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L’INCHIESTA alla terza settimana

Il Riesame e le indagini in attesa di sanità e strade

Sponsorizzazioni e finanziamenti a pioggia come forme di pagamento indiretto a politici e loro amici

Verifiche anche su enti e società per appurare i flussi di denaro. L’intreccio con i casi Firenze e G8

VENEZIA – Una marea di carte da spulciare, da confrontare con le dichiarazioni di chi collabora o con quelle di chi è stato sentito come persona informata sui fatti. L’inchiesta Mose prosegue con i finanzieri impegnati nel controllare il materiale sequestrato al momento della retata di due settimane fa con le 35persone arrestate. L’inchiesta arriva alla terza settimana, mentre si attende che vengano portati a termine anche degli altri filoni che si dipanano da quello principale del Mose e che riguardano come stradali e infrastrutture connesse e gli ospedali in “project”. Mercoledì sono in programma altre udienze davanti al Tribunale del Riesame, tra cui quelle per Luciano Neri, Federico Sutto, Stefano Tomarelli (Cvn), e Corrado Crialese (ex presidente Fintecna). Ha presentato istanza al Tribunale della Libertà anche l’avvocato dell’ex assessore regionale Renato Chisso, che sta ultimando un memoriale di una quarantina di pagine per controbattere, punto su punto, a tutte le contestazioni che gli muovono gli inquirenti. Episodi che lo hanno portato in carcere. Piergiorgio Baita, nei suoi interrogatori, spiega ai magistrati che lo interrogano come le mazzette non fossero la “spesa” principale del sistema corruttivo. Le imprese che aderivano al Consorzio Venezia Nuova o quelle che lavoravano per la realizzazioni di opere stradali e strutture sanitarie, spendevano molto di più per consulenze inutili, progetti immotivati e altre forme di pagamento indiretto a politici e amici di questi. Quindi sponsorizzazioni e finanziamenti a pioggia. Su tutti questi ora la Procura di Venezia con i sostituti Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini stanno controllando anche queste spese. Vogliono capire se, oltre ai fondi dichiarati pubblicamente, non siano confluiti ai vari beneficiari soldi provenienti da fondi neri, denaro che poi poteva finire nelle tasche dei vari politici. Saranno verificati i bilanci di vari enti e società private per capire i flussi di denaro. Inoltre alcuni personaggi che compaiono negli interrogatori di Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati fanno intrecciare l’inchiesta sul Mose con quella delle “grandi opere” iniziata a Firenze cinque anni fa e che ha visto coinvolti i lavori per portare il “G8” in Sardegna e altri riguardanti strutture in mezza Italia. Si tratta di Erasmo Cinque e dell’ingegnere [………….]. Quest’ultimo per diversi anni vice presidente del Consorzio Venezia Nuova. Personaggio dal forte potere che lo stesso Giovanni Mazzacurati, come spiegherà in un interrogatorio lo stesso “gran burattinaio” ai pm Ancilotto e Tonini. Continuano le polemiche sulle dichiarazioni del sindaco Orsoni dopo la scarcerazione. E non solo sull’aspetto politico. Infatti molti si chiedono se sia congruo l’accordo di quattro mesi di reclusione e il pagamento di 15mila euro di multa, trovato tra difensori e Procura, per il patteggiamento. Un accordo che deve essere ancora valutato dal Gup, il quale dovrà dire se questo è congruo o meno. Da sottolineare, inoltre, che l’accordo prevede che Giorgio Orsoni, rinunci a qualsiasi incarico politico.

Carlo Mion

 

Le confessioni di pio savioli «Magistrato alle Acque asservito al Cvn»

VENEZIA – Dalla carta igienica che il Consorzio comprava al Magistrato alle Acque, alle palette e i lampeggianti di polizia che gli indagati si procuravano per messinscena da finti ‘007’. Fatti curiosi e grotteschi nell’inchiesta Mose. Intercettazioni e interrogatori degli arrestati hanno portato la Gdf a scoprire tanti episodi strampalati. In un interrogatorio, Pio Savioli, consulente del Coveco, spiega quale fosse l’asservimento del Mav nei confronti del Consorzio Venezia Nuova: «era in completa sudditanza psicologica, e anche operativa, gli compravano anche la carta igienica. Lo dico – precisa Savioli – perché è vero, non è una battuta». Se le mazzette di denaro, svelano le carte dell’inchiesta, erano la consuetudine per i corrotti dalla cricca, c’era chi si accontentava di benefit in “natura”: un potente motore per il gommone, ad esempio. Lo conferma ai magistrati il padovano Mirco Voltazza, riferendosi all’ex vice questore di Bologna, Giovanni Preziosa, arrestato per corruzione e rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio, cui avrebbe «regalato» un motore fuoribordo per il proprio gommone. Un propulsore da 9mila euro, che Preziosa – dice Voltazza – venne a ritirare personalmente a Marghera. Gli stessi due nomi escono da un’ intercettazione della inchiesta Mantovani per un altro episodio surreale: una messinscena da finti 007, incaricati da Baita di “spaventare” l’ad di Veneto Strade, Silvano Vernizzi, che doveva sbloccare un appalto. Voltazza, con paletta e lampeggiante della polizia forniti da Preziosa, si sarebbe presentato in auto davanti alla sede della società, per millantare che sarebbe partita un’inchiesta se il fascicolo non si sbloccava. Emblematica la mazzetta da mezzo milione di euro buttata dietro un armadio per nasconderla ad un’ispezione della Gdf.

 

«Luogo sacro trasformato in un covo di malfattori»

Parla Felice Setaro, presidente del Magistrato alle Acque dal 1990 al 1999

«Un errore chiudere questa istituzione storica: trovino persone oneste e capaci»

VENEZIA «Hanno trasformato questo luogo sacro in un covo di malfattori. Il peggio del peggio. Un dolore grande per chi come me ci ha buttato il sangue». Felice Setaro, napoletano di Torre Annunziata, è stato presidente del Magistrato alle Acque dal 1990 al 1999. L’ultimo prima dell’era Cuccioletta-Piva con tutto quello che adesso emerge dalle carte dell’inchiesta sul Mose. A 85 anni ricorda con lucidità quei momenti. E vive «con grande amarezza» le ultime vicende che hanno visto arrestati i suoi due successori, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. «È incorruttibile», diceva di lui Giovanni Mazzacurati. Setaro era stato l’unico che aveva osato ridurre il corrispettivo che spettava al Consorzio su tutti i lavori dal 15 al 12 per cento. Presidente Setaro, se l’aspettava un uragano del genere? «No proprio no. Fino a un certo punto i ruoli erano chiari e distinti, poi come si dice a Napoli, si sono forse mescolate le carte un piede accà e uno all’a…» Lei ha conosciuto bene Mazzacurati. Lo ritrova in quello che sta emergendo dall’inchiesta? «Con me non ha mai provato a dettar legge. Quando decisi di abbassare gli oneri del concessionario dal 15 al 12 per cento ricevetti qualche sentita lamentela. Ma andai avanti». Allora il Magistrato alle Acque era ancora il controllore del Consorzio. «Certamente. E noi non abbiamo fatto sciocchezze. Sapevamo che c’era una grande opera da portare avanti ma decidevamo sempre ascoltando la coscienza ». C’è stato qualche momento critico nei rapporti con il Consorzio? «Quando i nostri esperti, l’ingegner Creazza, lo stesso Datei, ci dissero che il Mose aveva il problema degli intraferri. In sostanza, tra paratoia e paratoia l’acqua passa lo stesso perché è elemento incomprimibile. Non lo abbiamo taciuto. Del resto la stessa legge prevedeva la reversibilità del sistema: se non funziona va demolito». Non è andata così «No. Qualcosa è cambiato. Cosa ricorda dei suoi successori? «La prima cosa che ha fatto Cuccioletta è stata quella di far fare lavori all’alloggio di servizio, per trasformarlo in appartamento di rappresentanza. Peraltro non veniva quasi mai. La Piva è stata una grande delusione ». E della città? «Un rapporto di grande stima con il sindaco Cacciari. Insieme a lui avevamo quasi fatto passare l’idea che Venezia si salvava con la manutenzione». Adesso il Magistrato lo vogliono abolire. Un grande errore. Lì è passata la storia. Io sogno che ci ripensino e trovino persone oneste e capaci. Che nel decidere ascoltino soltanto la propria coscienza ».

Alberto Vitucci

 

Tutti i presidenti dal 1907 a oggi transitati per Palazzo Dieci Savi

VENEZIA. Il Magistrato alle Acque è un’istituzione che risale al 1501. Dopo la ricostruzione nel 1907 il primo presidente fu Raimondo Ravà (1907-1923). Poi, nell’ordine: Ugo Gioppi (1923-1925); Giovanni Mauri (1925-1926); Luigi Miliani (1926-1941); Massimiliano Tognozzi (1941-1943), Lelio Waldis (1943-1945); Massimiliano Tognozzi (1945-1946); AnnibalePalucchini (1946-1948); Giuseppe Tortarolo (1948-1953); Giovanni Padoan (1953-1956); Aldo Rossi (1956-1958);Torquato Rossini(1958-1961); Luigi Pavanello (1961-1963); Virginio Baruscotto (1963-1965); Alberto Bianchi (1965-1967); Luigi Lancetti(1967-1973); Marcello Giusti (1973-1977); Domenico Cacopardo (1978-1979); Raffaele Ricciardi (1/1979-7/1979); Marcello Giusti (1979-1982); Lamberto Sortino (1982-1985); Mario Toti (1985-1988); Alessandro Sbavaglia(1988-1990); Felice Setaro (1990-1999); Patrizio Cuccioletta (in foto, 1999-2001); Maria Giovanna Piva(2001-2008); Patrizio Cuccioletta (2008-2011); Ciriaco D’Alessio (2008-2013).

 

Reazioni – Molte critiche per la decisione di chiudere il Magistrato

VENEZIA «Abolire il Magistrato alle Acque è un grandissimo errore. È un calcio alla storia di Venezia e alla secolare magistratura che vigilava sulle Acque. Basta trovare le persone giuste, ma non si può cancellare la storia». Antonio Rusconi, ingegnere idraulico, è stato per anni presidente dell’Idrografico e poi dell’Autorità di Bacino del Veneto. Esperto di fiumi e di territorio, spesso in contrasto proprio con quel Magistrato alle Acque che adesso il governo vorrebbe cancellare con un tratto di penna. Sull’onda dello scandalo Mose, dopo l’arresto dei due presidenti Cuccioletta e Piva, le consulenze, i mancati controlli. Ma non è così, secondo molti esperti che il problema può essere risolto. Anche perché non si tratta nemmeno del passaggio delle competenze sulle acque al Comune, come chiedevano nella proposta di nuova Legge Speciale il senatore Felice Casson e lo stesso ex sindaco Giorgio Orsoni. Ma del passaggio dei poteri a un altro ufficio del ministero delle Infrastrutture, il Provveditorato alle Opere pubbliche del Triveneto. Cancellando del Magistrato alle Acque il nome e la storia, pur offuscata dagli ultimi scandali. «Per modificare una legge parlamentare ci vuole un’altra legge del Parlamento», dice Rusconi, «e poi forse non si è tenuto conto dei tanti riferimenti e delle competenze che il Magistrato alle Acque ha avuto anche dalla legge Speciale. Un istituto nobile della Serenissima, abolito solo nei tempi bui napoleonici e austriaci. Che va salvato anche se sicuramente riformato». (a.v.)

 

il futuro del complesso monumentale

«Revocare la concessione degli spazi all’Arsenale»

Si riaccende la polemica sull’utilizzo di alcune Teze destinate alle attività del Consorzio Venezia Nuova

VENEZIA – Revocare subito le concessioni di spazi pubblici al Consorzio in Arsenale. Nel bel mezzo dello scandalo sul Mose riesplode la polemica sull’uso delle Teze e degli spazi che il Piano particolareggiato destina a “pubblici” all’interno del complesso monumentale. Una lettera al sindaco e agli assessori Ferrazzi (Urbanistica) e Maggioni (Patrimonio e Progetto Arsenale) era stata inviata qualche giorno prima delle dimissioni. Adesso la vicenda approda in Consiglio comunale. Beppe Caccia, capolista di «In Comune» ha già depositato una richiesta di ordine del giorno per chiedere appunto la revoca delle concessioni in quanto «illegittime ». Si tratta dell’uso di alcune Teze restaurate dal Magistrato alle Acque ma passate dalla legge Finanziaria alla proprietà del Comune. Uno dei terreni di scontro tra il Consorzio e il sindaco Giorgio Orsoni, che lo stesso Orsoni ha ricordato poche ore dopo essere stato messo in libertà, a riprova della sua distanza dall’organismo presieduto per anni da Giovanni Mazzacurati. Una questione spinosa. Tanto che la nuova dirigenza del Consorzio (il presidentre Mauro Fabris e il direttore Hermes Redi) aveva annunciato l’intenzione di cedere spontaneamente i Bacini di Carenaggio e altre parti dell’Arsenale avute in concessione dallo Stato per 30 anni nel 2005. «La manutenzione del Mose si può fare a costi minori anche a Marghera», aveva confermato Redi. Operazione di distensione con la città, che aveva vissuto dieci anni fa quell’atto, deciso dal governo Berlusconi in accordo con la Regione, senza nemmeno informare il Comune come un vero «scippo». Operazione interrotta dai clamorosi arresti di Chisso, Piva e Cuccioletta, dalla richiesta di arresto per l’ex presidente Galan e dai domiciliari al sindaco, poi revocati dopo una settimana. Adesso comitati e associazioni rivendicano l’opportunità di restituire alla città anche quella parte dell’Arsenale. Che secondo Boato e Caccia sono «vincolati dai Piano particolareggiati ad uso pubblico ». «Non è possibile cercare di legittimare quell’occupazione», avevano denunciato in numerose assemblee pubbliche, insieme al Forum per l’Arsenale. Una possibilità che apre nuovi scenari. L’uso pubblico dei capannoni che affacciano sulla Darsena potrebbe aprire al riuso dell’Arsenale per attività compatibili legate all’acqua, al- Una panoramica del complesso monumentale dell’Arsenale la ricerca e alla cultura.

(a.v.)

 

IL CASO – Gli ingegneri “dell’altro Mose” ora rilanciano la loro battaglia

ESCLUSI «Non abbiamo avuto nemmeno un confronto tecnico di merito»

ALTERNATIVA «Il progetto basato sulla paratoia a gravità sarebbe costato un quarto»

Chiedono che non si completi l’opera prima che siano valutati «fondamentali aspetti critici funzionali, tante volte denunciati»

I soldi delle tangenti, anche se dall’inchiesta dei magistrati sembra siano un’enormità, sono il danno minore. Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Gaetano Sebastiani non si smuovono di un millimetro dalle loro posizioni: «Il danno portato alla comunità italiana e veneziana in particolare è ben maggiore ed è dato anzitutto dal fatto che il progetto Mose non risponde ai requisiti di gradualità, sperimentalità e reversibilità posti per legge all’opera di salvaguardia, e che i suoi costi sono molto superiori a quanto era previsto (lievitati da 3440 milioni di euro a 5600)».
Costi che sono destinati a protrarsi nel tempo «per le gravi criticità funzionali del progetto non ancora risolte, per l’impatto ambientale e per la complessità estrema della sua architettura, che imporrà costi elevatissimi di gestione e manutenzione».
Perciò i tre ingegneri, storici oppositori del Mose, contrariamente a quanto affermano politici e imprenditori, e cioè che comunque il Mose va completato, chiedono che non si completi un bel nulla «prima che fondamentali aspetti critici funzionali, tante volte denunciati e sui quali non è mai stata data una risposta accettabile, siano pubblicamente valutati e verificati». E a farlo dovranno essere esperti terzi di chiara fama e competenza professionale specifica.
Anche perché soluzioni migliori e più economiche ci sono, sostengono Di Tella, Vielmo e Sebastiani, il cui progetto (tra quelli presentati nel 2006 su sollecitazione del Comune di Venezia), e basato sulla “Paratoia a Gravità” a ventola innovativa, «sarebbe costato circa un quarto del Mose allora stimato 3440 milioni di euro».
Il progetto, assieme ad altri, venne bocciato e mai più ripreso, nemmeno dopo che la società francese Principia, «esperta riconosciuta internazionalmente nel campo della simulazione di sistemi dinamici complessi in moto ondoso» mise a confronto, su incarico del Comune, Mose e progetto dei tre ingegneri. Dallo studio «emerge che la Paratoia a Gravità funziona perfettamente, mentre la paratoia Mose risulta dinamicamente instabile al moto ondoso per condizioni di mare reale già verificatesi alla bocca nei due anni di monitoraggio del moto ondoso alla stessa bocca (di Malamocco ndr.)».
Di Tella, Vielmo e Sebastiani avrebbero voluto naturalmente che la loro soluzione vincesse ma si sarebbero accontentati anche di un confronto tecnico di merito che, invece, non è mai avvenuto neppure dopo che il Consorzio Venezia Nuova ha perso una causa civile promossa contro i tre ingegneri accusati di diffamazione per le loro critiche, «ben motivate», al progetto.

 

Mazzacurati e Baita truffati per 6 milioni da falso magistrato

Pagate mazzette a Gino Chiarini che si spacciava per il vice procuratore Tito di Udine

Volevano informazioni su alcune inchieste. Il vero pm si costituirà come parte offesa

LA SIMULAZIONE – I vari episodi contestati di millantato credito fruttarono 6 milioni

LA SCENEGGIATA – Così Gino Chiarini si spacciò per il magistrato friulano Raffaele Tito

Mazzacurati e Baita raggirati dal finto pm

Uno degli arrestati dell’inchiesta Mose, Gino Chiarini, si presentò, in carne ed ossa, fingendo di essere il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, sostenendo di essere disponibile a dare informazioni su indagini in corso. La sceneggiata fu un passaggio importante di una simulazione che rese parecchio ai suoi protagonisti e che ora è riassunta nelle carte dell’inchiesta veneziana riguardante altrettanti episodi di millantato credito. Andarono in porto, perché complessivamente i supposti autori lucrarono qualcosa come 6 milioni di euro da Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Non c’è solo l’episodio che riguarda il magistrato Tito, che vent’anni fa lavorò a Milano nelle inchieste di Mani Pulite e fece arrestare Paolo Berlusconi. Ci sono anche riferimenti «ad appartenenti alla Guardia di finanza e fonti investigative vicine alle agenzie di informazione nazionali», a «Magistrati in servizio al Consiglio di Stato e al Tar del Lazio e del Veneto», per presunti interventi su verifiche fiscali in corso da ammorbidire o sentenze della magistratura amministrativa.
Il capitolo della Procura di Udine (dove tra alcune settimane andrà in pensione il procuratore Biancardi e Tito reggerà l’ufficio) vede indagate cinque persone: l’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo, il padovano Mirco Voltazza, il ferrarese Gino Chiarini, i romani Alessandro Cicero e Vincenzo Manganaro. Per la millanteria riferita al procuratore aggiunto, Chiarini avrebbe incassato dai 50 ai 200 mila euro, Voltazza 100 mila euro e due contratti per 5 milioni di euro, Dal Borgo una fornitura di materiali a prezzo pieno (800 mila euro), Cicero e Manganaro finanziamenti per 2,2 milioni di euro al settimanale “Il Punto”. La ricostruzione lascia per molti aspetti allibiti. Perché Baita e Mazzacurati pagarono un sacco di soldi a fronte di una sceneggiata e di un documento falso.
Sarebbe stato, sostengono i Pm, l’ingegnere Dal Borgo a proporre a Baita e Mazzacurati il modo per ottenere informazioni riservate a Udine sui procedimenti in corso, nonchè un intervento sulle «verifiche penali avviate dalla Guardia di Finanza nel corso dell’anno 2010», sostenendo che il dottor Tito «sarebbe stato in grado di influire anche sulle attività della Finanza». Baita informò Mazzacurati e cominciarono i contatti.
Ecco cosa ha detto Voltazza nel 2013: «Nel corso del precedente interrogatorio ho fatto riferimento a una persona chiamata “lo zio”: è tale Chiarini Gino… a volte colloquiava con me e con Dal Borgo per i suoi interessi, a volte quale intermediario di altra persona, il dott. Raffaele Tito, magistrato in servizio alla Procura di Udine. Dal Borgo, su incarico del Baita, ebbe a consegnare all’architetto Chiarini somme di denaro oscillanti dai 50 ai 200 mila euro alla volta affinché alcune vicende giudiziarie pendenti davanti agli uffici giudiziari del Friuli e del Veneto venissero sistemate». Una prima consegna di denaro sarebbe stata effettuata in un ristorante di Portogruaro nel novembre del 2011, l’ultima in marzo-aprile 2012 a Quarto d’Altino. Voltazza precisa: «Le somme corrisposte al Chiarini erano destinate al dott. Tito, ma io vidi solo la consegna al Chiarini. Ricordo che tra i procedimenti penali per i quali venne interpellato il dott. Tito tramite il Chiarini, vi era quello relativo al disinquinamento della Laguna di Marano, procedimento che veniva gestito alla Procura di Udine dalla dottoressa Dal Tedesco».
Baita riferisce di un pranzo con alcuni di questi protagonisti: «Voltazza spiega che esistono dei gruppi di potere interdisciplinari e che noi eravamo nel mirino di un gruppo padovano, se non avessimo preso una contromisura adeguata saremmo stati travolti da questo gruppo che faceva capo a Procura di Padova». Ecco spuntare la proposta di affidarsi allo “zio”.
Lo “zio”-Chiarini, il 7 giugno di un anno fa venne interrogato e tagliò la testa al toro: «L’ing. Dal Borgo non conosce me come Gino Chiarini, ma bensì come Tito Raffaele. Mi sono presentato come Tito perché potevo offrirgli una certa protezione “un ombrello”. Infatti Voltazza mi ha proposto di fare questo nei confronti di Dal Borgo perché quest’ultimo aveva la necessità di fare bella figura con alcune persone». Chiarini e Voltazza prepararono un documento «come proveniente dalla Finanza, qui a casa mia, relativo alla imminente chiusura della verifica fiscale». Il documento sarebbe stato visionato da Mazzacurati. Poi Dal Borgo avrebbe portato a Chiarini e Voltazza 80 mila euro. Conclude Chiarini: «Da queste attività, io come Tito, ho ricevuto complessivamente 50 mila euro».
Il procuratore aggiunto di Udine, da parte sua, è intenzionato a costituirsi come parte offesa del reato.

Giuseppe Pietrobelli

 

IN TRIBUNALE – Nuove udienze al Riesame. E l’indagine si allarga

VENEZIA – Dalla carta igienica che il Consorzio comprava al Magistrato alle Acque al motore per il gommone. C’è un bestiario di stravaganze e fatti grotteschi nell’inchiesta sul Mose, ed in quelle collegata della ‘Mantovani’, estate 2013. In un interrogatorio, Pio Savioli, consulente del Coveco, dice che il Mav nei confronti del Consorzio Venezia Nuova «era in completa sudditanza psicologica, e anche operativa, gli compravano anche la carta igienica». Non solo mazzette, c’era chi si accontentava di benefit in ‘natura': un potente motore per il gommone, ad esempio. Lo conferma ai magistrati il padovano Mirco Voltazza, riferendosi all’ex vice questore di Bologna, Giovanni Preziosa, arrestato per corruzione e rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio, cui avrebbe ‘regalato’ un motore fuoribordo per il proprio gommone.
Intanto l’inchiesta Mose arriva alla terza settimana, ed il lavoro dei pm – Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini – prosegue senza sosta. Un’indagine, si vocifera, che dal Mose potrebbe allargarsi ad altre grandi opere, come le infrastrutture stradali e gli ospedali in ‘project’. Mercoledì sono programmate altre udienze davanti al Tribunale del Riesame, tra cui quelle per Luciano Neri, Federico Sutto, Stefano Tomarelli (Cvn), e Corrado Crialese (ex pres. Fintecna). Ha presentato istanza al Tribunale della Libertà anche l’avvocato dell’ex assessore regionale Renato Chisso, che sta preparando un corposo memoriale, mentre c’è attesa per la decisione del Gup sulla congruità o meno del patteggiamento a 4 mesi su cui sono accordati con la Procura i legali dell’ex sindaco Giorgio Orsoni.

 

I CONTATTI – Consorzio e Mantovani volevano informazioni su un’inchiesta di Udine

MILANO – Quella che si apre oggi sarà una settimana importante sul fronte delle decisioni che la nuova Autorità Anticorruzione, i cui poteri sono stati delineati con il decreto del Governo Renzi, dovrà prendere in relazione al commissariamento di alcuni appalti dell’Expo, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola». Nei prossimi giorni, infatti, il commissario unico per l’Esposizione Universale Giuseppe Sala vedrà Raffaele Cantone, presidente dell’Authority, per discutere di quali «azioni intraprendere rispetto ad aziende» coinvolte nella bufera giudiziaria.
Provvedimenti verranno presi, quasi certamente, sull’appalto principale che sarebbe stato truccato, come emerge dalle indagini, quello da 67 milioni di euro per le cosiddette ‘Architetture dei servizi’, ossia le strutture, tra cui bar e spazi commerciali, per accogliere i visitatori, che venne pilotato, in cambio di mazzette, a favore dell’imprenditore Enrico Maltauro, che dopo aver collaborato l’altro ieri ha ottenuto gli arresti domiciliari. L’impresa di costruzioni Maltauro spa nei giorni scorsi ha annunciato che potrà andare avanti con i lavori. Ora con il decreto il quadro potrebbe cambiare: la Maltauro completerà le opere, ma l’appalto è probabile che venga commissariato, proprio in virtù delle nuove prerogative attribuite a Cantone. Lavori sì, dunque, per rispettare i tempi, ma controlli stringenti da parte dell’Anticorruzione.
Non sono previsti, al momento, come ha spiegato Cantone, commissariamenti per il Mose: «Non dovrebbe essercene bisogno – ha detto – ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili».
Altri appalti Expo, invece, potrebbero finire sotto il controllo dell’Authority: quello per le cosiddette ‘Vie d’Acquà, assegnato sempre alla Maltauro, e quello per la ‘Piastra’, ossia i lavori per le opere di urbanizzazione del sito espositivo. Su questa gara, che venne assegnata alla Mantovani, l’impresa coinvolta nello scandalo del Mose, è aperta un’altra inchiesta della Procura milanese, nella quale sono confluiti i verbali dell’ex manager Expo arrestato, Angelo Paris. Quest’ultimo ha parlato di «pressioni» da parte dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, anche lui arrestato, per escludere dalla gara la Mantovani. Secondo Paris, nell’agosto 2012 Rognoni andò da lui con «un elenco di condizioni» da «imporre» alla Mantovani. E dopo una «riunione nell’ufficio di Sala» l’impresa accettò quelle «condizioni», come ha messo a verbale l’ex responsabile dell’Ufficio contratti Expo, e si aggiudicò «l’appalto».

 

MILANO – Giro di vite dell’Autorità anticorruzione: controlli stringenti sui cantieri. L’impresa veneta: andiamo avanti

Appalti Expo sotto tutela, ma la Maltauro può operare

MILANO – Quella che si apre oggi sarà una settimana importante sul fronte delle decisioni che la nuova Autorità Anticorruzione, i cui poteri sono stati delineati con il decreto del Governo Renzi, dovrà prendere in relazione al commissariamento di alcuni appalti dell’Expo, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola». Nei prossimi giorni, infatti, il commissario unico per l’Esposizione Universale Giuseppe Sala vedrà Raffaele Cantone, presidente dell’Authority, per discutere di quali «azioni intraprendere rispetto ad aziende» coinvolte nella bufera giudiziaria.
Provvedimenti verranno presi, quasi certamente, sull’appalto principale che sarebbe stato truccato, come emerge dalle indagini, quello da 67 milioni di euro per le cosiddette ‘Architetture dei servizi’, ossia le strutture, tra cui bar e spazi commerciali, per accogliere i visitatori, che venne pilotato, in cambio di mazzette, a favore dell’imprenditore Enrico Maltauro, che dopo aver collaborato l’altro ieri ha ottenuto gli arresti domiciliari. L’impresa di costruzioni Maltauro spa nei giorni scorsi ha annunciato che potrà andare avanti con i lavori. Ora con il decreto il quadro potrebbe cambiare: la Maltauro completerà le opere, ma l’appalto è probabile che venga commissariato, proprio in virtù delle nuove prerogative attribuite a Cantone. Lavori sì, dunque, per rispettare i tempi, ma controlli stringenti da parte dell’Anticorruzione.
Non sono previsti, al momento, come ha spiegato Cantone, commissariamenti per il Mose: «Non dovrebbe essercene bisogno – ha detto – ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili».
Altri appalti Expo, invece, potrebbero finire sotto il controllo dell’Authority: quello per le cosiddette ‘Vie d’Acquà, assegnato sempre alla Maltauro, e quello per la ‘Piastra’, ossia i lavori per le opere di urbanizzazione del sito espositivo. Su questa gara, che venne assegnata alla Mantovani, l’impresa coinvolta nello scandalo del Mose, è aperta un’altra inchiesta della Procura milanese, nella quale sono confluiti i verbali dell’ex manager Expo arrestato, Angelo Paris. Quest’ultimo ha parlato di «pressioni» da parte dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, anche lui arrestato, per escludere dalla gara la Mantovani. Secondo Paris, nell’agosto 2012 Rognoni andò da lui con «un elenco di condizioni» da «imporre» alla Mantovani. E dopo una «riunione nell’ufficio di Sala» l’impresa accettò quelle «condizioni», come ha messo a verbale l’ex responsabile dell’Ufficio contratti Expo, e si aggiudicò «l’appalto».

 

«Galan in 13 anni ha speso il doppio dei suoi redditi»

La Guardia di finanza: uscite a 2,7 milioni ed entrate a 1,4. La beffa del 2012 quando l’ex ministro diceva di essere in difficoltà: «Il mio conto? “Sotto” di 300 mila euro»

PADOVA «Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero». La formula è di rito, ma quella dichiarazione sottoscritta il 30 maggio 2013 dall’onorevole Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura di Montecitorio, assume ora un valore particolare alla luce della domanda di autorizzazione ad eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti dell’esponente forzista. Nella dichiarazione dei redditi 2012, pubblicata sul sito della Camera, l’ex governatore del Veneto (dal 1995 al 2010) ed ex ministro dei Beni culturali (fino al 16 novembre 2011) certificava un reddito imponibile di 40.316 euro. Decisamente in calo rispetto, tanto per fare un esempio, all’imponibile sottoscritto dallo stesso Galan per il 2007, quando da presidente della giunta veneta dichiarava 140.778 euro lordi. D’altra parte l’alfiere di Forza Italia, in un’intervista concessa a Radio 24 nel settembre 2012, aveva sostenuto che la sua situazione economica non era tra le più floride. «Ci sono mia moglie e il mio commercialista », aveva affermato, «che controllano tutto e ne sanno più di me. So solo che il conto in banca è in passivo,ho una bella casa e tanti debiti, circa 300 mila euro: una cifra umana ma rilevante, intanto li copre mia moglie, poi quando ricomincerò a lavorare, contribuirò anch’io. E poi ho un appartamento a Rovigno e una piccola barca, che voglio vendere ma non ci riesco». Adesso, però, la Guardia di Finanza contesta a Galan e consorte (Sandra Persegato) conti che non tornano nel periodo compreso fra il 2000 e il 2013. La coppia, sposatasi nel giugno 2009, avrebbe dichiarato entrate pari a 1.413.513,31 euro, a fronte di uscite pari a 2.695.065,95 euro. La differenza, in negativo, è di 1.281.552,64. Tornando alla dichiarazione per la pubblicità della situazione patrimoniale 2012, presentata nel 2013, va detto che non vi compare il succitato appartamento di Rovigno (su due piani, in un palazzo del Settecento). Perché? Lo ha spiegato lo stesso Galan, in un’intervista a “Il Piccolo”: «Per acquistare l’appartamento ho creato una società di diritto croato che è mia al 100%». Dovrebbe essere la Franica Doo di Rovigno di cui l’ex ministro afferma di essere l’amministratore unico. Nell’elenco degli immobili certificati dal deputato forzista figurano la comproprietà (lui però ha il 98%) di un fabbricato a Cinto Euganeo (la casa di abitazione con due pertinenze, dove nel 2009 è stato celebrato il principesco matrimonio con Sandra), la proprietà di un terreno non edificabile (un bosco) a Rovolon; la nuda proprietà (al 33,33%) di due fabbricati a Padova e la nuda proprietà (sempre al 33,33%) di un fabbricato a Milano. Sostanzioso l’elenco dei beni mobili iscritti in pubblici registri: un’Audi Q7 (26 cavalli fiscali del 2006); una Land Rover Pickup (22 cavalli fiscali) del 1980; un fuoristrada 170MPinzgauer (23 cavalli fiscali) del 1979; un Pelpi quadriclo del 2007; un Carryall agricolo (10 cavalli fiscali) del 2007; una Morris Minor (13 cavalli fiscali) del 1985. Due, invece, le imbarcazioni da diporto dichiarate: un Boston Whaler Walk Around del 1991 e un Boston Whaler 28’ Conquest. Sul versante delle azioni lui dichiarava 3.000 azioni di Veneto Banca, il 100% del capitale sociale della Franica Doo (pari a 1.173.300 kune: per un euro ci vogliono 7,5 kune); 50% del capitale sociale della Margherita srl di Padova (20 mila euro). Del “caso Galan” tornerà a occuparsi mercoledì la giunta presieduta da Ignazio La Russa. Nella sua illustrazione il relatore Mariano Rabino (Sc) non ha fatto sconti ricordando l’accusa del Gip: «Si faceva ristrutturare l’abitazione sita in Cinto Euganeo, ove venivano svolti dal 2007 al 2008 lavori nel corpo principale e successivamente nell’anno 2011 nella barchessa» per un valore stimato di 1.100.000 euro.

Claudio Baccarin

 

Veneto sviluppo

Quel contratto d’oro a Barone voluto dalla presidente Gemmo

VENEZIA Il contraccolpo dell’inchiesta Mose fa volare gli stracci in Consiglio regionale. Spunta una lettera del 2007, firmata da Giancarlo Galan su sollecitazione di Irene Gemmo, allora presidente di Veneto Sviluppo, scritta per mettere a tacere gli oppositori all’assunzione del direttore generale della Finanziaria Luigi Barone. Il quale era stato reclutato alle seguenti modiche condizioni: 320.000 euro di stipendio base, più un premio annuale di 60.000, più l’auto blu, più «vitto e alloggio in albergo adeguato», da lunedì a venerdì, perché arrivava da Roma e lì doveva tornare ogni fine settimana. Al cuore non si comanda,com’è noto. La Gemmo l’aveva assunto sulla parola, ma si era trovata l’opposizione nel Cda e non riusciva ad avere l’ok per il contratto. Chi frenava di più era Fabrizio Stella, consigliere in quota Pdl come la stessa Gemmo, il quale sosteneva che 380.000 euro più i benefits era un trattamento spropositato: il tetto da non superare dovevano essere i 275.000 euro dello stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione. Per risolvere il caso, Irene Gemmo chiede un parere legale. Stella si mette di traverso anche qui, pretendendo che si pronunci l’azionista di maggioranza di Veneto Sviluppo, cioè la Regione (51% della Finanziaria), che peraltro di uffici legali ne ha due,uno in giunta e uno in Consiglio, i quali lavorerebbero gratis. Il collegio sindacale gli dà ragione. La Gemmo è in difficoltà. Arriva in soccorso Giancarlo Galan: il 25 luglio 2007 il presidente spedisce una lettera riservata personale a Fabrizio Stella e per conoscenza a Irene Gemmo, in cui bacchetta il consigliere discolo con una reprimenda di due pagine mandandolo a rileggersi il codice civile e lo statuto della Veneto Sviluppo. La Regione non c’entra, lui è un incompetente, la smetta con «velleitarie pretese» e partecipi alle decisioni «con spirito di collaborazione ». Insomma, si metta in riga. Benché riservata, la lettera arriva a tutti i consiglieri di palazzo Ferro Fini, tant’è che ce n’è in giro ancora una copia. Questa vicenda va ad aggiungersi agli «strani episodi» elencati martedì scorso dal consigliere Moreno Teso, che nella seduta di autocoscienza dopo gli arresti dell’inchiesta Mose, ha denunciato in aula la gestione allegra di Veneto Sviluppo che negli anni «è entrata come azionista in aziende poi fallite, buttando via 20 milioni di euro». «Verificherò con il lanciafiamme ogni singolo episodio», gli ha replicato Luca Zaia. Andrebbe aggiunto che la politica delle partecipazioni di Veneto Sviluppo sotto la presidenza Gemmo era così condivisa dai soci bancari (49% della Finanziaria) che nel 2008 portò alle dimissioni del consigliere Franco Andreetta, anche se giustificate al pubblico con motivazioni generiche, come si usa in banca. Luigi Barone fu poi assunto con un contratto di 273.000 euro l’anno, senza i 60.000 di premio annuale, ma più i benefits. Ma l’aria era diventata irrespirabile per lui e dopo poco si licenziò. I casi della vita l’hanno portato a sedere con Marcello Dell’Utri e Alberto Rigotti nel Cda di Epolis, dov’era socio anche Piergiorgio Baita con Adria Infrastrutture. Il gruppo è imploso e Rigotti è stato arrestato il 5 giugno scorso dalla Guardia di Finanza di Cagliari per bancarotta fraudolenta. È andata meglio a Fabrizio Stella, che oggi dirige Avepa, l’agenzia dei pagamenti in agricoltura, con uno stipendio di 152.000 euro. Stella parrebbe godere della fiducia di Luca Zaia, ciò nonostante risulta essere l’unico dirigente al quale non è stato rinnovato il contratto che scadeva a metà legislatura. E’ in regime di proroga, periodo che dura 45 giorni, scaduti i quali si decade. Lo stanno tenendo in castigo perché ha fatto il discolo un’altra volta? Stella raggiunto al telefono risponde in inglese: «No comment».

Renzo Mazzaro

 

«Il Mose va commissariato» Il Codacons vuole Cantone

L’associazione dei consumatori ha avviato una class action per i risarcimenti

Il presidente Rienzi: «In questi anni l’opera è diventata il bancomat dei ladroni»

VENEZIA Se è vero che «il Mose è diventato il bancomat dei ladroni» non ci sono alternative: «i cantieri vanno fermati, il Consorzio Venezia Nuova va sciolto e affidato a Raffaele Cantone – nominato l’altro giorno presidente dell’Autorità Anticorruzione, ndr – e il Mose va posto sotto sequestro perché è il corpo del reato». Ne è convinto il presidente nazionale del Condacons, l’avvocato Carlo Rienzi, ieri a Mestre per presentare assieme al presidente regionale Franco Conte la Class action -anche se in termini giuridici è improprio chiamarla così – contro i ladroni del Mose. Venerdì mattina i rappresentanti dell’associazione dei consumatori hanno consegnato in procura la documentazione per accreditarsi come parte offesa nel procedimento penale a carico delle persone indagate. L’associazione stima che il danno possa essere di almeno 2 miliardi e 700 mila euro, calcolato sugli incrementi di costo dell’opera e i minori trasferimenti ottenuti dal Comune dalle Legge speciale proprio perché dirottati sul sistema delle dighe mobili che si è mangiato la fetta più grande dei trasferimenti. Per aderire all’azione collettiva c’è tempo fino al 31 luglio, e per farlo basta andare sul sito dell’associazione, iscriversi e compilare i moduli che poi, ogni persona che deciderà di aderire, dovrà far pervenire alla procura. «Il risarcimento dei cittadini veneziani ma non solo, perché potrà aderire qualsiasi cittadino italiano», spiega Rienzi, «è il minimo che si possa fare perché il Mose si è rilevato una mangiatoia per tutti, alimentata con i soldi pubblici, e quindi con i soldi dei cittadini». «Il nostro », aggiunge Rienzi, «è anche un modo per fare sentire meno soli i magistrati in questa battaglia di legalità dentro la città». Quella di oggi però non è la prima battaglia del Codacons contro il sistema di dighe mobili dato che già nel 2004 i consumatori, con il sostegno di altre associazioni locali (Ambiente Venezia, Magistratura democratica e l’Assemblea permanente No Mose) aveva promosso un ricorso al Tar, rigettato, e l’anno successivo respinto anche dal Consiglio di Stato. Il Codacons, oggi come allora, sostiene che non sia mai stata applicata una corretta procedura per la valutazione di impatto ambientale, by-passata dal Comitatone. E va da sé che se Tar e Consiglio di Stato si sono espressi su documenti che oggi si scopre potrebbero essere stati aggiustati – è questa la linea del Codacons – ci sono i presupposti per chiedere la revoca di quelle sentenze come è del resto previsto dall’articolo 395 del Codice di procedura civile. Tuttavia, anche se il Codacons avesse ragione resta però la questione di che fare con una grande opera che nel frattempo è arrivata all’85% per cento della sua realizzazione, e che dovrebbe essere ultimata, salvo imprevisti, entro la fine del 2016. «È un dibattito che bisogna avere il coraggio di affrontare », sostiene ancora Rienzi, «perché noi crediamo che, anche se siamo arrivati a questo punto, sia meglio fermare tutto, lasciare così com’è perché in base a quello che sta emergendo dalle indagini della procura veneziana nessuno può dire con certezza che questa sarà un’opera sicura. Meglio quindi fermarsi qui e destinare gli ulteriori stanziamenti previsti ad altri interventi di riqualificazione della laguna». Uno scenario improbabile. «Se proprio l’opera deve andare avanti», spiegano del Condacos, «è necessario l’intervento di un commissario speciale, e noi siamo convinti che questo commissario da mettere a controllare i lavori debba essere Cantone». Il Codacons poi si batterà anche perché, nel corso del processo, la probabile richiesta di costituzione di parte civile da parte dello Stato venga respinta. «Perché lo Stato è quello che ha provocato quello che è successo, il Consiglio dei ministri di oggi è in continuità con i consigli dei ministri di ieri, non sono parti diverse. Le responsabilità di quanto accaduto sono anche nello Stato».

Francesco Furlan

 

«Il parere ambientale? Non è mai stato dato. Era solo un orpello da superare in fretta»

VENEZIA. Nel ricorso presentato dal Codacons e da altre associazioni ambientaliste della città si contestava il fatto che il Comitatone (in particolare con due delibere, una del 6 dicembre del 2001 e una del 4 febbraio del 2003) avrebbe dato il via libera al Mose «in assenza di una valutazione di impatto ambientale positiva» dal momento che una prima valutazione negativa era stata fatta nel 2000 dai ministri Ronchi (Ambiente) e Melandri (Beni culturali) ma venne poi annullata dal Tar senza che l’opera sia stata poi sottoposta ad un nuovo vero percorso di valutazione ambientale a livello ministeriale. Per il Codacons guidato da Rienzi «la valutazione dell’impatto ambientale è stata trasformata in un orpello fastidioso da superare a tutti i costi».

 

Il procuratore Nordio «Contro la corruzione leggi più semplici»

VENEZIA. «La nomina di un commissario contro la corruzione può anche avere una giustificazione politica, ma razionalmente parlando non ci si deve fare nessuna illusione». Lo ha detto a Radio Radicale il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio. Secondo il procuratore aggiunto, che sta coordinando l’inchiesta sul Mose, «la nomina di un commissario potrà in minima parte servire. L’inasprimento delle pene e la creazione di nuovi reati non servirebbe a nulla, come ha dimostrato l’esperienza del passato. Gli unici strumenti contro la corruzione, a parte l’educazione etica che si può realizzare in una o più generazioni, sono la semplificazione delle procedure e l’individuazione trasparente delle competenze. Se un cittadino deve bussare cento porte è inevitabile che qualcuna resti chiusa finché qualcuno non viene a suggerirti di oliarla e di renderla apribile. Copiamo dagli altri Paesi dove ci sono pene anche meno aspre», ha concluso,«ma procedure molto più trasparenti e competenze molto più individuate». È una riflessione che Carlo Nordio aveva già fatto dieci giorni fa, nel corso della conferenza stampa in procura il giorno in cui erano scattate le 35 misure cautelari. «Al di là dell’inchiesta di oggi», aveva sottolineato il magistrato, «voglio ricordare quanto scrissi già 15 anni fa: una delle cause della corruzione deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi e dalla loro incomprensibilità, e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità».

 

Il governo chiude il magistrato alle acque

Stop all’ente dopo oltre cento anni. Da ottobre competenze trasferite al Provveditorato interregionale per opere pubbliche

VENEZIA – Una riga nel comunicato del governo, al termine del Consiglio dei ministri di venerdì sera: «È soppresso il Magistrato delle Acque per le province venete e di Mantova». Dal primo ottobre cala il sipario su magistratura con 500 anni di storia e affaccio sul Ponte di Rialto, serenissima per nome anche se emanazione oggi del ministero delle Infrastrutture, con funzioni di controllo sulla laguna e sulle opere di salvaguardia. Con due magistrati come Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva in carcere da dieci giorni perché accusati dalla Procura di aver percepito “stipendi neri” per centinaia di migliaia di euro l’anno dal Consorzio Venezia Nuova, per non controllare alcunché, la decisione del governo Renzi – del tutto inaspettata anche dagli addetti ai lavori – ha un sapore tutto politico. «Certamente le vicende giudiziarie di questi giorni hanno giocato nell’accelerare la decisione », conferma il sottosegretario Pierpaolo Baretta, a sua volta stupito della decisione. Una scelta che ha lasciato sconcertati molti, a Venezia, da sinistra a destra. Anche perché – pur in attesa della pubblicazione del decreto – il governo ha deciso di trasferire le competenze del Magistrato al Provveditorato interregionale per le opere pubbliche di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia: sempre organi ministeriali, ma passati da una dimensione territoriale veneziana a grandezza Italia del Nordest. Pure se da mesi magistrato è lo stesso provveditore interregionale, Roberto Daniele – con sede di entrambi gli uffici a palazzo dei Dieci Savi – la decisione di cancellare il Magistrato alle Acque è accolta con sconcerto trasversale. Anche perché il Comune di Venezia voleva sì abolirlo, ma per ottenerne i poteri: Comitatone dopo Comitatone – il sindaco Orsoni più volte – Ca’ Farsetti ha chiesto più volte per sé tutte le competenze che oggi imperano in laguna, rendendone difficile il governo e il controllo locale (dal Magistrato alla Provincia alla Capitaneria di porto). E la riunione delle competenze a Venezia è anche uno dei caposaldi della proposta di nuova Legge speciale in discussione, primo firmatario il senatore pd Felice Casson. «Una decisione sconcertante, che va contro qualsiasi logica e allontana ancora più la salvaguardia da Venezia», commenta l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin. «Fuffa: come se l’iperstatalismo romano fosse garanzie di probità», incalza il consigliere Beppe Caccia, «non ci dimentichiamo gli scandali Balducci, il G8 e l’Aquila». E in una mozione al voto del Consiglio comunale, domani – che nasce dalla richiesta al governo di «smantellare il sistema politico- affaristico, il cui profilo criminale emerge dall’inchiesta in corso» su Consorzio, salvaguardia e mazzette – si chiede anche «il superamento dell’attuale Magistrato alle Acque e trasferimento dei suoi poteri al Comune di Venezia». Sinistra e destra, si diceva. «Così è ancora peggio: una magistratura con secoli di storia veneziana diventa sempre più romana: non ha senso», commenta il capogruppo provinciale di Fratelli d’Italia, Piero Bortoluzzi, «semmai è urgente una bella riforma della legge speciale per Venezia, che unifichi le competenze sulla laguna, attribuendole ad esempio alla città metropolitana, solo a condizione però che abbia organi elettivi».

Roberta De Rossi

 

ROBERTO DANIELE «Non ho incarichi di collaudo»

VENEZIA. «Sono stato incaricato dell’esecuzione di collaudi del Mose, ma il giorno stesso che ho preso servizio a Venezia, il 2 settembre 2013, come presidente del Magistrato alle Acque, ho rassegnato le dimissioni dagli incarichi di collaudo che mi erano stati affidati». Così Roberto Daniele, riferendosi alla ricostruzione degli affidamenti di collaudi per il Mose fatta dal settimanale l’Espresso. «L’importo reale rispetto alle somme che mi sono attribuite pe ri collaudi», aggiunge, «è di gran lunga inferiore: un terzo più o meno. E poi, essendo io dipendente della P.A., la parte più consistente relativa all’onorario è stata versata interamente in conto entrate alla Tesoreria dello Stato, nel rispetto della norma sull’onnicomprensività della retribuzione dei dirigenti pubblici: fondi dai quale il Ministero attinge per pagare la parte accessoria dello stipendio mio e dei 50 dirigenti, mentre prima era lo Stato a stanziare queste somme».

 

NUOVA VENEZIA – IL CASO MOSE – La nostra amara soddisfazione

Per anni e anni noi ambientalisti abbiamo contrastato in vari modi(anche con dettagliati esposti) l’affare Mose, indicando le alternative possibili a questa grande opera devastante, inutile e costosa, denunciando anche le varie criticità amministrative. Dall’anomalia del concessionario unico alla mancata considerazione della negativa Valutazione d’impatto ambientale nonché delle prescrizioni indicate (illusoriamente) dal consiglio comunale, alle “inesattezze” del parere fondamentale dato dal Ministero dei Beni e le attività culturali, che peraltro sembra aver approvato anche quelle opere realizzate in laguna tanto per spendere i cospicui finanziamenti, come confessato da uno degli arrestati (Baita, ex impresa Mantovani), anche queste in gran parte da noi contestate. Maabbiamoanche più volte sottolineato quella che sempre più si percepiva come una mafia infiltrata dal potere forte del Consorzio Venezia Nuova nella nostra città (e non solo), con la sua ramificata corruzione che sta venendo alla luce, fatta di tangenti- favori-incarichi-accordi-ricatti- nomine nei posti che contano. Capace di creare quantomeno a criticità e subalternità anche da parte di gran parte del mondo culturale e accademico. È ormai normale utilizzare sponsorizzazioni, ma è grave che forze politiche e istituzioni le chiedano a un consorzio d’imprese che per i propri lavori deve ottenere autorizzazioni e finanziamenti. Ancora più grave, ovviamente, quando i fondi sono dati illegalmente e in cambio di qualcosa. Ci hanno chiamato e ci chiamano, ingiustamente, quelli del no. È per noi ora un’amara soddisfazione seguire l’evolversi di un’inchiesta che ci auguriamo possa fare piena luce sui vari aspetti di questa scandalosa realtà.

Cristina Romieri – Lido di Venezia

 

Sanità, canoni salati e concessioni eterne: project da 1,2 miliardi

Da Mestre a Verona, da Este-Monselice a Treviso i nuovi ospedali costruiti su una montagna di debiti

Rate fino al 2036 per saldare tutte le rate: ai privati rendimenti a due cifre

Prima il “mito” dei mega progetti, poi i sospetti su cui lavora la magistratura

VENEZIA – Dal nuovo ospedale di Mestre alla Cittadella della salute di Treviso, dal nuovo polo sanitario di Schiavonia d’Este agli impianti tecnologici di Camposampiero e Cittadella. E poi i nuovi ospedali di Castelfranco e Montebelluna, la ristrutturazione di Borgo Trento e Borgo Roma a Verona, il nuovo ospedale unico dell’Alto Vicentino. Solo le province di Belluno e di Rovigo ne sono state risparmiate: masi sa che i montanari non si fidano dei veneziani e i rodigini son pochini. Negli ultimi dieci anni la parola magica era «project» (tanto i soldi li mette il privato). Peccato che non si trattasse di mecenatismo ma semplicemente di business: il privato costruisce subito ma si garantisce per trent’anni la concessione di pulizie, pasti, energia, diagnostica, parcheggi. Un rendimento, per i privati, a due cifre. Un affitto capestro per il pubblico, che ammette così la propria incapacità di oculata gestione. Più di un miliardo e trecento milioni di euro di investimenti per rinnovare la rete ospedaliera del Veneto. Ma così ci siamo giocati una generazione di debiti: per un project da cento milioni di euro il «canone» a favore delle imprese concessionarie può sfiorare anche i trenta milioni l’anno. Quello di Mestre, ad esempio, scadrà nel dicembre 2031, quello di Santorso addirittura nel 2036. Nove contratti di progetto di finanza in campo ospedaliero sono stati sottoscritti o semplicemente siglati in attesa di aggiudicazione. La larga parte si deve all’epoca in cui il Veneto era guidato da Giancarlo Galan, su cui pende una richiesta di arresto nell’inchiesta sui finanziamenti del Consorzio Venezia Nuova alla politica. Che la politica dei project non fosse proprio un affare se n’era accorto anche Leonardo Padrin, presidente della commissione regionale sanità, che nel 2010 aveva chiesto al governatore Luca Zaia di «verificare e rinegoziare i project attivi, sospendere e riesaminare quelli ancora in corso». Tre anni più tardi è la magistratura veneziana che sta puntando i riflettori, facendo seguito a un approfondimento in corso da parte della Corte dei conti. Ad aprire la stagione dei project sanitari fu l’Asl 12 Veneziana per realizzare, tra il 2003 e il 2007, il nuovo ospedale dell’Angelo di Mestre. Un contratto da 250 milioni di euro per una concessione della durata di 24 anni. Demolito il vecchio Umberto I, adesso nel nuovo ospedale si paga il parcheggio (sei euro al giorno) e per avere la televisione in camera occorrono 3 euro e mezzo al giorno (e 5 euro di cauzione per il telecomando). Ad aggiudicarsi la gara è stato il «gotha» dei project del Veneto: Astaldi, Mantovani,Gemmo, Studio Altieri. Imprese i cui nomi compaiono più volte nella ricostruzione della magistratura veneziana come autentici «pigliatutto » degli appalti. Più o meno gli stessi nomi degli altri project: la milanese Siram a Venezia, Este e Monselice, Cittadella e Camposampiero, la rodigina Guerrato a Castelfranco e Montebelluna, l’impresa Carron a Treviso e Monselice, la Mazzi a Verona, la vicentina Gemmo a Santorso, Monselice, Mestre, Venezia («Nonostante una stampa superficiale e poco corretta,Gemmo spa è totalmente estranea alle indagini legate ai recenti scandali Mose e Galan» ha spiegato nei giorni scorsi l’azienda di Arcugnagno). E le cooperative rosse? Ci sono sempre, con piccole e grandi quote: a Verona come capogruppo mandataria c’è la storica Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi (con la Ccc e la Manutencoop), a Santorso ancora la Cmb di Carpi, a Castelfranco la Coop service, a Venezia la Coveco e la Ccc. Insomma, i project sanitari – e quelli sulle infrastrutture – hanno garantito nel periodo più nero dell’edilizia la sopravvivenza alle maggiori imprese di costruzioni del Veneto. Che grazie all’esperienza avviata dalla giunta Galan hanno potuto esportare la loro professionalità: in Toscana, ad esempio, i quattro project degli ospedali di Massa, Lucca, Pistoia e Prato sono stati realizzati dalla cordata del gruppo Astaldi che aveva costruito a Mestre. L’investimento di capitali privati nella realizzazione degli ospedali, poi, è stato ampiamente scontato dalle banche, cui è stata data in garanzia proprio la sicurezza della gestione per venti o trent’anni. Proprio nell’equilibrio tra apporto di capitale, valore dei servizi dati in concessione e durata della concessione c’è il ritorno per il privato: dalle pulizie e dai pasti di un ospedale si possono ricavare anche dieci o venti milioni l’anno. Soprattutto con la certezza della durata e del pagamento: le Asl sono pagatori morosi ma assolutamente certi e di questi tempi non è poco. Al palo è rimasto il project del nuovo ospedale di Padova (600 milioni): promesso da Galan e salutato con entusiasmo da Zanonato, con la vittoria di Massimo Bitonci è destinato a tornare nel cassetto. Le imprese già pronte se ne faranno una ragione. Insomma, per «regalare» i nuovi ospedali abbiamo indebitato una generazione di veneti. Ma tanto i soldi li mette il privato, no?

Daniele Ferrazza

 

Baita sugli ospedali «Decide tutto Lia Sartori»

«Il mio rapporto con Lia Sartori (foto) era conflittuale»: è per questo che Piergiorgio Baita, ex numero uno della «Mantovani spa» non vinceva né un appalto né un lavoro nella sanità veneta. Se non quando si univa alla «Gemmo». Baita, arrestato nel febbraio 2013, lo spiega diffusamente nel lungo interrogatorio del6 giugno di un anno fa in procura a Venezia. Lo fa davanti ai pm Ancilotto e Buccini, assistito dagli avv. Ambrosetti e Rampinelli. «Non le ho mai corrisposto somme di danaro in via diretta», precisa Baita, ricordando il rapporto difficile con l’eurodeputata vicentina, per la quale sono stati chiesto gli arresti domiciliari. «Il consorzio credo che abbia finanziato la campagna delle europee del 2009 dell’onorevole Sartori». «Il Consorzio puntava su Sartori… i soldi furono consegnati direttamente dall’ingegner Mazzacurati».Non solo: Baita farebbe riferimento anche ad altri finanziamenti, «in particolare alla associazione di imprese che ha concorso per il project all’ospedale di Mestre». In quegli anni, dal 2005 al 2010, Sartori è il deus ex machina della sanità veneta: «Le leve della Sartori erano i direttori generali delle Asl, alla cui nomina aveva provveduto in maniera autonoma rompendo i rapporti politici, per cui i direttori potevano essere etichettati in maniera precisa come persone di riferimento dell’onorevole». Ma«Sartori in sanità non ha mai ritenuto di considerare la Mantovani come soggetto di prima battuta, ritenendo che invadesse il campo riservato ai gestori sanitari e in particolare alla Gemmo».

 

Scandalo fondi Mose, il Pd è nella bufera

I pm Ancilotto, Buccini eTonini allargano gli interrogatori

E l’ex sindaco dimissionario racconta gli scontri con Mazzacurati

VENEZIA Inchiesta Mose: le prime timide ammissioni di alcuni arrestati negli interrogatori di garanzia resi ai giudici hanno spinto i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini a viaggiare lungo l’Italia per sentire personalmente quello che hanno da raccontare, per convincerli a vuotare il sacco, in modo da ottenere nuovi elementi e ripartire com’ è accaduto con le due indagini precedenti: quella che ha portato in carcere da una parte Piergiorgio Baita della «Mantovani » e dall’altra Giovanni Mazzacurati , presidente del Consorzio Venezia Nuova», grazie alle dichiarazioni dei quali sono scattati gli arresti di mercoledì scorso. L’ex presidente del Magistrato alle acque, il romano Patrizio Cuccioletta è accusato di aver percepito addirittura uno stipendio annuo di 400 mila euro e un bonus una tantum di 500 mila finito nel conto intestato alla moglie in una banca svizzera. Non ha potuto negare di averlo incassato, ha confermato, ma ha sostenuto essersi trattato di un regalo. Probabilmente qualche insistenza con lui potrebbe convincerlo ad andare oltre, a riferire con dovizia di particolari che cosa gli era richiesto di fare in cambio di quel presente. Uno dei titolari della Cooperativa San Martino, l’impresa di Chioggia da dove è partita l’inchiesta grazie alla verifica fiscale della Guardia di finanza, ha ammesso che i suoi emettevano fatture per operazioni inesistenti a favore del Consorzio in modo da formare fondi neri attraverso le «retrocessioni» del danaro che usciva per pagarle e poi in parte rientrava. Non è lungo il passo per spiegare a cosa servivano quei fondi neri e in tasca di chi siano finiti. Lo stesso ha spiegato il bolognese Manuele Marazzi, che le fatture fasulle, invece, le emetteva a favore della «Mantovani». Infine, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia- Padova, il Pd Lino Brentan, piazzato però su quella poltrona dall’assessore di Forza Italia Renato Chisso, ha confessato di aver consegnato 12 mila euro nelle mani di Giampietro Marchese e in precedenza di aver organizzato una cena elettorale a Malcontenta per raccogliere fondi a favore della campagna elettorale di Davide Zoggia per le elezioni provinciali del 2009. E di Zoggia, già allora responsabile per gli enti locali e nelle segreteria nazionale del partito guidato all’epoca da Pierluigi Bersani, ha parlato anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni nel suo unico interrogatorio, quello che gli è valso la scarcerazione (era ai domiciliari) e il raggiungimento dell’accordo con la Procura per il patteggiamento a 4 mesi. Orsoni dopo aver sostenuto che è stata «una sua debolezza » avanzare la richiesta di finanziamenti a Mazzacurati, racconta che Zoggia, assieme a Mognato e a Marchese, lo avrebbe convinto a insistere con il grande manager perché finanziasse con altro denaro la sua campagna elettorale. L’anziano ingegnere aveva fatto già arrivare più di 100 mila euro nelle casse, ma ne servivano di più e così sarebbero stati consegnati altri 400-500 mila euro. Mal’ex sindaco, nel suo interrogatorio, ci tiene a raccontare alcune circostanze di quando era già a Ca’Farsetti: «Mazzacurati aveva una tecnica sua, quella di pressare le persone, venne da me più volte per l’Arsenale, per la Legge speciale e per Est capital, dove l’amministrazione precedente aveva fatto delle cose inaudite perché si era messo in mano a Baita. Evidentemente pensavano di far bene, ma dopo di che io mi sono trovato, come dire, col coltello alla gola per molte cose, dalle quali ho cercato di uscirne e i conflitti con Mazzacurati fin da subito, da quando sono stato eletto, sono stati di vario tipo… io mi sono messo di traverso a certe operazioni sul Lido, sull’Ospedale al Mare, mi sono messo di traverso sull’occupazione dell’Arsenale» da parte del Consorzio Venezia Nuova.

Giorgio Cecchetti

 

Mercoledì l’autodifesa di Galan

Alla giunta autorizzazioni della Camera. E lo stesso giorno cinque ricorsi al Riesame

Domani in laguna il Tribunale dei ministri del Veneto decide se avviare le indagini su Matteoli

VENEZIA – Il primo appuntamento in agenda è quello di lunedì per il Tribunale dei ministri del Veneto: domani, il presidente Monica Sarti, giudice a Verona, ha convocato gli altri due colleghi, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi, giudici di Venezia, negli uffici della cittadella della giustizia di piazzale Roma perché dovranno decidere in quale modo procedere, innanzitutto se avviare le indagini nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture del governo Berlusconi, il toscano Altero Matteoli di Forza Italia. Giovanni Mazzacurati ha raccontato di essere andato in casa sua, in Toscana, a consegnargli una mazzetta e poi c’è lo stretto rapporto con l’ex presidente dei costruttori romani Erasmo Cinque, inserito a forza tra le imprese che dovevano vincere l’appalto per la bonifica dei terreni inquinati di Porto Marghera. Cinque e Matteoli erano entrambi nell’Assemblea nazionale di Alleanza nazionale, l’organo dirigente del partito quando al vertice c’era ancora Gianfranco Fini e il sospetto è che con la sua «Socostramo srl» (Società costruzione strade moderne) fosse il collettore di tangenti per il ministro. I tre giudici dovranno soprattutto fissare il giorno in cui l’ex ministro potrà presentarsi in laguna a raccontare la sua versione dei fatti, così come hanno chiesto di poter fare i suoi avvocati difensori. Mercoledì, poi, ci sarà il secondo round davanti al Tribunale del riesame presieduto dal giudice Angelo Risi: cinque i ricorsi fissati. Quello dell’imprenditore chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, uno dei titolari della «Cooperativa San Martino », l’impresa da cui è iniziata l’intera indagine sul Mose, grazie alla verifica fiscale della Guardia di finanza nel 2009; dell’ingegnere di Roma e tecnico del Consorzio Venezia Nuova Luciano Neri; del bolognese Manuele Marazzi, accusato di aver emesso fatture fasulle a favore della Mantovani con la sua società e di aver favorito la latitanza del padovano Mirco Voltazza; del segretario di Mazzacurati Federico Sutto, ex socialista e, secondo le accuse, distributore di tangenti per conto del presidente; dell’imprenditore romano di «Condotte d’acqua », impresa del Consorzio, Stefano Tomarelli. Nel primo «appuntamento con il Riesame due degli indagati hanno ottenuto la scarcerazione, il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e l’imprenditore di Cavarzere Franco Morbiolo, che ora sono agli arresti domiciliari. Infine, lo stesso giorno, mercoledì, si riunisce per la seconda volta la giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera, quella che deve dare il via libera o meno all’arresto di Giancarlo Galan. I deputati non devono esprimere giudizi o entrare nel merito delle accuse, devono soltanto escludere o meno che da parte degli inquirenti via sia stato un intento persecutorio nei confronti dell’ex presidente della giunta regionale ora deputato di Forza Italia. Potrebbe già essere il giorno in cui l’ex ministro di Berlusconi darà la sua versione. A relazionare sulle accuse elevate dalla Procura lagunare nei suoi confronti è il deputato di Scelta civile Mariano Rabino, ma a tutti i componenti della Giunta è stata consegnata la copia degli atti dell’indagine, si tratta di migliaia di pagine.

(g.c.)

 

L’imprenditore vicentino sentito anche per un appalto in sicilia

Scandalo Expo, a Maltauro concessi gli arresti domiciliari

Resta in cella Cattozzo, il postino delle mazzette, accusato di aver trattenuto 500 mila euro per la “cupola”

PADOVA Maltauro è tornato a casa. Ieri, il giudice di Milano Fabio Antezza ha concesso gli arresti domiciliari a Enrico Maltauro, l’imprenditore vicentino finito in carcere lo scorso 8 maggio nell’inchiesta degli appalti dell’Expo 2015. Secondo la difesa dell’imprenditore la scarcerazione è stata disposta a seguito di ulteriori riscontri investigativi forniti dallo stesso indagato, che da subito aveva confessato di aver pagato tangenti alla «cupola » degli appalti. «Siamo molto soddisfatti» hanno spiegato i difensori, gli avvocati Giovanni Maria Dedola e Paolo Grasso , «finalmente è stato valorizzato l’atteggiamento di collaborazione del nostro assistito con l’autorità giudiziaria». Sergio Cattozzo (ancora in carcere) verrà nuovamente interrogato dai pm milanesi che indagano sulla «cupola». Per la terza volta si troverà infatti davanti ai sostituti per chiarimenti in merito alla contabilità delle tangenti che Maltauro, è questa l’ipotesi, ha versato o promesso alla «squadra» per gli appalti Sogin, Expo e Città della Salute. I pm stanno esaminando i documenti sequestrati su bandi e procedure al centro dell’indagine per trovare anche i riscontri con quanto messo a verbale dall’ex esponente Udc ma anche da Maltauro e Paris. Dai verbali viene a galla che Cattozzo, il «postino delle mazzette », aveva trattenuto per sè oltre 500 mila euro a cui se ne sarebbero aggiunti altri 500 mila, che a suo dire gli sarebbero toccati se l’accordo per Sogin fosse andato in porto. Per la gara di Sogin «abbiamo definito» ha chiarito Cattozzo, «la somma di un milione e mezzo con Maltauro» pari all’1,5 per cento dell’appalto chiesto all’imprenditore. In realtà poi la cifra versata – il resto sarebbe dovuto arrivare con l’avanzamento dei lavori – è stata di 490 mila euro di cui «300 mila corrisponde a quello che ho trattenuto per me stesso. La differenza l’ho suddivisa tra me, il senatore Grillo e il professor Frigerio ». L’imprenditore vicentino ieri nel carcere milanese di Opera è stato ascoltato come persona informata sui fatti dai pm di Catania. L’imprenditore ha lavorato anche in Sicilia con un consorzio da lui acquisito. Proprio dopo questo ennesimo verbale riempito davanti ad altri inquirenti e definito «esplorativo», è arrivata per lui la scarcerazione. E tornerà a casa.

 

L’INTERVENTO

Il sindaco ci ha tolto le deleghe e la parola

DI GIANFRANCO BETTIN

Il mio ultimo intervento politico a Ca’ Farsetti è stato un bicchiere di vetro scagliato contro il muro – come è stato scritto. Un gesto violento e irrazionale, ma politicamente connotato, pur se politicamente scorretto. Il sindaco ci aveva appena comunicato che si sarebbe dimesso ma che intanto ci aveva già revocato le deleghe. Restava in campo solo lui – lui e i partiti, in realtà – a gestire i venti giorni prima del commissario. Gli avevamo chiesto di dimetterci subito ma insieme, lasciandoci così il brevissimo tempo necessario a chiudere questioni urgenti ormai pronte per la soluzione, attese da molti in città. Nel mio caso, ad esempio, alcuni atti relativi a Porto Marghera e all’avvio del Parco della Laguna Nord, ma anche, ne cito un paio, la garanzia che si aprirà la comunità per giovani negli appartamenti che abbiamo tolto agli spacciatori di droga a Ca’Emiliani, l’esecuzione dell’ordinanza anti degrado in via Carducci predisposta dal settore Ambiente, la prosecuzione delle attività dell’Osservatorio Ecomafie, e qualche altro. Tutti i miei colleghi avevano pronti provvedimenti analoghi, ora a forte rischio. L’altra questione è che il sindaco ci ha così tolto la parola, per dire in consiglio comunale le nostre ragioni. E quando si soffoca la parola a volte esplodono i gesti, per quanto scorretti, come appunto il mio ultimo “intervento politico” a Ca’ Farsetti. Il penultimo era stato la richiesta di dimissioni del sindaco, ovvia, perché il patteggiamento lo rendeva necessario e, per noi, anche la conseguenza – annunciata il giorno stesso dell’arresto – di quanto era già inoppugnabilmente emerso di lecito (i contributi dichiarati, ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova per la campagna elettorale). La magistratura, con i suoi mezzi e poteri, lo ha scoperto dopo quattro anni, ma se il fatto fosse stato pubblico all’epoca, nel 2010 (o prima, o dopo), non saremmo mai stati in una coalizione e a sostegno di candidati che avessero ricevuto tali contributi anche se “leciti”. Sono certissimo che Giorgio Orsoni non abbia richiesto i contributi “in nero” ma a noi basta e avanza ciò che di “regolare” è emerso (e che si estende alle ramificatissime relazioni su base economica intrattenute da moltissimi con il CVN in città e altrove). Il Comune è la sola istituzione che esce totalmente pulita da questo scandalo, nessun atto amministrativo compiuto ne risulta inquinato, come la magistratura stessa conferma, e siamo certi di aver avuto in questa pulizia un ruolo forte. Anche per questo nessuno, nemmeno il sindaco, ci toglierà la parola.

 

VENEZIA – Il difensore: «Mancava l’ok regionale, così rinunciò al collaudo del Mose»

Lo strano caso dell’ingegner Fasiol, la sua nomina non fu autorizzata

Serviva un uomo negli apparati di vertice della Regione. Non nella struttura politica dell’assessorato, ma in un ruolo tecnico. Per controllare le procedure, indirizzare le pratiche, accelerare i tempi, in particolare dei project financing. Nella costruzione perfetta del sistema Mantovani, che secondo l’accusa aveva due referenti formidabili nel governatore Giancarlo Galan e nell’assessore ai Trasporti Renato Chisso, era necessario un terzo ingranaggio. Lo sostengono i pubblici ministeri che hanno chiesto e ottenuto l’arresto di Giuseppe Fasiol, 53 anni, residente a Rovigo. È il commissario straordinario alla riforma del Settore Trasporti, nonchè dirigente regionale della Direzione Strade, autostrade e concessioni infrastrutture di trasporto. Ma anche componente della commissione di collaudo (la nomina risulterebbe in data 11 gennaio 2012) per la verifica funzionale del sistema Mose, su sollecitazione di Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Insomma, il numero due delle infrastrutture, dopo Silvano Vernizzi.
Ma è davvero tutto oro quello che luccica nell’inchiesta veneziana? La tesi della Procura viene contestata dal difensore, l’avvocato Marco Vassallo, che ricorrendo al Tribunale del riesame ha esibito un prova ad effetto, che dimostrerebbe l’inesistenza del presupposto che ha portato in carcere Fasiol. All’ingegnere sono contestati quattro incarichi ricevuti dal Magistrato alle Acque (tutti con data 2 aprile 2013), relativi a collaudi alle bocche da porto. Le parcelle sono contenute: 6.386, 3.296 euro, 5.156 e 2.485 euro. Secondo i Pm, Fasiol sarebbe «l’uomo giusto al posto giusto» per la coppia composta da Claudia Minutillo e Piergiorgio Baita, che erano affamati di controllare l’operatività del Mose e far avanzare i project financing.
Fasiol è citato in un contesto di contrasti tra Baita e Silvano Vernizzi, segretario generale alle Infrastrutture della Regione. Un funzionario in carriera, Fasiol, a cui Baita decide di far assegnare il collaudo del Mose. Minutillo ha detto: «Lui apprezzò molto questa cosa. E’ ovvio che un collaudo del genere vale tanti, tanti soldi, perché va in base al valore dell’opera». Serviva però l’autorizzazione dell’assessore. «Chisso era contentissimo e disse che non ci sarebbero stati assolutamente problemi per l’autorizzazione».
Ma qui si profila un possibile colpo di scena. «L’ingegner Fasiol aveva presentato la domanda per ottenere dalla Regione l’autorizzazione a ricoprire l’incarico. Ma l’autorizzazione non è mai arrivata e così lui ha revocato la richiesta» sostiene l’avvocato Vassallo. Conclusione? «La nomina non ebbe seguito, l’ingegner Fasiol non ha fatto alcun collaudo». Eppure nel capo d’imputazione è esplicito il riferimento alla nomina «espressamente sollecitata» da Baita e Mazzacurati con la conseguente accusa di aver ricevuto «a titolo di compenso» le quattro parcelle per circa 19 mila euro. «Confidiamo nel riesame, che discuterà il nostro ricorso per insussitenza totale di indizi il 23 giugno» conclude il difensore.

 

La Regione stoppa i progetti più onerosi: Protonico a Mestre e Patavium

E porta a termine solo quelli iniziati. Ma l’inchiesta guarda anche indietro

OPERE & SOLDI – L’Angelo costerà all’Asl veneziana un miliardo. Freno ai progetti veronesi

PRIVATI – L’ospedale dell’Angelo di Mestre, la struttura che l’allora governatore Giancarlo Galan costruì in “project financing”

Ospedali, i project nel mirino: ogni anno buttati 100 milioni

Potrebbe essere il secondo filone dell’inchiesta che sta squassando il Veneto: gli ospedali. Che pacchi di carte siano già sotto la lente non è solo una voce, è quasi inevitabile visto che già nella inchiesta sul Mose la voce “project” è riecheggiata più volte. La partita “ospedali” è infatti già nel mirino degli inquirenti, chiacchierata da tempo per quei costi spropositati di alcune strutture sanitarie noti da tempo. Così sotto la luce del sole che lo stesso Zaia non aveva fatto mistero sui motivi della rivoluzione nei vertici della Asl, al momento del rinnovo dei manager. Cambio di rotta voluto proprio per creare una discontinuità e inserire linfa fresca all’interno del comparto. La sanità non si regge infatti solo sulla gestione degli ospedali e della spesa territoriale, ma anche sulla “progettualità”. E di ospedali il Veneto già fatti, in via di assegnazione e “solamente desiderati” ne ha parecchi. Milione più milione meno, sono quasi due miliardi (tra già finanziati e bloccati) i soldi da impegnare.
Che Zaia sui “project” abbia più volte alzato la voce non è storia di oggi. Lo ha fatto in Consiglio regionale, chiedendo una riflessione al parlamento regionale, lo aveva riproposto in sedi diverse, denunciando come la finanza di progetto utilizzata in sanità sia fuori mercato e abbia costi esorbitanti. Ed è venuto fuori pure nel giudizio di parificazione della Corte dei Conti.
Morale della favola, i “project” pesanti in Veneto sono stati stoppati, almeno quelli nuovi, visto che i contratti blindatissimi ereditati dalle passate amministrazioni non si toccano. Quelli già iniziati sono stati portati a compimento e quelli a metà del guado lo saranno comunque (a volte le penali pesano più dell’impegno economico complessivo). Ospedali nuovi, nuovi dalla testa ai piedi, da anni il Veneto non ne costruisce. La giunta ha concluso quanto ereditato e si è messa di traverso su nuovi progetti. Uno su tutti il “Protonico” di Mestre, costo complessivo 738 milioni per curare un centinaio di pazienti quando ad un centinaio di chilometri c’è un centro attrezzatissimo. Il Polo, avversato da più parti e sostenuto dalla precedente amministrazione, è stato definitivamente affossato da un’informativa di giunta presentata il 3 ottobre del 2013 dall’assessore Luca Coletto. O ancora di più il faraonico progetto dell’ospedale di Padova, 1 miliardo e 200 milioni per un “project” che doveva rivoluzionare anche la viabilità di una parte della città, maturato ancora con la giunta Galan e che probabilmente mai vedrà la luce visto che, oltre agli stop della Regione, arriveranno pure quelli del nuovo sindaco di Padova Bitonci.
Resta l’Angelo, super costoso ospedale di Mestre, per il quale oltre al “project” si è ereditato pure il “global service”: “un pozzo senza fondo” è stato più volte definito. L’Asl, per una struttura costruita con 241 milioni, complessivamente dovrà sborsare ben oltre un miliardo di euro.
Altro project financing finito nel mirino quello di Santorso (a Schio, appena finito): 150 milioni di spesa e una stupenda facciata in opaline che ha già avuto necessità di manutenzioni pesanti. I conti sono facili: un project alla fine costa il 13 per cento d’interessi, chiedere i soldi decisamente meno. E poi c’è il vincolo indissolubile con il privato. I conti sono stati più volte fatti anche dalla Corte dei Conti: al Veneto i project costano 100 milioni di euro in più all’anno. Più o meno il disavanzo che ogni anno la Regione si trova a dover colmare usando i “tesoretti” accantonati. In tempi non sospetti, quando a Zaia venne chiesto come mai questa giunta in Sanità non progettava nulla, la risposta fu che con 4 miliardi e 400milioni di buco c’era proprio poco da progettare. E poi quello che era in cantiere non era in linea con lo spirito: troppi project e eccesso di opere faraoniche affidate agli “archistar” che pensano alla bellezza e a volte trascurano la funzionalità.
Stop su Padova, frenata sui mega progetti veronesi (l’ospedale della mamma e del bambino), occhi più che attenti sulla “Cittadella” di Treviso anche se in questo caso non si tratta esclusivamente di un progetto di finanza. Ma non basta per levarsi gli sguardi di torno. Le carte sono state raccolte. Tutte.

 

SCANDALO MOSE – Chisso chiede di essere scarcerato. Gli avvocati di Mognato e Zoggia attaccano Orsoni

Renzi affonda il Magistrato alle acque

Cancellata la storica istituzione travolta dall’inchiesta. Ospedali nel mirino, Zaia blocca nuovi appalti a Padova, Mestre e Verona

STOP – Fine del Magistrato alle acque, già travolto dallo scandalo-Mose. Con un colpo di penna il consiglio dei ministri cancella cinque secoli di storia.

L’INCHIESTA – Anche la sanità nel mirino: soprattutto i project financing. Intanto Mognato e Zoggia(Pd) attaccano il sindaco Orsoni.

Secondo l’accusa quattro parcelle erano il prezzo della connivenza

SCONTRO NEL PD – Tirati in ballo per i soldi del Consorzio, gli interessati replicano con i loro avvocati

L’INTERROGATORIO – L’ex sindaco: «Sul conto della campagna elettorale affluirono 300mila euro»

«Da noi solo un apporto politico, non ci occupammo dei finanziamenti»

Zoggia-Mognato, attacco a Orsoni

È scontro totale tra l’ex sindaco Giorgio Orsoni e i vertici del Partito democratico. Ieri i parlamentari Michele Mognato e Davide Zoggia, attraverso i rispettivi legali, hanno duramente replicato alle affermazioni di Orsoni in merito alla vicenda dei finanziamenti delle campagna elettorale del 2010. E il fatto che siano scesi in pista i legali fa capire che il clima è a dir poco rovente. «Durante la campagna elettorale del 2010 l’onorevole Michele Mognato – scrivono gli avvocati Alicia Mejia e Alfredo Zabeo – si adoperò nella stesura del programma elettorale e delle schede di sintesi per fornire allo staff i suggerimenti per il candidato. Mognato ribadisce di non aver mai partecipato ad incontro alcuno nè di mai di aver trattato di finanziamenti. E poi dalla primavera del 2008 sino alla scadenza del 2010 Mognato era assessore e vicesindaco, non aveva la carica di segretario».
Anche Davide Zoggia ribatte a Orsoni. «All’epoca della campagna elettorale – aggiungono gli avvocati Gianluca Luongo e Marta De Manincor – Zoggia era il responsabile nazionale enti locali del Pd ed in tale veste ha dato il proprio apporto politico, lo stesso che ha riservato a tanti candidati delle elezioni locali del 2010. A Zoggia furono chieste indicazioni di natura politica ed in modo particolare per la venuta a Venezia di personalità politiche di rilievo nazionale. Mai si occupò di indicare membri dello staff elettorale al professor Orsoni che come noto non è persona che si lasci etero-dirigere nelle proprie scelte. Zoggia non fece parte del Comitato elettorale di Orsoni».
E proprio sulla vicenda del finanziamento emergono altri particolari dell’interrogatorio di Orsoni davanti ai magistrati lagunari. «Accettai la candidatura ponendo delle condizioni relative al fatto che, non avendo nessuna esperienza politica e tantomeno elettorale, non avrei saputo come organizzarmi – spiega l’ex sindaco ai magistrati – Lo dissi da subito, mi toccò ripeterlo e questa è stata una delle ragioni di attrito con i partiti, in particolare con il Pd. Dissi con chiarezza che non sapevo come organizzarmi e soprattutto che non sapevo come reperire le risorse. Mi venne garantito che si sarebbero dati da fare tutti e individuai un mandatario elettorale, indicato anche dal Pd, che avrebbe aperto un conto corrente sul quale far affluire le somme necessarie. Sul conto affluirono, lo scoprii alla fine della campagna elettorale, quasi 300mila euro, cifra che mi sembrava enorme, devo dire, a me che ero abbastanza a digiuno di queste cose».
Sempre sul fronte dell’inchiesta sui finanziamenti del Mose, ieri l’avvocato Antonio Forza, che difende l’ex consigliere regionale Renato Chisso, ha ufficialmente presentato ricorso al Tribunale del riesame. L’avvocato Forza, che ha depositato un corposo memoriale, punta alla revoca della misura cautelare in carcere e alla concessione dei domiciliari. E nei prossimi giorni dovrebbe esserci anche la deposizione dell’ex presidente della giunta regionale, Giancarlo Galan, il quale, attraverso gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini ha già avuto un contatto con i magistrati lagunari.

Gianpaolo Bonzio

 

IN TOSCANA – Via libera nei terreni di Mazzacurati a un maxi albergo a cinque stelle

VENEZIA – Lo scandalo del Mose tiene banco anche in Toscana, complice l’approvazione di un maxi albergo di lusso a Bibbona, provincia di Livorno: il “Wine & Oil Resort Bolgheri” a cinque stelle in località Aione – approvato a dieci giorni dalle elezioni – è un progetto della Assia Srl, società intestata a Giovannella Mazzacurati, figlia dell’ex presidente del Consorzio Veneiza Nuova, Giovanni. Rispetto a i piani originari – come riportano le cronache locali – la localizzazione è stata spostata “in una porzione di Bibbona decisamente appetibile e di proprietà della famiglia Mazzacurati”.
Il nome di Giovannella Mazzacurati, con le sorelle Cristina e Elena, era comparso nella carte della Guardia di finanza già un anno fa, all’epoca dell’arresto dell’ex presidente del CVN, a proposito di «benefici economici ottenuti direttamente o indirettamente dal Consorzio» attraverso la società Ing. Mazzacurati Sas.

 

Zaia: il Mose? Oggi il mio sarebbe un no a prescindere

VENEZIA – «Se oggi mi trovassi nelle condizioni di dover partire da zero con un progetto del genere del Mose, direi di no a prescindere». Lo ha detto ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia: «Si dice che il costo sarà di 20 milioni l’anno, ma non so se basteranno. E in ogni caso, per la gestione sarà indispensabile fare una gara pubblica», ma secondo Zaia, «non ci deve essere alcuna rendita di posizione». Sull’opportunità di un commissariamento del Consorzio, Zaia si è limitato a proporre che «settore per settore, quanto resta da fare in quest’ultima parte del cantiere è saggio metterlo in gara».

 

NEL 2010 UN CONTRIBUTO DI 80MILA EURO

La Regione finanziò un film sul Mose

VENEZIA – Che bisogno c’era di finanziare con 80mila euro presi dalle casse della Regione Veneto un film sul Mose quando il Mose, tra l’altro, non era neanche finito? Correva l’anno 2010, a Palazzo Balbi si era appena insediata la giunta del leghista Luca Zaia e a dicembre (delibera 3219) vennero approvati i contributi previsti dal Fondo regionale per il cinema. Tra questi, ottantamila euro andarono alla SD Cinematografica srl di Roma per il lungometraggio “Mose la sfida di Venezia”. Perché? A distanza di quattro anni, l’assessore che aveva proposto la delibera, Marino Zorzato (Ncd), spiega: «Tutto questo non c’entra niente con il Consorzio Venezia Nuova, sono contributi previsti da una legge regionale, è un bando e il giudizio tecnico spetta a una commissione, poi la delibera va in consiglio regionale».
Il 2010 è anche l’anno in cui il regista Carlo Mazzacurati, figlio di Giovanni, recentemente scomparso, presenta fuori concorso alla Mostra del cinema il film “Sei Venezia”. Il Consorzio lo regalerà poi come strenna di Natale.

 

IL CONFORMISTA

di Massimo Fini

Lo scandalo Mose e le “cose raccapriccianti” che finanziano i partiti

Oggi è di moda sparare sulla burocrazia. Non c’è uomo politico, non c’è partito che non accusi la burocrazia, per le sue complicatezze, soprattutto in materia fiscale, di essere un peso insopportabile per l’imprenditoria italiana oltre che un angoscioso tormento per la vita del singolo cittadino. Bene, secondo uno studio della Confartigianato negli ultimi sei anni, da metà aprile del 2008 a marzo di quest’anno, il Parlamento ha approvato 629 norme in materia fiscale, di queste solo 72 semplificano le procedure, 389 le complicano. Ed è pressoché certo che se analoghi studi fossero fatti su altri rami della Pubblica Amministrazione il risultato sarebbe più o meno lo stesso. Che c’entrano i burocrati? I burocrati applicano le leggi e le leggi, sotto la guida del governo, le fa il Parlamento cioè proprio quegli uomini politici e quei partiti che puntano il dito contro le complicazioni burocratiche. Il dito dovrebbero puntarlo contro se stessi. Lo stesso avviene con i magistrati, odiati dalla classe dirigente da quando, con Mani Pulite, hanno osato chiamare anche ‘lorsignori’ al rispetto di quella legge cui tutti siamo tenuti. Se in via preventiva mettono in galera dei ‘pezzi grossi’ (che quasi mai è vera galera – questa tocca ai poveracci – ma i più comodi ‘arresti domiciliari’ in lussuose ville) li si accusa di volersi fare pubblicità. Ma a parte il fatto che se si seguisse questo ragionamento nessun uomo politico potrebbe essere mai indagato, la discrezionalità del Pubblico ministero nel decidere o no un arresto (discrezionalità peraltro correggibile dal Gip e dal Tribunale della libertà) gli viene dalle leggi e le leggi le fa il Parlamento, cioè proprio quegli uomini politici che, a seconda dei casi, si scandalizzano per quegli arresti. Se si ritiene che quella discrezionalità sia eccessiva, la si limiti con una nuova legge, altrimenti il magistrato non può che applicare quella vigente. Uomini politici e partiti gridano all’infamia quando delinquenti notori vengono liberati per la decorrenza dei termini della carcerazione preventiva. Ma chi, in questi anni, ha inzeppato il Codice di procedura penale di leggi cosiddette ‘garantiste’ tanto da allungare all’infinito i tempi del processo, se non il Parlamento, cioè quegli uomini politici e quei partiti che poi gridano all’infamia? Se i termini sono decorsi il magistrato non può e non deve far altro che applicare la legge, che non lui ha fatto, ma altri, non può dire, alla Jannacci, «no tu no» perché sei cattivo e malfamato. Il Italia è costume, o piuttosto malcostume, dare sempre la colpa agli altri. Quando è scoppiato lo scandalo Mose il premier Renzi ha affermato «sono cose raccapriccianti che fanno malissimo all’immagine dell’Italia». Ma questa ‘Vispa Teresa’ che è in politica dall’età di 22 anni non sapeva che queste ‘cose raccapriccianti’ sono il metodo usuale per finanziare, oltre ai manigoldi propriamente detti, i partiti e quindi indirettamente anche lui che ne fa parte da vent’anni? È inutile e volgare fare la faccia feroce («li cacceremo a pedate nel sedere») quando i buoi sono scappati. Altre stalle vuote si chiuderanno se i partiti italiani, che sono il vero cancro del sistema, rimarranno quello che sono. Pare che il Pd abbia accumulato 10 milioni di debiti. Ora, per avere dieci milioni di debiti bisogna che per le sue casse siano passati centinaia di milioni. Un cittadino normale, che non sia un ladro, di debito può avere solo qualche migliaio di euri.

 

Il governo ha soppresso. il Magistrato alle Acque

È IL TERZO STOP – Venne abolito già nel 1808 e nel 1866

Il consiglio dei ministri cancella l’organismo dopo le accuse di corruzione ai due ex presidenti Cuccioletta e Piva. Da ottobre le funzioni passano al Provveditorato per le opere pubbliche

A RIALTO – Il Palazzo dei X Savi, sede del Magistrato alle acque, affacciato sul Canal Grande a Rialto

Con un colpo di mano, il Governo di Matteo Renzi ha soppresso il Magistrato alle Acque di Venezia, erede di un organismo attraverso il quale la Serenissima ha mantenuto l’integrità della laguna per oltre mezzo millennio. Il provvedimento del Consiglio dei ministri varato venerdì sera entrerà in vigore dal primo ottobre e prevede che le competenze del Magistrato siano assorbite dal Provveditorato interregionale del Triveneto per le opere pubbliche. Visto così, si tratterebbe di un atto più simbolico che di una razionalizzazione vera e propria, dal momento che il Magistrato alle Acque già fa parte del Provveditorato e il suo presidente è anche il Provveditore del Triveneto. Evidentemente, il Governo ha voluto dare un segnale forte dopo la caduta della giunta Orsoni a causa della vicenda dei presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale del sindaco. Accuse ben più gravi di queste hanno invece coinvolto direttamente due ex presidenti dell’istituzione: Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta. Ad entrambi, la Procura di Venezia contesta di aver percepito annualmente ingenti somme oltre ad altri benefici.
Il fatto è che il Magistrato non si occupa solamente del Mose, ma di una lunga sequela di attività che hanno a che fare con la vita cittadina: basti pensare alla disciplina e alla vigilanza del traffico acqueo sulla laguna alle concessioni di spazi e specchi acquei per ormeggi e darsene su tutta la gronda lagunare e alle autorizzazioni per gli scarichi reflui, dalle quali dipendono tutte le attività produttive che insistono su Venezia.
E allora, si chiedono in molti, perché cancellare questa istituzione, fondamentale per la laguna solo perché alcune figure apicali del passato sono finite sotto inchiesta per il Mose? E perché cancellare solo il “nome” del Magistrato alle acque, se è vero che non cambierà nulla?
Fonti governative fanno capire che si tratta solo del primo atto.
«Le competenze saranno assorbite e la specificità sarà abolita – fanno sapere dal Ministero delle Infrastrutture – per mettere in moto una riforma più ampia. La figura del Magistrato alle Acque è abolita, ma rimangono a capo del Provveditorato tutte le funzioni».
In città non ci sono state ancora reazioni ufficiali, ma nell’ambiente politico l’iniziativa del Governo è stata un po’ vista come uno schiaffo a Venezia (già duramente provata dall’inchiesta della magistratura e dalla crisi in Comune) e anche al disegno di legge Casson per la riforma della Legge speciale, la quale punta a unificare le competenze sulla laguna togliendole dal livello nazionale. Accorpando il Magistrato al Provveditorato, invece, il legame con il Governo è ancora più stretto.
Casson, però, non la vede in questo modo. Per lui la questione è ancora in divenire e ci sono margini per un intervento.
«Una cosa positiva è la decisione di dare un taglio con il passato – commenta – ma non deve finire qui, nel senso che per le competenze fondamentali che fanno capo al Magistrato alle Acque, la questione è delicata e per apportare delle correzioni c’è tempo fino a ottobre».

Michele Fullin

 

Una storia lunga cinque secoli a tutela della laguna di Venezia

L’ente fu istituito dalla Serenissima nel 1501: fece i Murazzi a difesa dal mare, deviò fiumi perché non diventasse palude

Colpito dallo scandalo e affondato dalla politica. Con la decisione del premier Matteo Renzi si conclude una storia lunga oltre cinquecento anni. Era il 7 agosto del 1501 quando la Serenissima Repubblica, consapevole di dovere ad ogni costo mantenere i delicati equilibri della laguna e dei fiumi che vi sfociavano per evitare che l’immensa distesa d’acqua diventasse palude, decise di avviare una energica azione preventiva eleggendo tre Savi alle Acque, la magistratura da cui nacque il Magistrato alle Acque.
Per la verità, già nel 1808, durante la dominazione francese (1806-1814) il vicerè d’Italia Eugenio lo aveva soppresso, incurante del fatto che nei secoli quella nobile magistratura aveva fatto realizzare grandi opere di ingegneria idraulica, come la costruzione dei murazzi, la deviazione dei fiumi per salvaguardare l’interramento della laguna e, non ultimi, i tanti manufatti per rendere navigabili i corsi d’acqua dell’entroterra. Le conseguenze di quella prima abolizione non tardarono però a rendersi evidenti, tanto che già sotto il successivo governo austriaco (1816-1848) la struttura fu ripristinata e a più riprese trasformata con altri nomi e schemi organizzativi.
Una seconda abolizione avvenne nel 1866, quando Venezia e il Veneto diventarono italiani, ma dopo ripetuti disastri idraulici quell’antico istituto venne ancora ripristinato (5 maggio 1907) con lo scopo di concentrare nel nuovo Magistrato alle Acque tutti i poteri e le funzioni attinenti al buon regime delle acque.
Siamo oggi al terzo stop. Ciò non significa comunque che la laguna non abbia più bisogno di qualcuno che la tuteli. L’organo strutturato dalla Serenissima, proprio perché la laguna era per Venezia la prima ragione di vita, aveva l’obbligo di riunirsi settimanalmente su convocazione del doge. E disponeva di un suo portafoglio e deteneva il potere di comminare pene.

 

VENEZIA – E sul fronte politico, dopo le dimissioni del sindaco, si apre una fase di emergenza

Chiude il Magistrato degli scandali

L’ente con competenza sulle acque azzerato dopo l’inchiesta sul Mose che coinvolge tre presidenti

Magistrato alle acque, a ottobre si chiude

Decisione di Renzi: le competenze passeranno al Provveditorato triveneto per le opere pubbliche

COLPO DI SPUGNA – Azzerata l’istituzione che risaliva ai tempi della Serenissima

Dal primo di ottobre il Magistrato alle Acque non esisterà più come ente in quanto tale e le sue competenze saranno assorbite nel Provveditorato interregionale del Triveneto per le opere pubbliche. Lo ha deciso venerdì sera il Consiglio dei ministri presieduto da Matteo Renzi, che decretandone la soppressione, ha evidentemente voluto dare un segnale forte dopo la caduta della giunta Orsoni a causa della vicenda dei presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale del sindaco. Accuse ben più gravi di queste hanno coinvolto direttamente due ex presidenti dell’istituzione: Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta ed evidentemente il Governo non poteva stare a guardare.
Con un tratto di penna viene dunque cancellata, senza pensarci troppo, un’istituzione creata dalla Serenissima e durata oltre mezzo millennio con lo scopo regolare il bacino idraulico del Nordest e impedire che la laguna, ecosistema per definizione mutevole, si interrasse o diventasse un braccio di mare. Alla fine, però, dal punto di vista operativo, non cambierà quasi nulla, perché l’integrazione con il Provveditorato è già forte e i presidente del Magistrato alle Acque sono anche Provveditori per il Triveneto.
E allora, si chiedono in molti, perché cancellare questa istituzione, fondamentale per la laguna solo perché alcune figure apicali del passato sono finite sotto inchiesta? E perché cancellare solo il “nome” del Magistrato alle acque, se è vero che non cambierà nulla?
Fonti governative fanno capire che si tratta solo del primo atto di una riorganizzazione ben più ampia della macchina dei Lavori pubblici e, soprattutto, di un segnale che Renzi doveva dare al Paese per far capire che l’aria sta cambiando e che gli scandali non sono più tollerati. «Le competenze saranno assorbite e la specificità sarà abolita – fanno sapere dalle Infrastrutture – per mettere in moto una riforma. Un segnale, insomma. Poi si andrà in direzione di una razionalizzazione più importante. La figura del Magistrato alle Acque è abolita, ma rimangono a capo del Provveditorato tutte le funzioni».
Per il senatore Felice Casson, relatore del disegno della Nuova legge speciale per Venezia, la questione è ancora in divenire.
«Una cosa positiva è la decisione di dare un taglio con il passato – commenta – ma non deve finire qui, nel senso che andranno rimosse anche tutte quelle figure della dirigenza che dovessero risultare coinvolte in successivi sviluppi dell’inchiesta sul Mose come persone succubi del Consorzio. Poi, – aggiunge – bisogna però riconoscere che si tratta anche di un organismo molto importante, che ha ha competenze amplissime anche ultraregionali. La questione è insomma delicata – conclude – e per apportare delle correzioni c’è tempo fino a ottobre. L’ideale sarebbe approvare presto la nuova Legge speciale ed evitare interventi tampone come questo».

 

GLI SCANDALI – Un ente travolto dalle inchieste Tre presidenti nei verbali del Mose

Il Magistrato alle Acque è stato toccato in modo assai pesante dall’inchiesta sui fondi neri finalizzati alla corruzione per opere legate al sistema Mose. Il Magistrato, infatti, è un organo periferico del Ministero delle Infrastrutture e ha contribuito alla progettazione e alla realizzazione attraverso il concessionario unico, il Consorzio Venezia Nuova.
Due ex presidenti del Magistrato erano stati arrestati mercoledì 3 giugno in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Venezia su richiesta della Procura. Si tratta di Patrizio Cuccioletta, presidente tra il 1999 e il 2001 e tra il 2008 e il 2011, e Maria Giovanna Piva, tra il 2001 e il 2008. Un terzo presidente, Ciriaco D’Alessio (2008-2013) è stato tirato in ballo dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ma il suo nome non figura nella lista degli indagati finora conosciuti.
Cuccioletta e Piva, secondo l’ordinanza del Gip, avrebbero percepito un vero e proprio stipendio parallelo molto consistente, oltre a benefici vari come contratti o incarichi professionali.
Il Magistrato alle Acque aveva e ha il compito di controllare ogni cosa in merito alla progettazione del Mose ed questo, per la Procura, non sarebbe quasi mai avvenuto. Il Consorzio Venezia Nuova poteva condizionare i Magistrati alle Acque. La più grande infedeltà che emerge dalle carte dell’inchiesta nei confronti della città lagunare è proprio questa: l’Italia ha investito miliardi per salvarla dalle acque alte, ma il Consorzio è riuscito a percorrere scorciatoie procedurali per accorciare tempi ed evitare controlli.
Anzi, i responsabili avrebbero delegato a personale del Consorzio e di Thetis “la predisposizione formale e sostanziale degli atti” omettendo “di effettuare la dovuta vigilanza sulle opere in corso di realizzazione, non segnalando i ritardi e le irregolarità nell’esecuzione dei lavori, nel mettersi costantemente a disposizione del Consorzio, nell’accelerare gli iter di approvazione e nei rilasci dei permessi di interesse del Consorzio”.

 

E tra i lavoratori in ansia una quarantina sono di Consorzio e Thetis

L’INTRECCIO – Assunti per lavorare nella sede del “controllore”

L’OCCUPAZIONE – Sono in tutto un centinaio i dipendenti dell’ente pubblico in attesa di conoscere il loro destino

C’è anche una quarantina di dipendenti di Consorzio Venezia Nuova e Thetis tra i circa cento lavoratori in ansia per il loro destino al Magistrato alle acque.
Dipendenti delle controllate che lavorano negli uffici del controllore: vale a dire lavoratori di società che si occupano del Mose, distaccati nell’ente che doveva verificare la regolarità dei lavori in laguna.
C’è anche questo nei rapporti finiti sotto la lente del premier per quanto riguarda il Magistrato alle acque.
Si tratta di tecnici laureati, integrati nella struttura e che collaborano stabilmente da anni con il Magistrato e sono pagati dalle società di appartenenza. Il problema è che una parte del sindacato ha cominciato a puntare queste persone considerandole la longa manus del Consorzio all’interno dell’istituzione.
Nessuna di queste persone si occupa però di Mose o di grandi opere, ma quasi tutte sono professionalità indispensabili nel campo del disinquinamento. Se per qualche motivo l’apporto di queste persone venisse a mancare, le autorizzazioni per gli scarichi reflui e i relativi rinnovi non potrebbero andare avanti. E, se si fermassero le autorizzazioni, rischierebbero di saltare quasi tutte le attività produttive di Venezia.
A rischio è insomma, tutta la parte del controllo sulla laguna e sul territorio.
Con la cancellazione del Magistrato alle Acque si pone anche il problema della riscossione degli importi delle concessioni di specchi acquei lagunari, poiché il Provveditorato non è un ente autorizzato a riscuotere.
Nessuno, tra i dipendenti, conosceva le intenzioni del Governo e la notizia di ieri è stata un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, proprio nei giorni scorsi si è svolta un’assemblea in cui il presidente Roberto Daniele avrebbe detto ai dipendenti che non c’era motivo di preoccupazione per gli sviluppi dell’inchiesta sui lavori del Mose.

M.F.

 

PRONTA LA MOZIONE – Caccia: «Revocare le concessioni dell’Arsenale al Consorzio»

«Fuori il Consorzio Venezia Nuova dall’Arsenale di Venezia». È la richiesta del Forum Futuro Arsenale che Beppe Caccia, consigliere comunale della lista “In Comune”, ha fatto propria su segnalazione di Stefano Boato. E domani Caccia presenterà una mozione in Consiglio comunale sull’argomento.
«Chiederò la discussione immediata di questa mozione – afferma Beppe Caccia – per impegnare l’Amministrazione comunale alla revoca delle concessioni al Consorzio Venezia Nuova nell’ambito dell’Arsenale. È fondamentale che, nelle sue ultime ore di vita, il Consiglio compia tutti gli atti di sua competenza utili a ridurre o, almeno, limitare il ruolo del Consorzio nella vita cittadina. Chiederò anche ad altri consiglieri di sottoscriverla». E Stefano Boato ricorda tutte le lettere “inviate inutilmente negli ultimi mesi al sindaco e agli assessori Maggioni e Ferrazzi proprio per ottenere la revoca delle concessioni al Consorzio con l’apertura al pubblico degli spazi aperti vincolati come pubblici dagli strumenti urbanistici vigenti concessi a Consorzio Venezia Nuova e Biennale”. E Boato aggiunge: «L’assessore Maggioni stava invece procedendo non alla revoca delle concessioni illegittime, ma alla modifica dei piani vigenti per legittimarle».
E giovedì scorso, giorno in cui il sindaco Giorgio Orsoni è tornato in libertà, Barbara Pastor e Roberto Falcone del “Forum Futuro Arsenale” hanno scritto una lettera al primo cittadino (ora dimissionario), al vicesindaco Sandro Simionato e all’assessore al Patrimonio Maggioni per bloccare i progetti sull’Arsenale: «Siamo allarmati dall’ipotesi che l’Arsenale sia inserito nel “decalogo delle urgenze” da affrontare – scrive il Forum -. È da più di un anno che stiamo interagendo con l’Amministrazione per la revisione delle concessioni e la trasparenza di bilancio sul capitolo di spesa “Arsenale”. Riteniamo pertanto che non sia assolutamente il momento di avventate “fughe in avanti” e riteniamo che nessuna delibera di giunta sull’Arsenale debba essere approvata». Per capire come andrà a finire, non resta che aspettare la discussione della mozione di Beppe Caccia nel Consiglio comunale convocato per domani, alle 14.30 nel municipio di Mestre.

 

IL RETROSCENA – Bettin: «La mia rabbia? Ecco come è andata l’ultima Giunta»

«È vero, ho lanciato un bicchiere contro il muro. Il sindaco ci ha detto che voleva dimettersi, ma intanto ci aveva già ritirato le deleghe»

LO SFOGO «Bloccati provvedimenti importanti per la città»

Il mio ultimo intervento politico a Ca’ Farsetti è stato un bicchiere di vetro scagliato contro il muro – come è stato scritto. Un gesto violento e irrazionale, ma politicamente connotato, pur se politicamente scorretto. Il sindaco ci aveva appena comunicato che si sarebbe dimesso ma che intanto ci aveva già revocato le deleghe. Restava in campo solo lui – lui e i partiti, in realtà – a gestire i venti giorni prima del commissario. Gli avevamo chiesto di dimetterci subito ma insieme, lasciandoci così il brevissimo tempo necessario a chiudere questioni urgenti ormai pronte per la soluzione, attese da molti in città. Nel mio caso, ad esempio, alcuni atti relativi a Porto Marghera e all’avvio del Parco della Laguna Nord, ma anche, ne cito un paio, la garanzia che si aprirà la comunità per giovani negli appartamenti che abbiamo tolto agli spacciatori di droga a Ca’Emiliani, l’esecuzione dell’ordinanza anti degrado in via Carducci predisposta dal settore Ambiente, la prosecuzione delle attività dell’Osservatorio Ecomafie, e qualche altro. Tutti i miei colleghi avevano pronti provvedimenti analoghi, ora a forte rischio.
L’altra questione è che il sindaco ci ha così tolto la parola, per dire in consiglio comunale le nostre ragioni. E quando si soffoca la parola a volte esplodono i gesti, per quanto scorretti, come appunto il mio ultimo “intervento politico” a Ca’ Farsetti. Il penultimo era stato la richiesta di dimissioni del sindaco, ovvia, perché il patteggiamento lo rendeva necessario e, per noi, anche la conseguenza – annunciata il giorno stesso dell’arresto – di quanto era già inoppugnabilmente emerso di lecito (i contributi dichiarati, ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova per la campagna elettorale). La magistratura, con i suoi mezzi e poteri, lo ha scoperto dopo quattro anni, ma se il fatto fosse stato pubblico all’epoca, nel 2010 (o prima, o dopo), non saremmo mai stati in una coalizione e a sostegno di candidati che avessero ricevuto tali contributi anche se “leciti”. Sono certissimo che Giorgio Orsoni non abbia richiesto i contributi “in nero” ma a noi basta e avanza ciò che di “regolare” è emerso (e che si estende alle ramificatissime relazioni su base economica intrattenute da moltissimi con il Consorzio Venezia Nuova in città e altrove). Il Comune è la sola istituzione che esce totalmente pulita da questo scandalo, nessun atto amministrativo compiuto ne risulta inquinato, come la magistratura stessa conferma, e siamo certi di aver avuto in questa pulizia un ruolo forte. Anche per questo nessuno, nemmeno il sindaco, ci toglierà la parola.

 

Il ministero dell’ambiente estromesso. Così Chisso aggirò i controlli

Pecoraro scanio e realacci «Ci siamo opposti ma è stato inutile»

VENEZIA Il Mose? «Nasce senza Via, la valutazione d’impatto ambientale, e si procede con deroghe e l’autoassegnazione degli appalti », dice l’onorevole Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera. A lanciare il campanello d’allarme nel 2008 è stata l’Europa, che ha chiesto all’ Italia di affidare i controlli sui lavori a un organo autorevole e neutrale ma, grazie all’ intervento dell’ assessore Renato Chisso, il monitoraggio tornò sotto il controllo di quegli uomini che in Regione Veneto venivano, secondo l’accusa, regolarmente stipendiati dal Consorzio Venezia Nuova con l’perché non creassero problemi. L’episodio è raccontato nell’ ordinanza di custodia cautelare che ha fatto scattare i 35 arresti, tra cui Chisso. La Commissione europea aveva aperto una procedura di infrazione per violazione della direttiva comunitaria di salvaguardia della biodiversità in relazione ai lavori del Mose, che fu chiusa in seguito ad un piano di monitoraggio elaborato dal magistrato delle acque di Venezia. Come ricorda l’allora ministro Pecoraro Scanio, il governo aveva deciso di affidare l’incarico all’Ispra, ente strumentale del ministero dell’Ambiente con un mandato fino al 2012. É a questo punto che interviene Chisso. Il 21 gennaio 2013, con un successivo accordo di programma con il ministero, la Regione subentrava all’Ispra nei monitoraggi sulle attività connesse al progetto Mose. La vicenda è finita al parlamento Ue con una interrogazione, ma Chisso ha tirato dritto. «Si assiste», scrive il Gip Scaramuzza, «all’estromissione dell’Ispra dai monitoraggi e alla sua sostituzione con la Regione che, tenuto conto della riorganizzazione, poteva preludere, come in effetti poi è emerso, ad accordi di tipo corruttivo tra i vertici del Consorzio Venezia Nuova e i vertici della Regione, finalizzato a facilitare gli iter autorizzativi ». E qui entrano in gioco Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, e l’allora ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che nell’ordinanza viene erroneamente chiamato Carlo. La telefonata è del 20 settembre 2012 e l’argomento della conversazione sono i fondi europei. Ad un certo punto, annota la Gdf nel brogliaccio, la Minutillo gli «rinfaccia di non esser stato lui a raccomandarla con Clini». Torniamo al giudizio politico: «Sono stato l’unico ministro con Fabio Mussi a votare contro il Mose fin dal Comitatone del 2006», ricorda Pecoraro Scanio, «sono sempre stato contrario alle grandi opere, al ponte sullo Stretto di Messina e al Mose: le dighe mobili giapponesi costavano 5 volte di meno, Bettin ed io siamo stati gli unici a dire di no». Rincara la dose Ermete Realacci (Pd): «Ho sempre avuto dubbi sul Mose, se il livello dell’Adriatico si alza le dighe diventeranno fisse e non mobili e allora viene a cadere la ragione stessa dell’opera i cui costi sono triplicati. Ora va concluso, ma con 5.-6miliardi di poteva fare di meglio e sprecare meno».

Albino Salmaso

 

Strade, inchiesta della procura

Indagato Vernizzi. Acquisiti documenti anche sull’ospedale dell’Angelo

Veneto Strade, caccia alle false fatture

Uno dei primi filoni della grande inchiesta riprende quota: acquisizione di documenti da parte della Guardia di Finanza

VENEZIA – Dopo il Mose è tempo di strade. Dei “project” utilizzati per realizzare opere pubbliche che tanto hanno fatto esultare gli amministratori regionali che li portavano ad esempio del Veneto efficiente. In realtà, come hanno raccontato Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo, dopo il loro arresto, altro non erano che un sistema per garantire alle solite imprese amiche i lavori e ai soliti politici, di destra e sinistra, le tangenti. Dopo gli ultimi arresti riprende a correre anche il filone dell’inchiesta che riguarda le grandi opere stradali e Veneto Strade. Del resto tutti coloro che tiravano le fila del sistema corrotto di queste opere sono indagati. Si tratta di Giancarlo Galan, ex presidente della Regione, dell’assessore alle infrastrutture Renato Chisso, del dirigente regionale sezione strade Giuseppe Fasiol e dell’ex ad di Veneto Strade Silvano Vernizzi. Fasiol e Chisso sono in galera, per Galan c’è una richiesta di arresto che deve valutare il Tribunale dei Ministri e Vernizzi è solo indagato e dallo scorso anno. In questi giorni sono continuate le acquisizioni di documenti in undici abitazioni private da parte della Guardia di Finanza. Documenti riguardanti opere pubbliche e in particolari strade e infrastrutture legate alla viabilità. Del resto Baita e Minutillo hanno riempito pagine pagine di verbali al riguardo. Hanno spiegato che praticamente non c’è un’opera stradale importante, realizzata con soldi pubblici, passata attraverso l’assessorato ai trasporti regionale e Veneto Strade, che non sia stata realizzata col “trucco” per assegnare gli appalti agli amici. Dalla Pedemontana alla “Nogara Mare”, al “Passante”, per citarne alcune. Discorso analogo per le opere destinate alla sanità. Claudia Minutillo spiega in un verbale, che all’inizio dell’era Galan Silvano Vernizzi era considerato dalla “cupola delle tangenti”: «Bravissimo perché sapeva come far andare le cose in modo perfetto anche da un punto di vista tecnico ». Poi negli ultimi anni Renato Chisso e lo stesso Baita non lo ritengono più affidabile per i loro interessi e gli preferiscono l’astro nascente Giuseppe Fasiol. Vernizzi è indagato dallo scorso anno, Fasiol è stato arrestato. Ma il filone delle grandi opere stradali non è stato ancora sviluppato fino in fondo. La stessa Minutillo racconta ai magistrati che anche su opere locali viene imposto il sistema dei “project” e di far andare deserta la prima asta per poi consentire a chi si deve aggiudicare l’opera la possibilità di “offrirsi” a realizzarla. Spiega che Baita in alcune circostanze si mise d’accordo con Mario Della Tor, all’epoca vice presidente della Provincia di Venezia, attualmente senatore e uomo ombra di Renato Chisso. Della Tor non è indagato. Uno dei maggiori fruitori del “sistema Baita”, cioè nell’ utilizzo di fatture false, per creare “fondi neri”, i cui importi venivano messi a bilancio è stata Veneto Strade. Quando i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto hanno verificato i conti correnti della Bmc Broker, la “cartiera”, si sono trovati davanti a numerosi bonifici compiuti da Veneto Strade, che superano i 2 milioni di euro. Soldi pagati per delle fatture prodotte dalla “cartiera” che all’epoca era gestita da William Colombelli. Cioè carte false. Stando alla Guardia di Finanza infatti quei bonifici alla società di Colombelli sono giustificati con documenti falsi. Dove sono finiti quei soldi?

Carlo Mion

 

IL MANAGER INDAGATO – Padre del Passante e della Pedemontana

Silvano Vernizzi è il supermanager delle infrastrutture nel Veneto, «padre» del Passante di Mestre e della Superstrada Pedemontana Veneta. Rodigino classe 1953, ingegnere civile, dal 1988 è dirigente regionale e, dal2000 e fino a pochi mesi fa, segretario regionale alle Infrastrutture e Mobilità. Nelle carte dell’inchiesta veneziana è citato più volte soprattutto a proposito dell’incarico, assegnatogli dalla giunta Galan, di sovraintendere alla Commissione di valutazione di impatto ambientale, fino ad allora di competenza della Direzione ambiente. Galan – e soprattutto Chisso – vollero invece affidare la presidenza della Commissione Via e le relative competenze a Vernizzi, manager di provata capacità e fedeltà. La Procura ritiene che questo agevolasse le procedure di approvazione delle opere di salvaguardia di Venezia. Dal 2001 è amministratore delegato di Veneto Strade. Dal 2003 commissario delegato per il Passante di Mestre e per la Pedemontana.

 

Veneto Strade, replica di Vernizzi: non sono indagato

Proseguono gli accertamenti della Guardia di Finanza sull’operato di Veneto Strade, ma l’amministratore delegato della società regionale Silvano Vernizzi non ci sta e respinge la parte che lo riguarda che lo riguarda della ricostruzione apparsa sul nostro giornale: «Leggo con stupore l’articolo dal titolo “Strade, inchiesta della Procura” – scrive l’ingegner Vernizzi – Buona parte dei contenuti dell’articolo riportano le stesse informazioni presenti in un altro articolo pubblicato oltre un anno fa, articolo per il quale Veneto Strade ha presentato querela». Poi la parte della replica che riguarda direttamente l’estensore: «Il sottoscritto, Silvano Vernizzi – scrive l’amministratore delegato di Veneto Strade – fino ad oggi, non ha ricevuto alcun avviso di garanzia, non solo, ma recentemente era stato sentito dal pm Stetano Ancilotto come persona informata sui fatti, e di conseguenza non può essere indagato da più di un anno».

 

Il business collaudi: tesoro di 50 milioni pagato ai soliti noti

Gli ex presidenti del Magistrato alle Acque Piva e Cuccioletta in un elenco che in 25 anni ha allineato tanti alti burocrati

La legge prevede una parcella dell’1% di ogni appalto

Di Pietro aveva affidato ai tecnici del suo ministero il verdetto definitivo sul Mose

VENEZIA Una pioggia di denaro su consulenti e collaudatori. Centinaia di milioni di euro distribuiti negli ultimi 25 anni. Funzionali a «promuovere» l’opera nelle situazioni di criticità. Incarichi affidati sempre o quasi agli stessi soggetti. Decisi dal presidente del Magistrato alle Acque e pagati direttamente dal Consorzio Venezia Nuova. Cioè da coloro che realizzano le opere da sottoporre a controllo. «Il sistema dei lavori pubblici va riformato», dice Lorenzo Fellin, ingegnere che si era dimesso per protesta dal Comitato tecnico di Magistratura in polemica con i pareri facili pro-Mose, «le norme attuali nutrono un verminaio di corrotti e di corruttori». Nel mirino gli incarichi «extra funzione », tutti regolarmente autorizzati e lautamente pagati. «Affidati», racconta Fellin, «a funzionari della Regione, delle Province, dei Comuni ma soprattutto del Magistrato alle Acque e del ministero. «Brodo di coltura dove possono attecchire i semi della corruzione». Un sistema ben collaudato. 24 milioni di collaudi per il Mose elargiti in pochi anni, dal 2004 al 2008. Una cifra totale che si avvicina intorno ai 50. L’1 per cento come previsto dalla legge. Ma qui si tratta di cifre enormi, oltre 5 miliardi di euro. A chi andavano questi collaudi? Il record spetta all’ex presidente dell’Anas Vincenzo Pozzi, un milione e 200 mila euro, poi il suo successore Pietro Ciucci (747). E dietro alti funzionari del ministero dei Lavori pubblici. Mauro Coletta e Massimo Averardi, l’ex Magistrato del Tar Vincenzo Fortunato. A decidere dei collaudi era sempre il presidente del Magistrato alle Acque. Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta – che hanno governato dal 2000 al 2011, oggi in carcere – li distribuivano tra gli ingegneri dei Lavori pubblici. Ma anche a Giampietro Mayerle, vicepresidente del Magistrato e responsabile di molti progetti del Mose. Erano stati beneficiati da Cuccioletta anche Angelo Balducci, per anni presidente del Consiglio superiore e coinvolto nell’inchiesta della cricca a Firenze e il suo braccio destro Fabio De Santis. E poi Roberto Daniele, dirigente delle Infrastrutture, oggi presidente del Magistrato alle Acque. La stessa Piva aveva ricevuto l’incarico di collaudare il nuovo ospedale di Mestre, costruito dalla solita cordata Gemmo-Mantovani-Studio Altieri. Collaudi e parcelle per consulenze. Famose quelle denunciate dalComune e dai comitati che avevano promosso il Mose nonostante i tanti dubbi tecnici emersi e le alternative presentate dalla giunta Cacciari. L’allora ministro Di Pietro, d’accordo con Prodi, aveva incaricato un gruppo di suoi tecnici del ministero di dare il giudizio definitivo sul Mose. Gli ingegneri Valentino Chiumarulo, Angelo Ferrante, Pietro Ciaravola, Aldo Burgignoli, Luigi Natale, Luigi Da deppo, Donato Fontana, Renato Gavasci, Giuseppe Veca, Salvatore Fiadini avevano detto sì. A Venezia il Magistrato alle Acque stroncava le critiche con un altro gruppo di esperti del Ctm (Comitato tecnico di Magistratura): gli ingegneri Mayerle, Santin, Caielli, Datei, Fellin, Foccardi, Mammino, Stura. La relazione del Consorzio era stata approvata anche da Roberto Cecchi (Beni culturali), Pierpaolo Campostrini (Corila), Giancarlo Zacchello (Autorità portuale). E dalla commissione regionale con la firma di Giancarlo Galan.

Alberto Vitucci

 

VERBALE DI SAVIOLI  «Mazzacurati impose ditta vicina a Matteoli»

Tra il 2001 e il 2002 i lavori per 120 milioni di euro per le bonifiche fronte laguna a Marghera dovevano essere fatti, per ordine di Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, dalla Socostramo, che non era neppure nel Cvn. L’indicazione della ditta sarebbe arrivata – secondo quanto riferisce Pio Savioli, rappresentante delle coop rosse in Cvn – dal ministero dell’Ambiente, guidato all’epoca da Altero Matteoli. La circostanza, tutta da verificare, è contenuta negli interrogatori di Savioli messi a disposizione delle parti nell’inchiesta Mose. Savioli racconta che erano scattate le bonifiche a Marghera e «a questo punto – sostiene Savioli – il Consorzio Venezia Nuova inizia a lavorare». «A questo punto – racconta sempre Savioli – arriva l’ingegner Mazzacurati in direttivo e ci dice che su richiesta, fa il nome lui, per cui…su richiesta del Ministro Matteoli bisogna dare questo lavoro a Socostramo». «Questo lavoro – è riportato ancora nell’interrogatorio – significava 120 milioni di euro».

 

Mestre, sospetti sul project dossier ospedale in Procura

La documentazione dell’opera entra nell’inchiesta dopo i rilievi di Corte dei Conti

Il dg dell’Ulss avvia un braccio di ferro con i privati su prezzi e standard qualitativi

VENEZIA L’ospedale «All’Angelo» di Mestre entra nel raggio d’interesse, diciamo così, dei magistrati che indagano sull’intreccio criminoso tra opere pubbliche e partito degli affari. Un’ampia documentazione sarebbe già stata acquisita dalla Procura di Venezia né l’iniziativa desta stupore perché è conseguente ad azioni giudiziarie già avviate dalla Corte dei Conti – che sospetta il danno erariale – e alle denunce politiche echeggiate in questi giorni in Consiglio regionale, nel corso del dibattito dedicato allo scandalo Mose. Di cosa parliamo? Del project financing sottoscritto per realizzare l’ospedale mestrino, precursore in Italia di questa formula innovativa che combina capitali pubblici e privati. Un’opera inaugurata il 25 settembre 2007 e costata 241 milioni (a fronte dei 220 preventivati inizialmente) dei quali 140 coperti dalla spa Veneta Sanitaria Finanza di Progetto, l’associazione temporanea d’impresa costituita dai partner Astaldi (capofila), Mantovani,Gemmo, Cofathec Progetti, Aps Sinergia, Mattioli e Studio Altieri. Tant’è. L’Ulss 12 – diretta all’epoca da Antonio Padoan – si è impegnata a rimborsare gli investimenti privati entro il 2031 con rate annuali di 40 milioni: 24 attraverso la concessione di alcuni servizi (rifiuti, pulizia, lavanderia, mensa, trasporti, calore) e il resto in forma di ammortamenti liquidi. Complessivamente, l’azienda sanitaria di Venezia sarà chiamata ad erogare quasi un miliardo. Troppo, secondo molti osservatori. Ma il punto non consiste tanto nel dettato contrattuale astratto quanto nella sua concreta attuazione. L’Ulss Asolo- Castelfranco-Montebelluna, ad esempio,ha sottoscritto un project identico al mestrino, ritrovandosi con due ospedali completamente rinnovati ed un cospicuo avanzo di cassa. L’azienda sanitaria veneziana, invece, si è ritrovata un buco in bilancio di 208 milioni, scesi poi a un centinaio e dimezzati ora dal dg Giuseppe Dal Ben al prezzo di tagli impietosi. Ma il tarlo riguarda le modalità effettive del project cioè la qualità e la quantità dei servizi erogati. Composizione del menù destinato ai pazienti, condizioni di riscaldamento e di aria condizionata, manutenzione, introiti del laboratorio analisi (riservati al privato); su questo versante, maggiore è la compressione della spesa, più ghiotti diventano i margini dell’utile d’impresa, perciò Dal Ben- su mandato esplicito del governatore Luca Zaia – sta incalzando i partner per chiedere un più elevato standard di prestazioni. Fin qui siamo nell’ambito amministrativo, ma ad evocare scenari di altro genere sono stati esponenti politici di opposti schieramenti. Dapprima il consigliere Moreno Teso, di Forza Italia, che ha citato i direttori generali della sanità galaniana Franco Toniolo e Giancarlo Ruscitti – il primo condannato in primo grado, il successore indagato nel caso Mose – indicando un concorso chiacchierato per dirigente svoltosi all’Ulss 10. Poi il gruppo del Pd, che ha sollecitato a Zaia l’elenco completo dei project in corso e l’avvio di una revisione dei prezzi. Il sospetto di fondi neri accantonati a margine di questa, ed altre opere, è ormai trasversale.

Filippo Tosatto

 

Padova, a cena c’era il rettore Zaccaria

PADOVA. Attorno al tavolo, quella sera di giugno del 2011 al ristorante Le Calandre, c’erano Giovanni Mazzacurati, l’allora sindaco Flavio Zanonato, Giancarlo Ruscitti, Pio Savioli e il rettore Giuseppe Zaccaria. L’invito a cena, formulato da Mazzacurati, serviva per ragionare sul nuovo ospedale di Padova cui era interessato Mazzacurati e le imprese a cui faceva riferimento. Nell’edizione di ieri, per un nostro errore, abbiamo riportato che a quella cena era presente l’ex rettore Vincenzo Milanesi, che all’epoca aveva peraltro già lasciato la carica accademica. C’era invece il successore, Zaccaria. Il nomedi Milanesi compare nelle trascrizioni delle telefonate tra Ruscitti e Pio Savioli a proposito di una possibile nomina a dg dell’Azienda sanitaria padovana, che non si è mai verificata: «Milanesi mi voleva al posto di Cestrone» dice Ruscitti parlando al telefono con Pio Savioli.

 

IL RUOLO DI VENETO BANCA – La masseria di Consoli e Rossi Chauvenet

Nella società Amigdala Galan sarebbe socio della famiglia del dentista padovano

MONTEBELLUNA Si chiama Masseria Cuturi srl, si trova in provincia di Taranto ed è la culla del Primitivo di Manduria. É l’azienda agrituristica – 270 ettari di cui 25 coltivati a vite e 80 di uliveto – la cui proprietà fa riferimento alla moglie del manager di Veneto Banca Vincenzo Consoli, alla moglie del dentista padovano Paolo Rossi Chauvenet e alla moglie del giornalista Rai Bruno Vespa. Un filo sottile collega questa operazione, perfezionata nel 2008 per una cifra vicina ai tre milioni di euro,alla galassia di società che farebbero riferimento a Giancarlo Galan. Perché l’ex ministro sarebbe socio, attraverso il suo commercialista Paolo Venuti, di una società – la Amigdala spa – le cui quote sarebbero in parte controllate anche dalla famiglia di Rossi Chauvenet. E dal commercialista padovano di Galan, sospettato di essere un suo prestanome, Paolo Venuti. Nessun collegamento diretto ma un legame indiretto, secondo «l’Espresso» in edicola questa settimana, che sottolinea come il dentista padovano Paolo Rossi Chauvenet abbia fatto parte del consiglio di amministrazione di Veneto Banca fino a poco più di un mese fa, quando il consiglio di amministrazione fu costretto alle dimissioni in massa da un’imposizione di Banca d’Italia. Le frequentazioni di Bruno Vespa a Veneto Banca sono note, anche per il cospicuo pacchetto di azioni che detiene: circa otto milioni di euro. Così come Galan non ha mai nascosto i suoi legami con Veneto Banca, di cui è cliente da molti anni. I finanzieri hanno passato al setaccio le operazioni di Venuti, compiute anche attraverso la filiale di Zagabria di Veneto Banka. E avrebbero messo insieme tutti i tasselli della situazione patrimoniale dell’ex ministro. Masseria Cuturi srl, nel Comune di Manduria, è controllata per il 62% dalla Pavi di Lorenza Cracco e Maria Rita Savastano, per il 31% da Augusta Iannoni e Bruno Vespa e per il 7%dalla Meridiana Agri di Vincenzo Lanzone e Maria Chierico. Nell’inchiesta veneziana è finito agli arresti anche il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo, da sempre in buoni rapporti con Vincenzo Consoli.

 

I favori sollecitati dall’ex portavoce di Zaia

Beltotto chiese invano al Cvn di ospitare giornalisti e saldare conti ministeriali: «Governatore all’oscuro»

VENEZIA «Non mi avrete, sono un giornalista, non uno spulciatore di mattinali, e non cambierò il mio modo di lavorare, né di parlare al telefono. Semmai, sto valutando se rinnovare o meno l’iscrizione all’Ordine». Contrattacca, Giampiero Beltotto. Romano, 59 anni, cattolico di rito ciellino, autore televisivo e saggista, oggi è responsabile della comunicazione e direttore marketing del Teatro La Fenice nonché vice presidente del Teatro Stabile del Veneto. È stato stretto collaboratore di Luca Zaia, dapprima al ministero dell’Agricoltura e poi alla Regione Veneto, dove ha diretto l’ufficio stampa fino agli ultimi mesi del 2012 (gli successe il petroniano Carlo Parmeggiani) e in questa veste è citato negli atti dell’inchiesta sul Mose per tre colloqui telefonici con l’entourage del Consorzio Venezia Nuova. Di che si tratta? Nel primo caso si rivolse a Flavia Faccioli, la portavoce del Cvn, per sondare la disponibilità del colosso d’imprese a coprire le spese d’albergo e di biglietto aereo ad una quindicina di giornalisti stranieri in arrivo a Venezia per seguire la visita di Zaia al cantiere delle dighe mobili: «L’avvenimento coinvolgeva 140 persone, spiegai che in Regione non avevamo un soldo per l’accoglienza alla stampa estera e chiesi se esisteva una possibilità in questo senso da parte consortile ma mi fu opposto un cortese rifiuto». Secondo round, stavolta più pettegolo: Beltotto viene a conoscenza che l’ex portavoce di Giancarlo Galan, il giornalista e critico d’arte Franco Miracco, dispone ancora di un’abitazione a Venezia per svolgere il suo lavoro: «Una conversazione privata di quattro anni fa, una semplice curiosità di interesse pari a zero per l’opinione pubblica», replica. Infine, è il 9 dicembre 2010, Faccioli riferisce a Giovanni Mazzacurati una telefonata di Beltotto che riguarda parcelle in sospeso con alcuni professionisti della comunicazione. Questo il brano dell’intercettazione pubblicato sul Fatto Quotidiano: «Quando ero al ministero dell’Agricoltura avevamo incaricato dei ragazzi di una società con cui mi aveva già fatto lavorare e pagare dei soldi, e dovevamo loro 60 mila euro e il ministero attuale con Galan non vuole più pagare e volevo sapere se potete aiutarci voi». Anche stavolta, nonostante l’iniziale disponibilità dell’ingegnere- presidente, i cordoni della borsa del Consorzio restano annodati. «Non sono riuscito ad ottenere nulla», afferma Beltotto. Che tiene a sottolineare un paio di circostanze. «Di tutte queste conversazioni, e di moltissime altre che investivano il mio lavoro quotidiano, il governatore Zaia non sapeva assolutamente nulla, né vi era motivo perché ne fosse messo a conoscenza». Due: «Mi vanto dell’amicizia con Flavia Faccioli ». Conclusione? «Dormo sonni tranquillissimi, mi spiace solo per la deriva-spazzatura imboccata da molti giornali».

 

Quel benefit da 50 mila euro della Nes

Nel mirino della Procura un contratto che garantiva all’ex questore di Treviso un’Audi A8 e l’uso di un appartamento

TREVISO Nel mirino della Procura è finito un contratto di consulenza da cinquantamila euro, firmato pochi mesi prima di lasciare la guida della polizia trevigiana: un contratto che garantiva denaro, la disponibilità di un appartamento in centro, di un’Audi A8. Il documento da una parte porterebbe la firma dell’ex questore Carmine Damiano (presidente della Mantovani Spa dopo l’arresto di Piergiorgio Baita), dall’altra dei vertici di Nes, l’azienda di vigilanza privata North East Services, al centro di uno scandalo da 104 milioni di euro, spariti e “rispuntanti” in una maxi-indagine per appropriazione indebita. Un documento dietro cui, secondo il pubblico ministero Massimo De Bortoli, potrebbe allungarsi l’ombra della corruzione: ed è proprio per corruzione che l’ex numero uno della polizia di Treviso è stato iscritto nel registro degli indagati insieme a Luigi Compiano. È dopo quella firma infatti che sarebbe apparsa un’altra carta, in cui sarebbe stata garantita la totale regolarità dell’attività di Nes. Ex controllore e controllato che appongono la firma allo stesso contratto? Controllore che nel 2012 aveva denunciato Nes perché, secondo le indagini condotte dalla stessa i furgoni portavalori non sarebbero stati « a norma di legge»? Queste sono le domande cui le indagini vogliono dare una risposta. Damiano respinge le accuse, «non ho preso un euro », ha ribadito.Ma l’ex questore non ha mai nascosto i suoi rapporti con l’istituto di vigilanza avvenuti «alla luce del sole»: Damiano si è insinuato nel fallimento Nes, presentando un conto da 22 mila 500 euro. La Procura conferma le indiscrezioni sulla presenza di una nuova indagine, nata da una costola dello scandalo Nes. «Le contestazioni sono state mosse sia contro Luigi Compiano, sia contro l’ex questore di Treviso Carmine Damiano. L’interrogatorio dell’ex questore è stato fissato a fine mese e aspetteremo di sentire la sua versione», ha affermato il procuratore generale Michele Dalla Costa. Secondo gli inquirenti – l’indagine è ancora avvolta nel massimo riserbo – Damiano potrebbe aver voluto ottenere benefici da Compiano con l’idea di avere un cuscinetto per la pensione, una sorta di buonuscita. Le contestazioni mosse dal pubblico ministero Massimo De Bortoli, titolare delle indagini sia relative allo scandalo Nes che al nuovo filone per corruzione, sostengono che Damiano, nel novembre 2012 (un mese prima di andare in pensione), avrebbe sottoscritto con Nes un contratto di consulenza che prevedeva oltre a compensi in denaro l’affitto di un appartamento in centro storico, vicino a piazza del Grano e l’utilizzo di un’Audi A8. Un totale di 50 mila euro tra retribuzione e benefit. Secondo la tesi accusatoria, ancora in fase embrionale, poco prima di essere “ingaggiato”, Damiano avrebbe firmato un documento nel quale dichiarava la completa regolarità dell’attività svolta da Nes, che lo stesso Damiano aveva più volte attaccato in merito alle irregolarità del trasporto valori. L’ex questore, invitato a comparire in Procura, sarà sentito a fine giugno per spiegare la propria versione dei fatti. A novembre il contratto con Nes, a febbraio, nove mesi prime, le accuse pesantissime mosse ai vertici dell’istituto di vigilanza: milioni di euro prelevati dalla Banca d’Italia e trasportati senza sorveglianza. Documenti ufficiali deliberatamente falsificati per far sparire i carichi eccezionali dai registri di viaggio della società. Quell’inchiesta si è conclusa esclusivamente con una sanzione pecuniaria.

Fabiana Pesci

 

I PARLAMENTARI VENETI DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE

«Sospendiamo tutte le grandi opere»

VENEZIA I parlamentari veneti del Movimento 5 Stelle, dopo le vicende “scoperchiate” dall’inchiesta sul Mose, chiedono «la sospensione di tutte le grandi opere» in corso o previste nella regione. «Il sistema di corruzione », affermano in una nota deputati e senatori pentastellati, «è così esteso che non si può parlare di singole mele marce. Lo scandalo Mose fa intuire che non si tratti di un episodio isolato e fa presagire un sistema ben collaudato che probabilmente coinvolge molte altre grandi opere del Veneto, a cominciare dall’autostrada Valdastico». I 5 Stelle ricordano di aver presentato in proposito nel corso dell’ultimo anno numerose denunce a livello istituzionale e interrogazioni al Governo, «rimaste senza risposta ». «In questa deriva generale », concludono i parlamentari veneti del movimento di Grillo, «sarebbe necessaria un’immediata sospensione di tutte le grandi opere ritenute necessarie; esortiamo la Regione a verificare, in piena trasparenza, la corretta gestione del project financing e dei lavori in concessione. Esortiamo anche a verificare se non siano possibili varianti migliorative; solo dopo una conferma con tale ricognizione,troveremmo sensato proseguire».

 

Una carriera come poliziotto

Dalla Digos alla cattura di Felice Maniero

Carmine Damiano, 65 anni, ex questore di Treviso, ha lasciato la carriera in polizia per diventare un manager e guidare la Mantovani, dopo l’uscita di scena di Baita, al centro dell’inchiesta Mose. Damiano resterà in carica fino all’approvazione del bilancio del 2015. Tre anni per risanare l’immagine di una società uscita a pezzi dall’inchiesta che ha inchiodato l’ex amministratore delegato. Entrato in Polizia di Stato nel 76 ha guidato la Digos di Padova, combattuto gli eversivi di destra e di sinistra, catturato criminali: il più importante è il boss Felice Maniero dopo la fuga dal carcere di Padova. Trenta i riconoscimenti ricevuti dal Ministero dell’Interno. Ora l’inchiesta per quel benefit.

 

nominato dalla famiglia chiarotto

Alla Mantovani dopo l’addio di Baita

«Sto preparando un nuovo grande ufficio per il mio amico già questore» raccontò l’ingegnere alla Minutillo prima che scoppiasse lo scandalo del Mose con gli arresti

MESTRE – La storia di Carmine Damiano alla Mantovani non inizia quando la famiglia Chiarotto lo mette a capo della holding in seguito all’arresto di Piergiorgio Baita. Inizia prima. Già ai tempi in cui Baita regnava come presidente e come amministratore delegato. Emerge dagli interrogatori di Claudia Minutillo. L’ex segretaria di Giancarlo Galan, dopo l’arresto, decide di parlare e raccontare tutto. È un fiume in piena e ricorda parecchie cose. Le ripete al sostituto procuratore Stefano Ancillotto e ai finanzieri che stanno portando alla luce la nuova tangentopoli. In un interrogatorio del giugno dell’anno scorso, racconta di quando Piergiorgio Baita, le disse che stava preparando un nuovo e grande ufficio per l’arrivo «del mio amico già Questore ». E lo dice riferendosi a Carmine Damiano. Una frase che non assume nessuna valenza investigativa e non è chiaro se Baita abbia detto questo per dire qualche cosa oppure se veramente ci fossero dei contatti con l’ex questore di Treviso per un posto da manager nella Mantovani. Conoscendo Damiano difficilmente, in quel momento, con voci insistenti di un’indagine sulla società si sarebbe infilato in un’avventura simile. Dall’altra parte c’era il vertice dell’azienda che cercava, in tutti i modi, contatti per poter conoscere la vera entità dell’inchiesta sul sistema Mazzacurati- Baita. Del resto erano già al soldo di Baita, uomini dei servizi segreti, ufficiali della Guardia di Finanza, poliziotti e carabinieri. Una rete che è servita a benpoco. Carmine Damiano, 65 anni, una lunga carriera nella Polizia di Stato, è dal marzo dello scorso anno il nuovo presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani. È arrivato in Mantovani, dopo che il colosso degli appalti in Veneto, venne decapitato con l’arresto di Piergiorgio Baita. All’epoca la nomina dell’ex poliziotto a capo della quindicesima impresa di costruzioni d’Italia (un portafoglio di tre miliardi di euro, 400 milioni di fatturato, oltre mille dipendenti) venne interpretata come una scelta simile a quella compiuta dal Gruppo Ilva che aveva nominato presidente l’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante.

Carlo Mion

 

LA BUFERA NON FERMA I LAVORI DEL MOSE

Collaudata la nuova conca di navigazione a Malamocco

VENEZIA Conca di navigazione abilitata per le navi fino a 200 metri di lunghezza. Prima prova ieri mattina a Malamocco sull’agibilità della nuova struttura. La nave traghetto greca «Nissos Rodos», messa a disposizione gratuitamente dall’armatore Hellenic Seaways è stata fatta passare attraverso la nuova conca costruita dal Consorzio Venezia Nuova a lato del sistema Mose. «Esperimento perfettamente riuscito», dice soddisfatto il direttore del Consorzio, l’ingegnere Hermes Redi, «noi siamo qui a lavorare. La cosa peggiore sull’onda dell’emozione per l’inchiesta in corso sarebbe buttar via le competenze e il know how accumulato in questi anni». Un collaudo positivo, secondo Redi, che in qualche modo chiude la polemica con l’Autorità portuale e la Venezia terminal passeggeri, disposte a «bloccare» i lavori se la conca non fosse stata collaudata. Struttura già piccola dopo che era stata progettata dici anni fa su richiesta del Comune e dell’allora sindaco Paolo Costa, per navi fino a 270 metri di lunghezza. «Noi siamo pronti ad andare avanti con i lavori, nel cronoprogramma stabilito», dice Redi. Il piano prevede che già dal 19 giugno si comincia la posa dei primi cassoni sul fondale della bocca di porto di Malamocco. «Attendiamo istruzioni », dice redi. C’è anche chi ha chiesto la revoca della concessione unica. Un atto piuttosto improbabile, visti i contratti in essere regolarmente firmati e approvati per anni. Ma pur senza polemiche, il nuovo direttore del Consorzio non ci sta a essere messo sotto accusa per l’intero capitolo Mose. «Giusto fare chiarezza, colpire chi ha sbagliato. Ma alla fine abbiamo visto che i cassoni sono una realtà, le paratoie funzionano e si alzano con tolleranze di pochi millimetri. Anche le cerniere funzionano». Le imprese che da anni lavorano su questo fronte, dice Redi, sono pronte ad andare avanti. Verso la fase finale dell’opera, che dovrebbe concludersi nel 2017 se gli esiti dell’inchiesta sulle tangenti non porteranno a decisioni diverse. Sul fondale di Malamocco saranno calati i cassoni in calcestruzzo costruiti nel cantiere di Santa Maria del Mare. E successivamente dovrebbero essere installate le paratoie, fissate sul fondo con le cerniere.

(a.v.)

 

LA BANDIERA BIANCA DI VENEZIA

FRANCESCO JORI

Pd e affair

Non dev’esserci più spazio per i Penati e i Greganti. Ma neppure per i finti tonti che ricevono buste di euro

Sul ponte sventola bandiera bianca. Ma con avvilente disonore, a differenza della Venezia di Daniele Manin: quella idealmente esposta da ieri sui balconi del Comune, è il simbolo di una città infettata da una peste ben più mefitica del morbo che la falcidiò nel Seicento. Il Mose deputato a salvarla dalle acque alte della laguna, l’ha sommersa sotto quelle di una corruzione pervasiva e nauseabonda: che le ha inflitto un danno irreparabile a livello planetario. E anche le battute finali sono state desolanti: con un sindaco costretto a fare ciò che aveva negato appena24oreprima, e cioè firmare la lettera di dimissioni prima che i consiglieri della sua maggioranza presentassero le loro. In questo, il Pd conclude bene un percorso che aveva iniziato malissimo, dissociandosi dal sindaco su cui aveva puntato quattro anni fa, e che gli era servito per vincere già al primo turno. Non era accettabile trincerarsi dietro un farisaico «non aveva la tessera»; non lo sarebbe stato lasciar gestire la città a una persona che ne esce con l’autocertificazione di sprovveduto. Ma la vicenda va ben oltre una singola figura: investe il rapporto complessivo tra partito e affari. Colpisce la coincidenza con i trent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer: del quale, con la consueta retorica, si sono magnificati tanti aspetti tranne il suo fermo quanto inascoltato richiamo alla questione morale. Che riguardava il Pci di allora, e riguarda in pieno il suo erede di oggi. Perché, allora come ora, per citare le sue testuali parole di un’intervista a “Repubblica” del 1981, «tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica». Vizio duraturo e trasversale, come le vicende Expo e Mose stanno confermando. Ma di cui deve liberarsi,e in fretta, soprattutto quello che è nato con l’espresso intento di voler essere «non un nuovo partito, ma un partito nuovo». E che per riuscirci deve operare su due leve fondamentali: mezzi e uomini. Il tesoriere del Pd ha appena scoperto che i conti di casa sono in rosso per 11 milioni. Eha spiegato che le spese della segreteria passeranno quest’anno a 80mila euro, rispetto ai 640mila di due anni fa: come è stata gestita questa abissale differenza? È tempo poi di rivedere drasticamente i costi delle campagne elettorali: se c’è chi le finanzia versando senza battere ciglio somme ingenti, è chiaro che lo fa perché si aspetta che quei soldi gli rientrino con gli interessi. E questo chiama in causa la seconda leva: la scelta degli uomini. Dai suoi predecessori, il Pd ha ereditato una serie di disinvolti faccendieri che sanno come, dove e quando procurarsi il denaro; e ha mantenuto prassi aberranti, come il finanziamento di strutture collaterali a partire dalle coop rosse: dimenticando che anche una cooperativa è tenuta a rispettare le regole della legalità e del mercato, non meno di una grande impresa. Mail nodo-uomini ha un ulteriore risvolto, che il caso Venezia sottolinea con grande evidenza: è tempo di scegliere le persone con ben altri criteri. Non dev’esserci più spazio per i Penati, i Genovese, i Greganti e via elencando, incluse le figure minori coinvolte negli scandali di mezza Italia, da Genova a Firenze,da Bologna a Napoli. Ma neppure per i finti tonti che si trovano in casa una busta piena di euro e neanche se ne meravigliano, o vanno in giro per la strada distribuendo a dritta e a manca il numero del proprio conto corrente: per farci cosa, giocarlo al lotto?Vanno cacciati a calci, annuncia Renzi. Non c’è bisogno di servirsi dei piedi, bastano le mani: per depennarli da qualsiasi incarico. Applicando una saggia regola di Groucho Marx: non dimentico mai una faccia, ma per voi farò un’eccezione.

 

Orsoni se ne va e fa cadere la giunta

Il sindaco contro il Pd: «Sono estraneo alla politica». Commissario in arrivo

LA CAMERA PENALE «Procura contraddittoria patteggiamento di 4 mesi incongruo con l’arresto»

LE INDAGINI – Zoggia e Mognato entrano nel mirino dei pm ma non sono indagati

IL RIESAME – Concessi i domiciliari al consigliere regionale Giampietro Marchese

Orsoni, addio al veleno «Costretto a lasciare»

L’amministratore si dimette e attacca il Pd: «Opportunismo e ipocrisia»

Al Comune di Venezia scattati i venti giorni prima del commissariamento

VENEZIA Il sindaco si dimette e lascia la politica. Colpo di scena a Ca’ Farsetti. Solo 24 ore dopo aver annunciato che restava in sella, Giorgio Orsoni ha gettato la spugna. «Voglio dare un segno chiaro della mia lontananza dalla politica», spiega, visibilmente stanco, davanti a decine di giornalisti, fotografi e operatori tv riconvocati a Ca’ Farsetti. Cosa ha determinato il cambio di rotta? «Reazioni «opportunistiche e ipocrite anche da parte di esponenti della mia maggioranza». Sui giornali e nelle riunioni di partito. Dimissioni annunciate per arrivare primi – come quelle dell’assessora Tiziana Agostini – critiche frontali da parte di consiglieri del Pd e del segretario provinciale di quel partito. Da ieri sono scattati i 20 giorni per la decadenza del Consiglio comunale e l’arrivo del commissario. A meno che già lunedì la maggioranza dei consiglieri (24 su 47) non decida di accelerare i tempi e di dimettersi. In quel caso le dimissioni sarebbero immediate per tutti. Uno scenario di grande confusione, con le forze politiche disorientate. In attesa delle elezioni di primavera. Provato da una vicenda durissima che non ha ancora accettato («Mi hanno rovinato la vita», ha confessato ieri ai suoi collaboratori), stanco e arrabbiato per quei distinguo venuti anche dalla maggioranza, ieri il sindaco ha deciso. Ha convocato la giunta e revocato tutte le deleghe ai suoi 12 assessori. E subito dopo ha presentato le dimissioni nelle mani del presidente del Consiglio comunale Roberto Turetta e del Segretario generale Rita Carcò. «Mi sono confrontato per tutta la giornata di ieri con le forze politiche e con la maggioranza che mi ha sostenuto», dice, «le mie conclusioni sono state molto amare. Ho dovuto constatare che non c’era quella compattezza che mi era stata preannunciata per tentare di affrontare almeno le cose urgenti nell’interesse della città ». Dunque è l’addio, definitivo. O forse posticipato di qualche giorno «se il Consiglio avrà senso di responsabilità». Ieri il sindaco ha presieduto l’ultima riunione della sua giunta, poi ha salutato i dirigenti. Quindi è tornato a casa, dall’altro lato del Canal Grande. Nel pomeriggio la segreteria gli ha portato un atto urgente da firmare, la revoca del presidente dell’Ente gondola Nicola Falconi, arrestato nella stessa inchiesta sul Mose con l’accusa di corruzione. Da ieri Orsoni si occupa solo di «ordinaria amministrazione ». La fine traumatica di un’esperienza cominciata nel 2010 con una coalizione che andava da Udc a Rifondazione. Ora è tutto cancellato in un attimo da un arresto durato una settimana per accuse (il finanziamento illecito) che il sindaco ha soltanto in parte ammesso. «Mi hanno paragonato ai malfattori ma io soldi non ne ho mai visti», ripete, pallido e stanco. Ieri mattina a mezzogiorno la breve comunicazione che segna la fine dell’amministrazione e forse anche di un’era politica. «Con grande amarezza concludo questo mio mandato», ha detto Orsoni, «certo di aver sempre operato nell’interesse della città e dei suoi cittadini».

Alberto Vitucci

 

Ma prima di andarsene licenzia tutta la giunta

Gelo degli assessori con il sindaco. Esplode la rabbia di Bettin che scaglia un bicchiere di vetro contro il muro: «Non si può finire in questo modo»

VENEZIA – Giunta lampo. E un colpo di scena (quasi) imprevisto. Alle 11 del mattino il sindaco Giorgio Orsoni convoca la sua squadra nella sala giunta di Ca’ Farsetti e manda tutti a casa. Assessori «revocati» e rimasti da un momento all’altro senza incarico. Il sindaco ne ha il potere, mentre il Consiglio ha il potere di mandare a casa lui. Un gioco sottile a cui Orsoni, provato da una vicenda pesante, non ha retto. «Mi hanno rovinato la vita», si è lasciato andare, «voglio rimarcare il mio distacco con la politica e la maggioranza che mi aveva sostenuto in questi anni». Una doccia gelata. Per chi non aveva alcuna intenzione di andarsene, almeno in questo modo. E anche per chi aveva annunciato le dimissioni su Facebook, come l’assessora alla Pubblica Istruzione Tiziana Agostini del Pd. Dimissioni che però sono state presentate qualche minuto dopo la revoca da parte del sindaco. Un gesto che ha contribuito a far decidere il sindaco per la rottura immediata. Facce scure e anche un po’ arrabbiate. L’assessore all’Ambiente, il verde Gianfranco Bettin – suo avversario alle primarie nel 2010, poi confluito nella maggioranza di centrosinistra – ha uno scatto di rabbia. «Non si può finire in questo modo!», dice. E lancia un bicchiere di vetro contro la parete, mandandolo in frantumi. Gelo in sala. Più tardi Bettin firmerà un comunicato congiunto con il suo gruppo per chiedere al sindaco di presentare le dimissioni (prima di quelle della maggioranza del Consiglio) in modo da consentire l’approvazione del bilancio. Un’eventualità che sembra ormai remota. Molto critico anche Ugo Bergamo, Udc di lungo corso, già sindaco dal 1990 al 1992. Orsoni lo aveva scelto come «superassessore », affidandogli la Mobilità e i Trasporti. Anello strategico per quell’operazione che sembrava riuscita di allargare la coalizione del centrosinistra dall’Udc a Rifondazione. Bergamo ha rivendicato il suo lavoro nel campo del traffico, con la recente introduzione del sistema Argos per il controllo del moto ondoso in Canal Grande. Per i più è un trauma improvviso. Da ieri pomeriggio tutti a casa e uffici vuoti a Ca’ Farsetti. Ci è rimasto male il vicesindaco Sandro Simionato, che negli ultimi giorni sembrava quasi la vittima sacrificale. Sindaco facente funzioni per una settimana, si era impegnato a «verificare le condizioni per l’approvazione di un bilancio prima di andare a casa». Invece con la mossa di ieri il sindaco ha spiazzato anche lui. «Un segno chiaro di distacco dalla politica», ha detto il sindaco. Che ha confessato di aver già predisposto l’atto di revoca degli assessori nella giornata di giovedì. «Sospeso a seguito dell’invito a una ponderata riflessione ».Mapoi sono arrivati i distinguo dei singoli consiglieri, di opposizione e anche di maggioranza. La riunione dl Pd e la presa di distanza di molti settori della maggioranza, anche tra l’Udc (Simone Venturini) e Rifondazione, con Bonzio che ha riconsegnato la delega del lavoro. E il sindaco ha deciso di dire basta. Tornano a casa i 12 assessori, nominati nella primavera del 2010 e poi integrati dopo il rimpasto dello scorso anno. Due aderivano a Italia dei Lavori (l’ex rettore Pierfrancesco Ghetti e Bruno Filippini), due dell’Udc (Bergamo e Panciera), e poi Simionato, Rey, Agostini, Maggioni e Ferrazzi del Pd, l’avvocato Alfiero Farinea e Angela Vettese chiamati dal sindaco, Gianfranco Bettin per «In Comune». Una squadra che il sindaco ha comunque ringraziato per «l’impegno amministrativo in questi anni di lavoro comune». Un grazie particolare per il vicesindaco Sandro Simionato. Che ha mantenuto in questi anni il «presidio» a Ca’ Farsetti, occupandosi di referati pesanti a cominciare dal Bilancio. E che sulla questione Orsoni è arrivato alla fine quasi a conclusioni opposte della maggioranza del suo partito.

Alberto Vitucci

 

Adesso l’inchiesta scuote la Camera penale

Per il presidente, procura contraddittoria: «Prima l’arresto, poi il patteggiamento a soli quattro mesi»

VENEZIA – Prima c’era chi non aveva digerito quella richiesta della Procura della Repubblica di mandare in carcere il sindaco Giorgio Orsoni per un reato per il quale, soprattutto per un incensurato, la condanna se fosse arrivata sarebbe stata sicuramente inferiore ai due anni cancellati dalla sospensione condizionale della pena. Adesso, dopo quel parere firmato dal procuratore Luigi Delpino, dall’aggiunto Carlo Nordio e da due dei tre pubblici ministeri che conducono l’inchiesta, in cui si consente al patteggiamento di una pena di quattro mesi, c’è chi contesta questa adesione all’istanza della difesa, ricordando che la pena minima prevista per il finanziamento illecito dei partiti è di sei mesi e osservando che con l’arresto, anche se ai domiciliari, è stato fatto il classico «rumore per nulla», quasi che si sia cercato il clamore mediatico (non a caso sulle prime pagine dei giornali nazionali e addirittura internazionali è finita la faccia del sindaco più che degli altri arrestati perché ciò che riguarda Venezia diventa immediatamente importante e nonostante il reato a lui contestati sia molto meno grave che quelli di cui sono accusati gli altri). E ieri il presidente della Camera penale veneziana, l’avvocato Renato Alberini, che in questa inchiesta non è coinvolto professionalmente non essendo stato nominato da alcun indagati, nel suo discorso ai colleghi raccolti in assemblea, riferendosi all’abuso delle misure cautelari, ha sottolineato la contraddittorietà delle posizioni della Procura, la quale soltanto mercoledì 4 giugno ha ottenuto l’arresto del sindaco dopo averlo chiesto e una settimana dopo, l’11 giugno, chiude l’indagine sul suo conto con un patteggiamento di appena quattro mesi. Stando all’avvocato, sarebbe stata enormemente sproporzionata la richiesta iniziale, quella dell’arresto. Ora, comunque, la parola passa al giudice Massimo Vicinanza, che dovrà dire se quei quattro mesi sono una pena congrua o meno. Altre critiche, infine, sono piovute, sul Consiglio dell’Ordine degli avvocati, che ieri avrebbe dovuto discutere se sospendere o meno l’avvocato Orsoni, come prevedono le norme professionali nel caso dell’arresto di un legale, ma il punto dell’ordine del giorno è stato rinviato.

 

GLI EFFETTI – Municipalità, i presidenti resteranno in carica

Venturini (Mestre Carpenedo): «Saremo gli unici interlocutori tra territorio e commissario»

VENEZIA Il sindaco si dimette, cadono gli assessori – ai quali il sindaco ha ritirato le deleghe – ma restano in vita le Municipalità, i vecchi consigli di quartiere. A meno che non siano gli stessi presidenti e consiglieri di Municipalità a rassegnare per motivi politici le dimissioni. I presidenti delle Municipalità, eletti a differenza del sindaco a turno secco, restano quindi in carica perché nessuno, al momento, ha intenzione di farsi da parte. E il perché lo spiega bene Massimo Venturini, presidente della Municipalità di Mestre – Carpenedo. «Quando arriverà il commissario saremo per lui l’unico punto di riferimento per il rapporto con il territorio», dice Venturini, «quindi saremo più importanti adesso che prima, non ha senso dimetterci». Simile la posizione di Flavio Dal Corso (Municipalità di Marghera) che già nei giorni scorsi si era informato su quali sarebbero state le ripercussioni per le Municipalità. Tra i suoi principali obiettivi, nella speranza che un segnale in tal senso arrivi nell’ultimo consiglio comunale di lunedì, a Mestre, c’è quello di garantire la realizzazione del mercato ortofrutticolo a Marghera, in via delle Macchine, con la contestuale realizzazione della piscina. Più possibilista sulle dimissioni il presidente della Municipalità di Venezia centro storico, Murano e Burano, Erminio Viero. «È ancora presto per dire cosa farò, ma se restare in carica potrà essere utile per la città rimarrò a ricoprire il mio ruolo. Anche se prima andrà capito per bene quale sarà il nostro margine d’azione ». A Favaro Veneto c’è Ezio Ordigoni a guidare la Municipalità. «Sono molto addolorato per quello che è successo ma ho deciso di rimanere, perché almeno come realtà locali potremo dialogare con il commissario». Qualcosa di simile era accaduto 14 anni fa quando l’allora sindaco Massimo Cacciari si dimise per candidarsi alla guida della Regione Veneto e presidenti di quelli che erano i consigli di quartiere rimasero in carica.

(f.fur.)

 

Venti giorni di passione, poi il commissario

Le dimissioni del sindaco diventeranno irrevocabili i primi di luglio, sempre che lunedì i consiglieri non stacchino la spina

VENEZIA – E ora che succede? Relazioni politiche tempestose a parte – legge alla mano – il sindaco Giorgio Orsoni ha venti giorni per ripensarci, poi le sue dimissioni diventeranno irrevocabili, sempre che lunedì in aula la maggioranza dei consiglieri comunali non decida di lasciare. In tal caso la partita si chiuderebbe subito e innestando la macchina per il commissariamento, fino alle prossime elezioni: nella primavera del 2015, unica “finestra” elettorale prevista dalla norma taglia spese. Per anticiparle all’autunno, servirebbe una legge ad hoc dello Stato: praticamente, impossibile. «Le dimissioni del sindaco non comportano l’immediato scioglimento del consiglio comunale: divengono efficaci tra venti giorni, durante i quali il sindaco e la giunta conservano tutti i loro poteri, compresa la possibilità di ritiro delle dimissioni », spiega infatti il capo di gabinetto della Prefettura di Venezia, Sergio Pomponio. In teoria, perché il sindaco Orsoni è andato oltre e prima di dimettersi ha ritirato tutte le deleghe ai suoi assessori, restando un uomo solo al comando davanti al consiglio comunale, convocato in seduta per lunedì. In ogni caso, prosegue nell’elencare la norma il capo di gabinetto del prefetto Cuttaia, è solo «allo spirare del ventesimo giorno», che il prefetto procede allo scioglimento del Consiglio comunale, inviando una apposita relazione al ministro dell’Interno e nominando un commissario prefettizio per la gestione dell’ordinaria amministrazione. E qui si innesta la seconda eccezionalità veneziana, perché in ballo c’è la necessità di approvare il bilancio del Comune entro il 31 luglio 2014. Se il Consiglio fosse stato commissariato per l’incapacità dell’amministrazione di arrivare al voto entro la scadenza massima, i consiglieri non avrebbero potuto ricandidarsi alle prossime elezioni. Tant’è – proseguendo con le scadenze previste dalla legge – a questo punto il ministro dell’Interno propone al presidente della Repubblica il decreto di scioglimento del Consiglio Comunale, nel frattempo sospeso. È il presidente a sciogliere definitivamente il Consiglio, con la nomina di un commissario, che guiderebbe con pieni poteri il Comune fino alle elezioni. Ultima eccezionalità: la città metropolitana. Dal 26 giugno il sindaco di Venezia sarebbe dovuto diventare sindaco metropolitano, guidando da qui a fine dicembre il transito dalla Provincia alla Città metropolitana. Che accadrà? In Prefettura allargano idealmente le braccia: una questione tutta ancora da approfondire con il ministero dell’Interno. Il Comune di Venezia è già stata commissariato due volte nella sua storia democratica: è accaduto nel 1993, quando venne “dimesso” dal Consiglio comunale l’allora sindaco Ugo Bergamo e fu nominato il commissario il prefetto Giovanni Troiani, che guidò la città fino alle elezioni che portarono a Ca’ Farsetti Massimo Cacciari, per il suo primo mandato. E fu lo stesso sindaco Cacciari – nel 2000, a metà del suo secondo mandato – a “provocare” il nuovo commissariamento del Comune, dimettendosi per sfidare Galan alle elezioni per guida della Regione, perdendole. Allora il ministero dell’Interno inviò a Venezia il prefetto Corrado Scivoletto, che la conosceva bene e che guidò il Comune fino all’elezione che portò Paolo Costa alla guida di Ca’ Farsetti.

Roberta De Rossi

 

Assessori a casa, tornano ai vecchi lavori

Simionato lunedì si presenterà alla scuola media Volpi di Spinea, Ferrazzi alla Telecom, Panciera ai suoi negozi di souvenir

VENEZIA C’è chi tornerà a insegnare italiano alle scuole medie (Sandro Simionato), chi italiano e storia all’istituto tecnico Zuccante (Tiziana Agostini), chi a tempo pieno all’IuaV (Angela Vettese, Arti visive e moda), chi potrà fare il pensionato (Bruno Filippini e l’ex rettore Ghetti) o l’avvocato, come Alfiero Farinea e lo stesso Ugo Bergamo, da una vita in politica. Tempo di concordare con i dirigenti gli ultimi atti, di raccogliere le foto dalla scrivania e tornare al proprio “vecchio” lavoro, per gli ex assessori della ex giunta Orsoni. E tempo di fare i conti con le delibere rimaste in corso d’opera. «Domani (oggi, ndr) sarò all’assemblea nazionale del Pd e lunedì mi presenterò alla mia scuola, la media Vico di Spinea», racconta un amareggiato, ma sorridente Sandro Simionato, che nei giorni dell’arresto di Orsoni è stato “f.f.” facente funzioni: «f.f. fatto fuori», sdrammatizza Alessandro Maggioni, architetto esperto di web e comunicazione, cheda parte sua si augura «che i dirigenti dei Lavori pubblici potranno chiudere i molti lavori che abbiamo avviato, iniziando dall’approvazione del progetto definitivo per il restauro del Ponte di Rialto». «Ho lavorato con spirito di servizio nell’interesse della città», commenta Simionato, tra un bacio e l’altro ai dipendenti, «accetto la decisione del sindaco, ma siamo in una situazione anomala, che rischia di non far fare valutazioni serene». C’è il bilancio da chiudere, alle prese con 30 milioni da recuperare: «Stavamo facendo un percorso per risolvere il problema della mancata vendita del Casinò, cercando soluzioni che non penalizzassero troppo i cittadini: se non lo voterà il Consiglio, dipenderà dal commissario che arriverà, in una città così delicata». La preoccupazione massima è per i due dirigenti dei Servizi sociali, Gislon e Chinellato, il cui contratto è legato alla scadenza di Orsoni: «Confido che il commissario non vorrà privare un servizio così delicato dei suoi vertici, mantenendone i contratti». L’assessore allo Sport Roberto Panciera è tornato alla catena di negozi di souvenir d’autore di famiglia: «Ho già fatto un giro, chissà se mi rivogliono», ride. È il più polemico con le dimissioni , «un finale insolito che mette la città in balia degli eventi: capisco la non facile situazione psicologia, anche del sindaco, ma una riflessione in più sarebbe servita. Auspico che il Consiglio deciderà per l’approvazione del bilancio, nel rispetto della città». L’ex assessore all’Edilizia e Urbanistica (già Pubblica Istruzione) Andrea Ferrazzi tornerà al suo ruolo di dirigente Telecom Italia: «Molte delibere le abbiamo chiuse, come quelle per lo studentato a Santa Marta, il piano residenza ex ospidaletto Ire, quello per la stazione di Mestre, il recupero Actv di via Torino. In itinere c’è il nuovo regolamento edilizio, il piano di recupero del Palazzo del Cinema al Lido, il piano zona Marzenego e iniziavo l’istruttoria per il parco urbano, al centro di Mestre».

Roberta De Rossi

 

Carla Rey: «Al momento non ho un’attività mi prendo una pausa di riflessione»

VENEZIA. L’ex assessore al Commercio Carla Rey – già amministratrice del Caffè Lavena e vicepresidente degli esercenti Aepe, prima della sua nomina – dice di non avere «un lavoro al quale tornare, nessun paracadute: mi prenderò una pausa: spero breve. Negli ultimi giorni, ho accelerato con gli uffici le delibere accelerabili, per non gettare via 4 anni di lavoro». Così lunedì la Municipalità potrà votare le nuove procedure per la concessione dei plateatici: il piano che ha integrato in un’unica mappale occupazioni di suolo pubblico di ambulanti ed esercizi, con l’obiettivo – dichiarato – di portare dai 2 anni attuali “tempo reale” i tempi per la concessione o negazione di plateatici, fotografando la situazione esistente, con il benestare della soprintendenza. All’ordine del giorno della Municipalità – spiega Rey – anche al revisione dei criteri per la concessione di plateatici nelle aree di passaggio: restano i4 metri liberi per le strade ad alto impatto, scendono a 3,20 per quelle a medio e a un terzo per basso impatto.

 

«Impossibile continuare ormai siamo delegittimati»

I consiglieri comunali erano pronti alle dimissioni, alzano bandiera bianca

Lunedì in aula verificheranno la possibilità di adottare delibere urgenti

VENEZIA Che accadrà lunedì in Consiglio? Dimissioni a catena o si deciderà di approvare la delicata delibera per far entrare il Comune nella Newco con la Regione per l’acquisto e riconversione “green economy” delle aree ex Syndial? Il bilancio resta un obiettivo difficile – date le tensioni ormai esplose – ma ancora possibile. Le prossime 48 ore – compresa l’assemblea nazionale pd- saranno determinanti. Il capogruppo pd Claudio Borghello «prende atto della decisione del sindaco, che va responsabilmente accettata alla luce delle condizioni che sono venute a crearsi». Un giro di parole per concedere l’onore delle armi, ma avendo pronta la mannaia non fossero arrivate le dimissioni: «Avevamo le firme di tutti i consiglieri pd, pronti a dimettersi », commenta. Lunedì che accadrà? «Il Consiglio può proseguire nelle sue funzioni nei prossimi 20 giorni, serve responsabilità nell’accertamento di passaggi cruciali, perché ci sono delibere importanti su Syndial, regolamento Tari, lo stesso bilancio, c’è tempo fino all’ultima seduta ». «Obiettivamente, non c’erano le condizioni per proseguire l’azione amministrativa, anche se bisogna ricordare che non un atto del Comune è coinvolto», commenta il capogruppo Udc, Simone Venturini, «credo che si debba assolutamente andare al voto del rendiconto – o saremo esposti a sanzioni – e poi basta». La lista In Comune è per le dimissioni e l’approvazione del bilancio: «Abbiamo sempre denunciato il ruolo del Consorzio Venezia Nuova e le pressioni affaristiche: l’esperienza della giunta Orsoni è per noi conclusa », scrivono Bettin, Caccia, Seibezzi, «abbiamo comunicato al sindaco di avere pronti 24 dimissioni dei consiglieri di maggioranza e gli abbiamo chiesto un ultimo gesto di responsabilità verso la città: presentare lui stesso le dimissioni, consentendo che siano votati gli atti di bilancio utili ai cittadini». «Per il Psi si deve proseguire almeno per l’approvazione del bilancio», chiosa Giordani. «Per noi restare in una maggioranza “bacata” dal finanziamento occulto del Consorzio era impossibile», commenta Sebastiano Bonzio (Fed. della sinistra), «ma non voglio che a pagare siano i lavoratori, quindi chiedo che il Consiglio voti la delibera Syndial e si cerchi lo spazio per un bilancio non del commissario ». Festeggiano, Fratelli d’Italia: «Il sindaco è indagato per fatti gravissimi. Basta, tutti a casa», chiosa Raffele Speranzon. Il capogruppo FI Michele Zuin è netto: «Non ha più senso niente: non c’è giunta, ci sono 24 consiglieri dimissionari, meglio sarebbe stato non ci fossero stati neanche i 20 giorni previsti per legge ». Anche per il capogruppo del Movimento 5 Stelle Gianluigi Placella è ora del sciogliere le righe: «Il Consiglio è già delegittimato, non ci può essere coesistenza con una maggioranza respinta dal sindaco. Io sono pronto alle dimissioni immediate e mi auguro tutti: anche il bilancio lo lascerei tranquillamente al commissario. Certo c’è qualche rischio tagli, ma un’amministrazione super partes farebbe meno deficit dell’attuale».

Roberta De Rossi

 

E ora Zoggia e Mognato entrano nel mirino dei pm

Dopo la deposizione di Orsoni, la Procura valuta la posizione dei deputati Pd

Il Riesame: Marchese ai domiciliari, a casa anche l’imprenditore Morbiolo

Il duro scontro con Mazzacurati per la gestione dell’Arsenale e le pretese del Consorzio

VENEZIA il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Angelo Risi, ieri ha mandato a casa, agli arresti domiciliari, sia il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese sia l’imprenditore di Cavarzere Franco Morbiolo, che erano in carcere. Mentre il terzo,l’imprenditore veneziano Andrea Rismondo,ha rinunciato al ricorso e rimane agli arresti domiciliari. Il giudice veneziano Alberto Scaramuzza aveva scritto che Marchese doveva andare in carcere perché c’era il rischio che con la sua attività inquinasse le prove, «essendo emerso che alcuni dichiaranti lo hanno indicato come soggetto interno alla Regione di livello politico-istituzionale che era stato in grado di informare i correi fornendo notizie riservate delle indagini» e aveva però aggiunto che doveva essere una misura a termine, quello di due mesi. Adesso, invece, il Tribunale del riesame ha cancellato la scadenza e Marchese potrà restare agli arresti domiciliari per più mesi. Davanti al Tribunale, oltre ai difensori, si è presentata anche il pubblico ministero Paola Tonini che ha consegnato ai giudici due nuovi verbali d’interrogatorio, quelli resi dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e quello dell’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia Padova: entrambi, infatti, fanno riferimento a Marchese. Il sindaco sostiene sia stato uno di coloro che lo ha spinto a chiedere finanziamenti a Giovanni Mazzacurati per la campagna elettorale delle comunali 2010, mentre Brentan avrebbe riferito di aver ricevuto 12 mila euro come contributo per la campagna elettorale delle Provinciali dello stesso anno e di aver consegnato i soldi a Marchese. La Procura lagunare, intanto, sta valutando se iscrivere o meno nel registro degli indagati, sulla base delle rivelazioni di Orsoni, i due parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, che per ora non sono indagati. Il primo, nel 2010, era candidato alla presidenza della Provincia, poi è stato eletto alla Camera come il secondo, che all’epoca dei fatti era segretario provinciale del partito. Stando ad Orsoni i due, assieme a Marchese, lo avrebbero spinto a chiedere nuovi finanziamenti a Mazzacurati dicendogli «Guarda che il tuo concorrente Brunetta è in vantaggio e dispone di un budget, si dice, di un milione di euro. Fai la figura del pezzente, datti da fare». Durante l’interrogatorio davanti ai pubblici ministeri, poi, il sindaco di Venezia afferma: «Io devo dire mi sono dato da fare, nel senso che ho insistito con Mazzacurati…Si era proposto lui di finanziare la mia campagna elettorale e mi aveva detto che lui aveva finanziato tutte le campagne elettorali precedenti, ma da una parte e dall’altra ». Orsoni, ai magistrati, spiega che si era posto dei problemi di opportunità, ma prima di tutto Mazzacurati avrebbe insistito. Le stesse perplessità sul fatto di essere finanziati dal Consorzio Venezia Nuova le aveva poste anche ai dirigenti del Pd, ma «devo dire con una certa sorpresa», aggiunge il sindaco, « invece di venir dietro alla mia perplessità, trovai una certa… la consideravano come una cosa normale, già rodota». E poi afferma che «avrebbe dovuto seguire con maggior determinazione il suo istinto e dire «Insomma, meglio una manifestazione in meno, ma rimanere in una certa linea». Con Mazzacurati, Orsoni ha avuto anche scontri e ai pubblici ministeri spiega pure questo: «Il Consorzio e Mazzacurati nel 2012 avevano disegnato uno scenario che prevedeva sostanzialmente di prendersi una grossa fetta dell’Arsenale, ivi compresa la parte nord, per farci un albergo, per farci una grossa speculazione immobiliare ». Nell’interrogatorio Orsoni spiega ai magistrati la «tecnica di Mazzacurati sulle partite che lo interessavano, come l’Arsenale, o la Legge speciale. Aveva una tecnica sua, evidentemente cioè quella di pressare le persone. Lui voleva convincermi delle sue ragioni sull’Arsenale. L’idea era quella di prendere una grandissima fetta da parte loro, metterci il centro operativo del Mose e poi continuare con la gestione del Mose. Io tutto questo l’ho contrastato nel modo più assoluto, misono creato tanti nemici».

Giorgio Cecchetti

 

Renzi va giù duro «Chi patteggia non fa il sindaco»

«Non guardiamo in faccia nessuno. Con Orsoni il Pd è stato chiaro. Comprendiamo il suo dramma umano ma, con tutto il rispetto nonostante le sue frasi incredibili verso di me, nel momento un cui uno patteggia è del tutto evidente che non può fare il sindaco». Così il premier Matteo Renzi, ieri sera, replicando alle dichiarazioni di Giorgio Orsoni. Il quale aveva affermato: «Quello che mi ha amareggiato di tutta questa storia è il comportamento inaccettabile del Partito democratico, il modo superficiale e farisaico con cui hanno trattato la mia vicenda, e in particolare mi riferisco al suo vertice, Matteo Renzi. Il premier sa chi sono, apprezzavo il suo modo di fare politica e ho anche pensato di prendere la tessera».

 

LO STATO MAGGIORE Dei democratici VENETI

Moretti: «Ha fatto bene. E Galan?»

Il segretario De Menech: «Avanti nella pulizia, senza fare sconti»

VENEZIA «Le dimissioni di Orsoni sono un gesto doveroso nei confronti di Venezia, l’ultimo atto di un brav’uomo innamorato della propria città e che l’ha amministrata bene». Così Laura Puppato, senatrice del Pd, commenta le dimissioni del sindaco di Venezia. «Ha certamente commesso un errore, probabilmente fidandosi di alcune persone che non lo meritavano, nel caos di una campagna elettorale può succedere, ma», sottolinea Puppato, «non per questo sono tollerabili gli attacchi vili ad un uomo in difficoltà ». «Se Orsoni ha patteggiato mi conforta come cittadino», commenta il senatore Pd Felice Casson, «vuol dire che i magistrati hanno lavorato seriamente e Orsoni che li criticava ha riconosciuto di dover patteggiare. Le critiche al Pd del sindaco mi trovano consenziente, corrispondono alla realtà. Queste critiche riguardano non solo vecchie strutture ma anche renziani. Orsoni fa benissimo a criticare il partito. Il sindaco non dovrebbe rimanere ma c’è un problema profondo legato alla necessità di approvare un bilancio per mettere in sicurezza i conti della città. Poi, approvato il bilancio, tutti a casa. Tutti». «La grandissima maggioranza del Pd, composta da militanti, dirigenti e rappresentanti nelle istituzioni, non ha nulla a che fare con quanto sta emergendo purtroppo ogni giorno dall’indagine sul Mose ». Lo rileva Simonetta Rubinato, parlamentare veneta e componente della direzione nazionale del Pd. «Per questo », dice, «non possiamo aspettare che sia la segreteria nazionale ad intervenire. Lo deve fare la dirigenza regionale invitando tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti direttamente o indirettamente con questo “sistema opaco” a fare un passo indietro». «Come Pd dobbiamo fare pulizia», afferma il segretario regionale Roger De Menech, «e, una volta accertate le responsabilità, lo dobbiamo fare senza guardare in faccia nessuno. La scelta di Orsoni di dimettersi », commenta, «era ciò che si doveva fare per riportare tutto ad una situazione di normalità, per rimettere in linea la città di Venezia. Andremo fino in fondo, senza fare sconti, lo abbiamo detto chiaramente, senza distinzioni tra chi è iscritto e chi no». «Il passo indietro di Orsoni», afferma Alessandra Moretti, eurodeputata, «è un importante segnale di chiarezza e di opportunità politica: bene ha fatto il sindaco a rassegnare le dimissioni. Mi domando come mai altri che sono coinvolti in questa inchiesta non facciano un passo indietro», avverte Moretti, «penso prima di tutto a Giancarlo Galan, su cui pendono le accuse maggiori; anche qui l’opportunità politica raccomanderebbe ben altre scelte rispetto a quelle che sta prendendo».

 

L’ex presidente della Mantovani a «l’Espresso» ricostruisce la lista dei big che hanno incassato le maxiparcelle

Si va dai vertici dell’Anas a Vincenzo Fortunato per finire con Roberto Daniele

VENEZIA «La Mantovani aveva un terzo del Consorzio Venezia Nuova che ha costruito il Mose, perché si parla solo della Mantovani come corruttrice?». In una intervista a “l’Espresso” in edicola oggi, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita allarga lo scenario dell’inchiesta sulle tangenti veneziane e ribadisce quanto dichiarato ad Alberto Vitucci, del nostro giornale, una settimana fa. Il settimanale nel dossier dedicato al Veneto, si occupa anche delle aziende dell’ex ministro Galan, dei suoi legami con Veneto Banca e poi della Lega, con la clamorosa inchiesta sui rapporti con la Siram, con l’ex cassiere Belsito e il suo consulente Bonet che accusano Tosi e Gobbo di aver avallato un sistema di finanziamento parallelo. Ma torniamo al Mose, con le dichiarazione di Baita che hanno trovato conferma dagli interrogatori di Giovani Mazzacurati, il deus ex machina del Consorzio Venezia Nuova e padre del Mose. Baita dichiara a Gianfrancesco Turano de «l’Espresso»: «Io avevo la sponda a San Marino. E gli altri? Per esempio la Technital del gruppo Mazzi, che ha preso anche la progettazione della Pedemontana lombarda, ha incassato dal Consorzio tra 150 e 200 milioni di euro solo per le opere alle bocche di porto.[……] era il tramite fra Mazzacurati e Gianni Letta, era quello che li faceva incontrare a cena a Roma, nella casa dove hanno trovato tre quadri del Canaletto e uno del Tintoretto. E non solo le parcelle Technital non si sono mai potute discutere ma nel 2004, quando siamo entrati nel Cvn comprando dall’Impregilo dei Romiti, Mazzacurati ci ha ordinato di girare una parte delle azioni a [……], in modo da essere su un piano di parità. Se no, non ci faceva entrare». Baita conosce la leggenda nera riguardante Italholding, la capogruppo dei […..] intestata a due fiduciarie (Spafid e Prudentia): la quota di minoranza sarebbe stata girata di volta in volta al politico di riferimento dell’opera. «Di sicuro a ogni spreco», dice a “l’Espresso”, «corrispondeva una fetta di consenso in un settore: politici, amministratori, quei tecnici che ti compri con quattro promesse di carriera. La settimana scorsa hanno messo agli arresti un ingegnere, Luigi Fasiol, per un incarico di collaudo su mia segnalazione. Con questo metro dovrebbero arrestare parecchi alti dirigenti ministeriali, manager pubblici e giudici contabili. Invece non ho visto nulla sui 26 milioni di euro in collaudi dati ai vertici dell’Anas, a Pietro Ciucci, a Vincenzo Pozzi, a Pietro Buoncristiano o a ex magistrati come Vincenzo Fortunato. Tutti chiedevano l’incarico al Cvn». Il totale dei collaudi delle opere Mose è di 26 milioni di euro distribuiti a 272 soggetti. Il record con 1,2 milioni di euro è dell’ex presidente Anas Vincenzo Pozzi, oggi alla presidenza della Cal (Concessionarie Autostradali Lombarde) con l’ex ad Antonio Rognoni, arrestato per truffa alla Regione Lombardia. Numero due per importo presunto è il successore di Pozzi, Pietro Ciucci: 747 mila euro di compenso di cui 480 mila fatturati. Piero Buoncristiano, direttore del personale Anas in pensione, ha parcelle per più di mezzo milione, oltre a un posto di amministratore delegato del Cav, la società mista per gestire le strade fra Anas e Veneto. Presenti anche l’ex direttore generale Francesco Sabato, Alfredo Bajo, braccio destro di Ciucci, Mauro Coletta e Massimo Averardi con somme dai 240 mila ai 400 mila euro. In zona infrastrutture e trasporti si trovano l’ex magistrato ordinario e del Tar Vincenzo Fortunato (535 mila euro), capo di gabinetto di ministeri prima di essere nominato liquidatore della Stretto di Messina. Anche Roberto Daniele ha partecipato ai collaudi del Mose con 400 mila euro fatturati. Daniele ha ricevuto tutto il compenso presunto (414 mila euro) e da un anno, su nomina del ministro Maurizio Lupi, presiede il Magistrato alle acque di Venezia. Ma quello che è accaduto a Venezia è un modello che si ripete in altre opere. Spiega Baita a “l’Espresso”: «Dopo Tangentopoli, il Consorzio ha avuto il merito di sollevare i politici dal rapporto diretto con gli imprenditori. Questo sistema ha fatto scuola con la nascita di varie società di scopo (Ispa, le società regioni- Anas, la stessa Sogin). E arriva fino all’Expo di Milano».

 

Galan: dai traffici di gas con l’Indonesia all’energia

Ve la ricordate la sceneggiata di Berlusconi alla ________: «Ma lei quante volte viene» rivolta ad Angela Bruno, la dipendente mandata sul palco come speaker dell’evento elettorale? Quell’azienda ha forti legami con Giancarlo Galan, l’ex ministro della Cultura sulla cui testa pende la richiesta dia resto formulata dalla procura di Venezia e depositata alla camera dei deputati per la necessaria autorizzazione. A quanto scrive l’Espresso nel numero in edicola oggi, Galan assieme alla moglie Sandra Persegato possiede una quota del 10 per cento della società costituita appena 15 mesi fa. Gli investigatori hanno intercettato alcune telefonate in cui la moglie di Paolo Venuti, commercialista, parlava di traffici di gas con l’Indonesia. Il professionista è stato arrestato. Torniamo a ________: Galan e la moglie hanno versato 10 mila euro a __________ e Luca Ramor, due manager rampanti che hanno bruciato le tappe della carriera con una società che si occupa di energia pulita, quotata a Piazza Affari. Nel suo articolo, Vittorio Malagutti ricostruisce i bilanci dell’azienda, che in portafoglio ha 2 mila clienti. Quanto vale l’azienda? «Un milione di euro» scrive Andrea Barbera, il commercialista che nell’ottobre 2012 ha firmato un’apposita perizia giurata, che ha fatto anche parte del collegio sindacale.Come risulta dai bilanci i ricavi sono saliti a 52 milioni nel 2013, quasi il doppio rispetto al 2012. E i profitti sono balzati a 700 mila euro a quasi due milioni. Una marcia trionfale, che rischia di fermarsi con l’inchiesta del Mose, visto che Galan, amico e socio, ora rischia il carcere. Ameno che alla Camera non scatti un meccanismo di solidarietà trasversale,mail Pd ha già detto che il sì all’arresto sarà unanime.

Fondi della Siram

 

Belsito e Bonet accusano la Lega

Clamorose novità nell’inchiesta che la procura di Milano ha avviato dopo l’arresto di Belsito: l’ex tesoriere della Lega Nord e il suo consulente Bonet hanno lanciato accuse su Flavio Tosi e Giancarlo Gobbo, entrambi segretari veneti del Carroccio, per aver avallato un sistema di finanziamento parallelo ed esclusivo. Tutto questo è raccontato nel numero de l’Espresso in edicola oggi. I soldi sospetti arriverebbero dalla Siram, un colosso francese degli appalti di energia, e anche da grandi aziende italiane come la Fincantieri. Versamenti per almeno 10 milioni di euro. Appena lette le anticipazioni di stampa, Flavio Tosi e Luca Zaia hanno annunciato querele.

 

I protagonisti Sutto, l’uomo di fiducia che gestiva il denaro

Quello di Scaramuzza è invece il ruolo di collegamento tra Baita e Brentan

VENEZIA Ci sono figure che ai più dicono poco, nella vicenda delle tangenti del sistema Mose, ma sono fondamentali per far funzionare il meccanismo della corruzione e della mazzetta distribuita a destra e a sinistra. Sono funzionari del Consorzio Venezia Nuova e imprenditori costretti a fare i collettori di denaro e a pagare, se vogliono continuare a lavorare. Federico Sutto è una figura fondamentale nella vicenda. «È il consigliere politico di Mazzacurati» dice in un interrogatorio Piergiorgio Baita. Figura importante per capire la tangentopoli, tanto che la Guardia di Finanza, su richiesta della pm Paola Tonini, dedica ben quattro file, ricchi di dati, al personaggio. Scrivono gli investigatori del manager con un passato di socialista: «Già capo della segreteria dell’allora ministro Gianni De Michelis, da qui si spiegano gli ottimi rapporti con l’assessore Renato Chisso, dal 1996 è dipendente del Consorzio, con compiti di assistenza a tutte le attività della segreteria del suo presidente Mazzacurati». Con Renato Chisso, Sutto va anche in ferie, in Turchia. Mai dimenticare che Mazzacurati sostiene di aver iniziato a pagare Chisso già dai primi anni Novanta. Ed è Chisso che fa assumere Sutto al Consorzio. Nel corso degli anni Sutto diventa l’uomo di fiducia di Mazzacurati, tanto che a lui l’ingegnere «affiderà in via esclusiva il compito della raccolta e della custodia delle somme di denaro contante retrocesso dalle imprese all’ingegnere Mazzacurati », sottolinea in un’informativa la Guardia di Finanza. In sostanza è il “ragioniere delle mazzette”, incarico che prima condivideva con l’ingegnere Alberto Neri, vice direttore del Consorzio. Neri va in pensione quando, nel 2010, arriva la Guardia di Finanza, per un accesso ispettivo (in realtà è il sistema per iniziare l’indagine), ed emerge che i conti non tornano, si trova traccia di mezzo milione di euro non dichiarati. Insomma si tratta di “fondi neri” che però la Guardia di Finanza non riesce a sequestrare. Forse chi compie la verifica viene tradito da qualche talpa infiltrata dalla “cupola delle mazzette”. Neri prende paura e va in pensione. Sutto, allora, sale in cattedra. In un verbale Giovanni Mazzacurati dichiara: «(…) i soldi generalmente me li facevo portare, quasi mai li ho portati io. Erano soldi che servivano a me(…) Insomma soldi che dovevo dare a qualcuno». E alla domanda del pm Tonini su chi li portava, Mazzacurati risponde: «(….)meli portava Sutto». Altro passaggio importante della tangentopoli è la corruzione che riguarda il Magistrato alle Acque. Il pm chiede all’ingegnere chi sapeva della corruzione e lui risponde: «Sutto sapeva e pure Neri sapeva. Io usavo Neri fino ad una certa epoca, praticamente usavo Sutto e basta». E in quel periodo le consegne sono state tra le 20 e le 22. Poi Sutto per queste cose è perfetto. Spiega ancora l’ex presidente del Consorzio: «(…) lui, Sutto non chiedeva mai nulla, prendeva la busta (..) .e non chiedeva (…) andava a consegnare». Piergiorgio Baita, in un altro verbale, inoltre spiega che «(…) Sutto diventa con il tempo, il consigliere politico di Mazzacurati». L’uomo che spiega come mantenere gli equilibri con tutti i partiti. Sempre in questa tangentopoli compare il nome di Mauro Scaramuzza, titolare della Fip, impresa della galassia Mantovani con la quale spesso fa Consorzi d’impresa temporanei. È l’uomo di collegamento tra il sistema Baita e quanto ha creato Lino Brentan con i lavori legati all’autostrada Padova Venezia. Lui, imprenditore, è costretto a chiedere la “partecipazione” economica al sistema, alle altre imprese a cui subappalta i lavori che si aggiudica. Vince e cede appalti e poi passa a raccogliere il denaro contante, che poi, attraverso Lino Brentan e Giampiero Marchese, arriva al Pd. Scaramuzza sarà figura di spicco nel prossimo filone d’inchiesta: opere stradali.

Carlo Mion

 

Gdf, esisteva un «sistema» di false verifiche

La procura di Napoli ipotizza un vasto meccanismo di corruzione per pilotare i controlli fiscali

NAPOLI La vicenda delle mazzette versate per ammorbidire le verifiche fiscali, che ha portato martedì all’arresto del comandante provinciale di Livorno della Guardia di Finanza, Fabio Massimo Mendella, rappresenta un caso isolato o fa parte di un sistema collaudato e assai più ampio in cui sono coinvolti sia ufficiali, sia gradi più bassi delle Fiamme Gialle? È questo che intendono accertare ipm della Procura di Napoli che conducono l’inchiesta e che, stando a quanto finora emerso, ritengono più che fondata l’ipotesi dell’esistenza di un livello molto più grave di corruzione. Una circostanza che trapela dalle indiscrezioni raccolte e che si evince anche della lettura del decreto con il quale i pm della Procura di Napoli Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock hanno ordinato la perquisizione degli uffici del vicecomandante generale della Gdf Vito Bardi. Nel provvedimento di poche righe non vi sono riferimenti a episodi concreti nè a fonti di prova, ma solo il reato ipotizzato, che è quello di corruzione. Hanno deciso di non scoprire ancora le carte gli inquirenti che stanno lavorando soprattutto sugli stretti legami tra Bardi e Mendella, entrambi componenti del Cocer della Gdf e legati da rapporti di frequentazione. Né sono noti, al momento, i motivi che hanno indotto a iscrivere nel registro degli indagati il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante, arrestato la settimana scorsa per la vicenda Mose. Segno comunque che si indaga su più fronti. Ma ora l’attenzione è concentrata sulla figura dell’imprenditore napoletano Achille D’Avanzo, titolare della società Solido Property, proprietaria di numerosi immobili affittati alla Guardia di Finanza. Le verifiche della Digos di Napoli riguardano presunti fatti corruttivi simili a quelli venuti alla luce nella vicenda rivelata dai Pizzicato. Il nome dell’immobiliarista napoletano spuntò in un’ inchiesta svolta nel 2012 dal pm Woodcock nell’ambito della più vasta indagine sulla P4. Nel novembre di quell’anno furono disposte varie perquisizioni tra cui anche quelle a carico di D’Avanzo. Oggetto: presunte irregolarità nell’affitto a Napoli di immobili destinati alla Guardia di Finanza per importi ritenuti esorbitanti nonché l’acquisto di immobili a Roma. Una vicenda poi archiviata dal gip del Tribunale di Roma come ricordano in una nota i legali di D’Avanzo. Gli scenari che configurano gli inquirenti sono dunque quelli di un sistema assai più ramificato, che chiamerebbe in causa ufficiali e sottufficiali, e non solo attraverso accertamenti fiscali compiacenti in cambio di tangenti.

 

Padova, il grande affare del nuovo ospedale

Nel «piano segreto» Ruscitti avrebbe dovuto diventare dg dell’Azienda sanitaria

L’irritazione di Mazzacurati per il ruolo «pigliatutto» di Piergiorgio Baita

Sette anni di progetti destinati a morire dopo la grande retata e l’arrivo di Bitonci

Doveva costare 1,7 miliardi di euro e ospitare 2400 posti letto sanitari

PADOVA – Questa è la storia (e i retroscena) del più grande appalto sanitario del Veneto in campo sanitario: il nuovo ospedale di Padova ovest. Voluto da Giancarlo Galan, figlio di un primario, abbracciato dalla sinistra, sventolato dall’Università. Varato nel 2007 dalla Regione, attirò subito uno dei grandi gruppi mondiali della sanità: gli australiani della Bovis, che presentarono un mega progetto da 2400 posti letto e 1,7 miliardi di euro di spesa. Dopo sette anni di progetti, polemiche e serate conviviali sono bastati sette giorni di questo giugno per riporlo definitivamente nel cassetto: prima la Grande Retata veneziana, poi la vittoria di Massimo Bitonci a Padova. Addio al nuovo ospedale, che nel corso degli anni era stato «ridimensionato» a mille posti letto e 600 milioni di spesa. Le indagini dei magistrati svelano gli altarini, intuibili ai più navigati conoscitori del mondo ma sconosciuti dal grande pubblico. Il 1 marzo 2011, ad esempio, l’ex segretario regionale alla Sanità Giancarlo Ruscitti – uomo legato all’Opus Dei – parla al telefono con il cassiere delle cooperative rosse, il trevigiano Pio Savioli. Il quale riferisce che l’Ingegnere (Mazzacurati) avrebbe parlato con l’allora sindaco Zanonato del nuovo ospedale. L’ipotesi che avrebbe potuto far decollare il nuovo polo sarebbe stata la nomina a direttore generale dell’Azienda ospedaliera proprio di Ruscitti, che nel frattempo aveva lasciato la carica in Regione: «Sul direttore generale – spiega Ruscitti al suo interlocutore – prevalgono tre voci: una è il presidente della Regione, l’altro è il rettore dell’università, che però è amico di Zanonato e il terzo è Zanonato stesso. Allora se i due, Zanonato e il Rettore, si mettessero d’accordo è dura che il presidente della Regione non gli mandi…» Ruscitti rivela al cassiere delle cooperative anche il retroscena che un paio d’anni prima il rettore Milanesi avrebbe voluto suggerire il suo nome al posto di Adriano Cestrone, all’epoca direttore dell’Azienda ospedale di Padova: ma poi non se ne face niente perché Galan si oppose: «Io voglio fare il quarto mandato – disse l’ex governatore a Ruscitti – se tu mi lasci dopo due anni devo prendermi un nuovo segretario con tutti i problemi che ci sono ». Savioli e Ruscitti parlarono anche dell’ubicazione del nuovo polo sanitario a Padova Ovest: «Se lo facciamo dentro andiamo incontro a un gruppo anti Zanonato, che contesta da sempre la scelta di Padova Ovest e così via, ma se siamo noi a far dipanare i problemi e i vantaggi dell’una e dell’altra scelta dovremmo averne ragione. Ma lui (l’Ingegnere) torna sempre lì, su Piergiorgio». Dalla conversazione si evince chiaramente (e siamo nel 2010) che Mazzacurati non vuole Baita tra i piedi nel project del nuovo ospedale di Padova. Savioli parla di come «risolvere » il problema Baita e racconta a Ruscitti un episodio di molti anni prima: quando a un appuntamento con Lia Sartori la parlamentare vicentina disse espressamente ai suoi interlocutori: «Venite ma non portatemi Piergiorgio». Insomma, l’ex presidente di Mantovani era percepito nell’ambiente come un «pigliatutto» che dava fastidio a tutti: Savioli parla della cordata antagonista per il restauro della Fenice ed anche di un’offerta ostile per il nuovo ospedale di Treviso. «Cioè Piergiorgio se non c’è lui….va fuori di matto» sibila Savioli al telefono. Due mesi più tardi, il 7 giugno 2011, Mazzacurati e Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova, invitano a cena Zanonato e il rettore Milanesi. C’è anche Ruscitti e l’argomento è, appunto, l’ospedale di Padova. «Il capo supremo mio (Mazzacurati) era un po’ come si suol dire scoglionato e invece è ritornato arzillo» riferisce Pio Savioli il giorno dopo a Franco Morbiolo, il capo del Coveco, consorzio di cooperative. Lo scoglio per il nuovo ospedale è sempre stato, in Regione, Luca Zaia, mai particolarmente entusiasta. Più interessato al project della «sua» Treviso: «Chi vuole metter lemani là dentro, lo uccido» riferisce Savioli attribuendo questa frase proprio al governatore. Alla fine, anche quello di Treviso rischia di incagliarsi nelle inchieste: due dei tre promotori (Meneguzzo e Maltauro) sono in carcere.

Daniele Ferrazza

 

Caso Bolzan, quattro milioni alla Lega

I veleni di Savioli sul caso di Treviso

«Vox populi di Treviso, messa in giro da Forza Italia, è che gli altri soldi son andati alla Lega. Cioè quei quattro milioni che mancano… insomma, gli altri quattro sono andati alla Lega». Parola di Pio Savioli, bolognese trapiantato a Treviso, consigliere del Consorzio Venezia Nuova e riferimento delle cooperative rosse nei lavori del Mose. Lo riferisce, a proposito dell’impiegata infedele condannata per aver sottratto alle casse dell’Usl di Treviso più di 4 milioni di euro, in una conversazione telefonica con Giancarlo Ruscitti, ex segretario regionale alla Sanità, intercettata dai magistrati della Procura di Venezia. Ruscitti conosce bene la vicenda e aggiunge dettagli e particolari, come l’amicizia tra Cestrone e l’impiegata e il ruolo del dirigente Mario Po.

 

Dal 2007 sul piatto la proposta della Bovis Lend

Padova Ovest, nei pressi dello stadio Euganeo. É il luogo dove avrebbe dovuto sorgere il nuovo ospedale di Padova. La superficie di 546.743 metri quadri suddivisa in 37 proprietà diverse. Una delle proprietà più estese appartiene al gruppo Unicomm dei Cestaro (Famila). La prima proposta progettuale è stata presentata nel 2007 dal gruppo internazionale Bovis Lend Lease (e da Palladio finanziaria) e recepito dalla Regione. Nel marzo 2010, nell’ultima seduta di giunta Galan, la Regione approva il documento di indirizzo sottoscritto da Comune, Provincia, Azienda ospedaliera, Iov e Università. Con l’arrivo di Zaia il progetto viene ridimensionato a mille posti letto. Nel luglio scorso la Regione ha incaricato l’Azienda ospedaliera di fare la stazione appaltante.

 

Corruzione: indagato l’ex questore Damiano

Il presidente di Mantovani accusato di aver ricevuto regali dalla Compiano (North East Service)

Piena fiducia nel lavoro della magistratura, sicuro che accerterà la mia assoluta estraneità

TREVISO L’ex questore Carmine Damiano è indagato dalla Procura di Treviso, insieme a Luigi Compiano, con l’ipotesi reato di corruzione in relazione al periodo in cui, dopo aver lasciato la questura, aveva svolto una collaborazione per la Compiano. Il nuovo filone d’indagine, nato dal clamoroso buco nel caveau della Nes, è ancora riservato. Ma da quanto filtra da ambienti investigativi sembra che Damiano, ora presidente della Mantovani, avesse firmato il contratto di collaborazione quando ancora ricopriva l’incarico di questore a Treviso e che quindi, qualsiasi cosa avvenuta successivamente, ha assunto un valore retroattivo. Damiano ha dichiarato di avere fiducia nella magistratura e di essere in grado di dimostrare la sua estraneità rispetto ai fatti che gli vengono contestati. Questo nuovo filone d’indagine ha preso il via dagli sviluppi della maxi inchiesta sul buco della Nes, quando si scoprì che dall’interno del caveau di Silea erano sparite decine di milioni che lì dovevano essere custodite. Dall’analisi della documentazione sequestrata successivamente sono spuntati il contratto di collaborazione e i pagamenti da parte di Compiano all’ex questore nel frattempo andato in pensione nel gennaio dell’anno scorso. Sarebbero poi emersi altri benefit, come un’Audi e un appartamento messo a disposizione dalla Compiano nei pressi di piazza del Grano. In tutto vengono contestati a Damiano e Compiano versamenti per diverse decine di miglia di euro. «Ho combattuto in prima linea la criminalità comune e organizzata per oltre 38 anni giorno e notte senza risparmiare energie», ha spiegato ieri l’ex questore di Treviso, «e chi mi conosce sa perfettamente che ho sempre fatto della legalità il mio stile di vita e la mia missione. Trovo molto strano che si parli oggi a distanza di oltre un anno di un rapporto di breve consulenza con la Nes, nato alla luce del sole e interrotto oltre un anno fa anche per miei ulteriori impegni», con chiaro riferimento alla chiamata da parte di Romeo Chiarotto a presiedere la Mantovani dopo l’arresto di Piergiorgio Baita. «Conosco bene i magistrati, il dottor De Bortoli e gli inquirenti nei cui confronti nutro la massima fiducia», ha aggiunto Damiano, «auspico scoprano velocemente, al termine di tutte le verifiche necessarie la mia estraneità ai fatti». Una posizione chiara in vista dei prossimi sviluppi delle indagini.

Giorgio Barbieri

 

MOZIONE DEL GRUPPO

Il Pd al governatore: subito una revisione dei project financing

VENEZIA Il gruppo consiliare del Pd veneto chiede al governatore Zaia un elenco degli investimento realizzati in ambito sanitario e infrastrutturale dal 2000 ad oggi con l’indicazione delle ditte che li hanno realizzati. I democratici, inoltre, chiedono di procedere «con la massima urgenza» alla revisione degli accordi contenuti nei project financing sottoscritti dalla Regione, lamentando che le imprese interessate siano state esentate da qualsiasi intervento di spending review.

 

LE MAZZETTE A CHI CACCIA I CORROTTI

FERDINANDO CAMON

La gravità della corruzione aumenta con l’eccellenza dei corrotti: adesso salta fuori il sospetto che perfino i vertici più alti della Finanza siano corrotti. Il numero 2, e il precedentenumero2. Generali con tre stelle, che nell’esercito comanderebbero Corpi d’Armata. E un colonnello. Adesso ragionerò, con voi, su quanto sia grave questa complicità, se verrà confermata, ma intanto affrontiamo subito il grande dramma: siamo spacciati, se perfino i comandi supremi della Finanza si fan corrompere? Non c’è niente da fare? No. Non è così. Perché anche questa corruzione, dei capi dei capi della Finanza, se verrà confermata, è stata smascherata, e questo vuol dire che la Finanza è in grado di controllare se stessa, la base scopre il marcio anche nei propri vertici. Certo, è grave che i vertici siano corrotti. Ma sarebbe più grave senon fossero scoperti, non avessimo su di loro intercettazioni, denunce, inchieste. Invece le abbiamo. Nello sconforto del male dilagante, c’è questo conforto di un Corpo dello Stato che vigila su di noi e su se stesso. L’attuale numero 2 della Finanza, e il suo predecessore, e un colonnello, sono indagati per aver aiutato alcuni imprenditori a nascondere la contabilità in nero, in cambio di sontuosi compensi. La parte che avrebbero ricevuto non è dell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, ma del milione. Èquella la cifra magica, che col suo bagliore accieca gli occhi e la coscienza dei grandi servitori dello Stato, spostandoli dall’altra parte, tra i nemici dello Stato. Le notizie danno corpo al sospetto che questi altissimi ufficiali non cedessero a qualche singola avance, ma fossero stabilmente iscritti nel libro-paga delle imprese che volevano evitare i controlli. Le mazzette milionarie sono alte, ma sono proporzionali all’entità delle somme nascoste. E così si assiste a un crescendo nelle somme versate a questi ufficiali infedeli: all’inizio eran singole somme da 10mila euro, 15mila, poi son diventate 30mila, e ripetendosi han creato il monte milionario. All’inizio i corrotti si fan tentare da una piccola corruzione, timida, un assaggio, poi se quella va bene proseguono con somme più sostanziose: anche con l’Expo funzionava così, e anche col Mose. Il grosso della corruzione sta nel denaro, il resto, soggiorni qua e là, in resort di lusso, cene collettive in ristoranti chic, doni di vario genere al signore e alla signora, sono un puro contorno. Il vero problema son le valigie di euro. Noi siamo in un momento difficile della nostra storia, soffriamo le pene dell’inferno per uscire dalla crisi, siamo pagati meno, alcuni non son pagati per niente, riduciamo le vacanze, le pizze, il cinema, i vestiti, perfino gli alimentari, noi tutti, compresi i lavoratori della Guardia di Finanza: che ne è di loro, col loro piccolo stipendio di piccoli statali, ora che vedono le centinaia di migliaia e i milioni di euro sparire nelle capaci tasche dei capi dei loro capi? Lo sconforto che nasce dalla scoperta della corruzione tra i cacciatori di corruzione, crea danno in due parti della società: i contribuenti tartassati, che vedono i comandanti tartassatori intascare e nascondere, e la manovalanza dei finanzieri, quelli al cui umile, nascosto, prezioso lavoro si deve gran parte della scoperta dell’evasione. Quello del finanziere è un lavoro etico, consiste nel far sì che tutti ricevano il giusto, e che chi si accaparra l’ingiusto sia scoperto e punito. Questo esercito di lavoratori, ingiustamente non amati, ma altamente meritevoli, va in crisi se scopre che a tradire l’etica del giusto rapporto tra lavoro e compenso è chi li comanda. Vedo che da qualche parte si affaccia l’idea che qualcuno che sta in alto parli ai finanzieri, ai contribuenti, ai cittadini. E spieghi. Non solo questo scandalo, se tale resta, ma anche gli altri scandali connessi, Expo, Mose, Mps, banche varie, ammanchi, fallimenti. Come mai una banca fallisce, i suoi risparmiatori perdono tutto, poi la banca rinasce con più soldi di prima? Se è questione di uomini e non di regole, come qualcuno dice, allora come mai questi generali son diventati generali, mentre sotto di loro stanno tanti onesti, che però sono ufficiali subalterni? Lo Stato continua, anche qui, a promuovere per anzianità e non per merito? Lo Stato ci vedeo è cieco?

FerdinandoCamon

 

GIUSTIZIA ED ERRORI DEI GIUDICI

MASSIMO DE LUCA

La norma approvata mercoledì alla Camera, che introduce la responsabilità civile diretta dei magistrati, riproduce l’emendamento del leghista Pini già approvato nella scorsa legislatura e poi arenatosi al Senato. Il copione è lo stesso. I fautori della responsabilità diretta dei magistrati sostengono di adempiere alla procedura di infrazione 2230/2009, che però riguarda la responsabilità dello Stato per violazione manifesta del diritto dell’Unione Europea da parte degli organi giurisdizionali.  Questione che non c’entra nulla con la responsabilità civile diretta dei magistrati. Le sentenze della Corte di giustizia europea ci chiedono di introdurre il principio di responsabilità anche nel caso di violazione, in un processo, delle norme comunitarie, ma sempre in capo allo Stato, mai al singolo giudice. Chi sostiene il contrario non le ha lette o è in malafede. Non è nemmeno vero che approvando il principio della responsabilità civile diretta dei magistrati ci adegueremmo alla legislazione dei paesi più avanzati. Nei paesi di common lawil giudice gode di una totale immunità per i propri atti giudiziari, bilanciata dalla responsabilità politica del Congresso negli Stati Uniti e del Lord Cancelliere in Gran Bretagna. Nei principali paesi dell’Europa continentale, dalla Germania alla Francia, è prevista come da noi la possibilità di esperire un’azione risarcitoria contro lo Stato, che potrà poi rivalersi contro il singolo magistrato. È lo stesso principio della “legge Vassalli” che disciplina in Italia questa delicata materia. Chi vuole la responsabilità diretta dei giudici afferma che la “legge Vassalli” ha tradito il referendum del 1987, che sull’onda della vicenda Tortora portò all’abrogazione della legislazione precedente. Ma anche questa è una mistificazione. Con il referendum si abrogò la norma che prevedeva che il giudice rispondesse dei suoi atti solo in caso di dolo. Punto. Spettava poi al Parlamento stabilire una nuova disciplina ed è ridicolo accusare l’allora Guardasigilli Vassalli, eminente giurista, grande avvocato di estrazione socialista e sicuramente garantista, di aver voluto una legge conforme ai desiderata dei magistrati. Vassalli e con lui i parlamentari dell’epoca, piuttosto, sapevano bene che l’attività dei giudici è un unicum, non paragonabile all’attività di qualsiasi altra professione, e per questo vollero una legge che escludesse la responsabilità civile diretta dei magistrati. È solo un’eventualità che un medico possa danneggiare un paziente, dato che il medico di regola opera per guarire il malato e così l’avvocato che si spende per far vincere il cliente. Con le loro decisioni i giudici “danneggiano” sempre una delle parti in causa, dato che nel processo c’è sempre un soccombente. Consentire alla parte che si ritiene ingiustamente condannata o che ha perso la causa di agire direttamente contro il magistrato, metterebbe la giustizia ancor più in crisi. In tutti i paesi di grande tradizione giuridica le leggi che limitano la responsabilità civile dei magistrati non sono un privilegio di casta, ma servono a tutelare la libertà di giudizio del giudice e quindi l’affidamento del cittadino di avere di fronte un giudice che non sia condizionabile. Il giudice è allora completamente irresponsabile degli atti che compie? Certo che no. C’è sempre la responsabilità disciplinare e quanto alla responsabilità civile si potrebbe semplificare e rendere più incisivo il meccanismo di rivalsa dello Stato nei confronti del giudice che ha sbagliato. Il magistrato che abusa dei suoi poteri o commette evidenti errori deve risponderne, ma va tenuto fermo il principio che il cittadino che si ritiene danneggiato possa citare direttamente solo lo Stato. Altro punto da ribadire è che non possono essere sanzionati i giudici solo per questioni interpretative, a meno che non si tratti di interpretazione abnorme. Le differenze di valutazione appartengono alla fisiologia del sistema. Se l’interpretazione delle norme e dei fatti fosse sempre univoca perché dovremmo avere più gradi di giudizio? Capisco la delusione e la rabbia di una vittima di un errore giudiziario o la frustrazione di chi per anni aspetta una sentenza e chiede che il suo giudice paghi per errori e inefficienze, ma lasciare ogni giudice in balia delle azioni risarcitorie delle parti di un processo rischia di provocare il corto circuito di tutto il sistema. Per un magistrato che pagherebbe giustamente per i suoi errori, ne avremmo molti altri chiamati in causa per aver fatto il proprio dovere. Chi frequenta le aule di giustizia lo sa e anche i parlamentari dovrebbero saperlo.

Massimo De Luca

 

Orsoni patteggia e torna subito libero

Motivazione? «La decisione di autoescludersi da ogni carica politica»

Accordo per uscire con una pena di 4 mesi,manon lascia la poltrona

Per i Pm «Non è plausibile che un candidato del suo prestigio si dedicasse a raccattar fondi»

Ma sarà il Gup a dire l’ultima parola sulla congruità dell’intesa raggiunta tra la procura e la difesa

VENEZIA Alle 8.20 di ieri il sindaco Giorgio Orsoni è tornato un uomo libero, dopo una settimana di arresti domiciliari che hanno fatto il giro del globo e con in tasca un accordo raggiunto dai suoi legali (l’avvocato Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo) con la Procura per patteggiare una pena di 4 mesi e 15 mila euro di multa (sospesa) per finanziamento illecito ai partiti. «Ho dovuto pagare una goccia del mio sangue per la città», ha commentato il sindaco con chi gli chiedeva il perché di questa scelta. Intesa che, peraltro, ora passerà al vaglio del giudice per le udienze preliminari Vicinanza, che potrà confermare l’accordo o respingerlo, se lo riterrà non congruo. Ieri mattina, il giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza ha revocato la misura cautelare che aveva emesso nei confronti del sindaco Giorgio Orsoni, accusato dai pm Ancillotto, Tonini e Buccini di finanziamento illecito ai partiti, per 400 mila euro in arrivo dal Consorzio Venezia Nuova. L’inchiesta ha terremotato la città e l’Italia per i fondi neri con il quale il Consorzio è accusato non solo di aver finanziato candidati di destra e sinistra, ma soprattutto di aver pagato tangenti all’ex presidente della Regione Galan e all’ex assessore ai Lavori pubblici Chisso, oltre che agli ex magistrati alle acque Cuccioletta e Piva. Tra l’arresto e la libertà, un’«articolata e sofferta versione » dei fatti – come scrivono i pm nel dare il loro parere favorevole alla scarcerazione e al patteggiamento – resa dal sindaco di Venezia in un interrogatorio durato quattro ore, lunedì 9 giugno: ricostruzione nella quale Orsoni ammette di aver chiesto sostegno economico per la campagna elettorale a Mazzacurati, ma specificando di averlo fatto su «insistenze reiterate e pressanti del Pd, avanzate dai suoi responsabili politici e contabili Zoggia, Marchese e Mognato» – ricordano i pm – «accolte con riluttanza e soltanto dopo una sorta di intimazione ultimativa, altrimenti avrebbe dovuto provvedere con risorse personali». Orsoni ammette dunque di aver chiesto danaro, ma di non avere idea di quanti soldi siano poi arrivati al Pd: «Ho dato un conto corrente», ha detto ieri in conferenza stampa. «Argomentazione credibile», osservano i pm Ancillotto, Buccini, l’aggiunto Nordio e il procuratore Delpino, «non essendo plausibile che un candidato del prestigio del prof. Orsoni si dovesse dedicare a raccattar fondi con iniziative diffuse e petulanti », «quasi obbligato ad accedere alle consuetudini funeste dei finanziamenti neri, adeguatamente rappresentategli con argomentazioni serrate dai tre responsabili del partito, come unico mezzo per conseguire il successo». Portando a casa ammissioni e un accordo di patteggiamento che mantiene salda la tesi accusatoria, uno dei mattoni dell’inchiesta, i pm sembrano ora quasi “difendere” il sindaco, quando dice di non avere idea di quanti soldi siano arrivati dal Consorzio, quale la loro origine nera e come siano stati spesi: «È credibile che il prof. Orsoni non ne abbia tenuto la contabilità: la sua tradizione accademica e professionale era estranea alla complessa strategia finanziaria che presuppone esperienza specifica e spregiudicatezza di approcci… le sue energie rivolte a consolidare e sfruttare la propria immagine di competenza e probità sarebbero state disperse e forse compromesse nel compito, più grossolano e meccanico, di sollecitare benefici». Perché dunque l’arresto “bomba”mondiale del sindaco di Venezia a fronte di una (probabile) pena a 4 mesi? «L’articolata e sofferta versione dell’imputato da un lato si configura come ammissione di responsabilità penale in ordine al reato contestatogli, dall’altra ne mitiga la gravità, riconducendo gli episodi alla mera esecuzione di una strategia di finanziamento occulto elaborata dai vertici del partito cui lo stesso non si è opposto, ma pur per una propria debolezza, si è prestato, per la maggior autorevolezza che aveva su Mazzacurati: con quei contributi il Pd poté finanziare le iniziative promozionali che aveva minacciato di sospendere se il prof. Orsoni non vi avesse provveduto». Quadro di ammissioni confermato dal giudice Scaramuzza. Sì, dunque, alla scarcerazione, per Orsoni, con curiosità finale: «Il pericolo di reiterazione del reato, tanto più attuale quanto più prossime le nuove elezioni», scrivono ancora i pm, «è eliminato dalla volontà di autoesclusione da ogni carica politica e amministrativa manifestata dal prof. Orsoni, che elimina il rischio di inquinamento della prova legato alla valenza influente della carica ricoperta». A domanda di un giornalista in conferenza stampa- «Sindaco, si dimette?» – la risposta ieri è stata: «No».

Roberta De Rossi

 

«Mazzacurati si è vendicato ma io resto: non mi dimetto»

Il sindaco contrattacca: «Per questa vicenda mi hanno assimilato ai malfattori

Maciò che più mi addolora è la presa di distanza di qualcuno nei miei confronti»

«Ho incontrato più volte il presidente del Cvn ma dopo le elezioni per il Mose e l’Arsenale»

Non ho pai sospettato che quei fondi per la mia campagna fossero di provenienza illecita»

VENEZIA «È stata la vendetta di Mazzacurati ». Un «millantatore» quando dice di avergli portato i soldi a casa. E la provenienza illecita? «Non potevo sapere da dove venissero quei soldi. Li ho chiesti sollecitato dai partiti della mia coalizione, in particolare il Pd, preoccupati per comestava andando la campagna elettorale». Il sindaco Giorgio Orsoni torna a Ca’ Farsetti. Liberato ieri mattina, dopo una settimana di arresti domiciliari, sceglie come miglior difesa l’attacco. Arriva in motoscafo in municipio dalla Prefettura, dove è stato reintegrato nel suo ruolo, qualche minuto prima delle 13.Adattenderlo il direttore generale Marco Agostini e nel palazzo municipale un gruppo di dirigenti e dipendenti che lo salutano con un lungo applauso. È stanco e tirato, ma affronta con un certo coraggio un esercito di giornalisti, fotografi e tv. «No, non mi dimetto», risponde secco a chi gli chiede se ha pensato di andarsene. Riprende come se nulla fosse accaduto, convoca giunta e capigruppo. Ma prima si toglie qualche sassolino. «Mazzacurati? L’ho incontrato più volte dopo la campagna elettorale. Mi voleva parlare insistentemente, di Mose, di Arsenale e di altre cose. Sull’Arsenale in particolare siamo stati fortemente in disaccordo. La mia iniziativa di darlo alla città e di andare a vedere i conti non gli è piaciuta. Per questo non mi meraviglia ci sia stata una qualche vendetta nei miei confronti ». «E qualcuno», scandisce con la voce un po’ emozionata, «mi ha assimilato a un gruppo di malfattori. Ci saranno conseguenze anche gravi per questo». Pensa a querelare qualche giornale. Ma anche, si dice, a rivalersi per quella che considera una «grande ingiustizia ». Il secondo sassolino è per il Pd. Orsoni lo ripete più volte. «Quei soldi non erano per me, io soldi non ne ho mai visti. Ho dato il mio numero di conto corrente a imprenditori o presunti tali che incontravo casualmente e si offrivano di appoggiarmi. E anche a Mazzacurati. Ma soldi non ne ho mai visti». A curare entrate e uscite ci pensava il suo mandatario elettorale, il commercialista veneziano Valentino Bonechi. E gli altri fondi, circa 400 mila euro che Mazzacurati dice di averle consegnato? «Mazzacurati è un millantatore», si fa serio Orsoni, «sono stato sollecitato a chiedere altre risorse dai partiti della coalizione, e in particolare dal Pd». Orsoni non fa nomi, anche se li ha fatti nell’interrogatorio con i pm che ha preceduto il suo rilascio. Si dice sicuro di aver «chiarito nel modo più inconfutabile la sua assoluta estraneità agli episodi contestati». Il volto tradisce emozione. Ma l’avvocato ha deciso di difendersi da solo e pubblicamente. Accende il microfono nella sala degli stucchi di Ca’ Farsetti e scherza con i giornalisti. «Sono molto felice di incontrarvi dopo una settimana di riposo. Siete stati sicuramente molto impegnati con la Biennale…». Poi liquida con una battuta la vicenda che l’ha visto di colpo precipitare. «Questo provvedimento di revoca degli arresti domiciliari si commenta da solo», attacca, «dopo una settimana e una lunga chiacchierata lunedì con i pm. Veramente era un pezzo che chiedevo di incontrarli per chiarire la mia posizione, ma ho dovuto aspettare ». «Non ho mai sospettato che quei fondi destinati alla mia campagna elettorale fossero di provenienza illecita», ha ripetuto, «non lo potevo sapere anche perché ho saputo solo al termine della campagna l’elenco dei miei sostenitori. Come sapete non mi sono proposto io a fare il sindaco. Era la terza volta che me lo proponevano, e purtroppo non ho avuto la forza di dire di no». «Quello che mi ha addolorato di più in questa vicenda, dice Orsoni con un filo di voce, «è la distanza presa da qualcuno nei miei confronti. Chi? I giornali li leggete anche voi, no?». Infine un bilancio sulla sua gestione del Comune. Destinata comunque a concludersi presto. «Credo di aver gestito la città nel modo migliore possibile. Opponendomi a tutti i concessionari che in città operano e continuano ad operare. Mi sono opposto a coloro che vogliono sfruttare la città. Per questo mi sono fatto tanti nemici».

Alberto Vitucci

 

LO SFOGO con i consiglieri

«Io non c’entro nulla con questo pantano»

Nell’incontro con i capigruppo Orsoni si è detto stanco, ma con la coscienza pulita

VENEZIA Raccontano di un sindaco amareggiato ma deciso a far valere le proprie posizioni, di un sindaco che ha parlato di una “politica debole” e che non ha nascosto la sua perplessità nei confronti della magistratura per averlo tirato in ballo per una vicenda che, con i reati contestati alle altre persone arrestate, come la corruzione e il riciclaggio, non c’entra nulla. «Io di quel sistema non faccio parte». Tanto più che non era lui, come aveva già occupato in conferenza stampa, ad occuparsi della raccolti di fondi per la campagna elettorale. Raccontano questo i consiglieri comunali che ieri pomeriggio, dopo la riunione di giunta e prima di quella di maggioranza hanno partecipato all’incontro dei capi- gruppo. Rispondendo alle loro domande – secondo quanto raccontano gli stessi consiglieri – Orsoni avrebbe spiegato di non aver ancora patteggiato, madi stare valutando la possibilità. Una scelta che, a suo dire, non andrebbe letta come ’ammissione di responsabilità – come sostiene invece l’opposizione, una scelta sulla quale anche il Pd nutre qualche dubbio – ma come la volontà di «uscire quanto prima da questo pantano con il quale non c’entro nulla», secondo gli appunti presi da alcuni consiglieri. Orsoni ha poi aggiunto di avere la coscienza pulita, ha spiegato di non essersi mai occupato della raccolta di fondi e di essersi pentito di aver accettato l’invito, che già aveva rifiutato in passato per due volte, di candidarsi a sindaco della città. Ha spiegato di essere stanco e di valutare anche le dimissioni, ma preferibilmente solo dopo l’approvazione del bilancio a patto che, ovviamente, ci sia una maggioranza disposta ad accompagnarlo in questo non facile percorso. Dopo l’incontro con tutti i capi-gruppo quello con le forze di maggioranza, che si è conclusa a tarda sera. Questa mattina un nuovo vertice di maggioranza per decidere come e se andare avanti, anche se lo spettro delle dimissioni è sempre più probabile a Ca’ Farsetti.

(f.fur.)

 

Tribunale della Libertà, oggi i primi riesami

Arriva il momento delle prime sentenze, seppur a livello di riesame, per gli arrestati dell’inchiesta Mose. Oggi, negli uffici al quarto piano della cittadella della Giustizia a Venezia, primo appuntamento davanti ai giudici del Tribunale della Libertà. Di fronte a loro sfileranno i difensori di tre indagati: le udienze fissate sono quelle per il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (accusato di finanziamenti elettorali illeciti dal Consorzio Venezia Nuova), il titolare della Selc, Andrea Rismondo, e il presidente del Coveco, Franco Morbiolo, questi ultimi accusati di corruzione. Rismondo si trova ai domiciliari, Marchese e Morbiolo, due delle figure di spicco dell’inchiesta, sono dal 4 giugno in carcere. Ascoltati i difensori, i tre giudici del Riesame si riuniranno in camera di consiglio, entro sera a potrebbero arrivare le prime decisioni. Dal 18 giugno iniziano le udienze per Stefano Boscolo, Luciano Neri e Federico Sutto. Non hanno invece presentato istanza al riesame gli avvocati dell’assessore regionale Renato Chisso.

 

Zoggia e Mognato si ribellano

«Quereliamo: mai partecipato a incontri per finanziare il partito democratico»

VENEZIA «Qualsiasi tentativo di accostare il mio nome all’inchiesta sul Mose è pura illazione: ho già dato mandato ai miei legali di tutelare la mia onorabilità». Così Davide Zoggia, parlamentare veneziano del Pd tirato in ballo negli interrogatori dal sindaco Orsoni per i presunti finanziamenti illeciti ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova, rispedisce le accuse al mittente. «Non ho mai partecipato a riunioni in cui si discutesse di finanziamenti illeciti», dice, «il mio ruolo nella campagna elettorale era di natura politica». Simile la reazione di Michele Mognato, parlamentare Pd all’epoca vicesindaco della giunta Cacciari. «Non ho mai preso parte a incontri nel corso dei quali si siano soltanto ipotizzati finanziamenti illeciti», scrive in una nota, «qualsiasi accostamento del mio nome a questa vicenda rappresenta una mera illazione e in quanto tale ho già dato mandato ai miei legali di tutelare il mio nomee la mia onorabilità». I due parlamentari veneziani del Pd non ci stanno dunque a essere accostati alla vicenda dei finanziamenti illeciti. Era stato il sindaco Giorgio Orsoni, nell’interrogatorio di lunedì, a spiegare che la sua richiesta di finanziamenti, che riteneva perfettamente leciti, era dovuta alle insistenze dei responsabili politici e contabili del partito democratico, in particolare appunto Giampietro Marchese (il tesoriere), l’allora responsabile degli enti locali nazionali ed ex presidente della Provincia Davide Zoggia, il vicesindaco ed ex segretario del partito Michele Mognato. Secondo il primo cittadino delle spese per la campagna elettorale lui non si sarebbe mai interessato. Ci pensava il suo mandatario, il commercialista veneziano Valentino Bonechi. E per il resto «i partiti della coalizione e in particolare il Pd, il partito maggiore». Marchese, in carcere per altre accuse della stessa inchiesta, ovviamente non replica. Lo fanno invece Zoggia e Mognato. Che insistono sulla «piena legittimità » della loro azione nella campagna elettorale che poi portò Orsoni a conquistare la poltrona di sindaco, battendo nettamente il candidato del centrodestra, appoggiato dal governo Berlusconi e dal presidente della Regione Galan, Renato Brunetta. Anche Brunetta aveva ricevuto finanziamento da imprese del Consorzio. «Ma tutti regolari, ricevuti con bonifici e denunciati», ricorda il responsabile della sua campagna elettorale Michele Zuin.

(a.v.)

 

«Tra persone di mondo si usano maniere discrete»

La scrittura ha sapore d’altri tempi: «Tra persone di mondo questi affari si regolano con comportamenti concludenti e discreti, senza formule sacramentali e atteggiamenti grossolani. È dunque perfettamente plausibile che la “consegna a domicilio” riferita dall’ing. Mazzacurati sia stata una pura e semplice collocazione di una busta anodina in una stanza qualunque con vereconda indifferenza, seguita dalle consuete reciproche manifestazioni di cavalleresche cortesie. Nessuna persona ragionevole può pensare che un tale incontro, imbarazzante per entrambi, si sia concluso con una metodica verifica contabile di una frusciante mazzetta». Così, nel provvedimento con il quale danno parere favorevole al ritorno in libertà del sindaco, i pm trovano la quadra tra l’ingegner Mazzacurati che dice di aver consegnato personalmente al sindaco, nella sua casa di San Silvestro, in più occasioni, contributi elettorali per 450mila euro; e il sindaco Orsoni che nega risolutamente qualsiasi consegna brevi manu: «È un millantatore», ha detto in conferenza stampa. La Procura sottolinea la sostanza: «Entrambi ammettono che il contributo fu versato per sovvenzionare una campagna elettorale che si presentava movimentata e costosa e che dopo l’iniziale versamento vi furono diverse sollecitazioni del candidato sindaco al presidente del consorzio per finanziamenti ulteriori».

(r.d.r.)

 

Elezioni, le imprese pagano tutti

Nella campagna 2010 fondi anche per Brunetta. Zuin: «Ma era tutto registrato»

VENEZIA Chi paga la campagna elettorale? Il clamoroso arresto del sindaco Orsoni – e la sua scarcerazione dopo una settimana e due interrogatori – ripropone il tema del finanziamento ai partiti. Abolito quello statale da una legge dello Stato e dal referendum, restano i contributi più o meno volontari che vengono ai candidati da industriali, imprenditori e singoli cittadini. Nel caso dell’inchiesta Mose i magistrati accusano Orsoni di aver ricevuto finanziamenti di provenienza illecita dal presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. «Non potevo immaginare da dove venissero i finanziamenti delle imprese», si è difeso Orsoni, «e in ogni caso questi sono stati consegnati al mio mandatario e al comitato elettorale composto dai partiti che mi sostenevano». Centinaia di migliaia di euro versati secondo Orsoni nella cassa dei tesorieri della campagna. E usati per fini assolutamente leciti, come le pubblicità su radio, giornali e tv, i volantini e le brochure, le iniziative elettorali. Un reato, hanno ripetuto in questi giorni i difensori del sindaco- avvocato, tutto da provare, che sta comunque su un piano assolutamente diverso da quelli contestati alla «cupola » della corruzione, che pagava per ottenere favori e pareri addomesticati sulla grande opera. I finanziamenti dai privati sono del resto ormai una costante delle campagne elettorali di tutti i candidati. Che organizzano cene di lusso con imprenditori e finanzieri proprio allo scopo di raccogliere fondi. È il caso di Renato Brunetta, fedelissimo di Berlusconi, economista, ex ministro, che nel 2010 correva contro Orsoni per conquistare la poltrona di sindaco. Famosa la sua cena all’hotel Monaco con imprenditori e soggetti economici veneziani. «Ma i nostri contributi non superavano qualche migliaio di euro alla volta», ricorda Michele Zuin, allora responsabile della campagna di Brunetta insieme a Alessandro Danesin, «e tutto era registrato ufficialmente. Niente soldi, ma versamenti nel nostro conto corrente. Tutto documentato». Tra le imprese finanziatrici di Brunetta – che allora era più di Orsoni sostenitore del Mose – ci sono state anche imprese del Consorzio Venezia Nuova. «È possibile», conferma Zuin, «del resto io non li conosco tutti gli imprenditori che fanno parte del Consorzio Venezia Nuova». Ma per i fondi del Consorzio a finire nei guai è stato il sindaco Giorgio Orsoni. «È stata una vendetta di Mazzacurati »,ha detto ieri.

(a.v.)

 

L’interrogazione di pigozzo (Pd)

MEOLO «A oggi l’iter della Via del Mare non è stato fermato. Perché?». L’interrogativo, rivolto al governatore Zaia, arriva dal consigliere regionale del Pd, Bruno Pigozzo, dopo che il discusso progetto della superstrada Meolo- Jesolo è finito anch’esso nei verbali dell’inchiesta legata allo scandalo delle tangenti sul Mose. Pigozzo prende spunto dall’intervento che Zaia ha fatto l’altro ieri in Consiglio regionale. «Passando in rassegna gli interventi prioritari delle opere interessate dalle ditte indagate, Zaia ha preso le distanze dalle scelte fatte prima del suo mandato. Tralasciando il fatto che la Lega è presente nel governo regionale dal 2000 e che Zaia è stato vicepresidente dal 2005 al 2010, voglio richiamare la sua attenzione su questioni recenti », spiega Pigozzo, «nell’elenco delle opere che ha citato, ha richiamato anche la via del Mare. Il 9 agosto 2013 avevo presentato un’interrogazione a Zaia per chiedere che la gara fosse sospesa, dal momento che i responsabili di Adria Infrastrutture e del consorzio Via del Mare erano stati coinvolti nell’inchiesta riguardante il Gruppo Mantovani. Quella mia interrogazione è senza risposta e l’iter non è stato fermato. Perché?».

(g.mon.)

 

Gazzettino – “Troppi indagati, fermare la Via del Mare”

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12

giu

2014

MEOLO – Interrogazione di Pigozzo in Regione

MEOLO – Nonostante la bufera giudiziaria, la “Via del mare” Meolo-Jesolo continua il suo iter. «Fermatela» era la richiesta fatta alla Regione un anno fa, e che oggi ripete Bruno Pigozzo, consigliere regionale e vicepresidente della commissione Trasporti. «In Consiglio regionale – spiega Pigozzo – il governatore Zaia, passando in rassegna gli interventi prioritari delle opere interessate dalle ditte indagate, ha richiamato anche la “Via del mare” Meolo-Jesolo: un progetto del 2007, riconosciuto nel 2012 di pubblica utilità dalla Regione e con diritto di prelazione del soggetto proponente (le società “Adria Infrastrutture Spa”, “Strade del Mare Spa” e il consorzio “Via del Mare”), messo a gara nel 2013. Il 9 agosto 2013 avevo presentato un’interrogazione a Zaia per chiedere che quella gara fosse sospesa, dal momento che i responsabili di “Adria Infrastrutture” e Consorzio “Via del Mare” erano stati coinvolti nella inchiesta della Procura riguardante il Gruppo Mantovani. Ma ad oggi – conclude Pigozzo -, quella mia interrogazione è senza risposta e l’iter non è stato fermato. Zaia non può far finta di nulla, oggi che su quelle ditte continuano a gravare pesanti sospetti di corruzione”.

(e.fur.)

 

COMUNICATO STAMPA OPZIONE ZERO – 12 GIUGNO 2014

“Fermare subito il debito perverso del Passante”

Zaia blocchi subito i project bond sul Passante e l’indebitamento perverso di CAV spa.

Non ci sono più scuse: le principali ditte che hanno costruito il Passante sono implicate nello scandalo MOSE.

I motivi dei costi spropositati del by-pass di Mestre sono sotto gli occhi di tutti.

Grandi opere uguale malaffare: Moratoria immediata su tutti i grandi progetti e sul Project Financing.

 

Il vaso di Pandora è aperto. Quello che emerge in modo chiaro e inequivocabile è che il “sistema” delle Grandi Opere e del Project Financing sono pensati e strutturati per alimentare lobby politiche e affaristiche delinquenziali a danno dei lavoratori e dei cittadini.

Al Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che ora interpreta la parte dell’alieno, bisogna ricordare che oltre alle responsabilità penali esistono anche quelle politiche.

Se come dice la sua intenzione è quella di mettere in campo una lotta senza quartiere alla corruzione il primo atto da fare è bloccare l’emissione di Projcet Bond per il Passante di Mestre.

Il prossimo luglio parte infatti la società pubblica CAV SpA (partecipata da ANAS e Regione Veneto) emetterà  titoli obbligazionari sui mercati finanziari per 700 milioni di euro. Si tratta della prima operazione di svendita di un’opera pubblica in Italia; per l’acquisto dei titoli sono già in “pole position” Royal Scotland Bank, Unicredit, Societè Generale, Intesa e Bnp Paribas.

L’emissione dei Project Bond aprirà un altro buco” dopo quello già aperto solo qualche mese fa dalla stessa CAV con Cassa Depositi e Prestiti e con Banca Europea degli Investimenti per altri 423,5 milioni di euro.

Tutto nasce dal fatto che CAV con il gettito di pedaggi non riesce a restituire circa 1 miliardo di euro, soldi anticipati da ANAS per la costruzione dell’opera.

Si tratta di un’operazione assurda visto che il Passante è stato interamente costruito con soldi pubblici, ma la sua gravità è addirittura accresciuta da quanto emerge dai fatti di questi giorni.

Il Presidente Zaia questa volta non può dire di non sapere visto che la Corte dei Conti italiana già nel 2011 sollevava gravissimi dubbi su vari aspetti della costruzione dell’opera: la mancanza di controlli e di supervisione, la possibilità di infiltrazioni della criminalità organizzata nei subappalti, e soprattutto l’aumento ingiustificato dei costi da circa 750 milioni di euro preventivati inizialmente a 1,4 Miliardi di euro finali.

Ma ora sono chiari anche i veri motivi della lievitazione spropositata dei costi visto che tra le imprese più importanti che hanno costruito il Passante di Mestre troviamo le stesse ditte del Consorzio Venezia Nuova ora al centro dello scandalo:  Mantovani, FIP, Co.Ve.Co. e Grandi Lavori Fincosit.

Le spericolate operazioni finanziarie di CAV SpA sono state avallate dall’attuale Giunta Regionale in carica con le delibere n. 199272012 e 49372013 e dai suoi rappresentanti politici nel Consiglio di Amministrazione della società (tra questi fino a poco tempo fa anche l’arrestato Giampietro Marchese).

Ora il quadro è inequivocabile, non esistono più alibi; se davvero per il Presidente Zaia contano più i fatti che le parole allora lo dimostri subito bloccando la spirale perversa del debito del Passante.

 

Gazzettino – Galan e Chisso, i conti non tornano

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12

giu

2014

Corrotti e corruttori, quanti insulti

TANGENTI MOSE Un teste su Mazzacurati: diceva che con 7 milioni ci campava sì e no tre o quattro anni

Galan e Chisso, i conti non tornano

Per l’accusa l’ex governatore ha oltre un milione di spese non giustificate, l’ex assessore quasi 250mila euro

SOLDI – Redditi, entrate e uscite, stato patrimoniale. Dai faldoni di indagine escono i conti dell’ex governatore Galan e dell’assessore Chisso. E le cifre, secondo gli investigatori, non corrispondono.

LIQUIDAZIONE – E un teste mette a verbale ciò che il presidente del Consorzio Mazzacurati pensa della sua buonuscita: con 7 milioni ci campo 3-4 anni.

Intercettazioni: il problema di come far sparire “il nero”

Auto, barche, case, società: ecco la fotografia della Finanza

Dichiara entrate per 1,4 milioni e uscite per 2,4 in 10 anni

La villa, secondo i finanzieri, non vale 1 milione e 376mila euro come dichiarato, ma 1 milione e 725mila euro. È intestata per il 98,08% a Galan e per l’1,92% alla moglie Sandra Persegato

AI RAGGI X Gli accertamenti della Guardia di Finanza su beni e possedimenti di Giancarlo Galan

Galan, i conti non tornano

Cassette di sicurezza e conti correnti. Barche e macchine. Case e casette. Appartamenti e villini. E la Guardia di finanza mette in fila tutto, elencando ad uno ad uno i beni di Giancarlo Galan e della moglie Sandra Persegato. Ne esce il ritratto di una famiglia che, come dire?, non vive proprio seguendo i dettami di Sparta. Anche perchè dichiara entrate complessive per 1 milione e 400 mila euro e uscite per 2 milioni e 400 mila euro.
Partiamo dalle dichiarazioni dei redditi. In 10 anni – dal 200 al 2011 – Galan non ha messo in tasca più di 1 milione di euro. Nel 2000 – diventa Governatore del Veneto nel 1995 – dichiara 74 mila 323 euro. Sua moglie zero. Nel 2011 sono 97 mila euro – nel frattempo ha lo stipendio da ministro che rimpingua le entrate. Ma mettendo tutto insieme arriviamo ad un milione di euro netti in 10 anni. La moglie, a parte il 2006 che dichiara 200 mila euro, per il resto viaggia tra zero e 30 mila. E vediamo che cosa possiede la Galan Spa.
Anzi, prima di passare agli elenchi dei beni, leggiamo la trascrizione di una intercettazione ambientale. Si tratta di un colloquio avvenuto in auto tra Paolo Venuti e un collega di studio di Venuti che è il commercialista di Galan. Ebbene i due parlano dell’inchiesta dicono che «Giancarlo è molto spaventato». Venuti aggiunge «stavo tirando giù quattro dati delle dichiarazioni vecchie che abbiamo». Ma dov’è il problema? Il problema è il “nero” si dicono i due. Come si fa a farlo sparire? «E come lo spendi? Vestiti, ristoranti, benzina? Ma paghi per quanto hai prelevato e dove l’hai prelevato? E non ho prelevato e allora come l’hai pagata la benzina? Hai voglia di andare in ristoranti, ma ci sono anche spese essenziali e se mancano i movimenti di banca, proprio perchè faccio gli extra…» Ma i due commercialisti ricordano che Galan «nei primi anni guadagnava, il suo 101 erano 250, 300 milioni di lire e a quell’epoca viveva con la mamma, cioè oggettivamente non spendeva, non dico niente, ma molto poco, per cui un milioncino di euro ai valori monetari dell’epoca, di stipendi Publitalia li ha portati a casa, poi ha avuto 700 mila euro di liquidazione, poi ha preso 400 mila euro di plusvalenze dell’Antoveneta». Quindi soldi ce n’erano un bel po’ nelle tasche di Galan, prima che diventasse Governatore del Veneto. Soldi sufficienti per spiegare il patrimonio? Possiede una Audi Q7 3.0 V6 del 2006, una Puch Pinzgauer, che è un mezzo d’assalto a 6 ruote, una Land Rover del 2010 e una Mini Morris sempre del 2010 e un Quad. Passiamo alle barche. Ha una barca a vela del 1995 di 7 metri e 2 barche a motore, una da 9 e l’altra da 8 metri e mezzo. Le partecipazioni societarie. Galan è socio accomandatario della Società Agricola Frassineto sas che è di proprietà di Margherita srl con una quota dell’1 per cento. Stessa quota detenuta nella stessa società dalla moglie, Sandra Persegato. Queste due società, come abbiamo detto, sono di Margherita srl, di proprietà al 100 per cento dei due Galan. Sandra Persegato è socio di Edil Pan con una quota del 17,5 per cento. Galan è proprietario al 100 per cento di Franica Doo, una società ungherese. La villa di Cinto Euganeo risulta di proprietà al 98,08 per cento di Galan e dell’1,92 della moglie. Sempre Galan ha la nuda proprietà per un terzo del villino di via Vecellio a Padova in usufrutto alla madre ed è proprietario al 100 per cento senza usufrutto dell’abitazione di viale Bligny 54 a Milano. I conti correnti dei Galan invece piangono lacrime e sangue. Al Monte dei Paschi ci sono mille euro e 2 centesimi. Altri 13 mila euro Galan li ha in due conti correnti del banco di Napoli. E altri 6 mila e 700 euro in Veneto Banca dove ha fatto investimenti però per 122 mila 250 euro. La moglie ha 2 mila e 63 centesimi in conto corrente presso la Banca popolare di Vicenza e uno scoperto di 886 euro in Veneto Banca. L’ex Governatore ha investito 6 mila 250 euro nella società Ihfl tramite la fiduciaria Sirefid. La moglie ha investito 10 mila euro nella società Amigdala tramite la fiduciaria Sirefid. Galan ha una cassetta di sicurezza al Banco popolare e la moglie ne ha due presso la Banca popolare di Vicenza. La villa secondo i Finanzieri non vale 1 milione 376 mila – come dichiarato – ma 1 milione 725 mila. Al 30 giugno 2013 risultavano al nucleo familiare Galan disponibilità per 161 mila 197 euro.

 

ARRESTO A giorni sarà sentito in Procura. Camera, la Giunta per le autorizzazioni avvia l’iter

L’ex Doge: «Non c’è nessuna discrepanza»

L’AVVOCATO FRANCHINI «Risposta all’ordinanza punto per punto»

IL DIFENSORE «Il tenore di vita dell’ex assessore molto sotto le sue possibilità»

VENEZIA – Giancarlo Galan sarà sentito a giorni, probabilmente la prossima settimana in Procura a Venezia. Il deputato di Forza Italia – su cui pende una richiesta di arresto per lo scandalo Mose, che giusto ieri, a Roma, ha iniziato il suo iter in Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera – dovrebbe essere sentito dal procuratore capo, Luigi Delpino, e dall’aggiunto, Carlo Nordio. Il giorno della comparizione, però, non è ancora stata fissato. Ieri, per concordare l’incontro, sono arrivati negli uffici lagunari veneziani i due difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini. Quello di Galan non potrà essere un interrogatorio, non previsto dalla procedura in caso di sospensione di una misura cautelare, ma una cosiddetta dichiarazione spontanee. «Faremo una dichiarazione, punto su punto, su quello che viene contestato nell’ordinanza» ha anticipato Franchini. All’ex governatore del Veneto vengono contestati più episodi di corruzione, addirittura di essere stato a libro paga del Consorzio Venezia Nuova con uno stipendio di un milione l’anno. Ieri l’avvocato Franchini ha ribadito la strategia difensiva: «É accusato falsamente. Giustificheremo anche l’aspetto patrimoniale. Non c’è discrepanza tra patrimonio e dichiarato. I calcoli sono stati fatti partendo dal 2000, ma già prima c’era un patrimonio importante. Per il suo lavoro in Publitalia, Galan aveva avuto guadagni rilevanti e pure una liquidazione rilevante».
A Roma, intanto, l’esame della richiesta di autorizzazione a procedere è cominciata con l’esposizione del caso da parte del relatore, Mariano Rabino, per poi aggiornarsi alla prossima settimana. Da esaminare ci sono i 18 faldoni di atti, trasmessi giusto ieri, da Venezia. L’audizione di Galan è stata già stata fissata tra due settimane, ma l’interessato nel frattempo potrebbe inviare anche memorie o chiedere di essere ascoltato prima.

 

A Chisso “contestati” 248mila euro

L’avvocato Forza: le Fiamme Gialle si sono dimenticate pensione del padre, Tfr, premi assicurativi

MESTRE – Galan e Chisso. Chisso e Galan. E’ stato così per tre lustri. I due erano “in banco insieme” in Regione. Anche adesso si trovano in banco insieme, ma stavolta è quello degli accusati perchè entrambi sono accusati di aver incassato mazzette a non finire. La Finanza ha passato al setaccio la vita dei due e quel che salta agli occhi è la sproporzione evidente tra i beni posseduti da Galan e quelli di Chisso. Eppure la dichiarazione dei redditi dei due sembra una fotocopia. 1 milione ha dichiarato Galan dal 2000 al 2011 e 926 mila euro ha dichiarato Renato Chisso. Come dire che lo stipendio da Governatore del Veneto è abbastanza simile a quello di un assessore regionale. Ma è la differenza tra entrate e uscite che è enorme. Galan ha oltre 1 milione di euro da giustificare – in 10 anni – mentre Chisso ne 248 mila. Sempre in 10 anni.
Stando alla scheda stilata dalla Guardia di finanza per la Procura, Renato Chisso non risulta avere la proprietà di alcun immobile, nè alcuna partecipazione azionaria nè in società italiane nè straniere. Per quanto riguarda le automobili, possiede una Alfa Romeo 156 del 2000. La moglie una Fiat 16. La figlia una Mercedes 180 al 50 per cento – con il marito – e una Toyota Yaris. Passiamo ai conti correnti. Chisso ne ha uno presso la Cassa di risparmio e contiene 47 mila euro. Assieme alla moglie ha un conto alle Poste con 28 mila 866 euro.
Gerarda Saccardo, la moglie, ha un conto corrente con 2 mila 571 euro presso la Carive, 2 mila 679 sono nel conto della Banca Mediolanum. Gerarda Saccardo risulta però aver fatto investimenti per 175 mila 557 euro ed ha una cassetta di sicurezza alla Banca popolare di Vicenza. Assieme al marito ha un libretto delle Poste con un saldo di 28 mila 866 euro. Anche la figlia ha due conti correnti, uno al Credito emiliano per 23 mila euro e uno alla Mediolanum per 218 euro ed ha effettuato investimenti per 99 mila 965 euro. Renato Chisso risulta aver passato alla figlia 2 mila euro al mese da maggio 2008 a giugno 2013. In tutto si tratta di 153 mila euro di bonifici fatti all’unica figlia, compresi i bonifici per l’acquisto di un immobile al mare. Mettendo insieme tutto il nucleo familiare – conteggia la Finanza – la disponibilità finanziaria di Chisso è di 380 mila euro. Ma l’avvocato di Chisso, Antonio Forza, batte tutti sul tempo e contesta la ricostruzione fatta dalla Finanza. Secondo il commercialista incaricato da Forza, la Finanza si è dimenticata di registrare il reddito del padre di Renato Chisso, Primo, morto un paio di mesi fa. Chisso infatti vive nella stessa casa nelle quale è nato e fino a poco tempo fa divideva con il padre. Ebbene Primo Chisso aveva la sua pensione – circa 27 mila euro l’anno, che non figurano da nessuna parte. Non solo, non sono stati conteggiati gli arretrati della pensione – rileva l’avv. Forza. Infine, altra dimenticanza, Renato Chisso si è fatto dare un anticipo sul Tfr in quanto funzionario in aspettativa della Carive. Si tratta di altri 42 mila euro (41.892,76 per l’esattezza) che Chisso ha incassato nel 2007 dalla Cassa di risparmio ed ha utilizzato per la figlia. Infine la Finanza non ha conteggiato circa 100 mila euro di premi assicurativi che ha incassato la moglie. Insomma ce n’è abbastanza, secondo l’avv. Forza, per dire che il livello di vita dell’assessore regionale alle Infrastrutture è molto al disotto delle sue possibilità. Dunque, secondo Forza i 248 mila euro di spese in più rispetto alle entrate devono essere corretti. Chisso ha speso almeno 500 mila euro in meno rispetto a quanto ha incassato. Questo il conto della Difesa.

M.D.

 

Fischi e insulti contro i motoscafi blu della Regione

VENEZIA – Dopo lo scandalo delle mazzette legate al Mose e gli arresti in Regione, l’indignazione popolare non risparmia i motoscafi blu. A Palazzo Ferro Fini si racconta di fischi e insulti lanciati in Canal Grande quando passano le barche che trasportano assessori e consiglieri regionali, impegnati questa settimana nei lavori dell’assemblea legislativa. Motoscafi facilmente riconoscibili, visto che hanno la scritta della Regione. Gli arresti dell’assessore Renato Chisso e del consigliere Giampietro Marchese hanno destato del resto molto scalpore.
Intanto, tra i due gruppi consiliari di Forza Italia il tema della sostituzione in giunta di Chisso provoca scintille. Da una parte Moreno Teso ha chiesto al governatore Luca Zaia di nominare un tecnico e di sottoporlo al voto di fiducia del consiglio. Dall’altra parte Piergiorgio Cortelazzo ha replicato che il nuovo assessore deve essere un politico:«Altrimenti devono essere tecnici tutti gli assessori, perché solo quello ai Trasporti»?. Il rimpasto, del resto, è duplice – Remo Sernagiotto che volerà al Parlamento europeo e Chisso che si è dimesso dopo l’arresto – ed è tutto in casa azzurra, anche se riguarda i due distinti gruppi. Zaia non ha preso alcuna decisione: «L’acqua è ancora torbida, a tuffarsi si rischia di finire su uno scoglio e farsi male».

(al.va.)

 

Alla vigilia dell’arresto l’ingegnere voleva una buonuscita migliore «Penso che molte provviste restassero a lui, so quali costi aveva…»

I VERBALI DI SAVIOLI – L’uomo del Consorzio racconta l’allegra gestione del vecchio “pater familias”

Mazzacurati l’esoso: «Con 7,5 milioni campo solo 3-4 anni»

I 7 milioni e mezzo di buonuscita non bastavano all’ingegner Giovanni Mazzacurati, che ne avrebbe voluti 10. I 7 milioni e mezzo alla fine restano tali, ma la richiesta stupì persino gli uomini del Consorzio Venezia Nuova. Succedeva nel luglio dell’anno scorso, alla vigilia dell’arresto di Mazzacurati. E un mese mezzo dopo, è Pio Savioli – nel frattempo finito agli arresti domiciliari – a far mettere a verbale quello che gli avrebbe riferito l’avvocato Alfredo Biagini a proposito di quella buonuscita “insufficiente”. Mazzacurati «”aveva fatto un po’ di conti e voleva portare i 7 milioni e mezzo a 10, perché dice che con 7 milioni e mezzo campa – chiedo scusa della parola un po’ così – campa 3 o 4 anni” – ecco le parole che Savioli attribuisce a Biagini -. E siamo rimasti tutti un po’ così».
Racconta anche questo il consulente del Coveco, il consigliere delle cooperative all’interno del Consorzio Venezia Nuova, che con i suoi verbali ha contribuito a costruire il castello accusatorio che ha portato a questa nuova inchiesta sul sistema Mose. Pagine e pagine di interrogatori condotti dal pubblico ministero Paola Tonini, con gli uomini della Guardia di Finanza, tra luglio e ottobre scorsi e ora all’interno di quei 18 faldoni di atti che accompagnano l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, Alberto Scaramuzza.
Savioli, spesso messo alle strette dagli investigatori, racconta un po’ di tutto: dei pagamenti da parte delle aziende al Consorzio per creare i fondi neri, del vorticoso giro di soldi, degli appetiti crescenti, dell’asservimento del Magistrato alle acque al Consorzio Venezia Nuova. É sua la frase sul Magistrato che firmava anche la carta igienica usata, se arrivava dal Consorzio.
Ma interessanti sono anche le pagine dedicate alla figura di Mazzacurati. Un “pater familias”, lo definisce Savioli, per le imprese che fa lavorare, ovviamente senza gare. Ma anche un distributore dei soldi delle stesse imprese. Tra le tante, Savioli racconta di 20mila euro lavori di asfaltatura per il Comune di Padova eseguiti dalla Clea. Gratis. Lo spiega come «un piacere a Padova, che è sempre stato un Comune vicino, dove c’erano sia Galan che Zanonato, che tutti. Niente, così. Ma ce ne sono tante di cose così». Savioli porta l’esempio del restauro di un tetto di un convento in Toscana, su richiesta dell’ex sindaco di Chioggia. Lavoro «che non è toccato a me per fortuna» aggiunge. «Venezia Nuova – spiega – si sentiva molto investita di un ruolo di sponsorizzazione, di aiuto». E «sponsorizzazioni ce ne sono, libri, robe di questo genere, finché vuole. E non parlo dei libri, quelli che vengono fatti come strenne annuali, anche altre cose: ricerche, un po’ di tutto. Cioè, Venezia Nuova fatturando negli ultimi anni 400-500 milioni tentava di mantenere un rapporto con il circondario di un certo tipo, su questo non c’è dubbio. A me è toccato questo, probabilmente ad altri sono toccate altre cose».
Savioli racconta anche del clima degli ultimi mesi in Consorzio, quando, con il fiato sul collo della Guardia di Finanza, e soprattutto con le voci sugli interrogatori di Piergiorgio Baita, l’ex presidente della Mantovani, Mazzacurati decide di lasciare la presidenza. Ed è a questo punto che si parla della buonuscita. Savioli riferisce di aver telefonato a Mazzacurati che gli disse: “Bisogna che ci vediamo, perché dobbiamo mettere a posto la questione dei soldi”. Lui si spaventa, teme intercettazioni («A me sono venuti i capelli ricci») e si precipita dall’avvocato del Consorzio, Biagini, che gli spiega che la buonuscita resterà di 7 milioni e mezzo, anche se Mazzacurati ne voleva 10. In un’altra occasione Savioli parla dei tanti figli dell’ingegnere e dei tanti costi. Fa mettere a verbale: «Ho la convinzione, purtroppo non precisa, ma credo di andarci abbastanza vicino che molti soldi di queste provviste restavano a Venezia Nuova, ergo all’ingegner Mazzacurati. Lo dico perché so i costi che ha l’ingegner Mazzacurati».

Roberta Brunetti

 

PIERGIORGIO BAITA «Era come buttare soldi in un recipiente bucato, intervenimmo una volta per tutte»

CONFIDENZE – Baita, Minutillo e i raccomandati

SOLDI A PIOGGIA «Fatturando 500 milioni sponsorizzava tutti: libri, ricerche, conventi…»

«L’azienda ha debiti? La compero»

La Mantovani acquistò società del commissario Mainardi per fare un “piacere” a Chisso

La società del super commissario per le infrastrutture è in crisi? Me la compero. La disponibilità economica della Mantovani, accompagnata alla voglia di ingraziarsi le richieste dei politici, è arrivata a questo punto. Perchè l’architetto Bortolo Mainardi, bellunese di Lorenzago di Cadore, aveva ricevuto l’incarico dal governo Berlusconi di verificare l’attuazione delle grandi opere a Nord Est. E poi era stato nominato commissario della Tav in Veneto e Friuli. Ebbene, secondo i Pm veneziani dell’inchiesta-Mose, l’assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso avrebbe chiesto a Baita di ripianare i debiti di Mainardi nella società Territorio srl che navigava in cattive acque. E Chisso, secondo l’accusa, avrebbe avuto interessi a tenere buoni rapporti con Mainardi non solo per i suoi incarichi, ma anche per la vicinanza al ministro Giulio Tremonti.
Baita ha raccontato: «I rapporti con Mainardi sono stati di due tipi, anche se poi sono confluiti in un unico rapporto. Il primo è stato un incarico professionale di affidamento a Territorio, il coordinamento della preparazione della proposta di project per la prosecuzione della A27, e successivamente abbiamo rilevato la società Territorio srl». Che tipo di favore fu? «Il favore è stato fatto su richiesta dell’assessore Chissso che riteneva di investire nel rapporto con Mainardi, posto che Mainardi aveva una posizione che avrebbe potuto essere utile all’assessore Chisso. Èun favore che abbiamo fatto, neanche di particolare impegno, perché era del tipo di dare incarichi professionali. È il favore più corrente e più frequente».
Perchè l’acquisto della società? «Era inutile mettere dell’acqua su un recipiente bucato. La società aveva debiti, ma se noi gli mettevamo l’incarico si salvava, ma se continuava a fare debiti era come mettere acqua dentro un recipiente bucato. Per cui abbiamo preferito fare un favore una volta per tutte, rilevare la società e basta, perché sennò sarebbe stato continuamente. Mi pare che fosse 80 mila euro, una cosa così, il valore debiti/crediti».
La circostanza è confermata da Nicola Buson, responsabile finanziario di Mantovani: «Credo sia stato un piacere, più che un affare. Un piacere reso a qualche amico, a un amico in particolare del Bortolo Mainardi che credo sia Renato Chisso. Mainardi aveva fatto delle attività per noi, ma erano poco… lui voleva tenerla quella società, ma non riusciva a farla decollare, non riusciva a farla funzionare, e decidemmo di acquisirla, insomma, rispondendo a una sollecitazione del Chisso, credo. Aveva fatto degli studi relativamente a un intervento, quello del prolungamento dell’autostrada verso Cortina».

 

PAROLA DI BAITA «Costa fu messo al Porto dall’ingegnere»

«Costa è succube di Mazzacurati, al Porto l’ha messo Mazzacurati». Lo dice l’ex ad di Mantovani, Piergiorgio Baita, per spiegare ai pm quale fosse il potere dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova nei confronti dell’autorità portuale. «Quando si è trattato di fare la nomina di Costa presidente dell’Autorità portuale Mazzacurati si è molto adoperato per superare l’ostilità dell’assessore Chisso, che non voleva Costa, ma Michele Gambato (presidente di una controllata della Regione, ndr.)». «È stato Mazzacurati – racconta sempre Baita – a fare da mediatore con Galan, perché Galan mediasse su Matteoli e Matteoli desse l’indicazione di Costa, indicato nella terna del centronistra». In un altro interrogatorio è Pio Savioli, consigliere del Consorzio, a raccontare di un finanziamento a Costa di cui gli parla Baita: «Mi incontrò in campo Santo Stefano e mi disse che stava andando a fare un bonifico secondo legge per il professor Costa, parlo della volta che è diventato sindaco».

 

LE INTERCETTAZIONI

INTERCETTAZIONI Le sorprese nei 18 faldoni delle indagini

Nessuno si fida di nessuno

Veleni tra gli intercettati

Parenti serpenti? E che dire di questa compagnia di giro che ruotava attorno alle mazzette? Bisogna leggere i verbali, ma soprattutto le intercettazioni telefoniche ed ambientali per capire quanto poco buon sangue corresse tra gli uni e gli altri. Basti dire che William Colombelli, il console onorario di San Marino in Veneto, quello che inventa il sistema delle fatturazioni false per “retrocedere” decine di milioni di euro a Piergiorgio Baita, si fida talmente tanto che registra i colloqui con Baita ed è grazie a quelle registrazioni, lo ammettono gli stessi Finanzieri, che la più grande inchiesta sulla corruzione in Laguna prende il volo. Se Colombelli non avesse registrato il colloqui non Baita non saremmo arrivati a quella che è stata soprannominata la Retata Storica. Ma nei 18 faldoni finora consegnati dalla Procura di Venezia c’è di tutto e di più. Prendiamo una telefonata di Claudia Minutillo che con Piergiorgio Baita parla del contratto che deve fare alla figlia di Giovanni Artico, funzionario della Regione che in quei mesi tiene bloccato il Consorzio.
Lei sbuffa e dice che «la gente non si fida nemmeno più della propria ombra» e aggiunge che Artico «è uno spaccacazzi allucinante». Ma Artico insiste perchè la figlia sia assunta anche se non è questo granchè. «Valentina è meno capace di Alice» le dice Flavia Faccioli, l’addetta stampa del Consorzio. Valentina è Valentina Artico e Alice è la sorella della moglie di Giacomo, figlio di Baita. Che Artico non fosse un lord inglese del tutto indifferente alla “palanca” lo si scopre da un’altra intercettazione. Al telefono Artico e la Minutillo. L’ingegnere della Regione telefona per trattare addirittura il compenso per la figlia «Non i 600 euro al mese» – si raccomanda. No, almeno 1.200-1300 assicura la Minutillo. E Artico. «Mi ero dimenticato di chiedere queste cose a Baita e Baita non mi risponde». Chissà come mai. Sparlato di Artico, Claudia Minutillo ne ha anche per Baita. In una intercettazione ambientale si sente che scoppia in lacrime con Renato Chisso e dice che non ce la fa più. Si sente sola, persa, si lamenta di essere stata fatta fuori.
Da chi? Da Baita. «Quando io gli dico aiutami a risolvere questa cosa, mi dice di non rompere i coglioni». Baita dimostra il massimo della delicatezza però con l’ing. Dal Borgo. Nei verbali di interrogatorio trancia questo giudizio «è un mio compagno di classe al quale non abbiamo mai dato grande credito finché eravamo all’università, perché copiava i compiti e poi ha fatto una serie di mestieri». Luigi Dal Borgo è con Mirko Voltazza l’uomo che offre “protezione” al Consorzio.
«Voltazza e Dal Borgo chiedevano 500 mila euro all’anno per la protezione del Consorzio Venezia Nuova e 300 mila euro all’anno per quella di Mantovani» – dice Baita. Il quale – si sa – non è tenero nemmeno con Giancarlo Galan, che considera troppo avido. Ma è ancor più interessante una intercettazione ambientale che riguarda amici stretti di Galan e della moglie, Sandra Persegato. Si tratta di Alessandra Farina e Paolo Venuti, marito e moglie. Ma Venuti non è solo il commercialista di Galan è anche il suo prestanome, e gli sta facendo fare il mega affare del gas in Indonesia. «Io mi domando, ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei, la Sandra Persegato?» – chiede Alessandra Farina. E il marito: «Io non la bado più la Sandra». Come dire che era una che le sparava grosse «e i nostri figli non hanno i soldi per il taxi» commenta, velenosa e invidiosa la moglie. E che dire di Enrico Provenzano, responsabile amministrativo del Coveco, che detta a verbale «per sentito dire so che Furlan – già vicepresidente Coveco – fa la “cresta” con le imprese nello svolgimento delle sue attività presso il Consorzio Venezia Nuova». E poi tutti, nessuno escluso, che in tutte le intercettazioni quando pensano che nessuno li ascolti se la prendono con Mazzacurati che una volta è l’imperatore e un’altra il doge, ma sempre è quello che fa e disfa e bisogna obbedirgli ciecamente. Sono tutti ai suoi piedi sia quando chiede un’assunzione – che sia l’avv. Giuseppe Moschin o Giancarlo Ruscitti – che si tratti di dare una mano al patriarca Scola puntando 100 mila euro sulla ruota del Marcianus. Insomma una bella compagnia unita per sempre nel rispetto della dea mazzetta.

Maurizio Dianese

 

Moraglia: la città e anche la Chiesa facciano un serio esame di coscienza

Il monito di Moraglia: «Urgente avviare da subito un serio esame di coscienza»

(al.spe.) «In attesa che i fatti siano accertati e i giudizi emessi, è urgente e quanto mai utile avviare da subito un serio esame di coscienza che, per protagonisti, deve avere la città e la chiesa che è in Venezia». È il monito con cui il patriarca Francesco Moraglia entra per la prima volta nel dibattito sull’inchiesta Mose, attraverso un’intervista rilasciata al settimanale diocesano Gente veneta in edicola domani. Dopo aver scelto la prudenza e il silenzio, il presule decide di dire la sua, ma lo fa senza dedicare alcun passaggio esplicito ai finanziamenti – tutti dichiarati e documentati – elargiti negli anni alla Fondazione Marcianum dal Consorzio Venezia Nuova il cui allora numero uno Giovanni Mazzacurati era anche presite. Al proposito l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, avrebbe dichiarato agli inquirenti che «davamo soldi a Marcianum perché ce l’ha chiesto Mazzacurati dicendo che era stata una richiesta esplicita del patriarca Angelo Scola. Senza di noi Marcianum non sarebbe nato», specificando che «poi Scola è andato a Milano e i fondi si sono dimezzati. Il nuovo patriarca ha una visione completamente diversa». Nell’intervista al proprio giornale Moraglia spiega che «è questione di coraggio. Bisogna tenere la barra dritta, a dispetto dei venti impetuosi che vorrebbero condurre la nave di qua o di là. Quant’è più facile infatti lasciarsi portare dal vento. Ma sarebbe debolezza o almeno leggerezza. Con il pericolo di non giungere alla meta che, pur nella tempesta di questi giorni, si chiama giustizia. Vivo il momento presente con trepidazione, preoccupazione e speranza». Il patriarca afferma che «è un momento difficile e faticoso per tutti, anche se con responsabilità ben distinte. Al tempo stesso, però, è una situazione che può essere letta come momento di grazia e speranza, se fa scaturire davvero quell’esame di coscienza a cui accennavo prima. E questo deve portare ad una ridefinizione delle priorità nella nostra vita individuale e collettiva, anche nella vita della nostra chiesa». Quindi sottolinea che «non basta parlare del valore della legalità. Bisogna parlare della giustizia e motivare, soprattutto di fronte ai giovani, le ragioni di essa. E spiegare che è essenziale, per ciascuno e per tutti, avere per meta la giustizia». Moraglia, che nell’intervista fa riferimento anche ad alcune scelte per certi versi scomode di contenimento dei costi compiute nei due anni da quando conduce la diocesi, conclude così: «Noi cristiani siamo sempre portatori di speranza e anche la difficile vicenda di questi giorni deve poter generare speranza che, per essere vera, non può essere generica o vacua e deve saper portare a evidenziare le proprie ragioni».

 

Boldrin: contributi in chiaro ai “club” dell’ex premier, nulla per le sue campagne elettorali

IL RUOLO «Non sono l’intermediario. Ho solo incassato fatture e al lordo delle tasse»

L’INTERVISTA – Il commercialista veneziano coinvolto dal memoriale Pravatà

«Soldi a Enrico Letta, ma in regola»

«Un turno elettorale nel 2007? Ma quale turno, il governo Prodi è caduto nel 2008». Il commercialista mestrino Arcangelo Boldrin è finito come altri nel calderone del memoriale di Roberto Pravatà, ex vicedirettore generale del Consorzio Venezia Nuova.
«A meno che non vogliamo credere che Enrico Letta avesse chiesto soldi al Consorzio per le primarie del Pd».
Soldi che sarebbero passati tramite lei, definito da Pravatà intermediario di Letta per il Veneto.
«Che io sia un lettiano lo sanno anche i masegni di Venezia, e fino ad ora non è ancora un reato. Definirmi intermediario per un finanziamento illecito, invece, è pura follia».
Pravatà, nel suo memoriale, scrive che se n’era andato sbattendo la porta perché «disapprovavo i metodi, che ritenevo censurabili, con i quali il Consorzio acquisiva il consenso».
Piergiorgio Baita, nello stesso interrogatorio, sostiene che Mazzacurati gli aveva fatto cenno che c’era bisogno di chiudere in modo non conflittuale il rapporto con Pravatà e aggiunge che «abbiamo pagato l’ira di Dio», citando il pagamento dei mobili di casa e l’affidamento di un incarico per l’acquisto di attrezzature che aveva lo stesso Pravatà.
In mezzo a questo scontro è finito anche lei, citato appunto da Pravatà.
«Non so nulla di tutto ciò ma posso affermare per certo che questo signor Pravatà l’ho visto due volte in tutta la mia vita – continua il commercialista Boldrin -. E per quanto mi riguarda, i soldi che il Consorzio ha dato al mio studio sono documentati e soprattutto sono giustificati da incarichi ben precisi, altro che pagamenti fittizi».
A luglio dell’anno scorso il nostro giornale aveva anticipato che il Consorzio Venezia Nuova aveva versato 50 mila euro come sponsorizzazione all’associazione veDrò, fondata da Enrico Letta nel 2005 e sospesa dopo la sua nomina a premier. Quel contributo, concesso tra il 2011 e il 2013, era in qualità di partner istituzionale del meeting che l’associazione aveva tenuto per alcuni anni a Dro, nel Trentino, con la partecipazione di molti esponenti di spicco della politica e dell’economia.
Soldi, insomma, il Consorzio ne ha effettivamente dati all’associazione di Letta.
«E si tratta, appunto, di sponsorizzazione regolare. Come quella che il Consorzio diede alla nostra “Associazione TrecentoSessanta Venezia” per un convegno che organizzammo ad ottobre del 2010 su porto, aeroporto e interporto per il NordEst».
TrecentoSessanta è l’associazione che nasce nell’estate 2007 quando Enrico Letta volle dare continuità all’esperienza di mobilitazione delle prime primarie del Pd. La sezione veneziana, che lei guidava, ricevette dunque soldi dal Consorzio.
«La bellezza di duemila euro concessi, in seguito a nostra richiesta scritta ufficiale, con una risposta altrettanto ufficiale e un bonifico».
E i fondi per questa benedetta campagna elettorale di Letta? Nel memoriale di Pravatà si parla di 150 mila euro passati attraverso la sua intermediazione.
«Contribuzioni dirette o indirette a sostegno di campagne elettorali di Enrico Letta sono destituite di ogni fondamento. Altra cosa è l’attività professionale nei confronti del Consorzio Venezia Nuova che il nostro studio ha svolto per qualche tempo, tutta documentabile e regolarmente fatturata».
Di che cifra si tratta?
«50 mila euro l’anno tra il 2008 e il 2011, al lordo delle tasse. Quindi 25 mila euro netti e, siccome in studio siamo in cinque, si fa presto a fare i conti di quanto abbiamo percepito».
Per quali prestazioni?
«Nel 2008 ci chiesero di trovare una formula tecnica per far coesistere negli spazi dell’Arsenale il Consorzio e la società Arsenale, del Comune e del Demanio, presieduta da Roberto D’Agostino. Dopo un po’ ci rendemmo conto che non era possibile trovare un accordo per cui andammo dal Consorzio a dire che non se ne poteva fare nulla».
E per gli anni seguenti?
«Quando ci ritirammo dalla questione Arsenale, il Consorzio ci disse che gli premeva un altro tema, la valorizzazione di Valle Millecampi in base a un accordo di programma tra Provincia di Padova, Comune di Codevigo e Magistrato alle acque. A noi hanno chiesto la valutazione economica. Uno studio di una settantina di pagine che abbiamo consegnato nel 2011, dopodiché è cessata la nostra collaborazione».

 

GLI SCENARI – Ecco cosa succederebbe se il sindaco si dimettesse

CONTRATTI E INDENNITÀ – Consulenze e integrativi potrebbero essere annullati

COMITATONE – Un commissario può anche cambiare linea sulle crociere

Dalle navi al Casinò, città in bilico

A rischio anche il percorso per costituire la Città metropolitana

Finora sono state solamente voci, ma che cosa succederebbe nel caso in cui il sindaco Giorgio Orsoni, oggi sospeso, rassegnasse le dimissioni?
Gli effetti sarebbero molteplici e si riverberebbero su persone, istituzioni e operazioni in essere, non solamente sul territorio della città, ma su un’area ben più vasta.
CONTRATTI – I primi a saltare sarebbero i contratti di consulenza utilizzati dal sindaco per lo svolgimento del suo mandato: il portavoce Samuele Costantini, il capo di gabinetto Romano Morra, la segretaria particolare Luisa De Salvo e il consulente diplomatico Antonio Armellini. Le loro figure, infatti, dipendono esclusivamente dal rapporto con il primo cittadino.
CASINÒ – La giunta sta cercando di portare avanti almeno il bilancio di previsione, ma senza prevedere l’alienazione del Casinò. L’intenzione sarebbe stata di procedere ugualmente con la gara e magari iscrivere a bilancio la somma risultante in sede di assestamento di bilancio. Anche questa strada appare oggi difficilmente praticabile, dato l’orizzonte temporale ristretto imposto anche dal partito di maggioranza, il Pd, che ha dato come termine ultimo il 31 luglio.
GRANDI NAVI – I lavori del Comitatone andranno avanti ugualmente con un delegato del sindaco, che porterà avanti le aspettative e le richieste della città nei confronti del Governo. Nel caso in cui ci andasse il commissario, non ci sarebbe la garanzia di una piena continuità sulla strada portata avanti dalla giunta Orsoni. I margini di discrezionalità del commissario sono infatti superiori a quelli di un sindaco, che deve rispondere agli elettori.
TEMI NAZIONALI – Senza il sindaco, che ha un ruolo importante in seno all’Anci e ad altre associazioni di enti locali, cadono tutte quelle “entrature” che Venezia ha finora avuto negli ambienti romani. Per forza di cose, un commissario votato all’ordinaria amministrazione non potrà portare avanti le richieste della città con la stessa forza di un sindaco in carica e nel caso dell’Anci (ma anche di altri organismi) la nomina è ad personam e quindi la rappresentatività di Venezia subirebbe un naturale congelamento.
CITTÀ METROPOLITANA – Il sindaco di Venezia è un elemento fondamentale della città metropolitana e non si potrà eleggere in sua mancanza il Consiglio metropolitano. Come conseguenza, si andrà vero una sorta di commissariamento dell’ente ad opera dello Stato e della Regione fino a quando il capoluogo non avrà un nuovo sindaco.
PROVINCIA – Il blocco della città metropolitana potrebbe avere ripercussioni anche sul periodo di commissariamento della Provincia. Il mandato della presidente Francesca Zaccariotto ha una scadenza di legge fissata al 31 dicembre e una eventuale prosecuzione dell’incarico è tutta da definire.
SEGRETERIE – Con la decadenza del Consiglio comunale e della Giunta, ci sarà una parte del personale che perderà le indennità di presenza, dovuta all’orario molto più flessibile dovuto alla presenza in concomitanza con gli organi politici. Quindi le segreterie di sindaco, vicesindaco e assessori e quelle dei gruppi politici. Per molte di queste persone, che torneranno a lavori più “normali”, si tratta di una perdita in busta paga non indifferente.

 

IL PERSONALE – Rotte le trattative I sindacati attaccano il dg Marco Agostini

Sembrava, data la situazione difficile, che il contratto dei dipendenti comunali avrebbe avuto un rinnovo rapido e indolore. Invece ieri, dopo quattro giorni di incontri serrati, ieri le trattative sono saltate. «A causa – puntualizzano i rappresentanti sindacali – del comportamento irresponsabile del direttore generale Marco Agostini».
A ridosso del terremoto che la scorsa settimana ha scosso anche il Comune nelle sue fondamenta, l’amministrazione e i sindacati hanno tentato di chiudere sul contratto prima dell’eventuale arrivo di un commissario. All’inizio si sono verificate anche frizioni importanti, come lo scontro sulla decisione del Comune di “recuperare” dalle buste paga una parte della produttività erogata e ritenuta non dovuta.
«Pur manifestando dissenso in merito alla trattenuta decisa unilateralmente – spiegano – abbiamo ricercato una mediazione accettabile e ieri si era arrivati ad una mediazione su cui sia le delegazioni dei lavoratori che quelle della parte pubblica (i dirigenti Morino e Bassetto) si erano trovati d’accordo».
Ad un certo punto è scattata una sospensione perché i dirigenti avrebbero dovuto sottoporre la bozza al direttore generale.
«Quando sono tornati – concludono – ci hanno detto di non essere più disponibili a firmare e noi ce ne siamo andati. Giudichiamo questa posizione grave e irresponsabile e ci riserviamo di definire tutte le iniziative per modificare il risultato della trattativa».
Con la fine eventuale dell’esperienza amministrativa della giunta Orsoni, i precari non dovrebbero aver molto da temere. I concorsi per la deprecarizzazione sono stati banditi e pubblicati in Gazzetta ufficiale e quindi la questione si riconduce- secondo i sindacati – all’ordinaria amministrazione.

M.F.

 

IN PARLAMENTO – L’affondo dei grillini: «Fuori il Consorzio»

(m.f.) Interruzione della concessione al Consorzio Venezia Nuova, smantellare il Magistrato alle Acque e porlo sotto il Ministero dell’Ambiente, valutare la possibilità di ridurre la profondità delle bocchie di porto di Chioggia e Malamocco.
Queste sono solo alcune delle richieste presentate ieri dal deputato del M5S Marco Da Villa al “question time” della Camera, in un’interrogazione urgente al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. Di fronte alla risposta di quest’ultimo, ritenuta insufficiente, Da Villa ha attaccato i governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti.
«Quello che ci sta dicendo – ha detto al ministro – è che nessun governo si è preoccupato dell’esistenza del decreto di compatibilità ambientale. I complici dei ladri, per omissione, inerzia o chissà per quale altro motivo, sono stati i governi Berlusconi e il Governo prodi del 2006. Complici di un’opera abusiva, che ha sottratto denaro pubblico alla scuola e alle imprese sane».

 

RAPPORTO ECOMAFIE – Bettin: «Si prefigura l’ipotesi di grave reato ambientale»

(r.ros.) «Le mazzette legate alla costruzione del Mose è un grave reato ambientale e si tratta di un esempio di criminalità organizzata di alto spessore». L’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin non ha dubbi: quello che sta emergendo dall’inchiesta della Procura veneziana legata alla costruzione del sistema di dighe mobili per salvaguardare Venezia dalle acque alte è un reato ambientale a tutti gli effetti. Bettin ne parla introducendo quelli che sono i consueti dati annuali dell’Osservatorio Ecomafie di Legambiente che ha annunciato che al processo si costituirà parte civile.
«Cause ed effetti e numeri dei danni di quello che sta emergendo in ambito giudiziario non sono ovviamente presenti nel rapporto 2013 – spiega Bettin – Non siamo di fronte a un sistema in salute con piccole e marginali patologie, qui parliamo di un sistema criminale vero e proprio con fortissimi impatti di natura ambientale. Per come è stato concepita e realizzata l’operazione Mose ha prodotto dei guasti ambientali pesantissimi nel regime aerodinamico della laguna, il tutto senza avere la garanzia che funzionerà per la tutela della laguna e per come è realizzato: il Mose del Consorzio Venezia Nuova è solo un test sulla carne viva della laguna e della città. E questo ha favorito il sistema di illegalità e malaffare che poi ha rimpinguato lo sviluppo della corruzione».
Per quanto riguarda i numeri, soprattutto quelli veneti, il punto lo offre Gianni Belloni, coordinatore dell’Osservatorio di Legambiente. «Nel 2013 sono in leggero calo i reati ambientali, ma aumentano quelli legati al circolo dei rifiuti. In calo anche il cosiddetto ciclo del cemento che però fotografa la crisi del settore. In Veneto l’aumento consistente riguarda i reati sul ciclo dei rifiuti: eravamo al 12. posto, siamo saliti al 9° con 70 sequestri, 150 denunce. Nel 2013 la nostra regione è al decimo posto generale nella classifica dell’illegalità ambientale: 1004 le infrazioni accertate (3,4% su scala nazionale), 1035 le denunce, nessun arresto e 213 sequestri. La buona attività della Dia, operativa in questo ambito dal 2010, giustifica il calo dei reati generale». «È ora di voltare pagina – ha quindi concluso Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – e di passare dall’indignazione ai fatti concreti per fermare la corruzione dilagante. Per questo abbiamo stilato un ‘Manifesto contro la corruzione».

 

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