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Gazzettino – Santa alleanza contro la “Nuova Valsugana”

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18

giu

2014

GRANDE VIABILITÀ – Luca Ferazzoli ha incontrato il presidente della Comunità del Tesino: «Salvaguardiamo assieme il territorio»

Dandrea: «La Ss. 47 sia completata dallo Stato, senza pedaggi». Imminente una presa di posizione della Provincia di Trento

“PROGETTO ABNORME” – Secondo Italia Nostra per giustificare la Nuova Valsugana nel Project é stato ipotizzato un passaggio di 39/40.000 veicoli giornalieri.

In attesa di sviluppi delle indagini sul Mose di Venezia, i comuni della Valsugana, in territorio sia veneto che trentino, sono allineati contro il Project financing della “Nuova Valsugana”. Dall’incontro dei presidenti dell’Unione montana Valbrenta, Luca Ferazzoli, e della Comunità Valsugana Tesino, Sandro Dandrea, è emersa la volontà “di chiedere l’intervento dello Stato per il completamento della Ss. 47 della Valsugana, da realizzarsi senza imposizione di pedaggio a carico degli utenti, sulla scorta del progetto preliminare redatto dalla Provincia di Vicenza e condiviso dall’Anas e da tutti gli enti locali interessati”. Quanto richiesto e motivato da Ferazzoli al presidente del Consiglio Matteo Renzi è pienamente condiviso da Dandrea, «perché va nella direzione di tutelare e salvaguardare tutto il territorio della Valsugana, sia quello veneto, che quella trentino». Sulla questione sarà chiesto anche alla Provincia di Trento di assumere una posizione netta.
Posizione condivisa da sempre dalla sezione bassanese di Italia Nostra e dal Coordinamento comitati “Per vivere in Valbrenta”. «Già in un incontro pubblico del 2010, il presidente di Italia Nostra, ing. Rinaldi, si era pronunciato a favore del progetto della Variante Ss. 47 già esistente e contro il Project financing, paventandone i possibili, non chiari, retroscena». Un progetto ritenuto «abnorme e insensato». «Per giustificare la realizzazione della Valsugana – informa il comunicato di Italia Nostra – nel Project é stato ipotizzato un passaggio di 39/40.000 autoveicoli giornalieri, quando i dati relativi all’anno 2010 di Imonitraf.org, per il Brennero, davano un passaggio giornaliero di meno di 4.000 autoveicoli pesanti e inferiore a 18.000 veicoli leggeri e quando il bilancio, relativo al 2013, della A4 Holding è diminuito di un ulteriore 6,5%, rispetto al 2012».
Ora, però, qualcosa dovrebbe cambiare in seguito alle indagini dello scandalo del Mose di Venezia e l’arrivo nella sala dei bottoni di Matteo Renzi. «Con il sostegno dei 45 comuni veneti che invitano Renzi, con il decreto ’Sblocca Italia’, a completare la Valdastico Nord – prosegue il comunicato – con le complicazioni scandalistiche dei Project e con la determinata presa di posizione dell’Unione montana Valbrenta e dei sindaci della Valle contro il Project financing, speriamo e riteniamo che la Regione debba fare un passo indietro”. Italia Nostra e il Coordinamento concludono con un appello ai sindaci della Valbrenta e del Trentino: «Nell’eventualità che il progetto della Ss.47 della Valsugana non possa essere finanziato, raccomandiamo di trovare una soluzione al problema di Carpané, pretendendo dallo Stato la realizzazione di una breve galleria che da località Merlo arrivi oltre la cava di Carpané».

 

L’agenda segreta del Mose

Mazzacurati: la contabilità delle dazioni in un libretto cifrato

Tutti i segreti del Mose sull’agenda di Mazzacurati

Il drammatico interrogatorio al presidente del Consorzio Venezia Nuova

Il pm: «Lei ha la contabilità di questi soldi?» Risposta: «Ho un libretto di appunti»

VENEZIA – Arrestato il 12 luglio 2013, l’ingegner Giovanni Mazzacurati viene interrogato quattro giorni dopo, dai pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto. Lo assistono gli avvocati Alfredo Biagini e Giovanbattista Muscari Tomaioli. È un confronto drammatico. L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova cerca di eludere le risposte, si rifugia in continui non ricordo. Ma i pm lo incalzano, hanno prove circostanziate, decine di riscontri sulle cifre erogate. Gli chiedono dove teneva la contabilità che non gli è stata trovata in ufficio. Mazzacurati ammette di avere «un libretto con dei riferimenti, delle annotazioni diciamo di tipo simbolico». Insomma un’agenda segreta che solo lui riusciva a decifrare. I suoi avvocati lo consigliano di consegnarla. Nel successivo interrogatorio del 29 luglio l’ingegnere porterà la documentazione e farà i nomi di Meneguzzo, Tremonti, Spaziante, Milanese, Galan, Bergamo, Orsoni, Cacciari, Giuseppone, Mazzi (in riferimento alla Technital), Matteoli, Martinat. E si spalancherà la tangentopoli veneta (avvertenza: domande e risposte sono sintetizzate). D. Quando lei ha un problema a Roma da chi va? R. La persona alla quale mi riferisco è il dottor Gianni Letta. Questo non toglie che quando era ministro delle infrastrutture Matteoli, mi abbia fatto dei favori e io ho corrisposto finanziando la campagna elettorale. D. Direttamente o tramite qualche imprenditore romano? R. Direttamente. D. Ha corrisposto somme di denaro? R. Sì. Un ordine di grandezza di 400-500 mila euro negli anni dal2009 al 2012-13. D. Lei ha una contabilità di tutto questo? R. No. Tengo degli appunti… Come per il magistrato alle Acque, per esempio abbiamo avuto un presidente, una signora Piva che ci ha dimostrato subito una pesante ostilità e noi l’abbiamo corretta con soldi. D. Scusi, lei ha detto che ha appunti di tutto ciò. R. No… ho detto… non so se ho fatto capire questo, io non ho tenuto un elenco preciso. D. Come faceva, a memoria? R. Quella non è più… D. Appunto, com’è possibile che non abbia la contabilità di tutto ciò? R. Cercavo di tenere degli appunti a memoria… D. No, guardi, a memoria è impossibile. Ci teniamo la contabilità per i conti di casa, figuriamoci per una situazione di questo tipo. Lei ce l’ha sicuramente. Cos’è questo libretto? R. Questo è un libretto in cui ho degli appunti. Questo qui è l’ultimo, quindi c’è scritto poco. Degli appunti con dei riferimenti anche che.. con notazioni di tipo simbolico che non.. D. Ci mostri un pagina, vediamo se la comprendiamo. R. Capisco che è difficile farsi credere, però io potrei tentare di ricostruire al 90%…perché questa è diciamo la risposta alla domanda che soldi ho dato. D. Da dove venivano i soldi? R. Da dove è la cosa più semplice, perché la stragrande maggioranza provenivano dall’ingegner Baita… D. Meglio sarebbe che lei consegnasse la contabilità. R. Non ho la contabilità D. Non le credo. Non può essere che lei, o una persona di sua fiducia, non abbia la contabilità di tutto questo. La partenza di una sua chiamiamola collaborazione sarebbe consegnare la documentazione. Avv. Biagini,. Ingegnere, se lei ce l’ha gliela deve dare. R. Io non ce l’ho. D. Ci pensi bene, perché è stato perquisito e non le è stata trovata. Lei lo sapeva già? R. No, nessuno è venuto a dirmi che sarei stato arrestato. D. Magari non in modo così esplicito, ma che si sarebbero stati controlli o perquisizione della GdF. Vedo che lei si rivolge sempre al suo difensore… R. Se lei me lo chiede vuol dire che ha degli elementi… D. L’elemento chiave è che non le è stato trovato nulla. R. Se fossi stato avvisato … ma mi avete trovato…. D. Abbiamo trovate lei ma non le sue carte. Noi abbiamo raccolto dichiarazioni di chi veniva a consegnarle i soldi e vedevano che lei aggiornava, faceva conti. Non è che la gente veniva a portarle centinaia di migliaia di euro e si fidava solo della sua memoria. R. Non è contabilità tradizionale… Possiamo ricostruirli. D. No, no, lei li deve consegnare, ha capito? R. Però devo renderli intellegibili. Faccio un tentativo. D. No, non è un tentativo. Basta prendere le carte e portarle, ha capito? Basta chiamare la persona cui le ha date e dire: «dammele indietro che le devo esibire».

Renzo Mazzaro

 

L’INCHIESTA – Cuccioletta confessa di aver preso i soldi

Confessate le mazzette al Magistrato alle Acque

Cuccioletta avrebbe ammesso sia lo stipendio annuo di 400 mila euro che la maxi-tangente

Domani Federico Sutto e Luciano Neri al Tribunale del riesame. Lunedì tocca a Chisso

VENEZIA – C’è più di un avvocato della difesa a far la fila da lunedì scorso davanti alla porta dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini (la terza, Paola Tonini, è in ferie per alcuni giorni). Tra i 35 indagati, chi in carcere chi agli arresti domiciliari, c’è più di qualcuno che vorrebbe imitare il sindaco di Venezia: sono intenzionati a parlare per ottenere la scarcerazione e addirittura l’uscita dall’inchiesta prima possibile. Il primo che ha scelto la collaborazione è l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta; interrogato negli uffici giudiziari di piazzale Roma, a Venezia, lunedì pomeriggio, ha parlato per più di tre ore:che abbia collaborato non c’è più dubbio, visto che il pm Ancilotto ha secretato il verbale. Ha confermato, presumibilmente, viste le accuse, di aver percepito addirittura uno stipendio annuo di 400 mila euro e di aver incassato in un colpo solo 500 mila euro, finiti nel conto di una banca svizzera intestato alla moglie. In cambio, dal 2008 al 2011, quando c’era Cuccioletta al Palazzo dei X Savi, controlli addomesticati sui lavori del Mose e nessuna segnalazione di irregolarità. «C’è una battuta, dottoressa, che girava allora, se non si offende la faccio: basta portare là anche la carta igienica usata che te la firmano» racconta del Magistrato alle acque Pio Savioli, di dirigente del Consorzio Venezia Nuova, al pubblico ministero Paola Tonini. E Piergiorgio Baita aggiunge che i presidenti del Magistrato erano «a libro paga». Si racconta un altro episodio, che gli inquirenti hanno seguito attimo per attimo grazie alle intercettazioni: il 19 maggio 2010 il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan organizza un convegno a Venezia; Cuccioletta, che si trova in vacanza a Malaga (Spagna), intendendo assolutamente partecipare all’evento, si accorda (come riferisce Flavia Faccioli nella telefonata a Mazzacurati) per avere a spese del Consorzio un aereo privato per recarsi a Venezia e nella stessa serata rientrare nella località spagnola. «Mazzacurati ha un profondo debito di riconoscenza nei confronti di Cuccioletta, che gli ha consentito in totale arbitraria autonomia, in assenza di qualsivoglia controllo, la costruzione del Mose e la gestione degli oltre cinque miliardi di euro stanziati in quel momento dallo Stato» scrivono i pubblici ministeri nella loro richiesta di custodia cautelare. Domani, intanto, seconda udienza del Tribunale del riesame presieduto dal giudice Angelo Risi: due le posizioni importanti che verranno prese in esame, quelle di Luciano Neri e di Federico Sutto, coloro che avrebbero avuto il compito di consegnare le tangenti, anche di considerevoli cifre. Lunedì 23 giugno, inoltre, i magistrati del Tribunale hanno predisposto un’udienza speciale, in cui prenderanno in esame ben otto delle 35 posizioni degli indagati, sono quelle del dirigente regionale Giuseppe Fasiol, dell’imprenditore di Chioggia Gianfranco Boscolo Contadin, dell’imprenditore vicentino Roberta Meneguzzo, del commercialista di Padova Paolo Venuti e di quello veneziano Francesco Giordano, dell’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva. Infine, venerdì 27 saranno presi in considerazione tra gli altri i ricorsi presentati dagli avvocati dell’assessore regionale di Forza Italia Renato Chisso, del suo segretario Enzo Casarin, dell’ingegnere del Consorzio Maria Teresa Brotto, dell’ex amministratore delegato di Autostrada Venezia Padova Lino Brentan, dell’architetto veneziano Dario Lugato e del dirigente regionale Giovanni Artico.

Giorgio Cecchetti

 

L’INTERVENTO – E se fosse nata una nuova loggia P5?

di Alessandro D’Angelo – Brigadiere capo della Guardia di Finanza in congedo

Solo un network del malaffare può sapere tutto di tutti e gestire le informazioni per arrivare alla corruzione. Impossibile che in un sistema così non ci sia una vera regia

I fatti di questi giorni, le notizie di corruzione di pubblici ufficiali di ogni rango, fanno sorgere fondati dubbi sulla esistenza di una regia o, meglio, di una Spectre (per dirla con Ian Fleming) dietro gli innumerevoli episodi di corruzione che attanagliano il nostro Paese. Voler limitare la corruzione a semplice contrattazione tra le “parti” (ovvero costruttore corruttore e generale fellone) non spiega, purtroppo, le innumerevoli e oscure dinamiche dietro a quello che sembra apparire come un singolo reato, al più collegato ad altri per mera connessione geografica. Quando porto il mio cane a spasso e questi ne incrocia un altro, prima si annusano e poi decidono se scodinzolare o attaccare. Voler riportare questo ragionamento ai fatti del Mose appare arduo, ma non assurdo, anche se non si può certo dire che tra corrotto e corruttore vi sia unsemplice “annusamento”. Però, c’è un però. Questi manager, per quanto potenti, non potevano, nel modo più assoluto, da soli essere in grado di tessere una tela così fitta come viene raccontata dai giornali, pur essendo nella ovvia condizione di conoscersi facilmente l’uno con l’altro. L’annusamento, insomma, non basta. Appare improbabile che essi siano stati in grado, da soli, di corrompere un così alto numero di altissimi funzionari pubblici. Non per i soldi, ovviamente, ma per la oggettiva difficoltà, di sapere chi corrompere (e piegarlo, quindi, ai propri scopi) e chi non avvicinare per non rischiare di essere da questi denunciato. Ora, di generali in grado di dare informazioni la Guardia di Finanza ne è piena, ma solo uno, a quanto emerge, si è reso disponibile. Come hanno fatto a scegliere la persona giusta senza correre il rischio di essere denunciati? E il giudice della Corte dei Conti? Il vicequestore? Il Magistrato alle acque? Un assessore Regionale? L’ex presidente della Regione? E tutti gli altri che stiamo scoprendo? Ecco che solo un network del malaffare in grado di sapere tutto di tutti (soprattutto sulle persone che “contano”) poteva gestire le informazioni da dare a questi “manager”, soprattutto con riguardo all’atteggiamento che “chi di dovere” avrebbero assunto di fronte a un tentativo di corruzione. Questo ci porta a considerare un’altra questione: qual è il collante che li tiene uniti? Il semplice interesse per i soldi? Un ricatto? La ricerca di potere fine a se stesso? Credo che solo una “nuova loggia P5” (come ultimamente è giornalisticamente in uso definire vere e proprie associazioni per delinquere finalizzate agli scopi suddetti), tutta da scoprire, possa gestire queste informazioni e riunire un così alto numero di funzionari pubblici “a disposizione” della causa comune su tutto il territorio nazionale, considerati gli intrecci che stanno emergendo. L’accordo tra corrotto e corruttore altro non è che la sintesi del “pactumsceleris” di chi sta alla cabina di regia. Se fossi ancora in servizio e a disposizione dei magistrati inquirenti è lì che andrei a cercare.

 

Baratta: «Quella commissione l’ho solo proposta»

Gentile Direttore, nell’articolo “Lo scandalo che travolge la politica”, a firma di Alberto Vitucci, comparso ieri sul suo giornale, si fa riferimento alla commissione di esperti internazionale nominata per l’impostazione dello studio di impatto ambientale e lo sviluppo della procedura di impatto ambientale per il Mose. Si fanno affermazioni che per il tono e per il contenuto impongono una netta precisazione. a) Innanzitutto la commissione non fu “nominata dal Ministro Baratta” ma solo proposta, e solo dopo discussione e approvazione in Comitatone nominata dal Presidente del Consiglio dei Ministri; essa era presieduta dal Prof. F.J. Boudeaux, Presidente del Comitato Scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente; 2) non fu nominata in uno stanco e distratto “pomeriggio estivo”,ma il 1° febbraio del 1996; 3) all’art. 4 di quel decreto si diceva che “Alla liquidazione degli oneri … e alle spese di viaggio e soggiorno degli esperti, provvede il Ministero dei Lavori pubblici – Magistrato alle acque…”. Al maggio dello stesso anno lasciai il ministero per subentrato nuovo governo e ministri. Debbo aggiungere, per informazione del lettore, che in quel periodo si cominciava a discutere sull’opportunità di mettere a carico delle stesse imprese proponenti (in questo caso del Cvn) tutti o in parte gli oneri istruttori per la procedura di valutazione di impatto ambientale. Una siffatta norma attualmente governa l’ordinamento.

Con viva cordialità

Paolo Baratta

 

IL FUTURO – Consorzio, in arrive un commissario

PRIMO PASSO PER TORNARE NELL’ALVEO DELLA LEGGE ORDINARIA

Consorzio, il governo nomina il commissario?

Il 9 settembre 2013 Palazzo Chigi stanziò 973 milioni per la prosecuzione del sistema Mose

VENEZIA Il governo Renzi intende commissariare il Consorzio Venezia Nuova, che è al centro dell’inchiesta della Procura di Venezia sul caso Mose? L’ipotesi è stata lanciata ieri da Il Sole 24 Ore: per il quotidiano di Confindustria questo sarebbe il primo passo di un percorso finalizzato a riportare la società che si occupa della realizzazione delle opere di salvaguardia della laguna, di cui è presidente da un anno l’ex sottosegretario Mauro Fabris (già Dc, Ppi, Cdu, Ccd, Cdr e Udeur), nell’alveo di una legge ordinaria (o al più di una legge speciale), abbandonando così quella legge Obiettivo che avrebbe permesso al Cvn di elargire finanziamenti e di affidare cantieri senza gare pubbliche. La prospettiva di un commissariamento non è stata commentata ieri dai vertici del Consorzio Venezia Nuova. Va detto però che un intervento pesante dell’esecutivo sembrerebbe contraddire quello che solo domenica è stato anticipato dal presidente dell’autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone. «I centodieci articoli del decreto anticorruzione», ha spiegato Cantone, «non comprendono formalmente il Mose, ma non lo escludono a priori. Al momento non dovrebbe essercene bisogno, ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili». Va ricordato che già da tempo Franco Miracco, per 15 anni responsabile delle relazioni esterne del Cvn, poi portavoce di Giancarlo Galan in Regione, ora assessore alla Cultura del Comune di Trieste, sostiene la necessità della nomina, da parte del governo, «di un commissario al vertice del Consorzio perché c’è da gestire una delle più grandi opere in Italia. Dev’essere una persona capace, com’è accaduto per la Parmalat e per l’Ilva». Certo che è Palazzo Chigi ci penserà bene prima di assegnare nuovi stanziamenti al Mose. L’ultimo finanziamento venne deliberato il 9 settembre 2013, al termine della quinta seduta del Comitato interministeriale per la programmazione economica del governo Letta. Quel giorno il Cipe, convocato anche per accelerare i lavori dell’Expo, assegnò circa 973 milioni di euro, derivanti dalla legge di stabilità 2013, per la prosecuzione del sistema Mose. La legge di stabilità per il 2014 ha invece stanziato risorse per il riavvio del sistema Mose «sino alla sua completa e definitiva realizzazione». Sono pertanto previsti finanziamenti di 200 milioni per il 2014; di 100 milioni di euro per il 2015; di 71 milioni di euro per il 2016; di 30 milioni di euro per il 2017. Infine i parlamentari di Sel Giulio Marcon, Alessandro Zan, Serena Pellegrino e Filiberto Zaratti hanno presentato una proposta di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta (dieci deputati e dieci senatori) sul Sistema Mose e sulle attività del Consorzio.

 

Stop alle società participate

La Regione approva in commissione il divieto di costituire nuove controllate

VENEZIA – Stop alle società partecipate regionali. Con il voto in commissione Affari istituzionali (astenuti Caner e Pettenò) la Regione si appresta a votare in aula il progetto di legge presentato da Costantino Toniolo (Ncd). Il progetto prevede che agli enti pubblici regionali, ivi comprese le aziende sanitarie e le amministrazioni controllate dalla Regione, non sia più consentito costituire società e detenere partecipazioni in società, salvo espressa autorizzazione da parte della Giunta regionale in ragione dell’accertata convenienza economica della partecipazione. «Dopo la legge per regolare il funzionamento e limitare le spese della società partecipate direttamente dalla Regione – spiega Toniolo – ora interveniamo sulle partecipate degli enti regionali. La proposta fa seguito ad una serie di normative approvate nell’ultimo anno e volte alla riduzione delle spese, all’introduzione di trasparenza e meritocrazia nella macchina regionale. Le società partecipate dagli enti regionali, come Arpav, Iov, Istituto Zooprofilattico, Esu, Ater, Enti Parco, Comunità montane, Consorzi di Bonifica e Veneto Agricoltura, sono circa un’ottantina, senza contare quelle partecipate dalle ULSS. E’ indubbio – conclude Toniolo – che, qualora questo progetto di legge venisse approvato dall’aula consiliare, per la Regione vi sarebbe un buon ritorno economico in termini di minori costi diretti ed indiretti ». Saluta con favore il via libera in commissione anche Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord: «Questo progetto di legge va benissimo, l’ho firmato e l’ho votato in commissione. Ma ora all’igiene segua la bonifica». Il consigliere chiede che la stessa logica valga anche per le società regionali: «Teniamo solo quelle che risultano davvero indispensabili. Tutti gli Enti parco possono essere raggruppati in uno solo, tutte le Ater possono diventare un’unica agenzia e Veneto Agricoltura va’ chiusa, giusto per fare qualche esempio». La «deforestazione» dell’albero delle partecipate, dunque, sembra prendere forma anche sotto la spinta delle ripetute discussioni sull’opportunità o meno di conservare l’attuale proliferazione di società partecipate. Giusto poche settimane fa, per mettere ordine alle partecipate di Veneto Agricoltura, in larga parte in perdita, la Regione stessa ha provveduto ad incaricare Veneto Sviluppo di proporre un progetto di valorizzazione e dismissioni delle partecipazioni non strategiche. Adesso il progetto di legge Toniolo è destinato ad approdare in aula, dove è atteso dopo la pausa estiva.

 

Gazzettino – Cosi’ Baita “oliava” i grandi progetti

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18

giu

2014

INCHIESTA MOSE – Le rivelazioni di Buson, ex manager Mantovani. Intanto quattro arrestati sono pronti a parlare

Così Baita “oliava” i grandi progetti

Dalla Nogara Mare all’A27: 800mila euro da distribuire ai politici per i project financing a Nordest

IL PIANO – Dal Grap alla Nogara mare, dalle tangenziali alla Sr 10, dalla Valsugana al prolungamento dell’A27 fino a Cortina: 9 project financing che Piergiorgio Baita nel 2012 decide di “incoraggiare” con 800mila euro di mazzette.

LA RIVELAZIONE – A raccontare la formazione della “provvista” è Nicolò Buson, braccio destro di Baita: i soldi sarebbero serviti per “convincere” i politici. E altri quattro indagati sono pronti a parlare.

IL SISTEMA – Evitare le corse al ribasso, meglio proporre progetti con le cordate

LA RIVELAZIONE «Protestai per le continue richieste dei politici: mi disse che non c’era alternativa»

UN LUNGO ELENCO – Gra e Nogara Mare, Via del mare, Valsugana e Tangenziali Venete

Un fondo da 800mila euro per “oliare” le grandi opere

Le rivelazioni di Buson, ex direttore amministrativo di Mantovani: Baita nel 2012 avrebbe creato finanziamento illecito e false fatturazioni per 4 milioni di euro, una provvista per pagare «chi occupava ruoli di rilievo in regione». Nel mirino 9 projet financing per l’ospedale di Padova

Si va dal Grap alla Nogara mare, dalle tangenziali alla Sr 10, dalla Valsugana al prolungamento dell’A27 fino a Cortina. In tutto sono nove progetti di finanza che Piergiorgio Baita a maggio 2012 decide di “incoraggiare” con 800 mila euro di mazzette. Racconta Nicolò Buson, il braccio destro e sinistro di Baita per quanto riguarda i “finanziamenti”: «A maggio del 2012 ricordo di avere effettuato una serie di incontri prima con Baita, poi con Baita e la Minutillo e infine con Mirco Voltazza relativamente a una provvista di 800 mila euro che il Baita aveva detto che era necessario procurare per la “sistemazione” di alcuni project financing in corso di approvazione o comunque di esame da parte delle competenti autorità regionali. Ricordo che alla fine, oltre a me, anche la Minutillo aveva iniziato a lamentarsi di queste continue somme che venivano chieste dai politici locali per poter favorire l’approvazione dei project financing. Ricordo che in un’occasione io e la Minutillo protestammo espressamente con il Baita, il quale però ribadì la sua decisione di fondo, che non vi erano cioè alternative al pagamento di somme illecite a coloro che occupavano posti di rilievo negli enti pubblici preposti alla approvazione dei progetti.» E’ il 10 aprile 2013 quando i p.m. Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, interrogano Buson, allora detenuto nel carcere di Treviso. E Buson racconta che Baita è l’inventore del sistema del project. Il geniale amministratore delegato della Mantovani infatti ha capito per tempo che è inutile dissanguarsi con una corsa al ribasso concorrendo all’aggiudicazione degli appalti. E’ meglio farseli da soli, gli appalti, essendo certi di vincere. E così inventa i projetc ovvero proposte di interventi che hanno interesse pubblico. Il meccanismo del project è complesso perchè chi lo propone non può candidarsi a realizzarlo. O, meglio, può realizzarlo solo subentrando a chi ha vinto la gara e al prezzo fissato da chi ha vinto. E’ un diritto di prelazione che viene riconosciuto al proponente. Baita concorre in numerosi project, ma è lui stesso a dire che perde sempre quando non si allea con la Gemmo. Ma vediamoli questi project. Alcuni sono andati avanti, altri come il prolungamento dell’A27 fino a Cortina sono in alto mare.
Partiamo dal Grande Raccordo Anulare di Padova. L’importo del progetto è di 520 milioni di euro. Si aggiudica la gara la Società Italiana per Condotte d’Acqua S.p.A. – Società Astaldi S.p.A. Attualmente la proposta è sospesa.
Poi c’è la Nogara mare, un intervento che vale 2 miliardi. Vince una associazione temporanea d’imprese che comprende la Mantovani.
Poi ancora la superstrada a pedaggio Via del Mare A4-Jesolo e litorali: tratti da A27 – Silea ad A4 – Meolo e da Jesolo a Ca’ di Valle. Importo del progetto: 281 milioni. Il proponente è la Sitre di Baita, ma il project è sospeso. Si riparte con il progetto Via del Mare: collegamento A4 – Jesolo e litorali. Importo 187 milioni. Vince Adria Infrastrutture cioè una società di Piergiorgio Baita; Nuova strada regionale S.R.10 “Padana Inferiore”. L’importo è di 35 milioni e il 1. classificato è l’Ati guidata dall’impresa Giuseppe Maltauro S.p.A., la società finita nei guai per l’Expo di Milano;
Nuovo sistema delle tangenziali venete: Verona-Vicenza-Padova. Importo del progetto: 2 miliardi 270 milioni di euro. Primo classificato impresa Pizzarotti, ma nell’Ati c’è anche l’impresa Mantovani di Baita; Itinerario della Valsugana Valbrenta – Bassano – Superstrada a pedaggio. Importo del progetto: 787 milioni di euro. Vince Pizzarotti con Mantovani.
Collegamento tra autostrada A4 VE-TS, tra i caselli di Portogruaro e Latisana, e Bibione e litorale. L’intero iter è sospeso.
Infine c’è il project sul prolungamento dell’A27 fino a Cortina, tuttora in alto mare.

Maurizio Dianese

 

PIANO OPERATIVO – Una strategia pianificata in diversi incontri, presenti anche Minutillo e Voltazza

CHI PARLA I chioggiotti Mario e Stefano Boscolo, ma anche Morbiolo e Cuccioletta

Quattro arrestati hanno chiesto l’interrogatorio ai Pm, per vuotare il sacco e uscire di galera

CHI NEGA – Tacciono Marchese, Sutto, Brentan e Piva, l’ex magistrato alle acque

Iniziata la corsa per patteggiare

E’ iniziata la corsa al patteggiamento. E sul pallottoliere la Procura di Venezia comincia ad avere più palline bianche che nere e cioè più gente che vuol collaborare rispetto a quanti continuano a giurare la propria innocenza. Oggi va in scena un’altra tranche di Tribunale del riesame e in parecchi chiederanno di essere scarcerati o di andare ai domiciliari. Ma c’è più di qualcuno che ha chiesto di parlare. Per ora si tratta di richieste di interrogatorio, ma quattro avvocati si sono già presentati in Procura a sondare il terreno. I loro clienti vogliono vuotare il sacco. Del resto il primo è stato il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ed è proprio sulla base della sua vicenda processuale – che potrebbe chiudersi sabato con un patteggiamento di 4 mesi – che altri quattro arrestati hanno chiesto di essere sentiti al più presto in Procura. Sembra che vogliano presentarsi, come Orsoni, con il cappello in mano “ammettendo i contatti con Sutto” e la “consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova, ai cui finanziamenti illeciti ha dichiarato di non essersi sottoposto” – come si legge nell’ordinanza che ha liberato Orsoni in cambio dell’ammissione di colpevolezza. Adesso altri lo faranno. Il carcere comincia a dare i suoi frutti. Del resto in 24 sono in galera da mercoledì 4 giugno. E due settimane possono essere un tempo infinito. E dunque si può iniziare a fare i conti di chi parla e di chi – per ora – non parla.
Non parla – nel senso che nega tutti gli addebiti e contesta le accuse – Giampietro Marchese, indicato da molti, a cominciare dai suoi compagni di partito come Pio Savioli, come il referente del Pd per quanto riguarda le collette, chiamiamole così, elettorali. Anche Federico Sutto, il postino di Giovanni Mazzacurati per conto del quale consegnava le bustarelle, ha deciso per adesso di non aprire bocca. L’obiettivo del suo avvocato, Gianni Morrone, è quello di farlo uscire dalla galera il più rapidamente possibile, poi si vedrà. Collaborano invece i Boscolo Bacheto, Mario e Stefano, padre e figlio, i chioggiotti che sono al centro dell’inchiesta per quanto riguarda la parte delle mazzette targate Partito democratico. Anche Franco Morbiolo, pure lui della banda delle coop rosse – così la chiama Pio Savioli – ha parlato e il suo verbale è stato secretato, segno evidente che ha aperto il sacco. Non parla invece Lino Brentan, l’ex amministratore delegato della Padova-Venezia, già arrestato un anno fa e sempre per una storia di tangenti. Lino Brentan, ironia della sorte, condivide con uno dei grandi accusatori del sistema Mose – Piergiorgio Baita – la passione per l’orto. Entrambi dicono di essersi ritirati a coltivare pomodori-ciliegino.
Non parla per ora nemmeno Maria Giovanna Piva, ex magistrato alle acque, mentre ha vuotato il sacco ammettendo tutto Patrizio Cuccioletta, che aveva assunto la carica subito prima della Piva. Anche Enzo Casarin, il segretario di Renato Chisso non parla o, meglio, si difende dicendo che esiste un altro Casarin, Gianni, e potrebbe essere lui quello che cercano i pm.
Mancano all’appello – nel senso che ancora non si sa quando verranno interrogati – un paio di funzionari regionali come Giuseppe Fasiol e Giovanni Artico. Almeno per Fasiol la posizione sembra alleggerita dal fatto che è accusato di aver preso un incarico di collaudo del Mose, ma pare che abbia in mano la prova provata che quell’incarico lo ha rifiutato. Artico invece è accusato di aver bloccato tutto finché non gli hanno assunto la figlia. Posizioni minori, ma importanti, secondo l’accusa, per dare il quadro della pervasività della corruzione.

Roberta Brunetti – Maurizio Dianese

 

IL RIESAME – I giudici concedono gli arresti domiciliari all’ex presidente del Coveco, accusato di

Lo zampino di Morbiolo nella consulenza

Il Tribunale del riesame ha concesso gli arresti domiciliari a Franco Morbiolo intervenendo «solo sulla proporzionalità e adeguatezza della misura cautelare», ma «confermando l’ordinanza impugnata nella parte restante». Lo scrive il presidente Angelo Risi per spiegare la decisione di revocare il carcere all’ex presidente del Coveco arrestato il 4 giugno scorso. Così le prime motivazioni dei giudici del riesame, depositate ieri in cancelleria, sono una sostanziale conferma del quadro accusatorio ricostruito dall’ordinanza dal giudice Alberto Scaramuzza, su richiesta dei pm Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.
Morbiolo è accusato di finanziamento illecito avendo partecipato, con le imprese del Coveco, al giro di false fatturazioni messo in piedi dal Consorzio Venezia Nuova. In particolare gli vengono contestati i contributi “in bianco” all’ex consigliere Giampietro Marchese e al sindaco Giorgio Orsoni: soldi formalmente arrivati da consorziate, in realtà del CVN, quindi illeciti. «La regia della vicenda è riferibile a Mazzacurati» scrive Risi. Ma Morbiolo sapeva, così come sapeva del sistema di sovrafatturazioni. Lo dicono sia Pio Savioli, il rappresentante delle coop nel CVN, che il responsabile amministrativo del Coveco, Enrico Provenzano. «É Morbiolo che suggerisce al responsabile amministrativo Provenzano di trascrivere su carta “mangiabile” e di nascondere in un luogo sicuro i documenti compromettenti relativi proprio ai rapporti tra Coveco e CVN» scrive ancora Risi.
I giudici del riesame approfondiscono anche un’altra vicenda che coinvolge pure Morbiolo, quella della consulenza da 200mila euro pagata proprio dal Coveco all’ex segretario regionale alle sanità, Giancarlo Ruscitti. Così Mazzacurati cerca di entrare nell’operazione nuovo ospedale di Padova. E ancora una volta, per non far apparire il CVN, interpone il Coveco. «Vi sono una pluralità di intercettazioni telefoniche tra Savioli e Morbiolo nonchè tra Savioli e Mazzacurati dalle quali risulta che l’ordine partito da Mazzacurati è quello di “far fare” il contratto con la Coveco». Contratto sottoscritto da Morbiolo. «Che il contratto sia, evidentemente, simulato è ben chiaro anche a Ruscitti che infatti telefona all’ingegner Mazzacurati per ringraziarlo». E una conferma ulteriore arriva da una conversazione intercettata tra Morbiolo, Ruscitti e Savioli.
Il Tribunale, infine, respinge le argomentazioni della difesa, secondo cui Morbiolo era un mero esecutore, senza contatti diretti con i protagonisti della vicenda, che in un caso si era pure opposto a Mazzacurati, mentre il Coveco non ne aveva tratto benefici. «Lungi dall’essere un semplice uomo di paglia – ribattono i giudici – ha esercitato un potere decisionale ampio e assolutamente incontrollato sia sulle cooperative consorziate che sui dipendenti manifestando una fortissima influenza sull’intera gestione dell’intera cooperativa che, tutt’ora, egli è in grado di esercitare. Diversamente non si comprenderebbe come sia riuscito a far emettere alla Covevo fatture per operazioni inesistenti per oltre 4 milioni di euro». Insomma, anche se non apparteneva al «gruppo decisionale», aveva un «ruolo esecutivo cosciente». Quanto al profitto per il Coveco, stava nel «partecipare alla spartizione delle opere che il CVN appaltava alle sue consorziate».

Roberta Brunetti

 

PIGOZZO (PD) «Sospendere le procedure della gara per la Via del Mare che porta a Jesolo»

VENEZIA – Sospendere le procedure di gara per la costruzione e la gestione della superstrada a pedaggio denominata «Via del Mare» A4 – «Jesolo e litorali» in attesa degli esiti della verifica svolta dalla Commissione d’inchiesta sui lavori pubblici e degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria in corso. Lo chiede con interrogazione alla Giunta il consigliere regionale del Pd, Bruno Pigozzo, vicepresidente della commissione Trasporti. Ricorda come il presidente Luca Zaia, riferendo in Consiglio, abbia «preso le distanze» dalle scelte fatte prima del suo mandato. «Nell’elenco delle opere che ha citato nel suo intervento – precisa Pigozzo – ha richiamato anche la Via del Mare Meolo-Jesolo: opera nata progettualmente nel 2007 e messa a gara nel 2013».

 

L’ex Doge al giudizio dei colleghi deputati. E Zoggia si dimette.

E’ arrivato il gran giorno per l’ex Doge di Venezia alias Giancarlo Galan, l’uomo che ha governato il Veneto per tre lustri. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati deve decidere se farlo arrestare. Lo farà senza Davide Zoggia, che si è dimesso dalla Giunta. Il deputato veneziano rischiava infatti di dover decidere su un collega che è finito al centro di uno scandalo mondiale che, però, tocca in profondità il Pd veneziano di cui Zoggia fa parte da una vita. Non solo. Secondo l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, Zoggia avrebbe partecipato ad una riunione, con i compagni di partito Giampiero Marchese e Michele Mognato per convincere Orsoni a chiedere soldi a Mazzacurati, il patron del Consorzio Venezia Nuova. Mognato e Zoggia hanno già smentito l’incontro e Giampiero Marchese è addirittura in grado di indicare la data esatta in cui ha conosciuto di persona Orsoni. Si tratta del luglio 2010, quando il sindaco era già sindaco da 5 mesi. Marchese si ricorda l’episodio perchè in luglio è stato nominato presidente di Ames, una controllata del Comune. Prima di allora non aveva mai incontrato Orsoni. Ma, tra una smentita e l’altra, Zoggia non ha potuto restare in sella e dunque si è dimesso. Al suo posto dovrebbe presentarsi oggi Laura Garavini e sarà lei dunque a votare pro o contro l’arresto.
Giancarlo Galan (sarà sentito in Giunta il 25 giugno) è la star politica dell’inchiesta sul più grande scandalo che sia mai avvenuto in Italia. Contro di lui ci sono una quantità enorme di dichiarazioni di Piergiorgio Baita il quale racconta ai giudici di aver finanziato tutte le campagne elettorali di Galan, a colpi di centinaia di migliaia di euro. Talmente tanti soldi che ad un certo punto il segretario regionale di Forza Italia, l’avv. Nicolò Ghedini, si lamenta perchè al partito non arriva niente. “Galan l’idrovora” è accusato di tenere tutto per sè. E c’è un incontro all’hotel Santa Chiara a Venezia durante il quale Claudia Minutillo, segretaria di Galan, spiega a Baita «che la segreteria di Forza Italia era piuttosto risentita verso il Consorzio Venezia Nuova perché, con tutto quello che facevano loro per il Consorzio, la segreteria non aveva visto nessun tipo di contributo e questo aveva creato anche una certa difficoltà di rapporti tra il Presidente Galan e la struttura del partito, ritenendo che il Presidente Galan intercettasse tutti i contributi».
Claudia Minutillo racconta a sua volta le mille “dazioni” di denaro che Galan avrebbe incassato. Al punto che Minutillo parla di un vero e proprio stipendio da un milione di euro incassato ogni anno dall’ex Governatore. E quando il p.m. Stefano Ancilotto chiede se lei abbia mai visto consegne di denaro con i suoi occhi, Claudia Minutillo risponde: «Sì». Lei ha visto Galan che incassava da Baita, ma anche «dalla Gemmo, da Marchi, da Stefanel…”. E Baita spiega poi ai magistrati di come ha pagato la ristrutturazione della villa di Galan per un totale di 1 milione e 100 mila euro. Infine ci sono i conti in tasca che ha fatto la Finanza, secondo la quale Galan avrebbe avuto in dieci anni entrate per un milione e rotti di euro e ne avrebbe speso più di due. Insomma nei 18 faldoni consegnati dalla Procura alla Giunta della Camera ci sono centinaia di pagine che riguardano direttamente Galan.

Maurizio Dianese

 

IL VESCOVO – Bagnasco: «I cattivi esempi non scoraggino»

GENOVA – «Speriamo che la gente non perda la fiducia, anche alla luce dei cattivi esempi che sembra continuamente ci siano. Questi cattivi esempi non devono assolutamente scoraggiare, perché non sono la maggior parte della gente. Mi riferisco a tutto quello che le cronache quasi quotidiane ci rappresentano». Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, riferendosi ai recenti scandali legati alla Banca Carige e al Mose di Venezia. «Molti parlano di segnali positivi, di ripresa ad alti livelli, dell’economia e della produzione e questo lo speriamo ma temo che ci voglia ancora tempo».

 

LA DENUNCIA

I recenti fatti del Mose rendono a tutti evidente il danno che ai cittadini provoca la collusione tra politica e imprenditoria. Vorrei però far notare come i “soliti noti” abbiano potuto scorazzare imperterriti per anni prima che a loro carico si sia riusciti a produrre qualche prova che permetta ora di bloccarne le malefatte. Le eventuali condanne poi, (sempre che il tutto non finisca in prescrizione prima della fine del processo) saranno come sempre a dir poco ridicole rispetto a quanto invece deve pagare un qualunque cittadino nel caso gli venga addebitato un illecito.
Mi fa sorridere la farsa dei politici intervistati che si sono dimostrati stupiti e increduli perché pur supponendo che siano in buona fede, credo che se fossero stati meno seduti sulle proprie “careghe” e avessero parlato un po’ con la gente comune avrebbero saputo che la “vox populi” da tempo indicava il Mose come una delle maggiori ruberie perpetuate dalla politica ai danni della comunità. È la stessa “vox pouli” che ritiene Veneto City una mera speculazione edilizia.
Sarei felice quindi se ora la Magistratura si prendesse la briga di indagare anche su Veneto City dato che nel caso specifico i “soliti noti” hanno acquistato terreni agricoli a prezzi stracciati ben sapendo che sarebbero diventati edificabili (qualcuno li ha forse messi al corrente dei futuri piani regolatori?).
Sempre “i soliti noti” che comprano la terra, progettano e costruiscono, hanno ottenuto dalla Regione l’autorizzazione ad edificare l’ecomostro nonostante le proteste di cittadini, commercianti, associazioni autorevoli quali “Italia Nostra” e perfino il parere contrario del Magistrato alle acque. I lavori proseguono anche se non si sa ancora chi andrà ad occupare quell’enormità di metri cubi di cemento che avrà un impatto devastante sul fragile graticolato romano, ma servirà probabilmente a qualcuno per pagarsi le prossime campagne elettorali.
Penso inoltre che se qualora questi edifici di nuova costruzione non venissero venduti, potranno servire ai “soliti noti” (secondo quanto indicato dalle nuove regole edilizie) quale garanzia per potersi accaparrare gli appalti per l’edificazione di nuovi ecomostri.
In tal caso si finirebbe in un circolo vizioso che garantirebbe solo ai collusi di poter lavorare facendo così morire le piccole aziende e chi con la politica non ha avuto niente da spartire.

Mario Muneratti – Mirano

 

Gazzettino – Effetto Mose su Valsugana e Spv

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17

giu

2014

BASSANESE – Sulle due opere in project financing si appuntano i sospetti degli amministratori locali

Effetto Mose su Valsugana e Spv

Ferazzoli (Unione Montana) scrive al premier sulla statale 47: «Accantonare il progetto, ci pensi lo Stato»

I SOSPETTI – Sulle opere regionali in project financing cala una cappa di dubbi e sospetti. Dopo lo scandalo del Mose, i sindaci temono di sentire puzzo di bruciato su altre grandi opere previste nel territorio. Prima tra tutte, la Nuova Valsugana. Luca Ferazzoli, dell’Unione Montana, a nome dei sindaci valligiani ha scritto a Renzi.

CHIAREZZA – Serve fare luce, scrive Ferazzoli, perchè le opere in project sono ormai nel mirino. E ricorda un fattore poco chiaro: ci fu un progetto condiviso da Anas e enti locali, che venne cestinato dalla Regione per imporre il project financing. E gli enti locali, che dovevano venire consultati sul nuovo progetto, non vennero mai sentiti.

BASSANO – (Cs) Con tutto quello che è uscito dal vaso di pandora del Mose, la presa di posizione di Luca Ferazzoli e dei sindaci valligiani è più che comprensibile. E si appaia alle richieste di verifiche e chiarezza sulla Pedemontana.
Le indagini hanno detto (il che dovrà venire ratificato dalle sentenze) che c’era un “sistema”. Sacrosanto verificare che quei meccanismi venuti alla luce non fossero estesi a grandi opere in costruzione o programmate.
I sospetti, peraltro, sono giustificati perchè per anni i sindaci del territorio hanno rivendicato il loro ruolo: dovevano essere sentiti dalla Regione, sulla Valsugana, ma sono stati bellamente snobbati. Per la nuova statale 47 (per la Spv è più difficile, visto che è in costsruzione) ora parte la richiesta a Matteo Renzi di metterci una pezza. Non potrà fare i miracoli, il premier, ma un po’ di chiarezza sì.

APPELLO AL PREMIER – Ferazzoli scrive a Palazzo Chigi: «Non giudichiamo, ma ora tutti i project financing regionali vanno controllati»

CI PENSI LO STATO – Va bene il progetto condiviso a suo tempo. Va realizzato con i fondi pubblici, senza pedaggi

PROGETTO DA 1,7 MILIONI – Finì nella legge obiettivo ma fu poi vanificato dal project. Dubbi
molto legittimi

DA MATTEOLI A CHISSO – Il ministro: «Non ci sono soldi». L’assessore: «Enti locali bypassati»

«Caro Renzi, Valsugana senza sospetti»

La bufera scatenata dall’inchiesta sul Mose potrebbe avere ripercussioni anche sulla Nuova Valsugana. I nuovi sindaci dei comuni della Valbrenta, riuniti a Palazzo Guarnieri, hanno trovato un’intesa sul problema della viabilità e chiedono l’intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, confidando che lo Sblocca Italia possa portare allo Sblocca Valsugana, non con il contestato progetto del project financing, promosso dalla Regione Veneto, bensì con il progetto a suo tempo condiviso da tutti gli enti interessati e senza pedaggio.
«Non è mio compito giudicare, né prendere posizione in merito alle azioni della magistratura – scrive a Renzi e al Governatore Veneto Luca Zaia il presidente dell’Unione Montana Valbrenta, Luca Ferazzoli, a nome anche dei sindaci di San Nazario, Valstagna, Campolongo, Solagna, Pove e Cismon – ma pare evidente che tutti i project financing promossi dalla Regione Veneto debbano essere oggetto di attenta valutazione in relazione al fatto che alcune strutture amministrative e alcuni soggetti risultano a vario titolo indagati nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, a Venezia, e che proprio a causa di tali indagini il Presidente della Regione Veneto ha revocato all’assessore Renato Chisso il proprio referato».
«L’ammodernamento della statale 47 della Valsugana è opera assolutamente indispensabile per lo sviluppo dell’economia locale e per la vivibilità della Valle del Brenta – ricorda a Matteo Renzi il presidente Ferazzoli – e quindi a nome dell’Unione Montana Valbrenta e dei sindaci chiedo che lo Stato, come da accordi pregressi con gli enti interessati, si faccia carico del completamento e ammodernamento della statale Valsugana, da realizzarsi senza l’imposizione di alcun pedaggio a carico degli utenti; che tale opera debba essere eseguita sulla scorta del progetto preliminare redatto dalla Provincia di Vicenza e condiviso dall’Anas e da tutti gli enti locali interessati, costato oltre 1.700.000 euro; che tale progetto debba essere migliorato in fase di progettazione definitiva ed esecutiva con la risoluzione delle gravi problematiche presenti in località San Marino, in comune di San Nazario e valutando, rispetto al preliminare, una nuova uscita a sud in conformità delle nuove esigenze sorte con la realizzanda superstrada Pedemontana Veneta».

UNA STORIA DI QUINDICI ANNI «La Regione impose un tracciato diverso e non sentì mai i sindaci»

VALBRENTA – Ferazzoli, nella sua lettera, riassume al presidente Matteo Renzi tutta la vicenda sulla statale Valsugana, partendo dal 1999, quando «Regione, Provincia di Vicenza, Anas, Comunità Montana e comuni di Bassano e della Valbrenta avevano sottoscritto un protocollo d’intesa per l’individuazione del tracciato definitivo della variante della ss 47 «prioritariamente con l’ipotesi di costruzione di due o più gallerie in sinistra brenta tra Rivalta e Pian dei Zocchi, Pove del Grappa e raccordo con la Tangenziale est di Bassano del Grappa. Sulla scorta di tale protocollo è stato redatto un progetto preliminare condiviso da tutti, costato circa 1,7 milioni di euro e finanziato dalla Regione, Provincia e Anas». L’intervento venne inserito nella Legge Obiettivo. La Regione, però, nel 2009 approvò una «Proposta di finanza per la progettazione, costruzione e gestione dell’itinerario della Valsugana Valbrenta – Bassano Ovest – Superstrada a pedaggio, presentato dalle società Impresa Pizzarotti & C. spa, Ing. E. Mantovani spa, Cis Compagnia investimenti sviluppo spa. Cordioli spa», con un’ipotesi di percorso interamente in destra Brenta e pertanto difforme dal Protocollo d’intesa già sottoscritto, che provocò una dura reazione da parte di tutti gli enti interessati: I quali ottennero l’approvazione di una risoluzione del Consiglio Regionale Veneto che imponeva l’ubicazione del tracciato in sinistra Brenta, conformemente a quanto concordato con il protocollo d’Intesa. I comuni, per evitare la realizzazione di una strada a pagamento, si attivarono anche con l’allora Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, per ottenere la realizzazione dell’opera da parte dell’Anas, ma il ministro informò che non c’erano disponibilità finanziarie e pertanto il Progetto di Finanza regionale proseguì il suo iter. La Giunta Regionale, nel gennaio 2010, nominava la Commissione per l’esame delle proposte presentate e nelle premesse di tale deliberazione si leggeva che in «ogni caso, prima dell’esame da parte del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti (Nuuv) della Regione Veneto della proposta prescelta per l’eventuale dichiarazione del pubblico interesse – ricorda Ferazzoli, – l’assessore alle politiche delle Mobilità ed infrastrutture sottoporrà l’analisi del tracciato agli enti locali interessati dallo stesso. Ma l’assessore preposto, Renato Chisso, non ottemperava alle indicazioni della Giunta e nonostante varie sollecitazioni, anche mediante la Presidenza della Regione, non ha mai sottoposto il tracciato individuato dalla Commissione esaminatrice prima dell’inoltro dello stesso al Nuuv».
La Giunta regionale nel dicembre 2011, nonostante la richiesta di un confronto da parte delle amministrazioni locali, ha approvato, a maggioranza, la dichiarazione di interesse pubblico dell’opera e il progetto ha ottenuto l’approvazione della Commissione tecnica di Verifica dell’impatto ambientale (Via regionale) e recentemente ha ottenuto il parere favorevole della corrispondente Commissione statale.R.L.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA – Il Covepa: «Chiarezza sulla Spv. Uno spreco di risorse sottratte a strade utili e a basso costo»

BASSANO – Dopo il Mose, occhi puntati sulla Superstrada Pedemontana. Diversi detrattori del progetto Spv chiedono infatti che sia fatta chiarezza anche sulle presunte irregolarità della grande infrastruttura che attraversa il Bassanese, e sono pronti a scommettere che proprio questa sarà al centro di un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla tangentopoli veneta aperta dai magistrati di Venezia.
E mentre in diversi cantieri compresi tra Marostica e Mussolente, in questi giorni, si continua a lavorare a pieno regime, dal Covepa arriva un nuovo pesante attacco col portavoce Elvio Gatto: «Le supposte necessarie opere realizzate con soldi esclusivamente pubblici e incontrollabili – attacca – possono essere messe sotto inchiesta, verifica e se necessario fermate. Pedemontana Veneta è una di queste, pilotata dall’inizio da Adria Infrastrutture. Con quello spreco di denaro di opere sempre in lievitazione di costi si sarebbero fatte strade utili e a basso costo. E alcune di queste, come la Gasparona, sono esistenti e gratuite, ma vengono abbandonate e doppiate da superautostrade nuove e a pedaggio».
Ai vertici regionali vengono attribuite le responsabilità di aver dato numerosi e immotivati vantaggi ai proponenti dei progetti di finanza, che sarebbero salvi da ogni rischio di impresa, spostato nelle spalle della collettività: «Zaia, che per anni ha avuto l’assessore Chisso come uomo di fiducia, deve dare le dimissioni per palese incapacità amministrativa e di controllo, nella migliore delle ipotesi – aggiunge il portavoce Gatto – anche se l’inchiesta della magistratura non è finita. Lui conosceva bene il sistema Baita sui project financing, a cui spesso si aggiungeva la richiesta di un commissario straordinario governativo come quello di Spv, che adempiva a multipli scopi: segretezza documentale, progettuale e finanziaria, arbitrarietà di motivazione della «Grande opera», informazioni ai media, ricatti politici e amministrativi alle comunità locali, espropri immotivati e forzati, copertura dei buchi economici, fantasiose dichiarazioni ai ministeri, scellerati patti con sindacati, associazioni politicizzate come la Coldiretti o i cavatori, distruzione e impoverimento di aziende agricole fertili, creazione di «aree strategiche» volute dalla Giunta regionale».
Al governatore del Veneto viene chiesto infine di bloccare gli espropri per la Pedemontana che sono in corso in questi giorni, in attesa che venga fatta maggiore chiarezza.

Giovanni Guarise

 

Nuova Venezia – Cuccioletta ha iniziato a collaborare

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17

giu

2014

Cuccioletta ha iniziato a collaborare

Aveva già ammesso dei “regali”, l’ex presidente del Magistrato alle acque ieri ha parlato per tre ore, l’interrogatorio è stato secretato

Cuccioletta è stato arrestato perché accusato di aver ricevuto uno stipendio annuo di 400 mila euro dal Cvn

L’ex ministro Matteoli sarà interrogato dal Tribunale veneto dei ministri il prossimo 27 di giugno

Orsoni ha patteggiato 4 mesi e 15 mila euro: il 28 giugno il giudice dovrà decidere se avallare la pena

VENEZIA – Il giudice veneziano Massimo Vicinanza ha fissato per sabato 28 giugno l’udienza in cui deciderà se la pena di quattro mesi per il sindaco Giorgio Orsoni sia congrua o meno e ieri il Tribunale per i ministri del Veneto si è riunito ed ha deciso di convocare l’ex capo del dicastero delle Infrastrutture Altero Matteoli venerdì 27 giugno. Intanto l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, si è aggiunto alla schiera di quanti hanno deciso di collaborare. Ieri, è stato sentito per più di tre ore dal pubblico ministero Stefano Ancilotto negli uffici della Procura lagunare e se l’ex alto funzionario statale si fosse limitato a ripetere quello che aveva già detto durante l’interrogatorio di garanzia, il primo al quale è stato sottoposto nel carcere romano dove è rinchiuso con l’accusa di corruzione, probabilmente il rappresentante dell’accusa lo avrebbe liquidato in pochi minuti. Cuccioletta, infatti, pur confermando di aver ricevuto dal presidente del Consorzio Venezia Nuova 500 mila euro, soldi finiti in un conto intestato alla moglie in una banca svizzera, aveva avuto il coraggio di definirlo un semplice regalo. Questa volta, invece, avrebbe cambiato registro e proprio per questo l’interrogatorio non solo è durato a lungo, ma il verbale è stato secretato, segno evidente che il pm Ancilotto valuta interessanti e soprattutto degne di essere riscontrate tutte le informazioni che Cuccioletta ha fornito. Da sottolineare che di lui parlano sia Giovanni Mazzacurati sia l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita. Con le loro dichiarazioni hanno permesso agli investigatori della Guardia di finanza di far scattare le manette ai polsi di Cuccioletta con l’accusa di aver incassato uno stipendio annuo di 400 mila euro, una mazzetta da 500 mila, di aver fatto assumere la figlia Flavia alla «Thetis», società controllata dal Consorzio e di aver fatto avere un contratto da 38 mila euro al fratello architetto Paolo. In cambio, l’ex presidente del Magistrato alle acque avrebbe omesso la vigilanza sulle opere alle bocche di porto e non avrebbe segnalato le irregolarità nei lavori. Il sindaco Orsoni ha invece raggiunto l’accordo per patteggiare la pena di 4 mesi con la Procura per il reato di finanziamento illecito al partito, ma l’ultima parola tocca al giudice dell’udienza preliminare Vicinanza, che ha convocato pubblico ministero e difensori per il 28 giugno. Il giorno prima il Tribunale dei ministri presieduto dalla veronese Monica Sarti e composto dai veneziani Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi interrogherà Matteoli, indagato per corruzione, anche lui sarebbe stato pagato da Mazzacurati e dal presidente dei costruttori romani Erasmo Cinque. Saranno presenti i suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Consolo, Francesco Compagna e Gabriere Civello. Solo dopo l’interrogatorio il Tribunale deciderà come proseguire la sua attività d’indagine.

Giorgio Cecchetti

 

Mazzacurati e Baita truffati da Chiarini, falso magistrato

C’è un nuovo capitolo che emerge dall’inchiesta del Mose: Gino Chiarini, architetto di Ferrara, uno degli arrestati, si è addirittura spacciato per il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, in cambio di informazioni riservate sulle indagini in corso. Nel capo di imputazione firmato dal Gip Scaramuzza, la vicenda viene riassunta al punto 34 dell’ordinanza dove compaiono come co-imputati Luigi Dal Borgo, Mirco Voltazza, Gino Chiarini, Alessando Cicero e Vincenzo Manganaro. La vicenda in estrema sintesi: Chiarini veniva presentato da Voltazza come intermediario del dottor Tito e perciò veniva ricompensato con somme oscillanti tra i 50 e i 200 mila euro. A sua volta il Voltazza, veniva compensato con 100 mila euro e otteneva per la sua società Italia service srl due contratti dalla Mantovani per oltre 5 milioni di euro. Dal Borgo, invece otteneva per la sua società «Non solo Ambiente srl» un contratto di fornitura di materiali a prezzo pieno senza sconto, indicato in 800mila euro. Invece Cicero e Manganaro ottenevano per laNew Time Corporation srl un sostegno finanziario di 2, 2 milioni per il settimale il Punto» una rivista dei servizi segreti . Ora si apre un giallo: nel verbale dell’interrogatorio Chiarini afferma:«Da queste attività, io spacciandomi come Tito, ho ricevuto 50 mila euro». Il procuratore aggiunto d Udine dal canto suo è intenzionato a costituirsi come parte offesa del reato. Baita e Mazzacurati, che sono i veri truffati, non aprono bocca su questa vicenda.

 

Il «sistema Mose» tra il Cipe di Roma e i piani Palladio

Nel memoriale di Mazzacurati del 25 luglio 2013 tutte le tappe di una vicenda nata nel 1985

PADOVA – Il «sistema Mose» con le «dazioni » ai politici e i rapporti con la Palladio, è raccontato nel memoriale firmato da Giovanni Mazzacurati il 25 luglio 2013 e consegnato alla Procura della repubblica di Venezia. 16 pagine in cui si ricostruisce la vicenda, dalla nascita della Legge Speciale per la salvaguardia della laguna, fino al Comitatone. Prima tappa: la concessione al Cvn del 1985, regolata dalla convenzione generale del 1991 che assegna le competenze sia per il piano generale che per la realizzazione dell’opera. Concessione unica chiavi in mano al Cvn per il Mose, ma con un problema: reperire le risorse. Che vengono inserite nella legge Finanziaria fin dal 1987, approvata dal parlamento, ma nel 2001 con la legge Obiettivo, i fondi sono assegnati dal Cipe tramite il fondo Infrastrutture del ministero. I tempi lunghi della politica romana convincono Mazzacurati a fare pressioni sul senatore Ugo Martinat che dal 2004 al 2006 fa arrivare le risorse: l’impegno è concludere il Mose entro il 2010. E Martinat viene «ripagato con circa 400 mila euro». Poi il deus ex machina del Cvn cambia strategia e per risolvere i problemi di liquidità finanziaria di rivolge alla «Palladio incaricata di trovare con uno specifico studio gli strumenti finanziari e contrattuali con cui il Consorzio avrebbe potuto ottenere l’intera provvista dal ceto creditizio nelle more della allocazione del finanziamento da parte dello Stato (e quindi dal Cipe)». La proposta fu bocciata e né la Bei né la stessa amministrazione delle Infrastrutture e Trasporti hanno ritenuto meritevoli le proposte del Cvn, per modificare il regime economico e giuridico della concessione in essere con l’assunzione, da parte del Cvn, dell’obbligo di reperire le risorse finanziarie in cambio del diritto di incassare un canone di disponibilità, una volta ultimati i lavori». Bocciato anche l’istituto del contratto di disponibilità, a Mazzacurati non resta che sollecitare un incontro con Meneguzzo della Palladio che procura un contatto con il ministro Tremonti e l’onorevole Milanese. Il deputato fa sapere che i finanziamenti «chiesti al ministero dello Infrastrutture sarebbero stati concessi con il parere positivo del ministero dell’Economia solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro».

 

Il mistero dei 15 milioni di mazzette ancora senza nome

Mancano i destinatari di 14,5 milioni di tangenti pagate dal Consorzio Venezia Nuova. Mancano i ricevitori. Il nucleo di polizia tributaria di Venezia ha fin qui accertato, parliamo dell’inchiesta Mose, una produzione di fondi neri pari a 37 milioni di euro. Le tangenti certificate, con nomee cognome di chi le ha incassate, sono invece pari a 22,5 milioni. Ci sono 14,5 milioni di contanti ancora da attribuire, dopo tre anni di inchiesta. Sarà questo uno degli obiettivi dei prossimi interrogatori dei tre pm Ancilotto, (foto) Buccini e Tonini: trovare i destinatari mancanti. Ad oggi la finanza ha sequestrato 1.414 false fatture. Dal 2006 al 2010 la società canadese Quarrytrade limited ne ha emesse 1.253 direttamente alla Mantovani spa, capofila del consorzio. Un totale di 7 milioni e 990mila euro.

 

PraVATà, ex direttore del Cvn «Così Mazzacurati dava soldi a tutti»

Nel 2005 la mutazione. Con Zanda Carraro e Savona nessun aiuto ai politici

VENEZIA – Roberto Pravatà, 60 anni, ex vicedirettore del Consorzio Venezia Nuova, ha consegnato un memoriale ai magistrati che l’hanno secretato: nella sua casa a Villorba, ha rilasciato un’intervista a Fabio Tonacci di Repubblica, che qui riassumiamo. Pravatà racconta di aver consegnato il memoriale alla Gdf in cui ricostruisce i rapporti del Cvn con politici di rilievo nazionale, tra cui anche ex ministri. «I contatti li teneva Giovanni Mazzacurati, ma io ero informato perché gestivo le finanze del Cvn. La prima vicenda raccontata porta a Gianni Letta che chiese di far lavorare la Rocksoil, dell’ex ministro Lunardi». Poi Pravatà spiega perché si è dimesso dal Consorzio. «Mazzacurati volle farmi assumere la figlia di Cuccioletta, il Magistrato alle acque. Brava ragazza, per carità, si era appena laureata. Ma c’era un problema di opportunità, il Magistrato era il nostro controllore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso… Poi ha preteso che mi dimettessi dalla vice presidenza di Thetis (società di ingegneria, acquisita dal Consorzio, ndr), perché doveva mettere uno dei suoi. A quel punto dissi basta». Ma quante campagne politiche avete finanziato? «Finché c’ero io, neanche una. Era una precisa disposizione dei presidenti precedenti, da Luigi Zanda a Franco Carraro e Paolo Savona. Poi i consiglieri nominano Mazzacurati. Siamo nel 2005 e da quel momento il Consorzio subisce una mutazione genetica, diventa spregiudicato. Quando trovai strane fatture provenienti da San Marino, mi resi conto che si era passato il limite e decisi di non firmare più quegli atti contabili». Da quel momento il Cvn diventa una sorta di «governo ombra» di Venezia. Tutti battono cassa, spiega Pravatà: del resto le risorse non mancano perché quel 12% di oneri forfettari sono una riserva di liquidità infinita. «Mazzacurati era un tecnico molto preparato e difficilmente diceva no. Puntava ad acquisire il consenso generalizzato, per sé e per il Mose. C’erano politici che avevano atteggiamenti più interlocutori, altri più di chiusura. L’ex sindaco Cacciari con noi aveva rapporti personali cordiali, ma politicamente era critico verso l’opera », spiega Pratavà. Ma c’erano politici che entravano nello studio di Mazzacurati? «L’unico era Giancarlo Galan, ma sempre per incontri istituzionali. Non ho mai firmato niente in suo favore». Ma perché tutta quest’ansia di ottenere consenso? In fondo i soldi per il Mose li garantisce lo Stato, e l’opera è utile alla città… «Il Consorzio è visto in modo molto ostile, forse perché non ha mai avuto un presidente veneziano. E c’è un problema strutturale che riguarda tutte le opere pluriennali dello Stato: le leggi finanziarie valgono per tre anni e sono troppo suscettibili di cambiamento. Accade solo in Italia», conclude Pravatà, che ricorda di aver sentito l’ultima volta Mazzacurati quando è morto suo figlio, Carlo, il regista.

 

LO SCANDALO CHE TRAVOLGE LA POLITICA

di ALBERTO VITUCCI

lo scenario. Creato un «mostro» senza controllo, tagliando le unghie ai controlli: una enorme tavola imbandita

Il sistema Mose al capolinea. Più delle dighe è la grande rete politico affaristica, costruita per comprare il consenso a tutti i costi sulle grandi opere, che è adesso sotto i riflettori. Finalmente, anche se con qualche decennio di ritardo, la pentola della corruzione è stata scoperchiata. Era il segreto di Pulcinella. Che in tanti facevano finta di non vedere. Imprese amiche, sempre le stesse. Pareri sempre positivi. Con qualche «prescrizione », che veniva facilmente sanata nella riunione successiva. Una macchina (quasi) perfetta, costruita a suon di nomine nei gangli della Pubblica amministrazione, di «semplificazione» delle procedure, di controlli sempre più blandi. Già alla fine degli anni Ottanta, quando il progetto Mose vede la luce battezzato da Gianni De Michelis, c’è chi accusa il monopolio. La concessione unica, approvata dal Parlamento, autorizza le più grandi imprese edili italiane (Impregilo – e poi Mantovani – Fiat Impresit, Condotte, Mazzi e in quota parte le cooperative rosse) di fare lavori senza gare d’appalto. Costi più alti e niente mercato. Il governo stanzia i fondi, il Consorzio li può spendere senza concorrenza. Chi dovrebbe controllare (Magistrato alle Acque e Corte dei Conti) non sempre lo fa. Le denunce (di pochi) cadono nel nulla. Così come le critiche tecniche. La Valutazione di Impatto ambientale negativa, superata con un colpo di penna dal governo D’Alema e poi Amato. Le Valutazioni si spostano in sede regionale, dove dal 1995 regna il governatore Giancarlo Galan con la sua squadra. Difficile trovare pareri negativi sui progetti. Le grandi opere di terra e di mare avanzano, vengono affidate sempre alle stesse imprese, Mantovani in testa. Con il Mose il Passante, gli ospedali, i depuratori. Nel 2002 cambia anche il meccanismo del finanziamento. Il governo Berlusconi vara la Legge Obiettivo, i soldi li dà il Cipe direttamente al Consorzio. Valanghe di denaro che, dice oggi l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, «il Consorzio non sa più dove mettere». Perché non ci sono soltanto i lavori e i cantieri. Ma «i costi extra», quasi un miliardo di euro. Le tangenti, certo. Tecnici, presidenti, politici e decisori comprati. La stampa che spesso si accontenta delle versioni ufficiali. I filmati in stile «Istituto Luce» proiettati, le dichiarazioni trionfali di Galan, Matteoli,Lunardi, Berlusconi, Brunetta. Ma anche Prodi, Costa, Amato. Il Consorzio ha garantito il 12per cento sui lavori. Solo sui 5 miliardi del Mose fanno 600 milioni. Finanzia studi, ricerche, libri, viaggi e accoglienza. Convegni di esperti – anche uno della Corte dei Conti, alle Zitelle. Paga addirittura gli esperti del Comitato tecnico di magistratura, che devono dare il via libera. E i superesperti internazionali nominati in un pomeriggio di estate dall’allora ministro Paolo Baratta. Le poche critiche, anche autorevoli, vengono rintuzzate, i tecnici e i giornalisti che le sollevano derisi o ignorati. Una storia infinita, fatta di pareri «amici» e di maggioranze bulgare negli organi che devono approvare. Comitati tecnici, Consiglio superiore dei Lavori pubblici, commissione di Salvaguardia. Quest’ultima per approvare il Mose ci mette solo pochi minuti, senza nemmeno leggere la montagna di carte presentate. La magistratura ha scoperchiato la pentola. E il lavoro, si dice, non è affatto concluso. Si annunciano coinvolgimenti anche ad alti livelli. Ma al di là di come finirà la vicenda penale, la storia del Mose è un profondo atto di accusa nei confronti della politica. Che ha creato un «mostro» che non ha più saputo – o voluto – controllare. Tagliando le unghie agli organismi di controllo e partecipando – con rare eccezioni – al meccanismo di creazione del consenso. Una enorme tavola imbandita.

 

Dossier di Italia Nostra sullo scandalo Mose

Sarà presentato a Roma, i relatori tutti veneziani “nemici” storici del progetto delle dighe mobili

VENEZIA – Lo scandalo del Mose non è più un’idea di qualche ambientalista. Ma un film che scorre sotto gli occhi dell’Italia intera. E che dà ragione ai pochi che per anni non hanno mai smesso di denunciare il “sistema” della corruzione. Ecco allora che Italia Nostra, l’associazione che per prima ha denunciato i rischi e i pericoli del Mose e la rete di connivenze intorno al grande progetto, scende a Roma e annuncia un nuovo dossier integrato con le ultime vicende. «Malaffare, che fare?» il titolo dell’iniziativa, convocata per domattina alle 12 all’hotel Nazionale di piazza Montecitorio. I relatori sono tutti veneziani, per anni autori di denunce e segnalazioni rimaste inascoltate. Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione nazionale Via del ministero per l’Ambiente, fu una delle firmatarie nel 1998 della Valutazione di Impatto ambientale negativa che bocciava il progetto di massima delle dighe. «Ci ho rimesso il posto», ricorda, «eppure in quella relazione c’era tutto. Poi il progetto è stato spinto anche quando non andava bene. E i lavori sono cominciati nonostante non ci sia mai stata una Valutazione di Impatto ambientale positiva». Ci sarà anche il professor Luigi D’Alpaos, docente di Idraulica all’Università di Padova, tra i massimi esperti lagunari. Inascoltati anche i suoi allarmi sull’erosione della laguna e i rischi del Mose. Poi Armando Danella, per vent’anni dirigente dell’Ufficio Legge Speciale di Ca’ Farsetti, memoria storica e testimone dei meccanismi che hanno portato negli anni ad annullare ogni controllo locale sulla grande opera, respingendo critiche e alternative. «Nel 2006 fu il governo Prodi a decidere di andare avanti lo stesso», ricorda, «senza nemmeno prendere in considerazione i progetti alternativi che avevamo proposto come giunta Cacciari». Infine due esponenti di Italia Nostra a Venezia, la presidente Lidia Fersuoch e il vice Cristiano Gasparetto. Anche loro autori di denunce e dossier sulla questione salvaguardia e sui rischi della grande opera. «Vogliamo denunciare all’opinione pubblica nazionale quello che è successo ma soprattutto cercare soluzioni », dicono, «sulle grandi opere bisogna girare pagina». Intanto stasera su Raitre alle 23.20 replica dell’inchiesta di report sul Mose andata in onda due anni fa e firmata da Claudia De Pasquale che all’epoca provocò proteste e minacce di querela. (a.v.)

 

«Il tempo sarà galantuomo non ho mai ricevuto soldi»

L’intervento di Giorgio Orsoni in aula. Il sindaco visibilmente provato

«Parlo per rispetto a quest’assemblea composta da persone oneste»

VENEZIA «Il tempo sarà galantuomo e nel tempo capiremo meglio ciò che è accaduto. Nel tempo sapremo quel che è successo anche fuori di quest’aula». Il sindaco Giorgio Orsoni affronta il suo primo Consiglio comunale da uomo libero, dopo la vicenda che lo ha visto agli arresti domiciliari per una settimana con l’accusa di finanziamento illecito. Urla dal pubblico, gelo dai banchi del Pd e dalle opposizioni. Orsoni è un uomo stanco, visibilmente provato da una vicenda che lo ha portato in poche ore dal successo al baratro. Ma con grande carattere cerca di risalire la corrente. Sceglie il basso profilo, evita le polemiche. Annuncia le dimissioni sue e della giunta, che decorrono dal 13 giugno e dopo 20 giorni provocheranno la decadenza dell’intero Consiglio comunale. «Parlo quei solo per il rispetto dovuto a questa assemblea», attacca, «composta di persone che si sono impegnate nell’amministrazione della città in maniera corretta e onesta. Li ringrazio per quello che è stato fatto nell’interesse della città, con trasparenza e assoluta corretteza». In pillole, il sindaco ribadisce quello che già aveva spiegato all’indomani della sua liberazione. Cioè «di non aver mai ricevuto soldi »,madi aver chiesto a vari imprenditori «tra cui Giovanni Mazzacurati che conoscevo da tempo di sostenermi». Ma tutto questo «a seguito delle sollecitazioni di chi conduceva la mia campagna elettorale». Stavolta non fa nomi, ma indica i partiti del centrosinistra, a cominciare dal Pd. «Mazzacurati mi disse che era sua consuetudine interessarsi anche nel passato per sostenere campagne elettorali dei vari candidati e che si sarebbe volentieri interessato a parlarne coni suoi amici imprenditori». Soldi che finivano al comitato organizzatore della campagna elettorale. «Ci furono tanti eventi. Ma non so chi li organizzasse e come fossero pagati, non potevo sapere se fossero di provenienza illecita». Tanto più che Orsoni era un «uomo prestato alla politica ». «Mi avevano chiesto loro di candidarmi, e io non conoscevo questi meccanismi». Quanto al patteggiamento, l’avvocato ribadisce che «non è stato concluso, c’è solo una richiesta ». Il resto? Romanzi e chiacchiere di chi ha cercato di screditarmi. Anche facendo intendere che mi sarei ricandidato. «Non ne ho alcuna intenzione, sia chiaro». Infine Orsoni ha espresso la sua «tristezza». «Questa vicenda, che ha colpito in un modo che ritengo ingiusto duramente me e la mia famiglia, chi mi è vicino, è una vicenda che ha colpito gravemente tutta la città. Si deve prenderne atto, sapendo però che qualcosa non ha funzionato ».

Alberto Vitucci

 

Non passa lo scioglimento del Consorzio

La maggioranza di centrosinistra ci riproverà lunedì 23, se sarà confermata un’altra seduta del consiglio comunale

SEBASTIANO BONZIO – Il Consiglio con questo sindaco è delegittimato a continuare Siamo qui per senso di responsabilità

SIMONE VENTURINI – L’esperienza amministrativa è conclusa, ma abbiamo il dovere di approvare alcuni provvedimenti urgenti per la città

GIAMPIETRO CAPOGROSSO – Non ci sono primi della classe le dimissioni le abbiamo presentate nelle mani del capogruppo già la scorsa settimana

MESTRE – Primo atto, sciogliere il Consorzio Venezia Nuova e indagare sui soldi spesi dal 1984 ad oggi. La maggioranza prova a dare una sterzata nella palude. Si ritrova compatta sull’ordine del giorno firmato da tutti i capigruppo che chiede di girare pagina su 20 anni di politica di salvaguardia. È un banco di prova importante nel primo Consiglio dopo la liberazione del sindaco, costretto per una settimana agli arresti domiciliari con l’accusa di finanziamento illecito. Mala prova fallisce. Solo 22 i voti a favore – ne occorrevano 31, i due terzi dell’assemblea per modificare l’ordine del giorno – 13 i contrari, due gli astenuti, il sindaco e Franco Conte del Pd. «Poco male, lo approveremo lunedì prossimo», dice sicuro Beppe Caccia, uno dei proponenti. Spettacolo mesto e a tratti surreale, quello del Consiglio di ieri. Via Palazzo assediata primadai neofascisti di Forza Nuova, poi dalla polizia e dalla celere che non vuole fare avvicinare i centri sociali. Al piano terra gente che urla davanti al maxischermo («Andate a casa!») senza distinguere colpe e responsabilità. Il primo piano è affollato di giornalisti, operatori, pubblico, dirigenti del Comune che aspettano le loro delibere e cercano di capire cosa sta per arrivare. Ma in realtà non lo sanno nemmeno i consiglieri. Il presidente Roberto Turetta fatica a tenere l’ordine. Deve sospendere due volte i lavori, tra urla e proteste. Si percepisce in modo chiaro che la politica è giunta al capolinea. In realtà nessuno dei consiglieri o degli amministratori è stato coinvolto nell’inchiesta sul Mose. Ma ormai la situazione è lacerata. Anche nella maggioranza. Divisioni nel maggiore partito, il Pd, che non ha preso bene i «distinguo» degli ultimi giorni. L’annuncio delle dimissioni su Facebook dell’assessora Tiziana Agostini, poi arrivata due minuti dopo la revoca dell’incarico decisa dal sindaco. Ieri quelle di Jacopo Molina, il consigliere più votato alle ultime elezioni, renziano della prima ora, che le ha recapitate al presidente tramite la Posta certificata. L’unico ad averle protocollate resta però Gianluigi Placella, capogruppo del Movimento Cinquestelle. Altre sono state annunciate. «Noi le abbiamo consegnate nelle mani del capogruppo », dice Giampietro Capogrosso del Pd. Si va e si torna, si prova a tenere a galla una nave che ormai fa acqua da tutte le parti. La vicenda che ha coinvolto il sindaco Orsoni – e che ha portato all’arresto di altre 34 persone tra cui l’ex presidente della Regione Galan e due presidenti del Magistrato alle Acque con l’accusa di corruzione – ha travolto ogni cosa. Le urla e le intemperanze di ieri ne erano la dimostrazione evidente. Un contesto in cui si fatica a tenere una linea politica. Dopo quasi quattro ore di Consiglio, l’unica cosa evidente ieri era che che un’esperienza politica si è conclusa. Lo ammettono tutti, pur con toni diversi. Sebastiano Bonzio (Sinistra) ma anche Simone Venturini (Udc), Luigi Giordani (Psi), il Pd con posizioni diversificate. Quindici giorni per approvare qualche delibera poi tutti a casa. L’ordine del giorno sulla salvaguardia prevede di costituire una commissione parlamentare di inchiesta e di verificare i costi e le scelte tecniche compiute in questi anni. Ma anche l’indicazione al governo di abolire la Legge Obiettivo, quella creata nel 2002 dal ministro Lunardi e dal governo Berlusconi per «sveltire le procedure» che ha in sostanza esautorato gli enti locali da ogni decisione. E di trasferire le competenze del Magistrato alle Acque al Comune. Temi delicati, su cui adesso la maggioranza ha ritrovato l’unità. Ma non basterà a farla sopravvivere alle dimissioni. Il 3 luglio potrebbe arrivare il commissario, per portare il Comune al voto.

Alberto Vitucci

 

La maggioranza resta sola. Sì alla Newco a Marghera

Tra le delibere approvate alla fine anche il regolamento della nuova Tari

Ma il clima è avvelenato e i consiglieri di maggioranza finiscono con il litigare

MESTRE Un consiglio a dir poco caotico, la sensazione evidente di trovarsi di fronte ad una maggioranza divisa e che naviga a vista. Poco cambia dalle 17.30 quando i banchi delle opposizioni si svuotano, dopo la scelta di tutto il centrodestra (Forza Italia, Lega Nord, Prima il Veneto, civica Impegno per, e Fratelli d’ Italia) di abbandonare la seduta in segno di protesta per le parole, «offensive », lanciate da Beppe Caccia dopo il voto contrario all’inversione dell’ordine del giorno per discutere subito la mozione sul sistema Mose, quella che tra l’altro chiede lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova. Ordine del giorno che sarà riproposto al prossimo consiglio comunale, il 23 giugno, forse con una appendice il 24 giugno. L’ordine del giorno, secondo la maggioranza, doveva salire al primo, subito dopo il discorso di Orsoni al consiglio. Ma per ottenere il risultato serviva il voto dei due terzi del consiglio. Cosìnonè stato: 22 i sì, 13 i no (tutto il centrodestra ma anche Lastrucci e Renzo Scarpa del gruppo misto) e due astenuti, il Pd Conte e il primo cittadino dimissionario. Bocciata l’inversione, consiglio sospeso e bagarre che si sposta in via Palazzo. Alla ripresa dei lavori, in un clima di assoluta incapacità di capire cosa sarebbe potuto succedere nei minuti seguenti, il numero legale è sceso a 24 consiglieri e per garantirlo il presidente Turetta ha dovuto concedere altri minuti per recuperare consiglieri di maggioranza spariti dall’aula, nel marasma generale. Ma anche se di fatto è rimasta sola, la maggioranza di centrosinistra ha finito con il dividersi di nuovo, a conferma che una unità oggi appare una missione impossibile, per un Comune con un sindaco dimissonario ed una giunta cancellata. Orsoni ha assistito silenzioso ai battibecchi a distanza tra alcuni dei consiglieri della sua maggioranza. I primi distinguo sono di Bonzio (Federazione della sinistra) per segnare la differenza tra il suo partito e quelli che hanno lavorato per la campagna 2010 di Orsoni. «Questa amministrazione deve chiudersi il più presto possibile con il minor numero di atti di consiglio e giunta». E ancora: «Siamo noi il 24esimo consigliere dimissionario, le lettere sono pronte. Fino all’approvazione del rendiconto ci siamo, per il resto questo consiglio non ha più nulla da dire alla città». E annuncia che non parteciperà più alle votazioni. Conte (Pd) è solidale con Orsoni: «Alle parole del sindaco ci siamo sentiti tutti decaduti, restiamo per gli atti di emergenza ». Sbotta l’Udc Simone Venturini: «Nessuno vuole stare attaccato alle poltrone ma basta fughein avanti; non si può far finta di continuare come se niente fosse». Fuori dall’aula Venturini aggiunge: «Questo consiglio si sta rivelando pessimo, tutti vogliono sembrare meglio degli altri ». Clima nervoso e teso ma alla fine il consiglio riesce a votare alcune delibera, la più importante è la Newco per Porto Marghera. Passano anche la revoca di una parte dell’accordo di programma per il Parco del Marzenego, intervento mai realizzato alla Gazzera per consentire alla Regione di realizzare le strade di collegamento tra le fermate Sfmr di via Olimpia e Gazzera. E poi l’intervento di Santa Caterina (variante al Prg per le isole di Burano, Mazzorbo, Torcello). Passa soprattutto la delibera per la partecipazione nella Newco, controllata con la Regione Veneto, incaricata di acquisire le aree di proprietà di Syndial S.p.A. in Porto Marghera funzionali alla riconversione industriale. Delibera che viene sostenuta in aula dagli interventi di Lino Gottardello (segretario generale della Cisl di Venezia ) e Roberto Montagner, segretario uscente della Camera del Lavoro della Cgil di Venezia che sollecitano un voto del consiglio che permetta a questo strumento di marciare, finalmente. Un ordine del giorno collegato impegna il Comune ad aprire un dialogo con le parti sociali. Restano i dubbi , in seno alla maggioranza, per l’ok a partecipare ad una società con la Regione, investita dallo scandalo. Non votano Bonzio, i federalisti riformisti Guzzo e Renesto e il Pd Belcaro. La delibera passa con 19 voti favorevoli. Passa poi anche il regolamento della Tari con 17 voti. Infine, il “rompete le righe”.

Mitia Chiarin

 

LE PROSSIME DATE – Incertezza assoluta sulla seduta del 23 giugno

Capigruppo dei partiti convocati domani. Turetta: «Ci sono da votare il consultivo e il Mof»

MESTRE Se il consiglio tornerà a riunirsi il 23 giugno, come proposto e messo in calendario dal presidente del consiglio comunale Roberto Turetta, lo si capirà solo domani, mercoledì, quando torneranno a riunirsi i capigruppo dei partiti. Il clima resta tesissimo,con la maggioranza di centrosinistra divisa al suo interno, dopo anni di difficile convivenza, e un centrodestra che attraverso il professor Stefano Zecchi ha annunciato che non parteciperà ai prossimi consigli, in segno di protesta. Ci sono altre delibere da votare e questioni su cui prendere posizione. «Il consultivo 2013 anzitutto e poi la partita del Mof», ricorda Turetta, decisamente stanco dopo aver tenuto a fatica le redini di una seduta contraddistinta dalla bagarre, dalle proteste e dallo scontro tra partiti. Giovedì prossimo la commissione consiliare dovrebbe licenziare la delibera che il consiglio deve votare per approvare il consultivo 2013 e Turetta conta che lunedì prossimo il provvedimento possa essere votato in consiglio, magari assieme adun provvedimento, non si sa ancora se direttamente assunto dal sindaco, per sbloccare la vicenda del mercato ortofrutticolo. Ma da qui ad esserne certi, ce ne passa. «Non ho mica la sfera magica per sapere prima come andranno le cose. Capiremo mercoledì se il consiglio del 23 giugno si potrà fare», taglia corto il presidente che aveva scritto nei giorni scorsi al sindaco dimissionario e ai partiti per proporre anche una eventuale seduta aggiuntiva il 24 giugno se si riterrà possibile, per esempio, oltre all’approvazione del regolamento della Tari anche l’approvazione delle aliquote o se invece «si intende lasciare libertà di movimento in funzione del bilancio di previsione 2014 al commissario», aveva scritto pochi giorni fa a tutti. Proposte che dopo la seduta di ieri, rissosa e caotica, sembrano allontanarsi. «Si vive alla giornata, quasi minuto per minuto», si è lasciato scappare durante la seduta il capogruppo del Pd Claudio Borghello, che poi aggiunge: «Vedremo mercoledì come si andrà avanti». Turetta alla fine ammette: «La situazione è francamente difficile con una opposizione che non partecipa e dopo quello che è successo in via Palazzo». (m.ch.)

 

ANTIMAFIA – Spuntano i verbali dell’audizione avvenuta in Commissione nel 2003, quando il governatore «rabbrividiva per la responsabilità» di gestire i grandi appalti

E Galan giurava: «Trasparenza, efficienza e sorveglianza sul Mose»

«Trasparenza, efficienza, sorveglianza». Sono le tre paroline magiche, riferite alla Regione Veneto e agli appalti, che il governatore Giancarlo Galan, quando i sospetti di tangenti ricevute per agevolare il sistema degli appalti erano molto lontani dal suo capo, pronunciò in una sede solenne e riservata. Era il pomeriggio del 7 aprile 2003, a Venezia nevicava, e venne interrogato, in seduta segreta, dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. Tenne una relazione su riciclaggio, infiltrazioni mafiose, contrasto alla criminalità da parte delle Forze dell’Ordine in Veneto. Assicurando che la regione era un’isola felice, ma la vigilanza ugualmente alta, soprattutto sugli appalti.
Quei verbali, chiusi finora negli archivi della Commissione, appaiono oggi un epitaffio irridente, proprio alla viglia dell’avvio della procedura alla Camera che dovrà decidere se autorizzarne l’arresto. «Il Veneto si appresta, dopo circa 30 anni, a dotarsi di quelle infrastrutture necessarie, adeguate, che finora sono mancate, a causa di uno sviluppo economico tumultuoso, assolutamente non sospettabile 30 anni fa, al quale è stato difficile accompagnare un eguale sviluppo delle infrastrutture. Oggi ci apprestiamo a porre rimedio a tale carenza». Così disse Galan. Iniziava la stagione del “fare”, del Passante di Mestre, dei cantieri autostradali, della prosecuzione a Sud della Valdastico.
Galan ebbe un sussulto. «Sono già state poste in essere alcune grandi opere, che porteranno qui investimenti il cui ammontare mi fa rabbrividire, per la responsabilità che ci assegna nello svolgimento di tutte le operazioni collegate con la massima efficienza e trasparenza». Citava i 12.000 miliardi di vecchie lire per il Mose, i 2.000 miliardi per il Passante, i 2.500 miliardi per la Pedemontana, la Romea, il settore ferroviario. «Investimenti di questo tipo rappresentano un appeal non indifferente, per leggi più antiche dell’uomo, quindi ci vorrà il massimo della trasparenza, dell’efficienza e della sorveglianza».
Sembrava un appello morale. «Non voglio suonare un campanello d’allarme. – diceva – Questa è e resta un’isola felice, ma voglio che le coscienze di ognuno di noi siano a posto: dobbiamo essere consapevoli del fatto che ci apprestiamo a vivere un periodo potenzialmente difficile». Un discorsetto edificante che ora contrasta con i capi di accusa che motivano la richiesta d’arresto per l’ex governatore. Il quale, nel 2003, rassicurava i commissari antimafia sulla non esistenza di «offerte anomale», spia di tangenti. «No. Oltre l’80 per cento degli appalti aggiudicati è stato vinto da imprese locali, fortemente soggetto ad ogni tipo di controllo».
E parlando del Mose: «L’intesa con l’Europa ha fatto sì che il 60 per cento sia in amministrazione diretta dallo Stato tramite il concessionario, mentre il 40 per cento sia oggetto di gare europee. Si tratta però di interventi così rilevanti, sotto l’attenzione di tutto il mondo, che il nome stesso delle aziende concorrenti dovrebbe offrire una garanzia». E infine: «Abbiamo sempre cercato di operare con appalti di entità cospicua, laddove è possibile, in modo che la tipologia delle ditte partecipanti desse di per sè un margine, almeno teorico ma consistente di sicurezza».
Imprese venete. Concessione dello Stato. Grandi aziende. Un cocktail perfetto, brindando agli incassi.

 

Chi si rivede, Claudia Minutillo ieri in Procura

Claudia Minutillo di nuovo in Procura? Ieri una delle principali accusatrici di Galan e Chisso è stata vista mentre usciva con l’avv. Carlo Augenti dal Tribunale di piazzale Roma. Subito sono state avanzate mille ipotesi sulla presenza della Minutillo, che ha raccontato le “dazioni” di denaro a Galan e Chisso. Per Galan, secondo Baita, si è occupata di ritirare le mazzette fino al 2010, mentre a Chisso avrebbe consegnato personalmente in tante occasioni i soldi. Minutillo ha anche incastrato un dirigente della Regione, l’ing. Giuseppe Fasiol, che sarebbe stato inserito nella Commissione di collaudo del Mose. Ma, stando all’ipotesi difensiva, Fasiol avrebbe rinunciato a quell’incarico prima ancora di prenderlo. Forse è per questo che Claudia Minutillo è stata sentita? (m.d.)

 

Spuntano il deputato Lusetti e una società spagnola con un nome da film: “Wolf, problem solver”

07 Reclutati uomini dei “servizi”, promettevano di risolvere tutti i problemi di inchieste e verifiche

Tangenti, onorevoli e spioni

MESTRE – C’è l’onorevole Renzo Lusetti. E c’è pure il signor Wolf di Pulp Fiction. Oltre a ufficiali della Guardia di finanza e un magistrato forse finto, forse vero. Insomma sembra di essere in un film a leggere le carte relative agli spioni ingaggiati da Piergiorgio Baita a suon di milioni di euro. Baita sapeva che la magistratura veneziana stava indagando sulla Mantovani e su di lui, sapeva che aveva il punto debole della Bmc di William Palombelli, che gli faceva le fatture false all’unico scopo di creare “nero”. Ma voleva saperne di più e allora ingaggia una specie di circo Barnum dello spionaggio.
Il più simpatico è Daniele Fioretto, nato a Torino il 14.06.1956 e residente in Castel San Pietro Terme (Bologna) – come si legge nel verbale. Fioretto ha avuto la bella pensata di far intervenire nel giro di spiate varie e di fatture false la sua società con sede in Spagna, che ha un nome che farà fare un salto sulla sedia ai cinefili. La società si chiama infatti “Wolf, problem solver”. Vi ricordate la scena? «Sono il signor Wolf, risolvo problemi» – dice Harvey Keitel quando si presenta a casa di Tarantino per risolvere il problema di un cadavere spiaccicato dentro la macchina di John Travolta. Ecco, par di capire che Fioretto si sentiva protagonista del film di Tarantino. Solo che lui, Fioretto, non risolveva un bel nulla. Racconta Fioretto-Keitel: «Ad inizio 2012 Marazzi (uno dei primi indagati dell’inchiesta, che forniva informazioni a Baita, ndr) mi rappresentò l’opportunità di avere rapporti commerciali con il Gruppo Mantovani con cui si potevano eseguire attività di vigilanza sui cantieri e quanto più attinente la sicurezza degli stessi, sulla fedeltà dei dipendenti e altre attività correlate. Poco dopo venne stipulato un contratto tra la Eracle e la Mantovani. Viste le cifre del contratto stipulato pari a 2 milioni di euro chiesi a Marazzi il tipo di attività da svolgere visto che comunque la cifra era spropositata rispetto alle prestazioni che bisognava svolgere. Marazzi mi rispose che per poter prendere l’appalto doveva esserci un rientro di denaro per la Mantovani. Dal mio punto di vista le attività reali potevano ammontare a circa 300 mila-350 mila euro annui rispetto ai 2 milioni». E, per far rientrare il denaro – le famose “retrocessioni” – viene impiegata anche la “Wolf, risolvo problemi” di Fioretto.
Per lo spionaggio Baita aveva a libro paga un sacco di gente. Ad esempio quelli del giornale “Il Punto” di Roma. Siamo nel 2011 e Baita manda nella capitale Nicolò Buson, che è il suo braccio destro e sinistro per le operazioni finanziarie. Buson incontra Lusetti, il deputato che fino al 2010 è del Partito democratico e dal 2010 è dell’Udc. «Lo incontrai due volte: una prima volta alla fine del 2011, quando il Lusetti mi fece conoscere Enzo Manganaro e il giornale che era già oggetto di rapporti con Adria Infrastrutture». Manganaro promette di tutto e di più, come peraltro aveva fatto in precedenza Mirco Voltazza. Anche lui aveva giurato a Baita che sarebbe stato in grado di fermare i controlli della Finanza. Manganaro ci mette sopra il carico da novanta dei Servizi. «Manganaro mi fece conoscere il direttore editoriale del giornale e che, millantando o vantando o potendo contare su rapporti con Servizi o altro, diceva di essere in grado di inglobare, contenere la verifica in atto presso la Mantovani e le altre società». Ma è Mirco Voltazza, anche lui spione a libro paga di Mantovani che propone un contratto nel quale ci sia scritto che si impegna a bloccare la magistratura. Spiega Buson: «Io, se devo essere onesto, una cazzata del genere l’avevo sentita sparare dal buon Voltazza, e gli ho detto che quello era tutto scemo, che una cosa del genere non era un contratto che era possibile scrivere, insomma». (M.D.)

 

LA BONIFICA DI MARGHERA – Caso Matteoli, Tribunale dei ministri al lavoro

VENEZIA – Sono cominciati ieri i lavori del Tribunale dei ministri per studiare le carte relative all’ex ministro all’Ambiente ed ai Trasporti Altero Matteoli nella vicenda Mose.
Matteoli, secondo quanto ricostruito dalla Procura nell’indagine Mose avallata dal Gip Alberto Scaramuzza, rientrerebbe in una vicenda di dazioni relative ad opere di bonifica ambientale in una zona che lambisce la laguna di Venezia e il petrolchimico di Marghera.
Proprio la sua posizione di Ministro all’epoca dei fatti – Matteoli ha sempre smentito ogni possibile suo coinvolgimento – ha costretto la Procura a stralciare la posizione dell’ex responsabile del dicastero dell’Ambiente per indirizzarla al collegio del Tribunale dei ministri che ha funzioni di pubblico ministero e di giudice delle indagini preliminari.
I tre magistrati sono chiamati a decidere sul coinvolgimento o meno di Matteoli e quindi ad archiviare la sua posizione o a trasmettere gli atti al Parlamento per la prosecuzione dell’iter giudiziario.Nel filone è coinvolto anche un imprenditore romano, indicato come referente di Matteoli nelle bonifiche a Marghera, un affare da centinaia di milioni di euro.

 

AMBIENTE – Canale contestato e laguna deturpata: Vernizzi a processo

Un paesaggio lagunare stravolto, con delle velme di fatto interrate e trasformate in barene. Così denunciò la Lipu per dei lavori eseguiti nella laguna di Marano, tra Caorle e Bibione, ormai quasi cinque anni fa. Ora per quell’intervento finanziato da Unione europea e Regione – con l’accusa di “distruzione o deturpamento di bellezze naturali” – sono finiti a processo in quattro: l’ex responsabile della commissione di valutazione di impatto ambientale della Regione, Silvano Vernizzi; il progettista dell’intervento, Andrea De Gotzen; il professionista che diede la valutazione di incidenza ambientale, Giovanni Abrami; nonché la segretaria della commissione via dell’epoca, Noemi Paola Furlanis.
Ieri la prima udienza davanti al giudice monocratico di Venezia. A sostenere l’accusa il pubblico ministero Giorgio Gava, che ha coordinato le indagini a partire proprio da un esposto della Lipu. Con quell’intervento, nel 2010, venne ripristinato un canale che si era insabbiato. Ma al centro dell’accusa è il riutilizzo del materiale scavato con cui vennero ricoperte le velme, stravolgendo di fatto il paesaggio. Un intervento che avrebbe avuto bisogno di una valutazione di impatto ambientale – sempre stando all’accusa – visti i particolari pregio e delicatezza dei luoghi. Invece la commissione si accontentò di una valutazione di incidenza ambientale. E ieri i testimoni del pubblico ministero hanno confermato la distruzione delle velma.
Ma il processo sarà combattuto. I difensori degli imputati – gli avvocati Antonio Forza, Andrea Pavanini e Marco Vassallo – sostengono che l’intervento è stato eseguito nel pieno rispetto di normativa e ambiente. La stessa scelta di creare delle barene, al posto delle velme, sarebbe stata voluta. E per provarlo hanno chiesto l’audizione di tre consulenti, tra cui l’ingegner Luigi D’Alpaos. Se ne riparlerà, però, solo il 2 marzo dell’anno prossimo, data a cui è stata rinviata l’udienza. Una lunga attesa, mentre la prescrizione incombe. (r. br.)

 

Mose & dintorni

UN’OPERA INUTILE E ASSAI COSTOSA

Per anni e anni noi ambientalisti abbiamo contrastato in vari modi (anche con dettagliati esposti) l’affare Mose, indicando le alternative possibili a questa grande opera devastante, inutile e costosa, denunciando anche le varie criticità amministrative. Dall’anomalia del concessionario unico alla mancata considerazione della negativa Valutazione d’Impatto Ambientale nonché delle prescrizioni indicate (illusoriamente) dal Consiglio Comunale, alle “inesattezze” del parere fondamentale dato dal Ministero dei beni e le attività culturali. Che peraltro sembra aver approvato anche quelle opere realizzate in Laguna tanto per spendere i cospicui finanziamenti, come confessato da uno degli arrestati (Baita, ex impresa Mantovani), anche queste in gran parte da noi contestate.
Ma abbiamo anche più volte sottolineato quella che sempre più si percepiva come una mafia infiltrata dal potere forte del Consorzio Venezia Nuova nella nostra città (e non solo), con la sua ramificata corruzione che sta venendo alla luce, fatta di tangenti-favori-incarichi-accordi-ricatti-nomine nei posti che contano. Capace di creare quanto meno acriticita e subalternità anche da parte di gran parte del mondo culturale e accademico.
E’ ormai normale utilizzare sponsorizzazioni ma è grave che forze politiche e istituzioni le chiedano ad un consorzio d’imprese che per i propri lavori deve ottenere autorizzazioni e finanziamenti. Ancora più grave ovviamente quando i fondi sono dati illegalmente e in cambio di qualcosa.
Ci hanno chiamato e ci chiamano, ingiustamente, quelli del no. E’ per noi ora un’amara soddisfazione seguire l’evolversi di un’inchiesta che ci auguriamo possa fare piena luce su tutti i vari aspetti di questa scandalosa realtà.

Cristina Romieri – Venezia Lido

 

L’INCHIESTA alla terza settimana

Il Riesame e le indagini in attesa di sanità e strade

Sponsorizzazioni e finanziamenti a pioggia come forme di pagamento indiretto a politici e loro amici

Verifiche anche su enti e società per appurare i flussi di denaro. L’intreccio con i casi Firenze e G8

VENEZIA – Una marea di carte da spulciare, da confrontare con le dichiarazioni di chi collabora o con quelle di chi è stato sentito come persona informata sui fatti. L’inchiesta Mose prosegue con i finanzieri impegnati nel controllare il materiale sequestrato al momento della retata di due settimane fa con le 35persone arrestate. L’inchiesta arriva alla terza settimana, mentre si attende che vengano portati a termine anche degli altri filoni che si dipanano da quello principale del Mose e che riguardano come stradali e infrastrutture connesse e gli ospedali in “project”. Mercoledì sono in programma altre udienze davanti al Tribunale del Riesame, tra cui quelle per Luciano Neri, Federico Sutto, Stefano Tomarelli (Cvn), e Corrado Crialese (ex presidente Fintecna). Ha presentato istanza al Tribunale della Libertà anche l’avvocato dell’ex assessore regionale Renato Chisso, che sta ultimando un memoriale di una quarantina di pagine per controbattere, punto su punto, a tutte le contestazioni che gli muovono gli inquirenti. Episodi che lo hanno portato in carcere. Piergiorgio Baita, nei suoi interrogatori, spiega ai magistrati che lo interrogano come le mazzette non fossero la “spesa” principale del sistema corruttivo. Le imprese che aderivano al Consorzio Venezia Nuova o quelle che lavoravano per la realizzazioni di opere stradali e strutture sanitarie, spendevano molto di più per consulenze inutili, progetti immotivati e altre forme di pagamento indiretto a politici e amici di questi. Quindi sponsorizzazioni e finanziamenti a pioggia. Su tutti questi ora la Procura di Venezia con i sostituti Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini stanno controllando anche queste spese. Vogliono capire se, oltre ai fondi dichiarati pubblicamente, non siano confluiti ai vari beneficiari soldi provenienti da fondi neri, denaro che poi poteva finire nelle tasche dei vari politici. Saranno verificati i bilanci di vari enti e società private per capire i flussi di denaro. Inoltre alcuni personaggi che compaiono negli interrogatori di Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati fanno intrecciare l’inchiesta sul Mose con quella delle “grandi opere” iniziata a Firenze cinque anni fa e che ha visto coinvolti i lavori per portare il “G8” in Sardegna e altri riguardanti strutture in mezza Italia. Si tratta di Erasmo Cinque e dell’ingegnere Alessandro Mazzi. Quest’ultimo per diversi anni vice presidente del Consorzio Venezia Nuova. Personaggio dal forte potere che lo stesso Giovanni Mazzacurati, come spiegherà in un interrogatorio lo stesso “gran burattinaio” ai pm Ancilotto e Tonini. Continuano le polemiche sulle dichiarazioni del sindaco Orsoni dopo la scarcerazione. E non solo sull’aspetto politico. Infatti molti si chiedono se sia congruo l’accordo di quattro mesi di reclusione e il pagamento di 15mila euro di multa, trovato tra difensori e Procura, per il patteggiamento. Un accordo che deve essere ancora valutato dal Gup, il quale dovrà dire se questo è congruo o meno. Da sottolineare, inoltre, che l’accordo prevede che Giorgio Orsoni, rinunci a qualsiasi incarico politico.

Carlo Mion

 

Le confessioni di pio savioli «Magistrato alle Acque asservito al Cvn»

VENEZIA – Dalla carta igienica che il Consorzio comprava al Magistrato alle Acque, alle palette e i lampeggianti di polizia che gli indagati si procuravano per messinscena da finti ‘007’. Fatti curiosi e grotteschi nell’inchiesta Mose. Intercettazioni e interrogatori degli arrestati hanno portato la Gdf a scoprire tanti episodi strampalati. In un interrogatorio, Pio Savioli, consulente del Coveco, spiega quale fosse l’asservimento del Mav nei confronti del Consorzio Venezia Nuova: «era in completa sudditanza psicologica, e anche operativa, gli compravano anche la carta igienica. Lo dico – precisa Savioli – perché è vero, non è una battuta». Se le mazzette di denaro, svelano le carte dell’inchiesta, erano la consuetudine per i corrotti dalla cricca, c’era chi si accontentava di benefit in “natura”: un potente motore per il gommone, ad esempio. Lo conferma ai magistrati il padovano Mirco Voltazza, riferendosi all’ex vice questore di Bologna, Giovanni Preziosa, arrestato per corruzione e rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio, cui avrebbe «regalato» un motore fuoribordo per il proprio gommone. Un propulsore da 9mila euro, che Preziosa – dice Voltazza – venne a ritirare personalmente a Marghera. Gli stessi due nomi escono da un’ intercettazione della inchiesta Mantovani per un altro episodio surreale: una messinscena da finti 007, incaricati da Baita di “spaventare” l’ad di Veneto Strade, Silvano Vernizzi, che doveva sbloccare un appalto. Voltazza, con paletta e lampeggiante della polizia forniti da Preziosa, si sarebbe presentato in auto davanti alla sede della società, per millantare che sarebbe partita un’inchiesta se il fascicolo non si sbloccava. Emblematica la mazzetta da mezzo milione di euro buttata dietro un armadio per nasconderla ad un’ispezione della Gdf.

 

«Luogo sacro trasformato in un covo di malfattori»

Parla Felice Setaro, presidente del Magistrato alle Acque dal 1990 al 1999

«Un errore chiudere questa istituzione storica: trovino persone oneste e capaci»

VENEZIA «Hanno trasformato questo luogo sacro in un covo di malfattori. Il peggio del peggio. Un dolore grande per chi come me ci ha buttato il sangue». Felice Setaro, napoletano di Torre Annunziata, è stato presidente del Magistrato alle Acque dal 1990 al 1999. L’ultimo prima dell’era Cuccioletta-Piva con tutto quello che adesso emerge dalle carte dell’inchiesta sul Mose. A 85 anni ricorda con lucidità quei momenti. E vive «con grande amarezza» le ultime vicende che hanno visto arrestati i suoi due successori, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. «È incorruttibile», diceva di lui Giovanni Mazzacurati. Setaro era stato l’unico che aveva osato ridurre il corrispettivo che spettava al Consorzio su tutti i lavori dal 15 al 12 per cento. Presidente Setaro, se l’aspettava un uragano del genere? «No proprio no. Fino a un certo punto i ruoli erano chiari e distinti, poi come si dice a Napoli, si sono forse mescolate le carte un piede accà e uno all’a…» Lei ha conosciuto bene Mazzacurati. Lo ritrova in quello che sta emergendo dall’inchiesta? «Con me non ha mai provato a dettar legge. Quando decisi di abbassare gli oneri del concessionario dal 15 al 12 per cento ricevetti qualche sentita lamentela. Ma andai avanti». Allora il Magistrato alle Acque era ancora il controllore del Consorzio. «Certamente. E noi non abbiamo fatto sciocchezze. Sapevamo che c’era una grande opera da portare avanti ma decidevamo sempre ascoltando la coscienza ». C’è stato qualche momento critico nei rapporti con il Consorzio? «Quando i nostri esperti, l’ingegner Creazza, lo stesso Datei, ci dissero che il Mose aveva il problema degli intraferri. In sostanza, tra paratoia e paratoia l’acqua passa lo stesso perché è elemento incomprimibile. Non lo abbiamo taciuto. Del resto la stessa legge prevedeva la reversibilità del sistema: se non funziona va demolito». Non è andata così «No. Qualcosa è cambiato. Cosa ricorda dei suoi successori? «La prima cosa che ha fatto Cuccioletta è stata quella di far fare lavori all’alloggio di servizio, per trasformarlo in appartamento di rappresentanza. Peraltro non veniva quasi mai. La Piva è stata una grande delusione ». E della città? «Un rapporto di grande stima con il sindaco Cacciari. Insieme a lui avevamo quasi fatto passare l’idea che Venezia si salvava con la manutenzione». Adesso il Magistrato lo vogliono abolire. Un grande errore. Lì è passata la storia. Io sogno che ci ripensino e trovino persone oneste e capaci. Che nel decidere ascoltino soltanto la propria coscienza ».

Alberto Vitucci

 

Tutti i presidenti dal 1907 a oggi transitati per Palazzo Dieci Savi

VENEZIA. Il Magistrato alle Acque è un’istituzione che risale al 1501. Dopo la ricostruzione nel 1907 il primo presidente fu Raimondo Ravà (1907-1923). Poi, nell’ordine: Ugo Gioppi (1923-1925); Giovanni Mauri (1925-1926); Luigi Miliani (1926-1941); Massimiliano Tognozzi (1941-1943), Lelio Waldis (1943-1945); Massimiliano Tognozzi (1945-1946); AnnibalePalucchini (1946-1948); Giuseppe Tortarolo (1948-1953); Giovanni Padoan (1953-1956); Aldo Rossi (1956-1958);Torquato Rossini(1958-1961); Luigi Pavanello (1961-1963); Virginio Baruscotto (1963-1965); Alberto Bianchi (1965-1967); Luigi Lancetti(1967-1973); Marcello Giusti (1973-1977); Domenico Cacopardo (1978-1979); Raffaele Ricciardi (1/1979-7/1979); Marcello Giusti (1979-1982); Lamberto Sortino (1982-1985); Mario Toti (1985-1988); Alessandro Sbavaglia(1988-1990); Felice Setaro (1990-1999); Patrizio Cuccioletta (in foto, 1999-2001); Maria Giovanna Piva(2001-2008); Patrizio Cuccioletta (2008-2011); Ciriaco D’Alessio (2008-2013).

 

Reazioni – Molte critiche per la decisione di chiudere il Magistrato

VENEZIA «Abolire il Magistrato alle Acque è un grandissimo errore. È un calcio alla storia di Venezia e alla secolare magistratura che vigilava sulle Acque. Basta trovare le persone giuste, ma non si può cancellare la storia». Antonio Rusconi, ingegnere idraulico, è stato per anni presidente dell’Idrografico e poi dell’Autorità di Bacino del Veneto. Esperto di fiumi e di territorio, spesso in contrasto proprio con quel Magistrato alle Acque che adesso il governo vorrebbe cancellare con un tratto di penna. Sull’onda dello scandalo Mose, dopo l’arresto dei due presidenti Cuccioletta e Piva, le consulenze, i mancati controlli. Ma non è così, secondo molti esperti che il problema può essere risolto. Anche perché non si tratta nemmeno del passaggio delle competenze sulle acque al Comune, come chiedevano nella proposta di nuova Legge Speciale il senatore Felice Casson e lo stesso ex sindaco Giorgio Orsoni. Ma del passaggio dei poteri a un altro ufficio del ministero delle Infrastrutture, il Provveditorato alle Opere pubbliche del Triveneto. Cancellando del Magistrato alle Acque il nome e la storia, pur offuscata dagli ultimi scandali. «Per modificare una legge parlamentare ci vuole un’altra legge del Parlamento», dice Rusconi, «e poi forse non si è tenuto conto dei tanti riferimenti e delle competenze che il Magistrato alle Acque ha avuto anche dalla legge Speciale. Un istituto nobile della Serenissima, abolito solo nei tempi bui napoleonici e austriaci. Che va salvato anche se sicuramente riformato». (a.v.)

 

il futuro del complesso monumentale

«Revocare la concessione degli spazi all’Arsenale»

Si riaccende la polemica sull’utilizzo di alcune Teze destinate alle attività del Consorzio Venezia Nuova

VENEZIA – Revocare subito le concessioni di spazi pubblici al Consorzio in Arsenale. Nel bel mezzo dello scandalo sul Mose riesplode la polemica sull’uso delle Teze e degli spazi che il Piano particolareggiato destina a “pubblici” all’interno del complesso monumentale. Una lettera al sindaco e agli assessori Ferrazzi (Urbanistica) e Maggioni (Patrimonio e Progetto Arsenale) era stata inviata qualche giorno prima delle dimissioni. Adesso la vicenda approda in Consiglio comunale. Beppe Caccia, capolista di «In Comune» ha già depositato una richiesta di ordine del giorno per chiedere appunto la revoca delle concessioni in quanto «illegittime ». Si tratta dell’uso di alcune Teze restaurate dal Magistrato alle Acque ma passate dalla legge Finanziaria alla proprietà del Comune. Uno dei terreni di scontro tra il Consorzio e il sindaco Giorgio Orsoni, che lo stesso Orsoni ha ricordato poche ore dopo essere stato messo in libertà, a riprova della sua distanza dall’organismo presieduto per anni da Giovanni Mazzacurati. Una questione spinosa. Tanto che la nuova dirigenza del Consorzio (il presidentre Mauro Fabris e il direttore Hermes Redi) aveva annunciato l’intenzione di cedere spontaneamente i Bacini di Carenaggio e altre parti dell’Arsenale avute in concessione dallo Stato per 30 anni nel 2005. «La manutenzione del Mose si può fare a costi minori anche a Marghera», aveva confermato Redi. Operazione di distensione con la città, che aveva vissuto dieci anni fa quell’atto, deciso dal governo Berlusconi in accordo con la Regione, senza nemmeno informare il Comune come un vero «scippo». Operazione interrotta dai clamorosi arresti di Chisso, Piva e Cuccioletta, dalla richiesta di arresto per l’ex presidente Galan e dai domiciliari al sindaco, poi revocati dopo una settimana. Adesso comitati e associazioni rivendicano l’opportunità di restituire alla città anche quella parte dell’Arsenale. Che secondo Boato e Caccia sono «vincolati dai Piano particolareggiati ad uso pubblico ». «Non è possibile cercare di legittimare quell’occupazione», avevano denunciato in numerose assemblee pubbliche, insieme al Forum per l’Arsenale. Una possibilità che apre nuovi scenari. L’uso pubblico dei capannoni che affacciano sulla Darsena potrebbe aprire al riuso dell’Arsenale per attività compatibili legate all’acqua, al- Una panoramica del complesso monumentale dell’Arsenale la ricerca e alla cultura.

(a.v.)

 

IL CASO – Gli ingegneri “dell’altro Mose” ora rilanciano la loro battaglia

ESCLUSI «Non abbiamo avuto nemmeno un confronto tecnico di merito»

ALTERNATIVA «Il progetto basato sulla paratoia a gravità sarebbe costato un quarto»

Chiedono che non si completi l’opera prima che siano valutati «fondamentali aspetti critici funzionali, tante volte denunciati»

I soldi delle tangenti, anche se dall’inchiesta dei magistrati sembra siano un’enormità, sono il danno minore. Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Gaetano Sebastiani non si smuovono di un millimetro dalle loro posizioni: «Il danno portato alla comunità italiana e veneziana in particolare è ben maggiore ed è dato anzitutto dal fatto che il progetto Mose non risponde ai requisiti di gradualità, sperimentalità e reversibilità posti per legge all’opera di salvaguardia, e che i suoi costi sono molto superiori a quanto era previsto (lievitati da 3440 milioni di euro a 5600)».
Costi che sono destinati a protrarsi nel tempo «per le gravi criticità funzionali del progetto non ancora risolte, per l’impatto ambientale e per la complessità estrema della sua architettura, che imporrà costi elevatissimi di gestione e manutenzione».
Perciò i tre ingegneri, storici oppositori del Mose, contrariamente a quanto affermano politici e imprenditori, e cioè che comunque il Mose va completato, chiedono che non si completi un bel nulla «prima che fondamentali aspetti critici funzionali, tante volte denunciati e sui quali non è mai stata data una risposta accettabile, siano pubblicamente valutati e verificati». E a farlo dovranno essere esperti terzi di chiara fama e competenza professionale specifica.
Anche perché soluzioni migliori e più economiche ci sono, sostengono Di Tella, Vielmo e Sebastiani, il cui progetto (tra quelli presentati nel 2006 su sollecitazione del Comune di Venezia), e basato sulla “Paratoia a Gravità” a ventola innovativa, «sarebbe costato circa un quarto del Mose allora stimato 3440 milioni di euro».
Il progetto, assieme ad altri, venne bocciato e mai più ripreso, nemmeno dopo che la società francese Principia, «esperta riconosciuta internazionalmente nel campo della simulazione di sistemi dinamici complessi in moto ondoso» mise a confronto, su incarico del Comune, Mose e progetto dei tre ingegneri. Dallo studio «emerge che la Paratoia a Gravità funziona perfettamente, mentre la paratoia Mose risulta dinamicamente instabile al moto ondoso per condizioni di mare reale già verificatesi alla bocca nei due anni di monitoraggio del moto ondoso alla stessa bocca (di Malamocco ndr.)».
Di Tella, Vielmo e Sebastiani avrebbero voluto naturalmente che la loro soluzione vincesse ma si sarebbero accontentati anche di un confronto tecnico di merito che, invece, non è mai avvenuto neppure dopo che il Consorzio Venezia Nuova ha perso una causa civile promossa contro i tre ingegneri accusati di diffamazione per le loro critiche, «ben motivate», al progetto.

 

Mazzacurati e Baita truffati per 6 milioni da falso magistrato

Pagate mazzette a Gino Chiarini che si spacciava per il vice procuratore Tito di Udine

Volevano informazioni su alcune inchieste. Il vero pm si costituirà come parte offesa

LA SIMULAZIONE – I vari episodi contestati di millantato credito fruttarono 6 milioni

LA SCENEGGIATA – Così Gino Chiarini si spacciò per il magistrato friulano Raffaele Tito

Mazzacurati e Baita raggirati dal finto pm

Uno degli arrestati dell’inchiesta Mose, Gino Chiarini, si presentò, in carne ed ossa, fingendo di essere il procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, sostenendo di essere disponibile a dare informazioni su indagini in corso. La sceneggiata fu un passaggio importante di una simulazione che rese parecchio ai suoi protagonisti e che ora è riassunta nelle carte dell’inchiesta veneziana riguardante altrettanti episodi di millantato credito. Andarono in porto, perché complessivamente i supposti autori lucrarono qualcosa come 6 milioni di euro da Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Non c’è solo l’episodio che riguarda il magistrato Tito, che vent’anni fa lavorò a Milano nelle inchieste di Mani Pulite e fece arrestare Paolo Berlusconi. Ci sono anche riferimenti «ad appartenenti alla Guardia di finanza e fonti investigative vicine alle agenzie di informazione nazionali», a «Magistrati in servizio al Consiglio di Stato e al Tar del Lazio e del Veneto», per presunti interventi su verifiche fiscali in corso da ammorbidire o sentenze della magistratura amministrativa.
Il capitolo della Procura di Udine (dove tra alcune settimane andrà in pensione il procuratore Biancardi e Tito reggerà l’ufficio) vede indagate cinque persone: l’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo, il padovano Mirco Voltazza, il ferrarese Gino Chiarini, i romani Alessandro Cicero e Vincenzo Manganaro. Per la millanteria riferita al procuratore aggiunto, Chiarini avrebbe incassato dai 50 ai 200 mila euro, Voltazza 100 mila euro e due contratti per 5 milioni di euro, Dal Borgo una fornitura di materiali a prezzo pieno (800 mila euro), Cicero e Manganaro finanziamenti per 2,2 milioni di euro al settimanale “Il Punto”. La ricostruzione lascia per molti aspetti allibiti. Perché Baita e Mazzacurati pagarono un sacco di soldi a fronte di una sceneggiata e di un documento falso.
Sarebbe stato, sostengono i Pm, l’ingegnere Dal Borgo a proporre a Baita e Mazzacurati il modo per ottenere informazioni riservate a Udine sui procedimenti in corso, nonchè un intervento sulle «verifiche penali avviate dalla Guardia di Finanza nel corso dell’anno 2010», sostenendo che il dottor Tito «sarebbe stato in grado di influire anche sulle attività della Finanza». Baita informò Mazzacurati e cominciarono i contatti.
Ecco cosa ha detto Voltazza nel 2013: «Nel corso del precedente interrogatorio ho fatto riferimento a una persona chiamata “lo zio”: è tale Chiarini Gino… a volte colloquiava con me e con Dal Borgo per i suoi interessi, a volte quale intermediario di altra persona, il dott. Raffaele Tito, magistrato in servizio alla Procura di Udine. Dal Borgo, su incarico del Baita, ebbe a consegnare all’architetto Chiarini somme di denaro oscillanti dai 50 ai 200 mila euro alla volta affinché alcune vicende giudiziarie pendenti davanti agli uffici giudiziari del Friuli e del Veneto venissero sistemate». Una prima consegna di denaro sarebbe stata effettuata in un ristorante di Portogruaro nel novembre del 2011, l’ultima in marzo-aprile 2012 a Quarto d’Altino. Voltazza precisa: «Le somme corrisposte al Chiarini erano destinate al dott. Tito, ma io vidi solo la consegna al Chiarini. Ricordo che tra i procedimenti penali per i quali venne interpellato il dott. Tito tramite il Chiarini, vi era quello relativo al disinquinamento della Laguna di Marano, procedimento che veniva gestito alla Procura di Udine dalla dottoressa Dal Tedesco».
Baita riferisce di un pranzo con alcuni di questi protagonisti: «Voltazza spiega che esistono dei gruppi di potere interdisciplinari e che noi eravamo nel mirino di un gruppo padovano, se non avessimo preso una contromisura adeguata saremmo stati travolti da questo gruppo che faceva capo a Procura di Padova». Ecco spuntare la proposta di affidarsi allo “zio”.
Lo “zio”-Chiarini, il 7 giugno di un anno fa venne interrogato e tagliò la testa al toro: «L’ing. Dal Borgo non conosce me come Gino Chiarini, ma bensì come Tito Raffaele. Mi sono presentato come Tito perché potevo offrirgli una certa protezione “un ombrello”. Infatti Voltazza mi ha proposto di fare questo nei confronti di Dal Borgo perché quest’ultimo aveva la necessità di fare bella figura con alcune persone». Chiarini e Voltazza prepararono un documento «come proveniente dalla Finanza, qui a casa mia, relativo alla imminente chiusura della verifica fiscale». Il documento sarebbe stato visionato da Mazzacurati. Poi Dal Borgo avrebbe portato a Chiarini e Voltazza 80 mila euro. Conclude Chiarini: «Da queste attività, io come Tito, ho ricevuto complessivamente 50 mila euro».
Il procuratore aggiunto di Udine, da parte sua, è intenzionato a costituirsi come parte offesa del reato.

Giuseppe Pietrobelli

 

IN TRIBUNALE – Nuove udienze al Riesame. E l’indagine si allarga

VENEZIA – Dalla carta igienica che il Consorzio comprava al Magistrato alle Acque al motore per il gommone. C’è un bestiario di stravaganze e fatti grotteschi nell’inchiesta sul Mose, ed in quelle collegata della ‘Mantovani’, estate 2013. In un interrogatorio, Pio Savioli, consulente del Coveco, dice che il Mav nei confronti del Consorzio Venezia Nuova «era in completa sudditanza psicologica, e anche operativa, gli compravano anche la carta igienica». Non solo mazzette, c’era chi si accontentava di benefit in ‘natura': un potente motore per il gommone, ad esempio. Lo conferma ai magistrati il padovano Mirco Voltazza, riferendosi all’ex vice questore di Bologna, Giovanni Preziosa, arrestato per corruzione e rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio, cui avrebbe ‘regalato’ un motore fuoribordo per il proprio gommone.
Intanto l’inchiesta Mose arriva alla terza settimana, ed il lavoro dei pm – Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini – prosegue senza sosta. Un’indagine, si vocifera, che dal Mose potrebbe allargarsi ad altre grandi opere, come le infrastrutture stradali e gli ospedali in ‘project’. Mercoledì sono programmate altre udienze davanti al Tribunale del Riesame, tra cui quelle per Luciano Neri, Federico Sutto, Stefano Tomarelli (Cvn), e Corrado Crialese (ex pres. Fintecna). Ha presentato istanza al Tribunale della Libertà anche l’avvocato dell’ex assessore regionale Renato Chisso, che sta preparando un corposo memoriale, mentre c’è attesa per la decisione del Gup sulla congruità o meno del patteggiamento a 4 mesi su cui sono accordati con la Procura i legali dell’ex sindaco Giorgio Orsoni.

 

I CONTATTI – Consorzio e Mantovani volevano informazioni su un’inchiesta di Udine

MILANO – Quella che si apre oggi sarà una settimana importante sul fronte delle decisioni che la nuova Autorità Anticorruzione, i cui poteri sono stati delineati con il decreto del Governo Renzi, dovrà prendere in relazione al commissariamento di alcuni appalti dell’Expo, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola». Nei prossimi giorni, infatti, il commissario unico per l’Esposizione Universale Giuseppe Sala vedrà Raffaele Cantone, presidente dell’Authority, per discutere di quali «azioni intraprendere rispetto ad aziende» coinvolte nella bufera giudiziaria.
Provvedimenti verranno presi, quasi certamente, sull’appalto principale che sarebbe stato truccato, come emerge dalle indagini, quello da 67 milioni di euro per le cosiddette ‘Architetture dei servizi’, ossia le strutture, tra cui bar e spazi commerciali, per accogliere i visitatori, che venne pilotato, in cambio di mazzette, a favore dell’imprenditore Enrico Maltauro, che dopo aver collaborato l’altro ieri ha ottenuto gli arresti domiciliari. L’impresa di costruzioni Maltauro spa nei giorni scorsi ha annunciato che potrà andare avanti con i lavori. Ora con il decreto il quadro potrebbe cambiare: la Maltauro completerà le opere, ma l’appalto è probabile che venga commissariato, proprio in virtù delle nuove prerogative attribuite a Cantone. Lavori sì, dunque, per rispettare i tempi, ma controlli stringenti da parte dell’Anticorruzione.
Non sono previsti, al momento, come ha spiegato Cantone, commissariamenti per il Mose: «Non dovrebbe essercene bisogno – ha detto – ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili».
Altri appalti Expo, invece, potrebbero finire sotto il controllo dell’Authority: quello per le cosiddette ‘Vie d’Acquà, assegnato sempre alla Maltauro, e quello per la ‘Piastra’, ossia i lavori per le opere di urbanizzazione del sito espositivo. Su questa gara, che venne assegnata alla Mantovani, l’impresa coinvolta nello scandalo del Mose, è aperta un’altra inchiesta della Procura milanese, nella quale sono confluiti i verbali dell’ex manager Expo arrestato, Angelo Paris. Quest’ultimo ha parlato di «pressioni» da parte dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, anche lui arrestato, per escludere dalla gara la Mantovani. Secondo Paris, nell’agosto 2012 Rognoni andò da lui con «un elenco di condizioni» da «imporre» alla Mantovani. E dopo una «riunione nell’ufficio di Sala» l’impresa accettò quelle «condizioni», come ha messo a verbale l’ex responsabile dell’Ufficio contratti Expo, e si aggiudicò «l’appalto».

 

MILANO – Giro di vite dell’Autorità anticorruzione: controlli stringenti sui cantieri. L’impresa veneta: andiamo avanti

Appalti Expo sotto tutela, ma la Maltauro può operare

MILANO – Quella che si apre oggi sarà una settimana importante sul fronte delle decisioni che la nuova Autorità Anticorruzione, i cui poteri sono stati delineati con il decreto del Governo Renzi, dovrà prendere in relazione al commissariamento di alcuni appalti dell’Expo, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta «cupola». Nei prossimi giorni, infatti, il commissario unico per l’Esposizione Universale Giuseppe Sala vedrà Raffaele Cantone, presidente dell’Authority, per discutere di quali «azioni intraprendere rispetto ad aziende» coinvolte nella bufera giudiziaria.
Provvedimenti verranno presi, quasi certamente, sull’appalto principale che sarebbe stato truccato, come emerge dalle indagini, quello da 67 milioni di euro per le cosiddette ‘Architetture dei servizi’, ossia le strutture, tra cui bar e spazi commerciali, per accogliere i visitatori, che venne pilotato, in cambio di mazzette, a favore dell’imprenditore Enrico Maltauro, che dopo aver collaborato l’altro ieri ha ottenuto gli arresti domiciliari. L’impresa di costruzioni Maltauro spa nei giorni scorsi ha annunciato che potrà andare avanti con i lavori. Ora con il decreto il quadro potrebbe cambiare: la Maltauro completerà le opere, ma l’appalto è probabile che venga commissariato, proprio in virtù delle nuove prerogative attribuite a Cantone. Lavori sì, dunque, per rispettare i tempi, ma controlli stringenti da parte dell’Anticorruzione.
Non sono previsti, al momento, come ha spiegato Cantone, commissariamenti per il Mose: «Non dovrebbe essercene bisogno – ha detto – ma ci sono comunque alcune misure che possono essere certamente estese anche ai cantieri delle dighe mobili».
Altri appalti Expo, invece, potrebbero finire sotto il controllo dell’Authority: quello per le cosiddette ‘Vie d’Acquà, assegnato sempre alla Maltauro, e quello per la ‘Piastra’, ossia i lavori per le opere di urbanizzazione del sito espositivo. Su questa gara, che venne assegnata alla Mantovani, l’impresa coinvolta nello scandalo del Mose, è aperta un’altra inchiesta della Procura milanese, nella quale sono confluiti i verbali dell’ex manager Expo arrestato, Angelo Paris. Quest’ultimo ha parlato di «pressioni» da parte dell’ex dg di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni, anche lui arrestato, per escludere dalla gara la Mantovani. Secondo Paris, nell’agosto 2012 Rognoni andò da lui con «un elenco di condizioni» da «imporre» alla Mantovani. E dopo una «riunione nell’ufficio di Sala» l’impresa accettò quelle «condizioni», come ha messo a verbale l’ex responsabile dell’Ufficio contratti Expo, e si aggiudicò «l’appalto».

 

«Galan in 13 anni ha speso il doppio dei suoi redditi»

La Guardia di finanza: uscite a 2,7 milioni ed entrate a 1,4. La beffa del 2012 quando l’ex ministro diceva di essere in difficoltà: «Il mio conto? “Sotto” di 300 mila euro»

PADOVA «Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero». La formula è di rito, ma quella dichiarazione sottoscritta il 30 maggio 2013 dall’onorevole Giancarlo Galan, presidente della commissione Cultura di Montecitorio, assume ora un valore particolare alla luce della domanda di autorizzazione ad eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti dell’esponente forzista. Nella dichiarazione dei redditi 2012, pubblicata sul sito della Camera, l’ex governatore del Veneto (dal 1995 al 2010) ed ex ministro dei Beni culturali (fino al 16 novembre 2011) certificava un reddito imponibile di 40.316 euro. Decisamente in calo rispetto, tanto per fare un esempio, all’imponibile sottoscritto dallo stesso Galan per il 2007, quando da presidente della giunta veneta dichiarava 140.778 euro lordi. D’altra parte l’alfiere di Forza Italia, in un’intervista concessa a Radio 24 nel settembre 2012, aveva sostenuto che la sua situazione economica non era tra le più floride. «Ci sono mia moglie e il mio commercialista », aveva affermato, «che controllano tutto e ne sanno più di me. So solo che il conto in banca è in passivo,ho una bella casa e tanti debiti, circa 300 mila euro: una cifra umana ma rilevante, intanto li copre mia moglie, poi quando ricomincerò a lavorare, contribuirò anch’io. E poi ho un appartamento a Rovigno e una piccola barca, che voglio vendere ma non ci riesco». Adesso, però, la Guardia di Finanza contesta a Galan e consorte (Sandra Persegato) conti che non tornano nel periodo compreso fra il 2000 e il 2013. La coppia, sposatasi nel giugno 2009, avrebbe dichiarato entrate pari a 1.413.513,31 euro, a fronte di uscite pari a 2.695.065,95 euro. La differenza, in negativo, è di 1.281.552,64. Tornando alla dichiarazione per la pubblicità della situazione patrimoniale 2012, presentata nel 2013, va detto che non vi compare il succitato appartamento di Rovigno (su due piani, in un palazzo del Settecento). Perché? Lo ha spiegato lo stesso Galan, in un’intervista a “Il Piccolo”: «Per acquistare l’appartamento ho creato una società di diritto croato che è mia al 100%». Dovrebbe essere la Franica Doo di Rovigno di cui l’ex ministro afferma di essere l’amministratore unico. Nell’elenco degli immobili certificati dal deputato forzista figurano la comproprietà (lui però ha il 98%) di un fabbricato a Cinto Euganeo (la casa di abitazione con due pertinenze, dove nel 2009 è stato celebrato il principesco matrimonio con Sandra), la proprietà di un terreno non edificabile (un bosco) a Rovolon; la nuda proprietà (al 33,33%) di due fabbricati a Padova e la nuda proprietà (sempre al 33,33%) di un fabbricato a Milano. Sostanzioso l’elenco dei beni mobili iscritti in pubblici registri: un’Audi Q7 (26 cavalli fiscali del 2006); una Land Rover Pickup (22 cavalli fiscali) del 1980; un fuoristrada 170MPinzgauer (23 cavalli fiscali) del 1979; un Pelpi quadriclo del 2007; un Carryall agricolo (10 cavalli fiscali) del 2007; una Morris Minor (13 cavalli fiscali) del 1985. Due, invece, le imbarcazioni da diporto dichiarate: un Boston Whaler Walk Around del 1991 e un Boston Whaler 28’ Conquest. Sul versante delle azioni lui dichiarava 3.000 azioni di Veneto Banca, il 100% del capitale sociale della Franica Doo (pari a 1.173.300 kune: per un euro ci vogliono 7,5 kune); 50% del capitale sociale della Margherita srl di Padova (20 mila euro). Del “caso Galan” tornerà a occuparsi mercoledì la giunta presieduta da Ignazio La Russa. Nella sua illustrazione il relatore Mariano Rabino (Sc) non ha fatto sconti ricordando l’accusa del Gip: «Si faceva ristrutturare l’abitazione sita in Cinto Euganeo, ove venivano svolti dal 2007 al 2008 lavori nel corpo principale e successivamente nell’anno 2011 nella barchessa» per un valore stimato di 1.100.000 euro.

Claudio Baccarin

 

Veneto sviluppo

Quel contratto d’oro a Barone voluto dalla presidente Gemmo

VENEZIA Il contraccolpo dell’inchiesta Mose fa volare gli stracci in Consiglio regionale. Spunta una lettera del 2007, firmata da Giancarlo Galan su sollecitazione di Irene Gemmo, allora presidente di Veneto Sviluppo, scritta per mettere a tacere gli oppositori all’assunzione del direttore generale della Finanziaria Luigi Barone. Il quale era stato reclutato alle seguenti modiche condizioni: 320.000 euro di stipendio base, più un premio annuale di 60.000, più l’auto blu, più «vitto e alloggio in albergo adeguato», da lunedì a venerdì, perché arrivava da Roma e lì doveva tornare ogni fine settimana. Al cuore non si comanda,com’è noto. La Gemmo l’aveva assunto sulla parola, ma si era trovata l’opposizione nel Cda e non riusciva ad avere l’ok per il contratto. Chi frenava di più era Fabrizio Stella, consigliere in quota Pdl come la stessa Gemmo, il quale sosteneva che 380.000 euro più i benefits era un trattamento spropositato: il tetto da non superare dovevano essere i 275.000 euro dello stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione. Per risolvere il caso, Irene Gemmo chiede un parere legale. Stella si mette di traverso anche qui, pretendendo che si pronunci l’azionista di maggioranza di Veneto Sviluppo, cioè la Regione (51% della Finanziaria), che peraltro di uffici legali ne ha due,uno in giunta e uno in Consiglio, i quali lavorerebbero gratis. Il collegio sindacale gli dà ragione. La Gemmo è in difficoltà. Arriva in soccorso Giancarlo Galan: il 25 luglio 2007 il presidente spedisce una lettera riservata personale a Fabrizio Stella e per conoscenza a Irene Gemmo, in cui bacchetta il consigliere discolo con una reprimenda di due pagine mandandolo a rileggersi il codice civile e lo statuto della Veneto Sviluppo. La Regione non c’entra, lui è un incompetente, la smetta con «velleitarie pretese» e partecipi alle decisioni «con spirito di collaborazione ». Insomma, si metta in riga. Benché riservata, la lettera arriva a tutti i consiglieri di palazzo Ferro Fini, tant’è che ce n’è in giro ancora una copia. Questa vicenda va ad aggiungersi agli «strani episodi» elencati martedì scorso dal consigliere Moreno Teso, che nella seduta di autocoscienza dopo gli arresti dell’inchiesta Mose, ha denunciato in aula la gestione allegra di Veneto Sviluppo che negli anni «è entrata come azionista in aziende poi fallite, buttando via 20 milioni di euro». «Verificherò con il lanciafiamme ogni singolo episodio», gli ha replicato Luca Zaia. Andrebbe aggiunto che la politica delle partecipazioni di Veneto Sviluppo sotto la presidenza Gemmo era così condivisa dai soci bancari (49% della Finanziaria) che nel 2008 portò alle dimissioni del consigliere Franco Andreetta, anche se giustificate al pubblico con motivazioni generiche, come si usa in banca. Luigi Barone fu poi assunto con un contratto di 273.000 euro l’anno, senza i 60.000 di premio annuale, ma più i benefits. Ma l’aria era diventata irrespirabile per lui e dopo poco si licenziò. I casi della vita l’hanno portato a sedere con Marcello Dell’Utri e Alberto Rigotti nel Cda di Epolis, dov’era socio anche Piergiorgio Baita con Adria Infrastrutture. Il gruppo è imploso e Rigotti è stato arrestato il 5 giugno scorso dalla Guardia di Finanza di Cagliari per bancarotta fraudolenta. È andata meglio a Fabrizio Stella, che oggi dirige Avepa, l’agenzia dei pagamenti in agricoltura, con uno stipendio di 152.000 euro. Stella parrebbe godere della fiducia di Luca Zaia, ciò nonostante risulta essere l’unico dirigente al quale non è stato rinnovato il contratto che scadeva a metà legislatura. E’ in regime di proroga, periodo che dura 45 giorni, scaduti i quali si decade. Lo stanno tenendo in castigo perché ha fatto il discolo un’altra volta? Stella raggiunto al telefono risponde in inglese: «No comment».

Renzo Mazzaro

 

«Il Mose va commissariato» Il Codacons vuole Cantone

L’associazione dei consumatori ha avviato una class action per i risarcimenti

Il presidente Rienzi: «In questi anni l’opera è diventata il bancomat dei ladroni»

VENEZIA Se è vero che «il Mose è diventato il bancomat dei ladroni» non ci sono alternative: «i cantieri vanno fermati, il Consorzio Venezia Nuova va sciolto e affidato a Raffaele Cantone – nominato l’altro giorno presidente dell’Autorità Anticorruzione, ndr – e il Mose va posto sotto sequestro perché è il corpo del reato». Ne è convinto il presidente nazionale del Condacons, l’avvocato Carlo Rienzi, ieri a Mestre per presentare assieme al presidente regionale Franco Conte la Class action -anche se in termini giuridici è improprio chiamarla così – contro i ladroni del Mose. Venerdì mattina i rappresentanti dell’associazione dei consumatori hanno consegnato in procura la documentazione per accreditarsi come parte offesa nel procedimento penale a carico delle persone indagate. L’associazione stima che il danno possa essere di almeno 2 miliardi e 700 mila euro, calcolato sugli incrementi di costo dell’opera e i minori trasferimenti ottenuti dal Comune dalle Legge speciale proprio perché dirottati sul sistema delle dighe mobili che si è mangiato la fetta più grande dei trasferimenti. Per aderire all’azione collettiva c’è tempo fino al 31 luglio, e per farlo basta andare sul sito dell’associazione, iscriversi e compilare i moduli che poi, ogni persona che deciderà di aderire, dovrà far pervenire alla procura. «Il risarcimento dei cittadini veneziani ma non solo, perché potrà aderire qualsiasi cittadino italiano», spiega Rienzi, «è il minimo che si possa fare perché il Mose si è rilevato una mangiatoia per tutti, alimentata con i soldi pubblici, e quindi con i soldi dei cittadini». «Il nostro », aggiunge Rienzi, «è anche un modo per fare sentire meno soli i magistrati in questa battaglia di legalità dentro la città». Quella di oggi però non è la prima battaglia del Codacons contro il sistema di dighe mobili dato che già nel 2004 i consumatori, con il sostegno di altre associazioni locali (Ambiente Venezia, Magistratura democratica e l’Assemblea permanente No Mose) aveva promosso un ricorso al Tar, rigettato, e l’anno successivo respinto anche dal Consiglio di Stato. Il Codacons, oggi come allora, sostiene che non sia mai stata applicata una corretta procedura per la valutazione di impatto ambientale, by-passata dal Comitatone. E va da sé che se Tar e Consiglio di Stato si sono espressi su documenti che oggi si scopre potrebbero essere stati aggiustati – è questa la linea del Codacons – ci sono i presupposti per chiedere la revoca di quelle sentenze come è del resto previsto dall’articolo 395 del Codice di procedura civile. Tuttavia, anche se il Codacons avesse ragione resta però la questione di che fare con una grande opera che nel frattempo è arrivata all’85% per cento della sua realizzazione, e che dovrebbe essere ultimata, salvo imprevisti, entro la fine del 2016. «È un dibattito che bisogna avere il coraggio di affrontare », sostiene ancora Rienzi, «perché noi crediamo che, anche se siamo arrivati a questo punto, sia meglio fermare tutto, lasciare così com’è perché in base a quello che sta emergendo dalle indagini della procura veneziana nessuno può dire con certezza che questa sarà un’opera sicura. Meglio quindi fermarsi qui e destinare gli ulteriori stanziamenti previsti ad altri interventi di riqualificazione della laguna». Uno scenario improbabile. «Se proprio l’opera deve andare avanti», spiegano del Condacos, «è necessario l’intervento di un commissario speciale, e noi siamo convinti che questo commissario da mettere a controllare i lavori debba essere Cantone». Il Codacons poi si batterà anche perché, nel corso del processo, la probabile richiesta di costituzione di parte civile da parte dello Stato venga respinta. «Perché lo Stato è quello che ha provocato quello che è successo, il Consiglio dei ministri di oggi è in continuità con i consigli dei ministri di ieri, non sono parti diverse. Le responsabilità di quanto accaduto sono anche nello Stato».

Francesco Furlan

 

«Il parere ambientale? Non è mai stato dato. Era solo un orpello da superare in fretta»

VENEZIA. Nel ricorso presentato dal Codacons e da altre associazioni ambientaliste della città si contestava il fatto che il Comitatone (in particolare con due delibere, una del 6 dicembre del 2001 e una del 4 febbraio del 2003) avrebbe dato il via libera al Mose «in assenza di una valutazione di impatto ambientale positiva» dal momento che una prima valutazione negativa era stata fatta nel 2000 dai ministri Ronchi (Ambiente) e Melandri (Beni culturali) ma venne poi annullata dal Tar senza che l’opera sia stata poi sottoposta ad un nuovo vero percorso di valutazione ambientale a livello ministeriale. Per il Codacons guidato da Rienzi «la valutazione dell’impatto ambientale è stata trasformata in un orpello fastidioso da superare a tutti i costi».

 

Il procuratore Nordio «Contro la corruzione leggi più semplici»

VENEZIA. «La nomina di un commissario contro la corruzione può anche avere una giustificazione politica, ma razionalmente parlando non ci si deve fare nessuna illusione». Lo ha detto a Radio Radicale il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio. Secondo il procuratore aggiunto, che sta coordinando l’inchiesta sul Mose, «la nomina di un commissario potrà in minima parte servire. L’inasprimento delle pene e la creazione di nuovi reati non servirebbe a nulla, come ha dimostrato l’esperienza del passato. Gli unici strumenti contro la corruzione, a parte l’educazione etica che si può realizzare in una o più generazioni, sono la semplificazione delle procedure e l’individuazione trasparente delle competenze. Se un cittadino deve bussare cento porte è inevitabile che qualcuna resti chiusa finché qualcuno non viene a suggerirti di oliarla e di renderla apribile. Copiamo dagli altri Paesi dove ci sono pene anche meno aspre», ha concluso,«ma procedure molto più trasparenti e competenze molto più individuate». È una riflessione che Carlo Nordio aveva già fatto dieci giorni fa, nel corso della conferenza stampa in procura il giorno in cui erano scattate le 35 misure cautelari. «Al di là dell’inchiesta di oggi», aveva sottolineato il magistrato, «voglio ricordare quanto scrissi già 15 anni fa: una delle cause della corruzione deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi e dalla loro incomprensibilità, e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità».

 

Il governo chiude il magistrato alle acque

Stop all’ente dopo oltre cento anni. Da ottobre competenze trasferite al Provveditorato interregionale per opere pubbliche

VENEZIA – Una riga nel comunicato del governo, al termine del Consiglio dei ministri di venerdì sera: «È soppresso il Magistrato delle Acque per le province venete e di Mantova». Dal primo ottobre cala il sipario su magistratura con 500 anni di storia e affaccio sul Ponte di Rialto, serenissima per nome anche se emanazione oggi del ministero delle Infrastrutture, con funzioni di controllo sulla laguna e sulle opere di salvaguardia. Con due magistrati come Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva in carcere da dieci giorni perché accusati dalla Procura di aver percepito “stipendi neri” per centinaia di migliaia di euro l’anno dal Consorzio Venezia Nuova, per non controllare alcunché, la decisione del governo Renzi – del tutto inaspettata anche dagli addetti ai lavori – ha un sapore tutto politico. «Certamente le vicende giudiziarie di questi giorni hanno giocato nell’accelerare la decisione », conferma il sottosegretario Pierpaolo Baretta, a sua volta stupito della decisione. Una scelta che ha lasciato sconcertati molti, a Venezia, da sinistra a destra. Anche perché – pur in attesa della pubblicazione del decreto – il governo ha deciso di trasferire le competenze del Magistrato al Provveditorato interregionale per le opere pubbliche di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia: sempre organi ministeriali, ma passati da una dimensione territoriale veneziana a grandezza Italia del Nordest. Pure se da mesi magistrato è lo stesso provveditore interregionale, Roberto Daniele – con sede di entrambi gli uffici a palazzo dei Dieci Savi – la decisione di cancellare il Magistrato alle Acque è accolta con sconcerto trasversale. Anche perché il Comune di Venezia voleva sì abolirlo, ma per ottenerne i poteri: Comitatone dopo Comitatone – il sindaco Orsoni più volte – Ca’ Farsetti ha chiesto più volte per sé tutte le competenze che oggi imperano in laguna, rendendone difficile il governo e il controllo locale (dal Magistrato alla Provincia alla Capitaneria di porto). E la riunione delle competenze a Venezia è anche uno dei caposaldi della proposta di nuova Legge speciale in discussione, primo firmatario il senatore pd Felice Casson. «Una decisione sconcertante, che va contro qualsiasi logica e allontana ancora più la salvaguardia da Venezia», commenta l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin. «Fuffa: come se l’iperstatalismo romano fosse garanzie di probità», incalza il consigliere Beppe Caccia, «non ci dimentichiamo gli scandali Balducci, il G8 e l’Aquila». E in una mozione al voto del Consiglio comunale, domani – che nasce dalla richiesta al governo di «smantellare il sistema politico- affaristico, il cui profilo criminale emerge dall’inchiesta in corso» su Consorzio, salvaguardia e mazzette – si chiede anche «il superamento dell’attuale Magistrato alle Acque e trasferimento dei suoi poteri al Comune di Venezia». Sinistra e destra, si diceva. «Così è ancora peggio: una magistratura con secoli di storia veneziana diventa sempre più romana: non ha senso», commenta il capogruppo provinciale di Fratelli d’Italia, Piero Bortoluzzi, «semmai è urgente una bella riforma della legge speciale per Venezia, che unifichi le competenze sulla laguna, attribuendole ad esempio alla città metropolitana, solo a condizione però che abbia organi elettivi».

Roberta De Rossi

 

ROBERTO DANIELE «Non ho incarichi di collaudo»

VENEZIA. «Sono stato incaricato dell’esecuzione di collaudi del Mose, ma il giorno stesso che ho preso servizio a Venezia, il 2 settembre 2013, come presidente del Magistrato alle Acque, ho rassegnato le dimissioni dagli incarichi di collaudo che mi erano stati affidati». Così Roberto Daniele, riferendosi alla ricostruzione degli affidamenti di collaudi per il Mose fatta dal settimanale l’Espresso. «L’importo reale rispetto alle somme che mi sono attribuite pe ri collaudi», aggiunge, «è di gran lunga inferiore: un terzo più o meno. E poi, essendo io dipendente della P.A., la parte più consistente relativa all’onorario è stata versata interamente in conto entrate alla Tesoreria dello Stato, nel rispetto della norma sull’onnicomprensività della retribuzione dei dirigenti pubblici: fondi dai quale il Ministero attinge per pagare la parte accessoria dello stipendio mio e dei 50 dirigenti, mentre prima era lo Stato a stanziare queste somme».

 

NUOVA VENEZIA – IL CASO MOSE – La nostra amara soddisfazione

Per anni e anni noi ambientalisti abbiamo contrastato in vari modi(anche con dettagliati esposti) l’affare Mose, indicando le alternative possibili a questa grande opera devastante, inutile e costosa, denunciando anche le varie criticità amministrative. Dall’anomalia del concessionario unico alla mancata considerazione della negativa Valutazione d’impatto ambientale nonché delle prescrizioni indicate (illusoriamente) dal consiglio comunale, alle “inesattezze” del parere fondamentale dato dal Ministero dei Beni e le attività culturali, che peraltro sembra aver approvato anche quelle opere realizzate in laguna tanto per spendere i cospicui finanziamenti, come confessato da uno degli arrestati (Baita, ex impresa Mantovani), anche queste in gran parte da noi contestate. Maabbiamoanche più volte sottolineato quella che sempre più si percepiva come una mafia infiltrata dal potere forte del Consorzio Venezia Nuova nella nostra città (e non solo), con la sua ramificata corruzione che sta venendo alla luce, fatta di tangenti- favori-incarichi-accordi-ricatti- nomine nei posti che contano. Capace di creare quantomeno a criticità e subalternità anche da parte di gran parte del mondo culturale e accademico. È ormai normale utilizzare sponsorizzazioni, ma è grave che forze politiche e istituzioni le chiedano a un consorzio d’imprese che per i propri lavori deve ottenere autorizzazioni e finanziamenti. Ancora più grave, ovviamente, quando i fondi sono dati illegalmente e in cambio di qualcosa. Ci hanno chiamato e ci chiamano, ingiustamente, quelli del no. È per noi ora un’amara soddisfazione seguire l’evolversi di un’inchiesta che ci auguriamo possa fare piena luce sui vari aspetti di questa scandalosa realtà.

Cristina Romieri – Lido di Venezia

 

Sanità, canoni salati e concessioni eterne: project da 1,2 miliardi

Da Mestre a Verona, da Este-Monselice a Treviso i nuovi ospedali costruiti su una montagna di debiti

Rate fino al 2036 per saldare tutte le rate: ai privati rendimenti a due cifre

Prima il “mito” dei mega progetti, poi i sospetti su cui lavora la magistratura

VENEZIA – Dal nuovo ospedale di Mestre alla Cittadella della salute di Treviso, dal nuovo polo sanitario di Schiavonia d’Este agli impianti tecnologici di Camposampiero e Cittadella. E poi i nuovi ospedali di Castelfranco e Montebelluna, la ristrutturazione di Borgo Trento e Borgo Roma a Verona, il nuovo ospedale unico dell’Alto Vicentino. Solo le province di Belluno e di Rovigo ne sono state risparmiate: masi sa che i montanari non si fidano dei veneziani e i rodigini son pochini. Negli ultimi dieci anni la parola magica era «project» (tanto i soldi li mette il privato). Peccato che non si trattasse di mecenatismo ma semplicemente di business: il privato costruisce subito ma si garantisce per trent’anni la concessione di pulizie, pasti, energia, diagnostica, parcheggi. Un rendimento, per i privati, a due cifre. Un affitto capestro per il pubblico, che ammette così la propria incapacità di oculata gestione. Più di un miliardo e trecento milioni di euro di investimenti per rinnovare la rete ospedaliera del Veneto. Ma così ci siamo giocati una generazione di debiti: per un project da cento milioni di euro il «canone» a favore delle imprese concessionarie può sfiorare anche i trenta milioni l’anno. Quello di Mestre, ad esempio, scadrà nel dicembre 2031, quello di Santorso addirittura nel 2036. Nove contratti di progetto di finanza in campo ospedaliero sono stati sottoscritti o semplicemente siglati in attesa di aggiudicazione. La larga parte si deve all’epoca in cui il Veneto era guidato da Giancarlo Galan, su cui pende una richiesta di arresto nell’inchiesta sui finanziamenti del Consorzio Venezia Nuova alla politica. Che la politica dei project non fosse proprio un affare se n’era accorto anche Leonardo Padrin, presidente della commissione regionale sanità, che nel 2010 aveva chiesto al governatore Luca Zaia di «verificare e rinegoziare i project attivi, sospendere e riesaminare quelli ancora in corso». Tre anni più tardi è la magistratura veneziana che sta puntando i riflettori, facendo seguito a un approfondimento in corso da parte della Corte dei conti. Ad aprire la stagione dei project sanitari fu l’Asl 12 Veneziana per realizzare, tra il 2003 e il 2007, il nuovo ospedale dell’Angelo di Mestre. Un contratto da 250 milioni di euro per una concessione della durata di 24 anni. Demolito il vecchio Umberto I, adesso nel nuovo ospedale si paga il parcheggio (sei euro al giorno) e per avere la televisione in camera occorrono 3 euro e mezzo al giorno (e 5 euro di cauzione per il telecomando). Ad aggiudicarsi la gara è stato il «gotha» dei project del Veneto: Astaldi, Mantovani,Gemmo, Studio Altieri. Imprese i cui nomi compaiono più volte nella ricostruzione della magistratura veneziana come autentici «pigliatutto » degli appalti. Più o meno gli stessi nomi degli altri project: la milanese Siram a Venezia, Este e Monselice, Cittadella e Camposampiero, la rodigina Guerrato a Castelfranco e Montebelluna, l’impresa Carron a Treviso e Monselice, la Mazzi a Verona, la vicentina Gemmo a Santorso, Monselice, Mestre, Venezia («Nonostante una stampa superficiale e poco corretta,Gemmo spa è totalmente estranea alle indagini legate ai recenti scandali Mose e Galan» ha spiegato nei giorni scorsi l’azienda di Arcugnagno). E le cooperative rosse? Ci sono sempre, con piccole e grandi quote: a Verona come capogruppo mandataria c’è la storica Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi (con la Ccc e la Manutencoop), a Santorso ancora la Cmb di Carpi, a Castelfranco la Coop service, a Venezia la Coveco e la Ccc. Insomma, i project sanitari – e quelli sulle infrastrutture – hanno garantito nel periodo più nero dell’edilizia la sopravvivenza alle maggiori imprese di costruzioni del Veneto. Che grazie all’esperienza avviata dalla giunta Galan hanno potuto esportare la loro professionalità: in Toscana, ad esempio, i quattro project degli ospedali di Massa, Lucca, Pistoia e Prato sono stati realizzati dalla cordata del gruppo Astaldi che aveva costruito a Mestre. L’investimento di capitali privati nella realizzazione degli ospedali, poi, è stato ampiamente scontato dalle banche, cui è stata data in garanzia proprio la sicurezza della gestione per venti o trent’anni. Proprio nell’equilibrio tra apporto di capitale, valore dei servizi dati in concessione e durata della concessione c’è il ritorno per il privato: dalle pulizie e dai pasti di un ospedale si possono ricavare anche dieci o venti milioni l’anno. Soprattutto con la certezza della durata e del pagamento: le Asl sono pagatori morosi ma assolutamente certi e di questi tempi non è poco. Al palo è rimasto il project del nuovo ospedale di Padova (600 milioni): promesso da Galan e salutato con entusiasmo da Zanonato, con la vittoria di Massimo Bitonci è destinato a tornare nel cassetto. Le imprese già pronte se ne faranno una ragione. Insomma, per «regalare» i nuovi ospedali abbiamo indebitato una generazione di veneti. Ma tanto i soldi li mette il privato, no?

Daniele Ferrazza

 

Baita sugli ospedali «Decide tutto Lia Sartori»

«Il mio rapporto con Lia Sartori (foto) era conflittuale»: è per questo che Piergiorgio Baita, ex numero uno della «Mantovani spa» non vinceva né un appalto né un lavoro nella sanità veneta. Se non quando si univa alla «Gemmo». Baita, arrestato nel febbraio 2013, lo spiega diffusamente nel lungo interrogatorio del6 giugno di un anno fa in procura a Venezia. Lo fa davanti ai pm Ancilotto e Buccini, assistito dagli avv. Ambrosetti e Rampinelli. «Non le ho mai corrisposto somme di danaro in via diretta», precisa Baita, ricordando il rapporto difficile con l’eurodeputata vicentina, per la quale sono stati chiesto gli arresti domiciliari. «Il consorzio credo che abbia finanziato la campagna delle europee del 2009 dell’onorevole Sartori». «Il Consorzio puntava su Sartori… i soldi furono consegnati direttamente dall’ingegner Mazzacurati».Non solo: Baita farebbe riferimento anche ad altri finanziamenti, «in particolare alla associazione di imprese che ha concorso per il project all’ospedale di Mestre». In quegli anni, dal 2005 al 2010, Sartori è il deus ex machina della sanità veneta: «Le leve della Sartori erano i direttori generali delle Asl, alla cui nomina aveva provveduto in maniera autonoma rompendo i rapporti politici, per cui i direttori potevano essere etichettati in maniera precisa come persone di riferimento dell’onorevole». Ma«Sartori in sanità non ha mai ritenuto di considerare la Mantovani come soggetto di prima battuta, ritenendo che invadesse il campo riservato ai gestori sanitari e in particolare alla Gemmo».

 

Scandalo fondi Mose, il Pd è nella bufera

I pm Ancilotto, Buccini eTonini allargano gli interrogatori

E l’ex sindaco dimissionario racconta gli scontri con Mazzacurati

VENEZIA Inchiesta Mose: le prime timide ammissioni di alcuni arrestati negli interrogatori di garanzia resi ai giudici hanno spinto i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini a viaggiare lungo l’Italia per sentire personalmente quello che hanno da raccontare, per convincerli a vuotare il sacco, in modo da ottenere nuovi elementi e ripartire com’ è accaduto con le due indagini precedenti: quella che ha portato in carcere da una parte Piergiorgio Baita della «Mantovani » e dall’altra Giovanni Mazzacurati , presidente del Consorzio Venezia Nuova», grazie alle dichiarazioni dei quali sono scattati gli arresti di mercoledì scorso. L’ex presidente del Magistrato alle acque, il romano Patrizio Cuccioletta è accusato di aver percepito addirittura uno stipendio annuo di 400 mila euro e un bonus una tantum di 500 mila finito nel conto intestato alla moglie in una banca svizzera. Non ha potuto negare di averlo incassato, ha confermato, ma ha sostenuto essersi trattato di un regalo. Probabilmente qualche insistenza con lui potrebbe convincerlo ad andare oltre, a riferire con dovizia di particolari che cosa gli era richiesto di fare in cambio di quel presente. Uno dei titolari della Cooperativa San Martino, l’impresa di Chioggia da dove è partita l’inchiesta grazie alla verifica fiscale della Guardia di finanza, ha ammesso che i suoi emettevano fatture per operazioni inesistenti a favore del Consorzio in modo da formare fondi neri attraverso le «retrocessioni» del danaro che usciva per pagarle e poi in parte rientrava. Non è lungo il passo per spiegare a cosa servivano quei fondi neri e in tasca di chi siano finiti. Lo stesso ha spiegato il bolognese Manuele Marazzi, che le fatture fasulle, invece, le emetteva a favore della «Mantovani». Infine, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia- Padova, il Pd Lino Brentan, piazzato però su quella poltrona dall’assessore di Forza Italia Renato Chisso, ha confessato di aver consegnato 12 mila euro nelle mani di Giampietro Marchese e in precedenza di aver organizzato una cena elettorale a Malcontenta per raccogliere fondi a favore della campagna elettorale di Davide Zoggia per le elezioni provinciali del 2009. E di Zoggia, già allora responsabile per gli enti locali e nelle segreteria nazionale del partito guidato all’epoca da Pierluigi Bersani, ha parlato anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni nel suo unico interrogatorio, quello che gli è valso la scarcerazione (era ai domiciliari) e il raggiungimento dell’accordo con la Procura per il patteggiamento a 4 mesi. Orsoni dopo aver sostenuto che è stata «una sua debolezza » avanzare la richiesta di finanziamenti a Mazzacurati, racconta che Zoggia, assieme a Mognato e a Marchese, lo avrebbe convinto a insistere con il grande manager perché finanziasse con altro denaro la sua campagna elettorale. L’anziano ingegnere aveva fatto già arrivare più di 100 mila euro nelle casse, ma ne servivano di più e così sarebbero stati consegnati altri 400-500 mila euro. Mal’ex sindaco, nel suo interrogatorio, ci tiene a raccontare alcune circostanze di quando era già a Ca’Farsetti: «Mazzacurati aveva una tecnica sua, quella di pressare le persone, venne da me più volte per l’Arsenale, per la Legge speciale e per Est capital, dove l’amministrazione precedente aveva fatto delle cose inaudite perché si era messo in mano a Baita. Evidentemente pensavano di far bene, ma dopo di che io mi sono trovato, come dire, col coltello alla gola per molte cose, dalle quali ho cercato di uscirne e i conflitti con Mazzacurati fin da subito, da quando sono stato eletto, sono stati di vario tipo… io mi sono messo di traverso a certe operazioni sul Lido, sull’Ospedale al Mare, mi sono messo di traverso sull’occupazione dell’Arsenale» da parte del Consorzio Venezia Nuova.

Giorgio Cecchetti

 

Mercoledì l’autodifesa di Galan

Alla giunta autorizzazioni della Camera. E lo stesso giorno cinque ricorsi al Riesame

Domani in laguna il Tribunale dei ministri del Veneto decide se avviare le indagini su Matteoli

VENEZIA – Il primo appuntamento in agenda è quello di lunedì per il Tribunale dei ministri del Veneto: domani, il presidente Monica Sarti, giudice a Verona, ha convocato gli altri due colleghi, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi, giudici di Venezia, negli uffici della cittadella della giustizia di piazzale Roma perché dovranno decidere in quale modo procedere, innanzitutto se avviare le indagini nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture del governo Berlusconi, il toscano Altero Matteoli di Forza Italia. Giovanni Mazzacurati ha raccontato di essere andato in casa sua, in Toscana, a consegnargli una mazzetta e poi c’è lo stretto rapporto con l’ex presidente dei costruttori romani Erasmo Cinque, inserito a forza tra le imprese che dovevano vincere l’appalto per la bonifica dei terreni inquinati di Porto Marghera. Cinque e Matteoli erano entrambi nell’Assemblea nazionale di Alleanza nazionale, l’organo dirigente del partito quando al vertice c’era ancora Gianfranco Fini e il sospetto è che con la sua «Socostramo srl» (Società costruzione strade moderne) fosse il collettore di tangenti per il ministro. I tre giudici dovranno soprattutto fissare il giorno in cui l’ex ministro potrà presentarsi in laguna a raccontare la sua versione dei fatti, così come hanno chiesto di poter fare i suoi avvocati difensori. Mercoledì, poi, ci sarà il secondo round davanti al Tribunale del riesame presieduto dal giudice Angelo Risi: cinque i ricorsi fissati. Quello dell’imprenditore chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, uno dei titolari della «Cooperativa San Martino », l’impresa da cui è iniziata l’intera indagine sul Mose, grazie alla verifica fiscale della Guardia di finanza nel 2009; dell’ingegnere di Roma e tecnico del Consorzio Venezia Nuova Luciano Neri; del bolognese Manuele Marazzi, accusato di aver emesso fatture fasulle a favore della Mantovani con la sua società e di aver favorito la latitanza del padovano Mirco Voltazza; del segretario di Mazzacurati Federico Sutto, ex socialista e, secondo le accuse, distributore di tangenti per conto del presidente; dell’imprenditore romano di «Condotte d’acqua », impresa del Consorzio, Stefano Tomarelli. Nel primo «appuntamento con il Riesame due degli indagati hanno ottenuto la scarcerazione, il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e l’imprenditore di Cavarzere Franco Morbiolo, che ora sono agli arresti domiciliari. Infine, lo stesso giorno, mercoledì, si riunisce per la seconda volta la giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera, quella che deve dare il via libera o meno all’arresto di Giancarlo Galan. I deputati non devono esprimere giudizi o entrare nel merito delle accuse, devono soltanto escludere o meno che da parte degli inquirenti via sia stato un intento persecutorio nei confronti dell’ex presidente della giunta regionale ora deputato di Forza Italia. Potrebbe già essere il giorno in cui l’ex ministro di Berlusconi darà la sua versione. A relazionare sulle accuse elevate dalla Procura lagunare nei suoi confronti è il deputato di Scelta civile Mariano Rabino, ma a tutti i componenti della Giunta è stata consegnata la copia degli atti dell’indagine, si tratta di migliaia di pagine.

(g.c.)

 

L’imprenditore vicentino sentito anche per un appalto in sicilia

Scandalo Expo, a Maltauro concessi gli arresti domiciliari

Resta in cella Cattozzo, il postino delle mazzette, accusato di aver trattenuto 500 mila euro per la “cupola”

PADOVA Maltauro è tornato a casa. Ieri, il giudice di Milano Fabio Antezza ha concesso gli arresti domiciliari a Enrico Maltauro, l’imprenditore vicentino finito in carcere lo scorso 8 maggio nell’inchiesta degli appalti dell’Expo 2015. Secondo la difesa dell’imprenditore la scarcerazione è stata disposta a seguito di ulteriori riscontri investigativi forniti dallo stesso indagato, che da subito aveva confessato di aver pagato tangenti alla «cupola » degli appalti. «Siamo molto soddisfatti» hanno spiegato i difensori, gli avvocati Giovanni Maria Dedola e Paolo Grasso , «finalmente è stato valorizzato l’atteggiamento di collaborazione del nostro assistito con l’autorità giudiziaria». Sergio Cattozzo (ancora in carcere) verrà nuovamente interrogato dai pm milanesi che indagano sulla «cupola». Per la terza volta si troverà infatti davanti ai sostituti per chiarimenti in merito alla contabilità delle tangenti che Maltauro, è questa l’ipotesi, ha versato o promesso alla «squadra» per gli appalti Sogin, Expo e Città della Salute. I pm stanno esaminando i documenti sequestrati su bandi e procedure al centro dell’indagine per trovare anche i riscontri con quanto messo a verbale dall’ex esponente Udc ma anche da Maltauro e Paris. Dai verbali viene a galla che Cattozzo, il «postino delle mazzette », aveva trattenuto per sè oltre 500 mila euro a cui se ne sarebbero aggiunti altri 500 mila, che a suo dire gli sarebbero toccati se l’accordo per Sogin fosse andato in porto. Per la gara di Sogin «abbiamo definito» ha chiarito Cattozzo, «la somma di un milione e mezzo con Maltauro» pari all’1,5 per cento dell’appalto chiesto all’imprenditore. In realtà poi la cifra versata – il resto sarebbe dovuto arrivare con l’avanzamento dei lavori – è stata di 490 mila euro di cui «300 mila corrisponde a quello che ho trattenuto per me stesso. La differenza l’ho suddivisa tra me, il senatore Grillo e il professor Frigerio ». L’imprenditore vicentino ieri nel carcere milanese di Opera è stato ascoltato come persona informata sui fatti dai pm di Catania. L’imprenditore ha lavorato anche in Sicilia con un consorzio da lui acquisito. Proprio dopo questo ennesimo verbale riempito davanti ad altri inquirenti e definito «esplorativo», è arrivata per lui la scarcerazione. E tornerà a casa.

 

L’INTERVENTO

Il sindaco ci ha tolto le deleghe e la parola

DI GIANFRANCO BETTIN

Il mio ultimo intervento politico a Ca’ Farsetti è stato un bicchiere di vetro scagliato contro il muro – come è stato scritto. Un gesto violento e irrazionale, ma politicamente connotato, pur se politicamente scorretto. Il sindaco ci aveva appena comunicato che si sarebbe dimesso ma che intanto ci aveva già revocato le deleghe. Restava in campo solo lui – lui e i partiti, in realtà – a gestire i venti giorni prima del commissario. Gli avevamo chiesto di dimetterci subito ma insieme, lasciandoci così il brevissimo tempo necessario a chiudere questioni urgenti ormai pronte per la soluzione, attese da molti in città. Nel mio caso, ad esempio, alcuni atti relativi a Porto Marghera e all’avvio del Parco della Laguna Nord, ma anche, ne cito un paio, la garanzia che si aprirà la comunità per giovani negli appartamenti che abbiamo tolto agli spacciatori di droga a Ca’Emiliani, l’esecuzione dell’ordinanza anti degrado in via Carducci predisposta dal settore Ambiente, la prosecuzione delle attività dell’Osservatorio Ecomafie, e qualche altro. Tutti i miei colleghi avevano pronti provvedimenti analoghi, ora a forte rischio. L’altra questione è che il sindaco ci ha così tolto la parola, per dire in consiglio comunale le nostre ragioni. E quando si soffoca la parola a volte esplodono i gesti, per quanto scorretti, come appunto il mio ultimo “intervento politico” a Ca’ Farsetti. Il penultimo era stato la richiesta di dimissioni del sindaco, ovvia, perché il patteggiamento lo rendeva necessario e, per noi, anche la conseguenza – annunciata il giorno stesso dell’arresto – di quanto era già inoppugnabilmente emerso di lecito (i contributi dichiarati, ricevuti dal Consorzio Venezia Nuova per la campagna elettorale). La magistratura, con i suoi mezzi e poteri, lo ha scoperto dopo quattro anni, ma se il fatto fosse stato pubblico all’epoca, nel 2010 (o prima, o dopo), non saremmo mai stati in una coalizione e a sostegno di candidati che avessero ricevuto tali contributi anche se “leciti”. Sono certissimo che Giorgio Orsoni non abbia richiesto i contributi “in nero” ma a noi basta e avanza ciò che di “regolare” è emerso (e che si estende alle ramificatissime relazioni su base economica intrattenute da moltissimi con il CVN in città e altrove). Il Comune è la sola istituzione che esce totalmente pulita da questo scandalo, nessun atto amministrativo compiuto ne risulta inquinato, come la magistratura stessa conferma, e siamo certi di aver avuto in questa pulizia un ruolo forte. Anche per questo nessuno, nemmeno il sindaco, ci toglierà la parola.

 

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