Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al Consiglio di Stato. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso Consiglio di Stato contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

VENEZIA – Parla il capo degli 007 della Guardia di Finanza

Il colonnello Renzo Nisi, l’uomo delle “Grandi inchieste” lascia l’incarico veneziano per operare a Roma

Nisi: l’ inchiesta Mose-Baita? Una valanga che non si fermerà

«La pietra ha cominciato a rotolare e diventerà una valanga». Parla l’uomo delle “grandi inchieste” a Venezia, il colonnello della Finanza, Renzo Nisi, promosso a Roma. E nuovo impulso alle indagini potrebbe venire dalla testimonianza di Giovanni Preziosa, il vice questore di Bologna accusato di essere la “talpa” dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita: ieri il poliziotto arrestato ha parlato al giudice.

 

VENEZIA – Parla il poliziotto accusato di essere la “talpa” di Baita. L’avvocato: «Ampie spiegazioni al giudice»

Arresti in laguna: «Le indagini non si fermano»

Promosso il superinvestigatore della Finanza che ha guidato le inchieste su appalti e fondi neri

«La pietra ha cominciato a rotolare e diventerà una valanga». Parla l’uomo delle “grandi inchieste” a Venezia. È questo il congedo del colonnello della Finanza, Renzo Nisi, promosso a Roma. E nuovo impulso alle indagini potrebbe venire dalla testimonianza di Giovanni Preziosa, il vice questore di Bologna, che, contrariamente alle aspettative, non si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso del primo interrogatorio di garanzia dopo l’arresto. Preziosa è accusato di aver fornito – dietro corrispettivo in denaro o beni materiali – informazioni riservate ad alcuni indagati nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte false fatturazioni del gruppo Mantovani, che a fine febbraio avevano portato a una prima ondata di arresti, tra i quali quello dell’ex amministratore delegato del gruppo, Piergiorgio Baita.
«Il mio assistito – spiega l’avvocato Caterina Caterino – ha fornito ampie spiegazioni al giudice, chiarendo la sua posizione e si riserverà di farlo in forma più ampia e complessiva di fronte al titolare dell’indagine, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, al quale è già stato chiesto un appuntamento». Il vice questore aggiunto, in forza al commissariato di Santa Viola Bologna, è accusato di essere la “talpa” del complesso meccanismo che avrebbe dovuto mettere in guardia Baita da eventuali “intrusioni” delle forze dell’ordine e della magistratura negli affari della società. In particolare, nell’ordinanza firmata dal giudice Alberto Scaramuzza, si parla di lui, come di “non solo un semplice funzionario corrotto ma di fatto un vero e proprio imprenditore coinvolto… nel meccanismo frodatorio del fisco attivato dalla Mantovani”. A Preziosa sono addebitate diverse attività che non avrebbe dovuto compiere a favore di un privato, nonché di aver ricevuto dall’imprenditore bolognese della sicurezza Manuele Marazzi e al padovano Mirco Voltazza “somme di denaro (162mila euro)” oltre a un motore fuoribordo del valore di 8mila 750 euro. E avrebbe accettato la promessa di un contratto di consulenza con la Mantovani: 150mila euro/anno.
Nei confronti di Preziosa e Marazzi, la Procura lagunare ritiene di aver raccolto un numero sufficiente di prove per ottenere la custodia in carcere, ma anche una rapida condanna. Il tutto nell’ambito di uno dei filoni dell’operazione Chalet, coordinata dal pm Stefano Ancilotto, strettamente legata a quella immediatamente successiva battezzata “Profeta”, coordinata dalla pm Paola Tonini, che ha travolto il Consorzio Venezia Nuova. In entrambi i casi a condurre le indagini sono stati i finanzieri al comando del colonnello Renzo Nisi che, promosso al Comando generale di Roma, da ieri ha ceduto il testimone a Roberto Pennoni. «Le indagini non si fermano e chi sa non faccia tanto conto sulla prescrizione. La pietra ha cominciato a rotolare, è una valanga: non si ferma», avverte facendo presagire clamorosi sviluppi. A Venezia Nisi è approdato nel 2009 “aggredendo” la pubblica amministrazione per scoprire che – a vent’anni di distanza dal ciclone Tangentopoli – il sistema delle mazzette era ancora ben radicato. E’ così indagato per corruzione Statis Tsuroplis, presidente di Ames, società che gestisce le farmacie comunali. Nel gennaio 2011 arriva uno dei primi arresti eccellenti, quello di Lino Brentan, ex ad di Autostrada Ve-Pd, successivo a quelli di due funzionari della Provincia e di alcuni imprenditori: sullo sfondo di appalti e tangenti. Lo stesso emerso anche nel caso Baita-Mantovani e Mazzacurati-Cvn. Mentre nel 2010 le bustarelle vengono trovate in Comune.
Ad aprire i fascicoli e credere nell’attività delle Fiamme Gialle i pm Ancilotto e Tonini, che insieme al procuratore capo Luigi Delpino, Nisi ha definito dei punti di riferimento fondamentali per i risultati ottenuti.

 

COMMISSIONE VIA – L’ingegnere a capo e altri 13 membri

La tecnica da 007 usata per impressionare il manager della Regione Vernizzi serviva a evitare la valutazione ambientale su un’area industriale di Fusina

Con paletta e lampeggiante, ecco la ragione della messinscena

Una Mercedes? No, meglio una 159. Alla fine si opta per una Lancia Delta, che non fa “polizia” quanto un’Alfa, ma è sempre meglio di una Mercedes. Sulla Delta mettono il lampeggiante blu e infilano la paletta del Ministero degli interni sotto l’aletta parasole. Non sono poliziotti, non sono dei servizi segreti, ma vogliono che Silvano Vernizzi, l’amministratore delegato di Veneto Strade e segretario regionale per le infrastrutture, lo creda. E sia “impressionato”. Ma perchè? Intanto diciamo che questo episodio, a dir poco marginale dell’inchiesta sugli appalti e i fondi neri gestiti da Piergiorgio Baita, spiega perfettamente che cosa sia successo in Veneto negli ultimi vent’anni. E chiarisce anche in modo definitivo che gli arrestati dell’inchiesta Baita hanno raccontato tutto.
Tutto, vuol dire tutto.
Significa che l’inchiesta ha mostrato finora una puntina, ma nei cassetti della Procura veneziana c’è un iceberg in grado di far affondare un paio di Titanic – cioè partiti con tanti nomi eccellenti a bordo. Detto questo, analizziamo l’episodio. Si parla di un incontro – è il 18 giugno 2012 – tra Silvano Vernizzi, l’ingegnere che ha il Passante in 4 anni, uomo potente del Nord Italia nelle Infrastrutture e tal Mirco Voltazza, uno che è sul libro paga di Piergiorgio Baita e si guadagna la vita “bonificando” ambienti e procurando informazioni più o meno riservate su indagini nei confronti delle aziende controllate da Baita. Voltazza è uno dei tanti dei “servizi segreti personali” di Baita, che hanno funzionato talmente bene da portare in galera mezzo mondo – compreso Baita.
Ora, che cosa deve fare Voltazza su ordine di Baita? Deve “impressionarlo”. Stando alle carte della Procura, la frase “si è impressionato quando ha visto la paletta e il lampeggiante” significa che Vernizzi si è convinto a fare quello che gli veniva chiesto da Voltazza per conto di Baita. La richiesta che viene avanzata da Voltazza è quella di evitare l’avvio della procedura della Via – la Valutazione d’impatto ambientale – sull’area ex Alumix di Fusina dove doveva essere trasferita la San Marco Petroli. Vernizzi è il presidente della Commissione di Valutazione per l’Impatto Ambientale e dunque parrebbe essere nella condizione di poter aiutare Baita. «Lo spostamento della San Marco Petroli – ricorda l’ex assessore provinciale dei Verdi, Ezio Da Villa – entra nel cosiddetto progetto Moranzani, che prevede la riconversione e la bonifica di una zona di Malcontenta e di Marghera. Di questo mega progetto che coinvolgeva la Regione, la Provincia e il Comune, non si occupava Vernizzi». Della Commissione Via, oltre al presidente Vernizzi, fanno parte altre 13 persone. Ebbene, i 14 componenti della Commissione decidono all’unanimità che non ha senso sottoporre a Via lo spostamento. Come voleva Baita. Vuol dire che, oltre a Vernizzi, Voltazza ha “impressionato” anche gli altri 13? No, vuol dire che la procedura era quella e non serviva nessun “aiutino”. Ma allora perchè Voltazza ha messo in piedi questo ambaradan di macchina, paletta e lampeggiante? Perchè si è spacciato per uno dei Servizi segreti? Perchè ormai funzionava così con Baita. Attorno a lui si muoveva una fauna di personaggi che assicuravano di essere in grado – come detto a Vernizzi – di fornire informazioni su tutto e tutti. E siccome Baita pagava, la macchina funzionava alla grande. Eppure stiamo parlando di un genio degli appalti, di un uomo che ha inventato il project financing in Italia e che ha maneggiato miliardi di euro in appalti e che è finito a fidarsi di gente che per qualche migliaio di euro gli procurava paletta e lampeggiante per “impressionare” qualcuno che del lampeggiante e della paletta non si è nemmeno accorto.

 

POLITICA, AFFARI E INCHIESTE

«Corruzione, ci si vende per 50 euro»

Renzo Nisi, lo 007 della Finanza, lascia Venezia: sue le inchieste su politica e affari

Da lunedì a Roma a capo dell’ufficio di Coordinamento

Il colonnello Renzo Nisi da lunedì assumerà l’incarico di Capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma. Al suo posto, al comando provinciale del Nucleo di polizia tributaria, il colonnello Roberto Pennoni, con il compito non facile di proseguire il lavoro avviato da Nisi: in questi ultimi cinque anni è passato dai 50 euro dell’inchiesta “Progressione geometrica”, che ha portato all’arresto del geometra Bertoncello sconquassando il Comune, ai milioni di euro dell’inchiesta “Chalet” di Piergiorgio Baita e della Mantovani, finendo con quella battezzata “Profeta” che come uno tsunami si è abbattuta sul Consorzio Venezia Nuova e sul Mose.

Da lunedì il colonnello Renzo Nisi assumerà l’incarico di Capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma. Quarantacinque anni, nato a Torino e cresciuto nella capitale, residente a Bergamo con la moglie e i due figli. Un investigatore di razza, esperto in fiscalità internazionale, apprezzato sia dai suoi subalterni che dai suoi superiori.

 

GUARDIA DI FINANZA – Il colonnello Nisi lascia Venezia, sue le inchieste “scottanti”

Le 007 che ha scoperchiato il malaffare nel settore pubblico fa il bilancio di tre anni

«Risultati raggiunti grazie a una regola: prima confessi e paghi, poi si ragiona sulle pene»

IL SUCCESSORE – Arriva dal Comando generale di Roma il colonnello Roberto Pennoni

«Avrà una squadra investigativa eccezionale

Le indagini non si fermano. Un’eredità certo complessa quella che si trova sulle spalle il colonnello Roberto Pennoni, che da oggi subentra al colonnello Renzo Nisi al comando del Nucleo di polizia tributaria provincia della Guardia di Finanza. «Per il momento posso solo dire che proseguiremo nel solco tracciato finora, forti di una squadra di investigatori in gamba, preparati e motivati». Il tempo di ambientarsi proprio non ce l’ha visto i continui e clamorosi sviluppi delle ultime inchieste avviate dalle Fiamme gialle veneziane, Baita e Consorzio Venezia Nuova per intenderci. Già perché tutti attendono altri arresti eccellenti di cui si vocifera da tempo e che forse a breve potrebbero concretizzarsi aggredendo dopo quello imprenditoriale anche il livello politico. Quarantaquattro anni, perugino di Gualdo Tadino, sposato e con un figlio, il colonnello Pennoni ha ricoperto incarichi operativi in Lombardi ed Emilia Romagna. A Venezia arriva direttamente da Roma ovvero dallo Stato maggiore del Comando generale del corpo. Questi giorni li ha passati in una sorta di full immersion con Nisi per il passaggio di consegne di tutte le indagini in corso e quelle ancora in nuce. Certo non è semplice spiegare il “sistema Venezia”. Erano vent’anni che nella Serenissima non si metteva il naso nella pubblica amministrazione per scoprire, non senza l’amaro in bocca che il sistema delle mazzette, grandi e piccole, purtroppo è ancora ben radicato. «Sono sicuro che il mio collega si troverà bene perché potrà contare su una squadra investigativa eccezionale» ha detto Nisi nell’augurargli buon lavoro davanti ai cronisti.

 

«Corruzione senza prezzo. Ci si vende anche per 50 euro»

«Dire che sono soddisfatto di quanto abbiamo portato alla luce è difficile. Perché purtroppo abbiamo avuto conferma di una corruzione ancora ben radicata e presente e, quello che più ci ha colpito, anche minuta. Mi riferisco al pubblico funzionario che si lascia comprare per 50 euro per sbianchettare una mappa catastale. È un dato che ci ha fatto riflettere perché se il fenomeno della corruttela si sposta verso il basso assume un rilievo ancor più devastante in quanto come società siamo incapaci di affrontarlo dal punto di vista giudiziario. Insomma istruire un processo per 50 milioni di euro è ben diverso che farlo per poche decine di euro».

E lui lo sa bene visto che dai 50 euro dell’inchiesta “Progressione geometrica” che ha portato all’arresto del geometra Bertoncello, sconquassando il Comune, è passato ai milioni di euro dell’inchiesta “Chalet” di Piergiorgio Baita e della Mantovani finendo con quella battezzata “Profeta” che come uno tsunami si è abbattuto sul Consorzio Venezia Nuova e sul Mose, sconvolgendo prima ancora la Provincia con l’arresto di due funzionari per mazzette e in seconda battuta di Lino Brentan ex ad di Autostrada Ve-Pd.

«La pietra ha cominciato a rotolare diventando quasi una valanga, impossibile fermarla» commenta. E pensare che quando nel luglio del 2009 è approdato in laguna, dove non era mai stato prima, per sua stessa ammissione a malapena sapeva raggiungere Piazza San Marco. Nel tracciare il bilancio della sua esperienza veneziana, il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo provinciale di Polizia tributaria usa ora il singolare ora il plurale a sottolineare che il lavoro svolto è stato un lavoro di squadra. Non solo all’interno della Finanza – che mai come in questi ultimi cinque anni ha avuto una tale visibilità mediatica – ma anche con la magistratura.
«Cosa dire. A me piace definirlo un allineamento favorevole di pianeti che ha consentito di mettere a punto una macchina in grado di sviluppare al massimo le potenzialità intrinseche. Devo ringraziare innanzi tutto i miei uomini e pure i miei superiori che hanno creduto e appoggiato le attività avviate. Insieme al procuratore capo Luigi Delpino che per noi è stato un punto di riferimento fondamentale, un fine giurista che si è sempre assunto le proprie responsabilità pure firmando con i suoi sostituti Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini queste ultime inchieste (Ndr Mantovani e Cvn, che inutile nasconderlo sono andate a toccare degli interessi molto particolari». Un’attività che praticamente non ha conosciuto soste e ha toccato ambiti diversi all’insegna di una condizione non sindacabile: «Prima confessi e paghi e poi si ragiona sulla pena». Con un obiettivo all’apparenza banale ma sempre vincente: colpire il vil danaro. «Avete presente come è stato incastrato Al Capone? Per evasione fiscale. Controlla i conti, guarda come uno campa, verifica dove butta i soldi. E se ci sono aspetti poco chiari di sicuro vengono a galla». Nisi sintetizza così il metodo investigativo appreso e affinato a Milano dove per sei anni ha guidato il Gruppo verifiche speciali. Ed è lo stesso applicato anche per detronizzare definitivamente il “re di via Piave”, quel Luca Keke Pan che dal dicembre del 2012 è rinchiuso in carcere: «Èuna delle operazioni che ricorderò con più piacere – commenta Nisi – in quanto ha avuto un effetto immediato sulla gente comune. È stata una sorta di regalo alla città perché siamo riusciti a restituire ai residenti, attraverso la confisca dei beni di proprietà di Pan, un quartiere che ormai era diventato una sorta di zona franca. Un successo che non sarebbe stato possibile senza giocare la carta dell’infiltrato, una felice intuizione del tenente colonnello Nicola Sibilia a capo del Gico».

 

BAITA & CONSORZIO

LE “OMBRE” SUL MOSE

PREFETTURA – Infiltrazioni mafiose. Ecco la lista dei “”buoni”. Ca’ Corner ha illustrato un sistema di certificazione per le imprese a garanzia della loro trasparenza

Non c’è la lista dei cattivi, ma solo quella dei buoni fornitori, prestatori di servizi ed esecutori. E per appartenervi si dovrà essere in regola con specifici requisiti, che avranno validità annuale.
Per rendere più efficace la prevenzione di infiltrazioni mafiose nel tessuto economico produttivo locale, garantendo però anche lo snellimento delle relative procedure amministrative, la Prefettura di Venezia ha istituito le “white list”, in linea con la normativa nazionale.
Si tratta di uno strumento che consentirà di sostituire la documentazione antimafia con l’iscrizione nell’apposito albo tenuto dalla Prefettura, per la durata di un anno.
La normativa che prevede l’istituzione delle “white list” è entrata in vigore il 14 agosto 2013 e tuttavia solo poche imprese vi hanno chiesto iscrizione.
E quindi ieri a Ca’ Corner il Prefetto Domenico Cuttaia ha convocato le associazioni di categoria, insieme alla Camera di commercio di Venezia, per sensibilizzare gli operatori economici sull’utilità di tale sistema, illustrando gli aspetti peculiari della nuova procedura.
In particolare l’essere iscritti alla white list determinerà alcuni ulteriori vantaggi come il “rating di legalità”, cioè un punteggio di merito aggiuntivo che conferisce una posizione di maggior competitività per l’accesso ai finanziamenti pubblici e al credito bancario.
Potranno accedere alla white list gli operatori di trasporto di materiali a discarica in conto terzi, il trasporto di smaltimento rifiuti in conto terzi; l’estrazione, la fornitura e il trasporto di terra di materiali inerti; il confezionamento, fornitura e trasporto di calcestruzzo e di bitume; i noli a freddo di macchinari; la fornitura di ferro lavorato; i noli a caldo; gli autotrasporti per conto di terzi; la guardiania dei cantieri. Per il momento l’elenco delle categorie è tassativo e non suscettibile di interpretazioni.
La white list sarà lo strumento attraverso il quale i soggetti pubblici e privati potranno acquisire conoscenza delle imprese ammesse, che saranno pubblicate sul sito istituzionale della Prefettura nella sezione «Amministrazione trasparente», un modo per tagliare a priori aziende che non forniscono sufficienti garanzie di legalità.

Raffaella Vittadello

 

Lo rivela il colonnello Renzo Nisi congedandosi da Venezia dopo 4 anni al vertice del Nucleo

MESTRE «Delle inchieste Baita e Mazzacurati è uscito solo un quarto di quanto le indagini stanno mettendo a nudo. Impossibile fermare queste inchieste, ora sono come macigni che stanno rotolando a valle».

Con la solita efficacia che lo contraddistingue quando spiega i fatti, il colonnello Renzo Nisi parla delle inchieste che negli ultimi mesi hanno iniziato a demolire il potere politico-economico, costruito anche grazie a fondi neri e corruzione, che ha caratterizzato gli ultimi venti anni della nostra Regione. Un sistema che sembrava intoccabile.

Nisi lo fa nel giorno in cui si congeda dal comando del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, dopo averlo diretto per quattro anni. Un’esperienza che ha definito «straordinaria». Da lunedì assumerà l’incarico di capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma.

Un potere, personaggi che sembravano intoccabili. Per anni nessuna indagine, nessuna Procura ha mai messo le mani su questo sistema. Come mai? «Ora c’è stato l’allineamento di pianeti giusti», risponde sorridendo. «Io non so perché. Quando sono arrivato, il procuratore capo Vittorio Borraccetti se ne stava andando, poi ci siamo riorganizzati come ufficio e ora lascio un’ottima squadra che lavora perfettamente in sintonia con la Procura. L’attuale procuratore capo Luigi Delpino è un fine giurista, uno che ci mette la faccia nelle indagini, firma lui stesso gli atti e lavoriamo potendo contare su di lui. Noi siamo dei cani da guardia che senza guida restano dei cani da guardia e basta. Lui è stato una perfetta guida. E in sintonia con lui anche i pm con i quali abbiamo lavorato in questi anni: di Stefano Ancillotto, Paola Tonini e in questi ultimi mesi anche Stefano Buccini. Pm concreti che guardano al sodo, convinti come noi che in queste inchieste chi viene preso con le mani nel sacco prima fa trovare i soldi che ha fatto sparire e ammette le sue responsabilità e solo dopo si può parlare di pena».

Le soddisfazioni maggiori in questi quattro anni? «Sicuramente le reazioni all’arresto del geometra Bertoncello per la corruzione di alcuni funzionari del Comune di Venezia e della Commissione Regionale di Salvaguardia. Ho sentito che la gente ha cominciato ad avere nuovamente fiducia in noi, nello Stato. Sono arrivate segnalazioni da parte dei cittadini e non solo le solite lettere anonime. Si capiva che la gente era stanca di un sistema e percepiva che noi non ci giravamo da un’altra parte. Appena arrivato ho conosciuto persone che, parlando di Venezia, spiegavano che certi ambienti erano intoccabili. Ora, a distanza di qualche anno, si sono resi conto che nessun ambiente è intoccabile. Per me è una grande soddisfazione. Io conosco la realtà veneziana, immagino che la stessa situazione si viva in altre parti d’Italia». La gente era stanca anche di un’altra situazione a Mestre: via Piave e l’economia illegale dell’imprenditore cinese Luca Keke Pan. Anche quella situazione sembrava irrisolvibile e lui intoccabile. Un’altra soddisfazione, a quanto pare. «Come dico spesso, la Guardia di Finanza ha una possibilità d’indagare che altre forze di polizia non hanno: può guardare nel portafogli della gente. Noi possiamo affrontare le indagini partendo dall’analisi di come uno ha messo assieme il suo patrimonio senza dover utilizzare testimoni che a volte non ci sono. Del resto Al Capone, responsabile di decine di reati e omicidi, è finito in galera per evasione fiscale. È stata una bella indagine portata a termine anche grazie all’uso di un finanziere sotto copertura. È stata un’idea del collega Nicola Scibilia e siamo stati supportati in tutto dal comando generale e dalla Procura. E poi tanta soddisfazione nel vedere la gente che prima era rassegnata e dopo è ritornata ad avere fiducia nelle istituzioni».

Lascia il Veneto dopo quattro anni. Come è cambiato, in questi anni, l’andamento della corruzione nella pubblica amministrazione? «Per dirlo bisognerebbe svolgere una ricerca sociologica. Di certo posso dire che un fenomeno preoccupante è la corruzione di basso valore, quella che parte dal basso. Fenomeno emerso chiaramente nell’indagine che ha portato all’arresto del geometra Bertoncello. Io la chiamo “la corruzione delle cinquanta euro” nella quale un qualsiasi funzionario pubblico per sveltire una pratica chiede denaro, poco denaro. È preoccupante perché anche l’ultimo impiegato può sollecitare soldi e chiunque di noi può facilmente pagarlo per ottenere, prima, quello che chiede e che gli è dovuto».

Carlo Mion

 

tributario della Finanza

È Pennoni il nuovo comandante delle Fiamme gialle

Al colonnello Renzo Nisi, subentra il collega Roberto Pennoni. Il colonnello Pennoni è nato a Gualdo Tadino (Perugia), ha quarantaquattro anni, è sposato ed ha un figlio. È entrato in Accademia nel 1988 ed ha ricoperto, nel corso della sua carriera, incarichi operativi in Lombardia ed Emilia Romagna, e di Stato Maggiore presso il Comando Generale del Corpo a Roma. Dopo aver frequentato il 35° Corso Superiore di Polizia Tributaria, ha prestato servizio presso il Comando Provinciale di Bologna. Ha ricoperto nell’ultimo triennio l’incarico di Capo Ufficio Commissariato e Armamenti del IV Reparto Logistica del Comando Generale. È stato promosso Colonnello il 1° gennaio 2011. È laureato in Giurisprudenza, Scienze politiche ed Economia e commercio e ha svolto attività di insegnamento in materie giuridiche, economiche e tecnico-professionali negli Istituti di Istruzione del Corpo. Renzo Nisi in occasione del passaggio di consegne ha detto del collega: «Sono sicuro che Roberto farà bene, caratterialmente siamo simili. Inoltre io gli lascio una squadra che fino ad ora è stata di serie A, ma adesso è pronta per disputare la Champions League».

 

Preziosa racconta i legami con la Mantovani

Interrogato in carcere il vicequestore di Bologna risponde alle domande dei magistrati

VENEZIA – Il vicequestore ha parlato e risposto alle domande che il giudice di Verona, dove il bolognese Giovanni Preziosa è rinchiuso, gli ha posto per rogatoria, per conto del magistrato di Venezia che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Tutti si aspettavano che tacesse, che prima di raccontare ciò che sa desse almeno il tempo al suo difensore, lo stesso dell’imprenditore pure lui di Bologna Manuele Marazzi, l’avvocato Caterina Caterino, di leggersi le carte dell’accusa, come del resto ha fatto due giorni fa Marazzi. Invece, ha parlato e a lungo e, a questo punto, probabilmente nei prossimi giorni chiederà un colloquio con il pubblico ministero Stefano Ancilotto, l’unico al quale interessa davvero sapere che cosa ha da dire il poliziotto al servizio della «Mantovani» di Piergiorgio Baita, a servizio con un vero e proprio tariffario: prezzi diversi in base alle prestazioni richieste. È accusato di corruzione, di rivelazione di segreti d’ufficio, di accesso abusivo al sistema informatico del ministero degli Interni e di peculato. Se vuota il sacco di cose da raccontare ne ha davvero Preziosa e non solo per quanto riguarda la Mantovani. Non è un semplice poliziotto, uno dei tanti, ha una storia alle spalle. All’epoca della Uno Bianca, la banda composta tutta da poliziotti sanguinari, era alla Squadra Mobile, a capo dell’Ufficio omicidi, quello che l’allora vicecapo della Polizia Achille Serra definì «il peggiore d’Italia» perché furono decine gli omicidi della banda che gli investigatori di Preziosa avevano negli uffici accanto senza accorgersi di nulla. Poi è stato dal 1999 al 2000 assessore alla Sicurezza dell’unico sindaco di centrodestra del capoluogo emiliano, Giorgio Guazzaloca, ma anche lui lo cacciò dalla giunta quando si accorse che aveva costituito una società privata nel settore della sicurezza, forse la stessa nella quale ancor oggi era in affari con Marazzi, ma questa volta senza apparire ufficialmente, visto che nell’ordinanza di custodia cautelare si spiega che le azioni sono intestate alla giovane figlia. E sempre negli anni della politica aveva tentato anche la strada del Parlamento europeo nelle fila di Alleanza nazionale, senza però sfondare. Allora era rientrato nella Polizia ed ora era a capo del Commissariato di Santa Viola. A Baita il vicequestore era arrivato con due passaggi: era stato il suo «socio» Marazzi a presentarlo a Voltazza, che per la «Mantovani» si occupava dell’intelligence, così almeno loro la chiamavano. Insomma, da un lato della raccolta delle informazioni grazie a pubblici ufficiali disponibili ad essere corrotti, come appunto Preziosa, dall’altro ad ostacolare in qualsiasi modo l’attività d’indagine della magistratura, a partire dalla bonifica da possibili microspie piazzate in uffici, appartamenti e auto usate da Baita e dai suoi collaboratori. Un’attività che ha permesso all’ingegnere di sapere in anticipo quali mosse stavano facendo la Procura e i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria. Mosse di cui, presumibilmente, Baita aveva messo al corrente anche i vertici del Consorzio Venezia Nuova, in particolare l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, poi anche lui finito in manette.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – “Bloccate la Treviso-mare”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

6

set

2013

Nuove strade, le barricate dei sindaci

Alleanza di San Donà e Noventa con i Comuni trevigiani per bloccare la “Treviso-Mare”

L’ALLEANZA – Si allarga la protesta contro l’autostrada del mare. I sindaci di San Donà e Noventa con i colleghi trevigiani chiedono di bloccare il bando che scade il 20 settembre per partecipare alla costruzione della bretella autostradale da Meolo a Jesolo.

Autostrada del mare, raffica di no

I sindaci di centrosinistra di San Donà, Noventa e del Trevigiano chiedono la sospensione del bando

JESOLO – Autostrada del mare no, Treviso Mare sì. I comuni del Trevigiano, con San Donà e Noventa, chiedono la sospensione del bando di gara. Non ci possono essere ricorsi in questa fase, ma l’obiettivo è sensibilizzare le autorità competenti a partire dalla Corte dei Conti per cercare di fermare il project financing per la realizzazione di questa discussa infrastruttura viaria.

Ieri a San Donà sono arrivati anche altri sindaci e amministratori del territorio, tra cui Simonetta Rubinato, onorevole e sindaco di Roncade, quindi assessori e consiglieri di Monastier, Silea, Noventa e Treviso. Hanno evidenziato un problema di legalità dovuto alle indagini sulla Mantovani e il coinvolgimento di alcuni dei precedenti esponenti delle ditte proponenti il progetto che avranno una prelazione nel bando di gara che scade il 20 settembre.

«Non solo», ha precisato l’assessore ai lavori pubblici di San Donà, Francesca Zottis, «perché questa autostrada a pagamento graverà comunque sulle tasche dei cittadini, farà perdere una strada al controllo pubblico e troverà comunque un imbuto sul litorale tra Jesolo e Cavallino, a partire dalla rotonda Frova. Da anni solleviamo questi problemi e lavoriamo per una soluzione diversa che deve comunque essere trovata, ma mantenendo la strada pubblica.

Nel gruppo dei proponenti ci sono la società “Adria Infrastrutture Spa” e il Consorzio “Via del Mare” i cui precedenti responsabili sono stati coinvolti nell’inchiesta della Procura sul gruppo Mantovani.

Nel marzo 2013 il Consiglio regionale ha costituito una commissione d’inchiesta sui lavori pubblici regionali». I Comuni del Trevigiano temono, inoltre, che, a causa del pedaggio, ci saranno molti veicoli che andranno a cercare altre strade, magari con il navigatore. Un po’ come accade in Slovenia da quando è stata introdotta la vignetta. La conseguenza saranno strade e stradine intasate in tutti i comuni, o la maggior parte, del Trevigiano, poi San Donà, Musile, Noventa e Meolo.

Il sindaco di Roncade, Rubinato, va dritta al problema: «Siamo di fronte all’espropriazione di una strada pubblica. Il problema esiste, è giusto parlare di una messa in sicurezza, di allargamento, ma non di autostrada del mare a pagamento. Non possiamo più presentare ricorsi, ma sollecitare le autorità competenti a partire dalla Corte dei Conti, ad esempio».

Infine l’assessore al bilancio di San Donà, Valter Menazza, che fu anche sindaco a Musile, lancia altri importanti messaggi. «Il flusso previsto dagli studi in merito all’autostrada del mare», chiosa, «è di circa sette milioni di autoveicoli dal casello di Meolo a Jesolo, di cui quattro milioni e 800 mila extraturistici, quindi i due terzi. E le tariffe saranno oltremodo flessibili a seconda della stagione, dei giorni e degli orari».

Giovani Cagnassi

 

VIABILITA’ – Appello dei sindaci interessati dall’opera giudicata inutile

«Bloccate la Treviso-mare»

«Stop al bando per l’autostrada del mare e rivedete il progetto»: la nuova protesta contro la Treviso-mare, la cui realizzazione dovrebbe essere assegnata dopo la chiusura del bando fissata per il 20 settembre, arriva da San Donà di Piave dove si sono incontrati gli amministratori di Noventa, Monastier, Roncade, Silea e Treviso. La richiesta, che sarà avanzata agli organi preposti, è di sospendere le procedure di gara in corso.

«Essendo un project financing il bando di gara prevede il diritto di prelazione da parte del proponente. Nel gruppo dei proponenti ci sono la società “Adria Infrastrutture Spa” e il consorzio “Via del Mare” i cui precedenti responsabili sono stati coinvolti nell’inchiesta della Procura riguardante il Gruppo Mantovani – è stato spiegato -. Nel marzo 2013 il Consiglio regionale del Veneto ha costituito una Commissione d’inchiesta sui lavori pubblici regionali, e la Regione Veneto ha anche aderito ad un protocollo della legalità che tra i suoi obiettivi ha la trasparenza dei flussi finanziari. Visto che l’indagine in corso riguarda la regolarità dei flussi finanziari, chiediamo la sospensione delle procedure di gara in corso in attesa della verifica svolta dalla Commissione d’inchiesta sui lavori pubblici e degli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria».

Secondo obiettivo: modificare il progetto, cambiare la prospettiva, consapevoli che questo genere di soluzione, costosa nell’immediato e per il futuro (vedi per le tariffe per gli automobilisti), non funzionerà, visto l’imbuto alla rotatoria Frova di Jesolo.

«Riteniamo che la strada regionale Treviso-Mare debba essere adeguata e messa in sicurezza rispetto alle nuove esigenze del traffico, dando attuazione a quello che era il progetto originario a quattro corsie – riprendono gli amministratori dei comuni veneziani e trevigiani -. Siamo contrari alla trasformazione di un’arteria regionale in una strada a pagamento e con progetto di finanza perché non risolutiva dei problemi viari del nostro territorio ed onerosa per la comunità». Il tutto definendo la concessione di 40 anni “un esproprio di proprietà pubblica”.

 

I sindaci si appellano alla Corte dei Conti per lo stop al progetto

RONCADE «Autostrada del mare no, Treviso Mare sì». I Comuni trevigiani, con i veneziani San Donà e Noventa, chiedono la sospensione del bando di gara. Non ci possono essere ricorsi in questa fase, ma l’obiettivo è sensibilizzare le autorità competenti a partire dalla Corte dei Conti per cercare di fermare il project financing per la realizzazione di questa discussa infrastruttura viaria.

Ieri a San Donà sono arrivati anche altri sindaci e amministratori del territorio, tra cui Simonetta Rubinato, onorevole e sindaco di Roncade, quindi assessori e consiglieri di Monastier, Silea, Noventa e Treviso. Hanno evidenziato un problema di legalità dovuto alle indagini sulla Mantovani e il coinvolgimento di alcuni dei precedenti esponenti delle ditte proponenti il progetto che avranno una prelazione nel bando di gara che scade il 20 settembre.

I Comuni trevigiani temono inoltre che, a causa del pedaggio, ci saranno molti veicoli che andranno a cercare altre strade, magari con il navigatore. Un po’ come accade in Slovenia da quando è stata introdotta la vignetta. La conseguenza saranno strade e stradine intasate in tutti i Comuni, o la maggior parte, del Trevigiano, poi San Donà, Musile, Noventa, Meolo.

Il sindaco Rubinato va dritta al problema: «Siamo di fronte all’espropriazione di una strada pubblica. Il problema esiste, è giusto parlare di una messa in sicurezza, di allargamento, ma non di autostrada del mare a pagamento. Non possiamo più presentare ricorsi, ma sollecitare le autorità competenti a partire dalla Corte dei Conti, ad esempio, ad attivarsi in base alle nostre istanze».

Insomma, la partita dell’Autostrada del mare potrebbe essere riaperta se la Corte dei Conti raccoglierà l’appello lanciato che viene così dai sindaci dei Comuni trevigiani e di altri Comuni del Veneziano.(g.c.)

 

SCANDALO IN LAGUNA

INCHIESTA MANTOVANI Operazione della Finanza a Bologna. In carcere anche imprenditore emiliano

In cella un vicequestore della polizia: passava al manager informazioni riservate

IN CARCERE – Vicequestore della polizia di Bologna arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mantovani. È accusato di avere passato a Piergiorgio Baita informazioni riservate sulle indagini. Determinanti le dichiarazioni di un imprenditore padovano.

IL BLITZ – L’operazione, ieri nel capoluogo dell’Emilia Romagna da parte della Finanza. In cella anche un altro imprenditore bolognese, accusato di avere fatto da tramite con il funzionario di polizia.

Si parlavano in codice per non farsi smascherare

È accusato di aver violato i database delle forze dell’ordine per fornire notizie dell’inchiesta all’ex manager Mantovani

INTERCETTAZIONI – Cosi venivano chiamati i soldi versati all’estero

«Le “mele” maturano e stanno in Croazia»

VENEZIA – Le “mele” che maturano in Croazia, altro non sono che i soldi che il vicequestore Giovanni Preziosa si guadagna passando informazioni riservate. Si parlano così, in codice, Manuele Marazzi e il funzionario di Polizia corrotto, nelle intercettazioni telefoniche riportate nell’ordinanza di custodia cautelare. Tono confidenziale, qualche risata, tra i due. “Stavo riflettendo, che quelle 12 mele che hai maturati fino ad adesso, ma ti servono o le lascio la?” chiede Marazzi a Preziosa, a cui spiega anche che “sono in Croazia”. Ovvero in dei conti all’estero, dove vengono depositati questi fondi a disposizione dell’informatore. “Te l’avevo detto la volta scorsa, avevi maturate 8 mele e adesso con questa cosa ne hai maturate 12 totali, altri 4″ spiega ancora Marazzi. “Per cui si capisce che il tariffario di ogni rivelazione di informazione riservata è di 4.000 euro” annota il giudice Alberto Scaramuzza.
Capita anche che il vicequestore si arrabbi, per essere stato usato quando non ce n’era bisogno, ben conscio della gravità di quel che sta facendo e dei rischi che corre. La vicenda è quella dell’auto che l’allora responsabile finanziario della Mantovani, Nicolò Buson, e il consulente Mirco Voltazza vedono a Noventa Padovana, mentre prendono un caffè. Hanno l’impressione che chi è all’interno li stia spiando, forse riprendendo, per questo si annotano la targa dell’autovettura. In effetti di tratta di finanzieri impegnati nell’inchiesta. Voltazza, preoccupato, attiva Marazzi che a sua volta coinvolge Preziosa.
Il vicequestore consulta le banche dati, ma per un puro caso non ritrova quell’auto, pensa a un errore di trascrizione della targa. Poi viene a sapere da Marazzi che alla Mantovani si sono tranquillizzati. “Qualcuno gli ha detto, ma non guardare che quello là era uno che stava seguendo una signora…” riferisce sempre Marazzi. Informazione sbagliata, ma loro non lo sospettano. “Ma questi sono scemi – ribatte, seccato, Preziosa – digli che è una testa di caz…, da parte mia e lo mando a cag… stiamo a giocare… queste cose mica si fanno”. Marazzi gli dà ragione: “Comunque lo cazzio”. Alla fine, però, i due se la ridono. “Digli che gli costerà caro” aggiunge il vicequestore. “L’importante è che guadagniamo” conclude Marazzi. (r. br.)

 

Blitz della Finanza in Emilia

Con il vice questore Preziosa preso anche un imprenditore

«Corrotto da Baita»

Funzionario di polizia arrestato a Bologna

Un vicequestore della Polizia “al servizio” della Mantovani spa. Un uomo di Stato che si lascia corrompere e passa informazioni utili all’allora amministratore delegato del colosso delle costruzioni, Piergiorgio Baita, per cercare di sviare le indagini della Guardia di Finanza di Venezia su fondi neri e false fatturazioni, ma non solo: entra, così, nei data base della forza dell’ordine per controllare un’auto che gli uomini della Mantovani temono li stia seguendo; oppure procura paletta e lampeggiate che saranno usate in una messa in scena studiata per “far paura” all’amministratore di Veneto Strade, Silvano Vernizzi, che deve sbollare una delibera pro Mantovani!
Sono accuse pesantissime quelle che ieri hanno fatto scattare le manette ai polsi di Giovanni Preziosa, 58 anni, funzionario del commissariato Santa Viola di Bologna, indagato per corruzione, peculato, accesso abusivo a sistemi informatici, rivelazione di segreti d’ufficio. In carcere anche un imprenditore del settore della sicurezza, Manuele Marazzi, 50 anni, di Monte San Pietro nel Bolognese, accusato di aver fatto da tramite con il vicequestore, insieme all’ex consulente della Mantovani, Mirco Voltazza.
È l’ennesimo sviluppo dell’operazione Baita che nel febbraio scorso aveva portato a quattro arresti eccellenti per associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, attraverso un giro di fatture false. Per gli inquirenti veneziani lo scoperchiarsi di un pentolone che pare destinato a nuovi sviluppi. Lo accenna lo stesso giudice per le indagini preliminari, Alberto Scaramuzza, che accogliendo le richieste dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, ha firmato la nuova ordinanza di custodia cautelare. Per eseguirla, ieri mattina, i finanzieri del Nucleo provinciale di Polizia Tributaria, comandato dal colonnello Renzo Nisi, si sono presentati a Bologna. Preziosa è stato trasferito nel carcere di Verona, Marazzi in quello di Vicenza.
Determinanti le dichiarazioni di Mirco Voltazza, imprenditore padovano nel settore della sicurezza, che per Baita si era impegnato ad “anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine e magistratura”, con “attività di bonifica”, ma anche “con l’organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso di informazioni mirate al management e all’azionista”. È stato lui, costituitosi a oltre un mese dai primi arresti, a raccontare del ruolo di Marazzi e Preziosa. Il primo avrebbe contribuito con le sue società alla creazione dei fondi neri, attivandosi anche con il vicequestore – già assessore nella giunta Guazzaloca – per l’attività di “intelligence”. Dichiarazioni supportate da più riscontri, tra cui numerose intercettazioni. Più volte Preziosa avrebbe utilizzato le banche dati delle forze dell’ordine per cercare informazioni utili alla Mantovani. E per questo sarebbe stato pagato da Marazzi e Voltazza stessi: con 162.000 euro; con la promessa di un contratto di consulenza con la Mantovani una volta in pensione del valore di 150mila euro annui; persino con un potente motore per il suo gommone. Un compenso, quest’ultimo, per la paletta e il lampeggiante forniti per “impressionare” Vernizzi che, così, avrebbe dovuto far passare una delibera che interessava alla Mantovani. Il manager nega tutto ma proprio questo episodio sta già diventando un caso politico. Il capogruppo in Regione dell’Idv, Antonino Pipitone, ha chiesto al presidente Luca Zaia di fare chiarezza.

Roberta Brunetti

 

L’INGEGNERE – Mai ricevuto minacce di indagini personali

MIRCO VOLTAZZA – Il padovano ora è indagato e ha raccontato la sceneggiata

Un imprenditore si presentò all’ad di Veneto Strade fingendo di essere un poliziotto che gli offriva “protezione” in cambio di favori a Baita

I PAGAMENTI – Un motore per la barca, 162.000 euro e la promessa di una super-consulenza

VOLTAZZA – Una confessione-fiume dopo la fuga

Mirco Voltazza, 52 anni, residente a Polverara nel Padovano, era finito da subito nella lista degli indagati dell’inchiesta sulla Mantovani, ma si era rifugiato all’estero per non scontare una condanna per ricettazione. Ragioniere, ex impiegato di banca, ex gestore dell’Aci di Piove di Sacco, ex promotore finanziario, Voltazza si era ritrovato a collaborare con la Mantovani come “consulente tecnico ambientale” per l’Expo 2015 di Milano. A marzo il rientro in Italia e l’interrogatorio fiume con il pubblico ministero, Stefano Ancilotto, che ha dato il via a questo nuovo capitolo dell’inchiesta.

 

Una “trappola” per Vernizzi

A raccontare l’episodio al sostituto procuratore di Venezia Stefano Ancilotto, che lo interroga, è Mirco Voltazza, l’imprenditore padovano di Polverara, indagato nell’ambito dell’inchiesta per frode fiscale che a fine febbraio scorso ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita, allora dominus di Mantovani Spa, e, fra gli altri, di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui l’onorevole Pdl era Governatore del Veneto.
La circostanza in oggetto è riportata nel dettaglio nell’ordinanza con cui il gip lagunare Alberto Scaramuzza ha disposto la custodia cautelare in carcere eseguita ieri dai finanzieri al comando del colonnello Renzo Nisi, nei confronti del vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, e dell’imprenditore felsineo Manuele Marazzi.
Cosa c’entra Silvano Vernizzi, attuale ad di Veneto Strade, società della Regione, che ricopre anche i ruoli di segretario regionale delle Infrastrutture e di commissario per la Pedemontana? In questo caso il suo nome compare per dimostrare che Preziosa è un poliziotto corrotto, che Marazzi lo corrompe e lo paga con i soldi che gli passa Voltazza, a sua volta al soldo di Baita quale consulente in grado di “anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine di magistratura, concedendo all’azienda (cioè il gruppo Mantovani ) i tempi di attivazione dei diversi piani di gestione della crisi con conseguente attività di bonifica ambientale… con l’organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso continuo di informazioni mirate al management e all’azionista”. Il tutto per la modica somma di un milione e 320mila euro.
Baita ordina e Voltazza esegue. Verrà battezzata “operazione drago”. C’è una delibera interessante per la Mantovani che Veneto Strade ha dei problemi nell’approvare: occorre impressionare Vernizzi dicendogli che “polizia e servizi lo avrebbero protetto a condizione che la delibera della Mantovani passasse”. In ballo ci sarebbero dei lavori di spostamento delle vasche della San Marco Petroli dall’area Alumix di Fusina a Marghera.
Ed ecco il piano prendere forma. Marazzi chiede a Preziosa di procurargli una paletta della Polizia di Stato e un lampeggiante. Serve per dare realismo al blitz davanti al palazzo verde sede di Veneto Strade nei pressi dell’ospedale dell’Angelo di Mestre. La macchina “truccata” viene noleggiata all’aeroporto Marco Polo: si tratta di una Lancia Delta dove per la comparsata finale prenderanno posto lo stesso Voltazza con al volante un tale Andrea Ventura collaboratore di Marazzi. Già perché uno dei servizi non si muove senza autista. I due non sanno di essere intercettati dagli investigatori delle Fiamme gialle che hanno foderato l’abitacolo di cimici.
Ecco alcuni passi dal brogliaccio trascritto: «Andrea dice che queste cose non le fanno tutti i giorni per nessuno. Voltazza indica la strada e dice che siccome lui non lo conosce glielo presenta Gigi Dal Borgo (ndr. amico e collaboratore di Baita), non si faccia vedere, ha un’Audi A6 Allroad nera. Voltazza dice che devono andare nella sede centrale di Veneto Strade, quello che incontra è amministratore delegato. Voltazza dice ad Andrea che è un tipo strano”.
Alle 17.35 il contatto con Dal Borgo che è già arrivato negli uffici di Veneto Strade e che gli comunica “adesso scendiamo”. È in quel momento che Voltazza si avvia a piedi verso lo stabile di Veneto Strade per incontrare Vernizzi e Dal Borgo facendo bene attenzione che lo stesso Vernizzi noti l’auto “della polizia”. E a notarla non è solo Vernizzi, bensì anche i suoi dipendenti. Segno che lo stratagemma ha funzionato alla grande. Per avere procurato “paletta e secchiello” il poliziotto Preziosa, il quale contribuì alla cattura dei fratelli Savi, gli agenti in servizio alla questura di Bologna che seminarono il panico a bordo della famigerata Uno bianca, sarà pagato da Voltazza con un motore fuoribordo Yamaha del valore di 8.750 euro acquistato alla Week End srl con sede a Ca’ Noghera. La consegna il 5 luglio 2012.
Vernizzi, dal canto suo, si affida a una nota ufficiale in cui afferma di non aver mai ricevuto minacce di indagini personali, né riguardanti la società Veneto Strade e che se le avesse ricevute si sarebbe rivolto immediatamente alle autorità competenti.

 

È il vicequestore ed ex assessore di Bologna Preziosa: soldi in cambio di informazioni riservate. Fermato un imprenditore

VENEZIA – Informazioni riservate in cambio di soldi, molti soldi, in pochi mesi: solo tra maggio e ottobre 2012, 162 mila euro in contanti in più tranche, un motore Yamaha del valore di oltre 8 mila euro e persino la promessa di un contratto di consulenza per la Ing. Mantovani Spa, pagato ben 150 mila euro l’anno, per una pensione dorata.

Nell’inchiesta “Baita, frode fiscale e fondi neri alla Mantovani” finisce in manette anche un poliziotto di vertice: su ordine del gip Alberto Scaramuzza – che ha accolto le richieste dei pm Ancillotto e Buccini – ieri mattina i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria hanno, infatti, arrestato Giovanni Preziosa, vicequestore a Bologna, funzionario del commissariato Santa Viola, già assessore alla Sicurezza della giunta Guazzaloca, candidato alle Europee con An.

Corruzione, peculato, violazione di segreto d’ufficio, accesso abusivo aggravato al sistema informatico Sdi (riservato alle forze di polizia) le accuse mosse dalla Procura veneziana. Un clic ai terminali della Polizia e il vicequestore avrebbe fornito a richiesta (profumatamente pagata) informazioni riservate su questa o quella persona. A far da tramite, l’imprenditore padovano Mirco Voltazza, già arrestato perché utilizzato dall’ex presidente della Mantovani Pierluigi Baita come cartiera di false-fatturazioni, ma soprattutto come informatore, per la sua rete di relazioni personali. Per intendersi: quando nell’estate del 2012 l’allora direttore di Mantovani Nicolò Buson – braccio fidato di Baita, anch’egli finito agli arresti, fino a quando non ha collaborato alle indagini – ha sospettato di essere stato seguito dagli investigatori mentre con sé aveva una somma ingente di danaro per una (presume la Procura) mazzetta da pagare, ha preso la targa dell’auto che lo seguiva (in effetti, dei finanzieri) e ha chiesto a Voltazza di dirgli di chi fosse. Una telefonata a Preziosa, et voilà, il controllo è stato fatto: ma l’auto è risultata pulita, perché non era tra quelle in dotazione alla Finanza.

In carcere, ieri, è finito anche un imprenditore bolognese specializzato nel settore della sicurezza – Manuele Marazzi – che più volte ha lavorato per conto della Mantovani, per servizi (ipotizza l’accusa) anche in questo caso ampiamente sovraffatturati, ma soprattutto per fornire informazioni. Voltazzi e Marazzi chiedevano e Preziosa controllava. O faceva controllare «chiedendo ai propri collaboratori di interrogare, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla funzione e al servizio». Come avvenuto nel caso delle informazioni richieste sulla figura di Ezio Manganaro, ex carabiniere e collaboratore della rivista online “Il Punto”, ai quali Baita e la Mantovani hanno versato oltre 2 milioni di euro: il direttore Cicero dice per acquisire la testata, secondo la Procura – al contrario – per ottenere informazioni proprio sulle indagini in corso, utilizzando i legami della testata con uomini dei servizi segreti. A portare – tra gli altri episodi – in carcere Preziosa e Marazzi anche la consegna dal primo al secondo e a Voltazza, anche di una paletta e lampeggiante della Polizia: secondo al Procura sarebbero stati utilizzati per un blitz intimidatorio negli uffici di Veneto Strade, per sbloccare un appalto giacente.

Roberta De Rossi e Carlo Mion

 

CHI SONO I DUE FINITI IN CARCERE

«Il lampeggiante per far colpo su Vernizzi»

VENEZIA – La premiata ditta Preziosa-Marazzi, veniva utilizzata dalla Mantovani, cioè dall’ex presidente Piergiorgio Baita, all’occorrenza per bonificare da cimici gli uffici, produrre fatture false per creare fondi neri, ma anche per dimostrare il potere, presunto o vero, della “cricca Baita” all’interno di tanti settori dello Stato.

Come ad esempio nell’episodio riportato dell’ordinanza di arresto di Preziosa e Marazzi, e che riguarda Veneto Strade e l’ad Silvano Vernizzi. Mirco Voltazza, altro coimputato già finito in carcere nella prima tornata di arresti, ha spiegato che su incarico di Baita, nel giugno dello scorso anno, si è recato con un suo collaboratore che fungeva da autista, a Veneto Strade per: «far intendere a Vernizzi di essere dei servizi e impressionarlo, utilizzando una paletta e un lampeggiante della polizia forniti da Preziosa».

Voltazza ha spiegato, si legge sempre nell’ordinanza, di aver detto a Vernizzi: «polizia e servizi ti proteggono, a condizione che la delibera Mantovani passi». La delibera in questione, spiega Voltazza, riguarda lo spostamento delle vasche della San Marco Petroli all’aerea Alumix di Marghera. Gli investigatori, intercettando e filmando i vari momenti dell’episodio, hanno dimostrato che l’incontro c’è stato. Addirittura Voltazza parlando con Marazzi al telefono dice: «…si sono accorti del lampeggiante e della paletta anche i dipendenti di Veneto Strade, tanto che hanno detto: cazzo sono venuti ad arrestare Vernizzi». «L’impresa Mantovani non ha mai sottoscritto contratti di appalto con Veneto Strade, di conseguenza la Mantovani non ha mai vinto nessuna gara. L’ad, Silvano Vernizzi non ha mai ricevuto minacce di indagini personali, né riguardanti la società Veneto Strade», ha precisato Veneto Strade. (c.m.)

 

L’ORDINANZA DEL GIP

Il funzionario e la cricca «Incassò 150 mila euro»

VENEZIA – Giovanni Preziosa, il vice questore della polizia di Bologna ed ex assessore arrestato, non era un semplice funzionario corrotto che per quattromila euro alla volta accedeva ai terminale delle forze dell’ordine per controllare persone o targhe di auto su richiesta della Mantovani. Era un personaggio inserito perfettamente nel meccanismo criminale ideato dalla “cricca Baita”. Il legame con Manuele Marazzi era forte, emerge dall’ordinanza che lo ha portato in carcere, tanto che una figlia di Preziosa era socia in una delle tante aziende create anche con stranieri da Marazzi per produrre fatture gonfiate intestate alla Mantovani e quindi consentire alla stessa società di creare “fondi neri” destinati a pagare tangenti. Soldi pagati da Mantovani, complessivamente la Guardia di Finanza ha ricostruito il passaggio di 2 milioni di euro, per servizi che al massimo valevano 350 mila euro. Denaro versato in Croazia e che poi rientrava in Italia per pagare Preziosa, in almeno due occasioni gli assegni sono stati cambiati al Casinò di Tessera.

Assegni da 45 mila euro. Somma consegnata al vicequestore in varie tranche e che i finanzieri hanno trovato, in parte, nella celletta di sicurezza che il poliziotto aveva in uso all’interno del commissariato di Bologna dove prestava servizio. Scrive il gip nell’ordinanza: «Preziosa non era un semplice funzionario corrotto. Ma era un vero e proprio imprenditore coinvolto nella gestione delle società del Marazzi e coinvolto con il Marazzi nel più generale meccanismo frodatorio del fisco attivato alla Mantovani. E allora comincia a manifestarsi che la vera ragione del versamento al Preziosa di ben 150mila euro, non è certamente solo riconducibile a qualche accesso al computer per girare qualche informazione riservata o al prestito di paletta della polizia».

Il gip annota che è proprio la collaborazione piu articolata del funzionario di polizia che spiega quei soldi versati al poliziotto grazie anche all’utilizzo delle società che lo vedono coinvolto con la figlia e Marazzi. Altre società della galassia Marazzi, imprenditore del mondo della security, sono state create coinvolgendo romeni e bengalesi. Tutte dovevano fornire servizi alla Mantovani gonfiando però le fatture. Ma Preziosa aveva anche altre ambizioni perché, a quanto pare, gli era stato garantito un posto da consulente per la sicurezza alla Mantovani. Un posto da 150mila euro all’anno e per il quale doveva garantire la presenza, al massimo, di un giorno alla settimana. L’ufficio stando a Marazzi era già pronto: «Un ufficio presidenziale, foderato di pelle umana». Le manette sono arrivate prima.(c.m.)

 

I PM LAVORERANNO ASSIEME

VENEZIA – Lavoreranno assieme i due magistrati impegnati nelle indagini sul Consorzio Venezia Nuova e sulle società ad esso collegate. Formalmente le inchieste coordinate dai pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto sono ancora separate ma, al rientro dalle ferie, il procuratore capo potrebbe decidere di unire le forze in campo al fine di ottimizzare sforzi e risultati. Il primo filone è quello che ha preso il via dalla contestazione di false fatturazioni milionarie utilizzate dalla società Mantovani spa, presidieduta dall’ingegner Piergiorgio Baita; il secondo riguarda la turbativa d’asta per alcuni lavori portuali, principale indagato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Entrambe le indagini sono soltanto all’inizio: gli investigatori, infatti, stanno cercando di ricostruire i consistenti flussi illeciti di denaro e, in particolare, vogliono capire se i soldi siano serviti per pagare amministratori e pubblici. Baita, ora ai domiciliari, ha iniziato a collaborare con gli investigatori tracciando un quadro del settore dei lavori pubblici nel quale tutti sono costretti a pagare per poter ottenere appalti. E, sulla base delle sue confessioni, oltre a quelle di altri indagati, non sono esclusi seguiti clamorosi. Tanto più che anche Mazzacurati avrebbe iniziato a collaborare con gli inquirenti, tornando in libertà prima di Ferragosto.

 

Il Manifesto – La Orte-Mestre, un nuovo mostro

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

17

ago

2013

La cupola delle grandi opere da realizzare in project financing ha da tempo programmato di sventrare l’Italia da Orte a Venezia con un nuovo corridoio autostradale lungo 396 chilometri, 139 dei quali in viadotti e ponti, 64 in galleria, con 246 tra cavalcavia e sottovie, 83 svincoli, aree di servizio ecc. ecc. Movimentazione di terra per 34 milioni di metri cubi prelevati fin dalla Puglia e – già che ci siamo – dal canale industriale del porto di Ravenna che ha bisogno di dragaggi. Lazio, Toscana, Umbria, Emilia, Veneto attraversate.

Aggrediti ventidue siti di interesse ambientale riconosciti dall’Europa comprese le valli di Comacchio, il parco del Delta del Po, la laguna sud di Venezia, la Riviera del Brenta, le valli del Mezzano e le Foreste Casentinesi negli Appennini Centrali. Anche se ancora poco conosciuta, si tratta della più grande grande opera, dopo il ponte sullo Stretto di Messina, compresa nell’elenco delle 390 «infrastrutture strategiche» dichiarate di «interesse pubblico» e inserite nella Legge Obiettivo in attesa di essere finanziata dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). Peccato che la nuova autostrada non avrà mai i veicoli/giorno in transito minimi necessari (90 mila contro i soli 18 mila attualmente rilevati, ad esempio, nel tratto veneto) per ammortare i costi di realizzazione e sostenere le spese di gestione dell’opera. Ciò nonostante il progetto preliminare è stato approvato dall’Anas con tanto di attestato di Valutazione di Impatto Ambientale rilasciato dalla Commissione nazionale, che oramai non lo nega a nessuno, neppure a chi chiede di fare un parcheggio nel Colosseo.

Qualche dubbio sembra averlo avuto nel passato governo solo l’ex ministro Barca. Per esplicita ammissione dei proponenti, infatti, il piano economico e finanziario del progetto (ancora riservato) non sta in piedi. Per la precisione, non sarebbe “bancabile”. Per esserlo lo Stato italiano dovrebbe impegnarsi a: 1) versare direttamente un generoso contributo a fondo perduto di 1,4 miliardi di euro; 2) detassare le imprese costruttrici rinunciando ad altri 1,5 miliardi di entrate; 3) autorizzare l’emissione di project bond sul mercato finanziario da parte delle imprese, garantiti però dalla Cassa Depositi e Prestiti (con i soldi dei correntisti postali) e assicurati dalla Sace; 4) affidare l’opera in gestione con un contratto che garantisca un minimo di proventi tariffari e, soprattutto, le autorità statali concessionarie dovrebbe fingere di credere che l’opera venga a costare davvero “solo” 10 miliardi di euro.

Insomma, come è stato detto a un recente convegno organizzato a Ravenna dalla rete ambientalista Stop Orte-Mestre (www.stoporme.org), la nuova autostrada è un mostro che dorme sornione, pronto a mettersi in moto al segnale del nuovo, arrembante ministro Maurizio Lupi.

Chi invece non dorme affatto sono i cittadini dei 48 comuni che saranno investiti dai cantieri. Sono questi i veri instancabili presidi democratici a difesa del territorio e dei denari pubblici che da più di dieci anni si battono a mani nude per denunciare la follia di questa grande opera inutile e devastante. Decine di comitati locali sorti un po’ per volta, con un passaparola iniziato dal comitato Opzione Zero della Riviera del Brenta. Comune per comune lungo il tracciato, hanno prima conquistato l’appoggio delle grandi associazioni quali Legambiente, Wwf, Lipu, Mountain Wilderness e Pro Natura, poi hanno dato vita ad un coordinamento e alla rete Stop Or Me con la campagna Salviamo il Paesaggio e i gruppi politici che ci sono stati: Movimento 5 Stelle e Alba.

I comitati avrebbero potuto limitarsi a denunciare l’insostenibilità di alcuni impatti quali l’attraversamento dello storico canale navigabile Brenta, in mezzo al paesaggio palladiano delle ville venete, o i viadotti sulle Valli di Comacchio, o le “varianti di valico” sulle Foreste Casentinesi, e sarebbero stati nel giusto. Hanno invece preferito affrontare un lungo percorso di studi multidisciplinari (trasportistici, economici, ambientali, paesaggistici, giuridici) e di autoformazione, scoprendo quanto solitamente non viene detto dai grandi organi di informazione e, tantomeno, divulgato dalle istituzioni politiche. Ad esempio, che promotrice del progetto è la Gefip Holdin, il gruppo di famiglia di Vito Bonsignore, europarlamentare del Pdl, che nel 2003 comprò per 4,5 milioni di euro la prima società promotrice del progetto, la Newco Nuova Romea SpA presenti le maggiori coop rosse Cmc e Ccc. Che, a sua volta, nacque per concretizzare l’indicazione della Associazione Nuova Romea Commerciale, il cui presidente era niente meno che Pierluigi Bersani. Quel che si dice grandi e losche intese!

Grazie al lavoro dei comitati scopriamo che il vice-presidente della allora NewCo, Lino Brentan, e l’amministratore delegato (ora dimissionario) della Mantovani, una delle principali imprese della associazione di imprese promotrici, l’ing. Baita, sono agli arresti per corruzione, associazione a delinquere e frode fiscale. Scopriamo che in realtà le società di progetto sono scatole vuote create dagli intermediari finanziari per farci affluire i finanziamenti bancari. Scopriamo che la finanziarizzazione dell’economia – tanto deprecata a parole – in realtà nasce per mano e per volere dello stato attraverso il meccanismo truffaldino del project financing.

Come non si stanca di spiegare l’ingegnere Ivan Cicconi, la finanza di progetto, figlia della Legge Obiettivo, serve a bypassare i patti di stabilità (che comporterebbero il blocco degli investimenti) concedendo a società di diritto privato la realizzazione e la gestione delle opere (così da evitare persino di cadere nelle maglie dei reati di corruzione) ma pur sempre scaricando, alla fine e tramite i contratti di concessione dell’opera, sulla spesa pubblica allargata i costi della realizzazione e gestione dell’infrastruttura che non dovessero essere coperti dai pedaggi, dalle royalties, dai canoni degli autogrill o delle pompe di benzina… In barba al rischio di impresa! Un keynesismo alla rovescia che gonfia i costi di realizzazione e moltiplica le intermediazioni finanziarie.

Con molto meno si potrebbero realizzare molti più interventi puntuali, a portata del sistema delle piccole imprese, creando lavoro per più persone. Come, ad esempio, mettere in sicurezza le strade esistenti, diversificare il traffico pesante, attrezzare i porti come scali delle autostrade del mare e collegandoli con la rete ferroviarie. La differenza sta tutta nell’obiettivo che ci si pone: aumentare il flusso di denari gestito dal sistema finanziario o migliorare la mobilità del maggior numero di persone e la quantità delle merci trasportare per mare e per treno?

 

Parla l’ex questore diventato presidente dell’azienda padovana «Chiarotto mi chiamò, pensai che mi chiedesse un passaporto»

PADOVA – Cinque mesi vissuti pericolosamente, seduto su una polveriera, insieme a millequattro dipendenti. Carmine Damiano, il poliziotto chiamato a presiedere l’Impresa Mantovani spa – 1400 dipendenti, 465 milioni di ricavi 2012 – dopo l’inchiesta giudiziaria che ne ha decapitato i vertici, parla per la prima volta di questa esperienza. E ne racconta retroscena inediti.

«La Mantovani – spiega Carmine Damiano – è piena di risorse umane eccellenti, ha ritrovato uno spirito di squadra e valorizzato professionalità importanti. Sono soddisfatto perché, a distanza di 5 mesi dal mio insediamento, abbiamo scongiurato il rischio più grave: la continuità aziendale è assicurata».

Come è arrivato un ex questore di polizia alla presidenza della più importante società di costruzioni del Veneto? «Il 28 febbraio scatta l’inchiesta. Dieci giorni dopo, il 10 marzo, mi telefonò Romeo Chiarotto, che io avevo incrociato trent’anni fa e che non avevo mai più visto né sentito. Mi disse che aveva una cosa da chiedermi». Che cosa ha pensato? «Per davvero? Andai all’incontro pensando che mi chiedesse di procurargli un passaporto valido per l’espatrio». Quando vi siete visti? «Nel pomeriggio dello stesso giorno, nello studio del commercialista padovano Andrea Cortellazzo, in via Porciglia. C’eravamo solo io e lui, poi arrivarono i figli». Che cosa le disse Chiarotto? «Mi disse che nella principale delle sue imprese il manager aveva tradito la sua fiducia. Pur avendo sempre riportato grandi risultati, aveva agito fuori dalla legalità e che ne era completamente all’oscuro». E poi? «Mi disse: io voglio un’azienda pulita, trasparente e che agisca nella massima legalità. E mi chiese di assumere la presidenza, lasciandomi carta bianca. Con queste premesse non potevo rifiutare. Ci stringemmo la mano». Ha mai conosciuto Baita? «No, e davvero non ci tengo a conoscerlo. Spero anzi di non incontrarlo mai, ho fatto della legalità lo scopo della mia vita». Davvero pensa che Chiarotto non fosse a conoscenza del metodo -Baita? «In tutta sincerità mi sono fatto quest’idea. No, la proprietà era all’oscuro dei criteri di gestione. Altrimenti non avrebbe chiamato me, dandomi un mandato chiaro». Che situazione ha trovato? «D’intesa con la proprietà abbiamo rivisto il modello organizzativo, prevedendo dei meccanismi di bilanciamento decisionale, rinnovato l’organismo di vigilanza, scelto una società di revisione esterna quale la Ernst & Young» E poi? «Abbiamo guardato nel bilancio e ripulito tutte le situazioni che non ritenevamo chiare. Abbiamo agito sui fornitori, incontrato le banche. Mi sono presentato dal magistrato che conduce l’inchiesta assicurando piena collaborazione e così con la Guardia di Finanza». Le commesse? «Dovevamo assicurare la continuità industriale. Abbiamo importanti lavori che dovevamo onorare: non solo per i committenti, ma per la stessa sopravvivenza dell’impresa». Quali? «L’Expo 2015 di Milano, un lavoro da 173 milioni di euro: siamo il principale fornitore nel settore delle costruzioni. Quando sono arrivato il cantiere non era ancora aperto e c’era davvero il rischio potesse saltare, con conseguenze disastrose per tutti. Adesso abbiamo assunto 200 persone per avviare i lavori e a settembre ne assumeremo altre cento. I tempi saranno rispettati». E gli altri lavori? «Stiamo realizzando la terza corsia dell’A4, per un valore di 150 milioni di euro. Siamo concludendo il terminale Ro-Ro a Rovigo, per altri 50 milioni. Stiamo proseguendo il metrobus tra Mestre e Venezia. Giovedì scorso abbiamo consegnato il nuovo centro tumori e di medicina nucleare di Trento, un gioiellino».

Daniele Ferrazza

 

LA SCHEDA – A Baita buonuscita di 2,5 milioni di euro

La proprietà dell’Impresa Mantovani spa fa riferimento al 95% alla famiglia Chiarotto, che controlla anche la Fip industriale di Selvazzano, la Fip articoli tecnici di Padova, il 40% della Ivg Colbachini di Cervarese e quote nell’Autostrada Venezia Padova e nell’austrada Brescia Padova. Il 5% della società Mantovani è ancora in mano a Piergiorgio Baita, che nelle prossime settimane – è l’intenzione della proprietà – sarà liquidato con un maxi assegno di 2,5 milioni di euro.

 

Nuova Venezia – “Fermate la gara per la Treviso Mare”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

9

ago

2013

ATTENDERE L’INCHIESTA – Baita e Minutillo tra i dirigenti

PIGOZZO (PD) ALLA REGIONE

Sospendere la gara d’appalto per la costruzione e gestione della superstrada a pedaggio «Via del mare». Lo chiede il consigliere regionale del Pd Bruno Pigozzo alla Giunta della Regione, dando voce alle preoccupazioni manifestate dal Pd di Meolo.

La sospensione, sostiene, è necessaria in attesa dei risultati dell’inchiesta sui lavori pubblici della commissione istituita dal consiglio regionale nel marzo scorso, all’indomani delle indagini della Procura sui fondi neri che hanno fatto finire in carcere Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo.

I due a quell’epoca erano dirigenti anche di due delle tre società promotrici del progetto della nuova arteria stradale Meolo-Jesolo. Già in passato, prima ancora che lo scandalo travolgesse i vertici delle due società, Pigozzo era stato molto critico sulla costruzione della nuova superstrada, che avrebbe eliminato l’attuale Treviso-mare per realizzare una infrastruttura a pagamento.

Adesso che la Regione ha pubblicato il bando europeo per la realizzazione della Meolo-Jesolo Pigozzo torna alla carica. E, ricordando come le precedenti tre società si siano fuse in un unico gruppo, “La Strada del mare srl” diventato il promotore unico della nuova superstrada con diritto di prelazione sulle altre imprese che parteciperanno all’appalto, il consigliere del Pd si è appellato alla Giunta regionale: «Sarebbe doveroso, per ragioni di opportunità politica, sospendere le procedure di gara in corso e attendere gli esiti della commissione sui lavori pubblici e gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria». (e. fur.)

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui