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Ricorso respinto per la mazzetta da 500mila euro con i soldi del Mose

MILANO – Accusa di corruzione: l’ex deputato Milanese rimane in carcere

MILANO – Finito per competenza territoriale a Milano, il filone della presunta corruzione che ha lambito il ministero dell’Economia, ha trovato ieri un’ulteriore conferma da parte del Tribunale del Riesame. I giudici a cui aveva fatto ricorso Marco Milanese, deputato di Forza Italia, già braccio destro del ministro Giulio Tremonti, hanno respinto la richiesta di revoca della misura di custodia cautelare. Milanese era stato raggiunto da un primo provvedimento del gip Alberto Scaramuzza, di Venezia. Poi il fascicolo era stato spedito a Milano, ritenuta competente per il reato contestato a seguito della decisione del Riesame lagunare che riguardava un altro imputato, il vicentino Roberto Meneguzzo, di Palladio Finanziaria.
A quel punto la Procura lombarda aveva chiesto al gip di rinnovare entro venti giorni il provvedimento, altrimenti Milanese sarebbe stato scarcerato. Contro la seconda ordinanza l’ex parlamentare ha presentato ricorso. E il ricorso è stato respinto. Milanese, ha spiegato il suo legale, Bruno Larosa, è «dispiaciuto in quanto riteneva che le sue argomentazioni avrebbero portato alla scarcerazione».
L’accusa di corruzione si riferisce a 500 mila euro che sarebbero stati pagati da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, tramite Meneguzzo, per ottenere il via libera del Cipe a un consistente finanziamento per la realizzazione del Mose. I Pm veneziani hanno ricostruito il percorso di quella mazzetta e gli incontri avvenuti a Milani, fino a quello decisivo in cui sarebbe stato consegnato il denaro.

 

LO SPECIALE – Da domani sul Gazzettino la storia dello scandalo Mose

LO SPECIALE – Da domani tutta la ricostruzione della grande inchiesta sul malaffare

Sul Gazzettino la storia dello scandalo

Il Gazzettino, a partire da domani, racconta lo scandalo del Mose. Lo fa ripercorrendo la cronaca di questi ultimi due mesi e ricordando ai lettori i passaggi-chiave di questa inchiesta giudiziaria che, mentre è ancora cronaca, è già storia. Nessuno ha più dubbi infatti che la storia recente di Venezia e del Veneto ruoti attorno alla data del 4 giugno 2014. Gli arresti di quella mattina azzerano la classe politica – di destra e di sinistra – che ha governato negli ultimi vent’anni Venezia e il Veneto e decapita i vertici delle aziende locali e nazionali, dalla Mantovani alle cooperative della Lega, mentre getta ombre anche sull’operato di alcuni ministri della Repubblica. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ma appena si accendono le luci dei riflettori su questa inchiesta, si scopre che dentro ci sono tutti quelli che conta(va)no. Dall’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan all’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso. Dai presidenti del Magistrato alle acque degli ultimi anni, a giudici della Corte dei conti e del Consiglio di stato, da generali della Guardia di Finanza a ministri e portaborse.
Insomma, la Procura di Venezia ha portato alla luce con questa inchiesta di cui solo a distanza di mesi si intuiscono appieno i contorni, il più grande scandalo della storia italiana recente. Non che i giornali non avessero sollevato più di una obiezione sul Mose – «Bastava leggere il Gazzettino», ha detto Massimo Cacciari nel corso di un dibattito televisivo – ma nessuno aveva idea della dimensione del malaffare. Piergiorgio Baita, che è l’inventore del sistema delle false fatturazioni all’estero per creare fondi neri e pagare i politici, parla di 1 miliardo di euro di soldi pubblici finiti nel pozzo di San Patrizio della corruzione. Ecco perché il giornale di Venezia e del Veneto offre questa ricostruzione che accompagnerà i lettori fino a settembre. Si inizia domani, si prosegue domenica prossima, 17 agosto, e poi ogni sabato e domenica.

 

Nuova Venezia – Mose, lo Stato recupera gia’ 2,5 milioni

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8

ago

2014

Restituiscono i soldi i Boscolo, Cuccioletta, ………. e Morbiolo. Maria Brotto torna al lavoro e i colleghi in mensa si alzano

VENEZIA – Moneta sonante nelle casse dell’Erario.Sono2,5 i milioni di euro già assicurati alle casse del ministero, versati sul Fondo Unico Giustizia presso Equitalia da sei indagati dell’inchiesta “Tangenti Mose”, come precondizione posta dai pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini per concedere il nullaosta al patteggiamento della loro pena. Tra i soldi messi in cassa allo Stato dagli accusati di concorso in corruzione – euro più, euro meno – ci sono i 676 mila euro versati Stefano e Mario Boscolo “Bacheto”, i 700 mila euro di Piergiorgio Boscolo “Contadin” (imprenditori chioggiotti che hanno partecipato al sistema di false fatturazioni che foraggiava i fondi neri del Consorzio, in cambio di appalti), gli 800 mila euro pagati da Patrizio Cuccioletta (l’ex Magistrato alle Acque che ha confessato di essere a libro paga di Giovanni Mazzacurati e del Consorzio per agevolare pratiche e collaudi), i 100 mila euro pagati da ………….., consulente svizzero di Piergiorgio Baita e della Mantovani e accusato di aver ideato un sistema per evadere le imposte attraverso sovrafatturazioni di una società canadese. Poi le “briciole” dei 19 mila euro versati da Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco. Si tratta del corrispettivo delle “mazzette” contestate, con relativa imposta evasa, a saldo del danno provocato all’Erario, dal momento che erano pagate con i soldi pubblici, che il Consorzio Venezia Nuova incassava dallo Stato a fronte di spese in realtà mai sostenute. A questi milioni – una volta che le sentenze di patteggiamento (sulle quali dovrà esprimersi il giudice Vicinanza) saranno definitive – la Procura conta di aggiungere i proventi delle confische, come 600 mila euro dell’ingegnere del Consorzio Venezia Nuova Maria Brotto (che tangenti non ne ha pagate, ma era addentro al sistema: nei giorni scorsi è tornata al lavoro, contestata da alcuni dipendenti che si sono alzati quando lei si è presentata a pranzo in mensa) o i 150 mila euro di finanziamento illecito ai partiti per l’ex consigliere regionale pd Giampietro Marchese. Soldi insieme a pene, variabili tra gli 11 mesi (Marchese) e i 2 anni (Boscolo e Brotto). Era già avvenuto con Mantovani che ha già versato all’erario 3 milioni di euro di imposte evase dal suo ex presidente Piergiorgio Baita, con i fondi neri. La Procura ha, invece, al momento respinto altre richieste di patteggiamento, ritenute non congrue – anche in relazione ai “danari” da restituire – come quella avanzata dai legali dell’imprenditore Stefano Tomarelli, già nella “cupola” del Consorzio Venezia Nuova. In questi giorni, i legali di un altro uomo forte del Cvn – […………………….] – stanno cercando di ottenere dalla Procura il nullaosta per permettere a un notaio di incontrare l’imprenditore in carcere e cedere per 5 anni le quote societarie a una persona di fiducia: bisognerà vedere se questo sarà sufficiente a garantirgli la disponibilità dei pm al patteggiamento perché [……] – uomo vicino a Gianni Letta – è con l’ex assessore Renato Chisso e l’ex governatore Giancarlo Galan, tra quanti negano qualsiasi accusa escono ancora in carcere. Proprio Galan è descritto dai suoi legali come «furioso» per il mancato accoglimento dell’istanza di revoca del carcere e la «fandonia» dell’accusa che gli muove Mazzacurati di avergli versato uno stipendio annuale di un milione di euro circa: pronto il ricorso per Cassazione.

Roberta De Rossi

 

GRANDI OPERE – Mose, il Cipe non decide sui 400 milioni di euro

Sicuramente è stata una iniziale “doccia fredda” per il Consorzio Venezia Nuova. Ma è bastato notare che dalla riunione odierna del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, non ci fosse all’ordine del giorno lo stanziamento degli attesi 401 milioni di euro per il completamento del sistema Mose, che più di qualcuno nella sede dell’Arsenale non ha nascosto più di qualche preoccupazione. Già, perchè questo finanziamento dovrebbe servire per il completamento delle opere del sistema e quindi risultano quanto mai indispensabili per un progetto che sembra completato all’85-87 per cento. Una situazione delicata per il Consorzio Venezia Nuova che in queste settimane ha annunciato il completamento o l’avvio al completamento di alcune fasi importanti come la posa dei cassoni alle bocche di porto e l’avvio della sistemazione delle paratoie. Ora, sia pure in piena estate, pare sia calato il gelo almeno nel rinvio nell’ordine del giorno previsto nella seduta di oggi del Cipe. L’assenza di questo finanziamento, almeno fino a questo momento – come ha rilevato più volte lo stesso presidente del Cvn, Mauro Fabris pregiudicherebbe la conclusione dell’opera nel 2016.

 

Gazzettino – Con i patteggiamenti recuperati 4 milioni

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8

ago

2014

Mantenuta la promessa di sette indagati dopo aver concordato la pena con i magistrati. Restano sequestrati beni per circa ottanta milioni

Con i patteggiamenti recuperati 4 milioni

L’inchiesta sul “sistema Mose” ha già fatto incassare allo Stato oltre 4 milioni di euro. A tanto ammontano le somme che i primi indagati si sono impegnati a versare contestualmente al patteggiamento della pena detentiva concordata tra i rappresentanti della difesa e i magistrati della Procura. Il calcolo è ovviamente provvisorio: negli ultimi giorni molti altri indagati hanno preso contatti con la pubblica accusa, per tramite dei rispettivi legali, con l’obiettivo di verificare la possibilità di uscire dall’inchiesta con un patteggiamento, e sono in corso febbrili trattative. Il nodo principale da sciogliere non è tanto quello della pena detentiva – in gran parte dei casi contenuta entro i limiti della sospensione condizionale – quanto l’ammontare delle somme che ciascun indagato dovrà versare al Fondo unico della giustizia, a titolo di restituzione della quota di sua competenza delle “mazzette” o delle false fatturazioni che gli vengono contestate. Senza restituzione del cosiddetto “prezzo” del delitto, la Procura non è disponibile, infatti, a scendere a patti.
Finora hanno concordato il patteggiamento gli imprenditori Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino (a due anni di reclusione ciascuno), i quali hanno già versato quasi 700mila euro; e Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (due anni e 700 mila euro). L’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta, si è detto disponibile a patteggiare 2 anni (e a pagare 800mila euro); stessa pena concordata dalla coordinatrice della progettazione del Mose per il Consorzio Venezia Nuova, Maria Teresa Brotto, per la quale il “prezzo” del reato è stato quantificato dai pm in 600mila euro, somma che potrebbe esserle confiscata quando la sentenza diventerà definitiva (anche se l’ingegnere non ha materialmente mai incassato alcuna tangente: gli viene contestato “solo” il concorso con le corruzioni commesse dall’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati). E ancora: l’imprenditore svizzero ….., accusato di essere l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani – ha concordato un patteggiamento di 1 anno e 3 mesi (e 100mila euro da restituire); l’imprenditore di Cavarzere delle coop rosse, Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, 1 anno (e 19 mila euro, ciò che aveva nel conto corrente al momento dell’arresto); mentre per l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese la pena è stata definita in 11 mesi (e possibile successiva confisca di una somma pari ai finanziamenti illeciti chi gli vengono contestati).
Per altri indagati le somme che la Procura chiede loro di versare sono superiori al milione di euro: è per questo motivo che le trattative per alcuni patteggiamenti proposti dalla difesa si sono fermate, o quantomeno hanno rallentato i tempi di definizione.
Al momento degli arresti, lo scorso giugno, la Procura ha ottenuto sequestri per un ammontare complessivo fino ad 80 milioni di euro e i beni “congelati” ai vari indagati serviranno a garantire che, in caso di condanna, lo Stato possa incassare almeno una parte delle somme che dovranno essere restituite a titolo di “prezzo” del reato.

 

CAMERA – Galan, stop ai rimborsi

ROMA – L’ufficio di presidenza della Camera ha sospeso l’erogazione di tutte le somme dovute a titolo di rimborso, nessuna esclusa, legate all’esercizio del mandato parlamentare, nei confronti di Giancarlo Galan (FI) da quando l’Assemblea ne ha concesso l’arresto.

 

CIPE – Niente 400 milioni. A rischio i lavori

Niente stanziamento di 400 milioni all’ordine del giorno della seduta del Cipe, ieri. Ed è stato gelo al Consorzio Venezia Nuova. L’«assenza» di questo punto rischia di mettere in crisi il completamento del sistema Mose entro il 2016.

 

Nuova Venezia – “Via del Mare, fermiamo il bando”

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5

ago

2014

MEOLO

La richiesta del Comune alla Regione. Legambiente: opera inutile

MEOLO «La sospensione del bando della via del Mare e la predisposizione di un Piano per la mobilità, concertato con le amministrazioni locali». È quanto il Consiglio comunale di Meolo chiede al governatore Zaia. L’ordine del giorno, che pronuncia un chiaro no al progetto dell’autostrada del Mare, è stato approvato dalla maggioranza di centrosinistra e dal M5S, mentre la Lista Basso si è astenuta lamentando il ritardo con cui è stato consegnato il testo definitivo. Il documento di Meolo segue la lettera in cui undici Comuni del territorio hanno chiesto un incontro urgente a Zaia sull’iter della via del Mare. Legambiente parla di svolta importante. «Siamo stati tra i primi, subito dopo i meolesi residenti lungo l’asse stradale, a denunciare l’assurdità di quest’opera e a chiedere un’inversione di tendenza all’idea che l’unica soluzione alla mobilità è quella di costruire autostrade»,commenta Legambiente Veneto Orientale, «bene questo no, ma all’appello manca Jesolo. Chiediamo che si apra il confronto tra tutti, amministratori e cittadini, per scegliere il modello di mobilità del territorio che non deve essere schiavo dei bisogni del litorale, ma neanche agire contro. Il turismo è e sarà uno dei volani economici del nostro territorio, ma si deve decidere insieme quale turismo vogliamo ». Legambiente chiede che la Conferenza dei sindaci assuma «un ruolo di guida nella pianificazione e che al centro si ponga la tutela del territorio ».

(g.mon.)

 

Gazzettino – “No alla Via del Mare”

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5

ago

2014

MEOLO – Il Consiglio comunale chiede la sospensione del bando

Sospensione del bando della «Via del Mare». A chiederlo al governatore Zaia è il consiglio comunale di Meolo, che ha approvato un documento (maggioranza di centrosinistra e M5S, astenuta Lista Basso) che verrà proposto a tutti i Comuni interessati dalla prevista superstrada a pedaggio A4-Jesolo. L’iniziativa, partita dal Pd meolese, mira a cancellare l’opera in project financing per realizzare invece un Piano della mobilità concordato con le amministrazioni comunali. Ad oggi, infatti, l’iter della «Via del Mare» prosegue, nonostante gli scandali che hanno coinvolto alcune delle società proponenti. Il bando per l’affidamento in concessione della progettazione definitiva, costruzione e gestione della superstrada non è ancora stato chiuso per un problema tecnico

(E. Fur.)

 

Adria Infrastrutture, la cassa di Galan e Chisso

La cassa di Chisso e Galan era Adria Infrastrutture

Scatola vuota, intestata quasi a «loro insaputa» a ex governatore e a ex assessore

la società è proponente delle maggiori opere inserite nello Sblocca Italia di Renzi

ROMEA COMMERCIALE – L’ex doge e Vasco Errani firmarono l’accordo per la nuova autostrada

PIATTAFORMA DI FUSINA – lavori per 174 milioni per piazzale fs, parcheggi, logistica e due darsene

VIA DELMARE – Superstrada a pedaggio di 19 chilometri per collegare l’A4 con i lidi di Jesolo e Cavallino

AUTOSTRADA NOGARA-MARE – Lunghezza 150 km, lavori in 4 fasi, concessione 40 anni, importo 2 miliardi.

VENEZIA Una delle accuse a carico di Giancarlo Galan è di aver chiesto a Piergiorgio Baita di rientrare nei guadagni di Adria Infrastrutture, la società creata dal manager per gestire gli utili dei lavori in project financing della Mantovani Costruzioni. L’ex presidente del Veneto non nega di possedere una quota di Adria, anche se per trovare il suo nome bisogna smontare il castello di società costruito a sbarramento dal suo commercialista Paolo Venuti (in carcere pure lui). L’operazione incrociando le visure camerali alla fine è semplice. Che bisogno ci fosse di metterla in piedi, visto che è stato come nascondersi dietro undito, lo sa solo Venuti. Nel suo memoriale Galan sostiene che questa partecipazione vale un fico secco per due motivi: Adria è una società rimasta inattiva e i grandi lavori in project nel portafoglio della società non sono mai partiti. Il reato, pretendono i suoi avvocati, non è mai stato compiuto. Vada come vada la vicenda processuale, non può sfuggire che tutto pare predisposto perché Giancarlo Galan incassasse come socio privato di Adria Infrastrutture parte degli utili derivanti dai grandi lavori pubblici che lui stesso approvava come presidente del Veneto. Lui e il fedele assessore Renato Chisso, che istruiva l’iter procedurale per la parte regionale. Anche Chisso aveva voluto una quota in Adria, mascherandola con Claudia Minutillo prestanome. Manovra più subdola, tant’è che adesso che i due non vanno più d’accordo come prima, ha buon gioco a dire che i soldi della quota liquidata li ha incassati lei e non lui. E la Minutillo avrà qualche problema a dimostrare che non è vero. La quota di Chisso era pari al 5%. Non è chiaro quanti soldi siano stati liquidati (a parte a chi)masi sa che l’ex assessore voleva 2 milioni e mezzo. Baita tirava indietro e fece fare una valutazione allo studio Cortellazzo-Soatto. Ne venne fuori un valore massimo 1 milione e 800mila euro. Galan ha ancora il 7% di Adria, ergo sotto 2 milioni non va. Sarà una valutazione sulla carta, ma suona bene. I grandi lavori nel portafoglio di Adria suonano ancora meglio. Basta leggere la relazione delCdadel 31 dicembre 2012, quando le inchieste che stanno terremotando la classe dirigente veneta viaggiavano ancora sotto quota periscopica (Baita e la Minutillo vengono arrestati il 28 febbraio 2013). Ecco come si presentava il programma grandi lavori. Piattaforma di Fusina. Committente Porto di Venezia, lavori per 174 milioni di euro per realizzare piazzale ferroviario, parcheggi, fabbricati di logistica, due darsene e 1250 metri di banchine. Durata della concessione 40 anni. A fine 2012 le aree erano state consegnate alla società di progetto in cui Adria ha il 10% ed era in corso la realizzazione delle banchine. Via del Mare. Superstrada a pedaggio di 19 chilometri per collegare l’A4 con il litorale di Jesolo e Cavallino. Committente Regione Veneto, costo complessivo 210 milioni, nessun contributo pubblico, durata della concessione 40 anni. Adria ha il 20% nella società proponente. A fine 2012 il progetto era già approvato dal Cipe e la Regione si apprestava a pubblicare il bando di gara. Gra di Padova. Grande raccordo anulare, lunghezza 65 chilometri, committente Regione Veneto, durata della concessione 40 anni, costo 600 milioni di euro da privati e 120 da contributo regionale (più Iva). A fine 2012 la situazione era definita «in stallo per problematiche sollevate da Comuni limitrofi a Padova» ma il progetto era stato consegnato al Cipe. Autostrada Nogara-Mare. Promotore un consorzio misto pubblico-privato, in cui Adria ha il 3%. Lunghezza circa 150 chilometri, lavori suddivisi in 4 fasi, durata della concessione 40 anni, importo superiore a 2 miliardi. A fine 2012 la concessione risultava provvisoriamente assegnata con avvio lavori previsto nel 2014. Passante Alpe Adria. Autostrada di prosecuzione da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, lunghezza23 chilometri, di cui 3,5 in ponti e viadotti e 11,5 in gallerie. Investimento 1 miliardo e 100 milioni, durata della concessione 40 anni, parere favore della commissione Via nazionale. A fine 2012 si attendeva il parere del Cipe. Adria Infrastruttureha il 25%. Romea Commerciale. Collegamento autostradale Mestre- Orte-Civitavecchia, committente ministero delle infrastrutture. Maxi opera da 8 miliardi e 700 milioni, lunga 400 chilometri. A fine 2012 la durata dei lavori era prevista in 5 anni. Adria puntava ad acquisire il 2% nel cartello dei proponenti. Tangenziali venete. Sistema stradale a pedaggio che affianca l’A4 da Padova a Verona per una lunghezza di 107 chilometri. Committente Regione Veneto, investimento di 2 miliardi e 700 milioni, durata della concessione 46 anni. A fine 2012 la commissione Via regionale aveva dato parere favorevole e il progetto era all’attenzione del Cipe. Adria detiene l’esclusiva per lo studio, lo sviluppo e la messa in opera del sistema di esazione del pedaggio. Nuova Valsugana. Superstrada a pedaggio, lunga 18 chilometri, di cui il 75% in galleria, da Marostica a San Nazario. Anche qui Adria ha l’esclusiva per riscuotere il pedaggio. Committente Regione Veneto, investimento per i privati di 731,5 milioni di euro più 180 di oneri passivi, contributo pubblico di 350 milioni. Durata della concessione 44 anni. A fine 2012 il progetto aveva ottenuto l’ok dalla commissione Via regionale. Tutto questo va oggi aggiornato con le recenti decisioni del governo Renzi, che ha inserito molte di queste opere nello Sblocca Italia, il quale nel Veneto prevede di spendere 6 miliardi di euro: che valga in più a questo punto Adria Infrastrutture è facile capirlo.

Renzo Mazzaro

 

I VERDETTI DEL RIESAME

Scarcerato Giuseppone. Meneguzzo resta ai domiciliari

VENEZIA – Tangenti Mose, il Tribunale del Riesame di Venezia ha scarcerato l’ex giudice della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone, mentre ha rigettato l’appello dell’imprenditore Andrea Rismondi, per la revoca della misura dell’obbligo di dimora. Il primo nega di essere stato sul libro paga del Consorzio Venezia Nuova, mentre il secondo ammette di aver sovraffatturato consulenze per lo stesso Consorzio, ma di non sapere a chi erano diretti i soldi che restituiva. In realtà l’accusa non è caduta per entrambi. Il primo avrebbe preso soli per aggiustare indagini, il secondo sarebbe stato il tramite per corrompere i tecnici del Magistrato alle Acque e per versare soldi al rappresentante del Pd Giampiero Marchese. Il Tribunale del Riesame mette fuori il primo, si trovava agli arresti domiciliari, perché già in pensione e perché i fatti di cui è accusato risalgono a sei anni fa. Per l’imprenditore, residente a Preganziol, la misura dell’obbligo di dimora resta. Intanto il Tribunale del Riesame di Milano ha respinto l’istanza di liberazione dei legali di Roberto Meneguzzo che resta così agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Vicenza. Gli stessi giudici si sono invece riservati sul ricorso contro la misura di custodia cautelare in carcere presentato dalla difesa di Marco Milanese, l’ex deputato Pdl arrestato lo scorso 4 luglio, la cui posizione per competenza territoriale è stata trasmessa ai magistrati milanesi. La decisione dei giudici è prevista entro giovedì. Milanese attualmente è detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Durante l’udienza il suo legale, l’avvocato Bruno La Rosa, ha depositato una memoria di 70 pagine nella quale «vengono confutate le ragioni dell’esigenza della misura cautelare e la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza». Milanese «non poteva in alcun modo interferire» a favore della concessione di finanziamenti per il Mose, in quanto «chi aveva un ruolo effettivo nella gestione amministrativo-normativa sul piano politico» dell’iter per lo sblocco dei fondi erano l’ex ministro Giulio Tremonti e l’ex sottosegretario Gianni Letta, scrive il legale.

(c.m.)

 

Gazzettino – Mose, 80 milioni da recuperare

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5

ago

2014

L’INCHIESTA – La Procura sulle proprietà degli indagati, ma solo 10 milioni sono “aggredibili”

Mose, 80 milioni da recuperare

In caso di condanna Galan rischia di perdere villa Rodella. Al [……] bloccati 18 milioni (le mazzette contestate)

A tre giorni dalla conferma del carcere per Giancarlo Galan, i riflettori dell’inchiesta sul “sistema Mose” sono ancora tutti puntati sulle misure cautelari personali e sulla “battaglia” della difesa per far tornare in libertà i propri assistiti, o almeno per far concedere loro gli arresti domiciliari. Ma, più a lungo respiro, la partita che di più preoccupa i principali indagati è quella patrimoniale. In caso di condanna – ma anche di patteggiamento – c’è il concreto rischio (quasi la certezza) della conseguente confisca dei beni per un importo pari al cosiddetto prezzo o profitto del reato. E in alcuni casi si tratta di somme a sei zeri.
Per garantire allo Stato la certezza di poter incassare quei soldi dopo l’eventuale sentenza di condanna, la Procura di Venezia ha ottenuto dal gip Alberto Scaramuzza, contestualmente alla richiesta di arresto, il sequestro di beni fino ad un ammontare complessivo di oltre 80 milioni di euro. In concreto, però, gli uomini della Guardia di Finanza hanno individuato beni “aggredibili” per un importo più contenuto, pari a poco più di 10 milioni: immobili, terreni, quote azionarie e conti correnti bancari, da allora “congelati”.
Il sequestro più consistente riguarda […………………..], socio e consigliere d’amministrazione del Consorzio Venezia Nuova: per lui il prezzo o profitto del reato è stato calcolato in circa 18 milioni di euro, pari alla somma delle varie “mazzette” e delle false fatture che gli vengono contestate in concorso con altri. Nel corso delle perquisizioni del 4 giugno scorso, la Finanza gli ha sequestrato anche preziosi dipinti, tra cui due Canaletto.
Per l’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan il prezzo o profitto del reato è stato calcolato in 4.8 milioni, (con sequestri effettivi di beni per circa 2 milioni); per l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, in oltre 8 milioni, ma non gli è stato trovato alcun bene a disposizione, salvo poche migliaia di euro su un conto corrente. A Galan, invece, sono stati “bloccati” la lussuosa abitazione, villa Rodella e terreni a Cinto Euganeo, una casa a Padova, terreni a Rovolon le quote della società Margherita srl e Ihfl, nonché poco più di 180mila euro depositati in tre diversi conti correnti bancari.
Sia […….], che Galan e Chisso respingono ogni accusa e si difenderanno con determinazione al processo per dimostrare la loro innocenza e scansare innanzitutto una pesante pena detentiva; ma anche e soprattutto per evitare di vedersi portare via una parte dei rispettivi patrimoni: eventualità che si potrebbe concretizzare anche nel caso in cui, per il troppo tempo trascorso, dopo la sentenza di primo grado il processo si dovesse concludere con una dichiarazione di prescrizione.
L’ex assessore Chisso dopo l’arresto ha fatto notare che dopo tanti anni di politica non possiede alcun bene mobile o immobile, ma il Tribunale del riesame, confermando per lui la misura cautelare, ha ipotizzato l’esistenza di conti esteri. Quanto a Galan, oltre a negare di aver mai preso “mazzette” da Piergiogio Baita o Giovanni Mazzacurati (rispettivamente presidente della Mantovani e del Consorzio Venezia Nuova) sostiene che tutti i beni a lui intestati sono stati acquistati con proventi leciti. Non ha ancora spiegato, però, da dove provenisse il milione di euro con il quale nel 2005 saldò la quota “in nero” dell’acquisto di villa Rodella, circostanza recentemente rivelata dai venditori, i quali hanno raccontato ai magistrati che il prezzo dichiarato al rogito – 700 mila euro – era falso. E che il Governatore versò in più rate un milione e 100mila euro, soldi materialmente consegnati in contanti dalla moglie, Sandra Persegato. La battaglia giudiziaria è soltanto all’inizio.

 

Mose, entro settembre completate le paratoie al Lido

I lavori alla bocca di porto di Lido-Treporti sono praticamente completati. Mancano solo un paio di paratoie e poi il primo tassello (almeno nella parte nord) può dirsi conclusa. Tutto avverrà entro settembre. A San Nicolò, tutti i cassoni sono stati messi sul fondo. E poi c’è la bocca di porto di Chioggia. Il lavoro verrà terminato entro agosto con tutti i cassoni posizionati al loro posto. Poi si procederà con la posa delle paratoie. E Malamocco, la posa dei cassoni si concluderà entro ottobre e poi anche qui si procederà alla fase due, quella delle paratoie.
É questo il quadro dei lavori che riguarderanno il Mose nei prossimi fatidici mesi. «Non posso dire se siamo ancora all’85 per cento dei lavori o se abbiamo raggiunto l’86-87 per cento – sintetizza il direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi – Di certo stiamo procedendo senza intoppi. Potrei dire mai come in quest’ultimo anno si sta andando avanti con una certa velocità». Di certo, un lavoro senza sosta che è culminato ieri anche con la prosecuzione dei lavori di posa alla bocca di porto di Malamocco che hanno interrotto il traffico marittimo per poche ore, dalle 15.30 alle 18.30. Il cassone aveva iniziato ad essere spostato martedì 29 luglio, alla velocità di un centimetro al minuto, e solo ieri è stato “affondato”. Sono quindi scattate le operazioni di ancoraggio in più punti tanto che la Capitaneria di Porto ha deciso di limitare il transito fino alle 15.30 del 7 agosto prossimo solo ai mezzi autorizzati.
Nel frattempo, proprio in questi giorni, è scattata anche la proroga nel bando di alcuni servizi legati al sistema Mose. A questo proposito, infatti, il Consorzio Venezia Nuova ha dato il via alle procedure per individuare l’affidamento dell’appalto misto (forniture e sistemi di controllo) del sistema Mose. «In sostanza – spiega il direttore Redi – diamo il via all’iter relativo all’installazione, controllo e sistema anti-intrusione delle bocche di porto. Un sistema che verrà constantemente tenuto sotto osservazione dalla nostra “controll room” all’Arsenale che in tempo reale sarà in grado di tenere sotto controllo il sistema di dighe mobili».

 

I verbali degli interrogatori di pierluigi alessandri

«A Chisso 30 mila euro e Sacaim vinse un appalto»

I soldi consegnati nel febbraio 2010 all’hotel Laguna Palace di Mestre, l’assessore prese il denaro come fosse una cosa dovuta Poi mi fu assegnato un lavoro con il Coveco

VENEZIA – Renato Chisso ha festeggiato in carcere i 60 anni, ma sulla sua testa stanno per piovere nuove accuse, che gettano pesanti ombre sui rapporti tra politica e affari, ben oltre l’inchiesta Mose: «Nel febbraio del 2010 ho consegnato a Renato Chisso 30 mila euro, all’hotel Laguna Palace di Mestre… Dopo quel pagamento, acquisimmo un lavoro con la Sistemi Territoriali, società della Regione Veneto, e vinsi in Ati con il Coveco». A parlare è Pierluigi Alessandri, titolare della Sacaim, l’azienda edile di Venezia che ha realizzato la Fenice e le Gallerie dell’Accademia, poi rilevata dalla Rizzani De Eccher dopo una crisi che l’aveva portata nell’anticamera del fallimento. Alessandri, interrogato il 30 luglio scorso dai pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini, ha aperto un nuovo capitolo di accuse nei confronti di Giancarlo Galan, al punto che i giudici del Tribunale del Riesame hanno giudicato fondamentale la testimonianza e negato gli arresti domiciliari al deputato di Forza Italia che resta in carcere a Opera di Milano, anche se l’80% delle accuse contestategli dal gip Alberto Scaramuzza sono prescritte. Sotto il profilo penale, vale solo quanto accertato dopo il 22 luglio 2008. I tre pagamenti. Cosa dice Pierluigi Alessandri? Racconta nei dettagli di aver versato a Galan 115 mila euro in tre tranche. «Accuse del tutto infondate», replica l’avvocato Antonio Franchini, difensore dell’ex ministro, «si tratta di vicende completamente prescritte. Galan ha conosciuto Alessandri solo nel 2010». Ecco quanto emerge dai verbali degli interrogatori: «Ho consegnato a Giancarlo Galan in tutto 150 mila euro… Una prima tranche di 50 mila euro nel maggio-giugno 2006, poi 15 mila nel dicembre e 50 mila nei primi mesi 2007…. I soldi sono stati consegnati in luoghi diversi: a casa sua a Cinto Euganeo e una parte a casa di mia figlia che abitava a Monticelli di Monselice. Non ho consegnato io i soldi, ma mia figlia con una busta chiusa, lei non sapeva il contenuto, e Galan mi ha poi ringraziato delle somme ricevute…. Ho pagato per entrare nella schiera di imprenditori amici che poteva fruiredi trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori». I lavori nella villa di Cinto. «Ho eseguito gratuitamente lavori nella villa di Galan a Cinto Euganeo: opere di decoro, stuccatura, affrescatura con il mio personale. Ho emesso una modesta fattura di 25 mila euro che non mi è stata pagata, per giustificare la presenza del personale, ma l’entità dei lavori era di almeno 100 mila euro… Danilo Turato era perfettamente al corrente dell’accordo tra me e Galan». Chisso e le imprese. «La Sacaim non ha mai avuto un riferimento in Regione e siamo stati estromessi da lavori importanti, io ne ho parlato con Galan e mi disse che eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds. A me interessava solo lavorare e lui rispose che avrebbe valutato il caso a patto che io fossi stato disponibile a far parte della cerchia di imprenditori a lui vicini, cioè quelli disponibili a elargire somme di denaro… Dissi poi a Galan che con Chisso non riuscivo a instaurare un rapporto, io chiedevo di far parte di alcune cordate ma l’assessore mi fece capire che Baita osteggiava la mia impresa. Galan mi suggerì di corrispondere delle somme a Chisso e dopo che mi “accreditai” ho incontrato l’assessore molte volte…. Per questo motivo quando mi presentai al Laguna Palace di Mestre, Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta, senza minimamente stupirsi. Dopo questa vicenda, che risale al febbraio 2010, abbiamo acquisito un lavoro con a Sistemi Territoriali, una delle società della Regione: vinsi l’appalto in Ati con il Coveco».

(r.r.)

 

Mevorach: «Mi sono sempre rifiutato di pagare i politici»

«La mia verità? Galan mi ha chiesto di pagare per lavorare, ma io ho rifiutato». Andrea Mevorach, 52 anni, imprenditore veneziano, è un testimone chiave per la Procura e ha raccontato la sua verità che ha pesato sulla decisione dei giudici di tenere in carcere il parlamentare padovano di Forza Italia. Galan nel suo memoriale indica Mevorach come uno dei suoi finanziatori occulti: 10 gli imprenditori che lo hanno aiutato nella campagna elettorale del 2005,male smentite sono state immediate. Mario Polegato, mister Geox, e Mevorach sono due big che hanno negato di aver mai versato fondi a Galan. L’imprenditore veneziano avrebbe pagato 300 mila euro in nero a Claudia Minutillo, la quale se li tenne per sé. A diffondere questa versione dei fatti è ovviamente Galan nel suo memoriale depositato alla Procura qualche giorno fa. Ma la mossa è diventata un boomerang perché Andrea Mevorach è diventato un teste chiave per i pm Ancilotto, Buccini e Tonini. L’imprenditore veneziano ha in ballo la costruzione del mercato ortofrutticolo di Mestre, progetto bloccato dal commissario straordinario Zappalorto. «Credo sia davvero una beffa che un imprenditore onesto debba ancora pagare pesantemente per aver collaborato con la giustizia. Sarebbe bellissimo poter lavorare in questo Paese senza dover pagare e senza mai essere sottoposti a richieste di pagamento», conclude Mevorach ai microfoni del Tg3 Veneto. La sua testimonianza, assieme a quella del medico Salvatore Romano, sono state decisive per confermare la detenzione in carcere a Galan. Romano ha detto di aver veduto la villa all’ex ministro per 1 milione 800mila euro: 700 mila nel rogito notarile, gli altri in nero.

 

Gazzettino – Un sistema di “collette” per Galan

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4

ago

2014

MAREMOTO sul Mose

METODO La confessione di Alessandri, apre un nuovo scenario per l’inchiesta sul Mose. Molte altre imprese potrebbero finire nei fascicoli giudiziari

LA PROCURA – Verso il rito immediato per gli indagati ancora detenuti o ai domiciliari

MESTRE – Un sistema di “collette” per Galan

Dal memoriale del governatore e dal verbale della moglie spuntano almeno tre cordate di finanziatori

Non sapremo mai quanti furono gli imprenditori che hanno finanziato Giancarlo Galan impegnato nella campagna elettorale del 2005 per restare inquilino nel piano nobile di Palazzo Balbi. Ma di certo furono alcune decine, molti più di quelli che egli stesso ha indicato nel memoriale depositato nell’inchiesta per corruzione che lo vede implicato. In almeno tre casi, infatti, ci si trova di fronte a una “colletta” di imprenditori. Una persona di riferimento, in un determinato territorio, si faceva carico della raccolta, quindi faceva confluire la somma a Venezia, per le spese elettorali di Galan (manifesti, volantinaggio, viaggi, affitti di sale per dibattiti e comizi).
All’inizio del memoriale Galan si era detto dispiaciuto per avere accettato finanziamenti in nero, ma ne aveva addossato la responsabilità agli stessi generosi sostenitori, che temevano di schierarsi pubblicamente. L’ex governatore ha anche spiegato che l’impegno economico era davvero notevole, sostenendo che tutti i presidenti delle Regioni, in Italia, hanno simili scheletri nell’armadio.
Dalle ammissioni di Galan emergeva solo in parte l’esistenza di un sistema di finanziamento diffuso sul territorio. Ma la testimonianza della moglie Sandra Persegato, nell’interrogatroio di garanzia davanti ai difensori del marito, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, allarga l’orizzonte sul lavorio che avveniva dietro le quinte per raccogliere soldi.
Nel memoriale Galan ha dichiarato che Giacomo Archiutti detto “Carlo”, senatore trevigiano di Forza Italia, gli aveva versato 200 mila euro, frutto dei «contributi di vari suoi amici». L’interessato smentisce, ma la moglie inserisce anche il nome di un parlamentare di centrodestra, il senatore bellunese Walter De Rigo, deceduto nel 2009, titolare di un gruppo imprenditoriale che si occupa di refrigerazione, di una occhialeria, di costruzioni.
La signora Sandra ha poi sostenuto che anche il contributo di 5-10 mila euro (la cifra l’aveva fatta Galan) arrivato da Ermanno Angonese era frutto di una raccolta tra imprenditori. Angonese è l’ex sindaco di Mason Vicentino (dal 1975 al 1991), attuale direttore generale dell’Ulss 6 di Vicenza (ha avuto incarichi nelle Usl o aziende sanitarie di Bassano, Verona, Belluno, Alto Vicentino). È quindi perfettamente inserito nell’ambiente sanitario per il quale Galan, da presidente della Regione, ha avuto sempre un occhio di riguardo, visto che assorbe buona parte del bilancio dell’ente.
Non è finita qui. Dal verbale della moglie di Galan emerge una terza colletta. Si tratterebbe dei 200 mila euro che Piero Zannoni (che smentisce) avrebbe consegnato a Claudia Minutillo e non sarebbero mai arrivati al presidente. La moglie dice che Galan si aspettava qualcosa da lui (ma anche da Andrea Mevorach che alla Minutillo avrebbe dato 300 mila euro). Èpossibile che in altre occasioni da quei canali fossero arrivati altri soldi? Non si spiega altrimenti «l’amarezza di Giancarlo» quando non vide nulla. Ma non lo sapremo mai, perchè eventuali reati sono ormai prescritti.

Giuseppe Pietrobelli

 

Mazzette per lavorare, altre imprese nel mirino

La confessione di Pierluigi Alessandri potrebbe essere la prima di una lunga serie. L’ex presidente dell’impresa di costruzioni Sacaim ha tratteggiato, infatti, l’esistenza di un “sistema” basato sul pagamento di “mazzette” che non riguarda soltanto il Consorzio Venezia Nuova e le imprese impegnate nella realizzazione del Mose, oggetto della misura cautelare dello scorso 4 giugno. Un “sistema” in base al quale, per ottenere l’assegnazione di lavori finanziati dalla Regione Veneto, era necessario pagare i referenti politici, entrando così nella cerchia degli “imprenditori amici”: pagare l’allora presidente, Giancarlo Galan e l’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso.
Se la versione di Alessandri risulterà confermata dalle indagini della Guardia di Finanza, non è da escludere che sotto inchiesta possano finire presto numerose altre imprese che, nel corso degli anni, hanno lavorato a ripetizione per la Regione. Nell’interrogatorio dello scorso 30 luglio, Alessandri ha fatto i nomi delle società che erano solite aggiudicarsi gli appalti e sono in molti a non dormire sonni tranquilli. I contatti con gli studi legali sono frenetici ed è probabile che qualche imprenditore decida di presentarsi spontaneamente in Procura prima che siano le Fiamme Gialle a suonare al suo campanello.
I pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini nel frattempo sono al lavoro per tirare le fila della prima tranche dell’inchiesta: l’intenzione è di chiedere il rito immediato per tutti gli indagati detenuti, in modo da poter arrivare a processo al più presto: gli episodi non ancora prescritti risalgono al 2010 e, dunque, si prescriveranno entro il 2017 o l’inizio del 2018. Insomma, sarà una corsa contro il tempo. La richiesta di rito immediato potrebbe riguardare Galan e il suo commercialista e prestanome, Paolo Venuti; Chisso e il suo segretario, Enzo Casarin; l’ex presidente del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, […………………..], l’ex eurodeputata Lia Sartori e i due ex collabratori di Giovanni Mazzacurati (all’epoca presidente del Cvn), Luciano Neri e Federico Sutto.
La conferma della misura cautelare in carcere per Galan, seppure per una limitata parte degli episodi contestati (quelli precedenti al 22 luglio 2008 sono stati dichiarati coperti da prescrizione dal Tribunale del riesame) è considerata dalla Procura un passaggio decisivo, un primo importante riscontro della fondatezza dell’impianto accusatorio. Il secondo riscontro giunge dai molti che chiedono di patteggiare, accettando di versare somme di denaro consistenti: la coordinatrice del Mose, Maria Teresa Brotto (2 anni), il presidente del Coveco, Franco Morbiolo (1 anno), l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani, …………. (1 anno e 3 mesi), l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese (11 mesi), gli imprenditori Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino e Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (2 anni) e l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta. Dopo il parere favorevole della Procura spetterà al gip, il prossimo settembre, decidere se la pena da applicare sia congrua. Il patteggiamento concordato dall’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni per finanziamento illecito – 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa – è stato respinto lo scorso 28 giugno dal giudice perché la pena è stata ritenuta troppo mite.

 

Nuova Venezia – Mose, Galan resta in carcere

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3

ago

2014

Mose, Galan resta in carcere

No del Riesame. L’80%delle accuse in prescrizione

Galan resta in cella, respinto il ricorso

Prescritti però tutti i reati commessi prima del 22 luglio 2008 comprese parte dei lavori alla villa e la mazzetta al S. Chiara

L’accusa rimane quella di corruzione. Il Riesame respinge la presunta illegittimità costituzionale

VENEZIA – Giancarlo Galan resta in carcere, in quello milanese di Opera. Ieri, il presidente del Tribunale del riesame di Venezia Angelo Risi intorno alle 13,30, dopo più di tre ore di discussione con gli altri due giudici (Daniela Defazio e Sonia Bello), ha depositato l’ordinanza con la quale «conferma il provvedimento cautelare nel resto». I giudici veneziani hanno dichiarato prescritte tutte le contestazioni riguardanti i reati che sarebbero stati commessi dall’esponente di Forza Italia prima del 22 luglio 2008. La data non è casuale: il 22 luglio 2014 la Camera dei deputati ha dato il via libera all’arresto con il suo voto a stragrande maggioranza e si tratta dell’atto interruttivo della prescrizione, che per la corruzione è di sei anni senza quell’atto e si alza a sette anni e mezzo da quel momento in poi. Così, sono cadute (l’elenco si può leggere nello stesso provvedimento firmato dal presidente Risi) le ricezioni di cospicui finanziamenti in occasione delle campagne elettorali precedenti al 2008 confessate da Piergiorgio Baita; la consegna di 200 mila euro presso l’hotel Santa Chiara di Venezia da parte di Claudia Minutillo: il finanziamento della maggior parte delle opere di ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo da parte della «Mantovani»; il versamento nel 2005 di 50 mila euro nel suo conto corrente alla «S.M.International Bank» di San Marino. Restano in piedi soprattutto le accuse mosse da Giovanni Mazzacurati, che racconta di aver consegnato uno stipendio annuo di un milione di euro in modo da ottenere il via libera dalla Commissione regionale per la Salvaguardia e per la Valutazione di impatto ambientale. Inoltre dovrà ancora rispondere di aver fatto intestare al suo commercialista Paolo Venuti le quote di «Adria Infrastrutture » e di «Nordest Media ». Infine, rimane indagato per la ristrutturazione della barchessa di villa Rodella, lavori eseguiti dopo quelli sul corpo principale dell’edificio, mai pagati a chi li portò a termine abbondantemente dopo il 22 luglio 2008. Per quanto riguarda Mazzacurati e il Mose, nel suo memoriale, Galan cerca di convincere gli inquirenti che lui, anche nel ruolo di presidente della Regione Veneto, avrebbe avuto un ruolo molto marginale. Scrive infatti: «Mazzacurati mi chiese di non mancare mai al Comitato interministeriale per la salvaguardia della laguna di Venezia, riunioni a cui partecipai sempre anche se molto spesso avevo la sensazione che la mia partecipazione fosse quanto meno “ultronea”, tutto del resto era già stato elaborato e deciso in altra sede, quella romana… Del resto tutto ciò non mi meraviglia affatto: il Mose era ed è un’opera statale, a contare sono solo i ministeri». Gli investigatori del Nucleo di Polizia tributaria, anche in vista del Tribunale del riesame, hanno raccolto la testimonianza di Stefano Boato, docente allo Iuav e rappresentante del ministero dell’Ambiente per 12 anni in Commissione di salvaguardia. Boato smentisce Galan (si veda l’intervista qui sotto,ndr), sostenendo che nei «Comitatoni» del 2003, governo Berlusconi, e del 2006, governo Prodi, l’allora governatore veneto ebbe un ruolo notevole sia per far avviare i lavori alle bocche di Porto per il Mose sia a ribadirne l’importanza tre vanni dopo. Non solo, quando nel 2004 toccò alla Commissione regionale di salvaguardia dare le autorizzazioni per gli interventi in laguna per la prima e unica volta si presentò proprio Galan a presiederla (sempre ha avuto il compito di farlo un dirigente regionale delegato dal presidente) e avrebbe imposto di votare (passò a maggioranza il via libera) anche se nessuno aveva ancora potuto leggere le decine di faldoni. A influire sulla decisione del Tribunale del riesame potrebbero essere stati decisivi gli stralci dei verbali degli imprenditori depositati dal pubblici ministeri Stefano Anciltto e Paola Tonini. «Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata…». Sarebbero esattamente queste, secondo l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, interrogato dai pm,le parole con cui Galan gli si sarebbe rivolto dopo averlo invitato a «mettersi d’accordo » con l’ex assessore Renato Chisso in relazione alla possibilità di sviluppare un immobile di importanza strategica per la Regione». «A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole», ha aggiunto Mevorach, «gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore ». L’episodio sarebbe avvenuto in Croazia, dove, secondo Galan, Mevorach gli avrebbe invece parlato di 300mila euro consegnati alla segretaria, Claudia Minutillo. «Non avendo mai consegnato alcunché né a lui né alla Minutillo o ad altri non so spiegarmi come possa riferire, in maniera falsa e fantasiosa, del racconto da parte mia della consegna di 300mila euro», ha concluso, sottolineando dinon aver «mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti». «Preciso, anzi, che Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho mai aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, Galan mi ha più volte apostrofato in modo poco simpatico ». Importante anche il racconto fatto da un altro imprenditore veneziano, Pierluigi Alesandri della Sacaim: ha riferito di dazioni fatte a Galan in mini tranche da 50mila fino a 15mila euro, per un totale di 115mila, per far lavorare la propria azienda nelle opere pubbliche, perchè – ha affermato – «purtroppo il sistema era questo ». Alessandri ha aggiunto che, su invito di Galan, avrebbe dato 30mila euro anche all’ex assessore Renato Chisso. L’ex titolare della Sacaim ha parlato inoltre di un corrispettivo di 100mila euro con una sola fattura da 25mila euro, mai onorata, per lavori fatti dalla sua azienda fino al 2009 nella villa di Cinto Euganeo. Da ricordare che il Tribunale ha anche dichiarato «manifestamente infondata» la questione di legittimità costituzionale avanzata dagli avvocati di Galan, che hanno sostenuto in udienza che l’articolo 34 del codice di procedura penale sull’incompatibilità determinata da atti compiuti nel procedimento dal magistrato dovrebbe riguardare anche il giudice del Riesame.

Giorgio Cecchetti

 

I pm Ancilotto Buccini e Tonini sono soddisfatti per la ordinanza del Tribunale del riesame che ha confermato la solidità dell’inchiesta sul Mose e delle accuse

I difensori esultano «Cadono molte accuse deve tornare libero»

L’avvocato Franchini: «Ora faremo ricorso in Cassazione Giancarlo è sempre battagliero, l’ho incontrato in carcere»

PADOVA – Vince la Procura, ma la difesa esulta: Giancarlo Galan resta in carcere anche se la prescrizione ha già cancellato l’80 per cento delle accuse contestate al deputato di Forza Italia dal Gip Alberto Scaramuzza, che il 4 giugno ha fatto scattare il blitz con i 35 arresti per lo scandalo del Mose. E i difensori Niccolò Ghedini e Antonio Franchini quasi quasi esultano, se non fosse che l’ex ministro resta ancora rinchiuso a Opera di Milano: «Il ricorso in Cassazione è già pronto, penso che a settembre ci sarà la sentenza: la prescrizione ha cancellato il presupposto giuridico che sta alla base della custodia cautelare e quindi l’onorevole Galan deve ottenere i domiciliari. Ieri lo abbiamo incontrato nella sua cella. E’ dimagrito, soffre sempre di diabete però non ha perso il buon umore. Il suo carattere battagliero non è stato scalfito dalla detenzione, che sta diventando disumana e contraria all’articolo 273 del cpp che vieta la carcerazione per i fatti caduti in prescrizione», dicono Ghedini e Franchini. Prescrizione: il colpo di spugna che scatta quando l’azione penale non può essere esercitata perché è trascorso troppo tempo, che salva l’indagato quando la macchina della giustizia è lenta perché oberata da troppi processi. Il copione si ripete come ai tempi di Tangentopoli, con big della politica assolti senza entrare nelle aule dei tribunali, ma il record delle prescrizioni spetta ovviamente a Berlusconi che ne conta sette, che si sommano ai 9 procedimenti archiviati, alle 11 assoluzioni per insussistenza del fatto e perché il fatto non costituisce più reato; ai due processi amnistiati e all’unica condanna definitiva nel processo Mediaset che lo ha fatto decadere da senatore con la legge Severino. Due mesi dopo il blitz dello scandalo Mose, l’unico big della politica uscito di scena è l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che si è dimesso dall’incarico, mentre Galan e Renato Chisso sono rinchiusi in carcere, alla pari di Marco Mario Genovese, ex deputato ed ex segretario di Tremonti: la prescrizione per Galan cancella tutte le accuse contestate fino al 22 luglio 2008 ma per gli altri indagati la situazione è diversa. E se i tre pm di Venezia Stefano Ancilotto, Stefano Bucccini e Paola Tonini si dichiarano soddisfatti dell’ordinanza del Riesame che ha confermato il carcere per Galan, di avviso opposto sono i difensori del deputato di Forza Italia. «Ma quale colpo di spugna, qui restano in piedi solo le accuse legate ad Adria Infrastrutture e a quello stipendio di un milione di euro che Mazzacurati sostiene di aver versato a Galan nel 2009-10 e 11. Tutto il resto è cancellato: siamo molto ottimisti per il processo», dicono Ghedini e Franchini, «perché dopo aver letto gli atti dell’inchiesta emerge che non ci sono le prove dei versamenti effettuati.Ne parla solo Mazzacurati, in aperta contraddizione con le dichiarazioni di Piergiorgio Baita secondo il quale i pagamenti avvenivano solo per le campagne elettorali e mai per i lavori del Mose. Siamo sorpresi e amareggiati per la decisione del tribunale del riesame che doveva concedere gli arresti domiciliari». Di ritorno dal carcere di Opera, l’avvocato Antonio Franchini torna a parlare del suo incontro con il deputato padovano: «Ho visto Giancarlo sereno, si vuole difendere fino in fondo, sempre battagliero. È ricoverato nel centro clinico di Opera in una stanza da solo e soffre di una glicemia molto alta, è un diabetico cronico. Aspettiamo di leggere le motivazioni dell’ordinanza del Riesame e poi presenteremo ricorso in Cassazione. La prescrizione ha cancellato quasi tutte le accuse, restano solo le fantasiosi affermazioni di Mazzacurati, ma non esistono date, luoghi e circostanze precise dei presunti pagamenti dello stipendio annuo di 1 milione di euro. E per il 2011 la competenza spetta al tribunale dei ministri perché all’epoca Galan ricopriva il ruolo di ministro dell’ Agricoltura e poi della Cultura. Non è possibile costruire un processo sulla base delle affermazioni generiche di Mazzacurarti che non trovano riscontro nelle deposizioni di Baita e nemmeno della Minutillo». E quei dieci imprenditori citatida Galan come finanziatori della sua campagna elettorale del 2005, molti dei quali hanno smentito? «Si tratta di una iniziativa autonoma del deputato padovano, proprio per dimostrare la sua volontà di collaborare con la giustizia e di dire la verità sui costi della politica», concludono Niccolò Ghedini e Antonio Franchini.

Albino Salmaso

 

Boato: «Così venne approvato il Mose»

Il professore sentito dagli inquirenti giovedì per sapere quanto pesò l’ex governatore in Salvaguardia

la votazione Ci impose di votare senza esaminare i fascicoli. Uscimmo per protesta

VENEZIA – Giancarlo Galan prova a ricostruire la storia a suo uso e consumo, raccontando che il ruolo del presidente della Regione nelle decisioni del Mose era ininfluente: non c’era motivo per cui l’ingegner Mazzacurati gli desse dei soldi. Peccato che la storia lasci in giro dei testimoni. Uno è Stefano Boato, che con gli scandali non ha niente a che fare, ma che del Mose sa tutto, avendo fatto parte della Commissione di Salvaguardia, l’unico organismo tecnico che abbia mai dato un parere sul Mose. Parere favorevole, strappato da Galan con un autentico blitz. E remunerato, ha rivelato Mazzacurati nell’interrogatorio del 31 luglio 2013 ai Pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, «con un regalo extra da mezzo milione». Boato è professore universitario, insegna pianificazione territoriale e ambientale. Fa parte della Commissione di Salvaguardia come tecnico, in rappresentanza del ministero dell’Ambiente. Giovedì è stato convocato dagli inquirenti. Cosa volevano sapere? «Se Galan, da governatore, ha avuto importanza o no nell’approvazione del Mose». La sua risposta? «Ho detto di sì per due motivi. Il primo è che Galan ha partecipato a due Comitatoni, nel 2003 con Berlusconi e nel 2006 con Prodi, approvando e avviando politicamente il Mose con Berlusconi, poi rinunciando alle verifiche di qualità e merito con Prodi, verifiche che erano doverose ». Nel Comitatone c’è anche il Comune di Venezia. «Sì malo Stato pesa più di tutti, perché ha il voto del presidente più i ministri. Nel 2003 il Comune di Venezia fu corresponsabile, in quanto il sindaco Costa subordinò l’accordo a 11 prescrizioni farsa. Ma nel 2006 il Comune con Cacciari sindaco votò contro; lo Stato dette un solo voto, perché Prodi per superare le divergenze nel governo votò anche per conto dei ministri, altra follia accaduta; il terzo decisore favorevole fu Galan». Altro che ininfluente, allora. «Galan è protagonista e coautore di una decisione presa con comportamenti da kamikaze. Io c’ero e so di cosa parlo: veniva con la maglietta e su scritto Viva il Mose. Roba da matti per il livello richiesto». Lei ha parlato di due motivi. «Galan ha contato molto di più a livello tecnico: i Comitatoni davano l’approvazione politica, senza l’ok ai progetti non si andava avanti. Il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici è stato saltato. La commissione Via nazionale è stata disattesa. L’unico voto tecnico sul Mose è stato dato in Commissione Salvaguardia. In 15 anni Galan non era mai venuto a presiederla, si presentò solo quella volta». Che anno era? «Fine 2003, inizio 2004. Teorizzò l’esatto contrario di quello che dicono la legge e l’esperienza della Commissione, la quale ha sempre votato sul merito. Essendoci già due pareri positivi, quello del Magistrato alle Acque e quello del ministero dei Beni culturali di Roma, peraltro avversato dalla Soprintendenza di Venezia, disse che bastava prendere atto e votare a favore, seduta stante». E il giudizio di merito? «Il giudizio di merito era in 82 fascicoli, che bisognava esaminare. Avevamo tre mesi di tempo, ne avevamo cominciati 9, tre per seduta, ne mancavano 73. Ogni fascicolo è un malloppo di 400-500 pagine, con progetti e relazioni. Galan impose la decisione con la sua maggioranza. Così il Magistrato alle Acque, che era sotto esame, approvava se stesso». In Commissione Salvaguardia quante persone ci sono? «Minimo 14 perché siano validi i voti. Siamo usciti in cinque o sei commissari, rifiutandoci di avallare il comportamento. Ma non fu sufficiente, loro avevano fatto i conti con precisione sul numero legale». Su cosa votarono, visto che non avevano visionato i progetti? «Un attimo dopo che eravamo usciti dalla porta, spuntò un documento che nessuno aveva visto prima, ovviamente scritto dal Consorzio Venezia Nuova, anche se non lo potrà mai dimostrare. Pieno di follie. In mezz’ora lo approvarono. Decidendo tra l’altro che da quel momento la Commissione Salvaguardia non si sarebbe più occupata del Mose».

Renzo Mazzaro

 

gli altri indagati

Patteggia anche l’architetto del nero

     ha chiesto di uscire dall’inchiesta per una pena di 15 mesi

VENEZIA – Anche lo svizzero        , che non è stato arrestato, ma che si trova indagato nella vicenda Mose di frode fiscale assieme a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson ha raggiunto l’accordo con i pubblici ministeri per patteggiare. La pena su cui il difensore, l’avvocato Antonio Franchini, ha trovato l’accordo è quella di un anno e tre mesi di reclusione.                      avrebbe concorso in qualità di consulente finanziario ad ideare la formazione di fondi neri in Svizzera attraverso la sovra fatturazione per l’acquisto in Croazia dei sassi da affondare alle bocche di porto in laguna, tutto a favore della «Mantovani ». Intanto altri due indagati che hanno raggiunto l’accordo con la Procura per patteggiare la pena vogliono precisare la loro posizione. Il difensore dell’imprenditore di Cavarzere delle coop rosse Franco Morbiolo (un anno), l’avvocato Massimo Benozzati, spiega che la decisione è stata molto sofferta per l’indagato, che è rimasto coinvolto in questa vicenda «in ragione del ruolo formale che rivestiva nel Coveco e non certo per un suo sostanziale coinvolgimento». Per gli avvocati Loris Tosi e Franchini, che difendono l’ingegner Maria Teresa Brotto (due anni) «l’indagata ha sempre svolto funzioni tecniche all’interno del Consorzio Venezia Nuova e non ha mai preso parte alle decisioni relative alle illecite dazioni», come ha dichiarato lo stesso Giovanni Mazzacurati. È accusata di concorso in corruzione e «nella consapevolezza che perseguire un positivo accertamento della sua estraneità ai reati contestati», sostengono i due legali, «che pure qui viene riaffermata, significherebbe affrontare un percorso processuale estremamente lungo e complesso, costantemente accompagnato da clamore mediatico e certamente non propizio a fare trovare una nuova collocazione professionale nel privato, necessariamente esterna ed estranea al Consorzio, col che il danno personale e familiare, effetto di una scelta positiva di difesa nel dibattimento, sarebbe enorme». Per questo ha scelto di uscire con il patteggiamento.

(g.c.)

 

la proposta

«Renzi dirotti al Comune i soldi del Consorzio»

Bettin e Caccia: «Basterebbe ridurre dal 12 al 6 per cento le spese di gestione»

I soldi per salvare il bilancio del Comune arrivino dal Consorzio Venezia Nuova, attraverso la riduzione dal 12 attuale al 6 per cento della percentuale sulle spese di gestione per il Mose e le opere di salvaguardia in laguna affidate all’associazione di imprese che è concessionario unico. È la proposta che indirizzano al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al commissario straordinario Vittorio Zappalorto – che guida ora il Comune – con una lettera aperta l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin e Beppe Caccia, dell’Associazione In Comune, già consigliere comunale. Di fronte alle «tensioni sociali che scelte di taglio indiscriminato del Welfare e alle retribuzioni dei dipendenti comunali comporterebbero », Bettin e Caccia avanzano quella che definiscono «una concretissima proposta»per il superamento delle attuali difficoltà di bilancio del Comune di Venezia e per un iniziale risarcimento alla città, che è «la prima vittima del sistema della corruzione legato al progetto Mose». Bettin e Caccia sottolineano infatti che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6. In questo momento sono in ballo oltre 1.250 milioni di Euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle Bocche di porto. «Con un semplice e immediato provvedimento del Governo – propongono Bettin e Caccia – si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di Euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015». Bettin e Caccia concludono, chiedendo a Renzi e Zappalorto “un atto di innovazione e di coraggio, che consenta davvero a Venezia di voltare pagina e di iniziare una fase politica e amministrativa nuova partendo col piede giusto”.

 

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