ITALIA FONDATA SULLA CORRUZIONE

Come possiamo combattere e contrastare la mafia, la camorra, la n’drangheta, la sacra corona unita e altre cosche e comitati d’affari sporchi quando quasi tutto il sistema politico è corrotto e praticante la tangente e la cooptazione? Gli ultimi fatti successi in Veneto ne sono la prova lampante. Partono tutti puri e incendiari a parole e finiscono pompieri corrotti, e qualcuno pure in galera. Nel sud quando uno chiede qualcosa alle cosche di solito viene esaudito. Qui al nord uno chiede qualcosa alle istituzioni la risposta in tempi di crisi è nulla o insufficiente, e talvolta accompagnata da indifferenza e silenzio. Quanti suicidi ancora? E poi i politici dicono che siamo qualunquisti e si arrabbiano se non andiamo a votare! Certamente se va avanti così il senso dello stato di noi Italiani va a farsi friggere. Come mai invece in molte altre Nazioni straniere e in America è alto il senso della Patria? Bisogna cominciare con due mandati e poi uno deve lasciare il posto ad altri. La politica se fatta bene logora. Tutti utili ma nessuno indispensabile. Basta gerontocrazia. Basta le solite facce dei “professionisti pret-a-porter” della politica, che passando da uno schieramento all’altro straparlano e scaldano lo scranno e si fanno solo i loro cavolacci. Istituiamo la pagella per i politici, se i voti e i risultati non sono buoni o insufficienti, via a casa. Quando rubano inficiano anche quello di buono che hanno fatto, vedi Passante ed altre opere. Alla fine la gente si ricorda di loro per la loro scandalosa condotta e non per le cose belle che hanno fatto. E nessuno ha mai nostalgia quando se ne vanno. Speriamo cambi, alcuni segnali di novità ci sono.

Jeff Carosella – Dolo (Ve)

 

 

Nuova Venezia – Galan blindato in villa, insulti dai passanti

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11

ott

2014

Lungo incontro tra il procuratore Nordio e l’avvocato dell’ex assessore regionale

Galan: la multa da 2,6 milioni destinata a sfiorare i 4 milioni perché sarà tassata

Ora anche Chisso cede e tratta con la Procura

IL LEGALE FRANCHINI «Ha bisogno di cure urgenti e non poteva restare in carcere Dopo l’udienza del 16 richiesta di affidamento ai servizi sociali»

VENEZIA – Il commercialista padovano Paolo Venuti, almeno, qualcosa ha raccontato prima di raggiungere l’accordo con la Procura per patteggiare la pena (due anni e 4 mesi di reclusione e 70 mila euro di multa). Ha ammesso di aver fatto da prestanome all’ex ministro Giancarlo Galan per alcune operazioni finanziarie, quello che gli investigatori già sapevano grazie ad una microspia che aveva catturato una conversazione in auto tra il professionista e la moglie che parlavano dei conti a loro intestati ma in realtà di proprietà dell’esponente di Forza Italia e della moglie. Venuti, ai pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, ha aggiunto pure che a sollecitare queste operazioni di copertura a favore di Galan sarebbe stato Piergiorgio Baita, all’epoca presidente della «Mantovani». Galan, invece, non ha detto una parola, anzi i suoi difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini continuano a ribadire che il loro cliente è innocente e che la scelta dell’accordo con la Procura per due anni e 10 mesi di reclusione e due milioni e 600 mila euro di multa (ma secondo fonti autorevoli l’importo è destinato ad avvicinarsi ai 4 milioni tenendo conto dell’imposizione fiscale) è dettata dalla ricerca di una sorta di «patteggiamento umanitario»: Galan ha numerose patologie e proprio per questo è finito nel carcere-ospedale milanese di Opera, anche la figlia minorenne ha bisogno di cure. Il suo nome è finito nella lista di coloro che hanno raggiunto l’accordo con i rappresentanti dell’accusa, sono 19 e i loro avvocati si presenteranno il 16 ottobre davanti al giudice veneziano Giuliana Galasso, che dovrà dire se le pene su cui c’è l’accordo siano congrue o meno. Galan, ma neppure gli altri indagati, saranno presenti. «Sicuramente chiederemo l’affidamento ai servizi sociali» ha dichiarato ieri l’avvocato Franchini. I due anni e 10 mesi, infatti, superano abbondantemente il limite per il quale scatta la sospensione condizionale della pena, ma nessuno, da tempo, finisce in carcere se ha una condanna sotto i tre anni da scontare, anche a causa del sovraffollamento. Per la prossima settimana, fino a giovedì, non è prevedibile nessun cambio della misura degli arresti domiciliari. «Valuteremo se aspettare la scadenza dei termini (il 21 ottobre) e presentare richiesta quando il provvedimento diventerà definitivo, o se impugnare subito in Cassazione. Lo decideremo più avanti» ha sostenuto il legale. E se il giudice dovesse rifiutare il patteggiamento? «In tal caso Galan», ha concluso Franchini, «sarà ben lieto di affrontare il processo». Ieri, intanto, il difensore di Renato Chisso è stato a lungo nell’ufficio del procuratore aggiunto Carlo Nordio. L’avvocato Antonio Forza, che punta sempre alla liberazione dell’ex assessore regionale per motivi di salute (la decisione spetta al giudice Roberta Marchiori che la farà conoscere entro il 13 ottobre), non ha rilasciato dichiarazioni come del resto il magistrato. È evidente che, dopo la decisione di Galan, anche Chisso e il suo legale pensano ad un cambio di strategia difensiva e avrebbero già avviato la trattativa con la Procura per cercare un accordo per una pena probabilmente di poco inferiore a quella di Galan per quanto riguarda la reclusione e molto più bassa, invece, per quanto riguarda la multa.

Giorgio Cecchetti

 

Ivano Nelson Salvarani, il pm che inquisì Bernini e De Michelis

«L’accordo accusa-difesa spegne il processo, non è giusto»

«Patteggiamenti troppo generosi. Io avrei detto no»

L’INTESA SULLA PENA – Al posto della Procura non darei il mio parere positivo, l’opinione pubblica ha diritto ad assistere al dibattimento

VENEZIA – È stato pretore e giudice del lavoro, pubblico ministero e presidente del Tribunale, procuratore capo e presidente di Corte d’Assise. Ivano Nelson Salvarani, il magistrato che nel 1992 inquisì il Doge democristiano Carlo Bernini e quello socialista Gianni De Michelis adesso è un elegante e lucido signore di 75 anni, che ha lasciato la magistratura in anticipo dopo che il Csm gli preferì – d’un solo voto – Luigi Delpino a capo della Procura di Venezia. Cosa pensa dell’inchiesta sul Mose di Venezia? «Penso, anche alla luce della mia esperienza passata, che non mi ha sorpreso per nulla. Sospettavo che le cose non fossero cambiate poi tanto, rispetto ai miei tempi. Sulla Regione si avvertiva da tempo una vox populi. Nel Mose la concessione unica e l’identità delle imprese faceva pensare a meccanismi di scarsa trasparenza» Il sistema Galan è durato quindici anni e solo ora viene svelato: non c’è stato un certo ritardo anche delle Procure? «Non credo, per istruire un processo ci vogliono buone prove e ottimi riscontri. Le indagini devono essere rigorose. Fino a quando la magistratura non ha avuto contezza di prove e riscontri si è mossa con doverosa cautela. Sono stati molto bravi soprattutto a ricostruire le tracce del denaro, a partire dal giro di fatture false tra imprese». All’epoca non c’erano gli strumenti investigativi odierni? «Le intercettazioni c’erano anche allora. La mia inchiesta si avvicinò al Consorzio Venezia Nuova, che aveva tuttavia una composizione diversa. Dell’epoca ricordo Mazzacurati ma c’era una più equilibrata ripartizione di quote tra le imprese. E anche allora c’erano anche le coop rosse». Ricorda Piergiorgio Baita? «C’era, c’era: lo ricordo abile, astuto e spregiudicato. Ottenni il suo rinvio a giudizio, anche all’epoca raccontò i meccanismi del Consorzio Venezia Nuova e del Consorzio Venezia Disinquinamento, elementi di un patto tra Dc e Psi». Dica la verità: qual è il suo stato d’animo? «Sconforto, non c’è dubbio. Ritrovare in parte gli stessi protagonisti, rivedere nei politici di oggi gli stessi atteggiamenti che ebbero all’epoca quelli di Dc e Psi non fa che salire lo sconforto. Ma allora tutti i processi si celebrarono: e i principali indagati furono condannati a pene superiori a 4 anni in primo grado. Solo in Appello scelsero il patteggiamento». Le difese sostengono che patteggiare non è un’ammissione di colpa. «Tecnicamente non è una condanna, difesa e accusa concordano una pena da scontare. Ma un imputato che patteggia non può essere considerato innocente. Vedere politici che prima gridano alla congiura e poi patteggiano fa sorridere, se non ci fosse da indignarsi». L’ondata di indignazione è legittima da parte dell’opinione pubblica? «Legittima e giustificata, assolutamente» Cosa pensa dello strumento del patteggiamento in primo grado? «Personalmente sarei sempre molto cauto nell’accettare il patteggiamento, se fossi il pm non darei il mio parere positivo. Soprattutto nel caso di figure che abbiano ricoperto ruoli pubblici di grande responsabilità. La finalità dell’accusa è soprattutto acquisire la verità, dentro a un giusto processo. Con il patteggiamento muore il processo, si occulta all’opinione pubblica il confronto tra accusa e difesa. Io penso che vada usato con grande, grandissima parsimonia». Mai tentato dalla politica? «Mi chiesero di fare il sindaco di Venezia, nel 1993. Ma dissi di no: non volevo che si pensasse neanche per un attimo che avevo condotto un’inchiesta sui politici per un tornaconto personale. Sono felice di aver rifiutato». Come se ne esce ? «Non lo so. Ci sono responsabilità molto grandi della politica, che non ha mai voluto fare i conti con l’illegalità che essa stessa ha espresso. I politici devono essere i garanti della legalità, non possono mai essere sfiorati nemmeno dal dubbio di una opacità».

Daniele Ferrazza

 

Nel primo giorno ai domiciliari il parlamentare è rimasto invisibile. La moglie Sandra ai giornalisti: non possiamo dire nulla

Galan blindato in villa, insulti dai passanti

CINTO EUGANEO – Primo giorno da recluso in casa per Giancarlo Galan, l’ex governatore del Veneto costretto agli arresti domiciliari da giovedì pomeriggio. La sontuosa Villa Rodella, nel cuore dei Colli Euganei, non è certo il carcere di Opera e dopo ottanta giorni di cella il balzo di qualità è notevole. Nel primo giorno passato tra le mura amiche, tuttavia, Galan ha evitato di mettere il naso fuori di casa – circostanza che peraltro gli è permessa visto che i domiciliari comprendono l’intera proprietà, giardino incluso – forse per evitare i flash dei fotografi o le domande a distanza dei giornalisti. «Non c’è nessuno, grazie»: all’ora di pranzo ha risposto così Sandra Persegato, la moglie dell’ex ministro, a chi ha suonato ad uno dei tre citofoni della villa. Il suo tono irritato della donna si è tuttavia placato qualche minuto dopo, quando ha deciso di uscire di casa per gentile, breve e chiara comunicazione: «Comprendiamo che questo è il vostro lavoro, ma non possiamo dire nulla. Arrivederci». Sandra indossa un vestitino a fiori a tinte scure e – per quel poco che si rivela al pubblico – pare avere il volto segnato dal pianto. Sarà impressione, ma è certo che il can-can degli ultimi tre mesi ha segnato l’intera la famiglia che vive assieme al parlamentare. Attorno a Villa Rodella, per il resto, c’è l’ordinaria tranquillità di un giovedì euganeo: i cani zompettano nel cortile e nei viali ricchi di rose – le stesse che, in una seduta di giardinaggio, sono costate l’infortunio al ginocchio all’ex Doge, lo scorso luglio – mentre dalla pertinenza dell’abitazione si sentono i cinguettii dei tanti uccellini ospitati nelle voliere della villa. All’esterno c’è anche un pappagallo, il più “attivo” degli animali di casa Galan, che con grande “disponibilità” si intrattiene con giornalisti e passanti. Dall’altra parte della strada, lungo la pista ciclopedonale che costeggia il Bisatto, continua inoltre il via vai di ciclisti, una categoria che si dimostra estremamente ostile verso l’ex governatore: i «Ladro! Ladro!» si sono sprecati anche ieri, e c’è anche chi si è avventurato in invettive ben più complesse, come il ciclista che si ferma e in un dialetto comprensibile anche ai non autoctoni, urla: «Maledetto! Ghe xe fameje che non gà la ciopa de pan in te la tola e ti te sì beato in casa». Tra i visitatori di Villa Rodella, costante la presenza dei carabinieri di Lozzo Atestino che, oltre a monitorare la situazione, sono entrati ed usciti a più riprese dall’abitazione dell’ex ministro.

Nicola Cesaro

 

La cricca delle discariche

Corte dei conti contesta a Fior un danno di 600 mila euro

VENEZIA – Seicentomila euro. Tanto il procuratore aggiunto della Corte dei Conti Giancarlo Di Maio contesta come danno erariale a Fabio Fior, il dirigente della Regione Veneto da martedì agli arresti domiciliari con l’accusa di peculato e falso, per essere stato al centro di un traffico milionario: referente del delicato settore Rifiuti della Regione, insieme ad imprenditori come Sebastiano Strano e Maria Dei Svaldi, si sarebbe appropriato di circa un milione di euro – secondo l’accusa mossa dal pm Giorgio Gava – controllando come dirigente pubblico fondi per progetti che poi come privato incassava attraverso società del settore come Sicea, Zem, Nec, Marte, Eco Environment, tramite prestanome. Da parte sua, la Corte dei Conti si era già mossa all’inizio dell’anno su un altro filone: quello delle consulenze private non autorizzate, ma lautamente pagate, che Fior per anni ha eseguito, talvolta senza la necessaria autorizzazione della Regione Veneto, anche per aziende dello stesso settore rifiuti di sua competenza come funzionario pubblico. Una decina i casi finiti nel fascicolo d’inchiesta della Corte dei Conti, con il procuratore aggiunto Di Maio che nei giorni scorsi ha inviato a Fior il cosiddetto “invito” a controdedurre: ovvero, la notifica delle accuse erariali mosse al dirigente regionale, perché nomini un avvocato e si difenda. Seicentomila euro è, appunto, l’ammontare delle parcelle contestate a Fior, per un’attività di consulenza poco limpida in violazione dell’articolo 53 comma 7 e 8, del decreto legge 165/2001, che impone al dipendente pubblico di avere l’autorizzazione del proprio ente di appartenenza per effettuare attività professionale privata. Permessi che talvolta otteneva, in altri caso no, per consulenze iniziate nel 1998 e concluse (nei pagamenti) sino ad anni recenti, sia per privati che per enti pubblici. Il perché è ovvio: non trovarsi in conflitto di interesse con i propri uffici pubblici. Fascicolo contabile nel quale ora confluiranno anche gli atti della nuova inchiesta penale, nella quale il pm Gava contesta anche consulenze non autorizzate: in caso di condanna penale , la Corte dei Conti potrebbe inoltre contestare al dirigente anche il danno all’immagine procurato all’ente.

Roberta De Rossi

 

I FUOCHI D’ARTIFICIO DI GALAN

Ha sempre prosperato sul «clamore mediatico», ora ne ha paura

I fuochi d’artificio dell’ex governatore

C’è da fare un salto sulla sedia a leggere quello che gli austeri avvocati Nicolò Ghedini e Antonio Franchini hanno scritto nell’istanza di patteggiamento presentata in procura per Giancarlo Galan. Si tratta di noti professionisti del foro, non di autori di canovacci per commedie venete. Dunque non è una barzelletta: Giancarlo Galan ha chiesto il patteggiamento perché non vuole il processo.E non vuole il processo perché «significherebbe affrontare un dibattimento estremamente lungo, complesso e accompagnato costantemente da eccezionale clamore mediatico». Da stropicciarsi gli occhi, bisogna rileggere: «Accompagnato costantemente da eccezionale clamore mediatico». Allora è proprio vero che il carcere cambia le persone. E non occorre neanche starci una vita, bastano 80 giorni in infermeria. Un politico che ha costruito tutta la sua carriera sul clamore mediatico, d’improvviso non vuole più saperne. Ne ha addirittura paura. Da non credere. Chi riconosce più il Galan che nell’anno Duemila terrorizzava l’Italia con la sua proposta di statuto per la Regione Veneto destinata a trattenere due terzi delle tasse a Venezia e a darne uno solo a Roma? È vero che non è mai stata approvata ma che bisogno c’era: bastava sfruttare il clamore mediatico. E che clamore: il ministro per gli affari regionali Agazio Loiero abboccava al primo colpo e sentiva arrivare dal Veneto «un tintinnio di spade come nella ex Jugoslavia»; Bruno Vespa lo invitava a Porta a Porta per farsi spiegare la rava e la fava della rivoluzione in arrivo; e lui in groppa al cavallo da corsa scippato alla Lega, erudiva il Paese cercando di tranquillizzare, ma non troppo, i benpensanti. Per non parlare del clamore mediatico portato a casa con il baruffone, tenuto in piedi per settimane, con l’allora presidente della Repubblica Scalfaro. O con l’ex presidente Ciampi, prima rispettato e poi irriso. «Se esiste un reato di vilipendio di ex presidente della Repubblica, io lo commetto», andava ripetendo allegramente nel 2007. Tutto perché Ciampi votava con il centrosinistra. Sparare sul bersaglio più alto, ma solo quando Berlusconi era all’opposizione e dimenticarsene subito dopo, è stato lo sport preferito di Giancarlo Galan per una vita. Creare il nemico, anche se non esisteva. Metterlo nel mirino, scatenare la rissa e camparci sopra. La tattica di Capo in Italia, trapiantata nel Veneto e riproposta tutti i santi giorni. Sempre i fuochi d’artificio, in cerca del clamore mediatico che gli regalasse campagne pubblicitarie gratis. Il ministro Bassanini si doveva vergognare. Se passava la candidatura di Torino per le Olimpiadi invernali avrebbe venduto le auto Fiat della Regione Veneto e comprato tutte Mercedes. «Panto il falegname» somministrava ai veneti una «prodaglia» per far perdere Berlusconi. Prodi dirigeva «il governicchio del droghiere» quando era contrario al Mose. Massimo Cacciari era «il sindaco menagramo» e gli ambientalisti «i professionisti della bugia politica» perché si mettevano di traverso all’approvazione del progetto definitivo in Commissione di Salvaguardia. Tutto rilanciato dalle agenzie, un martellamento spaccatimpani, una definizione bruciante al giorno, evitando tutte le volte di entrare nel merito. Sempre e solo clamore mediatico. Quanto sarebbe costato un ritorno pubblicitario del genere valutato con il prezzario di un inserzionista? Gli toccava vendere Villa Rodella prima del tempo. I veneti dopati da vent’anni di questo trattamento, assistono sconcertati alla metamorfosi: adesso basta con il clamore mediatico? Ma dài, non è possibile. Gatta ci cova. Prepariamoci.

Renzo Mazzaro

 

DANNO D’IMMAGINE E TASSE EVASE

Magistratura contabile ed Erario potrebbero rivalersi sull’ex governatore

Galan, anche Fisco e Corte dei Conti ora battono cassa

AI DOMICILIARI – Il patteggiamento apre la strada ad altri provvedimenti

Al maxi patteggiamento del 16 ottobre, con una ventina di persone coinvolte, l’ex presidente del veneto Giancarlo Galan non sarà presente. Lo ha ricordato ieri pomeriggio uno dei suoi difensori, l’avvocato Antonio Franchini, che nei giorni scorsi ha fissato con la Procura un accordo sui due anni e 10 mesi. E che ora attende il pronunciamento del gip Giuliana Galasso. Ma la decisione, anche nel contesto generale e visto il precedente dell’ex sindaco Giorgio Orsoni, non è affatto scontata.
Per l’ex ministro è in arrivo anche l’addio definitiva dal Parlamento alla luce di quello prevede la “legge Severino” per questi casi. Dall’incarico a Montecitorio Galan non si era dimesso, visto che in tutti questi mesi si era sempre detto estraneo alle accuse dei magistrati sull’inchiesta del Mose. In ogni caso l’eventuale affidamento ai servizi sociali, ipotizzato in queste ore dai difensori dell’ex presidente della Regione, appare molto lontano. Prima dovrebbe esserci il patteggiamento e poi la pena dovrebbe essere confermata dalla Cassazione. Solo a questo punto potrebbe essere presa in esame l’eventuale richiesta di servizi sociali. Ma, come è facile intuire, non si tratta di una prospettiva immediata.
Nel frattempo anche la posizione dell’ex assessore regionale Renato Chisso, si avvicina ad una svolta. Nei prossimi giorni è attesa la decisione finale del giudice Roberta Marchiori, chiamata a pronunciarsi sul lavoro svolto da una commissione di esperti. Non ci dovrebbero essere particolari sorprese visto che i periti nominati dal gip hanno già sostenuto che il carcere di Pisa è perfettamente attrezzato per affrontare eventuali emergenze cardiache e quindi Chisso può restare dietro le sbarre per altri mesi.
Intanto ieri mattina il difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, è tornato a ribadire che proseguirà sulla strada dell’incompatibilità del suo assistito, da tempo sofferente di problemi cardiaci, con il carcere. «Ci sono diversi casi – ha spiegato Forza uscendo dal Tribunale lagunare – che confermano questa nostra valutazione».
Per la Procura, che a questo punto propende per il giudizio immediato, restano circa due mesi per chiudere il caso. E l’eventuale processo si terrebbe con l’ex assessore ancora detenuto.
Ma in questa fase, dal punto di vista teorico, non è ancora esclusa la strada di un eventuale patteggiamento, se non altro per il fatto che tutti gli altri imputati che hanno optato per questa scelta alla fine sono rapidamente usciti dal carcere. Non va dimenticato, però, che giovedì, davanti ai magistrati che si sono recati a Pisa per interrogarlo, Renato Chisso si è avvalso della facoltà di non rispondere e questo potrebbe avere un suo peso.

Giampaolo Bonzio

 

L’INCHIESTA – L’ex assessore deve decidere: rito immediato o patteggiamento. Ma i tempi stringono

La difficile alternativa di Chisso

Con la giustizia ordinaria Giancarlo Galan è sceso a patti. Ora però l’ex governatore del Veneto è nel mirino della giustizia erariale: la Procura regionale della Corte dei Conti è pronta a chiedere all’ex Doge e agli altri amministratori un risarcimento molto particolare per i danni causati alla cosa pubblica. Il filone erariale era già emerso fin dalle prime battute dell’operazione che ha portato all’arresto di Galan: ora la cosa si fa più complicata. La Procura sta predisponendo un procedimento per chiedere alla “cricca” i danni d’immagine provocati alla pubblica amministrazione. Nel procedimento, oltre all’ex ministro, dovrebbe essere coinvolto anche Renato Chisso.
Il procuratore regionale della Corte dei Conti Carmine Scarano aveva già attivato la parte erariale del procedimento mesi fa, chiedendo alla guardia di finanza di fare luce sul meccanismo di «sovrafatturazione» per lavori mai fatti da parte delle ditte coinvolte nel gorgo veneziano di giugno. Il Consorzio Venezia Nuova pagava, poi la torta andava divisa con gli amministratori e i politici. A questo danno erariale si era ipotizzato – fin dal giorno degli arresti e ammissioni – di aggiungere l’enorme danno d’immagine causato alla cosa pubblica. Ma il corollario si sarebbe potuto applicare solo dopo le condanne definitive. Il patteggiamento di Galan darà il via alla richiesta della Corte dei Conti. E non è tutto: secondo alcune fonti l’ex presidente della Regione dovrà pagare anche un milione di tasse calcolate sui due milioni e 600 mila euro che dovrà rendere.

 

MOSE / 1 – I SOLITI DUE PESI E DUE MISURE

Certo che osservando la “classifica” riportata sul giornale sulle percentuali che dovranno pagare i “signori del Mose”, c’è di che rimanere allibiti. Se viene scoperta una piccola evasione fatta da normali cittadini, o piccoli imprenditori, arriva subito Equitalia, con percentuali ben diverse. Siamo ai soliti due pesi e due misure. Sono un pensionato da poco più di mille euro, e sono “demoralizzato”, vorrei usare un’altra parola che darebbe più l’idea del mio stato d’animo, ma cambierebbe poco. L’ing. Baita viaggia in Porsche, l’onorevole Galan si riposa nella sua villa con piscina. Sto ansiosamente aspettando la destinazione di Chisso, intanto la signora Minutillo fa un po’ di shopping. Mi scuso per lo sfogo, mi fermo qui perché sento che mi sta venendo un attacco di bile.

Fiorenzo Vazzoler

 

MOSE / 2 – I TEMPI DEI MAGISTRATI

Cerco di mettermi in sintonia con il lettore della lettera “Ma questa non è giustizia” condividendone i contenuti. Tempo fa ho elogiato i procuratori di Venezia con un “avanti tutta senza guardare in faccia a nessuno”: in tempi rapidi per un’indagine così complessa si sono ottenuti i risultati che stiamo vedendo. Questo è un bel segnale come percezione di giustizia “bipartisan”, stessa percezione non ho avuto con i procuratori di Milano: un politico scalpitava per apparire davanti ai giudici e dire la sua verità ma questo gli è stato negato perché il reato è andato in prescrizione, mi riferisco a Penati. La domanda che voglio fare da profano è: i procuratori possono “allungare i tempi” di certi procedimenti o per “qualcuno” è semplicemente un colpo di fortuna?

Giuseppe Ave – Torre Di Mosto (Ve)

 

MOSE / 3 – GALAN, NON BASTA QUELLA PENA

Giancarlo Galan è uscito dal carcere grazie al patteggiamento concordato con i giudici: lo consente la legge a tutti coloro che delinquono, ma alla fine per i politici ci sono tanti vantaggi. Semplicemente pagando una percentuale variabile sulla somma causa del reato e con un grande sconto della pena i politici mantengono i loro beni in Italia e all’estero. Personalmente non sono d’accordo perché il danno causato non solo allo Stato ma anche ai cittadini è ben più grave in quanto i costi tra tangenti, mazzette, corruzione eccetera ricadono in termini di tasse e quant’altro sulla collettività. Pertanto essi dovrebbero restituire quanto meno tutta la cifra “rubata” con gli interessi, oltre che essere respinti a vita da ogni incarico pubblico.

Antonia De Tomas – Pordenone

 

Nuova Venezia – Galan ora punta ai servizi sociali

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10

ott

2014

L’ex ministro già ai domiciliari. Dopo aver patteggiato chiederà l’affidamento

Galan ora punta ai servizi sociali

Dopo l’intesa con la Procura per patteggiare 2 anni e 10 mesi, ha lasciato Opera

I suoi avvocati: «Non reggeva più il carcere». Intanto Chisso non risponde al pm

Galan ai domiciliari in villa «Accettato l’inaccettabile»

VENEZIA – Su parere favorevole della Procura della Repubblica di Venezia, ieri mattina, il giudice veneziano Giuliana Galasso ha firmato il provvedimento grazie al quale l’ex governatore del Veneto ed esponente di Forza Italia Giancarlo Galan, nelle prime ore del pomeriggio, è uscito dal carcere-ospedale milanese di Opera. È il frutto dell’accordo raggiunto tra l’accusa e la difesa per il patteggiamento a due anni e 10 mesi di reclusione, senza sospensione condizionale della pena, e al pagamento di una multa di due milioni e 600 mila euro. Sempre ieri, intanto, l’ex assessore regionale Renato Chisso non ha cambiato atteggiamento: per la prima volta davanti al pubblico ministero Stefano Ancilotto – fino ad ora aveva sostenuto solo l’interrogatorio del giudice subito dopo l’arresto – ha ribadito nel carcere di Pisa di non voler rispondere alle sue domande. Il difensore, l’avvocato Antonio Forza, l’aveva preannunciato due giorni fa, sostenendo che Chisso non sarebbe nelle condizioni di salute per sostenere un interrogatorio (entro il 13 ottobre deciderà se scarcerarlo o meno il giudice Roberta Marchiori). L’esponente mestrino di Forza Italia resta l’unico rinchiuso in una cella a quattro mesi dagli arresti del 4 giugno, mentre l’amico Federico Sutto, braccio destro di Giovanni Mazzacurati, resta l’unico agli arresti domiciliari e sono i due indagati per i quali, tra qualche giorno, i pubblici ministeri Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini potranno chiedere il rito immediato, per tutti gli altri che non hanno patteggiato, come l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex parlamentare europea Lia Sartori, depositeranno gli atti prima di chiedere rinvio a giudizio o citazione diretta, a seconda del reato contestato. «Giancarlo Galan ha accettato l’inaccettabile perché non ce la faceva più a rimanere imprigionato». Lo affermano in una nota gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini. I difensori dell’ex ministro scrivono, «in considerazione delle gravi condizioni generali del proprio cliente, ristretto nel carcere di Opera dal 22 Luglio ove ha subito un calo ponderale di ben 22 chili in due mesi, presentando altresì spunti depressivi sì da determinare la necessità di visita psichiatrica ed innanzi alla sicura prospettiva della richiesta di giudizio immediato che avrebbe provocato una ulteriore protrazione della custodia cautelare in carcere per ulteriori sei mesi per poter processare Galan come detenuto, ha intrattenuto rapporti con la Procura della Repubblica che circa 8 giorni orsono sono sfociati in un accordo tecnico». Accordo che fa discutere e non solo nei bar, anche nei corridoi del Tribunale dove ne parlano giudici e avvocati, schierandosi chi dalla parte dei pubblici ministeri che portano a casa ben 21 patteggiamenti (19 fissati per l’udienza veneziana del 16 ottobre con pene intorno ai due anni e multe salate tanto da portare alle casse dello Stato 12 milioni; 2 a Milano con la pena più alta di 4 anni per il generale della Finanza Emilio Spaziante), chi invece ne critica la scelta, sostenendo che si tratta di pene, anche per Galan, basse rispetto ai gravissimi fatto contestati. Se non accadrà nulla prima, dunque, saranno soltanto due i politici a presentarsi in aula per il processo pubblico, Orsoni per il centrosinistra e Sartori per il centrodestra. Intanto, il giudice Alberto Scaramuzza ha chiesto un controllo negli Usa sulle condizioni di salute del superteste Mazzacurati in seguito alle richieste che venga interrogato con l’incidente probatorio (anche i difensori degli indagati potranno formulare domande). È quindi probabile che accoglierà la richiesta avanzata da alcuni difensori e appoggiata dalla Procura e fissare l’interrogatorio per novembre.

Giorgio Cecchetti

 

Quel 22 luglio: fuori dall’ospedale dentro la prigione

Una giornata convulsa quella del 22 luglio, conclusa con l’arresto di Giancarlo Galan ed il suo trasferimento nel carcere milanese di Opera. In tarda mattinata l’assemblea di Montecitorio dice sì (395 voti favorevoli, 138 contrari, 2 astenuti) alla richiesta di custodia cautelare del magistrato di Venezia; nel primo pomeriggio il parlamentare di Forza Italia viene dimesso (nella foto) quasi a forza dall’ospedale di Este, dov’era ricoverato. Poche ore dopo, verso le 20, la polizia penitenziaria lo preleva dalla villa di Cinto: a bordo di un’ambulanza, Galan viene trasferito in carcere.

 

IDV E PD ATTACCANO ZAIA: «non basta essere onesti, occorre vigilare»

Sdegno sul web: pena troppo mite per il 94%. M5S: «Ci ha presi in giro»

VENEZIA – La scarcerazione ed il patteggiamento di Giancarlo Galan suscitano ampie reazioni sul web ed a prevalere è la protesta indignata per un epilogo ritenuto eccessivamente mite rispetto alla gravità dei fatti. Così, tra i partecipanti al sondaggio lanciato dal sito del nostro giornale (un migliaio di risposte, ieri sera) il 94% non ha dubbi nel sostenere che l’ex governatore del Veneto avrebbe meritato una pena più severa. Un concetto che in toni ben più aspri e spesso ingiuriosi, rimbalza largamente in rete. Tra i leader politici di primo piano prevale l’imbarazzo, dettato forse dalla consapevolezza che i tentacoli dello scandalo Mose hanno agito in più direzioni politiche. Ma c’è chi agita la questione, chiedendo una radicale discontinuità al timone del Veneto. «Galan, che per inciso non si è ancora dimesso dalla carica di parlamentare, ci ha preso in giro tutti con le dichiarazioni plateali di innocenza», attacca Mattia Fantinati, deputato del M5S «non entro nel merito delle decisioni del giudice ma questo accordo raggiunto con la Procura ha un tempismo sospetto e un retrogusto politico: quasi un tentativo di far dimenticare questa triste inchiesta che ha fatto saltare in aria il “Sistema Veneto” alla vigilia del voto regionale. Ma i cittadini non dimenticano, e il marcio scoperchiato, nei suoi vari e anche recenti epiloghi, condizionerà le riflessioni in cabina elettorale». «Le vere motivazioni di questa scelta le conosce solo il protagonista», fa eco il capogruppo dell’Idv Antonino Pipitone «comunque, con il patteggiamento, Galan ha fatto un favore a Zaia. Ha tolto di mezzo, dalla prossima campagna elettorale il clamore mediatico di un processo urticante. E tuttavia siamo convinti che i cittadini veneti e le imprese oneste, le più danneggiate dalla corruzione, non dimenticheranno il disgusto per questa vicenda e appoggeranno il cambiamento». A replicargli a muso duro è il consigliere regionale Giovanni Furlanetto (Prima il Veneto): «Pipitone farebbe meglio a pensare alla sua terra natale (la Sicilia ndr) prima di parlare del Veneto che rimane una regione virtuosa. L’onestà intellettuale impone di riconoscere che gli scandali di questi mesi sono il frutto di anni di indagini e investono una stagione precedente alla presidenza di Luca Zaia e che quest’ultimo ha scoperto e sanzionato le illegalità precedentemente tollerate». Di parere diverso, il deputato del Pd Federico Ginato: «C’è chi ogni giorno parla di indipendenza del Veneto dall’Italia, ma la vera indipendenza che dobbiamo augurarci è quella da un sistema malato che sta venendo drammaticamente a galla. Non basta esserne fuori, non basta l’onestà di Zaia. C’è anche la responsabilità di vigilare e controllare, di fare luce nei troppi centri di potere che si sono creati e nelle zone d’ombra, spesso tra l’altro segnalate anche da cittadini e comitati. Purtroppo chi avrebbe dovuto farlo non l’ha fatto».

Filippo Tosatto

 

Per annunciare il proprio arrivo a Cinto, due colpi di clacson del Suv su cui ha viaggiato da Milano

L’ex governatore accolto dalla piccola Margherita che grida con gioia: «Ecco papà, ecco papà!»

I ciclisti urlano: «Ladro, ladro» poi l’abbraccio con la figlioletta

CINTO EUGANEO – Tangenti, galera, accuse e polemiche si sono dissolte per qualche attimo, spazzate via da qualcosa che – sembrerà poesia – è molto più forte di tutto questo: la tenerezza di una bimba. L’urlo di gioia «Ecco papà! Ecco papà!», l’abbraccio in punta di piedi per raggiungere il collo del babbo, e poi la passeggiata tra le rose del giardino: sono bastati questi semplici e spontanei atteggiamenti di Margherita, la figlioletta di Giancarlo Galan, a sopire la tensione di un lungo pomeriggio passato a villa Rodella nel giorno del ritorno a casa del Doge. D’altro canto è soprattutto per lei che l’ex governatore – almeno da quanto lo stesso ha scritto nella propria istanza – ha deciso di cedere e di patteggiare. L’attesa. Dopo il can-can mediatico dello scorso 22 luglio, quando decine di giornalisti e curiosi si erano assiepati davanti alla residenza di Cinto Euganeo per assistere all’arresto di Galan – ieri villa Rodella ha fatto nuovamente da teatro all’assalto della stampa. I primi giornalisti sono arrivati intorno alle 10, sperando che non si ripetesse il canovaccio di fine luglio: allora l’ex governatore, dimesso a mezzogiorno dall’ospedale di Este, venne raggiunto dalle forze dell’ordine nel primo pomeriggio ma finì per lasciare la propria residenza solo a sera inoltrata. Ieri i tempi si sono accorciati ma l’attesa è stato comunque lunga: Galan ha abbandonato il carcere di Opera solamente intorno alle 14, ora in cui si è messo in viaggio verso i Colli Euganei. Non c’erano solo gli operatori dell’informazione ad attenderlo: più di qualche residente ha deciso di attraversare la via che costeggia la villa, mentre non si contavano i ciclisti di passaggio dall’altra parte della strada. «Ladro! Ladro!», è stata la frase più ricorrente, accompagnata anche da esternazioni ben più colorite come «Tajeo a tochetti» («Fatelo a pezzi») o fin troppo dirette come il «Copeo» («Uccidetelo») gridato senza tanti problemi da un anziano in sella ad una Graziella. A presidiare la zona, sin dalla mattina, ci hanno pensato invece i carabinieri della Compagnia di Abano Terme. L’arrivo. Con un blitz fulmineo Giancarlo Galan ha varcato la soglia di casa alle 16.55, anticipato dall’auto della moglie Sandra Persegato che si è nascosta il volto di fronte ai flash dei giornalisti. Il Doge era sul sedile anteriore di un suv bianco, condotto da Ferruccio, suo ex autista in Regione. Appena superato il cancello di casa, il Bmw di Galan si è lasciato andare a due colpi di clacson che hanno acceso il sorriso della figlioletta Margherita. «Ecco papà! Ecco papà!», è stata l’esclamazione di gioia della bimba, che durante il giorno più volte si è affacciata timidamente alla finestra in attesa del babbo e che appena la porta del suv si è aperta si è fiondata in un caloroso abbraccio verso il padre. L’ex ministro è quindi sceso, visibilmente dimagrito, e si è lanciato in un altrettanto intenso abbraccio verso la moglie Sandra. L’ultima attenzione è stata riservata ai cani labrador, anche loro evidentemente accesi dall’arrivo del padrone. Dopo uno scambio di parole con i carabinieri, Galan è entrato in casa con la famiglia e i pochi amici che lo aspettavano. Una nota quasi pittoresca: l’arrivo dell’ex governatore è stato accompagnato da un improvviso quanto inaspettato acquazzone, cominciato praticamente quando Galan è sceso dal suv e terminato dopo pochissimi minuti. La passeggiata. Galan poi è uscito in giardino accompagnato dalla figlia di 7 anni. Mano nella mano, i due hanno fatto una breve passeggiata tra le piante dell’ampio spiazzo verde di villa Rodella. Il Doge si è tuttavia presto accorto di essere osservato da alcuni giornalisti e, dopo essersi riparato dagli obiettivi con l’ombrello, è rientrato definitivamente in casa.

Nicola Cesaro

 

Gli avvocati Franchini e Ghedini: il carcere preventivo una barbarie che distrugge le persone ancora innocenti

L’ex governatore come Berlusconi «Ora i servizi sociali»

NEGA TUTTO PERÒ TRATTA LA RESA

Temeva di finire in esilio come Craxi, riparato ad Hammamet, ha messo sul piatto della bilancia della giustizia la sua villa di Cinto Euganeo e ha trattato la resa. E appena il gip Giuliana Galasso avrà dato il via libera alla richiesta di patteggiamento, chiederà di essere affidato ai servizi sociali per scontare la pena: Giancarlo Galan proprio come Silvio Berlusconi che, decaduto da senatore, è stato affidato all’Istituto Sacra famiglia di Cesano Boscone dove assiste i malati di Alzhaimer. Mai disperare. La prima regola di un leader è rialzarsi dalla polvere. Costretto dal pool «Mose Pulito» della Procura di Venezia ad alzare bandiera bianca, il deputato di Forza Italia non si arrende. Esce dal carcere milanese di Opera e quando varca il cancello di casa, nel primo pomeriggio, abbraccia l’adorata figlia, si commuove e cammina tre le rose di villa Rodella, dove sconterà gli arresti domiciliari. «Li abbiamo chiesti noi, quegli 80 giorni di detenzione sono stati pesantissimi. Giancarlo non ce la faceva più: ha perso 22 chili, è malato di diabete: il carcere preventivo è un’autentica barbarie». A parlare è l’avvocato Antonio Franchini, che con il collega senatore Niccolò Ghedini invierà una nota il cui significato è uno solo: Galan è innocente. Nega di aver ricevuto quella «dazione di un milione di euro all’anno da Mazzacurati, le cui reali condizioni di salute gettano una luce inquietante sulle dichiarazioni di 8 mesi or sono, particolarmente confuse e contraddittorie». Cos’ha convinto l’ex ministro della Cultura e Doge del Veneto a cambiare rotta, mentre l’unico irriducibile rimane Renato Chisso, cresciuto davvero nel Psi di Craxi, che al pool «Mose Pulito» non risponde mai? Una sola cosa: la terribile paura di altri sei mesi di galera, che sarebbero scattati se il deputato di FI avesse scelto il rito abbreviato o il processo ordinario. La galera in una cella vera, per puntare poi sull’assoluzione o la prescrizione finale in Cassazione, dopo che erano già stati cancellati tutti i reati fino al 22 luglio 2008. Meglio tornare liberi e pagare i conti con la giustizia: «Il patteggiamento fissato a 2 anni e 10 mesi e alla confisca di 2,6 milioni di euro sulla casa di Cinto Euganeo rispetto a un sequestro disposto per 4,84 milioni è il frutto della trattativa serrata che abbiamo condotto con la Procura: è il nostro mestiere», spiega Antonio Franchini. «Vogliamo ribadire che il carcere preventivo produce danni irreversibili sulle persone ancora in attesa di giudizio e auspichiamo che il legislatore intervenga per limitare in maniera drastica questo istituto la cui applicazione suscita riserve e critiche: un uomo sottoposto a processo non può serenamente decidere il proprio futuro in una condizione di soggezione che deriva dalla privazione della libertà personale» concludono gli avvocati Franchini e Ghedini. No alle manette, no al carcere, sì alla richiesta di affidamento ai servizi sociali appena conclusi gli arresti domiciliari, accordati dal Gip Galasso: la battaglia dei difensori di Galan viaggia parallela con quella di Forza Italia, che nel ventennio berlusconiano ha ingaggiato uno scontro frontale con la magistratura di Milano, fin dai tempi di Di Pietro. Il pool «Mose Pulito» di Venezia rifugge invece ogni forma di protagonismo: Delpino, Nordio, Ancillotto, Buccini e la Tonini sono i nuovi coraggiosi «eroi» civili di una stagione che non indigna più l’opinione pubblica perché la corruzione in Italia divora 60 miliardi l’anno di Pil ed è la prassi. Pochissime Procure riescono a stroncare i «mariuoli» e quella di Venezia ha scelto la strada più efficace: concedere il patteggiamento a chi confessa ed è pronto a restituire il bottino. Galan ha messo sul piatto 2,6 milioni di euro, mentre i pm gli hanno sequestrato un «tesoro» che vale 4,84 milioni, quasi il doppio. Se vorrà salvare villa Rodella dovrà fare cassa: vendere la barca, la tenuta sull’Appennino, le case al mare e poi versare l’assegno di 2,6 milioni al Tribunale. Piaccia o non piaccia questo prevede il codice e il procuratore Carlo Nordio ha ricordato di aver già incassato 12 milioni e scongiurato il rischio prescrizione. Perché, nell’Italia che annaspa con la riforma della giustizia e non trova l’intesa sul falso in bilancio e autoriciclaggio, il vero pericolo è questo: un colpo di spugna che cancelli tutto. Anni di inchieste, con i soldi della corruzione nascosti all’estero. Chi patteggia, invece, accetta e si piega di fronte al verdetto del tribunale.

Albino Salmaso

 

La capitolazione dopo le ammissioni del commercialista Venuti

A farlo capitolare, inducendolo a patteggiare la pena dopo aver proclamato per mesi la proprio innocenza, è stata la confessione di Paolo Venuti (nella foto), il commercialista padovano che secondo la procura di Venezia custodirebbe i segreti più segreti di Giancarlo Galan. Lunedì sera il professionista ha parlato lasciando così il carcere di Genova dopo quattro mesi di reclusione, con in tasca il via libera dei pm a un patteggiamento di due anni e una multa di 70 mila euro. Venuti, arrestato lo scorso 4 giugno con l’accusa era di aver fatto da prestanome all’ex governatore nella vicenda delle quote societarie di Adria Infrastrutture e Nordest Media ( e di aver curato i conti di Villa Rodella (pagata da Mantovani, per l’accusa) è stato sentito la scorsa settimana in carcere per circa 4 ore. E qui avrebbe ammesso di essersi intestato dei beni beni per conto dell’amico Galan.

 

SERVIRà il VOTO DELLA CAMERA

E presto decadrà da parlamentare

ROMA – Decadenza da deputato. Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, quando ha firmato la richiesta di patteggiamento da presentare alla procura di Venezia, sapeva di mettere fine anche alla sua carriera politica: la legge Severino, che ha già fatto decadere Silvio Berlusconi da senatore nel novembre scorso e portato alla spaccatura del Pdl in Forza Italia e Ncd, non lascia vie di scampo. «Stabilisce l’immediata decadenza con relativa ineleggibilità di chi ha subito una condanna superiore ai due anni per reati contro la pubblica amministrazione» spiega l’onorevole Giuseppe D’Ambrosio, M5S, presidente della Giunta per l’elezione della Camera dei deputati. «Alla nostra commissione deve arrivare copia della sentenza del Gip, l’udienza è in calendario per il 16 ottobre e poi la trasmetteremo alla presidente Laura Boldrini, che fisserà il giorno in cui la Camera sarà chiamata a votare la decadenza. Lo stabilisce l’articolo 66 della Costituzione, mentre per i sindaci, come De Magistris, o i consiglieri regionali scatta la sospensione immediata dall’incarico in attesa della sentenza definitiva». I tempi? «Noi siamo velocissimi e non facciamo sconti proprio a nessuno», spiega D’Ambrosio, «abbiamo risolto in venti giorni il caso dell’incompatibilità della doppia carica del presidente della Puglia, Nichi Vendola, che a norma di regolamento avrebbe potuto restare deputato per sei mesi. Con il doppio stipendio. Mi auguro che nella Giunta per l’elezione non si tiri troppo per le lunghe come nei casi di Donato Bruno e Cesare Previti; oggi la legge Severino non ammette equivoci interpretativi. Credo che tra ottobre e novenbre voteremo la decadenza e la surroga e poi l’onorevole Galan dovrà dire addio anche allo stipendio. Ma trovo scandaloso, invece, che Francantonio Genovese, il deputato Pd arrestato e sotto inchiesta a Messina, continui ad essere pagato con l’indennità da parlamentare. Il M5S ha chiesto l’immediata sospensione della retribuzione per chi finisce in carcere, ma i regolamenti sembrano come le tavole di Mosè, scolpiti sul marmo». Quando la Camera voterà la decadenza di Giancarlo Galan, si dovrà procedere anche all’elezione del nuovo presidente della commissione di Montecitorio: il M5S con Giuseppe Brescia ha chiesto il cambio di guardia sia per Galan che per Ilaria Capua (Sc-Monti) vicepresidente, spesso impegnata per lavoro negli Usa. Ma la direttrice dello Zooprofilattico delle Tre Venezie non ha nessuna intenzione di lasciare l’incarico. Ultima questione: Galan, se e quando decadrà da deputato, potrà contare sul vitalizio da ex consigliere regionale per i suoi 15 anni di presidente del Veneto: si tratta di 3750 euro al mese, cui va sommato il vitalizio da senatore, carica ricoperta per pochi mesi, e da deputato dal 1994 al 1995 e dal febbraio 2013 ad oggi.

(al.sal.)

 

Il dirigente della Regione Veneto Fabio Fior e gli imprenditori Strano e Dei Svaldi fanno scena muta davanti al gip Marchiori

Il pm sui tre re dei rifiuti: come una banda

VENEZIA – Hanno preferito tacere, sia Fabio Fior, il dirigente regionale della Tutela e Ambiente, sia gli imprenditori Sebastiano Strano e Maria Dei Svaldi. Sono comparsi davanti al giudice veneziano Roberta Marchiori ieri mattina, difesi rispettivamente dagli avvocati Rosario Greco di Bari, Francesco Schioppa di Venezia e Anna Desiderio di Padova, e si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, una possibilità che il codice concede a tutti gli indagati, non è escluso che lette le carte che l’accusa ha raccolto e ha contestato vogliano in seguito parlare, spiegare. Il primo è agli arresti domiciliari nella sua casa di Padova, in via del Santo, gli altri due hanno l’obbligo di dimora nei comuni di residenza, rispettivamente Saccolongo e Mogliano Veneto. Stando al pubblico ministero Giorgio Gava, che ha coordinato le indagini dei finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria lagunare, doveva esserci una quarta persona raggiunta dal provvedimento, il commercialista mestrino con studio in viale Ancona Gionata Sergio Molteni, ma il giudice delle indagini preliminari ha sostenuto nelle 117 pagine della sua ordinanza di custodia cautelare che non c’erano nei suoi confronti elementi sufficienti. O, meglio, il magistrato non ha rilevato che esistessero elementi sufficienti per il reato contestato, l’associazione a delinquere finalizzata al peculato, all’abuso d’ufficio e alla malversazione, un’accusa che il rappresentante della Procura contesta anche all’architetto Dei Svaldi, al commercialista Molteni, agli imprenditori Gennaro Visciano, Sonia Silvestri e a Strano. Secondo l’accusa Fior e gli altri avrebbero costituito un consolidato sodalizio criminoso, utilizzando le società Sicea, Zem, Nec, Marte, ultimamente la Eco Environment. Il dirigente regionale avrebbe acquisito la maggioranza del capitale sociale e le avrebbe poi utilizzate «a fini di utilità privata». Grazie alla rete di prestanomi e soci, che occultava quello reale, Fior si sarebbe appropriato di circa un milione di euro di finanziamenti regionali, tre episodi legati alla forestazione da realizzare nel comune di Sant’Urbano, quello per la costituzione dell’Osservatorio scientifico sui disastri ambientali dell’Accademia di scienze ambientali che fa capo all’ex giudice Antonino Abrami e, infine, il progetto di educazione ambientale ideato dalla veronese Magnifica fabbriceria.

Giorgio Cecchetti

 

IL PROGETTO FANTASMA DELLA MAGNIFICA FABBRICERIA Di OPPEANO

Quei 110 mila euro per un corso educativo mai svolto

VENEZIA – La cricca di Fabio Fior era diventata una macchina perfetta per dividere soldi pubblici con gli amici. Infatti gli inquirenti della Guardia di Finanza e dei carabinieri del Noe sono convinti che non solo il dirigente regionale e i suoi due principali complici, Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano, abbiano intascato i soldi “stornati” dalla Regione. Il progetto di educazione ambientale ideato dall’Associazione Magnifica Fabbricceria di Oppeano ne è un esempio. Il progetto dell’associazione, che fa capo a Mattia Galbero, costa alla Regione 110 mila euro ma in realtà gli investigatori scoprono che le uniche spese reali sono quelle di trasporto degli studenti da una scuola di Oppeano alla discarica che si trova nello stesso comune veronese. Le altre tracce del corso non sono altro che due mail inviate dalla Magnifica Fabbricceria alla Sicea, cioè la società che ha organizzato tecnicamente il presunto corso e le spese riconducibili a delle borsette regalate agli studenti e provenienti dalla Cina. Il finanziamento è arrivato a dicembre del 2009. È utile ricordare che Galbero è segretario particolare di Giancarlo Conta (Ncd), allora assessore regionale all’Ambiente della Regione e che la Sicea è di Fior. In sostanza solo una piccola parte di quei soldi sono stati utilizzati per il corso. Il resto è finito in altri canali. Gli investigatori non escludono che una parte sia servita per la successiva campagna elettorale del 2010. Interessante notare quanto abile sia stata la cricca a intrecciare i fili della ragnatela per intercettare più soldi pubblici possibili. La ditta cinese che fornisce le borsette usate come gadget da regalare agli studenti di Oppeano, dove ha la sua sede in Cina? Guarda caso allo stesso indirizzo dove ha sede Ansac, la no-profit che, come ha detto Fabio Fior, “è una mia creatura”. È nata con lo scopo di occuparsi di temi legati al controllo dell’ambiente. Ha ricevuto parecchi finanziamenti dalla Regione, in tre anni almeno mezzo milione di euro e ha soprattutto organizzato alcuni viaggi in Cina dell’assessore all’Ambiente Giancarlo Conta e di diversi funzionari della Regione. L’associazione aderisce a Expo Venice 2015.

Carlo Mion

 

Gazzettino – Galan torna a casa tra abbracci e fischi

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10

ott

2014

«Per uscire dal carcere ho accettato l’inaccettabile»

REAZIONI – Abbracci e commozione con i familiari e con la figlia. «Per rivederla ha accettato l’inaccettabile», dicono i suoi avvocati. Ma la gente lo ha contestato: «Ladro».

SILENZIO – Intanto a Pisa l’ex assessore regionale Renato Chisso ha scelto di non rispondere all’interrogatorio.

MOSE L’ex governatore ai domiciliari a Villa Rodella. Ad accoglierlo la figlia ma anche contestazioni: «Ladro, ladro»

Galan torna a casa tra abbracci e fischi

SCARCERATO – Scandalo Mose: dopo la richiesta di patteggiamento dell’altro ieri, concessi gli arresti domiciliari a Giancarlo Galan.

RIENTRO – L’ex governatore, nell’auto guidata dalla moglie, ha raggiunto la villa di Cinto Euganeo in attesa dell’udienza del 16 ottobre.

DOPO LA RESA – L’ex governatore ha ottenuto gli arresti domiciliari

INCHIESTA SULL’AMBIENTE – Gli indagati non rispondono, i legali: dobbiamo leggere 30 faldoni di atti

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre protagonisti dell’inchiesta sull’ambiente. Ieri mattina, davanti al Gip, Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano hanno scelto la strada del silenzio. Motivo: è necessario leggere tutta la corposa documentazione raccolta dal pm: 30 faldoni di atti. Il protagonista dell’inchiesta è Fabio Fior (foto), 57 anni, noalese residente a Padova, ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto. Per lui è scattata la misura degli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso. Il pm Gava contesta all’ex dirigente una serie di incarichi di collaudo che Fior avrebbe seguito su discariche e impianti di smaltimento rifiuti senza la necessaria autorizzazione da parte dell’amministrazione regionale.

 

Galan torna a casa

«Ho accettato l’inaccettabile»

«Non riusciva più a stare in carcere. Per questo Giancarlo Galan ha accettato l’inaccettabile».
È l’amara riflessione fatta ieri pomeriggio dagli avvocati dell’ex presidente della Regione. Niccolò Ghedini e Antonio Franchini spiegano con una frase molto secca che la situazione complessiva in questi mesi era diventata davvero molto delicata.
«Le condizioni generali erano gravi – aggiungono i legali – non dimentichiamo che Galan si trovava ristretto nel carcere di Opera dal 22 luglio scorso». Per riuscire venire fuori da una situazione così difficile i due avvocati hanno quindi deciso di avviare una trattativa serrata che, in otto giorni, ha prodotto il via libera alla scarcerazione da parte della Procura veneziana. E ieri mattina, poco prima delle 10, il gip Galasso dal suo ufficio in piazzale Roma ha depositato il provvedimento che concede a Galan gli arresti domiciliari nella sua casa di Cinto Euganeo. Una decisione, quella del giudice, dettata sia dal parere favorevole della Procura sia dalla lunga detenzione.
Certo, non deve esser stato facile accettare un patteggiamento a 2 anni e 10 mesi visto che in passato Galan ha spesso respinto gli addebiti della Finanza, ma gli avvocati rimarcano che in due mesi il loro assistito ha perso 22 chili e che attualmente presenta anche spunti depressivi che necessitano di una vista psichiatrica. In prospettiva, poi, si stava delineando anche il rischio di una richiesta di giudizio immediato che avrebbe allungato la custodia cautelare in carcere per altri sei mesi per processare il politico come detenuto.
Da qui la scelta dei legali «dell’accordo tecnico della prescrizione per tutti i reati fino al 22 luglio 2008; 2 anni e mesi 10 per i residui reati contestati, confisca per il valore di 2.600.000, sulla casa di Cinto Euganeo rispetto ad un sequestro disposto per 4.850.0000. E così alla fine Galan, dopo una sofferta riflessione, ha accettato solo per le difficoltà di proseguire lo stato di carcerazione e per poter riabbracciare la propria famiglia con particolare riferimento alla piccola Margherita».
L’ex ministro, comunque, è tornato a ribadire la propria estraneità a molti addebiti prendendo di mira alcune affermazioni collegate all’inchiesta sul Mose.
«In particolare – precisano Ghedini e Franchini – in merito alla pretesa dazione di un milione all’anno emerse dalle dichiarazioni dell’ingegner Mazzacurati, le cui reali condizioni di salute, recentemente emerse, gettano luce inquietante sulle dichiarazioni di otto mesi fa, particolarmente confuse e contraddittorie».
L’ultimo affondo dei legali riguarda la carcerazione preventiva. «Il carcere preventivo produce danni, a volte irreversibili, su persone ancora non giudicate – concludono Ghedini e Franchini – auspichiamo che il legislatore intervenga ancora una volta per delimitare in materia drastica questo istituto la cui applicazione pratica e giurisprudenziale suscita sempre maggiori riserve e critiche». In ogni caso il tetto del patteggiamento, se confrontato ad altri protagonisti dell’inchiesta, è destinato a far discutere.

Gianpaolo Bonzio

 

LA PRIGIONE DORATA – Una grande dimora con piscina e chiesetta

IL FILM – Galan all’uscita del carcere con la moglie, all’arrivo a casa e nella prima passeggiata in giardino

DIMAGRITO – Secondo i suoi avvocati avrebbe perso 22 chili

Abbracci e fischi per l’ex doge

Il ritorno nella villa di Cinto Euganeo, l’incontro con la figlia e la contestazione all’arrivo: «Ladro, ladro»

Da ottanta giorni attendeva questo momento. Che è arrivato ieri, poco dopo le 17, quando ha riabbracciato la figlioletta Margherita, nel giardino della sua splendida abitazione di Cinto Euganeo. Giancarlo Galan, infatti, adesso è agli arresti domiciliari a Villa Rodella, da dove era uscito a bordo di un’ambulanza il 22 luglio scorso, diretto al carcere di Opera. Accusato di tangenti nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, ha patteggiato una pena di due anni e 10 mesi e la confisca di 2 milioni 600 mila euro: ora dovrà restare all’interno delle mura domestiche, peraltro una prigione dorata con parco, piscina e chiesetta privata. Secondo la legge, come hanno precisato i carabinieri che presidiavano l’abitazione, non potrà però andare neppure in giardino, o sul balcone.
I preparativi per il rientro dell’ex governatore erano iniziati già la mattina, con la governante che era entrata e uscita dall’antica palazzina per fare compere e preparare qualcosa di particolarmente gradito al capofamiglia. La moglie Sandra Persegato, invece, era partita molto presto guida della sua Audi Q7 per andare a prendere il marito nel carcere lombardo. Per il resto della mattinata, e per metà pomeriggio, nel giardino di casa Galan si sono visti solamente i cani, uno dei quali, un vecchio labrador dal passo incerto, non si è mosso dal cancello, come se volesse essere il primo a salutare il padrone. All’interno la piccola Margherita, 7 anni, si era preparata con un delizioso abitino a quadretti e le calzine bianche, per accogliere il papà.
Nella dependance, quella dove aveva dormito anche Silvio Berlusconi il giorno del matrimonio dei coniugi Galan, porte e finestre sono rimaste chiuse, mentre nell’ala dove c’è la residenza della famiglia i balconi sono stati aperti, i vetri a bocca di lupo per arieggiare gli interni, ma le tende rigorosamente tirate. Qualcuno aveva dato una sistemata anche al giardino, per far trovare all’ex governatore in buono stato le tantissime piante di rose bianche di cui si prendeva cura personalmente prima dell’arresto.
Decisamente meno amichevole, invece, l’atteggiamento degli abitanti di Cinto, molti dei quali, a piedi in bici e in auto, sono passati davanti a Villa Rodella urlando insulti di tutti i tipi nei confronti dell’ex doge. «Ladro!», ha gridato qualcuno. I passanti prima si informavano se il loro concittadino più illustre fosse rientrato e poi passavano alle invettive.
Quando è arrivato, dall’altra parte dell’argine, proprio davanti alla facciata della villa, si era radunato un capannello di persone che ha assistito alla scena. Alle 16,55 è tornata per prima Sandra Persegato, camicia senza maniche e pantaloni neri, sgommando con il suv arrivato a gran velocità: con il telecomando ha azionato il cancello elettrico e, in attesa che si aprisse, ha nascosto il volto con una mano, mentre con l’altra ha ticchettato nervosamente sul volante, impaziente di sfuggire alla folla di fotografi e giornalisti. Pochi istanti dopo ha varcato l’ingresso della tenuta la BMW X6 bianca con l’autista e Giancarlo Galan a fianco: quest’ultimo, camicia bianca e maglioncino marrone chiaro sulle spalle, è parso molto molto dimagrito (addirittura 22 chili secondo i legali Nicolò Ghedini e Franchini). Quando ha visto la sua casa, si è passato una mano davanti agli occhi, quasi non credesse di essere di nuovo a Cinto. Le due macchine si sono fermate nell’ala retrostante il cortile. Margherita è corsa tra le braccia del padre prima che lui scendesse dall’abitacolo. Poi Galan ha salutato affettuosamente la moglie, gli altri parenti e i domestici, attorniato da tutti cani di casa che gli hanno fatto moltissime feste. Nel frattempo è iniziato a piovere, ma l’ex governatore non ha esitato a prendere un ombrello e, tenendo per mano la figlia Margherita, ha fatto un giro nei campi a vedere le altre bestiole, gli uccelli nelle voliere e le galline nel pollaio. La bimba, saltellandogli intorno, gli ha raccontato tutto quello che era successo in sua assenza. Quindi per Giancarlo Galan è cominciata la lunga clausura dorata.

 

IL BILANCIO FINANZIARIO – Un’inchiesta costosa ma «in attivo»

Con i 12 milioni che lo Stato incasserà dai patteggiamenti, la Procura di Venezia ha ampiamente coperto le “spese di giustizia” sostenute per condurre in porto una delle inchieste destinate a entrare nella storia, del malaffare italiano. Indagini, quelle sul Mose, partite in sordina nel 2008 e chiuse, forse non definitivamente, lo scorso 4 giugno: quanto sono costate ai contribuenti? L’unico dato certo sono i circa 750mila euro pagati per migliaia di ore di intercettazione. Ma occorre considerare anche il “prezzo” delle risorse umane impiegate fra investigatori della Guardia di Finanza, e giudici. Per quanto riguarda i finanzieri il calcolo molto approssimativo potrebbe ammontare a circa 1 milione e e mezzo considerando almeno 15 militari staccati a tempo pieno per 4 anni, con stipendio medio mensile di 2mila euro comprensivo di straordinari, più l’arrotondamento per missioni e altro.

 

Ma Baita e i big hanno pagato meno di tutti

L’EX SINDACO – L’offerta di Orsoni era del 2,7 %: il gup l’ha respinta

IL CONTO – Galan dovrà sborsare il 54% della somma che gli viene addebitata

Scandalo Mose, in base alle pene pecuniarie già patteggiate e in via di definizione, la Procura di Venezia sull carta ha già recuperato quasi 12 milioni di euro. Oltre il 30% sul totale del cosiddetto prezzo del reato che si aggira, in base a quanto contestato in ordinanza a circa 36 milioni 192mila euro. Chiamato a pagare risulta chi si è intascato a vario titolo i soldi pubblici, diffusi a pioggia da quella centrale di tangenti che si è rivelata il Consorzio Venezia Nuova sotto la guida di Giovanni Mazzacurati. Il conto più salato, si fa per dire, è stato presentato non tanto ai vip della politica o ai big dell’economia, bensì ai pesci piccoli, per lo più responsabili delle cooperative. Il dato emerge calcolando la percentuale di ogni singolo indagato rispetto alle cifre confutate nero su bianco dai finanzieri che hanno condotto le indagini, coordinati dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Questo solo sul fronte del “vil denaro”, senza considerare la pena detentiva patteggiata che per il filone veneziano ammonta a un totale di 33 anni. Piergiorgio Baita, ex patron della Mantovani di cui detiene stock option milionarie, è uscito dalla scena giudiziaria sborsando 400mila euro: il 5% dei quasi 8 milioni di euro contestati per evasione fiscale. Mentre i “soci”, citati con lui in solido, Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan quando era governatore del Veneto, William Ambrogio Colombelli, titolare della “cartiera” di fatture false con sede a San Marino, Nicolò Buson, responsabile amministrativo di Mantovani, non hanno versato nemmeno un cent.
Di fatto la stangata – considerata non sulla cifra complessiva da versare – l’hanno presa, come detto, i personaggi cosiddetti minori, quali i titolari delle coop che nei diversi interrogatori hanno ribadito che se volevano lavorare dovevano allinearsi al “sistema”. Da questa angolazione più bastonati di Galan sul portafoglio, che l’altro ieri ha chiesto di patteggiare con 2 milioni e 600mila euro (quasi il 54% dei 4 milioni e 830mila contestati) appaiono i chioggiotti Dante Boscolo Contadin, Gianfranco Boscolo Contadin (Nuova Coedmar) e Andrea Boscolo Cucco: battono il record rispettivamente con il 100% e con il 94% e Dante paga in toto i 464mila euro contestati, 64mila euro in più di Baita. A tallonarli, un altro Boscolo, Mario Bacheto della Cooperativa San Martino (fu la verifica fiscale aziendale avviata nel marzo 2008 a far partire l’inchiesta Mose) con poco più del 91%, 300mila euro più di Baita.
Seguono a distanza Stefano Tomarelli (manager di Condotte) con quasi il 67% equivalente a 700mila euro su 1 milione e 45mila euro, Maria Teresa Brotto (dirigente Consorzio Venezia Nuova) con il 64%, 600 mila euro (200mila euro in più di Baita) su 933mila euro.
L’importo da primato pattuito spetta all’industriale veronese Alessandro Mazzi (titolare dell’omonima azienda di costruzioni e socio al 30% del Consorzio Venezia Nuova) con 4 milioni di euro, dieci volte tanto Baita, il grande accusatore, calcolati su oltre 13 milioni di euro contestati. La cenerentola, sempre percentualmente parlando risulta con il 2,15% Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, il consorzio della Lega delle Cooperative del Veneto, che stando all’accusa sarebbe stata la centrale delle mazzette rosse (19mila euro su 890mila). L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si posiziona subito dopo Morbiolo e prima di Baita con 2,7% (15mila su 560mila) ma la proposta del suo patteggiamento, come si sa, è stata rigettata dal giudice dell’udienza preliminare. Al terzo posto, con il 9% il padovano Paolo Venuti, l’ex commercialista di Galan che ha ammesso di aver fatto da prestanome al deputato di Forza Italia, da ieri ai domiciliari a Villa Rodella (70mila euro) su 790mila.

Monica Andolfatto

 

Pene leggere? Sì, ma giustizia è fatta

Da quando esiste il rito del patteggiamento in Italia, mai un’inchiesta complessa come quella del Mose si è conclusa in termini così rapidi e con la resa (quasi) incondizionata della (quasi) totalità degli indagati. Mentre vent’anni fa gli ex ministri Carlo Bernini e Gianni De Michelis si facevano processare per le mazzette della “bretella” autostradale Marco Polo, oggi l’ex ministro Giancarlo Galan ha scelto di uscire dalla scena giudiziaria e politica scendendo a patti con i suoi accusatori, anche se per quattro mesi aveva sostenuto che essi fossero allo stesso tempo vittime e carnefici, a causa delle allucinazioni confessorie del trio Mazzacurati-Baita-Minutillo. E così fa finire in archivio un elenco di episodi di supposta corruzione per milioni di euro che fanno impallidire Mani Pulite.
Tutti sanno che il patteggiamento non è ammissione di colpevolezza, ma accettazione concordata di una pena (detentiva e pecuniaria), per i più svariati motivi. C’è chi vuole risparmiare sui costi di un processo, chi preferisce evitare mesi sotto la ribalta della cronaca. Ma c’è anche chi teme condanne severe e si aggrappa al compromesso che la Legge gli offre per limitare i danni. È un accordo tra accusa e difesa, con una convenienza da ambo le parti. Ma è un contratto che difficilmente si accetta – soprattutto se in gioco c’è l’onore di persone che hanno ricoperto incarici pubblici – quando si è accusati ingiustamente.
Per questo la resa di Galan alla Procura di Venezia è l’ammissione (implicita soltanto ad essere benevoli) dell’esistenza di quel sistema dell’intrallazzo, delle elargizioni clientelari, dei controlli sugli appalti, dei finanziamenti illeciti alla politica, indicati nei capi d’accusa che hanno portato alla retata del 4 giugno 2014. Il fatto che più o meno tutti gli indagati abbiano fatto la stessa scelta, significa che il disvelamento dei fatti e delle prove, le testimonianze e le chiamate di correo raccolte da Finanza e pubblici ministeri, non erano tasselli di un quadro disordinato, confuso, approssimativo, ma i mattoni di una costruzione solida, dalle fondamenta ben piantate. Purtroppo, a guardarla con gli occhi del cittadino, è in realtà una babele di interessi privati in atti d’ufficio, distrazione di risorse pubbliche e scandalosi arricchimenti personali, che – a dispetto dei tanti amministratori onesti – rimarrà come una macchia, non soltanto individuale, su Venezia e sul Veneto.
Giancarlo Galan starà ai domiciliari per qualche mese ancora, sborserà un po’ di quattrini e perderà il seggio alla Camera dei Deputati, ma ha comunque ottenuto vantaggi non indifferenti. Esce dal carcere, evita il rischio di una condanna molto più pesante al termine del processo, vede interrompersi la caccia al tesoro aperta in mezza Europa sui suoi conti bancari esteri e non pagherà, seppur in solido, le spese legali, che per un’inchiesta-monstre come quella sul Mose saranno salatissime.
Eppure la Procura di Venezia, su cui inevitabilmente in queste ore piovono anche critiche per una pena tutto sommato modesta rispetto al tenore delle accuse, può fregiarsi di un grande merito. Un record da annali giudiziar, in epoca di processi-lumaca. In quattro mesi ha chiuso la partita con politici locali e regionali, uomini di partito e portaborse, ufficiali della Finanza infedeli, ex-Magistrati alle Acque, professionisti e imprenditori. Tutti hanno ballato per anni una danza macabra attorno al Mose, in una Laguna carnescialesca, dove i volti erano in realtà le maschere di una rappresentazione molto poco civile. Con l’unica eccezione dell’indagato Renato Chisso, ora hanno capito che il tempo della resa alla Giustizia è arrivato. E questo, pur con qualche approssimazione, è il punto più vicino a una verità sostanziale.

Giuseppe Pietrobelli

 

L’ASSESSORE IN CARCERE Il faccia a faccia salta all’ultimo momento

Chisso tace: «Non me la sento»

Viaggio a vuoto dei pm a Pisa

I difensori miravano a far constatare di persona dai magistrati il pesante stato psicofisico dell’indagato: «Non può stare in cella, rischia un altro infarto»

Si è avvalso della facoltà di non rispondere, aprendo la strada alla richiesta di rito immediato da parte della Procura lagunare, processo entro brevissimo con le sole prove accumulate finora. Nel primo interrogatorio dal giorno del suo arresto, il 4 giugno scorso, Renato Chisso ha rifiutato di sostenere il contraddittorio davanti ai due dei tre pm, con Paola Tonini, titolari dell’inchiesta sul Mose, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Magistrati che di prima mattina sono partiti da Venezia alla volta del carcere di Pisa, dove a mezzogiorno era fissato il faccia a faccia fra l’ex assessore regionale alle Infrastrutture e coloro lo accusano di corruzione, alla presenza dei legali del 60enne veneziano.
Una titubanza iniziale di fronte ai sostituti procuratori e poi poche parole: «Non me la sento di rispondere, non sono in grado» avrebbe detto, trasandato nell’aspetto. Così chi si aspettava che dopo l’amico Galan, il prossimo a capitolare fosse lui è stato spiazzato. E lo è ancor di più chi fatica a capire la strategia difensiva intrapresa, finora apparsa incentrata sulla battaglia peritale medica per dimostrare l’incompatibilità della cella con le condizioni di salute di Chisso, il quale si è sempre proclamato e continua a proclamarsi innocente. Allora forse sarebbe bastato inviare un fax in Procura, rifiutando quella che i magistrati hanno considerato l’opportunità concessa a tutti gli indagati del Mose, ovvero di controbattere alle contestazioni.
L’avvocato di Chisso, Antonio Forza, ha qualche asso nella manica da giocare in dibattimento e mirava a far constatare di persona lo stato psicofisico del suo assistito, cardiopatico, e che a suo parere risulta gravemente compromesso, tanto da far temere un altro infarto. I pm dal canto loro non si sbilanciano e attendono la decisione della Commissione nominata dal gip. Stando alle dichiarazioni dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, Chisso sarebbe stato a libro paga del Consorzio. Ad aggravare la posizione di Chisso, di recente, le ammissioni rese da Luigi Dal Borgo circa ingenti versamenti su conti esteri a lui riconducibili.

 

GALAN / 1 – PENA DA LADRI DI GALLINE

Come volevasi dimostrare. Il sig. Galan cala i pantaloni, patteggia una pena da ladri di galline e promette di restituire all’erario la somma di 2,6 milioni di euro. Qualcuno dovrà spiegare al popolino cosa significhi patteggiare una pena agli arresti domiciliari o tutt’al più essere inserito nel novero dei lavori socialmente utili, come il povero Berlusconi. Il signore, che con tanta alterigia si dichiarava totalmente estraneo e lanciava strali a destra e a manca, ora si troverà ad innaffiare i fiori nella sua villa principesca e si darà da fare per racimolare i soldi rubati. Sì, perché il signore ha rubato soldi pubblici, cioè contributi del popolo e come tale dovrebbe chiedere scusa ai derubati e farsi qualche annetto di galera. Poi speriamo che gli venga confiscata la villa, i tanti poderi, barche e macchine, insomma lo si riduca al lastrico, imparerà così come si vive con pochi euro al mese. Bisogna che in questo paese, dilaniato da continui scandali, ritorni la morale e l’onestà, per cui la pena inflitta al sig. Galan sia un monito per chi governa ed amministra denaro pubblico.

Alessandro Dittadi – Mogliano Veneto (Tv)

 

GALAN / 2 – ISOLIAMO LE MELE MARCE

Galan patteggia. Bene, ha fatto ciò che la legge gli permette. Sono convinto che tra consulenti medici, perizie sulla sua salute e costi vari, per tipi come lui, sommato il costo del carcere, sia la soluzione meno costosa. Ma poi? Se dovesse vivere come niente fosse successo sarebbe un male. A queste persone (se poi è giusto chiamarle tali) bisognerebbe scavare un fossato attorno, nessun funzionario pubblico dovrebbe più avvicinarsi, pena la radiazione, se un ente privato dovesse partecipare a gare di appalti pubblici e si avvalesse delle sue (e della sua cerchia) consulenze dovrebbe essere subito escluso dalla gara, gli si dovrebbe eliminare pensioni e vitalizi acquisiti, perché la persona pubblica si è macchiata di disonestà soprattutto verso tutti coloro che lo hanno votato, non verso i pochi che lo hanno scelto. Abbiamo una miriade di esempi di qualcuno che si avvale ancora di tipi come questi perché sono costoro che conoscono il sistema. C’è bisogno di isolarli davvero, renderli inoffensivi. Sono solo malati di potere e presidenzialismo, se gli togliamo questo si auto eliminano.

Lettera firmata

 

GALAN / 3 – UN “DOGE” INDEGNO

Ci fu un tempo felice in cui Venezia era l’esempio. Chi aveva un incarico pubblico doveva essere integerrimo e se rubava veniva decapitato. Ora non pretendo tanto ma pensare che il moderno “doge” patteggi il minimo e si tenga il massimo urla dolore e sdegno. Per quanto ancora saremo chiamati a fare sacrifici inenarrabili per ingrassare costui e costoro?

Nadia Ancilotto

 

GALAN / 4 – MA QUESTA NON E’ GIUSTIZIA

Non ho mai scritto nella mia lunga vita a un giornale, ma sono talmente indignato che non ne posso fare a meno. Mi ero illuso che il grande lavoro fatto da quei giovani e coraggiosi Giudici contro addirittura i poteri forti dello Stato portasse a una condanna esemplare, forse non ci avrebbe restituito il maltolto, ma ci avrebbe confortato. Invece abbiamo un Corona in galera per altri anni e questi signori, con la esse minuscola, che si sono appropriati dei soldi dello Stato, vissuti alla grande alla faccia di tutti noi, sperperando i nostri soldi, avendo comperato case pagandole in nero (dichiarato dal venditore) restano praticamente impuniti: solo un piccolissimo patteggiamento, senza contare tutto il resto. Signori Procuratori della Repubblica vorrei sapere, come cittadino, se questa è Giustizia.

Maurizio Fiorini

 

GALAN / 5 – IL PRINCIPE DELLE CONTRADDIZIONI

Lo ricordiamo tutti: era partito negando qualsiasi coinvolgimento. Proclamandosi onesto, adamantino, incapace non soltanto di violare leggi ma anche di escogitare furberie per aggirarle. Anzi, ancora prima, durante il suo lunghissimo “governatorato”, si era profuso in elogi per questo Nordest sano, lontano dalle corruttele, fatto di grandi imprese (sempre le stesse, noto incidentalmente) che lavoravano con passione e onestà e a cui la politica doveva solo dire grazie. Comunque, davanti al parlamento, prima correzione di rotta: sono innocente, nessun reato ma sì, al limite, per la mia casa, qualche furberia nella fatturazione per ovvi motivi fiscali. Poi l’arresto e le lamentazioni sdegnate e grintose: è un complotto, farò nomi e cognomi. Ha fatto nomi e cognomi di imprenditori che l’avrebbero finanziato occultamente. Lo hanno smentito tutti. Nuova giravolta: combatterò fino in fondo per dimostrare la mia innocenza. Fatalità, appena ha rischiato di passare da un’infermeria al carcere comune, ecco pronto un patteggiamento anche cospicuo. E l’offerta di un pozzo di soldi che fino a poco prima aveva dichiarato di non avere. E’ davvero triste la fine del doge Galan. Ma lui è comodamente nella sua villa. Forse è più triste la fine per chi ha continuato a votarlo per anni e anni.

Elena Fava – Carbonera (Tv)

 

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